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La Natura verticale alla luce della libera esplorativa – 1

NaturaVerticale-1-Grande 1999Nel 1999 Ivan Guerini ha concepito il marchio ZONE NO SPIT (o NO SPIT ZONE), per la preservazione della Natura Verticale, realizzato assieme al grafico Marco Agnelli in occasione del primo libro che scrisse sulla Val Grande. Quell’abbinamento permise al novello marchio di essere “storicizzato”, perché legato sapientemente alle pareti allora impercorse di quello che può essere considerato il Parco Nazionale più selvaggio d’Europa.

Si ritiene che anche questo post a sua firma debba riportare questo logo, nella speranza che provochi un sommovimento di coscienza al riguardo della Natura verticale.

La Natura verticale alla luce della libera esplorativa – 1 (1-2)
di Ivan Guerini
(da Annuario CAAI 2006, per gentile concessione)

Allo stato di compattezza, origine geologica del difficile

Allacciate le cinture!
L’intento di questa mia analisi è di trattare il rapporto tra le tipologie di salita e la natura della roccia che origina la difficoltà, considerando anche l’impatto dovuto ai differenti mezzi tecnici impiegati per assicurarsi. Si tratta di argomenti che mi stanno molto a cuore, poiché la messa a fuoco del loro significato mi ha permesso di diventare più consapevole nel mio agire sulle pareti e ritengo sia giunto il momento di esporli nella loro essenza e interezza.

Pur arrampicando come tanti nei luoghi più conosciuti e avendo salito itinerari significativi nelle Alpi, in me prevalse fin da subito la curiosità d’esplorare le pareti sconosciute. Pertanto praticai soprattutto la libera esplorativa con assicurazioni in sedi naturali, un’attività conoscitiva unificante ed extra ordinaria, dal momento che permetteva di muoversi in montagna, in falesia e sui massi nella maniera più essenziale possibile. E soprattutto a contatto diretto con la vera essenza della natura verticale.

I quasi quarant’anni trascorsi a contatto con la roccia mi hanno permesso di scoprire che essa non è soltanto quella superficie immobile o cedevole, facile o difficile, piacevole o repulsiva che tutti conosciamo, ma è materia formata da componenti che possono suscitare emozioni che intervengono sulle azioni.

Monica Mazzucchi
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Il fatto di non aver vissuto le pareti salite come “specchi delle mie brame” che riflettessero soprattutto le mie capacità, mi ha portato a considerare che le motivazioni rette da fini agonistici e antagonistici, ai quali troppo facilmente ci si adegua, non risultano essere le uniche o le più adatte per affrontare le montagne consapevolmente se davvero s’intende intraprendere un modo rinnovato di rapportarsi alla roccia e al modo di percorrerla. Rivolgo questa mia analisi soprattutto a coloro che non considerano importante ciò che contraddistingue i percorsi (da interpretare per mancanza di riferimenti tecnici), dagli itinerari (da identificare per sporadicità degli stessi) o piuttosto tracciati (da eseguire in relazione ad infissi costanti), che ritengono la difficoltà un valore indipendente dalla presenza dell’attrezzatura, o che addirittura reputano le rocce delle falesie e delle pareti dei semplici mezzi in funzione all’arrampicata e all’alpinismo di prestigio. A mio avviso proprio il fatto d’averle considerate “mezzi” è stato un limite cruciale che ha allontanato dalla possibilità di praticare un cammino conoscitivo in rapporto alla roccia, tramite le tipologie di salita.

Se avrete la pazienza di leggere queste pagine, noterete che il tono perentorio di talune affermazioni non è una presa di posizione in difesa d’una propria etica, ma serve a rimarcare le sfumature che temevo potessero non esser considerate a sufficienza. I protagonisti inerenti ai fatti sono stati citati di rado perché avrebbero distolto l’attenzione dal senso delle vicissitudini che mi premeva evidenziare. Non vi nascondo che la fatica a procedere “percorrendo” questo scritto, dove gli avvenimenti analizzati derivano sempre dalle attività praticate, mi ha richiesto una concentrazione pari a quella d’affrontare una difficile parete impercorsa, salita da solo e senza materiale. Infatti, se dovessi dire quali sono stati i passaggi “più difficili” incontrati, non esiterei a identificarli con la messa a fuoco dei differenti punti di vista della natura verticale, certamente più impegnativa di certe lunghezze di corda che mi è capitato di salire.

Nel periodo in cui ho assemblato questi argomenti si sono succedute giornate invernali di bel tempo, durante le quali l’arrampicata non mi è però mancata, per il fatto che il “desiderio di salire” si è spostato sulla necessità avvincente di “provare a spiegare” considerazioni che in prima battuta difficilmente risultavano lineari.

Questo lavoro poteva risultarmi gravoso per il fatto che non mi riesce facile scrivere… A dissolvere questo ostacolo ci pensarono i due gatti che vivono con noi, sonnecchiando al silenzioso passare delle ore, sognando al trasformarsi dei concetti, miagolando alle riflessioni centrate, sussultando alle difficoltà di comprensione, per poi stirarsi soddisfatti al dissolversi dei dubbi. Scrutato dagli occhi fissi di quelle due enigmatiche civette quasi come un’alchimista d’oggi assorto davanti alla “sfera di cristallo” del computer, mi ritrovai a tritare nel crogiolo del pensiero la sostanza dei fatti filtrandoli in concetti per trasformarli in parole, fino ad affacciarmi sul senso compiuto della natura verticale che da ragazzo avevo intravisto, ma che non avevo la capacità di spiegare.

La libera integrale e la difficoltà intatta (primi del Novecento)
Per comprendere le vicissitudini della storia dell’arrampicata è necessario considerare brevemente le motivazioni che l’hanno caratterizzata.

Da sempre si dibatte sul torto o la ragione di questa o quell’etica, sulla “purezza della libera rispetto all’impurità dell’artificiale”, su quali siano i mezzi tecnici “leciti” e quali invece quelli “illeciti”, sul valore di una “difficoltà mai definita”, in funzione di un’auspicabile “onestà d’esecuzione” delle salite. Disquisizioni che, nel loro ripetersi senza mai soluzione, hanno concorso a schierare il fronte della conservazione dei “valori tradizionali” contro quello della loro “moderna trasgressione”, determinando un contrasto ideologico che ha decentrato l’attenzione dei praticanti dall’essenza del teatro di cui stavano parlando, fino ad allontanarli del tutto dalla possibilità di considerare la reale entità della natura verticale.

1975 – Mario Villa sale in libera integrale, nello stile “primi del ‘900”, lo spigolo sud della Torre Portorella (150m, VII-)
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Il meccanismo storico dei dissidi e dei contrasti è lo stesso che possiamo riscontrare nella storia dell’arte, dove vi sono movimenti nascenti che ritenendosi “innovativi” tendono a soverchiare culturalmente quelli precedenti a loro.

Va però sottolineato come nell’arte moderna sia evidente la distinzione tra i contenuti figurativi delle «opere artistiche», quotate cifre esorbitanti per il loro inestimabile valore, e le varie «performance concettuali» che dal punto di vista dei “contenuti figurativi” non sono facilmente comprensibili, proprio perché le performance, più che “opere”, sono vere e proprie “operazioni” di mercato.

Una definizione di valori in tal senso dovrebbe valere anche per l’alpinismo, dove però non furono mai fatte distinzioni sostanziali che rammentassero come l’arrampicata su roccia sia soprattutto un’attività in stretta relazione con una natura verticale. In conseguenza di ciò, l’invenzione dei mezzi geotecnici (o protezioni fisse a pressione o espansione), ha contribuito sempre più a far considerare come opere ciò che invece sono performance.

Dallo stratagemma protettivo dei mezzi tecnici, all’espediente ottenitivo degli infissi geotecnici
Chi ha provato a salire in cordata, senza mezzi tecnici d’assicurazione un percorso non conosciuto lungo un’alta parete verticale, come succedeva agli albori dell’arrampicata, sa bene che la “corda libera” in caso di caduta difficilmente funge da punto d’assicurazione. Tuttavia, ciò che d’importante rivela la libera integrale è che senza chiodi sulla roccia la difficoltà che si supera resta intatta.

Quando la “necessità di superare” le difficoltà delle pareti spinse ad affrontarne di maggiori, si escogitò lo stratagemma che permise di continuare comunque a procedere: furono inventati i primi mezzi tecnici definiti chiodi. Così ai “percorsi” senza impiego di mezzi tecnici in libera integrale praticati fino a quel momento, s’aggiunsero gli “itinerari” in libera attrezzata con mezzi tecnici che si utilizzavano come punti d’assicurazione e, non escluso, d’aiuto.

Se è vero che in un primo momento il loro impiego serviva a proteggere l’incapacità dei salitori dalle difficoltà opposte dalla natura verticale vissuta come “nemica”, in seguito vi fu chi considerò come “vero nemico” la “difficoltà d’assicurarsi”. Fu quest’idea che, dallo stratagemma dei mezzi tecnici come i chiodi, portò a escogitare l’espediente degli infissi geotecnici a espansione, derivanti dagli antichi fittoni.

Vi chiederete perché ho definito “stratagemmi” i mezzi tecnici ed “espedienti” gli infissi geotecnici. Per spiegarmi meglio, un conto è migliorare la funzione dei mezzi d’assicurazione per non rischiare, altra cosa è ritenere rischiosi i passaggi della roccia che ostacolano l’incapacità di salita, arrestando la possibilità di realizzare.

Distillare le idee e le motivazioni delle differenti tipologie di salita mi ha permesso di comprendere più a fondo la situazione attuale. Se l’idea della libera integrale era di «salire solo dov’era naturalmente possibile» e quella della libera attrezzata e dell’artificiale di «salire o progredire anche dov’era possibile solo tecnicamente», con l’arrampicata a spit l’obiettivo diviene «salire dove non era naturalmente possibile».

Ciò significa che gli effettivi requisiti di salita furono per la libera integrale = «lo ho bisogno della difficoltà intatta della roccia», per la libera attrezzata = «lo ho bisogno di mezzi tecnici per modificarla», per l’artificiale = «lo ho bisogno solo di mezzi tecnici» e per l’arrampicata a spit = «lo ho bisogno di difficoltà alterate».

Da ciò si deduce che l’arrampicatore non ha mai avuto realmente interesse per la roccia e la difficoltà da essa originata, ma si è soprattutto concentrato a realizzare tipologie di salita che gli permettessero di confrontarsi con difficoltà manipolate, da adattare al livello delle proprie incapacità. Pertanto la roccia non è mai stata considerata per quello che davvero è, ma più che altro come un “campo di battaglia” per punti vista contrastanti.

La libera attrezzata e la difficoltà modificata (fine anni Sessanta)
Quando iniziai ad arrampicare con una certa assiduità alla fine degli anni Sessanta, si era soliti parlare di roccia ed avere scambi d’opinioni fra arrampicatori, discutendo dei “gradi di difficoltà” o degli “itinerari più impegnativi” del momento. Si trattava d’una tendenza che non riguardava necessariamente i capaci o gli esperti ma gli alpinisti in genere, che si dividevano sostanzialmente in due fazioni, i “liberisti” e gli “artificialisti”, poiché in genere si discuteva del numero di chiodi utilizzati per assicurarsi o per progredire.

Il fatto che dalla corrente degli artificialisti si sia staccata quella dei tracciatori di direttissime a espansione, realizzate per trasgredire all’etica ferrea dei liberisti, fece sì che, per reazione, tra gli arrampicatori liberi più forti di allora ci fosse la tendenza a non utilizzare, o talvolta addirittura a eliminare, i chiodi d’assicurazione ritenuti superflui, specie sulle salite più impegnative.

Reinhold Messner, nella sua attività giovanile sulle pareti delle Dolomiti, utilizzava un numero ridottissimo di chiodi, per tutelare gli itinerari estremi del passato e quelli nuovi da lui saliti. Le sue coerenti motivazioni, che si presume partissero da considerazioni derivanti dalla pratica e non da contorte elucubrazioni, furono espresse in un suo articolo, diventato una pietra miliare nella storia dell’alpinismo, intitolato L’assassinio dell’impossibile. Quel suo punto di vista inflessibile, scatenò il disappunto dei maître à penser di casa nostra i quali presero le difese di un alpinismo più attrezzato che consentisse di salire anche a coloro che non ne erano all’altezza e, dal pulpito elevato della loro supponenza, tacciarono il forte tirolese nientemeno che di “superomismo”!

Successivamente al fermento di quel periodo, come tanti giovani d’allora, anch’io fui incuriosito dalla possibilità d’affrontare difficoltà su roccia sempre maggiori. Per farlo abbandonai la libera e l’artificiale convenzionali praticando una libera a “protezioni ridotte” lungo gli itinerari ben chiodati, e una libera attrezzata senza tirare i chiodi che venivano utilizzati di solito per progredire in artificiale. Tuttavia, il fatto che la difficoltà superata con quelle due tipologie di salita fosse in ogni caso attrezzata, mi fece capire che si trattava di difficoltà modificata.

1980 – Sulla via Direttissima ai Denti della Vecchia: libera a protezioni ridotte
Denti della Vecchia (Canton Ticino, Svizzera), I. Guerini su via Direttissima

La libera esplorativa e la difficoltà inalterata (primi anni Settanta)
Nella prima metà degli anni Settanta, la necessità di salire pareti impercorse, m’indusse a praticare la libera esplorativa con “protezioni in sedi naturali” e pertanto passò in secondo piano la ripetizione costante d’itinerari.

Certamente, il fatto d’averla praticata come attività principale anche lungo pareti non particolarmente difficili, in un periodo in cui contavano soprattutto le ripetizioni degli itinerari più prestigiosi o impegnativi, poteva far pensare che fossi un individuo in rotta con l’idea di confrontarsi con le salite storiche più impegnative.

1984 – Libera attrezzata: M. Mazzucchi e C. Curatolo sulla Paolo VI al Sasso d’Introbio
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In realtà, le ragioni che mi spinsero a praticare la libera esplorativa, sia in falesia sia in montagna, non si rifacevano né all’idea “purista” della libera integrale praticata da Paul Preuss o Angelo Dibona nei primi del Novecento, né tantomeno all’idea di limitare rischiosamente i punti d’assicurazione quale ostentazione d’una capacità acquisita. Esse dipendevano invece da un impulso conoscitivo verso la natura verticale più che dal confronto con la difficoltà in se e per sé.

1983 – Beppe Villa mi osserva sulla via Bonatti ai Magnaghi
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Praticandola mi accorsi che si trattava di un tipo di salita assai più impegnativo perché all’impegno fisico s’aggiungeva la fatica di doversi assicurare e a quello psichico il timore di cadere che deteriorava la resistenza nervosa. Ma soprattutto s’interagiva col mondo sconosciuto che inizia una volta valicata la frontiera dei riferimenti prevedibili.

Il fatto di piazzare mezzi tecnici d’assicurazione sulla roccia impercorsa, amplificava di molto la fatica della difficoltà da superare. Ciò mi fece considerare che esisteva una difficoltà più impegnativa di quella che abbiamo visto modificata dall’attrezzatura e pertanto mi domandai come avrei potuto definirla.

Considerando quei settori di roccia dove non ci si poteva assicurare ma dopo qualche tentennamento si riusciva a salire in libera lo stesso, constatai che la difficoltà superata, pur non intatta come quella della libera integrale d’inizio secolo era di fatto una difficoltà inalterata e si sapeva di che livello era solo dopo averla salita.

La libera esplorativa metteva in luce che si poteva salire la difficoltà inalterata con un certo margine di sicurezza soprattutto se non vi era contrasto tra il “desiderio d’affrontare” e la “necessità di dimostrare” a tutti i costi di essere all’altezza. Viceversa ci si poteva trovare coinvolti nella sfida tra i “propri limiti” e la “possibilità d’affermarsi” sull’orlo spiovente della “necessità di rischiare”.

Sulla roccia s’incontra il rischio che s’incontra in ogni momento della vita: per rischiare un po’ meno è necessario non rinunciare a prestare costante attenzione, lo rammenta persino il cibo che può andare di traverso a tavola quando si è sovrappensiero.

Dallo spit all’onda d’urto della tecno (primi anni Ottanta)
Nei primi anni Ottanta, sulla scena storica dell’alpinismo e dell’arrampicata comparve lo spit, già utilizzato nel campo della speleologia. Questo altro non era che un antico fittone perfezionato, introdotto quando prese corpo la convinzione che, per continuare a progredire sulle difficoltà della roccia, era necessario inventare un mezzo che consentisse di proteggersi “da meglio a sempre”.

Si trattava d’un marchingegno che consentiva di praticare una tipologia di salita definitivamente disancorata dall’idea d’esplorazione che, da quel momento, fu considerata un’attività più rischiosa che difficile.

L’arrampicata a spit, che imponeva tassativamente di non attaccarsi agli infissi, fu chiamata “free climbing”, e ciò erroneamente, visto che quel concetto di provenienza nord americana in realtà era inteso soprattutto come “libera arrampicata” e non come attività di salita che risultava in pratica vincolata alla presenza costante di protezioni, per lo più fisse, o soltanto fisse, come è poi diventata da noi.

Libera esplorativa sulle pareti alpine delle Alpi Retiche: Torre Meridionale del Cameraccio, parete ovest (700 m, Vl+)
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In seguito, per codificarne la funzione alla luce delle prime competizioni ufficiali, fu chiamata “arrampicata sportiva” e di lì a qualche tempo si trasferì sul “sintetico”, una ricostruzione artefatta della struttura del conglomerato, terreno più adatto a gareggiare a tutti i livelli e a mettere con le spalle al muro i limiti fisici effettivi d’ognuno, stressando sempre più i requisiti singoli di forza e resistenza.

Quando si affermò l’abitudine di realizzare tracciati a infissi permanenti, al concetto di “itinerario esplorato” si affiancò quello di “tracciato costruito”. Da quel momento la falesia non è più considerata una bancata di roccia quale realmente è, ma piuttosto una mera “superficie attrezzata”, al punto che oggi la maggioranza degli arrampicatori distingue una “falesia” da una “parete alpina” solo per il modo in cui esse sono attrezzate, molto sicure a spit, o più precarie a chiodi. Vorrei infatti precisare che la distinzione tra le falesie e le pareti montuose non sta solo nella distanza da valle (dato che nelle Alpi ve ne sono alcune che richiedono avvicinamenti di qualche ora), non è dovuta alla loro grandezza (basti pensare alle bastionate del Resegone, del Daìn e del Croz dell’Altissimo che collocate in territori decisamente miti, potrebbero essere considerate medie, grandi e immani falesie), e nemmeno dipende dalla tipologia d’attrezzatura utilizzata, come dimostrano le salite delle tre bastionate sopracitate, percorse praticamente in libera dai tre valenti arrampicatori Walter Bonatti, Bruno Detassis e Matteo Armani, a partire dal 1930, e che hanno anticipato di qualche decennio la concezione dell’arrampicata in luoghi miti, mitizzata negli anni Settanta sul modello yosemitico, identificato in Europa con le fiancate del Verdon e del Vercors.

La reale distinzione tra le falesie e le pareti montuose è dovuta alle loro caratteristiche naturali: l’orogenesi che le ha formate, lo stato della materia che le costituisce, il territorio più o meno glaciale in cui sono situate. Il fatto che la salita dei tracciati a spit fosse “reale” soprattutto per via dei mezzi impiegati, ma “irreale” se priva di questi rispetto alla natura verticale, di primo acchito mi fece paragonare la tecnologia di questo tipo di salita alla realtà virtuale.

Di lì a poco però, considerai che quel giudizio valeva solo per quell’istante storico, poiché l’avvento della biotecnologia rendeva il raffronto con la realtà virtuale inesatto a definire il valore dell’arrampicata a spit, che era soprattutto una tipologia di salita geotecnologica derivata dalla fusione tra l’etica della libera attrezzata e i mezzi di progressione dell’artificiale a espansione.

Perché mai l’arrampicata a spit ha attecchito così tanto nella mentalità degli arrampicatori? Credo perché ai giovani inesperti è proposta come l’approccio più diffuso, o unico, per iniziare, per gli adulti esperti è un mezzo per rimettersi in forma o per migliorarla e, volendo ironizzare un po’, per gli anziani, che in pensione da tempo arrampicano ancor più dei professionisti, è un modo per mantenersi allenati e passare del tempo con giovani meno in forma di loro!

Libera esplorativa sulle pareti alpine dell’arcata Orobica: Variante delle risonanze occulte al pilastro sud del Pinnacolo di Maslana (VII)
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Dal tempo della prima utilizzazione dello spit si definirono nei praticanti quattro diversi modi di pensare; i tecno-etici che non utilizzano spit sulle vie del passato, ma solo sulle pareti che a detta loro rappresentano il futuro; i tecno-selettivi che mettono gli spit dal basso e a distanza sempre maggiore; i tecno-conformisti che non attrezzano, ma si servono dei tracciati a spit per allenarsi; e i tecno-indifferenti che considerano itinerari e tracciati solo due modi di salire compatibili. Per poter inserire questa nuova tipologia di salita nel contesto delle precedenti, fu confezionata rapidamente un’etica con le opinioni dei praticanti, che aveva come comune denominatore dei vari punti di vista una considerazione della “roccia come mezzo” in funzione all’arrampicata, contribuendo a potenziare quel vuoto culturale che oggi, consapevolmente o meno, avvertono in tanti sotto forma di mancanza di contenuti.

Va detto che all’inizio gli attrezzatori a spit incontrarono soltanto la disapprovazione, reattiva ma debole, di coloro che fecero qualche febbrile tentativo di marchiare eticamente i territori d’azione che sentivano propri, senza però indicare direzioni alternative. Questo fece sì che non si attivasse alcun processo di bilanciamento culturale.

Fu così che, dalle ceneri dei primi infissi rudimentali decollò la tecno climb, tipologia di salita per la quale era giustificato l’impiego massiccio dello spit, che ha portato a sostituire il concetto di “scoprire per valorizzare” con quello di “attrezzare per affermarsi” e di conseguenza ad agire considerando sempre meno la natura verticale.

1987 – M. Garavaglia su uno strapiombo a spit
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I limiti di una pianificazione costrittiva
Ciò che mi sconcertò maggiormente in quel periodo fu che, in rapporto alla natura verticale, il “percorso da trovare” venne prima trasformato dall’impiego dei mezzi tecnici in “itinerario da ubicare”, e con lo spit fu definitivamente modificato in “tracciato da eseguire”. Questa evoluzione (in realtà involutiva) rivelava la necessità di avere costantemente dei riferimenti guida, scanditi e progressivi… ma per andare dove?

Il fatto di realizzare una “difficoltà obbligata” (dalla distanza degli infissi) sopra la “difficoltà naturale” (opposta dalla roccia) è tipico di un punto di vista che ha frainteso il concetto di “costruire” con quello di “creare”, come fosse giostrato da un’idea d’onnipotenza ri-costruttiva della natura. Più che un punto di vista “illuminante” e innovativo, mi pareva un’idea dai contenuti simili a fievoli “lumini” nella camera mortuaria del pensiero “illuminista”.

Il fatto che in un tracciato a spit la difficoltà sia confezionata dal ragionamento selettivo di taluni, è la dimostrazione che si tratta di un’arrampicata vincolante, più che intransigente, per il fatto che il “volere” è costantemente trasformato in “dovere” e pertanto si rivela all’opposto d’ogni “realizzazione espressiva”.

Quell’idea che ammaliava con l’allettante prospettiva di un’arrampicata e un alpinismo da adattare a tutti, e quindi “attrezzati” ma non certo “sicuri”, non mi pareva innovativa per il fatto che era molto simile alla proposta d’un vecchio motto d’inizio secolo (primi del Novecento) riveduto e corretto: le “Alpi al Popolo”, che al tempo occorse per incentivare gli iscritti delle sezioni a recarsi, oggi diremmo “riversarsi in massa”, sulle nostre montagne. Sostenere che sulla natura verticale una “attrezzatura stabile” corrisponda a una “sicurezza effettiva” sembra il sogno di un’ideologia che prospetta un futuro di possibilità “a senso unico” e “uguali per tutti”, e che confonde una pretestuosa “libertà d’azione” con un “andar per monti” apparentemente non-costrittivo.

Era un modo di trattare le montagne e le pareti che non condividevo poiché, più che tener conto della storia in relazione alla natura, considerava la natura verticale in funzione a una omologante pianificazione della geodiversità, e cioè un qualcosa da rendere sempre più accessibile secondo dettami prettamente teorici, e in definitiva da snaturare.

(continua)

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Un big bang di parole

Un big bang di parole

Le salite leggendarie o, meglio, visionarie comportano un fascino cui pochi possono sottrarsi. La via Big bang è una di queste. Queste imprese attraggono quelli che più di altri vedono nell’alpinismo e nell’arrampicata il modo che ha l’uomo di esprimere quel qualcosa che, nella sua grandezza, possa essere paragonato al fascino del selvaggio naturale.

Libri, conferenze, foto, film, chiacchiere da bar… sono tutti strumenti per da una parte svelare il mistero di questa grandezza e dall’altra innalzarne la soglia.

Tra i vari meccanismi di costruzione dei miti c’è il moderno forum, un complesso modo di comunicare semplice solo in apparenza, soggetto a leggi precise mascherate da libertà di espressione e immediatezza.

Nessuno ti biasima se non scrivi in perfetto italiano, vi nascono le fantasie più barocche e soprattutto ci si può dire le cose a botta e risposta, spesso comprensive anche degli insulti. L’ironia beffarda confina e va a braccetto con la sincerità, i difetti vengono a nudo facilmente, come si sbuccia una patata.

Qualche giorno fa mi è capitato sotto gli occhi, su segnalazione di Giuliano Stenghel, il thread che per qualche anno si è dipanato al riguardo della sua mitica salita della via Big bang al Dain di Pietramurata.

Naturalmente ho “tagliato” un po’, cercando di rendere leggibile ciò che è stato concepito sotto altre formule comunicative. I protagonisti della discussione sono quasi tutti citati con il loro nick, senza neppure tentare di collegarli a un nome e cognome. Tutto ha inizio il 16 novembre 2010: ovviamente ho conservato l’ordine temporale degli interventi, omettendo però minuti, ora e giorno, per non appesantire. Al fondo è l’intervento, per ora finale, dello stesso Stenghel.

Giuliano Stenghel nel tiro sottostante ai tre tetti della via Big bang
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delendais_18
Con una certa ritrosia condivido i dettagli sulla salita in questione. L’alpinismo e l’arrampicata sono, sono stati, e per alcuni restano, il regno dell’epica e dei grandi racconti. Disvelare gli itinerari circondati da alone di mistero o sinistra fama può risultare irrispettoso, ma tant’è…
Ecco la succinta descrizione della via:
Già il primo tiro impone una delicata progressione, chi ama proteggersi con meticolosa cura passo dopo passo troverà da rallegrarsene. Un fitto roveto sbarra, anzi sbarrava, l’accesso alla sosta sulla faccia sinistra del diedro canale. Il secondo rimane propedeutico per l’instabilità del terreno. Ma è sul terzo che si capisce come fragile possa essere la materia sulla quale ci si erge. Si parte con una bella fessura rossastra poco protetta ma abbastanza ben disposta ad accettare camme ed eccentrici. Quando diventa impercorribile la si lascia per traversare a sinistra su piccole cuspidi mobili fino ad un bordo più netto che porta alla sosta. Da qui riparte la fessura di cui sotto, ora si fa strapiombante, costantemente friabile, ma non troppo. Occorrono avambracci saldi, perizia nel posizionamento podalico e un copioso rack di protezioni per non dover far esclusivo conto sulle due o tre in loco, tra le quali un cuneo in legno molto grosso, ma sulle dimensioni massime disponibili dei cunei ci sarà da ricredersi. Arrivati alla sosta appesa che rapisce gli sguardi di tutti i salitori degli itinerari limitrofi si scopre che il barattolo che vi penzola, tubo vintage di palline da tennis Spalding, non ospita il libro di via o superstiti chiodi a pressione ma solo terra e foglie secche. Sosta che è stata rinforzata con un tassello da 8 mm piantato a mano. Da qui parte la teoria dei tetti, che corrono con geometrica potenza costeggiando la parete verticale e completamente liscia, se non fosse per piccole fossette e inconsistenti concrezioni.
Purtroppo tre dei chiodi a pressione si sono dimessi, lo testimoniano i forellini, e obbligano a numeri “circensi” per raggiungere il primo disponibile e il successivo (che vanta un sinistro braccio di leva). Assolti gli obblighi con le divinità tutelari della buona sorte non resta che rinviare il “babbo di tutti i cunei del mondo”, qualche altro pressione ed un paio di camme od eccentrici per giungere alla tanto desiata sosta. Da qui un solo lungo tiro, con il tratto finale a contrappeso, ci ha condotto al boschetto sommitale, senza percorso obbligato ma con la piacevole scoperta di un camino da percorrere in lie back».
Aggiungo che tutte le soste sono attrezzate per la calata con maglia rapida e sono abbastanza solide.
Appena prima dell’interruzione della chiodatura sotto i tetti c’è pure una sosta intermedia ma senza maglia rapida.
Al limite si può fare un saggio sui primi tiri e decidere poi se sia il caso o meno di proseguire. Non si sarebbe i primi a ritirarsi: a metà del tiro iniziale c’è subito un cordino con maglietta tipico delle sagge ritirate preventive.

emanuele
Caro delendais_18: ma ti è “piaciuta” o ti è piaciuto di più toccare la terra del boschetto per ritrovar un piano orizzontale?
Il rovo pre-sosta era stato martoriato fino alle radici, ma la natura, a causa delle rare frequentazioni, è “rifiorita”… e per me quel mega-cuneo non è stato messo dal basso!

delendais_18
Appagare la propria curiosità è sempre una forma di piacere e di soddisfazione.
Nelle condizioni attuali la via è quasi impercorribile e meriterebbe restaurarla. Il quasi è dovuto al fatto che siamo comunque passati. Ma per un gesto azzardato che si è rivelato fortunato da parte del mio giovane e incredibile amico.
Se il “babbo di tutti i cunei del mondo” fosse stato piantato dall’alto perché non replicare lo stesso stile e sostituire, senza aggiungere altro, i tre chiodi mancanti’?

Nella lunghezza sotto ai tre tetti. Foto da http://www.ilmonodito.it/relazioni/14004_big_bang.pdf
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emanuele
Noi l’abbiamo ripetuta, ma non lo sapevamo, poco tempo dopo che una cordata emiliana (forse di Modena?) nel tratto dei tetti, a causa di un lungo volo e forse alla rottura dei chiodi a pressione, aveva riportato una caduta mortale: nel rinvenire “tracce” della precedente cordata funestata da quella caduta la voglia di concludere la via s’era svanita; in effetti ho sempre pensato che per una ripetizione “decente” occorrerebbe sostituire i tre chiodi a pressione e aggiungere un bong dopo il megacuneo perché questo bong-cuneo di plastica ci è rimasto in mano e non siamo riusciti a rimetterlo in loco (probabilmente la cordata che ci aveva preceduto era salita sulla placca senza utilizzare i friend nel diedro).

BUUL
Due domeniche fa ho beccato Marco Furlani al bar delle Placche Zebrate, diceva che i chiodi che Stenghel aveva usato per superare i tetti poi li aveva fatti togliere al secondo pensando che gli potessero servire sopra!
Comunque complimentoni per la salita! Lo stesso Furlani ha detto che avrà meno di 20 ripetizioni.

alberto60
I chiodi a pressione li ho belli e pronti. Se ci vado e li rimetto in che punto del tetto mancano?

delendais_18
Sotto il primo tetto ci si entra il “libera”, poi si va verso due chiodi “ballerini” che portano al bordo del secondo. E qui si interrompe la chiodatura. Ci sono tre forellini, valuta se conviene stare più prossimi alla placca senza dover stare bassi sotto il tetto. A mio avviso con due chiodi in placca si ricongiunge la chiodatura in maniera non invasiva mantenendo un buon A2.
Oppure facendo sempre verso la placca due o tre fori da 6 mm la si rende un A3+ per cliff.

alberto60
Non voglio fare danni, troiai, ne svalutare la via, guai a me! Solamente rimettere i 3 pressione di Stenghel che mancano. Questo credo possa essere accettabile. Però, se non è da fare non si fa.

BUUL
Beh, allora mettiamo 3 spit sotto il tetto e il problema è risolto… e ora che si apra la bagarre!

alberto60
Non è la stessa cosa e non m’interessa la bagarre. I 3 pressione mancanti oppure nulla, tanto possono bastare i frendoni e un po’ di culo strinto.

Raggiungendo la sosta sotto al primo tetto
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entropia
Se trovo tre spit quando divento abbastanza bravo da salire tale grande bang, li levo e li metto nel barattolo.

delendais_18
… per metterli nel barattolo o riscendi il tiro o provi a lanciarli al volo, ma mi ricordo che il buco era stretto…
Ho infisso, a mano, uno spit alla sosta perché non ci andava di rischiare di infrangerci strappando i pressione della medesima.
La via nasce in artificiale, se la si restaura allo stato di una progressione coerente con le idee di chi l’ha aperta non si viola alcunché.
Oppure la consideriamo una via bella dispendiosa e chi vuol ripeterla si compra qualche BD n° 5 e 6 ed i BBro 4 e 5.

entropia
Cuneoni giganti è la mia risposta definitiva alla vertigine.

delendais_18
Te fai conto che quello in cima al tiro dei tetti è grosso come uno sgabello.
Continuo a chiedermi come abbiano fatto a scarrozzarselo seco…

entropia
Vi riporto questo brano tratto da Lasciami volare di Giuliano Stenghel:
Ci uniamo su una sosta aerea sotto i grandi tetti. Piccolissimi, siamo appesi sotto gli smisurati gradoni di quella scala rovesciata, residui dell’immensa frana che li ha creati, incuranti della friabilità della roccia, delle difficoltà e decisi a vincerli!
Estraiamo dallo zaino un barattolo con il piccolo libro di via e ci scriviamo: “
Big Bang. L’universo intero è nato e noi, piccoli uomini, siamo parte integrante di esso”.
Una stretta spaccatura mi permette di salire uno dopo l’altro i tetti, passaggio chiave della via, arrestandomi spossato sopra un balcone oltre il cornicione. Quindi grido: – Ok Baldix, parti!
Alle quattro del pomeriggio si ricongiunge a me, felice, sebbene sul viso siano impressi i segni della stanchezza e della tensione.
Che importa se nessuno può vederci; è vero, siamo finalmente in cima, vediamo il cielo, il bianco delle vette innevate, oltre la valle che riverbera di una luce morente mentre il sole cala dietro di noi.
Non ci sorprendiamo se questa vittoria, dovuta solo a noi, proprio per questo preziosa, e la gioia che sentiamo, altro non è che l’impressione di un sentimento di felicità che si apprezza molto di più quando si è temuto di perderla!
”.

Sotto il primo tetto
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delendais_18
Finalmente svelata l’origine del nome della via! Allora il libro di via esisteva ed è stato rimosso!

alberto60
Ancora da Lasciami volare:
La giornata è calda e soleggiata, il morale alla stelle; con Baldix infilo le scarpette d’arrampicata: sciogliamo la corda ed attacchiamo il grande canale dall’aspetto friabile che incide la parete sud del Piccolo Dain di Pietramurata.
Speditamente ci alziamo entrando nel cuore delle difficoltà.
Affronto deciso la fessura gialla, sporgente, che si trova nel fondo del diedro, mi muovo delicatamente, in massima aderenza con i piedi e sempre in spaccata per non tirare sugli appigli ed appoggi estremamente friabili.
… Le vie con Baldix sono venute d’impulso, le abbiamo amate e scalate senza preoccuparci se sarebbero piaciute o meno, se scolpite su pareti famose o meno, se lunghe o corte, se un giorno le avrebbero ripetute.
“.

Sotto il primo tetto. Foto da http://www.ilmonodito.it/relazioni/14004_big_bang.pdf
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entropia
Io a ripetere lo scalone sbrisolone rovescio ci ho pensato seriamente… poi sono tornato in me, ho guardato la mia bella negli occhi, ho pensato che i tre a pressione son ahimé fuori loco, che 15 metri sul friabile senza un dadino son troppi troppi troppi… e sono tornato ai V/VI relativamente ben protetti e agli spit neanche troppo distanti… R4 xe tropo tropo tropo.
Buon divertimento agli eventuali ripetitori e vogliamo le foto (stabili possibilmente, senza tremori).

delendais_18
Lo scalone rovescio non è sbrisolone, animo! Sono i due diedri fessura precedenti ad essere fragili.
Se Babbo Natale porta un BD 5 e un 6 e un Big Bro giallo la salita assume tutto un altro tono, rimane R4 ma nella scala… “economico finanziaria”…!
… Noi siamo passati con tremebondo lancio di una congiunzione di cordini che ha fortunosamente accalappiato la smilza testa di un chiodino a pressione con braccio di leva negativo…
tale gesto mi pare che vada al di là dello “spirito” e dell’ “etica” dei primi salitori… se questo fosse fallito non avrei esitato a piantare uno spit a mano dove manca il terzo chiodo…

alberto60
come Walter Bonatti sui tentacoli del Dru.

entropia
Che direbbe el Giuliano dell’oppportunità di reinserire i pressochiodi?

emanuele
Ho chiesto a Giuliano cosa ne pensa di un’eventuale richiodatura e mi ha detto che i chiodi a pressione sono rotti o usciti già durante la prima salita e quindi non approverebbe una tale operazione! Buon natale a tutti!

Giorgio Travaglia
C’è già la solitaria di questa via?

entropia
Non mi è chiaro… come i chiodi a pressione sono usciti durante la prima salita? Cioè li ha piantati, usati e poi mentre il secondo saliva si sono sfilati? O si sono rotti??? Spiegatemi per favore… Cioè lui è salito con i pressione e noi non si può??? Oh, poi mi si rompono anche a me i pressione neh, ma solo dopo che sono salito…

alberto60
Non si tratta di richiodare in modo totalizzante, ma nel rispetto ferreo di come hanno chiodato gli apritori, quindi mantenendo l’impegno tecnico e psicologico della via.
Quindi no spit o fix ma rimettere i 3 pressione mancanti o spezzati esattamente nel punto dove sono mancanti.
Voglio dire… se vado a ripetere una via in artif di quelle stile super direttissime e mi si rompe un vecchio pressione, che faccio, non lo rimetto????
Sinceramente, questa pretesa da parte di Stenghel mi sembra un po’ assurda visto che anche lui è passato in artificiale usando i pressione, quindi forando.

VYGER
Eh, ma c’è anche uno spit, o sbaglio?

scoiattolo
Già. Bello, nuovo e fiammante, da 4 a 8 secondi si vede nel video.
Un altro baffo su un’altra Gioconda.

delendais_18
Lo spit l’ho messo io. A mano, alla sosta, come si può ben vedere. A posteriori sarebbe stato meglio metterlo più in alto dove mancano i chiodi a pressione.
Chiodi, i quali, a loro tempo, sono stati messi forando la roccia.
Non ci sono gli estremi per uno sfregio etico, o sbaglio?

scoiattolo
Sbagli.

VYGER
E chi sono io per giudicare? Bisognerebbe chiedere a Stenghel…

I tre tetti della via Big bang
BigBangParole-Bang-05
scoiattolo
A quanto pare Stenghel non è d’accordo… e in ogni caso, sfregio etico o meno, nelle ripetizioni, come nelle prime salite, il materiale usato e il modo utilizzato va dichiarato con onestà. Qui si sono riempiti la bocca di epica, friend giganteschi, dadi, cunei ballerini, soste da paura, per poi scoprire (mesi dopo) che han piantato spit dove spit non c’erano. Così sono capaci anche gli incapaci.
Almeno ora parlate chiaramente! Quanti e dove sono gli spit piantati ex-novo? Così si potranno pesare adeguatamente le numerose ripetizioni che ora andranno a sommarsi.

-frollo-
Vai pure… sono curioso di vedere come passerai bene in libera tutti i tetti adesso che c’è ben 1 spit piantato a mano in una sosta…
Ma smettetela dai…

lamontagnadiluce
Sfregio per sfregio allora il primo fu proprio Stenghel… che bucò per passare.
In quanto al famigerato spitroc, piantato da delendais 18, è l’unico presente… messo presumo per rinforzare la sosta costituita da 4 pressione.
Tra l’altro lo stesso spitroc è stato piantato su una crosta… quindi avrei seri dubbi sulla sua tenuta.
Sul tiro dei tetti oltre al materiale presente il bocia ha utilizzato per la progressione: un C6, un cuneo di legno e un Pecker…
Cara Scoiattolo, sei un’ingenua se pensi che la difficoltà della via sia limitata al tiro dei tetti.
La grande maestria di Stenghel sul friabile (leggasi vietato volare…) la si tocca con mano nei tiri che precedono la famigerata scala rovescia.

alberto60
Mi vorreste spiegare perché i chiodi a pressione che furono messi da Stenghel per salire, quindi forando, e che adesso non ci sono più, non devono essere rimessi?

delendais_18
Come al solito si perde il senso delle proporzioni. A me le “vie” pericolose piacciono, come piacciono i grandi racconti e le mezze verità sussurrate, mi attraggono i “si dice”, i “sembra che”, appena posso vado e constato. E così è stato per Big bang.
Spit e pianta spit nello zaino c’erano perché era chiaro che lo stato di conservazione della via non era ottimale.
Rispetto e ammiro il sig. Stenghel per come ha condotto la salita. Ma quando si è in parete si decide, e si subiscono le conseguenze delle proprie decisioni, senza possibilità d’appello.
Ritengo che adesso, in generale, lo standard di sicurezza di uno spit per sosta sia accettabile dove necessario.
L’amico che ha condiviso con me la salita, avendone il livello, si meritava la possibilità di tentare di salire il più possibile “pulito”, e uno spit di conforto ce lo siamo concessi.
Almeno ora si parlerà chiaramente di questa salita e delle sue caratteristiche tecniche e d’ingaggio e, passeggiando sul sentiero di ritorno, spendere elogi per l’intuito e la classe degli apritori e biasimo per i posteriori profanatori.

I particolari del primo tetto. Foto da http://www.ilmonodito.it/relazioni/14004_big_bang.pdf
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scoiattolo
Sulla sostituzione dei chiodi a pressione non ci piove. Sostituirli con degli spit è opinabile, per me non è corretto ma se ne può discutere.
Aggiungere uno spit, se pur piantato a mano, nelle soste è comunque uno snaturare la via.
Lo è ancora di più, in questo caso, aggiungerlo in un punto dove non c’era.
Possiamo parlare di standard di sicurezza e possiamo anche essere tutti d’accordo. Però vie come Big Bang, o Fiore di Corallo non sono nate per tirare la libera, o essere salite ‘con uno standard di sicurezza. Invece ora Fiore di corallo, prima con uno spit solo per sosta, poi con gli spit in più sui passaggi scabrosi, è una via da provare in libera: ora lo stesso trattamento si comincia a farlo anche su Big bang: ma i motivi stessi per cui si è spinti su una via del genere sono (tra gli altri) proprio l’assenza di quello spit.
Poi se è stato piantato male, o magari non tiene, è un altro paio di maniche, fatto sta che è un’aggiunta (e non una sostituzione) a quanto utilizzato dal primo salitore.
Restyling? Potrebbe essere. Vale la pena fare un restyling di una via con 20 ripetizioni in 20 anni? E in che modo? Se sostituiamo tutti i pressione con spit non è più la stessa via. Se li sostituiamo con altri pressione probabilmente non è la stessa via. A che pro? Per lo standard di sicurezza?
In ogni caso, ci sarebbero state ben più di venti cordate in venti anni a ripetere quella via se si fossero portate un piantaspit, anche senza utilizzarlo.
E per ultimo, ripeto che su tutti gli epici racconti fatti la correttezza avrebbe imposto di dire subito “abbiamo piantato uno spit in una sosta”. Che poi fosse giusto o meno se ne può discutere. Ma non dirlo da subito è stato scorretto.

leuzz
Salve, premetto subito che io sono il complice con cui delendais18 ha “sfregiato” la via. Innanzitutto, prima di insinuare cose non vere (vedi il non aver dichiarato lo spit) leggetevi il post di apertura del topic dove si parla chiaramente di uno spit dell’8.
Come già è stato fatto notare da altri, lo spit è stato aggiunto solo in una sosta dove erano presenti ben 4 chiodi a pressione ormai marci. Vorrei farvi notare che Stenghel ha piantato 4 chiodi a pressione non perché gli facesse fatica portarseli dietro ma perché su quella sosta e visto il tiro successivo si cacava in mano e visto che Stenghel fottendosene dell’etica ha piantato non 2 non 3 chiodi a pressione, bensì 4, allora io avendo 4 chiodi a pressione marci per respirare la stessa aria di Stenghel avrei dovuto piantare altri 2 chiodi a pressione nuovi fiammanti. Ergo, meglio uno spit.
Inoltre vi vorrei far notare che ora il tiro dei tetti, mancando di 3 o 4 pressione (non ricordo), si presenta abbastanza più ingaggioso di quando passò Stenghel, che, senza nulla togliere all’impresa, passò quasi tutto il tiro in artificiale sui pressione (nuovi).
Inoltre, e per finire, penso che l’analogia fatta con Fiore di corallo sia inappropriata date le peculiarità di Big bang (leggi roccia molto marcia) che non la porteranno mai ad essere rivalutata né in senso sportivo né in senso di classica alpinistica.

Giuliano Stenghel
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emanuele
Il tiro che precede i tetti è delicato, ma proteggibile con friend e chiodi (ne ho lasciato uno rosso verso la fine): sarà VI+ e con un po’ di “manetta” si supera, invece il tiro dei tre tetti con la partenza dalla sosta precaria su chiodi a pressione ossidati di dubbia tenuta è davvero “una sfida” anche perché non si capisce come il primo salitore possa aver trovato il modo di mettere il mega cuneo e il bong più sopra (che ora non c’è più perché nella cassa del mio materiale).
Io non la ripeterò perché non ho più lo slancio di anni fa, ma se dovessi cambiare idea andrei soprattutto per capire meglio la dinamica della prima salita.

Giorgio Travaglia
Il tiro dei tre tetti… su questo tiro secondo me e credo di poterlo affermare con una certa sicurezza, con il materiale giusto ovvero cunei di legno e bong da accoppiare con i cunei (o mega friend) si passa senza chiodi a pressione. Il primo sono riuscito ad evitarlo. Per dire che, essendo possibile passare anche senza i chiodi a pressione essendo dotati del giusto materiale, non vedo la necessità di ripiantarli.
Comunque in un tratto ci sono due buchi, uno appena superficiale e un altro profondo circa mezzo centimetro: segno che Stenghel o chi per esso ha provato a bucare senza successo. Poco dopo ci sono due chiodi a pressione che non sono stati piantati fino in fondo ma sporgono molto. Prima del primo chiodo a pressione dei due di fila c’è un buco dove invece sicuramente una volta ci fu un chiodo a pressione che ora non c’è più. La mancanza di quest’ultimo obbliga a prendere al volo con un cordino quello successivo.
La prima cosa che ho pensato vedendo queste cose è stata: Mi sa che Stenghel di pressione non se ne intendeva molto se ha fatto tutto ‘sto casino.

delendais_18
Mi sa che le nebbie intorno alla dinamica della prima salita sarà ben difficile che si diradino…

fasin
A uno che è in grado di fare vie come questa gli si può anche perdonare qualche svarione nei messaggi… tanto non conta niente saper scrivere in maniera corretta.

ciocco
Non ho né il level né il “pelo” per andare a ripetere questa via: però, per aggiungere “aggratis” un altro po’ di masturbazioni mentali (perché di questo in realtà si tratta), lasciare un chiodo in più e portarsi via il bong del primo salitore non è già un po’ snaturare la via?
Che poi questa cosa del portarsi via il materiale presente in parete proprio non la capisco e mi sa anche un po’ di mancanza di rispetto sempre che il chiodo lasciato sia nei paraggi di dove stava il bong (però Stenghel aveva lasciato il bong e non il chiodo…).

alberto60
Forse Stenghel aveva un tirvit per portarsi dietro il mega cuneo di legno.

delendais_18
Che cos’è un “tirvit”?

primularossa
Povero Stenghel, si prenderà anche un po’ del disonesto…

La parete del Dain di Pietramurata (Pian de la Paia): esattamente al centro si nota l’enorme diedro, tra sole e ombra, caratterizzato dai tre tetti consecutivi, direttiva della via Big bang
Pian de la Paja (Arco), via dell'Angelo
Intanto si chiarisce che il tirvit in realtà è un tirfort, un paranco.

alberto60
Perché disonesto? Anche i sacconi da big wall si parancano. Mica si portano su sulle spalle…

emanuele
Guarda che il bong non l’ho portato via come ricordo: è rimasto in mano al mio compagno che da secondo vi si era attaccato; il chiodo che ho piantato è rimasto in via perché il mio compagno non è riuscito a toglierlo senza dover rompere la fessura e comunque prima di parlare vai, ripeti la via e poi puoi pontificare…
Nella mia esperienza c’è sempre stato il rispetto sia dell’ambiente che degli alpinisti.

alberto60
Emanuele… lascia perdere!

francesco vinco
Condivido quanto dice delendais_18, ma ammetto che ognuno può vederla in modo diverso. Ma se andrò a farla… spero presto, certamente salirò come “io” saprò interpretarla e come meglio riterrò di proteggermi… spit sì o spit no.
E, sbilanciandomi, mi frega poco del giudizio di altri.

ciocco
Ecco… lo sapevo che Emanuele s’incazzava…
Al di là della battuta, nel tuo intervento precedente non si capiva che il bong si era rotto. Se ritieni che con le mie parole ti abbia offeso ti chiedo scusa.
Non era mia intenzione pontificare e, come ho premesso, non ho le qualità per andare a ripetere quella via.
Avevo anche scritto che si tratta di masturbazioni mentali perché alla fine quando si parla di etica ognuno ha la sua ed è sempre convinto che sia la più giusta.
Ti rinnovo le mie scuse, si è trattato solo di un’incomprensione tanto più che io leggo sempre interessato i tuoi interventi dai quali si deduce la tua grande esperienza alpinistica (so che questa può sembrare una sviolinata ma non lo è, non ho bisogno di leccare il culo a nessuno.
P.S. Se ogni volta prima di parlare bisogna fare allora prima di parlare di calcio ci vuole almeno una presenza in serie A e prima di parlare di politica bisogna aver svolto almeno un mandato in parlamento?

delendais_18
Ovvia, tutti bravi a ragionare, a profondere lodi agli apritori, a complimentarsi con i ripetitori, a biasimare gli “sfregiatori”, ma a questo punto s’impone un intervento dirimente di un impavido salitore in libera on sight, o no?

Giorgio Travaglia
Le prestazioni sportive lasciamole all’arrampicata sportiva.

Alison
Io l’ho salita un pochino di anni fa! Cosa ricordo? Di avere bestemmiato (ma mi capita spesso anche nei cantieri), di essermi cagato addosso (ma questo mi capita anche quando la tengo tanto in posti dove devo tenerla), e non ricordo di essere andato dalla Nadia (semplicemente perché allora lei non gestiva il bar)… Cosa altro ricordo? Che è una via come tante e come tante se vai a ripeterla sei solo un ripetitore che ha la fortuna di sapere che tipo di via è.
Adesso prima di ritrovarci tutti in Medale per guardarci negli occhi, io parlerei un po’ di… Continuate voi!

biruss
Ieri anche noi, Mirko Corn e Stefano Vulcan abbiamo ripetuto la mitica Big Bang, a noi è piaciuta molto, un concentrato di impegno (non è una via lunga) ma molto delicata, costretti a mantenere la concentrazione fino in fondo. Penso di aver fatto la prima salita in arrampicata libera come primo di cordata dei tre tetti (non usando il grande cuneo di legno finale), penso che le difficoltà si aggirino sul 6c (usando con le mani il cuneo) e sul 7a senza. Ma naturalmente l’impegno psicologico è più elevato vista la precarietà dei chiodi. Consiglio a chi vuole ripeterla preventivando una caduta almeno il n° 6 BD visto che noi avevamo solo il n° 4 ed è stato inutilizzato. Via maschia!

undertaker777
Ma sei sicuro che non ci sia passato qualche mostro prima di te? Ho dei grossi dubbi che nessun big, di passaggio per Arco, non ci abbia fatto un giro (tentando la libera).
Noi eravamo mezze tacche e l’abbiamo salita in A0, ma credo che per gente del calibro di Manolo, che in Sarca era di casa, non sia proprio una via al limite, anzi ci avrà passeggiato.
Anche sulla ventina di ripetizioni di un commento precedente… ormai ha 40 anni anche quella via, e qualche ripetizione all’anno mi pare naturale che l’abbia… quindi 40 x n volte…

onoff
Nel 2013, un 7a, prima libera, congratulazioni!

primularossa
Complimenti… con quella chiodatura… non è da tutti!

biruss
Ola, non volevo fare il fenomeno, ma dare indicazioni utili, visto che Manolo non l’ha neanche ripetuta. Non buttatevi giù dandovi delle mezze tacche, quelli forti ci sono in tutti gli sport, ma già poter scalare, grado a parte, è una bella fortuna.

undertaker777
Da come l’ho vista io vent’anni fa, era un grosso pericolo per noi, senza materiale adatto per proteggerci, ma soprattutto eravamo scarsi. Secondo me, per top climber ben attrezzati, e per certo da quelle parti ne passano un sacco, è una vietta di 150 metri adatta a scaldarsi…
Se io e il mio socio ci siamo infilati su quella, perché sulla Levis che volevamo provare c’erano altre cordate, per logica credo che per gente tipo un Rolando Larcher faccia uguale… e di certo senza appendersi o trazionare. Non credo che poi vadano di corsa al bar a cercare il quaderno delle salite, per timbrare il cartellino… Mi sbaglierò…

 

Il thread è così giunto all’aprile 2013. Ma è solo qualche giorno fa che Giuliano Stenghel mi ha scritto pubblicamente:
Ciao Alessandro,
sul forum di Planetmountain ho letto delle esternazioni – di tutto e di più – a riguardo della via Big bang aperta con Alessandro Baldessarini (Baldix) nella primavera del 1980 sul Piccolo Dain di Pietramurata (Pian della Paia).
Vorrei approfittare del tuo blog per raccontare… esprimere, esporre con chiarezza la storia di una delle salite più impegnative (almeno per quegli anni) della valle del Sarca.
Per caso ho letto, proprio sul forum, che i chiodi a pressione sui tetti della
Big bang sono usciti durante la nostra prima salita. Non è assolutamente vero: i tetti li abbiamo superati traversando in parete e anche con l’aiuto di qualche chiodo a pressione piantato fino a metà a causa della punta del punteruolo storta (persino in quelli di sosta sotto gli strapiombi non sono riuscito a fare i buchi per la loro lunghezza). Ammetto anche di non aver mai avuto dimestichezza con chiodi a pressione (in tutta la mia carriera alpinistica, ne ho usati una decina circa).

Dalla guida Vie di roccia e Grotte dell’Alto Garda, il disegno che descrive le vie Big bang e Cesare Levis al Dain di Pietramurata
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In questo momento mi è impossibile ricordare perfettamente quanti ne ho messi sulla
Big bang, probabilmente l’ho scritto sulla relazione nella prima guida d’arrampicata della valle del Sarca (qui Stenghel si riferisce a Vie di roccia e Grotte dell’Alto Garda, edizioni Emanuelli, 1983, dove riferisce di aver usato 8 chiodi, tutti lasciati, senza far riferimento a chiodi a pressione se non per la sosta sotto ai tre tetti, ma accennando a “bongs” usati – NdR) che, purtroppo, non trovo più. Chiodi comunque che mi hanno permesso di proseguire e sui quali sono saliti anche il mio secondo e anche i primi ripetitori: Renzo Vettori e compagni (ho visto una sua diapositiva proprio sui tetti e se vado in cantina dovrei averne anch’io). Successivamente qualcun altro mi ha testimoniato di aver ripetuto la Big bang approfittando proprio dei miei, seppur insicuri, chiodini.
Sono passati oltre trent’anni e forse, a causa di qualche caduta, alcuni di questi hanno ceduto! Si sa che ciò può accadere. Mi dispiace alquanto venire a conoscenza che ci sia stata una vittima.
Vorrei anche approfittare dell’occasione per palesare che il tiro più duro della
Big bang non è stato quello dei tetti, bensì quello sottostante, che ho superato con una sola protezione e con l’inconveniente di un masso che mi è franato addosso venti metri sopra la sosta e senza una protezione tra me e il mio compagno che ha rischiato una brutta fine…
Ritornando a ciò che ho letto sul forum: non sono assolutamente contrario che i chiodi a pressione attualmente mancanti vengano ripristinati con degli spit, anzi sarebbe un peccato che la via non venisse più ripetuta per questo motivo. Non dimentichiamoci però che i vecchi chiodi erano pochi e mi trovo d’accordo purché vengano sostituiti solo quelli mancanti.
Su quasi tutte le vie che ho aperto sui Colodri hanno strappato i nostri chiodi – usati da centinaia di cordate per oltre un decennio – per sostituirli con degli spit, messi dall’alto con un comodo trapano. Così facendo si è voluto cancellare la storia, l’arte e la fatica di chi per primo si è avventurato con mezzi tradizionali su quella parete. E tutto in nome della sicurezza. A mio parere i quadri degli altri, proprio per ciò che rappresentano, bisogna lasciarli stare!Concludo con una considerazione: “E’ impossibile fare dell’alpinismo senza rischio!”.

E subito dopo aggiunge: “Comunque nell’apertura di una via il mio maggior problema era salire metro dopo metro, con l’incognita di appendermi a volte persino su chiodi che entravano qualche centimetro. Se poi rimangono in mano a qualcuno non so cosa farci. Se avessi voluto aprire vie sicure avrei usato il trapano, ma non era nel mio stile”.