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Avventure alla Pria Grande – 2

Avventure alla Pria Grande – 2 (2-2)
(dal mio diario)

prima puntata: http://www.alessandrogogna.com/2016/01/21/avventure-alla-pria-grande-1/

12 ottobre 1963. Vado alla Pietragrande da solo. Tento una via a destra del Colonnino, la 13bV, data di V. Provo e riprovo, ma non me la sento oltre un certo numero di metri.

Allora mi rivolgo al 13bII. Giunto quasi alla sommità del Colonnino, ho paura di cadere, così riscendo e lentamente riguadagno terra. Certo i passi di IV in discesa non sono molto consigliabili. Per consolarmi mi rivolgo alla via normale, che conosco bene. Sceso, passo sotto alla parete dalla quale è caduto Alberto: ma troppe brutte sensazioni si affacciano, meglio andare sotto allo spigolo nord-est. Lo guardo, senza tentarlo: rimando al giorno che tornerò qui con Marco. In complesso, una giornata poco proficua.

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Probabilmente sono abbastanza ostinato, perché il 23 ottobre torno, ancora da solo. Sono più che mai deciso a salire il 13bV. Mi ci butto con irruenza, ma ancora una volta mi blocco in mezzo al V grado. Allora, stizzito, pianto un chiodo più alto che posso, ci metto un cordino e con quell’aiuto riesco a salire al di sopra di questa maledetta fessura di faticoso V grado. Faccio per salire su per il Colonnino, ma mi arresto allo stesso punto di una decina di giorni fa, così rifaccio ancora quella discesa, piano, con attenzione.

Mi rivolgo allora al 13gI, già tentato il 24 aprile scorso con Marco. Questa volta riesco a salire, facendo anche una variante diretta di IV+. Prima di andarmene, contemplo ancora lo spigolo nord-est, una meta che sta davvero cominciando a scottare.
nel frattempo conosco un altro ragazzo del CAI, Alberto Poiré. E’ andato in montagna sempre a Vigo di Fassa, dove mi ricordavo d’averlo già visto. Anche lui ha frequentato i massi della val san Nicolò, anche quel masso 5 che io non ho mai trovato. Non sapevo che vicino a Genova si potesse arrampicare, ed è ben contento di poterlo fare, così si troverà più allenato per l’estate prossima.

Ho sempre in testa lo spigolo nord-est della Pietragrande e il giovedì 31 ottobre 1963, giorno fissato, all’uscita della scuola si mette a piovere. Marco Ghiglione non può, Gianni Cofrancesco mi dice che con la pioggia non se ne parla neppure. All’una e mezza mi telefona Alberto Poiré.
– Beh, che si fa?
– Mia madre dice di no.
– Come, no? Di a tua mamma che vai a Pegli ad allenarti al campo d’atletica.

Alessandro Gogna sulla fessura di V dell’it. 13bV (via della Placchetta), 7 marzo 1964
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Insomma, riesco a convincerlo. Presa la “C”, alle 15 siamo a Morigallo. Non abbiamo ancora superato il ponte sul Polcévera che attacca a piovere. Continuiamo imperterriti con l’impermeabile. A Geo, piove di brutto. Per preservare i vestiti asciutti, decidiamo di cambiarci poco oltre a Geo. Io metto i calzettoni nelle scarpe a carro-armato, la tuta da ginnastica e l’impermeabile. Lui gli scarponi, la tuta e l’impermeabile di popeline. Alle tre e mezza siamo arrivati alla base. Sotto a un piccolo tetto della parete est aspettiamo che spiova. Siamo già abbastanza bagnati. Tiro fuori la corda: so che è ingarbugliata. Ci metto dieci minuti a districarla. Alberto mi fa notare un punto in cui la corda è un po’ rovinata. Per fortuna non è troppo centrale. Mi lego al capo più lontano dal danno, prendo martello, chiodi e moschettoni e comincio a salire sotto la pioggia. Nel diedro iniziale del 13d la roccia non è ancora viscida, però avendo le scarpe infangate fatico sul primo pezzetto per arrivare al diedro (se non avessi conosciuto già questo tratto non ce l’avrei fatta). Alberto è arrabbiatissimo per la pioggia e per quello che succederà quando torneremo a casa fradici. Intanto raggiungo il primo chiodo, mi ci assicuro e cerco di passare. Per fortuna mi accorgo di non essermi legato bene, così scendo a rifarmi il nodo. Risalgo al chiodo e, con una serie fortunata di piccoli movimenti, supero il passaggio di V- che tanto fece sudare marco e me l’aprile scorso. La roccia qui è bagnata, tanto che rivoletti d’acqua mi scorrono giù per i polsi. lentamente continuo a salire per delle placchette e finalmente incontro un secondo chiodo. Sotto la pioggia scrosciante mi ci assicuro, perdo tempo a mettere a posto il moschettone e finalmente continuo. Dopo circa un minuto sono in cima!

Piove, ho addosso canottiera, camicia e felpa della tuta, tutto fradicio. Urlo ad Alberto di venire su. Come immaginavo non riesce a salire sul primo metro. Tenta e ritenta, ma alla fine desiste. Allora gli urlo di venire su per la via normale. Lui allora si slega e si presenta all’attacco, che gli avevo fatto vedere prima. Scendo e gli faccio vedere la via. Lui mi segue e arriviamo in cima. La corda è lì, ancora ancorata. Non ci fidiamo a scendere a corda doppia per via di quel logoramento. Piove in modo preoccupante. Scendiamo per la normale in arrampicata, gli faccio vedere tutti i movimenti. Quando sono a terra corro a prendermi l’impermeabile. Poi ritorno ad aiutare Alberto, il quale si è bloccato sulla roccia viscida. Alla fine riesce a saltare e assieme corriamo sotto al nostro tettino. Qui pende la nostra corda: ai capi presenta delle impiombature che potrebbero non passare nei moschettoni. Con il martello ne taglio una: allora posso sfilare. Viene giù con un sibilo sinistro. Poi salgo ancora a prendere il primo moschettone, che è di Alberto.

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Mentre arrotolo la corda sono felice, anche se l’acqua mi è ormai entrata nelle ossa. Sono contento di aver finalmente fatto da capocordata questo spigolo nord-est, che è in linea come difficoltà con lo Spigolo del Secchio di Pietralunga. Quest’ultimo però, essendo ben più esposto, è superiore.

Scendiamo, e alle casette dove ci eravamo cambiati all’andata, ci ricambiamo vestiti “civilmente”. ma quando siamo a Geo ci coglie un tale acquazzone che in un attimo siamo grondanti. Ormai ce la prendiamo comoda, tanto…

Alberto è nero e se la prende con me scherzando. Per fortuna la “C” passa subito. In autobus discutiamo per definire una versione ufficiale: – Siamo andati a Pegli, per allenarmi alla marcia io, per fare un po’ di judo, lui. Poi, in un momento in cui non pioveva, siamo usciti con altri ragazzi all’aperto e abbiamo giocato a pallone. Naturalmente, il terreno fangoso ci ha resi così. Visto che tanto eravamo così conciati abbiamo continuato a giocare sotto la pioggia…

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Come se non bastasse, a Sampierdarena ci ritroviamo bloccati nel traffico, praticamente fermi. Le cose si aggravano. Infatti avevamo calcolato che, arrivando abbastanza presto a casa, potevamo far sparire il materiale da roccia. Dopo attento studio, concludo che l’unica soluzione è mettere la roba in cantina, lasciandola però incustodita per tutta la notte.

Alberto è molto sollevato per questa soluzione. Per il resto del viaggio (e così possiamo chiamarlo visto che è durato dalle 17.55 alle 20.25) in autobus, Alberto conversa volentieri con un tizio sul menefreghismo italiano in generale, sull’apatia, sulla politica perversa, ecc.

Alle 20.25 sotto una pioggia torrenziale arriviamo alla mia fermata. Corriamo al mio portone in via Pareto, mi consegna il suo bagaglio (scarponi, chiodi, martello, moschettoni e cordino). Ci salutiamo. Con l’aiuto di un fiammifero che so esserci in cantina, mi faccio luce e deposito tutto su una mensola. Poi esco e salgo le scale di casa mia (cinque piani): sono accolto in modo bestiale. Il mio racconto però regge.

Il giorno dopo rendo ad Alberto il suo materiale e sistemo il mio. Potrà interessare sapere che, a dispetto dell’acqua presa e del raffreddore che già avevo con tanto di catarro, nessun malanno mi ha colpito.

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Proprio nella classe accanto alla mia, cioè nella 1aD, c’è un certo Bernardo de Bernardinis. Orami frequento il corso di Alpinismo della Sezione Ligure del CAI: ci siamo conosciuti lì. Anche lui si è iscritto, più che per imparare, per conoscere gente con cui andare. Ha quasi sedici anni e la sua attività si è svolta prevalentemente a Courmayeur, quindi su ghiaccio e granito. Iscritto al CAI di Sampierdarena, i suoi genitori gli permettono l’alpinismo, dunque ha tutto il materiale necessario.

7 marzo 1964. Con la scusa di andare a studiare da un mio amico, mi porto via la roba nel sacco da ginnastica e parto. Alle 14.05 prendiamo la “C” e alla solita ora (15.30) siamo alla Pria Grande. A Bernardo, da tutti chiamato Chicco, questo posto piace molto, con la sua roccia verticale. Salgo legato per la via normale e dopo poco lui mi ha raggiunto.

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Ora, qualcosa di nuovo: corda doppia sulla parete sud-est. Ancoro la corda all’apposito ago da mina e mi preparo a scendere. Ho una certa fifa, ma poi mi passa. la discesa è magnifica ed è senz’altro la più lunga discesa che ho mai fatto. Scatto delle foto a Chicco mentre scende. Dimostra una tale padronanza di sé e della manovra da stupirmi.

Ora andiamo all’attacco del 13bV. Abbiamo un’idea complessa: salire alla vetta del Colonnino, scendere a sinistra due metri e poi concludere per il 13bI. Ricorderete che il 23 ottobre 1963 avevo superato il passo difficile di V con una staffa di cordino (sebbene la guida prevedesse la libera). Quindi ora, non da solo come allora, voglio farcela come si deve.

Infatti salgo veloce in Dülfer, senza piantare nulla, così da ricevere lodi immediate da Chicco. Ma io non lo sento quasi, continuo sulla placchetta, vinco il baluardo del Colonnino (che mi aveva sempre respinto). E tutto senza alcun chiodo. Ora sono in piedi sul Colonnino, aggancio il moschettone al chiodo superiore per poter assicurare Chicco. Mi sistemo seduto alla meno peggio. A sua volta si appollaia in cima, mentre io scendo di poco a sinistra. Mi fa una strana impressione: è la seconda volta che arrampico assicurato dal compagno in parete. Quella volta con Carlon la ricordo bene… ma non eravamo così alti e su roccia così difficile!

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Il tempo minaccia, e mi aspetta una bella placca di V. Non sono a pochi metri da terra. Pianto due chiodi sotto al Colonnino, perché uno non mi sembra sicuro, e proseguo in traversata a sinistra. Poi salgo un po’ e, sempre in placca, mi ristabilisco con i piedi. Cerco un’altra fessura per un chiodo e la trovo. Mi riposo un momento poi raggiungo abbastanza facilmente la cima.

Assicuro Chicco sull’ago da mina, lui mi segue ma, dopo essere sceso e aver tolto i chiodi, invece di traversare sale quasi subito, incrodandosi. Alla fine si molla nel vuoto e fa un bel pendolo. Lo tengo bene, ma va a finire su un tratto che sarà VI grado. Lo aiuto molto tirando e alla fine raggiunge il mio chiodo e me.

Ci rivolgiamo ora alla parete ovest, l’itinerario 13g, una via di V+, con i primi metri in artificiale. Pianto due chiodi e metto le staffe, provo senza riuscirci a metterne un terzo. Allora, arrabbiato, dico a Chicco che vado in libera. Lui cerca di farmi desistere, che secondo lui non ce la posso fare. E invece, incredibilmente, ce la faccio! Dopo aver messo un terzo chiodo, arrivo in cima. Chicco è stanco, ancora un po’ scosso per il volo di prima, riesce a togliere il primo chiodo ma non il secondo e neppure il terzo. In doppia il terzo chiodo lo tolgo io, quanto al secondo, una volta con i piedi a terra, me lo dimentico!

Tanta è la gioia di questa giornata davvero proficua.

Bernardo de Bernardinis ai Torrioni di Sciarborasca
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Avventure alla Pria Grande – 1

Avventure alla Pria Grande – 1 (1-2)
(dal mio diario)

Consultiamo la guida di Euro Montagna in biblioteca, senza prendere appunti.

1 novembre 1962, Ognissanti. Alberto Martinelli e io andiamo di pomeriggio a Genova-Bolzaneto. Prendiamo per il Santuario della Guardia e, muniti di cartina militare IGM, arriviamo quasi a Geo. Chiediamo a un signore anziano informazioni sulla strada per la Pietragrande (pria grande in genovese); ci risponde di prendere la stradina dopo il negozio di commestibili e salire fino a un canaletto d’irrigazione. Da lì in mezz’ora dovremmo arrivare.

Arrivati a sinistra del torrente, in corrispondenza di qualche casa, chiediamo a un altro.
– Veramente io non ci sono mai stato, ma dovrebbe essere per di qua. Ci vorrà un’ora…

Lo ringraziamo ma cominciamo a preoccuparci. Per l’altro era mezz’ora, questo parla di un’ora. Comunque proseguiamo, arriviamo ad altre case, poi a un casolare pieno di cani da caccia che ci abbaiano furiosamente. Il tempo minaccia. Prendiamo un sentierino accanto al canalino d’irrigazione e dopo due minuti incontriamo due boscaioli.
– Sciäa me scüse, va ben pe a Pria Grande? – parlo in genovese sperando di aver migliore comprensione.
– Scì.
– Quantu tempu ghe véu?
– Dexe minûti.
– Grazie.

Belli contenti ci avviamo per il sentierino pianeggiante e tortuoso, spesso a picco sul vallone sottostante. Ora però pioviggina. Andiamo avanti ugualmente, passiamo una piccola frana, un avvallamento e arriviamo ad altre case. Vediamo un vecchietto.
– Quantu tempu ghe véu pe a Pria Grande?
– Dexe minûti.

Ma ormai non stiamo neppure più a badare come ciascuno dà i suoi numeri, perché comincia a piovere a dirotto. E’ la ritirata!
Pietragrande1Tre giorni dopo, il 4 novembre, torniamo alla carica. Per sbaglio scendiamo dal tram a Morigallo, ma si rivela meglio così. Siamo già nei pressi delle raffinerie Garrone, perciò più vicini a Geo. Ripetiamo in velocità il percorso dell’altro giorno e, dopo i cani e l’avvallamento, arriviamo alle case del punto massimo raggiunto. In effetti eravamo vicini e dopo poco ci troviamo di fronte all’enorme blocco di diabase. Il nostro tentativo sulla via normale (spigolo sud-ovest, IV-, itinerario 13a) vede i soliti tentennamenti, insicurezze, errori. E più incerti siamo, più vorremmo tentare di mettere chiodi… Alberto va a finire troppo a destra e io, che intanto ero stato in vetta, devo scendere per aiutarlo. Ritorniamo in cima assieme, poi lui scende a corda doppia mentre io sono costretto a farlo in arrampicata vista la perdurante escoriazione sulla spalla che mi ero procurato al Campaniletto di Sestri. Giunto al punto più difficile esito un attimo, ma alla fine riesco a scendere ancora un po’ e saltare a terra.

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A questo punto ci rivolgiamo alla paretina ovest (13gI). Non siamo al corrente che è di ben V grado… schiodato, per di più. Assicurato dall’alto da Alberto salgo piantando due chiodi e mettendo altrettante staffe. Poi qualcosa mi dice che questa è una pratica da abbandonare. Basta mettere chiodi e staffare dove non è previsto! D’ora in poi seguirò scrupolosamente quello che dice la guida: Alberto invece se ne frega, mettere chiodi gli piace!

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Comunque non mi sento di proseguire e scendo, per poi risalire ad assicurare Alberto. Lui riesce a piantare un altro chiodo più alto, ma poi annotta e desistiamo. Resta però da schiodare! Togliamo i primi due, lasciamo quello messo da Alberto. E anche quello messo in cima per fare corda doppia sulla liscia e repulsiva parete nord. Ce ne andiamo nel buio pesto, un po’ pericoloso.

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Il 10 novembre 1962 torno alla Pietragrande con Marco Ghiglione. Ormai conosco il tragitto a memoria, ci mettiamo solo 25 minuti dalla fermata dell’autobus “C”. Ha piovuto recentemente, la roccia è umida. Io ho un paio di scarponcini, lui le scarpe da tennis (come del resto avevo io la volta scorsa). Scivola, cade due volte. Lo aiuto. Poi vado in cima a sistemare la corda sul cippo e quando mi volto per scendere ad aiutarlo, mi accorgo che è lì accanto a me: è a piedi nudi, con le scarpe in bocca! La mia spalla è guarita, così finalmente posso scendere in doppia a ovest. Altra cosa: dobbiamo togliere i chiodi lasciati la volta scorsa. Solo quello sulla Ovest mi fa penare, devo addirittura fare un piccolo pendolo per raggiungerlo! Ora voglio fare la 13b, sulla parete sud-est. Lui mi assicura dall’alto. La parete è caratterizzata da un pilastrino appena staccato, con la punta a circa due terzi della parete: il “Colonnino”. Ho difficoltà a fare in modo che la corda mi sia proprio in verticale. dalla cima del Colonnino inizia il vero difficile… però c’è un chiodo. Senza pensare alla grande stupidaggine che sto facendo ci metto il moschettone e la corda. Quando mi alzo per superare il muretto finale (IV) la corda fa fatica a seguirmi. Lo credo! Fa un angolo a 360° e Marco invece che recuperarmi mi deve dare corda, come fossi da primo. La stessa idiozia l’ho fatta a Pietralunga, ma ora credo questa sarà l’ultima volta. Insomma, sono incrodato. Dico a Marco di aiutarmi, quello si mette a scendere sulla corda singola, mi oltrepassa, stacca quel maledetto moschettone, si tira sulla corda come Tarzan e si rimette in posizione per farmi salire.

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L’8 dicembre torno alla Pietragrande con Alberto. Alle 15.25 siamo operativi alla base del roccione. Voglio rifare il 13b e ancora con la corda dall’alto. Alberto sale in cima per assicurarmi. Raggiungo velocemente la sommità del Colonnino.

– Alberto, sposta la corda!
Silenzio. Io devo andare a destra e nessuno risponde. Allora urlo e, tanto per cambiare, litighiamo. Arrampico rabbioso su quel IV grado e giunto in cima mi sfogo urlando. Ora tocca a lui scendere e provare. Ma naturalmente sbaglia e sale per il 13bI, che è di V grado. Cosicché deve tornare a terra e chiede corda. Io gliela do prontamente, così può scendere, attaccare nel punto giusto e raggiungermi. Sempre con la corda dall’alto ci facciamo entrambi la variante 13aI.

Ora però viene il bello, perché abbiamo intenzione di salire sul più alto spigolo nord-est (13d), esteticamente assai bello, dato di IV+ e V-.

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Sulla sommità, in corrispondenza dello spigolo, c’è un grosso macigno, attorno al quale faccio un bulino con la corda. Dopo di che mi metto dentro l’anello del nodo, in modo che se lui cade io non cado e lo posso tenere meglio (un’autoassicurazione davvero basic, NdR). Gli urlo che sono pronto, anche se non lo posso vedere. Lo sento salire, piano e imprecando, poi lo vedo quasi vicino a me, su una placchetta liscia. E’ felice e mi decanta la via, dicendo che non ha mai fatto nulla di più bello, ecc. Tocca a me, anche se l’oscurità sta arrivando. Arrivo quasi al primo chiodo, ma poi mi faccio calare.

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Alberto impietosamente comincia a sfottermi, poi però mi faccio mostrare dove è passato. E’ passato sulla destra, evitando i pezzi più difficili! Mi riprometto per la prossima volta di fare anche io così almeno non sfotterà più. La discesa per il sentiero al buio è come al solito disperata.

Il giorno dopo, ancora alle 15.25 in punto, siamo ancora là a insistere. Con la corda dall’alto riscatto il mio onore messo a dura prova ieri sera. Io vorrei che ci dedicassimo a ripetere come si deve il 13 d, Alberto invece vuole salire la parete nord, che la guida descrive come muro di VI-A1 e alto ben 14 metri. Come se non bastasse non vuole salire canonicamente sul 13e, dove si vede qualche chiodo arrugginito: vuole fare una via nuova, sulla parete nord ma abbastanza vicino allo spigolo nord-est. E la vuole salire in artificiale, come naturalmente si richiede sul sesto grado (le idee sull’artificiale e sulla libera erano poche ma confuse, NdR). Tenta di scendere su una corda sola, poi sente male alla spalla e ritorna verso di me a fatica. Un cacciatore passa di lì e ci osserva.

Alberto scende arrampicando per la via normale, io intanto rimango in cima a gelare. Poi finalmente parte, assicurato da me. Lo sento chiodare come un dannato, imprecando. Ormai è quasi buio e gli urlo ripetutamente di scendere.

– Scendi!
– Taci, scemo, e lasciami schiodare!
Questo in sintesi il dialogo.

Sono un ghiacciolo, nella mia tuta di cotone. Finalmente mi dice di aver finito e di scendere pure. Mi precipito in basso e lo raggiungo, sotto alla parete nord. Due chiodi sono rimasti infissi. Mi arrampico per levare almeno il primo, all’altro penseremo la prossima volta. Ora è proprio buio pesto.

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Il 23 dicembre 1962 siamo ancora, alla solita ora (15.30), alla base della Pietragrande. Sorpresa: troviamo gente. E’ la prima volta che incontriamo qualcuno qui. Non socializziamo. Salgo per la via normale e vado a legare la corda al masso, poi butto giù l’altro capo. Accanto a me altre tre corde sono ancorate.

Recupero Alberto che comincia a chiodare, questa volta attrezzato pure di una staffa a quattro gradini di metallo. Mentre comincio già a battere i denti, ecco che arriva da me il tizio che il 21 ottobre al Masso del Ferrante ci aveva insegnato la corda doppia. Dopo i saluti, gli dico: – Chissà quanti errori sto facendo, eh?
E lui: – No, errori no!
Poi scende a recuperare una staffa che aveva lasciato lì al mattino. Fa un freddo cane, in fondo a questa valletta umida.

Dopo un po’ Alberto esce dalla Nord sulla Est e quindi mi raggiunge raggiante. Entrambi scendiamo per la normale, ma ci ritroviamo in attesa che uno scenda a stento. A terra, corriamo alla base della parete nord: Alberto mi mostra il suo itinerario. Mentre lui torna su ad assicurarmi, io mi lego e mi armo di martello per poter schiodare. Ci sono cinque chiodi, e agli ultimi tre è appesa una staffa per ciascuno. Senta togliere i primi due, agguanto la prima staffa ma sento che non sono in forma. Scendo, afflitto e scoraggiato.
– Non ce la faccio, Alberto!
Allora lui mi butta giù la corda e scende per la normale. Poi si lega e io rimango in basso ad assicurarlo. Salendo leva tutti i chiodi in modo magistrale e io sono pieno di ammirazione per lui. Speriamo che un altro giorno anche io possa fare la stessa cosa (Naturalmente nessuno dei due si rendeva conto che, se il primo di cordata toglieva i chiodi mentre saliva, rimaneva col peso sempre su quello dopo, correndo il rischio dunque di cadere senza scampo alla prima fuoriuscita, NdR). Nel buio totale cerchiamo di raggiungere gli scalatori che erano con noi ed erano partiti prima. Senza riuscirci.

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Seguendo un itinerario di accesso diverso (finalmente abbiamo letto bene la guida), molto meno pericoloso e più breve, il 24 aprile 1963 mi ritrovo alla Pietragrande con Marco Ghiglione. E’ la prima volta che vedo questo grande masso con il cielo sereno e una temperatura accettabile. Salgo per la via normale e butto la corda sul versante ovest. Oggi vogliamo esercitarci con i nodi prussik. Così saliamo e scendiamo entrambi mentre arriva un amico di Marco, Ennio Remondino. Nl frattempo Marco riesce a sbucciarsi la spalla scendendo a corda doppia… Sulla parete ovest c’era un conto in sospeso, l’itinerario 13gI, tentato con Alberto il 4 novembre scorso usando senza pietà staffe eccetera. Ora invece voglio fare le cose in regola, per questo V grado. Attacco bene e vado slegato fino allo strapiombo con relativa facilità. Qui ci sono ottimi appigli per le mani, ma i piedi fluttuano. Cerco di piantare un chiodo, visto che quello che la guida dice d’esserci, non c’è. Però, per quanto cerchi affannosamente una fessuretta, non ne trovo. Ora sono affaticato, perciò appoggio lì il chiodo, scendo un po’ e poi faccio un salto di due metri fino a terra. Riposo. Intanto Marco ed Ennio tentano, senza convinzione. Poi ritento ancora io ma sono troppo stanco. Ennio se ne va. Noi andiamo allo spigolo nord-est per fare il 13d, già fatto da Alberto e da me assicurati dall’alto e con variante più facile. Oggi invece voglio seguire il vero itinerario e con assicurazione dal basso. Raggiungo il primo chiodo dal quale pende un cordino. Ma io non mi fido e il moschettone lo passo nell’anello. Poi però sono bloccato, e mi sembra per tre ragioni. Primo, le difficoltà: non ci sono appigli per le mani. Secondo, mi ricordo male quanto letto in biblioteca sulla guida al riguardo della posizione del secondo chiodo. Terzo, occorre spostarsi leggermente sulla parete nord, ed io invece sto provando diritto. Troppi pensieri! Sono qui, più che altro tenuto di peso da Marco, ma non riesco a far nulla. Sudo, mi agito, poi comincia a piovere. Quando smette, attacca il mio compagno, munito delle mie scarpe “a carro armato”. Ma è un tentativo condannato in partenza. Allora mangiamo pane e formaggio, facciamo delle foto. Poi io ritento, ma non c’è nulla da fare. Almeno vedessi il secondo chiodo!

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E arriviamo così alla settima visita alla Pietragrande: una gita che non dimenticherò mai.
E’ il 15 giugno 1963. Con Alberto abbiamo intenzione di fare la parete sud-est della Pietragrande per la via a destra del Colonnino, it. 13bVI. E’ di VI grado e richiede l’uso di mezzi artificiali per tutta la salita, di una decina di metri. Seguono 5-6 metri di IV. Raggiunto il roccione alla solita ora (15.25). Dietro mia istruzione, lui si lega con i due capi dell’unica corda che abbiamo. L’inizio è duro. La salita è lenta per il continuo armeggiare con le staffe, i chiodi e il martello. Dapprima è proprio impacciato, poi prosegue più spedito mentre io lo sostengo sui chiodi. Un indefinibile orgasmo ci prende tutti e due, questa verticalità impressionante ci prende entrambi, ci ubriaca. E ci fa commettere errori. Nemmeno io me ne rendo conto, però di mano in mano che lui procede leva la corda dai moschettoni a lui sottostanti, lasciandola solo nell’ultimo chiodo. Mi domando cosa si è legato a fare con due corde… Poi accade l’inevitabile. L’ultimo chiodo si stacca e Alberto cade giù senza che io possa fare nulla per trattenerlo. Cade su un macigno vicino a me, poi rotola un po’ e si ferma sul sentiero. Sono inorridito. Temo il peggio e, tremando, mi avvicino a lui per vedere se almeno la testa è salva: e lo è per fortuna. Lui comincia a lamentarsi, anzi a urlare di terrore. Ha certamente un piede rotto. Si è rotto il malleolo, diranno poi in ospedale.

In giro non c’è nessuno, siamo soli. Provo a chiamare aiuto: niente! Metto un fazzoletto bagnato sul suo piede, poi, cercando di tranquillizzarlo, vado a chiamare una barella. Percorro a rotta di collo il sentiero per Geo, ma mi fermo alla prima casetta: ci sono due donne e le prego di salire su per tenere un po’ di compagnia ad Alberto e prestargli le prime cure. Poi riprendo a correre. A Geo vado a chiamare la “Croce”, ma l’autoambulanza è in un paese vicino. Per telefono però riusciamo a informarli della necessità d’aiuto alla Pietragrande. Poi telefono ai genitori di Alberto, non dicendo però che è caduto dalla roccia. In seguito riusciremo a mantenere questo segreto, sostenendo che è rotolato giù da un sentiero.

Mi metto in attesa, in preda a un nervosismo indicibile. Poi, non potendo più resistere, salgo di nuovo alla Pietragrande, di corsa. Incontro quelle donne che mi ridanno i miei vestiti, la macchina fotografica, lo zaino. Le ringrazio di fretta e furia, poi continuo a salire. Mi riprendo il materiale tecnico, perché Alberto è già stato portato via. Sulla famigerata paretina lasciamo sei o sette chiodi e quasi altrettanti moschettoni. Il resto riesco a riprenderlo. Giunto a casa riesco a nascondere tutto. In seguito riesco ad andare in ospedale a trovarlo. Ne avrà per due mesi costretto a letto, poi ancora con la gamba ingessata per un bel po’. L’estate è rovinata. In più ha quattro materie da dare a ottobre e chissà come farà. Io sono come paralizzato. Per un po’ dubito della mia passione. Sono disgustato, angosciato. E rimarrò così parecchi giorni. Il giorno dopo mi ritrovo con papà e mamma in una gita a funghi, immaginate il mio stato!

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La prima volta a Sciarborasca

La prima volta a Sciarborasca
(dal mio diario)

28 dicembre 1962. Quest’anno a Natale è stato molto freddo. Qui a Genova siamo arrivati a -3°. Poi i rigori del clima mollano un poco, così Alberto Martinelli ed io ci avviamo verso i Torrioni di Sciarborasca, un paesino vicino a Cogoleto. Qui arriviamo facilmente in treno, poi ci mettiamo alla ricerca di una corriera che vada a Sciarborasca. Entriamo da un panettiere e Alberto chiede un sacco di informazioni. La cosa non mi garba, lui chiede tutto a tutti. Quando è in viaggio non se la sa sbrigare da solo o, meglio, non ci prova neppure!
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Deve chiedere. Marco e io non faremmo mai una cosa simile e nelle nostre gite ci siamo ridotti a quel punto proprio e solo quando non sapevamo dove sbattere la testa. Alberto perfino la strada si fa indicare, pur avendo noi una bella carta militare della zona. A cosa ci serve se non la usiamo?

Comunque non esiste corriera, perciò ci divoriamo i 4,5 km che ci dividono da Sciarborasca. Prendiamo il viottolo per il Monte Sciguello, sbagliamo un po’ strada, ma alla fine arriviamo ai torrioni di calcescisti.

Altro che “torrioni”! Sono solo rocce informi ammonticchiate una sull’altra, scalabili solo da una parte, perché altre parti quasi non esistono, ad eccezione di due o tre.
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Arriviamo alla base del primo torrione, il più bello, separato dal secondo tramite un camino e relativo intaglio. Sulla guida leggiamo di una via di V-, con variante diretta di V+. Ci leghiamo a un cordino in vita. Attacco subito la variante difficile e naturalmente mi vedo costretto a piantare un chiodo.Che però non entra bene. Mi ci riposo sopra, costringendo Alberto che mi assicura a spalla a far la fatica di tenermi. Non essendoci appigli, cerco di piantare un altro chiodo. Questo entra troppo bene, quasi senza martellarlo. E’ chiaro che non terrebbe nulla. Ma io me ne frego. Sono però esasperato e mugolo di rabbia. Ci attacco il moschettone e, sollevandomi sui piedi in aderenza, cerco di passare la corda nel moschettone. Il chiodo esce d’improvviso e io volo giù. Per fortuna il primo chiodo regge. Questo mi convince a farmi calare, nero di furore. Parte Alberto e non arriva dove sono arrivato io, così mi chiede le staffe. Io gliele rifiuto perché sul V+ non bisogna adoperarle. Lui si arrabbia e io gliele do. Però contemporaneamente mi arrabbio anch’io, mollo la corda e me ne vado. Se la faccia lui in artificiale! Mi dispiace fare così, ma non c’è altro mezzo per imporsi su questa testa dura!
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Lui, afferrate le staffe, comincia a trafficare. Io me ne vado davvero dicendo: – Guarda che io torno solo per aiutarti a scendere!

Detto questo mi rivolgo alla paretina a ovest e salgo da solo sul diedro di sinistra: dopo alcuni metri mi sposto sulla paretina a destra, torno poi a sinistra e per una breve fessura (IV+) esco a un terrazzo con albero e proseguo più facilmente fino in cima. Poi scendo, curioso di vedere cosa sta combinando Alberto.

Quando mi vede, mi dice che vuole scendere. Vedo che non è andato oltre al punto dove ero arrivato io in libera (per “libera” allora s’intendeva “senza staffe”, NdR a distanza di 53 anni). Lo aiuto a scendere e ci rivolgiamo alla via che avevamo snobbato preferendo la variante. Riparto io, raggiungo un chiodo in posto, poi da metà cengetta torno indietro. Alberto riesce a imbroccare gli appigli giusti (V-) e riesce a passare. Ma poi non prosegue diritto e traversa a destra all’intaglio tra il primo e il secondo torrione. Recupero il primo moschettone ma non il secondo. E’ lui allora che torna indietro per riprenderselo. Decisamente Alberto è più bravo di me…
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Dopo aver raggiunto la “vetta” ed essere riscesi, mangiamo qualcosa. Lui ora vuole fare la parete sud-ovest, dove la roccia è un po’ infida.

Sale senza mettere niente e slegato. Gli si stacca un appiglio e lui vola in aria per cinque metri sbattendo per terra di sedere.

Pare che non si sia fatto nulla, però rimarrà scosso. facciamo altri tentativi, come quello sul Diedro delle Spine, ma non combiniamo nulla. In più s’è fatto tardi e fa un freddo cane. Ci tocca anche abbandonare un chiodo.

Arriviamo a Genova e comincia a nevicare. Non siamo per nulla soddisfatti.
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La Palestra di Pietralunga – 2

Palestra di Pietralunga – 2
(dal mio diario)

2 ottobre 1963. Alle 6.10 partiamo da Genova Brignole. Marco Ghiglione non sta bene, perché nella notte ha vomitato quattro o cinque volte. Vabbè, siamo matti e, come tali, queste cose non ci impressionano. Non ci impressiona neppure il fatto che sta per piovere. Arriviamo al Masso del Ferrante alle 7.45. Marco vede la valle e le rocce della Pietralunga per la prima volta. Continua a non stare bene e ad avere scariche di diarrea. Per vedere se può fare ciò che abbiamo intenzione di fare, gli faccio salire i pochi metri della paretina sud del masso. La sale dignitosamente, quindi proseguiamo.

In un quarto d’ora siamo alla base della Cresta Settentrionale di Pietralunga. Due sono le cose fastidiose successe nel frattempo: la prima, per poco non arriva in testa a Marco un roccione di 30-40 kg spostato sbadatamente da me; la seconda, incomincia a piovere.

Sotto una pioviggine insistente ci prepariamo e parto per primo. Dopo un tratto facile, superiamo il primo ostacolo, un camino di 7-8 m definito “faticoso, IV”. Alla sommità di questo attacca a piovere forte. Non possiamo ripararci. Scavalchiamo due gendarmi, cerchiamo affannosamente un riparo, ne troviamo uno sommario. Insomma, dopo la raffica di pioggia, siamo bagnati fradici, e con noi sia la corda che la roccia.

Cresta Settentrionale di Pietralunga. 1=Spigolo del Secchio; 2= Paretina dei Due Chiodi
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Non ci perdiamo d’animo e continuo per una placchetta di III grado che ci porta proprio sotto alla cosiddetta Paretina dei Due Chiodi. Sotto di noi c’è il nostro obiettivo odierno, il cosiddetto Spigolo del Secchio, una variante “di pregio” della via della Cresta Settentrionale. Qui dobbiamo scegliere: o continuare per la Paretina dei Due Chiodi evitando la variante, oppure andarci proprio a cercare la gatta da pelare sullo Spigolo del Secchio per poi concludere necessariamente per la Paretina dei Due Chiodi.

Nell’indecisione, riattacca a piovere forte. Ma c’è un bel tetto sotto il quale possiamo rifugiarci. Mentre aspettiamo che smetta, decidiamo di osare. Così, alla tregua, lasciamo lì gli zaini e ci rivolgiamo allo Spigolo del Secchio.

mentre Marco rimane in alto ad assicurarmi, io scendo cauto per una placchetta spiovente, mi afferro a uno spuntone, scendo in un diedro. Ora sono vicino al passaggio, ma tutto è grigio, c’è molta nebbia. Sono a una cinquantina di metri da terra. Oltre alle difficoltà dello Spigolo del Secchio (V-) c’è anche un’esposizione inusuale. La roccia è bagnata. Pianto un chiodo all’inizio della placca, poi attraverso lentamente sulla lista mirando al vecchio chiodo che segna il punto più difficile (il chiodo piantato da me, come si può vedere dal disegno, non serve a nulla, anzi in caso di caduta renderebbe più ampio il mio pendolo e più forte il mio impatto sulle rocce sottostanti… NdR). Mi ci assicuro, poi tento di raggiungere in spaccata lo spigolo vero e proprio. Niente da fare. Torno indietro fino a che posso prepararmi un cordino da usare sul punto cruciale. Dopo averlo attaccato al chiodo, mi ci attacco con la mano sinistra e riesco così a raggiungere lo spigolo. Qui sento ancora di più il vuoto. Ora risalgo per due metri poi, visto che le difficoltà non sono finite, cerco di piantare un altro chiodo. Non ci sono fessure. Allora salgo ugualmente, di forza, e m’imbatto in un altro chiodo vecchio. Con il suo aiuto, e con la corda che mi tira in basso, riesco a salire tutto lo spigolo fino al vero e proprio vecchio secchio da muratore lì appeso. Da lì al terrazzo. Sono strafelice, mi sembra il passaggio più duro che ho mai fatto.

Ora tocca a Marco che molto diligentemente recupera tutto il materiale e anche lui felicissimo dà un colpo di martello al secchio, come fosse una campana!

Ora ci attende la Paretina dei Due Chiodi (IV), che si presenta abbastanza “lepegusa” (termine genovese per indicare qualcosa di viscidamente umido).

 

Spigolo del Secchio. 1=Marco; 2=Alessandro; 3=diedro; 4=spuntone; 5=primo chiodo (piantato da me); 6=secondo chiodo (trovato in parete: questo è il passo di V-); 7=Spigolo del Secchio; 8=il secchio; 9=piattaforma erbosa sottostante la Paretina dei Due Chiodi. Disegno originale, 1964.

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Se la chiamano così, allora abbiamo diritto a usare due chiodi… Sale Marco da primo e con molta difficoltà li pianta entrambi. Ma al di sopra mancano appigli e la parete è leggermente strapiombante. Rinuncia per darmi il passo, ma anche io non mi fido. Riprova lui e quando riscende siamo un po’ scoraggiati. Poi lui mi dice che la soluzione ce l’ho in mano, mi aizza. E’ solo per rabbia che mi ritrovo oltre l’ostacolo… Quando tocca a Marco, il poverino si sente di nuovo male. Riesce a togliere il primo chiodo, poi non raggiunge il secondo (peraltro piantato da lui stesso prima…). Sta male. E’ davvero uno smacco per lui, dopo aver attrezzato il passaggio, non poterlo fare. Si fa calare. Abbandoniamo il secondo chiodo e relativo moschettone, poi lui mi raggiunge facendo un lungo giro a sinistra per erba e roccette.

La Cresta Settentrionale è finita, ma io ne voglio ancora. Vogliamo fare il Diedrino e la successiva Fessura degli Svizzeri, da me già fatta. Marco sta un po’ meglio, così mangiamo assieme qualcosa. Questa volta il Diedrino mi si concede, ma quando tocca a lui riprendono i conati di vomito. Recupero il materiale. Marco è nero di rabbia, rosso di stizza, verde di nausea e bianco di malessere… Subito dopo riprende a piovere forte, abbiamo sì le giacche a vento, ma alla fine rinunciamo al riparo e scendiamo come niente fosse. Al Masso del Ferrante arriviamo fradici, e sono appena le 14.30.

Cominciamo a fare scemate: pianto un chiodo e ci metto il cordino; ne pianto un altro, altro cordino. Con i piedi ballonzolanti sulla testa di Marco proseguo. Ridiamo come matti e, alternandoci, mettiamo altri chiodi. Quello che sta sotto, in qualità di schiavetto negro, porge il materiale che serve. Intanto siamo arrivati abbastanza alti e basterebbe avere un chiodo a paletta per poter uscire. Ma non lo abbiamo, dunque decido di scendere e schiodare. E a questo punto succede: si stacca un chiodo sotto il mio peso e casco con il culo su un masso sottostante. Come se niente fosse, Marco ripianta il chiodo uscito e continua a schiodare.

Il ritorno è ancora sotto l’acqua. Nei cessi della stazione di Acquasanta ci strizziamo pantaloni e calzettoni.

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La Palestra di Pietralunga – 1

Per lunghi anni la Pietralunga (ma si chiama anche Bajarda) è stata la palestra di arrampicata più gettonata dagli alpinisti genovesi. Diciamo che ebbe un periodo davvero d’oro dagli anni Cinquanta fino alla “scoperta” di Finale Ligure (1968), avvenuta peraltro dopo la costruzione dell’Autostrada dei Fiori.

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Fu proprio in quel periodo che iniziai ad arrampicare, dunque Pietralunga ebbe in serbo per me parecchie piccole avventure. Qui di seguito alcune di esse, dal mio diario del tempo.

La Palestra di Pietralunga
(dal mio diario)

21 ottobre 1962. Sveglia alle 6.45. Mi metto addosso le solite cose: scarponi, calzettoni, calzoni alla zuava e, novità, la camicia “scout”. Con uno zaino bello pieno e grazie alla “30” mi ritrovo alle 7.35 alla Stazione di Piazza Principe. Alberto Martinellì è già lì ad attendermi, pronto e vestito come me, a parte il sacco, ridicolo nella sua piccolezza. Come ha fatto a farci entrare corda, chiodi, moschettoni, staffe, cibi e un maglione proprio non lo so.

Alberto prende i biglietti ma si dimentica il festivo A/R. Credevamo che il primo treno per Acquasanta-Ovada fosse alle 7.55 invece è alle 8.33. Un po’ innervositi per l’attesa imprevista, quando saliamo sul treno il viaggio per Acquasanta risulta proprio breve. E’ Alberto a conoscere la strada, presto entriamo nel selvaggio vallone del rio Bajardetta. Il paesaggio è nudo, con versanti ripidi, rocciosi e brulli: l’unico rumore è lo scorrere dell’acqua del torrente. Arriviamo al Masso del Ferrante, un roccione posto sul letto del rio. Qui ci fermiamo e tiriamo fuori corda, chiodi e moschettoni. Due o tre zuccherini non ci stanno male. Salgo in cima per la via più semplice (ovest) e pianto un chiodo per la corda doppia. Quello che ci aspetta è un salto di appena 4 o 5 metri, neppure nel vuoto. Scendo giù applicando la teoria imparata sui manuali, più o meno alla “Piaz”. Male, ma scendo. In quel momento arrivano due del CAI che ci sembrano esperti e ci stanno a guardare. Probabilmente gli facciamo un po’ pena, così decidono di farci vedere come si fa. Uno di loro prende il cordino di Alberto, lo raddoppia due o tre volte, poi se lo mette alla vita, poi lo prende da sotto il cavallo e lo unisce all’arco anteriore con un moschettone. Poi si passa la corda doppia nel moschettone, poi sulla spalla destra e infine nella mano sinistra. Va giù a saltelli, elegante. Tocca ad Alberto: va giù come un rospo, ma va giù. Io intanto salgo la paretina sud sotto lo sguardo di uno dei due che bonariamente mi corregge un po’ di scorrettezze. Infine scendo anch’io con la nuova tecnica, divertendomi.

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Leviamo il chiodo e ce ne andiamo. Li salutiamo mentre stanno arrampicando sul Masso: un diedro strapiombante, con staffe e tutto il resto.

Noi risaliamo i ripidi pendii erbosi verso il Canalone dei Briganti. Naturalmente, senza guida, sbagliamo. Per raggiungere una terrazza, da cui tramite un’ulteriore cengia si può arrivare al Canalone dei Briganti, bisogna salire un diedro irregolare. In libera non ci riusciamo, così pianto un chiodo e vi aggancio una staffa. Sono slegato, dunque scendo e gli cedo il passo. Alberto, legato, arriva alla terrazza, una specie di grosso pulpito. Poi, per mezzo di un cordino, gli faccio tirare su gli zaini. Tocca a me salire, ma mi manca il martello per schiodare, lui me lo manda giù per mezzo della corda.

Adesso gli urlo di piantare un chiodo dove è lui: lo può fare con il mio martello che è nel mio zaino.
– Fatto! – mi urla dopo un po’.

Con qualche acrobazia riesco a togliere il mio chiodo e lo raggiungo. Togliamo subito l’altro chiodo messo per assicurarmi, poi ci mettiamo a mangiare. Siamo in un punto comodo ma molto ventoso. Dominiamo tutta la valle e a nostra volta c’incombono sopra le ultime rocce. Finito di mangiare, vado a vedere, assicurato alla corda e traversando una cengetta a sinistra, il cosiddetto Gran Diedro (o diedro Gozzini). Non ci vuole molto per capire che non è ancora pane per i nostri denti. Così, per una cengia a destra, entriamo nello scuro ed enorme Canalone dei Briganti. Anche le pareti a destra e sinistra sono troppo difficili, così ci accontentiamo di sbucare in alto al Colletto dei Briganti. Poi raggiungiamo la Cima Bajarda 722 m. Dopo qualche ginnastica su roccette varie, scendiamo all’attacco di una fessura-camino della Cresta Settentrionale. Passando prima nei pressi vi avevamo visti impegnati un uomo e una donna. Consultando in seguito la guida di Euro Montagna, verrò a scoprire che si tratta di una variante di IV grado. Ora però noi non sappiamo nulla, neppure se ci sono chiodi. Non abbiamo esperienza, però attacchiamo lo stesso.

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Ci leghiamo e salgo per primo, armato di tutto. Pianto un chiodo in basso dove non serve a niente. Assicurato, proseguo. C’è un cespuglio che mi ostacola: lo tagliuzzo con il coltello! Salgo per tre metri e pianto altri due chiodi. Beh, di sicuro non siamo all’altezza. Per di più ai chiodi attacco le staffe. Sapevo già però chi era stato Paul Preuss e pensavo che se mi avesse visto gli sarebbe venuto un colpo! Perdiamo tempo anche a scattare foto che tra l’altro non riusciranno. Scendo perché sono stanco, poi sale lui senza significativi progressi. Allora riparto io e riesco ad agganciarmi a un chiodo trovato lì. Poi tocca di nuovo a lui e in tanti va e vieni la corda è stranamente a zeta! Non ci facciamo caso, in una serie di idiozie incredibili. Mi metto dietro di lui, assicurandolo solo in teoria, gli porgo i moschettoni e le staffe che ha lasciato in basso, mentre lui pianta chiodi a tutto andare. Frattanto la corda, tirata da un capo e dall’altro, si blocca e lui non può più andare avanti. Scendo un po’, così Alberto riesce a guadagnare un terrazzino. Si slega e io tiro per vedere se la corda viene: niente da fare. Tiro ancora: niente! Sono bloccato con una mano senza appigli e un piede in una staffa. Tornare non posso, proseguire neppure: l’unica è slegarsi. Ma il nodo si è indurito e io con una mano sola non riesco a scioglierlo. Per fortuna in quel momento arriva il sig. Ravajoni (sì, Piergiorgio, quello che in seguito diventerà un caro amico, NdR) con la sua ragazza e ce ne dice di tutti i colori. Ravajoni è espertissimo e conosce Alberto. E’ davvero infuriato. Dice che abbiamo piantato un sacco di chiodi per niente, che siamo due scellerati, e se questo è il modo di salire, e che abbiamo rovinato il passaggio, ecc.

Comunque sale, mi scioglie e io posso salire sul terrazzino. Mi slego. Lui intanto sale in libera, senza assicurazione, riprende tutti i moschettoni, pianta un chiodo per la corda doppia e ci mette il cordino di Alberto. Scendiamo a corda doppia e arriviamo al Masso del Ferrante che è buio completo. Ci facciamo tutta la strada di notte e ad Acquasanta prendiamo il treno. Per fortuna i genitori di Alberto sono alla stazione ad attenderci. Tutto il materiale da roccia è ben nascosto negli zaini…

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Il 13 aprile 1963, sveglia alle 3.05 per vedere il tempo: brutto! Ma alle 7.20 mi telefona Alberto Martinelli e decidiamo di andare. Meta ufficiale: gita a piedi nei dintorni di Acquasanta, poi fino a Lencisa e Santuario della Guardia. Metto nello zaino corda e cordini vari, moschettoni e imbrago di corda di Marco Ghiglione, di solito ben nascosti in un cassetto. Mentre saliamo al Masso del Ferrante comincia a piovigginare. Oltrepassato il roccione, dotati della guida di Euro Montagna (che ormai ho comprato anch’io), ci dirigiamo nella nebbia verso lo Spigolo Rosso. Al di sopra, quel Gran Diedro che ci aveva respinti a ottobre, nonché la Fessura degli Svizzeri un po’ a destra. Sotto di questa, il Diedrino. Tutte le vie elencate sono state da noi messe in programma, massimo delle difficoltà è IV+. Ma oggi la roccia sarà da umida a bagnata, dunque prevediamo una lotta senza quartiere…

Come prima cosa, nella nebbia, sbagliamo l’attacco dello Spigolo Rosso e mi faccio un tiro che non c’entra nulla. Poi troviamo l’attacco giusto, c’è pure scritto “spigolo rosso”. Con qualche incertezza riusciamo a salire (lui davanti) arrivando così a una placca “quasi senza prese (IV)”, che tocca a me. Con un po’ di tensione (non c’è alcun chiodo) riesco a passare e raggiungo un terrazzino. Stiamo salendo recuperando con la corda, ad ogni sosta, gli zaini spropositati!

Alla base del Gran Diedro, dopo uno spuntino, facciamo a sorte per chi deve andare per primo: il caso favorisce me. L’aspetto del diedro è ributtante: è scuro, viscido, mi dà l’idea che butti in fuori e non se ne vede la fine. La nebbia poi gli dà un ulteriore aspetto spettrale. Salgo qualche metro e raggiungo un chiodo in posto, cementato e arrugginito. Ho il piede sinistro pressoché fluttuante, la mano sinistra in cerca di appigli, la destra ben aggrappata a una maniglietta e il piede destro su un appoggio che sarebbe ottimo se fosse asciutto. Su questo piede comincio a tremolare, poi avanzo un poco. Non resisto alla tentazione di piantare un chiodo, buono. Mi ci afferro e mi alzo, per i piedi solo viscidume. Però riesco a salire su un blocco strapiombante, ben descritto nella guida (IV grado). Proseguo fino ad un punto di sosta, qui il diedro si è allargato a camino. Guardo in basso e non vedo nulla dalla tanta nebbia. Questa volta gli zaini li abbiamo lasciati sul terrazzino dove avevamo mangiato. Tengo un volo con imprecazione di Alberto che poi, raggiunto il mio chiodo, lo toglie a vigorose martellate. Dopo un suo breve tiro, vado ancora avanti e riesco fuori dal Gran Diedro, sulla sinistra per evitare il tetto finale, come dice la guida. Entusiasmato, arrampico in discesa per riuscire dal tetto a destra (è una variante più difficile…). Ma poi ho paura e rinuncio: mi domando a che scopo, visto che ormai il Gran Diedro è vinto…!

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Quando Alberto mi raggiunge, scendiamo per erba, risaliamo al Colletto dei Briganti e per il Canalone arriviamo ai nostri zaini. Cerchiamo di fare corda doppia sul Diedrino, ma abbiamo fifa, così scendiamo dall’altra parte con l’attrezzatura. Attacca lui il Diedrino, ma sbaglia scegliendo la faccia sinistra. Io sono sicuro che occorre seguire il fondo (IV+) e solo alla fine andare a sinistra. Alla fine si arrabbia, prova sul fondo, vede il chiodo distante e non ne vuole piantare altri. Così scende. Tocca a me. Cerco di districarmi, provo tutte le posizioni, individuo quella giusta ma poi non ho il coraggio di eseguire. Così rinunciamo. Ci rivolgiamo così alla Fessura degli Svizzeri. Va davanti Alberto e, raggiunto un chiodo, s’incastra quasi completamente nella fessura senza più riuscire a muoversi. Si alza centimetro dopo centimetro. tecnicamente la Fessura degli Svizzeri è data più difficile (IV+) del Gran Diedro, ma almeno qui è asciutto e i piedi non scivolano sul serpentino. Raggiunto un altro chiodo ci siassicura, poi prosegue lamentando crampi ai polpacci. Finalmente riesce a disincastrarsi, mettendosi quasi in spaccata. Qui ha una grossa indecisione, mi dice che vuole tornare indietro. Io lo incito, così lui in un impeto abbastanza disperato riesce a fare il passo più difficile. Con la corda dall’alto per me è tutto più facile. Torniamo agli zaini che sono le 17.10. Nella discesa inciampo da qualche parte, metto le mani avanti e mi spezzo un’unghia. Sangue.

Alla Stazione Brignole arriviamo alle 19.54. Prendiamo il “16” e io scendo alla mia fermata prima che il bigliettaio faccia a tempo a chiedermi il biglietto. Salgo le scale di casa: ho una paura maledetta. Suono, mi apre la mamma ed entro in camera mia. In un attimo apro il sacco e butto la corda di Marco sotto all’armadio. Nei minuti che seguono, quando posso, metto i moschettoni tra i materassi del letto. Vado in bagno e rapido mi levo i quattro chiodi che avevo nei calzoni e li metto sotto il mobiletto. Poi mi lavo i piedi. Solo dopo mangiato, con calma, potrò mettere tutto a posto, nascondigli scientifici. Non mostro l’unghia e per il sangue nel fazzoletto dico che me ne è uscito un po’ dal naso per via della “troppa nebbia”…

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Pria Meüia – 2

Pria Meüia – 2
(dal mio diario)

Una sera stavo leggendo in biblioteca al CAI: ti vedo un tale, un mio ex-compagno di scuola delle elementari, Alberto Martinelli. Grandi saluti e “come va” e “come mai sei qui”, ecc. Torniamo verso casa assieme.

Gli parlo naturalmente del Campaniletto di Sestri, lui è curioso: capisco che gli piacerebbe andare a vederlo. Decidiamo di andare l’indomani, che è festa a scuola.

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Alberto è un tipo su roccia indubbiamente capace (un giudizio che ovviamente ho dato dopo un po’ di tempo), ma soprattutto in artificiale. Vuole fare il corso di roccia, come anche io del resto, e in complesso andiamo abbastanza d’accordo, anche se litighiamo sempre. Lui fa sempre il contrario di quello che dico io. Cosa che con Marco Ghiglione non succede.

Purtroppo Alberto non è un gran camminatore e preferisce le rocce comode da raggiungere a quelle scomode.

Il 17 ottobre 1962 vado dunque con Alberto alla Pria Meüia, arrivando alla base più o meno alla stessa solita ora. Ci cambiamo e cominciamo a salire. Non abbiamo niente, a lui ho detto che la corda non è necessaria.

Salgo per primo e supero il passaggio di III al solito scabroso modo.
– Vieni! – gli urlo. Lui mi segue in modo ancora più scabroso. Poi attacco lo spigolo sopra il terrazzino e lo supero con facilità, meravigliandomi che solo quattro giorni prima avevo dovuto fare i salti mortali per passare.

Alberto ha invece bisogno di molti incoraggiamenti, ma alla fine ce la fa. Gli ultimi passi, poi siamo in cima. Scendiamo subito, a lui sembra un calvario (a quel che dice), ma tutto alla fine si conclude senza danni.

Gli faccio vedere le altre vie e tra l’altro trovo anche il coraggio necessario per andare a prendere il chiodo che mi appartiene e che è piantato oltre lo spuntone strapiombante. Attraverso fino allo spuntone, mi ci siedo sopra e levo il chiodo. Poi torno indietro senza speciali difficoltà, accorgendomi che tutte le manovre fatte con Marco il 6 ottobre erano del tutto inutili: si passa agevolmente in libera!

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C’è anche una via, prima di IV poi di III, la 14c-14cI, che con Marco avevamo tentato inutilmente. Tenta Alberto e va più su di noi. Tento io, ma non supero Alberto.

A quel punto scaliamo un po’ sulle roccette vicine, mi sembra di destreggiarmi assai meglio di lui. Incalzati dal buio scendiamo ancora al Campaniletto, e da lì a Sestri e a casa. Nel frattempo abbiamo deciso di andare ad arrampicare in Bajarda, un massiccio roccioso a est della Punta Martin e stabiliamo di andare la domenica dopo, 21 ottobre, armati di tutto l’occorrente.

Torniamo al Campaniletto sabato 27 ottobre. Quando ci cambiamo alla base, per la prima volta indosso una tuta da ginnastica perché comincia a fare un po’ freddo. Saliamo in cima e questa volta scendiamo a corda doppia, dalla parte che avevamo tentato con Marco, quella dello spuntone strapiombante. Ho paura. Mi allaccio con il cordino di Marco per fare la discesa, con la tecnica collaudata al Masso del Ferrante (Bajarda) il 21 ottobre. Ma qui non sono pochi metri, e neppure sono spinto dalla necessità come mi era successo, sempre lo stesso giorno, nella maledetta fessura-camino della Cresta Settentrionale di Pietralunga. Questa volta è una calata nel vuoto, vado lentamente e poso i piedi sullo spuntone famoso. Da lì, con un bel balzo, fino alla base, distante un bel metro e mezzo dalla roccia. Poi tocca ad Alberto, stessa fifa e stessi timori. Nella discesa si strappa il maglione. Subito dopo risale in vetta per la via solita e mi assicura dall’alto mentre tento di fare la via di IV già tentata le altre volte. Arrivo al vecchio chiodo, da lì traverso bene fino allo spuntone, ci salgo su con i piedi. Da lì mi aggrappo agli appigli superiori e riesco a salire senza molta fatica. Mentre io esulto Albert scende ancora a corda doppia. Dopo essersi legato, invece di fare la 14b, quella che ho appena salito, si attacca alla 14cI, prima per lo spigolo sud-ovest, poi in parete sud. Attacca lo spigolo, annaspa un po’ ed è su una cengia. Poi è facile e mi raggiunge in vetta. Tocca a me ora scendere e ripetere lo stesso itinerario di Alberto. Poi ancora tocca a lui fare la 14b. Quando si stacca dallo spuntone strapiombante per sollevarsi, vola. Io lo tengo senza neppure accorgermene!

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Ora tentiamo di fare corda doppia dall’altra parte, versante est, dove ci sono 17 metri di dislivello e un vuoto ancora più pronunciato. Questa volta va lui per primo. Arrivato al punto in cui il vuoto si fa sentire, per fortuna vede che la corda non arriva in fondo, mancano due metri. Esita un po’, poi va giù. Io non lo vedo, quando vedo la corda agitarsi sento l’urlo “sono arrivato. Tocca a me. Però avevo dato a lui il mio maglione della tuta, perché il suo era del tutto squarciato sulla spalla. Così mi risolvo a scendere ugualmente con il suo “straccio”. Per un po’ tutto bene, poi la corda mi scivola sulla pelle della spalla. Stringo i denti dal dolore. Quando però arrivo al fondo della corda, non riesco a dondolarmi per raggiungere le rocce della base. Dopo due o tre mosse inutili, lo prego di aiutarmi, lui riesce ad afferrarmi e finalmente posso liberare la mia povera spalla.

Ormai è buio. Salgo per la via normale, levo i chiodi, butto tutto giù ad Alberto. Poi scendo in arrampicata, nell’oscurità quasi completa. Per fortuna conosco a memoria l’ubicazione degli appigli.

Finalmente anche Marco Ghiglione può venire al Campaniletto, e questo accade il 2 novembre 1962. Prima cosa, gli faccio fare la normale. Prima salgo io con la corda, poi lui mi segue, senza dovergli dare spiegazioni. Intanto io ripianto i chiodi in cima e butto giù la corda. Ci scappa una foto con l’autoscatto in vetta, poi lui scende a doppia sulla parete ovest. Io non posso fare uguale, ho ancora la spalla escoriata. Considerato che per lui è la prima volta, scende molto bene, dando prova di coraggio. Mentre scendo per la normale, lui la risale. Mi lego e lui mi assicura, ancora sulla 14b. E questa volta, è naturale, la faccio con molta più scioltezza ed eleganza. Quando sono in cima lui scende a doppia e fa quel che avevo appena fatto io, provando molta soddisfazione nel riuscire a fare ciò che avevamo tentato assieme più volte.

Scendo alla base e mi rilego, questa volta per lo spigolo sud-ovest integrale (14c). Arrivato alla cengetta del 14cI, non riesco a salire, non vedo appigli. Infatti quel tratto è di V grado. Rinuncio e raggiungo la cima per la variante più facile. Marco non tenta neppure di provare dove avevo fallito, preferisce scendere sulla Est, dove mi ero rovinato la spalla. Dato però che la corda di Marco è molto più lunga di quella di Alberto, arriva in fondo senza essere costretto a danze.

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Intanto comincia a far buio e mi tocca risalire per togliere il chiodo della doppia. E’ molto ben piantato, faccio una gran fatica a estrarlo. Esce che sembra una vite. Con molta prudenza scendo in arrampicata al buio.

Dopo cento giorni esatti dall’ultima visita alla Pria Meüia, il 10 febbraio 1963, eccomi là di nuovo. Da solo e in inverno. La giornata è abbastanza bella, ieri pioveva a dirotto. In realtà volevo venire qui anche ieri, ma poi ho preferito andare al cinema. Evidentemente nel cervello qualche rotella mi funziona ancora.

Alle 15.10 sono alla base del torrione. Mi cambio e vado all’attacco della parete sud, mai tentata da me. C’è un passaggio di V+ e A1. Non mi sogno neppure di riuscire, però esploro il terreno per la prossima volta. La roccia è bagnata per la pioggia di ieri, diventa viscida, torno indietro. Vado in cima per la normale. Ho fatto la “prima invernale personale” del Campaniletto di Sestri!

17 marzo 1963: corda l’abbiamo, chiodi no. Alberto ed io abbiamo intenzione di vincere lo spigolo sud-ovest, il famoso 14c. Euro Montagna: “Dalla base seguire il filo dello spigolo scarso d’appigli e in qualche punto leggermente strapiombante sino alla vetta (V grado)”.

Assicurato dall’alto da me, Alberto sale e questa volta s’impegna di più, rifiuta la facile deviazione a destra. Vedo gente che dalle Case Gianchetta ci guarda, senza contare un tale che ci sta osservando da un masso lì vicino. I “tira” e i “molla” si susseguono senza tregua. In quegli attimi si è tesi, pronti a tirare con tutte le forze il compagno nel caso questo voli. Non si batte ciglio.

Dallo spigolo Alberto si mette in spaccata fin quasi allo spuntone del 14 b. Ma sappiamo che non si può toccarlo… se si vuole seguire la via. Allora insiste e ce la fa! Arriva da me senza fiato. A mia volta, sempre con la corda dall’alto, provo: arrivo alla cengia di fuga, allora torno indietro urlando di darmi corda. Ma non è facile per nulla e non trovo appigli. Le gambe cominciano a tremarmi, ma resisto. Finalmente mi stabilisco su appoggi passabili. Da lì cerco di studiare il passaggio, ma siccome non vedo al di là dello spigolo, resto indeciso. Poi mi risolvo: con un’ampia spaccata metto il piede sinistro su un bellissimo appoggio; cerco qualcosa per le mani e trovo per la sinistra: ma non basta, se mi muovo cado. Così sposto la mano sinistra un po’ più a sinistra e la destra velocemente dove avevo la sinistra. Mi tiro su con un sospirone di sollievo. Ce l’ho fatta!

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Ci accorgiamo che siamo osservati anche dal Monte Gazzo. Sono ragazze! E allora vediamo di salutarle!

Intanto Alberto scende per la normale e si lega. Sale per tre metri fino alla cengetta, poi, come d’accordo, si butta nel vuoto. Lo tengo, pendola un po’ di qua e di là, poi si fa calare. Stesse manovre per me.

Frattanto quelle ragazze ci hanno incuriositi un po’ troppo, così decidiamo di salire al Monte Gazzo. In venti minuti siamo lassù, alle 17, facciamo con loro qualche discorso. Poi scendiamo assieme verso casa loro, alla periferia di Sestri. Scherziamo e ridiamo. Ci diamo i nostri numeri di telefono, entriamo a casa di una di loro a vedere la televisione. Poi, alle 18.45 ce ne andiamo. Facciamo una corsa disperata fino a Sestri centro e arriviamo a casa alle 19.55! Il limite di allarme casalingo.

Oggi abbiamo battuto il record della massima difficoltà (V grado), abbiamo fatto esperienza di pendoli, di voli e di ragazze.

Il 19 ottobre 1963 torno per l’undicesima volta al Campaniletto. In questi più di sei mesi ho fatto parecchia esperienza, anche nelle Dolomiti.
Purtroppo la cava è sempre in funzione, perciò la valle è sempre più appestata. Siamo in tre, Marco, io e Giorgio Gambaro. Dopo essermi legato, parto. L’obiettivo è salire da primo di cordata il 14b. Raggiungo lo spuntone strapiombante, mi ci siedo, mi alzo in piedi e poi, con numerose scorrettezze, salgo fino in cima. Da qui assicuro Giorgio che farà, guidato da Marco, la via normale. Per due volte devo cambiare di posizione la corda, poiché la normale fa quasi l’intero giro del torrione. Ma alla fine Giorgio arriva su sano e salvo.

Scendiamo tutti e tre a corda doppia.
Ci dedichiamo ora allo spigolo sud-ovest. Parte Marco e, prima ancora della deviazione a destra (variante 13cI), pianta un chiodo per sicurezza. Gli costa molta fatica, perché non è in posizione comoda. Poi cerca di continuare ma non progredisc molto perché è stanco morto. Allora salgo io, bello fresco, supero il chiodo e vado due metri sopra. Mi fermo. Non posso piantare nulla perché non ho il martello. Torno indietro esausto.

Facciamo altri due tentativi, poi rinunciamo.
Comunque possiamo farcela, dobbiamo migliorare la sicurezza fisica. La tecnica ce l’abbiamo (sic!) e sarà certamente per un’altra volta. Durante il viaggio in autobus, do i chiodi e i moschettoni a Giorgio, lui li darà a Marco e Marco a me. Questo per evitare di entrare a casa mia con il materiale.

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Il 26 ottobre è la volta di due neofiti, uno convinto da me, l’altro da Marco. Questi deve andare a scuola, molto incacchiato. L’avevo salutato, mentre mi dava la corda, nero. In piazza De Ferrari incontro Gianni Gambirasi. Sulla 37 per Piazza Principe mi dice che domani ci sarebbe da andare in gita ad arrampicare (in macchina!) con Giorgio Volta, un suo amico, valente in roccia. Naturalmente voglio essere con loro, stasera si vedrà. Mentre discorriamo, mi dice: – Sai che ho letto in questi giorni di un’ascensione, fatta credo nel 1958, sulla Nord della Grande di Lavaredo… lo sai che in certi punti avanzavano attaccati solo con le mani, i piedi del tutto inutili…

– Beh, non preoccuparti – gli dico io – tanto anche tu farai una cosa del genere oggi!
– Eehh?
– Ma no, ma no, sta tranquillo, non è difficile! – mi diverto a terrorizzarlo.

A Principe, seduti su una panchina sotto al monumento a Cristoforo Colombo, aspettiamo Gianni Cofrancesco, mio compagno di scuola, fanatico politicante, socialista, ciociaro di nascita e in complesso simpatico.

I due apprensivi fanno subito conoscenza (mal comune, mezzo gaudio) e si guardano con tristi sorrisi commiserativi. Scesi a Sestri, lungo la strada, i due nella sventura fanno amicizia, sentendosi morituri provano a consolarsi a vicenda. Logico che, quando vedono la Pria Meüia, per poco non vogliano tornare indietro.

Alla base dico loro di guardare bene quello che faccio. Salgo per la via normale. Gianni, il laziale, sale subito dopo. Arriva in cima più morto che vivo, ma nel complesso bene. Ha il sorriso sulle labbra. Lo stesso fa l’altro Gianni, il Gambirasi.

Il ciociaro, dandosi un po’ di arie: – Beh, credevo fosse peggio!
Adesso però mi vendico. Metto la corda attorno alla cima, sistemo il cordino attorno alla vita di Cofrancesco, poi gli unisco la corda. Lui si lascia fare tutto tranquillo, ma quando mi sente dire “Adesso vai giù”, sbianca non poco… e va giù. Non so come pensasse di scendere. Colmo della cattiveria, lo faccio scendere per il versante più alto.

La manovra con tre persone è complessa, ma alla fine siamo di nuovo tutti alla base del 14b.
Salgo per quella via. Il Gambirasi mi segue, toglie il moschettone dal chiodo e si accinge a proseguire verso lo spuntone.
– Sandro, non ce la faccio! – mi urla.
– Come, non ce la fai?
– Non so dove mettere i piedi!
– Te l’avevo detto che oggi avresti fatto qualcosa di simile!

Alla fine si decide e passa. Quando è in piedi sullo spuntone non trova appigli, allora lo tiro su quasi di peso. Stessa cosa per Cofrancesco.

Prima del buio mi faccio assicurare (dal basso) sulla 14cI, anche questa una novità, da primo. Più tardi beviamo qualcosa all’osteria delle Case Gianchetta. Purtroppo per la gita con Giorgio Volta non si è concluso nulla. Giorgio avrebbe dovuto lavorare per tutta la notte.

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Nell’ambito della mia scuola, il liceo scientifico Gian Domenico Cassini, oltre a me ci sono altri cinque soci CAI. So che uno di loro, Francesco Bavano, ha fatto il corso di alpinismo l’anno scorso. Peccato che i genitori non lo lascino venire con me. Oltre a due tizi che non conosco e che portano il distintivo, ci sono un certo Giuseppe Grisoni e quell’Alberto Poiré col quale ero stato alla Pietragrande il 31 ottobre. Poi faccio il censimento di quelli che avevo iniziato: Gambaro, Cofrancesco, Gambirasi… ma ecco che ne trovo un altro, un compagno di classe: Carlo Ventura (vedi  http://www.alessandrogogna.com/2015/01/06/listruttore-del-cai/ e http://www.alessandrogogna.com/2015/01/02/i-due-diavoli/ , NdR). Carlo è quello che ha dimostrato più entusiasmo, è stato lui a chiedermi se un giorno poteva venire con me, il contrario di quanto successo con gli altri.

25 gennaio 1964. Questa volta, sulla strada per le Case Gianchetta, non siamo infastiditi dallo “smog”. Proprio oggi hanno messo in funzione il “purificatore” nello Stabilimento Tassara. Questo è importante, sembra il primo impianto del genere in Italia.

Quando Carlo vede il Campaniletto, ne rimane estasiato. Ancor più quando ne raggiunge la base. Ho una corda nuova! Arrivati in cima, scendo per primo io per fargli vedere. Mentre scendo noto ben due chiodi sul 14b che prima non c’erano! Risalgo in vetta e lo aiuta a sistemarsi la corda per scendere. Arriva in fondo con il sedere tutto sbucciato, ma se la prende in ridere, anzi ridiamo come matti entrambi.

Tiro fuori i cordini e gli mostro i “prussik”. Carlo è veloce a imparare, saliamo e scendiamo per impratichirci.

Infine saliamo il 14b, cercando di togliere i due chiodi (chissà chi sono quegli scemi che li hanno messi…!): ma non ci riusciamo.

Il 24 gennaio Marco Ghiglione, allenandosi su una pista di Sestrière per la gara di discesa libera del giorno dopo, era caduto e si era fratturato il malleolo sinistro. Il tendine d’Achille si era sfilacciato. Due mesi per il gesso e molto di più per il tendine!

Il 1° febbraio 1964 Carlo e io arriviamo sotto al Campaniletto verso le 16. Abbiamo perso tempo a Sestri per comprare un martello, il mio l’avevo dimenticato a casa… Ci facciamo la normale, tanto per scaldarci un po’. Per lui è la seconda volta, la prima slegato.

Oggi l’obiettivo è lo spigolo sud-ovest: dopo averlo salito assicurato dall’alto da Alberto Martinelli (17 marzo 1963) e dopo averlo tentato con Marco, oggi forse è la volta buona.

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Raggiungo un chiodo che le volte scorse non c’era. Sto per agganciarlo quando Carlo mi avverte che ha bisogno di scaricarsi la pancia. Allora scendo, lui si scarica, poi risalgo. Oltrepassato il chiodo arrivo al punto di distacco della variante più facile (14cI). Qui comincia il difficile. Se avessi dei chiodi grossi, potrei metterne uno in una fessura. Ma non ne ho. Non ci sono fessure piccole per chiodi normali. O almeno non ne vedo. Perciò proseguo in libera, con la sola assicurazione del chiodo in basso, che tra un metro non servirà più a niente. Mi protendo in diagonale a sinistra. Ora il chiodo sotto non serve più, arriverei prima a terra. Mi sento precario, Carlo mi incita a piantare qualcosa. Dopo un metro e mezzo riesco a mettere un chiodo. Subito mi ci assicuro, concedendomi quindi un po’ di riposo. Questo spigolo strapiomba maledettamente, faccio fatica con le mani. Riparto e dopo poco mi ritrovo in cima!

Carlo riesce a salire con qualche volo… toglie anche il mio chiodo.

Ora Carlo vuole provare la via 14b (IV grado) da primo. Giunto al chiodo vecchio si accorge che balla. Evidentemente qualche maledetto domenica scorsa si è divertito a martellarlo. Così scende. Guardiamo anche il tratto superiore dello spigolo nord-ovest, una prima ascensione che vorremmo fare, avendo notato che non è citata nella guida di Euro Montagna. Vedo che vi si potrebbe mettere qualche chiodo, poi diventa buio e ce ne andiamo.

8 febbraio 1964. Quella via nuova ce l’ho in testa, mi accordo con Piersandro Carlon, mio compagno di scuola. Ha scalato nelle Dolomiti Orientali, precisamente nel Gruppo del Cavallo e sul Campanile di Val Montanaia.

Alle 15.55 siamo alla base del Campaniletto. Questa volta siamo attrezzati di tutto. Salgo la 14b senza assicurarmi a nulla, lui la trova difficile, ci mette un po’ prima di fare i passaggi. Devo dire che Carlo è venuto su meglio, più veloce. Però, quando si mette in piedi sullo spuntone, allora sale più in fretta di quanto aveva fatto Carlo. Forse per via della statura?

Teatralmente getto la corda alla base e gli dico di seguirmi per la discesa. Dapprima mi guarda spaventato, credendo di dover fare in discesa la via appena fatta in salita, poi quando vede la direzione che prendo si risolleva. E infatti mi segue davvero bene.

Ci prepariamo per lo scopo vero della nostra uscita: la via nuova. Pianto il primo chiodo: entra benissimo. Saliamo con la doppia corda, ne passo dentro una. Lui mi tiene di peso. Cerco di piantare un altro chiodo più su ma non ci riesco. Comincio a sentire la fatica. Sandro mi tiene per dieci minuti di sguito. Finalmente riesco a metterne un altro: il problema è che sono tutte fessure più grosse dei miei chiodi! Ci ballano dentro. Mi affido al secondo chiodo, ma dopo un po’ questo si sfila. Per fortuna in quel momento mi tenevo alla roccia. Ridiscendo. Poi risalgo e riesco a trovare una via d’uscita da questo tratto (qui è un po’ friabile), piantando un chiodo sulla destra. Ci attacco una staffa e salgo. Dopo un altro chiodo riesco a raggiungere il traverso della via normale. Qui decido di fare una sosta, è la prima volta che faccio una sosta in parete. Piersandro sale abbastanza velocemente, togliendo tutti i chiodi. Mentre si fa buio continuo verso la vetta per lo sconosciuto spigolo nord-ovest senza mettere alcun chiodo. Lui non mi segue.

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Ecco la relazione tecnica: “Si attacca 5 m a sinistra dell’inizio della via normale e si vincono 4 m in artificiale (A2 e V) fino a intersecare la normale. Da qui si continua per lo spigolo nord-ovest su roccia buona per 6-7 m (IV-) fino alla vetta”.

Pur essendo la mia prima via nuova, non posso dire di esserne molto soddisfatto. Sì, sono contento… ma mi manca qualcosa. Forse sono giunto alla conclusione che fino ad oggi non ho fatto nulla di importante…

 

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Pria Meüia – 1

E’ con tristezza che comunico al lettore che da parecchi decenni la Pria Meüia non esiste più, cancellata dalle cave di calcare.

Pria Meüia – 1
(dal mio diario, novembre 1962)

Rinnovo l’iscrizione al CAI e frequento la biblioteca. Mi capita in mano un libricino, «Palestre d’arrampicamento geno­vesi”, di Euro Montagna, e noto che vi si parla di uno spun­tone sopra Sestri Ponente, chiamato il Campaniletto di Sestri. «È un esile e curioso monolito di calcare dolomitico alto una decina di metri che sorge su «di un costolone scendente ad est del M. Spassoja, al di sopra delle Case Gianchetta… Per la sua forma bizzarra (più stretta alla base che alla parte superiore) questa guglia è conosciuta anche col nome di «Pria Meüia” (pietra matura), data la somiglianza con un frutto che raggiun­ta la maturazione sta per cadere dalla pianta. Fatta eccezione per la parete che guarda a nord la roccia è ovunque saldissima, come in una delle innumerevoli guglie della Grigna. La prima ascensione è di Federico Federici, il 30 luglio 1905, da solo”.

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1 luglio 1962. Alle 13.15 mi trovo alla fermata del B che porta a Sestri. Dopo Cornigliano guardo bene la valle per cui devo passare, poi scendo a Sestri. Invece di prendere la strada per Panigaro, scelgo quella per Borzoli, poi, siccome devo pas­sare sull’altra sponda del Rio Chiavagna, attraverso su un pon­te molto largo. A Panigaro ci sono le cave di calce. Questi luo­ghi sarebbero belli per natura, ma la mano dell’uomo li ha ro­vinati completamente con la costruzione dello stabilimento per lavorare la calce che si ricava dai vicini scavi. Il torrente è per­ciò pieno di acqua giallastra, l’aria è sottomessa al fumo e alle esalazioni pestilenziali. Questo è Panigaro… Giunto alle Case Gianchetta, vedo un roccione aguzzo, ma non penso sia il Cam­paniletto. Invece secondo le informazioni di un contadino lo è. Dopo sei o sette minuti sono alla base. Rimango esterrefatto di fronte a tanta magnificenza. Immaginarsi un torrione inclinato ad arco, con la prescrizione di scalarlo dalla parte strapiomban­te… Individuo subito la via, che è la 14b, ma non nutro molte speranze di successo. Arrampico per 2-3 metri fino a una cen­gia sul versante ovest, ma, spaventato, mi arresto e poi torno indietro. Ho fatto dunque solo un terzo di tutto il torrio­ne. Tento ancora due o tre volte ma la paura è troppo forte. Sono le 14.45 e non so cosa fare. Stare qui, neanche per idea, è inutile. Mi risolvo per un giro sui monti circostanti…

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6 settembre 1962… Ma è con Marco Ghiglione che torno al Campaniletto… Per quella stradaccia infernale camminiamo di buon passo dicendo spiritosaggini sui sestresi che vivono in quel letamaio… gli mostro orgoglioso il Campaniletto di Sestri che si erge lassù, tronfio. Non abbiamo nessuna speciale attrez­zatura, neanche un cordino. Solo calzoni corti e calzature di gomma. Ci cambiamo subito dopo aver oltrepassato le ultime case… Alla base ci rimettiamo in sesto, gli lascio il tempo di ammirare tale ammirabile bellezza, poi comincio. In un attimo sono al punto massimo raggiunto la prima volta e velocemen­te mi sposto a sinistra, aggrappato a una fessura. In un momen­to sono alla fine della cengetta inclinata e da lì salgo ancora mezzo metro. Non me la sento più di andare avanti e mi fermo. Sto guardando il maledetto passaggio e comincio a rimuginare come con un po’ di chiodi si possa passarlo. Basta raggiunge­re quello spuntone strapiombante e poi si è a posto. Mentre guardo, vedo un chiodo, piantato solidamente nella roccia. E­sultando, lo urlo a Marco, poi scendo. Sale lui: va mezzo me­tro più alto di me e naturalmente saggia il chiodo. Poi prova il passaggio: basta raggiungere lo spuntone… certo, ma come? Ecco, con una corda si sarebbe fatto un laccio, poi dal basso l’avremmo tirato! Certo ci vuoi la corda. Insomma, siamo im­potenti. Scende. Ritento io e raggiungo il suo punto massimo, ma non procedo oltre… Mentre scendiamo facciamo i progetti per la conquista. Quando si potrà torneremo con una corda, chiodi e moschettoni. Ed anche due cordini. Tutto sta a rag­giungere quello spuntone… Però, chissà se lo spuntone tiene! Allora decidiamo di far così: faremo il laccio, lo lanceremo allo spun­tone, poi prenderemo il capo della corda, andremo sulle rocce di fronte al torrione e tireremo a più non posso. Se verrà giù, pace, se terrà, bene, ci assicureremo…

7 settembre. Il giorno dopo sono ancora là, con Gianni Gras­silli. Ancora senza equipaggiamento. Salgo fino alla cengetta e fino al chiodo, poi fingendo meraviglia esclamo: – Ma qui c’è un chiodo! – Poi, sempre fingendo, lo tocco e dico: – Ed è anche solido! -. Mi spingo fin quasi a cavalcioni di uno spigoletto e con ciò batto il record di ieri; poi torno giù. Sale lui, si capisce con un po’ di circospezione: ma se la cava bene e vede il chiodo. Quando ha visto la via da fare, dà il suo pare­re. Secondo lui non è difficile, ma bisogna piantare un altro chiodo e avere della corda. Più che giusto, ma dove prendere la corda? Decidiamo di tornare alla fine di settembre, quando io sarò tornato dalla campagna. Frattanto lui cercherà amici, ecc. ecc…

Mi alleno nella marcia al campo sportivo di Genova Cornigliano (aprile 1962)
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5 ottobre. Con Marco acquistiamo due chiodi a punta (la parte che deve penetrare nella roccia è lunga tre centimetri) e un moschettone. È la prima volta che vediamo un chiodo per intero… Al momento di partire Marco non è riuscito a trovare la corda. Venerdì 5 ottobre è il primo giorno di scuola, diciamo di andare al campo sportivo di Cornigliano per allenarci alle gare di marcia. Quanto alla corda mancante, pazienza: ci ar­rangeremo con un cordino in vita e con un cordino da 8 mm di tre me­tri e qualcosa. Sull’autobus io progetto così: andrò su per pri­mo e mi attaccherò con il cordino al chiodo che c’è già; poi andrò più in là possibile e pianterò il primo chiodo, il meglio possibile, attaccandovi poi il moschettone nuovo. Poi farò passare la cordetta nel moschettone, legandomi con il nodo bu­lino. Farò un altro nodo con il capo pendente della corda e con l’anello del nodo bulino, in modo da fare un’altra asola. Poi tornerò indietro, toglierò il cordino dal chiodo vecchio e lo riattaccherò al chiodo da me piantato, avendo cura di togliere il moschettone che tiene la corda. Poi mi slegherò dalla corda, farò con essa un lancio e la getterò sullo spuntone. Tirerò e farò passare il capo nel moschettone dell’asola, cioè l’assicu­rerò ad essa. Poi mi toglierò l’asola e, attaccato alla corda, attraverserò fino allo spuntone. Da qui facilmente alla cima…

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Ci cambiamo d’abito e comincio immediatamente a salire. Giun­go al chiodo e mi ci assicuro con il cordino. Poi stando in piedi abbastanza comodamente cerco una fessura per il chiodo: pianto a destra e a sinistra, nessuna andava bene, il chiodo è troppo piccolo. Insomma non ce la faccio. Allora scendo e porgo il chiodo a Marco. Sale, si assicura con il cordino e pianta e ripian­ta: niente da fare. Scende, ma prima gli sfugge il chiodo di mano, che mi passa sibilando vicino alla testa. Per cercarlo perdiamo un sacco di tempo. Salgo di nuovo io e riesco a pian­tarlo decentemente; però ciò mi costa tanta fatica che scendo.
Allora sale Marco: attacca la cordetta al chiodo vecchio e la fa passare nel chiodo nuovo. Poi si assicura al chiodo nuovo con l’asola e fa il laccio. Lo lancia tre o quattro volte fallendo regolarmente il tiro, poi riesce ad ancorarlo allo spuntone, non molto sicuramente, però. Decidiamo che ci vuole un bastone per metterlo a posto e, in mancanza del bastone, scendo giù io a tagliare un ramo. Mentre sto torcendo un ramo per spezzarlo, guardo in alto e individuo una via di salita che mi sembra più facile di quella fino ad ora seguita. Porgo il ramo a Marco che mette a posto il laccio. Poi salgo e guardo la nuova via; più facile, mi sembra, ma verticale, con troppo vuoto sotto e per­ciò paurosa. Marco si toglie il cordino, se lo mette doppio alla vita e allaccia il moschettone alla corda; ci scorre sopra fino al chiodo da me piantato; si assicura bene alla roccia, sposta il moschettone e continua fino a che riesce ad abbrancare lo spuntone strapiombante. Ci vuole un bel po’ prima che si metta in po­sizione di sguardo; poi torce la bocca e dice che è difficile pro­seguire. Ed io che credevo che dopo lo spuntone sarebbe stato facilissimo! Decisamente ho preso una cantonata.

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Marco comincia ad essere stanco e torna indietro, ripetendo le stesse manovre. Tocca a me. Più o meno alla stessa maniera ripeto i suoi movimenti e con uno stile che farebbe abbaiare un gatto riesco a mettermi a cavalcioni dello spuntone. Senza tan­te cerimonie cerco di mettere i piedi dove ho il sedere: sono con la pancia alla parete e quindi in posizione precaria. Sotto di me sei metri di vuoto rientrante. Mi siedo di nuovo. Pianto l’altro chiodo in una fessuretta buona e pare che resista. Al­l’improvviso mi viene un pensiero: – Poi, come farò a scen­dere? – Inoltre comincia a far buio. Marco mi sconsiglia di proseguire ed io ben contento di ciò scendo. Cordini e chiodi rimarranno per il prossimo tentativo. È ormai buio pesto…

Ma il dubbio di aver sbagliato via mi è rimasto. Una sera torno al CAI e rileggo la guida. L’itinerario 14a è il più facile e non il 14b! Finora abbiamo seguito una via di IV, mentre la via normale è di III.

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13 ottobre 1962. Marco deve aiutare suo padre in negozio, così vado da solo. Mille pensieri si agitano in me: ce la farò a salire? e poi a scendere? Ma sì, ma no, però… Mi avvicino alla base e mi cambio con gesti automatici: attacco la pareti­na solita, arrivo al chiodo arrugginito. Da lì mi preparo al nuo­vo passo: con entrambe le mani mi aggrappo a un solo spun­tone-maniglia e poso il piede sinistro su una piccola piattafor­ma dello spigolo nord-ovest. Ma capisco che così non ce la farò. Torno indietro. Mi aggrappo con la sola mano destra a quello spuntoncino e poso il piede sinistro dove era prima. Così sono in equilibrio ma se mi sposto potrei cadere e fare un “volet­to” di sei o sette metri. Con la sinistra cerco appigli e ne trovo uno esilissimo. Tenendomi abbastanza tenacemente con la de­stra porto pian piano il piede destro vicino al sinistro e poi mi sposto con il corpo. Finalmente sono su terreno più facile. Sto fermo un poco, poi mi accingo a superare il nuovo ostacolo. Si tratta dello spigolo a nord, due metri di grossa paura. Poi è facile e in breve sono in cima. C’è un chiodo con un cordino per corda doppia, c’è vento. L’oltrepasso e sono sul masso terminale! È dal primo giorno di luglio che ci sto dietro e finalmente l’ho con­quistato. Da solo, per giunta!

Mi abbasso per il troppo vento e torno al chiodo. A grandi martellate, poco nobilmente, me ne impadronisco. Mai visti di così grossi! Me lo metto in tasca assieme al cordino e mi sporgo verso la base, per vedere la via che volevamo fare con Marco. Poi, comincio a scendere, molto emozionato.

Giunto allo spigolo di due metri da scendere, strisciando come un verme riesco a mettere i piedi sul terrazzino di sotto; e quando giungo sull’altro spigolo, aggrappandomi con le due mani a quel famoso spuntoncino, supero al volo il passaggio e mi ritrovo dall’altra parte. da lì scendo a terra, felice come solo gli alpinisti possono esserlo.

Poso tutto lì e, solo col martello, salgo di nuovo per togliere i chiodi e la cordetta del 5 ottobre. Riesco a togliere il laccio e il chiodo piantato per primo. Tento anche, con furiose martellate, di togliere il chiodo vecchio, ma non ci riesco, è troppo saldo. Scendo e considero che di mio ci ho lasciato solo quel chiodino oltre lo spuntone strtapiombante.

E’ ancora presto ma mi precipito giù a Sestri Ponente, prendo il 22 per andare a Rivarolo. Corro al negozio di Marco e gli mostro la mia preda. Il viso gli si illumina di gioia: mi chiede quando ci torneremo assieme. Poi lo saluto e con il 26 torno a casa.

(continua)

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Con la bronchite sul Monte Bersaio

Con la bronchite sul Monte Bersaio
dal mio diario, ottobre 1965

La mattina del 17 aprile 1965 mi alzo da letto appestato come Don Rodrigo. Ronzio alla testa, catarro, mal di gola. A furia di supposte e aspirina, riesco a tirare avanti fino alle 15, ora in cui decido di partire ugualmente. Alle 20 sto in piedi solo per pratica, ma sono presente all’appuntamento. I due fratelli Gianni e Lino Calcagno, piuttosto tesi in volto (hanno saltato pasto e lavo­rato tutto il giorno); e il quarto, Gianfranco Negro, che medita sulla propria triste sorte: sa bene che unendosi a noi ha de­cretato la sua fine. L’automobile è una Fiat 500 giardinetta, presa a noleggio, senza porta-sci né porta-pacchi.

La pagina del mio diario
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Ficchiamo gli sci dentro, tenendo aperto il tetto. Siamo an­cora a metà aprile e non stiamo partendo per la Sicilia. Temo che con tutta l’arietta delle Langhe e del Cuneese, notturna, per di più, le mie condizioni di salute non miglioreranno. Così deci­do di chiudermi nel sacco da bivacco.

L’impiegato all’autostrada, gettando un’occhiata distratta all’interno dell’auto, vede la seguente scena: quattro paia di sci che spuntano fuori di 30 centimetri, il guidatore con pas­samontagna, io nel sacco-piuma, e dietro due visi spettrali, im­bacuccati e con lo sguardo fisso. Incomincia il bivacco. Nel po­steriore un caos di bastoni da sci, sacchi-piuma, zaini, piccozze, ramponi e vestiti da città. Il tutto forma un ammasso indistin­to. Man mano che il tempo passa le facce di dietro diventano sempre più scure e terree, le labbra più livide e gonfie. Ma l’oc­chio vive e brilla ancora.

Il Monte Bersaio sopra Sambuco
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Torrione dell’Amicizia, risalto iniziale di 60 m
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Passato Cuneo, alle 1.30, dopo gli auguri di Buona Pasqua, transitiamo piuttosto abbattuti il deserto abitato di Pietraporzio in Valle Stura, e inizia­mo la salita. Dopo 200 metri siamo costretti a scendere per­ché il motore non ce la fa. Al buio, con le scarpe slacciate, rincorriamo la macchina, che ora va. Sudiamo. Poi, una placca di neve gelata. Mano alle piccozze, e poi a spingere.

Sul Pian della Regina, possiamo risalire sul mezzo. Il sudo­re mi si ghiaccia sul collo e sulle spalle. Proseguiamo ancora un po’, a piedi e no, mentre massi di ingenti dimensioni, dissemi­nati qua e là, come al ritiro di un ghiacciaio, cercano di pene­trare nella carrozzeria con grandi colpi. E così ci fermiamo: alla luce dei fari, alle 2.40, i preparativi per la partenza. Con il morale sottoterra e il capo chino sotto lo sforzo, morti di sonno e di fame, maledicendo ogni cosa e profferendo frasi sconce, ci trasciniamo alle prime nevi. Con gran piacere dispo­niamo gli sci sotto i piedi pensando così di andare meglio. Sia­mo nei pressi della «cascata”. Il più in crisi è Gianfranco, che non ha mai messo le pelli di foca. Comunque ci segue, strin­gendo i denti. Dopo tutto anche lui va in montagna per diver­tirsi. Nelle voltate da fermo la neve cede, e dopo un po’ ecco che si vedono pelli che si staccano, cinghini che si spaccano, gente che ansa e suda sotto la luna; tra poco se ne andrà an­che questa, perché il vento di ovest accavalla nuvole su nu­vole. Arrivati alla zona della «valanga”, mentre due di noi sono indietro per guasti meccanici, io do forfait. Vorrei tornare in­dietro da solo e lasciare agli altri il piacere di passare due piace­voli giorni sullo spigolo della Rocca Rossa, mentre io sog­giornerei in macchina, a curarmi. Ma gli altri, caritatevoli, non lo permettono, e il dietro-front è generale. Ore 5. La notte in bianco è pressoché trascorsa. Arrivati quasi a Pietraporzio, ci fermiamo a mangiare e a dormire. Mangiamo come un bran­co di maiali, e subito dopo il pasto repellente, cominciano a cadere i primi assonnati. Lino si addormenta con sguardo ange­lico; io guadagno faticosamente il sacco-piuma; degli altri due, uno va in macchina, l’altro non ci arriva neppure, e si addormen­ta prima. Alle 9 circa, in mezzo a tutta questa desolazione, si notano i primi segni della vita che riprende.

Le Rocche Bianche di Sambuco (Monte Bersaio). Sulla sinistra il tracciato della via dell’Amicizia
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Uno si ritira dietro un masso, Gianni e Gianfranco girano con sguardo ebete senza concludere niente, e io vado in staffe su un larice. Evidentemente mi sento meglio. Al momento di partire (destinazione Genova), gli sci vengono legati sopra il tetto, trattenuti da cordino, che, con vario ed ingegnoso gio­co di nodi e di contrappesi, passando per i finestrini e i deflet­tori, dà molto fastidio agli occupanti.

Arrivati a “quel paese”, Sambuco, rimaniamo affascinati dalle promettenti crode che incombono su questo villaggio. Qualcuno (per sua fortuna non bene identificato) propone di passare la giornata lassù, e così arriviamo sulla piazzetta del paese. I villici si fanno subito d’attorno e alcuni anziani veg­genti ci predicono con sollecitudine grandi sventure. Lo stupo­re e la meraviglia di fronte al nostro ingente equipaggiamento sono generali. Uno di questi ci mostra a dito un pino sotto la parete e dice: «Lassù è stato visto “il” camoscio; se avete un fucile…”.

Beh, a noi sinceramente dispiacerebbe far fuori l’ultimo ca­moscio della zona, e così, ringraziandolo per il suo gentile pen­siero, gli rispondiamo che piuttosto preferiremmo ammazzarci noi su qualche roccia. Al che la gente presente, scandalizza­ta, sgombera la piazza, commiserandoci a bassa voce. Intanto partiamo, e i valligiani ci guardano quasi con religiosa contem­plazione, sapendo che non ci rivedranno mai più (vivi). Gradi­nando un ripido pendio erboso, arriviamo all’attacco. Io non aspet­to nessuno e, imbragatomi in fretta, parto, senza sapere neanche chi si legherà con me. Il vento soffia forte, e ci fa piacere. Presto ci troviamo sotto degli strapiombi, e, tra quarto e quin­to, sotto l’ultima fessura. Non si chioda: il quinto e il mar­cio son di casa. Abbiamo tanto sonno che ci rallegriamo a vicenda di non esserci addormentati sui passaggi. E così sia­mo in vetta, 300 metri sopra all’attacco. Questa cima era an­cora inviolata, e la chiamiamo Torrione dell’Amicizia. E’ quella più a sinistra del turrito castello del Monte Bersaio.

La discesa è problematica, non ci sono né spuntoni né fes­sure valide, ma, mediante macchinose discese a spirale, cen­ge e marciume vario, raggiungiamo un albero. Corda doppia da 40 metri e poi un’altra ancora, su altro albero. A questo punto occorre scendere a lungo per canalini marci e pericolosi. Le no­stre menti si sono talmente smarrite nella sventura che, alla proposta di qualcuno di andare a bivaccare in una palestra di roccia vicino a Genova, tutti, dico tutti, aderiscono entusiasti­camente. È dimostrato perciò che ogni limite di moderazione è stato abbattuto, sgangherato dal folle e convulso evolversi della situazione. A Sambuco, i villici ci osservano, mentre im­perterriti ci prepariamo alla partenza. Stendo un velo pietoso sulle singole crisi in auto: di fame e di sonno. A Mondovì i bravi e onesti monregalesi hanno visto quattro figuri barcollan­ti e incerti, entrare nel bar, alla luce biancastra del neon. Dob­biamo pure risparmiare, e così mangiamo e beviamo troppo po­co: un cappuccino (molto ridotto e tiepidiccio), e una brioche da due bocconate. Da Mondovì a Genova-Voltri e Acquasanta le così volgono al peggio, le palpebre pesano quintali. Gianni si addormenta alla metà di un suo discorso sconclusionato che nessuno stava a sentire:- chi pendola la testa trovando che dopo tutto il ronzio del motore è molto interessante, chi si slo­ga le mascelle in alcuni mostruosi sbadigli, chi, la testa incas­sata nelle spalle e lo sguardo fisso all’orizzonte, guida.

A. Gogna sotto la fessura terminale di V grado (Torrione dell’Amicizia)
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Come ho “imparato” a sciare

Come ho “imparato” a sciare
(dal mio diario)

Il giorno dopo l’infruttuoso tentativo alla cresta SSE del Birillo (Monte Gropporosso) vado a sciare. Alle 4.10 sono già in piedi. Esco di casa con gli sci sulle spalle e mi metto ad aspettare il “30”. Gli sci non sono miei, mi sono stati prestati da Luciano Simonetti in attesa che i miei, da lui mandati a Bolzano per riparazioni, arrivino. Infatti ne ho comprato un paio di buona marca, austriaci e usati. Nuovi costerebbero sulle 40.000 lire. E invece così li pagherò, rimessi a nuovo, sulle 15.000. In complesso un buon affare. Ma per ora sono a Bolzano, così Luciano me ne ha prestato un paio.

Ho appuntamento a Limone Piemonte con Marco Ghiglione: lui m’insegnerà i primi rudimenti. Oggi è venerdì 27 dicembre 1963, il treno festivo non c’è. Dovrò fare un sacco di cambi. Parto alle 5.50 per Savona, io sono dentro, seduto sul seggiolino accanto alla porta della carrozza e cerco di non far cadere gli sci appoggiati alla parete. A Savona, cambio. Attacco discorso con un altro sciatore. Il treno ora è di quelli a nafta. Appena oltrepassato l’Appennino al Colle di Cadibona, ci caliamo in una fitta nebbia che però dopo un po’ scompare lasciando vedere un paesaggio innevato e con il cielo sereno. Con sei minuti di ritardo, alle 8.50 arriviamo a Mondovì. Qui tanti con gli sci scendono, evidentemente destinati a Frabosa o a Lurisia. Noi invece continuiamo fino a Cuneo per prendere un altro treno, anche questo un po’ in ritardo. Oltrepassato Borgo San Dalmazzo e Vernante, entriamo in val Vermenagna e alle 9.14 siamo a Limone. Non ricordo il nome della Pensione nelle cui vicinanze è casa di Marco.

– Tanto Marco a quest’ora chissà dove è – mi dico – meglio che io vada a sciare per conto mio!

Il biglietto di ritorno, Limone-Genova
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Seguendo altri, mi avvio alla cieca e mi ritrovo alla Seggiovia del Sole. Qui vedo che la gente si mette gli sci e io li imito. Ma non sono capace di mettermeli. Meno male che in quella arriva Marco che mi ha visto da lontano. Lui è senza sci, dice di essere un po’ stanco per aver sciato ieri sulle piste del Cross come un dannato. Arriviamo a un campetto un po’ prima di quello del Maneggio. Mi fa mettere gli sci, mi fa camminare un po’, mi fa scendere un poco in linea retta. Siccome non so frenare, cado. Poi m’insegna a salire “gradinando” e a “lisca di pesce”. Questo secondo modo mi rimane un po’ indigesto. Comincio a scendere a spazzaneve, ma combino poco di buono. Sarò stanco ancora da ieri?

Alle 13 andiamo a casa sua, m’invita a mangiare e a passare la notte lì. Mangiamo assieme alla madre. Il padre, Elio, sta sciando. Dopo mangiato arriva la famiglia Carbone, loro parenti, con padre, madre, figlia e figlio: gente molto simpatica. Poi Marco e io torniamo a sciare. Lui prende la Seggiovia del Sole e io continuo verso il Maneggio. Faccio ancora un po’ di esercizio, e vedo intanto che c’è un sacco di coda agli skilift. Io salgo a piedi, faticando come un mulo, poi comincio a scendere: ogni 15-20 metri prendo di quelle sberle sulla neve che non so come ho fatto a essere ancora vivo. Ma non mi perdo di coraggio e continuo a salire e scendere fino alla nausea, in un campo d’azione di un centinaio di metri.

Quando sono davvero stufo e ben contuso ritorno a casa di Marco, mollo gli sci e vado a telefonare a mia mamma per dirle che stasera non torno. A casa non risponde nessuno, così devo tornare alla cabina dopo un po’. Espletato questo dovere, torno a casa di Marco dove finalmente incontro anche il simpatico papà di Marco.

Si mangia in allegria, si gioca a carte, si va a dormire. Mi addormento subito (e lo credo, dopo le due giornate trascorse) e mi sveglio alle 9 del giorno dopo, assieme agli altri. Dopo colazione, via di nuovo a sciare.

Gli scarponi da sci dei primi anni ’60
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Torno di nuovo al Maneggio e, con grinta cattiva, compro un biglietto da 5 corse e mi rivolgo allo skilift piccolo. Mi metto in coda e, dopo più di venti minuti, afferro il piattello e me lo tengo saldamente sotto il sedere per tutta la salita. Dopo due cadutine iniziali, incredibile, riesco a fare un curvone in discesa, sulla neve dura, a spazzaneve. Bello contento, continuo a scendere in linea retta e, a un piccolo avvallamento, cado. Riparto e riesco a frenare a spazzaneve prima di sbattere contro un tizio. Rifaccio un’altra coda bestiale e poi scendo senza mai cadere! E così di seguito, con qualche caduta, esaurisco il mio bonus di cinque corse. Incoraggiato, compro altre cinque risalite per lo skilift grande. In cima, mi si presenta un pezzo di discesa fuori dalla mia portata. Il bilancio è di tre cadute, ma quando arriva sulla pista che ho fatto prima cinque volte, allora me la cavo meglio. Allorché riprendo la sciovia, vedo che molta gente si stacca prima dell’arrivo, per evitare il primo pezzo. Mi sembra una buona idea. E con quest’accorgimento esaurisco anche queste corse.

Sono le 14, penso sia ora di andare a mangiare. Vado in casa Ghiglione, ma non c’è nessuno. Marco, dal ristorante di sotto, mi vede e mi chiama. Le mie imprese destano qualche impressione: per aver messo gli sci la prima volta ieri mattina, pare non sia poco aver fatto oggi dieci skilift senza rotture d’ossa.

E allora, dopo pranzo, Marco e io prendiamo la Seggiovia del Sole arrivando in cima alla Punta Buffe. Ci mettiamo gli sci (Marco ha un paio di Caravelle 36) e proseguiamo verso la partenza dello skilift seguente su un sentiero faticosa per via della presenza di sterpi. Incrociamo suo padre, il sig. Elio, e finalmente Marco prende lo skilift dell’Alpetta. Io lo aspetto qui e gironzolo. Rivedo il padre, tornato perché aveva dimenticato qui la giacca a vento.

A forte velocità arriva Marco, con la sua classe di Campione di Liguria categoria juniores di slalom (ma forse era discesa libera, forse slalom gigante, non so). Insieme scendiamo verso la Punta Buffe, per una pista diversa da quella di prima, faccio una caduta rovinosa dove Marco scende a uovo magnificamente. Purtroppo io devo scendere con la seggiovia: dall’alto li vedo scendere assieme, bravissimi.

Dopo i saluti, vado alla stazione a prendere il treno delle 17.56, rimango in piedi nell’ultimo vagone. Solo a Borgo San Dalmazzo posso sedermi. A Fossano scendo e mi concedo un punch e un panino. A Ceva arrivo poco prima delle 21, mi bevo una birra al bar, mi vedo un po’ di Giocondo alla televisione, poi finalmente alle 21.30 riparto su un bell’elettrotreno per Savona. Mi addormento, appena in tempo per scendere alle 22.28. Al bar bevo un altro punch e aspetto il direttissimo per Genova, sul quale schiaccio un altro bel pisolino. Arrivo a casa a mezzanotte e mezza.

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Di viaggio ho speso, per andare e tornare, 3.240 lire. Un po’ troppe. Però il 19 gennaio comincerà a funzionare il “treno della neve”: questo non solo è diretto, ma costa andata e ritorno solo 1.710 lire. E per di più, su esibizione del biglietto ferroviario, si ha diritto a sconti su skilift e seggiovie. Per Mondovì e ritorno costa solo 1.030 lire, cui bisogna aggiungere la corriera per Lurisia, Artesina e Frabosa (altre 300-500 lire). Questi sono i miei progetti mentre mi addormento. E se un giorno volessi andare a Monesi, c’è una corriera che parte da Genova alle 4.40 di notte e costa, andata e ritorno, solo 1.800 lire.

Il 4 gennaio 1964 parto per il campo scout invernale. In realtà è stato un campo solo per definizione, visto che abbiamo dormito e mangiato in un convento di suore.

Sono costretto a partire con gli stessi sci di una settimana fa, perché i miei non sono ancora arrivati da Bolzano. Ho con me perfino un sacco letto imbottito, stile militare, prestato da un cugino. Faccio il viaggio assieme a Ennio Remondino, Orazio Carbone ed Ernesto Parodi, l’ex maestro dei novizi rover. Arriviamo a Limone in orario, in una giornata magnifica. Andiami al convento, attesi dalle suore. Normalmente è un asilo infantile che nella stagione invernale funziona anche da piccola pensione. Infatti, non siamo soli: ci sono altri con gli sci. Sistematici in camera, di fretta usciamo verso la neve, cioè al Maneggio. Orazio ed Ernesto mettono gli sci per la prima volta, Ennio è circa sul mio stesso piano. Ci abboniamo alle solite cinque corse dello skilift grande e, con la mia solita esuberanza, comincio a cadere a ripetizione. Ennio invece, più calmo, è più prudente e non cade quasi mai.

La Seggiovia del Sole, Limone Piemonte
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In una caduta più violenta delle altre spezzo entrambi i bastoncini! Sono costretto a noleggiarne un paio. Poi perdo altro tempo per una noia meccanica agli attacchi, incontro la sig.ra Ghiglione e sigg. Carbone. Altre chiacchiere e altro tempo perso. Quando torno a sciare sono arrabbiatissimo, così riesco anche a investire una poveretta che si trova sulla mia linea. Pace. Per fortuna non le faccio nulla… Poi, con Orazio ed Ernesto, vado a mangiare. Loro si sono dati da fare per tutta la mattina. Arriva anche Ennio.

Sono stato troppo impulsivo, non ho imparato un gran che questa mattina. Mi riprometto di fare diversamente questo pomeriggio. Mangiamo poco e male, quindi eccoci ancora al Maneggio. Ennio ed io prendiamo dieci corse dello skilift grande, che però poco dopo si arresta per un guasto. Siamo costretti a salire su quello piccolo. Nelle discese cerco di non farmi prendere dalla velocità e di curvare come si deve, qualche miglioramento lo vedo. Alle 17.30 sono ancora lì, me ne vado per ultimo. Ho fatto anche qualche discesa senza mai cadere!

Dal convento usciamo per andare in paese al bar. All’ora di cena ci ritroviamo al convento, poi ci ritiriamo in stanza a parlare della Carta di Clan. Poi è l’ora delle risate, perché prendiamo in giro quelli della stanza accanto agitando loro lo spauracchio dell’ossido di carbonio. In realtà gli invidiamo la stufa a carbone.

Il giorno dopo Ernesto riparte per Genova; noi andiamo alla messa domenicale, facciamo colazione. Quando stiamo per andare a sciare ecco arrivare il capogruppo Edilio Boccaleri, con Ugo Galdi e Luciano Ferroni. Ugo è stato negli alpini sciatori e va anche su roccia. Si sistemano nella nostra stanza, poi andiamo tutti assieme al Campetto del Principe. Ugo ed Edilio ci fanno un po’ scuola, ma non mi sembra che la teoria sul campetto mi serva a molto. Per fortuna si stufano anche loro, così andiamo alla sciovia del Principe.

Luciano rinuncia a salire, Ennio e Orazio cadono a metà salita. Rimaniamo Ugo, Edilio ed io. Dalla Casetta Rossa prendiamo la pista n. 3 che porta, per la valle di San Giovanni, a Campo Principe. C’è pochissima neve. Scendo alla meno peggio, guidato con pazienza da Ugo. Faccio ancora tante cadute, principalmente perché mi lascio prendere dalla velocità. Ripresa la sciovia con Ugo, mi succede di incrociare gli sci e cado rovinosamente. Aspetto che Ugo scenda da me, poi assieme raggiungiamo Orazio che era lì ancora dalla corsa precedente. Continuo a non vedere miglioramenti.

Su ancora, con Edilio, Orazio e Ugo. Alla Casetta Rossa ci raggiunge anche l’amico Marco Ghiglione, tornato da Sestrière dove era iscritto a una gara di qualificazione nazionale, rimandata però per scarsità di neve.

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Ora giù di nuovo. marco, che scende da dio, impreca contro di me, dandomi dell’assassino ogni volta che non vede il mio peso a valle o per altri errori. Non mi arrabbio: so che lo fa apposta a esasperarmi, perché vuole che impari. Ma per colmo di scalogna in quella discesa sono davvero pietoso. Arrivati in fondo, risalgo ancora con Marco e Ugo. Però loro scendono per la n. 2, mentre io mi rifaccio per la terza volta la n. 3. Poi vado a mangiare.

Al pomeriggio sono ancora con Marco sulla Seggiovia del Sole. All’arrivo della seggiovia ne approfitto per incamminarmi verso la vetta della Cima Buffe 1531 m, cosa che non avevo fatto la volta scorsa. Non sapevo neppure esistesse una Cima Buffe. Poi andiamo agli skilift. prendiamo il primo e arriviamo circa a 1700 m. Ci siamo tutti ad eccezione di Luciano e Marco che hanno proseguito per l’Alpetta con l’altra sciovia.

Scendiamo per la pista Panoramica, che poi farò altre due volte. Qualcosa imparo e il morale mi si raddrizza un po’. Ci perdiamo tutti di vista. Sta arrivando sera e alla Seggiovia del Sole siamo rimasti Marco, Ennio ed io. E’ quasi scuro, ma noi cominciamo a scendere lo stesso. In certi punti la pendenza è superiore alle mie possibilità di spazzaneve, quindi sono costretto a scendere a derapage. Cado molte volte, come Ennio.

Sono avanti, vicino alla Casetta Rossa. Marco è dietro perché aspetta Ennio. Questi prende un sasso e cade. Uno sci si stacca e scivola veloce per duecento metri, fino a Marco che riesce a fermarlo. Non vedo niente di tutto questo, poi però vedo Marco con lo sci di Ennio in mano. Il poveretto sta scendendo a piedi. Per non perdere tempo, dato che ormai ci si vede pochissimo, Marco mi comanda di scendere per conto mio. Scendo ancora per la n. 3: non vedo più nulla, solo il bianco della neve. Vado piano, perciò riesco a non cadere e arrivare a Campo Principe. Arriviamo al convento a notte fatta. La suola del suo sci ha un solco enorme di una quindicina di centimetri. Ceniamo, cantiamo, arriva da Frabosa Sergio Bione, così siamo in sette. Ci addormentiamo sfatti.

Il 6 gennaio, dopo la messa dell’Epifania, filiamo di nuovo su a Pian del Sole. Marco non l’abbiamo visto, Luciano ha preferito il Maneggio. Con Ugo ed Edilio salgo fino all’Alpetta, la giornata è splendida e da qui il panorama è bellissimo. La discesa non è un fiasco, ma ci manca poco. Non starò a farla lunga, dunque dico solo che dopo la rifaccio, continuo per la pista Aerea fino a Pian del Sole, risalgo lo skilift e mi faccio la Panoramica. Qui mi prendo la botta più forte di tutte, che riesce a spaventarmi. Quindi di nuovo all’Alpetta e giù ancora a Pian del Sole, poi ancora all’Alpetta, giù tutto a spazzaneve senza mai cadere fino al primo skilift e da lì a Pian del Sole con la Turistica. Anche quest’ultima mi viene bene. Con Edilio torno alla Seggiovia del Sole, e da lì ci buttiamo giù su Limone. Faccio abbastanza bene anche la pista del Sole, senza cadere e senza derapage. Dalla Casetta Rossa scendo per la pista n. 3. Sono le 14.30: al convento mangiamo molto, beviamo molto e paghiamo poco. In stato di leggera ebbrezza vado a restituire i bastoncini. Ennio, Orazio e io torniamo in treno, gli altri in auto. Il viaggio per Genova, in dormiveglia, dura 3 ore e 55’.

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Una casuale solitaria

Esattamente cinquanta anni fa mi trascinavo da solo sulla Nord del Pizzo d’Uccello. Con me era uno zaino enorme, carico di cose inutili. Le stesse di cui avrei dovuto liberarmi anche in seguito, nella vita.

Una casuale solitaria
Quarta solitaria della via Oppio-Colnaghi alla Nord del Pizzo d’Uccello (Alpi Apuane)
(scritto nel febbraio 1966)

Martedì 14 settembre 1965. Sono in viaggio da solo per Equi Terme e sono diretto alla Nord del Pizzo d’Uccello, via Oppio-Colnaghi.

Di solito i progetti alpinistici impegnativi sono covati a lun­go prima di essere attuati, e anzi il periodo d’incubazione del­l’impresa è caratterizzato da pensamenti e ripensamenti, mo­difiche, incertezze, saltuaria sicurezza: per me questi problemi non sono esistiti; ieri sera sono andato a dormire, con tutto il materiale sparso per la stanza, non avendo la più pallida idea di dove sarei andato all’indomani. Poi, la decisione improvvi­sa. Ho fatto il sacco, pesantissimo, ho dato uno sguardo agli orari del treno, e son partito.

Alle 14.30 arrivo a Equi, dove mi fermo per comprare un barattolo di marmellata, unico mio cibo per due giorni, assieme a un grosso pane e a una formaggetta. Questo striminzito regime alimentare non è dovuto al mio desiderio di portare meno peso nel sacco, ma al fatto che ho con me pochi spiccioli più del necessario per il viaggio.

Percorro il paese tra gli sguardi più stupiti ed entro nel Solco d’Equi, le cui pareti a strapiombo fanno rimbombare i miei passi.

La parete nord (700 m) del Pizzo d’Uccello dalla Foce Siggioli
Parete N del Pizzo d'Uccello dalla Foce Siggioli , Alpi Apuane

Fa caldo e sudo abbondantemente. Arrivato alla cava, tra­verso il torrente e mi avvio su per la lizza. Chiedo a un bo­scaiolo se sono sulla giusta via per i «Cantoni di neve vec­chia” e lui, tra un mugolio e l’altro, mi fa capire che non sa neppure cosa siano questi Cantoni. Visto che vuol essere lasciato in pace, lo abbandono al suo lavoro e continuo sulla lizza.

Una delle più grandi soddisfazioni per un alpinista è quella di vedere, la sera prima dell’arrampicata, la parete, o almeno la cima, che domani salirà. E gli piacerebbe vederla arrossata dal sole che tramonta. Per quanto riguarda me, adesso è tanto se non cammino nella nebbia. Il lusso di poter rintracciare, al­meno approssimativamente, la via, evidentemente non mi è concesso, anche perché è la prima volta che vengo nelle Apua­ne e questi monti mi sono completamente sconosciuti.

Già innervosito dal caldo, dal brutto tempo e dal sacco che mi pesa sopra, un piccolo incidente per poco non mi fa im­bestialire. Una mosca, evidentemente attratta dall’odore del mio sudore, mi si posa dappertutto: sulle mani, sulla fronte, sulla faccia. Pur di farla finita col noiosissimo insetto, sarei disposto a spiaccicarla con una manata, ma la furba riesce a evitare le mie sberle; fino a che, proprio mentre stavo per posare il sacco e dare liberamente in ismanie, se ne va: forse si è accorta che, nonostante le apparenze, non sono un mulo.

Accompagnato da queste piccole contrarietà, che rendono la montagna ancora più piacevole e distensiva, arrivo senz’altro alla casetta abbandonata sotto i Cantoni di neve vecchia. L’u­nico vano accessibile è una specie di buco, puzzolente e ba­gnato, in cui decido di passare la notte. Tra un preparativo e l’altro, esco ogni tanto per vedere la parete, ma ogni volta rien­tro, inseguito dalla nebbia.

Così cominciano i primi dubbi sulla possibilità di questa ascensione, viste le condizioni atmosferiche. Ma poi rimando ogni decisione a domattina e m’infilo bruscamente nel sacco­piuma, dopo aver ingoiato un po’ di tè.

La notte, grazie al mio equipaggiamento (che però dovrò poi trasportare in parete), passa bene. Ogni tanto mi sveglio e ho così il dispiacere di vedere che ci sono le stelle e la luna… va a vedere, caro Alessandro, che domani dovrai proprio fare la Oppio! Però, quando mi alzo, alle 6,10, il cielo è nuvoloso. Ma la parete si vede ed è proprio come me l’aspettavo. Dopo aver bevuto un nauseante intruglio (ogni volta ne escogito uno diverso e ogni volta la soluzione è poco brillante), risalgo la parte terminale della valle, fino all’attacco, presso la fessura diagonale di 70 metri. Sistemo bene nel fondo dello zaino le cose che non mi servono, come il sacco-piuma e le scarpe da tennis, che ho portato perché gli scarponi che indosso sono in un tale stato che le suole potrebbero benissimo staccarsi all’improvviso su un qualsiasi appoggio; e in superficie, a portata di mano, le altre così che mi serviranno, tra cui borracce, bor­raccine, borraccette piene d’acqua: su questa parete, infatti, voglio eliminare, se non la fame, almeno la sete. Sull’imbraga­tura sistemo chiodi e moschettoni; i cunei nel sacco, assieme alla maggior parte dei cordini; le staffe e il martello in tasca, il casco in testa, la corda, per ora, a tracolla.

Sono le 7.30. Date le non eccessive difficoltà di questo pri­mo tratto (III e IV grado), dovrei andare spedito. Invece i primi passi sono una pena. Il sacco pesa troppo e se c’è qual­che piccolo strapiombo sono molto impacciato. Bene o male arrivo alla cengia erbosa, su cui invece vado meglio, arrivando così al canale-camino. Sto già pensando seriamente di tornare indietro. Invece nel canale e sulla crestina di destra ingrano la marcia e procedo molto velocemente. La mia arrampicata, non disturbata dalle manovre di corda di una normale cordata da due, è completamente automatica. Appiglio, appoggio, appiglio, appoggio. A ogni comando visivo rispondo con un moto della mano o del piede, sempre diverso e sempre uguale. Alle prime difficoltà, mi lego con la corda e salgo in libera, assicurato ai chiodi che trovo in parete. Due o tre tiri di V, l’ultimo dei quali in un camino il cui diametro è inferiore ai 50 cm: tra le più truci imprecazioni sono così costretto a salire con mosse poco eleganti, allungando e accorciando con rapidi movimenti la cassa toracica, come i serpenti.

Giungo così al punto più difficile: tento di passare, ma mi accorgo che non lo farei in completa sicurezza. Allora tiro fuori le staffe con il fiffi e, usufruendo dei quattro chiodi in pare­te, eccomi fuori. E ora, avanti verso la base del «pilastro».

Un rumore assordante mi fa sussultare: i cavatori di marmo hanno fatto brillare le mine e i trattori hanno cominciato a muoversi. Non posso più dire di salire «nel silenzio delle cro­de». Arrivo alla fessura-diedro, che trovo molto bagnata; e dopo alcune liste erbose sono alla base del camino di 120 metri.

Qui la mia arrampicata, da automatica che era, si fa più concitata. Sento odor di vetta e ormai sono gasato a sufficien­za per superare i passaggi di V senza perder tempo ad assicu­rarmi. Giunto circa a metà, taglio a destra sulla parete del pi­lastro e vado così fuori via. Mi trovo in un punto in cui la roccia è completamente marcia e sono costretto a procedere con cautela. L’esposizione qui è assoluta e certo non consiglio a nessuno questa mia variante. Ogni appiglio che tocco, si muove.

Dopo 40 metri di V continuato, esco in vetta al pilastro sommitale, alla cui sinistra sbuca il camino di 120 metri. Qui c’è il libretto di via e vi pongo sopra la mia firma. Ancora 70 metri di parete, su rocce meno friabili di quanto sia fama, e sono in vetta, tra la nebbia più fitta. Sono le 12.10.

Attorno a me, silenzio. Mi trovo in cima ed è come mi ri­svegliassi. La lunga parete è ormai sotto di me. Una parete troppo poco desiderata, troppo poco voluta. Perciò è stato come un sogno, rapido e passeggero, che esiste prima che noi lo vo­gliamo.

Penso a degli amici che prima di me si sono trovati su que­sta vetta, e alle parole con cui uno di essi ha espresso i suoi sentimenti: “… Mentre il sole sta lentamente calando, sulla vetta del Pizzo d’Uccello quattro persone accomunate dalla stessa fervente passione parlano sommessamente additando cime lontane e vicine, dal profilo amico e sulle quali altre ore su­blimi sono state da essi vissute. Per Sergio e per me le Apuane non son mai state così belle, poiché ora, dopo la lotta, sen­tiamo fluire nei nostri cuori una profonda riconoscenza e un grande amore per questa natura di pietra, che ci dispensa gioie, tra le più grandi della nostra vita alpina…».

Io non sono circondato da montagne familiari: vette di cui conosco soltanto il nome, di cui non ho presenti neppure le forme. Sono ancora solo in vetta al Pizzo d’Uccello, solo, con una parete appena salita.

Rinuncio a bivaccare e a proseguire per la Cresta Garnerone, come avevo in programma. Scendo a Vinca e approfitto di un passggio in auto per la stazione di Equi.