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“Pinne gialle” trad

Pinne gialle trad
(a dispetto dei fantomatici appigli “scomparsi”)
di Maurizio Manolo Zanolla


Pinne gialle
è una via che ho attrezzato a spit e dall’alto nell’estate del 2014 in Tognazza (Passo Rolle, Dolomiti). Corre a lato del grande diedro centrale, superato dalla via Dell’Antonio-Marcon, un itinerario aperto il 28 agosto 1962 e da me in seguito liberato.

Anche a causa delle pessime condizioni meteo di quell’estate, Pinne gialle mi ha rubato nove giorni per il lavoro di chiodatura e pulizia e sono riuscito a liberarla il 23 settembre del 2014 accompagnato da Eric Girardini. Matteo Mocellin ha documentato la prima salita con una completa sessione fotografica e dopo la salita, come ormai d’abitudine, non avevo espresso nessuna graduazione alla via, lasciando ad altri più bravi l’eventuale compito. Per il racconto vedi: http://www.planetmountain.com/it/notizie/arrampicata/pinne-gialle-nuova-via-per-manolo-in-tognazza.html

Tre immagini della prima ascensione di Manolo su Pinne gialle, 23 settembre 2014. Foto: Matteo Mocellin/Storyteller-Labs
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Quella serie di fessure, come ho già raccontato due anni fa dopo la prima salita della via, era da molto un mio personale sogno “trad” ma probabilmente, il lungo periodo di stop per infortunio mi aveva condizionato talmente tanto che non ne avevo avuto il coraggio, e la paura di schiantarmi in quel diedro minacciosamente vicino mi aveva convinto a mettere gli spit.

Il tempo però l’ha diluita in fretta e già mentre Andrea De Giacometti (che mi aveva accompagnato negli ultimi giorni di pulizia e nel primo tentativo di salita), stava provando a ripeterla gli avevo suggerito di sbrigarsi perché mi era ritornata la voglia di tentarla trad.

Nel frattempo ad agosto del 2015 Riccardo Scarian e Alessandro Zeni la provano con la corda dall’alto.

Dopo quindici giorni gli stessi ritornano con la corda dal basso, trovandola completamente trasformata e tremendamente più difficile, non riuscendo nemmeno ad arrivare in sosta e alle tre di notte mi arriva un messaggio che riporto testualmente: “Oh Mago, ma sai che un coglione (!!!) ti ha smartellato gli appigli su Pinne gialle? Dev’essere stato un talebano di merda! Sarebbe da fargli il culo a gente del genere… Buona notte!”.

Con la corda dall’alto sul tiro chiave di Pinne gialle. La foto è stata pubblicata l’8 settembre 2015 da Alessandro Zeni sul suo profilo facebook, con il seguente commento:Festeggiano i cani sul cadavere dei leoni pensando di aver vinto.. ma i cani rimarranno cani e i leoni rimarranno leoni!! Non toccate mai i vostri idoli, la sottile doratura che li ricopre si attacca facilmente alle vostre dita…“.
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Naturalmente mi preoccupo: ma cosa sarà mai successo su quella via? Così chiedo ad Andrea che la stava provando per favore di salire a controllare. Niente, dopo la perlustrazione mi dice che lassù non manca proprio niente, per lui tutto è assolutamente come prima, a parte la presenza di un isolato moschettone a metà.

Per tutta risposta (il 4 settembre sempre del 2015) gli arriva questo messaggio (che riporto altrettanto testualmente): “Ciao Andrea direttamente dalla regia mi dicono che non è assolutamente cambiato niente su Pinne gialle… Beh che dire! Ti consideravo una persona onesta e con una certa etica. Ma evidentemente mi sbagliavo… sei abbagliato e probabilmente d’accordo con il tizio che si è fottuto il cervello ormai da un bel po’ di tempo! Vorreste farci passare da coglioni a me e Zeni? Sarà difficile!! Una via che fai con un resting a vista con la corda dall’alto! E due settimane dopo, in forma, fai un resting a ogni spit non credo sia a stessa via! Comunque complimenti, siamo come al solito nel patetico! Ma sinceramente a me non me ne frega un cazzo! Ce ne sono di vie da scalare a ‘sto mondo. Bravi ancora una volta, siete proprio i migliori!!! Diglielo pure al tuo amico… Che ora stiamo scalando al Bilico… e preventivamente abbiamo le foto di ogni appiglio e appoggio! Così da non passare proprio da coglioni ogni volta! Buone arrampicate… Ciao Sky.”

Aldilà del linguaggio, tutto questo mi sembra tremendamente strano e il 7 settembre 2015 con Andrea ritorno lassù, mi calo lungo la via ma non vedo nessun cambiamento, tutto è assolutamente come prima. Quel pomeriggio Andrea fa anche un paio di tentativi per chiuderla, ma non ci riesce.

Sono indolenzito e infreddolito il sole è sparito da un bel po’, sono appeso su quella sosta scomoda da due ore ma sono troppo curioso. Mi carico tutto il materiale nello zaino e parto, arrivando in sosta scalando pulito e riconfermando tutto quello che mi era sembrato la prima volta… questa via con la corda dall’alto è puro divertimento. Sono contento, non manca assolutamente un millimetro di pietra e come sempre, non mi fermo nemmeno a rispondere, semplicemente vado avanti per la mia strada.

Andrea De Giacometti
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Andrea De Giacometti durante la prima ripetizione di Pinne gialle, 12 agosto 2016. Foto: Laura Gonzalez Calavia
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Finalmente quest’estate, esattamente il 12 agosto 2016, Andrea riesce nella prima ripetizione. Andrea scrive: “Il nome Pinne gialle deriva da una storia tutt’altro che simpatica, fatta di arrampicatori “snaturati” e di maldicenze su appigli rotti e smussati. Una saga senza fine incominciata tempo fa, purtroppo con l’unico scopo di tralasciare il vero valore dell’arrampicata e della mera bellezza delle vie. Tiri semplicemente unici, dove si riesce a passare oppure, con un grande sforzo di umiltà, è dovere togliersi il cappello e portare a casa un insegnamento di valore ancora più prezioso. A me questa via ha insegnato molto, la reputo la più complessa che abbia salito fin ora e sicuramente la più bella della parete. Una via con carattere, con “un’anima” propria da ricercare e comprendere, sintonia da scoprire con la parete, gioco di emozioni… per riuscire a salirla ci vuol ben altro che un buon allenamento e le dita che stringono”.
Per il racconto, vedi http://www.planetmountain.com/it/notizie/arrampicata/pinne-gialle-prima-ripetizione-in-tognazza-per-andrea-de-giacometti.html.

Ora, posso togliere definitivamente gli spit.
Il primo giorno non riesco a toglierli tutti, quella parete storta mi spacca la schiena rimescolando una verticalità contorta. Ritorno per finire il lavoro e provo anche a posizionare qualche stopper, non ho nessuna esperienza con questo genere di protezioni veloci e in quella strana fessura a tratti appena superficiale mi rendo conto che i friend non entrano un gran che e il materiale che possiedo è troppo grande. Non ne ho mai usati di più piccoli e non so nemmeno quanto tengano (ammesso che riesca a posizionarli), ma se voglio continuare devo comprarli.
Cavolo se costano questi dannati stopper e mi rendo anche conto che non mi bastano. Devo acquistarne altri assieme a qualche micro-friend.
Questa volta li faccio bastare e non ho nessuna intenzione di comprarne ancora.

Manolo e un micronut. Foto: Davide Carrari
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L’idea è anche di fare qualche test per comprendere se tengono davvero e se l’eventuale fuoriuscita di uno di questi nel tratto chiave possa essere devastante, ma poi mi convinco che è meglio non saperne nulla, non voglio essere influenzato, devo alleggerirmi da tutto, dalle chiacchere, dalla paura, dall’immaginazione… nessun timore deve infiltrarsi e mi convinco che sono più che sufficienti.

Bene, adesso devo solo provare la via, quest’estate non ho quasi mai scalato, non sono in condizioni e non voglio rischiare troppo. La via non esige grande forza e nemmeno una grande resistenza ma molta sensibilità. Però affidarsi solo a una buona condizione mentale con quelle protezioni è piuttosto pericoloso.

Giovedì 29 settembre Eric ha mezza giornata di tempo, avrei preferito il pomeriggio visto la calura di questi giorni ma oggi può solo al mattino. Mi cala lungo quelle fessure che ora senza i chiodi mi sembrano ancora più belle, ma impiego molto tempo a posizionare alcuni di quei micro dadi. La gravità mi sputa sempre implacabile verso il diedro continuando a toglierli e arrivo in fondo più storto che mai.

Anche Eric ne ha piene le scatole di rimanere appeso in sosta ma si offre gentilmente di scendere ad assicurami per un tentativo.

Manolo impegnato nella prima trad di Pinne gialle (con protezioni pre-piazzate), tiro chiave. Foto: Davide Carrari
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Preferisco scalare subito dal basso, non abbiamo molto tempo e nessuna ambizione di riuscire, voglio solo capire se riuscirò a rinviare e mettere i friend dove prima dovrò mettere le dita e intanto ripasserò con calma i movimenti della via ma soprattutto… incomincerò ad abituarmi mentalmente a quella scalata. Metto il casco, Eric ride perché non l’ho mai messo; gli chiedo di essere serio, voglio concentrarmi, sono molto preoccupato anche solo per provare a resting.

Ho da subito una buona percezione e mi abbandono con fiducia sui primi spalmi trovandoli molto più facili del previsto riuscendo sempre a rilassarmi e a riposare quasi ovunque, e rapidamente mi avvicino al tratto più pericoloso e difficile.

Eric mi incoraggia ma io non ricordo le sequenze: però traverso deciso e leggero verso il passo più impegnativo ma quando provo a proteggermi mi rendo conto che le protezioni sono posizionate troppo in alto. Non posso fermarmi e nemmeno cadere, se voglio raggiungerle devo proseguire ancora.

Quel diedro è pericolosamente vicino e se solo mi scivolasse un piede mi schianterei contro ma stranamente non m’irrigidisco e m’infilo in una strana dimensione che annulla totalmente tutto quello che mi circonda e avanzo fino a proteggermi su quei piccoli dadi e proseguo fino al riposo, dove non mi fermo nemmeno. Non sono stanco e voglio lasciarmi dietro più parete possibile.

Tognazza, via Pinne gialle
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Superato il tratto più critico avverto improvvisamente il caldo torrido del mezzogiorno che mi secca la gola, ma ho ancora qualche movimento molto strano e insidioso per riuscire. Spreco energie, non mi ricordo il metodo e devo riscendere al riposo. Respiro più profondamente, è l’ultimo ostacolo che mi separa dal mio piccolo sogno e riparto ascoltando solo l’istintività del mio corpo e poco dopo sono in cima a quei 47 metri fantastici!

Ho la gola arsa, ma non sono minimamente acciaiato e tutto mi è sembrato facile… oggi ho arrampicato bene, come ormai mi succede raramente forse perché sono riuscito ad alleggerirmi da tutto e solo adesso mi rendo conto di non aver mai pensato a cadere.

Non ho fatto niente di speciale, ho solo realizzato una parte di un mio piccolo sogno e mi piace averlo fatto a quasi sessant’anni. Ma nuovamente la felicità si smorza… sono salito facilmente, ma allora forse potrei salire mettendomi tutte le protezioni dal basso? Anche quelle più precarie?

Credo di sì, ho imparato molte altre cose ma per ora non sono ancora pronto e lascio il piacere a qualcuno più bravo ed esperto di me. Potrebbe essere un prossimo progetto… ora ho scoperto gli stopper e intanto mi impegnerò a liberare anche gli altri tiri, poi vedremo.

Riflettendo: dal momento che lassù non manca un millimetro di pietra… o sono un extraterrestre e riesco a salire con facilità, senza allenarmi, dove rinomati atleti giovani e preparati ed esperti non riescono, oppure qualcuno ha speso un capitale di colla e ha rincollato tutti gli appigli scomparsi in un modo impeccabile senza lasciare traccia… oppure ancora qualcuno si è inventato una velenosa favola di appigli scomparsi che spero contagi solo gli “arrampicatori da tastiera”.

Alessandro Zeni e Riccardo Sky Scarian
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Una voce in disaccordo

Una voce in disaccordo
(le mie ragioni per non essere d’accordo con Gogna & C., in ordine sparso su Eliski, Reality, Funivia Skyway)
di Roberto Rossi (dal suo sito http://www.mountain-passion.com/)

Nell’ultimo mese sono usciti alcuni articoli sul Gogna Blog che, a mio avviso, meritano un approfondimento e delle riflessioni serie e coscienziose, senza che finiscano in “caciara” nel giro di pochi commenti e relativi commenti ai commenti, come avviene sui social.

La premessa, dovuta, è che tutti noi Alpinisti, Guide, frequentatori di Montagna, amanti della natura, dei suoi spazi e della sua grandiosità siamo degli ambientalisti; tutti siamo contro il super consumismo, contro l’inquinamento, contro le funivie, contro l’eliski… ma poi c’è una cosa che si chiama “vita di tutti i giorni”.

Roberto Rossi
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1) Eliski. Mi sono arrabbiato molto con te, Alessandro, per il modo con il quale hai espresso la tua opinione contro l’eliski attaccando la posizione dichiarata dal Presidente delle Guide Alpine Italiane Cesare Cesa Bianchi. L’ho definita una meschinità e lo ribadisco.
Ribadisco il fatto che siamo tutti contro l’eliski, ma è molto facile attaccare tale attività, soprattutto per uno con la tua influenza e il tuo carisma senza entrare realmente nel merito…

Ecco qui alcune riflessioni.
In Valle d’Aosta l’eliski è regolamentato da una legge regionale che ne fissa periodo-orari-punti d’atterraggio. In Valgrisenche, il “Canada italiano”, lavorano circa sei-otto Guide per parecchie giornate; lavorano due alberghi con personale che fa la stagione, lavorano i bar e gli esercizi commerciali. Lavorano i piloti e i tecnici. Tutte persone che hanno famiglia, figli e una vita. Idem nelle altre valli. Ben inteso poi che ci sono tante altre attività che le Guide svolgono in inverno; dallo scialpinismo al fuoripista passando per le cascate di ghiaccio e le ciaspolate.

Le ditte di elicotteri si aggiudicano l’appalto per l’eliski nelle differenti valli fornendo al Comune di riferimento una cospicua cifra (migliaia di Euro) o l’equivalente in ore di volo.
Soldi e tempo che vengono reinvestiti sul territorio; in Valgrisenche ad esempio, tutte le falesie (nuove e risistemazione) vengono finanziate con i soldi provenienti dall’eliski; i comuni mettono a disposizione ore-volo per la pulizia e la manutenzione dei bivacchi; o per la sostituzione delle corde fisse sul Cervino, ad esempio. Il Comune di Valtournenche ha stanziato quest’anno 45.000 Euro per l’attività Io in Montagna con le Guide del Cervino, in cui bambini di età compresa dai 6 ai 14 andavano in giro con le Guide ad arrampicare, su ghiacciaio, su vie ferrate, a dormire nei rifugi, a conoscere il proprio territorio, avvicinandosi in maniera consapevole al meraviglioso mondo della Montagna.

In virtù delle cose da me elencate ti inviterei quindi a una riflessione profonda e ad andarci molto cauto nell’essere contro l’eliski in maniera così feroce. Io, pur essendolo in linea di massima, non me la sentirei proprio.

Infine, caro Alessandro, ti ho anche accusato di poca coerenza; deriva dal fatto che se sei contro l’uso degli elicotteri, non presenti un alpinista come Hervé Barmasse durante una serata a Milano o a Cervinia per i 150 anni del Cervino con grandi pacche sulle spalle, tarallucci e vino; perché Hervé, durante l’apertura delle sue improbabili vie sul Cervino, è stato spesso seguito da elicotteri per reportage fotografici. Ma si sa, io sono polemico ed estremista, e purtroppo ho anche tanta memoria!

Ma non è finita! L’attività in questione è paragonabile anche a quella dei gommoni o delle barche che accompagnano i turisti nelle varie calette tra Cala Gonone e Goloritzé, in Sardegna, ad esempio; calette che possono essere raggiunte anche dall’interno, camminando qualche oretta. Attività, però, che fa vivere la gente del posto e che non ho mai sentito criticare aspramente.

Milano Montagna, ottobre 2014: Hervé Barmasse presentato da Alessandro Gogna alla Statale
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2) Reality Monte Bianco. Avendoci partecipato credo di poter dire la mia con cognizione di causa.
Sarà un reality, o meglio un “adventure game”; quindi, per definizione, non una trasmissione a carattere prettamente culturale! Altrimenti sarebbe stato un documentario stile Quark. Non nascondo inoltre che, personalmente, ho tentennato molto prima di firmare il contratto, chiedendo garanzie alla produzione circa la serietà del programma e sui messaggi da esso proposti (garanzie che magari verranno disattese); durante lo svolgimento dello stesso ho criticato aspramente molte delle scelte degli autori e dei produttori, scelte che mi hanno creato imbarazzo personale e di cui probabilmente non andrò particolarmente fiero (ma che non posso qui elencare perchè sotto contratto fino al 31/01/2016).

Ma ecco i paladini della Montagna (Mountain Wilderness, CAI, ecc.) intervenire ergendosi a oracoli e parlando di etica della Montagna, di rispetto per i sentimenti di chi ha fatto, sulle Montagne incontaminate, investimenti affettivi e morali, ecc.

Ma anche se avessimo fatto a gara a chi riusciva a resistere di più nudo sotto la neve o a chi fosse riuscito a pisciare più lontano da una cima… che problema c’è? Di quale cultura e rispetto della Montagna state parlando?

E’ forse cultura quella del CAI in cui un ragazzino appena ventenne (forte arrampicatore di falesia) viene promosso ad aiuto istruttore senza nessuna esperienza di vie in Montagna e, lasciato in balia della stessa, combina un pasticcio durante una corda doppia e causa un incidente (fortunatamente non gravissimo) alla sua “allieva”?

E’ forse cultura di Montagna quella in cui, durante un corso d’alpinismo, tre cordate si trovano in fila indiana sulla Nord del Gran Paradiso, la prima scivola, investendo la seconda che si ferma grazie alla vite da ghiaccio messa dalla terza cordata, formando un estetico grappolo nel bel mezzo di uno scivolo bianco?

E’ forse cultura di Montagna andare sul Breithorn con il casco e i nodi a palla (che poi non sono nodi a palla ma semplici asole…)?
Sono forse cultura di Montagna le gare di scialpinismo dove noi Guide spesso attrezziamo i percorsi scalinando e mettendo corde fisse (con l’aiuto degli elicotteri, ovvio!) oppure i trail che tanto vanno di moda oggigiorno?

Lodovico Marchisio, presidente della Commissione TAM Piemonte e Valle d’Aosta, parla di rispetto dell’ambiente Montano; forse dimentica che sua figlia Stella, campionessa di boulder, ha passato gran parte della sua vita a spazzolare via muschi e licheni dai massi per poi poter arrampicarci sopra; chissà se ha causato più danno lei all’ecosistema distruggendo licheni la cui crescita è spesso di 1mm/anno oppure il sottoscritto a lavarsi in un torrente (senza shampoo, bien sur!) durante un reality! Oppure se il Professor Lovari, ordinario di Scienze Ambientali e Fauna all’Università di Siena (e con il quale iniziai la tesi di laurea) ha infastidito di più i camosci e gli stambecchi che ha seguito, radio-collarandoli, nella sua lunga carriera, piuttosto che le Guide che fanno eliski! (Lovari è uno dei firmatari del documento di Mountain Wilderness contro Skyway e Reality).

Questi esempi beceri e stupidi, che ho volutamente portato per abbassarmi al livello delle vostre critiche, vogliono solamente essere da monito su come sia estremamente facile alzare il ditino e puntarlo contro chicchessia (lungi da me criticare e scagliare la prima pietra); ce n’è per tutti, sempre e comunque.

Ora cerchiamo di vedere le cose positive di questo reality. Per la prima volta non si parla di tragedie ma si vive la montagna in maniera leggera. Sicuramente stupida ma leggera. Magari molta gente, vedendo le immagini mozzafiato che verranno riprodotte, verrà incuriosita dalla Montagna; magari se ne appassionerà; forse inizierà a frequentarla, avendo voglia di conoscerla e scoprirla, con un atteggiamento rispettoso. Magari si iscriverà ad un corso CAI, magari ingaggerà una Guida Alpina per una via ferrata o una semplice passeggiata su ghiacciaio. Nel giro di pochi anni magari diventerà un alpinista provetto. Probabilmente comprerà dell’attrezzatura specifica. Di sicuro acquisterà prodotti tipici… Tutto questo è uguale a turismo ecosostenibile. Starà a noi indirizzarlo nel rispetto dell’ambiente montano e delle sue tradizioni. Vi ricordo che quando Luna Rossa vinceva le gare, tutti in Italia erano diventati velisti… ma nessuno si è mai perso per mare o ha iniziato ad inquinarlo in maniera sistematica!

Roberto Rossi
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3) Skyway, la nuova Funivia di Punta Helbronner, Monte Bianco.
Su questo argomento valgono molte delle considerazioni fatte per il Reality, a cui ne aggiungo altre…

La vecchia funivia era da sostituire, erano oramai scaduti i termini. E’ stata realizzata un’opera grandiosa per la costruzione e all’interno della quale lavorano molte persone, cosa non da poco in questo periodo di crisi. Probabilmente porterà gente e quindi turismo. Chissenefrega se in infradito. Valgono tutte le considerazioni che ho scritto sopra per il reality, non voglio ripetermi.

La Svizzera è il paese che fa i maggiori scempi in Montagna; cime smantellate, ghiacciai modificati, treni che attraversano montagne…. Eppure è portata ad esempio per la bellezza dei suoi paesaggi, per la pulizia, per l’ordine. E’ all’avanguardia per il Turismo e le sue strutture. Possibile che noi in Italia, con le bellezze paesaggistiche che abbiamo (le più belle al mondo), non vogliamo cercare di seguire lo stesso esempio, magari con il nuovo collegamento Cervinia-Ayas che creerebbe il più grande comprensorio sciistico al mondo (e posti di lavoro!)? E magari facendo poi diventare una realtà come Cervinia totalmente pedonale, come fatto a Zermatt… chi lo sa!

A mente fredda e avendoci riflettuto molto, mi stupisce il fatto che tu, Alessandro, voglia proporre all’interno della categoria delle Guide Alpine due referendum circa eliski e collegamento Cervinia-Ayas; mi sembra totalmente fuori luogo! Immagina un po’ se la stessa cosa, (il referendum per il collegamento) venisse proposta all’interno dell’ordine dei Geologi, ad esempio. Che ridere! All’interno del consiglio direttivo del CONAGAI si discuteranno problematiche relative alla professione delle Guide Alpine come ad esempio stipula di assicurazioni, lotta all’abusivismo, nuove figure professionali, aggiornamenti, testi tecnici, comunicazione, esenzione IVA, equiparazione professioni a livello europeo… Ed è per questo che ti ho chiesto (in maniera provocatoria) perché ti sei candidato al Direttivo pur non facendo la Guida! Perché in quella sede si affronteranno questi temi e non quelli legati a una nuova funivia o a un collegamento; argomento su cui ognuno di noi avrà una sua precisa e ben definita idea, espressione del proprio modo di pensare, della propria cultura e del proprio libero arbitrio.

Rispettare l’ambiente non vuol dire non costruire, non evolvere, non ammodernare e/o ingrandire. Vuol dire farlo con un senso logico e di rispetto. E’ un dovere che abbiamo verso noi e verso le generazioni future. Vuol dire anche pensare a creare posti di lavoro e a incrementare un lavoro pulito e consapevole. Vuol dire combattere quotidianamente gli sprechi, non cambiare ogni tre giorni il cellulare, spegnere la luce quando si esce, privilegiare un’auto che consuma poco rispetto a un suv da 180 cavalli, combattere la TAV perché lì sì che c’è vera speculazione… e via discorrendo… Sobrietà, che non è austerità, per citare Mujica.

Caro Alessandro, cari vertici del CAI, cara MW, voi guardate al “macro” ma avete perso di vista il “micro”, il quotidiano; la vostra generazioni di sessanta e settantenni è stata la generazione (magari non voi direttamente, ma la vostra epoca) della Milano da bere, delle speculazioni edilizie, del super consumismo, del grande nero, del “tutti in pensione con 20 anni di contributi”. In una parola siete stati la generazione che ha reso necessaria la cultura del superfluo. Questa è stata la vostra grande responsabilità e colpa. Ed è per questo che io, da voi, non accetto sermoni né prediche; consigli sì, tutti quelli che volete. Ma senza il ditino alzato.

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Risposta a Luca Gardelli

Il presidente del Soccorso Alpino Emilia-Romagna, Danilo Righi, in merito alle esternazioni del volontario del Soccorso Alpino Luca Gardelli apparse in questo blog in data 9 giugno 2015 (con il titolo La delusione di Luca Gardelli), ha ritenuto opportuno intervenire con un’articolata risposta, cui diamo volentieri spazio.


Risposta a Luca Gardelli
di Danilo Righi (presidente del Soccorso Alpino Emilia-Romagna), 15 giugno 2015

Il Soccorso Alpino è un ente operativo che tradizionalmente rimane indifferente alle polemiche, ai personalismi e agli individualismi, con il presupposto che rifuggire da questi realizzi il proprio miglioramento etico.

Lo spirito di appartenenza al Soccorso Alpino è imperniato sul “fare” e non sul “chiacchierare”.

Purtroppo a volte capita di assistere a cadute di stile di volontari che innescano discussioni solo per la soddisfazione di lasciare ad ogni costo la propria personale impronta negli eventi, di voler incidere sulle decisioni pur nella misera consapevolezza che le stesse ricadono sotto la diretta responsabilità altrui.

Le cadute di stile sono accettate come espressione dell’indole e del carattere della persona purché non intralcino o screditino le attività che il Soccorso Alpino è chiamato quotidianamente ad affrontare.

Danilo Righi
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Leggiamo della teatrale delusione di sentirsi emarginato, da parte di chi si autoreferenzia “interprete dell’obbligo morale legato alla necessità di testimoniare qualcosa di differente al comune sentire e che forse un giorno avrebbe trovato terreno fertile per dare origine a un cambiamento” raffigurando in modo autentico la propria personalità egocentrica.

Rammentiamo che il Soccorso Alpino non è un ente immutato e immutabile ma in continuo divenire, coerentemente alle trasformazioni delle esigenze sociali e del soccorso e rammentiamo anche a codesto interprete, che la storia del CNSAS insegna che i cambiamenti nel Soccorso Alpino ci sono e ci son sempre stati ma portati avanti con il metodo democratico, quello che lui stesso ha disdegnato e rinunciato a prescindere.

Il sistema elettivo dal basso dei suoi rappresentanti (non auto-referenziati ma votati in seno all’assemblea), la impugnabilità delle loro decisioni, a mezzo delle procedure di contestazione presso gli organi sovraordinati, il collegio dei probiviri e anche la Giustizia Ordinaria, garantiscono all’interno del Corpo Nazionale del Soccorso Alpino il rispetto dei diritti di tutti i volontari nel dominio del principio del contraddittorio e della democrazia.

Rammarica essere pleonastici, ma a parere di chi scrive:
– poco etico è (ed appare) opporsi a un’attività di ripulitura di un ponte, sito nel tratto cittadino di un fiume, in un periodo di dissesto idrogeologico;
– poco etico è (ed appare) innescare diatribe sulla ovvia utilità di un’attività prestata gratuitamente per il bene comune al fine di prevenire episodi sciagurati;
– poco etico e gravemente scorretto è dubitare a priori sulla serietà e sulla professionalità di chi valuta, sotto la propria diretta responsabilità, le attività di Soccorso Alpino;
– poco etico e gravemente scorretto è presumere che alcune attività siano eseguite senza l’adeguata formazione e senza l’utilizzo dei DPI da parte degli operatori;
– poco etico, gravemente scorretto e anche diffamatorio è riferire agli Enti preposti come lo SPISAL (Servizio di Prevenzione Igiene e Sicurezza sul Lavoro), organo di Vigilanza della AUSL, che alcune attività si presume siano eseguite dal Soccorso Alpino senza l’adeguata formazione e senza l’utilizzo dei DPI da parte degli addetti.

Vizioso e inadeguato (e peraltro goffo) è apparso, non solo al parere di chi scrive, visto l’esito dell’assemblea di stazione e del consiglio di zona, il tentativo di giustificare la massiva disapprovazione espressa dai propri compartecipi con la ritenuta percezione da parte loro di appartenere a una associazione in cui “ogni dubbio che si solleva può determinare emarginazione e intimidazione (se non si rientra nelle giuste “simpatie”)”.

Una votazione a voto segreto sarebbe stata, nella sua “nutrita maggioranza”, intimidita? Una deliberazione dei membri del consiglio di zona capziosa? Grottesco e inverosimile. Come è grottesca e incredibile la pervicace e presuntuosa determinazione del Sig. Gardelli di pretendere che il comune sentire sia inevitabilmente l’espressione di una ipocrisia o ancor peggio di una stoltezza, ed ancora pensare se stesso ad un Benjamin Malaussène del Soccorso Alpino, sia locale e regionale che addirittura nazionale.

Il metodo democratico ha valutato i suoi comportamenti e l’irrevocabilità di questa valutazione si è determinata con la rinuncia, dell’avente diritto, a percorrere le impugnazioni, pur avendone la possibilità come manifestazione e realizzazione del diritto al contraddittorio.

Questi sono i fatti, tutto il resto sono chiacchiere costruite ad arte per captare l’altrui compatimento.
Cercare di essere compatiti però spesso è segno di mera vanità.

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SOCCORSO ALPINO EMILIA ROMAGNA
Servizio Regionale Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico
MEDAGLIA D’ORO AL VALOR CIVILE
XXV Delegazione Alpina XII Zona Speleologica
Sede Legale: Via dei Partigiani 3/a – 42035 Castelnovo ne’ Monti (RE)
p.iva: 94033610364 Tel. /fax: +39 0522 612171
web: www.saer.org
e-mail: [email protected]

 

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Ancora su Maestri e sul Cerro Torre

La vicenda di Cesare Maestri e il “suo” Cerro Torre è pressoché nota a tutti, ma costituisce uno dei più grandi rebus dell’intera storia dell’alpinismo. Rebus non ancora risolto, a dispetto dei numerosi tentativi.

Per i meno informati possiamo riassumere la storia in poche righe. Il Cerro Torre, con il suo caratteristico cappuccio di ghiaccio, è una delle più slanciate ed estetiche montagne della Patagonia, nota in tutto il mondo.
Cesare Maestri partecipò alla spedizione dei trentini, guidata da Bruno Detassis, nell’estate australe del 1957-58. Fallita questa, egli ritornò l’anno dopo, approfittando dell’entusiasmo e delle capacità organizzative del trentino Cesarino Fava che allora viveva in Argentina.
Maestri disse di essere giunto in vetta il 31 gennaio 1959, assieme al tirolese Toni Egger, grande rocciatore ma soprattutto esperto di ghiaccio, dopo aver attaccato dal versante est, per poi passare sulla parete nord dopo il passaggio per lo stretto intaglio del Colle della Conquista. Anche il trentino Cesarino Fava faceva parte del team, ma la volta decisiva non andò su con loro e rimase sul ghiacciaio sottostante, a supporto dei compagni. Fu proprio Fava a ritrovare, dopo sei giorni, il solo Maestri, in stato confusionale. Egger era morto cadendo durante la discesa, travolto da una slavina.
Quella salita era tanto avveniristica da essere ritenuta impossibile con i mezzi – in primo luogo le piccozze – di allora. Così tutti coloro che, nei decenni seguenti, sono saliti sul Torre hanno cercato, invano, le tracce che la confermassero. Intanto Maestri protestava la propria sincerità e tornava 11 anni dopo sulla montagna per aprirvi, provocatoriamente, una nuova via, chiamata la via del Compressore. Lo spregiudicato uso di un pesantissimo compressore per piantare i chiodi a pressione fu causa di altre polemiche, andate a sommarsi a quelle vecchie.

Il Cerro Torre visto da ovest. Foto: Rolando Garibotti
maestriI primi dubbi espressi pubblicamente furono di Carlo Mauri, il noto alpinista di Lecco. In seguito il caso venne ripreso da Ken Wilson, l’editore di Mountain Magazine. Molto è stato scritto sull’inconsistenza del racconto di Maestri e di Fava e su ciò che può essere successo o non successo. Oltre agli eccellenti articoli di Wilson, tra le opere più importanti c’è il libro di Tom Dauer, Cerro Torre, mito della Patagonia; l’articolo di Rolando Garibotti A Mountain Unveiled, dapprima pubblicato nel libro di Dauer, poi ripreso dall’American Alpine Journal; il libro di Reinhold Messner’s Grido di Pietra; più recentemente il libro di Kelly Cordes The Tower: A Chronicle of Climbing and Controversy on Cerro Torre. Tutti coloro che hanno esaminato i fatti sono giunti alla stessa conclusione: il racconto di Maestri è una fandonia.

A questo punto interviene un nuovo fatto: Rolando Garibotti fa una scoperta che a suo avviso potrebbe gettare nuova luce sull’intera vicenda. Qui sotto riportiamo integralmente il suo articolo, tradotto dall’inglese. In fondo al post, chi ha ancora il coraggio di proseguire, può leggere alcune mie considerazioni.


Completando il puzzle: un fatto nuovo nella pretesa salita del Cerro Torre del 1959
di Rolando Garibotti con il contributo di Kelly Cordes
(originalmente postato su Alpinist.com, 3 febbraio 2015, ma prima ancora su pataclimb.com, 2 febbraio 2015)

Negli ultimi quarant’anni l’affermazione di Cesare Maestri di aver salito conToni Egger la vetta del Cerro Torre nel 1959 è stata largamente screditata.
Un’abbondanza di evidenze ha dimostrato che il punto più alto da loro raggiunto è solo a un quarto (circa 300 m) dell’intero percorso, il cosiddetto nevaio triangolare. Ciò che era rimasto un vero mistero riguarda ciò che Maestri ed Egger (aiutati da Cesarino Fava) avessero davvero fatto in quel lasso di tempo, in quei sei giorni da cui Egger non fece ritorno.

Maestri era senza dubbio un alpinista fenomenale e un pensatore indipendente e d’avanguardia, che certamente merita rispetto per tutto ciò che d’altro aveva fatto. Ma di certo questo giudizio non poteva precludere un’indagine su quanto lui affermava. Anche perché stiamo parlando dei fatti relativi alla prima ascensione di una delle più belle montagne conosciute al mondo. Ad oggi, nessuno ha mai costruito una difesa della salita di Maestri del 1959 basata sui fatti, a contrasto delle numerose contraddizioni, inconsistenze ed evidenze accumulate contro la sua versione.

Ma ora c’è una prova al riguardo di come e dove Maestri ed Egger abbiano passato quei sei giorni. I giorni precedenti, con l’intero team a trasportare il materiale, con i viaggi su e giù per il ghiacciaio sotto alla Est, con le corde fisse fino al nevaio triangolare, sono stati raccontati con dovizia di particolari, dal diario di Fava, nonché dai diari dei tre giovani studenti universitari che erano a supporto del team e naturalmente dal diario dello stesso Maestri.

Su una piccola cima situata subito a nord del Col Standhardt, Rolando Garibotti tiene in mano la foto tratta dal libro di Cesare Maestri Arrampicare è il mio mestiere: la didascalia è “Toni Egger sulle placche d’attacco della parete del Cerro Torre”. Invece ciò che si vede è (in primo piano il versante ovest del Perfil de Indio, in secondo il versante ovest dell’Aguja Bifida. Foto: Rolando Garibotti
maestri_2_1_3Nel libro Arrampicare è il mio mestiere (Garzanti, Milano, 1961) una foto a colori su una pagina fuori testo, adiacente a pag. 64, ripresa da Maestri mostra Toni Egger mentre sale apparentemente slegato su quelle che la didascalia definisce le placche d’attacco della parete del Cerro Torre.

Due anni fa Ermanno Salvaterra e io avevamo notato quella foto mentre lavoravamo a un libro che ancora oggi non è stato pubblicato: conoscevamo bene il terreno, ci accorgemmo che la foto non è stata fatta sul Cerro Torre. Ma non sapevamo dove invece fosse stata scattata. L’immagine è tagliata in modo tale da non rivelare molto dello sfondo. Circa un anno fa Kelly Cordes mi chiese di insistere in quest’indagine: e così feci un altro sforzo. Dopo molte ore di studi su migliaia di immagini dell’intera zona, con l’aiuto di Dorte Pietron, trovai qualcosa che somigliava molto alla foto in questione. Bingo!

La foto di Maestri è stata infatti presa sulla parete ovest del Perfil de Indio, una piccolo torre a nord del Col Standhardt, tra l’Aguja Standhardt e l’Aguja Bifida, sul versante ovest del massiccio, cioè quello opposto a quello sul quale loro stavano operando.

Che significa? Nei suoi molti racconti delle sue spedizioni del 1958 e 1959, Maestri non riferisce mai di alcuna ricognizione sul versante ovest del massiccio.
I sei giorni in cui Maestri dice di aver fatto con Egger l’attacco finale al Cerro Torre da est son quelli peggio raccontati. Cosa avvenne davvero?

Questa fotografia aggiunge un’altra evidenza, scattata in un luogo in cui andarono ma che mai Maestri menzionò. E questo luogo è abbastanza vicino a quello dove avrebbero dovuto essere, e certamente non è posto dove si possa andare senza intenzione di farlo. E poi dimenticarsene. Probabilmente, di fronte alle enormi difficoltà che si prospettavano nella continuazione della loro salita da est, i due presero in considerazione la parete ovest, dove Walter Bonatti e Carlo Mauri avevano trovato una linea di debolezza ed erano saliti fino a buon punto l’anno prima. Dal loro campo base sul versante est, l’unico modo per raggiungere la parete ovest del Cerro Torre è proprio quello di salire i pendii sotto al Col Standhardt, scavalcarlo e scendere a corda doppia a ovest (decadi dopo questo percorso è diventato uno dei modi più comuni per approcciare il versante ovest). Nella foto di Maestri, si vede Egger scalare sotto (ovest) e subito a nord del Col Standhardt, ovviamente mentre ritorna al versante est del massiccio. È una grande lezione d’intuito nel reperire una via. Nell’ultima decade le cordate che cercavano di raggiungere quello stesso colle dall’ovest si sono trovate a battagliare con terreno ripido e difficile su un itinerario più diretto. La linea scelta invece da Egger e Maestri è molto più facile (III). Dal Col Standhardt, i due riscesero poi i pendii ventosi e valangosi che li avrebbero portati alla parte superiore del ghiacciaio del Torre, dove I resti di Egger furono ritrovati nel 1974 (vedi foto più sotto).

L’approssimativa linea di salita che Egger e Maestri avrebbero seguito se fossero arrivati alla location della foto da ovest. Foto: R. Garibotti
maestri_2_1La morte di Egger rimane un mistero. Con queste nuove informazioni è possibile che sia stato vittima di un incidente scendendo dal Col Standhardt. L’unico a conoscere la verità rifiuta di parlare, lasciandoci tentare di mettere insieme i pezzi della verità. L’aspetto più controverso della versione di Maestri e Fava vede l’inaccurata informazione da loro data alla famiglia Egger sulla morte di Toni. Al loro ritorno, Maestri e Fava non riportarono indietro alcun indumento di Egger, e neppure materiale personale o appunti di diario (si sapeva che Toni era abituato a scrivere un diario preciso delle cose che faceva). La sorella di Toni è ancora viva, ha quasi novant’anni e vive nei dintorni di Lienz (Tirolo orientale, Austria). Sarebbe giusto che Maestri desse una spiegazione a lei (e al mondo) su ciò che avvenne in quei sei giorni del 1959.

L’ultima lezione dataci da Egger è il reperimento di quella via, astuta e ingegnosa. Speriamo che l’ultima di Maestri sia un ritorno alla verità, cristallina e una volta per tutte.

Ciò che prova la foto:
– che l’immagine che Maestri ha pubblicato nel suo libro non è stata scattata sul Cerro Tore come invece lui afferma;

– che Egger e Maestri visitarono il versante ovest del Cerro Torre, quello opposto all’orientale dove loro volevano salire, probabilmente per provare la salita da ovest (non si vede altra motivazione);

– che, dato che quei sei giorni sono i soli a non essere stati relazionati, fu proprio in quel periodo che loro andarono sul versante ovest, proprio in quei sei giorni in cui Maestri ha sempre detto di aver compiuto la salita della montagna da est e nord;

– che la macchina fotografica non andò perduta come Maestri afferma.

Hanno contribuito a questo articolo, originariamente pubblicato su pataclimb.com: Leo Dickinson, Colin Haley, Dorte Pietron ed Ermanno Salvaterra.

La risposta di Maestri
(Maestri-la-gazzetta-dello-sport-06-02-2015-by- cerca a a pag. 26, 6 febbraio 2015)
L’articolo di Garibotti fa il giro del mondo in pochi minuti, ed ecco il giornalista Alessandro Filippini che telefona (più di una volta) all’ottantacinquenne Cesare Maestri per informarlo del fatto nuovo e avere eventuali chiarimenti.

Dopo un primo rifiuto del grande arrampicatore di interessarsi alla questione (mi avete rotto i coglioni, non sono mai stato sulla Ovest, dev’essere la foto di qualcun altro, l’editore avrà sbagliato didascalia) Filippini riesce a fargli ricordare che sì, una volta durante la spedizione del 1957/58 stette via “una decina di ore con Luciano Eccher, arrivando fino a un colle” per dare un occhio all’Ice Cap (lo Hielo Continental).

Filippini conclude che la fotografia non è stata scattata durante la contestata prima salita, bensì nella spedizione trentina dell’anno precedente, con ciò riportando a zero lo “scoop” di Garibotti: “ha solamente scoperto… un refuso!”. Confortato in questo giudizio, sulla stessa pagina, da una breve analisi di Reinhold Messner che giunge alle stesse conclusioni, parlando di prova per nulla definitiva.

Ovviamente Garibotti giudica “scontata, se non deplorevole” la risposta di Maestri (in Addendum, 7 febbraio 2015).
Aggiunge che i dettagli della spedizione 1957/58 sono stati minuziosamente relazionati da Bruno Detassis. Una spedizione che battezzò ogni piccola cima e colle raggiunti, includendo anche realtà geografiche del tutto insignificanti: ma che non nominò la salita al Col Standhardt, di sicuro una meta più importante di tante altre, un vero e proprio “blank on the map”.

Garibotti aggiunge che il libro di Maestri è stato rieditato quattro volte senza che fosse fatta alcuna correzione alla didascalia.

Il fatto che la foto sia stata fatta sul versante ovest suggerisce che i due volessero fare ben di più che dare uno sguardo allo Hielo Continental…

E conclude la sua prima appendice giudicando “assai triste che la sciarada continui a nascondere la verità a spese della famiglia di un uomo che non c’è più”.

In un secondo Addendum dell’9 febbraio 2015, Rolando Garibotti continua implacabile, riproducendo la pagina del Bollettino della SAT (1958,2) in cui è l’intera lista delle salite (dove appunto non figura il Col Standhardt), completa di chi e quando le fece, stilata dal “leggendario Bruno Detassis”.

Osserva che la salita a quel colle comporta mille metri di dislivello, un percorso complicato tra i ghiacci, un couloir a 60° e passaggi di V grado su roccia: una “gita” che difficilmente si può trascurare, specialmente se paragonata alle altre elencate. E aggiunge che ugualmente anche in altre pubblicazioni successive non se ne parla mai: American Alpine Journal, 1959, p. 317; Rivista Mensile del CAI, 1958/3-4, p. 112, p. 114; CAI-Alpinisti Italiani nel Mondo, 1972/2, p. 836; Lo Scarpone, 1957/23, p. 1; Lo Scarpone, 1958/1, p. 1; Lo Scarpone, 1958/2, p. 1; Lo Scarpone, 1958/5, p. 1; Lo Scarpone, 1958/21, p. 3; Bollettino SAT, 1959/3, p.13; Italiani sulle Montagne del Mondo, p. 273-274; Maestri C. (1961), Arrampicare è il mio mestiere, Garzanti, Milano, 1961 (p. 57-86); Maestri C. (1981), Il Ragno delle Dolomiti, Rizzoli, Milano.

Il massiccio del Torre visto da est. Foto: Rolando Garibotti
maestri_3Alcune mie considerazioni
Non sono mai intervenuto direttamente in questa annosissima questione, ho però letto con meticolosità tutto ciò che è stato scritto, e non solo in italiano. Ho ascoltato con interesse i pareri di centinaia di alpinisti. La vicenda della didascalia sbagliata ha innestato nuovi dubbi, che Garibotti ritiene possano essere prove.

Personalmente credo che né questa scoperta della didascalia erronea, né la salita di Garibotti, Salvaterra e Alessandro Beltrami, battezzata Arca de los vientos, che voleva ripercorre l’itinerario del 1959 ma che poi se ne distaccò sensibilmente al di sopra del Colle della Conquista, né altre considerazioni che qui sarebbe troppo lungo riportare, abbiano mai potuto scalfire più di tanto la versione di Maestri.

Riproduzione della foto originale di Maestri, a pagina 64 di Arrampicare è il mio mestiere.

maestri_4C’è ancora la possibilità che il racconto di Maestri sia vero, perché le condizioni assai ghiacciate di quegli anni (le foto di allora lo provano e anche quella più moderna qui sotto di Rolando Garibotti potrebbe suggerirlo) potrebbero aver reso possibile una salita sotto e sopra al Colle della Conquista pressoché interamente su ghiaccio. Sfruttando i “cavolfiori” anche con le piccozze di allora non è detto che uno come Egger non potesse salire. Le numerose spedizioni che hanno tentato di ripetere questo itinerario, fino alla conclusiva di Garibotti, Salvaterra e Beltrami, non hanno trovato alcuna traccia? Su ghiaccio mi sembra normale. La quantità di materiale adoperata per raggiungere il nevaio triangolare stona con l’assoluta mancanza di tracce sul terreno superiore? La scelta del duo di salire dopo il Colle della Conquista per la parete nord in quello stile che in seguito sarebbe stato chiamato “alpino” potrebbe spiegare perché in basso tanto materiale e in alto nulla.

La recente apertura de la Directa de la Mentira conferma ancora una volta l’assenza delle prove di passaggio di Egger e Maestri.

A mio avviso c’è solo un modo per ridare a Maestri credibilità, certamente non completa. Dal racconto di Maestri sembrerebbe che la loro discesa in parete nord si sia svolta lungo quello che oggi è la parte finale del tentativo Burke-Proctor o del tentativo Ponholzer-Steiger. Maestri riporta che, dopo essere arrivati in cima e dopo essere scesi a lungo in parete nord, usando chiodi a espansione o chiodi da ghiaccio per costruire gli ancoraggi per le doppie, “circa 100-150 metri al di sopra del Colle della Conquista” decisero di traversare verso est, in modo da giungere dall’alto sul famoso nevaio triangolare, senza dover ripassare sulla lunga traversata che collega il nevaio al Colle della Conquista, da loro percorsa in salita. Maestri racconta di aver evitato di ripercorrere al contrario la traversata e di essere arrivato in doppia sul nevaio triangolare, dall’alto, dunque è su questo settore di parete immediatamente al di sopra del nevaio che dovrebbero concentrarsi le ricerche dei chiodi a espansione lasciati. Quello è un terreno più ripido della parete nord, dove certamente gli eventuali ancoraggi possono essere tutto meno che chiodi da ghiaccio: dunque reperibili! Ma nessuno ha mai ripercorso quel settore tra il gran diedro degli inglesi Phil Burke e Tom Proctor (1981) e il tentativo Ponholzer-Steiger.

Rimarrebbe comunque la considerazione che, pur se dovessero essere lì ritrovati degli ancoraggi a espansione, non sarebbe quella comunque una prova definitiva, perché si potrebbe sempre obiettare che i due siano sì saliti per un pezzo sulla parete nord (quei 100-150 m o anche un po’ oltre) ma magari non fino alla vetta.

Nella foto qui sotto (di Rolando Garibotti) sono elencati gli attuali percorsi che solcano la parete nord del Cerro Torre. Da notare la Burke-Proctor (10) che proviene dal grande diedro strapiombante della parete est (qui non visibile). Vi si deve aggiungere il tracciato della Directa de la Mentira (Colin Haley e Marc-André Leclerc, 2-3 febbraio 2015), sei lunghezze di corda che raddrizzano Arca de los Vientos passando direttamente sullo spigolo nord. La presenza di ghiaccio in questa foto assai recente può suggerire che più di 50 anni fa lo spessore fosse maggiore.   Maestri-torre_N_01

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La lunga notte dei Sibillini 2

A proposito del Parco Nazionale dei Monti Sibillini, qui di seguito riporto lettere e missive varie che si sono susseguite dal 12 settembre 2014 al 14 ottobre 2014. L’insieme è un quadro un po’ desolante dell’incapacità, tutta nostra italiana, di vedere i problemi in modo costruttivamente comune. Senza particolare colpa dei singoli e a dispetto della quasi generale buona volontà. Seconda parte (2-3).

Marco Speziale, 12 settembre 2014, ore 3.10:
Al Parco Nazionale dei Monti Sibillini
Con riferimento all’atto emanato dal Parco Nazionale dei Monti Sibillini n. 384 del 29.08.14 con Oggetto: “Disposizioni per la conservazione delle specie faunistiche di interesse comunitario nell’Area del Monte Bove ”;

considerate le tempistiche di pubblicazione dell’atto stesso sull’Albo Pretorio Telematico dell’Ente con N. di Registro N.554/2014-S che vanno dal 29/08/14 al 12/09/14 data che costituisce il termine ultimo in cui presentare osservazioni/contrarietà ai sensi della Legge 7 Agosto 1990, n. 241 – Nuove norme in Materia di Procedimento Amministrativo e di Diritto di Accesso ai Documenti Amministrativi;

considerato che la suddetta legge agli Articoli 9 e 10 recita quanto segue:

Articolo 9.
(Intervento nel procedimento) (1)

1. Qualunque soggetto, portatore di interessi pubblici o privati, nonché i portatori di interessi diffusi costituiti in associazioni o comitati, cui possa derivare un pregiudizio dal provvedimento, hanno facoltà di intervenire nel procedimento.

(1) Rubrica aggiunta dall’art. 21, L. 11 febbraio 2005, n. 15.

Articolo 10.
(Diritti dei partecipanti al procedimento) (1)

1. I soggetti di cui all’articolo 7 e quelli intervenuti ai sensi dell’articolo 9 hanno diritto:
1a) di prendere visione degli atti del procedimento, salvo quanto previsto dall’articolo 24;
1b) di presentare memorie scritte e documenti, che l’amministrazione ha l’obbligo di valutare ove siano pertinenti all’oggetto del procedimento.

(1) Rubrica aggiunta dalla Legge 11 febbraio 2005, n. 15.

Si presentano le seguenti istanze:

1. Si fa richiesta di integrare l’atto di cui all’oggetto con i contenuti del documento “Punti inaccettabili della regolamentazione del Parco e del censimento degli itinerari alpinistici” allegato, inviato al Parco dei Sibillini per e-mail dalla Guida Alpina – Maestro d’Alpinismo Paolo Caruso in data 15 luglio 2014. Tale documento riporta tutte le osservazioni “tecniche e non” condivise da molti alpinisti, professionisti e amatoriali in merito all’ipotesi di regolamentazione delle attività alpinistiche nel Parco e riteniamo non possa essere ignorato. Inoltre, si richiede l’integrazione del documento (Allegato 1) datato 23 luglio 2014, prot. 4303, contenente la risposta del Direttore Franco Perco alla suddetta e-mail;

2. Si richiede di integrare nell’atto anche la comunicazione del Parco datata 23 luglio 2014, prot. 4302 e tutte le mail cui la stessa comunicazione fa riferimento (Allegato 2);

3. Si richiede inoltre l’integrazione protocollata della e-mail inviata dal Dott. Marco Speziale al Parco il giorno 11 giugno 2014 (Allegato 3), cui l’Ente Parco non ha mai risposto;

4. Si richiede altresì l’integrazione del presente documento protocollato;

5. Si richiede l’integrazione protocollata della e-mail inviata dal Direttore Franco Perco il giorno 28.05.2013 (Allegato 4);

6. Si richiede l’integrazione protocollata della e-mail inviata dalla Guida Alpina – Maestro d’Alpinismo Paolo Caruso al Direttore Franco Perco il giorno 10.06.2013 (Allegato 5);

7. Si richiede l’integrazione protocollata della e-mail inviata dal Direttore Franco Perco il giorno 10.06.2013 (Allegato 6);

8. Si richiede l’integrazione protocollata della e-mail inviata dal Direttore Franco Perco il giorno 24.07.2013 (Allegato 7);

Si richiede il chiarimento dell’incongruenza esistente tra le due definizioni delle “attività alpinistiche” date nell’ Allegato A del Documento Istruttorio, parte integrante e sostanziale del Decreto in oggetto;

Si precisa che nell’atto di cui all’oggetto i documenti che vengono considerati ai fini dell’emanazione delle Disposizioni che regolamentano le attività alpinistiche non includono quello suddetto e sottoscritto da più cittadini, inviato il 15 luglio 2014. Riteniamo tale omissione inaccettabile poiché:

  • l’invio di commenti, integrazioni, modifiche da considerare nel Regolamento per la disciplina delle attività era stata espressamente richiesta dal Parco (tra l’altro con tempi molto stretti, portando a giustificazione l’urgenza dell’emanazione del Regolamento stesso);
  • nonostante si fosse dimostrato disponibile a valutare i pareri dei cittadini, il Parco non ha preso in considerazione le proposte con le osservazioni presentategli;
  • l’omissione dei contenuti del documento lede i diritti dei cittadini che l’hanno elaborato, in base in particolare alla Convenzione di Aarhus che stabilisce la partecipazione del pubblico ai processi decisionali in materia ambientale, attribuendo allo stesso determinati diritti e imponendo alle parti contraenti e alle autorità pubbliche alcuni obblighi per quanto riguarda l’accesso alle informazioni, la partecipazione del pubblico e l’accesso alla giustizia in materia ambientale;
  • Il coinvolgimento dei cittadini tutti, in particolare di coloro che sono competenti in materia, come si evince dall’ampia e dettagliata documentazione presentata dal 2009 a oggi (vedi come ultimo documento il punto 1 relativo al prot. 4303) deve essere considerato parte integrante e non certamente, come risulta da queste osservazioni, elemento discriminate tra cittadini di serie A (quelli inclusi nel documento in oggetto, come il Collegio regionale delle guide alpine marche o il CAI) e cittadini di serie B, in particolare i Portatori di interesse coinvolti nei documenti di cui al punto 1 e 2.

Nel caso in cui le presenti richieste non dovessero essere accolte attendiamo, ai sensi dell’articolo 10 bis della Legge 7 Agosto 1990, n. 241 – Nuove norme in Materia di Procedimento Amministrativo e di Diritto di Accesso ai Documenti Amministrativi, dovuta comunicazione inerente i motivi ostativi l’accoglimento della presente istanza, ci riserveremo il diritto di rivolgerci agli enti preposti.

Articolo 10-bis. (1)
(Comunicazione dei motivi ostativi all’accoglimento dell’istanza).

  1. Nei procedimenti ad istanza di parte il responsabile del procedimento o l’autorità competente, prima della formale adozione di un provvedimento negativo, comunica tempestivamente agli istanti i motivi che ostano all’accoglimento della domanda. Entro il termine di dieci giorni dal ricevimento della comunicazione, gli istanti hanno il diritto di presentare per iscritto le loro osservazioni, eventualmente corredate da documenti. La comunicazione di cui al primo periodo interrompe i termini per concludere il procedimento che iniziano nuovamente a decorrere dalla data di presentazione delle osservazioni o, in mancanza, dalla scadenza del termine di cui al secondo periodo. Dell’eventuale mancato accoglimento di tali osservazioni è data ragione nella motivazione del provvedimento finale. Le disposizioni di cui al presente articolo non si applicano alle procedure concorsuali e ai procedimenti in materia previdenziale e assistenziale sorti a seguito di istanza di parte e gestiti dagli enti previdenziali. Non possono essere addotti tra i motivi che ostano all’accoglimento della domanda inadempienze o ritardi attribuibili all’amministrazione. (2)

(1) Articolo aggiunto dall’art. 6, L. 11 febbraio 2005, n. 15.

(2) L’ultimo periodo è stato aggiunto dall’art. 9, co. 3, L. 11 novembre 2011, n. 180.

Inoltre, facendo seguito alle richieste effettuate via e-mail da parte della Guida Alpina – Maestro d’Alpinismo Paolo Caruso i giorni 2 e 3 settembre 2014 (Allegato 8) in cui sono stati richiesti i documenti protocollati e menzionati nel decreto in oggetto, ma non visibili perchè non allegati al documento e neanche reperibili in quanto ad oggi l’Ente Parco non ha dato cenni di risposta, considerando la particolare brevità dei termini di pubblicazione all’Albo Pretorio dello stesso decreto (29 agosto 2014 – 12 settembre 2014), si richiede di allegare alla pubblicazione del nuovo decreto tutti i documenti relativi o di indicare dove e come poterli consultare in modo agile e repentino. Infatti il seguente articolo della legge sopraindicata è particolarmente esaustivo:

Articolo 8. (1)
(Modalità e contenuti della comunicazione di avvio del procedimento)

  1. L’amministrazione provvede a dare notizia dell’avvio del procedimento mediante comunicazione personale.
  1. Nella comunicazione debbono essere indicati:
  1. a) l’amministrazione competente;
  1. b) l’oggetto del procedimento promosso;
  1. c) l’ufficio e la persona responsabile del procedimento;

c-bis) la data entro la quale, secondo i termini previsti dall’articolo 2, commi 2 o 3, deve concludersi il procedimento e i rimedi esperibili in caso di inerzia dell’amministrazione;

c-ter) nei procedimenti ad iniziativa di parte, la data di presentazione della relativa istanza; (2)

  1. d) l’ufficio in cui si può prendere visione degli atti.
  1. Qualora per il numero dei destinatari la comunicazione personale non sia possibile o risulti particolarmente gravosa, l’amministrazione provvede a rendere noti gli elementi di cui al comma 2 mediante forme di pubblicità idonee di volta in volta stabilite dall’amministrazione medesima.
  1. L’omissione di taluna delle comunicazioni prescritte può esser fatta valere solo dal soggetto nel cui interesse la comunicazione è prevista.

(1) Rubrica aggiunta dall’art. 21, L. 11 febbraio 2005, n. 15.
(2) Lettera aggiunta dall’art. 5, L. 11 febbraio 2005, n. 15.

Si richiede la valutazione e la modifica del presente atto sulla base delle osservazioni che seguono:

1.. La Parete Est (M. Bove Nord) è frequentata generalmente da un numero maggiore di alpinisti rispetto alla parete Parete Nord (M. Bove Nord e Spigolo). Riteniamo pertanto che la regolamentazione debba tenere conto di questo fattore, consentendo un numero giornaliero di accessi alla Parete Est maggiore di quello permesso sulla Parete Nord.

2.. Tutti i professionisti della montagna e in particolare le Guide Alpine dell’Umbria e delle Marche devono essere coinvolti nell’elaborazione del regolamento di cui all’oggetto e non si devono discriminare alcuni di essi in favore di altri. In particolare il Collegio regionale delle guide marchigiane non può essere preso in considerazione in modo esclusivo. Si precisa inoltre che, coinvolgendo il solo Collegio sopra citato nella gestione degli itinerari alpinistici e nella realizzazione del relativo censimento, il conflitto d’interessi che ne consegue è inaccettabile e contrario a qualsivoglia principio di trasparenza e di democrazia.

3.. Non si può limitare l’utilizzo dei chiodi ai soli chiodi a lama, esistendo varie tipologie di chiodi che rientrano tradizionalmente nell’uso alpinistico inclusi i chiodi “chiper”.

4.. L’uso dei chiodi tradizionali può modificare maggiormente la roccia rispetto a quanto possa accadere con l’uso appropriato dei chiodi “chiper”.

5.. Si evidenzia una contraddizione tra l’uso delle vernici utilizzato per marcare i sentieri e quello vietato per gli itinerari alpinistici di integrazione degli ancoraggi “di protezione o di sosta con “chiodi” che per la loro installazione richiedono la foratura della roccia (come Spit Roc, Fix, Resinati, Multimonti, ecc.)”, come indicato nelle Norme Generali perchè dovrebbe essere onere e dovere del Parco preoccuparsi della manutenzione di base degli itinerari esistenti all’interno del Parco stesso, di qualsivoglia tipologia essi siano.

5.. Si evidenzia una contraddizione tra l’uso delle vernici utilizzato per marcare i sentieri e quello vietato per gli itinerari alpinistici.

6.. Non è sensato il divieto di sostituzione o di integrazione degli ancoraggi “di protezione o di sosta con “chiodi” che per la loro installazione richiedono la foratura della roccia (come Spit Roc, Fix, Resinati, Multimonti, ecc.)”, come indicato nelle Norme Generali perchè dovrebbe essere onere e dovere del Parco preoccuparsi della manutenzione di base degli itinerari esistenti all’interno del Parco stesso, di qualsivoglia tipologia essi siano.”

7.. I divieti introdotti dalle disposizioni in oggetto, in particolare quelli relativi all’uso dei chiodi che non siano a “lama”, e ai chiodi che “per la loro installazione richiedono la foratura della roccia” sono particolarmente anacronistici nonchè contrari alle più elementari norme relative alla sicurezza, il che è ancor più grave nel momento in cui è proprio il Parco ad imporre norme che favoriscono il pericolo.

8.. Il parco dovrebbe invece preoccuparsi della sicurezza di base degli itinerari per ridurre al minimo il rischio di incidenti con i conseguenti eventuali rischi di impatto ambientale a disturbo delle specie che si vorrebbe invece tutelare adottando le disposizioni in oggetto, dovuto all’intervento delle squadre di soccorso.

9.. SI deve prevedere pertanto anche l’utilizzo oculato da parte delle figure competenti per la collocazione dei chiodi “chiper” con l’uso del trapano a batteria.

10.. Il ritardo dell’entrata in vigore del nuovo Regolamento, previsto per i giorni immediatamente successivi al 15 luglio 2014, come concertato e preannunciato nell’incontro pubblico dell’8 luglio c.a. difronte a numerosi testimoni presenti, tra l’altro non spiegabile, rende l’idea di come la partecipazione pubblica venga scarsamente presa in considerazione e se ne chiede la motivazione.

11.. Dal momento “che le attività turistico escursionistiche […]possono esercitare un notevole impatto negativo sullo sviluppo e conservazione delle popolazioni di Rupicapra pyrenaica ornata” si deve prevedere una regolamentazione numerica delle stesse attività escursionistiche nelle aree A e B di cui al D.D. n. 542/2009.

 

NotteSibillini2-Photonica3 - I Monti Sibillini - Luci e Ombre - Monte Bove SudPaolo Caruso, 12 settembre, ore 23.42:
Al Parco Nazionale dei Monti Sibillini
Con riferimento all’atto emanato dal Parco Nazionale dei Monti Sibillini n. 384 del 29.08.14 con Oggetto: Disposizioni per la conservazione delle specie faunistiche di interesse comunitario nell’Area del Monte Bove;

considerate le tempistiche di pubblicazione dell’atto stesso sull’Albo Pretorio Telematico dell’Ente con N. di Registro N.554/2014-S che vanno dal 29/08/14 al 12/09/14 data che costituisce il termine ultimo in cui presentare osservazioni/contrarietà ai sensi della Legge 7 Agosto 1990, n. 241 – Nuove norme in Materia di Procedimento Amministrativo e di Diritto di Accesso ai Documenti Amministrativi;

considerato che la suddetta legge agli Articoli 9 e 10 recita quanto segue:

Articolo 9
(Intervento nel procedimento) (1)

  1. Qualunque soggetto, portatore di interessi pubblici o privati, nonché i portatori di interessi diffusi costituiti in associazioni o comitati, cui possa derivare un pregiudizio dal provvedimento, hanno facoltà di intervenire nel procedimento.

(1) Rubrica aggiunta dall’art. 21, L. 11 febbraio 2005, n. 15.

Articolo 10.
(Diritti dei partecipanti al procedimento) (1)

  1. I soggetti di cui all’articolo 7 e quelli intervenuti ai sensi dell’articolo 9 hanno diritto:
  2. a) di prendere visione degli atti del procedimento, salvo quanto previsto dall’articolo 24;
  3. b) di presentare memorie scritte e documenti, che l’amministrazione ha l’obbligo di valutare ove siano pertinenti all’oggetto del procedimento.

(1) Rubrica aggiunta dalla Legge 11 febbraio 2005, n. 15.

Considerando che:

  1. da quasi 2 (due) anni il Parco Nazionale dei Sibillini, nella persona del Direttore Franco Perco, si era impegnato nell’indire diverse riunioni, come indicato nelle e-mail e nei relativi allegati inviati dalla Guida Alpina – Maestro d’Alpinismo Paolo Caruso e dal Dott. Marco Speziale i giorni 10 e 11 settembre 2014,  al fine dell’introduzione delle nuove norme di regolamentazione inerenti l’area del M. Bove Nord;
  2. nella riunione dell’8 luglio 2014 era stato annunciato dal Vostro Ente, nella persona del Direttore Franco Perco, l’imminente operatività delle nuove disposizioni proposte che sarebbero dovute entrare in vigore a partire dal 15 luglio 2014 o comunque, al più tardi, alcuni giorni dopo tale data, come indicano i documenti che ci avete fornito e che sono stati allegati alle 2 e-mail di cui sopra e come hanno potuto ascoltare i numerosi testimoni presenti il giorno della riunione dell’8 luglio 2014;
  3. contrariamente a quanto detto, il Parco Nazionale dei Sibillini non ha rispettato gli impegni presi,

Si richiede che vengano indicati i motivi del Vs. grande ritardo nell’introdurre le nuove disposizioni suddette, fatto che ha causato malintesi, disservizi e danni alle figure professionali, culminate nella sanzione che ha coinvolto la Guida Alpina – Maestro d’Alpinismo Paolo Caruso, notificata il 29 agosto 2014, durante l’esercizio della sua professione, nonostante la telefonata fatta dallo stesso il giorno 8 agosto 2014 all’Ente Parco in cui il Dr. Rossetti aveva assicurato l’imminente entrata in vigore delle nuove disposizioni e della mancata risposta in tempi utili alla richiesta effettuata per e-mail il 13 agosto 2014 sempre dalla Guida Alpina suddetta.

Inoltre, in riferimento al D.D. 238 del 7/05/2013 relativo alle disposizioni di divieto che coinvolgono il Colle delle Cupaie, considerando le innumerevoli richieste fatte anche per iscritto via e-mail di cui se ne indicano alcune (Allegato 1a Colle Cupaie) oltre a quelle indicate nelle e-mail del giorno 12 settembre 2014 del Dott. Speziale, non avendo ricevuto risposta alcuna dall’Ente Parco in merito ai quesiti sollevati dal Dott. Marco Speziale, con particolare riferimento alla sua e-mail dell’11 luglio 2013 (Allegato 3 e 4 delle e-mail inviate dallo stesso Dott. Speziale il giorno 12 settembre 2014) e dal Sottoscritto a partire dal marzo 2013:

  1. considerando che si pratica l’arrampicata al Colle delle Cupaie da oltre 15 anni e non è mai è stata rilevata alcuna criticità anche perchè non è mai stata evidenziata la presenza del falco pellegrino, si ritiene che la normativa relativa alle disposizioni di cui sopra non può essere applicata incondizionatamente, anche quando non si rileva la nidificazione del rapace in disamina;
  2. considerando che il divieto imposto per la prima volta nel 2013 non ha portato ad alcun esito (nessun pullo);
  3. considerando che non è possibile discriminare l’arrampicata rispetto alle altre attività come l’escursionismo, il volo a vela e la pastorizia:
  4. considerando che non ha alcun senso impedire l’arrampicata a notevoli distanze dall’ipotetico posatoio o nido del rapace di cui sopra, nel momento in cui si permette la pratica delle attività appena descritte che possono essere svolte nelle immediate vicinanze dell’ipotetico posatoio o nido;
  5. considerando che alcuni itinerari di arrampicata sono distanti diverse centinaia di metri rispetto all’ipotetico sito ove nel 2013 è stato identificato il posatoio o l’eventuale nido (vedi le roccette Za Zà), allorquando si permette la pratica nelle immediate vicinanze (anche poche decine di metri) delle attività di escursionismo, di volo e di pastorizia;
  6. considerando che non è possibile vietare le attività compatibili come l’arrampicata in tutta l’area senza una vera motivazione, come la reale presenza del rapace suddetto o di altre specie protette;
  7. considerando che, anche in presenza del rapace suddetto si potrebbe regolamentare in modo più intelligente la pratica di tutte le differenti attività compatibili, vietando la presenza umana di tutte le attività solo nelle vicinanze dell’eventuale posatoio o nido, senza discriminare l’arrampicata;

Si richiede di modificare la disposizione di cui sopra e di rivederla completamente alla luce delle indicazioni sopramenzionate.

Si richiede altresì l’integrazione del presente documento protocollato.

 

Paolo Caruso, 23 settembre 2014:
Vi scrivo a seguito delle comunicazioni inviate in rappresentanza da me e da Marco Speziale all’Ente Parco, con richiesta di modifica del regolamento pubblicato sull’Albo Pretorio inerente le attività alpinistiche, il cui testo (che peraltro ci è pervenuto solo negli ultimi giorni della pubblicazione all’Albo, cosa che ci ha lasciato molto perplessi dato che sono anni che si parla di “partecipazione” all’elaborazione di un documento condiviso…) riteniamo non essere condivisibile. Considerando che tali richieste di modifica ci hanno impegnato fino all’ultimo minuto, riteniamo che a questo punto l’Ente parco non possa esimersi dal prendere in considerazione le nostre osservazioni. Restiamo quindi in attesa della dovuta risposta, come previsto dalla legge, augurandoci che il Parco recepisca responsabilmente le nostre giustificate richieste e conseguentemente modifichi le disposizioni oggetto di “discordia”.

Ho letto le ultime mail, in particolare meritano una risposta quella del presidente Olivieri e quella della rappresentante di Mountain Wilderness. Il Presidente, a differenza di come si era posto nei nostri incontri personali, ha scritto una lettera nella quale cerca di porre i fatti in modo che il comportamento dell’Ente parco possa apparire corretto, a differenza del mio. Ma la Sua tesi è facilmente confutabile. Basti pensare che la telefonata menzionata proprio dallo stesso Olivieri, avvenuta tra me e il Dr. Rossetti l’8 agosto (!), conferma esattamente quanto da me indicato. Le testuali parole del Rossetti, al quale avevo richiesto aggiornamenti sullo stato di attuazione del nuovo regolamento, non lasciavano adito a dubbi: “…è imminente, è questione di giorni, non sono andato in ferie proprio perchè stiamo terminando il lavoro…”. Quindi, riprendendo i termini dello stesso Olivieri, direi al Presidente e al Direttore dell’Ente parco: “la diligenza richiesta non è certo quella ordinaria, ma professionale che richiede, quindi, maggiore perizia”… Per quale motivo dunque il regolamento è stato emanato con tanto ritardo rispetto a quanto PUBBLICAMENTE dichiarato?  Certo non per accogliere le nostre richieste…

Per quanto riguarda l’intervento della rappresentante di Mountain Wilderness Umbria, fatico a credere che quanto da lei scritto sia realmente condiviso da MW nazionale e non sia invece un’opinione personale frutto di meri interessi privati. Ha scritto che non risponderà “né in pubblico né in privato a ulteriori commenti” facendo ben intendere la sua interpretazione di concetti quali comunicazione, condivisione, democrazia. Sebbene il suo punto di vista sia rispettabile, esattamente come il nostro, mi sembra che ad essere “fuori quadro” sia proprio lei. Né io, né Marco, nè Lucio, né gli altri che si sono pubblicamente esposti in merito alla questione del Regolamento delle attività alpinistiche, siamo mossi da interessi “privati” o economici..o meglio, non solo da interessi privati, anche se non ci sarebbe niente di male dato che ciò è contemplato dalle normative europee (e Italiane…) sulla partecipazione dei cittadini in materia ambientale (!). Ma a parte questo, a noi interessa principalmente difendere il nostro, e di tutti, “sacrosanto e indifferibile diritto” – al pari dei camosci   – a essere coinvolti in questioni inerenti alla gestione del parco e a essere ascoltati. A maggior ragione quando le decisioni prese dall’Ente scaturiscono da visioni personalistiche e poco condivisibili della tutela della natura, piuttosto che da una seria riflessione sugli impatti REALI, localmente esercitati dalle varie attività di fruizione e sui diversi strumenti e azioni che è possibile porre in essere. Se poi queste attività portano anche un po’ di benessere a un territorio (anche alle singole persone, ma certo non solo ad esse!!) che vive una situazione di grave marginalità economica e spopolamento non ci sembra una cosa negativa. Mi sbaglio forse?? Fortunatamente una voce autorevole (visto che le nostre, a quanto pare, per alcune persone del Parco non lo sono abbastanza) si è recentemente aggiunta al nostro coro. Leggete qui cosa scrive il presidente del CAI in una lettera aperta al Ministro dell’Ambiente:

Mi viene da pensare che forse gli interessi economici “di parte” vadano ricercati altrove. Infatti, per qualcuno una natura in “eterno”pericolo costituisce un innegabile vantaggio:
http://www.ansa.it/umbria/notizie/europa/2014/09/19/fondi-ue-aiutano-tutela-aree-protette_3791b42b-98ed-4cf9-9467-9ff8a72de62d.html

Milioni di euro di fondi comunitari spesi per risolvere “i problemi ambientali”… è chiaro il nesso? Se non c’è “il problema” non ci sono neanche i fondi!!! Per carità, tutti noi siamo ben contenti che i fondi pubblici, i nostri soldi, vengano spesi per tutelare la natura, ma non quando si strumentalizzano i problemi a danno di cittadini il cui unico difetto è di non appartenere a partiti, caste, associazioni, enti e a cui, pertanto, non si riconosce neanche il diritto di rappresentanza! I parchi costituiscono una straordinaria occasione di sviluppo sostenibile, io ci credevo quando ho deciso di stabilirmi in questo territorio, ci credo ancora e ormai ci crediamo in molti: http://www.futuro-europa.it/9251/economia/rinasce-nei-parchi-leconomia-reale.html

Peccato però non ci creda il Parco dei Sibillini. Il Ministero dell’Ambiente ha recentemente messo online un portale dove sono pubblicate alcune statistiche socio economiche di base sulle aree protette italiane (http://www.areeprotette-economia.minambiente.it/index.php?k=111).

Per quanto riguarda i Sibillini mi ha colpito questa frase “Le presenze turistiche per il 2012 ammontano a 220.124 con un indice di sfruttamento delle strutture ricettive pari a 0,08, inferiore ai dati medi nazionali.” Mi è sembrato francamente un po’ pochino per un parco nazionale che esiste da ben 21 anni. Continuo la lettura … i letti negli esercizi alberghieri ed extralberghieri del Parco ammontano complessivamente a 6813 (1379 alberghiero + 5434 extralberghiero). Eseguo una semplice divisione 220.124 (presenze) /6813 (posti letto) = 32,3 ovvero … in media ogni letto è occupato da circa 32 persone in UN ANNO!!! E il resto dell’Italia, direte? Questo, almeno è quello che mi sono chiesto io. Ho voluto approfondire e mi sono fatto aiutare dalle persone che condividono le nostre battaglie. Così ho scoperto che nel 2012 il tasso medio di occupazione netta delle camere in Italia è stato pari al 40,6; quindi lo 0,08% del Parco dei Sibillini è incredibilmente sotto le medie nazionali, direi! Analizzando la situazione per aree geografiche il risultato non cambia. Infatti, il tasso di occupazione medio per il Centro Italia è stato del 41,4%, nelle aree montane del 36,3%, in campagna del 34,4% . Se poi considerate che solitamente la maggioranza dei turisti si concentra nell’area di Norcia, e anche tenendo conto dei proprietari di seconde case, dei pendolari del turismo, ecc. abbiamo un parco semi VUOTO!!! Questa è l’economia turistica del parco dei Sibillini dopo tutti questi anni di gestione dell’Ente Parco e questi sono gli impatti! E nonostante ciò l’Ente parco insiste con gli atteggiamenti repressivi, con i divieti per l’alpinismo (M. Bove), per l’arrampicata (Colle Cupaie fino al 30 giugno) e altri ancora.

Per quanto riguarda l’intervento di Daniele Catorci non entro nel merito, basta rileggere l’e-mail di insulti nei confronti di Marco Speziale che tutti noi abbiamo ricevuto in risposta ad alcune semplici domande relativamente al progetto “Praterie alto montane” in Val di Bove (si, proprio quella della zona del divieto!) per capire quale tipo di interessi diano impulso a certe affermazioni. Prego quindi il Dr. Marco Speziale, in qualità di esperto, di continuare a seguire in particolare lo sviluppo di questo progetto e di tenerci al corrente. In definitiva, tutta questa vicenda ci sprona a continuare a informarci, con ancora maggiore determinazione, e a supervisionare l’operato di coloro che dovrebbero gestire a modo l’interesse pubblico, per capire anche come vengono utilizzati gli ingenti finanziamenti.

Ritengo che prima o poi l’Ente parco debba dare risposte precise alle domande che poniamo da anni. Anche dai commenti al “famoso” articolo su Cronache maceratesi di cui allego nuovamente il link si evince, ad esempio, quanto sia importante dare finalmente risposte alle gravi criticità del territorio del parco piuttosto che mettere al rogo un’attività compatibile come l’alpinismo.

Carlo Alberto Graziani (ex Presidente del Parco dei Sibillini), 29 settembre 2014:
Ho letto con stupore una lunghissima lettera aperta del Presidente nazionale del CAI al Ministro dell’Ambiente e addirittura al Presidente del Consiglio nella quale viene attaccato con inusitata asprezza il Parco Nazionale dei Monti Sibillini.

Il Presidente accusa di lesa maestà il Parco, reo di avere voluto riconoscere come referente tecnico per le attività alpinistiche che si svolgono nel suo territorio, e in particolare sul Monte Bove dove è insediata una popolazione di camosci, anche il Collegio delle Guide Alpine delle Marche e non solo il CAI. E’ questa la vera ragione della lettera: il Presidente infatti annuncia, non senza una certa ingenuità, che i Gruppi regionali Marche e Umbria de CAI chiederanno l’annullamento della convenzione con il Collegio delle Guide, ma non ne indica i motivi sostanziali (si limita invece, molto burocraticamente, ad accennare ad aspetti meramente formali, peraltro discutibili); nello stesso tempo chiede che il Parco ristabilisca con il CAI“ corretti rapporti” e con le Guide Alpine un “adeguato rapporto rispondente all’etica e alle competenze professionali delle stesse”, accusando così il Parco di scorrettezza e le Guide, senza forse rendersene conto, di insufficienza etica e professionale.

Ma a parte il risentimento, piuttosto strano per il Presidente di una grande associazione che ha rapporti importanti con tantissimi parchi italiani e con lo stesso Parco dei Sibillini, la gravità della lettera è altrove. E’ nell’accusare il Parco di“visione personalistica, limitativa, proibizionista e non condivisa, che svilisce la risorsa territorio, mortifica il ruolo dei corpi sociali qualificati e portatori di interessi diffusi”, nel denunziarlo per “l’assenza di un adeguato confronto con interlocutori qualificati” e soprattutto nel dichiarare che la sua gestione del Parco sarebbe “carente di metodi e strumenti partecipativi”: quando invece l’impegno fondamentale del Parco, dalla sua istituzione a oggi, è stato proprio quello diretto a condividere le proprie finalità con gli attori del territorio e con i visitatori e a far partecipare alla sua azione soggetti scelti al più alto livello. Ne è conferma proprio l’attuale gestione delle attività alpinistiche sul Monte Bove per la quale il Parco ha voluto coinvolgere studiosi, operatori, associazioni, a partire proprio dal CAI delle Marche e dell’Umbria, oltre, come è ovvio, al Comune di Ussita territorialmente competente.

La lettera contiene dunque una vera e propria lesione dell’immagine e dell’onore del Parco dei Sibillini e di quanti nel Parco operano con passione, abnegazione, elevata professionalità (lo posso attestare personalmente) e pone perciò un problema di tutela giudiziaria sia sul piano penale (diffamazione) sia su quello civile (risarcimento del danno non patrimoniale): tale tutela infatti non riguarda solo le persone fisiche, ma, come è noto, anche gli enti e pertanto ben potrebbe essere fatta valere nelle sedi competenti.

Alla luce di queste brevi considerazioni  le tante parole spese dal Presidente nazionale del CAI – che pure sono da condividere: sul ruolo dei parchi, sull’impegno del sodalizio per i parchi e anche per il Parco dei Sibillini, sull’importanza delle Guide Alpine – mi sembrano  solo un pretesto un po’ ipocrita per dare dignità a un’accusa che resta ingiusta e meschina. Nel dire questo provo un forte dolore perché del CAI sono stato socio per quasi quaranta anni.

Lorenzo Monelli, presidente del CAI di Fermo, 3 ottobre 2014:
Troviamo sorprendenti e gravi i toni quasi minatori – quelli sì, da lesa maestà: criticare il Parco è vietato ! – dell’ex Presidente del Parco dei Sibillini, Carlo Alberto Graziani.
Spiace che la lettera del Presidente Generale Umberto Martini sia stata letta senza la necessaria obiettività (e neppure pubblicata a margine dell’intervento, per consentirne una lettura diretta).

La visione personalisitica limitativa, proibizionista e non condivisa è nelle cose, come ben sanno quanti hanno ascoltato l’attuale Direttore del Parco auspicarne pubblicamente l’ingresso a pagamento.  E’ nella gestione del Parco a decreti direttoriali focalizzati sulla tutela delle biodiversità, in assenza di interventi volti a contrastare efficacemente il progressivo spopolamento antropico.

La mortificazione dei corpi sociali è nel disattendere per ben 14 anni un Protocollo di collaborazione con il CAI .  E, proprio quando il Sodalizio di quel tavolo chiede la tempestiva istituzione (18 luglio) (anche “per discutere in maniera organica tutte le limitazioni alla fruizione del Parco che lo stesso Ente prospetta per l’anno 2015, che meritano preventivo approfondimento, non essendoci particolari motivi di urgenza alla loro adozione,… attraverso un nuovo metodo consultivo (per) elaborare insieme strategie e pianificare le più efficaci modalità di frequentazione etc”), affrettarsi a siglare (12 agosto) con le Guide una investitura sostanzialmente esclusiva di tutte le attività alpinistiche.

La carenza di un confronto adeguato è nel decretare in tutta fretta (28 agosto) l’attuazione dell’accordo con le Guide (senza nessuna credibile urgenza, essendo nota a tutti la scarsissima frequentazione alpinistica del Monte Bove), nel mentre si rinviava a ottobre (sic) la convocazione dell’incontro con il CAI,  peraltro con imposizione di limiti numerici e di materia.

La mancanza di metodi partecipativi è nell’aver disatteso i ripetuti e preoccupati solleciti del CAI di interventi del Parco fermi e chiari contro le cicliche proposte di ripristino della strada in quota sul Monte Sibilla (emblema dello sfregio ambientale e mai rinaturalizzata, come pure previsto dal Piano del Parco); sui ricorrenti progetti di riapertura della grotta della Sibilla, a oltre 2000m di quota; a tutela di una parte di sentiero storico su roccia in zona prato Porfidia, definitivamente cancellata dalla realizzazione di una condotta; per una valutazione adeguata dell’impianto di innevamento artificiale a Forca Canapine.  La mancanza di metodi partecipativi, ancora, è nella mancata risposta alle osservazioni del CAI al Piano del Parco.

E’ tutto leggibile in lettere, decreti, documenti, articoli.

Una lettura più obiettiva avrebbe forse consentito all’ex Presidente Graziani di comprendere quali siano “i motivi sostanziali” della richiesta di annullamento della convenzione con le Guide.  Gli avrebbe risparmiato di adombrare inesistenti accuse di insufficienza etica e professionale del CAI nei loro confronti.

Con l’autorevolezza di un’associazione storicamente e istituzionalmente vocata alla tutela e promozione della montagna, la lettera aperta del CAI offre un prezioso contributo di opinione critica e propositiva al tema attualissimo della gestione del Parco dei Sibillini e dei parchi italiani in genere.  Un’opinione democraticamente espressa da ben due assemblee regionali del Sodalizio e recepita dal Presidente Generale Martini.  Un’opinione la cui libera espressione è garantita dalla Carta Costituzionale, anche quando assume toni e contenuti di critica severa.  Dissentire e proporre è il sale della partecipazione e del confronto democratico, Presidente Graziani, sanciti anche dallo Statuto del Parco.  Altro che brandire azioni penali e risarcitorie, gettando benzina invece di contribuire alla costruzione di un nuovo dialogo, nell’interesse del territorio e della collettività che ne fruisce.

Spiace che proprio un giurista mostri di ignorare le implicazioni di accuse ingenerose.

Spiace che proprio un ex rappresentante del Parco non comprenda il valore e la forza delle proposte contenute nella lettera, a cominciare dall’autorevole sollecito al Ministero delle nomine del Consiglio Direttivo, organo di indirizzo tutt’ora inesistente la cui essenzialità per un corretto ed efficiente funzionamento del Parco, evidentemente, non è da tutti condivisa.

Spiace che a tacciare il CAI di pretestuosità, ipocrisia e meschinità sia proprio l’ex Presidente di un Parco che al CAI deve, per larga parte, la propria stessa istituzione.  Quel CAI che da anni offre al Parco l’opera dei propri volontari per la sentieristica.  Lo stesso CAI che si mobilita oggi in difesa delle sorgenti del Parco contro gli incrementi di prelievo previsti da un Piano regionale.  Il CAI che di frequentazione, conoscenza e promozione dei Monti Sibillini si occupa da ben prima della stessa creazione del Parco, con numerose pubblicazioni e attività.

Tuttavia, non cadremo nello stesso errore di svilire il dibattito per un Parco vivo e partecipato con commentari offensivi e minacce di azioni legali.

Lavoreremo, anzi, affinché si apra una nuova stagione di vera partecipazione e di coinvolgimento di tutte le componenti vitali del territorio, per sostenere e rilanciare, con progetti concreti e buone pratiche, un turismo consapevole e nuove forme di economie sostenibili anche nel Parco dei Sibillini, oltre la mera tutela delle biodiversità.

Marco Speziale, 3 ottobre 2014:
Ciao Paolo e cari amici, in merito a quanto da te indicato nella Tua del 23.09 e grazie ai consigli di Daniele Catorci (!) ho provato a capire qualcosa in merito al progetto di conservazione delle praterie alto-montane.
Devo dirti che sono ancora in attesa di risposta da parte del Parco alla mia e-mail dell’11/06, nonostante sia stata protocollata e il Presidente Olivieri abbia dichiarato, rispondendo a te personalmente, che “l’Ente Parco è una pubblica amministrazione e, in quanto tale, ai sensi della L. 241 del 1990 è tenuto a rispondere entro 30 giorni dal ricevimento dell’istanza”(!).
Oggi sono stato in Val di Bove e ho visto varie vacche e cavalli al pascolo ma ancora non si vedono i recinti !!!
Di cose da raccontarti ne ho parecchie!! Sicuramente tornerò sul posto nei prossimi giorni e ti farò sapere… Ho anche fatto un bel po’ di foto!!
Certo che, vista la data odierna (3 ottobre), se venissero ora “finalmente” realizzati i recinti, la cosa mi sorprenderebbe non poco: basti pensare che nella “Relazione e Piano finanziario” del Progetto “Conservazione delle praterie alto-montane” a pag. 18 – nell’ambito del paragrafo relativo agli “Interventi area FAS04 – Monte Bove” – si afferma che “Negli anni 2013, 2014 e 2015 sarà effettuato il pascolo equino turnato utilizzando recinzioni mobili elettrificate” e che ” Il pascolo turnato dei cavalli sarà distribuito nell’arco dell’intera stagione vegetativa”; cosa peraltro confermata a pag. 19 nel Piano Finanziario, dove si legge: “FAS04 – Monte Bove, Anno di riferimento (spesa sostenuta) 2013-2015, Importo (in euro) 11.589,90”. Ciò è ulteriormente confermato nel Computo Metrico, parte integrante e sostanziale del Progetto, nel quale si indicano, oltre alle spese per il 2013 – relative all’acquisto dei materiali per la costruzione dei recinti mobili – le spese relative alla Manodopera op. agricolo pari a € 2600,00 (per ciascun anno dal 2013 al 2015), corrispondenti a 40 giorni/uomo.
Come se non bastasse, nel Capitolato d’oneri del D.D 376 del 27/08/2014, a pag. 6 si indica che “tali operazioni dovranno essere svolte nei periodi compresi fra il 15 agosto e fino ad almeno il 30 settembre (salva diversa indicazione del Parco) per gli anni 2014-2015-2016” (e già il progetto è slittato di un anno). Nello stesso Decreto per quanto riguarda la Durata del servizio è scritto che il contratto scadrà il 31.12.2016.
Però nella “Dichiarazione di non incidenza” il Responsabile della progettazione “dichiara che gli interventi previsti dal progetto sono necessari al mantenimento degli habitat di interesse comunitario in uno stato di conservazione soddisfacente”.
A pag. 12 del Progetto, poi, si dice anche che “l’invasione del brachipodio, in atto nell’area d’intervento, interessando le formazioni riferibili agli habitat comunitari 6170 e, marginalmente *6230, sta provocando una riduzione della pabularità complessiva dei pascoli ed un’esclusione competitiva delle specie pabulari per il camoscio appenninico […],oltre a una forte riduzione della diversità floristica”. Si dice anche che “l’obiettivo dell’intervento è quello di mantenere e migliorare la pabularità del pascolo per il camoscio riducendo la copertura del brachipodio genovese e portando significativi benefici per la diversità floristica complessiva dell’area”.
Mi sembra che di cose che non tornano ce ne siano abbastanza e a me pare che i grandi ritardi nell’esecuzione del progetto non siano certo “integrazioni o modifiche non sostanziali”.
Certo che per la salute e la sopravvivenza del camoscio sono molto più dannosi quattro alpinisti sulla parete Nord del Monte Bove, piuttosto che i continui ritardi del Parco nel mettere in pratica le cose… tanti pesi e tante misure…
Ipotizzando che i cavalli venissero introdotti i primi di ottobre (giorno più, giorno meno), le 40 giornate lavorative si protrarrebbero almeno fino al 15 novembre (giorno più, giorno meno). E se poi cadesse la prima neve…??? Sarebbe interessante capire cosa si intende per stagione vegetativa del Brachipodio genuense! Lo chiederei direttamente al Parco ma, considerando che sono più di 6 mesi che attendo risposte… forse è meglio informarsi altrove, prima ancora di rivalerci della Convenzione di Aarhus.
Ma poi, sai dirmi cosa c’entra il “Piano triennale di gestione del cinghiale e di monitoraggio del capriolo (2012-2015) con tutto ciò? A tal proposito segnalo anche questo link: http://www.sibillini.net/attivita/bandi/files/2014_3CorsoAbbattimentoCinghiale_Programma.pdf
L’alpinismo è quindi più impattante della caccia selettiva? Non mi pronuncio in merito ma tutto ciò mi sembra paradossale.

Passando ad altro:
ho letto l’articolo di “risposta” di Carlo Alberto Graziani alla lettera aperta del Direttore generale del CAI… non ho parole! A me sinceramente non sembra che Martini dica cose fuori luogo…tutt’altro! In sostanza, i contenuti sono del tutto simili a quanto, ormai da anni, tutti noi siamo a richiedere al Parco dei Sibillini. E poi, la situazione di vuoto amministrativo non se l’è mica inventata (cfr. http://www.sibillini.net/attivita/consiglioDirettivo.htm e http://www.greenreport.it/news/aree-protette-e-biodiversita/il-parco-dei-monti-sibillini-modifica-lo-statuto-per-far-nominare-il-nuovo-direttivo/ ).

Poi, nella lettera aperta di Martini mi è saltata all’occhio una frase: “sono esempi concreti e recenti di tale spirito collaborativo l’opera volontaristica di segnatura e mappatura dei sentieri, disciplinata da una convenzione del 26 giugno 2012[…]”. Ma con il D.D. 187 del 19.05.2011 il Parco non aveva approvato il progetto esecutivo relativo ai lavori di “Ottimizzazione della rete di fruizione sentieristica nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini”, per un importo totale di € 403.000,00???

Hai saputo, poi, dei verbali “retroattivi” fatti a Luigi Nespeca? E incredibile!! Si possono notificare verbali retroattivi… e magari senza prove certe?

Pare che in questo PARCO chi prova a far valere i propri e gli altrui diritti venga insultato o multato… Credo anch’io che spetti anche a noi dare una “svolta” al nostro parco.

 

Alessandra Baldelli, 7 ottobre 2014:
Volevo inserirmi nella discussione e riallacciarmi anche alla mail di Paolo Caruso, nei punti inerenti la sentieristica. Premetto una cosa: parlo esclusivamente come escursionista di lunga data e mi soffermo solo sulla 384, che mi ha causato non pochi problemi di interpretazione…

Richiamando quindi le “Disposizioni per la conservazione delle specie faunistiche di interesse comunitario nell’area del Monte Bove” del Parco Sibillini (prot. 384 del 29/08/2014), vorrei capire i motivi di determinate scelte, che a me paiono incongruenti o quantomeno contraddittorie e chiedere una delucidazione a chiunque possa fornirmela, partendo dal presupposto che posso essere benissimo io ad aver male interpretato o capito i punti in questione:
– innanzitutto nella seconda pagina della delibera, al punto 2, c’è scritto che i sentieri utilizzabili dagli escursionisti per arrivare al Bove Nord e alla Croce sono esclusivamente il n. 11 e 12; perché non si può utilizzare il n. 4, che taglia il pendio prativo della Val di Bove o passare per Valle Romana (in salita)?- il paragrafo III dà una definizione di attività alpinistiche alquanto ambigua, poiché nel paragrafo “definizioni” dello stesso allegato è scritto che tra le “Attività e discipline alpinistiche” c’è compreso, tra le altre, l’escursionismo. Poi subito sotto l’alpinismo è definito “attività alpinistica”. Questo crea confusione.- riguardo alle modalità di svolgimento delle salite alpinistiche, c’è scritto che va comunicato al Collegio Guide Marche in quale settore si andrà ad arrampicare e su quale via almeno 2 gg prima di andarci, per via del numero chiuso. Più sotto c’è scritto che la via può essere cambiata per motivi imprevisti anche lo stesso giorno che ci si va. Quindi, se io decido di fare in estate, per esempio, una via al Bove ma poi cambio e decido di andare alle Quinte ma lì per quel giorno si è già raggiunto il limite massimo di alpinisti, come devo regolarmi? Devo prima avvisare il Collegio? Devo rinunciare? Posso andare in deroga, dato che nel paragrafo non è specificato che, se cambio via, lo devo fare rimanendo nello stesso settore già prescelto?
 – Riguardo la parte riferita alla Croce di M. Bove, dove si descrive il rientro, è scritto che si può tornare a Ussita dal sentiero 6 e dal 5. Il 6 da quanto mi risulta non è segnalato e passa per il versante che guarda verso Casali; sono pendii ripidi, con ghiaioni molto mobili e, se si sbaglia punto di discesa, si finisce sopra alla fasce rocciose. E’ un percorso che generalmente non si fa mai, proprio perché non è facile da trovare ed è oggettivamente pericoloso. Il 5 è la parte inferiore di Valle Romana. Non ho capito come scendo dal numero 5 se Valle Romana mi è impedito di farla in estate (pagina successiva, dove sono descritti i rientri dall’Area B), ovvero senza neve, parlando dell’area A. Senza contare che la parte iniziale di Valle Romana, cioè quella segnata col n. 5 non è percorribile quasi per nulla in quanto il sentiero è praticamente sparito a causa di una valanga che, qualche anno fa, ha buttato giù i faggi, che ora sono orizzontali. In sostanza, dalla fine del ghiaione (scendendo) fino quasi allo stradone che poi porta in valle di panico, bisogna districarsi tra faggi, cespugli, sassi nascosti dalle foglie, buche invisibili perché coperte, rami. Sarebbe meglio che si ripristinasse la viabilità di quel tratto, peraltro lungo, prima di obbligare le persone a percorrerlo.
 – Sempre la discesa alla Croce: il rientro per i sentieri 5 e 6 è “in inverno obbligatorio”. Ma il periodo in cui posso andare alla Croce  non va fino al 31 ottobre?
 – L’avvicinamento a Punta Anna lo si fa solo da Frontignano. E se sono masochista e voglio salire da Valle Romana o da Calcara ?
 – Riguardo al rientro da Punta Anna, si può scendere in inverno da Valle Romana. Però se faccio le vie a P. Anna posso tornare per la Val di Bove in inverno mentre se faccio le vie che escono in vetta al Bove Nord (quindi poche centinaia di metri più in là rispetto alle vie di P. Anna) posso tornare, sempre in inverno, solo per Valle Romana. Le traversate sono bandite…
Ecco, questo è quanto non mi è chiaro della delibera. Un discorso a parte merita, come già peraltro ribadito da Paolo, il discorso sicurezza. A mio avviso è impensabile obbligare gli alpinisti a salire o scendere per determinati sentieri, specialmente in inverno, quando le condizioni oggettive possono creare non pochi periocoli ai frequentatori della montagna. Stesso discorso per l’escursionismo; non credo di aver mai visto un Parco che obbliga chi cammina a salire o scendere per forza su certi percorsi anziché su altri, avendo peraltro diverse alternativew a disposizione. Soprattutto quando, a livello di manutenzione e segnaletica spesso ci si trova di fronte a percorsi ostruiti (Valle Romana), oggettivamente pericolosi in ogni situazione (sentiero in zona Fraonare) o vietati come se non ci fosse una traccia alternativa (sempre Valle Romana; a parte che fare la Valle in salita, ai fini del movimento del ghiaione è quasi uguale che farlo in discesa, perché non tutti ci saltano sopra…Ma poi esiste una traccia netta che evita il ghiaione perché passa sul lato opposto della Valle. Perché non si potrebbe utilizzare quella?).
Non mi soffermo troppo, perché non sono io a doverlo fare, sull’altro aspetto preso in considerazione dalla delibera, cioè il ruolo a dir poco minimo che le Guide Escursionistiche hanno: se si prevede un numero di partecipanti superiore a 30 nelle uscite in mtb e cavallo, servono le Guide del Parco. Senza nulla togliere a loro, chi è GAE ma non Guida Parco viene discriminato. Ma questa situazione ho avuto modo di constatarla in altra occasione qualche anno fa, ad uno degli incontri con il Parco. In quel caso fu difficile far capire a chi di dovere che esistono anche Guide non AIGAE. Ma tant’è…
Spiace vedere, in ogni caso, il ruolo marginale che ancora il Parco offre ad alcuni professionisti (anche i volontari hanno qui terreno più fertile, nonostante tutto) della montagna, sia per quel che riguarda la questione della sentieristica sia per le attività escursionistiche (ma anche alpinistiche), vista anche la convenzione con il Collegio Guide Alpine Marche del 12/08/2014 n. 351. In quest’ultimo caso non esiste ruolo, visto l’ambito di competenza espresso in quella sede e riconosciuto in via esclusiva al Collegio.
Che dire? Speriamo solo che il carattere “sperimentale” della delibera lo sia veramente e che i vari errori (mi piace pensare fatti in assoluta buona fede) siano corretti e aggiustati in meglio (per tutti, non solo per alcuni…).

 

Silvia Bonifazi, 13 ottobre 2014:
Non sono direttamente intervenuta negli scambi di e-mail che si sono succeduti fino ad ora ma sento ad oggi l’esigenza di farlo, questo in seguito ad alcune affermazioni che ho riletto in una e-mail precedente e che mi inducono a dire quello che ne ho raccolto in merito, visto che nella mia filosofia di vita c’è il pensiero di base che “al pari di chi agisce non rispettando le regole, in buona o in cattiva fede, sia riprovevole colui che non fornisce una corretta informazione“, considerando altresì  importante che si vogliano e si debbano conoscere i propri diritti ed i mezzi a propria disposizione per farli valere.

Premetto che sono totalmente concorde con l’azione intrapresa da Paolo Caruso che prendendo l’iniziativa ha sollevato la questione e si è fatto portavoce di quello che è un pensiero oramai sempre più condiviso, a cui è da aggiungere la posizione chiara ed inequivocabile assunta recentemente dal CAI NAZIONALE, con lettera indirizzata al Ministero dell’Ambiente, sulla medesima nostra linea nei confronti del Parco.

Ringrazio al contempo Caruso, Speziale e gli altri che hanno contribuito a nome di tutti noi a perorare questa causa, pure per gli interventi nel momento della pubblicazione “a sorpresa” all’Albo Pretorio degli atti n. 48 e n. 384 (con nuove direttive in merito al Regolamento) che non contemplavano minimamente ne citavano le richieste che da anni e recentemente erano state inviate loro con le nostre richieste e proposte.

Le motivazioni del mio intervento nascono tuttavia dalle riflessioni che hanno fatto seguito ad alcune affermazioni riportate nell’e-mail di Maria Cristina Garofalo, Rappresentante di Mountain Wilderness, a cui ho agganciato la presente, come le seguenti:

1) “ma stiamo difendendo il sacrosanto ed indifferibile diritto dei camosci (…); oppure gli interessi economici di alcuni “umani“?!!!!”

2)dare una chiusa a una polemica che non sta in piedi se non per meri interessi economici che non intendono spostare il loro esercizio momentaneamente in altre zone, o “limitarlo”.

3) non se ne può più di questa polemica privata“.

4) “Mi permetto inoltre di invitare “chiunque” voglia impugnare di fronte alla UE il Trattato di Ahrus di leggerlo meglio, perchè mi pare gli sia sfuggito il senso dello stesso…

Ora, amici che leggete, mi chiedo se tutti noi che ci riconosciamo in questa causa e destinatari di detta e-mail e che siamo sulla stessa linea di Caruso, ed ora chiaramente ed ufficialmente pure del CAI Nazionale, possiamo “non” sentirci offesi (ai limiti della querela) per essere stati tacciati di agire per le motivazioni “private” ed “economiche” sopra citate (punti 1,2,3) dalla Responsabile di Mountain Wilderness, visto che unanimemente ora abbiamo una medesima posizione e rimarchiamo la nostra disattesa partecipazione nelle decisioni intraprese dal Parco.

RISPONDO ALLE AFFERMAZIONI aggiungendo qualche considerazione (nello stesso ordine numerico in cui sono state riportate sopra):

1 punto) Non ritengo che chi sta perorando la nostra causa possa essere indicato come chi agisce per “meri motivi economici e privati” tralatro  quasi a dire come chi “non pensa al bene dei camosci” solo perché non condivide “certe” misure (e qui da animalista – vegetariana ed ambientalista non mi dilungo in ulteriori argomentazioni sull’equità nelle misure di tutela da applicare a tutte le attività che si svolgono nel Parco, se sussistono le motivazioni, o a nessuno, peraltro tematiche già da altri ampiamente dibattute nelle e-mail precedenti)

Mi chiederei piuttosto il “perchè” si sia arrivati a dover tutelare dal rischio estinzione i camosci ed a farli ripopolarenon credo per colpa degli alpinisti o Turisti di altro genere…

Mi chiederei perchè in altri Parchi Nazionali, dove la pratica dell’Alpinismo è un punto di eccellenza, i camosci siano stati reintrodotti con grande successo, sebbene un divieto come questo non sia stato imposto (peraltro detti Parchi, ad. es. Parco Naz. Gran Sasso, non occupano un ultimo posto come quello dei Sibillini nell’XI Rapporto Ecotur sul Turismo Natura redatto con ISTAT – ENIT ed Università Dell’Aquila e presentato ad ECOTUR-Borsa Internazionale del Turismo nell’Aprile 2014),

Mi chiederei il perchè stupirsi del fatto che ci sia “Personale del Parco”  sulle creste del M. Bove il giorno di Ferragosto (sempre da e-mail MW) a controllare e regolare i flussi turistici…è grave invece che non ci siano dei Guardia Parco in pianta stabile in un Parco Nazionale!…ma almeno si potevano prevedere figure professionali di controllo per la durata del Progetto LiFE includendole nel Budget dello stesso!

2-3 punti) Il lasciar intendere che qualcuno abbia motivi “privati” o “economici” che lo inducono a protestare, ovvero quello che viene con rispetto definito dalla legge “Portatore d’Interesse Individuale”, sia quasi da non considerare degno di attenzione nel caso in cui sollevi le Sue obiezioni “private”… quasi sia ai limiti del “tedioso”…

Inoltre, vorrei sottolineare alla Signora di MW, che sinceramente non conoscevo sotto questi toni, che comunque i “Portatori d’Interesse Individualisono contemplati e riconosciuti dal Diritto Internazionale e Nazionale nei procedimenti partecipativi degli Enti Pubblici, per cui siamo usciti dall’Età e dalle leggi Medievali…vedi “Convenzione di Aahrus” e vedi “Articolo 1 della Costituzione Italiana”…L’Italia è una Repubblica Democratica, fondata sul Lavoro”

Mi chiederei, in aggiunta, se un Portatore d’Interessi si sentisse leso ai sensi del I Articolo della Costituzione Italiana, perchè non dovrebbe protestare o farlo presente? D’alta parte, mi pare che “per fini produttivi” (quindi deduco lavorativi…) venga autorizzato l’accesso ai veicoli a motore nelle Aree Parco dove in genere non è permesso ed ai sensi dell’Art. 5 Legge Regionale Marche 52/74 (cui in genere si appoggiano le Ordinanze Autorizzative dei Sindaci)…quindi perchè un lavoro e quindi un diritto dovrebbe essere diverso da un altro?! La Legge non “era” uguale per Tutti?!

4 punto) Affermazione che mi ha infastidito non poco ed offeso, il fatto che siamo stati invitati a rileggerci la “CONVENZIONE DI AARHUS” con un tono nell’invito “arrogante” ed “allusivo”perché “pare” che non ne abbiamo capito il senso… quasi ad indicare che nelle nostre comunicazioni al Parco, dove ci appellavamo alla “Convenzione UNECE” per far rispettare all’Ente i Nostri diritti alla Partecipazione, l’avessimo menzionata impropriamente…

… soprattutto quando la riteniamo “fondamentale” per far presente dette inosservanze in sede di Commissione Europea, e qui ricordo che il Diritto all’Accesso alla Giustizia, sempre per la medesima Convenzione, ci permette di impugnare un provvedimento pubblico che si ritiene non aver rispettato la Partecipazione e l’Informazione Pubblica, soprattutto visto che si parla di Fondi Europei (come di seguito verrà descritto) e soprattutto poichè riguardo alla Convenzione UNECE si è rilevata una certa ignoranza (nel significato più puro del termine: ignorante è colui che ignora)…

QUINDI, l’invito a rileggersi bene ed a comprendere i campi di applicazione della stessa Convenzione lo rispedisco al mittente.

(Ho inoltre notato come pure molti “addetti ai lavori” non conoscano alcune leggi che rientrano nell’ambito nazionale dell’applicazione dei contenuti partecipativi ed informativi relativi ad Aarhus (es. l’Albo Pretorio non è solo una “Vetrina Virtuale” ma serve al cittadino per prendere visione degli atti pubblici emanati ed eventualmente a presentare nei tempi di pubblicazione eventuali obiezioni – Legge 7 Agosto 1990 n. 241 / che già da prima riconosceva il diritto all’Informazione ed alla Partecipazione nella Ns. Costituzione e che viene pure elencata dal Ministero dell’Ambiente nel file in allegato, riguardante il Secondo Rapporto di Attuazione in adesione alla Convenzione di Aarhus/UNECE), quindi ho ritenuto molto importante tentare di chiarire quanto seguirà  in merito…

Questi i motivi che mi hanno portato a decidere, per chi vorrà e non le conosca già, di annoiarVi intervenendo nel tentativo di fornire alcune basilari delucidazioni su Aarhus, per quel poco che le mie capacità mi consentiranno di fare…

naturalmente augurandomi che almeno qualcuno di Voi, se ancora ha dubbi relativamente all’argomento, magari alimentati ulteriormente dall’invito della rappresentante di MW, abbia  la pazienza e la curiosità, sinonimo di crescita intellettuale e di evoluzione, di voler leggere quanto nei paragrafi successivi…

…a Voi il giudizio finale se ci siamo impropriamente appellati ad “Aarhus” o meno… aggiungo per completezza di informazione il Secondo aggiornamento del rapporto nazionale sull’Attuazione della Convenzione di Aarhus (Convenzione UN/ECE sull’accesso alle infomazioni, la partecipazione del pubblico ai processi decisionali e  l’accesso alla giustizia in materia ambientale)”

 

Luigi Martino, 14 ottobre 2014:
Trovo molto interessante e formativo questo scambio di e-mail.
Nonostante non siano tutte utili, alcune povere in contenuti ed altre addirittura offensive, abbiamo modo di imparare molto. Chi come me non è attivissimo nel far valere i propri diritti per qualsivoglia motivo ha la fortuna di poter contare su persone come Paolo Caruso che da anni si prodiga per noi e per moltissimi, al fine di ottenere almeno trasparenza su ciò che per diritto ci spetta.
Grazie Paolo.
In questa mail volevo però ringraziare particolarmente Silvia Bonifazi, che in modo chiaro e corretto sta dando la possibilità a tutti di informarsi “meglio” circa lo stato dei fatti e le relative definizioni e leggi che ne concernono. Grazie per l’ampliamento culturale accompagnato dal tuo lavoro e dai modi con cui ti poni, peccato che il parco dei Sibillini non fosse in copia, avrebbero potuto chiarire diversi punti importanti essenziali per un maggior rispetto di tutti noi. A proposito, non ho visto il file allegato relativamente al Ministero dell’Ambiente: potresti inviarcelo?
Purtroppo non tutti hanno il buonsenso di soffermarsi su ciò che pensano, se giusto o meno, credendosi al di sopra, e dimostrandosi piuttosto arroganti.
Ci eravamo già accorti di quanto la Signora di Mountain Wilderness avesse scritto una mail senza senso ma, con tutte le informazioni che Silvia Bonifazi ci ha fornito su Aarhus, ecc., la stessa Signora di MW appare realmente “fuori quadro” e soprattutto un soggetto che ignora realmente le normative e che le travisa, non so se e per quali interessi personali o associativi, cercando di sminuire i nostri diritti di cittadini, peraltro ben garantiti dalle normative.
Mi fa specie che una e-mail così disinformativa possa essere scritta da qualcuno che dovrebbe rappresentare un associazione come MW.

postato il 4 dicembre 2014

 

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La lunga notte dei Sibillini 1

A proposito del Parco Nazionale dei Monti Sibillini, qui di seguito riporto lettere e missive varie che si sono susseguite dal 4 settembre 2014 al 10 settembre 2014. L’insieme è un quadro un po’ desolante dell’incapacità, tutta nostra italiana, di vedere i problemi in modo costruttivamente comune. Senza particolare colpa dei singoli e a dispetto della quasi generale buona volontà. Prima parte (1-3).
Paolo Caruso, guida alpina, 4 settembre 2014:
“Il 19 agosto siamo andati a Punta Anna  (M. Bove Nord – Parco Nazionale dei Monti Sibillini) certi ormai dell’operatività del nuovo regolamento che doveva sostituire il divieto di accesso alle pareti del M. Bove e che, come tutti ricorderete, in base a quanto ci avevano detto nella riunione dell’8 luglio svolta nella sede del Parco, sarebbe stato operativo leggermente in ritardo rispetto alla data del 15 luglio proposta. Scrissi una mail al parco il 13 agosto ma non ho ricevuto risposta alcuna fino al 17 sera. Dal 18 mattina ero in attività. Ho letto quindi la mail del Direttore Franco Perco al ritorno da Punta Anna e… il divieto era ancora vigente e nulla aveva fatto il Parco per cambiare le cose e introdurre il nuovo regolamento!
Conclusione… verbale! Incredibile, mai vista una cosa simile in nessun posto al mondo. Interessante però, come esperienza, l’aver preso per la prima volta una multa per esercitare il mio lavoro e la mia passione. Chissà se sono la prima guida alpina ad essere sanzionata per aver fatto una salita con due miei allievi nonchè amici, cioè per aver fatto il mio lavoro? Chiederò in modo specifico al Collegio Nazionale.
Ho informato la redazione della rivista di cui sotto dell’accaduto e, senza che me lo aspettassi hanno fatto subito un articolo. Interessanti i commenti delle persone competenti, che argomentano i fatti da esperti, meno  interessanti logicamente i commenti dei superficiali. C’è anche un commento del Direttore Perco e poi anche uno mio personale.
Considerando tutta la situazione iniziata dal 2009 per finire a questo grave ritardo nell’applicare il nuovo regolamento propostoci nell’incontro dell’8 luglio scorso, cosa che è avvenuta ieri, praticamente a estate finita, ritengo particolarmente grave il modus operandi dell’Ente Parco e ritengo sia necessario prendere i provvedimenti del caso.
Per concludere, vi faccio presente che nella DP_N48_28_08_14 (1)-1 che ho ricevuto ieri l’altro e che vi giro in allegato,  pubblicata all’Albo pretorio Telematico del Parco dei Sibillini in data 28/08/2014 con scadenza 11/settembre 2014 con numero di registro 551/2014-S, non viene menzionato il documento da noi elaborato e da me inviato al Parco il 15/07/2014 contenente le nostre osservazioni, di cui mail di risposta del Direttore Perco del 23 luglio 2014 Prot. 4303. Ancora una volta ci chiediamo come possa l’Ente Parco confondere un proprio monologo con le scelte condivise e partecipate, così come previsto dalle normative nazionali ed europee, sulla base della Convenzione di Arhus”.
Lucio Marcantonini, 5 settembre 2014 (condiviso da Micaela Solinas):

“Sinceramente non riesco proprio a capire perche’ tu sia stato multato per aver compiuto una azione che, per le modalita’ con cui si è svolta, è da considerare del tutto conforme ai criteri stabiliti dalla dirigenza del Parco cosi’ come sono stati illustrati durante la riunione dell’ 8 luglio….
Quali ragioni possono essere invocate per sostenere che in quella occasione il tuo agire possa aver prodotto delle reali conseguenze negative sulla fauna del Parco? Forse delle ragioni di inefficienza burocratica?
Lo so che è brutto pensarlo (e anche scriverlo) ma a me pare che il verbale in questione ti sia stato fatto per motivi tutto sommato pretestuosi.
Dico questo perchè alla riunione dell’ 8 luglio ero presente anch’io, e in quella occasione ho avuto la sensazione che la dirigenza del Parco, purtroppo, mal sopporti le tue pertinenti critiche e le tue motivare osservazioni al loro operato. Dico purtroppo perchè, a mio modesto parere, e al netto di qualche tua dichiarazione forse un po’ poco diplomatica, il Parco potrebbe crescere molto se i suoi responsabili fossero un po’ piu’ ben disposti nel valutare le proposte che vengono dalla tua esperienza e dalla tua competenza. Per il momento, invece, pare che abbiano preferito limitarsi a cogliere al volo la prima occasione che si e’ loro presentata per consumare una sorta di infantile rivalsa nei tuoi confronti. Che ci vuoi fare, le critiche ben motivate sono come la verità: possono far male; e, putroppo, non sempre noi esseri umani siamo in grado di avere l’umilta’ e la maturità adeguata per accoglierle e per riconoscerle come salutari.
Vorrei infine concludere queste mie modeste riflessioni con una bonaria provocazione rivolta a tutti i Signori dirigenti del Parco dei Sibillini: se davvero considerate Paolo Caruso come un nemico della natura allora vi auguro di incontrare molti altri nemici come lui: la natura non potrà che guadagnarne”.
Marco Speziale, 6 settembre 2014:
“Nella nuova disposizione DP_N48_28_08_14 (1)-1, allegata alla mail di Paolo, non solo non compare il documento da noi elaborato e da me inviato al Parco il 15/07/2014 contenente le nostre osservazioni, ma non c’è neppure traccia della regolamentazione, proposta dal Parco e da noi accettata, circa l'”acrociclismo” (quello che normalmente si chiama “mountain bike”), della regolamentazione numerica dell’escursionismo, né tantomeno delle modalità con cui potersi prenotare per andare ad arrampicare.
Ora vi chiedo: dal momento che la prossima settimana vorrei andare a fare la via Alletto-Consiglio sul Bove Nord, cosa devo fare? Non vorrei rischiare di incorrere anche io in un verbale… Se ci fosse qualcuno di voi che mi può aiutare…”.

Lucio Marcantonini, 7 settembre 2014:
“In una delle due mail inviate in data 27/07/14 il presidente Franco Perco ha scritto: “Resta fermo che per quanti di Voi siano realmente interessati a partecipare, in maniera costruttiva, al confronto sulle complesse problematiche relative alla fruizione responsabile, confermiamo la disponibilità del Parco a fornire, anche telefonicamente od incontrandoci, tutte le informazioni e i chiarimenti e a valutare utili suggerimenti e proposte che possono contribuire a migliorare l’operato del Parco“.  Se Paolo lo ritenesse opportuno si potrebbe anche chiedere un incontro allo scopo chiarire questa singolare situazione. Mi piacerebbe sapere che cosa ne pensa…”.

Marco Speziale, 8 settembre 2014, ore 10.57:
“Il problema è sapere se il Direttore e il Parco tutto siano davvero interessati ad avere un confronto costruttivo; questo perché, fino a ora, di richieste di chiarimento e di proposte di risoluzione di vari problemi, da qualche anno a questa parte (2009), ne sono state fatte a decine… ma fino a oggi di chiarimenti ne sono stati dati ben pochi e le nostre proposte non sembra che siano state prese molto in considerazione.Io stesso in una mail dell’11 giugno ho chiesto al Direttore, al Presidente e al Parco delucidazioni sul divieto a Colle delle Cupaie e al Bove e sullo stato di avanzamento del Progetto di Conservazione delle Praterie alto-montane, ma a tutt’oggi non ho ricevuto alcuna risposta da nessuno dei tre!So per certo che anche Paolo ha sollecitato la risoluzione di svariati problemi senza riuscire a ottenere alcun risultato; d’altronde anche io quando a maggio dell’anno scorso ho chiesto chiarimenti tecnici sul Progetto delle Praterie, senza tra l’altro esprimere alcun valutazione nel merito, mavolendo esclusivamente comprendere come avrebbero voluto realizzare il pascolo forzato in Val di Bove, l’unica cosa che ho ricevuto in risposta è stata una mail di insulti. Con questi presupposti nutro scarse speranze e mi viene da pensare: “lasciate ogni speranza o voi che entrate”. Però, essendo il territorio del Parco e i soldi pubblici da loro spesi anche miei, di certo non smetterò di continuare a bussare alle loro porte”.

Daniele Catorci, 8 settembre 2014, ore 14.00:
“Ma in tutto questo qualcuno ha ragionato sui tempi? Appena uscita la notizia ho subito detto che la stronzata l’aveva fatta il parco, che come è già stato detto, aveva annunciato che la nuova disposizione proposta alla riunione dell’8 luglio sarebbe stata in vigore il 15. Tanto che se si andava a vedere sul sito del parco era irreperibile sia il vecchio che il nuovo regolamento. Ma poi ho pensato, dopo aver letto il commento di Paolo su cronache maceratesi: ma come? ha scritto una mail per far sapere al parco che voleva andare al Bove? Il 13? Il 13 Agosto?? la mia faccia: O.o… ma possibile che non ha pensato che gli uffici pubblici di tutta italia sono chiusi il 14, 15 e 16 agosto? mah… boh… a me è sembrata una provocazione… ma sicuramente mi sbaglio. Dopo di che non si può dire, Lucio, che chi ha fatto il verbale lo abbia fatto apposta per colpire Paolo. Se non sbaglio il verbale, o comunque i controlli, viene effettuato dal corpo forestale dello stato, e non dal parco, e mi risulta che Paolo abbia problemi con l’ente Parco non con ogni singolo forestale che fa il suo dovere. dopo di che, la gente sarà anche idiota, ma basta leggere i commenti in giro, per capire che Paolo si sia fatto cosi una pessima pubblicità. Ma magari è una mia impressione. Di sicuro nelle marche non è visto un gran che bene da nessuno, nonostante i miei sforzi che sono praticamente l’unico IAMA nelle marche che ha un giro di gente che arrampica e che ha contatti con le cerchie che voi tutti disprezzate cosi tanto. Vorrei rispondere poi a Marco che reputo una persona gentile e disponibile, per avere notizie di questo famoso progetto ti basta cercare in internet la bibliografia del responsabile del progetto, troverai decine di pubblicazioni che ti spiegheranno le modalità di realizzazione del progetto. Il progetto finanziato dall’UE, consiste nell’utilizzo di capi di bestiame per tenere sotto controllo e possibilmente ridurre la presenza di specie infestanti che fanno si che la biodiversità delle prateria sconpaia.​ Nel contempo viene studiato il benessere degli animali utilizzati per il pascolo. Inoltre vorrei ricordare che, ma so già che verrò smentito ma so anche che chi mi smentirà dirà cazzate, dai responsabili del progetto era stato chiesto più volte nel corso degi anni un incontro pubblico per chiarire la questione e spiegare a tutti quelli che avrebbero voluto sentire, il progetto stesso. Ovviamente non è mai stata ottenuta risposta. Detto ciò… chiudo qui, credo di aver detto abbastanza, forse anche troppo”.

Micaela Solinas, 8 settembre 2014, ore 16.31:
“Caro Daniele e cari tutti, rispondo di getto alla tua mail. So che sei un ragazzo intelligente e in gamba, ma non basta finchè non arriverai a capire che questo non significa che gli altri sono tutti fessi, o ignoranti. Ovviamente sei in una situazione scomoda, preso tra l’incudine e il martello, ed è proprio per questo che forse al tuo posto io preferirei tacere, ma questa è solo un’opinione personale e lascia il tempo che trova.
Di sicuro come istruttore del CASM non mi piace che tiri fuori la nostra scuola come i cavoli a merenda. Che cosa c’entra quanto è diffusa IAMA nelle Marche e la reputazione di Paolo nel mondo alpinistico con la questione del parco, scusa? D’altra parte sai benissimo che il successo di IAMA e del Metodo è in continua crescita in tutta Italia, anche grazie ai suoi istruttori che si fanno apprezzare e rispettare praticamente ovunque operino. Forse se nelle Marche non si fanno passi avanti il problema non è solo del Direttore della scuola. Paolo non può essere dappertutto e come personaggio pubblico è esposto ai giudizi, benevoli e non, di chiunque, esattamente come il Parco dei Sibillini e i suoi gestori. C’è chi ne pensa bene, chi male, chi così così. E, infatti, se leggi i commenti “in giro” (a proposito, di cosa si tratta, di una nuova rivista?) ma soprattutto su Cronache Maceratesi, per tornare a parlare di fatti concreti e non di fumo (tutti i commenti però, non solo quelli che ti fa comodo citare) vedrai che ce ne sono anche molti negativi sul parco e positivi su Paolo. Quindi? Quale conclusione vorresti trarne?
Io preferisco ragionare con la mia testa, piuttosto che sulla base di quello che pensano e dicono gli altri.
Se c’è un dissenso, vuol dire che c’è un motivo per il dissenso, fosse anche un’incapacità del Parco di comunicare nel modo giusto con le persone che questo dissenso esprimono. Un ente pubblico non può sottrarsi a questo, come non può sottrarsi al rendere conto del proprio operato, la famosa “accountability”. “Non siamo per sottrarre responsabilità ai dirigenti: siamo per dargliele tutte. Vorremmo che la parola accountability trovasse una traduzione in italiano, perché vi sono le responsabilità erariali, quelle penali e quelle civili, però non ve n’è una da mancato raggiungimento degli obiettivi, se non a livello teorico…”. L’ha detto Renzi nel suo discorso di insediamento, nientepopodimeno. Non è per parlar bene o male di lui che faccio questa citazione, non sto facendo politica, ma il problema è citato dal nostro premier perché ESISTE, ed è uno dei grandi problemi dell’Italia. I nostri politici, la nostra classe intellettuale e manageriale, sono abituati a non dover mai rendere conto di ciò che fanno, mai – soprattutto – dei propri errori e delle proprie mancanze, mentre magari il loro DOVERE quotidiano è sbandierato come un grande successo.
Per fortuna, anche se lentamente, le cose stanno cambiando, la gente “comune” sta alzando la testa e cominciando a chiedere come, dove, quando, perché, con quali risultati. Bene, finalmente stiamo diventando cittadini!!!
Un parco ha il dovere di dare informazioni precise e circostanziate sui propri progetti e sulle proprie attività e soprattutto sui risultati ottenuti, se gli viene richiesto, perché un parco è un ente pubblico e utilizza denaro pubblico. Il fatto che certe informazioni si trovino su internet non esime gli enti pubblici dal dare risposte. Un conto è ciò che trovo con mie ricerche private sul web, un conto è ciò che ufficialmente mi risponde l’ente. Inoltre, si trovano spesso i progetti, le dichiarazione di intenti, i “faremo”, le “modalità di realizzazione”, molto più raramente i risultati, ciò che è stato fatto e ottenuto.
Non solo, le spiegazioni vanno date in modo esaustivo ma sintetico, senza pretendere che un non addetto ai lavori si legga decine di pubblicazioni scientifiche per venire a capo di un singolo progetto. Non è difficile da capire, la chiamano trasparenza e democrazia.
Infine, la chiusura del parco nazionale il 13, 14, 15 e 16 agosto: ho capito bene? Un ente pubblico che gestisce un’area protetta e quindi flussi turistici che chiude nel periodo di massima affluenza?? Stiamo scherzando per caso??? TU hai ragionato su quello che scrivi??? Infatti i forestali erano al loro posto, e ci mancherebbe altro! Loro hanno fatto semplicemente il loro dovere, mentre il parco ha una precisa responsabilità: dopo aver fatto annunci di date che non ha rispettato, ha lasciato tutti senza comunicazioni per alcuni giorni e non ha risposto alle mail.
E’ mia opinione che, visto che il nuovo regolamento non prevede sanzioni per l’attività esercitata da Paolo, visto lo scarto di pochissimi giorni tra l’entrata in vigore del nuovo regolamento e “l’infrazione” commessa e visto che, appunto, era stata pubblicamente comunicata la data del 15 agosto per l’entrata in vigore delle nuove regole e in assenza di contro-comunicazioni, il Parco avrebbe tranquillamente potuto decidere di non procedere. Ma anche questa è un’opinione personale e lascia il tempo che trova.
Includo nella mailing list la presidenza dI IAMA per la parte che interessa la scuola”.

NotteSibillini1-La rocciosa parete del monte Bove nordMicaela Solinas, 8 settembre, ore 16.49:
“E’ mia opinione che, visto che il nuovo regolamento non prevede sanzioni per l’attività esercitata da Paolo, visto lo scarto di pochissimi giorni tra l’entrata in vigore del nuovo regolamento e “l’infrazione” commessa e visto che, appunto, era stata pubblicamente comunicata la data del 15 agosto per l’entrata in vigore delle nuove regole e in assenza di contro-comunicazioni, il Parco avrebbe tranquillamente potuto decidere di non procedere.
Vorrei aggiungere: e dopo anni di ineccepibile rispetto di tutti i divieti, per quanto penalizzante ciò sia stato per la sua attività professionale e nonostante le ripetute infrazioni da parte di altri soggetti, note a tutti e mai sanzionate“.

Oliviero Olivieri (Presidente del Parco dei Sibillini), 9 settembre 2014, ore 17.48:
“Cari amici, in merito alle e-mail di Paolo Caruso e ai relativi commenti, contenenti molte imprecisioni, appare doveroso fornire alcuni chiarimenti:

  1. Il Sig. Caruso non poteva non conoscere le disposizioni di cui al D. D. n. 542.2009 (pubblicato sul sito internet del Parco sibillini.net), la cui vigenza era stata confermata anche telefonicamente allo stesso Caruso dal Dr. Rossetti (funzionario del Parco) in data 8/8/2014, quindi precedentemente al giorno  (19/8/2014) in cui è stata comminata la sanzione;
  2. Tutti gli atti e le disposizioni del Parco vengono pubblicati contestualmente alla loro emanazione sul sito dell’Ente sibillini.net;
  3. Il Sig. Caruso ha scritto al Parco in data 13/08/2014 peraltro confermando di aver già parlato con il Dr. Rossetti (v. punto 1);
  4. L’Ente Parco è una pubblica amministrazione e, in quanto tale, ai sensi della L. 241 del 1990 è tenuto a rispondere entro 30 giorni dal ricevimento dell’istanza  e osserva i giorni di chiusura ordinari per la pubblica amministrazione che comprendono i giorni festivi (peraltro giorni e orari di apertura sono anche indicati nel sito del Parco); per garantire le attività di informazione nei confronti di visitatori e fruitori nei giorni di massimo afflusso turistico il Parco garantisce comunque l’apertura di diversi centri informativi dislocati sul territorio, tra cui uno è a Visso;
  5. Il Parco ha comunque provveduto a rispondere con la massima sollecitudine possibile al sig. Caruso tramite e-mail in data 18/08/2014 (prot. n. 4784), quindi precedentemente al giorno  in cui è stata comminata la sanzione, ribadendo ulteriormente la norma in vigore;
  6. La riapertura sperimentale delle vie di arrampicata del M. Bove, annunciata dal Parco nell’incontro pubblico del 8/7/2014 in deroga al suddetto DD 542/2014 era subordinata alla definizione e organizzazione delle relative modalità gestionali e, pertanto, era oggettivamente impossibile rendere vigente le nuove disposizioni già a partire dal 16/07/2014. Nell’ambito del suddetto incontro il Parco si era comunque impegnato ad emanare le nuove disposizioni entro l’estate 2014 e, in particolare, entro il mese di agosto;
  7. Con D.D. n. 384 del 29/08/2014, in attuazione del D.P. n. 48/2014, il Parco ha provveduto a riaprire le vie alpinistiche del M. Bove secondo le modalità indicate nel “Documento informativo sulle attività e discipline alpinistiche nel Parco Nazionale dei monti Sibillini e, in particolare, nell’area del M. Bove”, redatto in collaborazione con il Collegio regionale delle Guide Alpine delle Marche, come annunciato nell’incontro dell’8/7/2014; tali disposizioni sono vigenti dallo stesso giorno del 29 agosto e prevedono la possibilità, per i prossimi anni, di effettuare attività alpinistiche sul M. Bove dal 16 luglio (secondo le modalità indicate), come annunciato dal Parco sulla base delle valutazioni tecniche effettuate da autorevoli zoologi e discusse anche nel citato incontro pubblico;
  8. Il suddetto documento, e i relativi allegati, è pubblicato sul seguente indirizzo: http://www.sibillini.net/attivita/regolamenti/index.html

Vale la pena sottolineare che essendo il Sig. Caruso una Guida Alpina, la diligenza richiesta non è certo quella ordinaria, ma professionale che richiede, quindi, maggiore perizia della sua condotta.
Non posso, infine, non manifestare il mio disappunto per queste continue polemiche fondate su informazioni approssimative e che talvolta appaiono provocatorie e strumentali  al mero raggiungimento di interessi particolari. Per questo motivo  gradirei di essere tolto da questo indirizzario, ferma restando la mia disponibilità e del Parco, nei confronti di coloro che realmente volessero approfondire le problematiche e contribuire con spirito costruttivo a migliorare il nostro operato”.

Lucio Marcantonini, 9 settembre, ore 22.02:
“Ciao Daniele, mi pare che Micaela abbia replicato in maniera dettagliata alle tue osservazioni, non ho quindi nient’altro da aggiungere se non una mia piccola riflessione: io difendo le mie idee ma sono anche disposto a cambiarle, qualora qualcuno mi dimostri che sto sbagliando. In ogni caso, comunque, la difesa delle mie idee non comporta affatto il disprezzo verso i miei simili. Lo ritengo un atteggiamento controproducente e antropologicamente scorretto. Credo invece che sia molto importante evitare il “muro contro muro” sapendo ascoltare le ragioni degli altri, perche’ se si perde la capacita’ di dialogo si finisce nella stessa disastrosa situazione in cui si trovano le persone nella striscia di Gaza (cioè nell’ infernale regno dell’ odio). In conclussione, quindi, vorrei che ti fosse chiaro che non disprezzo nessuno.
Anche a questo riguardo voglio aggiungere che le tue critiche nei confronti di Paolo mi sembrano sostanzialmente fuori misura: personalmente lo conosco oramai da diverso tempo e posso testimoniarti che non mi è mai sembrato una persona chiusa sulle sue idee in maniera ideologica; e’ vero, a volte, magari, pecca un po’ in diplomazia, ma ha il grande pregio della sincerità: dice con chiarezza e senza sotterfugi cio’ che pensa davvero (e questo, a ben vedere, è un bel segno di rispetto verso i propri simili). Per contro, invece, mi pare necessario far notare (e lo scrivo con sincero rammarico) come tra la dirigenza del Parco dei Sibillini ci siano diverse persone che ragionano un po’ troppo da politici e che peccano a volte di scarsa capacita’ di ascolto verso i propri interlocutori”.

Maria Cristina Garofalo (presidente Mountain Wilderness Umbria), 10 settembre 2014 (questa lettera ha suscitato un vespaio tremendo, NdR):
“Di rientro dalle ferie apprendo solo ora della vicenda. Un’unica domanda mi viene da porre (e gia’ da tempo mi frulla in testa, visto il tono tenuto nelle varie riunioni da ‘alcuni diretti interessati).
Ma stiamo difendendo il sacrosanto ed indifferibile diritto dei camosci  (e di tutti i selvatici) di vivere in uno spazio ‘protetto’ (almeno per una fase della loro vita, e sinceramente mi parrebbe gia’ pochino…); oppure gli interessi economici di alcuni ‘umani’?!!!! Scusate, ma mi pare che stiamo proprio fuori quadro!
L’uomo, sempre piu’ invasivo, che non ce la fa a stare neanche per un periodo ben delimitato e definito, fuori da uno spazio a beneficio di altri esseri viventi ‘non titolari di diritti’!!!!
Credo che un dovuto passo indietro e un po’ di intelligenza e sensibilita’ ambientale (anche da chi è meno ‘integralista’ di Mountaiun Wilderness), ragionevolmente, possa essere fatto e dare una chiusa ad una polemica che non sta in piedi se non per meri interessi economici che non intendono spostare il loro esercizio momentaneamente in altre zone, o ‘limitarlo’.
Personalmente non mi è sembrato vero di trovare personale del Parco sulle creste del Bove, il giorno di Ferragosto, che con grande professionalità e leggereza, invitavano i turisti/trekker, ecc., a mantenersi nei limiti della zona non integrale. Ce ne fossero ogni giorno e in ogni parte del Parco!
All’Ente Parco si possono addebitare molte ‘defaillance’, ed io per prima l’ho fatto, ma non certamente questa!!! Non se ne puo’ piu’ di questa polemica ‘privata’. Mi permetto inoltre di invitare ‘chiunque’ voglia impugnare difronte alla UE il Trattato di Aarhus di leggerlo meglio, perché mi pare gli sia sfuggito il senso dello stesso… Mi scuso con il Prof. Olivieri per averlo ri-tirato dentro la mailing list, ma era giusto che conoscesse anche questa posizione. Non ho altro da dire e non risponderò né in pubblico né in privato a ulteriori commenti. Questa è la posizione ufficiale di MW Umbria”.

CONTINUA

postato l’8 novembre 2014