Pubblicato il Lascia un commento

Appennino su e giù

Appennino su e giù
(dal mio diario, ottobre 1961)
Il 1° ottobre 1961 inizio al Gian Domenico Cassini (appena costruito) la prima liceo scientifico, senza poter fare ginnastica per tutto l’anno perché la palestra non è ancora pronta.

Il 23 aprile 1961 mi decido a salire per la prima volta sul Monte Fasce. Questo è il monte di Genova, sul quale almeno una volta vanno quasi tutti. Per me è un disonore non averlo ancora fatto, così convinco mia mamma ad accompagnarmi.

Preso l’autobus 87 fino ad Apparizione, c’incamminiamo per la carrozzabile e le scorciatoie verso la Trattoria del Liberale. Qui sostiamo un poco, poi incomincio la scarpinata da solo fino agli 834 m della cima. Il panorama sarebbe bello se non ci fosse foschia. In vetta salgo sulla croce gigantesca, assieme ad altri ragazzi che sono lì.

La vetta del Monte Fasce, molti anni prima che fosse invasa da antenne e ripetitori
Appenninosuegiù0001

Facendo i compiti con l’amico Luigi Sciabà, siciliano, decidiamo di salire al Monte Becco. Si aggiungono Renato Giannattasio e Marco Ghiglione. Dapprima non ne sono molto contento, poi però lo ringrazierò di avermi fatto conoscere Marco: per tutta la gita, con lui un accordo formidabile!

Il 30 aprile 1961, partiti con l’87 alle 6.45, saliamo a tempo di record sul Monte Fasce. Proseguiamo il cammino per delle stradine militari, fino alla fonte fissata per lo spuntino. Qui mangiamo come dei porci. Dopo un po’ d’esercitazione con i coltelli, ripartiamo. Il gruppo si divide, Luigi deve stare con Renato, un po’ affaticato. Infatti sul Monte Becco 894 m saliamo solo Marco e io, mentre gli altri vanno direttamente all’Osteria del Becco.

L’esercitazione di lancio con il coltello prima del Monte Becco
Appenninosuegiù0002

Dopo un altro “spuntino” facciamo a botte per gioco, che consiste nel dividersi in due squadre. Con la prima che difende una borraccia in cima a un pendio erboso e l’altra che deve conquistarla.

Ci divertiamo moltissimo, ruzzoloni a non finire, anche se usciamo dalla lotta così conciati: io ho il mio berretto tutto sporco, giacché uno per rappresaglia ci si è asciugato il naso; Marco ha i pantaloni stracciati, Luigi contusioni varie e Renato graffi ovunque.

Nel ritorno, Marco e io ci mettiamo in testa di arrivare alla croce del Monte Fasce entro le 16.30. Dopo aver avvertito Renato e Luigi, cominciamo una marcia selvaggia. Il tempo però passa e ci stiamo convincendo di non farcela. Ogni dieci secondi guardo l’orologio e galoppiamo sempre di più. Quando siamo a un minuto, ci mettiamo a correre; al mezzo minuto corriamo allo stremo. Dieci secondi, cinque… zero. Non siamo distanti, ma non ce la facciamo. Mi butto a terra affranto, mentre Marco preferisce sbuffare come un mantice stando in piedi, mezzo chino. Ma quando anche lui guarda l’orologio, scatta come una saetta, urlandomi che il suo orologio non segna ancora le 16.30!
Allora scatto anch’io e arriviamo a toccare la croce con un secondo di vantaggio. Dopo di che ci sbattiamo per terra ad aspettare gli altri che arrivano dopo venti minuti, diciamo stanchi. Giù un altro spuntino. Poi scendiamo. L’accordo con Marco è quello di fare qualcos’altro, nei prossimi giorni.

Marco c’era già stato, così decidiamo di salire alla Carrega del Diavolo. Per un altro itinerario, però. Il 14 maggio 1961 partiamo col treno da Principe. Chiacchierando mi dice di essere scout, del reparto di Rivarolo. Gli dico che quell’associazione mi è sempre piaciuta ma, per un motivo o per l’altro, non ho mai chiesto di entrarvi. Ci mettiamo dunque a parlare dell’ASCI (associazione scoutistica cattolici italiani) e mi convinco a entrare nella sua squadriglia. Mi parla dei suoi “scagnozzi”, perché lui è il capo della squadriglia dei Castori.

A Busalla scendiamo, passiamo lo Scrivia e attraversiamo i campi per andare sulla carrozzabile che porta alla Cappella della Bastia. Fa un caldo abbastanza elevato, Marco suda più di me perché nello zaino porta una tenda che dovremmo piantare per vedere se può andare bene per una gita di due giorni che abbiamo intenzione di fare. Ci scambiamo gli zaini. In 45 minuti arriviamo al Santuario, molto bello e dominato da una roccia suggestiva. Studiamo la carta, poi scendiamo al Passo del Falco e da lì continuiamo per un sentiero poco segnato. Per un po’ riusciamo a non perderlo, ma poi lo perdiamo di brutto. Allora comincia una marcia brutale verso l’alto, in mezzo alle vipere (Marco ne vede tre). Saliamo per un terreno brutto, infido, pieno di sterpi e di rovi, talvolta su placche di “puddinga”, un tipo di roccia a conglomerato che si sgretola facilmente, specialmente quando sei in un punto un po’ esposto.

La Carrega del Diavolo
AppenninoSueGiu-001 - Carrega del Diavolo e mare di nebbia

Finalmente ritroviamo il sentiero e non lo abbandoniamo più. In una radura ci fermiamo a mangiare. Cuociamo la pastasciutta e dato che sul fornello a spirito pare non venga mai bene, la mangiamo com’è, diciamo “al dente”. Dopo è la volta di pollo arrosto, frutta sciroppata, marmellata, ecc.

Finalmente ci decidiamo ad andarcene da lì e andiamo verso la Carrega. Questa è proprio a forma di carrega, cioè “sedia” in genovese. Saliamo in cima a 957 m. Ci guardiamo in giro con i binocoli, scaliamo qualche piccola paretina, poi scendiamo per sfasciumi verso il sentiero per Semino. Dobbiamo scendere per un canale franoso, Marco è dietro con il suo zaino pesante. Lui scende cauto, ma poi inciampa e comincia letteralmente a volare. Fortuna che è pronto ad afferrarsi a uno spuntone di roccia, così se la cava solo con qualche ammaccatura. Questo incidente mi rimarrà impresso, è il primo cui assisto.

La marcia per Busalla è estrema, alla caccia di un treno che sentiamo perderemo. Cosa che capita regolarmente. Costretti ad aspettare 90 minuti, parliamo ancora di scout. La mia adesione è cosa praticamente fatta.

Appenninosuegiù0003

Dopo un tentativo con Luigi Sciabà al Monte Proi, iniziato troppo tardi nella giornata, è ormai tempo di fine della scuola. Io sono promosso con una media superiore agli 8/10, Luigi rimandato in italiano, latino e matematica, Marco rimandato in disegno e matematica.

Mi dedico al progetto di battere il mio record di altezza, dopo lunga ricerca individuo il Rocciamelone 3538 m. Piccolo particolare: bisogna camminare da Susa per nove ore, così dice la guida del TCI. Tento di accordarmi per settembre, con Marco e Luigi, ma senza esito.

Le cime della Biurca e Carrega del Diavolo da sud
AppenninoSueGiu-LapareteSdellaBiurca-vi

Pubblicato il Lascia un commento

Estate 1960 (salita al Piz Boè)

Estate 1960 (salita al Piz Boè)
(dal mio diario, gennaio 1962)

Nel giugno 1960 m’iscrivo al CAI. Da un po’ ne avevo l’intenzione, ma colgo l’occasione dell’essere stato promosso per trascinare mia madre in via SS Giacomo e Filippo e lì farmi iscrivere alla Sezione Ligure.

Giunti a Soraga, dopo una gita al rifugio Contrin con la mamma e la nonna, ecco con le stesse compagne quella al rifugio Coronelle. Lo raggiungemmo nella nebbia, e là ricordo che guardavo con il muso in alto quei fortunati che s’addentravano in una specie di camino-canalone, porta d’ingresso per la mitica salita al Passo Santner versante val d’Ega. Al ritorno passammo sotto la grandiosa parete rossa della Roda di Vaèl, su un esile sentiero che faceva brontolare la nonna che mi dava dell’”assassino maledetto”. Riesco a trascinarle fino al rifugio Roda di Vaèl, e lì salgo al Monte Ciampaz, non per la via normale ma per un camino fronte al rifugio che m’impegna assai. E’ qui che ho arrampicato per la prima volta. La gita finisce al Ciampedie.

Un giorno di punto in bianco vado da solo a Vigo di Fassa e da lì al Ciampedie a piedi. Ho poco tempo e salgo quasi di corsa, poi traverso alla malga di Vaèl e da lì giù ancora a Vigo per la valle del rio di Valle.

Il sentiero che dal Passo Principe sale al Passo Antermoia
Estate1960-12

Sono disperato perché non vedo modo di migliorare il mio record di altezza, poi trovo che, salendo al Passo di Antermoia, potrei salire la Cima Scalieret. Così, un mattino, parto con l’impegno di tornare prima dell’ora di pranzo. Vado in seggiovia al Ciampedie e da lì al Passo Principe, nella nebbia. Sono tentato di salire per la via ferrata del Catinaccio d’Antermoia, ma alla fine perseguo l’obiettivo iniziale e raggiungo il Passo d’Antermoia in un nebbione spaventoso. Non vedo neppure la Cima Scalieret, così torno indietro con le pive nel sacco. Con una marcia indemoniata riesco ad arrivare a Soraga alle 13.

Un altro giorno trascino mia madre sul Vial del Pan, quel balcone magnifico sulla Marmolada. Giunti alla diga del Fedaia, lei rimane lì e io salgo in seggiovia al Pian dei Fiacconi, con l’intento ovvio di salire sul ghiacciaio fino a superare il mio record di 2750 m (stabilito l’anno prima al Passo Santner). Salgo come invasato pestando la neve, fino a che uno mi avverte che potrei cadere in un crepaccio. Non che non lo sapessi, infatti cercavo di stare con attenzione sulle orme altrui. Ma comunque mi fermo e stabilisco, con l’aiuto della carta, d’essere arrivato a 2800 metri. Quest’anno infatti sono dotato di carte militari e di quelle del TCI.

Al ritorno, con la mamma scendiamo a Pian Trevisan. Da lì la convinco di andare a piedi fino a Penìa, poi fino ad Alba… e poi ancora fino a Canazei, fino al completo suo esaurimento.

Il rifugio Vial del Pan e il panorama sulla Marmolada
Estate1960-665_001

Un altro giorno, con mamma e nonna, andiamo fino a San Martino di Castrozza e da lì, in funivia, fino al rifugio Rosetta. Ricordo un gran fragore di canzoni alpine. C’era un gruppetto che eseguiva bene, poi dopo un po’ tutto il rifugio cantava e l’effetto era un po’ sgraziato. Andando a comprare la cartolina vedo un libretto color celeste intitolato Rifugi della SAT (Società Alpinisti Tridentini). Me lo faccio comprare e lo sfoglio. Descrive tutti i rifugi del CAI-SAT della provincia di Trento. Nella nebbia salgo sulla Cima Rosetta, assieme ad altra gente delusa per la mancata vista su San Martino. Al ritorno chiedo e ottengo di poter tornare per conto mio. Prima a piedi fino al Passo Rolle, poi in autostop fino a Moena e da lì a piedi fino a Soraga, più precisamente alla frazione Zester, più alta ancora di Barbide.

La sera sfogliai più accuratamente la guida dei rifugi e notai che il rifugio Vioz 3535 m, nel gruppo dell’Ortles, è il più alto di quelli della SAT. Feci subito un progetto per raggiungerlo, poi però realizzai che tra l’andare a Pejo (acque minerali), salire al Vioz (6 ore) e il tornare a Soraga dalla parte opposta del Trentino ci volevano due giorni. Così accantonai l’idea.

Il rifugio Molignon
Estate1960-mini-DSCN0594_Molignon

Con l’arrivo di mio padre, dopo le consuete gite a funghi a malga Palua, lo portai al Passo San Nicolò. Dopo una lunga e un po’ monotona marcia, ci fu la salita al passo bella ripida sotto un caldo bestiale, e la conseguente discesa al più fresco rifugio Contrin.

Poi ci dedichiamo, a famiglia riunita al gran completo, alla traversata Moena-Passo di Lùsia-Bellamonte nonché all’Alpe di Siusi. Questa è una gita di ripiego, perché io assolutamente premevo per il Piz Boè. Ma mio padre non vuole perché racconta che una volta suo fratello, cioè mio zio Silvio, una volta ci si era perso. Invano mi sforzo di dirgli che è una montagna facilissima e poco faticosa. Si rimane in forse fino al mattino e poi il responso: no! Cioè si va all’Alpe di Siusi, io con il muso un po’ lungo.

All’Alpe di Siusi ci arriviamo dal Col Rodella per il rifugio Sassopiatto. Al rifugio Alpe di Siusi troviamo un amico, così assieme a lui vado al rifugio Molignon per comprare la cartolina, in venti minuti andata e ritorno.

Scendiamo per la val Duron, rinomata per la sua infinita lunghezza. La nonna è più morta che viva e mi dà continuamente dell’assassino, fare ‘ste cose a una donna di 70 anni, ecc.

Il rifugio Forcella Pordoi
Estate1960-0001

Per tutta l’estate ho annoiato i miei perché andassimo al Piz Boè, ma mio padre s’è sempre opposto. Quando se ne va lui, riesco a stento a convincere mia madre. Così partiamo il 22 agosto, giornata bellissima: non vi è neppure una nuvola e non ve ne sarà fino alla notte, cosa rarissima in montagna. Nemmeno una nuvola, nemmeno una traccia di vapore. In corriera an­diamo a Canazei. Di lì prendiamo la seggiovia a due tronchi che ci porta alla base del Col del Cuc. Per un sentiero che ag­gira il Sass Beccé raggiungiamo il Passo Pordoi, a 2239 me­tri. Da lì s’inizia a salire. Il percorso si svolge dapprima sulle pendici erbose ma discretamente ripide del Monte Forca (la mulattiera non passa per la cima, così non posso contare que­sto monte); poi pianeggia per 150 metri; da lì prende a salire su terreno accidentato frammisto a erbe e sassi, fino a che con molte serpentine non si arriva ad un poggio erboso. Lì ci ripo­siamo un poco; vi è parecchia gente che sale, molti tedeschi e anche inglesi, italiani pochi; ci si presenta il ghiaione che ri­pidissimamente porta a 2846 metri. Lo attacchiamo e a serpen­tine c’inerpichiamo su quella massa di detriti instabili. Con molta fatica di mia madre raggiungiamo la Forcella Por­doi. Lassù si apre il vasto altopiano del Sella e le faccio vedere il Piz Boè. Per uno scherzo molto comune in montagna, il mon­te le appare più basso e più vicino di quello che è in realtà, così glielo lascio credere. Dopo averlo scrutato, dice che ce la do­vrebbe fare. Sono fuori di me dalla gioia, perché già ora ho battuto il mio record d’altezza! Lascio mia madre al rifugio della Forcella e seguendo un buon sentiero segnato da ometti di pietra raggiungo la vetta del Sass Pordoi, 2950 metri, mia nona cima. Saluto due tedeschi e mi precipito alla Forcella, or­mai mia madre si sarà riposata. Ora ci sono alcune chiazze di neve e qualche salto di roccia e, lasciato il sentiero per il Rifu­gio Boè, ci avviciniamo alle falde del grande cono. Sto oltre­passando la barriera dei 3000 metri, le difficoltà sono elemen­tari. Arriviamo assieme in cima: lei ha un po’ il fiatone, ma è contenta. 3151 metri! Il mio decimo monte ha un panorama circolare sconfinato, con un orizzonte senza la più piccola nu­be. Per migliorare ancora il mio primato d’altezza mi arram­pico sulla croce, ma non raggiungo il braccio e arrivo solo a 3152.

Al Rifugio Boè spediamo qualche cartolina, tra le quali an­che una a mio padre, facendogli capire che siamo stati in cima.

Il rifugio Boè e il Piz BoèEstate1960-0002

Pubblicato il Lascia un commento

Dal proto-bouldering alla Vinatzer

Dal proto-bouldering alla Vinatzer
di Salvatore Bragantini

Agosto 1965, la mia terza stagione alpinistica volge al termine. Il primo anno mi ero spinto fino alla Kiene alla Cima Fanis Sud, nel secondo avevo osato salire, sempre con mio fratello Renzo, la Kiene alle 5 Dita, così descritta nella guida di Arturo Tanesini Sassolungo Catinaccio Latemar: “Scarse possibilità di assicurazione… richiede una perfetta tecnica di roccia”. La notte non avevo quasi chiuso occhio, ma poi il diavolo era stato meno brutto di come lo dipingeva Tanesini.

Eccoci dunque al 1965; ero stato prima al M. Bianco, dove fra i compiti di (aiuto) istruttore della scuola della Sucai Roma, e il tempo avverso, non avevo fatto nulla di serio. Tornato alla cara Val di Fassa mi ero cimentato, sempre con Renzo, con la Pichl al Sassolungo e con lo spigolo NO della II Torre del Sella. Ce l’eravamo cavata bene.

In arrampicata sul diedro Vinatzer al Piz Ciavazes, tempi odierni. Foto: cornodicavento.com
DalProtobouldering-ACTION+SUL+4+TIRO

Confortato da queste esperienze ritenevo fosse ora di provare ad annusare le difficoltà superiori. Ne discuto con Alessandro Gogna, compagno di vagabondaggi alle “Roccette” della valle di S. Nicolò (subito fuori Pozza), dove ci limavamo le unghie facendo quel che ancora non sapevamo chiamarsi bouldering.

Ora siamo pronti a mettere le mani sul diedro Vinatzer-Riefesser al Piz Ciavazes, via che aveva una grande attrattiva: la sua descrizione sulla guida Odle Sella Marmolada di Ettore Castiglioni (compagno proprio di Vinatzer nella via famosa sulla Sud della Marmolada) menzionava, sia pure solo per un passaggio, il mitico 6° grado.

Salvatore Bragantini in arrampicata sulla via Vinatzer alla Terza Torre di Sella, 6 agosto 1966
Dalprotobouldering--SalvatoreBragantinisuVinatzerTerzaTorreSella

Così, in numeri arabi, si scriveva allora “il sesto”, grado che almeno per noi, poco più che principianti, era allora un’entità imprecisa; senza che ce ne rendessimo conto, nelle nostre confuse nozioni di allora, esso metteva insieme il “sesto” in libera – talvolta, ma non certo dal Castiglioni, generosamente attribuito – con l’artificiale. Se ci si attaccava ai chiodi per progredire, eravamo certamente sul “sesto”!

Che la scala di Welzenbach potesse (o dovesse) “aprirsi” sfuggiva a molti, certo anche a me; non ci sembrava di fare cose sovrumane, ma eravamo beatamente contenti di sentirci dire che fosse quello il “limite delle possibilità umane”, “l’estremamente difficile”.

Allora era raro che le relazioni riportassero le difficoltà tiro per tiro, né conoscevamo gli schizzi “alla francese”, che scompongono una via nelle sue parti costitutive; una salita “di 6°”, per noi che eravamo agli inizi, era un blocco unico, una teoria infinita di passaggi “estremamente difficili”. Programmarla, con la nostra scarsa esperienza avrebbe richiesto una buona dose di improntitudine, forse di incoscienza.

Salvatore Bragantini sulla via Pichl della parete nord del Sassolungo, 9 agosto 1965. Foto: Renzo Bragantini
DalProtobouldering--S.Bragantini-Pichl-Sassolungo

Ciò non valeva per la relazione del diedro Vinatzer; la guida del Castiglioni ad un certo punto descriveva in dettaglio il passaggio-chiave, attribuendogli il grado di “sesto”. Se ne deduceva, logicamente, che il resto della via fosse di difficoltà inferiore; credo che proprio il sapere che quella via conteneva sì il “sesto”, ma in modica quantità, sia stata la vera causa della nostra scelta della via. Ciò ci permetteva di provare le nostre forze su difficoltà superiori senza rischiare troppo, ma il diedro Vinatzer al Ciavazes era ancora circonfuso di un suo alone di rispetto; la prima invernale, di Toni Gross e Donato Zeni, era stata fatta solo da otto anni, e la prima solitaria, di Heini Holzer, sarebbe  venuta due anni dopo, nel ’67.

È per questo impegnativo programma che il 20 agosto, la mattina presto, scendo a Soraga da Pozza a prendere Alessandro: il mio giallo “Galletto” della Guzzi ci consente una mobilità fino a poco prima sconosciuta. Sono finiti i tempi dei penosi autostop, alla mercé degli automobilisti di passaggio, che sempre metteva a rischio una salita, o il ritorno. Piccola parentesi: una volta, tornando proprio dalla Kiene alle 5 Dita con Renzo, ci diede un passaggio un compìto e cortese tedesco che ci chiese di avvertirlo quando veniva una macchina in senso contrario “Because I must concentrate on ze driving… Perché io devo concentrarmi sulla guida”. Scendemmo sani e salvi a Pozza, scampando al disastro!

Sul cengione della via Vinatzer alla Terza Torre del Sella. Da sinistra, Renzo Bragantini, Salvatore Bragantini e Piero Giorgi, 6 agosto 1966. Foto: Paolo Cutolo
DalProtobouldering-RenzoBragantini--SalvatoreBragantini-pieroGiorgi su cengione via VinatzerterzaTorreSella

Il tracciato (in rosso) del diedro Vinatzer al Piz Ciavazes e (in blu) la moderna via attrezzata di discesa. Foto: quartogrado.com
DalProtobouldering-PIZ CIAVAZES_Vinatzer_alto_sito

La giornata è bella e dal Passo Sella andiamo veloci; Alessandro esibisce le doti per cui il nostro gruppo l’ha soprannominato Pamich (Abdon Pamich aveva vinto la medaglia d’oro nella 50 km. di marcia alle Olimpiadi l’anno prima), e arriviamo presto all’attacco.

Procediamo a comando alternato e arriviamo al passaggio-chiave, sotto il quale Alessandro fa sosta; deciso, vorrebbe andare avanti ancora lui, ma io non mollo, tocca a me! Alessandro alla fine cede, forse sa già che presto avrà modo di rimediare abbondantemente.

Di quel passo-chiave, che fu la nostra introduzione alle difficoltà superiori, ho ancora presente la roccia intorno, quasi nera nello stretto diedro; cosa rara, dato che i miei ricordi delle salite rapidamente svaporano. Se appena sceso da una via ricordo abbastanza la successione di tiri, dopo una settimana tutto si sbiadisce. Ora mi pare di ricordare di averlo fatto in libera quel passo, ma non ne sono sicuro; del resto allora non ci badavamo poi tanto.

Superato il passaggio, procediamo senza intoppi; arrivato sul pianoro sommitale del Ciavazes, recupero Alessandro, autoassicurato su un grande masso intorno al quale avevo avvolto la corda, anche questo lo ricordo vividamente.

Salvatore Bragantini sulla via Steger alla Torre Winkler, 12 agosto 1966. Foto: Paolo Cutolo
DalProtobouldering-S.Bragantini-viaSteger-TorreWinkler--

Il tempo, da bello che era, sta peggiorando, densi nuvoloni coprono già la cima del Sassolungo; allarme, temporale in formazione! Allora non erano state attrezzate le doppie che oggi permettono una veloce discesa dalla cima del Ciavazes; ci affrettiamo dunque verso la ferrata delle Mesules, che dobbiamo percorrere in discesa per tornare al Passo Sella. La facciamo di corsa, naturalmente senza agganciarci alla ferrata, siamo forti noi. Difatti a un certo punto mi butto su un appoggio per i piedi che vola via, lasciandomi appeso con le mani… Eravamo forti sì, ma dell’incoscienza cantata da De Gregori in Pezzi di vetro: “ferirsi non è possibile, morire meno che mai”.

Ora corriamo sui prati zuppi di pioggia verso il Passo Sella: abbiamo fatto una via difficile, ci sentiamo forti e felici, già progettiamo la prossima salita. Ci serve solo il tempo per trovare una tenda: col Galletto andremo in Lavaredo a fare lo spigolo Demuth alla cima Ovest.

Sul Sassolungo tuona, sul Passo e in Gardena piove a rovesci. Montiamo sulla moto, imbacuccati nei nostri poncho passiamo sotto la Sud del Ciavazes, dove notiamo un addensamento di macchine, strano data l’ora e il tempo pessimo. C’è un via vai di persone serie, con lo sguardo aggrottato; ho una brutta intuizione, ma tiro via accelerando, è la reazione di chi teme quello che può essere accaduto e chiude gli occhi alla realtà. Sulla via Del Torso era infatti morto Fabrizio Romanini, cultore come noi del proto bouldering a S. Nicolò. Morire era dunque possibile.

Non facemmo assieme la Demuth alla Cima Ovest, né allora né poi; non doveva andare così. Alessandro dopo poco prese la strada del grande alpinismo e per lungo tempo non ci siamo rivisti. Le complicate vicende della vita ci han permesso di tornare ad arrampicare assieme solo nel nuovo secolo.

Salvatore Bragantini oggi, in versione Fidel
DalProtobouldering-Bragantini-3aprile2016-CaprinoVeronese-DSC_2177

Pubblicato il Lascia un commento

Santnerjoch revisited

Santnerjoch revisited

Estate 1959
(dal mio diario, gennaio 1961)

Quando da Vigo di Fassa arriviamo al Ciampedie in seggiovia vado subito al rifugio, situato sulla cima del Monte Ciampedie. Del rifugio non m’importa nulla, m’interessa poter marcare come fatta la cima del monte. Salvo poi scoprire che questa è un po’ spostata…

Convinco poco facilmente l’intera famiglia comprensiva di nonna ad andare al rifugio Roda di Vaèl. Prendiamo il sentiero 545, oltrepassiamo una frana selvaggia, poi nel bosco in saliscendi più o meno marcato. Mi preoccupo, perché vedo che il sentiero scende più che salire. Incontriamo un signore obeso che cammina con difficoltà. Questi, incontrando la nonna, dichiara che lei non avrebbe mai potuto raggiungere il rifugio, per via della salita dopo la malga di Vaèl. Per quanto la nonna sia propensa, non gli diamo retta e continuiamo. Dopo le Rondolae e due ponticelli di assi arriviamo alla malga. Qui ci riposiamo, con la cornice dello splendido Vajolon. Attacchiamo la salita alla fine della quale si vede il rifugio. Non è così spaventosa, e alla fine ci troviamo tutti assieme nella saletta del rifugio. Proseguiremo verso il rifugio Paolina e con la seggiovia al Passo di Costalunga.

SantnerRivisited--TIC0-0095

La gita al Col Rodella si differenzia dalle altre perché ci trovammo in mezzo a una bufera. Da Campitello, papà e io, non ricordo più per quale ragione, prendiamo la seggiovia prima di mamma e nonna (forse dovevano comprare qualcosa). Arrivati a fine corsa le aspettiamo: fa un freddo cane, non si può resistere. Così decidiamo di salire in vetta al Col Rodella, dove c’è il rifugio. Sono 10 minuti, ma le raffiche di vento sono impetuose. Entriamo e andiamo a un tavolo, tenendo il posto alle donne che stanno per arrivare. Quando le vediamo sono paonazze per il vento e il freddo preso in seggiovia. La mamma aveva difficoltà a parlare ma, nonostante ciò, quando stava per sedersi al tavolo ha biascicato “piccicaticcio” indicando con schifo evidente la superficie non ben pulita. Igiene e pulizia anche se si è mezzi assiderati…

Col Rodella
SantnerRivisited-!B7Pp2y!!mk~$(KGrHqUOKpYEy+jC0B))BMzqC8tRQg~~_35

La gita continua con la discesa al Passo Sella, ma raggiunge il culmine con la risalita alla seggiovia per tornare. Nessuno di noi ha la giacca a vento, solo la nonna ha l’impermeabile. Nevica e c’è una nebbia che entra nelle ossa. I seggiolini sono completamente bagnati, l’inserviente ci mette sopra un cartone, ma il disagio è evidente e continuato fino a Campitello.

Un giorno io e mio padre andiamo al rifugio Vajolet, rapiti dalla bellezza dei Dirupi di Larsec e del Catinaccio. Raggiungiamo il rifugio con un po’ di fatica per via dell’afa. Preferiamo il contiguo rifugio Preuss, dove mangiamo due enormi piatti di pastasciutta al ragù. Poi inizio il lungo processo di convinzione di mio padre per salire la gola che porta al rifugio Re Alberto I. Lui guarda in su e si rifiuta di proseguire dicendo che è pericoloso, che ormai la meta della giornata è raggiunta, ecc. Per sfiancarlo, lo costringo a chiedere al padrone del rifugio se ci possiamo andare. Quello per mia fortuna risponde di sì e così c’incamminiamo, lui piuttosto riluttante.

Riconosce anche lui comunque che non v’è alcuna difficoltà, solo fatica. Arriviamo così al rifugio Re Alberto I 2627 m. Ormai ho ben chiaro in testa il disegno di raggiungere il mitico Passo Santner 2741 m con il quale avrei migliorato il mio record di altezza. E pazienza se nel frattempo l’amico Paolo Baldi aveva migliorato il suo salendo sulla Marmolada per la via del ghiacciaio.

Espongo a papà il mio desiderio, ma lui si arrabbia tanto che non insisto. Gironzolo nei dintorni, sotto alle meravigliose Torri del Vajolet, tocco il Passo Laurino, dal quale però non si vede panorama, solo gole aspre e rocce appuntite.

Sono proprio scontento, e mio padre, vedendomi così abbattuto, mi chiede se poi, una volta al Passo Santner, c’è ancora qualcosa d’altro da salire. Lo rassicuro che non c’è altro, a meno di non fare scalata sul Catinaccio.

Esce dal rifugio per vedere il cammino che c’è, la risalita di un ghiaione non lunghissimo. Poi s’informa se c’è panorama. Io gli dico che c’è ed è magnifico. Alla fine c’incamminiamo, e davvero dopo poco tempo arriviamo al passo. Mio padre rimane estasiato, contentissimo alla fine che io abbia insistito così tanto.

Sono felice di essere a 2741 m, ma facendo finta di niente salgo ancora un po’ verso il Catinaccio per racimolare qualche altro metro, direi fino a 2750 m. Mio padre è stato molto contento di quella giornata, ancora oggi me ne parla ogni tanto come della gita più bella.

I rifugi Preuss e Vajolet sotto alla Punta Emma, la Torre Winkler e le Torri Principali del Vajolet
SantnerRivisited-6974603

Santnerjoch rivisited
(scritto nel 2011, ricordando quei luoghi)

C’era una pozza d’acqua trasparente che rifletteva il colore uniforme di rocce nuvolose, più che altro un ricordo malinconico del regno di re Laurino, assai tetro. Una costruzione a rifugio, una teleferica che ronzava e trasportava un carico di birre e aranciate, due bambini che la manovravano, biondi e silenziosi. All’interno del rifugio il custode rigovernava i tavoli, era pomeriggio inoltrato, diceva che l’estate è breve, i turisti sono tanti, ma per pochi giorni l’anno… Lui era sempre lo stesso di una decina di anni prima e le Torri del Vajolet sembravano più piccole di quando le volevo scalare da solo: gli anni non erano passati per nulla e le guglie mi sembravano più docili, più miti. Forse però ero cambiato solo io. Loro si erano forse alleggerite di qualche sasso. Quella conca era sempre stata molto triste, perché la favola del meraviglioso Re Laurino era solo tale e se le rocce s’illuminavano talvolta di rosa era per ricordare il perduto Giardino delle Rose.

SantnerjochRivisited--TIC0-0106

La gente urlava per sentire l’eco, ma l’ambiente restava cupo allo stesso modo. L’unica nota gentile era l’accostamento delle tre torri, immutato. Il laghetto era poco profondo, si potevano contare i sassi: era proprio una pozza che rifletteva lo scuro della gola.

Un bambino lanciava dei sassi, era grazioso, moro e vestito alla tirolese, ma era italiano. A stento riconoscevo d’essere io. Quanti sassi erano stati gettati in quella pozza negli anni della mia assenza? E quanti se ne dovevano ancora gettare prima che lo scarso recipiente fosse colmo e non potesse più racchiudere un laghetto ma solo un acquitrino? L’odore dei rifugi non era più buono: a quel misto di minestrone, ragù e legna arsa s’era aggiunto un vago puzzo di gasolio. Se fossi stato il padre di quel bambino gli avrei detto di smettere di gettare i sassi, e non mi sarebbe importato se il piccolo si fosse bagnato un po’ le scarpe.

A che servivano le raccomanda­zioni di un genitore? Non è stato trovato il prodotto che smacchia le tracce d’erba dai calzoni? “Quante volte ti ho detto di stare attento a fare cadere i sassi, è pericoloso”. Prima mi diceva di non correre perché eravamo in salita, poi bisognava fare attenzione perché eravamo in discesa “e se ti metti a correre non ti puoi più fermare”.

Quando salii da piccolo al rifugio Re Alberto e poi al Passo Santner con mio padre per vedere il panorama su Bolzano, non c’erano altri bambini. Al rifugio Preuss avevamo consumato due enormi piatti di spaghetti al ragù. Pieni e gonfi ci eravamo diretti verso il Gartl. Mio padre era riluttante, non aveva senso quella fatica in mezzo a rocce grigie e panorama non ce n’era. Per fortuna sfilavano altre comitive: ricordo molti tedeschi, qualche italiano ciarliero, nessun bambino. Ma dopo tutti quegli anni il Gartl brulicava di famigliole con ragazzini, bambini, piccoli in spalla. I genitori erano tesi, alla loro paura di cadere s’aggiungeva il terrore di veder sdrucciolare la prole. Pensavo che i bambini se la sarebbero cavata benissimo se non fossero stati impietriti e angosciati da continue minacce. Così non era più un gioco, era solo fatica e lividi sulle ginocchia.

Preferivo ricordare la volta con papà, sarebbe stato contento di me se gli facevo vedere che non cadevo perché da piccolo non avevo mai voluto essere portato sulle spalle. Volevo raccontare agli amici che lassù c’era la teleferica che andava da sola, un laghetto in mezzo alle rocce a strapiombo, e che il custode mi aveva regalato una caramella e che se gridavo la voce rimbalzava quattro o cinque volte.
SantnerjochRivisited-santner b copy

Pubblicato il Lascia un commento

L’inizio – 2

L’inizio – 2 (2-3)
(dal mio diario, gennaio 1961)

C’eravamo trovati così bene che tornammo a Bieno, estate 1956. Dopo un viaggetto a Padova (ricordo bene la visita al Santo), arrivò mio padre. Questo significava andare a funghi ogni giorno con lui, un po’ monotono. Ma alla fine riuscii a convincerlo ad andare sul Monte Lefre 1297 m.

Inizio20001

Partimmo da Bieno in quattro, con i miei era infatti anche il sig. Piero Badalini. Questi era un signore piuttosto attempato e distinto che abitava a Padova, diviso dalla moglie: ci fu amico e cordiale compagno per tre anni (questo era il primo). In corriera fino alla “Forcella” (verso Pieve Tesino); da lì a serpentine fino alla Malga Sorgazza. Su a una selletta, poi in discesa fino a una vasta radura dove c’era l’acqua. Dopo aver mangiato in abbondanza, ci dirigemmo verso la cima che domina tutta la parte alta della Valsugana. Fu uno spettacolo meraviglioso vedere i paesini, le strade e il Brenta come in un presepe. Non avevo mai visto un panorama così e ne rimasi incantato.

Poi esplorammo sommariamente le trincee della guerra 1915-18.

Inizio20004

La gita più bella fu l’ultima, in quella migliorai il mio record di altezza. Quel giorno il sig. Badalini non c’era perché reputava l’escursione troppo lunga per lui, ma in compenso c’era un sacco di gente, tutti i villeggianti giovani di Bieno. Il tempo non prometteva niente di buono, tuttavia partimmo ugualmente alla volta del Lago Grande, proprio sotto al Cimon Rava. L’itinerario era lo stesso dell’anno precedente (quello della Prima malga di Ravetta): ci ero anche tornato altre volte per andare alle malghe di Fierollo per comprare il burro buono. Neppure a metà strada una signorina si sentì male e dovette essere accompagnata indietro: due di meno…

Frattanto, assieme a una bambina della mia età, ero in testa. Ogni tanto tornavo indietro per vedere quanto vantaggio avevamo. Quando scendevo lo facevo a rotta di collo e tutti si meravigliavano della mia resistenza e della mia abilità a non prendere storte lungo quella mulattiera ciottolosa e sconnessa. Ovviamente questo mi gratificava. Arrivarono stanchi morti alla Prima malga di Rava, e lì si mangiò. C’era gente che aveva creduto di trovar caldo quassù e invece aveva un freddo cane. Il tempo s’imbruttiva sempre più. Dopo un breve conciliabolo, i grandi decisero di continuare. Non dissi nulla, ma ero certo che ci avrebbe presi la nebbia. Arrivai alla Prima malga di Ravetta, seguito dagli altri. I ritardatari arrivarono a scaglioni: ultimi, i più stanchi e infreddoliti.

Frattanto il tempo si era rialzato un poco, così decidemmo di continuare, senza fidarci troppo. Da quel momento, ogni metro che facevo era un miglioramento di record, ma allora non ci pensavo. La mulattiera dalla Prima alla Seconda malga di Ravetta è terribile: dura, faticosa, ripida. Ma alla fine ci arrivammo, a 1604 m.

Proprio quando tutti furono dentro, un nebbione denso ci avvolse. Noi per fortuna eravamo dentro vicino al fuoco, gentilmente acceso dal montanaro che ci ospitava. La gioventù frattanto decideva di partire lo stesso per il Lago Grande e io fremevo dalla voglia di unirmi a loro. Ma mia mamma saggiamente non mi diede il permesso. Quando quelli furono partiti e spariti nella nebbia, uscii con Andrea, il fratello della bambina con la quale avevo fatto gran parte del cammino, e ci divertimmo per un’ora e mezza a rincorrere i maiali. Qualcuno cominciava a essere in pensiero per quelli che non tornavano, ma infine li vedemmo arrivare, mezzi morti (le signorine erano in più che gli uomini), raccontando con grandi paroloni di essere arrivati al lago e di averci buttato una monetina. A questo credetti per due anni, poi non più (più tardi dirò il perché). Iniziammo la ritirata, che fu disastrosa, soprattutto per le signore a eccezione di mia mamma che dette esempio a tutte per agilità e resistenza (e pensare che aveva già 40 anni!). Così arrivammo a Bieno, fine delle vacanze.

Inizio2pano1

Inizio2pano2

L’anno dopo, alla fine della quinta elementare, tornammo a Bieno, in una casa però all’angolo opposto del paese. Dopo una gita in corriera e treno a Bolzano e Merano, i giorni passavano, spesso andavamo alle malghe di Fierollo per il burro.

Poi vi fu la prima gita senza mamma o papà: quella al Castelletto.

Inizio20002

C’erano due villeggianti triestini, fratelli di 22 e 20 anni, che mi ero fatto amici e il maestro del luogo, camminatore in gamba. Questi si erano organizzati un’escursione e io mi ero aggregato. Loro avevano acconsentito a che li accompagnassi perché ormai tutti mi conoscevano come ottimo escursionista.

Una mattina partimmo su per la mulattiera di Rava, raggiungemmo la Prima malga di Fierollo, poi la seconda, dove non ero mai stato. Da lì su per una china massacrante, senza traccia, tra gli sfasciumi. Giungemmo al Passo del Castelletto, caratteristico per le rocce che lo sovrastano. Ci buttammo in discesa per altri sfasciumi e attraversammo tutta la vallata del Rava, ammirando dall’alto le due malghe di Ravetta, le due di Rava e i laghi Piccolo e di Mezzo. Non vedevamo il Lago Grande perché era sopra di noi, ma vedevamo bene il Cimon Rava. Finalmente: le altre due volte che ero stato da queste parti c’era sempre brutto tempo!

Poi ricominciammo a salire e, sali che ti sali, riuscimmo finalmente a vedere il Lago Grande. Salimmo ancora e arrivammo al Passo di Ravetta 2219 m. Da lì tentai di raggiungere la Cima di Ravetta da solo, il mio vecchio sogno: ma poi, spaventato dalla lunghezza del percorso e pensando agli altri che mi aspettavano, tornai indietro.

In discesa arrivammo alle malghe Luna; da lì un po’ di salita ancora con vista sulla Valsugana e galli cedroni che ci tagliavano la strada; poi discesa sul Vivaio di Lunazza. La strada era lunga e cominciava a fare buio. Finalmente arrivammo a Casetta alle 21. Da lì ricordo che feci di corsa fino a Bieno per avvisare le due famiglie che stavamo arrivando. Poi corsi a casa mia, dove la nonna e la mamma stavano trepidando.

Intanto avevo fatto conoscenza con un ragazzo di Reggio Emilia, di nome Gianni Jori, un gran bravo ragazzo che faceva tutto quello che volevo io. Con lui c’erano la sorella, la madre e la zia. Poi venne suo padre, che ci portò qualche volta in giro in macchina (mio padre non aveva auto ed era sprovvisto di patente). In ogni luogo nuovo compravo la cartolina. Particolarmente bella fu la strada militare che da Grigno sale a Castel Tesino: s’inerpica per una valle ripidissima, con stretti tornanti, poggiando su muretti a strapiombo.

Con Gianni, mio padre, mia madre e il sig. Badalini tornammo sul Monte Lefre: una gita meravigliosa perché quel giorno il Badalini ci divertì tutti con le sue barzellette.

Inizio20003

Inizio20005

Inizio20006

Inizio20007

Tornammo anche in val Rava, ma come al solito alla Prima malga di Ravetta il tempo minacciava. Ci consolammo con la salita alla cresta sud-est della Cima Ravetta, da dove vedemmo Bieno. Cercai una via tra le rocce per vedere se si poteva salire in cima, ma non la trovai. Ritorno sotto la minaccia del temporale.

Ero tremendamente arrabbiato con la Cima Ravetta, dopo tre tentativi. Organizzai un’altra “spedizione”, questa volta con il sig. Tullio Corbellini, un anziano e simpatico signore cui ero molto affezionato. Oltre a noi due, i partecipanti erano ancora il sig. Badalini e mio padre. Andammo a Casetta, poi al Vivaio di Lunazza, pieno di pini e abeti coltivati, indi seguimmo in salita la strada che una quindicina di giorni prima avevo fatto in discesa.

Ogni tanto ci fermavamo e nelle pause illustravo al mio uditorio i luoghi che ci circondavano. Il sig. Corbellini mi dava del bravo, mio padre gongolava, mentre il sig. Badalini era triste perché pensava al cammino che c’era ancora da fare. Venne l’ora del pasto e mangiammo in abbondanza. Tanto lauto fu il pranzo che i due anziani decisero di fermarsi là. Così continuammo io e mio padre per roccette facili e placche erbose e dopo un po’ raggiungemmo un picco dal quale si vedeva la vetta. Questa era ancora piuttosto lontana e così mio padre decise di tornare. Il panorama era magnifico, da lì vedevamo anche i nostri compagni. Li chiamammo e quelli ci risposero agitando le braccia. Tornati da loro, io quatto quatto presi uno scarpone del sig. Badalini, salii su un roccione lì vicino e lo tirai vicino. Mi nascosi e poi mi feci vedere facendo finta di niente. Mio padre faticava a non ridere.

Il sig. Badalini mi diede del birbante.

Qualche giorno dopo papà tornò a Genova, a ferie finite. Feci un’indigestione, ma mi ripresi in tempo per il mitico e tanto sospirato Giro delle Dolomiti in corriera. Partecipava anche l’amico Gianfilippo Dughera, assieme a sua mamma e a suo cugino Oreste De Giuli. La giornata era maestosa, e dopo la prima vomitata riuscii a godermi quel giro fantastico che toccava tutti i posti più famosi delle Dolomiti. Alla fine passammo anche da Pedavena, sede di un birrificio famoso. La birra non mi era mai piaciuta molto, la trovavo una bibita amara: ma dopo aver assaggiato quella alla spina di Pedavena cambiai idea.

Inizio20008

Avevo fatto conoscenza con un altro ragazzo, Luigi Campolongo, che dal Belgio veniva quindici giorni all’anno a Bieno. Lì aveva una casa. Si era venuto a formare il progetto di una gita alla Cima d’Asta. I partecipanti erano lui, il sig. Corbellini, poi Fabio e Fulvio. Dopo molti maneggi riuscii a farmi accettare nel gruppetto, grazie soprattutto al Corbellini.

Fissammo la partenza per le 7 della mattina dopo, con la macchina del padre di Luigi. Partimmo alla volta di Spera e la val Calamento, fino all’osteria Carlettini. Il padre di Luigi ci disse che sarebbe tornato a prenderci verso le 20. Partimmo per una mulattiera in piano che, dopo un ponte, s’irripidì subito. Noi giovani per primi, in mezzo agli abeti, non tanto distanti però dall’anziano Corbellini e dal panciuto Fabio.

Il bosco di colpo finì e ci trovammo di fronte a una malga della quale non ricordo il nome. Tra mille mucche al pascolo arrivammo al Passo delle Cinque Croci, dove facemmo uno spuntino. Erano le 13, dunque un po’ tardi. E per di più stava arrivando la nebbia. Continuammo per una strada in falsopiano lungo la val Cia, giungendo finalmente alla Forcella Magna, dove ci riposammo un po’. Qui aveva inizio la parte su terreno roccioso e ripido, attraverso i cespugli di rododendro. Giungemmo a una selletta dalla quale, durante una schiarita, riuscimmo a vedere il rifugio Cima d’Asta. Continuammo nella nebbia, perdemmo il sentiero passando sotto al lago, avanzammo penosamente tra i massi di granito, vedemmo finalmente il lago, nero come l’inchiostro, e finalmente arrivammo al rifugio Ottone Brentari alla Cima d’Asta. E’ il tipico rifugio a “cubo” della SAT, ma io allora non sapevo di questa caratteristica e mi stupii molto a quella forma di grosso dado. Entrammo alle 15.45. Mangiammo polenta e formaggio, chiacchierammo un po’ con il custode sull’opportunità di salire in vetta alla Cima d’Asta, ma fu convenuto, con piacere da parte di Fabio, che non era salutare avventurarvisi con quel tempo e a quell’ora. Il sig. Corbellini rimase lì per passarci la notte e noi alle 16.15 partimmo. Arrivammo alla malga sotto al Passo delle Cinque Croci alle 20.30. Ci procurammo a pagamento una pila dai malgari, così potemmo continuare nel bosco, incespicando. Non ero stanco e cercavo di affrettare il passo anche agli altri, visto il ritardo che avevamo. All’osteria Carlettini giungemmo abbastanza esausti, il padre di Luigi ci aspettava già impensierito. Erano le 22.30!

A casa arrivai dopo un’altra ora, mia madre mi aspettava ovviamente sveglia. Non ero stanco morto, ma ne avevo abbastanza. Quando mi levai gli scarponi per il pediluvio notai una ventina di vesciche. Ma in quella giornata ero arrivato a 2451 metri!

Cartolina acquistata al rifugio Ottone Brentari alla Cima d’Asta
Inizio20009

Pubblicato il Lascia un commento

Trekking nel passato

Trekking nel passato
(da La Parete, Zanichelli, 1982)

Ahi Genovesi, uomini diversi
d’ogni costume, e pien d’ogni magagna,
perché non siete voi del mondo spersi
(
Dante Alighieri, Inferno XXXIII, 151-153)

TrekkingNelPassato-2foto borgomaro 1913

Quando partimmo da Roma per il K2 (1979), all’aeroporto incontrai Vincenzo, il cugi­no di due anni più vecchio di me con il quale tanto tempo avevo diviso nelle estati di Borgomaro. Ci eravamo persi di vista, non ero neppure andato al funerale di suo padre, il marinaio Romualdo Gandolfo, morto di infarto sul ponte della nave, lavorando. Tutta la vita aveva passata nel lavoro Romualdo, da quando ci raccontava come la madre lo facesse camminare facendogli vedere il pane e il bastone, come si fa con gli asini, fino a quando in tempo più recente, indossata una stinta canottiera blu e pantaloncini corti da campagna, i piedi in un paio di sandali, deviava l’acqua nei “bei” per dar da bere ai fagioli, ai pomidoro e all’insalata. Quella campagna dove Vincenzo e io, a volte con Domenico, l’altro fratello minore, e Milia, la madre, anda­vamo non si sa bene se a lavorare o a giocare, si chiama ancora oggi “i Barchei”. Divisa su tre o quattro terrazze di pietra, aveva un cuore, la vasca dell’acqua buia e profonda, spesso coperta di “piscia­bò”, un’erba acquatica molto comune nelle acque ferme. Un altro epicentro di interesse era la conigliera, dove otto o nove animali al nostro comparire smusettavano inquieti. Con Milia l’orto richiedeva lavori di normale amministrazione, ma quando c’era Romualdo si passava ad importanti imprese di fatica, tipo spaccare a duri colpi di cuneo metallico un vecchio ceppo di caco che ingombrava la “fa­scia”, oppure dissodare a zappa una fascia da tempo abbandonata. Quando c’era il padre, Vincenzo e Domenico erano molto più quieti, un occhio sempre fisso a quelle manacce potenti, che sembravano sempre voler dire “vegni cchi, ca’ te strosciu” (vieni qui ché ti spezzo). Io ero molto meno inibito, erano altre le mani che temevo, meno rudi forse ma pur sempre abbastanza nemiche. Spesso facevo colazione o merenda a casa loro, poco distante dalla nostra, nel “carùggiu” del paese. Il “cundiggiun” era la base per riempire di baccano e invadenza la loro piccola cucina: pomidoro tagliati a pezzi e lasciati per un po’ nel sale, poi annegati nell’olio di oliva, nell’origano e nell’aglio. In mancanza di questa leccornia, accompagnata al pane fresco, al mattino presto c’era la pizza, una pizza molto alta, soffice, con tanto pomodoro e molte olive. Accuratamente scartavo e davo ai gatti le acciughe salate, prima di prenderli per la coda e farli girare come pale d’elicottero e poi scagliarli lontano, massa di pelo e di artigli sfrigolanti: non capivo perché piacessero così tanto a tutti, con quelle spine che s’incastravano nei denti. Un gioco da molti preferito era la lotta, che spesso degene­rava in pestaggio. Vincenzo era più grosso di me, anche se non più forte: l’alleanza era quindi naturale, contro i vari Giuliano, Piero, Bruno, Mobilia (Giuseppe) e a volte contro il povero Dumé (Domeni­co) che oltre a prenderle dal padre, le prendeva anche dal fratello e dalla madre. Siccome era un po’ balbuziente, non mi ricordo di aver mai levato la mano per colpirlo anche se a volte certe sue cattiverie lo avrebbero meritato.

Borgomaro e il torrente Impero
TrekkingNelPassato-2504652624_cee6cfae8a

 

Quando poi mi accorsi che ero rimasto indietro, che ormai pochi pensavano più ai giochi, alle battaglie di castagne, di polvere e di merda, Vincenzo fu uno dei primi ad aprirmi gli occhi e a dirmi che c’erano altri giochi al mondo che prevedevano la partecipazione delle ragazze, fino ad allora esseri dimenticati, disprezzati. Quelle trecce e grembiuli rosa che in lunga fila ti precedevano all’uscita della scuola. Al massimo le avevo prese in considerazione solo per destinar loro doni ributtanti, come pacchetti ben confezionati con carta da dolce e fiocchi ricamati, ma pieni di cacca di cavallo, raccolta nelle stalle dove generalmente si prendevano a prestito le biciclette scassate di qualche contadino che quel giorno era andato a lavorare l’orto più vicino o dove la bicicletta non serviva. Sembrava si fosse innamorata di me la Piera, con la quale in effetti c’era sempre stata una certa simpatia e alla quale avevo sempre evitato di recapitare quel tipo di regalini. Questo perché ella pareva più educata e più bella ai miei occhi, poi era bionda e parlava italiano sempre, trascurando il dialetto. La que­stione dell’infatuazione si è scoperto in seguito essere stata tutta una montatura, messa in piedi da mia nonna che vedeva bene un matrimo­nio di suo nipote con la figlia del più ricco macellaio della vallata, e da sua madre che vedeva altrettanto bene l’unione della figlia con il rampollo della famiglia più nobile del paese, i miei nonni Amey. La madre di Piera, Evelina, era una brava donna che allora teneva anche una trattoria, proprio di fronte alla casa di Vincenzo: luogo di ritrovo e di chiacchiere che si distingueva dall’osteria vera e propria, situata sul “Cantu de mazzu” (il posto di maggio) e anch’essa tenuta da un mio prozio, Anacleto Merano, detto “Inacrò”, covo dei peggiori “ciuccattun” del paese e si distingueva dal “caffé”, situato invece in piazza della chiesa.

La parte orientale del “carùggiu“, vista dal Cantu de mazzu, proprio sotto casa mia
TrekkingNelPassato-Gasse Borgomaro

 

Le rivelazioni di Vincenzo su ciò che, data la situazione, avrei dovuto intraprendere con Piera, mi avevano lasciato confuso. Presto per lo meno incominciai a uscire la sera, a fare lunghe passeggiate fino alla chiesuola di S. Giuseppe e magari oltre, fino al cimitero dove i maschi potevano fare mostra di coraggio notturno. Le passeggiate erano in gruppo misto, ciascuno aveva le sue simpatie segrete. Qualcu­no tirava fuori la sigaretta rubata alla mamma e il fiammifero da cucina e così si affiancava alla confidenza il segreto, alle simpatie il gioco e le scaramucce d’amore s’incrociavano sotto le stelle con lo sguardo puntato all’insù alla romantica caccia di stelle cadenti. C’era grande attesa per i balli che i vari paesi della vallata organizzavano in occasione della festa dei patroni. Lucinasco, Candeasco, Maro Castello, Aurigo, Ville S. Pietro, Ville S. Sebastiano, Santo Lazzaro, Santa Veronica, Conio e ancora altri più lontani. Era una bella scusa per camminare alla sera verso le luci di questa o quella pista danzante di terra battuta circondata dalle frasche. Alcune coppiette potevano ap­partarsi a loro agio, i genitori non sempre potevano essere presenti. Il ballo di Borgomaro era il 25 settembre e tutti avevano paura che piovesse. Alla mattina la gente del paese percorreva in lungo e in largo la “fiera”, i bambini cercavano di farsi regalare qualcosa ma i padri erano molto più intenti a valutare i prezzi di questa o quella nuova macchina agricola, per raccogliere le olive o per lavorare il vino, le madri invece indagavano sulla colorata esposizione di stoffe. Al pomeriggio alle 15, preceduta da antipatici accordi, l’orchestra iniziava il gran ballo. Tutti avevano vergogna a incominciare per primi così, alla luce del giorno, mentre le anziane del paese si erano già accaparrate i posti di osservazione migliori dai quali non si muovevano fino a che non fosse stato suonato l’ultimo tango, a mezzanotte e mezza passata. Così incominciava sempre qualche coppia di vecchiot­ti, mai marito e moglie: vecchi desideri e simpatie non ancora sopite che allegramente rivivevano i tempi o le marachelle passate, mentre tutti facevano finta di non sapere divertendosi proprio perché c’erano delle cose non dette. I bambini più piccoli presto invadevano la pista, rincorrendosi e gridando. Dopo un’ora era già richiesto il servizio d’ordine, cioè due dell’organizzazione, prestanti “zuenotti” del paese, che facevano girare due corde attorno al palo centrale così da costrin­gere le coppie, ormai danzanti gomito a gomito, a strascicare i piedi in senso orario. Ogni tanto giravano i fiaschi di vino e le teste si scaldavano di quel poco. Dopo cena le danze riprendevano, le luci illuminavano volti ormai caldi, occhi lucidi, sorrisi pieni di promesse, camicie non più bianche, scarpe di pelle un po’ impolverate, capelli un po’ unti e sudati. La brillantina, allora in auge, giocava ruoli impor­tanti nella presentazione maschile, assieme al nodo della cravatta. Pro­fumi piuttosto economici mettevano in mostra le bellezze più richieste della valle.

TrekkingNelPassato-laghetti_borgomaro-1024x683

Nel periodo di magra, quell’orrido intervallo di lunghi mesi e anni quando non si sa se baciare una ragazza si approssimi più al delitto o al dovere, quel periodo di transizione tra il bambino e l’adolescente, c’erano ancora altre nobili competizioni cavalleresche oltre al fumare di nascosto Camel o Nazionali Esportazioni con filtro. Mentre la lotta era ormai riservata ai bambini più piccoli e mentre le spedizioni al cimitero erano occupazione sempre più rara (le ragazze non si interessavano più all’eccitante spettacolo di vedere l’eroe che toccava tremando i cancelli) il bere vino, liquori, vermuth senza ubriacarsi troppo era invece di moda. Ogni tanto qualcuno trascende­va. Ma tutto sommato non era nulla di più di quando andavamo a rubare l’uva, strappando i grappoli con tali violente manate che tutto il filare quasi ne pativa, per poi ingozzarci con ingordigia di solfato di rame prima che di succo d’uva. Maria, la sorella di Evelina, era la grande amica di mia madre. Era una spilungona bruna, le piaceva fumare qualche sigaretta, faceva da barbiere a tutto il paese. Il suo negozio era proprio sotto casa nostra e spesso anch’io andavo a sentire le chiacchiere dei grandi, in un locale che sapeva di sapone da barba e di fumo. Non andava mai in campagna perché non poteva curvare la schiena: lo facevano ancora i suoi vecchi. Alla sera lei e mia madre facevano sempre quattro passi assieme, proprio come ai vecchi tempi prima della guerra. Mi ricordo di una vecchina, Giuseppina “’a Pattoia” che viveva con un figlioccio, Nando, in una piccola casa a metà di due portici: arrivavamo da Genova quasi sempre la sera, con impazienza misuravo la stazione delle corriere di Oneglia fino a che una bella motrice azzurra con il cartello Borgomaro non annunciava la partenza con il tipico suono bitonale che io imitavo sempre quando giocavo alle corriere. Allora mi tranquillizzavo un poco e aspettavo con il naso appiccicato al finestrino che passassero Pontedassio, Chiu­savecchia, Santo Lazzaro… Quasi al buio si arrivava a Borgomaro e, dopo aver aiutato a portar su le valige, correvo da Nando a sgranoc­chiar nocciole e a visitare, dopo un anno di separazione, la capra e l’asino. Accanto al fuoco raccontavo a loro tutte le mie avventure cittadine, gli studi, cosa faceva papà. Ci salutavamo quando era buio da un bel po’ e io avevo paura a tornare a casa, a salire le nere scale di lavagna, senza arrivare agli interruttori della luce.

TrekkingNelPassato-maxresdefault

Qualsiasi tipo di pesca nel torrente Impero ci andava bene: gene­ralmente si pescava con la canna e l’amo ricoperto di mollica di pane, ma anche trappole per anguille avevamo costruito. Queste preferivano stare nei laghi e nelle pieghe del torrente che meno amavo: per chissà quale ragione mi facevano paura le zone d’acqua scura e quasi rico­perte da alberi che sporgevano sopra. Preferivo i cinque laghi oltre il paese. Il lago della Madonna era sormontato da un ponte romano, vicino al frantoio dei fratelli Tallone, miei cugini, i figli della zia Gianna alla quale rubavo regolarmente in negozio le caramelle per me e per i miei amici. Da quel ponte Vincenzo e altri coraggiosi si buttavano nel lago, un tuffo di almeno otto metri che non ho mai osato ripetere. L’ultimo era il Lago del Mulino, il più scuro e il più profondo: una volta dei parenti milanesi di Piero erano lì sdraiati a prendere il sole. Chiacchieravo piacevolmente con loro e, dopo essermi informato se quello più vicino all’acqua sapesse nuotare, con uno spintone lo spinsi giù. Precipitò con un urlo straziante, poi si mise ad annaspare, ma nessuno dei suoi amici era in grado di aiutarlo: impie­triti sugli scogli, non muovevano un dito. Io mi ero dato alla fuga, ma solo dopo qualche decina di metri realizzai il misfatto. Fortuna volle che mio padre non fosse distante a pescare; sentite le urla del disgra­ziato che s’inabissava, lasciò andare la canna in acqua e lo salvò da un annegamento sicuro.

La colpa di ciò che avevo fatto mi pesava, per un po’ ebbi paura di essere punito con atroci malattie: controllavo sem­pre il mio stato di salute, avevo paura prima o poi di essere colto da tetano o da difterite, ma non trascuravo leucemia, poliomelite e altre meno note.

Una sera martellavo delle capsule a petardo per pistola. Ero inten­to a ciò sulle piastrelle di gres del soggiorno. Il colpo era sempre forte, ma io volevo che lo sentissero anche da fuori, dal “carùggiu”, perciò sistemai sulla piastrella due capsule assieme. Vibrai una mazzata tre­menda e la botta fu tale da stordirmi. Spaventato mollai tutto, le orecchie mi fischiavano e neppure dopo un po’ il fastidio accennava a diminuire. Il giorno dopo avrei dovuto andare in gita con Maria e tutti gli altri a Lucinasco, a una festa con pranzo al sacco. La nonna mi aveva preparato i panini, la borraccia era vuota perché avrei dovuto riempirla a una certa fonte di acqua buona; anche gli scarponcini e lo zaino militare erano pronti. Ma la mattina alle cinque io non volevo partire, non avevo chiuso occhio, nessuno poteva tranquillizzarmi, pensavo che il fischio mi sarebbe durato per tutta la vita.

Lago e ponte della Madonna
TrekkingNelPassato1-maxresdefault

Mi convinsero ad andare, ché “tanto poi ti passa”. Prima si sale attraverso fasce abbandonate, regno di more e ginestre, poi su e su per fasce di olivo, senza mai incontrare acqua. Quasi a Lucinasco, circa a un’ora di cammino dalla partenza, c’è una sorgente con acqua fresca. Tutta la comitiva consumò qui in allegria il primo spuntino. Più tardi, ormai al sole, eravamo sdraiati su erba secca, in alcune fasce adibite a pascolo. A piccoli gruppi suonavano e cantavano, forse ero troppo piccolo ma il mio fischio non mi dava pace e le mosche continuavano a ronzarmi attorno. Svogliatamente mangiai i panini con il formaggio e con la “cima”, bevvi l’acqua della fonte, morsicai una o due pesche. L’allegria aumentava, intorno erano tutti più grandi di me, solo Maria ogni tanto mi rivolgeva la parola. Presto il vino venne sostituito dall’anisetta, un liquore dolciastro che io avevo assaggiato di nascosto in casa mia. Un giovane bello, in canottiera bianca, pantaloni azzurri e scarpe marroni di tela, aveva bevuto e cantato troppo e intorno lo incitavano a bere ancora e cantare di più; lui si rivolgeva alle ragazze, le quali sembravano apprezzare lo spettacolo. Presto divenne pallido, tremava in quel sole d’agosto terribile, nell’afa dei rutti trattenuti, delle voci roche ed ebbre. Poi piegato in due vomitò, sembrava che non dovesse più finire, fino ad accasciarsi come morto in mezzo al vomito. Arrivò poi il padre che energicamente lo sbatac­chiò di qua e di là, schiaffeggiandolo: “Ti l’è bevüa l’anisetta, porcu” diceva “oua ti a senti l’anisetta, schifusu!”. E lo sorreggeva per le braccia mentre questo ormai si vomitava addosso solo della bava violacea; le ingiurie, la violenza, la brutalità facevano sghignazzare i miei compagni di gita, ma non di vita. Mi sentivo così estraneo e così male da piangere. Avrei voluto scomparire o comunque interrompere quel feroce spettacolo: sentivo ancora risate e trilli argentini quando con il cuore in gola mi voltai indietro per vedere se qualcuno mi inseguiva. Ma nessuno badava a me. Arrivai a casa con gli occhi fuori dalle orbite. L’avevo fatta tutta di corsa e deliravo con la bava alla bocca: mi addormentai nell’incubo di orecchie fischianti e negli occhi avevo un sole leonino, implacabile quadro di panini bisunti al pomo­doro vomitati assieme al vino e all’anisetta, tra le ingiurie più selvagge e lo scherno esaltato di alcune belve ignoranti.

Lucinasco
TrekkingNelPassato-VISTA

 

Da tempo non abitavo più nella casa di Borgomaro, bensì a due chilometri di distanza, in una villetta in mezzo alle vigne: la “Vi­gna” era proprietà di parenti e i miei avevano preferito affittare la casa bella e nostra non so più a chi. Da tempo Borgomaro non era più la meta delle nostre estati: neppure settembre ormai. La montagna esigeva che io mi dedicassi a lei e settembre era giusto il mese per realizzare in extremis ciò che non ero riuscito a fare in luglio e agosto. La mamma era morta, dopo una lunga malattia, e due anni dopo fu la volta della nonna. Io mi ero fatto una famiglia, distante. Potei seguire la malattia della nonna, ma con discontinuità: allora ero militare. La cerimonia nel cimitero fu breve, ma la perdita della nonna era grossa. Però in casi come questi si riconosce quanto in realtà si è veloci a ricostruire sui parenti che ci lasciano: pensavo già che con i soldi ricavati dalla vendita della casa di Borgomaro avrei potuto comprarmi la BMW, una berlina a lungo sospirata. L’appartamento intanto si era reso libero, perché la nonna nei periodi di convalescenza ci andava volentieri e a parte la fatica di fare le scale diceva che l’aria del paese, del suo paese, le faceva bene. Poco era cambiato: la cucina era sempre spaziosa, a sinistra c’era il focolare e la cucina a gas con una grande cappa; una grossa credenza con belle pentole di rame, la finestra con vicino i secchi dell’acqua di riserva, il lavandino dove tante volte la mamma mi aveva lavato. Sopra di questo la “moschie­ra”, un armadio a vista ricoperto di una fine rete di metallo. Ogni volta che entravo in casa assetato bevevo direttamente da tutti i secchi d’acqua, senza usare bicchiere. Una grossa sbarra tagliava in due la volta della cucina: era un sostegno per il muro e per il soffitto e lì avevo imparato a fare le capriole e le flessioni. Una porta metteva in comunicazione, accanto al tavolino dove si mangiava (ricordo alcune fantastiche scorpacciate di frittelle di mele), con il soggiorno, pure piastrellato in grès. Due finestre davano con le persiane verdi sul “carrugio”; era bello osservare la vita di sotto e sul “canto di maggio”, i primi tempi con l’aiuto di uno sgabello. Recentemente era stato costruito anche il gabinetto, prima c’era solo una latrina in fondo alle scale.

Borgomaro: casa mia era quella grande, a destra della chiesa
TrekkingNelPassato-1023_borgomaro

 

C’era il letto della nonna, una bella credenza, un vetusto comò, un tavolo ottocento. Un’altra porta conduceva nella grande sala, regno di specchiere e di sofà, di tendoni e di consolle ricoperte di marmo. Peccato che delle quattro finestre tre fossero quasi sempre chiuse, come a dire che quella sala era legata ad altri tempi, quando la famiglia Amey aveva tanti figli e tante donne di servizio. In fondo a destra un’altra porta, con un gran letto matrimoniale. Lì avevo dormi­to con la mamma o con entrambi i genitori. In seguito mi trasferirono in un’altra stanza, che non era sullo stesso piano descritto, ma che faceva parte integrante della casa ed era situata sotto quella matrimo­niale. Nessuno si provò a distogliermi dall’idea di vendere: mio padre, chissà perché, condivideva appieno l’idea, tanto da portare con sé il giorno della vendita un esperto di antiquariato che giudicasse l’am­montare indicativo da richiedere all’acquirente (il fornaio del paese) per gli oggetti e i mobili che lasciavamo lì. Presi solo poche cose, senza sospettare ciò che sarebbe successo in seguito. Maria non era più quella furbetta di una volta: era invecchiata, mi sembrava più passiva, ormai il destino era quello. Milia negli ultimi tempi non andava più tanto d’accordo con la nonna e così non sentii il suo parere, Vincenzo e Domenico erano lontani sui mari, Romualdo gen­tilmente ci faceva bere il suo vino bianco. Mio padre, Nella e io ci sentivamo leggermente a disagio. Non sapevo perché. Solo ora vedo quale impietosa scure avesse diviso i due mondi. Nessuno trovò parola per suggerirmi di non vendere, in un paese nel quale ormai non sapevo se salutare con il voi, con il lei o con il tu. E quando finalmente ebbi le tasche piene di banconote da diecimila lire umide e attaccate una all’altra perché rimaste tanto tempo nascoste in qualche cantina, provavo quella soddisfazione che in seguito imparai a temere anche se non a rifuggire.

A 160 chilometri l’ora sulla via di ritorno per Genova non avevo tempo di pensare, godevo solo delle prestazioni della mia bella auto­mobile rossa. Ma la storia di quella casa non doveva finire lì. Spesso mi ci ritrovai, c’era qualche cambiamento ma non significativo. C’era­no però tombe al posto delle credenze, muri al posto di finestre, c’erano delle sparatorie, dei litigi e un tiro a segno sulla mia persona. A volte mi sembrava più grande, credetti che ci fossero altre due stanze, belle e riccamente ammobiliate, mentre la porta della stanza matrimoniale rimaneva ostinatamente chiusa e il viso della fornaia mi tormentava con un ghigno da strega e le mie mani puzzavano dell’u­mido dei suoi soldi fino a che una notte non ricevetti il bacio religioso e sacrale di mia nonna, proprio in cucina. Allora capii che dovevo riavere la mia casa e che il cammino sarebbe stato lungo.

Vincenzo nella mia memoria è un ragazzo di campagna forte, furbo, lavoratore. All’aeroporto di Fiumicino mi sembrò invecchiato più del giusto, però più cittadino e con l’accento leggermente roma­nesco. I discorsi suoi furono un vento ligure, appena una brezza benefica nel caos e nella fretta della nostra partenza. Grazie, Vincen­zo, di avermi telefonato quattro mesi prima. Ho avuto la possibilità di rivederti, dopo tanti anni, in un momento in cui la tua figura e tutto ciò che tu sei per me mi erano estremamente necessari. Rivedendo te mi sono rivisto anch’io. Non so se ti ho fatto molta festa ma un giorno tornerò, ti rivedrò e vorrò vivere una serata normale a casa tua e cercare ancora i vecchi tempi che non torneranno mai più.

Pubblicato il Lascia un commento

L’inizio – 1

L’inizio – 1 (1-3)
(dal mio diario, gennaio 1961)

Io sono nato a Genova e come genovese dovrei essere completamente dedito al mare e ogni estate dovrei spingermi sulle spiagge a praticare gli sport marini con tutto il mio entusiasmo per la durata delle vacanze; invece non è così e fin dall’età di 8 anni sono stato sempre appassionato di montagna, pur approvando coloro che si dicono amanti del mare e pur comprendendo la loro passione.

Inizio1-1apagina0001

Nei primi mesi della mia vita, a quanto dice mia madre, fui portato in campagna a Borgomaro, in provincia di Imperia, luogo natio di mia nonna, signora Clelia Merano ved. Amey. Fino al quarto anno di età non feci nulla di importante, o meglio, non fui portato da nessuna parte se non a Borgomaro o in qualche altro posto della Riviera, meta di gite domenicali, durante le quali mi divertivo moltissimo. Da Borgomaro poi sono stato portato più di una volta a Ospedaletti, un po’ dopo Sanremo, dove abitava la signora Caterina Merano ved. Rolleri, sorella di mia nonna.

Inizio1-0002

La mia prima escursione fu alla Colla di San Bernardo. Questo è il terzo dei miei passi: infatti devo dire che molti anni dopo, quando avevo 14 anni, mi sono messo a contare tutti i passi montani, i valichi che avevo sorpassato nel loro punto esatto topograficamente parlando. Oltre a questi, anche le cime e le vette dei monti non inferiori ai 400 m s.l.m. Ma poi mi soffermerò meglio su questo.

Andai alla Colla di San Bernardo passando per il paese di Maro Castello, poi Ville San Sebastiano, nonché per i passi di Conio (1°) e di Colla d’Oggia (2°). L’anno seguente andai a Ormea, in provincia di Cuneo, e vi stetti un mese con mio padre e mia madre. Mi divertivo con i miei amici e andavo a fare passeggiate o a pescare assieme ai miei genitori. L’anno dopo (1952) tornai a Ormea: stessa vita, stessi giorni spensierati, con capatine a Garessio e al Colle di Nava (il mio 5° passo, il 4° era stato la Colla di San Bartolomeo. Questi passi erano per me un incubo, tutto il viaggio a vomitare).

Inizio1-0003

Pochi mesi dopo andai a scuola: essendo stato promosso si pensò alle vacanze. Prima però andammo a fare una gita al Santuario di N. S. di Montallegro, con la funivia da Rapallo. Fu la prima volta che levai i piedi da terra. A luglio andammo a Borgomaro, poi al Colle di Nava, all’albergo Lorenzina.

Allora compivo 7 anni, perciò non facevo altro che divertirmi giocando con gli amici, soprattutto facendo scivolate sull’erba con una slitta che mi avevano comprato. Senza saperlo facevo così il mio 2° monte (Truc Mangiaso 977 m). Infatti un giorno, risalendo un declivio erboso per poi scendere in slitta, ricordo benissimo che mi ritrovai in cima a un rilievo che più tardi identificai sulla carta militare. Il mio primo monte era stato il Monte Figogna 804 m, salito la primavera precedente, assieme ai miei e per mezzo della funicolare, che ci portò proprio al Santuario di N. S. della Guardia, situato in cima al Monte Figogna. Naturalmente di questa escursione non ricordo niente.

Dal Colle di Nava un giorno partii assieme a mia madre e mio padre alla volta di Viozene. Partimmo con la corriera e andammo a una località tra il Colle di Nava e Ormea, denominata Ponte di Nava. Da lì cominciammo la nostra strada a piedi. La strada, che rifarò molti anni dopo, si svolge lungo la valle del Tanaro ed è lunga la bazzecola di 9 km! Passa tra rupi gigantesche, s’innalza, s’abbassa, è insomma giudicata da un occhio adulto, varia e interessante. Ma, vista dal mio occhio infantile, non tardò ad apparire paurosa. Per paura non mi allontanavo di un passo da mio padre. Finalmente l’incubo finì, eravamo arrivati. Dopo aver sostato un’oretta nel paese di Viozene, ripartimmo. Quella discesa lungo la valle resterà impressa nella mia mente per tutta la vita: la sera stava calando, il buio era incipiente. Sul più bello, vidi un grande rapace, che credetti un’aquila, e forse lo era, volare lassù in alto. Lo indicai impaurito. Seguimmo il suo volo col naso per aria e, vistolo scomparire, riprendemmo la marcia. Alla fine, dopo 18 km di cammino tra andata e ritorno, arrivammo a Ponte di Nava, dove ci facemmo venire a prendere da quelli dell’albergo.

Questi gli avvenimenti principali di quel lontano 1953.

Albergo Ristorante Colle di Nava (Lorenzina)
Inizio1-$_57

L’anno dopo ero in seconda elementare. Feci qualche gitarella nei pressi immediati di Genova, e così feci il mio 6° passo, la Colla di Pianderlino, quasi alle porte dell’abitato.

Fui promosso. Da Borgomaro andammo ancora in montagna, esattamente in una località dove c’è un albergo chiamato dei Prati Piani. Questo posto è al di là di Colla d’Oggia. Qui le solite passeggiate e divertimento vario. Ci fu anche una capatina a Carpasio. Il giorno di Ferragosto con i miei salii in cima al Monte Grande 1418 m (3°). Ma la pacchia durò poco, due settimane, dopo di che tornai a Borgomaro a terminare le vacanze, chiudendo al negativo l’anno 1954.

Terza elementare: ebbi la disgrazia di ammalarmi tre volte, due bronchiti e una broncopolmonite. Ciò nonostante fui promosso brillantemente. Dato che anche negli anni precedenti avevo dato palesi segni di debolezza dell’apparato respiratorio, i medici ci consigliarono di portarmi in montagna, nei pini, dove avrei potuto respirare aria che di sicuro mi avrebbe fatto molto bene.

Viozene e le sue montagne
Inizio1-AL122-Viozene-1

Infatti fu così, perché da allora in poi, essendo stato ininterrottamente ogni anno in montagna, non ebbi più alcun fastidio bronchiale. Quanto ad altre malattie infettive infantili devo dire che non ne ebbi mai: i miei malanni furono solo raffreddori, indigestioni, influenze, qualche tosse fastidiosa.

Perciò occorreva scegliere una località nel Trentino. La signora Angela Merano in Boasi, sorella di mia nonna, conosceva Berta, una donna che aveva una casetta a Bieno Valsugana, dove era nata. Questa era disposta ad affittarcela e tutto fu concordato.

Inizio1-lavanda

Eravamo verso il 30 giugno 1955 e ci trovavamo alla Stazione Principe, ore 8.00. Confusione, valigie, bagagli, viaggiatori, facchini, altoparlante. Gli ultimi saluti a papà e poi si partì alle 8.45.

Ero emozionatissimo. Era il primo viaggio degno di nota che facevo. I viaggi in treno a Imperia Oneglia o ritorno erano diventati quasi abitudinari, l’unico momento vivace era la sosta a Finale Ligure, quando i venditori ambulanti ci vendevano una meravigliosa focaccia chiusa in carta oleata. Qui niente focaccia, ma ogni cosa che vedevo era una novità. Genova-Milano-Verona-Trento con un caldo infernale e il naso appiccicato al finestrino. Da Trento prendemmo la corriera Atesina che ci portò a Bieno 806 m.

La signora Berta ci aspettava e ci guidò a casa. Già due giorni dopo andammo in gita a Casetta, una frazione proprio di fronte a Bieno. Sopra a Casetta si vedeva la Cima Ravetta. Al mattino, mentre mamma e nonna facevano la spesa alla Cooperativa, ero corso a casa a prendermi carta da disegno e matite colorate per copiare il grande tabellone che campeggiava in piazza, con tutte le gite possibili da Bieno dipinte a mano.

L’Albergo Prati Piani e il Monte Grande
Inizio1-Prati Piani m. 1050 circa. Da destra, Poggio Amandolini m. 1187, Colla d'Oggia m. 1167, Quota 1312 e Monte Grande m. 1418.

Preso da entusiasmo proposi di salire a Cima Ravetta, ma poi non se ne fece nulla perché non sapevamo il sentiero. Fu proprio la Cima Ravetta a entusiasmarmi per la montagna, la vedevo tutti i giorni e desideravo salirvi in cima. Con l’aiuto della mappa copiata cercai di fare delle gite, le progettavo, guidavo mia madre e mio padre, m’interessavo della geografia del posto. In breve seppi tutto quanto riguardava la topografia della valle.

Bieno è su un pianoro che s’inoltra in tre valli diverse. Il posto è incantevole, circondato da boschi e da prati. Andavamo spesso a Casetta, dove è un’osteria. E lì si giocava a bocce. Spesso con mio padre si andava a funghi, un po’ nei castagneti e un po’ nelle conifere, tornavamo sempre con un po’ di bottino.

Quando mio padre era a Genova a lavorare, spesso portavo la nonna e la mamma a fare delle camminate massacranti, dicendo loro che vi erano pochi km da fare, cosette da nulla. E tutto perché? Perché allora (e anche adesso) avevo la passione della raccolta di cartoline e volevo andare in tutti i paesi per comprare di ciascuno la cartolina. L’impresa era pazzesca, ma allora non me ne rendevo conto. Una volta le portai a Scurelle (9 km) in un pomeriggio assolato e bestialmente caldo. Potete immaginare mia nonna, che allora aveva 64 anni. Poi vi fu la passeggiata (si fa per dire) Bieno-Casetta-Vivaio di Lunazza-Samone-Strigno, che fu però meno massacrante. Quella volta c’era con noi anche la signora Bruno, una villeggiante con suo figlio Cristiano, che aveva un anno più di me. Poi c’erano le passeggiate a Pradellano, Pieve Tesino, Castel Tesino, Cinte Tesino. Parecchie volte andammo a Strigno e Borgo per acquisti, tra i quali il mio primo paio di scarponi.

Inizio1-0001

Poi vi fu il viaggetto a Venezia, dove feci il bagno nell’Adriatico. Ricordo le prigioni del Palazzo Ducale, i piccioni di Piazza San Marco, i vaporetti e le gondole.

Con la mamma e la nonna andammo anche a San Martino di Castrozza, e certo 78 km di corriera non mi fecero piacere, tra vomitate varie.

L’ultima gita della stagione fu quella alla Prima malga di Ravetta, anche se l’intenzione era di andare addirittura sul Cimon Rava 2438 m. Una mattina partimmo con papà e mamma e due fratelli trevigiani, Mario e Ugo, che anche loro erano lì in vacanza. Mario aveva 12 anni, Ugo 8. Il primo era un forte camminatore, il secondo una pasta allergica a ogni fatica. Partimmo da Bieno per una mulattiera che conoscevo già bene e che sale verso nord, prima per prati, poi brughiere e pineta. Qui il sentiero svolta decisamente a destra (est) e arriva a un ponte, che era il punto massimo che avevo raggiunto. Proseguimmo per la mulattiera, ora non più ciottolosa ma coperta di aghi di pino, fino a un bivio. A destra si va per le malghe di Fierollo. Andammo a sinistra e arrivammo dopo un’ora alla Prima malga di Rava 1350 m. A quel punto Ugo e mia mamma erano stanchi. Mangiammo tormentati dai mosconi, da tafani e zanzare di proporzioni gigantesche e alla fine ci levammo da quell’incubo. Proseguimmo e arrivammo, dopo aver visto una vipera, alla Prima malga di Ravetta 1423 m. C’era un freddo cane, il tempo cominciava a minacciare. Così addio al Cimon Rava, per quella volta. Avevo però (senza immaginarlo) migliorato di 5 metri il mio record di altezza. Tra tutte le collezioni di record che ho (è una mania) quello dell’altitudine è il più importante. E’ tanto importante che rifiuterei di salire su un aereo, di sicuro andrei più su del mio record. Cosa che mi spiacerebbe assai, dopo non troverei più gusto a stabilire il nuovo record…

Così finì l’estate in montagna 1955. Dopo Borgomaro tornai a Genova per la quarta elementare e per essere a giugno ancora promosso.

Cartina di Bieno Valsugana e dintorni, da me disegnata a 8 anni copiandola da un cartellone turistico
Inizio1-11

 

Pubblicato il Lascia un commento

Monte Vioz

Monte Vioz
(dal mio diario)

Quando voglio migliorare il mio record d’altezza sono capace di tutto… Ero ancora a Genova, stavo per partire per la Val di Fassa e non sapevo che fare, perché la vetta più alta delle Dolomiti, la Marmolada, l’avevo già salita.

Pensai al Monte Vioz. Sapevo che dal paese di Pejo ci volevano sei ore per andare al rifugio Vioz 3535 m e da lì una ventina di minuti per arrivare a 3644 m, in vetta. Ma non sapevo se ne sarei stato capace.

Dapprima guardai sulle cartine che avevo, poi sulla guida del Touring Club, soltanto turistica, che recitava: “Ascensione al M. Vioz, ore 7-7.30, per alpinisti, facile”. Bisognava vedere cosa s’intendeva per “alpinisti”. Con l’aiuto della Guida dei Monti d’Italia, consultata in biblioteca del CAI, venni a sapere che la cima era coperta di neve e che fino al rifugio arrivava il sentiero n. 105.

Il biglietto del treno per 2 persone Bolzano-Trento, 24 luglio 1962
MonteVioz-vioz0004

 

Partiamo da Genova per Trento e appena arrivati lì mi precipito a leggere gli orari delle corriere per Pejo. L’unica che può andare è alle 13.15. Non sono ancora arrivato a Soraga che già pianifico il viaggio per Pejo, fattibile solo tra qualche giorno. C’è una partenza da Soraga alle 7.41, con arrivo a Trento alle 9.00. Mi vedo già a passare quattro ore e un quarto a Trento senza poter fare nulla. Con quella corriera si arriverebbe a Cogolo di Pejo alle 16.30. data l’ora tarda, non potrei di sicuro andare a Pejo per fare una ricognizione e trovare il sentiero. Da Cogolo c’è una funivia che porta un po’ in alto ma, dovendo io partire alle 4 di mattina, è inservibile. Ammettendo di essere di ritorno a Cogolo per le 14, potrei prendere la corsa delle 14.05, con coincidenza a Fucine e poi a Malé, col trenino, fino a Trento. Da lì a Soraga con la corsa delle 17.15, che però porta solo fino a Moena. Il resto, a piedi.

A Soraga, dopo molti indugi, si decide per il 24 luglio (1962). La mamma mi dice che il viaggio è costoso (non sa più cosa fare per dissuadermi); dopo infinite discussioni minaccio perfino di andare da solo. Vedo che si può anche passare da Bolzano, Passo della Méndola, poi Malé e Pejo. Questa via è più bella, ma non è sicura, perché non conosco gli orari delle corriere a Bolzano. Altra possibilità è andare a Trento e da lì vedere gli orari del trenino per Malé.

Il 24 è il giorno della partenza, ore 5.25. Il mio zaino è già pronto dalla sera prima. Nella frazione di Zester, dove siamo, cominciano i primi segni di vita del mattino. La giornata è buona promette bene.

Salutati dalla nonna e dalla padrona di casa, partiamo. Superato il passo di Costalunga, il lago di Carezza e le strette gole della Val d’Ega, arriviamo alla stazione delle corriere di Bolzano. Con comprensibile agitazione mi precipito a vedere gli orari. L’unica corriera che collega con Pejo è già partita alle 7, quindi mezz’ora fa. Decidiamo così di prendere il treno per Trento: ne perdiamo uno appena fatto il biglietto, così aspettiamo quello dopo (ore 8.46). facciamo a tempo a girare un poco in città e comprare qualcosa da mangiare.

MonteVioz-vioz0003

A Trento scopriamo che c’è un trenino per Malé alle 10.55. Arriverà a Malé alle 12.45. Di lì coincidenza e arrivo a Cogolo alle 13.30.

Durante il viaggio sono affascinato dalla val di Non, dalla diga sul Noce, dal ponte di santa Giustina. A Malé, coincidenza puntualissima, lo stesso a Fucine. Non siamo arrivati ancora a Cogolo 1173 m che, tra bianche nubi, riconosco il Monte Vioz: il versante su cui salirò è senza neve. Lo mostro alla mamma, poi mi dedico un po’ preoccupato a osservazioni meteorologiche.

Mia madre Fiammetta a Bieno Valsugana, sette anni prima dei fatti raccontati
Fiammetta Amej Gogna a Bieno Valsugana, agosto 1955

Prendiamo una stanzetta all’Albergo Cevedale, quindi mangiamo qualcosa. Dopo, usciamo a gironzolare nei dintorni, molto belli, in attesa della corriera per le Fonti di Pejo delle 15.03. Lì giunti voglio assaggiare l’acqua minerale e la trovo buonissima. Poi cerco il sentiero 105, con successo. Il cartellone delle gite dà il Monte Vioz a otto ore. Per fortuna che è un cartellone per mediocri camminatori, altrimenti…

Ci sediamo su una panchina sotto un grande larice. Il tempo purtroppo non promette molto bene. Alle 17.40 c’incamminiamo verso Cogolo.

La sera, dopo mangiato, finisco gli ultimi preparativi; dal bagno vedo in cielo grandi nuvoloni. Poi mi stendo a dormire, ma non mi addormento subito.

Sveglia alle 3.25. E’ curioso che, due ore dopo aver suonato per me, la sveglia si fermerà, come mi ha poi riferito la mamma. Che l’ha trovata ferma sulle 5.20!

Comunque mi alzo e, un po’ insonnolito, vado a vedere il tempo. Tutto nuvolo. Mi preparo, mi carico del sacco pesantissimo, saluto la mamma e scendo per le scale. Sono le 3.57. Non fa freddo, anzi si sta bene. Passo davanti alla centrale elettrica, illuminata per via del lavoro 24 ore su 24. Il cielo continua a essere completamente coperto, senza un alito di vento: il limite della nebbia è all’altezza di Pejo. Sono agitato.

Il Monte Vioz visto da Cogolo di Pejo in una foto dei tempi attuali
MonteVioz-ValPejo_MonteVioz

Cammino sulla carrozzabile tra le conifere e sento il rumore del torrente in basso. Questo pian piano si avvicina, così scorgo il ponte per il quale volevo passare. Scendo due-tre metri dalla carrozzabile e oltrepasso il ponticello di legno, un po’ traballante. Prendo un sentierino tra i prati, ma questo si perde subito costringendomi a scarpinare nell’erba fradicia di rugiada per raggiungere due fienili in un prato molle d’acqua. Cerco un qualche sentiero senza trovarne. Poi, indispettito, prendo su diritto. La monotonia della salita accentua la preoccupazione per il tempo.

Finalmente imbrocco il sentiero per Pejo, poco prima del paese. A una fontana chiedo informazioni a un contadino. Alle 5.01 prendo il sentiero 105, subito dopo la chiesa. Comincio a salire per una mulattiera larga, poi incontro una donna alta, sulla sessantina, che alle mie domande risponde che il tempo sarebbe rimasto così. Ringrazio e proseguo: a un bivio prendo la strada di destra, seguendo i segni rossi. Ho da qui il panorama su tutta la valle, ancora immersa nel sonno. Dopo la zona di Malasicia entro nel bosco del Gaggio. Dal basso vedevo proprio lì la nebbia, invece mi accorgo che ci si vede benissimo. Sono a 1756 m, conto che ne ho già fatti 583 e che me ne rimangono, solo fino al rifugio, altri 1779. Incontro un tubo enorme, sotto il quale devo passare. Senz’altro è una conduttura d’acqua, forse per la centrale. Dopo quest’oltraggio al paesaggio, la mulattiera continua immutata. Quando sono a una svolta, penso sempre di vedere Malga Saline, ma non è così.

Il rifugio Mantova al Vioz, ristrutturato nel 1992
MonteVioz-img_header

Guardo il cielo, sempre uguale; guardo la nebbia, sempre a pochi metri da me. Finalmente sbuco nel prato della malga. Ai 2088 m di questo posto sento spaccar legna e conversare di persone, tre montanari. Chiedo quanto manca al rifugio e mi rispondono quattro ore. Dopo i prati della malga, ancora nebbia: sensazione di vuoto, d’inutilità di ciò che sto facendo. Ora la mulattiera è diventata sentierino. salgo sempre più di malavoglia, avvicinandomi alla Cima del Vioz 2503 m, da non confondersi con la mia meta. Cammino per vallette prative intersecate da ruscelletti. Mi accorgo che il tempo non è più così brutto. Se mi volto indietro vedo solo una coltre di nebbia, ma se guardo sopra di me… vedo quasi il sereno! Ora vedo anche la mia cima, illuminata dal sole. Che felicità! Vedere la meta lassù, io ancora immerso nella nebbiolina. Subito cammino con più lena, e dopo infiniti tornanti su quella vasta distesa di prato ai confini tra i Pian di Larei e i Saroden raggiungo le prime roccette sotto la Cima del Vioz. L’ambiente diventa più severo, specie quando arrivo nella zona dei grandi massi sotto alla Cima di Rocca. Dopo uno spuntino, continuo per il sentiero ben curato. Fino a che rivedo la vetta e la bandiera del rifugio. Ora mi raggiunge il primo raggio di sole, che mi accompagnerà per tutta la gita. Accanto al Dente del Vioz 2901 m passo delle placchette di neve molto dura; passo anche una specie di cengia ricolma di neve e assai esposta. Ora non c’è più cresta, bensì una larga dorsale a scalini. Dopo moltissime serpentine la supero, solo per incontrarne una seconda e poi una terza. Su quest’ultima oltrepasso la quota 3342 m e perciò supero il mio stesso record d’altezza della Marmolada. Non manca molto al rifugio, mi divide da lui solo una massa di macigni accatastati, oltre la quale è lo spiazzo del rifugio, accanto alla chiesetta più alta d’Europa. Rumori di voci e di can che abbaia. Sono le 9.05, cinque ore dopo la mia partenza. Salgo le scale ed entro. Sono a 3536,6 metri e quindi non ho ancora battuto il record dell’amico Gian Filippo Dughera: ma quando salirò alla cima, lo batterò largamente…

Arrivo in vetta al Monte Vioz (foto attuale)
MonteVioz

Mi si fa incontro il giovane gestore: ordino un brodo e un tè. Dopo essermi rifocillato, esco per conquistare la cima, armato di macchina fotografica. Dopo altri massi, arrivo in cresta. Mi sporgo sulla neve: vuoto. Ho paura d’essere su una cornice e mi ritiro precipitoso. Ancora una ventina di metri e sono in cima. Monto sulla roccetta più alta, a 3644 m. Vicino sono delle sbarre di ferro contorto: così non esito a salire anche su quelle, il massimo che posso raggiungere.

MonteVioz-vioz0001

Il cielo è di un blu cupo, grande contrasto con la massa di ghiacciai vicini e lontani. Scatto delle foto e prendo un sassolino per ricordo. Ora non ho più niente da fare sulla cima, perciò ritorno al rifugio. Ripreso lo zaino, pago ed esco. Nella monotona discesa incontro due comitive e non vedo l’ora di essere a Cogolo. Nei pressi di Pejo, incontro ancora il contadino che era stato gentile con me e lo informo del mio successo. Lui sorride.

MonteVioz-vioz0002

Arrivo a Cogolo alle 12.55. All’albergo mia madre non c’è, ha lasciato detto di essere già andata a Malé. Ritrovatala, arriviamo col trenino a Trento, ore 16.30. Come previsto, partiamo con l’ultima corriera delle 17.15, passando per la lunga Val di Cembra e arrivando però solo fino a Moena. Con pazienza c’incamminiamo per Soraga e Zester, dove arriviamo alle 21. Dopo la cena e i racconti alla nonna, mi metto a dormire. La gita è fatta, la cima raggiunta, il nuovo record stabilito e sono tornato a casa. Ma non è proprio così, perché solo il corpo è ritornato: l’anima, il pensiero e la volontà sono ancora lassù che errano tra vette e ghiacciai immani.

Pubblicato il Lascia un commento

Torrioni del Castello della Pietra

I Torrioni del Castello della Pietra
(dal mio diario)

17 novembre 1962. Marco e io abbiamo in programma il Castello della Pietra, un torrione in val Vobbia da noi a lungo sognato. Ci avevamo già provato il 25 aprile scorso, ma avevamo rinunciato perché terrorizzati. Questa volta della partita doveva essere anche Alberto Martinelli, ma questi, spaventato dal tempo del sabato, rinuncia. Marco e io, molto più matti, decidiamo di andare lo stesso e ci diamo l’appuntamento alle 4.35 della domenica. Per tutto il sabato non faccio altro che preparare e verificare il sacco, passeggiare nervoso e guardare il tempo che minaccia. Alla sera c’è un po’ di sereno, ma dura pochissimo. Fatico ad addormentarmi.

Il Castello della Pietra come si presentava nel 1962, molto prima dei restauri
CastelloPietra0001

Sveglia alle 3.55. Mi alzo e corro subito alla finestra: pioviggina appena. A mia madre, che dal letto mi chiede che tempo fa, “sereno, bello” rispondo.
Poi in fretta e furia mi vesto, non mangio ed esco subito per paura che si alzi a controllare.

Di buon passo arrivo alla stazione Brìgnole, e dopo una decina di minuti arriva anche Marco. A Ronco Scrivia, dopo le gallerie, guardiamo dal finestrino: nevica. Ma non importa, noi tireremo diritto. Quando arriviamo a Isola del Cantone scendiamo ancora immersi nel buio. Sono le 06.03, nevica, ma poco. prendiamo subito la strada per Vobbia. Appena fuori dal paese, camminando, ci guardiamo attorno. E’ tutto bianco, l’aria è fredda e umida, non ci sono rumori. Questi sono momenti che restano impressi. La strada, asfaltata, è bagnata, ma di mano in mano che ci addentriamo nella valle, la strada si ricopre di neve umida. Ora cominciamo a distinguere gli oggetti e intanto oltrepassiamo Vobbietta. Da Isola del Cantone all’Osteria del Castello ci sono 7 km. Quasi alla fine ci appare il massiccio delle due torri: è una visione scoraggiante. Nutriamo forti dubbi di arrivare in cima. Ormai tutto è coperto da circa quattro centimetri di neve. Accanto all’osteria, facciamo provvista d’acqua nel rio Imbusti, poi cominciamo a inerpicarci su per il versante occidentale del Castello. Evitando le sterpaglie arriviamo al castello diroccato e, grazie a un tronco appoggiato a sostituire una scala che non c’è più, entriamo.

Come il Castello della Pietra ci si è presentato alle prime luci dell’alba
CastelloPietra-ietra0004

Riparati i nostri zaini in una specie di stanzetta sulla destra, diamo l’assalto al Torrione Piccolo, armati di due chiodi e due moschettoni, più l’imbrago di cordino, la corda e qualche cordino. Nevica e fa un freddo cane. A occhio e croce individuiamo la via, per superare un muro verticale di roccia di 8 metri. La roccia è grama, un conglomerato (puddinga) che non offre né appigli seri né fessure per i chiodi. Secondo la guida, la via non presenta grandi difficoltà, III grado, ma ora siamo praticamente in inverno, nevica. Gli appigli sono gelati, la neve ricopre tutto e in certi punti vi è anche del vetrato (verglas).

CastelloPietra-ietra0001

Attacco per primo, dopo essermi legato. Faccio due metri, faticando per le dita che mi si gelano, poi pianto un chiodo che, da come balla, non giudico sicuro. Poi, esausto, scendo. Ma risalgo subito dopo e riesco a mettere con difficoltà i piedi vicino al chiodo. Ritengo di aver superato le maggiori difficoltà, perché ora c’è un muretto artificiale dove presuppongo vi siano più appigli.

Invece no, non c’è neanche la più piccola fessuretta. Con la pancia sono aderente alla parete.
– Tieni duro, Marco. Ora traverso a sinistra.
Usufruendo solo di appoggi prima per il piede sinistro e poi per quello destro, completamente ghiacciati, molto malsicuro riesco a spostarmi tre metri a sinistra. A questo punto, se cadessi, il chiodo non servirebbe a nulla. Marco mi incoraggia dicendomi: – Se cadi, tiro più corda possibile, così magari non tocchi terra!

Tornare indietro non voglio, andare avanti adesso mi sembra impossibile. Frugo nella roccia innevata senza trovare appigli. Sento che sono vicino a cadere e quasi mi lascio andare… ma no, con uno sforzo supremo riesco a porre le ginocchia su un po’ di neve posata su un appoggio. Ficco il piede destro in un buchetto, obliquo e coperto di vetrato. Ora il piede trema e mi sento vicino a cadere, Marco è in tensione e si aspetta da un momento all’altro di vedermi precipitare.
Ma si sbaglia, perché con la forza della disperazione disordinatamente riesco a fare un altro metro e aggrapparmi a una radice.

CastelloPietra-ietra0003

– Ci sono – gli urlo dopo un po’, ma lui aveva già visto che ce l’avevo fatta. Non riesco neppure a parlare, ma poi lo assicuro.
– Vieni – gli urlo. Anche lui sale al limite della caduta, io lo aiuto un po’ con la corda. Quando mi raggiunge, ha le mani freddissime. Ci scambiamo i guanti. Poi conquistiamo la cime, che è un piccolo masso rotondo di tre metri di diametro, a 584 m.

Scendiamo in corda doppia, poi tentiamo mentre nevica furiosamente di recuperare il chiodo (che non è nostro, ma di Alberto). Pareva mal piantato, invece non riusciamo a estrarlo, pur provandoci in due. Alla fine, ci si rompe il martello!

CastelloPietra-ietra0002

Siamo stufi di neve e di freddo. Ci ritiriamo a mangiare, come porci affamati. Friggiamo delle uova che ci cadono poi per terra, ma le raccogliamo e le mangiamo lo stesso. Finito di mangiare ci rivolgiamo al torrione orientale, la Torre Grande. Esisteva in epoca remota una piccola scala in muratura (ora rovinata) che, aggirando la vertiginosa parete nord, alta 180 m, permetteva il facile accesso alla vetta dove probabilmente si trovava un osservatorio. Dall’interno del Castello, questa torre misura 40 metri di altezza.

CastelloPietra-ietra0006

Saliamo su per la scala fino al suo termine, poi continuiamo per qualche metro su una cengia innevata. Qui Marco assicura la corda a un albero e così io posso assicurare lui che progredisce su una minuscola cengia (altrettanto innevata) traversando a sinistra in leggera salita, in grande esposizione. Sentiamo la presenza fisica del burrone di quasi 200 metri, sentiamo che è facile scivolare. Con lentezza il traverso di Marco raggiunge una caverna orizzontale che trafora il torrione da parte a parte. Qui si ferma e mi assicura a un albero. Assieme arriviamo a un terrazzino fortificato sullo spigolo orientale. E da lì saliamo facilmente fino in cima. C’è il libro di vetta sepolto nella neve e vediamo più volte la firma di Euro Montagna. Scriviamo i nostri nomi, aggiungendo le condizioni meteorologiche. Ci fotografiamo accanto alla croce, a 625 m.

CastelloPietra-ietra0005

La discesa è emozionante non meno della salita. Il viaggio di ritorno non ha niente di speciale, se non che siamo al massimo della felicità.

Peccato che a casa in qualche modo abbiano scoperto che le mie gite non sono escursionistiche… Viene reperito anche un mazzo di chiodi e moschettoni che ho comprato da poco. Mio padre mi intima di riportarli indietro e cambiarli con qualcosa d’altro. Seguono prediche. Mio padre ha ragione, ma io non posso ubbidire.

Una foto recente del Castello della Pietra, dopo il restauro. Si noti la tettoia (inesistente al tempo della nostra salita) nei pressi della vetta del Torrione Piccolo. Questa tettoia oggi copre la paretina di 8 metri che costituiva la via normale di salita.
CastelloPietra-maxresdefault

Pubblicato il Lascia un commento

Monte Oramara-Monte Alfeo (Appennino Ligure)

Monte Oramara-Monte Alfeo (Appennino Ligure)
(dal mio diario)

Il 2 maggio 1961 mi trovavo a casa del mio compagno di classe Luigi Sciabà per programmare una gita al Monte Becco. Scaturì l’idea di fare un bel gitone di due giorni da qualche parte. In seguito conobbi Marco Ghiglione, ne parlai anche con lui, ben lieto di essere coinvolto.

Il 10 maggio 1961 Marco venne a casa mia con un mazzo di carte militari, avevamo già una mezza idea del cammino da fare.

Abbiamo tracciato l’itinerario, cosa che ha richiesto molto tempo, fino a sera. Ci andavano il 2 e il 3 giugno, giorni consecutivi di festa: ma poi non abbiamo potuto. Passò l’estate, eravamo tutti distanti.

Siamo al 14 gennaio 1962: vado a casa di Marco con l’intenzione di progettare ancora più precisamente la gita, con le località e l’ora di passaggio, le varie altezze, le distanze in km e, infine, le ore di passaggio secondo altre forze. Ma qui devo spiegare cosa erano per noi le “forze”.

Marciando si può camminare più o meno velocemente, perciò con forza 1 si fa 1 km in 20’, con forza 2 si fa 1 km in 18’… con forza 4 siamo a 16’, con forza 6 a 14’, con forza 8 a 12’, con forza 10 a 10’… fino al massimo concepibile, forza 21, con la quale si fa 1 km in 5’45”.

Riporto qui il percorso ufficiale della gita (parte 1)
Oramara-Alfeo0002

(parte 2)
Oramara-Alfeo0003

Come si vede, la gita è programmata con un tempo di due giorni e mezzo, su proposta di Marco. Siccome l’itinerario definito passava non solo sulle creste ma anche in costa e dato l’elevato numero di vette, per non cadere nella tentazione di evitarne qualcuna, abbiamo assunto questo motto in latino: hostinato rigore.

Tutto era pronto, mancava solo la data. Per vari impegni si era pensato a dopo la fine della scuola, ma poi ci vennero in soccorso quattro giorni di sciopero dei professori, dal 22 al 25 maggio 1962.

Dato che non era confermato lo sciopero, la mattina del 22 andammo ugualmente a scuola per vedere come si mettevano le cose, anche perché la partenza da piazza della Vittoria della nostra corriera era alle 16.30.

Confermato lo sciopero, siamo andati a casa per prepararci. Il mio zaino (nuovo) alla fine pesava 22 kg. Fatte le prove di come portarlo, e constatato che era cosa da bestie, mi son messo a leggere Ombre di cera, un giallo di Ursula Curtiss.

Al luogo dell’appuntamento giunge anche Marco, carico come un somaro perché in più aveva la tenda. Mentre aspettiamo la partenza, lo strillone del Corriere Mercantile ci urla che è uscita la prima edizione. Con quella, assorbiti nel Giro d’Italia, perdiamo tutta la prima parte del viaggio. A Prato acquistiamo interesse per il paesaggio, con i molti tornanti arriviamo a Bargagli, “u Bargaggi zeneise”. Dopo il passo della Scoffera e Laccio arriviamo a Torriglia. Ci raccomandiamo al bigliettaio che fermi il pullman a Costamaglio e ci faccia scendere.

Costamaglio non è più di due-tre case. Una volta a terra, prendiamo in mano subito la carta militare Rovegno: in fondo a questa valle, abbastanza cupa, scorre il Trebbia, verso il Po.

Profilo altimetrico
Oramara-Alfeo0004

Oramara-Alfeo0005

Oramara-Alfeo0023

Oramara-Alfeo0007

Ecco l’inventario di tutto ciò che ho. Addosso a me, maglietta a mezze maniche, camicia, pool-over senza maniche, orologio (mezzo scassato), mutande, pantaloni lunghi di tela color marrone chiaro, calze, calzettoni di lana, scarpe a suola vibram; nello zaino, coperta che funge da saccopiuma, coperta di rinforzo, scatola di plastica contenente un pollo arrosto intero e del prosciutto, otto panetti, sette arance, una borraccia da litro senza acqua, barattolo di vetro con sei pezzi di cioccolata e zollette di zucchero, il fornello a spirito di Marco, una torcia elettrica, una lanterna elettrica a più luci, macchina fotografica, scatola di formaggini Milkana, due barattoli di pesche sciroppate, un succo di albicocca, cinque birre, una bottiglietta di alcol, bussola, asciugamani, giacca a vento, maglione, impermeabile, thermos con mezzo litro di latte, cassetta dei medicinali, cordicelle varie, orario ferroviario, busta delle posate, coltellino con accessori, lente, metro a nastro, forbici, notes, matita, portafogli, pettine, saponetta, distintivo del CAI e relativa tessera, fazzoletto da naso, batteria di ricambio, guanti di lana, berretto di lana, due bustine di tè.

Marco ha, in particolare, la tenda, le carte militari, il siero anti-vipera e un coltello da far paura.

Oramara-Alfeo0021
Alla partenza, alle 18.30, Marco fa scattare il cronometro. Scendiamo verso il torrente-fiume Trebbia, proprio dove questo fa un notevole gomito. In pratica siamo sulla cresta del dosso che costringe il fiume a questa ansa.

Il posto, assai bello, lo sarebbe molto di più se non fosse immerso nella nebbia, con una visibilità ridotta a circa 50 metri.

Attraversiamo il Trebbia su un ponte di legno e prendiamo una strada che ci si para davanti. Chiachieriamo del tempo o cose simili e non ci accorgiamo che la strada sale tanto da abbandonare il fondovalle, mentre noi, per raggiungere le Case Seretti, che sono prima delle Case Berbotti, avremmo dovuto stare al fondo. A una curva, controllando sulla carta, vediamo che la strada ci porterebbe a Santa Brilla… non possiamo far altro che tornare indietro. Ma ben presto ci accorgiamo che i guai sono appena incominciati. La nebbia si sta facendo più fitta, la sera si avvicina. A un certo punto la strada attraversa inaspettatamente il rio di Bocco, che stiamo costeggiando. Non era previsto. Di ciò ci allarmiamo assai. Torniamo sui nostri passi ma non vediamo alcun sentiero alternativo. Solo una specie di traccia, che seguiamo con scarsa convinzione, che poi si perde. Torniamo ancora indietro, passando per una frana, volendo fare lo spiritoso, cado rovinosamente per terra insozzando la carta militare che ho in mano. Finalmente di nuovo al rio di Bocco e prendiamo il sentiero che passa sull’altra sponda, lo seguiamo un po’ fino a vedere una specie di laghetto. Come facciamo ad attraversare? Fossimo senza sacchi sarebbe facile, ma con carichi simili… Buttiamo in acqua dei sassoni per poterci passare sopra. Passato per primo io, prendo gli zaini che mi porge Marco con infiniti stenti, poi è la sua volta. Ripreso il sentiero, arriviamo a un bivio non presente sulla carta. Capiamo di essere ancora fuori strada, ma non ne veniamo a capo. Probabilmente siamo un po’ dopo la confluenza con il rio di Giassina. Propongo di salire su a sinistra in modo da arrivare comunque alle Case Seretti o alla Case Bortotti. Dopo aver esplorato i dintorni per snidare un qualunque sentiero, prendiamo su per un versante ripido e cosparso di erba e cespugli spinosi. Penoso. Arrivati quasi in cresta, su erba, scorgiamo un casolare. Controllo sulla carta e gioisco: il casolare c’è, ed è un po’ più a ovest e poco più basso delle Case Berbotti. Avanziamo in costa e finalmente siamo sulla dorsale. Non si vede nulla per la nebbia, ma c’è una stradina che va in su. La prendiamo e dopo qualche minuto vediamo delle case. Le raggiungiamo e chiediamo a un essere vivente dove diavolo siamo. Ci viene risposto Pian della Chiesa!

Grande sconforto ci prende, perché siamo completamente fuori percorso, perfino su un’altra dorsale. Quello che credevamo essere il principio della valle del rio di Giassina era invece l’accesso alla valle del rio di Bocco. E, per colmo, anche sotto e a ovest del Pian della Chiesa c’è un casolare!

Il contadino, vedendoci in difficoltà, ci indica la strada da prendere. Orrendo a dirsi! Nel nostro vocabolario non c’è la possibilità di chiedere a qualcuno la strada! E ci dice anche di fare attenzione a non sbagliare e andare verso le Case Posasso.

– Il bivio – ci dice – è a duecento metri da qui.

Partiamo ringraziandolo, ma giunti al bivio prendiamo a sinistra, cioè sbagliamo di nuovo. La spiegazione la devo a un mio errore e solo mio. Guardando la carta, credevo che la cresta della dorsale a destra idrografica del rio di Bocco e a sinistra delle Case Scorticata: in base a questo il percorso per Barbagelata (nostra meta) avrebbe dovuto essere in fondovalle e le Case Posasso sull’altro versante. Invece la strada per Barbagelata è sulla cresta, le case Posasso sono a destra (idrografica) di questa e le Case Scorticata a sinistra. Per questo errore non vedo attenuanti.

Oramara-Alfeo0008

Dunque scegliamo quel percorso pensando erroneamente che a un certo punto ci saremmo trovati in fondovalle. Invece il tracciato ci porta a sinistra, e questo ci pone molti dubbi. Frattanto la nebbia s’infittisce ancora, e la stanchezza, con il morale a terra e con il peso degli zaini, si fa sentire. Il luogo è boscoso, per di più. Grandi alberi di castagno ci sovrastano, contribuendo ad accelerare l’oscurità. Sono le 20.20. Finalmente il bosco finisce e ci troviamo davanti a un casolare. Sulla carta, accanto alle Case Scorticata, non figura alcun casolare. Questo è piuttosto lungo e stretto, in rovina nella parte posteriore. Avanziamo un po’ in salita e ci fermiamo, orribile a dirsi, per consultare la bussola, perché ora non solo non sappiamo dov’è il sentiero, ma non sappiamo neppure dove è il nord, sempre per quel mio errore. Seguiamo una specie di crestina erbosa dove appare un sentiero. Ora ci sembra di udire delle voci e un abbaiar di cani. Sempre credendo di essere vicini alle Case Scorticata, ci buttiamo verso l’alto in direzione dei rumori. Scorgiamo le case solo quando siamo a 15 metri. Salutiamo una donna e le chiediamo dell’acqua, che ci servirà per fare da mangiare. Quando quella torna con l’acqua, le chiedo se quelle sono le Case Scorticata, ma risponde che siamo alle Case Posasso e che per andare a Barbagelata bisogna prima salire per il sentiero lì vicino e poi seguire la cresta.

Oramara-Alfeo0001
Ringraziamo e iniziamo a camminare. Alle ultime luci ci fermiamo per controllare sulla cartina, accorgendoci così finalmente dell’errore commesso. Ritroviamo così la strada giusta, quella che avevamo lasciato per sbaglio subito dopo Pian della Chiesa. Dopo una mezzora ci ritroviamo su una specie di colle, che vediamo sulla carta essere vicina sia a Barbagelata che a Costafinale.

Ormai però non vediamo più nulla, è notte. Perciò scendiamo di poco a una radura per piantare la tenda. Sono le 21.30. Mentre uno fa luce, l’altro erige la tenda, con il copritenda, perché il tempo non promette nulla di buono. Poi ci buttiamo sulle cibarie con una fame da lupi. Finiamo con una camomilla, poi tiriamo su le cartacce i gusci d’uovo sodo con i quali abbiamo insozzato davanti a noi. Quindi ci ritiriamo in tenda, io con la mia coperta lui con il sacco sintetico, e facciamo il punto sulla situazione. Decidiamo la sveglia per le 5.00, per andare a Barbagelata. E da lì faremo forzosamente il Monte Larnaia e il Monte Bocco, quelli che avremmo dovuto fare oggi. Poi torneremo a Barbagelata e tutto proseguirà come da programma.

Spegniamo le luci, lui sicuro di dormire perché abituato, io sicuro di stare sveglio. Dopo un po’ di rimescolii dalla sua parte, alla fine tutto tace. Io faccio tutto meno che dormire: mangio, guardo fuori della tenda (accorgendomi tra l’altro che la nebbia si è dissolta). Riesco a dormire sì e no due ora, poi alle quattro non dormo più. Il mio compagno sembra un sasso. Decido di vestirmi e di uscire. Il tempo è bello, il sole sta sorgendo, vedo anche un paese, che riconosco per Costafinale. Passeggio un po’, aspettando che il dormiglione si svegli.

Fatta colazione e sbrigate le ultime faccende, leviamo la tenda e partiamo. dalla colletta di ieri sera vediamo Barbagelata, il M. Larnaia e il M. Bocco che nel frattempo abbiamo deciso di non fare perché perderemmo troppo tempo, tra andata e ritorno. Siamo mezz’ora in anticipo e filiamo verso Barbagelata dove, a una fontana, ci laviamo. Ben sgrassati e ripuliti, ripartiamo alla volta di Costafinale. Dopo la Cappella incontriamo un contadino con un mulo. Ci salutiamo e ci chiede se eravamo noi quelli con la tenda rosso-arancione. Gli rispondiamo di sì e, dato che lui va al paese e noi invece al Monte Pietrabianca, ci separiamo. Il Monte Pietrabianca 1198 m è un monticiattolo erboso che facciamo con poca fatica. Da qui riconosciamo il Monte Posasso in lontananza e ci mettiamo subito in cammino. L’anticipo è sempre di 29-30 minuti, ma fatichiamo a conservarlo. Giunti alla base del cespuglioso Posasso, lasciamo la mulattiera e scarpiniamo verso la vetta tra macchie di noccioli. Poi per prati alla vetta, a 1236 m. mentre Marco si scarica la pancia del sovrappiù, io mangio un’arancia. Riconosciuto il Monte Collere, ripartiamo. Alla Cappella della Cardenosa facciamo una breve sosta per mangiare un po’ di zucchero. Ripartiamo. Alla base del Collere, un sentierino lascia il principale. Noi lo seguiamo e dopo un po’ siamo in vetta, a 1288 m. Il panorama è vasto, ma un po’ offuscato. Sotto di noi c’è il Passo della Rocca e lo oltrepassiamo con soli 15’ di anticipo. A noi sembra di filare come dannati, ma si vede che abbiamo sbagliato qualcosa. Procediamo in discesa, verso il Lago della Nave, invaso da un’infinità di girini; poi ripartiamo per il Monte Laghicciolo 1259 m, che oltrepassiamo soffrendo la calura. Scendiamo alla Cappella Fregarolo 1203 m, dove succhiamo altri zuccherini. Sempre più fiacchi per il ritmo, ripartiamo per il Monte Garba 1326 m che raggiungiamo alle 10.45, con soli cinque minuti d’anticipo. Scendendo al Passo del Gifarco 1264 m perdiamo la strada. Dopo aver vagato qua e là, c’incamminiamo tra sterpi e rovi con il pensiero fisso alle vipere. Al passo non ci fermiamo e proseguiamo per l’omonimo Monte Gifarco. A questo punto Marco e io discutiamo perché lui non ci vuole andare.

– Ricordati dell’hostinato rigore – gli dico. Mi dà ragione. In seguito ci accorgeremo che il Monte Gifarco non l’avevamo neppure messo in programma!

Comunque alle 11.30, dopo una scalata di roccia mista a terra che ha rappresentato una delle cose più belle della giornata, ci ritroviamo in vetta al Gifarco. Da qui possiamo vedere Fontanigorda.

Oramara-Alfeo0019

Avevamo stabilito di pranzare alle 12.30, ma anticipiamo per la fame da lupi che ci ritroviamo addosso. Scendiamo per il versante nord, per una ripida scarpata, e ci ritroviamo di fronte al Monte Roccabruna 1418 m che saliamo senza difficoltà. Ripartiamo, ma dopo neppure duecento metri ci fermiamo a controllare la carta. Non sto a farla lunga, ma bisogna dire che abbiamo perso di vista il Passo d’Esola, abbiamo traversato coste e canaloni nella boscaglia, a lume di naso. A un certo punto siamo costretti a riconoscere d’esserci un po’ persi. Abbiamo creduto di riconoscere i due passi, d’Esola e di Ertola, ma non era così. Poi Marco, passando sotto un monte roccioso, crede di riconoscere il Monte Gifarco. Questo vorrebbe dire che stiamo tornando indietro! Ma procediamo fiduciosi e, dopo un bel po’ di cammino, ci ritroviamo davanti a una cappelletta… Guardiamo affannosamente sulla carta che non riporta, nel punto in cui crediamo d’essere, alcuna cappelletta. Scorgo un paesino in basso a sinistra, ma sulla carta non c’è. Si accentua il sospetto di essere tornati sui nostri passi alla Cappella Fregarolo. Io mi rifiuto di crederci, ma Marco me lo dimostra: 1) nei pressi della cappelletta, c’è una cartina di zucchero, quello che avevamo mangiato alla mattina; 2) sulla carta, rispetto alla cappelletta, è segnato il paese che si vede; 3) ci sono le nostre impronte!

A questo punto ci diamo alla disperazione più nera, non sapendo neppure spiegarci l’accaduto. Anche in seguito proveremo a capire, senza successo.

Intanto ora decidiamo il da farsi. Non si può tornare ancora una volta al Roccabruna, così decidiamo di scendere a Fontanigorda. Da lì a Rovegno, poi a Gorreto, fino a pernottare alle pendici del Monte Alfeo, come avremmo fatto nel programma iniziale passando da Ottone. facendo così avremmo recuperato il tempo, perché saremmo passati per la carrozzabile invece di salire i monti Montarlone, Oramara, Dego, Spinarola e Veri. Stiamo letteralmente smaniando arrabbiatissimi per la soluzione di ripiego. Scendiamo a Casoni e poi arriviamo di fronte a Fontanigorda, separati dal paese da una valletta. Decidiamo di prendere un sentiero per tagliarla. Mai l’avessimo fatto! Il prezzo che paghiamo è l’affrontare una lunga distesa di sterpi e rovi. Ma giunti alla SS 45 finalmente possiamo andare veloci. Dopo un sacco di km arriviamo a Gorreto alle 18.50. La gente ci guarda come bestie rare mentre facciamo qualche acquisto alimentare. Alla fine, alle 19.10, ripartiamo per un largo e ripido sentiero nella macchia. E’ il colpo di grazia. Arriviamo a Bertone con gli occhi che si stanno chiudendo. Ore 20.30. Prendiamo acqua da una fontana e saliamo ancora qualche decina di metri per cercare una radura. Mentre Marco pensa all’alloggio, io penso al vitto, cucinando cibo per maiali: apro le uova credendo siano sode. Impiego un mucchio di tempo, imprecando, a togliere la scorza. Le butto nel tegame, assieme al tonno. Mangiamo insieme nello stesso tegamino. poi ingurgitiamo anche altra roba, che ora non ricordo.

Poi crolliamo in tenda.

Oramara-Alfeo0018
Sveglia ancora alle 5.00. Mi alzo per primo e vado per latte nel paesino di Bertone. Giro un po’ per le casupole ma non vedo nessuno. Poi però vedo una donna che sta mungendo in una stalla. Mi dice di tornare tra un po’, che per allora avrà finito di mungere e filtrare il latte. Torno alla tenda, mangiamo qualcosa guardando la carta. Poi torno dalla donna con la borraccia. Un litro di latte cento lire. Mezzo a testa, con il cacao, una bontà.

La strada ora è larga, ripida e piena di ciottoli che ti fanno scivolare. Siamo un po’ lenti e ci alterniamo davanti. Continuiamo nei castagneti (adesso per lo meno siamo all’ombra) e la mulattiera si fa sempre più brutta e meno battuta. Infine usciamo su prati in cui stanno pascolando delle pecore, ma di pastori non v’è traccia. Di strade neppure, ma a noi basta seguire il costone erboso per arrivare con molta fatica sul Monte Alfeo 1651 m, dove sorge una grande statua alla Madonna. Il panorama è delizioso, sul Lésima, sul Cavalmurone e anche sul Carmo e l’Àntola, che sono in programma per oggi. Dopo alcune foto e una birra, scendiamo. Il terreno è uguale a quello in salita, ma rivolto a sud-ovest. Oltrepassiamo il Monte Cappello 1378 m, poi però si deve salire più decisamente, in pieno sole. A una selletta sostiamo abbastanza stanchi, poi riprendiamo verso il Monte Pecoraia 1384 m che raggiungiamo non prima di esserci buttati per una creduta scorciatoia rivelatasi invece un ginepraio di rovi e sterpi. Prendiamo la mulattiera per le Capanne Carrega, ma poi deviamo per pendii ripidi ed erbosi verso il Monte Carmo. Strasciniamo i passi, procediamo colubridamente. Cercando la via più diretta le gambe non ci reggono più, ci abbandoniamo alla sosta, lo stomaco reclama cibo ma glielo neghiamo fino a che non saremo arrivati alle Capanne di Carrega. Arriviamo sulla cresta, molliamo qui gli zaini perché ripasseremo da qui. Saliamo con la sola forza di volontà. I piedi dolgono, polpacci e ginocchia non reggono, il morale è basso. Stiamo per fermarci di nuovo, ma ci ritroviamo inaspettatamente in vetta al Monte Carmo 1640 m, un pianoro di circa venti mq.

Per gravità, ritroviamo gli zaini e proseguiamo per le Capanne di Carrega. Qui c’è un rifugio del CAI abbandonato e un’osteria. Entriamo.

Nessuna traccia del padre di Marco che dovrebbe essere lì ad aspettarci. Compriamo delle birre e delle gazose e ci ritiriamo nella pace dei campi a mangiare. Ma un cane e una mucca fanno la posta al nostro cibo!

– Pussa via, bestiaccia! – e giù un sasso. Niente, sono sempre qui. Così traslochiamo ad altro posto, più ombroso. Siamo in una radura di castagne al fresco più delizioso, quand’ecco di novo il simpatico cane e l’ossessiva vacca. Emigriamo ancora, salendo su un poggio. E chi vediamo? Il padre di Marco e tre amici suoi! Dopo i saluti entusiasti ci offrono della cioccolata. Noto i binocoli di Elio Ghiglione, meravigliosi. Con quelli vediamo la cima dell’Alfeo salita questa mattina: sembra lì. Scherzando e ridendo raccontiamo quello che ci è successo. Vengo a sapere che uno dei tre, Gian, è appassionatissimo di montagna ed è stato sul Monte Bianco il 9 agosto 1952: e quest’anno vorrebbe rifarlo per il decennale. E’ un camminatore formidabile e pochi gli stanno dietro. Gli altri due invece sono escursionisti più tranquilli: uno è piuttosto anziano e l’altro mi è antipatico. Dopo altre risate per l’acquisto all’osteria di un vino particolarmente schifoso, ripartiamo. Seguiamo per un pezzo la strada, poi ci stufiamo e seguiamo la cresta: io, Marco e Gian per primi, gli altri dietro. Oltrepassiamo la vetta del Monte Pio di Brugneto 1475 m. Frattanto Marco, che ha il sacco un po’ più pesante del mio, resta indietro e io invece seguo tenacemente Gian, il quale sale imperterrito le due anticime del Monte delle Tre Croci e si trova poi in cima (a 1565 m) seguito a 50 metri da me. Al successivo Passo delle Tre Croci ritroviamo Marco che ha scartato questa cima per la stanchezza e ha seguito il sentiero. Gian inizia una marcia, per me disperata, verso il Monte Àntola. Vuole dare la polvere a tutti, ma io non mollo e gli tengo dietro come posso. Camminiamo a questo ritmo per circa 30 minuti, quando ci ritroviamo sul costone finale dell’Àntola. Mi precede in cima, a 1597 m, con due minuti di vantaggio. Ah, se fossi appena partito, se non fossi sfinito da questi due giorni… gliela farei vedere io!

Oramara-Alfeo0017

Dopo 10’ arriva Marco, poi arriva l’altra metà della truppa. Scendiamo al rifugio Musante. Ci sediamo e ordiniamo salame, formaggio, cioccolata e tutto quello che ci è avanzato negli zaini. Dopo il caffè, iniziamo a scendere per Torriglia. Io non ho ancora intenzione di smettere la mietitura di vette, così chiedo a Gian (perché Marco non ne ha più voglia) di accompagnarmi sul Monte Cremado 1512 m. Lui mi risponde: – Guarda, per me va bene. Solo che io seguo solo la cresta. In cima non ne ho voglia, perché ci sono già salito.

Gian ed io ci separiamo dal gruppo, poi io mi stacco da Gian e filo vero la cima, che raggiungo con sforzo. Mi butto giù a raggiungere Gian che a quest’ora chissà dov’è. Riesco a raggiungerlo. Ci ricongiungiamo al gruppo, ma poi lo abbandoniamo di nuovo, lui per costeggiare e io per salire il Monte Duso 1450 m che raggiungo da solo allo stremo delle forze.

Oramara-Alfeo0015

Appena calpestato il punto più alto mi precipito in discesa per cercare di raggiungere quel delinquente (si fa per dire) di Gian che è già molto lontano. Lo raggiungo, ma non smettiamo di correre perché pensiamo che il gruppo da lì sia già passato. Cosa non vera, dopo il Colletto ci raggiungono loro!

Vi è ancora il Monte Preda da salire, ma non trovo la volontà di farlo e perciò procedo assieme agli altri fino al Passo dei Colletti. Da lì, volata finale fino a Donetta, frazione di Torriglia. Gian è davanti a me di trecento metri. Lo seguo ostinato. Dietro di me, a 500 metri, il gruppo. E questo è l’ordine di arrivo a Dunetta.

In auto, salgo assieme a Gian. In discesa sui tornanti dal Pian della Scoffera lo prego di fermarsi: devo vomitare!
A Genova, Gian mi lascia in via Monte Zovetto. Via Rodi dove abito io non è distante, ma il tragitto è penoso. Sono così stanco che non faccio neppure cena.

Oramara-Alfeo0016

Punto altimetrico più alto: Monte Alfeo 1651 m.
Cammino a piedi: km 80,200.
Tempo impiegato camminando: ore 23.
Notti in tenda: 2 (la prima nel punto 32TNQ18962648 e la seconda nel punto 32TNQ21414132.

Oramara-Alfeo0014