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La struttura parallela del CAI

La struttura parallela del CAI
di Carlo Possa (pubblicato su www.mountcity.it il 22 dicembre 2015 e ripreso per gentile concessione)

L’editoriale del presidente generale del CAI Umberto Martini, pubblicato su Montagne360 di dicembre 2015, confesso che mi lascia un po’ perplesso. Uno dei temi più dibattuti, prima e durante il Congresso nazionale del CAI di Firenze, è stato quello del rapporto tra volontariato e professionismo, e in particolare la proposta di creare una struttura parallela con finalità più economiche ed imprenditoriali. Sia nell’ampio dibattito che ha preceduto il Congresso, che negli interventi che si sono succeduti a Firenze, questa proposta – come peraltro era prevedibile – non sembra avere raccolto grande entusiasmo.

Franz Kafka (1905)
Franz Kafka (shown here circa 1905) is considered one of the 20th century's most influential writers. Before his death in 1924, he had published only short stories and a single novella, The Metamorphosis.
Ora, nell’editoriale di dicembre, il presidente Martini scrive che “da diversi interventi è emerso il timore che a una non meglio definita ‘struttura parallela’ potessero essere affidati compiti dell’espletamento di attività che attualmente e meritoriamente vengono organizzate e svolte con l’impegno volontario di soci”, quasi a dire che chi ha espresso timori (in realtà in molti casi si è trattato di contrarietà) abbia frainteso il ruolo di quella “non meglio” definita struttura parallela.

Vorrei ricordare che la non meglio definita struttura parallela è stata invece definita benissimo e con chiarezza (e così chiamata) dallo stesso presidente generale nella sua relazione all’Assemblea dei Delegati di Sanremo e nella relazione morale pubblicata da Montagne360 nel giugno del 2015. “E’ necessario creare una struttura parallela e professionale di gestione che si occupi della produzione di beni e servizi ‘profit’, da quelli immobiliari a quelli culturali, che oltre a far conoscere e diffondere presso il pubblico il ‘brand’ CAI come marchio di qualità legato alla montagna, contribuisca tramite l’autofinanziamento ad alleggerire il bilancio da quelle voci che in modo diretto o indiretto attualmente gravano sui soci”.

La struttura parallela
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Così le parole – nero su bianco – del presidente Martini. Sorvoliamo sull’infelicissimo uso del termine struttura parallela (evocativa di organizzazioni e operazioni molto lontane dallo spirito e dalla storia del CAI), ma che cosa si volesse intendere mi sembra chiarissimo. Chi ha espresso timori o contrarietà ha capito benissimo il progetto di “modernizzazione” del CAI.

Perché – come avevo scritto nel mio contributo alla discussione in vista del Congresso di Firenze – un conto è parlare di servizi, un conto è parlare di attività, o di assetto vero e proprio dell’associazione CAI. Offrire migliori servizi (legali, amministrativi, ecc.) ai soci e alle Sezioni sarebbe una cosa bellissima. Lo può fare una società di consulenza esterna, con cui aprire un rapporto professionale? Benissimo, facciamolo subito. Pensiamo solo se ci fosse una struttura esterna di professionisti in grado di individuare possibili finanziamenti europei, nazionali o regionali per il CAI. Sarebbe utilissima. Ma qui siamo nel campo dei servizi.

La metamorfosi di Franz Kafka
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Altra cosa è creare una struttura parallela all’associazione. Nell’idea del presidente Martini si è prospettata una rivoluzione dell’attuale assetto del CAI. Per risolvere problemi reali si correrebbe il rischio fortissimo e pericolosissimo di snaturare l’assetto istituzionale del CAI (e anche i suoi oltre 150 anni di storia). C’è il rischio, come giustamente è stato scritto, di dare vita ad una bad company dove lasciare l’associazione, il volontariato, le assemblee dei delegati, i “casini” delle Sezioni, e una good company, dove allocare una buona fetta della parte economica, i rifugi, il merchandising.

Chi conosce il mondo delle associazioni sa che questo è un percorso che spesso finisce male, con un distacco sempre più marcato tra la parte associazione e la parte impresa, con la prima sempre in affanno a controllare la seconda (finché ci riesce). Sono questi i timori e le contrarietà che sono emersi, e mi sembra in maniera non minoritaria, sia prima sia durante il Congresso. L’editoriale del presidente Martini non mi sembra affatto che allontani i timori espressi, anzi, sembra riaffermare decisioni già prese.

Un’altra perplessità riguarda il tema dell’eccessiva burocratizzazione del CAI. Ormai è insopportabile. Le pastoie burocratiche (così le definisce Martini), che il CAI stesso ha alimentato, stanno in molti casi impedendo alle Sezioni di svolgere il loro ruolo istituzionale. Ci sono Sezioni che non riescono ad organizzare i Corsi; ci sono soci che preferiscono svolgere una attività di promozione verso la montagna fuori dal CAI; diventare “titolato” nel CAI oggi è ormai più complicato e specialmente oneroso che diventare un professionista della montagna.

Burocrazia
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Scrive il presidente Martini che questi regolamenti (spesso assurdi e contradditori – questo lo dico io) nessuno ce li ha imposti. Allora non capisco: se nessuno ce li ha imposti, perché ci sono? Si dice che gli Organi Tecnici Centrali si sono presi troppa autonomia. Ma sono organi appunto centrali. Chi li doveva controllare? Negli ultimi anni sembra che il CAI a livello centrale abbia operato per smorzare l’entusiasmo dei soci più attivi e per mettere i bastoni tra le ruote delle Sezioni che hanno voglia e capacità di operare.

Se gli Organi Tecnici Centrali hanno preso decisioni controproducenti, non se n’è accorto nessuno? Diciamolo chiaramente: il malumore delle Sezioni verso questa eccessiva burocratizzazione, verso una “regolamentite” spesso asfissiante, non è di oggi. E che gli Organi Tecnici Centrali non siano cosa “altra” rispetto al CAI lo dice lo Statuto Generale: al Comitato Centrale competono la scelta degli Organi Tecnici Centrali, la loro nomina o l’elezione dei componenti e del presidente, le funzioni di indirizzo, di coordinamento e di controllo.

O era sbagliata la strategia, o questa deriva centralistica era condivisa. Prima che il CAI diventi una organizzazione basata solo sui regolamenti, e non sulle Sezioni, sui soci e sulla loro voglia di impegnarsi, dobbiamo cambiare veramente il CAI, non con strutture parallele kafkiane, ma con una struttura centrale agile, dinamica e in piena sintonia con le Sezioni e i soci. Se vogliamo essere un CAI moderno e attrattivo, e non il castello di Franz Kafka, dobbiamo cambiare molto, e subito.

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Diventare tecnico di elisoccorso

Diventare tecnico di elisoccorso
di Fabrizio Pina, Guida alpina Maestro di alpinismo, volontario Tesa (Tecnico soccorso alpino) del CNSAS, dal 2005 presso la Stazione Triangolo lariano, XIX Delegazione

In Europa il servizio di elisoccorso è la punta di diamante del sistema di gestione delle emergenze. L’eliambulanza è un elicottero che contiene presidi medico sanitari gestiti da medico e infermiere. Il pilota e il tecnico di volo sono preposti alle operazioni aeree e infine un tecnico di elisoccorso gestisce la sicurezza a terra dell’equipe sanitaria e partecipa attivamente alle operazioni aeronautiche speciali previste per le operazioni di soccorso.

Fabrizio Pina
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In Italia, a seconda delle regioni, il servizio di elisoccorso è differentemente organizzato.

Ci sono situazioni regionali in cui il servizio è in capo a corpi come Vigili del Fuoco. In questo caso tutti i componenti dell’equipe sono inquadrati come dipendenti pubblici.

In molte regioni la sanità struttura direttamente il servizio di elisoccorso: indìce una gara d’appalto riservata alle ditte aeronautiche che forniscono quindi i velivoli e il relativo personale.

E’ il caso della Lombardia: in questo caso pilota e tecnico di volo sono dipendenti della ditta aeronautica che ha vinto l’appalto del servizio di elisoccorso. Medico e infermiere che salgono a bordo sono dipendenti della pubblica sanità, mentre il tecnico di elisoccorso viene fornito dalla “libera associazione nazionale di volontariato senza fini di lucro, sezione nazionale
del Club alpino italiano” denominata CNSAS (Soccorso Alpino), mediante le proprie strutture regionali o provinciali, sulla base di una convenzione con la Pubblica Sanità (art.5bis comma 1b, legge 26/2010).

Chi opera nel Soccorso Alpino è a tutti gli effetti un membro di un’associazione di volontariato riconosciuta dallo Stato Italiano come preposta alla prevenzione e alle operazioni di soccorso in montagna.

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Il tecnico di elisoccorso è un volontario dilettante, dove per volontario si intende colui che fa qualcosa senza percepire in cambio denaro e dilettante sta per “non professionista”. Infatti il TE (Tecnico di Elisoccorso) non è una professione regolamentata in quanto non esiste un albo professionale di riferimento ed allo stesso tempo quando un TE “lavora” per il soccorso alpino in un contesto di equipe di elisoccorso non è inquadrato come dipendente; di fatto però percepisce un compenso relativo alla prestazione effettuata malgrado sia un volontario.

Nonostante vi sia un rapporto subordinato ad un’organizzazione, tipico del lavoro dipendente, il tecnico di elisoccorso del Soccorso Alpino non è assunto. Alcuni tecnici fatturano utilizzando un codice iva generico, altri utilizzano contratti CoCoPro oppure fac simile. Di fatto, dell’equipe che lavora sull’eliambulanza, il TE è l’unico a non risultare lavoratore dipendente dell’organizzazione a cui fa riferimento ma bensì risulta un lavoratore autonomo che partecipa ad operazioni aeronautiche speciali che lo espongono ad altissime responsabilità penali e civili nei confronti delle persone con cui interagisce. Si spera che le coperture assicurative che dovrebbero tutelarlo siano adeguate. Si spera…

Il tecnico di elisoccorso del Soccorso Alpino è quindi una figura con un piede nel mondo del volontariato ed un piede nel mondo del professionismo.

I tecnici di elisoccorso del Soccorso Alpino hanno di solito un’altra professione e si dedicano a tempo perso (circa due o tre volte al mese) a partecipare a turni di durata giornaliera presso le basi di elisoccorso. A tempo perso quindi intervengono in delicate operazioni aeronautiche che prevedono l’utilizzo di operazioni speciali come sbarco ed imbarco in hovering e verricello. A tempo perso intervengono con l’eliambulanza del servizio sanitario regionale in situazioni di emergenza su terreni alpini quali pareti rocciose, cascate di ghiaccio e ghiacciai per prestare soccorso.

Durante alcuni fine settimana, a tempo perso, partecipano ad addestramenti a volte valutativi.

A tempo perso; poiché ognuno dei TE ha il proprio lavoro: chi idraulico, chi falegname, chi impiegato, chi veterinario e chi Guida alpina dedica una parte del proprio tempo al soccorso e viene così ingaggiato ogni tanto (Tra i 20 e i 30 turni all’anno) a fare il tecnico di elisoccorso.

Come detto precedentemente il Tecnico di Elisoccorso non è una professione in quanto non esiste un albo professionale e non esiste una scuola a libero accesso che formi tecnici di elisoccorso.

Il soccorso alpino forma la propria figura di elisoccorritore e sulla base di convenzioni con le aziende sanitarie regionali lo inserisce nell’equipe di elisoccorso.

Come avviene la formazione del tecnico di elisoccorso del Soccorso Alpino? Il volontario del Soccorso Alpino riceve la formazione che il soccorso alpino impartisce utilizzando i propri istruttori. Partecipa alle operazioni di soccorso a terra in squadra come volontario nella misura in cui è stato formato. Il volontario che intraprende una carriera tecnica nell’associazione parte da “Operatore di Soccorso Alpino OSA” per diventare “Tecnico di Soccorso Alpino TESA” fino a raggiungere la qualifica più alta di “Tecnico di Elisoccorso TE”. Tutti e tre i livelli prevedono periodi di formazione e periodi di esame erogati tramite istruttori del soccorso alpino che sono qualifiche interne all’associazione. Non sono titoli professionali riconosciuti dallo Stato come può invece essere quello di Guida alpina.

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Che poi tanti istruttori siano Guide alpine è vero. Ma il soccorso alpino quando opera in ambito formativo, formalmente non incarica il professionista Guida alpina, ma bensì il volontario Sig. Mario Rossi. Spesso, l’organizzazione non apprezza il fatto che l’istruttore si firmi Guida alpina ma allo stesso tempo trae grandi vantaggi nel momento in cui l’istruttore incaricato alla formazione ed alla redazione dei programmi formativi sia un professionista.

Il vantaggio è duplice: qualità nell’operato ed assunzione delle responsabilità. Di fatto le Guide alpine sono presenti nel soccorso alpino e rivestono un ruolo importante soprattutto al vertice degli organi tecnici come la Scuola Nazionale Tecnici (SNATE) in cui ad oggi sono presenti solo Guide alpine; ma questo titolo formalmente non viene riconosciuto.

Il volontario del Soccorso Alpino che desidera diventare tecnico di elisoccorso deve fare domanda alla propria stazione di appartenenza ed alla delegazione. E’ a discrezione del delegato e del capo stazione inviare il candidato alle prove di selezione per accedere al corso Tecnici di elisoccorso.

E’ chiaro che l’accesso al corso sia vagliato da prove tecniche che si basano sul principio di meritocrazia, ma per accedere a queste è necessario avere il parere positivo personale di due soggetti fisici privati il cui ruolo nel Soccorso Alpino è più politico che tecnico. E’ un filtro iniziale che decide sulla base di quanto il volontario partecipi alla vita della stazione. Il problema è che in questi casi anche la simpatia piuttosto che la scomodità di una persona possono influire sul giudizio iniziale: non è possibile provare il contrario.

Se il soccorso alpino fosse un’associazione privata che opera esclusivamente con se stessa non ci sarebbero problemi. Ma in realtà il soccorso alpino è coinvolto in una convenzione con le ASL regionali che vivono sulla base di soldi pubblici. Lo stesso soccorso alpino riceve finanziamenti pubblici per organizzare i suoi corsi tra cui anche quelli di elisoccorritore.

Il giudizio personale di due soggetti privati influenza in maniera imprescindibile la partecipazione ad un corso organizzato con risorse pubbliche per formare volontari retribuiti che a tempo perso vengono inseriti in una equipe di elisoccorso che vive sui soldi del contribuente, cioè le tasse che tutti noi paghiamo. Questa è la risposta italiana in un contesto europeo che si basa sul professionismo nell’elisoccorso.

Se una Guida alpina, unico professionista (Legge n.6/89) a poter accompagnare su terreno alpino con tecniche ed attrezzature alpinistiche, volesse diventare elisoccorritore (mansione retribuita con soldi pubblici) deve passare attraverso il giudizio privato di capo stazione e delegato del Soccorso Alpino.

Quindi il veterinario e l’elettricista, se hanno il benestare di capo stazione e delegato possono accedere alle selezioni per elisoccorritori. La guida alpina certificata dallo Stato italiano ad accompagnare chiunque su qualsiasi terreno che viene ritenuta non idonea da capo stazione e delegato (figure politiche e non tecniche), ovviamente per motivi che esulano dalle capacità tecniche, non passa.

E’ difficile dimostrare che i motivi personali non possano mai influenzare il giudizio di delegato e capo stazione.

Quindi il falegname promosso dal parere positivo del capo stazione e del delegato accede ad una selezione per un corso di circa 15 giorni che lo abilita ad accompagnare medico ed infermiere su terreno alpino con tecniche ed attrezzature alpinistiche… La Guida alpina che ha frequentato un corso riconosciuto dallo stato italiano di 120 giorni distribuiti in 4 anni che lo abilita all’accompagnamento di chiunque, su qualsiasi terreno ed in maniera esclusiva, se viene bloccato dal parere personale di capo stazione e delegato non passa, e non può partecipare alle selezioni e di conseguenza al corso e quindi, in qualità di professionista ad una mansione retribuita con i soldi pubblici versati dai contribuenti, come successo a me ad inizio del 2015 nella Stazione del Triangolo lariano – XIX Delegazione.
Queste sono le mie considerazioni, ormai è tempo che si prenda la strada del riconoscimento della figura professionale di Guida alpina nell’ambito CNSAS, per i miei colleghi Guide che operano all’interno con grande professionalità, che in futuro possano operare con la stessa, ma da professionisti riconosciuti!

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Guide Alpine e CAI, una sinergia possibile?

Guide Alpine e CAI, una sinergia possibile?
di Alessandro Beber
(pubblicato su l’Adige.it del 25 maggio 2015)

Ho iniziato ad arrampicare frequentando un corso primaverile presso la Scuola Graffer di Trento, poi alcuni anni dopo ho deciso di rimanere vicino alla mia passione per la montagna sostenendo gli esami per diventare Guida Alpina.
Negli anni ho appreso che in Italia, Trentino compreso, tendenzialmente non corre buon sangue tra le rispettive istituzioni del Club Alpino Italiano e quello delle Guide. Mi sono interrogato a lungo sulle motivazioni, ma non ne ho mai trovate di soddisfacenti.

Sembra che la bega sia iniziata più di un secolo fa, quando l’alpinismo era considerato un’attività d’élite riservata all’alta borghesia e agli aristocratici, i quali giudicavano riprovevole monetizzare l’attività di accompagnamento in montagna. In quel contesto erano infatti nate le prime Guide Alpine, solitamente dei valligiani con conoscenza specifica della zona che si mettevano a disposizione dei «signori» per indicare le vie di accesso alle cime o per portare i carichi di queste prime rudimentali spedizioni.

Alessandro Beber
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Ma l’intellighenzia all’interno dei Club Alpini nazionali, che pur talvolta usufruiva dei servigi delle Guide, volle tenere ben distinte le cose, sentenziando che il denaro era questione troppo vile da mischiarsi con la purezza d’intenti del vero alpinismo, e gettando così le basi di una scissione che perdura ancora oggi. Ovviamente ne è passata di acqua sotto i ponti, il mondo e la società sono cambiati, ma questo malcelato contrasto non è ancora pienamente superato.

Tanto per fare un esempio, le Guide Alpine in quanto «professionisti», tuttora non sono ammesse all’interno del Club Alpino Accademico Italiano (CAAI), una sorta di circolo che riunisce gli alpinisti di punta al quale si accede per meriti sul campo, anzi in parete. Peccato che nel frattempo (ormai più di 50 anni fa, a dire il vero…) siano subentrate le sponsorizzazioni, che permettono ad alcuni di dedicarsi alle scalate in cambio del rientro pubblicitario fornito alle aziende tramite le proprie imprese, ma questa eventualità non è stata giudicata in contrasto con i valori del CAI…
(NdR: al momento è in corso in seno al sodalizio un processo di cambiamento che per ora, dopo una recente modifica allo statuto, accetta solo la “riammissione” all’Accademico di soci che, diventati guide alpine, erano stati estromessi).

Da parte loro le Guide spesso accusano il mondo del volontariato di sottrarre una parte importante del loro bacino d’utenza e quindi si ritengono penalizzati nell’esercizio del proprio lavoro, posizione altrettanto curiosa perché è come se i giornalisti lamentassero un attacco da parte della scuola che insegna a leggere e scrivere a tanti studenti, pretendendo l’esclusiva su tutto ciò che concerne la parola.

Io credo che basterebbe gettare lo sguardo poco lontano, oltralpe ad esempio, dove nelle istituzioni del DAV tedesco e dell’Alpenverein austriaco, il mondo dell’associazionismo e quello dei professionisti convivono pacificamente e anzi collaborano in maniera proficua.

Certo bisognerebbe un attimo rivedere le rispettive posizioni, mostrandosi disposti a riconoscere da un lato che l’opera di sensibilizzazione e avvicinamento alla montagna operata all’interno degli ambienti CAI è un valore da preservare e una forza non sostituibile, e dall’altro che le competenze e la preparazione di persone che per lavoro in montagna passano più di duecento giornate all’anno, contano qualcosa e anzi possono rappresentare un valore aggiunto.

Stando nella realtà trentina, molte sezioni della SAT (Società Alpinisti Trentini) collaborano da tempo e in maniera proficua con le guide alpine, anche per un discorso di alleggerimento delle responsabilità che oggigiorno diventano sempre più pesanti e risultano difficilmente sostenibili da chi sta prestando con passione la propria opera di volontariato (e non vorrebbe ritrovarsi imputato!), ma sarebbe bello ricevere in questo senso un segnale, da parte dei vertici istituzionali, che sdoganasse una collaborazione naturale tra due realtà animate in fondo dalla stessa motivazione, ovvero uno smisurato amore per la montagna.

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I documentati dubbi di Riccardo Innocenti

In attesa della prossima riunione del CC (Comitato Centrale di Indirizzo e Controllo del CAI) prevista per domani 28 marzo, Riccardo Innocenti ha spedito una seconda lettera a tutti gli interessati “al fine di permettere una migliore analisi della vicenda” che lo vede coinvolto. La lettera contiene le stesse domande (che il lettore già conosce, post del 17 marzo 2015), ma in più fa ordine nell’ingente numero di allegati e allarga la vicenda ad altre inquietanti situazioni.

Lettera di Riccardo Innocenti
Fiano Romano, 25 marzo 2015

Ai Signori Consiglieri Centrali del Club Alpino Italiano: Angelo Schena, Antonio Montani, Eugenio Di Marzio, Franca Guerra, Francesco Romussi, Gabriella Ceccherelli, Giancarlo Nardi, Gianni Zapparoli, Giorgio Brotto, Giovanni Polloniato, Lorella Franceschini, Luca Frezzini, Manlio Pellizon, Mario Vaccarella, Paolo Valoti, Riccardo Giuliani, Umberto Pallavicino, Walter Brambilla;
Ai Signori Presidenti dei Gruppi Regionali;
Ai Signori Presidenti di Sezione del Gruppo Regionale Lazio e ai Componenti del CDR Lazio;
Al Presidente della CNSASA: Antonio Radice
Ai componenti delle Scuole Centrali della CNSASA
Al Direttore Generale del CAI: Andreina Maggiore

e p.c.
Al Signor Presidente Generale del CAI: Umberto Martini;
Ai componenti del CDC;
A tutti coloro che possono esser interessati alle vicende narrate.


Oggetto: Veri volontari e professionisti travestiti da volontari. E’ questo il CAI nel 2015? Un problema etico, politico e giudiziario

Buongiorno,
in data 17 marzo 2015 ho ricevuto una cordiale mail da parte di Antonio Montani, nella veste di coordinatore del Comitato Centrale di Indirizzo e Controllo del CAI, che mi ha comunicato che “ pur non essendo per ora entrati nel merito della questione, abbiamo previsto uno specifico punto all’ordine del giorno della prossima riunione del CC che si terrà il 28/3, per analizzare quanto da lei comunicatoci”.

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Successivamente mi è stato riferito che la lettera, con i suoi allegati, che vi avevo inoltrato il 12 marzo 2015 è stata veicolata su numerosi social network, organi di stampa ed autorevoli blog (cfr.http://www.alessandrogogna.com/2015/03/19/cai-e-sasl-rispondono-a-riccardo-innocenti/).

Sui richiamati mezzi di comunicazione sono state riportate in data 19 marzo 2015 una lettera del Presidente Generale del CAI  e una lettera del Presidente del Servizio Regionale Lazio del CNSAS.

Preso atto di quanto avvenuto, e dei numerosi commenti apparsi sui richiamati social media, nonché della discussione sviluppata sulla pagina Facebook, mi pare doveroso porvi a conoscenza di tutti gli elementi in mio possesso nell’imminenza della riunione del 28 marzo p.v. al fine di permettervi di analizzare al meglio la questione in discorso.

Faccio riferimento alla richiamata lettera del Presidente Generale del CAI (-Lettera-PG-del-19-marzo-2015) (NdR: da noi pubblicata il 18 marzo 2015) per meglio precisare la mia posizione dopo essere entrare nel merito delle due differenti questioni che vi ho segnalato:

A) La lunga e tortuosa vicenda legale interna ed esterna che mi ha coinvolto con il Soccorso Alpino.
B) L’opportunità politica e la sussistenza dei requisiti legali per retribuire in maniera “professionale” alcuni “volontari” del Corpo Nazionale del Soccorso Alpino e Speleologico.

Questione A)
Leggendo la lettera del Presidente Generale deduco che la tracotanza burocratica che lo scritto emana non fa altro che evadere la richiesta di semplici spiegazioni per trincerarsi dietro alla convinzione di aver operato nella maniera migliore possibile, rinviando il tutto alle determinazioni che la magistratura civile e penale vorrà dare alle vicende.

Quando mi sono rivolto ai vertici del CAI chiedevo un giudizio politico e morale sulla vicenda che sottoponevo loro. Non angustiosi giri di parole per non dire nulla. Al Presidente Generale del CAI posso solo tributare un rispetto formale per l’incarico che ricopre. Il Presidente Generale soffre probabilmente di amnesia, spero temporanea, perché nella richiamata lettera vengo sempre definito il socio – e penso che dovrei essere io “quel socio” che viene richiamato in premessa – ma soprattutto perché si è scordato di inviarmi la lettera che ha inviato tempestivamente ai media. Eppure dovrebbe ben conoscere almeno la mia mail.

La rendicontazione finanziaria del Servizio Regionale del Lazio del Soccorso Alpino non mi convinceva. Ho chiesto spiegazioni ai responsabili di quel Servizio e non le ho avute.

Ho chiesto spiegazioni al CNSAS nazionale. Ho avute spiegazioni superficiali e con riscontri non verificabili. Con un tempismo degno di una finale olimpica dei 100 metri sono stato espulso dal Soccorso Alpino. Ho continuato a chiedere spiegazioni al CNSAS nazionale e mi è stato risposto che in quanto espulso non mi era dovuto nulla. Ho chiesto un accesso agli atti per vedere i documenti del Servizio Regionale Lazio e mi è stato risposto che la legge 241/90 non viene applicata dal Soccorso Alpino (Allegato n 3).

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Ho presentato a febbraio 2013 due esposti al CDC (4-Allegato n 4 Allegato n 5). Dopo quattro mesi il CDC ha definito la questione emettendo la delibera n. 62. (Allegato n 6). Vi invito caldamente a leggerla! Un vero esempio di cerchiobottismo in cui tutti i problemi posti sul tavolo vengono sistematicamente evasi. Nessuno me l’ha mai trasmessa. Solo dopo un altro mese il Presidente generale mi comunica, con solo tre laconiche righe (Allegato n 7), che i miei esposti di 83 pagine sono stati archiviati. La mia richiesta espressa di essere ascoltato completamente disattesa.

Ho richiesto l’accesso agli atti al Direttore Generale del CAI che con tempestiva solerzia mi metteva a disposizione quanto dovuto. Dall’esame delle memorie dei soci Massimo Mari e Corrado Pesci (Allegato n 8e Allegato n 9) ho constatato elementi nuovi e gravi tanto da proporre (ottobre 2013) un ricorso al CDC sull’archiviazione dei precedenti esposti (Allegato n 10) .

Quanto trovato nelle memorie di Mari e Pesci era di una tale gravità da tornare presso la Guardia di Finanza di Roma per integrare le denunce e gli esposti che avevo già presentato appena entrato in possesso dei documenti avuti tramite un accesso gli atti presso la Regione Lazio. In questo frangente ho querelato il socio Mario Passacantilli (Allegato n 11 e Allegato n 11-bis).

Ho atteso ben sette mesi che il CDC si esprimesse sul mio ricorso. Il Presidente generale del CAI filosofeggia sul significato di atarassia. In effetti sembrerebbe più adatto il termine immobilismo cronico. Ho dovuto inviare una raccomandata di sollecito per chiedere una pronuncia che mi era dovuta (Allegato n 12). Non ho mai avuto la pretesa di avere le risposte che mi piacevano. Ho la pretesa e il sacrosanto diritto di avere una risposta. Non di avere il nulla.

Qualcuno malpensante potrebbe pensare che non rispondere sia un tentativo di insabbiamento. Io lo ritengo semplicemente un inadempimento della funzione. E chi non adempie le funzioni che ha assunto non è atarassico è semplicemente inadeguato a quel ruolo.

Soccorso alpino a Mallnitz, Austria

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Finalmente mi è arrivata la risposta del CDC cui ho chiesto di essere sentito. Una nuova archiviazione. Ho scritto ai Probiviri del Gruppo Regionale Lazio contro la seconda archiviazione del CDC (Allegato n 13) chiedendo espressamente di essere ascoltato. Ad un esposto di 160 pagine mi è stato risposto con 6 (sei di numero) righe che consideravono il mio ricorso inammissibile, e quindi archiviato. Ovviamente nessuno mi ha ascoltato.

Ho scritto un ricorso al Collegio Nazionale dei Probiviri (Allegato n 14) aggiungendo una memoria (Allegato n 15) e finalmente ho trovato qualcuno disposto ad ascoltarmi nell’udienza del 31 gennaio 2015.

Vi è già nota la sentenza. Il mio ricorso è stato accolto.

Avete tutti i documenti in allegato. Chi ha la pazienza di leggere potrà capire perché chiedevo delle risposte. Perché esigevo delle risposte. Risposte che non ho avute.

Perché una moltitudine di organi del CAI non mi ha risposto? Perché tutti si sono sempre rifiutati di ascoltarmi? Perché il principio basilare del contraddittorio – garantito anche dall’art. 111 della Costituzione – è sempre stato disatteso? Lo stesso giudice Enrico Cavalieri, estensore della sentenza del Collegio Nazionale dei Probiviri, ha rimarcato che alle numerose domande che avevo rivolto agli organi deputati le risposte sono state poche ed incomplete.

 

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Alcune delle domande che ponevo ve le riassumo direttamente.

  • E’ normale che Corrado Pesci sia stato eletto Vice Presidente del Servizio Regionale Lazio del CNSAS quando era iscritto al CAI da meno di tre anni e quando il Regolamento CNSAS ne prevede almeno cinque? E’ normale che Corrado Pesci sia stato eletto Presidente del Servizio Regionale Lazio del CNSAS quando era iscritto al CAI da quattro anni quando il Regolamento CNSAS ne prevede almeno cinque? La data dell’iscrizione è un dato di fatto. Non è interpretabile. Mai avuto risposta!
  • E’ normale che Massimo Mari, come Presidente del Servizio Regionale Lazio del CNSAS stipuli una convenzione con l’ARES 118 del Lazio per mettere i tecnici del Soccorso Alpino sugli elicotteri dell’elisoccorso regionale e contemporaneamente venga assunto come dipendente della società Elitaliana che ha in appalto proprio il servizio dell’Elisoccorso da parte dell’ARES 118 del Lazio? Non ci sono regole che impediscono questo lampante conflitto d’interessi? Mai avuta risposta!
  • E’ normale che l’allora Direttore dell’ARES 118 del Lazio Livio De Angelis, mentre Massimo Mari diventava dipendente dell’Elitaliana spa, diventasse volontario effettivo del Servizio Regionale Lazio del CNSAS senza mai essere stato iscritto al CAI? Mai avuto risposta!
  • E’ normale che il dipendente Fabio Bazzani dell’ARES 118 del Lazio dal 26 settembre 2010 abbia in uso esclusivo una moto intestata al Servizio Regionale Lazio del CNSAS che si fa carico di tutte le spese, come assicurazione e bollo, in base a un presunto comodato gratuito mai registrato al P.R.A? E’ normale che Fabio Bazzani sia volontario effettivo del Servizio Regionale Lazio del CNSAS dal 2010 ma si sia iscritto al CAI solamente a metà del 2013? Mai avuto risposta!
  • E’ normale che il CDC, a fronte di una mia richiesta economica di rimborso spese sostenute, accolga la versione di Mario Passacantilli che sostiene senza alcuna ricevuta di avermi corrisposto in contanti la cifra di 1.104,06 euro? A corroborare questa versione Passacantilli esibisce un estratto conto bancario in cui sono presenti cinque prelievi dal Bancomat per 250 euro ciascuno. Questa è la prova che Passacantilli ha preso i soldi dal Bancomat. Non che me li abbia dati. Per questa dichiarazione è stato querelato. Mai avuto risposta!
  • E’ normale che Corrado Pesci, Presidente del Servizio Regionale Lazio, inviti tutti i volontari del CNSAS a presenziare ad un evento elettorale a favore del candidato Francesco Carducci assicurando che “potete chiedere il rimborso per lo spostamento”? Il CDC lo considera normale.
  • E’ normale inserire nei giustificativi presentati alla Regione Lazio, a fronte dei contributi pubblici erogati, dei rimborsi spesa con firme false o intestati a soggetti estranei al Soccorso Alpino? Il CDC lo considera normale.
  • E’ normale aspettare da anni 2.769,38 euro a fronte di spese anticipate per conto del Soccorso Alpino e per attività fatte nell’esclusivo interesse del Soccorso Alpino e non ricevere nulla? O meglio quasi nulla perché il 2 febbraio 2015 mi sono stati bonificati ben 126,60 euro. Il CDC lo considera normale.
  • E’ normale appurare tramite un accesso agli atti presso la Regione Lazio che il Servizio Regionale Lazio del CNSAS a fronte dell’obbligo (artt. 3 e 3bis della legge Regione Lazio n. 29/93) di presentare i bilanci presso per gli anni 2007, 2008, 2009, 2010 e 2011 abbia prodotto solo il bilancio 2009 e quello del 2010, anche se solo in forma elettronica? Il CDC lo considera normale.

Tutte le domande che ho posto sono puntuali e corredate in maniera documentale. A precise domande nessuna risposta o risposte evasive e incongrue con le domande poste. Solo il Consiglio Nazionale dei Probiviri ha analiticamente risposto al mio ricorso con argomentazioni razionali e comprensibili in merito a quanto di sua competenza.

Soccorso alpino in Austria

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Quando si dipanò la vicenda di Massimo Doglioni, che lo ricordo è stato il Presidente dell’OTTO Veneto Friuli Venezia Giulia sempre afferente alla CNSASA (NdR: Commissione Nazionale Scuole Alpinismo e Scialpinismo del CAI) nonché Consigliere Centrale del CAI, rimasi prima allibito e poi disgustato da quello che emergeva dai documenti ufficiali che a mano a mano venivano pubblicati che ad ogni buon conto vi allego in ordine cronologico (Allegato n 16). Considerai il provvedimento di radiazione del 12 luglio 2012 a firma del Presidente Generale del CAI la giusta risposta ai fatti che erano emersi. Quando vidi lo stesso Presidente Generale annullare dopo due settimane il provvedimento che aveva emesso perche lui, cioè il CAI, non avevano fatto quel che dovevano nell’iter procedurale pensai veramente che “Scherzi a parte” avrebbe avuto materiale per un buon sketch. E a distanza di tre anni non ho ancora capito se Doglioni oltre ad essere decaduto da Consigliere Centrale sia stato radiato anche dal CAI e/o denunciato alla Magistratura. E i soldi della vicenda che fine hanno fatto?

Quella di Doglioni e la mia vicenda una cosa comune ce l’hanno. Si sono ingarbugliate nelle pastoie burocratiche del CAI. Un CAI che non riesce a dare risposte politiche chiare e precise. Che tiene le cose in sospeso per anni; forse aspettando che la polvere del tempo copra tutto.

Qualcuno mi ha definito autore di atti persecutori e di liti temerarie per aver osato affrontare le decisione del Soccorso Alpino. Quando questa vicenda è venuta alla luce ho scoperto che non sono solo in questo ruolo. E’ bene che conosciate il caso dell’ex volontario del Soccorso Alpino Luca Gardelli. Gardelli è un ingegnere che ha giustamente obiettato che tra i compiti del Soccorso alpino non c’è l’attività di lavori su funi per pulire un canale, pur se la richiesta è stata fatta dal Comune del luogo. A fronte di questa sua obiezione, corredata anche da un conforme parere dell’ASL competente, Gardelli viene espulso dal Soccorso Alpino e il Presidente Baldracco brilla nella durezza espositiva della lettera del 7 novembre 2014 in cui afferma perentorio ” che, valuteremo con il nostro ufficio legale, anche ogni azione nelle sedi giudiziarie competenti, a tutela del CNSAS, vulnerato dalla Sua condotta”. Vi invito a leggere tutti i documenti ordinati in ordine cronologico sulla vicenda di Gardelli (Allegato n. 17) per comprendere quale è l’atteggiamento ricorrente da parte del CNSAS per chi osa, solo osa, sollevare una questione. Un esempio limpido di democrazia dialettica di cui il CAI dovrebbe essere orgoglioso. D’altronde se nel Regolamento del CNSAS compare l’art. 12) sull’inidoneità attitudinale che recita “ l’inidoneità attitudinale si verifica allorquando il socio, pur essendo in possesso di adeguati requisiti tecnici, con la sua condotta non abbia più i requisiti per cooperare in sicurezza e serenità con la struttura di sua pertinenza, ovvero, qualora lo stesso si ponga in conflitto di interessi con il CNSAS, a seguito della sua appartenenza ad altra struttura pubblica o privata operante nel settore del soccorso in ambiente impervio” ogni qual volta qualcuno si azzarda a dire, scrivere e forse solo pensare qualcosa che urti la serenità della struttura di sua pertinenza rischia l’esclusione. Io e Gardelli ora lo sappiamo. E quanti altri come noi? Potremo aprire un’associazione espulsi dal CNSAS per mettere a confronto le varie fattispecie di espulsioni e capire cosa significhi essere “in serenità con la struttura”. Io pensavo di essere in democrazia e di poter esprimere un mio pensiero, evidentemente nel CNSAS i pensieri si possono esprimere solo in serenità. Infatti il detto “stai sereno” che recentemente è venuto di moda probabilmente affonda le sue ragioni semantiche nell’art. 12 del Regolamento CNSAS. Stai “sereno”, se no ti espello! Valutate voi la democraticità di questa norma. Ma valutatela con serenità!

In coda alla prima vicenda segnalata al Consiglio Centrale va riservato un cenno alla lettera del Presidente del Servizio Regionale Lazio del CNSAS (Allegato n 18). Ho rivolto accuse precise e documentate non ai volontari del CNSAS ma ad alcune persone ben identificate per i comportamenti tenuti. Io non falsifico la mia firma per ottenere dei contributi dalla Regione Lazio. Qualcuno lo ha fatto. Anche Pesci si produce in uno straccio delle vesti per il solo fatto che qualcuno abbia potuto dubitare che ci sia qualcosa di non corretto nell’operato del CNSAS. Vi faccio notare che tutte le verifiche che sono state fatte finora sono tutte autoreferenziali, il CNSAS che controlla se stesso. Io con calma aspetto gli esiti dei procedimenti giudiziari civili e penali. Ho capito che il CAI e il CNSAS, fino ad ora, non sono in grado di dare risposte chiare e semplici a domande chiare e semplici. Dal mio punto di vista mi ritengo vittima della macchina del fango che Pesci richiama. Io sono stato espulso pretestuosamente dal CNSAS. Io ho subito un danno reputazionale. Ne chiederò conto al momento debito.

Invece della macchina del fango ci dovrebbe essere la macchina della verità. Pesci dovrebbe spiegare prima di tutto a me e poi al CAI perché il Servizio Regionale Lazio del CNSAS ha presentato alla Regione dei moduli rimborsi spesa con la mia firma falsa? Qual è il motivo?

Analoghe spiegazioni, sui fatti che ho denunciato, hanno dovuto darle molti volontari del Servizio Regionale Lazio del CNSAS che in questi giorni sono stati sentiti dalla Guardia di Finanza di Roma su delega della Procura.

Soccorso alpino in Austria

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Questione B)

Nell’esposto presentato a ottobre del 2013 al CDC (Allegato n 10) e nel successivo sollecito dell’aprile 2014 (Allegato n. 12) chiedevo espressamente conto al CDC della legittimità di retribuire alcuni volontari del CNSAS. Mai avuta alcuna riposta.

Nella lettera del 19 marzo 2015 il Presidente Generale (Allegato n 1) quando tocca l’argomento elude scientificamente il problema. Non ho mai messo in discussione i benefici che le Leggi dello Stato assicurano a chi, facendo parte del CNSAS, si assenta dal lavoro sia dipendente che autonomo.

Chiedo se sia politicamente corretto, dal punto di vista del CAI, e legalmente conforme usare soldi pubblici di finanziamenti statali, regionali e provinciali per offrire delle retribuzioni a volontari del CNSAS.

Un inaspettato aiuto ad avere una risposta mi arriva dal Presidente del CNSAS Baldracco che è autore di un pertinente editoriale apparso (NdR: da noi pubblicato ieri) sull’organo di stampa del Soccorso Alpino nel novembre 2014 che vi invito a leggere attentamente (Allegato n 19). Baldracco afferma che il 5,5% del personale del CNSAS viene retribuito. Che la decisione è stata democraticamente presa dalle assemblee del CNSAS. Siccome il 5,5% sembra un numero piccolo non dovremo scandalizzarci del fatto che alcuni tecnici e dirigenti del CNSAS (non so se anche Baldracco sia tra questi) ricevono una retribuzione. Se i percettori rimanessero gli stessi basterebbe aumentare il numero dei volontari non retribuiti per far sì che il rapporto la percentuale dei “retribuiti” fosse apparentemente più bassa.

Non c’è più da domandarsi se sia vero che questa aliquota del 5,5% di volontari del CNSAS – ma non so quanto sia opportuna la dizione volontari – riceva dei soldi. Li riceve. Lo dice Baldracco.

Politicamente è legittimo che li ricevano? Questa è una domanda cui deve rispondere il CAI.

Giuridicamente è legittimo? Secondo Baldracco sì. Io ho fondati dubbi in proposito.

Non c’è una legge che lo autorizzi espressamente. Sostenere che non c’è nessuna legge che lo vieti non significa che sia un comportamento corretto da praticare. Non è questo il luogo per complicati pareri giuridici e non vorrei assimilarmi a Baldracco e ai raffinati ragionamenti giuridici che ha svolto nel suo editoriale in cui io mi sono un poco perso. D’altronde Baldracco ha già sostenuto nel 2008 in un altro editoriale, insieme all’Avv. Giorgio Bisagna, alcune riflessioni sul volontariato (Allegato n 20) che instradano gli eventi degli anni successivi.

I volontari del CNSAS sono circa 7.000. Baldracco afferma che il 5,5% riceve una retribuzione. Sono quasi 400 persone. Ecco chi sono i professionisti travestiti da volontari.

Durante la mia permanenza all’interno del CNSAS ho conosciuto molti Istruttori nazionali tecnici della SNATE e della SNAFOR che sono venuti a fare formazione e ad esaminarmi. Tutti tecnicamente molto preparati. Ma ero convinto che fossero dei volontari. Sapevo che erano Guide Alpine e quindi ero convinto che grazie alla legge 18.2.92 n. 162 e alla circolare dell’INPS n. 60 del 04.03.1993 potevano fare domanda di rimborso al Ministero del lavoro e della Previdenza Sociale secondo quanto previsto dall’art 3 del Decreto 24.03.1994 n. 379 e chiedere per ogni giornata di impegno quale volontario del Soccorso Alpino la cifra di 74 euro al giorno (Allegato n 23).

Ora scopro che non sono dei volontari, ma dei professionisti retribuiti con 366 euro al giorno dietro presentazione di fattura. Si vede che i 74 euro erano giudicati insoddisfacenti.

Ero riconoscente che questi istruttori impiegassero il loro tempo per fare formazione e fossero comunque ristorati come volontari con 74 euro al giorno. Ora che scopro che questa non era la verità, sento tradito quel vincolo associativo che reputavo mi unisse a loro. Io ero un volontario, loro no. E per me c’è una bella differenza di prospettiva.

Ma gli Istruttori della SNATE e della SNAFOR sono meno di 40. Chi sono tutti gli altri che ricevono una retribuzione dal CNSAS?

Vorrei sapere chi sono e quanto ciascuno riceve. Lo vorrei sapere come socio CAI e come cittadino, perché quei soldi vengono da fondi pubblici.

E vorrei anche sapere se qualcuno di questi professionisti travestiti da volontari oltre a ricevere dietro fattura una retribuzione abbia poi chiesto anche l’indennità di 74 euro al giorno.

Spero che dal CAI arrivino le risposte. Perché oltre al CAI potrò chiedere, se è legittimo quello che avviene, solo alla magistratura contabile e a quella ordinaria.

E mi sono accorto di non essere il solo a porsi dei dubbi.

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Il Consigliere Provinciale Claudio Civettini della Provincia Autonoma di Trento chiede nell’interrogazione n. 1252 del 29 gennaio 2015 (Allegato n 21) come vengono usati i 1.540.000 euro che il Trentino stanzia a fronte del Servizio Provinciale del CNSAS.

Il Sindacato Autonomo dei Vigili del Fuoco CONAPO chiede conto, al sottosegretario di Stato del Ministero dell’Interno con lettera 29/15 del 16 febbraio 2015 (Allegato n 22) della legittimità dei 750.000 euro che la Regione Umbria ha stanziato per il Servizio Regionale Umbro del CNSAS.

A cosa servono i circa 10 milioni di euro che pervengono al CNSAS centrale a ai suoi Servizi Regionali e Provinciali? Servono a retribuire qualcuno? A quei 5,5% “volontari” del CNSAS quante risorse vanno?

Il Presidente Generale giustifica questo stato dei fatti. Giustifica il fatto che il 5,5% dei componenti del CNSAS sia remunerato. Lo giustifica politicamente? Lo giustifica legalmente?

Soccorso alpino nella Lesachtal, Austria

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Nel frattempo mi sono stupito del clamore suscitato dalla vicenda. Ho ricevuto numerose richieste di chiarimenti e di documenti da parte di giornalisti che stanno guardando con interesse a questo caso e all’uso dei fondi pubblici che il CAI fa. Sono sicuro che percepiate quanto sia importante dare all’opinione pubblica, tramite la stampa e i media, un’articolata spiegazione insieme alla necessità di rendere conto in maniera chiara e trasparente dei fondi pubblici di cui il CAI e il CNSAS sono destinatari per evitare, come un giornalista mi ha suggerito, di creare un caso “Montagne pulite” dove l’aggettivo non ha che vedere con l’aspetto ecologico ma con la più nota vicenda di “Mani pulite”.

Infine, per quanto riguarda il primo capoverso della lettera del Presidente Generale (Allegato n 1) non corrisponde al vero che mi sia mai lamentato per la mancata nomina nell’organico della Scuola Centrale di Alpinismo. Non mi sono mai lamentato con nessuno e non ho mai presentato alcun reclamo formale.

Dal 2000 ininterrottamente, nella veste di Istruttore Nazionale di Alpinismo, ho fatto parte della Scuola Centrale di Alpinismo. Le mie capacità tecniche, didattiche e morali sono state sempre valutate idonee da tre differenti Direttori della Scuola e da tre differenti Commissioni Nazionali che hanno sempre proposto il mio nome per la permanenza nell’organico della Scuola Centrale di Alpinismo. Fino al 2013 quando il Consiglio Centrale dell’epoca non ratificò per la prima volta la mia permanenza.

All’interno del sodalizio rivesto la carica di Presidente della Commissione Interregionale Scuole di Alpinismo, Scialpinismo, Sciescursionismo e Arrampicata Libera dell’area Centro Meridione ed Isole che è uno degli OTTO (NdR: Organi Tecnici Territoriali Operativi del CAI) che afferisce alla Commissione Nazionale Scuole di Alpinismo, Scialpinismo, Sciescursionismo e Arrampicata Libera. In questa veste l’8 dicembre 2011 inviai al Presidente Generale e al CDC del CAI una lettera (Allegato n 2) in cui si contestava in maniera vibrata il progetto di riordino degli OTCO (NdR: Organi Tecnici Centrali Operativi del CAI) e i compiti che si volevano affidare all’UNICAI (NdR: Unità formativa di base del Club Alpino Italiano). Fu l’inizio di un animato confronto – tra CNSASA e vertici del CAI – che portò una moltitudine di istruttori che fanno capo alla CNSASA al congresso straordinario di Soave del 17 novembre 2012 in cui difesi pubblicamente le tesi in cui credevo e, insieme all’impagabile Avv. Giancarlo Del Zotto, presentai una serie di mozioni che vennero acclamate dall’intera assise con un consenso del 99%. Il progetto di riordino degli OTCO si bloccò e l’UNICAI rimase una struttura priva di contenuti salienti. La mia esposizione pubblica non venne gradita dai vertici del CAI e in stretta relazione a quello che successe nelle vicende che culminarono nella riunione di Soave quando venne il momento di rinnovare le cariche delle Scuole Centrali non ricevetti il gradimento politico del Consiglio Centrale che avrebbe dovuto ratificare il mio nome. Mi ritrovai in buona compagnia perché anche quel galantuomo di Maurizio Dalla Libera che come Presidente della CNSASA si batté in prima linea contro il progetto di riordino della CNSASA e UNICAI si ritrovò fuori della rosa degli appartenenti alla Scuola Centrale di Scialpinismo, a cui aveva dedicato più di vent’anni di vita.

Ben conscio di quali sono le regole e della possibilità di una censura di tipo politico che il CC può effettuare sui nomi che compongono l’organico delle Scuole Centrali presi atto del veto posto e non mi lamentai allora né tanto meno ora nella precedente lettera che vi inviai. Ho la consapevolezza che sia il Direttore della Scuola Centrale e la CNSASA hanno continuato a proporre il mio nome per entrare formalmente in organico e questo mi basta per comprendere la considerazione che hanno avuto nei miei confronti e nel mio operato. Battersi contro il progetto OTCO/UNICAI valeva bene la possibilità di venire giudicato politicamente incompatibile e quindi epurato.

Comunque mi auguro che il CC riveda la sua posizione sulla richiesta che ha fatto la CNSASA di includermi trai componenti della Scuola Centrale di Alpinismo e che l’alternarsi di nuovi membri in seno all’organo porti a diverse determinazioni.

Faccio l’Istruttore del CAI da più di 25 anni. Da dieci sono il Direttore di una Scuola. Ho fatto parte a lungo della Scuola Centrale di Alpinismo e so che nelle Scuole centrali del CAI ci sono fior fiore di alpinisti, di Accademici e Guide Alpine. Mai nessuno di questi ha mai chiesto un euro per il loro impegno da volontari. Come nessuno degli oltre 7.000 Istruttori del CAI percepisce un compenso, in stretta ottemperanza alle disposizione della  legge 2 gennaio 1989, n. 6.

E so bene che se 400 persone ricevono dal CNSAS una qualche retribuzione, gli altri 6.600 soci sono veri volontari che si sacrificano con abnegazione e non chiedono nulla.

Lo Statuto del CAI recita al primo comma dell’art.16: “Il CC esercita funzioni di indirizzo politico-istituzionale e ne controlla i risultati”. Mi auguro che esercitiate pienamente la vostra prerogativa entrando nella problematica delle questioni che vi ho prospettato.

Nel rimanere a vostra completa disposizione per ogni chiarimento e per fornirvi ogni ulteriore documento che possiate ritenere utile vi porgo i miei più cordiali saluti.

Riccardo Innocenti

 

NdR.
Oltre a ciò che avete appena finito di leggere, possiamo aggiungere altra carne al fuoco. La vicenda è stata in questi giorni ripresa da Lecconotizie.com. Veniamo informati che la vicenda (Innocenti) è “Un vero e proprio tsunami… che in quel di Lecco ha richiamato alla memoria le vicissitudini che, nell’agosto del 2012, travolsero il Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico Lombardo con la Finanza che fece visita alla sede di via Roma a Pescate.
Una vicenda preceduta, pochi mesi prima, dalle dimissioni (poi respinte) del vice-delegato Alessandro Spada  (oggi vice presidente del SASL – Servizio Regionale Lombardo del CNSAS) e, a seguire, da una sorta di “fuggi fuggi” con 8 volontari che rassegnarono le dimissioni perché in forte polemica con i vertici della delegazione e non solo, allora guidata da Gianattilio Beltrami. Gli otto motivarono la decisione dal “perdurare – come riportato nella loro lettera – di continue prevaricazioni di regole statutarie, leggi sul volontariato e nuove convenzioni da parte della ‘catena di comando  (vedi articolo 1  – vedi articolo 2).
A questi otto, si aggiunse, due giorni dopo, il dimissionario Giacomo Arrigoni a quel tempo Capo Stazione Le Grigne di Lecco (vedi articolo 3). Beltrami commentò i fatti sostenendo che i nodi “erano arrivati al pettine” (vedi intervista del 20 marzo 2012). Mentre, sulla visita della Finanza presso al sede di Pescate al momento non si hanno ancora responsi“.

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La banale irrequietezza di un inattuale purismo

 NdR: Questo editoriale è antecedente alla tematica esplosa in questi giorni in seguito alle domande poste al CAI e al CNSAS da Riccardo Innocenti. Anche se la data (novembre 2014) sottende che in questo scritto Baldracco avesse ben presente il contenzioso con Innocenti, non ci si può aspettare egli risponda in questa sede alle sue precise domande. Inoltre: il presidente nazionale CNSAS parla di “anonimi”, ma di certo non si riferisce a Innocenti.
Comunque riteniamo questo editoriale corposamente esplicativo del punto di vista ufficiale, pertanto lo riproduciamo integralmente.


Editoriale di Pier Giorgio Baldracco
(dall’organo ufficiale del CNSAS, Soccorso Alpino e Speleologico, novembre 2014)

Ci troviamo oggi a tematizzare (portare a tema, cioè ad analizzare in forma estesa ed intensa) un problema che pensavamo essere stato definitivamente assimilato, quindi da tempo anche digerito. Un problema soprattutto compreso con un percorso razionale reale (quello fatto almeno da metà degli anni ‘8O ad oggi) e con una riflessione matura che, con evidenza in qualche sparuta sensibilità, non c’è stata.

Pier Giorgio Baldracco, presidente nazionale CNSAS

BaldraccoCi riferiamo a quella corrente, per fortuna del servizio che eroghiamo oltremodo modesta nei numeri (crediamo una decina di persone in tutto), che ritiene che nel 2014 il personale del CNSAS dovrebbe essere composto collusivamente da personale volontario, cioè senza che vi siano, come avviene da almeno 25 anni nella realtà più istituzionalizzate, figure indennizzate di sorta.

Su questa prospettiva, invero assai tardiva nei tempi in cui si è manifestata, crediamo, anzi siamo convinti, che si possa ancora discutere in modo aperto senza alcun problema o infingimento. Siamo qua apposta per aprire discussioni e non già per inibirle.

C’è però un problema sostanziale e, per certi versi, metodologico: manca, infatti, l’interlocutore di queste tesi, il soggetto cioè che con la propria sensibilità e convinzione e, soprattutto, con la propria etica e moralità determini la propria presenza… con una firma, con un volto, con un nome e cognome, insomma con un gesto per dire ci sono…!

Troppo comodo, infatti, propugnare queste tesi, come è recentemente avvenuto, nascondendosi dietro lo strisciante anonimato di chi non ama per l’appunto firmarsi, di chi non ritiene corretto avvalersi degli strumenti statutariamente previsti ed utilizzabili nelle var¡e Assemblee per illustrare il proprio pensiero, ma – lo ripetiamo – preferisce omettere la propria firma, quindi la propria verità, o almeno, quelle che potrebbero essere le proprie ragioni.

Senza timore, un po’ di storia non proprio recente: passato remoto per alcuni, prossimo per altri, sul tema delle figure indennizzate all’interno del CNSAS.

Con l’evoluzione dei servizi di elisoccorso e con i processi di istituzionalizzazione del CNSAS avvenuti a partire da metà anni ‘80 si sono velocemente modificati alcuni tratti della nostra organizzazione che, diversamente, non sarebbe stata in grado di affrontare le complesse problematiche e le autentiche sfide che in quegli anni si andavano delineando.

Sfide per lo più vinte con la tenacia e la determinazione di chi ha interpretato la lungimiranza di una visione moderna, di chi ha realizzato azioni concrete in grado di generare positività eccezionali per i servizi correlati all’urgenza ed emergenza medica e che ora diamo con troppa semplicità per scontale.

Obiettivi che hanno impegnato duramente la nostra organizzazione sia nei rapporti esterni sia in quelli interni e che, alla fine, hanno garantito, per dirla in estrema sintesi, una contrazione degli indici di mortalità e degli esiti invalidanti in migliaia di missioni per altrettanti incidenti e conseguenti infortuni. Questo crediamo sia un valore primario, non sindacabile con i “se” o con i “ma”, soprattutto se questi sono espressioni postume ed anonime.

Ciò è avvenuto nella Val d’Aosta, nel Trentino-Alto Adige e nel Bellunese, poi in Piemonte e Lombardia, dove per primi, a metà degli anni ’80 (trent’anni fa, dunque) sono sorti e si sono consolidati i moderni servizi di elisoccorso, poi mutuati in buona parte del territorio nazionale.

Questo percorso che ha creato ex-novo una particolare tipologia del soccorso medicalizzato estremamente avanzato e specializzato, modello che ora altri cercano di scimmiottare (ma è altra storia questa), congiuntamente al legame che è andato per forza di cose consolidandosi con il Servizio sanitario nazionale, ha generato la necessità di qualificare con sempre maggiore attenzione le nostre risorse immateriali (gli uomini).

Gioco forza il CNSAS, per evitare quella sindrome tutta italiana che crea ovunque figure tuttologhe, alla prova dei fatti invece modeste espressioni di efficacia e sicurezza, è stato costretto, da una parte a contenere fortemente i numeri per offrire un rapporto presenze(turni)/interventi estremamente elevato (equivale, lo si voglia o no, ad innalzare i parametri della sicurezza e della qualità), dall’altra, a fare dei percorsi formativi, ora peraltro obbligatori per legge, un irrinunciabile obiettivo di qualità, forse il più importante.

La stessa dinamica, occorsa per fare nomi e cognomi ai Tecnici di elisoccorso e alle Unità cinofile turniste presso le basi di elisoccorso, è avvenuta anche per le figure preposte alla formazione e via via ad altri soggetti che, per i riconoscimenti di legge attribuiti nel medio periodo al CNSAS e per le caratteristiche estremamente tecniche delle stesse, vengono indennizzate.

Questa accertata evoluzione (innegabile sia stata tale) che è andata profilandosi con varie modalità e che, alle volte, è anche sfociata in momenti di autentica, forte dialettica (non è un problema ricordarlo, quindi ammetterlo…, ma siamo sempre negli anni ’80 inizio anni ’90), è stata resa ufficiale con alcuni passaggi salienti che forse sono stati già dimenticati o volutamente misconosciuti.

Le tappe di quei passaggi, alcune delle quali precorse a livello di singoli Servizi regionali e provinciali con assoluta liceità, sono state oggetto di profonde ed approfondite discussioni che hanno riconosciuto in modo netto e chiaro l’evoluzione che il CNSAS stava velocemente affrontando e l’indirizzo che il CNSAS avrebbe assunto con la determinazione necessaria negli anni futuri.

Solo per portare un esempio, a Castelnuovo ne’ Monti (RE), nel 1997, durante il Congresso nazionale dei quadri del CNSAS cui spettavano poteri di indirizzo sulla attività dell’organizzazione, si deliberò che “Il CNSAS perseguiva l’obiettivo di adeguare l’organizzazione dell’attività di soccorso anche al Servizio di urgenza ed emergenza medica del SSN, uniformando la formazione dei propri quadri tecnici alle normative che disciplinano il volo SAR” e che “l’attività del CNSAS (…) viene svolta preferibilmente attraverso convenzioni stipulate con enti pubblici”. Principi strategici e operativi/organizzativi che di fatto hanno riconosciuto, sancendolo, quanto stava avvenendo con importanti eccellenze sul territorio e che stava garantendo un soccorso sempre più qualificato nel primario interesse dell’utenza e non già del tecnico di turno.

Guido Bertolaso e Pier Giorgio Baldracco

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Quegli stessi principi furono integralmente recepiti di lì a pochi anni nella nuova legge sulla disciplina del Soccorso alpino, approvata in via definitiva dal Senato della Repubblica in data 8 marzo 2001, che sarebbe poi la Legge n. 74/01.

Proprio con l’approvazione della Legge n. 74/01 sono stati consolidati principi giuridici già di fatto operativi sin dal 1963 all’atto del licenziamento del primo provvedimento (Legge n. 91/63), quindi rivisitate ed ampliate profondamente funzioni e responsabilità del CNSAS. Ripetiamo funzioni, ma soprattutto responsabilità, nell’erogazione di un pubblico servizio a tutti gli effetti di legge.

Infatti, le puntuali attribuzioni previste dalla 74, sia all’art. 1 sia e soprattutto all’art 2, comma 2, hanno imposto e ancora impongono una struttura che sappia effettivamente garantire ciò che lo stesso Stato ha disposto che il CNSAS debba fare, tra l’altro in alcuni scenari in forma esclusiva, e i vari processi formativi sottesi a questi obblighi. Proprio questi doveri, che devono poi anche tramutarsi in una assunzione di responsabilità assoluta, non permettono più di scherzare con gli atti e con la storia.

Al riguardo dell’iter legislativo della 74, preme tra l’altro ricordare come il testo proposto nel 2000 dallo stesso CNSAS dopo diversificati vagli assembleari fosse addirittura più spinto di quello poi licenziato (PDL – Conte, Castelli, Giaretta, Zilio e Dondeynaz al Senato e Detomas, Brugger, Zeller, Widmann e Olivieri alla Camera al quale si rimanda).

Altro fattore che dovrebbe fare riflettere con autenticità senza nascondere la testa nello zaino è una serie di dati inconfutabili. L’attività di soccorso, cioè le missioni di soccorso, sono aumentate del 63.17% e l’impiego del personale CNSAS del 58,11% (raffronto 1993-2002 e 2003-2012), mentre quella formativa, ancorché di computo complesso, si attesta su un aumento stimato del + 44/48% rispetto ad un dato medio degli anni ’80 e ‘90. Numeri che paiono di per sé dei valori, senza necessità dunque di ulteriori commenti.

Pensare di comprimere questi parametri, cioè il nostro diffuso e costante impegno, è per sua stessa natura impensabile. Gli uni non dipendono da noi (l’attività di soccorso), gli altri (l’attività formativa), sì, ma è innegabile che depotenziare o addirittura annullare il ruolo delle varie Scuole così come oggi consolidate per erogare formazione quali-quantitativamente avanzata è operazione piuttosto miope. Istruttori che sono tali cinque o sei volte all’anno, ci sia permesso di dirlo, non possono essere considerati tali. Omettere la filiera della certificazione garantita dalle Scuole e prevista dal richiamato disposto normativo è azione oltre che impossibile, anche assai banale.

Oltre a questi aspetti sostanziali e, quindi, confutabili solo facendo i cattivi maestri, aspetti che fanno comunque comprendere con estrema facilità come oggi sia impensabile non indennizzare talune delle figure appartenenti alle Scuole nazionali/regionali, vi sono degli altri fattori sui quali varrebbe la pena effettuare una pur veloce riflessione e che verificano l’assoluta legittimità del percorso.

Riprendiamo allora alcuni pensieri di carattere giuridico, profondi, quindi non superficiali. Il primo è il fatto che le specialità legislative ascritte al CNSAS (disposizioni cosiddette speciali) determinano la compatibilità della corresponsione ai soci di indennizzi e compensi per attività estremamente qualificate e specifiche anche in regime di Legge n. 266/91. Il secondo, conseguente, è che in ogni caso Statuto (e Regolamento) a livello locale devono espressamente prevedere questa fattispecie, dando precisa attuazione anche all’art. 54 dello Statuto del CNSAS nazionale come dopo illustrato.

Va da sé che non si comprenderebbe come mai anche il legislatore, prima nel 2000 con il licenziamento della Legge n. 383/00 e poi il Governo nel 2012, con specifica Direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri, abbia voluto affermare il principio secondo il quale in alcune Associazioni vi possono essere soci che per qualificate (quantificate) e riconosciute specialità (tra l’altro previste per legge in alcuni casi), possono essere indennizzati.

Queste salienti caratteristiche del variegato settore del volontariato trovano puntuale corrispondenza in altre esemplari analisi note e che svuotano gli argomenti dei nostri latori anonimi.

Come andavamo poco sopra dicendo, proprio in queste settimane il Governo sta mettendo mano alla doverosa riforma del cosiddetto Terzo settore, dopo che dalla legge quadro del 1991 (Legge n. 266 per intendersi) più nulla era stato realizzato per riordinare un comparto della società assai delicato e che rimane in alcune realtà italiane la colonna vertebrale di taluni servizi socio sanitari. Ad eccezione del D.Lgs n. 460/97, infatti, e della Legge n. 383 prima richiamata, nulla è stato teorizzato in termini di reale rivisitazione della disciplina di riferimento né tanto meno ovviamente licenziato.

Ciò si auspica possa essere, già a breve, all’attenzione del Parlamento per fare definitiva e reale chiarezza su cosa possa chiamarsi davvero Terzo settore/No profit e cosa non possa chiamarsi tale, cioè non lo sia affatto. Percorso virtuoso per smascherare quelle forme truffaldine, giusto per usare un eufemismo, in cui il profit appare evidente anche ad occhi poco esperti, ma al contempo percorso per esaltare quelle forme che garantiscono ancora al nostro Paese di definirsi tale.

Tornando al nostro ragionamento, ci sentiamo di affermare con estrema tranquillità d’animo che menare scandalo nel 2014 rispetto al fatto che alcune figure (circa il 5.5% o dell’intera struttura del CNSAS) abbiano una qualche forma di indennità, cioè con una trentina di anni di ritardo rispetto a quando poteva essere fatto con assoluta legittimità (n.b.: a metà dunque della sessantennale storia del CNSAS…), appare una battaglia ipocrita e senza ombra di dubbio subdola se esplicitata nella forma dell’anonimato. Là ove questa forma meschina è da sempre propria del cattivo maestro che insinua il dubbio nascondendo lo sguardo e non già di chi manifesta le proprie idee, idee magari forti quanto convinte e conferite nelle sedi opportune, che sono poi quelle assembleari dove la democrazia è per fortuna ancora del tutto garantita.

Il problema, come la stragrande maggioranza, anzi la quasi totalità dei lettori avrà compreso, non è allora riconoscere (nda: dopo oltre 25 che riconoscere poi sarebbe?) che qualche socio del CNSAS nelle forme già descritte possa ricevere un’indennità, ma far caso mai sì che questo avvenga con estrema trasparenza: in poche parole con il dovuto rigore, tanto più trattandosi di risorse di pubblica provenienza. Lo stesso rigore che deve essere garantito tanto nei processi interni al CNSAS (previsione delle modifiche Statutarie e Regolamentari necessarie, attuazione delle Delibere e gli atti correlati conseguenti, ecc.), quanto in quelli in applicazione del vigente ordinamento nel settore del diritto del lavoro (per quanto questo sia in magmatico movimento) e in quello fiscale.

Il CNSAS, anche a livello nazionale, dopo che in molti Servizi regionali e provinciali era già stato fatto, ha voluto, fortemente voluto, togliere il velo (invero assai leggero) e prevedere all’interno del proprio Regolamento generale nel modo più trasparente possibile il fatto che “con apposito Regolamento approvato dall’Assemblea nazionale si definisce la possibilità di attribuire, per le attività svolte dai responsabili di struttura e per quelle qualificanti e specializzanti la funzione del CNSAS, una indennità sostitutiva, qualora alle stesse non siano applicabili i benefici della Legge L. 162/92 o del D.P.R. n. 194/01 (art. 54)“.

Ciò è avvenuto nel massimo di severità procedurale ed è soprattutto avvenuto con passaggi di carattere istituzionale (le Assemblee) unanimi nell’accogliere le tesi proposte, farle proprie e renderle operative.

Negare il principio di rappresentanza secondo il quale si è articolato questo ultra ventennale percorso fa torto alla dignità di quelle cariche democraticamente elette che governano i processi decisionali del CNSAS ed equivale a collocarsi fuori dalla storia. Anzi, equivale a collocarsi con la schiena rivolta ad un futuro già invece presente nello scorrere incessante di ogni missione di soccorso. Volenti o nolenti così stanno le cose.

Pier Giorgio Baldracco firma un accordo con l’Aeronautica Militare (2009)

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Noi crediamo, e diversamente non saremo qui ad interpretare con la fatica di ogni giorno, con la responsabilità di sempre e con la continuità richiesta, che spetti al CNSAS darsi regole chiare e per questo non interpretabili, far sì che queste vengano applicate – come abbiamo detto – con severità ed andare, comunque, avanti perché altre sono le sfide vere che ci attendono. Le sfide future e non quelle passate, perché tali non sarebbero neppure.

Tutto il resto, spiace dirlo, è malsana attività di retroguardia, banale irrequietezza di chi interpreta un inattuale ed improponibile purismo, sbagliando però proprio e paradossalmente nel manifestare una purezza che non trova alcuna applicazione proprio perché non c’è. Il vigliacco anonimo è di per sé un impuro.

Con quest’ultimo sassolino tolto dagli scarponi che ancora sappiamo calzare, ora però decisamente più comodi, crediamo di aver messo un punto importante ad un pensiero che forse non sarebbe dovuto neppure essere proposto, ma che abbiamo lo stesso voluto avanzare a tutti voi proprio in ragione del percorso sino ad ora effettuato e che non deve trovare ombra alcuna.

Ciò con buona pace anche dei tanti amici del CNSAS nascosti nei vari social network che ogni tanto buttano là sindacalizzate provocazioni quali, ad esempio, “ma secondo voi un tecnico di elisoccorso del soccorso alpino lavora gratis e, poi, può prendere soldi?”.

Diamo una sola, esemplare, risposta ai latranti provocatori: “Sì, se è stato previsto da uno Statuto, da un Regolamento generale e da un Regolamento di attuazione, dall’applicazione dell’ordinamento vigente in campo del diritto del lavoro e dalle vigenti normative e disposizioni nel settore fiscale, oltre dalla assoluta particolarità della legislazione di riferimento del CNSAS“. Aggiungiamo che “se questa attività è riconosciuta sin dal 1963 da Leggi dello Stato italiano, tutto ciò non è solo legittimo, ma anche doveroso nelle forme e nei controlli riferiti“.

Ora andiamo oltre, perché altri, come detto, sono i problemi veri da affrontare. La formazione di qualità del nostro personale che sta abbracciando uno spettro sempre più ampio, l’organizzazione e gestione della nostra struttura che sta diventando sempre più impegnativa, l’attività di soccorso reale sempre più marcata, l’informazione e la prevenzione… i soliti temi se vogliamo… che seppur più complessi da affrontare, non hanno però ancora fatto cambiare la nostra storia appassionata per la montagna e per chi la frequenta, che non hanno fatto ancora mutare il nostro autentico approccio alla solidarietà e alle forme in cui questa si manifesta.

Siamo ancora qui infatti, dopo 60 anni, a cercare di migliorare giorno dopo giorno, senza timore di farlo, a testa alta, con i nostri limiti, ma anche con la nostra voglia di spostare gli ostacoli oltre le miserie che in questo spazio abbiamo voluto in una certa maniera raccontare.

Questa forza ci è data dalla trasparenza che abbiamo voluto proporre ieri e che anche domani sapremo usare nei passaggi più difficili che attendono ogni grande ed importante organizzazione, quindi anche il CNSAS.

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Il Soccorso alpino ha un’altra faccia?

Recentemente una lettera è stata inoltrata, con alcuni allegati, ai Consiglieri Centrali del CAI. Autore ne è Riccardo Innocenti, avvocato, protagonista di una vicenda con il Soccorso alpino che lo ha portato anche sulla stampa…
In questa lettera e negli allegati si trova dunque la documentazione che riguarda la vicenda. Chi è curioso può leggere a lungo.
C’è da rimanere perplessi, perché tra altre cose ben poco chiare sembra proprio che alcuni volontari del soccorso alpino siano stati regolarmente pagati/rimborsati più di 300 euro al giorno.
Attendiamo tutti delle risposte.

Il Soccorso alpino ha un’altra faccia?
di Riccardo Innocenti

Fiano Romano, 12 marzo 2015

Ai Signori Consiglieri Centrali del Club Alpino Italiano: Angelo Schena, Antonio Montani, Eugenio Di Marzio, Franca Guerra, Francesco Romussi, Gabriella Ceccherelli, Giancarlo Nardi, Gianni Zapparoli, Giorgio Brotto, Giovanni Polloniato, Lorella Franceschini, Luca Frezzini, Manlio Pellizon, Mario Vaccarella, Paolo Valoti, Riccardo Giuliani, Umberto Pallavicino, Walter Brambilla

Al Direttore Generale del CAI: Andreina Maggiore

e p.c.
Al Signor Presidente Generale del CAI: Umberto Martini

Ai componenti del CDC

Oggetto: vicende del CNSAS (Corpo Nazionale Soccorso alpino e speleologico)

Buongiorno, mi chiamo Riccardo Innocenti e sono un socio della Sezione di Leonessa del Club Alpino Italiano.
Il mio nome è stato portato alla vostra attenzione nel corso del 2014 per essere ratificato quale componente della Scuola Centrale di Alpinismo.

Nel corso della seduta del Consiglio che ha trattato la mia vicenda prese la parola il Sig. Baldracco in qualità di Presidente del CNSAS per invitarvi a non ratificare il mio nominativo in quanto personaggio poco gradito al CNSAS nonché autore di contenziosi civili e penali con lo stesso CNSAS.

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Per quasi quindici anni ho fatto parte del CNSAS Servizio Regionale del Lazio impegnandomi come volontario e conseguendo molte delle qualifiche tecniche del Corpo fino a quella di Tecnico di elisoccorso. Durante la presidenza del CNSAS Lazio tenuta dal socio Massimo Mari (2008/2012) l’attività di volontariato fu seriamente condizionata da una presunta mancanza di fondi che sarebbero dovuti pervenire dalla Regione Lazio. Mi attivai presso la Regione Lazio per favorire lo sblocco dei fondi attesi e fu con mio grande stupore che scoprii che i fondi erano stati sempre erogati (più di 225.000 euro in quattro anni) e sempre incassati dal CNSAS Lazio. Ma con più grande stupore ritrovai tra gli atti della Regione Lazio – richiesti ufficialmente con un accesso agli atti – una serie di documenti a dir poco sorprendenti come rimborsi spese a mio nome con firma falsa e numerosi documenti che attestavano l’avvenuto rimborso ai vertici del CNSAS Lazio di spese effettuati dai volontari, come l’acquisto delle divise, che però ai volontari non erano mai state rimborsate. Purtroppo i fatti riscontrati erano tanti e tali da non poter pensare a un errore di rendicontazione.

Dal 2102 ho raccolto una grande mole di documenti e ho chiesto in primo luogo spiegazioni al CNSAS nazionale, quindi proprio al Sig. Baldracco, di come si sarebbero potute verificare certe cose a partire da alcune nomine fatte in capo a persone prive dei requisiti – previsti dai regolamenti CNSAS – per essere nominati. Il CNSAS Nazionale ha istruito in maniera sommaria una pratica riguardo alle molteplici cose segnalate per concludere che andava tutto bene così. Nel frattempo il CNSAS Lazio mi ha immediatamente espulso dal soccorso alpino con motivazioni assolutamente pretestuose. Il CNSAS Lazio ha sostenuto che ero meritorio di espulsione poiché non avevo partecipato a una giornata di reperibilità domenicale. Non è valsa la spiegazione che quel giorno stavo svolgendo le mie funzioni di Ufficiale delle Forze Armate Italiane presso una struttura della NATO in Veneto e non potevo “disertare” per fare il volontario del CNSAS nel Lazio. Contro questa espulsione ho avviato una causa presso il Tribunale civile di Roma (Allegato-1-Atto-di-citazione-notificato).

SoccorsoAlpino-canyonSingolare è stato l’atteggiamento del CNSAS nazionale subito dopo la mia frettolosa espulsione. Alle mie rinnovate richieste di spiegazioni sui vari fenomeni segnalati mi è stato risposto che in quanto espulso non avevo più diritto a nessuna spiegazione. Alla mia richiesta di accesso agli atti presso il CNSAS nazionale lo stesso Sig. Baldracco si è premurato di rispondermi per iscritto che il CNSAS non rispetta la legge 241/90 e non fa fare l’accesso agli atti.

A fronte di questi fatti ho ricorso a tutti i gradi della giustizia interna del CAI. Per primo al CDC, che a fronte delle spiegazioni dei chiamati in causa ha archiviato il procedimento. Valutando l’archiviazione non corretta e falsata da dichiarazioni mendaci dei chiamati in causa, ho ricorso di nuovo al CDC, e poi al Collegio dei probiviri del Lazio e infine al Collegio Nazionale dei Probi Viri che, finalmente, ha accolto il mio ricorso e rinviata tutta la vicenda allo stesso CNSAS nazionale che si era sottratto celermente ad ogni confronto con motivazioni non condivisibili (Allegato-2-Sentenza-del-Collegio-Nazionale-dei-Probiviri).

Tutto quello che ho denunciato alla giustizia interna del CAI è stato denunciato alla Procura di Roma con una serie di esposti e querele che non sono state ritenute infondate e per la quali la Procura ha delegato la Guardia di Finanza per una complessa indagine di polizia giudiziaria che è tutt’ora in corso.

Ho sempre ritenuto il buon nome del Club Alpino Italiano il bene più alto da tutelare per tutto il sodalizio. Comportamenti opachi e contra legem che danneggiano la reputazione del CAI andrebbero immediatamente circoscritti e analizzati dallo stesso CAI.

Invece in questa vicenda ho constatato l’atarassia più completa da parte del CAI in senso lato. Di fronte a precise denunce si sono date delle non risposte.

Vorrei invitarvi a mettermi nei miei panni: se voi aveste trovato delle richieste di rimborso con firme false a vostro nome che cosa avreste pensato? Che cosa avreste fatto? Bisognava fare finta di niente? Dal CDC mi è stato risposto che le firme sono false (c’è una querela di falso) ma non si sa chi le ha apposte. E’ vero: non si sa chi le ha apposte. Ma si sa che grazie a quelle firme false sono stati incassati dei fondi pubblici. Io non li ho mai ricevuti. I vertici del CNSAS Lazio sì, e se li sono tenuti.

Come vi sareste sentiti se, invitati a pagare di tasca propria centinaia di euro per acquistare la divisa ufficiale del CNSAS Lazio e dopo aver acquistato i capi d’abbigliamento, aveste scoperto che le fatture di quei capi (per decine di volontari) sono state rimborsate integralmente dalla Regione Lazio mentre a me, come agli altri volontari, che avevamo speso i propri soldi, non è stato rimborsato nulla?

Questa vicenda di cui vi ho sommariamente descritto i contenuti è sia all’attenzione della giustizia interna del CAI che di quella penale e civile presso l’Autorità Giudiziaria di Roma.
Da queste strutture mi aspetto le dovute risposte.

Ma tutta questa vicenda ha preso un rilievo nazionale sugli organi di stampa. Il 13 febbraio 2015 il Fatto Quotidiano ha pubblicato questo articolo:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/02/13/soccorso-alpino-volontario-denuncia-comportamenti-opachi-sui-rimborsi/1384866/ (Allegato-3-Articolo-13-02-2015-il-Fatto-Quotidiano).

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Ritenete che il livello reputazionale del CAI e del Soccorso Alpino ne esca rafforzato?

Ritenete che la replica del Sig. Baldracco entri nel merito dell’articolo o sia solo un maldestro tentativo per tentare di sviare i lettori dal problema principale che l’articolo pone?

Sostenere che “… che per il sig. Innocenti sia difficile assumersi la responsabilità dei propri errori – andarsene per i fatti propri durante un turno di guardia attiva senza avvisare i responsabili del soccorso – e ancor di più accettarne le conseguenze. Quando non lo si fa, si può facilmente cadere nella tentazione di trasformare la realtà per renderla più accettabile a sé stessi e agli altri.…” mi offre l’opportunità di chiedere conto, nuovamente, all’Autorità Giudiziaria se il concetto di servire il proprio paese sotto le armi sia correttamente espressa con l’espressione “andarsene per i fatti propri” o integri gli estremi della diffamazione a opera del Sig. Baldracco.

Solo per fare un esempio pensate che l’opinione pubblica condivida il fatto che siano stati spesi migliaia di euro di soldi pubblici per allestire una autovettura SMART a due posti con le insegne, i lampeggianti e le sirene del soccorso alpino? Tutti voi pensate che la SMART sia la macchina più idonea per fare il soccorso alpino? Se la SMART del Soccorso Alpino finisce a Striscia la Notizia io non mi sorprenderei. E Voi?

Il CAI è paladino di un sano modo di fare volontariato. Di un modo di pensare, di un modo di porsi all’interno della società civile. E portatore di un’immagine costruita in decine d’anni da tante persone che hanno dato il loro impegno di volontario in nome del CAI. Ma in questo contesto di puro volontariato c’è qualcosa che stona.

Il CNSAS nazionale riceve ogni anno direttamente dallo Stato circa 1.500.000 euro. L’INPS eroga più di 200.000 euro all’anno quale rimborso alle aziende i cui dipendenti si assentono dal lavoro per esercitazioni o interventi del CNSAS. Il Ministero del lavoro eroga circa 300.000 euro all’anno ai volontari del CNSAS liberi professionisti e/o lavoratori autonomi per le mancate giornate di lavoro in occasione di esercitazioni o interventi del CNSAS. In totale sono più di 2.100.000 euro ogni anno.

Le Regioni contribuiscono ai vari servizi regionali del CNSAS con importi che variano da 30.000 euro a 2.800.000 euro all’anno. In totale i servizi regionali del CNSAS incassano in questa maniera circa 8 milioni di euro ogni anno.

In totale stiamo parlando di oltre 10 milioni di euro che sono destinati a una associazione di volontariato.

Una cifra del genere, destinata ad un ente che fa del volontariato la sua bandiera, dovrebbe essere investita nel migliore dei modi e alla collettività dovrebbe essere assicurata la massima trasparenza sull’uso dei fondi assegnati.

Purtroppo non è agevole reperire i bilanci del CNSAS centrale e quelli dei singoli Servizi regionali (non sono presenti sul sito del CNSAS centrale né tantomeno sui siti dei servizi regionali e neanche su quello del CAI). Tanto meno esiste un bilancio consolidato del CNSAS.

La maggior parte degli operatori del CNSAS sono persone che operano nel vero spirito del volontariato. L’opera del CNSAS è meritoria per tutti gli interventi portati a termine che sono stati riconosciuti negli anni con le più alte onorificenze della Repubblica. Ma non è in discussione il valore e la competenza di questi unici ed inimitabili volontari.

Vi possono essere vicende non edificanti come quella in cui sono stato coinvolto nel CNSAS del Lazio. Ma non sono la norma.

Invito a posare la vostra attenzione su alcuni radicati comportamenti che da tempo sono la prassi nel CNSAS nazionale.

All’interno del CNSAS nazionale operano 8 Scuole Nazionali. In tutto e per tutto assimilabili alle Scuole centrali degli OTCO del CAI.

Cito la Scuola Nazionale Tecnici (SNATE con 25 operatori) la Scuola Nazionale Forre (SNAFOR con 12 operatori), oltre a quelle per medici, per unità cinofile, per lo speleo sub e per i medici. Queste Scuole sono riconosciute da una legge dello Stato.

La legge dello stato non dice però che, per fare un esempio, gli Istruttori della SNATE siano retribuiti per ogni giornata del loro “impegno” con 336,00 (trecentotrentasei/00) euro. Riconoscimento economico che viene erogato a fronte di regolare fattura, inclusa di IVA.

Siamo in presenza quindi di una particolare figura di volontario che viene pagato come un professionista. In realtà tutti gli Istruttori che operano nelle scuole nazionali del CNSAS sono Guide Alpine che prestano il loro impegno “volontario” al modico compenso di 336 euro al giorno.

Oltre a questo modico compenso giornaliero – ovviamente “tipico” di ogni attività di volontariato – il CNSAS consente che ogni spesa a piè di lista di questi Istruttori per viaggi, vitto e spostamento sia poi rimborsata integralmente oltre al compenso che viene “fatturato” da questi volontari.

Alcuni di questi Istruttori hanno fatturato decine di giornate di presenza annuali per compensi, senza i rimborsi spesa, di migliaia di euro l’anno.

Chiedo a voi illustri componenti del Consiglio Centrale, se ritenete legittima questa prassi di remunerare con tali cifre questi “Volontari” che operano nel CNSAS e quindi nel CAI?

E’ normale spendere qualche centinaia di migliaia di euro dei fondi nazionali del CNSAS per remunerare poche decine di operatori che si fregiano del titolo di volontari?

I dati del bilancio CNSAS del 2013 indicano che su 1.420.226,23 euro di finanziamento gestione ordinaria ben 254.068,77 sono destinati alla SNATE e alla SNAFOR cioè a 37 persone Allegato-4-bilancio-CNSAS-2013 che assorbono ben il 18% delle risorse complessive.

E’ assolutamente lontano dal mio punto di vista morale giustificare un tale trattamento per un volontario. Che volontariato è quando è retribuito 336,00 euro al giorno?

Non solo questi istruttori delle Scuole del CNSAS ricevono questo tipo di retribuzione; perché di vera e propria retribuzione si tratta!

Chi svolge il compito di tecnico di elisoccorso sugli elicotteri, che di solito le Regioni adibiscono al servizio 118, riceve compensi analoghi per ogni turno di lavoro fino a 350,00 (trecentocinquanta/00) euro al giorno.

L’operatore dei Vigili del Fuoco, della Guardia di Finanza o dell’Aeronautica che svolge lo stesso compito – con regolare contratto di lavoro dipendente – riceve al massimo 1.500,00 euro al mese come stipendio. 1.500 euro al mese per fare il tecnico di elisoccorso tutti i giorni.

Non è peculiare che il “volontario” del soccorso alpino del CAI con soli 4/5 giornate di “lavoro” guadagni lo stesso importo?

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Che cosa è il volontariato e cosa è il professionismo? Chi sono i “professionisti” del Soccorso Alpino del CAI? Queste sono le domande a cui dovrebbe rispondere il Sig. Baldracco che paga decine di migliaia di euro all’anno a dei “Volontari”.

E’ questo il volontariato che il CAI promuove? Non credo che in questo particolare momento storico, di crisi finanziarie e di spending review, l’opinione pubblica colga il sofisticato motivo per cui dei volontari sono compensati con tali cifre.

Se la stampa portasse all’attenzione dell’opinione pubblica questo regime di rimborsi ai volontari si potrebbe avere un danno d’immagine e reputazionale? Sarebbe difficile da spiegare che il CAI è una cosa è il CNSAS è un’altra cosa.

Se il giornalista Massimo Gramellini fosse stato al corrente di questi fatti la sua esternazione durante la trasmissione televisiva Il tempo che fa sarebbe stata diversa? Oppure ne è al coerente e le sue affermazioni si basano su questi fatti?

Ritengo mio dovere informare questo consesso sulle vicende che vi ho segnalato. Vicende che intendo segnalare all’Autorità di controllo ministeriale sul CAI, alla Corte di Conti e alla competente Procura della Repubblica in quanto coinvolgono l’uso di fondi pubblici.

Mi auguro che il Direttore generale del CAI, per la sua competenza, verifichi che i finanziamenti pubblici che sono di pertinenza del CNSAS siano impiegati – in maniera sostanziale e formale – secondo le norme vigenti.

Sono convinto che questa vicenda possa farvi trarre spunti di riflessione sul ruolo del volontariato nel CAI.

Nel rimanere a vostra completa disposizione per ogni chiarimento e per fornirvi ogni documento che possiate ritenere utile vi porgo i miei più cordiali saluti.

 

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Il nuovo sito internet delle guide alpine

Dal 22 luglio 2014 è on line il nuovo sito delle guide alpine, degli accompagnatori di media montagna e delle guide vulcanologiche. L’indirizzo rimane lo stesso: www.guidealpine.it, ma i contenuti sono stati rivisti, aggiornati e integrati al fine di fornire uno strumento di immediata lettura per tutti.
Ci si riferisce qui al sito del Collegio Nazionale Guide Alpine Italiane (CONAGAI), quello che racchiude in sé i quattordici collegi regionali e provinciali.

Il sito è dedicato a chi è già professionista, a chi vuole compiere i primi passi per avvicinarsi al nostro mondo e naturalmente al pubblico. Le tre foto qui sono riportate sono state scelte tra quelle a corredo del sito in questione.

Si sa che la grafica è sempre soggetta ai gusti soggettivi: a me personalmente piace, la trovo pulita e gradevole.

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Nella prima sezione, quella denominata “professione”, oltre al classico “chi siamo” vi sono delle evidenze, due delle quali davvero importanti.

Nella prima si dà una risposta al “perché una guida alpina”: Perché è l’unica figura professionale riconosciuta anche a livello internazionale che possiede una preparazione completa di elevato standard qualitativo per tutte le attività praticabili in montagna: dall’arrampicata allo scialpinismo, dal canyoning all’alpinismo classico.

Nella seconda evidenza per la prima volta viene affrontato il tema della gestione del rischio con quattro parole ben dette: Il rischio è insito nelle attività outdoor su terreni spesso scoscesi o innevati. Missione della guida alpina non è eliminare il rischio, perché ciò è impossibile, ma saperlo gestire e a insegnare a gestirlo ai propri compagni di viaggio.

Sempre nella prima sezione è la spiegazione di cosa è l’AGAI, l’Associazione nazionale delle guide che costituisce una sezione del Club Alpino Italiano. Si continua con l’ancor più classico ma necessario “un po’ di storia” delle Guide, essenziale.

Si prosegue con la descrizione delle varie figure professionali, Guida Alpina, Aspirante Guida Alpina, Accompagnatore di Media Montagna e Guida Vulcanologica, seguita da un’accurata esposizione di come vengono impostati e gestiti i corsi di formazione.

Nella seconda sezione, “organizzazione”, si esplicita il senso e l’utilità del Collegio Nazionale, poi si entra nel mondo dei Collegi regionali e provinciali, elencati in ordine e dotati di link per accedervi direttamente. Tutti i collegi regionali presentano, con vari stili e modalità, i loro albi professionali, a eccezione di Campania, Sicilia e Liguria. Queste due ultime addirittura non hanno un sito proprio e l’allacciamento è confinato a un indirizzo e-mail. Come dire: se proprio vi interessa, chiedete.

Segue il lungo elenco delle Scuole di Alpinismo, alcune davvero gloriose.

Poi si spiega cosa è l’UIAGM, l’Unione Internazionale Associazioni Guide Montagna. E infine è presente pure un’area riservata, accessibile solo con le credenziali, nella quale sono consultabili tutti i verbali dei consigli direttivi del Collegio nazionale e di AGAI, i lavori delle commissioni tecniche, i calendari dei corsi di formazione, le informazioni riguardo alle assicurazioni.

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Nella terza sezione, “formazione” vi sono testi relativi alle tecniche di roccia, di ghiaccio, di scialpinismo e di sicurezza.

La quarta sezione infine è dedicata alle news e al blog. In particolare, ho trovato quest’ultimo al momento ben fornito, con argomenti vari di sicuro interesse. Vedremo con che continuità, ma di certo ne riprenderemo i contenuti più interessanti. Il link diretto è: http://www.guidealpine.it/blog/.

News e blog sono due finestre aperte sul mondo dei professionisti della montagna che necessitano del contributo di ognuno per diventare luogo di scambio di informazioni e di discussione sulle tematiche che stanno a cuore a tutti.

Al sito è associata la pagina facebook delle guide alpine.

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postato il 6 settembre 2014