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Piolet d’Or 2015 – parte 2

Ogni anno, una folla di arrampicatori, alpinisti e amanti della montagna si dà convegno alla base del Monte Bianco per il meeting di alpinismo globale. Il Piolet d’Or è stato a lungo considerato una specie di Oscar dell’alpinismo, ma ora si notano importanti segni di metamorfosi: è cambiato lo stesso significato della cerimonia. Ciò che si tenta di fare è diminuirne le valenze competitive.

Ci sono più vincitori
“Non credo nei premi di alpinismo, e ancor meno nei trofei o titoli rivolti al pubblico o ai media” scriveva su Alpinist Mark Prezelj, già nel 2007 “alla cerimonia era palpabile lo spirito competitivo che si era creato, ben rinfocolato dagli organizzatori dell’evento. Purtroppo la maggior parte degli scalatori si adattava a questa situazione, senza rendersi conto d’essere stati spinti in un’arena dove gli spettatori godono del dramma, dove è giudicato chi vince e chi perde”.

Piolet d’Or 2015, Courmayeur: da sinistra, Tommy Caldwell, Aleš Česen, Luka Lindič, Aleksander Gukov, Sir Chris Bonington, Aleksey Lonchinskiy, Tut Braithwaite, Doug Scott, Marko Prezelj. Foto: Menno Boermans
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Nel 2013 tutti e sei le cordate “nominate” furono premiate e da allora capitò qualcosa di irreversibile. Pur nel dibattito e ascoltando le più diverse opinioni. Quando a Chamonix (la sera prima della chiusura ufficiale a Courmayeur) fu chiesto a Marko Prezelj cosa ne pensasse quest’anno, questi ha risposto pubblicamente d’essere soddisfatto: “Non c’è più tanta competizione, mi sembra. Quest’anno ci ho messo un bel po’ prima di decidere se accettare o ignorare il premio. Sarebbe stato più facile fregarsene, ma decisi di andare a Chamonix per incoraggiare gli organizzatori a trasformare questa manifestazione in una specie di festival… Spero che in futuro non ci saranno più né perdenti né vincitori”.

Lo conferma Christian Trommsdorff, president del Groupe de Haute Montagne (GHM) and capo dell’organizzazione: “Noi cerchiamo di individuare la miglior realizzazione dell’anno, seguendo criteri di stile, impegno, difficoltà ed etica, ma il nuovo format si stacca dalla tradizione del Piolet. Quest’anno abbiamo annunciato i tre vincitori tre settimane prima, il premio va alle tre cordate senza classifica”.

Piolet d’Or 2015, Courmayeur: da sinistra, Aleksander Gukov, Sir Chris Bonington, Aleksey Lonchinskiy. Foto: Menno Boermans
PioletdOr-2-23piolet-1Una passione condivisa
Durante un informale incontro stampa che ha preceduto la sera ufficiale a Courmayeur, i candidati al Piolet d’Or hanno raccontato curiosità e aneddoti.

“Noi avevamo solo una vaga idea della montagna grazie a Google Earth” racconta Aleksander Gukov a proposito della spedizione alla Sud del Thamserku “quando vedemmo la parete dal vero, rimanemmo stupefatti di quanto fosse bella, più di una donna bellissima”. E Aleksey Lonchinskiy ha aggiunto: “E quando il brutto tempo nascondeva la montagna, decidemmo di chiamare la via Shy Girl (la ragazza timida)”.

Piolet d’Or 2015, Courmayeur: Doug Scott (a sinistra) e Tommy Caldwell. Foto: Menno Boermans
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Assieme a Marko Prezelj, nel team sloveno che è riuscito a vincere la Nord dello Hagshu, c’erano anche Aleš Česen e Luka Lindič. Uno dei più giovani candidati al Piolet di sempre, Lindič ha detto di essere dispiaciuto che l’alpinismo attragga poco i giovani: “Non so bene il perché, ma sembra che l’arrampicata sportiva e il bouldering siano molto più fascinosi per loro. Non per me, comunque, che sono attratto dalle belle linee e dallo stile puro, su Alpi e Himalaya.

Sir Chris Bonington con il suo Piolet d’Or Lifetime Achievement Award (Piolet d’Or alla Carriera). Dietro è Doug Scott. Foto: Piotr Drozdz
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Bonington ha detto: “Io li ammiro questi giovani. Le loro imprese provano che l’alpinismo è ben lungi dall’essere morto. Richiestogli se, in riguardo alla sua età, aveva intenzione di mollare l’alpinismo estremo, Prezelj ha sentenziato: “Presto ne avrò cinquanta, ma finché c’è la passione, l’età non conta”.

Caldwell, per lo più conosciuto per le sue abilità arrampicatorie (ricordiamo la prima libera della Dawn Wall al Capitan), ha detto: Tutte le volte che indosso i ramponi, mi sento impacciato. Non credo d’essere un alpinista…”. E Bonington: “Beh, può fare a meno d’essere così modesto. Penso che la traversata del Fitz Roy sia un’impresa eccezionale, proprio per la purezza dello stile alpino impiegato”. E qui Caldwell gli ha risposto: “Sentirlo dire per bocca tua mi fa venire i brividi”.

Marko Prezelj, Aleš Česen, Luka Lindič al Hagshu, Kishtwar, Himalaya. Foto: © Marko Prezelj
PioletdOr-2-27354Ispirare le generazioni
Spesso il Piolet alla Carriera può essere perfino più importante dei normali Piolet d’Or. Tributato per la prima volta nel 2009 a Walter Bonatti, il premio è riservato ad alpinisti fuoriclasse che abbiano ispirato per una vita intera. Quest’anno è stata la volta di Sir Chris Bonington.

Aleš Česen sulla parete nord del Hagshu, Kishtwar, Himalaya. Foto: © Marko Prezelj
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Nato nel 1934, Bonington aveva incominciato a scalare a sedici anni. Ha risolto grandi problemi sia sulle Alpi che in Himalaya, pubblicato numerosi libri che sono stati tradotti in tante lingue. L’onorificenza di “sir” gli fu conferita nel 1996. Nel 2014, per festeggiare il suo ottantesimo compleanno, è andato a ripetere una delle sue famose “prime”, quella sull’Old Man of Hoy, la spettacolare guglia sul mare da lui scalata nel 1966.

Luka Lindič sulla parete nord del Hagshu, Kishtwar, Himalaya. Foto: © Marko Prezelj
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Nessuno più di Doug Scott, anche lui in precedenza premiato alla carriera, poteva essere titolato per consegnargli il premio. Con molto humor e umiltà Scott lo ha definito uno dei maggiori “influenzatori” di alpinisti. In piedi accanto a lui, amico e compagno di tante avventure, Bonington ha detto: “Questo per me vuole dire molto, te ne sono grato. Ve ne sono grato. E mi viene da dedicare questo riconoscimento a tutti gli amici e compagni che ho perso in montagna”.

Il versante ovest del Fitz Roy, Patagonia. E’ visibile buona parte della traversata di Caldwell e Honnold. Foto: © Marcello Sanguineti
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Piolet d’Or 2015 – parte 1

Piolet d’Or 2015 – parte 1
(informazioni raccolte da Planetmountain.com)

Ecco le tre salite selezionate e premiate al Piolets d’Or 2015: la Traversata della catena del Fitz Roy di Tommy Caldwell e Alex Honnold, la salita del Thamserku dei russi Alexander Gukov e Alexei Lonchinskiy e la salita del Hagshu degli sloveni Aleš Česen, Luka Lindič e Marko Prezelj. Durante la 23a edizione del prestigioso premio di alpinismo, andata in scena tra il 9 e 12 aprile 2015 a Courmayeur e Chamonix, è stata celebrata anche la carriera alpinistica del britannico Sir Chris Bonington (classe 1934) che ha ricevuto il Piolet d’Or Carrière (Premio Walter Bonatti) nella serata finale a Courmayeur l’11 aprile 2015. Nell’albo d’oro succede allo stesso Walter Bonatti e a Reinhold Messner, Doug Scott, Robert Paragot, Kurt Diemberger e John Roskelley.

L’alpinista britannico Sir Chris Bonington, Piolet d’Or 2015 alla Carriera. Foto: © Piolet d’Or 2015
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Tommy Caldwell e Alex Honnold durante la Traversata del Fitz Roy, Patagonia. Foto: © Tommy Caldwell / Alex Honnold
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Si tratta delle imprese compiute nel 2014 dagli statunitensi Tommy Caldwell e Alex Honnold (la traversata completa della catena del Fitz Roy, in Argentina), dagli sloveni Aleš Česen, Luka Lindič e Marko Prezelj (apertura di una via sull’Hagshu, in India), e dai russi Alexander Gukov e Alexey Lonchinskiy (apertura di una via sul Thamserku, in Nepal).
A individuare le ascensioni finaliste – su 58 inserite nella prima ‘big list’ – è stata una giuria tecnica formata da nove tra i più forti scalatori del panorama internazionale provenienti da altrettanti paesi: Hervé Barmasse (Italia), Kazuki Amano (Giappone), Valeri Babanov (Russia), Stephane Benoist (Francia), Andy Houseman (Gran Bretagna), Michael Kennedy (Stati Uniti), Ines Papert (Germania), Raphael Slawinsky (Canada), Andrej Stemfelj (Slovenia).

Tommy Caldwell nella Traversata del Fitz Roy, Patagonia. Foto © Tommy Caldwell / Alex Honnold
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LE ASCENSIONI FINALISTE
Traversata della catena del Fitz Roy 3405 m

Argentina, Patagonia
Dal 12 al 16 febbraio 2014 gli statunitensi Tommy Caldwell e Alex Honnold hanno realizzato la traversata completa, da nord a sud, raggiungendo sette cime per un totale di 4.000 metri di scalata, con un grado massimo di 7a e passaggi a 65 gradi su ghiaccio. Info-Planetmountain.com

Alex Honnold, sveglia su Fitz Roy dopo una lunga notte d’arrampicata assieme a Tommy Caldwell. Foto © Tommy Caldwell / Alex Honnold
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Hagshu 6657 m
India, Kisthwar
Gli sloveni Aleš Česen, Luka Lindič e Marko Prezelj hanno aperto una via sulla parete nord, alta 1.350 metri. La ripidità e la durezza del ghiaccio li ha obbligati a scalare il primo giorno fino alle 2 di notte. Il giorno dopo (30 settembre) hanno raggiunto la vetta alle 17 per poi scendere lungo la via aperta dai polacchi nel 1989. Info-Planetmountain.com

La linea di salita sulla parete nord di Hagshu salita da Aleš Česen, Luka Lindič e Marko Prezelj. Photo by Marko Prezelj.
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Thamserku 6618 m
Nepal, Khumbu
I russi Alexander Gukov e Alexei Lonchinskiy hanno aperto una via sulla parete sud-ovest, alta 1.620 metri, ribattezzata Shy Girl. Hanno effettuato sei bivacchi in quota. La via è stata stimata 6a/6b, presenta passaggi ripidi di ghiaccio con sezioni di misto M4/M5 e dei tratti da superare con arrampicata artificiale. La discesa è avvenuta dalla cresta sud e lungo il versante sud-ovest. Info-Planetmountain.com

Alexander Gukov e Alexei Lonchinskiy al Thamserku. Foto: © Alexander Gukov, AlexeiLonchinskiy
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Thamserku (6618m), Nepal, e la linea salita dai russi Alexander Gukov e Alexei Lonchinskiy. Foto: Alexander Gukov, Alexei Lonchinskiy
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Quando scalo sono felice fisicamente

Erri De Luca: «Nella scalata ho scoperto una felicità fisica»
Intervista a Erri De Luca da parte di Patricia Jolly (www.lemonde.fr, 28.03.2014)

Prolifico autore tradotto in trenta lingue, Erri De Luca, 63 anni, è conosciuto per la sua opera che s’ispira alla sua infanzia napoletana in una famiglia borghese rovinata dalla guerra. La sua passione per la scalata, meno famosa, è comunque ben presente nei suoi romanzi. Specialmente in Sulla traccia di Nives (Milano, Mondadori, 2005), conversazione con Nives Meroi in una tenda al campo base del Dhaulagiri sulla durezza della vita in quota, ma anche in Il peso della farfalla (Milano, Feltrinelli, 2009.), dove racconta una ruvida storia in parallelo tra un bracconiere e un camoscio. O ancora in Il torto del soldato (Milano, Feltrinelli, 2012), ambientato nelle Dolomiti.

Cosa ti ispira il fatto di far parte dei sei membri della giuria del 22° Piolet d’Or, l’Oscar dell’alpinismo mondiale?
Sono stato invitato per il 2013, ma non ero disponibile. Quest’anno ho avuto una certa curiosità, per avere una misura dello stato e della nobiltà dell’alpinismo, ma non sono così sicuro d’essere proprio al mio posto. Troppo poca esperienza in materia, anche se mi tengo al corrente tramite un sito internet specializzato.

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Ma tu sei comunque uno scalatore… e non da poco…
Ho cominciato a forza di guardare le Dolomiti. Ho avuto voglia di toccarle con mani e piedi. Essere napoletano non era una ragione sufficiente per non voler esplorare l’altra estremità del mio paese. Ho cominciato da solo, poi mi sono iscritto a un corso per imparare le manovre di corda. Scrivo con facilità, ma la letteratura serve a tener compagnia alla gente: nella scalata ho scoperto una felicità fisica e la prova che l’età non era ancora un ostacolo. A forza di lavoro e di allenamento, sono riuscito a fare in Dolomiti una via di alto livello. Avevo 52 anni.

Sei stato membro della giuria del Festival di Cannes qualche anno fa: si può confrontare con l’essere al Piolet d’Or?
Valutare dei film non è altro che stabilire una scala di gusti. Al Piolet d’Or la giuria deve fare una scelta tra degli estremisti del vuoto che si confrontano con i loro limiti senza mai smettere di spingerli oltre. E’ un’altra responsabilità. Trattarli come semplici atleti sarebbe riduttivo. L’alpinista che cade spesso perde la vita. Quelli che come me non si fidano dell’acqua, in tutte le sue forme, anche neve e ghiaccio, e hanno bisogno di un contatto ben più sicuro con la pietra, di solito cadono al massimo fino al capo della corda.

Il tuo libro Sulla traccia di Nives comunque prova che in qualche modo sei affascinato da quel genere di acqua…
Nives Meroi e suo marito Romano Bennet sono degli amici di viaggio. Ero curioso di avvicinarmi a una cima di ottomila metri. L’ho fatto con loro, ma la voglia non l’ho più. Vedo la montagna come un luogo in cui l’uomo è ospite non invitato. Quelle cime himalayane non dovrebbero tentare un uomo più di una o due volte nella vita, altrimenti diventa un vizio. Il desiderio di tornare sempre da quelle parti è una forma di persecuzione che uno s’infligge da solo.

Erri De Luca su Viaggio = infinito, 8b+, Grotta dell’Arenauta (Sperlonga). Foto: Fabiano Ventura
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I nominati al Piolet d’Or presentano la loro spedizione con un supporto audiovisivo: la maestosità delle immagini della montagna può soverchiare il puro e semplice racconto della loro ascensione?
Immagini ben messe in scena o documenti fotografici sono solo un complemento. Possono essere magari più efficaci per qualcuno, ma io, in quanto scrittore, sono ben più sensibile alle parole e alla voce di chi racconta. Ciò che importa veramente è la relazione fornita dagli autori di una salita. Comunque questa relazione dev’essere sobria: i più verbosi e chiacchieroni raramente sono quelli al livello tecnico più alto.

Erri De Luca e Mauro Corona
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I concorsi del Piolet d’Or tentano di far evolvere la loro formula e la base etica. Al momento non esigono prove sostanziali della riuscita di una cima e si basano solo sulla parola degli alpinisti…
Le prove sostanziali non sono necessarie, perché le bugie hanno le gambe corte. Non vanno mai lontano nella vita. Al contrario, si dovrebbe prevedere una menzione speciale per i grandi tentativi. Perché, se il successo di un’ascensione non è solo il raggiungere la vetta, la vittoria suppone per lo più alcuni tentativi mancati e ritirate che non si dovrebbero mai dimenticare.

Per biografia e opere di Erri De Luca

postato il 7 aprile 2014

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Il coraggio supplementare di Hervé Barmasse

Hervé Barmasse su e giù dal Cervino
Il primo ad avere l’idea di salire su e giù dalle quattro creste del Cervino, concatenando quindi i quattro “spigoli” della perfetta piramide, fu Marco Barmasse. Ancora non c’era il record di velocità di Valerio Bertoglio, che sarebbe arrivato il 10 agosto 1990, 4h16’ per salire e scendere dalla vetta per la cresta del Leone.

L’11 settembre 1985, sull’onda delle nuove possibilità sportive date dalla nuova realtà dei concatenamenti, Marco affronta per prima la cresta di Furggen, compiendo la prima solitaria degli Strapiombi; scende di corsa fino alla Hörnlihütte, traversa sotto alla Nord del Cervino, risale la cresta di Zmutt e scende per la via italiana del Leone, concludendo la sua cavalcata al rifugio Duca degli Abruzzi, dopo 15 ore. Ai piedi aveva gli scarponi di plastica e una corda da 12 mm in spalla.

Parete nord del Cervino
Foto aerea da nord-ovest del Cervino. Sono ben visibili la parete nord (a sinistra), il Naso e la cresta di Zmutt. In ombra, la parete ovest. Foto www.marcomilani.com.Il 19 agosto 1992 arrivarono Hans Kammerlander e Diego Wellig, il loro obiettivo era quello di percorrere tutte e quattro le creste del Cervino in salita e in discesa, praticamente un raddoppio dell’exploit di Marco Barmasse, in meno di 24 ore.

Partirono da quota 3424 m a mezzanotte scalando la cresta di Zmutt, scesero dalla via normale svizzera alla Hörnlihütte, salirono la cresta di Furggen, scesero sulla via italiana sino alla capanna Carrel da dove, ripartirono per arrivare in vetta e nuovamente scendere sulla via normale svizzera, per poi risalire ancora dalla stessa e scenderla nuovamente arrivando poco prima della mezzanotte alla Hörnlihütte.

Al di là del rispetto sportivo dovuto a una simile impresa, è evidente il concetto esagerato, volto a colmare il vuoto creativo. Un’impresa non vale il doppio di un’altra se la si raddoppia. Quantità non è uguale a qualità, tanto per contraddire il detto di Georges Livanos (che peraltro si riferiva alla quantità di chiodi necessaria per ottenere una buona sosta su roccia marcia).
Salire e scendere dal Cervino quattro volte in salita e quattro in discesa francamente rischia di emozionare poco chiunque.

Al paragone di questa, la recente impresa di Hervé Barmasse, al di là dell’emotivo suggerimento datogli dall’impresa del padre Marco, è più convincente. Lo stesso percorso del padre, da solo, ma anche d’inverno.

Hervé Barmasse
CoraggioSupplementare-barmasse-herve-barmasse-17Le 17 ore (fino alla capanna Carrel) sono la conseguenza di un buon stato di forma, una lucidità mentale e del fatto che con il materiale ridotto al minimo e nessuna protezione adeguata al freddo, non potevo permetterti di rimanere troppo tempo sulla montagna”.

Dunque giovedì 13 marzo 2014 Hervé Barmasse, in solitaria, ha compiuto il primo concatenamento invernale delle quattro creste del Cervino e la prima solitaria invernale della cresta di Furggen per la via degli Strapiombi.

Un inverno differente da quelli passati, ricco di precipitazioni nevose come non si vedevano ormai da tempo, ha reso la scalata dal punto di vista dell’ingaggio certamente più interessante, complicata e rischiosa. In ordine d’importanza delle difficoltà direi, la consapevolezza che se decidi di scalare in solitaria, sai che non puoi permetterti di sbagliare. Devi gestire il rischio, le tue paure, le tue forze e il ritmo della scalata. Creste affilate con neve sino alla vita e instabile, passaggi di 5, 5 superiore, a 4300m nel caso degli strapiombi e il freddo. Il materiale nello zaino centellinato: una borraccia d’acqua e due barrette, 4 friend, 40 m di corda che poi ho tagliato a 23 per ridurne il peso, 3 fettucce, 6 moschettoni e un chiodo da ghiaccio; oltre a piccozza e ramponi che ho tolto solo sul primo tiro degli strapiombi. E per finire, l’incognita della cresta di Zmutt che non avevo mai percorso.
Sono partito alle 5.45 dal bivacco Bossi, alle 10.10 ero in vetta, dopo aver affrontato gli strapiombi autoassicurandomi solo sul primo tiro. Mi sono fermato circa 15 minuti. Alle 14.10 Sono arrivato alla Hörnlihütte. La discesa dalla via Svizzera è stata eterna per via dell’abbondante neve, in estate con i clienti la percorro impiegandoci la metà del tempo. Non pensavo di incontrare condizioni così brutte. Mi sono riposato un’ora e alle 15.15 sono ripartito e ho attraversato la base della parete nord. Alle 16.00 circa ho iniziato a salire la cresta di Zmutt per arrivare nuovamente in vetta al Cervino alle 20.15. Anche su questa cresta, in particolar modo sui dentini di Zmutt e nella sua parte finale la neve profonda sino alla vita mi ha fatto tribolare non poco. Alle 22.45 ho guardato nuovamente l’ora. Ero già all’interno della capanna Carrel e mio padre, che mi aveva atteso in rifugio, stava cercando di scongelare una birra – così racconta Hervé Barmasse in un’intervista a Vinicio Stefanello.

Il 21 agosto 2013 lo spagnolo Kilian Jornet Borgada aveva stabilito il nuovo record di salita e discesa del Cervino da Breuil-Cervinia, con il tempo di 2h52’02”. Jornet aveva impiegato 1h56’15” e circa 55’ per la discesa. Ha abbassato di 22 minuti il precedente record di Bruno Brunod di 3h14’ stabilito nell’agosto 1995.

L’arrivo di Kilian a Cervinia è salutato da una folla festante di turisti, la maggior parte dei quali sogna di salire, prima o poi nella vita, il Cervino: a molti sembra quindi un sogno sempre più realizzabile, senza riflettere più di tanto sulla siderale differenza tra le capacità di una persona normale e quelle di un atleta professionista. Chi invece il Cervino l’ha salito, in tempi normali e magari con guida, non è in genere così entusiasta dell’abbattimento di questi record. Ognuno vede la propria attività alpinistica come vuole, e la basa su motivazioni del tutto personali, ma in fondo ci tiene a quella volta che è salito in cima, un momento capace di riempire d’orgoglio anche dopo tanti anni. L’alpinista non è necessariamente così generoso con i suoi simili.

I grandi protagonisti di oggi dovrebbero tenere ben chiaro in mente che vengono applauditi platealmente (vedi Piolet d’Or) se vanno in terre lontane a esplorare l’inosabile, una sfida che ha senso in questo momento solo per loro e che allargherà la sua influenza solo in seguito; vengono applauditi un po’ meno se riducono, con precisione cronometrica e oggi, il margine di gloria di coloro che li hanno preceduti. Ecco perché, per affrontare le difficoltà alpinistiche di quello che ha fatto Hervé, ci vuole una bella dose di coraggio supplementare.

Il sito di Hervé Barmasse

Biografia di Hervé Barmasse

Postato il 4 aprile 2014

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L’arte del compromesso di George Lowe

Piolet d’Or 2014 a Slawinsky e Welsted + Steck
Per quanto un premio, sia pur planetario come il Piolet d’Or, possa sorrogare nell’immaginario l’essenza dell’alpinismo stesso, per quanto una giuria possa essere imparziale, competente e carismatica, restiamo dell’opinione che una competizione sia per definizione limitata, anzi limitante la grandiosità di ciò che invece annualmente viene prodotto dai giovani (e meno giovani) alpinisti di tutto il mondo.

Ueli Steck intervistato al Piolet d’Or 2014. Foto: Gianluca Maspes
ArteCompromesso-Steck-Ueli-Steck-intervistato-ai-Piolet-d-Or-E-uno-dei-vincitori-delledizione-2014-Photo-Luca-Maspes1Ciò nondimeno ce ne stiamo occupando, perché di certo parlare di Piolet d’Or significa parlare di imprese in territori lontani, a volte su montagne sconosciute, e soprattutto significa parlare di imprese che sono partite e sono state condotte in stile amatoriale. Sì, qualche sponsor, un po’ di collegamento mediatico… ma siamo nei limiti degli addetti ai lavori, o meglio siamo nel campo di quell’inesplorato che non può essere oggetto di film professionali, quelli per intenderci dove la salita viene fatta più per il film che per la salita stessa.Ce ne siamo occupati nei post precedenti a questo perché stimiamo la giuria, perché c’è stato segreto totale sugli orientamenti, alla fine perché anche questo è un gioco.

Quella che era stata salutata come l’impresa dell’anno, sulla quale si è tentato di sollevare qualche dubbio, più che altro allo scopo di fare polemica sulla necessità o meno che lo statuto del Piolet d’Or debba o meno prevedere che gli alpinisti forniscano qualche prova completa (cosa che al momento non è contemplata): ebbene, quella ha vinto. Alla fine la giuria si è trovata d’accordo nello scegliere l’incredibile impresa dello svizzero Ueli Steck all’Annapurna come vincitrice di questi Piolet d’Or 2014. Ma che qualche discussione ci sia stata è evidente, visto che il premio è andato ex-aequo anche alla via sull’inviolato K6 West, aperta dagli americani Raphael Slawinsky e Ian Welsted. Due salite per la verità assai diverse.

Il K6 West. Foto: Gianluca Maspes
ArteCompromesso-K6-Photo-Luca-MaspesSu queste pagine abbiamo dato notizia, speriamo dettagliata, di tutte le imprese nominate, anche quella della menzione speciale. Nonché del Piolet d’Or alla carriera (premio Walter Bonatti) a John Roskelley.Chi volesse, può andare a leggersi (o rileggersi) i post sulle tre salite escluse dal podio più alto:

Marek Holecek e Zdenek Hruby sulla parete nord del Talung (Himalaya);

Simon Anthamatten e i fratelli Matthias e Hansjorg Auer sul Kunyang Chhish East (Karakorum);

Mark Allen e Graham Zimmermann, via nuova sul Mount Laurens (Alaska).

Oltre all’acceso dibattito sulle prove da fornire, quest’anno la giuria ha avuto a che fare con l’eredità lasciata dall’anno precedente 2013, quando si è ritenuto opportuno premiare ex-aequo tutte le salite nominate, cioè cinque. Cinque imprese a pari merito è difficilmente credibile… Da più parti si chiedeva (sponsor, opinione pubblica, ecc.) che non si ripetesse quello che molti avevano considerato un errore. In più c’era anche la considerazione che molti non vedevano di buon occhio dare per favorito il solitario Ueli Steck, come se il premio dovesse essere esclusivo appannaggio di qualche cordata.

La premiazione: da sinistra, Ueli Steck, Ian Welsted e Raphael Slawinsky
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Leggiamo le motivazioni:
“Dopo aver raggiunto la crepaccia terminale Ueli Steck ha dovuto accettare il fatto che il suo compagno riteneva la salita troppo rischiosa. Scalando la parete da solo, Ueli si è esposto lui stesso moltissimo. Nonostante non sapesse cosa lo aspettasse oltre i 6500 metri di quota, è riuscito a completare la via iniziata da Pierre Béghin e Jean-Christophe Lafaille nel 1992. La nuova via scalata in solitaria, in un velocissimo stile alpino sembra aprire a una nuova dimensione dell’alpinismo in alta quota… Raphael Slawinsky e Ian Welsted hanno affrontato una scalata molto difficile tecnicamente con alte difficoltà su ghiaccio e misto e superando passaggi strapiombanti. Al quarto giorno hanno capito di non poter continuare in cresta e sono tornati indietro spostandosi sul versante opposto della montagna e trovando un’altra possibilità per continuare fino alla cima. La loro spedizione è inoltre stata un bellissimo esempio di attenzione per la popolazione locale. Dopo aver saputo del massacro al Nanga Parbat, hanno deciso di restare, perché sarebbe un disastro per la popolazione pakistana perdere l’entrata economica proveniente dal turismo. Ian e Raphael anzi, vogliono incoraggiare altri alpinisti a non fare di tutta un’erba un fascio del Pakistan”.

Secondo la giuria dunque le due salite sono lo specchio dell’alpinismo di oggi:
“Le due salite che abbiamo scelto rappresentano i due estremi nella gestione del rischio. Raphael Slawinsky e Ian Welsted hanno pianificato attentamente la loro salita al K6 West, calcolando bene il tempo in modo da avere le migliori condizioni in parete (partendo prima dell’arrivo del bel tempo, con neve fresca per ridurre il pericolo di scariche di sassi e le difficoltà della scalata), e hanno pianificato i giorni in modo da poter riposare abbastanza ai bivacchi per mantenersi in forza. Al contrario con la salita in solitaria della parete sud dell’Annapurna Ueli Steck ha accettato un grande rischio. Per 28 ore è rimasto completamente concentrato, sapendo che un passo falso lo avrebbe portato alla morte. Ueli stesso ha detto di aver scalato al limite delle possibilità”.

George Lowe

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Per la cronaca citiamo comunque il parere del presidente di giuria, George Lowe, che ha esplicitamente dichiarato che, fosse stato per lui, avrebbe dato la vittoria a tutti.
“Personalmente avrei preferito dare il premio a tutte e cinque le nomination, ma la decisione della giuria è stato un democratico compromesso”.

La giuria 2014: Lim Sung Muk, Karin Steinbach, Denis Urubko, Catherine Destivelle, Erri De Luca, George Lowe e la presentatrice Kay Rush
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Per notizie sulla giuria 2014

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La cima dei dubbi

La cima dei dubbi
(traduzione dal sito di Ueli Steck)
di Patricia Jolly

Come ormai abbondantemente risaputo, Ueli Steck nell’ottobre 2013  scalò la parete sud dell’Annapurna in 28 ore concludendo l’itinerario anni prima tentato da Pierre Béghin e Jean-Christophe Lafaille. Vedi il nostro post dell’11 marzo 2014. Questa impresa gli è valsa la nomination al Piolet d’Or 2014, la cui giuria proprio domani dovrebbe comunicare il vincitore.

Ma il 15 marzo 2014 un articolo di Patricia Jolly, inviata speciale da Katmandu, esce sul quotidiano Le Mond. In questo articolo sono raccolte voci che dubitano della veridicità di quella performance. Onore al merito per Ueli Steck che ha deciso di pubblicare ugualmente, sul suo stesso sito ufficiale, tale articolo, che riportiamo qui sotto.

La gigantesca parete sud dell’Annapurna
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– … Le critiche non sono una novità per questo alpinista insolito. Si muove sulle vette come se vi svolgesse una regolare disciplina olimpica e si allena come un maratoneta, così da essere stato soprannominato la “Swiss Machine”.
Quello che prima era un carpentiere, che non ha mai voluto diventare guida alpina, privilegiando il “fare solo sport”, è balzato davvero alla ribalta mondiale.

Ora le critiche si focalizzano sulla mancanza di testimoni oculari, sui problemi ad altimetro e macchina fotografica, o per aver “dimenticato” la connessione GPS in quelli che per Steck sono tentativi o imprese professionali.

In più, c’è la storia dell’essere stato coinvolto con due compagni (Simone Moro e Jonathan Griffith) nella rissa dell’aprile 2013 sotto al campo 2 dell’Everest, quando la colpa di ciò, per ammissione reciproca, stava da ambo le parti, alpinisti e sherpa.

Christian Trommsdorff, himalaista, vice-presidente dell’UIAA, membro del consiglio tecnico del Piolet d’Or e presidente del Groupe de Haute Montagne (GHM) ha ricevuto alcune mail che denunciano l’inconsistenza dell’impresa di Steck.
Queste missive arrivano da giornalisti, guide alpine e alpinisti di lingua tedesca.

Le domande sono logiche perché Steck è un alpinista professionista e, anche se nel Piolet d’Or non ci sono premi in denaro, una vittoria porta di sicuro benefici commerciali  e attenzione dei media – dice Trommsdorff, che ha avuto un incontro di due ore a febbraio con Steck – e lui mi ha anche detto subito di non avere alcuna prova sostanziale della sua salita, e che ciascuno al riguardo è libero di pensarla come vuole.

Lo statuto del Piolet d’Or non menziona la necessità di dare prova delle scalate fatte.

Quel che è accaduto forse è anche colpa mia – ammette Ueli Steck – non sono uno cui piace vantarsi di cose che non portano alcun beneficio all’umanità. Così ho sempre fatto ciò che pensavo fosse giusto: dare dettagli delle mie salite solo quando me li chiedono. E nessuno, fino a ora, mi aveva criticato con forza per non averlo fatto. No, non ho alcuna foto di vetta dell’Annapurna, perché ho perso la macchina fotografica e un guanto in quella piccola slavina in cui per la prima volta mi sembrò di dover morire. Non è successo e ho continuato, pieno di adrenalina.

All’inizio di marzo, a Katmandu, lo staff che accompagnava Steck ha confermato la versione dell’alpinista. Ngima Dawa, un assistente cuoco che aveva lavorato per la prima volta con l’alpinista svizzero, è stato raggiunto telefonicamente nel suo villaggio di Solo Khumbu. Laurence Shakya, che ha abitato a Katmandu per trent’anni ha tradotto in francese le sue parole in Nepalese: – Non ci fu contatto radio con lui – disse l’assistente cuoco – ma dal campo base, mi ricordo, riuscii a vedere la sua progressione grazie alla sua lampada frontale. Circa alle 23.30 era giusto sotto alla vetta (Steck ha detto di averla raggiunta più o meno all’una di notte), ma non posso dire quanto sotto, esattamente. Mi alzai alle 2 di notte e capii, dalla luce in movimento, che stava scendendo.

Tenji Sherpa, capo del campo base, dà altri dettagli: – Ueli non avrebbe dovuto salire da solo, ma il suo compagno, il canadese Don Bowie, prima si era ammalato poi aveva rinunciato perché spaventato dalla caduta sassi e slavine in parete. Ueli decise di andare avanti comunque. Disse: “Vedremo!”. Dal campo base avanzato, ancora più sotto alla parete che il campo base, lo vedevamo a tratti. Alle 6 del pomeriggio scomparve per circa un’ora, e fu quando si rifugiò in una cavità rocciosa per ripararsi dal forte vento. Dopo, rivedemmo la sua lampada frontale. Vidi a mezzanotte circa che era più o meno a 200 metri dalla vetta. Don e io andammo a dormire, poi ci alzammo alle 4 di mattina e vedemmo che stava scendendo. Gli andammo incontro. Aveva il viso molto bruciato e segnato, ma sembrava felice e molto “elettrico”.

– Non è che magari gli sherpa lo coprono perché lui li ha pagati?
E’ l’agenzia che ci impiega e ci paga, non gli stranieri per i quali lavoriamo – ribatte  Tenji Sherpa, offeso – Steck è il primo atleta del suo genere che ho mai incontrato sulle montagne. Lui è capace di fare in un’ora quello che altri fanno in un giorno!

Le informazioni fornite dallo staff sono assolutamente in linea con i fatti raccontati da Steck alla giornalista americana Elizabeth Hawley, cioè l’arbitro, sia pure solo ufficioso, delle salite nell’Himalaya nepalese. Le Mond ha potuto consultare la lista da lei compilata in decenni, esattamente dal 1963, un database scrupoloso nel quale talvolta ha smascherato bugie e inesattezze.

L’americana Elisabeth Hawley da più di cinquant’anni registra minuziosamente tutte le ascensioni compiute nell’Himalaya del Nepal.
CimadeiDubbi-Hawley-notaria_himalaya

La cordata delle guide alpine francesi Stéphane Benoist e Yannick Graziani, anche loro saliti per la stessa via due settimane dopo, difende Steck. Ridono quando gli viene chiesto se hanno visto tracce di Steck sulla vetta.
Beh, nel frattempo erano caduti più di 60 cm di neve fresca!
Quando Ueli si mette in parete e per arrivare in cima e tornarne vivo – spiega  Stéphane Benoist – tutto ciò che succede alla base gli è estraneo. Per me, lui ha un curriculum di enorme rispetto, e mai prende la montagna alla leggera. E’ andato da solo, più leggero di noi, ha usufruito di un tempo atmosferico perfetto e… semplicemente è più forte!
Credo fermamente – aggiunge Yannick Graziani – che Ueli abbia fatto la vetta. Questo non dovrebbe esonerarlo, in quanto alpinista professionista, dal dare prova di quello che ha fatto.

Nel frattempo, Lindsay Griffin, il più grande storico dell’alpinismo mondiale, ricorda che quest’anno sono state 76 le salite selezionate per il Piolet d’Or, e alla fine le nominate sono state cinque, una delle quali è quella di Steck. Tuttavia, secondo Griffin, gli organizzatori devono farci un pensierino: devono o no includere nello statuto la clausola dell’obbligatorietà delle prove? Domanda cui è difficile rispondere, perché la polemica si sta infuocando: la comunità alpinistica rivendica la libertà di agire e rifiuta qualsiasi manipolazione.

Patricia Jolly

Postato il 28 marzo 2014

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Il tempo degli uomini duri

Da oggi 26 marzo e fino al 29 Courmayeur e Chamonix ospiteranno la 22a edizione dei Piolets d’Or, quella che può essere considerata l’annuale Oscar dell’Alpinismo.

Allo statunitense John Roskelley è già stato assegnato il sesto Piolet d’Or alla carriera (premio Walter Bonatti). Questo premio è stato creato per insignire le figure di alpinisti che, con le loro imprese leggendarie, sono stati gli ispiratori di intere generazioni. Il primo nome fu quello di Walter Bonatti, nel 2009, cui seguirono doverosamente quelli di Reinhold Messner (2010), Doug Scott (2011), Robert Paragot (2012) e Kurt Diemberger (2013).

TempoUominiDuri-Roskelley1Nato a Spokane, Washington (USA), il 1° dicembre 1948, non è una figura così conosciuta in Europa. Ed è anche per questo motivo che riteniamo importante illustrarla al lettore e appassionato italiano. Come nel 2012 ci fu in Italia chi si domandava “chi è Robert Paragot”, allo stesso modo nel 2014 corriamo lo stesso rischio per Roskelley…

Ebbene, già il 12 maggio 1973 lo troviamo in vetta al Dhaulagiri 8167 m, salito per la cresta nord-est: era la terza ascensione di quella montagna di ottomila metri, e suoi compagni erano Louis Reichardt e lo Sherpa Nawang Samden.

Negli anni precedenti si era preparato divorando le tappe, sia sulla roccia delle Rocky Mountains che su ghiaccio. Fu anche uno dei primi a dedicarsi alla scalata sul ghiaccio delle cascate canadesi. Ma, dopo il Dhaulagiri, inizia ad accumulare salite difficili ad alta quota e a un ritmo davvero accelerato.

Nel 1976 è la volta del mitico Nanda Devi 7816 m (Himalaya indiano dell’Uttar Pradesh), quinta ascensione: Roskelley raggiunse la vetta il 1° settembre per una via nuova sull’immenso sperone nord-ovest. Suoi compagni, ancora Reichardt e Jim States. Di questa spedizione Roskelley dimostrò d’essere la colonna portante per il suo carattere, così forte, e la sua efficiente resistenza ad alta quota. Siccome Nanda Devi Unsoeld, la figlia di Willi Unsoeld, morì sulla montagna, Roskelley intitolò articolo e libro relativi Nanda Devi: The Tragic Expedition.

Il Nanda Devi 7816 m, versante ovest. A sinistra è lo sperone salito da Roskelley e compagni nel 1976
TempoUominiDuri-NandaDevisunnylittle_003

Nel 1977, con Galen Rowell, Dennis Hennek, Kim Schmitz e Jim Morrissey, conquista l’inviolata Great Trango Tower 6286 m (Karakorum). Chiunque abbia percorso il Baltoro Glacier nell’impazienza di vedere le grandi vette dei giganti del Karakorum, non può non ricordare l’eleganza e la grandiosità possente della Great Trango Tower, fiancheggiata dalla slanciata e più conosciuta Nameless Tower (Torre di Trango).

Great Trango Tower (a sinistra) e Nameless Tower (Torre di Trango), a destra
Trango Towers, Pakistan

Nel 1978, reduce da un tentativo in stile alpino sulla parete nord dello Jannu, Roskelley partecipa a una grande spedizione al K2, diretta da Jim Whittaker. Agli americani scottava ancora lo scacco subito al K2 con le sfortunate spedizioni Houston. E dopo il successo italiano, seguito da anni di chiusura politica del Karakorum, erano alla ricerca di una specie di rivincita. Così Whittaker e i suoi, per la terza salita al K2 (l’anno precedente i giapponesi avevano ripetuto lo Sperone degli Abruzzi) si rivolsero all’inviolata cresta nord-est.

I polacchi di Janusz Kurczab nel 1976 avevano fatto un tentativo assai spinto su questa cresta, già tentata nel 1902 da Oscar Eckenstein e compagni: il tentativo si era arrestato sulla piramide sommitale, prima a 8250 m sotto una fascia rocciosa (Leszek Cichy e Jan Holnicki-Szulc), poi il 15 agosto 150 m più in alto (Eugeniusz Chrobak e Wojciech Wróz) per le gravi difficoltà su roccia (V grado) e l’esaurimento delle bombole d’ossigeno (peraltro usato solo sopra gli 8000 m). La decisione di scendere aveva salvato loro la vita, perché presto si scatenò una bufera d’intensità tale da rendere difficile ai due di ritrovare il campo dove gli amici stanno aspettando.

I membri della spedizione americana di Whittaker sono: Craig Anderson, Terry Bech, Chris Chandler, Skip Edmunds, Diana Jagerský, Louis Reichardt, Rick Ridgeway, John Roskelley, Robert Schaller, William Sumner, James Wickwire, Cherie Bech (australiana), Diane Roberts. Pongono il CB a 4950 m, nello stesso luogo dei predecessori, il CB avanzato a 5334 m ben oltre lo sperone Abruzzi nella parte superiore del Godwin Austen Glacier. Gli scalatori fissano il C1 alla base della cresta NE il 12 luglio. Sulle orme del tentativo polacco del 1976 salgono l’aguzza e nevosa cresta, interrotta da pinnacoli e cavolfiori di ghiaccio, con enormi cornici e lunghi tratti orizzontali, fino a 6950 m (C4): il lavoro dei 4 portatori hunza, Honar Beg, Sanjer Jan, Gohar Shah e Tsheran Shah, è determinante per il trasporto dei materiali; poi risalgono i lunghi pendii nevosi sotto alla piramide sommitale fino ai 7680 m del C5. Roskelley e Ridgeway si spingono a stabilire un piccolo C6 a 7925 m, sotto alla fascia rocciosa superata con tanta fatica dai polacchi. Il 6 settembre tentano la salita ma desistono e ritornano al C5, per poi ripartire quasi subito all’inseguimento di Reichardt e Wickwire. Questi infatti il 5 settembre si erano portati molto a sinistra per evitare le difficoltà e i pericoli di una via diretta e fissare un piccolo C6 a 7950 m sulla sommità della Spalla, ormai sulla via italiana. E il 6 settembre, continuando così lungo la nostra via, giungono in vetta alle 17.20. Nella discesa Reichardt è costretto a bivaccare all’aperto a 8230 m. Il 7 riescono anche i tenaci Roskelley e Ridgeway. Quanto all’ossigeno, Wickwire lo usa dopo gli 8075 m, mentre Reichardt è costretto ad abbandonare subito l’apparato per non funzionamento. Anche Roskelley e Ridgeway salgono senza, ma in discesa ai campi più bassi il secondo è costretto a farne uso per curare una congestione. Pertanto Reichardt è il primo uomo a raggiungere la vetta del K2 senza fare uso di ossigeno, e Roskelley è il secondo. È da ricordare che la prima salita all’Everest senza ossigeno (Reinhold Messner e Peter Habeler) è del maggio 1978 e probabilmente nessuno degli americani ne era al corrente. Wickwire riportò severi congelamenti: colpito da polmonite fu trasportato a Paju, quindi evacuato da un elicottero militare.

Il Gauri Sankar visto da Dolakha, all’inizio della Rolwaling Valley (Nepal)
TempoUominiDuri-Gauri Shankar Sunrise From Suri DhobanA questo punto si comincia a parlare di Roskelley e celebre fu il titolo che gli dedicò l’allora seguitissima rivista inglese Mountain: “Who is this man?”
L’8 maggio 1979 Roskelley raggiunge la vetta dell’inviolato e remoto Gauri Sankar 7134 m (Rolwaling Himalaya, Nepal), con Sherpa Dorje.

John Roskelley al Gauri Sankar
TempoUominiDuri-Roskelley2E, nello stesso anno, incredibile, sale per primo un’altra torre simbolo del Karakorum, la Uli Biaho Tower 6109 m, per la parete est (VII F8 A4), con Ron Kauk, Bill Forrest e Kim Schmitz.

La Uli Biaho Tower (Karakorum)

Torre Uli Biaho, Baltoro, PakistanIn seguito John continua a fare spedizioni ogni anno, alternando successi a insuccessi (come a esempio il versante nord dell’Everest, il Melungtse, o ancora il Gauri Sankar). Nel 1982, prima ascensione della parete sud-ovest del Cholatse 6440 m (Khumbu Valley, Nepal), con Vern Clevenger, Galen Rowell e Bill O’Connor. Nel 1989, prima ascensione della parete nord-est del Taboche Peak 6501 m (Khumbu Valley, Nepal), con Jeff Lowe: i due raggiunsero la vetta il 13 febbraio.

Nel 1995, con Tim Macartney-Snape, Stephen Venables, Jim Wickwire e Charlie Porter, va al Monte Sarmiento (Tierra del Fuego): solo con i primi tre Roskelley arriva in vetta, per una via nuova sulla cima Ovest.

Nel 1980 raggiunge in solitaria la vetta del Makalu per la via normale, dopo che i suoi compagni uno a uno rinunciarono. Dopo una discesa assai problematica, Roskelley si trovò a fronteggiare sia in luogo che in patria l’accusa di non aver fatto abbastanza per soccorrere un altro alpinista americano, Mike Warburton, membro di una spedizione al Makalu II: questi, colpito da edema, era stato comunque soccorso dalla squadra sherpa della sua spedizione, ma i danni permanenti riportati furono la scusa per cercare di offuscare la limpida carriera di Roskelley. Che per questo dette anche le dimissioni dall’American Alpine Club.

Attivo ancora oggi, anche se si è dato alla politica, nel 2009 ha salito il canalone Slipstream al canadese Mount Snowdome, e due anni fa la più lunga cascata di ghiaccio degli USA, Goats Beard.

E’ autore di numerose pubblicazioni dedicate alle sue spedizioni:
(1980) The Obvious Line – Uli Biaho. Su American Alpine Journal (Golden, CO, USA: American Alpine Club) 22 (53): 405–416. ISBN 978-0-930410-76-6.
(1991) Last Days. Mechanicsburg, PA, USA: Stackpole Books. ISBN 0-8117-0889-6.
(1998) Stories Off the Wall. Seattle, WA: Mountaineers Books. ISBN 0-89886-609-X.
(2000). Nanda Devi: The Tragic Expedition. Seattle, WA: Mountaineers Books. ISBN 0-89886-739-8.

Postato il 26 marzo 2014

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Esplorazione in Alaska

Mount Laurens: via nuova di due americani in una remota catena dell’Alaska, nominata per il Piolet d’Or 2014
di Graham Zimmerman

A Talkeetna abbiamo concluso la nostra avventura, Mark Allen e io, una bella spedizione in Alaska coronata dal successo, una via nuova sul Mount Laurens 3061 m per l’impressionante sperone nord-est (V, A1, AI4, M7, 1400 m), nei pressi del ramo sud-ovest del Lacuna Glacier. Secondo Mark, finora la sua più bella avventura in Alaska. Una combinazione di accesso avventuroso, alpinismo esplorativo e scalata d’impegno che ha fatto di tutto il giro un insieme favoloso, in un ambiente naturale così selvaggio da non averne mai visto di uguali.

Con Paul Roderick della Talkeetna Air Taxi approfittammo di una nuova striscia d’atterraggio sulla neve dei Ramparts tra il Lacuna Glacier e il Kahiltna Glacier: poi camminammo per due giorni in su, fino al ramo sud-ovest (circa 14 km).

La parete est del Mt. Laurens con lo sperone nord-est salito da Allen e Zimmerman
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Ci eravamo documentati e sapevamo di essere i primi a visitare quest’area con intenzioni alpinistiche e probabilmente i primi a percorrere il ramo sud-ovest del ghiacciaio.
Sapevamo anche che Paul Roderick nel 1997 aveva fatto volare fin lì un alpinista austriaco, Thomas Bubendorf, più esattamente sul vicino Yetna Glacier e che questi aveva poi salito da solo e al primo tentativo la cresta sud-ovest della montagna. Fu Bubendorfer che battezzò la montagna “Laurens”, dal nome di suo figlio. Sembra che questa sia l’unica ascensione della montagna, che è davvero dominante e situata sulla cresta che corre a sud di The Fin, tra i ghiacciai di Yetna e di Lacuna.

La cresta fa parte di un gruppo di montagne noto come Fin Group. Oltre al Laurens, ci sono il Voyager Peak 3722 m (prima ascensione Allen-Zimmerman, 2011), le Bats Ears 3366 m (prima ascensione Gilmore-Turgeon-Wilkinson, 2008) e un’altra cima inviolate 3054 m.

Mark Allen sullo sperone nord-est del Mt. Laurens
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L’impressionante parete est del Mt. Laurens Mark e io l’avevamo vista per la prima volta facendo la prima del Voyager Peak nel 2011. Già allora avevamo coniato per lei il nome “The Mastodon Face” e così era rimasto.

Tra il 9 e il 15 maggio 2013, Mark e io facemmo due tentativi sul “mastodontico” sperone est del Laurens, ricacciati indietro in entrambi i casi da muri strapiombanti ricoperti di un velo di ghiaccio dopo circa 450 metri di salita.

La sera del 20 maggio riprovammo. La prima metà della via era composta da difficili sezioni di misto separate da lunghi tratti di arrampicata su neve e buon ghiaccio ripido. In cima a questa prima metà bivaccammo su una bella prua. La seconda metà cominciava con il raggiungimento di una ripida cresta di neve che continuava fino alla confluenza con la cresta nord. Continuammo per la cresta fino a un secondo bivacco sito su una gobba della cresta stessa. Questo era un punto di osservazione meraviglioso, potevamo vedere quasi tutte le montagne dell’Alaska, naturalmente anche il Foraker, il Denali (McKinley), il Mount Hunter e il Russell. Il sito del bivacco era la giusta interruzione di un filo di cresta che sia prima che dopo imponeva una scalata sprotetta su neve ripidissima e potenti cornice.

Graham Zimmerman
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La cresta portava al plateau sommitale dove ci prese una tormenta di vento freddissimo. Fummo perciò costretti a piantare la tendina e ripararci malamente per circa tre ore in attesa dell’alba. Per fortuna con il sorgere del sole la bufera si smorzò e ci fu quindi permesso di salire un ultimo pendio a 70° per arrivare in cima.
Non risultava che la quota della sommità del Laurens fosse mai stata misurata prima: lo facemmo noi con il nostro GPS, stabilendola quindi a 10.042 piedi (3061 m).

Mark Allen
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Scendemmo sul margine meridionale della parete est seguendo una serie di couloirs. Facemmo 12 doppie su ghiaccio, neve e roccia e poi ancora giù per altri 650 metri fino al ghiacciaio. Ci riposammo per un giorno e mezzo prima di scendere con gli sci alla “striscia” di atterraggio.

Tutto il giro fu di 67 ore: 59 di salita e 8 di discesa.

postato il 20 marzo 2014

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Prima ascensione di un Settemila del Karakorum

Il Kunyang Chhish East 7400 m, inviolata cima del Karakorum (gruppo Hispar Muztagh) è stato salito per la parete sud-ovest.
La cima principale (7852 m) è la 21a montagna del mondo: fu salita per la prima volta dai polacchi di Andrzej Zawada nel 1971. E, a dispetto di alcuni tentativi, la cima orientale aveva resistito fino all’estate 2013. Il tentativo più spinto era stato quello dei due americani Steve House e Vince Anderson nel 2006. Sfortunatamente, a soli 300 m dalla cima, avevano dovuto ripiegare respinti da un muro verticale di roccia. La parete sud-ovest, di 2700 m, è stata a lungo considerata uno degli ultimi grandi problemi. L’impresa ha guadagnato la nomination al Piolet d’Or 2014.

Matthias Auer incomincia a scalare nel giorno della vetta

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Kunyang Chhish East: prima ascensione
di Hansjörg Auer

Stavamo camminando lungo la morena dell’Hispar Glacier quando vedemmo per la prima volta la nostra meta. Su un verde ripiano a Dachigam, da dove si vede il Pumari Chhish Glacier fluire proveniente dalla base del Kunyang Chhish, sussurrai al mio compagno svizzero Simon Anthamatten: – Da non crederci… una vera mostruosità!

Erano le dimensioni che mi sconvolgevano. Il grande anfiteatro, formato dalla cima principale con la Est e la Sud, era una delle formazioni più selvagge che avessi mai visto. Poi andammo verso il campo base, e improvvisamente Simon si fermò ancora: le nuvole si stavano diradando e potevano così vedere l’intera parete sud-ovest fino alla cima piramidale della nostra montagna. Ci guardammo, dopo aver realizzato che da Dachigam avevamo visto solo metà della parete.

La spedizione non cominciò come previsto. Risolti i problemi per il permesso, che ci ritardarono qualche giorno, e dopo aver ricevuto una telefonata da Berna di Simon che mi diceva di aver finalmente avuto il visto, cinque minuti dopo ero stato chiamato da Matthias, mio fratello: stave andando all’ospedale perché si era fatto male al pollice.
Dopo quella notizia, avevo un po’ di confusione in testa. Seduto, cercavo di calmarmi. Avevamo investito nel progetto, tempo, studi, allenamento. Sembrava che le cose volessero andare a modo loro, cos’ Simon e io decidemmo di andare comunque all’avventura.

Venti giorni dopo stavamo partendo per il nostro primo tentativo alla parete sud-ovest: era il 25 giugno, ci eravamo acclimatati, lentamente facendo l’abitudine alla quota, scalando su qualche cresta e paretine vicino al campo base, poi salendo la vetta dell’Ice Cake Peak 6400 m e dormendo in cima. Scesi al campo base ci restammo solo il giorno necessario per preparare gli zaini per il primo tentativo al KC East.

Nel frattempo Matthias era arrivato. Ma, sia per la ferita, sia per l’assenza di acclimatazione, dovette rimanere al campo. Neppura sull’Ice Cake Peak era potuto venire: e questo gli aveva dato fastidio, ma con il Kunyang Chhish non si poteva scherzare.

Hansjoerg Auer in testa su terreno misto a 6500 m

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Simon e io ci sentivamo forti. Al terzo giorno, quando il tempo stava cambiando e il vento era sempre più violento, arrivammo a un posto da bivacco a circa 7000 m. Erano solo le due del pomeriggio ma non si poteva andare Avanti. Eravamo molto esposti alle intemperie, non dimenticherò mai quella notte passata a temere di essere portati via nel buio del Karakorum.
Il mattino dopo era anche peggio. La neve riusciva a passare anche attraverso la cerniera della tenda. Di solito riesco abbastanza a dominare le mie emozioni nelle situazioni dure. Ma ecco che alle 8 capii che dovevamo reagire, altrimenti la montagna avrebbe preso il sopravvento. Disfacemmo il campo e lottammo nella discesa fino alla base. Dopo 14 ore, Matthias era contento di rivederci e di poterci aiutare con i carichi, lieto anche di non essere più incazzato.

Simon Anthamatten

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Quattro giorni dopo eravamo di nuovo sulla via, ma le molte valanghe e le tonnellate di neve fresca ci costrinsero a una ritirata a soli 5600 m. Avevamo anticipato troppo la finestra di bel tempo, fu un errore e lo stavamo pagando, perché la montagna qui non perdona nulla.
Arrabbiati ritornammo al campo base. Sebbene avessimo ancora tre settimane, era chiaro che ci rimaneva più solo una chance: due tentativi non sono acqua fresca. Ci riposammo un giorno, cercammo di dormire il più possibile, ma poi dovevamo ripartire. Senza altra scelta.

Hansjoerg Auer

PrimaAscensioneSettemila-Auer_hansjörgL’acclimatamento di Matthias non era allo stesso livello nostro. Era stato da solo fino a 5500 m, ma questo non è abbstanza per il KC East. Avrebbe dovuto almeno salire sull’Ice Cake Peak. Andò assieme a Simon, in una botta da due giorni, mentre io facevo riposo al campo base, al Massimo giocando con I massi.
Nei dieci giorni seguenti non ci fu molto da fare. Brutto tempo, venti fortissimi sulla cima e neve fresca fino al campo base ci stavano incastrando. Non vedevamo l’ora, l’essere stati così vicino alle ultime cornice della vetta ci faceva letteralmente friggere.

La sera del 13 luglio, Karl Gabl, il nostro meteorologo in Austria, ci diede una previsione favorevole. Non la finestra perfetta, ma almeno condizioni accettabili e notti fredde e serene. Ora anche Matthias era della partita. Il 14 luglio, alle 4 di mattina, partimmo in tre. I primi due giorni andarono lisci. Dopo uno spettacolare bivacco su un fungo di neve scalammo senza problemi fino a 6600 m, alla fine del secondo giorno.
Solo il vento che si alzava e gli spindrift delle ultime lunghezze miste ci avevano dato un po’ di fastidio. La notte fu abbastanza dura, la neve tendeva a coprire e schiacciare la tenda. Il mattino dopo era freddo e grigio.
Tentammo di proseguire ma non era possibile. Trovammo un piccolo crepaccio dopo 200 m, un piccolo tunnel conduceva all’interno: un rifugio perfetto, senza vento e senza spindrift, cosa che ci permise di aspettare lì due giorni il bel tempo.

Matthias Auer

PrimaAscensioneSettemila-Auer_matthiasAlla mattina del 18 luglio il vento si era calmato e il cielo si era rasserenato. Sembrava davvero l’ultima chance. Alle 6, quando spuntò il sole, partimmo. Il terreno che ci attendeva, di misto, era impegnativo: le dita delle mani e dei piedi diventavano sempre più fredde e la lunga traversata sulla cresta, tutta di ghiaccio, ci stava sfinendo. A 7000 m sostammo un poco, prima della cresta finale. Il primo gradino, per raggiungere la cresta finale, si rivelò non così difficile come lo aveva descritto Steve House. Traversammo proprio sul filo e arrivammo a terreno più facile. Le condizioni stavano peggiorando ma sapevamo che ci mancava molto poco.

Sempre più lenti, traversammo verso il punto più alto e alle 12.30 non potevano crederci, ma eravamo in cima. Con le lacrime agli occhi ci abbracciammo, sotto c’erano le nuvole di un mare che lasciave emergere solo le vette più alte del Karakorum. Il Kunyang Chhish East non è più inviolato!

Postato il 17 marzo 2014

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Una ripetizione da premio sull’Annapurna

Stéphane Benoist e Yannick Graziani ripetono la via di Ueli Steck, intitolata a Béghin-Lafaille, sulla parete sud dell’Annapurna. Impresa nominata al Piolet d’Ot 2014 per la Menzione Speciale.

Dopo solo due settimane dalla stupefacente salita di Ueli Steck sulla Sud dell’Annapurna, due espertissimi alpinisti francesi riprendono la sua salita: sono le guide Stéphane Benoist e Yannick Graziani.
Non riusciamo a pensare a un’altra occasione simile: una via così storica e dirompente su una significativa vetta himalayana ripetuta dopo così poco tempo.

La parete sud dell’Annapurna 1 con l’itinerario della cordata Benoist-Graziani

RipetizionedaPremio-annapurna Benoist-GrazianiMa le due storie sono assai diverse. Per acclimatarsi la cordata di Benoist e Graziani si è fatta la prima ascensione di una cima di 6505 m, una bella vetta sul bordo orientale del Santuario dell’Annapurna, tra l’Annapurna III e il Gandarbha Chuli. Dopo aver salito un evidente couloir sul versante sud-ovest (700 m, TD- con sezioni a 90°) hanno passato due notti in vetta.
Mentre stavano facendo il secondo bivacco hanno ricevuto un messaggino da Steck (l’idea originaria era che tutti e tre dovessero spartire il permesso per l’Annapurna), che sostanzialmente li informava che lui stava partendo la sera stessa.
Naturalmente, nel tempo in cui Benoist e Graziani scesero al campo base, Steck era già partito. I francesi erano molto meravigliati che Steck avesse potuto salire la parete sud dopo una sola escursione di acclimatamento non oltre i 6500 m.

Ci si è messo il brutto tempo a fermarli, con 30-40 cm di neve fresca sulla montagna. I due aspettano fino al 17 ottobre prima di osare il loro tentativo.
Nella parte bassa prendono un percorso diverso da quello di Steck, più sicuro, e arrivano a bivaccare in un luogo protetto, a 6100 m.
Da lì risalgono il couloir (50-70°) del Pilastro dei Giapponesi, fino a bivaccare a 6650 m, in un luogo che loro conoscevano da un precedente tentativo del 2010.

Il tempo si mette ancora al brutto, nevica e fa vento. Dopo aver passato tre notti in quel bivacco, mangiando, bevendo e riposandosi, i due iniziano il lungo obliquo per andare a raggiungere la base (7100 m) della barriera rocciosa a sinistra, la stessa di Steck. Qui, con Benoist in testa, arrampicano per lunghezze di corda molto difficili, specialmente due, davvero impegnative, su roccia coperta da un velo sottile di ghiaccio, improteggibile.

Il giorno dopo, saliti altri tiri duri (80-90°), si trovano quasi alla sommità della barriera e bivaccano a 7400 m circa. A circa metà della barriera rocciosa avevano notato, sulla destra, un friend a barra rigida, con moschettone, presumibilmente lasciato da Pierre Béghin e Jean-Christophe Lafaille nel lro tentativo del 1992. Avevano visto anche tracce del passaggio di Steck a circa 7300 m.
Il giorno dopo i due superano altre lunghezze difficili (le più dure ancora con Benoist in testa) per bivaccare a 7550 m e raggiunger il giorno dopo ancora la vetta.

Yannick Graziani

RipetizionedaPremio-Graziani

Immediatamente iniziano a scendere per raggiungere il loro bivacco a 7400 m, ma a quel punto Benoist cede e comincia a muoversi assai lentamente.
Nella notte si alza il vento, le previsioni promettono neve.
Il giorno dopo Graziani prepara le doppie nella lunga discesa fino al piede della barriera rocciosa e oltre. Su insistenza di Graziani continuano anche di notte.
Le pile frontali hanno le batterie scariche, Graziani prepara gli ancoraggi all’incerta luce di un fornellino acceso. Continuano nell’oscurità, su ancoraggi sempre più precari, fino al luogo del loro primo bivacco, dove si concedono qualche ora di sonno. Il gas è finito. Fortunatamente la notte è calma, contrariamente alla previsioni non nevica e Graziani è in grado di operare a mani nude.

La cordata raggiunge la crepaccia terminale il 26 ottobre, impiegando poi ben sei ore per coprire la relativamente breve distanza con il campo base avanzato. Avendo capito che nessuno avrebbe potuto andare oltre, specialmente Benoist, il giorno dopo Graziani usa un pannello solare per ricaricare il telefono satellitare e chiamare per l’elicottero.
Il 28 I due francesi sono a Kathmandu, Benoist è costretto al ricovero in ospedale per seri congelamenti alle dita delle mani e dei piedi.
Graziani sembra invece aver superato indenne quella prova tremenda.

Stéphane Benoist tornato a casa

RipetizionedaPremio-Benoist-7766434632_stephane-benoist-ampute-apres-son-ascension-de-l-annapurnaSebbene la loro ascensione sia stata del tutto oscurata da quella di Steck, non si deve sottostimarne la rilevanza.

Materiale raccolto da Lindsay Griffin e Rodolphe Popier

Postato il 14 marzo 2014