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50 anni e non li dimostra

50 anni e non li dimostra
di Massimo Giuliberti
(questo articolo è uscito sull’Annuario del CAAI 2014-2015, per gentile concessione)

La Torre d’Alleghe e la Torre di Valgrande (a ds.). Sulla prima, sullo spigolo tra sole e ombra, sale la via Bellenzier
Torre d'Alleghe e Torre di Valgrande, gruppo del Civetta. Dolomiti Orientali

Nel 2014 ha compiuto 50 anni un itinerario delle Dolomiti relativamente poco conosciuto che, sia per la difficoltà tecnica sia ancor di più per il tipo di scalata, il mezzo secolo non lo dimostra davvero: la via Bellenzier al pilastro nord-ovest della Torre di Alleghe.

Nel circoletto, Bellenzier impegnato nel tiro chiave della sua impresa. Foto: Gianfranco Riva
Domenico Bellenzier nel circoletto impegnato nella sua prima ascensione (e in solitaria) dello sua via alla Torre d'Alleghe

La storia
Siamo in Civetta negli anni ’60 quando i migliori alpinisti del momento, per dirla con George Livanos, non paghi di aver salito la cattedrale, si attaccano anche a tutti i suoi pinnacoli minori.

Nell’estate del 1963, dopo un precedente tentativo di alpinisti romani, i lecchesi Giorgio Redaelli e Aldo Anghileri attaccano quello che era al momento considerato uno degli ultimi problemi del Civetta, pur se su una torre tutto sommato minore nella grandiosa Nord-ovest. I lecchesi, con l’uso di molti chiodi, superano la prima lunghezza di VI, ma devono poi ritirarsi sotto un temporale, ripromettendosi di ritornare.

Domenico Bellenzier si allena, anni ’60
Domenico Bellenzier si allena, anni '60

Il giovane Domenico Bellenzier, tramite un amico, ottiene la promessa di potersi unire ai due al prossimo tentativo nell’anno successivo, ma poi le cose vanno diversamente.

Il 16 luglio 1964 infatti Bellenzier, senza attendere Redaelli e Anghileri ma accompagnato fino in cima allo zoccolo dai due amici Claudio Dell’Agnola e Gianfranco Riva (il fotografo di Alleghe, tutt’oggi in piena attività professionale) e da loro assicurato sulla prima lunghezza, attacca da solo la parete e, in due giorni di scalata, dopo un bivacco, il 17 luglio compie la salita della sua vita superando, pur con l’aiuto di 3 chiodi a pressione ed una cinquantina di chiodi e cunei, una parete di roccia grigia e compatta con difficoltà oggi valutate di VII- e A3 (in libera VII+).

Gli amici lasciati senza corda in cima allo zoccolo vengono recuperati da Bellenzier che, anziché scendere dalla facile via normale, si cala in doppie dalla via Rudatis-De Poli (che qualche anno più tardi salirà in prima solitaria) e poi tutti raggiungono il rifugio Coldai dove con altri amici si ritrovano poi a festeggiare.

Un Domenico Bellenzier degli anni ’60
Domenico Bellenzier negli anni '60

La via
La difficoltà e soprattutto “l’ingaggio” della via furono da subito certificati dai primi ripetitori Heini Holzer e Reinhold Messner. Quest’ultimo infatti la descrisse come “una via di primo ordine, fra le più belle nel gruppo della Civetta”.

Ulteriore conferma del livello tecnico venne dalla ripetizione di Manolo, che fu il primo a liberarla valutandola di VII+.

E in effetti la via, dopo un tiro iniziale facile, supera due lunghezze verticali e in parte strapiombanti su roccia gialla, con difficoltà di VI e VI+, per arrivare con un traverso a destra sulla piccola cengia alla base delle placche grigie. Di qui si superano tre lunghezze di roccia grigia, compatta e levigata, con pochissime protezioni possibili, che non stonerebbero affatto sulle vie del Wenden.

La parola al Protagonista
Domenico Bellenzier, classe 1940, vive oggi come allora ad Alleghe, dove abita proprio davanti alla Nord-ovest del Civetta ed ha gentilmente accettato questa piccola intervista:

Quando salisti la Torre di Alleghe avevi solo 24 anni: quale era stato il tuo percorso alpinistico e quali erano state le vie più significative fino a quel momento?
Da ragazzino mi divertivo ad arrampicarmi su un albero e poi a saltare da una pianta all’altra senza mai scendere a terra. Poi ho incominciato ad arrampicare, ma senza chiodi e senza corda (e in questo modo nel 1961 ripete la via dei Tedeschi al Civetta, NdR). Poi ho comprato una corda e ho incominciato a farmi dei chiodi, ma ero proprio un autodidatta, e a quell’epoca non sapevo quasi fare la corda doppia. Ho incominciato a ripetere le vie del Civetta e nel 1962, con mio fratello più giovane (14 anni!) ho fatto la Carlesso alla Torre di Valgrande. Arrampicavo durante le ferie estive e in poche altre occasioni, perché da quando avevo 18 anni lavoravo come carpentiere per la ditta Fochi di Bologna, che faceva impianti e costruzioni in Italia e all’estero, ed ero sempre via da casa.

E come ti allenavi per arrivare preparato al momento delle ferie?
Mi allenavo… lavorando! Tutte le volte che c’era un lavoro difficile, appesi da qualche parte, toccava sempre a me. Una volta in Sicilia costruivamo dei grandi silos, alti 20 o 30 metri e con un foro sul soffitto. Durante la pausa pranzo io andavo a saldare dei piccoli anelli alla parete interna, senza che si vedesse; quando ho terminato sono andato dentro con delle staffe artigianali per allenarmi un po’; i miei compagni mi hanno visto entrare e per farmi uno scherzo mi hanno chiuso dentro; allora ho risalito tutta la parete uscendo dal foro sommitale e poi sono sceso dalla scala esterna e loro ci sono rimasti di stucco.

Veniamo alla tua via sulla Torre di Alleghe: prima di te l’avevano tentata dei romani e dei lecchesi?
I romani erano stati i primi, avevano superato il primo tiro difficile, e avevano lasciato una scaletta sugli strapiombi prima di arrivare alla cengia alla base dei grigi. La scaletta l’ho recuperata e poi gliel’ho restituita. A Redaelli avevo fatto vedere io la via, ma poi nel ’63 lui aveva le ferie ad agosto mentre le mie ferie erano finite a luglio e lui aveva attaccato con Anghileri; avevano anche loro fatto il primo tiro difficile, mettendo molti chiodi. Io andai a toglierli all’inizio dell’estate ’64, per paura che facilitassero il tentativo di qualcun altro, e calandomi poi dallo zoccolo con una sola corda ebbi una brutta avventura rimanendo appeso nel vuoto a cercare di riprendere la parete pendolando. Poi a metà luglio Redaelli avvisò Ceci Pollazzon che sarebbe venuto con degli amici nel fine settimana, ma io non avevo capito se mi voleva con lui o no, e allora decisi di andare per conto mio.

Massimo Giuliberti sulla via Bellenzier alla Torre d’Alleghe, 2014
Massimo Giuliberti sulla via Bellenzier alla Torre d'Alleghe, 2014

E anche molto in fretta, vero? Come andarono in realtà le cose?
Il 16 luglio chiesi a due amici, che non erano scalatori, di aiutarmi a portare il materiale fino al rifugio Coldai e poi alla base dello zoccolo. Erano Claudio Dall’Agnola e Gianfranco Riva, il fotografo di Alleghe [autore di belle cartoline illustrate negli anni ’60 e tuttora in piena attività professionale, NdR]. Loro chiesero all’amico G. Sorge, che aveva un’automobile, di accompagnarci, e così alle otto e mezza di sera, un po’ di nascosto, arrivammo a Malga Pioda su una fiat 750 e una lambretta. Io, Gianfranco e Claudio salimmo al Coldai e alle 4 del mattino eravamo in cammino. Arrivati alla base dello zoccolo i due amici mi chiesero di venire almeno fino all’inizio delle difficoltà, e io fui ben contento perché mi aiutavano con il materiale e Gianfranco avrebbe sicuramente fatto delle fotografie. Così salimmo in cima allo zoccolo.

Poi hai attaccato da solo, con chiodi, cunei e anche qualche chiodo a pressione. E ai piedi che cosa avevi? E come ti legavi?
Sì, gli amici mi avevano regalato qualche chiodo pressione e Giosuè Da Pian, il custode del Coldai, mi aveva prestato un perforatore. Quando però feci il primo buco per superare la prima placca nei grigi mi accorsi che il foro era più piccolo del diametro dei chiodi. Così di buchi alla fine ne ho fatti solo 3, cercando di allargarli per fargli entrare qualcosa. Ai piedi avevo i miei vecchi scarponi di sempre, un po’ sporchi di calce perché li usavo anche al lavoro. In vita avevo degli anelli di corda, non usavo l’imbragatura. Mi autoassicuravo con un prusik sulla corda che fissavo a un chiodo, e poi, finito il tiro, dovevo scendere a slegarle e a recuperare il materiale.

Giovanni Rosti sulla via Bellenzier alla Torre d’Alleghe, 1983. Più in basso è una cordata di bulgari, poi ritiratasi
Giovanni Rosti sulla via Bellenzier alla Torre d'Alleghe, Civetta

La domanda è quasi banale ma … come hai fatto a passare?
Avevo buone mani, che usavo tutti i giorni a lavorare, ma soprattutto avevo un buon senso dell’equilibrio, che mi aiutava sulle placche, e ovviamente… non soffrivo di vertigini! Poi mi ero forgiato dei piccoli chiodini appuntiti, che andavano benissimo nei buchetti del calcare e si potevano anche accoppiare. E poi… difficilmente sarei riuscito a tornare indietro!

Insomma, dopo l’immancabile bivacco, il 17 luglio sei uscito, e intanto gli amici?
I miei amici non erano rocciatori ma, si direbbe oggi, dei buoni escursionisti. Gianfranco era mio coetaneo e spesso mi accompagnava in montagna sulle vie normali “difficili” e faceva delle gran belle fotografie, come quella volta. Di corda ne avevamo una sola e ovviamente l’ho presa io. Quindi eravamo d’accordo che sarei tornato a prenderli; solo che noi pensavamo in giornata. Comunque appena sono uscito, al mattino presto, mi sono calato dalla via di Rudatis, li ho raggiunti sullo zoccolo e siamo scesi e poi siamo andati al Coldai.

Così hai scritto una pagina nella storia dell’alpinismo dolomitico! Alfonso Bernardi ti ha dedicato un bel racconto ne La Grande Civetta, Alessandro Gogna un intero capitolo in Sentieri Verticali, che ha intitolato Un giorno da Leoni, e anche Ivo Rabanser ha inserito la tua via tra gli itinerari difficili da consigliare in Dolomiti. E tu negli anni dopo cosa hai fatto? Hai mai ripetuto la via?
No, no, quella via non l’ho mai ripetuta. Però ho continuato a scalare per molti anni, sempre da queste parti e durante le ferie. Le classiche del Civetta le ho fatte quasi tutte, la Solleder due volte, e una terza volta, arrivati al Cristallo, abbiamo proseguito per la via dei Tedeschi alla Piccola Civetta, che trovai ancor più impegnativa della Solleder. Spesso scalavo da solo: nel ’61 avevo ripetuto la Via degli Agordini sulla Nord della Piccola Civetta, senza corda e senza chiodi. Nel ’66 dopo averla attaccata per errore con mio fratello (volevamo ripetere la via De Toni–Pollazzon, ma c’era la nebbia) ho aperto una via nuova sulla parete est della Torre di Valgrande con mio cugino Orazio de Toni. Nel ’74 ho fatto in solitaria la Rudatis–De Poli alla Torre di Alleghe, dove ero sceso nel ’64. Poi ho ripetuto anche il Philipp–Flamm.

Domenico Bellenzier nel 2014

E poi, arrivando a oggi, la passione ti è sempre rimasta?
Certo! Per molti anni ho fatto parte del Soccorso Alpino, e mi ricordo anche degli interventi molto difficili, come una volta sul Philipp dove mi sono calato per duecento metri per recuperare due austriaci e due svizzeri. Nella seconda metà degli anni ’70, per potermi costruire la casa, ho accompagnato qualcuno in montagna, facevo spesso la Tissi al Pan di Zucchero. Poi ho lavorato nella costruzione della funivia della Marmolada, e una volta sono rimasto sotto una slavina. Sul Civetta ci sono salito ancora due anni fa (a 73 anni! NdR). Un’altra passione della mia vita sono le sculture in metallo, che facevo con i residuati bellici recuperati in Marmolada.

 

Ora si è fatto davvero tardi (sono quasi le 9 di sera e Domenico e la moglie devono ancora cenare). Lo ringrazio davvero per la sua disponibilità ed esco augurandogli buon anno, con la speranza che la prossima estate Domenico voglia salire con me ancora una volta sul Civetta.

Bibliografia
Ivo Rabanser, Civetta, Guide dei monti d’Italia, CAI–TCI, 2012
Alfonso Bernardi (a cura di), La Grande Civetta, Zanichelli (BO), 1971
Alessandro Gogna, Sentieri verticali, Zanichelli (BO), 1987
Ivo Rabanser-Orietta Bonaldo, Vie e vicende in Dolomiti, Ed. Versante Sud, 2005

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Walter Nones

Oggi è il quarto anniversario della scomparsa di Walter Nones al Cho Oyu: si tratta di una figura di uomo e alpinista che, anche per sua stessa volontà, non è ancora emersa all’attenzione in tutto il suo valore.

Siamo in tempi in cui alcuni sostengono che l’alpinismo tradizionale è morto. Questo blog sente l’esigenza morale, quasi il dovere, di portare all’attenzione del pubblico i tanti (e non “pochi”) personaggi italiani e non che hanno saputo darsi interamente alla passione per la montagna. Ove per “darsi interamente” non significa necessariamente morire: significa continuare la lunga tradizione che l’uomo ha per la ricerca avventurosa, nell’amore per la natura e nel congenito rifiuto di gran parte degli aiuti tecnologici.

“Io stesso se penso alla mia morte la immagino in montagna e non ne ricavo un senso di paura ma di serenità, perché andare in montagna è una scelta che si fa con il cuore e significa vivere la vita in un certo modo ma anche accettare un certo modo di morire (Walter Nones)”.

Riporto integralmente la lettera che ho ricevuto da Manuela Sparapani Nones, che, oltre a crescere magnificamente i due figli, trova anche il tempo di continuare a gestire con il suo amore il sito www.walternones.it, in cui ci si può informare su tutte le iniziative targate Memorial Walter Nones.

Caro Alessandro,
è difficile scrivere di Walter in poche righe ma ci provo.

Ogni volta che penso a lui mi scatta automatico un sorriso perché era un uomo solare ed è stato il migliore compagno che potessi desiderare di avere accanto. La sua passione per la montagna e il suo lavoro di istruttore e di guida alpina lo tenevano spesso lontano da casa ma quando era con noi ci dava tutto se stesso ed era un padre meraviglioso, ne ho la conferma ogni giorno perché lui continua a vivere attraverso i nostri bambini, man mano che crescono gli assomigliano sempre di più , fisicamente, caratterialmente ma anche per l’amore che nutrono per la montagna. Mi piace fare escursioni con loro perché stringono i denti e non si lamentano quando c’è da far fatica, si divertono un mondo a scalare tutti i massi che incontrano, si incantano di fronte ai panorami e mi fanno un sacco di domande sulle montagne che ha scalato il papà, in alto si sentono più vicini a lui e quando torniamo a casa sono sempre entusiasti e pensano già alla prossima gita. Patrik ed Erik sono il più bel regalo che Walter mi ha fatto. Un altro dono sono gli amici, nostri, suoi e quelli che si sono aggiunti dopo la sua morte, sono diventati parte della famiglia sono persone apparentemente normali ma hanno tutti una storia speciale e un cuore grande come quello di Walter. Patrik ha nove anni (la k viene da K2, perché quando Walter l’ha salito lui era nella mia pancia; Erik ha sei anni ed è quello che gli assomiglia di più.

Mingma Sherpa e Walter Nones sotto al Cho Oyu
Nones-MingmaSherpa-603Cercava di documentare il disagio degli sherpa, in quel periodo al campo base del Cho Oyu erano parecchie spedizioni per lo più commerciali e le condizioni della montagna erano pessime da quella parte, ovvero per la via normale (il contrario invece sulla parete sud-ovest, quella che stava scalando Walter, perché spazzata dal vento); alcuni sherpa erano stati investiti da valanghe e giustamente si rifiutavano di salire a batter traccia, i clienti delle varie spedizioni erano arrabbiati e si era creata una forte tensione, alla fine i portatori hanno smontato i vari campi e in quel momento c’era una lunga processione di uomini carichi come muli che scendevano al base. Tutto questo per Walter era assurdo, uomini che per lavoro devono rischiare la vita per il divertimento di altri. Peccato che la videocamera e la macchina fotografica siano andate perse durante la caduta sarebbe stato bello avere quelle immagini e magari portare avanti ciò che Walter aveva iniziato.

Desiderava fare qualcosa per aiutare i bambini, si stava informando a chi appoggiarsi e come poteva fare, pensava comunque a una scuola o a un distretto sanitario. Quando c’è stata quella grande alluvione in Pakistan aveva inviato un sostegno al suo ufficiale di collegamento del Nanga Parbat , era un insegnante di inglese e nel suo villaggio l’acqua aveva portato via tutto compresa la scuola… servivano libri di testo e materiale scolastico e così ha provveduto lui, ha ricevuto anche una medaglia al valore per essersi prestato in Nepal, prima di sua iniziativa e in seguito su richiesta del governo, a ricercare e trarre in salvo diverse persone disperse e rimaste isolate in seguito a una forte nevicata. Poi ha avuto altri riconoscimenti ma di tutto questo lui non diceva mai niente, sosteneva che quando fai qualcosa per gli altri lo fai perché te lo senti dentro e perché è giusto così, non serve che gli altri lo sappiano. Infatti ora se potesse leggere questa e-mail si arrabbierebbe tantissimo con me…

Ti chiederai a questo punto com’era Walter alpinista.
Non era un collezionista di vette, non gli interessava mettere una crocetta per ogni cima raggiunta ma piuttosto il modo in cui saliva, amava l’esplorazione, lo studio di una nuova via, la preparazione fisica e mentale, non voleva portatori e l’uso di ossigeno non rientrava nella sua idea di alpinismo. Era lui che doveva scalare la montagna ed era giusto arrivare fin dove le sue capacità e il suo fisico (a volte anche il meteo…) glielo permettevano. La sua passione era per le grandi montagne, perché lì, diceva, c’è ancora qualche porta aperta all’esplorazione, poter salire su una parete inviolata in stile alpino dopo mesi di studio significava realizzare un sogno ma anche avere la conferma che il suo progetto era realizzabile. In spedizione sono fondamentali i compagni di scalata e in Karl Unterkircher, con il quale aveva scalato il K2 nel 2004 e il Genyen nel 2006, aveva trovato il partner ideale, fortissimo scalatore ma anche compagno di merende. Con lui aveva instaurato un’amicizia solida, nutrivano le stesse passioni, avevano dei progetti importanti e c’era una grande fiducia reciproca, fondamentale. Fu dura per Walter accettare la scomparsa di Karl al Nanga Parbat e le polemiche che seguirono non furono certo d’aiuto. Lui piangeva un amico, gli altri si preoccupavano del conto degli elicotteri. Qui dovrei aprire una parentesi, ma se vorrai, Alessandro, un giorno ti racconterò come è andata… comunque Walter era convinto di poter fare almeno un tentativo per recuperare il corpo di Karl e invece si è trovato poche ore più tardi migliaia di metri più in basso catapultato in una conferenza stampa internazionale, figurati dopo giorni trascorsi isolati sopra i 7000 metri con un meteo avverso che li faceva avanzare lentamente perché non c’era visibilità, non potevano scendere e dovevano restare concentrati, una volta giù il suo pensiero era solo per l’amico perso e per la sua famiglia. Non è stato facile superare questo momento ma la serenità l’ha ritrovata nuovamente in montagna.

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Sono convinta che per la maggior parte della gente sia difficile comprendere cosa spinge questi uomini a praticare l’alpinismo estremo e non mi stupisco, ma posso assicurare come compagna di vita di Walter che non erano la sfida o il rischio o la fama a spingerlo verso queste imprese ma qualcosa di profondo radicato in lui, una grande passione che lo portava sempre lì a confrontarsi con queste immense pareti, con umiltà e rispetto.

Guardando i video e le foto che ritraggono Walter in qualche spedizione vedo la serenità nel suo volto: i suoi occhi hanno sempre una luce speciale e si capisce che era davvero felice, per questo sono contenta di non averlo mai ostacolato nelle sue scelte.

La sua vita è stata breve ma l’ha vissuta intensamente fino all’ultimo attimo, dalle pendici di un 8000 ha ammirato ancora una volta le vette dell’Himalaya, l’ultimo pensiero è stato sicuramente per noi a casa. Il Cho Oyu l’ha voluto per sé per sempre ma di lui mi rimane il suo amore per noi e per le montagne, il suo modo di affrontare la vita di ogni giorno con entusiasmo e umiltà, l’onestà, il senso dell’amicizia, la curiosità, la gioia di vivere e la consapevolezza che ogni giorno è speciale.

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Walter Nones era nato a Cavalese il 5 novembre 1971. Era guida alpina, Istruttore Scelto Militare di Alpinismo e istruttore di sci presso il Centro Carabinieri Addestramento Alpino di Selva di Val Gardena. Cresciuto a Sover, in Val di Cembra, già all’età di 14 anni inizia ad arrampicare.

Sul K2 nel 2004 assieme a Silvio Mondinelli trovò la forza di aiutare gli alpinisti spagnoli che in discesa dalla vetta erano in difficoltà. Quel giorno era arrivato in vetta insieme a Silvio Mondinelli, Karl Unterkircher, Michele Compagnoni e Ugo Giacomelli. Poi, e non era assolutamente facile e scontato, ha avuto la forza di dare una mano a due alpinisti spagnoli in difficoltà.

Nel 2008 sul Nanga Parbat, assistette alla morte del compagno di cordata Karl Unterkircher per caduta in crepaccio. Assieme Simon Kehrer, stavano salendo in tre e in stile alpino una via nuova sulla parete di Rakhiot. I due, che avevano come possibilità di salvezza solo l’uscita verso l’alto, completarono la via, raggiungendo l’itinerario di Hermann Buhl e scendendo poi per esso, rinunciando alla vetta vera e propria, e terminando la loro odissea.

Con il compagno Kehrer scrisse il libro È la montagna che chiama, giugno 2009, Mondadori.

Patrik, Manuela, Erik
NonesManuela-Erik-Patrik-memorial2014_01La successiva spedizione di Walter fu sul Cho Oyu, nel tentativo di aprire una nuova via sul versante sud-ovest, assieme a Giovanni Macaluso e Manuel Nocker. I compagni di cordata si erano fermati al campo più basso per alcuni problemi di acclimatazione. Walter, in condizioni fisiche migliori, aveva deciso di attrezzare il campo più alto da solo. La ricostruzione dell’incidente non può essere fatta con precisione perché al momento dell’incidente l’alpinista era solo, si presume però che lo abbia colpito una valanga, circa a 7000 metri. Era il 3 ottobre 2010.

Walter Nones sulla Parete Rakhiot del Nanga Parbat
OLYMPUS DIGITAL CAMERALe ascensioni di Walter Nones
Prediligendo il ghiaccio e il terreno misto, oltre a un grande numero di ripetizioni su classiche dolomitiche del Sesto grado, Walter Nones ha compiuto molte ascensioni alpinistiche sull’arco alpino. Valido scialpinista ha partecipato al Trofeo Mezzalama nel 2003 e nel 2005, alla Sellaronda Skimaraton dal 1997 al 2004 e a tutte le gare comprese nella Coppa delle Dolomiti dal 1997 al 2004.
Tra le ascensioni notevoli ricordiamo:

1995
Island Peak 6.189 m (Nepal)
Lobuche East Peak 6119 m (Nepal) – 1a asc. Nei Secoli Fedele (VII)

1997
Creta di Timau (Alpi Carniche) – 1a asc. sulla Parete del Gamspitz di Volo con l’aquila (VII) con Erwin Maier

1999
Mount McKinley 6194 m (Alaska) – Via West Buttress

2002
Stevia (Val Gardena) – 1a asc. di una via nuova (VII) con Giovanni Macaluso

2003
Aconcagua 6962 m (Argentina) – Via Falso dei polacchi

2004
K2 8611 m (Pakistan) – Sperone degli Abruzzi senza ossigeno

2006
Mount Genyen 6240 m (Cina) – 1a asc. assoluta lungo lo spigolo nord in stile alpino (con Karl Unterkircher)

2007
Steviola (Val Gardena) – 1a asc. di Aspettando i Gigli (VIII)

2008
Chongra Peak Nord 6840 m (Pakistan) – 1a asc. assoluta lungo la cresta ovest in stile alpino
Nanga Parbat 8125 m (Pakistan) – 1a asc. della parete Rakhiot in stile alpino (cima non raggiunta)

Le sue ascensioni sono sempre state effettuate in stile alpino e senza ossigeno.

Nones--

postato il 3 ottobre 2004

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Ferdinando Rollando

Nessun potere ha l’uomo sopra il vento (Qohélet 8.8)
Nessun potere ha l’uomo sopra il vento, quel vento che è il suo soffio vitale. Perciò nessun potere sul giorno della sua morte. È l’amara ma pacificante conclusione cui ogni lutto dovrebbe farci arrivare.

Jassmin e Nando
Jassim Mouzani,16 anni, con la guida alpina valdostana Ferdinando Rollando, 52 anni in una foto diffusa il 15 luglio 2014.  I due risultano dispersi dal 9 luglio 2014 sul Monte Bianco. Le ricerche sono concentrate sul versante francese della Bionassay. ANSA/Il 17 agosto 2014, nella parrocchia del paesino di Ollomont, questa verità è apparsa chiara a tutti, tanto tragica quanto compositiva della sofferenza di chi è rimasto.

La guida Ferdinando Rollando e il suo giovane cliente e amico Jassim Mazouni sono scomparsi due mesi fa il 9 luglio 2014, dopo aver intrapreso la salita al Monte Bianco dal rifugio Gonella. I loro corpi a tutt’oggi non sono stati trovati, né si sa con certezza cosa sia successo.

Alla cerimonia, piangenti come tutti, sono presenti anche il papà e la mamma di Jassim.

Nando e le sue capacità manuali
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Il parroco paragona Nando a Ulisse, l’uomo di multiforme ingegno dell’Odissea, io guardo in prima fila Ernesto e Virginia, i figli di Nando, con la mamma Alice. E vedo anche Nicola e Angela Rollando, fratello e sorella di lui. Non ci sono i genitori, troppo anziani per rimuoverli da Sestri Levante.

Nando insegna lo sci ai ragazzini afghani
Rollando-11184872-kiZH-U10301962972849mJF-568x320@LaStampa.itA officiare c’è anche un sacerdote anziano, zio di Nando. Prende la parola e subito ci trascina in un mondo di fede che non è il nostro ma di cui abbiamo tanto bisogno. Ci dice che tutti abbiamo bisogno di una parola che faccia compagnia al cuore, anche uno sguardo, una stretta di mano, una parola che ci dica solidarietà, che ci dica che non siamo soli. Ci sono parole così forti che ci fanno diventare parole noi stessi. Ci sono persone che sono una parola e, per quello zio sacerdote, Nando lo è stato.
Hai sempre cercato esperienze di frontiera, le zone estreme, i confini del possibile. Sei stato sempre in continua tensione. Chi ti ha incontrato sa che eri speciale, volevi essere te stesso inseguendo le tue intuizioni che divampavano dentro di te. Eri speciale nei tuoi sogni, desideri e scelte. Da me attendevi sempre un consenso che non sempre potevo darti. Provavo a porti dei confini… e mi sbagliavo. So di averti fatto soffrire, ma sei sempre tornato a raccontarmi i tuoi sogni, perché mi avevi perdonato”.

La salita al Monte Bianco in una foto di Nando
Salita al Monte Bianco. Foto Ferdinando Rollando.Dopo la funzione è la volta di coloro che hanno qualcosa da esprimere, qualcosa da condividere, forse confessare.

Il primo è il figlio Ernesto: per lui suo padre ha sempre condiviso, con tutti e con lui, così tanto da avere un’eredità che ci vorrà anni a digerire. Stargli dietro era difficile.
Però sempre tornava, forse si accorgeva che dietro di lui non c’era nessuno perché si era spinto troppo avanti… tornava alla semplicità, al suo campo di patate… non è mai stato soft quando ci spingeva a ricordarci le cose semplici”.

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La foto ricordo ha un solo grande significato: “gli occhi con cui Jassim e Nando si guardano… stavano salendo verso qualcosa di speciale”.
“Mio padre era di una generosità portata all’estremo, nel luogo più estremo, nel lontano Afghanistan”.

Vaud, valle di Ollomont (Valle d'Aosta), casa Rollando

Guya, Nando e Marco Amatteis davanti alla casa di Nando a Ollomont
Rollando-IMG_00000224Poi è la volta di Virginia, un discorso rotto dalle lacrime, dai singhiozzi e da qualche sorriso di amore: “Grazie per essere stato il mio eroe, il mio insegnante. Grazie per avermi mostrato come si vive con passione. Grazie di non aver perso neppure un giorno di quelli che hai vissuto. Grazie alla nonna Carmen, il contrario dell’egoismo, una felicità dovunque andasse… Mio padre ha avuto vita incredibile, si lanciava nei suoi desideri. Con la gioventù dei suoi oltre cinquant’anni. Jassim non ha avuto la stessa mia fortuna, non ha fatto a tempo… e non passa giorno senza che io lo pensi”.

Lo studio di Nando
Vaud, valle di Ollomont (Valle d'Aosta), casa RollandoPietro Giglio, in divisa da guida di Valpelline, ha in mano un cappello piumato, simile a quello che lui stesso ha sopra la testa. Piange visibilmente: “Questo è il suo cappello di guida… Per tanto tempo è stato dei nostri. Poi, da una parte la rigidità la tradizione, dall’altra la sua esplosività… così le strade si sono divise, però è rimasta un’amicizia… ho ripensato al lontano 1890, quando il conte Umberto Scarampi di Villanova, con le grandi guide Jean-Joseph  Maquignaz e Antonio Castagneri, scomparvero salendo alla cresta di Bionassay, mai ritrovati. Forse la montagna trattiene con sé i figli ai quali vuole più bene. E di bene Nando alla montagna ne voleva molto… Ernesto e Virginia: questo cappello conservatelo caro”.

Guya, incollata alla stufa, osserva Nando che fa il cuoco e intanto parla, parla…
Vaud, valle di Ollomont (Valle d'Aosta), casa Rollando
Lo segue Oreste Squinobal, che ricorda di essere stato istruttore di Nando al Corso Guide: “Era una testa dura. Molte volte l’ho sgridato: ma più lo riprendevo, più la stima aumentava. In seguito ci fu grande amicizia, quando veniva sul Monte Rosa passava sempre a trovarmi”.

Va al microfono ora la cosiddetta “Virginia grande”, l’amica tramite la quale Alice e Nando si conobbero. Di lei riporto una frase acutissima, vera: “Nando era impetuoso ma anche delicato, ascoltava. Sapeva essere cauto, saggio e rispettoso”.

17 agosto 2014: le patate che Nando non potrà raccogliere
Rollando-IMG_00000223Poi è la volta di un vecchio amico e cliente, l’ing. Carlo Piazza. Che ci evoca scontri duri, quasi a piccozzate. Si ritiene il simbolo di uno dei suoi primi clienti. Dice che era lo spauracchio dei gestori di rifugio per la ben nota sua capacità di sommergerti di parole. E il bello è che Nando dava la colpa a lui di essere cambiato. Perché prima non parlava con nessuno, da buon ligure solitario. “Non c’era volta che non portasse in rifugio una bottiglia del mio vino, che diceva essere il migliore. Ma arrivava anche con cibi improponibili in un rifugio, ad esempio le “anciue sutta sâ” (acciughe sotto sale) che portava direttamente dalla cucina di sua mamma Carmen.… Tra mail lunghissime e telefonate chilometriche, alla fine quel che rimaneva era la sua disponibilità: John Ruskin diceva che merita la libertà soltanto chi deve lottare giorno per giorno guadagnarla. La sua capacità di ottimismo lo distingueva da tutti gli altri, con quella era pronto a guadagnare la vita giorno per giorno”.

Nando in marcia in Afghanistan
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Vincendo una naturale ritrosia, anch’io mi avvio al leggìo, e sento subito che le parole fanno fatica a uscire. Sento l’intera chiesa commossa come me.
Nel mio giardino c’è della terra afghana. Un giorno Nando ci ha portato dell’uva racchiusa in una specie di doppia scodella di fango rappreso, un sistema tradizionale e ingegnoso di conservazione dei grappoli. Dopo qualche tempo ho rotto l’involucro di terra, curioso di assaggiare l’uva. E la terra? L’ho buttata in un punto preciso del giardino, che conosco solo io.

Casa Rollando a Ollomont
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Nel nostro frigorifero c’è un’enorme arbanella (nome ligure per “grosso barattolo di vetro) piena di anciue sutta sâ. Non so per quanto occuperà ancora lo spazio. Ho tentato di ridurre la scorta, ho fatto esperimenti, cremine… ma alla fine le ho annegate nell’aglio, in definitiva l’intruglio lo mangiavo solo io…

In casa abbiamo una vetrata, sul metallo dell’intelaiatura con il freddo esterno si formano all’interno gocce d’acqua che colano sul muro sotto, creando una striscia nera. “Ah, qui è un attimo, te lo sistemo io”, diceva. Ma tra un viaggio e l’altro in Afghanistan non ce l’ha fatta… non ci è riuscito rapido ed efficiente come ha fatto con la mia bici, con una specie di soppalco e con un tombino davanti alla porta d’ingresso. C’erano cose facili che lui faceva “in un attimo”, appunto grazie alla sua disponibilità e abilità manuale, ma c’erano cose più difficili, da rimandare e che noi ovviamente non esigevamo.

Nando ed Ernesto
Rollando-indexIo non ho mai conosciuto nessuno che, in partenza solitaria per tentare di salvare vite umane in Afghanistan, parcheggiasse l’auto a 4-5 km di distanza dalla Malpensa, per risparmiare il posteggio: e che si “camallasse” sacche e zaino, di notte o di giorno sotto al sole, per un tutto ben oltre i 22 kg concessi dalla compagnia aerea, con dentro apparecchi ARTVA e sonde. Nessuno che avesse questa capacità di generosità e creatività, troppa a volte. Ma quello che stupisce oltre modo è osservare quanta capacità di sopportare solitudine avesse. Non solo perché si trovava tra gente straniera (qualcuno con cui parlare, in varie lingue, anche il dari, si trova sempre). Parlo della solitudine di chi ha ideato, magari creato e intorno a lui non c’è nessuno che lo capisca, né alcuno dei poveracci “salvati” né di quelli che sono là perché dovrebbero fare qualcosa, mi riferisco ai burocrati, sia quelli afghani che quelli delle ONG e dell’ONU. Lo scontro tra di loro era inevitabile, produceva faville, illusioni, rovina. I risultati a volte c’erano, a volte no, ma la solitudine c’era sempre. Perché nessuno era in grado di capire quello che lui stava facendo o tentando di fare.

In Italia qualcuno c’era. Ma anche qui non capivamo i metodi, le acrobazie, di questo saltimbanco che una ne faceva e cento ne pensava. Un uomo che non aveva un dove, l’unico dove che aveva era il tutto. Potrei continuare per ore. Però il saggio sa quello che dice, lo stupido dice quello che sa. E io vorrei stare in mezzo, perciò chiudiamola qua.

Ma chi chiude davvero è Nicola, il fratello: una straordinaria somiglianza fisica con Beppe Grillo, in meglio, ma questo non c’entra. Per Nicola, lui e Nando erano estremamente diversi, complementari. “Tra noi discussioni furibonde. Ma l’ultima volta che ci siamo visti, distrutti dal litigio, ci siamo addormentati assieme davanti alla TV. Lui che la TV non la guardava mai”.

Ci sarebbero ancora tante cose che mi si affollano in mente. L’approfondimento di ciò che è stato detto: condivisione, generosità, disponibilità, creatività, irruenza e leggerezza, solitudine. Specie su quest’ultima mi viene da aggiungere che sono stato tra quelli che a un certo punto non hanno creduto più in Alpistan, tra quelli che lo hanno lasciato solo, nella speranza che tornasse, che venisse in Italia a fare l’architetto e/o la guida alpina. In questo mi sono unito alla moglie Alice e a quelle poche di cui lui si era in seguito innamorato. Nella speranza che il bel gioco si rompesse anche per lui, perché era diventato troppo pericoloso. Ma a volte un gioco, quando si rompe, è così distruttivo da annientare la voglia di vivere.

Addio, Nando!
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Marco Furlani e io, assieme a molti altri, non avremo più chi ci cucinerà, da ubbriaco, gnocchi o ravioli. Noi, colpevoli di averlo fatto bere un bicchiere o due di più. Le nostre cucine saranno libere dal pericolo di essere infarinate senza rispetto e risparmio: le cucine saranno linde, ma le cicatrici stenteranno a chiudersi. A casa mia c’è una camera degli ospiti, e sarà sempre la camera di Nando.

E Nando è rimasto sul Monte Bianco, il ricordo di Vanessa Bettucchi

Ciao Nando ci si vede, il ricordo di Stefano Michelazzi

Alcuni scritti di Nando

Il film di Nando: Re: Afghanistan (avvertenza: il download potrebbe richiedere parecchi minuti).

postato il 9 settembre 2014

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La via di Gian Piero Motti

Il 15 gennaio 1967 Paolo Armando ed io (che nelle vacanze di Natale avevamo salito in seconda invernale la via Ottoz-Viotto al Dente del Gigante) avevamo pernottato in una malga sotto l’Uja di Mondrone (Val di Lanzo). Mentre stavamo per partire, ecco che arrivano direttamente dal paese tre alpinisti torinesi: Ilio Pivano, Sergio Sacco e Gian Piero Motti. Io non conoscevo nessuno, solo Motti di nome, più che altro perché me ne aveva parlato Paolo. Paolo invece, torinese, li conosceva bene tutti e, come al solito, ne diffidava. Ma quella volta accettò di buon grado la loro compagnia, perché naturalmente, la meta era la stessa, la via di Guido Rossa alla parete nord dell’Uja di Mondrone. Dopo un’oretta eravamo all’attacco, e io iniziai per primo. Faceva un freddo siderale, ricordo alla fine della prima lunghezza, una “bollita” alle mani storica davvero. Ma poi prendemmo il ritmo e salimmo tutti e cinque fino in cima, arrivando al paese verso le otto di sera. All’osteria ci ripromettemmo di rivederci, cosa che avvenne solo il 2 luglio 1967, quando scalammo assieme sulla Parete dei Militi (Valle Stretta), la via Gervasutti di destra. Qualche giorno dopo ci fu lo storico tentativo di ripetizione della via Gervasutti alla parete est delle Grandes Jorasses (12 luglio 1967): tornammo indietro battuti da ripetute e pericolose scariche di sassi. Per rifarci scalammo, il 17, la via Ratti-Vitali alla Ovest dell’Aiguille Noire.

Gian Piero Motti sulla Rocca Nera di Caprie (Valle di Susa), via dei Tempi Antichi, 3 novembre 1982
Rocca Nera di Caprie (Valle di Susa), via dei Tempi Antichi, Gian Piero Motti, 3.11.1982Era anche tempo di grandi discorsi, chiacchierate infinite. Ovviamente parlavamo di alpinismo, e sarebbe troppo lungo riferirne, anche perché dovrei riportare le lettere che ci scrivevamo. Parlavamo soprattutto delle salite in programma, ma anche ci complimentavamo l’un l’altro per le ascensioni che intanto facevamo con altri. Poi volevamo scrivere la monografia sulla Torre Castello (Rocca Provenzale), cosa che poi in effetti facemmo. Come maschietti eravamo anche abbastanza arrapati, perciò i discorsi, specie in compagnia di altre persone, spesso avevano un senso decisamente unico… Naturalmente, passando gli anni, crescevamo e quindi tono e argomenti di discorso subirono grandi evoluzioni.

Che cosa rappresentava per noi una salita? Nei primi anni, prima dei Falliti, una salita per lui era l’azione, era il suo modo di realizzare la sua passione per la montagna, per la natura e per l’avventura. Più o meno allo stesso modo di tanti. In seguito, da una posizione di assoluto rifiuto dell’alpinismo, come di chi non ne vedesse più l’utilità, passò ad una graduale rivalutazione (e quindi a un forte riavvicinamento all’attività alpinistica) dell’idea di salire sportivamente e con difficoltà sulle montagne. Fu uno dei principali promotori del mito californiano, considerato un prezioso alleato per movimentare l’establishment del tempo. Qualunque cosa fosse «diversa» serviva per rompere il quadro precostituito in cui vedeva agitarsi la maggior parte degli alpinisti.

Negli anni Settanta questo volle dire il Nuovo Mattino. Gian Piero, affascinato dal pensiero californiano, ma anche dal più sperimentato real climbing inglese, fu uno dei principali interpreti della nuova Weltanschauung, più o meno in contemporanea con Patrick Cordier, con Ivan Guerini, con i Sassisti di Sondrio. In seguito, nel 1980, m’incoraggiò a dare corpo a queste nuove acquisizioni culturali e comportamentali tramite la stesura dei 100 Nuovi Mattini, una visione tutta italiana dei libri di Ken Wilson. Si parlava di free climbing e non sapevamo che questo fenomeno a noi così caro sarebbe andato a finire sul patibolo dell’arrampicata sportiva, come del resto ebbe il tempo di vedere anche Gian Piero. Tutto Arrampicare a Caprie verte su questo tema, la morte del Nuovo Mattino.

In definitiva l’alpinismo era per Motti un mezzo che ciascuno interpretava: per raggiungere l’illuminazione e la verità per alcuni, per altri un gioco al massacro, per altri un divertimento tipo hobby, per altri ancora una vera e propria dannazione. A ciascuno il suo alpinismo, ecco il suo ideale. Anche il suo ideale di vita era semplice: ciascuno doveva trovare il suo. E lo dimostrò intraprendendo la sua strada, con grande impegno, senza farsi distogliere dagli ideali degli altri o dai controlli della società. Così per lui stesso un’ascensione divenne il riproporsi cadenzato e metodico di un simbolo a tinte fortemente religiose, anche se non nel senso tradizionale del termine «religione». Era l’ascesi dell’anima verso Dio (ove per Dio s’intenda qualcosa di ben diverso dal Dio tradizionale, non solo cristiano).
Non ricordo quali fossero le sue letture preferite. Era però di sicuro abbastanza onnivoro: una cosa di cui sono certo è che aveva letto più di un libro di Sigmund Freud, cosa che secondo me, forse per inconscia contraddizione, lo spinse a intraprendere un cammino personale e psicologico molto simile a quello di Carl Gustav Jung.

Lavorava sui suoi scritti, oppure leggeva, sempre di pomeriggio, talvolta di sera, mai al mattino. Al mattino dormiva sempre fino alle 11 o anche oltre, perché diceva che i sogni «forti» vengono sempre e solo al mattino.

Gian Piero Motti in Sbarua (Pinerolo), 1a lunghezza della via Gervasutti, 19 marzo 1972
Sbarua (Pinerolo), via Gervasutti, 1a L, G.P.Motti,  19.3.1972L’aver letto una quantità smisurata di scritti d’alpinismo, non solo in italiano, è un riflesso del suo desiderio di indagine storica. L’indagine, più che storica, era semplicemente un’indagine. Gli storici (o meglio i cronisti) fino ad allora avevano registrato degli avvenimenti, magari polemizzando sulle performances (Rudatis, Preuss, ecc.), ma nessuno aveva mai scritto una «storia» dell’alpinismo tentando di attribuire agli avvenimenti un fine, un disegno, o magari semplicemente di definire delle espressioni di comportamento. Ecco perché indagine. Duecento anni di alpinismo la ponevano qualche domanda sul perché. Non bastava più Mallory a spiegarci che si va sui monti perché «sono là».

Passava da una profonda ammirazione per alcuni alpinisti, Giusto Gervasutti in particolare, alla dovuta considerazione per altri, in una scala assai variegata e complessa. Credo che leggere attentamente la sua Storia dell’Alpinismo c’insegni quanto lui leggesse per amore e quanto i suoi giudizi, a volte un po’ duri e controcorrente, fossero sinceri. In ogni caso non si soffermava mai solo sulle imprese, voleva sempre conoscere le motivazioni e le inseriva nel contesto storico. Come del resto fa qualunque vero storico che non sia proprio nella tradizione di Tacito. La Storia dell’Alpinismo non bisogna leggerla solo in chiave psicoanalitica: ci sono ricerche e annotazioni culturali e di ambientazione che esulano totalmente dall’ambito psicologico. Quello della chiave psicoanalitica risultò per molti il primo vero ostacolo alla lettura, a volte un rifiuto. I detrattori sbuffavano e urlavano al falso profeta maledetto e bugiardo; i sostenitori leggevano beati capendo il 50%; c’erano anche quelli che non capivano niente, facevano spallucce e giravano pagina.

postato il 5 maggio 2014

Gian Piero Motti sui massi delle Courbassere (Valle di Lanzo), 2 marzo 1980
Courbassere (Valle di Lanzo), 2.3.1980,  G.P.Motti

 

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Venti anni fa, Roby. E trenta

Venti anni fa, Roby. E trenta
di Fabrizio Antonioli

A pag 271 della guida CAI‐Touring “Sicilia”:  “… Monte Cofano, parete sud, via a Vela, Fabrizio Antonioli, Roby
Manfré Scuderi a c.a., utili dadi e chiodi. Sviluppo 210 metri, difficoltà V+, 4 maggio 1984. Sale uno sperone
rossastro di bella roccia…“.
Roby, classe 1961, l’ho conosciuto nel 1980 a Palermo dopo una corrispondenza intrattenuta con Marco
Bonamini, ai tempi lavoravo in Calabria ed ero molto curioso delle pareti selvagge ed odorose che svettano
sulle coste NW della Sicilia.

Roberto “Roby” Manfré a Monte Cofano, 1a asc. Pilastro a Vela, 4 maggio 1984
a roby-2_Pagina_02aFaraglione di Monte Monaco, Roberto Manfré sulla 1a lunghezza di Pace di Chiostro, 1a asc., 12 ottobre 1981
Faraglione di Monte Monaco, Roberto Manfré sulla 1a lunghezza di Pace di Chiostro, 1a asc.

Giorgio Mallucci e Roberto Manfré sulla 6a lunghezza del Canto del Gallo, 1a asc., 9 ottobre 1981
Giorgio Mallucci e Roberto Manfré sulla 6a lunghezza del Canto del Gallo, 1a asc.Marco Bonamini e Roberto Manfré su Pace di Chiostro, 1a asc., 12 ottobre 1981
Marco Bonamini e Roberto Manfré, prima ascensione di Pace di Chiostro al Pizzo MonacoRoby Manfré, assicurato da Francesca “Chicca” Colesanti sulla 1a lunghezza di Quattro passi nell’acqua (Capo Calavà), 1a asc., 28 dicembre 1988
a roby-2_Pagina_07aRoby Manfré su Forzaottanta, Gaeta
a roby-2_Pagina_09aValdesi, dopo la Luffa… Arrivederci, Roby!
a roby-2_Pagina_14aGiunto a Palermo con la mia AMI 8 arancione fui accolto con amicizia ed ospitalità. Roby aveva 19 anni ed era
già l’arrampicatore piu’ elegante e del gruppo. Marco, Giuseppe, Alessandro, Maurizio i suoi amici e compagni
di cordata avevano una forte stima e formavano un gruppo formidabile e compatto. Fu subito amicizia, spesso
passavo qualche giorno a Palermo a casa di Roby, in un clima di familiarità con sua madre, i suoi fratelli
Gabriele (compagno di molte salite con Roby) e Perla. Di solito mi portava a salire qualche via da lui aperta o
riscoperta.
Negli anni successivi fu una condivisione totale, il raduno di Hellzapoppin al Circeo, la discesa di Alessandro
Gogna, lo Sballo di San Vito e il Canto del Gallo, la grande crescita di Roby come alpinista e arrampicatore di
punta, le sue imprese (centinaia di nuovi itinerari aperti in una Sicilia selvaggia, tra tutte: Fata Morgana, Gioco
d’Ombre, Ombra silenziosa, Ho sentito le Sirene Cantare aperta in solitaria) il suo grande desiderio di imporsi
nel panorama alpinistico Nazionale, il corso INAL, il suo ingresso nella Scuola Centrale del CAI. Ho visto Roby
“crescere” e farsi spazio con serietà e dedizione. Roby voleva vivere di alpinismo, e si sentiva di riuscire a farlo.
Eravamo molto legati, lui era molto bravo ma non lo faceva pesare, ci capivamo al volo, senza parlare, con lui ci
si intendeva subito, su tutto.
La sua morte mi ha colto impreparato. Roby e’ immortale, non puo’ succedergli nulla… La sua bicicletta rimasta
ai bordi della Favorita a testimonianza che Lui stava lì… Giuseppe mi telefona per chiedermi se era venuto a
Roma, non si trovava…

Sede del CAI Palermo. La mamma di Roby con Chicca Colesanti, 4 novembre 2006
Palermo, tavola rotonda di Alp, 4.11.06, Francesca Chicca Colesanti e mamma di Roby Manfré Palermo, tavola rotonda di Alp, 4.11.06, Francesca Chicca Colesanti e mamma di Roby ManfréIl suo stile di arrampicata, unico, elegante, mai di forza era un esempio per tutti noi, le sue vie nuove, geniali, la
sua grande sicurezza, la sua curiosità e grande apertura al mondo, i suoi espressivi silenzi, il suo sorriso.
Un grande masso staccato dallo via a Giulio del monte Pellegrino, proprio quando lo accarezzava, da solo e
sciolto, ha interrotto una vita di passione per le pareti, era il 18 giugno del 1994.
Trent’anni fa il Pilastro a Vela, in una giornata gioiosa, calda e ventosissima, una via bella e non impegnativa,
avevo trentun’anni, ventitre ne aveva Roby ed eravamo spensierati, la vita era da vivere, la Sicilia ancora piena
di pareti mai salite, profumate e piene di clessidre…
Fabrizio Antonioli

per notizie su Fabrizio Antonioli

postato il 4 maggio 2014