Posted on Lascia un commento

I massi della Valle di san Nicolò

I massi della Valle di san Nicolò
(dal mio diario)

4 agosto 1962. Paolo Baldi ha imparato ad arrampicare con il corso di roccia proprio su questi massi. Immersi tra bosco e prati, sono abbastanza facilmente raggiungibili da Pozza di Fassa e Méida. Andiamo presto di mattina e subito scaliamo il Masso 3 per la fessura della parete sud, abbastanza facile.

Poi passiamo ad altri massi, alcune dei quali non numerati, e la cosa va bene anche lì. Infine andiamo al Masso 4 dove sono alcune vie molto belle.

C’è un tetto, chiamato il Naso, che esce in fuori di mezzo metro. Se si cade si fa un volo di circa due metri sull’erba.

Paolo non v’è ancora riuscito, nonostante che gli istruttori lo avessero assicurato dall’alto. Ora ritenta slegato, e ce la fa. Tento io e lo supero con una stile e un’eleganza pietosi. Poi facciamo altre cose, più o meno difficili. In seguito rifaccio il Naso, mentre lui fa una traversata di tutto il Masso 4. Alle 11.30 ce ne torniamo verso casa a Soraga, dove arriviamo stanchi morti alle 12.15.

massisannicolo0007

16 agosto 1963. Parto alle 9.19 da Soraga e alle 10.05 sono al Masso 4. Prima di tutto mi rivolgo al panciuto spigolo nord-ovest (il Naso) e lo supero agevolmente. Nella mattinata lo farò altre due volte. Poi faccio la parete nord per il diedro di destra. Quindi riesco anche a fare lo spigolo sud-ovest, deviando però un po’ a destra. L’inizio di questo è certamente V grado. Poi salgo la parete sud. In quella arrivano dei ragazzi con il padre.

Con loro vado al Masso 3 e salgo la fessura della parete sud (più o meno III+). Dopo essere sceso tento lo spigolo sud-est, ma è troppo difficile.

Ci trasferiamo al Masso 2, dove cerco di salire per la parete sud. Ci riesco per una via molto a destra (credo si di IV grado). Dopo torniamo al Masso 4, in tempo per vedere arrivare delle persone che conosco, armate di tutto punto: Paolo Cutolo, Gianni Storchi e un altro, nonché il famoso Pio Baldi, cugino di Paolo. Questi cominciano a piantare chiodi dappertutto. Fanno il Naso direttamente e in artificiale: io mi prendo la libertà di usufruire delle loro staffe. Poi loro tentano la diretta a ovest, ma io sono costretto ad andare via. Mi porta a casa il papà di quei ragazzi di prima, loro sono di Lavagna (GE).

Esercitazione in artificiale “fai da te” sul Naso del Masso 4
massisannicolo0004

Nel pomeriggio però ritorno ancora là, assieme a Paolo Baldi e ci dirigiamo subito al Masso 1, dove io salgo la parete est (III): Paolo, con i suoi scarponi nuovi, tenta ma non ci riesce. Per il sentierino di discesa sono subito da lui, che non è molto in forma. Facciamo anche una traversata sulla parte destra della parete, abbastanza difficile e non pericolosa visto è a mezzo metro da terra. Poi io cerco di fare una via, certamente più difficile, sulla sinistra della parete est, lungo una serie di cengette orizzontali. Sarà un IV- ma, senza corda, ho paura e rinuncio. Poi passiamo al Masso 2, dove ci perdiamo in tentativi senza concludere niente. Lo stesso al Masso 3. Ritorniamo quindi al Masso 4, il più piccolo ma il più bello di tutti. Paolo, sempre gnecco, fa le cose più semplici, io rifaccio più o meno quello che avevo fatto al mattino. Intanto ecco di nuovo quei ragazzi di Lavagna, con il padre e la madre e pure lo zio. Aiuto il più piccolo a salire il diedro di destra della parete nord, assicurandolo dall’alto con dei cordini legati assieme; poi faccio le altre due vie, facili, della parete nord, il Naso e anche un tetto sullo spigolo nord-est. Infine m’impegno sul giro del masso intero, tenendomi per tre quarti a metà parete e per il resto quasi in cima. Legando il cordino al Naso riesco a superarlo in artificiale dando spettacolo.

Masso 4, spigolo sud-ovest
massisannicolo0002

22 agosto 1963. Con la corriera delle 9.19 arrivo a Pozza. Da lì a piedi e poi, grazie al gentile passaggio di una Lambretta, arrivo al Masso 6, che è abbastanza distante dagli altri blocchi, l’1, il 2, il 3 e il 4 da me precedentemente visitati. Paolo mi ha parlato di uno spigolo che lui ha fatto con il corso di roccia l’anno scorso: mi ha detto che è molto bello e che sarebbe da rifare. Credo di riconoscere quello spigolo in quello a est. Naturalmente poi saprò che è l’ovest…

Intanto lo spigolo ovest lo faccio quasi tutto; poi lo ritento e questa volta arrivo in cima. Scendo per la via normale, che è un diedro vicinissimo allo spigolo ovest, sulla parete nord.

Quindi tento lo spigolo est, ma non arrivo neppure a metà e torno indietro, aiutandomi con dei cordini allacciati a uno spuntoncino. E’ troppo difficile. Questo mi fa sospettare che Paolo intendesse lo spigolo ovest. Al che me ne vado al Masso 1. Qui rifaccio la parete est, per la via normale di III. Poi mi rivolgo al Naso del Masso 4 e faccio delle esercitazioni in artificiale, con un solo chiodo e dei cordini.

26 agosto 1963. Con Paolo Baldi e Franco Fantini partiamo alle 14.24 e andiamo al Masso 6. Lì Paolo tenta lo spigolo ovest, ma senza riuscirci. Io invece lo faccio. Franco guarda e tenta anche lui di fare qualcosa. Poi io tento la parete nord, ma non ci riesco perché ho paura di impegolarmi e di non saper più scendere. Infine giriamo alla parete sud. Lì c’è una muraglia strapiombante, che Paolo ha visto fare al corso di roccia per dimostrazione. Il primo pezzo è una fessura strapiombante a tetto. Poi c’è una specie di terrazzino e poi la parete. Ebbene, con l’aiuto di un chiodo e di un cordino, raggiungo il terrazzino-piazzuola. Poi, con un salto, torno a terra.

massisannicolo0003

Ce ne andiamo al Masso 4. Qui c’è una compagnia di romani, tra i quali un certo Luca. Con lui cerco di fare in direttissima lo spigolo sud-ovest. Arriviamo quasi in cima con tre chiodi, ma alla fine devo rinunciare e lui anche: la difficoltà è troppa. Così poi, per recuperare i chiodi, Luca gira la corda a un albero in cima e io salgo con i nodi Prussik, sotto gli occhi estatici dei genitori di Paolo che intanto sono arrivati, della madre di Nicola Ricci e di altre signore anzianotte, mai viste e conosciute.

Levo due chiodi, i più alti. Il terzo lo leva Luca. Con la corda di Luca, Paolo e io insegniamo la manovra della corda doppia a Franco e Nicola, che se la cavano onorevolmente. Mentre Paolo fa le sue esercitazioni, io faccio fare a Franco il diedro di destra della parete nord, assicurandolo dall’alto. Poi faccio il classico Naso, per la prima volta senza aiutarmi con il ginocchio. Quindi mi trasferisco al Masso 1, dove c’è un sacco di gente che si allena. Lì, non assicurato, faccio sulla parete est quella via di cengette che il 16 non avevo avuto il coraggio di fare. Salgo anche la via normale della parete est senza una mano, con la sola destra.

8 luglio 1964. Vado un po’ ad allenarmi, ma non è lo scopo principale, che è invece quello di conoscere un po’ di gente per eventuali gite. Incontro Rino Rizzi, guida di Pera di Fassa, e parliamo di un po’ di tutto. Tra l’altro scopro anche l’ubicazione del Masso 5, fino ad oggi a me sconosciuto: però non è bello, dunque non credo che lo frequenterò molto.

Masso 6, spigolo ovest
massisannicolo0005

11 luglio 1964. Ho fatto conoscenza un po’ più approfondita con Paolo Cutolo di Roma. Lui, per mezzo di amici, mi ha fatto conoscere Antonio Bernard di Parma, che già conoscevo di vista. Si può dire che Antonio sia il re dei massi, Perché non c’è paretina che non abbia fatto. E non si creda sia solo un alpinista da roccette, anzi… Comunque facciamo subito amicizia e, visto che Paolo e io ce la caviamo piuttosto, ci porta sul diedro del Masso 2, parete nord. Lì ci sono un tre metri da fare in libera, ma pazzeschi. Li attacca e li fa bene, conoscendo gli appigli a memoria. Ci riesco anche io, dopo due o tre tentativi. Così siamo in cinque ad averla fatta: Aldo Gross, Toni Gross, Donato Zeni, Antonio Bernard e io… Poi mi dirigo al famoso (per me) spigoletto sud-ovest diretto del Masso 4, che l’anno scorso mi aveva fatto penare tanto. Quest’anno salgo benissimo, senza neppure pensarci. Con Antonio programmiamo di tornare qui nei prossimi giorni, lui è sicuro che posso fare tutto anche io, basta che mi muova articolando braccia e gambe in modo precedentemente studiato e con qualche trucchetto.

15 luglio 1964. Porto due ragazze Chiara Moltarello e Maria Rosaria (questa con il padre) a vedere come è fatta la roccia: vogliono infatti fare un corso di arrampicata. Chiara è molto appassionata, gli altri due sono solo curiosi.

Masso 6, spigolo est
massisannicolo0008

Questo però al mattino. Al pomeriggio ritorno a Pozza e m’incontro con Antonio Bernard, che lì ha una bellissima casa estiva. Lui ha tutta l’intenzione di dividere con me lo scettro di “re dei massi”. Infatti quel giorno riesco a fare in libera, sul masso non numerato vicino al numero 5, una via che nessuno aveva mai fatto! Adesso posso dar spettacolo davvero! I miei pezzi forti sono: Masso 2, parete nord; Masso 1, fessurina alla Dülfer centrale con prosecuzione diretta o con deviazione a destra su per una placca davvero liscia; Masso 4: parete ovest direttissima (che l’anno scorso neppure pensavo si potesse fare e che adesso so a memoria), parete ovest via di Sinistra (subito a destra del Naso), spigolo sud-ovest (salita e discesa, V+/VI-), spigolo sud-ovest diretto (questa via l’ho trovata io). Sono tutti passaggi al limite, che in parete non posso neppure sognare, ma che servono per fare le dita.

17 luglio 1964. C’incontriamo di mattina al Masso 4: Pietro Menozzi è il compagno di cordata di Antonio. Anche lui è di Parma e fa medicina. Naturalmente Antonio gli ha già detto del mio titolo di reuccio e a me “tocca” dare qualche saggio di merito. In compenso Pietro, avendo saputo delle mie gare di marcia, mi affibbierà il nomignolo di “Pamich”.

18 luglio 1964. Continuiamo i soliti esercizi, alla presenza di spettatori vari. Antonio mi confida la sua ammirazione per Paul Preuss e per il suo modo di andare in montagna. Tra l’altro lui si è già fatto la via Kiene alla Est del Catinaccio, solo e senza corda. Così decidiamo di fare qualche salita insieme ma slegati. Non so cosa ci sia preso a tutti e due. Per fortuna che poi non abbiamo mai messo in atto quel proposito. Io però ho fatto peggio, sono andato da solo, e per ben più che una volta, dando a credere a tutti, meno che ad Antonio e Pietro, di essere andato in compagnia.

24 luglio 1964. Con Pietro Menozzi e Sergio Caroli. Non ricordo neppure più cosa abbiamo fatto, senz’altro le solite acrobazie su due dita.

10 agosto 1964. Con Paolo Cutolo, Paolo Piazza e Franco Mangia. Niente da dire. La figlia del ministro Andreotti, Marilena, ha voluto cominciare ad arrampicare e noi l’abbiamo aiutata. Nel pomeriggio sono sempre là, con Alberto Poirè. C’è tantissima gente: lui non arrampica male, anche se è da ottobre che non tocca roccia.

massisannicolo-0009

19 agosto 1964. Con Pio Baldi, Cesare Badaloni, Piero Badaloni, Imma Bossa, Franco Mangia, un tal Filippo e un altro ancora. Questa volta andato per fare imparare qualcosa ai due Badaloni e a Imma. Poi finisce che le solite acrobazie ci scappano sempre.

20 agosto 1964. Con Piero e Cesare Badaloni, Franco Mangia, Gianni Storchi, Francesco Bossa e un altro. Andiamo al Masso 6, dove non sono ancora stato quest’anno. Qui faccio con due chiodi (perché è bagnata) la parete nord. Mi seguono Piero e Franco, Piero assai male. Poi passiamo dall’altra parte e facciamo un po’ di artificiale.

26 agosto 1964. Questa giornata segna l’apoteosi (e anche la fine) delle mie esibizioni su questi massi. Eh sì, perché questa volta mentre sono al Masso 4 con Pietro Menozzi incontro tre soci della Sezione Ligure del CAI con i quali c’è una certa amicizia: Vittorio Pescia, Giorgio Noli e Gino Dellacasa. Non sto a raccontare per filo e per segno. Dirò solo che gli facevo vedere i vari passaggi e loro provavano, senza riuscire. E naturalmente giù le lodi più sperticate! Dopo il repertorio del Masso 4, passiamo a quello dell’1, ancora più sensazionale. Impossibile contare quante volte provano la famosa fessurina in Dülfer! Sono molto contento di questo, non perché ho piacere che vedano “quanto sono bravo”, ma perché Pescia, soprannominato Luci, è proprio il tipo che andrà a riferire in sede, a Genova, tuto quello che ha visto. In effetti lo farà. Questo servirà a far sì che tra gli amici del CAI di Genova io sia un po’ più considerato. Direte voi… questa è ambizione! E invece no, perché per me l’essere considerato in qualche cosa è ragione di vita: a scuola non sono un super-intelligent, in casa non posso dir nulla delle mie attività, con le ragazze valgo ben poco e cerco di evitare ogni cosa perché sono capace a niente. Almeno avere uno sfogo e non essere un fallito del tutto!

Posted on Lascia un commento

Consuntivo alpinistico 1963

Consuntivo alpinistico 1963
(dal mio diario)

31 dicembre 1963. Il mio scopo di tutto l’anno è stato quello di essere un alpinista. Questa parola di per sé non vuole dire niente, se ne è fatto abuso in tanti modi. Ecco le mie vedute in proposito:

consuntivo0002

 

Praticamente presento l’alpinista come un personaggio utopistico, ma a me non importa. Questo è l’ideale, e l’ideale non sempre si può raggiungere.

E ora ripassiamo un po’ le attività.

Attività spirituale. Io amo la Montagna. Essa è lo scopo del mio vivere, lo sento dentro di me. L’alpinismo spirituale per me è una meta già raggiunta.

Attività contemplativa. Spesso ho pensato che la Terra per me non sarebbe nulla se di colpo scomparisse la Montagna. Quest’anno ho potuto ammirare la sua forza e la sua imponenza soprattutto in Svizzera e di fronte alla parete settentrionale del Marguareis. Ho visto la Sua grazia sui vari e facili roccioni su cui mi sono allenato, la Sua debolezza, quando con cuore amareggiato ho visto la Sua distruzione con opere artificiali, come al Sass Pordoi, ho conosciuto la Sua tremenda ostilità in alcune ascensioni alpinistiche. Ma in qualunque aspetto essa si sia presentata per me è sempre stata bella.

Attività pratica. Non mi posso dire del tutto soddisfatto, specialmente per ciò che riguarda l’estate. Ho fatto il turista (Svizzera, provincia di Cuneo), il campeggiatore (Svizzera), il camminatore (Appennino Ligure, tutte le altre piccole gite solitarie in Liguria come in Trentino), il rocciatore (Campaniletto di Sestri, Pietragrande, Pietralunga, Roda del Diavolo, Torre Finestra, Torri del Sella, Catinaccio, Cresta settentrionale di Pietralunga e le aride esercitazioni nelle altre palestre), lo speleologo (Grotta N. 12 Li), il ghiacciatore (Canalone dei Genovesi al Marguareis, Ghiacciai del Loetschenpass). Negli ultimi giorni dell’anno ho anche mosso i primi passi come discesista e spero di imparare presto a sciare.

Attività esplorativo-scientifica. Questo settore è stato da me trascurato, non di proposito ma neppure per cause non dipendenti dalla mia volontà. Ho potuto solo condurre alcune osservazioni atmosferiche in provincia di Genova e in Val di Fassa, però quasi senza conclusioni pratiche.
La mia passione per le carte geografiche invece non ha subito arresti, avendo continuato a comprare carte e guide alpinistiche. Ho approfondito senz’altro la mia conoscenza morfologica di alcune delle valli del Cuneese, di alcuni gruppi delle Alpi Bernesi, delle Dolomiti Orientali, del Monte Rosa e dell’Appennino Ligure-Genovese.

consuntivo0003

In conclusione:
attività spirituale, ottima:
attività contemplativa, ottima;
attività pratico-tecnica, non soddisfacente;
attività esplorativo-scientifica, scarsa.

Ho avuto poi una flessione nel settore “records”, Quello di altezza non è stato migliorato, il numero dei rifugi visti nel 1963 è stato 44 rispetto al 64 del 1962. Il numero di monti è stato di 55, rispetto al 72 del 1962. Il numero dei passi è stato 23, rispetto al 25 del 1962.

Posted on Lascia un commento

Il Birillo del Monte Gropporosso – 2

Il Birillo del Monte Gropporosso – 2 (1-2)
(dal mio diario)

26 dicembre 1963. Non credo che questa via sia mai stata fatta d’inverno, dopo essermi informato al CAI Sez. Ligure. Mi resta ancora da chiedere presso il CAI di Chiavari e poi ne sarò sicuro. Probabilmente dunque è una prima invernale!

Il Birillo e il Monte Gropporosso
Birillo-Gropporosso-2-20140826210430-b3bf3df8-me

Come compagno ho Antonio Picardi, che però non ha intenzione di seguirmi in roccia, ma resterà in basso ad assicurarmi. Mi sono comprato finalmente una corda nuova, di nylon, lunga 40 metri, marca Cassin. Cosicché ho ben due corde, per un totale di 80 m che, spero, basteranno. poi ho dieci chiodi, cinque moschettoni, cordini, martello. La partenza è per le 6.30 in Piazza della Vittoria, con la corriera. Ci vediamo là, io vestito da roccia, lui da sci. Ho uno zaino enorme, lui solo una borsetta e la cinepresa. La corriera parte puntuale, ho timore di soffrire le curve, come mi era successo l’altra volta (l’anno scorso) con i sigg. Martinelli. Dunque mi sdraio su due sedili e dormicchio fino a Chiavari e oltre.

Birillo-Gropporosso-2-0001

La giornata è splendida, non una nuvola in cielo. Ora, nella valle di Borzonasca, comincia a vedersi la prima neve. Subito dopo il Passo della Forcella entriamo in una fitta coltre di nebbia. E’ quella mattutina, c’è molto spesso da queste parti. A Rezzoaglio ancora nebbia. Scompare solo un po’ dopo, ci si apre la valle innevata. fantastico! Si comincia anche a vedere il Monte Gropporosso. Lo splendore della neve fa risaltare ancora di più l’azzurro del cielo. La corriera intanto continua a correre sulla strada gelata e alle 10.35 arriviamo a Santo Stefano d’Àveto. C’è moltissima neve, tanto che quasi non si può camminare allorché usciamo dal paese e prendiamo la strada per il Monte Gropporosso. Sfondiamo parecchio. Dopo un’ora e un quarto di questa specie di supplizio (la neve in media è profonda 70 cm) arriviamo alla base del Birillo. Qui mangiamo, seduti su un roccione. Poi vado a cercare di scoprire dove è l’attacco, ma non lo trovo se non approssimativamente. La guida dice che la cresta sud-sud-est (it. 19a) del Birillo è stata salita da Ottavio Bastrenta, A. Comeglio e F. Muzio il 15 novembre 1953, la stima di 200 metri di dislivello, con difficoltà di III e IV grado, roccia mediocre.

Birillo-Gropporosso-2-0002

Con tutta la neve che c’è, non si capisce bene dove passi la via, così decido di salire su per una colata di neve, in esplorazione. Antonio mi segue e facciamo entrambi molta fatica ad avanzare in quel metro di neve fresca. Lo faccio fermare a un punto di sosta, proseguo da solo, poco convinto d’essere sulla via giusta. Nulla di quanto descritto sulla guida corrisponde a quello che sto salendo. A un certo punto la corda che mi trascino comincia a darmi fastidio, tra l’altro non serve a nulla perché né ho piantato chiodi né ho passato spuntoni o alberelli. Così tiro su tutta la corda, slego quella di canapa, l’arrotolo e la butto giù ad Antonio. Non arriva in volo fino a lui, si ferma prima in un canaletto di neve, così lui è costretto a salire per andare a prenderla. Ha una fifa matta, non ha tutti i torti. E impreca come un dannato. Io intanto, con la corda di nylon, continuo e, con mediocri difficoltà, arrivo quasi all’inizio della cresta. Finalmente riconosco il passaggio chiave, perché sono ai piedi del “diedro con pochi appigli”. Sono sicuro che lo sia perché l’avevo già visto dal basso. Cerco di superarlo in libera, senza chiodi: niente. Cerco di piantare un chiodo, ma non c’è neppure una fessura adatta. Desisto. Giro a sinistra e salgo per gradoni non tanto difficili. Riesco così sulla stessa piazzola dove l’anno scorso con Alberto Martinelli ero giunto per altra via, molto più facile. Decido di scendere, cioè di non salire in cima. Sulla cresta sono già passato l’anno scorso e mi faccio da solo questo sconto… Incomincio la discesa, cerco di fare corda doppia da un masso ma la corda non arriva a nulla di buono. Così scendo ancora in arrampicata, poi per un piccolo canalone, aiutandomi con la corda messa doppia in un cordino su uno spuntone. Giunto in fondo, recupero la corda e proseguo verso il basso, affondando nella neve. Dopo dieci minuti di questa “passeggiata” arrivo da Antonio, con il quale scendiamo  fino a Santo Stefano. Nel viaggio nulla di speciale, se non che a Chiavari dobbiamo scendere. La corriera si ferma qui e noi dobbiamo proseguire con il treno. Entro in casa a Genova alle 20.55.

Il Birillo e il Monte Gropporosso
Birillo-Gropporosso-2-

Posted on Lascia un commento

La Roda del Diavolo

La Roda del Diavolo
(dal mio diario)

Oggi mi attendono compiti difficili: ho in programma cose da temerari.

Partito da Soraga di Fassa con la corriera della 7.51 scendo al Passo di Costalunga e salgo a piedi al rifugio Roda di Vael, dove arrivo alle 9.15. Da lì salgo per ghiaioni e pendii d’erba cercando di trovare la via comune, quella che sale al catino tra la Roda del Diavolo e il Croz di Santa Giuliana. Non avendo con me la guida del CAI, non trovo alcun punto debole nella bastionata che difende il catino (oggi lì passa la via ferrata del Masaré, NdR). Così mi rivolgo all’it. 319b della guida, un percorso che il Tanesini definisce una “variante”. Lascio gli ultimi contrafforti della cresta sud del Croz (che da qui sembra un enorme verme roccioso) e giungo a una grande nicchia giallastra. Giro a sinistra un camino strapiombante che scende da una piccola forcella e striscio esposto su una specie di cengia (II grado): sguscio tra un blocco roccioso e il corpo della montagna per raggiungere la forcella con facile arrampicata. Poi attraverso tutto il catino e m’imbuco in un canalone tra la Roda del Diavolo e la Cresta del Masaré. Voglio infatti raggiungere la cresta. Risalgo tutto il canalone, senza molte difficoltà ma sbagliando una volta la direzione e impegolandomi perciò sulla destra. Comunque riesco a raggiungere la cresta, in corrispondenza di un intaglio. Vedo tutta la Val d’Ega, il rifugio Paolina e un po’ di escursionisti attorno.

RodaDelDiavolo0001

L’odierna via ferrata del Masaré passa nello stesso luogo
RodaDelDiavolo-450

 

Ora viene il difficile, perché voglio salire l’it. 319h, cioè lo spigolo sud della Roda del Diavolo. Con bella ed esposta arrampicata su roccia buona e ben gradinata, salgo un camino con blocchi incastrati. Devio un po’ a sinistra per raggiungere una cengia che mi porta a destra a una specie di nicchia.

La cresta sud della Roda del Diavolo è quella di destra delle due visibili
RodadelDiavolo-06_panorama_verso_masare

Sono agitato e indescrivibilmente intimorito dal vuoto che ho sotto di me e dalla solitudine. Rimonto il picco terminale dalla parte sud, lungo una fessura tra lastroni, poi esco a destra, quando le rocce cominciano a strapiombare, arrivando a un rilievo della cresta terminale, ormai facile. In cima esulto, perché la guida dice che ho fatto una via di III grado. Sono le 10.20. Scrivo il mio nome sul libro di vetta, a 2723 m, poi scendo per la via normale che mi porta alla selletta di divisione tra la Roda del Diavolo e il Croz di Santa Giuliana, altrimenti detto Torre Finestra, per il caratteristico foro che traversa tutto il corpo roccioso della torre poco sotto la vetta.

RodaDelDiavolo0003

La Torre Finestra non ha una via normale facile, dunque devo salire stando attento a non superare certi limiti: non ho corda, perciò devo riscendere per dove salgo. Giungo alla base della torre, proprio dove le ghiaie arrivano più in alto, presso un roccione tagliato a picco, alla base di una stretta fessura. La guida parla di II grado, ma io la trovo più difficile che la cresta della Roda del Diavolo che ho appena salito… Poi diventa più facile e la risalgo più o meno per una lunghezza di corda (ah, potessi avere una corda…!) fino a incontrare delle schegge giallastre malferme. Da qui esco a sinistra, per rocce un po’ malferme fino a raggiungere la cresta sommitale, su una forcelletta. Seguo l’aerea crestina verso sud, difesa da alcuni denti rocciosi, e arrivo sulla cima, davvero poco spaziosa. Non mi fermo neppure e faccio dietro-front per ritornare alla forcelletta e incominciare a scendere. Tutto bene fino alla fessura iniziale, poi quando sono a circa 10 metri da terra mi trovo in difficoltà. Scendo fino a metà con mille cautele, poi mi fermo perché, pur sforzandomi in tutti i modi, non riesco a trovare nulla per il piede. Se cado da qui non muoio, ma posso farmi molto male. Mi risolvo a traversare un po’ a sinistra, scendo mezzo metro, riattraverso a destra e finalmente riesco a mettere la mano dove prima il mio piede si agitava alla ricerca di qualcosa.

RodaDelDiavolo0002

Sbuffo di sollievo, ormai sono fuori, così scendo fino al fondo. A grandi passi scendo per il catino ritrovando la via percorsa qualche ora prima. Poco avanti al rifugio Roda di Vael mi fermo su un masso a fare un po’ di esercizio, poi passo come un razzo davanti al rifugio (sono solo le 12.30) e mi butto giù verso la provinciale tra Vigo di Fassa e il Passo di Costalunga, continuo nel bosco verso Malga Palua, un posto che conosco bene per via della ricerca funghi. Infatti trovo ben trentadue porcini piccoli, quelli da mettere sott’olio. Da qui è un attimo scendere a Zester di Soraga. Alle 14.30 entro in casa.

Posted on Lascia un commento

Il Birillo del Monte Gropporosso – 1

Il Birillo del Monte Gropporosso – 1 (1-2)
(dal mio diario)

2 dicembre 1962. Ho obbedito all’ordine di mio padre di riportare al negozio il materiale alpinistico da me acquistato con il sudore dei miei risparmi. Di conseguenza sono aumentate le bugie che devo raccontare. In casa si è creata una perenne atmosfera di sospetto, e quando Alberto Martinelli il 30 novembre mi telefona per propormi una gita, devo superare molti dinieghi. Questa volta però si dovrebbe andare con l’auto dei suoi genitori. Dopo telefonata tra le due madri, riesco a strappare il tanto desiderato consenso. Andremo a Santo Stefano d’Aveto, e da lì (ufficialmente) in cima al Monte Gropporosso, facile ed erboso.

Il versante meridionale del Monte Gropporosso (Appennino Genovese): sulla sinistra, il Birillo. Foto: Giacomo A. Turco
Birillo-M.Gropporosso-126028861

In realtà Alberto ed io abbiamo in programma di andare sì verso il Gropporosso, ma più in dettaglio sul Birillo, dove c’è roccia in abbondanza.

Il Monte Gropporosso è a 2 km di distanza dal Monte Maggiorasca, la vetta più alta dell’Appennino Genovese: assieme costituiscono il grande anfiteatro di Santo Stefano d’Aveto. La roccia è ofiolitica, le cosiddette “rocce verdi”, diabase e serpentino.

Alle 8.50 passano a prendermi. Il viaggio in auto per me è disgraziato, li devo fermare cinque volte per vomitare. Il sig. Martinelli guida con attenzione per la strada a tratti ghiacciata.

Oltrepassato Santo Stefano, andiamo alla frazione Roncolungo. Fine del viaggio. I genitori di Alberto credono che io sia fuori combattimento, ma si sbagliano. Prendo lo zaino e seguo Alberto. Appuntamento alle 16.

Seguiamo il segnavia fino ai Piani Gatera 1269 m, sulla stradina completamente ghiacciata e innevata. Il tempo è bello, con a tratti qualche folata forte di vento.

Veniamo a scoprire che abbiamo la corda, ma siamo senza chiodi. Così l’itinerario 19a che avevamo intenzione di fare non è possibile. Propongo di andare in cima al Monte Gropporosso, in modo da evitare la roccia. Lui invece non vuole rinunciare, e la vince lui.

birillo0001

 

Partiamo legati: la nostra meta è una piazzuola sulla cresta sud-sud-est, posta sulla via che avremmo voluto fare, a occhio al di sopra delle maggiori difficoltà (che la guida dà di IV). Saliamo facilmente sulla neve a destra della cresta, ma troviamo poi un punto scabroso. Lo supero io da primo, col pericolo di scivolare sul vetrato. Poi proseguiamo e arriviamo alla piazzuola, a circa 1350 m. Seguiamo il filo, con due camini poco inclinati, assai divertente, un po’ sbattuti dal vento. Arriviamo ad un punto assai esposto: Alberto non si sente di affrontarlo, per via del baratro che abbiamo sotto. Io neppure, causa il gran zaino che ho sulla schiena. Lo lascio lì e passo con meno difficoltà del previsto. Poco sopra gli butto il cordino di Marco Ghiglione (ormai proprietà mia!), così lui gli può attaccare i due zaini. Dopo la manovra, un po’ impacciata perché i sacchi tendono a incastrarsi, gli faccio sicura. Qui le difficoltà sono finite. Mangiamo qualcosa, poi proseguiamo facilmente sulle ultime roccette fino alla vetta. Sulla cima del Birillo 1498 m soffia vento ancora più forte, vediamo molto bene la bastionata della Rocca del Prete e il Monte Maggiorasca.

Sono già le 14.40, perciò ci affrettiamo verso la Forcella del Birillo. Per arrivarvi, dobbiamo superare due o tre lastronate rocciose poco inclinate ma viscide. Ora dobbiamo scendere per un pendio coperto di neve. Parte Alberto0 e raggiunge un alberello. Poi io lo raggiungo e lo sorpasso. Abbiamo un bastone al posto della piccozza, così lo assicuro dopo averlo infilato nella neve in profondità. Lui scende, mi sorpassa e, quando più sotto si ferma gli invio il bastone appeso alla corda sollevata. In queste manovre, non si sa bene come, ci troviamo a ruzzolare entrambi, ma ormai siamo bassi e su terreno non pericoloso.

Ormai slegati, a grandi balzi guadagniamo i Piani Gatera, dove ci fermiamo per un altro spuntino. Tra l’altro qui Alberto tira fuori i ramponi che ha appena comprato e li prova (ma non poteva provarli prima quando c’era bisogno?).

Siamo giusto in tempo per arrivare a Roncolungo alle 16, puntuali. Al ritorno, in auto non ho alcun problema.

Il versante meridionale del Monte Gropporosso e i suoi itinerari invernali
Birillo-fotoRobertoInvernizzi-monte_groppo_rosso

Posted on Lascia un commento

Tra roccia e autostop

Tra roccia e autostop
(dal mio diario, fine estate 1963)

27 agosto 1963. Mia nonna parte e la mamma l’accompagna fino a Bolzano. Rimango da solo a Zester di Soraga di Fassa, così verso le 12.30 mi piazzo all’uscita del paese su un paracarro bianco e nero e faccio autostop.

Dopo una media attesa, due rover di Mantova mi prendono sulla loro Fiat 500. A Pozza però devo scendere. Ma qui mi prendono due giovani tedeschi che mi portano direttamente all’albergo Maria Flora del Passo Sella.

La via dei Camini alla Prima Torre di Sella
TraRocciaeAutostop-55108-primat-01

Mi dirigo immediatamente alle Torri. Salgo sulla Locomotiva, uno scoglio ai piedi delle Torri del Sella, poi prendo un sentierino. Oltrepassata una specie di galleria di roccia, seguendo la via normale della Prima Torre, mi ritrovo alla base di quella che credo essere la via dei Camini. Senza essere del tutto convinto di aver trovato l’itinerario giusto, mi ritrovo all’intaglio tra la Prima e la Seconda Torre, così salgo sulla Prima per la traccia. Tornando indietro vedo altra linea di camini salire alla Seconda Torre. Arrivo su una cresta e dopo un bel po’ di cavalcata sono in cima anche alla Seconda. Seguo ora la via normale di salita, una specie di sentierino intervallato da pezzi rocciosi, persuadendomi che di certo non ho fatto la via dei Camini. Arrivato alla base chiedo a due tizi se sanno dov’è la via che cerco: e quelli me la indicano con sicurezza.

Parto in tromba e vado all’attacco. Ma subito c’è un camino che non riesco a fare. Tento e ritento ma senza successo. Ho paura. Scendo e trovo modo di aggirarlo, sì da raggiungerne in breve la sommità. Per altri facili caminetti arrivo ben presto a quello spiraglio formato dalla massa rocciosa della torre e da un pilastro staccato.

Sopra di me c’è una cordata, per poco un sasso non mi becca in testa. Guardando lo spiraglio non capisco per dove occorra passare, in effetti ci sono tanti camini, e mi sembrano tutti difficili. Così vado ad aggirare il pilastro a sinistra. Poco prima avevo visto la corda tesa tra la sommità del pilastro e la montagna: “vuol dire che sono passati dal pilastro”, mi dico. E così m’avvio. Vedo un camino, inclinato, che risalgo interamente. E’ abbastanza esposto, ma mi permette di arrivare in cima al pilastro. Ora finalmente riesco ad avere una visuale più larga. Mi avvicino al punto in cui dovrei saltare dall’altra parte. Sarà un metro e ottanta. Dopo un po’ mi decido e salto, con un vuoto sotto di me stomachevole. Una volta dall’altra parte, faccio presto ad arrivare sulla selletta tra la Prima e la Seconda Torre.

Qui c’è gente. C’è un ragazzo che faceva parte della cordata che mi precedeva: questo si è fermato perché aveva freddo. Intanto una guida di Santa Cristina e un altro ragazzo stanno andando alla via Gluck, dove sta già salendo un’altra cordata.

Ci sono quei due cui avevo chiesto informazioni sulla via dei Camini. Hanno un soprassalto: come posso essere lì se prima ero laggiù? Gli dico di essere salito per la via dei Camini e loro ci rimangono di stucco, perché credevano che io volessi solo guardarla. Detto questo li saluto e comincio a scendere.

Arrivato in fondo, non essendo soddisfatto, vado ancora all’attacco della via, e questa volta, rinfrancato, riesco a salire direttamente il primo camino che avevo aggirato. Sceso per la variante di prima, torno definitivamente al Passo Sella. Da lì, grazie a una fortunata serie di trasporti, arrivo a Soraga verso le 18.30. Saprò solo in seguito, leggendo la guida, di aver seguito una variante nei pressi della sommità del pilastro.

Il primo camino della via dei Camini alla Prima Torre di Sella in una foto recente
TraRocciaeAutostop-55109-primat-02

Eccitato dalla bella esperienza autostoppistica, due giorni dopo eccomi ancora in strada. Un tizio mi porta fino a Canazei. Lì devo aspettare parecchio, nessuno mi prende. Fino a che ripassa lo stesso tale di prima e mi riprende ancora. Ormai il ghiaccio è rotto, così mi dice che vuole salire la via ferrata delle Mésules. Io, che non ho progetti precisi, gli dico che l’avevo già fatta l’anno precedente e che sarei contento di andare con lui.

Giunti al Passo Sella, stupidamente lascio la cartina nella sua auto. Ci facciamo tutta la via ferrata nella nebbia, ma alla fine siamo in vetta al Piz Selva.

Quel tale m’insegna a non riporre nello zaino il contenitore del succo di frutta vuoto. Quando sembra che non ce ne sia più, in realtà se si ha pazienza si può ancora bere un mezzo sorso…

Scendiamo ora per i ghiaioni e finiamo in una specie di stretta valletta che ci porta in val Lasties. Sono già le 16.50. Mentre quello si riposa, io scalo due o tre massi nei dintorni. Poi ripartiamo, puntando a Pian Schiavaneis. Il tempo intanto corre.

Quello non mi può portare a Canazei perché diretto a Santa Cristina in val Gardena. Ma c’è la questione della cartina lasciata in macchina, così anch’io salgo a piedi con lui verso Passo Sella. Alle 18.30 siamo ancora sui tornanti sotto al Piz Ciavazes, e saliamo, saliamo.

Penso che ormai nessuno mi prenderà più in macchina, data l’ora e il buio incipiente. Alle 19 siamo all’auto, mi riprendo la cartina e riparto. Me la faccio a piedi fin quasi a Pian Schiavaneis. E’ buio, e sto pensando che dovrò farmi la bellezza di 23 km a piedi… Mi lascio prendere dalla concitazione, corro e corro giù per il bosco, inciampando ogni tanto nel buio pesto (allora non c’era l’ora legale, NdR). A un tornante sento arrivare una macchina, faccio segno e ho fortuna. Mi portano a Canazei, ringrazio e mi avvio. Spero di tutto cuore di avere ancora fortuna, altrimenti sono 15 i km che devo fare. Quindici km li faccio in due ore e mezza, senza ammazzarmi nella corsa. Sono quasi le 19.30. Dunque arriverò a casa alle 22. Chissà mia madre! Sola in casa! Chissà cosa sta pensando…

Ma ancora una volta sono fortunato, con un passaggio diretto riesco a entrare in casa poco dopo le 20.00.

trarocciaeautostop0002

Oggi, 31 agosto 1963, voglio salire la cresta sud del Catinaccio, un itinerario che la guida del Tanesini dà di III grado (o di II+ per una variante). Si tratta della via aperta il 31 luglio 1887 da Johann Santner e Gottfried Merzbacher (itinerario 299 IIa).

Come al solito sono da solo e senza corda. Ma ho con me un chiodo e dei cordini. Dal Passo di Costalunga salgo in seggiovia al rifugio Paolina e da lì al rifugio Fronza alle Coronelle. Salgo il ripido canalone per il passo Santner, poi lascio il sentiero e salgo direttamente alla Forcella Sud del Catinaccio (I+). Comincio a salire per dove dice la guida e, dopo pochi metri, non capisco dove dovrei attraversare a destra. Provo a casaccio, non trovo camini alti 15 metri, insomma comincio a intendere che o le guide non sempre hanno buone descrizioni oppure io non sono capace di capire cosa dicono.

Sopra di me incombe una grande parete rocciosa e non so che cosa fare. Infine salgo ancora e poi, girando un po’ verso destra, trovo una via d’uscita (che però non è il camino da me cercato). Comunque mi trovo in cresta e ciò è bene.

A salire una specie di fessura ho avuto difficoltà: se per caso dovessi scendere per di qua, non so come potrebbe andare a finire. Faccio un ometto di sassi per ricordarmi dove devo scendere, poi continuo a salire. Le difficoltà si susseguono: sotto di me, a destra e sinistra, c’è il vuoto, finché dopo un po’ non arrivo sotto a un blocco.

Questo è certo il punto più difficile, da come si esprime la guida. Tutto ora corrisponde: la roccia gialla, l’esposizione.

Tento, trovo un chiodo, mi ci attacco. Potrei benissimo salire, ma mi sorge il dubbio, chissà perché, d’essere fuori strada. Infatti la relazione dice che un po’ sotto a questa paretina ci deve essere un passaggio a sinistra che permette di evitare questa difficoltà. Ma io a sinistra vedo solo un burrone sterminato…

E’ chiaro che o sono fuori strada o la parete non è ancora quella. Se infatti il passo chiave fosse dopo? E se non mi riuscisse di salire? Come farei a riscendere questo passaggio?

In un attimo decido di tornare. Passo passo, con prudenza, arrivo all’ometto da me costruito. Da qui, con una lentezza ossessiva, ebbro di vertigine e di vuoto ma sempre padrone delle mie azioni, arrivo in fondo. Ci avrò messo venti minuti per scendere dieci metri. La giornata prosegue senza storia, scendo al rifugio Coronelle e da lì direttamente alla provinciale del Passo Nigra. A piedi fino al Passo di Costalunga e da lì in corriera fino a casa. Non sono deluso, penso solo alla rivincita.

trarocciaeautostop0001

Tornato a Genova, il 4 settembre 1963 parto con Marco Ghiglione da piazza De Ferrari approfittando della linea di corriere Lazzi. Arriviamo a Vesima, tra Genova-Voltri e Arenzano. Lì Marco conosce tutti, è il suo luogo di vacanza estiva, con una cabina permanente, come fosse a casa sua. Poco lontano, a qualche centinaio di metri, è lo scoglio dell’Agugia, un ardito pinnacolo emergente dalla scogliera per una decina di metri. Siamo qui per salirlo.

L’Agugia di Vesima prima del 1969
TraRocciaEAutostop-F91_aguggia

Già dal 1860 esiste una statua della Madonna poggiata in cima allo scoglio di Vesima: sicuramente sistemata grazie a una scala. Pare che lo scoglio della Madonna dell’Agugia indicasse nei periodi invernali il punto di riferimento per le cae dei gianchetti o per posizionare le reti da posta per catturare le seppie.
Nel corso degli anni più volte la statua andò distrutta e più volte venne ricostruita. L’ultima volta risale al 15 aprile 1951.

(La statua rimase lì fino al 24 novembre 1969, quando nel corso di una violenta mareggiata, fu abbattuta assieme alla parte significativa dello scoglio, fino a essere poi ricollocata solo nel 2006, ma ovviamente non più sull’acuminata guglia (crollata), bensì negli immediati paraggi, NdR)

Il tempo è brutto e minaccia forte. Legato alla corda, Marco mediante una cengia ascensionale sale un buon tratto. Da lì io l’assicuro con un chiodo mentre lui sale in vetta. Ora piove, e forte anche.

Trarocciaeautostop-vesima

Scendiamo precipitosamente, cerco di togliere il chiodo, non ci riesco. Mettiamo in salvo gli abiti che avevamo lasciato lì sugli scogli, ma troppo tardi. Ormai sono bagnati, anche se non fradici. Ci rifugiamo sotto uno scoglio. Quando smette un poco, visto che intanto sono bagnato, salgo ancora sotto la pioggia per togliere il chiodo. Ma non ci riesco e per non infradiciarmi totalmente scendo.

Aspettiamo ancora, ma non smette di piovere. Per fortuna ho un maglione asciutto, lo avevo lasciato nello zaino. Decidiamo di andare allo stabilimento balneare, altrimenti ci becchiamo una polmonite, visto il freddo che fa.

In un piccolo istante in cui piove meno partiamo precipitosamente, a torso nudo. Abbiamo messo gli abiti negli zaini, così magari non s’infradiciano.

Dopo una corsa affannosa, carichi di ferraglia e annaffiati dagli schizzi laterali delle auto sull’Aurelia, entriamo nello stabilimento.

Lì per fortuna un amico di Marco mi dà una maglietta e una canotta asciutte. Marco resta lì a dormire e io prendo il primo Lazzi che passa. L’ingorgo di questa sera è più intricato del solito, così arrivo a casa solo alle 20.35! Ne ho raccontate di frottole per giustificare i miei vestiti fradici! Mi avranno creduto? Meglio non parlarne.

Resti del vecchio scoglio e nuova collocazione della Statua alla Madonna di Vesima
TraRocciaEAutostop-agug_04

Posted on Lascia un commento

Estate 1962 – 2

Estate 1962 – 2
(dal mio diario, ottobre 1962)

Il 5 agosto 1962 mi risolvo a fare 10 km di marcia sulla statale della Valle di Fassa, dal km 49 al km 39, poco prima di Predazzo. Tempo impiegato: 73’ 56”. Il tutto sotto lo sguardo ironico dei passeggeri delle auto. A ogni sorriso malcelato rispondo dentro di me con imprecazioni, e cerco di andare ancora più veloce. Ritorno a piedi, a parte un passaggio da Forno a Moena.

7 agosto 1962. Parto da casa e salgo a malga Palua, poi alla provinciale del Passo di Costalunga fino a un sentiero poco percorso per il rifugio Roda di Vaèl. Molto ripido, poco curato. Mi ricongiungo al 549 e arrivo al rifugio. Percorro per 600 metri il 543 per il Passo delle Cigolade, poi lo lascio per andare a nord-ovest su un pendio di ghiaia minuta e per imboccare un aspro vallone, pieno di massi, che fa superare la bastionata della Busa di Vaèl. In breve sono al Passo del Vajolon, dove tira vento forte. Attacco subito, dopo aver incontrato la solita famigliola tedesca, la larga cresta settentrionale della Roda di Vaèl. Dopo 250 metri di dislivello, sono in cima, a 2806 m. Ora piove, io mi copro e mangio. Riscendo per lo stesso itinerario al Passo del Vajolon. Ha smesso di piovere, così salgo sul Testone del Vajolon, un rilievo secondario tra la Roda di Vaèl a sud e la Sforcella a nord. In cima c’è un isolato spuntone, che salgo con qualche difficoltà. Riscendo al Passo del Vajolon, il vento è ancora più forte. Decido di scendere a sud-ovest per il canale detritico, raggiungo il sentiero che mi porta al rifugio Coronelle. Da qui al passo omonimo e seguente discesa al rifugio Gardeccia. Qui cerco un masso, del quale mi ha parlato Paolo Baldi, sul quale insegnano ad arrampicare quelli del corso di roccia. Il mio scopo è quello di salire un diedro sul quale Paolo è salito assicurato con la corda dall’alto. Lo trovo, salgo penosamente fino a metà, poi per paura torno indietro. Sceso a terra, mi siedo esausto. Ritento. Per mezzo di una maniglia che non avevo visto salgo ancora più su di prima. Potrei farcela, ma qualcosa mi dice di non essere imprudente. Riscendo.

Salendo alla Roda di Vaèl per la cresta nord (oggi c’è una via ferrata). Sullo sfondo, Testone del Vajolon, Sforcella e Catinaccio
Estate 1962 -2-P1020098

16 agosto 1962. Ormai non posso più fare molte gite, perché c’è mio padre. Non quelle almeno che piacciono a me: devono essere facili, adatte anche alla mamma. da qualche giorno non sono a posto d’intestino, così nella salita in corriera al Passo Pordoi  vomito in un sacchetto di plastica, cercando di non disturbare.

Arrivato al passo, mi rimetto in forma con un bel bicchierino di fernet e chiedo il permesso di salire sul Sass Beccé. Mio padre guarda la montagna e mi lascia andare di malavoglia. Dalla cima saluto con le mani i miei, che fanno altrettanto (anche se la mamma in realtà non mi vede, essendo un po’ miope). Dopo aver mangiato, andiamo al Col dei Rossi, dal quale ci affacciamo sulla valle di Penia, con la Marmolada in tutto il suo splendore. Da lì ho programmato di scendere alla selletta (che purtroppo non ha nome, quindi non è valida per la mia collezione di passi) che divide il Col dei Rossi dal Col de’ Tena. Credevo fosse facile, invece è ripido e cosparso di sassi e rododendri, una bella sofferenza per la mamma. Raggiunta la selletta, individuiamo il sentiero che scende. Scatto verso la vetta del Col de’ Tena, ritorno dai miei e cominciamo a scendere. senza incidenti, raggiungiamo una capanna segnata sulla cartina, ma poi perdiamo la strada. La pioggia, manco a dirlo, incombe su di noi che scendiamo dei ripidi costoni boschivi, tra sterpi, brughiere e aghi di pino, andando un po’ alla cieca. Fossimo soli io e mio padre sarebbe nulla, ma la mamma scivola continuamente. La pendenza diminuisce. Per poco seguiamo una strada che sembra fatta dai boscaioli. poi questa s’interrompe e noi ci troviamo in un gruppo di tronchi tagliati da poco. Seguiamo la massima pendenza, ma dopo un po’ ci troviamo la strada sbarrata da salti rocciosi. Dobbiamo così tornare indietro, un disastro per la mamma, ora ridotta a uno straccio. Finalmente riesco a passare un ruscello, in un terreno davvero accidentato. Oltre c’è un sentierino, davvero esile, che però non si perde. Ora pioviggina, ma finalmente ci ritroviamo fuori dal bosco, sui prati sopra Penia. Raggiungiamo un bar ad Alba, dove ci rintaniamo per sfuggire alla pioggia. Raggiunta poi Canazei a piedi, con la corriera andiamo a casa, dove incontriamo la nonna (che non era venuta con noi, per fortuna).

Il Sass Beccé (con la cima in ombra) e la Marmolada
Estate 1962-2-Dolomiti2013005

Già dall’anno scorso conosciamo i sigg. Grassi, marito e moglie. Lui siciliano, lei triestina, abitanti a Roma. Il 20 agosto partiamo per una gita con il sig. Alfio Grassi, ma senza sua moglie che non può fare alcun genere di sforzo. Con lui siamo dunque in quattro. Dal Passo di San Pellegrino occorre salire per 200 metri per raggiungere una selletta tra le Pale Gargo e il Col Margherita. La comitiva procede lemme lemme, con molti riposi (durante i quali io mi sbizzarrisco su qualunque masso sia a portata). Arrivo alla selletta per primo e ne approfitto per salire in vetta alle Pale Gargo 2206 m. Dalla selletta lo scenario è magnifico, in fondo a una conca erbosa è il Lago Cavia. Per poter raggiungere il Passo Valles occorre oltrepassare il lago e salire alla Forcella di Pradazzo (o degli Zingari). Questa forcella è più o meno alla nostra attuale altezza, e per raggiungerla ci sono due modi. Scelgo ovviamente quello che mi permette di fare un monte in più. Con la scusa che così non perdono dislivello li consiglio la traversata per un sentierino che mena abbastanza in piano alla Forcella di Pradazzo, mentre io scendo vero il lago ma poi salgo il Col Torond 2119 m, un monticiattolo d’infima importanza. Sceso da lì, traverso la diga e cerco disperatamente di arrivare primo alla Forcella di Pradazzo, senza riuscirci perché arriviamo assieme. Dalla forcella io salgo anche il Monte Pradazzo 2276 m, altro rilievo di scarsissima entità. Mi sto stufando, ma non ne posso fare a meno…

Il lago artificiale di Cavia. Nello sfondo si vedono la catena della Cima dell’Uomo e il Sasso di Valfredda, spunta anche la Marmolada
Estate 1962-2-7864054

Tornato in compagnia, mi metto in testa. Intanto inizia a piovere (cosa strana, eh?), così affrettiamo il passo e dopo breve siamo al Passo Valles. Dopo un bel pasto con brodo e strudel e dopo il caffè, guardiamo l’orario delle corriere. Sorpresa! Le corse sono abolite. Ci prepariamo a farcela a piedi: sono 11 km fino a Paneveggio. Tra un rovescio e l’altro riusciamo a non bagnarci troppo. Nell’attesa della corriera, un tale ci asfissia con improbabili racconti e fanfaronate sui funghi che ha trovato.

I giorni seguenti li passo con Paolo Baldi a fare progetti. Il 22 agosto mi trovo alla pensione Rosalpina alla ricerca di amici per eventuali gite. Sono fortunato, perché mi metto a parlare con Paolo Cutolo, di Roma, amico di Pio Baldi, il cugino di Paolo. Entrambi hanno familiarità con la roccia e con le tecniche. Alle quattro di pomeriggio andiamo a un masso sopra al paese di Soraga. Io sono già pronto quando gli altri invece sono ancora lì a cincischiare. Alla fine siamo in sette. Abbiamo una bella corda da 40 metri. Il roccione non è del tutto staccato dal fianco del monte: c’è da fare un camino fino a un pilastro, poi una traversata in parete per raggiungere una placca fessurata. pio va su per la via più facile e butta giù la corda. Comincio io. Peccato che non so legarmi, così Paolo mi fa il nodo. C’è anche un’altra via fattibile, ma a me sembra impossibile. Mi dicono di fare quella. Non ho la minima idea di cosa deve fare un secondo di cordata, così inizio a tirarmi su sulla corda come si fa sulla fune di una palestra, mentre Pio urla: “Cosa succede? Chi è quello scemo che tira?”.

Mi fanno capire che ho perso l’occasione, devo dare il capo della corda a Paolo, il quale sale per l’altra via e bene. Ributtano giù la corda e questa volta si lega Paolo Cutolo. Anche lui riesce nell’intento. Io intanto sono salito per il camino fino al pilastro. Mi lego e comincio a traversare, avendo ormai capito il meccanismo dell’assicurazione. Ci sono due maniglie laterali e, dopo un po’ d’esitazione, con l’aiuto di Paolo Baldi che mi dice dove mettere i piedi, riesco a passare sulla placca e poi sulla fessura. Poi guardo gli altri cercare di salire per dove io avevo provato in modo così poco ortodosso. Ho la soddisfazione di vedere che nessuno ci riesce. Sento parlare di Dülfer, di Comici, di manovre con corda e moschettoni, ma ci capisco poco. Sono già le 19, dobbiamo andarcene, e io sono di umore nero. Ne ho ancora di cose da imparare! Non so nulla di nulla di tecnica, e quanto a pratica ho solo volontà, non capacità. Non ho ancora visto un chiodo se non già infisso nella roccia e ho visto un solo e miserevole moschettone che non so neppure di preciso a cosa serva. Non so fare alcun nodo.

Posted on Lascia un commento

Estate 1962 – 1

Estate 1962 – 1
(dal mio diario, ottobre 1962)

15 luglio 1962. Con la mamma e la nonna partiamo alla volta del Passo Gardena: la mia intenzione è salire la Cima Pisciadù. Scendiamo dalla corriera all’hotel Miramonti e da lì ci avviamo a piedi verso il Passo Gardena. Mi stacco per salire il Collac 2086 m, poi la piccola comitiva procede sotto la pioggia incombente.

Per fortuna la nonna ha l’impermeabile e non si lamenta più di tanto. Alle 11 arriviamo al passo, entriamo in uno degli alberghi per il pranzo. Ci trattano molto bene, vitto e costo. Alle 11.30 attacco il sentierino per il Pisciadù, il cartello dà un’ora e mezza al rifugio omonimo. Quando entro nella val Setus, comincia a piovere, ma poco. Vedo gente tornare indietro. Io proseguo nel ripido canale ghiaioso, poi per alcune macchie di neve e qualche corda fissa (che praticamente non tocco), fino all’orlo dell’altopiano del Pisciadù. Nebbia. Vento non forte ma insistente. Pioggia. Giunto al rifugio, escludo di salire alla Cima Pisciadù, non sarebbe prudente. Alle 12.25, 55 minuti dopo che ero partito, sono di ritorno al Passo Gardena. In un momento di assenza di pioggia ripartiamo, ma non siamo neppure alla Sella del Collac che riprende a piovere. Continuiamo, tanto non c’è alcun riparo. Alle 14.30 arriviamo al Miramonti. Siccome non ho voglia di aspettare fino alle 17 l’arrivo della corriera per Canazei, parto da solo sulla carrozzabile per il Passo Sella, con la scusa che così risparmiamo… Al Passo Sella comincia a nevischiare, ma io salgo anche  sul Col de Toi 2283 m.

Estate1962-1-10001

Da lì, mentre piove, mi butto giù verso Canazei. Non conosco bene la strada e ho una fretta dannata. Scendo in picchiata su Canazei, dove non piove più. E’ mia intenzione di raggiungere Campestrin, dove c’è Gianni Jori che questa mattina avrebbe dovuto venire con noi al Passo Gardena: gli voglio chiedere perché non è venuto. Divoro gli ultimi km e mi ritrovo a Campestrin alle 17.45. La corriera che porta mamma e nonna dovrebbe passare alle 18.10, così ho tempo di andare da Gianni: lui si scusa. Intanto arriva la corriera che, a dispetto dei miei segnali, non si ferma. Abbiamo il tempo di vederci con mamma e nonna. Per fortuna non è quella l’ultima corsa. Nessuno ha mai capito perché il conducente non si è fermato: lì c’è tanto di cartello. Faccio il conto di quanti km ho fatto oggi: sono 34, niente male.

Questo è il quarto anno che scegliamo Soraga come meta estiva delle vacanze. Eppure non sono mai stato sui monti che la sovrastano. Il mattino del 18 luglio parto per la mulattiera che va a Someda, sopra Moena. Trovo il sentiero 620 e dopo un’ora e un quarto dalla partenza da Soraga mi ritrovo in una radura bellissima sotto al Piz Meda. Continuo a salire per prati e arrivo alla cresta. Da lì, per un canalino di sfasciumi, raggiungo la vetta del Piz Meda 2199 m, con una vista fantastica su Moena, Soraga, il Latemàr e il Catinaccio. Mi mangio un barattolo di ciliegie sciroppate, poi continuo per la cresta larghissima. A mezzogiorno faccio ampie segnalazioni con le braccia da un rilievo: avevamo convenuto che a quell’ora da casa mi guardassero. Individuata la Punta Vallaccia (grazie alla croce), la salgo per prati, ghiaia e neve. In cima, a 2639 m, altro spuntino. Mi friggo un uovo, mangio panini, frutta, tonno.

E ora, che fare? Potrei andare giù al rifugio Taramelli, e da lì a casa: arriverei troppo presto; potrei seguire la cresta e arrivare alla Cima Undici, ma non conosco il ritorno, perciò non mi fido; potrei scendere alla Cima Malinvern, poi andare alla Cima delle Selle e quindi al Passo di San Pellegrino. Alla fine scelgo la prima possibilità, solo che a un certo punto lascio il sentiero per scivolare sulla neve in mezzo ai rododendri. Tutto bene fino a che c’è neve, poi la musica cambia… Arrivo comunque alla strada che proviene dalla Cappella del Crocefisso. Mentre salgo al rifugio Taramelli, due o tre villeggianti scemi e pancioni mi vedono bardato e carico e li sento dire: “Ecco che portano i rifornimenti al rifugio!”. Di per sé non è poi così offensivo, ma io non la prendo bene. Li guardo in cagnesco. Al rifugio arrivo abbastanza assetato, ma non volendo spendere mi adatto a bere acqua e basta. Incontro Paolo Baldi, lì con alcuni universitari in vacanza a Pera. Non so perché, ma i rapporti con lui non sono più gli stessi: lo vedo sfuggente. Non vado per il sottile e gli chiedo cosa ha intenzione di fare. A malapena risponde che vuole salire al Passo delle Selle, poi mi lascia lì.

I Monzoni che sovrastano Soraga: da sinistra, Sasso delle Dodici, Sass Aut e Punta Vallaccia
Monzoni, da passo Costalunga visuale su Sasso delle Dodici, Sass Aut e Punta Vallaccia

Allora mi arrabbio e parto da solo per il Passo delle Selle, che raggiungo in 45 minuti. Scartata la Punta delle Selle, traverso l’altopiano della Campagnaccia, salgo l’insignificante cimetta del Colifon 2359 m, poi con marcia sostenuta al lago di Campagnaccia, perché a sinistra è il Passo del Mus che oltrepasso velocemente. Da lì scendo in picchiata sul Passo di San Pellegrino. La strada per Moena non è asfaltata, scendo nella polvere cercando di individuare il Col Dalistia 1865 m, che salgo senza alcuna fatica. poi, mentre scendo per lo stradone, una macchina svizzera si ferma e m’invita a salire. Scendo a Moena e da lì faccio gli ultimi 3 km per Zester.

Il 28 luglio 1962 non parto per una gita, ma per una passeggiata con due signore di Imola e i loro figli e un nipote, Fabio. Tutti assieme in seggiovia fino al Ciampedie, poi verso il rifugio Gardeccia, piano e senza fretta. Guardo con invidia dei tedeschi che tornano dalle ascensioni, con sacchi spaventosi, mentre istruisco Carlo Caneda e Danilo Luparesi, miei piccoli seguaci, sul come bisogna andare equipaggiati. Peccato che non mi capiscano. Essendo molto avanti rispetto agli altri, ci fermiamo a mangiare qualcosa. Io divoro due o tre melanzane ripiene cucinate da mia nonna, quindi buonissime. In quella passano tre furie che camminano come di solito cammino io quando sono solo. Uno sembra il capomandria. E’ riccio, ed è tutto uno scatto. Mi viene voglia di seguirli e lo dico ai due scagnozzi. In quella arrivano le madri, la signora Peppina Caneda con il più piccolo Giorgio, e la signora Pierina Luparesi, fiancheggiate da mia mamma e mia nonna.

Quando parto, i due ragazzi non riescono a starmi dietro, così io volutamente accelero per liberarmene e poter raggiungere gli altri tre. Quando li vedo, li sorpasso in tromba. Mi basta. Subito dopo, al rifugio Catinaccio, mi fermo ad aspettare. Anche i tre si fermano per prendere acqua, ma dai loro discorsi capisco che di montagna sanno pochino. Comunque il riccio promette bene. Subito dopo arriva Danilo, seguito da tutti gli altri. Vicino al rifugio Gardeccia decidiamo di fermarci a mangiare, sto per cucinare il mio uovo ma mi accorgo di aver dimenticato il tegame. Lo inghiotto crudo e passo ad altro.

Finito il pasto, cominciano le discussioni se andare o no al rifugio Vajolet. le mie donne si fermano, gli altri continuano. Mi tocca tirare Giorgio (cinque anni) per tutta la salita. Giunti al rifugio, altre discussioni sul continuare per il rifugio Re Alberto I. Alla vista del Gartl, le mamme vietano la salita ai figli. Io non insisto.

31 luglio 1962. Oggi voglio salire tutte e tre le Cime Cadine. La corriera delle 9.15 mi dovrebbe portare fino a Penia, ma siccome a Canazei scendono tutti, quel porco di autista non prosegue. In corriera avevo salutato Maurizio Bottacchi, un mio amico di Genova. Per fortuna che c’è lì lo zio di Maurizio che mi porta in moto fino ad Alba. In 55 minuti sono al rifugio Contrin. Dopo un po’ di esercitazioni su un masso, prendo il sentiero per il Passo delle Cirelle. Mentre mangio un po’ di frutta sciroppata, capita una coppia di anziani escursionisti tedeschi. Passano oltre, ma poi li raggiungo facilmente. Più sopra spesso la neve copre il sentiero, dove credo sia il Passo delle Cirelle c’è una specie di conca, è da qui che si dirama il sentiero per il Passo Ombrettola. Mi fermo ancora a mangiare, ma a causa del vento faccio fatica ad accendere e mantenere acceso il fornelletto. Alla fine lo faccio funzionare dentro allo zaino!

Panorama verso est dal Passo delle Cirelle
Estate1962-1-4_sentiero_segnato

Raggiungo il Passo delle Cirelle 2686 m, interamente sepolto nella neve, assieme a una comitiva di ragazze, del tutto a digiuno di montagna. lo si vede da come camminano, anche se c’è un vento che porta via. Inizio i pendii di sfasciume per la Cima Orientale: è cosa di un attimo, sono solo 200 metri. Ma in vetta non vedo quasi nulla. Guardo il burrone che divide le tre Cime Cadine dalla Cima dell’Uomo: davvero orrido. Avevo letto sulla guida Da rifugio a rifugio che dalla vetta dell’Orientale si raggiungeva facilmente la vetta Occidentale, passando per la Centrale. Perciò m’incammino, ma si presentano subito delle difficoltà impreviste. Salgo e scendo un bel po’ di roccia, non sempre facile. Ora mi sbarra la strada uno spuntone. Da qui non si passa, né sopra, né a destra o a sinistra. Torno indietro, scendo un po’ a destra, ma capisco che dovrei raggiungere il nevaio delle Cadine e poi risalire… altro che una “traversata in cresta”!

Così torno giustamente indietro, in tempo per ritrovare sulla Cima Orientale i due tedeschi di prima. Speranzoso chiedo se intendono proseguire (così avrei potuto accodarmi), ma mi fanno capire che la loro meta era quella.

Mi consolo con la discesa a rotta di collo del ghiaione a sud del Passo delle Cirelle. Raggiungo i prati di Fuchiade in pochi minuti. Un’oretta dopo sono al Passo di San Pellegrino. Voglio fare autostop, ma nessuno mi prende. Così arrivo al bivio per Someda a piedi. Da lì a Soraga e Zester.

Giunto a casa, mi rinfresco un po’ ma, subito dopo, corro a casa di Paolo Baldi per capire cosa c’è scritto esattamente su quella guida a proposito della traversata di cresta. Paolo è appena tornato dalla Torre Stabeler (quella di centro delle Tre Torri del Vajolet): l’uscita di chiusura del corso l’hanno fatta lì. Una salita tutto sommato non impegnativa, ma la discesa paurosa, a corda doppia. Ascolto rapito il suo racconto: prima o poi ci andrò anche io! Quanto alla descrizione errata della guida di Silvio Saglio Da rifugio a rifugio, che dire? Tutti possono sbagliare, da lontano la cresta sembra elementare.

Sopra al Passo delle Cirelle, la Cima dell’Uomo (a sinistra) e la Cima Cadine Orientale
Estate1962-1-807286

Posted on Lascia un commento

Punta Martin e Laghi del Gorzente

Punta Martin e Laghi del Gorzente
(dal mio diario, maggio 1962)

La salita della Marmolada aveva fatto crescere non solo il mio record di altezza ma anche la fiducia nelle mie possibilità.

Nel settembre 1961, dal 18 al 20, da Borgomaro mi spingo con le corriere fino a Viozene, per trovare Gian Paolo Ghersi, mio compagno di classe. Da Ponte di Nava salgo a piedi fino a Viozene, come del resto avevo già fatto tanti anni fa con papà e mamma. Sono ricevuto con molto entusiasmo da sua mamma e sua nonna, passiamo la sera a chiacchierare. Il mattino dopo andiamo a Pian Rosso, una bellissima radura sotto al Mongioie; al pomeriggio andiamo alle Vene del Tanaro, cioè alle sue sorgenti. Poi proseguiamo fino alla Sella di Carnino 1625 m e al Monte Castellazzo 1656 m. Torniamo a casa che è già notte.

Le Vene del Tanaro
PuntaMartin-080511_IMGP7172

Il 5 ottobre ricominciano le scuole, per me la seconda liceo scientifico. La mia classe era stata sparpagliata, ma Ghiglione e Ghersi rimasero con me. Sciabà a settembre era stato bocciato. Non ho tanto tempo, ma quel poco lo spendo a fare gitarelle nei dintorni di Genova, con compagni racimolati, Franco Bernacchioni, Gian Filippo Dughera, Luigi Sciabà, Renzo Frache: oppure da solo. Frattanto si avvicinava Natale e io avevo sempre più voglia di praticare marcia. Mi allenai più volte in corso Italia in vista della gara studentesca del 13 gennaio 1962, rimandata poi al 20 per pioggia. La gara si svolgeva a Genova-San Martino, al campo della Shell. La pista era di 398 metri, dunque per fare i 2 km della gara occorreva fare cinque giri e un pezzetto. Ero nella prima batteria, che vinsi con uno sprint finale. Ma i giudici dichiararono che avevo “rotto” negli ultimi metri e mi squalificarono. Il 27 gennaio ero ancora là, a intrufolarmi in un’altra gara. Su sedici arrivai ottavo e mi beccai (a malapena) una medaglia dallo stesso Abdom Pamich, il campione mondiale di marcia. Mentre continuavo ad allenarmi con Arrigo Giorello (ostacolista) e incassato un altro no dei miei genitori all’iscrizione al corso di roccia del CAI, il 14 febbraio 1962 andai ai Campi del Ligorna (Genova-Prato) per i Campionati d’Istituto (G. D. Cassini) di Corsa Campestre. Si fecero due gare: la prima per le classi 1946-47; la seconda per il 1943-44-45. Il percorso era di 1250 m. Primo della mia categoria fu Arrigo Giorello, secondo Marco Ghiglione a pochi secondi, terzo un tizio che non conoscevo, quarto Cesare Melloni, altro mio compagno di classe, e quinto io, a una ventina di secondi da Giorello.

PuntaMartin0001

L’amico Severino Tagliasacchi fece in modo che m’iscrivessi alla società di ginnastica Rubattino, che mi fece più agile e più muscoloso. Ero reduce da un’avvilente esperienza, quella dell’iscrizione a tennis. Già conoscevo il campo sportivo di Albaro, ci andavo da piccolo a pattinare a rotelle. La mamma e la nonna ebbero l’infelice idea di iscrivermi a tennis, che io odiavo. Stavo per essere iscritto, quando chiesi alla segretaria se potevo già incominciare quel giorno. Quella rispose che sì, se avevo la “divisa”, potevo. Quale “divisa”? Maglia o maglioncino bianco, calze bianche, pantaloni bianchi e, soprattutto, scarpe da tennis bianche. Mi vidi per un momento così conciato e a quel punto cominciai a opporre resistenza. Dissi che mai mi sarei vestito così, dunque, mamma, lasciamo perdere e torniamo a casa. L’ebbi vinta. Tennis? Bello sport, ma il suo mondo non fa per me.

Alla Rubattino, invece, andavo tutti i lunedì, mercoledì e venerdì. Ogni giorno imparavo nuovi esercizi o li miglioravo. Giunsi a poter andare a fare delle gare come riserva, ma poi rinunciai. Alla fine della scuola l’esperienza ebbe fine.

Voglio raccontare anche di quando, a Pasqua, ero andato a Reggio Emilia in treno dall’amico Gianni Jori. Il 21 aprile, al pomeriggio, sono con Gianni e suo padre in automobile per fare delle consegne, perché il padre fa il pasticciere. Il giorno dopo, bel giro di 81 km in bicicletta: Cadelbosco, Guastalla con il suo ponte di barche sul Po, Viadana, Brescello (il paese di don Camillo e l’onorevole Peppone), poi Poviglio e Reggio. Al pomeriggio sono costretto a sorbirmi allo stadio la partita di calcio Reggiana-Verona, poi bella cena emiliana all’Osteria del Noce. Gianni venne tempo dopo a Genova, per la partita Genoa-Reggiana.

Marco Ghiglione e io dobbiamo programmare una gita per il 1° di maggio. Propongo di andare al Monte Beigua, ma a lui quei posti non sono troppo simpatici, così decidiamo per la Punta Martin.

La Punta Martin (Appennino Genovese)
PuntaMartin-2011-11-26_penello_martin42

Ormai si sono verificati cambiamenti in noi: lui ha preso qualcosa da me, come l’abitudine alla minuziosità e la passione dei record. Io invece ho imparato da lui come ci si organizza. Ne è nata una specie di società democratica, scientificamente organizzata. Ogni gita è pianificata fino al minimo particolare, e lo scopo primo è fare dei monti, quanti più possibile, in belle località. I monti non mancano e non perdiamo tempo a vagliare e scegliere. Non si parla di alpinismo, ma di escursionismo “estremo”. Passiamo interi pomeriggi dietro a questi programmi, facendo finta di studiare, e qualche volta la notte devo mettere la sveglia alle 2 per studiare davvero.

1 maggio 1962, sveglia alle 3.45, treno da Ge-Brignole alle 4.45. Sulla linea ferroviaria per Ovada, scendiamo ad Acquasanta. Scendiamo in paese per comprare una bella dose di prugne secche. Camminiamo un po’ per una carrozzabile, sotto al ponte ferroviario, poi a un mulino deviamo a destra per la valle del rio Bajardetta. Ben presto perdiamo il sentiero e saliamo per frane e rovi. Dopo aver ucciso una vipera, incontriamo un uomo che c’indica la strada giusta. Saliamo sulla Cima Legea e sulla rocciosa Rocca Calù. La val Bajardetta è orrida e desolata. Neppure un casolare! E pensare che dietro alla Pietralunga c’è Genova! Entrambi i versanti della valle sono nudi e spogli, e cadono giù cosparsi di pietrame. Incontriamo tre del CAI che vanno come noi alla Punta Martin e li sorpassiamo, fino a che raggiungiamo la cima, a 1001 m. C’è un cippo, eretto a memoria dell’alpinista genovese Francesco Savignone, caduto il 10 dicembre 1922 sul versante occidentale di questa montagna.

PuntaMartin0003

Ripartiamo quando arrivano i tre da noi sorpassati. Uno di loro ansima da far quasi pena. Saliamo sul Monte Piazza, sul Monte Penello e sul Monte Foscallo 983 m. Scendiamo alla Colla del Canile e alla Colla della Majana. Dopo questa peregrinazione siamo ai Piani di Praglia. Incontriamo degli scout rover di Ge-Rivarolo, diretti lì a vedere se la fontanella, da loro costruita l’anno prima, funzioni ancora bene.

All’osteria Praglia compriamo delle birre e mangiamo. Dopo un po’ di lancio di coltelli, ci dirigiamo ai Laghi del Gorzente, per prati e senza sentiero. Arriviamo a un punto panoramico dal quale dominiamo il Lago Lungo in tutta la sua ampiezza, con il caratteristico promontorio. Scendiamo, lo aggiriamo e arriviamo alla diga. C’è scritto che non si può passare, noi tentiamo lo stesso ma a metà siamo richiamati a gran voce dal guardiano. Ci tocca un giro lungo e faticoso nel bosco a picco sul Lago Bruno per poi finalmente arrivare a un ponte e passare al di là del lago.

Il Lago Lungo del Gorzente
PuntaMartin-mostra 2002 26

Tiriamo diritto fino al Passo Prato Leone e da lì giù a Isoverde, dove arriviamo alle 16. A piedi fino a Ge-Pontedecimo. In più, dato che oggi è la festa del Lavoro, non ci sono autobus, dunque acchiappiamo per miracolo una corriera sostitutiva per il centro di Genova.

Il 31 maggio, con un caldo infernale, c’è la gara scout di cucina. Ci sono, oltre alla nostra dei Castori, le squadriglie delle Aquile e dei Daini, con il capo-reparto Ernesto Parodi. Siamo in un bosco sopra Ge-Rivarolo, esattamente oltre al Pian del Toro, sotto al forte del Diamante. Ciascuna squadriglia deve preparare un pranzo, e chi lo prepara meglio vince. Noi abbiamo da preparare la pastasciutta, lo spezzatino e il budino. Nei Castori siamo in quattro: Marco Ghiglione, il vice Papparella, Luigi e io. Ci accampiamo vicino a un ruscello e lì inizia la gara. Immaginate cosa ne viene fuori!

Io ero addetto al budino, con la ricetta che mia nonna diceva essere facile. Lei lo chiamava “budino alla norvegese”, anche se non ho mai capito che c’entrasse la Norvegia. Inizio la complessa preparazione verso le 10, poi metto il contenitore nell’acqua del ruscello per il raffreddamento. Alle 14 ci siamo già mangiati i vari “piatti”, ovviamente assaggiando tutte le “specialità” degli altri. Siamo pieni come uova, rimbambiti dal caldo e dalla digestione. Finalmente alle 15 mi risolvo a dare il via alla “degustazione” del mio budino, ancora un po’ molle, ma decisamente buono. Vincemmo la gara, ma ex-equo con le Aquile…

Posted on Lascia un commento

Marmolada 1961

Marmolada 1961
(dal mio diario, gennaio 1962)

Quando Paolo Baldi mi parlò del suo progetto di salire an­cora sulla Marmolada feci in modo che capisse che avrei de­siderato andare anch’io. Non vedevo altri mezzi per raggiunge­re la vetta: mio padre non si sarebbe mai sognato di organiz­zare una gita così: per lui queste sono scemate, così per gente che vuole mostrare la propria abilità, così pericolose, e non considera per nulla il lato spirituale e sportivo; non compren­de la gioia che procura una buona ascensione faticosa con an­che un pizzico di pericolo o più che pizzico, illusione. Comun­que Paolo in principio cercò di non parlarne, ma alle mie insi­stenze promise che quando sarebbe arrivato suo padre gliene avrebbe parlato. Poco fiducioso di ciò non mi accontentai e continuai a scocciarlo finché il 13 di agosto non arrivò suo pa­dre. Visto che non si approdava a nulla e che quasi lui ci si divertiva, intensificai ancora le mie richieste. Mi disse che fin­ché non arrivava suo zio con i tre cugini, un amico di suo padre e i suoi due figli, non si sarebbe fatto nulla: per il momento mi calmai. Ma verso il 20 i grandi cominciarono a parlottare tra di loro di quell’argomento ed esortai per l’ultima volta Paolo: ma non fece nulla, allora decisi di parlarne io stesso a suo pa­dre e un giorno, incontrandolo, lo salutai e gli chiesi se per caso c’era una gita alla Marmolada in programma. Rispose di sì ed io, con una faccia tosta terribile, gli chiesi se potevo ag­gregarmi. Rispose che potevo se mia madre dava il consenso e se c’era posto nella cordata. Dato che le cordate sono al massi­mo di sette persone e siccome c’erano già Paolo, il padre, lo zio i tre cugini e una delle tre sorelle di Paolo, io avevo ben poche speranze di partecipare alla gita. Per fortuna avvennero delle così inaspettate: si aggiunse altra gente che voleva partecipare e si arrivò alla necessità di comporre due cordate; dissi a mia madre di prepararsi e un giorno con infiniti accorgimenti, sot­terfugi, speranze, timori, gioie e disperazioni, ebbi il tanto so­spirato permesso.

Marmolada19610003

Si è a giovedì 24, la gita sarà tra due giorni. La famiglia di Paolo fa gli ultimi preparativi. Acquistano pantaloni alla zuava, sacco da montagna nuovo, ramponi, eccetera. Da parte mia ho già tutto, anche i ramponi: solo gli scarponi sono un po’ vecchi e logori e fanno acqua al contatto della neve. Comunque rimedio portandomi dietro ben nove paia di calze di ricambio. Sono tanto contento, entusiasta, che ho già preparato tutto fin da venerdì, anche il mangiare: la notte tra venerdì e sabato la passo mezzo insonne in agitazione e finalmente giunge l’ora della partenza. Alcuni prendono la corriera, altri vanno in macchina per riunirci ad Alba di Canazei. Sembriamo un esercito: il padre di Paolo, Paolo e sua sorella Maria Teresa, lo zio di Paolo, che chiamerò lo «zio» (il suo nome è Leo Baldi), due dei suoi tre figli, due fratelli di cognome Malatesta, un certo Nicola e una signora molto brava in alpinismo su roccia: in totale undici persone. Per la cronaca ecco l’abbon­dante equipaggiamento mio personale: dieci paia di calze tra lunghe e corte (avrei potuto risparmiarle portando un paio di calzettoni di lana), un paio di scarponi vecchiotti, pantaloni lunghi-blue jeans, camicia felpata, pullover senza maniche, tre maglioni, la giacca a vento, due papaline, occhiali da sole per proteggermi dal riverbero della neve, guanti di lana e i rampo­ni che mi ha prestato il padrone di casa. Nel sacco ho dei pa­nini, ma pochi, con prosciutto e formaggio, molta cioccolata, molti quadretti di zucchero, un coltello, due carte militari al 25.000, dei biscotti crackers, una scatola di pesche sciroppate e un po’ di frutta fresca. In tutto cinque chili sulle spalle. L’ini­zio della strada è alla fermata della corriera, sotto un crocefis­so e un cartello: “Visitate il rif. Contrin”. Attorno, prati e boschi. Mi fermo su una panchina messa li dal Comune e metto a posto quelle così che mi ero proposto di fare all’ultimo mo­mento. Chiudo di nuovo il sacco, guardo un po’ in giro e aspet­to gli altri che pure s’affaccendano. Finalmente il padre di Pao­lo dà il segnale di partenza. Subito mi metto in testa: è come un’abitudine. Assumo il passo cadenzato da montanaro, che è il migliore di tutti, e procediamo di buon accordo per un bel pezzo, chiacchierando a gruppi di gite e di tante altre cose. Io sono con Paolo e finito il primo pezzo che pur non essendo duro è abbastanza ripido e si snoda per un sentiero larghissimo, percorso anche dai muli e piuttosto acciottolato, ci fermiamo un po’ per far riposare i più deboli. Abbiamo oltrepassato una zo­na boscosa abbastanza fitta. La strada fa giri piuttosto larghi su una stessa zona di terreno: alcuni sentieruzzi tagliano i tor­nanti e si inerpicano in canaloni di brughiera. C’è una devia­zione che porta alla cascata. L’aria qui intorno è carica di va­pore e il sole calante scherza con le minuscole goccioline pro­vocando bellissimi arcobaleni. La boscaglia vive intorno a noi con le api e gli uccelli, voci di altri gitanti di ritorno ci arri­vano dall’alto… La vita del bosco è sempre bella, anche quan­do nello stesso luogo ci si è già stati: non si può dire che i suoni e le immagini siano diversi, ma è sempre bello offrire il nostro animo ad essi. Siamo a quota 1730 m: qui, stando alle carte topografiche, c’era un laghetto, ma adesso non c’è altro che una distesa di ghiaia e di sabbia trasportata dalla corrente. A destra ci sovrasta il Collac, blocco roccioso suggestivo per la sua solitudine ai piedi dell’altro gruppo di fronte: la Marmo­lada. Non che la Marmolada si abbassi a vedere il suo minu­scolo cortigiano: ben altre cime e cimette frappone tra lui e se stessa, a cominciare dal Cogolmai, che è il primo della serie.

Marmolada19610004

Dopo quella salita iniziale il sentiero si fa più largo anco­ra e più piano, costeggia il torrente per poi giungere con un’ul­tima salita al rifugio. La val Contrin è la tipica valle trentina: non intendo una valle di transito, parlo di quelle valli piccole e brevi che alle persone che vi entrano si presentano subito bene; non ha curve e si vede perciò il fondo, non è stretta ma nep­pure larga. Vi sono prati e pascoli in cui le mucche possono ben nutrirsi, ma vi sono anche fitte pinete. La valle sbocca dove ci siamo affacciati noi e dalle altre parti è molto faticosa l’en­trata, essendovi infatti tre valichi da superare, uno più ripido dell’altro: il Passo Ombretta (o di Contrin), il Passo Cirelle e il Passo San Nicolò. È in sostanza una valle di quelle che piac­ciono a me, quasi selvaggia: vi è infatti appena un rifugio vi­cino a una malga, poi ancora qualche fienile e la Cappelletta vicino al rifugio. Questo è situato su una piccola collinetta, con­tornata da pini e dallo spiazzo antistante c’è una bella vista sul Sassolungo. C’è ancora tempo per la cena, perciò andiamo a gironzolare mentre i grandi fissano le camere. Paolo ed io ci stacchiamo dagli altri e andiamo verso la strada di domani: ci divertiamo a scalare qualche masso con parziale successo. Alle prime oscurità torniamo al rifugio. Lì seduto su una panca di legno con davanti il tavolo e il mio pasto frugale, alla luce scialba cui fa contrasto la generale allegria, mi sembra di ap­partenere ad un altro mondo. Credo che anche Paolo provi una sensazione simile: lo vedo mogio, gli occhi fissi, forse nel mio medesimo pensiero. Eh, sì! È certamente una cosa fuori dal­l’ordinario questa! Sono contento di gustare questa felicità se­rena. Forse sto per dormire e pur essendo nella massima tran­quillità, mentre distrattamente maneggio il cucchiaio tra boc­ca e brodo, temo qualcosa di indefinibile: sono inquieto e non me ne accorgo. Per riscaldarci un po’ prendiamo un bel tè bol­lente con limone e finalmente, verso le 21, ci avviamo nell’al­tro edificio per dormire. Occupiamo la stanza che ci è stata assegnata assieme a due giovani tedeschi, ci svestiamo somma­riamente e ci accomodiamo in cuccetta.

Sulla via ferrata della cresta nord-ovest della Marmolada
FERRATA VERSO PUNTA PENIA (MARMOLADA) CHIARA E AGOSTINO

Subito cerco di dormi­re, immaginando di riuscirci non appena toccato letto, ma sono troppo agitato e con il tempo mi eccito sempre di più. Sento gli altri che a poco a poco si addormentano ed io… niente! Non riesco che a pensare alla Marmolada, agli sforzi fatti per par­tecipare a questa gita e a quello che finalmente avrei provato nel posare il piede sulla sospirata vetta. E intanto mi struggo nell’impazienza, mi giro e mi rigiro nelle coperte, stringendo i denti per la rabbia di non poter partire subito… E poi, che rab­bia non poter sapere l’ora! Ho cercato nel sacco l’orologio e non l’ho trovato. Prendo una busta di crackers e mangio. D’improvviso un pensiero spaventoso: e se il tempo s’imbruttisse? La sera è stata bella, ma chissà? Decido di andare a vedere, tanto non mi sarei addormentato più. Nell’oscurità cerco i ve­stiti, che indosso pian piano, mi alzo, infilo gli scarponi, apro silenziosamente la porta e dopo aver fatto alcuni passi quatto quatto mi slancio per il corridoio e poi giù per le scale. Final­mente sono fuori dalla prigione della mia prima notte in rifu­gio. Non ho ancora fatto un passo al di là della soglia che, do­po aver respirato una boccata di quella brezza notturna, mi fer­mo estatico: il cielo è completamente cosparso di stelle e la luna risplende e abbaglia; i monti sono illuminati e fanno una vivida cornice alla valle buia; alla mia sinistra il gruppo del Vernel è in piena luna e davanti a me le Cime Ombretta, le Ci­me Cadine. Queste, essendo più lontane, occhieggiano sinistra­mente. Il profilo del Passo San Nicolò si staglia nitido. Con re­verenza guardo la Marmolada: non si nasconde più ora. Ora comanda allo scoperto. La sua parete sud ovest è assurda, ir­reale e opprimente. Il profilo, che già alla luce del giorno è selvaggio e superbo, di notte è tetro e spettrale. Sembra proprio un, disegno della fantasia, una di quelle visioni terribili che travagliano le notti dei più piccini. Le così che spaventano e danno i brividi non si ammirano mai a lungo, perciò torno den­tro, anche perché così mal vestito ho freddo. Torno nel dormi­torio, assieme alle altre persone ignare di così gravide visioni. Termino di vestirmi e mi stendo sul lettino. Dopo tanto tempo sento un tramestio, una voce che parla e sveglia tutti: è una delle nostre guide. Capisco di essermi addormentato. Mi alzo, stropiccio a lungo gli occhi, faccio ordine nel sacco tenendo da parte qualche zuccherino e qualche pezzo di cioccolata che met­to in tasca. Quando escono, tutti rivolgono esclamazioni meravi­gliate per quanto io ho già visto prima: ma non è più la stessa cosa, l’alba è vicina e non c’è più solitudine. In rifugio beviamo il tè e mangiamo qualcosa: esamino le due guide sottoponen­dole a un personale esame: la prima non mi va tanto a genio, non che mi sia antipatica a vista, solo preferisco la seconda. Spero che questa si metta in testa e per fortuna sarà così. Su­bito dietro all’uomo simpatico ci sono io, poi Paolo, in seguito le posizioni non sono fisse. Saliamo per declivi erbosi, gli ulti­mi pascoli, poi su terreno pietroso ma non roccioso. Mentre la valle si restringe, incominciamo le serpentine. Aspettiamo che il minore dei Malatesta si scarichi gli intestini del superfluo. Dopo la biforcazione per il Passo Ombretta si è su una specie di ripiano, al principio del ghiaione che porta alla stretta For­cella Marmolada, quota 2503 m. Consumiamo cioccolata e pru­gne secche di Paolo. Ormai si vede al di là del cammino che abbiamo appena fatto: il Latemàr comincia ad arrossarsi con i primi raggi solari e il cielo sereno fa nitida quella bella vi­sione. Le cime più in basso sono ancora all’oscuro, immerse in una luce incerta che le fa così di uno stesso colore grigiastro: è questione di attimi però, perché subito intervengono altre tra­sformazioni.

La cartolina inviata a mio padre con il tracciato e quell’io così orgoglioso
Marmolada19610001

Nessuno è stanco ma ci aspetta una bella tirata: perciò la guida ci richiama e si mette di nuovo a capo fila. I ghiaioni, non per dire, sono il mio forte: è raro che faccia un passo e scivoli, come capita spesso ad altri. Procedo sempre sicuro e senza fatica, sopra un terreno che sfugge. Il sentiero su ghia­ione è ben visibile, dapprima sale a destra (sinistra orografica), poi attraversa e si porta sul lato sinistro (destra orografica), do­ve con infinite serpentine, con curve di 30° ogni due metri, rag­giunge un poggio di cinque metri quadrati, poco al di sotto del­la forcella, a quota 2892 m. Le guide ci fanno riposare bene, poi ci legano la corda attorno alla vita; a un tratto il minore dei Malatesta si sente male e si sente svenire; si vede che soffre il mal di montagna giacché siamo ad un’altezza non trascu­rabile. Comunque un buon grappino lo rimette in sesto. Per maggior precauzione la guida lo mette dietro di sé ed io mi devo accontentare del terzo posto. La prima cordata è compo­sta dalla guida simpatica, dal minore dei Malatesta, da me, dal maggiore dei Malatesta, da Nicola, da Pio, cioè il fratello mag­giore dei cugini di Paolo e dal padre di Paolo; la seconda dal­l’altra guida, da Paolo, dall’altro suo cugino, da sua sorella, dallo zio e dalla Signora. Lasciamo quel poggio e ci avviamo su per il canalone finale e giunti in cima vediamo che c’è da salire una scaletta di ferro su una parete che, senza scalette, sarebbe di quarto grado, a quanto dice la guida. Non mi spa­vento certo per questo, ben sapendo che gran parte del cammi­no per raggiungere la vetta dovremo farlo su per la via ferrata, cioè salendo su una serie di scale di ferro più o meno a pre­cipizio, aggrappandoci alla corda metallica. Dopo la prima gra­dinata giungiamo alla Forcella Marmolada, 2910 metri. Che spettacolo magnifico! La vista è limitata perché le rocce del Vernel e della Spalla della Marmolada im­pediscono, ma è fantastico lo stesso. Ormai il sole ha quasi inon­dato il basso ghiacciaio e le cime di fronte al lago, cime erbo­se che ho già asceso in parte, sono anch’esse illuminate. Il ghiac­ciaio sotto di noi è però ancora in ombra. Dopo poco ricomin­ciamo la salita. Presto impariamo il meccanismo della cordata, che sugli scalini di ferro è più d’impaccio che altro. È diver­tente salire a perdifiato su quegli scalini che si susseguono a circa trenta centimetri uno dall’altro. Saliamo senza un attimo di sosta e quando si passa da una rampa all’altra bisogna fare attenzione ad alcune placchette di vetrato. Alla fine ci fermia­mo al sole e ci scaldiamo alle sue carezze: dovrei essere al di sopra del limite d’altezza del Piz Boè. Il panorama si è immen­samente allargato, mastichiamo zucchero, caramelle e cioccola­ta, aspettiamo l’arrivo dell’altra cordata. Quando ripartiamo, mettiamo piede su neve e attraverso estese placche di neve dura e di ghiaccio arriviamo alla capanna della Punta Penia, cioè a dieci metri dalla cima. In preda ad una speciale agitazione entro in capanna, poso il sacco e corro in cima, alla croce. Fi­nalmente a 3342 metri! Poi scorgo sulla sinistra un monticiattolo di neve e mi viene in mente che la cima sia quella. Perciò torno dalla guida, mentre intanto arrivano Paolo e la sua cor­data, m’informo e poi gli riferisco che la vera cima è quella con la croce, quella cui si riferiscono le quote delle carte. Però esiste sempre anche l’altra cimetta nevosa, che non è tenuta in considerazione. Ma quel monte di neve è più alto, perciò per aumentare il nostro record ci slanciamo su, misurandone l’al­tezza a occhio e decidiamo di essere a 3348 m. Con un passo di esitazione facciamo il movimento finale e raggiungiamo quel­la quota; indi ci prepariamo per il salto finale per raggiungere una quota ancora più alta. Prima salto io e a suo giudizio rag­giungo gli ottanta centimetri. Poi salta lui e do lo stesso giudi­zio. Quindi senza nemmeno guardare il panorama ritorniamo alla capanna dove tutti mangiamo: sono le 9.50. In seguito tutti insieme ritorniamo in cima e scattiamo molte fotografie perché il tempo è splendido (segue minuziosa descrizione del­le montagne intorno, NdR). Si domina tutto, ma non i giganti all’oriz­zonte che, unendosi in uniforme linea biancastra, paiono con­trapporre a tale dominio un’assurda barriera… In basso e in primo piano, ancora in parte oscuri, i crepacci insidiosi del ghiacciaio. Il Pian dei Fiacconi si scorge bene, molti puntini neri si muovono allegramente. Alcuni sciano sui campi di neve della Marmolada di Rocca. Magnifica la voragine scura del Passo Ombretta, dove non è ancora penetrato il sole. Tutto pe­rò appariva ordinato a delizia dell’anima.

Marmolada19610002

Un pezzo di discesa si deve effettuare con i ramponi per poi scendere sul ghiacciaio seguendo con attenzione le orme per non cadere nei crepacci profondi di quell’estate, dai venti ai centottanta metri a detta della guida. Forse l’avrà detto per spaventarci e per farci stare più attenti. Dopo gli ultimi preparativi calziamo i ramponi e dopo aver provato a camminare con quelle punte sotto i piedi, avendo visto che sono molto utili perché mordono bene il ghiaccio e aiutano a non scivolare, ci disponiamo in fila, legati in cordata. Poiché nelle discese la guida sta sempre ultima, la nostra si mise in fondo e io pe­nultimo. Egli dà alcuni consigli al padre di Paolo che è per primo. Poi anch’egli si mette i ramponi e dà il segnale di par­tenza ed è a malincuore che io lascio la cima. Si inizia la di­scesa su una crestina di neve ghiacciata larga non più di qua­ranta centimetri dalla quale sono caduti tre giorni fa due gio­vani sfracellandosi nell’orrido burrone ghiacciato. Tolti i ramponi, ­scendiamo su roccia, per alcuni un po’ difficile, e infine arriviamo a un ponte di ghiaccio che sovrasta il crepaccio più profondo della stagione. È l’ultimo ostacolo, superato il quale ci sentiamo abbastanza stanchi da poter scivolare: la guida su­bito dietro di me ci rimprovera e queste frasi un po’ dure mi toccano nell’orgoglio. Ci avviciniamo al Pian dei Fiacconi do­ve, all’arrivo della seggiovia, ci dovrebbero aspettare venti per­sone, tra cui mia madre, la madre di Paolo con le sorelle, pa­renti, amici, eccetera. Noi, alla fine dei ghiacci, ci sleghiamo e ci slanciamo giù sul nevaio. Nella neve marcia arrivo per primo tutto bagnato, con cinque minuti di vantaggio, a recar notizie. Tutti e venti mi arrivano addosso, saluto tutti e dico che gli altri stanno arrivando; dopo poco saluti, abbracci si susseguono a bizzeffe. Ma intanto l’altra cordata non si vede. In tutta quel­la folla non si vede nemmeno se stanno arrivando. La mamma di Paolo comincia a temere per il figlio e la figlia. La sofferen­za ha un termine, così salutiamo le due guide che portano in cima un’altra comitiva. Tutti insieme, trentun persone, entria­mo nel ristorante del Pian dei Fiacconi, tutti i particolari sono raccontati e tutti parlano allegri dello stesso argomento.

A Soraga, dopo i saluti, ognuno torna alle proprie case. Dopo aver riempito la testa a mia madre di tutti i minimi par­ticolari, dopo aver mangiato e riassettato la roba che mi sono portato dietro, mi spoglio e mi metto a letto dove dormo come un masso fino all’indomani, convinto di aver compiuto una cosa che per altri non avrà nessun valore, ma per me ne ha moltis­simo e che ha segnato una data per me indimenticabile: 27 ago­sto 1961, ore 9.48 a quota 3348,800, Punta Penia della Mar­molada.

Marmolada 1961-mini-Marmolada_027