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In su e in sé, parte 2

Intervista ad Alessandro Gogna (seconda parte) tratta da In su e in séalpinismo e psicologia, Priuli&Verlucca, 2007
a cura di Giuseppe Saglio e Cinzia Zola

Gli anni Settanta, anni della formazione per la nostra generazione, sono stati particolarmente intensi, belli e tormentati. In un certo senso si era costretti, se si volevano vivere e capire gli eventi, a starci dentro in modo vitale, si era “costretti” ad abbracciare una serie di contraddizioni. Tu hai sempre fatto delle immersioni in questi ambiti, offrendo la tua esperienza anche in modo generoso. Ne è prova il diario del K2 o la trasposizione narrativo/analitica di Rock Story.
Sì, sono narrazioni che si collocano fuori dai racconti dell’esperienza alpinistica. L’alpinismo, in questo senso, è visto in maniera diversa: la visione alpinistica non è più quella canonica, in senso stretto. Ciascuno di noi deve cercare la propria strada. Questo, secondo me, è essenziale.
Kukuczka, ad un certo punto della sua vita, si è trovato in un vicolo chiuso. Non vedeva più la sua direzione. Probabilmente aveva sbagliato qualcosa prima. Tornare indietro era impossibile. La sua strada, quella vera, non era più percorribile. E’ stato un pericolo enorme. Che ho corso anch’io. Ma che, pur oscuramente, ho sempre cercato di evitare. Anche se, allora, non avevo le idee chiare. Sentivo di avere l’esigenza di trovare una storia mia.
Il concetto di limite, di cui abbiamo parlato prima, può essere interpretato anche in un altro modo. Invece di limite, che è un po’ il bicchiere mezzo vuoto, potremmo parlare di quanto mi possa interessare una prospettiva  o di quanto non mi interessi. Quanto possa essere veramente la mia strada e quanto non lo sia (bicchiere mezzo pieno).
La mia strada, fino a quel momento degli anni ‘70, ha attraversato il discorso “imprese”. In quell’ambito mi riconoscevo e dicevo: è ciò che voglio fare. Oltre, ci sarebbe stato un mondo estraneo. Puoi chiamarlo limite, ma il limite resta una cosa negativa. E’ un concetto di negazione. Invece lo vorrei considerare anche in termini positivi. La stessa cosa è dire: «Perché non sono andato a fare ciò che pensavi io potessi fare?» Perché non era la mia strada. Non ha a che fare con il destino. E’ diverso.
Destino è ciò che “era scritto” e che non è stato fatto, per vari motivi. Il mio destino è quello che mi sono scelto e che sentivo, in quel momento, far parte della mia evoluzione esistenziale.

Con mia madre Fiammetta
A. Gogna e la madre Fiammetta Amej Gogna, bagni Monumento di Genova, 1948 (?). Foto: S. Del BoccioDa una parte, un movimento verso la propria autenticità, pur senza poterla mai raggiungere. Dall’altra, uno scostamento da una certa uniformità.
Mi sono trovato di fronte a mio padre che mi diceva: «E’ vero che, quando sarai grande, rileverai la mia ditta e farai ciò che adesso faccio io?» Io, bambino, rispondevo: «Sì, sì certo! Certo, papà». Poi, crescendo, ho capito che mai avrei fatto così. Perché non mi piaceva. Perché non era la mia strada. Non ho mai avuto il minimo dubbio. Però ho dovuto combattere.
Parlavi prima di ribellione. La ribellione di dire: «Vado in montagna, faccio cose di un certo tipo, quando la maggior parte degli altri non le fa. E’ già una ribellione. Poi mi è stato detto: «Devi continuare a fare grandi imprese!» «Eh no, le faccio quando voglio io, non quando volete voi!» Ecco dov’è la seconda ribellione. Vado a cercarmi le mie cose. E mi invento Rock Story. E mi invento la mia ricerca personale e mi invento tutto un subbuglio che conosco solo io. Verso quello che tu chiami autenticità e io, in termini di Psicologia Analitica, chiamo individuazione. Il riconoscimento del proprio Sé. Che è fonte anche di infelicità. Non mi sono mai pentito però delle mie scelte, quelle importanti. Errori ne ho fatti tanti.
La ricerca resta il mio vero obiettivo. Se mi avvicinerò, anche solo in parte, potrà essere notato e riconosciuto dalle persone che mi sono vicine. Potrà essere un esempio per le mie figlie.
Un alpinismo di ricerca è una definizione che ha molto senso, per me, ancora oggi. Anche se di alpinismo ne faccio un po’ meno. Però la ricerca è rimasta.

Giusto Gervasutti
Insueinsé-giustoIn Rock Story, il protagonista diceva: «A me non me ne frega niente delle cime». Affermazione che rifiuta l’enfasi per la conquista e che valorizza il “tramite”, la ricerca in corso, non considerando la vetta come una conclusione o come un punto di arrivo.
E’ un’affermazione valida nel contesto in cui è stata detta, in un certo periodo storico. Già nelle parole “non me ne frega niente” è riconoscibile, comunque, la conferma di una posizione contraria. Lo dici, perché stai combattendo con queste tematiche. Perché c’è un alpinismo tutto teso verso le vette. Invece le nuove tendenze individuavano altro da fare.
Personalmente, ritengo estremamente importante la cima, comunque e sempre. E’ un elemento di cui non si può fare a meno. Bisogna sempre avere un obiettivo. Senza obiettivo non si va lontano.

La cima potrebbe essere assimilata però a una “meta fittizia”. Si tende a quella meta pur sapendo che non sarà mai raggiunta, perché mutevole; in trasformazione come il percorso che ci riguarda e che ci separa dal nostro obiettivo. Il percorso la cambierà, ma la meta resterà sempre davanti a noi. Origine e senso di ogni dinamismo. La cima quando viene raggiunta rivela di non essere la fine, se non quando rappresenta la morte.
Il vero pericolo consiste nel considerare la meta alpinistica come se fosse la “meta”. Chi arriva su una cima può essere felice, però se ha dentro il fuoco che lo brucia, dopo pochi minuti penserà già a ciò che verrà dopo. Se poi parliamo dei livelli alti (Kukuzcka o Gervasutti) sono molte, alla fine, le evidenze. L’insoddisfazione, in quei casi, era veramente plateale.

Pensi che possa essere successo per un processo di “materializzazione” della cima?
Eh, sì! Sembrava loro che fosse veramente l’obiettivo. Dopo il quale ci sarebbe stata soltanto la felicità. E invece non è così. Per cui, delusione! Improvvisamente ti rendi conto che le fatiche che hai fatto…il mondo le sta riconoscendo, però a te cosa rimane? Non hai raggiunto ciò a cui aspiravi…non l’hai raggiunto affatto.

Renato Casarotto
Insueinsé-Renato1Hai scritto: «Mentre l’onda impietosa distrugge i castelli a noi bimbi, invece che contemplare con orrore l’acqua spumeggiante faremmo meglio a guardare gli occhi divertiti di nostra madre». Una consapevolezza che corrisponde a una cima raggiunta.
Non ricordo se sia realmente avvenuto. Ho voluto descrivere la sensazione orribile del bambino che, disperato per una sua tragedia, trova l’adulto che la giudica, invece, un’inezia.

Il bambino volge lo sguardo alla madre e ne coglie l’espressione divertita e benevola. In quel momento apprende come regolarsi nei confronti del mondo. Deve assorbire e fare proprio quello sguardo divertito. In quel momento imparerà e incomincerà a diventare adulto.
Attraverso la sofferenza, però. Invece di trovare una madre che piange, trova una madre che sorride. D’altra parte la madre può aiutare il figlio solo in questo modo. E crescere significa anche saper volgere lo sguardo altrove, saper spostare i propri interessi.

Potremmo dire che questo è uno dei risultati della tua ricerca?
Non so se è un risultato o se è un elemento che ha contribuito ad una successiva ricerca.

Negli occhi di quel bambino indubbiamente c’è il bambino. Ma c’è, in quegli stessi occhi, anche l’adulto che si riconosce in quel bambino e si rimette un po’ in quella parte. Però il suo sguardo è diverso ora… Assume un’espressione benevola verso se stesso, benevola come quella della madre.
Sì, è per questo motivo che ne ho parlato. Anche se La parete e Rock Story probabilmente non sono mai stati sufficientemente capiti.

D’altra parte sono legati ad una dimensione intrapsichica che resta, in genere, esclusa dalla letteratura alpinistica. Sono dinamiche per lo più negate e nascoste da chi arrampica. Tu le hai sempre molto trattate, ma sembrano essere per lo più rifiutate. L’alpinismo non le vuole. Pare non averne bisogno ed è un paradosso!
Dovremmo pensare al mondo alpinistico come ad un bambino che gioca e dovremmo mettergli lì una madre che ride, mentre lo guarda…Non credi che possa servire?

Fine

postato il 19 ottobre 2014

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In su e in sé, parte 1

Intervista ad Alessandro Gogna (prima parte) tratta da In su e in séalpinismo e psicologia, Priuli&Verlucca, 2007
a cura di Giuseppe Saglio e Cinzia Zola

L’alpinismo è sempre stato fatto di imprese e di sogni. Di limiti oggettivi e soggettivi da superare o da negare…
Nei decenni passati i media avevano occupato spazi dell’ambito alpinistico, con il bisogno di superare o di negare i limiti individuali attraverso le spinte della spettacolarizzazione di ogni evento. Si cercava di spingere più avanti, tramite l’altro, il limite personale.
Ricordo che Emanuele Cassarà, in quegli anni, era quasi risentito con me perché avevo trovato il mio limite. Una situazione analoga mi era capitata con Ambrogio Fogar. Mi aveva invitato più volte alla sua trasmissione televisiva. Ci eravamo incontrati anche in altre occasioni, alle conferenze di Messner, e lui mi ripeteva sempre le stesse parole: «Eh certo, Gogna, tu mi stupisci veramente! Perché ad un certo punto della tua carriera non sei andato avanti? E’ come se ti fossi fermato. Potresti anche adesso fare delle cose che, comunque, continui a non fare. Che cosa te lo impedisce?» Io lo guardavo e rispondevo: «Sai, ognuno ha il proprio destino. Io sto bene così! Non è che, non avendo fatto questo o quest’altro, sto male». E lui mi diceva, allora: «Eh sì, però sto male io!» Più chiaro di così…

Hermann Buhl
Insueinsé-HB-9Penso al riconoscimento del limite come riconoscimento di sé. Ciò che sta oltre la vetta. E poi c’è l’obiettivo mai raggiunto, il senso di incompiuto, la finitezza del confine, l’insoddisfazione che resta – come diceva Gervasutti…La consapevolezza del limite si può avere in tanti modi. Sentirsi fermati da qualcosa di più forte, come la natura… Dopo di che non dico che siano state soddisfatte molte delle pulsioni che possono esserci dietro, ma qualcosa comunque è stato raggiunto. E’ stato raggiunto il limite e l’individuo si riconosce in questo; non vuole superarlo e quindi si ferma. A volte cambia sport, cambia attività. Si dà alla vela. Succede… Scopre improvvisamente che ci sono altri mondi…
Poi c’è la scoperta del limite attraverso la conoscenza. Ci si trova, improvvisamente, in un mondo che non è conosciuto. E cioè il mondo di tutte le cose che ci portiamo dentro. A vari stadi, a vari livelli. Io ho fatto un’analisi e ho conosciuto la psicologia junghiana. Di Adler so poco, ma qualcosa so.
Scoprire i propri limiti – punto e basta – può essere utile per la salvezza della persona fisica. Non credo possa essere utile da un punto di vista formativo. Scoprire i propri limiti invece nell’ambito di una ricerca interiore, ci porta di fronte a qualcosa che è dentro di noi e che non è propriamente “volontà”. Ci si trova in un mondo più grande, in una dimensione diversa. E questa dimensione è quella del proprio inconscio. Allora si guarda tutto ciò che accade intorno con criteri di valutazione che non sono solamente pratici, semplici o concreti (anche se questi sono, ovviamente, presenti), ma non sono neppure “psicologizzati”.
Se ho consapevolezza del limite in questo ambiente, posso avere la speranza che succeda qualcosa di positivo. Di fronte a certi sogni, ci si sveglia con la coscienza di aver vissuto qualcosa di veramente grande, non per merito, ma perché questo mondo intorno ci è stato aperto. Non solo. Diventa possibile anche intervenire, mettendo un piede qui e un piede là. A poco a poco, ci si avvicina a meccanismi interpretativi, a volte infiniti, ma comunque sempre importanti. Il fatto che ci sia un limite diventa, allora, assolutamente trascurabile. Diventa uno dei tanti limiti che abbiamo. In fin dei conti è una finzione anche quella.
Il vero limite è un altro. Non è circoscritto in un ambito di “gioco”, di “questo non lo so fare”. Da solo, in cima all’Everest senza ossigeno, non ci andrò, questo è sicuro. Non perché non ho più l’età, ma perché non l’avrei fatto neanche vent’anni fa. Perché è così! Oppure l’avrei fatto solo in determinate condizioni… Forse avrei potuto anche farlo, ma certamente non ho voluto. Questo è il limite di un gioco, nell’ambito di alcune regole ben precise.
Ecco perché il discorso dell’alpinismo può essere cacciato fuori dalla finestra: perché si riconosce che non è importante. Però poi ritorna. E’, in effetti, un meccanismo di ascesi, di chiara e lampante verità.
Nel momento in cui riesco a ritornare in montagna, senza idee di record, di cronometrare i tempi, senza l’idea di scrivere una guida, ma solo per andare così e basta… allora questa è una fotografia vera, vicina alla verità. Posso fare la stessa cosa sedendo anche qui, sotto un albero, in posizione yoga, aspettando che mi arrivi l’illuminazione… però non è nei criteri occidentali. Oggi, qui, bisogna fare qualcosa. Dobbiamo toglierci dalla città, dove c’è un sacco di violenza. La gente è come in trappola, perciò andare via, ogni tanto, è necessario.

Il riconoscimento dei limiti, e quindi anche di un senso lato di inferiorità, porta al bisogno di salire e di andare oltre l’umano. La conoscenza vera corrisponde a riconoscersi in una dimensione umana.
E’ un po’ la storia del puer aeternus. Sono molto contento che siano finite, da parte della stampa, le pressioni nei confronti dell’alpinismo. Dopo l’orgia degli anni Sessanta e Settanta fino a metà degli anni Ottanta, con la chiusura dei quattordici Ottomila di Messner, tutto è rientrato nell’ordine solito delle cose. Non si parla più di exploit o di salite. Di invernali o di solitarie. Sono contento: era solo una forzatura. Uno come Jerzy Kukuczka è morto perché, veramente, non aveva visto i suoi limiti: voleva andare ancora oltre. Si è trovato di fronte alla Sud del Lhotse. Eterno “secondo”, dietro a Reinhold Messner. Doveva fare qualcosa di più!
La sua immaturità, fin quando è stata fresca e genuina (l’immaturità del puer), gli è stata utile. Poi seviziata dalle vicende quotidiane: “tirare la carretta”, mantenere la famiglia, arrabattarsi. Per un polacco, figuriamoci! Per un polacco che non lavorava! Già quelli che lavoravano sono dei poveretti.
Kukuczka era uno “alla fame”. Come Hermann Buhl. Un disadattato. Usiamo pure le parole secondo il loro significato. Con tutto il bene che volevo a Kukuczka!
Per questo è andato a morire sulla Sud del Lhotse. Ovviamente l’incidente c’è sempre. Però era anche spinto da chi gli aveva fatto dei contratti e gli aveva detto: «Tu sei Kukuczka. Sei un grande alpinista! Usa la nostra roba. Noi ti facciamo pubblicità, ti diamo qualche lira. Neanche tante. Tu fai le tue spedizioni, e andiamo avanti così per tre anni». Nessuno ha colpa. Sono felice, comunque, che non si possa più vivere di sponsorizzazioni. Sì, si può vivacchiare un po’, ma non più a livelli alti.
Renato Casarotto ha fatto la stessa fine. Sponsorizzato e sfortunato: spinto a fare determinate imprese, sovrumane, senza più quella forza che lo sorreggeva all’inizio. Ciò che rimane oggi dell’alpinismo, è un fatto più personale. Se volontà di potenza ci deve essere, che sia mia e basta! Non mia, perché qualcuno mi costringe a fare!
Quando non avevo chiarezza di queste cose, mi stupivo moltissimo di una nazione come la Svizzera, che ha tanti alpinisti così bravi, come Loretan e Troillet. Gente fortissima con la montagna nel sangue. Apre la porta di casa e va… Mi stupivo che non avessero mai prodotto fenomeni alla Bonatti o alla Messner, nomi grossi, alpinisti da grandi imprese. Gli svizzeri, invece, sono rimasti sempre molto appartati: i loro protagonisti non sono mai stati messi in luce. Attribuiscono importanza all’andare in montagna, non all’eroismo…
Oggi io sono in grado di capire. L’alpinismo deve essere così! Un fatto individuale, tra amici. Ci deve essere passione, gioia nell’arrampicare, anche volontà. Però tutto deve restare contenuto in un modulo personale.
Nelle disgrazie degli ultimi decenni, invece, è contenuta la corsa alla vetta. Sul K2 nel 1986 e anche nel 1996. Gente che andava in cima approfittando delle tracce degli altri, dei campi degli altri, sorpassandosi, scavalcandosi, calpestandosi. Per che cosa? Non si capisce. Che esperienza poteva essere quella…? Non ho mai colto il senso di accalcarsi tutti insieme su uno stesso obiettivo. E poi la montagna, soprattutto, finiva in secondo piano. Quando la competizione assume questa importanza esagerata, la corsa alla vetta diventa la cosa più importante e la montagna diventa soltanto uno sfondo, un palcoscenico. E’ allora che diventiamo più esposti. Nel nostro interno si crea una defaillance, un’esposizione pressoché totale al pericolo. Così sono nati i problemi nel 1986 sul K2.
C’è sempre la morte a far da sfondo: la morte è sempre la prova di tutto. Non abbiamo altra meta: si tratta di come arrivarci. Se arrivarci come bambini o come adulti; se arrivarci avendo sofferto come bestie o dopo una vita serena. Di scelte ne abbiamo tante. Qualunque disgrazia in montagna ha una o più motivazioni profonde.
La volontà di potenza o il sentimento di auto-affermazione sono stati i fattori più importanti negli ultimi decenni. Prima era diverso: ci si trovava famosi in quanto veramente bravi e non c’era la corsa a diventare famosi.
La leggenda! L’alpinismo è parecchio leggenda. Mi preoccupava che lo stesse diventando sempre meno.
Non si può nemmeno parlare di alpinismo in termini di confronto sportivo. Perché le condizioni cambiano. Non cambiano solo gli alpinisti. Cambia il tempo, cambia la natura. Allora cosa pretendi? Come può l’alpinismo essere uno sport con tutte quelle convenzioni precise? E’ impossibile! Non si può neppure fare la storia di queste cose. I paragoni, poi! Non avrai mai la classifica! E’ assurdo parlare di classifica. Eppure c’è chi rifiuta tutto questo e vuole continuare nella finzione: i giornalisti sportivi… Sanno perfettamente che c’è chi va a tremila metri, si fa prendere il sangue e poi lo usa il giorno della gara. Si fanno le gare con il sangue rifatto. L’alpinismo deve restare un gioco e c’è chi sta barando… Allora è importante poter dire: questo non mi interessa più, voglio andare a fare le cose per conto mio.

Jerzy Kukuczka
Insueinsé-kukuczka191Quando è iniziato quell’alpinismo di ricerca di cui sei stato un grande protagonista e innovatore?
Quando abbiamo fatto la Nord-est del Badile nel ’67-’68. Eravamo tre Italiani con tre svizzeri famosi, incontrati per caso. Mentre arrampicavamo, ci siamo accorti che stava capitando qualcosa… elicotteri che giravano… Mai avremmo pensato che, senza aver informato la stampa, senza essere conosciuti, saremmo improvvisamente schizzati alla ribalta. Mai era successo prima. Un interesse collettivo di amore. Una cosa incredibile! Veramente magica. Prima, l’interesse era focalizzato solo sulle grandi imprese e sui grandi personaggi come Maestri e Bonatti, molto carismatici. Al di là di loro, non si andava. Con noi, hanno ritrovato dei protagonisti nuovi e da lì è nato tutto il resto…

Partendo da Un alpinismo di ricerca sei arrivato a La parete, il tuo lavoro più rappresentativo in questo senso. Per certi versi riconducibile a tre elementi principali: l’ambiente naturale, l’ambito sociale e la dimensione individuale. L’alpinismo di ricerca – potremmo dire – è iniziato con La parete. In particolare per quelle esperienze che hanno poi costituito, per te, una svolta. Mi riferisco all’Annapurna, al Lhotse e al K2. Ma comprendendo anche le vicende che si ritrovano in Rock Story: il “Nuovo Mattino”, l’alpinismo degli anni Settanta. Momenti cruciali che hanno dato forma a quello che è uno stile alpinistico, ma anche uno stile di vita.
Hai scritto che, attraverso l’alpinismo, si possono conoscere tutte le componenti che appartengono a quel fluire naturale degli eventi che costituisce il nostro destino. Riconoscendo però che l’ “alpinismo sociale” poteva anche essere una fuga dalla ricerca di sé.
L’alpinismo sociale per quanto mi riguarda è stato un periodo successivo a quello delle grandi conquiste, raccontate in Un alpinismo di ricerca. Possiamo definirlo periodo delle conquiste, in quanto sono stati gli anni in cui ho fatto le cose più importanti.
Nel mio cammino di montagna, fare le conquiste, le imprese, ha mantenuto un carattere di individualità. Al massimo divisa con un compagno, ma comunque sempre nella prospettiva individuale. Per un complesso di ragioni. Se vuoi, anche di crisi. Sono emersi aspetti che prima non vedevo e che ho un po’ tradotto, con un termine non mio, con alpinismo sociale. Improvvisamente ho capito di essere troppo individualista: intorno a me c’era una realtà che avevo tralasciato e dalla quale, più o meno volutamente, mi ero estraniato. Potrei dire una realtà non solo del sociale, ma anche degli affetti, di tutte le persone che avevo vicino. Ho vissuto nel mio mondo per un po’ di anni. Un sociale che si era cristallizzato su idee marxiste. Appena sfiorate, però. Ci credevo e le ritenevo interessanti, importanti: mi avevano colpito. Un’altra manifestazione dell’alpinismo sociale, seppur diversa, è l’attività svolta dal Club Alpino Italiano. In quanto club, è sociale per definizione. Organizza corsi, promuove una serie di attività tecniche, culturali che poi vengono spese sotto il nome di formazione, di diffusione della cultura alpinistico-montana, di salvaguardia, ecc. Non ho mai operato in associazioni di questo tipo, se non marginalmente: non mi andava di lavorare, più di tanto, con gli altri.
Quindi, da una parte l’alpinismo di conquista individuale e, dall’altra, la presa di coscienza del sociale mi hanno portato, insieme, a superare un gradino. Parliamo di evoluzione quasi dialettica alla Hegel. Cioè tesi/antitesi/sintesi. Sintesi che poi diventerà tesi o antitesi, e che verrà quindi ancora messa in discussione in un secondo tempo.
Le cose cambiano, per fortuna. Altrimenti tutto rimarrebbe fermo e sarebbe noiosissimo. La sintesi è diventata una tesi e mi sono reso conto che non bastava ancora. Oltre, c’era la ricerca individuale nell’ambito della propria sfera interiore: parliamo di inconscio, di analisi. Cose venute dopo. E’ stato un passaggio epocale per me. Trovarmi in un altro mondo, assolutamente affascinante, completamente sconosciuto.
La sintesi che poteva esserci stata prima è diventata immediatamente una tesi, che avrebbe avuto bisogno, a sua volta, di un’antitesi. Il mio rifugiarmi nella ricerca interiore era diventata la cosa più importante. Non era più la ricerca della “prima” o dell’impresa. E’ stato un salto notevole che però doveva essere bilanciato, per non correre il rischio di un altro, diverso, straniamento.
In quegli anni è stata fondata l’associazione Mountain Wilderness: mi sono impegnato. Abbiamo preso coscienza in molti di quel che era stato fatto all’ambiente. Il settore delle mie attività di pensiero “ambientale” ha fronteggiato e fatto da contraltare al mio impegno di ricerca interiore. E ora, sono ancora lì. Cerco di conciliare tutte queste diverse esigenze, comunicazioni, lettere, parole come una massa di informazioni da scartare o da far confluire in qualcosa. Che possiamo dipingere come la continua evoluzione di mondo interiore e di mondo esteriore, secondo un rapporto diverso e mutevole. Questa è stata l’evoluzione. Molto difficile, d’altra parte.
Nel 2003 ho diretto un confronto, in internet, che si chiamava Controscuola. Una specie di forum per trattare temi relativi alla montagna. Anche realtà individuali, problemi di crescita e di sviluppo interiore. L’esperimento è andato avanti sei o sette mesi, poi l’ho dovuto interrompere. Purtroppo qualcuno partecipava e più o meno inconsapevolmente ne alterava il significato. In un primo momento non mi sono sentito di intervenire d’autorità, pur essendone stato l’ideatore, ma ho ripetuto per un po’ di tempo: «Così non va, questa non può essere una ricerca della verità, stiamo dilaniandoci su cose che sono solo personali. E non può essere un motivo di interesse comune». Ho scritto poi una lettera a tutti quanti chiedendo di sospendere. Questo esperimento mi ha deluso, però faceva parte del sociale. Ho capito un’altra volta che la propria ricerca bisogna farsela da soli.

continua

postato il 18 ottobre 2014

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Relazione analitica di tre convegni dell’Alpinismo Giovanile

Il 22 febbraio 2014, a Lecco, la Commissione Regionale Lombarda di Alpinismo Giovanile, in collaborazione con la Sezione CAI di Lecco “R. CASSIN”, organizza il quarto incontro degli Accompagnatori di Alpinismo Giovanile dei CAI di Lombardia. Il tema di quest’anno è: Passione montagnAGiovani.
Come ricapitolazione generale del lavoro degli anni precedenti, ecco di seguito la

SINTESI DEI CONVEGNI DELL’ALPINISMO GIOVANILE SVOLTI NEL TRIENNIO 2011-2013
a cura di Carlo Plaino

Fra il 2011, il 2012 ed il 2013 si sono svolti tre convegni Regionali dell’Alpinismo Giovanile (AG) che hanno voluto affrontare tematiche rilevanti come il gruppo, la coesione e la partecipazione nonché l’ampliamento delle competenze della figura dell’Accompagnatore di Alpinismo Giovanile (AAG).

2011. IO, TU, NOI, VOI e il gruppo – Lavoro di gruppo o lavorare in gruppo
Il primo convegno del 2011, ha voluto ribadire l’importanza della condivisione educativa e della collaborazione all’interno del gruppo degli Accompagnatori prendendo in esame il funzionamento del gruppo degli Accompagnatori stessi all’interno delle diverse Sezioni regionali per evidenziarne i punti di forza/debolezza e le vie di miglioramento e sviluppo. Partendo da come è definito il gruppo all’interno del Progetto Educativo “Il Gruppo, come nucleo sociale, è il campo di azione per l’attività educativa; le dinamiche che vi interagiscono devono orientare le aspirazioni del giovane verso una vita autentica attraverso un genuino contatto con la natura”, si è passati ad osservare cosa è opportuno monitorare all’interno di un gruppo per il suo corretto funzionamento (la comunicazione e la partecipazione, il processo decisionale, i conflitti, la leadership, obiettivi e ruoli, le regole del gruppo, le modalità di problem-solving, il clima).

RelazioneAnaliticaTreConvegni-accompagnatori-04

Gli obiettivi che l’Accompagnatore deve porsi verso i giovani nello sviluppo del proprio lavoro sono: crescita umana del giovane tramite il contatto con l’ambiente montano e l’esperienza di gruppo, formazione culturale di base, cognizioni tecniche di base per la sicurezza, ampiezza delle proposte per una scelta consapevole, opportunità formative per aiutare il giovane nella propria ricerca dell’autonomia sia come uomo sia come alpinista.

Ribadendo quindi questi principi, cui il Progetto Educativo si ispira per la figura dell’Accompagnatore, si sono individuate le difficoltà che sono risultate nella relazione con i giovani:
– Motivare i ragazzi ed interessarli;
– Mantenere la comunicazione sui temi pertinenti all’ambiente o al target dell’escursione;
– Quando la montagna a volte viene vissuta non per il suo valore ma come una pausa tra una attività e l’altra;
– Concordare regole di comportamento comuni valide per tutto il gruppo;
– Difficoltà ad accettare i ragazzi problematici senza handicap evidenti;
– Difficoltà di comunicazione tra accompagnatori o comunicazione mal funzionante;
– Difficoltà di ascolto legata ad una visione dell’adulto considerato come un pari;
– Predisposizione degli accompagnatori a rapportarsi in modo privilegiato alle tre fasce di età.

Abbiamo quindi evidenziato quali attività possano inficiare e ostacolare il compito e la vita del gruppo:
1. Criticare in modo distruttivo;
2. Disapprovare o sminuire l’operato degli altri;
3. Utilizzare l’ostruzionismo;
4. Assumere posizioni di totale disaccordo;
5. Dominare;
6. Non mettere in discussione le proprie posizioni;
7. Ricercare l’attenzione esibendo qualità personali;
8. Usare il rapporto personale o il ruolo per costringere ad appoggiare le proprie idee.

Per concludere questo primo convegno, abbiamo osservato come l’autorevolezza vista come giusto equilibrio fra la direttività ed il supporto possa essere una via per mantenere e migliorare il funzionamento del gruppo e la relazione con il giovane, individuando quattro profili tipo che scaturiscono proprio dai livelli di supporto e direttività che vengono messi in atto:
Alta direttività+alto supporto= la GUIDA;
Alta direttività+basso supporto= il CAPITANO;
Bassa direttività+alto supporto= l’EMPATICO;
Bassa direttività+basso supporto= il DELEGANTE

RelazioneAnaliticaTreConvegni-accompagnatore-alpinismogiovanile

2012. Il GRUPPO è un progetto aperto: a più voci, a più mani
Il secondo convegno del 2012 ha voluto, prendendo in esame l’esperienza dell’anello del Bernina, osservare le best practice messe in atto dagli Accompagnatori. Attraverso quindi la visione dei filmati selezionati dell’intera settimana, i sottogruppi di lavoro hanno preso in esame che cosa vedevano fare di corretto e di positivo dall’Accompagnatore evidenziando una serie di caratteristiche che sono di seguito elencate verso le quali ogni Accompagnatore dovrebbe orientarsi per svolgere al meglio il suo “mestiere”:
– Accompagnatore sullo stesso piano dei ragazzi;
– Ammissione di colpa più correzione da parte dell’Accompagnatore;
– Calarsi nei panni dei ragazzi con “io farei”;
– Capacità di dare input ai ragazzi e dargli un ruolo attivo;
– Chiarezza e semplicità del linguaggio che contrasto con la complessità quotidiana;
– Clima rilassato;
– Coinvolgimento attivo dei ragazzi;
– Competenza/conoscenza/esperienza;
– Concretezza;
– Condivisione di gruppo;
– Confronto fra pari;
– Conoscenza fra i ragazzi soprattutto con chi non si conosce semplice e diretta ricordando un particolare;
– Conoscenza tecnica/oggettiva dell’accompagnatore;
– Creazione del gruppo e relazione umana;
– Fare gruppo;
– Fiducia verso gli accompagnatori;
– Fornisce informazioni rilevanti;
– Fornisce precisazioni sul comportamento corretto senza dilungarsi;
– Imparare facendo con i ragazzi;
– Indicazioni precise;
– Infonde fiducia negli operatori;
– L’accompagnatore come strumento del progetto educativo;
– La tendenza dei giovani a trovare soluzioni più brevi ed indolori;
– Lasciare liberi i ragazzi e fornire coordinamento come accompagnatori;
– Lavorare in gruppo;
– Momento buono per la presentazione dopo che abbiamo lasciato interagire i ragazzi durante la tappa;
– Non fornire risposte permettendo a chi fa la domanda di darsi anche la risposta;
– Partecipazione attiva;
– Passaggio delle informazioni;
– Presenza di tutto il gruppo;
– Rendere spiritosa la situazione;
– Responsabilizzazione e riferimenti incisivi e diretti;
– Responsabilizzazione nella scelta dell’itinerario;
– Riferimento alla vita di tutti i giorni;
– Riflessione sull’AG anche per la vita;
– Riuscire a farli entrare a far parte del gruppo;
– Riuscire ad infondere serenità verso l’impresa (anche incoscienza);
– Serenità;
– Serenità e sicurezza;
– Spiega l’orientamento come tema rilevante;
– Spiegazioni più precise;
– Sviluppare il vissuto intorno all’autosufficienza;
– Valorizzare le particolarità personali all’interno del gruppo “il lungo” (accettazione dell’individuo) e quindi creare identità e porre l’individuo al centro=ragazzo protagonista+incremento dell’autostima.
RelazioneAnaliticaTreConvegni-accompagnatore-alpinismo_giovanile_12013. ORIZZONTI: l’Accompagnatore a 360° tra motivazione ed azioni di rete
Il terzo convegno del 2013 ha preso in esame i valori personali e la riscoperta della motivazione per il potenziamento della rete dell’AG da parte degli Accompagnatori. Si è voluto quindi riscoprire quali sono le spinte che motivano gli Accompagnatori a rivestire questo ruolo e quale potesse essere l’attività aggiuntiva che gli stessi possono realizzare sui propri territori per promuovere AG ed aumentare l’appartenenza dei giovani alle sezioni del CAI.

Per quanto riguarda la motivazione e i valori sono stati analizzati 62 questionari di indagine somministrati agli Accompagnatori che prendevano in esame diverse aree (Prima di cominciare a fare l’Accompagnatore…, Fare l’Accompagnatore rappresenta per me…, Cosa mi spinge a fare l’Accompagnatore AG…). I risultati sotto elencati riportano:
– Prima di cominciare a fare l’Accompagnatore: ero una persona curiosa e aperta alle innovazioni+desideravo sviluppare nuove relazioni umane;
– Fare l’Accompagnatore rappresenta per me: un’esperienza che arricchisce sul piano umano+un’occasione per aiutare i giovani+un’opportunità per fare qualcosa di coerente con i miei valori/ideali;
– Cosa mi spinge a fare l’Accompagnatore AG: la possibilità di venire incontro ai bisogni dei giovani+la condivisione degli ideali e dei valori del CAI.
– Valori generali che ispirano le azioni degli Accompagnatori sono: Affiliazione, Collaborazione, Bellezza, Aiutare gli altri, Conoscenza, Ambiente piacevole (sia paesaggio che relazionale), Creatività (inteso anche come gioco), Etica nei valori del CAI, Sostegno.

Per quanto riguarda invece lo sviluppo della rete sono stati individuati i principali nodi che la compongono e, nei lavori in sottogruppi, individuate le azioni possibili di correzione ed ampliamento della relazione con ognuno di essi creando così una sorta di “documento programmatico” per le azioni future delle diverse sezioni regionali.
I nodi individuati intorno alla figura dell’Accompagnatore sono:
1. I giovani;
2. I genitori;
3. La propria sezione;
4. Gli altri AAG;
5. Le istituzioni scolastiche;
6. Le istituzioni pubbliche.

I sottogruppi di lavoro hanno quindi elaborato quali e quante azioni poter rivolgere ad ognuno di questi nodi creando, in conclusione, un elenco di azioni ritenute significative per l’ampliamento della rete stessa:
– per “i giovani”:
Attività più variegate, Ascoltare i ragazzi, Offerta non più adeguata sulla comunicazione, Svecchiare l’immagine, Coinvolgimento dei più grandi, Approccio a difficoltà tecniche per i più grandi, Più autonomia e più libertà, renderli attivi;
– per “i genitori”:
Coinvolgerli di più, Farci conoscere, Acquisire la fiducia da parte delle famiglie, Prima barriera per arrivare al giovane, Coinvolgerli in momenti separati, Migliorare la comunicazione, Dialogare, Possibili nuovi Accompagnatori;
– per “la propria Sezione”:
Coinvolgimento più attivo degli altri gruppi sezionali, Collaborazione e dialogo, Interscambiabilità fra le varie discipline, Efficace l’effetto delle palestre di arrampicata che funzionano con forte richiamo, Comunicazione per collaborazione attiva, Coinvolgere gli organi politici della sezione, Fondamentale il supporto degli Organi direttivi;
– per “gli altri AAG”:
Più collaborazione e più dialogo, Mettere a disposizione le proprie esperienze, Pazienza, umiltà, apertura, Condividere ed affrontare insieme, Comunicazione, Condivisione di esperienze al di fuori di AG, andare in montagna insieme;
– per “le istituzioni scolastiche”:
Proporsi di più e maggiore coinvolgimento, Conoscenza e coinvolgimento, Trasmissione delle competenze degli Accompagnatori, Prodotto uniforme a livello nazionale con appeal, Proporre attività interessanti, Difficoltà dei rapporti con l’interlocutore, Difficoltà della gestione del tempo personale dell’accompagnatore.
– per “le istituzioni pubbliche”:
Proporsi come gruppo CAI e non come singoli accompagnatori, Prodotto uniforme a livello nazionale con appeal, Avere una buona visibilità, Avere un buon Presidente di sezione che faccia il “politico”.

In sintesi
Gli elementi rilevanti in questo triennio a partire dall’importanza del lavoro di gruppo, sono stati quelli di evidenziare le best practice di un Accompagnatore nello svolgimento del proprio ruolo e ritrovare quali motivazioni e valori, in un periodo di crisi contingente e vocazionale, animano l’appartenenza all’AG. Infine individuare tutta una serie di azioni di sviluppo della rete AG è risultato strategico per le prospettive future di sviluppo della disciplina stessa e di ammodernamento dei significati dell’Alpinismo Giovanile.
RelazioneAnaliticaTreConvegni-accompagnatore-Logo_Alpinismo_Giovanilepostato il 20 febbraio 2014