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Impercettibili suoni di primavera

Impercettibili suoni di primavera
di Chiara Baù
(già pubblicato su http://www.imperialbulldog.com il 28 aprile 2016)

“Driiiiin”, implacabile… il trillo della sveglia che insieme al sorgere del sole ci annuncia una nuova giornata. Poi, assuefatti dal ritmo della quotidianità, smettiamo di ascoltare altri rumori o suoni che in realtà sono la colonna sonora di ogni giornata. Può essere il passaggio di un tram sulla rotaia, il rintocco di un campanile, il violino di un suonatore vagabondo per strada, un’armonica melodia alla reception di un hotel mentre si fa colazione. A seconda dell’ambiente dove viviamo abbiamo l’opportunità di farci rapire da una gamma di incredibili suoni. Certo sta a noi percepirli come rumori o suoni a seconda del nostro umore, della nostra percezione ed emotività. Il risultato è sempre quello, si entra in una sorta di caleidoscopio di suoni.

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Pochi giorni fa mi sono trovata alla Stazione Centrale di Milano dove ultimamente è stato collocato un pianoforte e chiunque lo desideri può liberamente suonarlo. Così in mezzo al frastuono degli annunci dei treni, tra il chiacchierio delle persone e i rumori dei treni, le note di un pianoforte suonate da un perfetto sconosciuto sfuggono al controllo tentando di attirare l’attenzione di qualsiasi passeggero che in quel momento si trova sulla scia di quella melodia… riuscire a percepire tali suoni nel rumore di una stazione non è facile… ma è pur vero che appena si presta attenzione a una nota appena accennata, il seguito è come un concerto. Sembra che l’orecchio si concentri solo su quella musica apparentemente impercettibile ma poi magnificamente udibile… e così la partenza di qualsiasi viaggio in treno inizia con un concerto inaspettato.

Dicono che nei primi tre anni di vita del bambino l’attività cerebrale assorba come una spugna ogni cosa; il cervello subisce l’influenza dell’ambiente esterno a tal punto che si formano le basi fondamentali della fase adulta. La plasticità del cervello funziona anche dal punto di vista uditivo, assorbe inconsciamente anche i primi rumori abituando il bambino a percepire ogni minimo suono.

Avevo due anni, la prima vacanza in tenda in mezzo a un bosco con i miei genitori. La foresta del lago di Braies in Alto Adige, lo scenario.

Le braccia degli abeti e dei larici ci proteggevano dalla pioggia. I raggi del sole asciugavano gli indumenti stesi e le nostre membra intorpidite dopo le notti umide passate a dormire in tenda.

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Il torrente, la fonte di tutto. Niente amuchina o chissà quale altra sostanza disinfettante, l’acqua fredda e pungente del torrente annientava ogni microbo. La pasta si cucinava direttamente sui fornelletti mobili a gas piazzati tra un tronco e l’altro, e nessun problema se qualche ago di pino unito a qualche formica finiva nel condimento. Ogni giorno all’imbrunire, così mi racconta la mamma, ci recavamo in fondo alla vallata oltre il bosco per scrutare i ghiaioni alla ricerca di camosci e caprioli, gli eroi dei miei fumetti da bambina.

Ad ogni avvistamento, tra le poche parole che a due anni potevo sapere, fuoriuscivano due sillabe, “… IOLI… IOLI… IOLI”… così indicavo con la mano ogni animale dotato di corna, sia che si trattasse di veri caprioli, di camosci o di qualsiasi altro animale.

Finché una sera un verso imponente ruppe l’armonia del tramonto, una sorta di muggito ma dalle note piú acute. Risuonava nel bosco in un silenzio surreale. Anche il vento sembrò fermarsi, era un bramito, il brutale verso del cervo maschio durante la stagione degli amori.

Nonostante l’imponenza di quel verso non mi ero spaventata, come se fosse parte del mio Dna acustico: in fondo quel verso, anche se inquietante, non poteva che essere riconosciuto dal mio udito come un semplice suono. Da allora mi piace pensare che quell’episodio abbia condizionato la mia vita sensibilizzandomi verso i suoni naturali che mi circondano. Lo chiamo il ‘SUONO MAESTRO’ una sorta di faro acustico che non mi ha mai abbandonato. Così in qualsiasi situazione io mi trovi la prima cosa che mi colpisce sono i suoni, i rumori, i silenzi.

Facendo un salto nel tempo mi piace ricordare la famosa favola dei suoni, dal Saggiatore di Galileo Galilei. La storia è semplice: un uomo assai curioso attento ai canti degli uccelli scoprì che non solo gli uccelli producevano suoni, ma anche diversi tipi di strumenti e di insetti e di oggetti. Passò così a esaminare lo zufolo di un pastorello e poi un violino e infine osservò che anche i cardini delle porte o il dito sull’orlo di un bicchiere o che persino vespe, zanzare e mosconi emettevano suoni. Ecco un breve estratto della favola.

Nacque molto tempo fa un uomo molto intelligente e curioso che passava il tempo ad allevare uccelli e si meravigliava moltissimo osservando che con la stessa aria che respiravano essi riuscivano a emettere soavi canti. Una notte vicino a casa sua udì un delicato suono e pensò ci fosse un qualche uccelletto; ma uscendo di casa per vederlo si accorse che in realtà c’era un pastorello che con un bastoncino forato dotato di tanti buchi, chiusi o rilasciati dalle sue dita, emetteva suoni simili a quelli degli uccelli, sia pur in modo molto differente. Stupefatto e incuriosito donò al pastore un vitello per avere in cambio quel meraviglioso flauto e capire come funzionasse. Cosi si rese conto che se il pastorello non fosse casualmente passato quel giorno egli non avrebbe mai saputo che esistono altri modi per produrre suoni e decise quindi di uscire da casa per cercare nuove esperienze. Il giorno dopo passando vicino a una casa udì un suono provenire dall’interno e volle entrare per scoprire se si trattasse di un uccello o del suono di un flauto. Il suono era quello di un’arpa che un bambino teneva con la mano sinistra facendo vibrare le corde con la mano destra senza usare il fiato. Quanto fosse stupito lo sa solo chi ha la sua stessa curiosità. Infatti, avendo scoperto due nuovi modi di suonare che non aveva mai immaginato, credette di poterne trovare altri in natura. Chi può sapere quanto fu contento quando, entrando in una chiesa, si accorse che il suono che udiva proveniva ora dagli infissi di un portone? Un’altra volta, spinto da curiosità, entrò in un’osteria, e credendo di trovare un suonatore di arpa, vide uno che strofinando un polpastrello sull’orlo di un bicchiere, produceva un dolcissimo suono… e così via… Per il ricercatore che indaga quale sia la natura del suono e tenta di catalogare l’intera serie, Galileo offre l’idea dell’impossibilità di esaurire e conoscere tutti i suoni e le loro cause.

Così, a mia volta immaginandomi sdraiata su un prato in montagna a fine aprile mi trovo a identificare e percepire molteplici suoni, dai più forti ai più sottili.
È proprio in questo periodo un fischio inconfondibile risuona nella prateria, ne sono padrone le marmotte che iniziano a uscire dalle tane.

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Quando ad avvicinarsi è un predatore la regola è fuggire, e per farlo in fretta le marmotte hanno escogitato un sistema efficace: l’allarme scatta sotto forma di fischio, la sentinella si alza ritta sulle zampe posteriori ed emette un grido simile a un fischio, provocato dall’espulsione di aria attraverso le corde vocali. Tale sistema serve inoltre a mantenere un collegamento fra i componenti del gruppo. Si è potuto rilevare che il fischio è singolo in caso di avvistamento di predatore alato (aquila), multiplo quando il pericolo arriva da terra (ad esempio volpe o cane). Quando l’aquila si getta sulla preda, il silenzio dei prati è rotto da fischi penetranti, lunghi. L’intensità del fischio fornisce indicazioni sulla distanza del probabile predatore. I segnali sono udibili fino a un chilometro in linea d’aria. Essendo un segnale di pericolo, il fischio viene sfruttato anche da animali di altre specie, come camosci, cervi e stambecchi e la marmotta viene anche chiamata sentinella delle Alpi. Poi non è propriamente un fischio ma un grido di origine laringea, emesso a bocca aperta.

Quest’anno a causa del forte innevamento dei mesi di febbraio e marzo, i cuccioli saranno ancora più esposti al ratto delle aquile: questo perché i cuccioli, usciti come d’abitudine in aprile, hanno trovato all’uscita dalla tana ancora tanta neve, cosa che ha reso più evidenti i loro corpi sul manto nevoso.

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Cessato il fischio, la situazione sembra apparentemente rientrare, come quando dopo il passaggio di un’ambulanza ed esserci fatti da parte per lasciarla passare, si ritorna nel traffico normale. Nel capire quali altri suoni completino l’orchestra della natura ecco che nell’apparente silenzio primaverile un leggero scricchiolio sembra essere portato via dalla brezza di monte.

È lo squittio dello scoiattolo (Sciurus vulgaris). Durante la vita quotidiana lo scoiattolo squittisce per ‘sgranarsi’ la gola, per richiamare altri scoiattoli o per riprodursi e in ogni caso, a seconda del momento, lo squittio dello scoiattolo è abbastanza stridulo, ma forte e lo si sente da 15 metri di distanza.

È un animale poco attivo d’inverno, con abitudini differenti dagli altri animali, infatti, immagazzina le eccedenze di cibo un po’ a caso in diversi depositi; poi si costruisce un ‘nido’ sferico, generalmente in una biforcazione dei rami, per trascorrere l’inverno. Quasi ogni giorno esce dal nido per andare a prelevare un po’ di cibo che ha accumulato in precedenza, servendosi dell’odorato per ritrovare i suoi magazzini e alternando periodi di sonno e periodi di attività.

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La coda svolge un’importante funzione equilibratrice nei salti e di segnale visivo durante i corteggiamenti. Il cibo è costituito da ogni tipo di semi tra cui sono particolarmente graditi quelli delle pigne, le faggiole, le noci e le nocciole, oltre alle gemme, ricche di succosa linfa, che in primavera integrano le scorte ormai quasi esaurite accumulate per l’inverno.

Di questi semi viene fatta man bassa durante tutta l’estate e molti vengono accuratamente nascosti in provvisori nascondigli, per costituire delle vere e proprie dispense per la stagione invernale.

L’abitudine di nascondere i semi anche sottoterra in luoghi diversi, tecnica adottata anche da altri animali che non svernano, come la nocciolaia, è risultata assai utile per la diffusione di molte specie di alberi, destinati altrimenti, per il tipo di seme pesante o comunque di non facile diffusione per vie naturali, a vedere disseminata la propria progenie solo nello spazio su cui si espande la loro chioma. Non è raro che lo scoiattolo che si imbatte in un nido temporaneamente incustodito con uova o piccoli implumi, ne faccia razzia; un comportamento crudele ai nostri occhi, ma pur sempre appartenendo agli schemi delle leggi naturali che regolano la vita animale.

L’uomo è in grado di udire suoni la cui frequenza è compresa dai 20 ai 20.000 Hz. Tale gamma di suoni è chiamata campo (o intervallo) di udibilità dello spettro delle frequenze sonore. I suoni la cui frequenza è al di sotto dei 20 Hz sono chiamati infrasuoni, i suoni la cui frequenza supera i 20.000 Hz sono chiamati ultrasuoni. Alcuni animali hanno una gamma udibile maggiore di quella dell’uomo, in particolare per quanto riguarda il limite superiore.

La soglia di udibilità dei cani si estende fino a 45.000 Hz, i gatti arrivano a 70.000 Hz e i pipistrelli oltre 100.000 Hz.

In realtà, pochissimi individui sono in grado di ascoltare in un intervallo così ampio, da 20 a 20.000 Hz. Più spesso la massima frequenza che riusciamo ad ascoltare non supera i 16.000 Hz.

Mi chiedo quanti rumori quasi impercettibili ogni giorno riusciamo a sentire senza accorgerci e senza prestare attenzione; tornando su quel prato costellato di tracce di neve che pian piano stavano svanendo, come in un climax discendente di suoni, mi stavo accorgendo dell’impercettibilità di un nuovo suono. Il fiore dell’erica che pian piano riusciva con la sua forza a bucare la neve. Forse il leggero scricchiolio della neve che si scioglie unito al rumore della pianticella che tenta di farsi spazio nella crosta di neve genera un suono sicuramente impercettibile ma degno comunque di essere ascoltato.

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Tra le tante varietà di erica merita una menzione particolare l’Erica carnea, molto apprezzata per la magnifica fioritura invernale, caratterizzata da fusti sottili, che portano foglie aghiformi di colore verde scuro, bronzeo o arancio, a seconda della collocazione rispetto alla luce.

La particolarità della pianta è data dai fiori rosa o bianchi, che nella stagione invernale spuntano dalla neve, per annunciare l’arrivo imminente della bella stagione. L’Erica carnea cresce facilmente allo stato spontaneo, specie nelle regioni del Nord Italia. Il termine Erica deriva dal greco Eréiko che significa ‘frangere’ perché si credeva fosse utile per spezzare i calcoli renali; altre fonti dicono che sia perché i rami sono molto fragili, e secondo altri ancora per la proprietà di rompere la roccia con le sue radici. Il termine carnea è dovuto al colore rosa dei fiori.

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E’ incredibile come avvenga la miracolosa fioritura dell’Erica quando tutta la natura dorme ancora sotto la neve. Verso la fine dell’estate e in autunno i ramoscelli portano già i fiori dell’anno seguente allo stadio di bottoni verdi, destinati a passar l’inverno sotto la neve. Appena la neve inizia a sciogliersi, le campanule diventano rosse e si dischiudono per attirare gli insetti con il vivace colore delle loro corolle. Nelle regioni alpine però l’Erica non può contare che sulla visita delle farfalle, non disponendo gli altri insetti di una proboscide sufficientemente sviluppata per attingere il nettare dai suoi fiorellini dal calice angusto e sbarrato da numerose antere. Questo potrebbe essere un grande problema quando fiorisce precocemente, in periodi in cui le sue visitatrici sono ancora nei rifugi invernali se non addirittura nel bozzolo, se l’infinita saggezza della natura non avesse previsto il pericolo ed escogitato il rimedio. I fiorellini dell’Erica, infatti, prima di appassire allungano e sporgono dalle corolle i filamenti con le antere per affidare al vento il polline che gli insetti avrebbero dovuto portare ad altri fiori. Corolla e calice sono dello stesso rosso vivacissimo che colora il peduncolo e il lungo pistillo sporgente, mentre foglioline aghiformi, di un verde intenso, fanno contrasto con il bruno oscuro dei rami e delle antere. Queste note di colore rendono l’Erica un miracolo artistico della natura.

La giornata volge al suo termine. Tempo di alzarmi da quel prato fonte di nuovi rumori e suoni continui. È ora il turno delle raganelle che verso sera con il loro gracidio diventano gli attori e i cantanti del concerto serale. Mi ritiro nel rifugio vicino a quel prato dove con qualche amico continuo a descrivere sul mio taccuino dello scoppiettio della legna nella stufa, dello scricchiolio del pavimento e del nostro sorridere.

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Il segreto del bosco perduto… e ritrovato

Il segreto del bosco perduto… e ritrovato
di Chiara Baù
(già pubblicato su www.imperialbulldog.com il 16 marzo 2016)

Finalmente è arrivato l´inverno. Un po’ tardi, a marzo inoltrato, ma ormai si sa …le stagioni non sono più imprigionate nel vecchio schema di una volta.

Il riscaldamento globale, il fenomeno del Niño, il persistere dell´alta pressione o chissà quale altra spiegazione hanno fatto sì che quest´anno il periodo di Natale sia apparso come un´anticipazione della primavera, e che ora la primavera sia sostituita da un ritardo dell´inverno…

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A fine dicembre fantomatiche strisce di neve artificiale imprimevano una luce particolare alle montagne spoglie, in attesa di grandi nevicate. Proprio in tale periodo il lavoro mi vedeva impegnata in montagna e ogni giorno assistevo a quello spettacolo così innaturale.

Alcune foto aeree testimoniavano ancora meglio queste sinuose linee bianche. Cosa mai avranno pensato gli astronauti osservando quelle strane serpentine bianche dalla stazione spaziale in orbita…come identificarle?

Eppure il progresso ha trovato il sistema perché i fiocchi di neve si auto-formassero provenendo, invece che dal cielo, da buffi cannoni meccanici adibiti alla produzione della neve… e la macchina ha funzionato benissimo. Nel periodo natalizio le piste da sci erano stracolme di turisti che sciavano confinati in questi spazi ristretti.

Ma la bellezza della neve naturale di questi giorni ha tutto un altro sapore… Da qualche giorno sembra di essere proiettati in un paese completamente diverso.

Pian piano tutto il Nord Italia è stato sommerso da questo nuovo inaspettato inverno… con il suo silenzio.

In passato trascorrevo alcuni giorni delle vacanze estive e invernali in un maso d´alta montagna, isolato a diversi chilometri dal paese… Nella mia stanza, che ricordava quella di Heidi, tra pareti rivestite di legno, si percepiva un profumo intenso di pino cembro misto a quello che proveniva dalla stalla collocata al piano di sotto – un odore acuto dovuto al letame poi utilizzato per concimare il terreno – in realtà era un mix dato dal profumo di legna bruciata, di latte appena munto, di erba impregnata di rugiada… questi erano gli odori, anzi le fragranze, che pian piano impregnavano i miei vestiti e anche i miei pensieri a seconda delle diverse stagioni in cui mi recavo.

Lontano dalle folle di agosto, dalla moltitudine di sciatori… così sono cresciuta… nessuna discoteca, nessuna spiagge affollata… sia pur con l’imprinting di una città come Milano. La settimana bianca era caratterizzata da una gita che ripetevo ogni volta con i miei genitori, una sorta di rituale. Un percorso con le ciàspole, attraverso boschi che mi apparivano incantati, per arrivare dopo un paio d’ore a una malga situata in mezzo a un’ampia distesa di pascoli e di fronte a un panorama così immenso da togliere il fiato. Poi la discesa a valle con lo slittino, nel puro divertimento, ogni volta una poesia diversa.

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Per quanto lo ripetessimo più volte, la bellezza di quel percorso mi riempiva di gioia e non era mai noioso né monotono… Si respirava ogni volta una sensazione nuova, di scoperta, di esplorazione: il passaggio di uno scoiattolo, le punte dei larici accarezzate dal vento. Non era una passeggiata qualunque… era la “mia” passeggiata, simbolo di un respiro che dal caos di Milano riportava ai ritmi più naturali e veri dell’esistenza.

Gli empiristi come John Locke ritenevano che la conoscenza si potesse acquisire solo per mezzo dell’esperienza principalmente sensoriale per poi essere elaborata dalla nostra mente. La sua teoria pone fermamente l’esperienza e i concetti di percezione e osservazione alla base della comprensione umana. In effetti ho potuto sperimentare tale teoria personalmente, dando sempre molto peso all´esperienza diretta. Un impatto che mi ha lasciato insegnamenti molto più marcati che non le ore passate sui libri…

La settimana scorsa sono tornata con i miei genitori al maso, per me quasi una liaison tra terra e cielo. Anche questa volta la consueta passeggiata alla malga.

Pochi passi sul sentiero, ed eccoci rapiti dal silenzio di una splendida nevicata. I fiocchi di neve sembrano rincorrersi nel loro moto disordinato regolato dal vento, coinvolti in un continuo vortice. Ma in quel caos apparente c´è perfezione…

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Alla base di ogni fiocco di neve si trova la simmetria esagonale della struttura cristallina del ghiaccio derivante poi direttamente dall´acqua. Tale struttura subisce tutta una serie di trasformazioni in base alle condizioni chimico fisiche. Alcuni ricercatori giapponesi hanno identificato fino a 3000 forme diverse.

Nel nostro peregrinare alcuni caprioli avvertono la nostra presenza. Eccoli che a balzi avanzano nel bosco tentando di sfuggire alla coltre di neve che man mano è sempre più spessa.
Anche loro sembrano sorpresi… convinti di assaggiare la prima erbetta primaverile, si sono trovati improvvisamente avvolti dal manto nevoso.

E´ interessante vedere come le specie predate come cervi e caprioli abbiano orecchie mobili che possono anche puntare all´indietro per captare i rumori di eventuali predatori al di fuori del campo visivo… sono una sorta di antenne direttive analoghe a quelle dei gufi e pipistrelli. Ascoltano con maggiore efficienza in una determinata direzione e di conseguenza meno efficacemente in un`altra, a meno che non vi vengano specificatamente orientate. Le antenne direttive dette più comunemente orecchie, funzionano molto meglio di quelle omnidirezionali nel raccogliere i suoni provenienti dalla direzione prescelta. In tale modo l´intensità del suono è maggiore se raccolto prevalentemente in direzione della sorgente.

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Particolarmente sviluppati nel capriolo sono il senso dell´udito e quello dell´olfatto, più che la vista. Forse hanno avvertito il nostro, che è odore di città. L´olfatto è di grande importanza soprattutto nei contatti e nelle relazioni sociali in particolar modo durante il periodo degli accoppiamenti e nella territorialità. L´olfatto è prodotto da neuroni olfattivi, i cosiddetti ORN (olfactory receptor neurons). Mentre l´uomo ne possiede alcuni milioni, animali come gli ungulati (cervi e caprioli) ne possiedono centinaia di milioni. Anche l´udito è eccellente e agisce da sistema di preallarme consentendo ai Cervidi un vantaggio iniziale. La vista è il senso meno sviluppato, la posizione fortemente laterale degli occhi rende impossibile la visione binoculare.

L´incontro con gli animali del bosco è sempre un evento di grande impatto emotivo, e la visione di questi caprioli blocca immediatamente il nostro cammino… e il nostro sguardo. Tentiamo di azzerare ogni minimo rumore, rimandando di qualche secondo lo scarto di una caramella per non disturbare ulteriormente i caprioli.

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Il dimorfismo sessuale è poco accentuato: il maschio è leggermente più grande della femmina. La corporatura slanciata rende il capriolo un ottimo saltatore.
Con la muta autunnale (che avviene tra metà dicembre e fine ottobre) il mantello assume una colorazione più scura, grigio-bruna e così viene evidenziata la macchia di peli bianchi perianali, il cosiddetto “specchio anale”, che nel maschio è reniforme mentre nella femmina è a forma di cuore.
Purtroppo la coltre nevosa è uno dei maggiori fattori che portano alla morte i caprioli in quanto possono rimanere bloccati senza riuscire ad alimentarsi per giorni arrivando di conseguenza a morire di fame. Sebbene caprioli e cervi appartengano alla stessa famiglia dei Cervidi, i cervi sono animali dalla struttura più forte: le femmine arrivano a pesare 80 chili e i maschi fino a 100 chili. Questo favorisce sicuramente la struttura fisica che permette un avanzamento più facile nella neve rispetto ai caprioli il cui peso non supera i 25-30 chili. Oltre a una vitale differenza di stazza, è soprattutto il comportamento sociale a favorire i cervi che, a differenza dei caprioli, si muovono in branco. Il più grande ed esperto davanti, gli altri dietro e in genere l´esperienza aiuta il capo branco a scegliere il posto migliore dove stare. I caprioli, e si parla degli esemplari maschi, hanno invece un comportamento solitario.

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Quasi mi sento colpevole nell´aver disturbato inavvertitamente il loro vagare nel bosco. Li ho messi in fuga e questa corsa può costare loro molto cara.

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Infatti d’inverno il metabolismo basale dei caprioli rallenta per permettere loro di sfruttare meglio il poco cibo disponibile e di bruciare meno energie. In pratica mangiano meno e si muovono meno: questo però se non vengono continuamente disturbati e messi in fuga.
Se ai caprioli una fuga nella buona stagione costa relativamente poco, d’inverno è molto diverso, e può addirittura farli morire di stento per l´enorme fatica che essi devono affrontare camminando nella neve spesso molto alta.

Prosegue il nostro cammino verso la baita, ancora stupiti per la copiosa nevicata, in una colonna sonora data dal silenzioso tocco dei fiocchi di neve che pigramente si appoggiano sul terreno. Poche centinaia di metri in quella sottile e inaspettata aria gelida, teatro del nuovo spettacolo invernale, pochi passi sul sentiero dove la luce si intrufola con timidezza nel bosco e improvvisamente trovo il sentiero ferito da una nuova, banale pista di sci che quasi con violenza interrompe l´armonia della montagna fino ad allora incontaminata…. e ora sventrata e ferita. Non bastavano i 50 km di piste che già costituivano uno dei caroselli di sci più belli della zona. Si doveva per forza incrementare il comprensorio. Perché turbare un equilibrio ambientale così delicato? Perché quegli ulteriori chilometri di pista? Che cosa si sperava di ottenere? Avidità di introiti per impinguare tasche sempre più affamate. Per lo spirito passionale che spesso mi prende, lo sdegno e il disincanto hanno avuto il sopravvento… lo scoiattolo non avrebbe più attraversato quella vuota autostrada di terra… il capriolo che balzava libero tra gli abeti sarebbe fuggito da uno spazio troppo vasto e aperto per consentirgli fughe sicure. Il silenzio del bosco sarebbe svanito, sostituito dallo scarrucolare di nuovi impianti, al posto di svettanti altissimi larici le forme squadrate delle cabinovie. Dopo le prime sensazioni tristi e negative… qualcos’altro è prevalso… Il silenzio del bosco, l´esperienza di percorsi tra distese incontaminate mi avevano sempre arricchito. Perché la stupidità delle persone, l´avidità di nuovi guadagni, la speculazione selvaggia dovevano turbare i miei pensieri? Non lo potevo permettere a niente e a nessuno. Una striscia di bosco era sparita, ma il silenzio non poteva dissolversi e svanire. Meno spazio e più ignoranza. Ma anche in un luogo più piccolo potevo apprezzare e valorizzare maggiormente ciò che rimaneva… ed era il silenzio dentro di me… Così mi ritrovai con una diversa visione e una sensazione nuova…

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Non avrei più potuto percorrere il “mio” sentiero incantato… ma forse un´alternativa c´era. La ritrovai pensando a un altro sentiero che aggirava la montagna, lungo, è vero, sei ore al posto di due, ma altrettanto ricco di poesia e di magia. Il mio silenzio del bosco non poteva perdersi… E una riflessione nasceva sul significato di ciò che intendiamo per progresso. Sono stati distrutti chilometri di boschi per cosa? Mi è stato insegnato di non fare mai il passo più lungo della gamba e allora vorrei suggerire non so a chi, ma a qualcuno sento di doverlo dire: prima di abbattere alberi e distruggere ettari di boschi è importante percorrere un sentiero innumerevoli volte… e ascoltarne il silenzio.

Questo conta per me, e non una presenza maggiore di turisti. Siamo sbarcati sulla luna per scoprire posti nuovi… ma ancora non abbiamo finito di osservarla e mentre l´ammiriamo col naso all’insù potremmo ascoltare le note del Claire de lune di Claude Debussy o la lettura dell’Ode alla luna di Giacomo Leopardi… Potranno sorgere sensazioni nuove tali da sconfiggere ogni idea di distruzione o di conquista, pensando che a volte è bello respirare la poesia di un luogo e val la pena mantenerlo e proteggerlo, lasciando ancora a questo nostro Paese dello spazio inesplorato con l’incanto e la poesia che vi aleggiano intorno.

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Abbiamo così cambiato percorso… nuove sensazioni, nuove tracce, nuovi scorci… nuovi silenzi e quattro ore in più di cammino, ma ben ripagate… la baita era sempre lì pronta ad accoglierci, come se il tempo si fosse fermato. In lontananza quella nuova pista da sci… ma la bellezza di aver seguito un nuovo percorso ha fatto svanire ogni sensazione negativa, e il furtivo passaggio di una lepre di montagna ha dato la nota più bella a quel nuovo itinerario, il silenzio del bosco perduto era stato ritrovato.

Chiara Baù
Chiara Baù è nata e cresciuta a Milano. Ciò che la contraddistingue sono l’interesse e la passione per il mondo della natura, che l’hanno spinta dapprima a conseguire una laurea in Scienze naturali con una tesi di campo della durata di due anni nel Parco Adamello-Brenta alla ricerca dell’orso bruno introdotto in base a un progetto europeo denominato Life Ursus, e in seguito a perseguire e approfondire questo interesse con successive tappe di esplorazione e viaggi in luoghi remoti, selvaggi, come il Canada e l’Alaska dove ha potuto avere numerosi incontri con gli orsi grizzly. Proprio nell’isola di Kodjak ha potuto concretizzare la passione per l’orso con la realizzazione di un interessante documentario trasmesso in seguito su circuito televisivo. E su questo leit motiv notevole interesse hanno pure suscitato le conferenze a sfondo naturalistico da lei tenute in frequentate località turistiche di montagna. Continua a viaggiare sia per diletto che per lavoro esaudendo la sua continua curiosità. La scrittura, la fotografia sono il minimo comune denominatore che tuttora la portano a vivere con estrema semplicità le esperienze più diversificate.

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Storia dell’arrampicata romana – 4

Storia dell’arrampicata romana – 4 (4-4)
di Luca Bevilacqua
(già pubblicato nel 2010 da climbing pills)

Capitolo 14
Primi di ottobre 1985. La scoperta della libertà.
Non è facile da descrivere. Ti arriva addosso come una tempesta, la libertà. Oppure come un vento leggero, quasi impercettibile. La scopri all’alba. Oppure in piena notte. Una bella notte scura di ottobre, col cielo limpido e tante stelle, mentre nel buio ascoltiamo i Level 42.
La macchina di Andrea risale le curve di una strada vicino Finale Ligure, dopo un ricco piatto di trenette al pesto in trattoria ce ne torniamo alla nostra locanda, ai nostri sacchi a pelo. Accanto ad Andrea, che guida costantemente con una sola mano sul volante, c’è Laleh. Dietro, messi un po’ stretti, io e i due Roberti. Prima di dormire ripensiamo alla giornata di oggi, parliamo ancora un po’ di vie e di passaggi, e già sogniamo, mentre gli occhi si stanno per chiudere, l’indomani.
Ma facciamo un piccolo passo indietro. Una settimana prima.
“Papà, volevo dirti che tra qualche giorno parto. Vado ad arrampicare in Francia con degli amici. In un posto in Provenza che si chiama Gole del Verdon. E’ un posto molto famoso, bellissimo…”.

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“No Luca, non sono d’accordo. Ma cos’è ora questa storia? Ma come ti è venuto in mente? Siamo a settembre, le vacanze sono finite. E mi sembra che quest’anno ne hai fatte abbastanza. Tra non molto partiranno i corsi all’università. Forse è il caso che cominci a entrare nell’ordine di idee… E poi è autunno, fa freddo. Ma dove vai!”
“Ma papà, proprio perché i corsi iniziano ai primi di novembre… ora non ho niente da fare. Il mio amico Andrea, che è più grande e già ci è stato, mi ha invitato ad andare con lui. Siamo in cinque. C’è anche Medioverme, cioè Roberto, quel ragazzo che è un forte alpinista, e si è iscritto come me a Geologia… E’ un’occasione unica. Si sa che le vacanze dopo la maturità sono le più lunghe in assoluto”.
“Hai diciotto anni, no? Quasi diciannove. Sei maggiorenne, fai come vuoi. Tua madre è d’accordo immagino. Fai come vuoi. Comunque sappi che non hai il mio assenso”.
Ah, sai che m’importa se non è d’accordo. Ma come potrebbe capire questa cosa, del resto? Non l’ha mai vista, lui, una foto del Verdon. Luna bong, Dingomaniaque, Pichenibule, Fenrir, Chrysalis: questi nomi per lui non significano niente. Ma per me sì. Conosco a memoria le foto del libro di Edlinger. Il Verdon è in questo momento, molto semplicemente, il mito. Sta sul gradino più alto nella scala dei miei desideri.
Tutti i miei sogni più astratti e inafferabili, tutte le mie ambizioni, la mia voglia di vivere, convergono simbolicamente nell’arrampicata. E tutta l’arrampicata tende a sintetizzarsi, a trasfigurarsi, in quest’unico punto, quest’unico nome, Verdon. Vedo più erotismo in una scarpetta di Edlinger che gratta su quel calcare magicamente grigio, che in qualsiasi minigonna delle mie coetanee.
Nell’ultimo anno di liceo si sono fatte avanti, con modi diversi, oltre a Valeria, un’arrembante Patrizia, una timida Laura. E io? Niente. Sogno forse un angelo, la donna ideale. Ma intanto guardo le immagini di quelle dita scorticate e fasciate di cerotti, quegli spit messi in fila sopra 300 metri di vuoto. Quell’ubriacatura di placche strapiombanti, di fessure, di gocce.
Io voglio il Verdon. E questa occasione non la perderò.
Partiamo da Roma con la 127 azzurrina di Andrea Dibba. Gomme quasi lisce: poco dopo Genova buchiamo e ne cambiamo una. Quella di scorta è ancora più liscia. Per spezzare il viaggio facciamo tappa a Finale. Andrea saluta alcuni amici. Facciamo una giornata di arrampicata a Monte Cucco, e ripartiamo la mattina dopo.
Arriviamo nel pomeriggio a La Palud. Il campeggio di sotto, quello più bello e “turistico”, è chiuso. E’ aperto soltanto quello sopra, più piccolo. Pieno di arrampicatori di ogni angolo di Europa. Tantissimi spagnoli, che hanno fatto una specie di campo a sé. Ma poi tedeschi, olandesi, inglesi.
Il campeggio è davvero piccolo, le tende stanno l’una accanto all’altra, e il clima è a dir poco umido. I bagni sono in condizioni tali da suscitare qualche vibrante protesta di Laleh nei confronti di Andrea. Io mi sento afferrato da una sorta di energia elettrica, di frenesia, un continuo batticuore, come quando da piccolo vai al Luna Park e stai per salire sulle montagne russe.
“Dai, sbrigatevi a piantà ‘sta tenda – sbotta Andrea – che dopo, visto che c’è luce, vi porto a vedere il Canyon. Domani andiamo a fare una bella cosa per cominciare: Pichenibule“.
L’arrivo alla sommità della Falaise de l’Escalès è davvero impressionante. Si segue una strada che in apparenza è uguale a tante altre strade di campagna. Colline di qua e di là, campi di lavanda, profumo di Provenza. Poi così, all’improvviso, un tornante. “Ecco – dice Andrea – scendiamo qui a dare un’occhiata. Qui siamo sopra Mescalito. Un po’ più avanti, all’altro tornante, ci sono le doppie di Luna Bong… Vedrete mo che roba!”.
Scendiamo dalla macchina e ci avviciniamo al muretto in pietra alternato a robuste doppie sbarre di ferro. Aria fresca sul viso, umidità, un leggero rumore di torrente. E poi lo sguardo che letteralmente vola giù nel vuoto, nel vortice di quei 300 metri di nulla che costeggia la roccia. La parete sembra scomparire sotto di noi. Si fa fatica a seguirla con gli occhi.
Mi sembra impossibile che uno venga in questo posto per arrampicare. L’idea di fare una doppia e calarmi lungo quel muro così ripido, sospeso sopra quel fiumicello esile e azzurrino, mi sembra totalmente insensata: una cosa innaturale, che cozza contro ogni razionale buon senso. Il mio istinto mi dice di tirarmi indietro da quel belvedere. Ho le vertigini, vorrei ripensarci, vorrei non essere qui.
Eppure. Il paradosso. Sono venuto qui per questo. Sono venuto qui per farlo. Per sprofondarmi nella vertigine. Sono qui con il mio imbraco e le mie scarpette, con questi amici, per giocare con quella roccia a strapiombo.
Domani ci caleremo giù, e risaliremo per Pichenibule. Andrea così ha decretato. Ci ha anche rassicurato: tutto 6a, con un paio di brevi tratti di 6c.
“Porca troia, che vuoto!”
Risaliamo svelti in macchina. Cento metri, un altro tornante. Tutti di nuovo fuori ad affacciarsi, a guardare giù verso il fiume, a sentire quel freddo che ti vibra nel corpo. Come in un rito esorcizzante. Siamo sovreccitati. E poi di nuovo in macchina, fino al belvedere più famoso, La Carelle, dove c’è la mitica Papy on sight, il 7c+ liberato da Jerry Moffatt…
Improvvisamente Andrea si volta verso di me. “Luca, dov’è la scatola con le cassette?!”
Le cassette musicali. Le cassette che Andrea s’è registrato una per una, con i suoi gruppi preferiti, con i Level 42 e Jackson Brown, il rock e il blues, ecc. Su ogni cassetta c’è il titolo dell’album, e all’interno tutti i titoli dei brani. Si vede che alle sue cassette Andrea ci tiene molto. Le tiene così, belle ordinate, in una grande scatola da scarpe che sta in macchina. Cioè. Dovrebbe stare in macchina. Ma ora dov’è?
“Cazzo Andrea… Avevo la scatola qui sulle mie ginocchia. Quando siamo arrivati al primo belvedere siamo saltati giù, e credo di aver appoggiato la scatola sul tetto della macchina. Poi siamo ripartiti così in fretta…”.
Altro che brividi. Adesso ho il sangue congelato, di paura e di vergogna. Andrea non dice nulla. Mi guarda dritto negli occhi con un’espressione di ghiaccio. Neanche gli altri osano dire nulla. Risaliamo in macchina e torniamo indietro al primo tornante. Il panico. Le cassette sparse per tutta la strada, aperte, mezze rotte, insomma un gran casino. Un paio non si trovano più…
Questa non so se Andrea me l’ha mai perdonata.
Torniamo al campeggio. La sera andiamo al bar, il bar della piazza di La Palud. Si mangia lì. C’è una botola sul pavimento, e dal seminterrato salgono fumi e pietanze calde: uova, carne, patatine fritte.
Il giorno dopo andiamo a fare queste benedette doppie su Pichenibule. La partenza non fa paura. Una placca appoggiata, che però diventa sempre più ripida. Uso il vecchio trucco di chi va in montagna e soffre di vertigini: non guardo il fondo del canyon, dove gli alberi sembrano ridicoli puntini verdi. Arrivo al massimo al terrazzino venti metri sotto. E poi guardo continuamente il discensore. Guardo gli altri: mi sembrano tutti un po’ più tranquilli di me.
Non ci caliamo fino in fondo, ma fino a un “jardin” intermedio. Dovremo fare così solo 5 tiri. Si comincia ad arrampicare, e va tutto bene. Andiamo in obliquo verso sinistra, sul bordo di grandi strapiombi gialli. Qui la ritirata (con le doppie) è impossibile. Bisogna per forza uscire. Il tiro di 6c di Pichenibule tocca al Ciato, che se la cava egregiamente. Da secondi anche io e Roberto saliamo bene (Andrea fa cordata con Laleh).

StoriaArrampicataRomana4-2
Arriviamo sotto la pancia strapiombante del tiro di artificiale (o in alternativa di 7b+!, grado da cui siamo lontani anni luce…). Davvero impressionante. Non riesco quasi a guardarlo per quanto mi incute timore. Mi sorge un profondo rispetto interiore, ancor maggiore di prima, per gente come Edlinger o Berhault che di lì è passata in libera. Noi si era già deciso che saremmo usciti a destra per Ctuluh, fantastico tiro di 6c+ a buchetti, tecnico. Una placca verticale che tocca in sorte al Medio. Non la fa proprio on-sight (ricordo bene?), però va su, il che non è poco, vi assicuro. Un tiro che mette paura anche da secondi: qui siamo quasi in cima, e l’esposizione è davvero incredibile!
Il giorno dopo è la volta di Surveiller et punir, primi due tiri + uscita per Frimes et chatiments. Il che tradotto vuol dire: 6b+, 6c, 6c+ (o AO), 6a+, 5c. Facciamo cordata io e Medio. (Per la cronaca devo ricordare che a quel momento la difficoltà massima che ho salito in libera è 6b; a vista 6a+…).
Stavolta stabiliamo che il tiro di 6b+ lo fa Roberto, mentre il 6c toccherà a me! Sono abbastanza gasato. Su qualche 6c nostrano (La mistica giraffa, Rank Xerox) mi ero più o meno mosso bene. Sul primo tiro, con la corda davanti, salgo senza fare resting. Lascio Medio in sosta e parto così per una placca grigia strapiombante. Mi fa pensare un po’ a Sperlonga, una roba tipo Prondo prondo, però come tiro è molto più lungo, molto più continuo. Due, tre, quattro spit. “Medio blocca!!!”. Provo a riposarmi un po’, ma gli avambracci sono duri duri.
“Robbe’, non ce la faccio. C’è uno spit lontano e sono stanco. Forse è meglio che vai tu…”.
“Non stare a rompere! Dai, riposati e poi vai, che ce la fai benissimo!”.
Ok. Riprovo. Cazzo che viaggio arrivare a quello spit… Vabbé, ‘sto buco è buono, piede lì, questa tacca la tengo, e su, ancora, ancora, dai, uffa! Mi sto stancando. Aspetta. E ora che faccio, torno indietro? No, sono sfinito. Però sono un metro sopra lo spit, ho paura a dire “blocca”. Dai che ce la faccio ad arrivare. Ancora un poco, no, non ce la faccio. Le mani si stanno aprendo, si stanno aprendo.
E poi un urlo tremendo (di chi precipita e sta per morire) echeggia nelle Gorges du Verdon
“AAAAAAHHHHHHHH!”.
Vedo il cielo, e poi un istante dopo vedo il fiume. Sono a testa in giù, la corda mi è passata non so come sotto l’ascella, ustionandomi vicino al tricipite. Però sono vivo! E stranamente mi trovo appeso quasi giusto sopra la testa di Roberto.
“A Robbe’, mortacci tua… Adesso ti sei convinto che è meglio che vai tu?”.
Sorridiamo. “Sei proprio una pippa!” mi fa. Con la pazienza del vecchio alpinista, neanche ventenne però, col Diedro Philipp nel suo curriculum, Medio si fa passare i rinvii e parte. Qualche breve resting e va su, finché non supera il tratto strapiombante e scompare dal mio sguardo. Parto da secondo, ma sono davvero sfinito, così mi appendo. Da sopra mi arrivano delle urla disumane: “Porco***, puoi evitare di appenderti? Fatti un’autosicura e ti blocchi sugli spit!”.
Quando arrivo in sosta capisco tutto. A Sperlonga siamo abituati a dei tiri di massimo 7-8 spit. Ma qui ce n’erano almeno 11-12. Roberto ha finito i rinvii. L’ultimo moschettone lo ha utilizzato per assicurarsi alla sosta, e mi ha fatto sicura a spalla stando a cavalcioni su di un albero che sbuca in mezzo all’oceano di calcare.
Al Medio gli tocca ripartire, e sta già un po’ avanti quando sotto di me vedo arrivare bel bello, ma anche lui un po’ acciaiato, l’altro Roberto…

StoriaArrampicataRomana4-3

Nei pochi giorni seguenti, abbiamo abbassato un po’ il tiro. Anzi no. Andrea ha voluto farsi un giro top-rope su Papy on sight. Commento: “La pinzata fa davvero schifo, però sono riuscito comunque a fare il lancio!”
Anche Medio si farà calare per andare a toccare quella mitica pinzata (dai e dai, diventerà una delle prese più unte del Verdon!). Io mi astengo invece, per una volta, da un gesto che mi sembrerebbe davvero presuntuoso: mettere le mani su un 7c+…
Mi godo il resto della vacanza. La full-immersion in quel popolo di barbari che sono gli arrampicatori del profondo Nord, specie dopo qualche giorno di tenda… Gli spagnoli che si fanno canne in continuazione… I due francesi a cui Andrea e Ciato danno una bella lezione di biliardino (ce n’è uno al bar), riuscendo a batterli nonostante quelli facciano girella e usino fare – eresia! – il passetto!
Insomma. Proprio una bella vacanza. E la convinzione, oramai sperimentata direttamente, che il Verdon è un luogo F-A-N-T-A-S-T-I-C-O.

Capitolo 15
Dialoghi metropolitani (Inverno 1985/86)
Villa Paganini è un parco abbastanza grande di Roma, vicino via Nomentana (e alla più famosa Villa Torlonia).
C’è una piazzetta dove la sera, dopo cena, ci vediamo con qualche amico. Ci facciamo qualche canna in attesa di decidere cosa fare più tardi. Oppure in attesa che passino le guardie…
Gli occhi vanno spesso verso la strada. Ma per fumare entriamo qualche passo più dentro, protetti dall’oscurità. Seduti sulle panchine.

Voci:
“Dai passa ‘sta canna. Ma che l’hai parcheggiata? Nun se move più…”.
“Oh! e ciaraggione, cià! E dalla, no?”.
“State calmini. (pausa) Sto a fuma’”.

“Oh, io ne giro un’altra…”.
“Dai aspetta, finiamo questa. (pausa) Rega’ io sto tramato.”
“Io ancora devo fuma’!”.
Silenzio.

Andrea Di Bari in azione
StoriaArrampicataRomana4-4

 

“Ma Paolo s’è visto?”.
“Dice che stasera c’è un concerto al Forte” (Forte Prenestino, centro sociale, ndr).
“Oh ma chi di voi sta’ a veni?”.
Silenzio.
“Rega’, io mi sa che v’accanno. Sono già le 11. Domani vado ad arrampicare”.
“Ah, ti pareva, ‘l’uomo-roccia’… Ma pure gli amici tuoi so’ così, tutti ‘uomini-roccia’ siete? Andate a dormi’ presto… Ve svejate presto… Avete i muscoli…”.
“Chissà se ci stanno pure le ‘donne-roccia’…”.
“Vabbé ma voi, che lo state a prende’ per culo, che ne sapete? A me mi pare fica ‘sta cosa della roccia. Anzi una volta mi ci porti, vero Luca? Oh, l’hai promesso… Non domani, però. Domani proprio non ce la faccio ad alzarmi”.
“Ma a che ora partite?”.
“Boh, di solito ci vediamo alle 9 all’Eur”.
“Alle 9 all’Eur? Questo vuole dire sveglia alle 8… Anzi. Fammi pensare. Sveglia pure alle sette e mezzo, no?”.
“E di domenica…”.
“Tessei matto”.
“Se partivate più tardi, tipo 10, 11, venivo pur’io. Almeno a vede’…”.
“No. Alle 11 devi stare giù a Sperlonga. Sennò alle 5 fa buio e non scali un cazzo”.
“Me sarebbe piaciuto vedevve”.
Silenzio.
“Ma famme capi’ una cosa. Tu sei legato alla corda, no? Da vero ‘uomo-roccia’. Però la corda su in cima chi ce l’ha portata?!”.
“Oh, ma tu non hai detto che stavi a fa’ ‘na canna?”.
Silenzio.
“Guarda un po’ quei fari? So le guardie?”.
“No, è ‘er maranga’”.
“Certo! ‘er maranga’… Co’ quella cazzo di Alfa. Ogni volta è ‘na smartita…”.
“Ciao ragazzi io vado…”.
“Vabbé ciao, ‘uomo-roccia’…”.

StoriaArrampicataRomana4-5

 

Bar sovrastante la fermata metro Eur Marconi. Domenica mattina, ore 9.10.
“Oh, ciao Massimo! come stai?”.
“Scusate ragazzi, ho fatto un po’ tardi…”.
“Ma andiamo con la tua?”.
“E’ regular. E’ diesel… Avete fatto colazione?”.
“Sì sì. Ma Ignazio veniva? L’hai sentito ieri?”.
“Sì, veniva. Gli ho detto alle nove all’Eur”.
“Oh, che palle, sono quasi le nove e un quarto…”.
“Vai, allora scatta la telefonata. Chi ha una piotta?”.
“A ‘sto giro lo accanniamo… Se sta ancora a casa, ce ne andiamo!”.
“Eh certo, vorrei vede’!”.
“Pronto signora… Mi scusi, è in casa Ignazio? Ah, è uscito… E, ehm, mi scusi, ma da quanto è uscito? Da dieci minuti? Ah, va bene, grazie tante”.

Caffé, sigarette, discorsi su qualche passaggio di Ciampino.
Una sagoma sbuca veloce dalle scalette della metro.
“Oh riga’…” (fiatone). “Vi giuro ho perso la metro. M’è passata davanti agli occhi. Ho provato pure a strillare, ma quello gnente! E poi prima so’ dovuto risalire a casa perché m’ero scordato i soldi, e poi so’ dovuto pure anda’ al bagno…”.
“Vabbé dai, abbiamo telefonato a tua madre. Ha detto che eri uscito da poco… Almeno hai preso i soldi?”.
Risate.
“Sì!”.
“Quanto hai?”.
“Cinquemila lire…”.
“In tutto? Ma solo di benzina saranno quattro-cinquemila lire a testa!”.
“Eh no, eh! C’è Massimo che ha il diesel. Quanto verrà per uno col diesel, duemila? tremila?”.
“Dai su, andiamo che sono le nove e mezza!”.
“Oh ma il Dibba ci stava?”.
“Sì sì, è partito. Alle nove so’ partiti. A quest’ora staranno quasi a Terracina…”.
“Dai vabbé, andiamo”.
“Oh, ma tu ce l’hai la corda?…”.
“A Igna’, ma ti vuoi compra’ sta corda?”.
“Quella vecchia l’ho dovuta buttare perché era un canapo. Su Luca, non sta’ a rompe. Dai che oggi vi ho portato il regalino…” (occhi furbi e ammiccanti)
La Ritmo bianca gira attorno al Palazzo dello sport e prende la direzione della via Pontina.

Capitolo 16
Prima che il Grande Spettacolo finisca, prima che le luci si spengano e tutto rientri nel silenzio, vorremmo saper rispondere a una semplice domanda.
Vale qualcosa quel poco, quel tanto, che ho fatto?
Papà ti piace il mio disegno? Mamma guarda come so saltar giù al volo dall’altalena! Signora maestra, è giusto il mio esercizio? Ho fatto errori nel dettato?
Che voto ho preso? Quanto sono stato bravo?
“Luca dimmi una cosa, una cosa soltanto: sono stata almeno qualche volta una buona mamma?”.

StoriaArrampicataRomana4-6

 

E poi qualche stupido si meraviglia che un altro stupido dia importanza al grado di una via. Che ci si impunti, che si imbamboli, che ci si ostini, anche a giorni o mesi di distanza per capire se tanto sudore, tanta volontà e tante energie così male indirizzate valgano un sei bi o un sei bi più. Un sette, o un otto, o un quattro meno meno.
Sono arrivato alla sufficienza?
Dove posso ritirare la mia pagella?
E così, dopo che sei stato un bambino come tanti. Dopo non aver vinto nessuna medaglia se non quelle “di partecipazione”. Dopo che a scuola ti sei confuso con altri cento che erano un po’ meglio e un po’ peggio di te. Dopo aver visto che al parco, giocando a pallone, non riesci quasi mai a fare gol e spesso ti mettono in porta. Dopo che hai deciso, alla corsa campestre della terza media, di procurarti almeno qualche minuto di gloria, e sei scattato al via come un forsennato, passando in testa al primo dei cinque giri previsti, ma crollando poco dopo in seconda, terza, decima posizione, fingendo platealmente che sia stata una brutta storta a fermarti, quand’era l’affanno infinito, e del tutto calcolato, di due gambe e un cuore senza particolari virtù.

Dopo che ti sei tenuto dentro, così a lungo, tutta l’ambizione e la passione non ricambiata del più banale terreno simbolico di un ragazzino, lo sport, perché mai sei riuscito a fare quel gradino in più: nel minibasket, dove passavi sempre la palla perché sapevi che nel canestro non sarebbe entrata; nel nuoto, dove nuotavi mediocremente nella media; nel baseball, dove giocavi riserva oppure (nei momenti supremi!) esterno; nella pallavolo, dove ti eri inventato che saresti stato “alzatore”.
Dopo tutto questo.
Ti svegli una mattina a diciannove anni, e pensi che la partita forse non è ancora persa. Pensi: in questa cosa riesco.
Finalmente una cosa, un’unica cosa, in cui riesco.
Forse è perché ‘sto sport lo facciamo in dieci o in venti in tutta Roma. Forse perché tra questi venti, io sono tra i quattro o cinque che l’hanno presa più sul serio.
Forse perché, mi accorgo confrontandomi agli altri, ho le mani piccole: e le mie dita corte riescono ad arcuare e tenere le tacchette, si infilano nei buchetti…
La bilancia dice che peso 60 chili per un metro e settancinque. “Eh! Si vede che hai le ossa leggere!”.
Allora comincio a fare qualche calcolo, per vedere se riesco in extremis, all’ultima fermata della mia infanzia, a guadagnarmi una pagella che sia – per una volta – la prova inconfutabile di un qualche oscuro talento.
Vediamo un po’. Kajagoogoo. Il primo 7a del centro Italia. Ci sono tre salite. Tre almeno quelle dei romani (quelli del nord, Gallo, ecc., non contano: mi sto apparecchiando in testa un piccolo campionato regionale). Primo Stefano, secondo Andrea, terzo Sandro. E poi?
C’è lotta aperta per il quarto posto. Ignazio è quello che sembra esserci più vicino. Siamo fuori dalla zona “medaglie”, è vero. Ma ti rendi conto cosa vorrebbe dire arrivare dopo quei tre? Riuscire a liberare un 7a? (Scala UIAA = VIII grado). Una cosa da sentirsi davvero importanti. Un sogno.
Una domenica, a Sperlonga, guardo con attenzione Andrea mentre sale. Nei tre metri che precedono il passaggio chiave, lo vedo sfruttare dei verticali sulla sinistra. Studio tutto meticolosamente, e registro nella memoria visiva. Guardo dove mette i piedi nel momento in cui deve bloccare sul famigerato monodito (la goccia!). Poi, quando ci incontriamo, gli chiedo ulteriori dettagli.
La settimana dopo ci provo: finalmente quel che mi sembrava impossibile comincia ad apparirmi più umano.
Faccio vari resting, però mi vengono tutti i movimenti, compreso l’ultimo, il più difficile. Ogni alzata di piede, ogni moschettonaggio, ha un suo come e quando. La parete è tempestata di puntini bianchi di magnesia per individuare in fretta i piccolissimi appoggi per i piedi.
Siamo nel novembre 1985.

Sperlonga, 1985
StoriaArrampicataRomana4-7
Ignazio – dicevo – è in vantaggio, e infatti sarà il quarto romano a liberare Kajagoogoo.
Io intanto, su suggerimento di Stefano, sono andato a provare anche Blues per Allah: un tiro a metà del paretone, che supera un breve strapiombo. Valutazione proposta da Stefano: 7a+. Come sempre, due le ripetizioni fino a quel momento: Andrea e Jolly.
Stefano mi ha consigliato davvero bene. Il passaggio mi viene: è un boulder. La settimana dopo (8 dicembre 1985) riesco a farlo in libera. Torno giù dal Mozzarellaro, e lì ha luogo la prima “svalutazione ufficiale ad personam” della storia dell’arrampicata sportiva romana: Andrea mi chiede: “Quanto sarà?”. Non ho il tempo di muovere le labbra e lui prosegue: “7a, vero?”. Certo Andrea, come dirti di no. E’ la prima via che faccio di quel grado. Dimmi pure che è 7a. Io sono felice, e sono il quarto in assoluto ad esserci passato.
Trascorrono altri sei giorni e riesco a liberare Kajagoogoo, in un’indimenticabile giornata in cui scalo col Medioverme.
Finalmente la mia pagella risplende. Due setteà!!!
Finalmente una cosa in cui riesco.
No, mi rendo conto, non è più la partita dell’infanzia che mi sto giocando. Quella ormai è chiusa, è andata così.
E’ soltanto un modo per continuare a giocare: giocare nella mia testa ad esser bravo, a riuscire in qualcosa. E giocare con i miei amici, ogni domenica, a chi riesce a passare per primo (o per secondo, o per terzo…) su un passaggio. Giocare a sfotterci l’un l’altro. A farci sicura. A dirci i passaggi. A discutere sui gradi. A fare i “chioppi”. A spaccarci la pelle su appigli taglienti.
Un gioco e nulla più. Innocente, simbolico, spietato e condiviso insieme.
E in quei momenti, sulle rocce di Sperlonga, le luci del Grande Spettacolo brillano come non mai.

Capitolo 17
Un giorno, sotto alla fascia superiore di Sperlonga, mentre sto per partire sul Garage di Giorgio, Ignazio mi guarda e mi fa: “Oh, senti un po’, Bibolacqua…”. E dopo qualche secondo, essendosi già scordato cosa mi doveva dire, “Sì, ecco come ti chiamerò. Bibo, che in latino vuol dire bere. Del resto ti chiami Bevilacqua, giusto?”.
Così è nato Bibo. Che a Roma si pronuncia Bibbo.
Bibbo, Gamberoni, e lo stesso Stefanino, e qualche altro giovane più o meno glorioso. Tutti lì ad uncinare le dolorose gocce di Sperlonga, tutti i santi week-end, e a volte anche in mezzo alla settimana. Ma le ragazze?
Non ci sono quasi ragazze. L’unica carina è Laleh. Le altre si affacciano e spariscono. Nessuna entra a far parte del giro.
Così, nell’autunno 1985, a cavallo tra il Verdon e Blues per Allah, ci facciamo allettare da una proposta che viene dalla Scuola “Paolo Consiglio”. Entrare tutti nella Scuola, per portare forze fresche! Stefano, Jolly, Massimo, Pierluigi, io (e forse qualcun altro?).
Scuola uguale corsi. Corsi uguale pubblico variegato. Pubblico variegato uguale – lo dice la statistica – qualche ragazza!
“Eh sì! Scusa se è poco, bella! Sono appena un Allievo-Istruttore, è vero. Ma guarda che canotta, guarda i miei pantacollant e il sacchetto della magnesite. Salgo sui 6b pure bendato. So fare i lanci e non ho paura del volo. Chi nel CAI potrebbe offrirti di più? E poi, non ti sembra meravigliosamente bello arrampicare? Con me potrai farlo a volontà. Anche tutta la vita. Ti porterò in Verdon e a Yosemite, a Ciampino e pure al Morra. Stai con me bella. Ci divertiremo”.
Così partono le fantasie della sera prima.
E poi la lotta, la prima domenica del corso, per accaparrarsi le fanciulle più avvenenti.
Cristo Santo, ho quasi vent’anni, e ancora non sono stato con una ragazza!
Ma soltanto Stefano riuscirà, alla fine del corso, a scalare e poi mettersi insieme con la sua allieva preferita. Una biondina di nome Paola: intelligente e simpatica, oltre che carina… A me invece piaceva, fin dall’inizio, Isabella, diciassette anni. Ovviamente non le mandavo nessun segnale. Dissimulazione assoluta.

StoriaArrampicataRomana4-8
Ostentata monomania per le placche grigie e lisce.
E sempre pronto a cogliere uno sguardo volto altrove da parte di lei come la prova tangibile, senza appello, del fatto che non le piacevo. Anzi, forse si era accorta del mio interesse (cavolo, mi sono fatto scoprire!), e questo la annoiava e irritava.
Non riuscii a far altro che introdurla, per qualche tempo, in quel pessimo ambiente da caserma che era il giro degli sperlonghiani. Andrea, il sommo Andrea, capì tutto: i miei sentimenti e la relativa delusione. Non fece mancare lo sfottò, chiosando perfidamente l’esuberanza, appena celata da una fruit bianca, del seno di Isabella.
Alla fine le dedicò il nome di una via tra le più dure del momento: Isabella nel paese del peccato, 7b+.
La Scuola, come espediente per rimorchiare, non aveva funzionato. (Ricordo invece che un giorno, a Leano, arrampicai con un ragazzino che sembrava molto portato: Sebastiano Labozzetta. Al corso era iscritta anche sua sorella Silvia…).
Con Massimo decidemmo che era il caso di sfruttare la Scuola per fare ciò che una Scuola deve fare. Così progettammo, e realizzammo qualche tempo dopo, con l’appoggio incondizionato di Marco Geri e Gianni Battimelli, uno dei primi corsi di arrampicata sportiva in Italia.
Però il problema della mancanza cronica di ragazze persisteva.
Rimane storico un episodio, un sabato pomeriggio da Guido (il Mozzarellaro). Saranno state le sei o le sette. Eravamo alla ventesima partita di biliardino. Avevamo ridiscusso per la centesima volta di qualche passaggio di qualche via, e del relativo grado di difficoltà. Girava timidamente qualche canna (“Tanto Guido da mò che ha capito!”). Il juke-box mandava una canzone dei Tears for fears.
Vicino ai bagni c’era una putrella d’acciaio dove si svolgevano gare di trazioni e vari test di forza pura.
Le solite battute grevi, il solito clima da vitelloni. Aspettando le sette e mezza per andare in pizzeria a Gaeta.
A un certo punto entrano dal Mozzarellaro due ragazze. Anzi no, sono tre. Attento, oh! Sono quattro, cinque, sei…
Corri a chiamare il Tantaillo che sta al cesso!
Una decina di ragazze. Tutte con la tuta da ginnastica dello stesso colore. Una squadra di pallavolo.
Avranno sedici-diciotto anni. Ormai sono entrate, hanno ordinato e si sono sedute, quando si accorgono della nostra buffa, insolita presenza. Noi siamo una dozzina, forse quindici. Brutti (?), spettinati, mani spellate e ancora sporche di bianco. Vestiti forse non proprio di “stracci”, ma poco ci manca. Si saranno chieste: ma questi chi sono?
Inevitabile scatenarsi di risatine. Sguardi incrociati fra i tavoli. Giochi rapidissimi ed effimeri di seduzione.
La leggenda vuole che sulla tovaglia di carta, prima di andar via, avessero pure lasciato un messaggio d’amore. Per Jolly. O per Maurizio Tacchi. Chi potrà mai saperlo?

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Tra turchi e curdi

Tra turchi e curdi
di Bibiana Ferrari
(il testo in corsivo è mio)

27 luglio 1990. Partenza ore 23, pernottamento in area di parcheggio autostradale a Verona.

28 luglio. Confine a Gorizia ore 9. Circa 25 km prima di Belgrado, ristorantino fuori dell’autostrada, a 5 km (assieme a un’officina di autoriparazioni). Proseguiamo fino a 80 km verso Nis.

29 luglio. Passaggio in Bulgaria, ore 7.30. Thrilling della mancanza del libretto di circolazione, mentre Bibi dorme. Acquisti bulgari dopo Plodniv, con i leva cambiati obbligatoriamente: prugne, miele, melone (cattivo) e pomodori.

Bibi è punta da una vespa sul braccio che tiene fuori dal finestrino. Ore 16, confine turco. Altro thrilling per libretto che, subito dopo, viene ritrovato. Per converso scompaiono 50.000 lire turche (circa 25.000 lire italiane).

A Istanbul c’è una coda bestiale per il traffico domenicale di rientro. Arrivo trionfale al Mocamp Ataköy Camping alle ore 21. C’è una cena di matrimonio, con cantante e balli. Bello.

30 luglio. Ale si sveglia “with traversing coglions”: “Non siamo organizzati!”. Autobus, ricerca barca per Bosforo, conclusasi con clamoroso torto di Ale al riguardo della localizzazione delle barche turistiche. Si ripiega sul bazar coperto. Sgradevole sensazione per discussione su eventuale giornata a Istanbul al ritorno dedicata agli acquisti. Ricerca del ristorante del Topkapi (Konyali Restaurant): non trovato. Siamo finiti al Four Seasons, posto chic per turisti coglions, riempiti come tacchini inglesi, pagato come nababbi. Bus, camping.

Eflatun pinar (Fonte di Platone)
TraTurchiCurdi-1280px-Eflatunpinar

31 luglio. Partenza da Istanbul ore 13, traffico incasinato ma non tanto. Izmit, Adapazari, Bilecik, Eskişehir, Emirdağ, Çay. Deviazione di 4 km per pipì di Bibi. Bettola lokanta ottima, trattamento familiare (18.000 lire T.). Notte in area di sosta vicino ai pioppi.

1 agosto. Partenza più mattiniera del solito e scelta di un bel luogo di sosta, con fonte e vino bianco raffreddato. Discesa a Eflatun pinar (Fonte di Platone), poi Beyşehir (sul lago omonimo, bello). Traversata di più valli, molto belle e boschive, sotto i Tauri occidentali. Discesa al mare per strada faraonica intervallata dalla vecchia stradina. Svolta a est per Alanya, insabbiamento sulla costa, bagno. Sosta al Mocamp a 32 km da Alanya, in località Okurcalar. Allo Yali restaurant mangiato pesce e Sis kebap, più vino bianco e rosso.

2 agosto. Bagnetti ripetuti alla spiaggia del camping. Ale (eroico) fa un tuffo pericolosissimo, troppo alto. Il sole picchia, così alle 14 lasciamo Okurcalar alla volta di Alanya.

Aaarghh! Palazzi di cemento e grandi alberghi ci dirottano subito verso altri lidi. Quelle costruzioni sono uno choc. Qualche km dopo altro bagnetto, merenda con meze, anguria (karpuz), tè turco (çay) e birra. Ristorati, raggiungiamo Gazipaşa dopo aver visitato le rovine di Iotape (tenute malissimo). Il camping di Gazipaşa ha un bel ristorante accanto. Ceniamo, serviti e riveriti da un intraprendente turco poliglotta. Grande incontro di backgammon tra i girasole (per Ale è la prima volta…). La notte sarà… turca, vicino a una famigliola che fa casino fino a oltre mezzanotte.

Antiocheia ad Cragum

Antiocheia ad Cragum, Turchia

 

3 agosto. Trasferimento mattutino sotto a falesia rossa con caverna per metterci il furgone. Accennato qualche passo d’arrampicata ma, visti i risultati, meglio prendere il sole. Provate per la prima volta le pinne. La cosa migliore è sdraiarsi sulla battigia. C’è solo una jeep con due austriaci, due turchi e altre quattro o cinque persone in lontananza. Quando la calura è al massimo ce ne andiamo. Poco dopo siamo a visitare Antiocheia ad Cragum, con tre simpatici bambini che ci fanno da guida. Impressione di abbandono, grande almeno quanto i fasti passati: colonne di granito sparse ovunque, una strada che ha fatto scompiglio di antiche cose. Ina violenza che proviamo solo noi, oggi.

La strada continua con bellissimi su e giù a mezzacosta, tra pini marittimi imponenti oppure bananeti. Acquisto banane. prosecuzione fino a bellissimo luogo 20 km prima di Anamur, bel promontorio, belle spiagge. 45 minuti di pace totale con aperitivo di grignolino. Continuiamo per Anamur e deviamo poi per Ane Mourion, la città vecchia. Grandi vestigia, grande abbandono e annesso tentativo di sfruttamento turistico. Ristoranti e campeggio proprio sotto alle rovine, delle quali a nessuno frega nulla, solo perché c’è il mare. pochi km più in là, appena oltre la fortezza ben conservata di Mamure Kalesi, c’è il campeggio delle tartarughe di mare. Bibi è in canotta verde ed è la più bella di tutte le ragazze.

Uchisar (Cappadocia)

Uchisar (Cappadocia), Turchia , Cappadocia

4 agosto. Notte infernale, le zanzare incominciano appena smettono cicale e grilli. Finiscono le zanzare quando ricominciano grilli e cicale. Alle prime luci, in più, attaccano le mosche. Decidiamo così di lasciare il camping alle 7.30 per cercare un luogo meno “fastidioso” per fare colazione. Inoltre siamo sprovvisti dell’ormai consueto yogurt mattutino. Inizia la nostra anabasi di paese in paese alla ricerca dell’agognata leccornia bianca. Dopo due ore di ricerca (la costa è bella ma non è raggiungibile per via della strada che passa molto in alto) rimediamo finalmente lo yogurt presso un Tesishi Petrol Ofisi (stazione di servizio). Imbandiamo un’allegra tavola accanto a una graziosa caletta con dei turchi che prendono la tintarella. Dopo aver trascorso la mattinata a mollo proseguiamo alla ricerca di nuovi lidi: e che lidi! A Karatepe ci si presenta uno scorcio sul paradiso terrestre, inaspettato visto il tenore delle baie precedenti (dove c’è sabbia raggiungibile ci sono alberghi e appartamenti): un’infilata di tre spiaggione bianche e deserte, lunghe fino a tre km.

Uchisar(Cappadocia)

Uchisar(Cappadocia), Turchia , Cappadocia

Bagno, uva, spostamento a Liman Kalesi. Altro bagno. Spesa a Silifke e telefonata ai genitori. Il progetto di cenare chez nous è abbandonato perché l’incantevole posto dove sostiamo si riempie di turchi rumorosi e grezzi. Al ristorante Ale rimanda indietro il vino e io mi arrabbio. Altra notte d’inferno.

5 agosto. Ale fa (a sua insaputa) l’ultimo bagno: seguiranno momenti di orrore, perché le coste tra Silifke e Mersin sono uno scempio di cemento, nella più totale trascuratezza. Poi, in corrispondenza di Mersin, cominciano anche le industrie. Sulla via per Tarsus, mentre facciamo gasolio, tanto dicono e tanto fanno che ci lavano (in quattro) il furgone. Risaliamo verso Pozanti (dopo inutile ricerca di cambio money). La strada è quella per Ankara, trafficata. Lunch sotto un ponte, come i barboni, mentre un turco pesca con la rete. Verso il Caykavak Pass si respira già un’altra aria, poi Niğde in lontananza. facciamo visita al monastero di Eski Gümüs. Molto suggestivo, con bellissimi affreschi, anche le colonne dipinte. Una visita serena che ci ha fatto per un momento sognare epoche antiche.

Bibi è assai colpita dall’atmosfera del villaggio di Gümüsler, ma è anche colpita da un attacco di insetti cattivissimi. Riprendiamo il viaggio verso la Cappadocia. Dopo Nevşehir ci colpisce il primo impatto con Uchisar, alla luce del tramonto. bel camping a Göreme, con cena casalinga.

6 agosto. Cappadocia eccoci qua! Effettuati lavaggi vari (stoviglie, corpi, indumenti), riempito lo stomaco, partiamo da bravi turisti alla scoperta di luoghi sì famosi. Incontro con i Salvi, nostri amici. Göreme è piena di turisti puzzolenti (nelle varie cappelle c’è un fetore rancido che rende insostenibile la visita. Scalata alla rocca di Uchisar, transito da Ürgüp per raggiungere Avanos e visitarla, comprensivo di un “tunnel della morte” traversato senza pila. Frenesia di partire per Çamardi. No comment. Lokantasi fetida, notte di gelo.

Bibi in mezzo alla famiglia di Cavit Alì e Hassan, Çukurbağ
Cukurbag, Turchia

7 agosto. Siamo a Çukurbağ 1530 m. Le tensioni serotine si ripropongono al risveglio ma, come per incanto, nel bel mezzo dei nostri musi lunghi, compare Hassan, giovane guida turca, che ci propone meravigliosi servigi per raggiungere la vetta del Demir Kazik 3756 m, la cima più alta dell’Ala Dağlar.

E’ quanto, forse, stavamo aspettando. Conosciamo tutta la sua famiglia, Cavit Alì, mogli, nipoti e mamma dai capelli rossi (spettacolo da non perdere). Contrattiamo il prezzo per i tre giorni di gita: 300.000 LT. Tale cifra è da noi formulata come controproposta alle 480.000 LT richieste, perché dopo aver fatto la spesa a Çamardi e aver chiacchierato con altra guida turca abbiamo ritenuto che fosse un prezzo giusto.

Campo sotto Dipizgöl, Aladag

Campo sotto Dipizgöl, Aladag, Turchia

L’accordo è raggiunto: si firma con un buon tè seduti davanti a casa tra i fiori di malva. Il pomeriggio trascorre tra preparativi e scorpacciate di albicocche e ciliegie che posso LIBERAMENTE cogliere dal giardino.

La cena ci viene offerta a casa sua: ottima, ma non abbondante. Integrata poi in furgone con pane, formaggio e cachi.

8 agosto. Colazione turca, poi partenza ore 9, con comitato di saluto al gran completo. Pian piano raggiungiamo Arpalik, un bell’altopiano che ci consente di evitare le gole. Lì, a 2300 m, incontriamo alcune donne nomadi che ci offrono assaggi di yogurt. Una di loro è malata e vorrebbe delle medicine. Un ragazzetto turco si accoda alla nostra carovana di asini e chiacchiera con Hassan. Superiamo un colletto a 2565 m e da lì in breve siamo a Tekepinar 2540 m, dove una bella sorgente ci invita a fare sosta per il pranzo. Attorno alla pozza cresce una profumata mentuccia che raccolgo, mentre un’aquila ci volteggia sopra. A Dipiz Göl 2860 m altro campo nomade, dove “ordiniamo” yogurt e formaggio per la cena. I pastori si divertono con i binocoli di Ale.

Kuçuk Göl
Kukuc Gol, Aladag, Turchia

Facciamo campo a Kuçuk Göl 2960 m, accanto a una tenda di tedeschi. Tentiamo con disgusto di mangiare una minestra liofilizzata. La notte è molto fredda e Hassan si irrigidisce.

9 agosto. Partenza ore 7.30. Ho mal di pancia. Giunti a un colle a 3190 m (quello tra il Demir Kazik e il Kuçuk Demir Kazik), con Ale attacchiamo la cresta nord, un’arrampicata assai panoramica, faticosa ma non atletica. Troviamo qualche vecchio chiodo e su quelli messi da Ale faccio pratica di schiodatura. Grossa delusione quando credo di essere quasi in punta e invece ci tocca calarci per 55 m da un pinnacolo farabutto. Siamo in vetta a 3756 m alle 15.30. La discesa è per la via normale: inizialmente impegnativa poi, raggiunto un colle a 3400 m, divertente perché si scende per lunghissimi ghiaioni. Alle 19.30 arriviamo a Kayacik 2780 m, dove incontriamo quattro tedeschi dell’Est, al cospetto di alcune belle stelle cadenti. Hassan ci aveva preparato il campo.

In vetta al Demir Kazir
In vetta al DEmirkazir (Aladag), Turchia

10 agosto. Via dal campo per le 10, poi giunti a un ristoro (Trekking Traveller 2030 m) ci concediamo un’aranciata. Scendendo ancora ci ritroviamo a pianificare i giorni futuri.

Ultimi km in moto, dopo il “centro” di Çukurbağ. A casa di Cavit Alì tutto regolare nelle operazioni di paga e di sganciamento, assai facili. La moglie di Alì (il fratello maggiore di Hassan) si lascia sfuggire una lacrima quando partiamo.

Per una strada secondaria (Içmeli, Doğanli, Edikli e Orhanli) arriviamo a Derinkuyu: anche se probabilmente abbiamo perso tempo perché in realtà era quasi un “fuoristrada”, specialmente la discesa su Derinkuyu. Qui visitiamo la città sotterranea (otto piani) assieme a tre o quattro dozzine di turisti vocianti.

Al tramonto ritorniamo a Göreme, nel camping precedente. Doccia e cena in un ristorante di fronte. Bibi, famelica, paga tutto nella notte con urgenti scariche al bagno.

11 agosto. Lasciamo Göreme verso le 12 alla volta di Malatya, via Develi (piana di sabbia), Tufanbeyli, Göksun, Elbistan e Yeşilyurt. Cerco di comprare un giornale straniero, ma senza successo. Ci consoliamo con 1,3 kg di miele che successivamente si rovescerà dietro il sedile di Ale. Le strade segnate in giallo sulla carta sono in cattive condizioni, capitano spesso lunghi tratti di sterrato non annunciati dalla carta e più volte vaghiamo per i paesi (20, 30 case) senza capire qual è il proseguimento della nostra strada.

Siamo a Malatya alle 20. Con l’aiuto della fedele guida turistica raggiungiamo un hotel dal quale posso telefonare a casa. La mamma di mia cognata mi mette in agitazione con l’Iraq che ha invaso il Kuwait. Ceniamo in un lussuoso locale al sesto piano di un edificio in centro città. Notte al Petrol-opisi di fianco a una strada fantasma. Ma la cagarella è passata.

12 agosto. Deliziosa (ma letale per Ale) colazione a un tea garden stile notturno.

Il lago di Van ci attende. Quattro ore più tardi incomincerà il malessere di Ale, mentre attraversiamo Elāziğ, Muş, Tatvan. Siamo ormai sulla riva meridionale del Lago di Van (Van Gölü). Sosta camping a Gevas. Cena chez nous con miliardi di moscerini.

Timar (Lago di Van)
Timar (Lago di Van), Turchia

13 agosto. Giornata monotona, con turismo a Van e sosta in un tea garden merdoso. Visita ai bazar, acquisto di verdure per la cena. Poi camping umido Anatholia. Ale sta ancora male ed è antipatico. Io piango, telefono e bevo birra.

14 agosto. Ultimi lavaggi prima di partire per l’Ovest. Giretto a van dove compro gli orecchini che avevo visto il giorno prima. La gola mi fa comprare una pizza turca buonissima. E’ il lahmacun (che in arabo significa impasto con carne), un sottile strato di pasta ricoperto di carne macinata piccante, pomodoro, e altri ingredienti. Viene solitamente cotto in un forno a legna e servito con insalata e limone. Qui si trattava di una variante al formaggio. Poi bagno sulle rive del lago a circa 50 km da Van, dove siamo circondati da ragazzini curiosi. Uno di loro è a cavallo e Ale ci salirà sopra per fare una foto. Lasciato l’enorme distesa del lago, a Tutak il furgone fa le bizze e alcuni locali ci aiutano a ripartire. Una bella strada ci porta fino ad Ağri seguendo il mitico fiume Eufrate. Baracchini vendono dei grossi pesci. Giungiamo a Erzurum alle 21, ceniamo in un lussuoso ristorante, poi notte alla solita catena di camping.

15 agosto. Visita di Erzurum, percepiamo venti di guerra. Proseguiamo ugualmente verso ovest, Aşkale, Tercan, Pülümür, Tunceli, qualche pezzo di strada davvero pessimo. A Tunceli siamo controllati dalla polizia. Sono preoccupata per la guerra e discuto con Ale che però se ne frega.

Parete e spigolo est del Kukkul Kadigi (Munzur)

Parete est del Kukkul Kadigi (Munzur), Turchia

Percorriamo la pista per Ovacik che attraversa una regione con vedute bellissime. Dei militari idioti ci fermano poco dopo, ma riusciamo a passare. la nostra meta sono le montagne del gruppo del Munzur, un parco nazionale (Munzur Vadisi Milli Parkı). Ovacik è un luogo assurdo (10.000 abitanti) a stragrande maggioranza curda (lo scopriremo più avanti). Tentativo di telefonata a casa e incontro con Cemal. La polizia locale ci trattiene a lungo, vogliono sapere che ci facciamo lì. Una specie di Fuga di Mezzanotte edulcorata, mentre in modo sempre più evidente Cemal mi fa una corte sfacciata. Ci offrono dei pasticcini mentre ci ritirano i passaporti: semplice, se vogliamo salire in montagna al Munzur, ci devono trattenere i passaporti. Accettiamo.

A. Gogna nella 1a ascensione dello spigolo est del Kulkul Kadigi (Munzur)
A. Gogna in 1a ascensione spigolo est del Kulkul Kadigi (Munzur), Turchia

16 agosto. Preparativi, altro tentativo di telefonata (più che altro per saperne di più sull’Irak e la possibile guerra), poi trasferimento al paesino un centinaio di metri più alto. Mentre contrattiamo il prezzo dell’asino e riforniamo d’acqua il furgone Volkswagen, mig turchi sfrecciano sulle nostre teste. Ora finalmente anche Ale è perplesso. Facciamo una trattativa per arrivare a 75 dollari, se non non partiamo. Così a decidere sarà Allah…

Arriviamo a 75 dollari, si parte. Ci addentriamo subito nella valle Kirkmerdiven. Pediluvio.La valle poi diventa a U e con questa mutazione diventa anche torrida. Presto, dopo due belle cascate sulla destra, si arriva ai due salti rocciosi che danno il nome. L’asino recalcitra, ma non abbiamo sufficiente esperienza per capire se è un pacco d’asino. Dopo il risalto ripido dovrebbe esserci una fonte, che infatti troviamo con grande piacere. Caldo bestiale, ma bel ristoro. Traversiamo verso est e saliamo a un imprevisto campo di pastori che ci accolgono con bella ospitalità. C’era anche una donna che faceva la nurse ad Antalya. Tè, formaggio, pane. Belli pieni riprendiamo la salita a un colle 2640 m che superiamo con la luce ormai grigiastra. Ci si apre la valle stupenda a settentrione. Scendiamo a una conca e da lì risaliamo al campo dei pastori dove si sa esserci lo “zio” di Cemal. Capiamo subito d’essere al posto giusto con le persone giuste. Ci offrono subito tè, formaggio, seggioline da pastore e lanterna. Cuciniamo le nostre misere cose che mangiamo assieme alle loro, dando forse l’impressione d’essere dei maiali. Bibi ha subìto un primo “attacco” alla fonte, poi un secondo durante la cena. Basta che mi allontani un attimo ed è “dichiarazione” appassionata.

17 agosto. Colazione curda con panna, formaggio e burro + barrette Enervit. Pieni di buon cibo attraversiamo la valle per raggiungere il ghiaione sotto alla parete che vogliamo salire. Cemal, stile camoscio, ci lascia dopo poco per saltellare qua e là sulle rocce circostanti con i binocoli di Ale.

In vetta al Kulkul Kadigi (Munzur)
In vetta al Kulkul Kadigi (Munzur), Turchia

Siamo al laghetto alla base della parete est del Kulkul Gadigi 3080 m, circa 270 metri di roccia verticale. Nessuno l’ha mai salita. Un tiepido sole ci scalda mentre Ale attacca. Tutto procede bene, su passi anche impegnativi. Solo in alto, il sole scompare e ho una breve crisi di nervi per il freddo e la stanchezza. Alle 16.30 siamo in cima. La discesa non è delle più facili. Il “fedele” Cemal, infreddolito, ci aspetta agli zaini. Alle 19, stanchi ma felici, rientriamo alle tende, dove lo “zio” ha preparato zuppa di patate.

Segue cena curda a base di latticini e congratulazioni per lo spettacolo che abbiamo offerto. mentre le chiacchiere con Cemal si riducono alla problematica per il suo passaporto. Non che non ci rattristino le vicende di un curdo in terra di Turchia, ma l’uomo è un po’ insistente, anche al di là delle avances a Bibi. Peccato, perché la chiacchierata con lo “zio” avrebbe potuto essere ancora più intensa. Un uomo che era stato in Germania, che ne ha passate di tutti i colori, e che ritiene quella terra più ospitale della turca…

Assieme ci scoliamo mezza bottiglia di raki (la mattina dopo vedremo la stessa bottiglia ormai vuota). Il sonno mette termine alle ciance. Il cane non abbaia più come la sera prima: vuole dire che forse l’orso si è allontanato.

18 agosto. Mattinata di foto di gruppo. Lo “zio” è sempre più gentile e simpatico. Colazione alla pastora, alla grande. All’ultimo momento decidiamo di non ripassare dal sentiero dell’andata. Due bimbe ci accompagnano un pezzo e chiedono a Bibi perché non ci fermiamo ancora due giorni.

Superato un passo verso sud-est a 2750 m, discesa breve e risalita ad altro colle a 2750 m, subito dopo il quale si scende a un bell’acquitrino. Dopo si apre una conca aperta, sulla quale Cemal ci dice che pascolano 16.000 pecore (ma non ci credo). Ci sono tantissime tende. Inaspettata risalita di altri 250 metri fino a un passo a 2810 m. In discesa, nel caldo ormai infernale, verso il villaggio di partenza.

Foto ricordo con i pastori curdi del campo del Munzur. Cemal è alla mia sinistra, lo “zio” è alla destra di Bibi
Con i curdi al campo del Munzur, Turchia

Ormai Cemal sente la preda sfuggirgli e ci propone la visita alle sorgenti del Munzur: ma noi, dopo aver pagato l’asino, partiamo come da programma. Recuperati i passaporti, per festeggiare beviamo assieme a lui una birra con melone e anguria. A questo punto lo paghiamo, non vedendo l’ora di liberarci di lui perché la sua insistenza in tutti i sensi è in aumento, se possibile.

Una tartaruga ci attraversa la strada mentre da Ovacik ci dirigiamo verso Hozat e poi verso Pertek. La temperatura dell’acqua del furgone sale inspiegabilmente, ma per fortuna resta un episodio isolato.

Buon pesce in attesa del traghetto che ci porta a traversare lo stretto lago di Keban Baraji, quindi in breve a Elāziğ. Pochi km dopo, sosta a un distributore, dove Bibi riesce finalmente a sentire i suoi per telefono.

19 agosto. Malatya – Kayseri – Kirşehir – Kirikkale – Ankara. A parte il giallo della lancetta della temperatura dell’acqua (evitabile aggiungendone un po’ la mattina), nulla di rilevante in questo tappone di quasi 800 km. Colazione a un Tessisleri, quello dove pregano subito a est di Malatya. 20 km prima di Ankara, bel campeggio con bel ristorante. Siamo abbastanza stanchi.

20 agosto. Partenza per Ankara, poi, prima di Bolu, a Gerede, sosta per cercare le sediole di legno viste e usate nel soggiorno dallo “zio”. Al loro posto troviamo alcuni oggetti in rame, che Bibi compra. E’ allucinante il cambio alla banca: dopo un estenuante controllo, i Traveller Cheques di Bibi non sono accettati. La sensazione che Gerede abbia visto poco turismo è concreta. sarà anche una bella cittadina, ma non se ne fanno nulla dei Traveller Cheques e non hanno sedili curdi di legno. Anche la ricerca a Bolu è infruttuosa. Due gendarmi cercano a tutti i costi di comminarci una qualche multa. Arriviamo al campeggio di Ataköy (Istanbul) alle 20. Cena al ristorante.

Campo a sud-est del Colle 2750 m, Munzur

Campo a sud est del Colle 2750 m, Munzur, Turchia

21 agosto. Ansia di compere. Taxi fino ad Hagia Sophia, dove ci uniamo a un altro milione di turisti per visitarla. Negozietto per camicie, espadrillas nuove (e dolorose) per Ale. Giornale. Da lì salita verso il bazar e sosta in un buffo bar-cimitero dove, probabilmente, mi avvelenano. Finalmente il bazar è nostro. Ale “incontra” un samovar che più tardi acquisterà per 822 dollari da uno strano rigattiere che si mangia le parole. Io mi butto su un tappeto grazie allo charme di un signore sulla sessantina che ci accoglie nel suo negozio. Sfoggia foto di celebrità italiane sue ospiti (Giulio Andreotti). Sfiniti ma appagati ci concediamo un’ottima cenetta al Divan.

22 agosto. Il mio fisico oggi ha un crollo. Mi sveglio con l’ormai consueto corri-corri, ma intuisco che sarà peggio del solito. Riordinato il furgone, andiamo in piscina. Alle 16.30, dopo aver atteso invano una talpa che scavava sotto il furgone, lasciamo l’Ataköy per andare a comprare un braccialetto che avevo visto ieri al bazar. Il tempo peggiora e la mia salute anche. Ho la febbre. Aeroporto per comprare il giornale, poi via verso la frontiera bulgara che oltrepassiamo verso le 0.30 in mezzo a centinaia di turchi che stanno facendo ritorno in Germania. Troviamo una carta di circolazione jugoslava per terra. Notte in un campo di tabacco.

23 agosto. Ale si sveglia ben prima di me e guadagna un bel po’ di strada verso Sophia. Colazione sotto a un ponte. Tentativo di shopping nella capitale, più che altro per spendere i leva che ci hanno rifilato all’ingresso. Non si può comprare nulla, neppure l’acqua minerale, neppure il gasolio, se non con code chilometriche di persone che si creano e si disfano in pochi minuti, quando non c’è più nulla da vendere. Una realtà sconcertante: begli edifici, gente in ordine, pulita, negozi vuoti. Impressione di una disperata e desolante mancanza del minimo indispensabile. Anche per il pane code spaventose di gente incazzata: non facevamo a tempo a inserirci che pane non ce n’era più… L’ortolano oggi vende solo peperoni. In compenso ci sono sardine in scatola e uno strano merluzzo secco. Con le pive nel sacco e con i nostri leva per nulla intaccati (non li si può ricambiare in uscita…) lasciamo Sophia. Poco prima del confine con la Jugoslavia, Ale nota un uomo che a lato della strada vende bottiglie di vino. Ci precipitiamo a comprare una decina di bottiglie, quel tanto che basta a spendere tutti i leva e lasciando anche un po’ di mancia.

Bibi a Istanbul

Istanbul, Turchia

Il viaggio per la Jugoslavia è tormentato da fiumi di vetture turche dai tetti straripanti di merce. Ale decide di fermarsi in un posto qualunque prima di cena a Belgrado. Poi sosta di qualche ora in un campo.

24 agosto. Mi sveglio e Ale sta guidando. E’ da cinque ore che è al volante, dice che così ha evitato una buona parte di turchi. Siamo dopo Zagabria e sono le 7.30. Decidiamo di evitare l’autostrada in Slovenia per Lubiana (abbiamo sentito di grande tensione tra Slovenia e Serbia) e scegliamo un altro itinerario che ci porta in Istria. Da Fiume prendiamo un altro percorso secondario che ci porta a Umag, sul Mare Adriatico. Bagno, ricerca del camping e… aragosta. Un’altra vorace mangiata di pesce, forse un po’ cara. Ma abbiamo fatto male i conti, all’uscita del ristorante non abbiamo neppure i soldi per un gelato.

25 agosto. Ancora a Umag, mare e dolce far niente. Abbiamo attinto dalle ultime riserve nel nostro nascondiglio di soldi in furgone: con l’ultimo ristorante serale siamo ora completamente puliti. Meno male che abbiamo il serbatoio pieno di gasolio.

26 agosto. Alla frontiera ci viene in mente di consegnare ai doganieri la carta di circolazione trovata in Bulgaria. I militari guardano chi è il proprietario, che risulta essere uno di Niš, cioè serbo. Al che, con un sorriso, prendono il documento e lo gettano nella spazzatura. Nel primo pomeriggio siamo a casa, a Milano.

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Storia dell’arrampicata romana – 3

Storia dell’arrampicata romana – 3 (3-4)
di Luca Bevilacqua
(già pubblicato nel 2010 da climbing pills)

Nel filo del mio racconto, vale la pena riportare anche testimonianze altrui.

Intermezzo 2
La testimonianza di Emiliano Emilio Giuffrida
Una delle immagini più indelebili delle mie prime arrampicate è stata la prima volta a Sperlonga; era l’inverno ’84/’85, con l’ultima uscita del corso di roccia.
Di Sperlonga, rimasta a lungo segreta, si vociferavano le vie estreme e la roccia dura da scalare con appigli piccolissimi.

Andrea Di Bari su Reggae per Maometto, Sperlonga
StoriaArrampicataRomana-3--ADiBARiReggaePerMaometto

Non a caso ci si andava verso la fine del corso di roccia, dopo essere stati al Morra, Leano, Gaeta, e quando la maggior parte degli allievi era ormai più scafatella.
Comunque la vera novità per questa falesia era la prima comparsa degli spit, impensabili in altri posti per l’odio, o quanto meno la perplessità, che avrebbero suscitato negli ambienti alpinistici.
E sì perché allora, anche in falesia, vigevano regole alpinistiche che vedevano relegato al solo uso dei chiodi o dei nut il compito di protezione e il termine falesia stesso ancora non era entrato nel mondo dell’arrampicata che usava ancora la dizione: palestra di roccia.

Pensare all’uso dei chiodi a pressione per tentare la salita in libera era precluso; al più si poteva pensare di salire in artificiale ma la roccia andava rispettata.
Di attrezzare la via dall’alto neanche a parlarne. Ma forse, semplicemente, nessuno ancora ci aveva pensato.
A Sperlonga linee luccicanti di spit si distinguevano sopra le placche compattissime di roccia grigia che, mai prima di allora, avrebbero potuto essere salite.
E a Sperlonga qualcuno le saliva.
Sì, perché Sperlonga era il regno di quelli forti, di Stefano, Andrea, dei fratelli Delisi, di Furio Pennisi, dei Vermi, insomma era il posto dove andavano quelli che facevano il settimo grado; il mitico settimo grado di Reinhold Messner, quel grado che per tanto tempo la comunità alpinistica europea aveva fatto fatica ad accettare.

StoriaArrampicataRomana-3-2

 

Insomma era il massimo.
Potete ben immaginare la mia emozione al cospetto di cotanta grandezza che di lì a poco avrei iniziato a conoscere e a frequentare con assiduità.
Giunti alla base della parete il corso si fermò sotto uno degli avancorpi, lì c’erano le vie più abbordabili; vie che comunque sfioravano tutte il sesto grado.
Fino allora avevo arrampicato solo da secondo di cordata, ma non mi ero mai appeso.
Mi chiedevo se ce l’avrei fatta anche questa volta.
Addirittura a Leano ero stato capace di fare in continuità senza appendermi la via Arruginante, una vecchia via in artificiale che credo oggi sia valutata 6a, e il giudizio del mio istruttore fu: ragazzo molto atletico!

I primi metri della prima via furono abbastanza semplici, credo si trattasse di Camelot o Ginevra, ora non so bene, poi un passaggetto m’impegnò al massimo e ricordo, distintamente, la prima comparsa dell’acido lattico negli avambracci, presenza con la quale in seguito avrei imparato a familiarizzare.
In ogni modo riuscii a non appendermi neanche quella volta. In realtà la motivazione di tanta persistente tenacia nel non cadere era che arrampicavo accanto a una biondina di cui non ricordo il nome, e mai avrei dovuto svaccare in quella situazione.
Il secondo tiro fu Re Artù e qui la cosa si fece seria.
Mi ricordo la partenza durissima in cui, di lì a poco, ci avrei messo tutta la forza di dita che avevo e che iniziava scemare rapidamente, malgrado gli allenamenti infra-settimanali sugli stipiti di casa.
A parte tutto andò bene pure quella volta e non mi appesi.

StoriaArrampicataRomana-3-1
La via successiva, ci dissero, si chiamava Messico e nuvole, una via alla fascia superiore di quinto grado con un tetto finale, e per arrivarci era necessario passare sotto il “Paretone”, la parete del “Chiromante”.
Fino allora tutte le vie che avevo visto arrivavano al massimo al sesto grado ed io non avevo mai visto una via di settimo grado.
Sapevo che su quella parete ce n’erano alcune ed ero folgorato dall’idea che di lì a poco anche io avrei finalmente visto com’era fatta una via di settimo grado.
L’evento non si fece attendere.
Appena giunti presso un albero dove lasciammo gli zaini, nel punto più basso della parete del Chiromante, guardai in alto verso quella distesa di roccia grigia e rimasi intontito.
Subito sopra di me, presso un tettino di roccia, c’erano appesi due tizi: il primo stava a gambe larghe e faceva sicura subito sotto il tetto; l’altro, incurante della calura, era appeso subito sopra. Tutt’e due avevano la fascia nei capelli stile californiano.
Chiesi subito a un istruttore qual era il nome della via, ma soprattutto era il grado che volevo sapere.
La risposta fu: Serena alienazione, 6b.
Cioè settimo grado, faccio io? Sì, settimo grado.

StoriaArrampicataRomana-3-serenaalienazione
Una lunga pausa di riflessione che mi parve durare un’infinità mi portò poco a poco a valutare che i due tizi là sopra, allora erano proprio forti.
Non solo: il fatto di stare appesi con l’imbrago agli spit, insomma di riposarcisi sopra, li rendeva ai miei occhi ancora più forti.
E sì quelli erano proprio due tizi forti.
Dovevo assolutamente entrare a far parte della cerchia di quelli forti.
Non so perché ma ormai mi sentivo irrimediabilmente avvinto da questa nuova dimensione e dovevo fare di tutto per entrare a farne parte.
Qualche tempo dopo l’occasione mi venne offerta su un piatto d’argento una volta che Stefano, cioè quello più forte di tutti, e che già aveva salito l’ottavo grado, mi chiese se volevo arrampicare con lui.
Stefano l’avevo conosciuto una volta che a Ciampino si mise a piovere, e mi portò, assieme al mitico Giraffone, sul ponte della Casilina a far traversi.
Mi ricordo che mi parlò di una via durissima che stava provando: Baby Snake, e il grado era 7c.
La mia adesione alla prospettiva di arrampicare insieme fu immediata, e con fare opportunistico scaricai all’istante il tizio con il quale avrei dovuto arrampicare.
Credo che non me l’abbia mai perdonata, ma l’occasione era irrinunciabile.
Mi ricordo che facemmo, con infiniti resting da parte mia, Il mago di Oz, poi Flippaut e Kajagogo e Vermi in fuga. Insomma mi ricordo una giornata di acciaiate speciali in cui, per la prima volta, salivo su quei gradi.
Da allora i due tizi iniziarono a rivolgermi la parola.
Uno si chiamava Luca ed era soprannominato Bibo, l’altro si chiamava Maurizio ed era soprannominato Er Tozzo.
Bibo e Er Tozzo andavano a scuola insieme, arrampicavano sempre insieme, e anche se avevano iniziato a rivolgermi la parola una cosa per loro non era chiara: non riuscivano ancora a spiegarsi come avessi fatto io, fresco fresco di corso di roccia, ad aver già arrampicato una volta col mitico Finocchi.
Ma ci si dovettero abituare presto perché la cosa avvenne con una certa frequenza.
Col tempo, superate le iniziali diffidenze, diventammo buoni amici e i nostri incontri, che avvenivano puntualmente ogni domenica alle 8.00 al bar di Eur Fermi, per andare a Sperlonga, ci portarono, ancora oggi, ad arrampicare un’infinità di volte insieme.
Ma il vero salto di qualità, la nuova disposizione mentale che si affacciava nelle nostre vite, saldata alle nostre inquietudini di adolescenti un po’ ribelli, era quella che di lì a poco ci avrebbe visti proiettati ogni estate, prima mentalmente, poi sul serio, sulle falesie di mezza Europa, ancora mezzo imberbi e, soprattutto, senza un soldo in tasca…

Capitolo 12
Emilio scrive che quando da sotto ci ha visto la prima volta, a me e al Tozzo, su Serena alienazione (era esattamente il 10 febbraio 1985), ha pensato che fossimo due arrampicatori molto forti.
Eh già.
Come mi sono ritrovato, senza accorgermene, fra quelli “forti”?

L’attacco del secondo tiro di Ritorno di Paperoga, 6a+
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La cosa oggi fa sorridere. Era la prima volta che affrontavo, da primo e senza conoscerla, una via di 6b… E ci feci ben 4 resting (tutto è meticolosamente registrato sul mio quadernino).
Pensa, se oggi vai in una falesia qualsiasi, vedi uno che fa 4 resting su un 6b: non ti verrebbe mai di pensare che si tratta di un arrampicatore di alto livello.
Per la verità neanche io mi ritenevo tale. Però a un certo punto, in quei mesi, mi sono guardato intorno, e mi sono chiesto: ma quanta gente vedo che viene a Sperlonga e affronta un 6b da primo? La risposta era: quei 10-15 (i nomi che più o meno ho fatto fin qui), quelli che erano poi il mio modello, il mio riferimento irraggiungibile, e basta. Una cerchia alquanto ristretta.
Sono molto legato affettivamente, per averne fatto parte, alla Scuola “Paolo Consiglio” del CAI di Roma. Per questo posso dire con grande serenità e obiettività, senza alcuna malevolenza, che fra gli istruttori in attività non avevo visto nessuno andare a fare da capocordata Serena alienazione o Peek-à-bou, o Idefix. Il livello dei migliori era sul VI grado (5c, scala sperlonghiana di allora!), e la media era sul V/V+. Dunque, pensavo (con la presunzione dei miei diciotto anni): “caspita, io arrampico già meglio di quelli che insegnano ad arrampicare… ”
Ma non era tanto questo a farmi credere di esser diventato “forte”.
Dicevo di Serena alienazione. Ripartiamo da qui. Due settimane, dopo torno a Sperlonga con Maurizio e affrontiamo la salita integrale del Ritorno di Paperoga (Paperoga era un soprannome affibbiato per qualche tempo ad Andrea). Avevo fatto a dicembre, da secondo con Ignazio, metà del primo tiro: fin sotto allo strapiombetto (fermandoci cioè prima del passo chiave). Proseguo e faccio a vista il seguito. Poi recupero il Tozzo e salgo, sempre a vista, il secondo tiro (magnifico!).
Paperoga era data 6b- (oggi 6a+). Stefano ci ha visti da poco lontano (stava, credo, su Blues per Allah).
La sera, dal Mozzarellaro:
Stefano: “Eravate voi sul Ritorno di Paperoga?”
Smilzo: “Sì, una bellissima via, veramente”.
Stefano: “Bene. E come è andata?” (che vorrebbe dire: “come l’hai fatta?”)
Smilzo: “Sono contento: sono riuscito a fare a vista tutta la via!”
Stefano: “Caspita, bravo!”
Poche battute, ma di quelle che ti ricordi. Stefano, in quel momento il più forte di tutti, che mi dice “bravo”…

Andrea Di Bari su Baby Snake, 7a, Sperlonga. Foto: Luca Solari
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Cresce la convinzione, e se possibile, la motivazione. Un mese più tardi, e siamo al 24 marzo, torno su Serena alienazione e la salgo in libera. Wow! Sono entrato nel giro! Non a caso quello stesso giorno arrampico per la prima volta con Andrea: mi porta a fare La mistica giraffa (dedicata al “Giraffone” Angelo). Il grado del secondo tiro è 6c. Mi appendo (sono da secondo), ma capisco la sequenza, e – come si direbbe oggi – i movimenti mi vengono.
Ormai anche con Stefano siamo amici: un giorno in cui il cielo è nero e le pareti son tutte bagnate, mi porta, con Antonio Stazio, ad arrampicare in un settore strapiombante che sta chiodando per i giorni di pioggia: ha deciso di chiamarlo, ironicamente, L’ojo del sol… Provo una via con dei movimenti durissimi, e quasi non mi muovo: Dark, 7a+.
Quello è grosso modo, in questa fase, il grado-top dalle nostre parti. Le vie di riferimento sono, in tutto, non più di quattro o cinque: Kajagogo 7a, Blues per Allah 7a+, Baby snake 7a+, Polvere di Stelle 7b, Reggae per Maometto (probabile 7a+/7b, che però Stefano non riesce a liberare…).
Ad aprile metto le mani su Kajagogo: tira Ignazio e io vado dietro. La trovo durissima. Arrivo dopo vari resting al passaggio chiave: la famosa (o famigerata) goccetta per un dito. Il dito è l’indice, che va messo di punta nella goccia, e poi ci appoggi sopra (alla punta dell’indice) il pollice e il medio. Alzi i piedi su due cose infime, e blocchi. Questa è la teoria, che Ignazio mi ha spiegato ben bene. Ma la pratica è impossibile. Il passaggio non mi viene.
Nel frattempo ho fatto amicizia con un amico di Ignazio: Massimo. Ci guardiamo di sbieco, fra curiosità e sospetto. Ecco, penso: ecco uno che sta precisamente al mio livello… Uhm… Un potenziale rivale. Però è proprio con lui che nascerà un’amicizia fortissima.
Nei mesi seguenti devo pensare un po’ agli esami di maturità. E poi c’è una ragazza nella mia classe, Valeria, con due tette strepitose (riferimento culturale del tempo: Carmen Russo). Valeria, capisco dopo vari mesi di chiacchiere, è interessata a me. Anche se ho preso la patente, continuo a usare soprattutto la vespa. Quando ci porto Valeria sento la punta dei suoi seni contro la mia schiena.
Che roba da brividi.
Roba complicata. Da dove cominciare? Con un bacio? E poi se lei mi chiede di continuare? Non ho alcuna esperienza e mi vergogno all’idea di risultare imbranato…

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E poi dovrei mettermici insieme. Però non mi convince: non mi piace abbastanza. Ci sono le tette, sì… Ma dopo? Non conosco i movimenti. L’on-sight mi sembra preclusa a priori (termine che apprendo dallo studio di Kant).
Così Valeria si rivolge a qualcun altro. Io resto vergine e imbranato. Durante l’anno ho studiato un cazzo, e mi becco il mio bel 40/60 alla maturità. Sogno di fare il 7a. Però mi piace anche la montagna.
Non sono mai stato al Gran Sasso. Per questo mi faccio trascinare da Medioverme e Gaston (Roberto e Giuseppe Barberi) in un posto assurdo, con un’esposizione da stringere il culo. Questa è l’apertura di Ombromanto, al Pizzo d’Intermesoli: un’esperienza che rimarrà, per me, unica. Nel vero senso della parola.

Ed ecco un’altra chicca: il racconto autobiografico degli esordi di Medioverme (personaggio già più volte nominato). Da Roma a Sperlonga, alle Dolomiti, a Finale. Dall’alpinismo “cacio e pepe” all’alpinismo “con i controcazzi” e all’arrampicata sportiva.

 

 

 

Intermezzo 3
(di Roberto Medioverme Barberi)

La preistoria
Maggio 1978, Monte Morra, è la mia prima uscita ufficiale in una “Palestra di Roccia”, durante il mio ultimo anno di scuole elementari.

Bouldering d’epoca al masso dei Caminetti
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Bisogna però sottolineare che eravamo già da tempo dediti alla pratica del bouldering – solo non sapevamo che si chiamasse così – praticata ovunque, ma specialmente in Dolomiti l’estate, e anche alla pratica del freeclimbing, dove ci impegnavamo a percorrere rotpunkt (in libera, senza cadere o appendersi, locuzione tedesca inventata da Kurt Albert e poi divenuta d’uso comune…) delle vie multipitch, ovvero “facevamo le ferrate senza attaccarci alla corda di metallo”, e usando il cordino (8 mm legato in vita) solo come assicurazione.
Tornando al Morra, devo dire che sì, ero bimbo, ma andammo con gente di grande esperienza e responsabilità, dei ragazzi veramente forti, e grandi, che frequentavano già gli ultimi anni del liceo.
A quei tempi nelle palestre di roccia non esistevano gli spit, e i chiodi a pressione erano buoni per l’artificiale. L’abbigliamento “tecnico”, ovvero più sofisticato dei pantaloni “al ginocchio” anche detti “alla zuava”, era costituito da preziosissime tute da ginnastica, di quelle azzurre o blu, con due righette bianche laterali, tute rigorosamente mooolto usate a scuola. Le scarpe in voga erano le Superga, ma ovviamente arrivarono in tempi successivi. Imbragatura, neanche a parlarne, sicura rigorosamente “a spalla”.
Gli attori di quella Prima Giornata erano i seguenti: noi, ovvero noi tre fratelli, mio padre e mia madre; la famiglia di Luca (due fratelli, madre e padre) e Maurizio (Tacchi).
La giornata si svolse grossomodo come segue (mamme escluse): dopo un bel riscaldamento sulla variante della Rampa (II) e sulla Lapide (II) ci siamo avventurati sulla Bambi (III) e sulla Boscaiolo (III); non un granché, ma comunque tutto slegati, su vie alte fino a 25 m. Dopo andammo alla fascia inferiore, passando quindi sotto le vie di grido del Morra in quel periodo, la Gatto (V), la Marco (IV+), le due fessure (V-), la Silvio Alta (VI e A1), la Silvio Bassa (VI-), la Zapparoli (III, 1 passo IV-, 70 m, la più lunga del Morra), la Dado (V+, 60 m la più bella del Morra) e raggiungemmo la Lopriore (45 m IV+) che era la nostra meta. Armati di una corda da 40 metri, e un cordino da 8 m del diametro di 9 mm, ci apprestammo, in otto persone, a salire la via.
Ovviamente il risultato fu una progressione un tantino macchinosa e, apparentemente, non proprio fedele ai manuali, né di oggi, né di allora.
Di fatto avvenne che, mentre alcuni componenti erano impegnati nel superamento del tiro centrale della via, ovvero del tratto chiave, passò di lì un famoso personaggio (di allora), tale Pierangelo, istruttore alla Scuola del CAI, che osò mostrare la sua disapprovazione al metodo ai nostri capicordata e ai nostri genitori, ma il suo più grande errore fu, nel fare ciò, di vantarsi del suo curriculum. La reazione fu prontissima, manifestata in forma di insulti ed epiteti vari.
Passato che fu questo increscioso episodio, un po’ annoiati dalla lentezza della progressione, non sapendo cosa fare al terrazzo di sosta, con mio fratello cominciammo un po’ di saliscendi, slegati ovviamente, sull’ultimo tiro, che alla fine ci portarono all’uscita della via.
Scampati a questa prima giornata, dopo un po’ di volte che ci accompagnò mio padre, cominciammo ad andare ad arrampicare al Morra con i nuovi amici. Ai tempi possedere un’auto non era una cosa scontata, e molti di noi non avevano 18 anni. Vito fu, allora, una grande risorsa e un grande amico, Pierluigi un grande esempio di bravura e disponibilità (sì sì, Vito e Pierluigi sono proprio Vito Plumari (il Vecchiaccio) e Pierluigi Bini).

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La preistoria II – i personaggi
Il bello del Morra era che ci si conosceva tutti. Negli ultimi anni ’70, chi scalava prima o poi lo incontravi al Morra, qualunque grado facesse. E essere forti voleva dire fare il V e VI grado.
Luca lo conoscevamo da una vita, Maurizio divenne nostro amico, e lì conoscemmo anche Marco (Forcatura). Loro erano i più giovani, a loro modo ribelli, già in disaccordo con la scuola del CAI, per questo venimmo “educati” (ma accettavamo di buon grado) a far sberleffi agli istruttori della scuola. Gli istruttori, tuttavia, non è che fossero particolarmente offesi da tre o quattro ragazzini.
Nel giro di poco tempo conoscemmo Paolo (Abbate), incontrato sul Fessurone, e incontrammo anche altri tre ragazzi che venivano ad arrampicare con una Simca 1000 bianca con sopra un adesivo del Don Guanella.
Non so più chi e neanche perché, ma qualcuno disse “ma il Don Guanella non è quello dove ce stanno matti?” e così quei tre ragazzi divennero automaticamente I Matti. Erano Andrea Di Bari, Roberto Ciato e Bruno Vitale, che conoscemmo meglio solo qualche anno dopo: loro abitavano dall’altra parte di Roma e noi, autobus muniti, già viaggiavamo per arrivare alla Formula 1 a San Lorenzo (non so se vi rendete conto cosa voglia dire attraversare Roma in autobus la sera, con i mezzi che staccano a mezzanotte).
Fu in quei tempi che conoscemmo Pierluigi e molti dei suoi amici, Vito il Vecchiaccio, Angelo Monti, Giampaolo Picone (detto “un uomo chiamato cavallo” per la passione per la corsa, oppure “agonia” per la magrezza accentuata dopo alcuni incidenti in montagna), Andrea Gulli e tanti altri.
La nostra passione era andare in montagna, e il nostro sogno di allora era la Nord-ovest del Civetta. Il pane che alimentava i nostri sogni erano i libri custoditi nella biblioteca del CAI di Roma.

 

Civetta, parete NW
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Così si arrampicava di conseguenza, seguendo le orme dei nuovi forti, ovvero di Pierluigi Bini che sembra avesse arrampicato con gente tipo Manolo e Mariacher, che però non sapevamo neanche chi fossero, solo che salivano e scendevano per le Dolomiti “a piacere”. Seguendo loro, cominciammo a macinare chilometri di vie slegati.
Ma qualcosa anche sulla libera si muoveva, e già il Morra aveva le sue vie culto in questo stile, vecchie vie di artificiale da salire in libera: la Silvio Alta, il Nicchione, la 3G, il Pulpito… ma non eravamo così assidui a scalare in questo stile.
Non parliamo poi dell’allenamento, delle conoscenze in merito e delle strutture disponibili per allenarsi. Senza macchina il ponte della Casilina era off-limits. Già passare dai piegamenti a terra alle trazioni fu una scoperta, così come scoprire che rimanendo sospesi su una tacca, si acciaiavano gli avambracci… eh sì, scoprimmo che le braccia e gli avambracci in particolare erano il nodo della questione, e che le dita erano fondamentali, come le gomme dell’automobile. Ma i primi libri sull’allenamento in arrampicata sono di molti anni dopo.
L’appuntamento del venerdì sera al CAI era assodato, si andava e si incontrava qualcuno, sempre. Lì, nel gruppo dell’ESCAI (in verità escursionisti da strapazzo, che guardavamo con una certa superiorità) conoscemmo Stefano Finocchi, con il quale diventammo subito amici, Luca Bucciarelli, Luca Mazoleni, Alessandra Bonifazi e tanti altri. E la sera si telefonava, spesso a Vito, e ci si dava appuntamento per il Morra. Niente mail, niente telefonino.
Con il tempo arrivarono la corda, le Superga, l’imbracatura, chiodi e martello e una nuova invenzione, i primi dadi. Le prime scarpette che misi ai piedi erano un paio di EB n° 35 di Susanna (la sorella grande di Stefano Finocchi) con le quali scalai nell’estate del 1981; le mie prime Asolo arrivarono l’anno ancora seguente.
Dalla Preistoria all’età del “ferro” – ovvero come qualcuno si rese conto che esisteva l’arrampicata sportiva
I primi anni ’80 furono, per molti di noi, gli anni dei primi viaggi in Dolomiti da arrampicatori.

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In verità dovrei ricordare, personalmente, la prima uscita al Circeo, nel ’79, a primavera. Le vie in auge allora erano il Pilastro Zoppo e la Via del Tetto. A settembre arrivò la prima uscita arrampicatoria al Gran Sasso, per certi versi simile alla prima del Morra: Aquilotti ‘75 e, poi, via Bonacossa alla 1a spalla con variante Shranzer-Bolatti (slegati), Cima Corno Piccolo e discesa slegati dalla cresta Chiaraviglio.
Il primo viaggio in Dolomiti arrivò, per me e mio fratello, nel 1981 (compivo 15 anni), con partenza rigorosamente in autobus strapieno del pomeriggio (A.T.A.C.) da casa alla stazione Termini; appuntamento con, udite udite, Stefano Finocchi, quindi treno (Italicus, il nome vi ricorderà qualcosa) Roma-Belluno (con una persona che appena partiti da Roma ci fa “scusate”, abbassa tutte le tapparelle dello scompartimento e tira fuori la pistola, per togliere caricatore e riporla, un attimo di smaltita); poi pullman Belluno-Masarè (checcazzo ci arrivi a fare ad Alleghe che poi devi tornare indietro), carico degli zaini sulla teleferica (credo fosse l’ultimo anno o il penultimo della gestione di Livio) e, così per sgranchirsi le gambe, iperdirettissima Masarè-Rif. Tissi.
Quell’anno scoprimmo tante cose, in primo luogo che senza una corretta alimentazione non vai da nessuna parte. Colpo di sole (mio), herpes a go-go, che per il povero Stefano degenerò in stomatite. Ma riuscimmo pur sempre a fare qualche via, anche se sulla Carlesso alla Valgrande la libera non la pensavamo proprio.
Il 1982 in Dolomiti lo salto, mi rimandarono al liceo e non andai a scalare l’estate. Il 1983, fu l’anno del Philipp, ma fu anche l’anno dell’incidente a Stefano Finocchi e Luca Bucciarelli, sempre sul Philipp, con notte in parete e 300 m di cavo il giorno dopo, e della pietrata sul piede che Andrea di Bari si tirò sullo zoccolo della Andrich a Punta Civetta.

 

 

Il settore di parete in cui sale la via Philipp-Flamm, aperta nel 1957 e considerata per anni una delle più impegnative delle Alpi e rimasta tutt’oggi una salita di prestigio
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Raccontare nel dettaglio porterebbe a divagare, basti dire che io e mio fratello, liberi da impegni, partimmo presto e prendemmo gli ultimi 12 giorni di un anticiclone piazzato lì, fermo da quasi un mese; così, quando arrivarono gli altri, noi avevamo fatto tutto quello che ci interessava. Gli altri arrivarono dopo 10 giorni, in tempo per una debita (e lecita) rosicata soprattutto quando presero i bentornati (dai contadini e allevatori) temporali estivi.
Tutto ciò per dire della nostra deriva verso la montagna, principalmente, e la distanza dall’arrampicata libera come si intende oggi.
Ma in falesia qualcosa si stava spostando, già in quegli anni, anche se in modo incerto, verso la ricerca della difficoltà. Cominciavamo a spostarci verso sud, nell’Agro Pontino, verso Leano, che aveva vie più continue e difficili – se percorse in libera – del Morra, e anche verso posti come i “Massi delle Fate” e “il Carciofo”. Al Carciofo c’era un passaggio riportato, in foto, sulla guida Helzapoppin, dove era ritratto Massimo Frezzotti, e nella didascalia c’era scritto VII grado. Andammo, ma era troppo facile, lo facemmo subito, scartando quindi l’ipotesi che fosse veramente VII.
Invece c’era un passaggio che non riuscivamo a fare ai Massi delle Fate, poi un giorno passò Franco Perlotto e lo fece con una mano in tasca. Ecco, Perlotto era forte, lui si teneva. Ma qualcosa evidentemente non andava, perché, visto lui, il passaggio lo facemmo anche noi subito dopo.
A Pasqua 1982 venne organizzato un raduno di arrampicatori nel Lazio, e scese nuovamente Perlotto, allora in Italia una delle figure più “in” del momento, lui aveva visto Yosemite e aveva riportato qualche goccia del verbo del freeclimbing. In quei giorni salì, in libera, la via di Ferrante a Leano (a Torre Elena), quella a destra del Povero Elia, dichiarando difficoltà sicure di VII grado. Ovviamente ci catapultammo subito, dopo pochi giorni, a farla. Lì scoprimmo definitivamente la grande differenza che passa tra andare da primi (Maurizio Tacchi nell’occasione sul tiro duro) e da secondi (io e mio fratello) Riuscimmo a fare i movimenti, noi da secondi e molto meno a vista (concetto ignoto al tempo) meglio di Maurizio, da primo e su chiodi normali o a pressione e a vista, che su un passo usò una staffa per arrivare al chiodo dopo. Ma la libera, quella vera, non tardò, e c’era margine (e grazie, ci allenavamo già, mica pettinavamo le bambole).
Un’altra visita da ricordare, un giorno a Leano, fu quella di Luca Ferraris, amico e coetaneo di Giovanni Bassanini, in assoluto credo il primo lanciatore che abbia mai visto: lui saliva dinamico ovunque. E si narrava di sue salite a Foresto con difficoltà non nominabili, di cui evidentemente non ci rendevamo conto. Lui saliva ovunque, sulle vie che pensavamo difficili, camminando.
Credo che l’estate 1983 causò una deriva mentale ad Andrea Di Bari e Stefano Finocchi, che, incidenti a parte, si erano un po’ rotti di aspettare giorni per trovare le condizioni per arrampicare in Dolomiti, definite da alcuni “un pisciatoio”.

Finale Ligure, Rocca di Corno
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Credo fu dopo quell’estate che Andrea fece il suo primo viaggio a Finale Ligure, e lì venne scoperta, da Andrea e poi dai romani, l’arrampicata libera-sportiva, quella vera, con le regole quelle giuste, della libera e dell’a-vista. Solo eravamo in gran parte una comunità reazionaria, contro l’indiscriminato uso dello spit. Dopo l’estate andammo quindi, finalmente, a provare quello che vedevamo ogni volta che salivamo a Leano, la cosa più yosemitica alla nostra portata, una specie di Separate Reality dei poveri, il tetto di Stati di Allucinazione. Una fessura strapiombante che terminava con un tetto orizzontale di 3 metri. Oltre 20 m di tiro, 1 spit sotto al tetto. Difficoltà dichiarata da Andrea, 6c+, altre dichiarazioni, a Finale ci sono vie molto più dure … riflessione, cazzo come molto più dure, ma come Stati di Allucinazione non è 7a? Andrea sentenziò di no, aveva provato Bananna stranna che era molto, ma molto, ma molto più dura.
Credo in quell’inverno Sperlonga divenne nota a tutti, grazie ai fratelli Bruno e Cristiano Delisi e ad altri che non ricordo. Il comandamento fu “non spittare ovunque, altrimenti il gioco si esaurisce”. D’altronde l’esempio guida era il Verdon, e i primi nomi delle vie lo testimoniano.
Cazzo, salire dal basso a Sperlonga senza spit era un bel trip, su quelle placche compatte.
Della prima giornata a Sperlonga ricordo Jo’ Condor alle Mura di Amarcord, salita con mio fratello, superando un passaggio che aveva respinto diverse cordate, e l’incontinenza di Stefano, che fece la cacca da 40 metri, centrando nel mucchio proprio il suo zaino.
Arrivarono pure i primi spit, prima timidi (forse su Horizon e Il cammino dei Comanches di Paolo Caruso?) poi, per forza, in serie, su Flippaut e sulle altre vie.
Dopo l’inverno, a Pasqua dell’84, il primo viaggio a Finale, con Paolo Rocca, Cafiero, la Passat SW di Paolo, il clarinetto di Paolo e le musiche di Pino Daniele.
Insomma, la via era aperta, l’esplosione c’era stata. L’arrampicata libera, come la conosciamo oggi, con gli spit, con i voli e con la sicurezza in primis era arrivata anche da noi.

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Capitolo 12bis
(già pubblicato su http://digilander.libero.it/dsrin/vorrei.htm)

Serena alienazione
«Se so’ fregati er moschettone
de Serena alienazione…»
Attaccava così, con questa semplice rima, una corta e allegra filastrocca divenuta presto celebre fra i non molti climber che frequentavano Sperlonga nell’inverno 1984-85. Il seguito non lo trascriviamo, perché dopo la denuncia del misfatto (il furto del moschettone di calata del più classico 6b di quei tempi), la filastrocca proseguiva designando per nome e cognome l’ipotetico colpevole, con toni decisamente denigratori, e con basse allusioni alle sue presunte inclinazioni sessuali. Il fatto è che l’autore dei versi in questione, vergati di propria mano sul Libro delle vie a quel tempo depositato presso Guido (il «Mozzarellaro»), essendo divenuto – con rapida e brillanta carriera – professore universitario, potrebbe oggi non a torto querelarci per offesa alla sua pubblica immagine: argomentando, giustamente, che trattavasi di innocue facezie giovanili, di piccanti spigolature retoriche volte solo a far sorridere gli amici arrampicatori. Un modo, insomma, per distrarsi, o per indurre rilassamento negli avambracci calcificati dalla fatica, prima dell’immancabile accanita al biliardino.

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E d’altra parte non sarebbe contento, a sua volta, neanche colui che fu accusato di quel furto. Sebbene non sia diventato, nel frattempo, professore all’università, anch’egli gode oggi di una vasta e unanime stima quale figura di primissimo piano nell’alpinismo romano. Impensabile perciò riferire qui il suo nome.

Ho detto alpinismo?

In effetti, fu proprio quella sua inflessibile inclinazione per le grandi pareti, quel suo sdegnoso rivolgersi alle falesie laziali solo nell’ottica del training, della pura preparazione di bicipiti e falangi onde meglio affrontare i colossi dolomitici e il bianco calcare del Gran Sasso, a far cadere su di lui i sospetti dell’imberbe – allora – poeta satirico. Infatti gli alpinisti di quei tempi, e in particolare alcuni giovanissimi e talentuosi rocciatori romani che esordirono alla fine degli anni ’70, aderivano in modo compatto a due presunti capisaldi etici (perché, come ognuno sa, l’alpinismo è anzitutto un’«etica»). Primo: i chiodi propriamente fondamentali su una via di roccia, anche se lunga settecento metri, sono assai pochi. Saranno due o forse tre. Gli altri vanno sempre tolti, soprattutto se non li abbiamo piantati noi. O in altre parole: guarda, ho trovato un chiodo! Qui davvero non serve, non puoi volare in questo punto… Togliamolo, prendiamocelo. E poi, se proprio sei così pippa da avere paura, er chiodo te lo porti e te lo pianti di nuovo. E comunque, qui, se sei bravo, vedi che puoi pure mettere un dado. Secondo caposaldo: il moschettone costa (se lo compri al negozio) ancora più di un chiodo. Se dunque risparmiamo sui chiodi, perché non dovremmo farlo sui moschettoni? Trovare un moschettone in parete, nuovo, ma anche vecchio e ossidato… Dopo un attimo, quel moschettone pende dalla nostra imbracatura. E poi, se proprio ti devi ricalare, fai la doppia e lasci tutt’al più una vecchia fettuccia o un cordino…

La sequenza logica è abbastanza immediata. Oggi chi ruba un moschettone dalla sosta di una via, lo fa, per lo più, come dispetto (verso chi ha chiodato la via, per esempio…). In quell’epoca oramai lontana (gli anni ’80, gli anni dei miei diciotto anni…), ciò accadeva per presunzione: il moschettone qui non serve, pensa l’alpinista, e anzi serve di sicuro più a me che vado in montagna. Qui siamo a cento metri dalla strada: qual è il senso di una parete tutta perfettamente attrezzata? Di una parete senza più incognite, senza avventura?

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Meravigliosa avventura del nostro giovane poeta satirico! Parte a freddo su «Serena» (dopo la quinta o sesta salita, scompare, come per una regola grammaticale di certe lingue classiche, la seconda parte del nome della via). Il Poeta, così oramai lo chiameremo, affronta dunque «Serena» come riscaldamento. E ciò sebbene la difficoltà della via sia terribilmente vicina al suo grado limite, identificabile in quel periodo con un 6c o 6c+ (alcuni suoi amici nutrono in effetti, ancora oggi, qualche dubbio sulla sua presunta libera di Odino, 6c; e anzi qualcuno ricorda, proprio lì, un volo mostruoso, da far passare la voglia di arrampicare; leggenda o realtà, difficile dirlo). Insomma, il Poeta supera con eleganza i primi dieci metri di via. Nel tratto dove oggi si incontrano due o tre spit, non c’era all’epoca alcuna protezione. «E te credo, sarà terzo grado…». Arriva così al famoso fettuccione che contorna una solida clessidra alla base dello strapiombo. Il Poeta sa che passare un rinvio nel fettuccione sarebbe, agli occhi degli altri arrampicatori presenti, un segno di imperdonabile codardia. Si dà il caso che «Serena» si trovi proprio sulla verticale del luogo in cui da sempre (cioè da un anno prima al tempo di questa storia) a Sperlonga si lasciano gli zaini. Ci si prepara ad arrampicare, si infilano improbabili tute e pantaloncini, perché la moda del pantacollant è ancora di là da venire. E si guarda sopra, in alto. Ecco il Poeta tendersi per moschettonare il primo spit. Il corpo si slancia all’infuori, su dodici metri di vuoto. Impossibile non pensare a cosa accadrebbe se perdesse la presa o l’equilibrio… Ma il Poeta ha già messo la corda, prima in bocca tra i denti, varie volte, e poi finalmente nel moschettone. Arcua le dita di una mano sulla prima tacca orizzontale, poi la seconda. Di sotto un vago, inconfessato sospiro di sollievo. Sappiamo che ora non cadrà, conosce la via troppo bene.

Eppure, se potessimo guardare dentro la sua testa, scopriremmo forse con sorpresa che egli non possiede le nostre stesse certezze. Per un attimo, brevissimo, esita. Il dubbio di aver preso troppa poca magnesite, la sensazione che quell’appiglietto per la sinistra sia oggi un po’ più svasato del solito… E i più piccoli, i più bassi, in effetti, qui si rannicchiano meglio. Poi mi vengono a dire che io salto il passaggio più ignorante (cioè rude, faticoso). Ecco per fortuna la presa buona. Sensazione davvero positiva, eppure rovinata da un quesito tragico, e che pare alludere misteriosamente all’eternità, su dove mettere la punta del piede destro.

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Il chiodo (la seconda protezione) ovviamente si salta. Sempre per orgoglio, per non essere esposto – più tardi, magari la sera da Guido – alla più infamante delle insinuazioni: quella di essere un pavido, di non avere la pompa (cioè il cuore) per certe cose. Per queste ragioni il Poeta prosegue con gesto ostentatamente sicuro, e sale, sale, con gli avambracci che pian piano si induriscono. L’ultimo chiodo pure si salta. E stavolta davvero con un po’ di apprensione per quegli interminabili sei o sette metri, specie per quell’ultimissimo passaggio per ribaltarsi sul terrazzino. Davvero una calla (cioè una cavolata) di passaggio, ma con queste braccia ormai dure, le dita che non le sento… Il riscaldamento è bello e fatto.

Un’occhiata alla sosta. E poi espressioni qui, di nuovo, irriferibili, stavolta non poetiche, ma di odio e disprezzo verso Dio (addirittura) e la Vergine Maria. Il moschettone di calata non c’è, se lo sono fregato. «’Sti stronzi, porca puttana»: questo sì, lo possiamo – un po’ a malincuore – riferire.

Perché tanta rabbia? Ma semplicemente perché il Poeta non ha con sé moschettoni, e nemmeno un cordino o una fettuccia. Aveva soltanto quei tre rinvii, che ha utilizzato per salire la via.

Perché soltanto quei tre? Le ragioni sono al tempo stesso semplici e complesse. Proviamo a sintetizzarle.

L’orgoglio e l’audacia vanno in qualche modo incoraggiati. Attaccare la via con la quantità minima indispensabile di rinvii, vuol dire per il Poeta costringere se stesso, nel momento dei vari possibili moschettonaggi (momento storicamente segnato, un po’ per tutti, da improvvise crisi mistiche: con visioni dei familiari, della fidanzata, degli amici più cari), a non cedere alla tentazione. Vuol dire che se moschettono adesso, non potrò farlo dopo, quando davvero un rinvio può salvarmi la vita. Soltanto tre opportunità di auto-protezione: opportunità da non dissipare, da non sprecare.

L’arrampicata libera è uno sport bello ed elegante. Bisogna dunque essere agili e soprattutto leggeri. Portarsi un rinvio in meno, vuol dire essere più leggeri. Vuol dire anche stancarsi di meno.

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Il Poeta – chi lo ha conosciuto lo sa bene – ama lanciare nuove tendenze. O quanto meno farsene portavoce in prima persona. Sa ad esempio che in Inghilterra si pratica una forma di arrampicata molto più audace (rischiosa) rispetto alla nostra. In alcuni posti è proibito piantare gli spit! Si arrampica per metri senza mettere un cazzo! Certo, quella è, e resta, l’Inghilterra. E gli inglesi sono pazzi. Ma il Poeta, nel suo piccolo, quando mi incontrerà, la sera da Guido, o la domenica successiva lungo il sentiero, potrà ora dirmi: «Oh, lo sai no? Adesso Serena si fa con tre rinvii… Altrimenti… Altrimenti sei un vecchio, sì sei proprio un vecchio».

Dopo aver meditato sulle ragioni di quella scelta (portarsi solo tre rinvii), e dopo averle trovate pure un po’ cretine, incontestabili ma cretine, resta ancora al Poeta il problema di come calarsi dalla sosta. La sua intelligenza creativa lo soccorre. Il sacchetto della magnesite che pende dietro la schiena è tenuto da un piccolo moschettone. C’è inciso sopra 300 Kg. Ed ecco l’intelligenza analitica: 70 kg, il mio peso, è molto, molto meno di 300.

Ma l’intelligenza non è la pompa. E la corda doppia (che potremmo definire un coatto gesto alpinistico, in tutti i sensi) per ritornare all’attacco di «Serena», è per il Poeta una lunghissima e gelida scossa di adrenalina. Quella sera da Guido, scrivendo sul Libro, nella satira feroce troverà la sua vendetta.

Capitolo 13
Qualcosa è cambiato.
Non c’è dubbio. Qualcosa è cambiato.
Lo vedi dalle gambe. Prima c’era un misto variabile (linguisticamente esotico) di shorts, jeans, salopettes, nonché tute, braghe alla zuava, pantaloncini da tennis, perfino pantaloni del pigiama.
Da un certo momento in poi, un’unica divisa: la calzamaglia elasticizzata-colorata. O se preferite, “pantacollant”.
Se fosse venuto un pirla qualunque con una calzamaglia di raso rosso, bella luccicante, al posto dei pantaloni della tuta, dopo le risate, non sarebbe cambiato nulla. Ma il primo ad arrampicare a Sperlonga (1985) con i pantacollant fu Andrea Gallo.
Niente di meno.

Andrea Gallo libera Funeral Party (Foresto, Striature Nere – Piemonte), assicurato da Marco Bernardi
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Venne giù per dare un’occhiata dal vivo su quanto si diceva riguardo le nuove pareti di Sperlonga. Così avrebbe fatto un piccolo resoconto sulla sua rubrica “Cronache della libera” su Alp. C’era con lui Giovannino Massari, un nome a noi fino ad allora sconosciuto.

Giovannino Massari, detto Giova, il “Manolo del Nord-ovest”
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Smilzo quel giorno chissà dove diavolo era. Porca miseria cosa mi sono perso! Però mi feci raccontare tutto.
Andrea (Gallo) aveva cominciato con Serena alienazione. Qualcuno pensò ingenuamente che avrebbe dovuto metterci almeno un po’ di impegno, di grinta… Ma lui sale in totale relax e, dopo i primi 3 rinvii, non mette più nulla e si fa così 15 metri.
Tutto l’interesse si sposta allora sulla via più famosa, Kajagogo, che in quel momento conta solo tre salite in libera: Stefano, Andrea e Jolly. Impensabile che un itinerario del genere, un 7a di microappigli, possa essere fatto “a vista”. Ancora oggi c’è qualcuno che, sull’onda del mito, sostiene che Stefano fosse andato a spargere falsi segni di magnesite su quella placca liscia per trarre in inganno gli amici piemontesi.
Macché. Niente di più falso. Stefano s’era limitato a commentare, pensando al suo recente passato, alle settimane di tentativi per liberarla: “Chissà quanto la dovranno provare…”. E così dicendo s’era incamminato verso la fascia superiore, dove era ormai vicino a liberare Polvere di stelle.
Parte per primo Giovannino. Elegante, sicuro, perfetto. Da queste parti non s’è mai visto uno arrampicare così. Kajagogo ha la sua prima “on sight”. Andrea ha fatto sicura all’amico, dunque non è più propriamente a vista. Però a quel tempo queste distinzioni non sono ancora molto evidenti. Comunque sale anche lui al primo colpo.
Ed un colpo è quello che gli prende a Stefano, che si era affacciato dalla cima della parete, sopra all’uscita di Flippaut, nel vedere quella scena… Altro che tentativi e tentativi!
Stefano raccoglie le sue cose, si alza e comincia a correre verso l’attacco di Polvere di stelle. La prima ascensione di quella che sarebbe la nuova via più dura rischia di essergli soffiata.
Non so se quello stesso giorno, o l’indomani, sia Stefano che Andrea Gallo salirono Polvere. Senza usare il lato sinistro del diedro. E si stabilì che quello era 7b. Grado top di Sperlonga.
Quel che è certo è che i pantacollant, di cui fino ad allora avremmo detto “nun se ponno guarda’”, divennero un oggetto cult. La marca di riconoscimento del vero climber sperlonghiano. Ciò che più d’ogni altra cosa lo allontanava drasticamente, definitivamente, dal buon vecchio sano maschio alpinismo.

Isabelle Patissier, arrampicatrice francese degli anni ’80, ci mostra fino a che punto si era spinta la mania del pantacollant…
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In effetti, i pantacollant erano un po’ effemminati, per non dire froceschi.
Alle ragazze stavano (e stanno) bene. Ai ragazzi un po’ meno. In particolare per il contrasto fra quelle gambette segaligne, con qualche pelazzo che spuntava a riveder le stelle, e il cosiddetto – assai poco femmineo – pacco sul davanti, accentuato dai nuovi imbraghi bassi, spesso portati anch’essi attillati a fior di pelle (ho scritto pelle!)
Però i commenti erano invece tutti positivi: “Comodi!”, “belli!”, “competitivi!”, “si vedono meglio i piedi!”, “ci arrampico meglio!”, “me ne sono comprato un paio a righine colorate!”, “io a pallini!”, ecc.
Ovviamente anche il modo di far sicura era cambiato.
Prima dovevi metterti a cercare qualcosa all’attacco della via per far sicura al primo (ebbene sì, giovani d’oggi che non sapete niente del passato!). Si cercava una clessidra, una radice, si metteva un chiodo, insomma qualcosa. Serviva ovviamente una fettuccia. E poi si usava il mezzo barcaiolo.
Roba vecchia, superata. La sicura, dall’inverno 1984-85 in poi, si fa in vita, e si usa l’otto. Sì, esattamente l’8, il discensore. Nel metodo tradizionale, o in quello che Ignazio chiamava il metodo “all’inglese” (con riferimento alla proverbiale temerarietà degli arrampicatori inglesi), per cui alla corda non veniva fatto fare tutto il giro, ma si passava direttamente nel moschettone che teneva l’otto e poi di nuovo fuori (qui ci vorrebbe un disegnino).
L’obiettivo della sicura “all’inglese” era, secondo Ignazio, il fatto di poter dare corda più in fretta e di rendere la sicura stessa più dinamica.
Tuttavia, vista l’abitudine di Ignazio di parlare spesso, mentre faceva sicura, con qualche amico che passava di là, magari fumandosi una bella sigaretta, presto quel metodo fu ribattezzato “sicura termodinamica der Tantaillo“. Per cui tutti amavano Ignazio, ma nessuno voleva farsi fare sicura da lui…
Di solito quando racconto queste cose, Ignazio mi ricorda che in effetti nessuno si fece mai male con la sua sicura “all’inglese”. Mentre al contrario, vari anni dopo, fui io, in quel di Grotti, a farlo arrivare a terra da un sesto o settimo spit. Atterraggio “dinamico”, ammortizzato, senza conseguenza alcuna, a parte la paura.
(continua)

La copertina della guida Flippaut (1986) con Patrick Berhault su Reggae per Maometto, Sperlonga
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L’Alpinismo è uno sport?

Le competizioni, ma anche le corse non competitive, distolgono dal sentire la natura e l’ambiente che ci circondano. La serie di sguardi al cronometro ne è la dimostrazione più evidente.
D’accordo, c’è differenza tra una partitella di calcio parrocchiale e una qualificazione nazionale.
La maggior parte pensa che le corse tra amici, o altre manifestazioni simili, siano più giustificate e accettabili di altri agonismi dichiarati, o mascherati, striscianti, perché, almeno per una parte di partecipanti, favoriscono il piacere dell’agire insieme. Personalmente è dal tempo dell’adolescenza alpinistica che rifuggo qualunque competizione e in più ritengo che le gare siano dannose all’ambiente, perché la montagna è costretta sullo sfondo.

SellaRonda Ski Marathon
AlpinismoSport-Sellaronda-Skimarathon

 

Mi guardo attorno e vedo che tanti vedono la montagna come teatro di ambizione. Una volta gli ambiziosi si ritagliavano uno spazio con la ricerca, l’esplorazione, la conquista personale; oggi, coloro che sono privi di fantasia non trovano più “novità” e quindi non gli rimane che esaurire il loro protagonismo nella competizione.

Tutti siamo o siamo stati un po’ competitivi, ancor più i giovani con qualcosa dentro. Credo però che sia importante non porre mai la montagna sullo sfondo, lasciandola invece al nostro fianco come compagna ideale.

Credo anche che occorra lasciar fare, condannando gli eccessi organizzativi di qualche manifestazione e limitandoci a dare il nostro esempio. Chi sa di essere nel giusto non vuole neppure passare per fanatico.

A vent’anni, nel 1966, scrivevo questa fantasia, senza immaginare quanto dovesse approssimarsi alla realtà:

L’Alpinismo è uno sport?
Qualunque sport, dal calcio alla pallanuoto, dal ciclismo alle bocce, ha le sue regole, istituite perché con esse si è vo­luto circoscrivere una particolare attività sportiva e distinguerla dalle altre.

Un passaggio del Misurina Ski Raid 2012
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Se queste regole non sono rispettate, gli effetti possono es­sere due: o la prova è nulla oppure rientra in un’altra categoria di sport. Non si può dire ciò dell’alpinismo, che non ha mai avuto regole fisse, ma è bensì in continua evoluzione.

Negli sport invece le regole sono semplici: tempo o stile sono i soli criteri di misura. Chi impiega meno, o chi è più aderente a uno stile ideale e perfetto, vince. Anche in alpinismo esiste lo stile, come pure il tempo. Esiste anche la smania com­petitiva, contro la montagna e contro gli altri, ma ciò non è sufficiente per affermare che l’alpinismo sia uno sport.

Dimostriamolo, senza fatica, per assurdo.

Il Lunarally di Pontedilegno
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Ognuno di noi, per quanto a volte si possa essere digiuni in materia, può confrontare le proprie idee sulla montagna e sul­l’alpinismo con le situazioni, sia pure un po’ caricate, ma co­munque ugualmente assurde, che si verrebbero a creare se l’a­zione dell’andare in montagna fosse caratterizzata solo dallo sti­le e dal tempo.

Questi dunque potrebbero giustificare da soli l’esistenza di un ipotetico «sport alpinistico». Fermo restando che lo sport alpi­nistico equivarrebbe a un qualsiasi altro sport, senza alcun i­deale aggiunto, ma nudo nella sua essenza atletica e ben deli­mitato nelle sue regole codificate, si potrebbero benissimo or­ganizzare le gare a cronometro. Non si avrebbe nessuna diffi­coltà, né tecnica né umana, specie con l’aiuto di un’organizza­zione sapientemente diretta nella classica direzione del ricavo economico.

I concorrenti dovrebbero partire con uguale materiale, pre­senti i giudici di percorso, di partenza e di arrivo. Potrebbe ve­rificarsi qualche spiacevole caso di squalifica per irregolarità; ci sarebbe anche il tempo massimo, oltre il quale gli atleti sareb­bero senz’altro eliminati dalle successive prove.

I giudici provvederebbero ad assegnare i premi ai vincitori, dopo un attento esame dei punti ottenuti e del tempo migliore. Da considerare nella dovuta importanza anche la sicurezza e la prudenza usata dai concorrenti. Alla base della parete ci sa­rebbero le squadre di soccorso, pronte con le barelle per even­tuali infortuni, come pure in vetta; e su tutto il percorso fiori­rebbero le installazioni di teleferiche modernissime per il pronto invio del ferito a valle racchiuso in speciali sacchi Grammin­ger. Ci sarebbero pure, abbarbicate alle cenge, ove possibile, speciali stazioni di ristoro.

Lo sport alpinistico sarebbe ammesso alle Olimpiadi e per i fanatici delle invernali ci sarebbero pure i Giochi alpinistici invernali. L’iniziativa olimpica non mancherebbe di favorire lo sviluppo dello sport alpinistico: la partecipazione infatti sareb­be assai vasta, visto che «alle Olimpiadi non importa vince­re; l’importante è partecipare». Va da sé che lo sport alpini­stico sarebbe ammesso al CONI e il CNSA (Commissione Na­zionale Scuole d’Alpinismo) assorbito.

I tempi sarebbero misurati al centesimo di secondo, i con­correnti dovrebbero partire con il numero sulla schiena e non avrebbero con loro chiodi, essendo già in posto quelli necessa­ri. La partenza e l’arrivo sarebbero misurati da una speciale cellula foto-elettrica, mentre i giornalisti in vetta, protetti da un apposito bivacco-stampa collocato dalla benemerita Fon­dazione Berti, batterebbero nervosamente i tasti della mac­china da scrivere per stendere il pezzo prima dell’ultima corsa della funivia.

Bardonecchia 1985: Jerry Moffat e Wolfgang Güllich

Bardonecchia 1985: Jerry Moffat e Wolfgang Guellich

Sulla vetta, o sulle staffe in mezzo alla parete, sarebbero di­slocati in gare particolarmente importanti gli operatori televisi­vi e i radiocronisti. Sui monti circostanti si provvederebbe alla sistemazione (tribuna o gradinata) del pubblico pagante, men­tre il servizio d’ordine non permetterebbe lo spettacolo ai por­toghesi e la polizia conterrebbe l’eccessivo entusiasmo dei tifo­si. Mentre sui piazzali adiacenti ai rifugi, ormai tutti serviti da un’ottima rete stradale, si adopererebbero i posteggiatori abu­sivi e non; elicotteri speciali sorvolerebbero la zona e le sue adiacenze per avvertire atleti e pubblico di eventuali perturbazioni atmosferiche.

Ai concorrenti sarebbe vietata ogni azione che potesse dan­neggiare i successivi: proibito schiodare, proibito spaccare gli appigli a martellate, otturare le fessure, bagnare la roccia con liquidi di qualsiasi genere, provocare frane; vietati gli urti, gli ostruzionismi, i catenacci. Prudenza nei sorpassi, anche se per­messi sia a sinistra che a destra. Vietato provocare e insulta­re gli arbitri.

A gara terminata si provvederebbe come di consueto al con­trollo antidoping. A giudizio della giuria se i tempi registrati possano o meno essere omologati nell’albo d’oro di ogni via.

Le guide a riposo potrebbero così impegnare il loro tempo facendo gli allenatori o massaggiatori, e gli anziani campioni, o gli incorruttibili accademici, coronerebbero la loro brillante car­riera da giudici o arbitri.

Nelle gare per solitari sarebbe severamente proibita ogni forma, anche elementare, di autoassicurazione; le atlete non do­vrebbero assolutamente indossare, in nessun caso, abiti succin­ti o comunque offensivi alla morale e alla “tipica” auste­rità dell’ambiente alpino.

Al di fuori delle competizioni si potrebbe anche assistere al puro esercizio di stile, all’essenziale estetica dell’arrampica­ta: atleti che amino concepire il passaggio come una serie di movimenti accordati da un fluire logico e leggero degli arti, che trascorrano i loro pomeriggi a salire e risalire su un masso, fare e rifare lo stesso passaggio, fino alla plastica perfezione del movimento, forza e grazia non disgiunti, in sobrio equilibrio.

Alla fine dell’esibizione, ultimo tocco, non mancherebbe il coro frenetico di battimani e strida da parte degli ammiratori.
(1966)

Bardonecchia 1985: Stefan Glowacz e Marco PedriniBardonecchia 1985, S. Glowacz, e M. Pedrini

 

 

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Go aid a pitch 04

Go aid a pitch 04 (4-4)
di Gabriele Canu

Caminando al Reissend Nollen (Wendenstock)
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Caminando al Reissend Nollen (Wendenstock)
… ed eccoci qui, su una via magnifica, considerata come una delle vie più belle della svizzera… Caminando! … che poi, non capiamo come possa avere questa reputazione… di 17 tiri, di stupendi ce ne saranno solo 11 o 12, di belli solo 5 o 6… boh, non so, sti svizzeri so’ strani, eh! Comunque, le disquisizioni sulla bellezza della via al team Gap importano ben poco: non siamo certo qui per divertirci!!! Infatti lore mette le cose in chiaro già subito al primo tiro: dritto da sosta a sosta, e quando ga lo raggiunge di corsa, il tono è perentorio “… dove minchia hai lasciato lo zainetto?!? … giù a prenderlo!”. E così, ga alla fine del primo tiro si è già fatto 100 metri. Bello caldo, riparte per il secondo tiro: e senza avere neanche le scuse delle dita congelate, già trova eterno senza neanche aver avuto tempo di dire “bah”. Si comincia con la riga di pattoni, ma lore, in ottimo stato mentale, li scansa tutti e riesce ad arrivare in sosta al 6c+ senza dover fare amicizia con le fettucce dei rinvii. Il due tiri successivi toccano a ga, per un ovvio criterio di suddivisione delle rogne in questa lunga giornata! Il primo liquidato in nonchalance (… ah, sì… ), il secondo risolto a furia di lanci, controlanci, acrobazie varie, il tutto due metri sopra al chiodo sotto, e 7 cm sotto quello successivo. Fortuna che la relazione in nostro possesso diceva “runout fino in sosta di 7 metri sul VI+”. Ga, d’altra parte, mica ha il senso della misura: dopo aver trovato chilometrico ed aver detto di tutto al “relatore”, osserva il tipo in sosta, un simpatico spagnolo (pardon… catalano, non spagnolo!!), e quello gli indica – con il sorriso sotto i baffi e impaziente di vedere i numeri da circo sui successivi 5 metri per arrivare da lui in sosta – uno spit, due metri sotto e un po’ a sinistra… ahhhh, ecco, sul VI+ ero d’accordo, ma mi sembrava fossero un pelino più di 7 metri…!!! Sul 6b+ successivo, chiodato allegro tanto da non far perdere la concentrazione, lore regala sprazzi di bel gioco; giusta premessa agli scapaccioni che toccano a ga sul tiro chiave, che – vista l’ariosa chiodatura che lascia spazio alle riflessioni sui grandi perché della vita – per l’occasione si trasforma in un ring. Dopo aver rischiato più volte il ko tecnico e aver ricorso più volte alle cure dei sanitari, l’ultima smanacciata è quella buona… e le ossa per oggi le riportiamo tutte a casa, yeah! (…) Il successivo 6a rende l’idea di cosa si intenda per “arrampicata libera” e cerca di intralciarla il meno possibile, mentre sull’altro tiro duro la scusa degli attriti non è niente male per giustificare dei potenti resting. Due o tre tiri dove si respira, e poi si ricomincia a pompare, il diedrone che si vede da basso non è poi così appoggiato… ma in fondo ormai siamo a cinque tiri dalla fine, e quando ga è a tu per tu con l’ultimo strapiombino – belin, ma anche a un metro dalla cima dovevano metterci un passo duro?! – per pura e semplice questione morale (ma soprattutto per non concedere quelle piccole soddisfazioni al socio… si accaparra la sosta senza fermarsi a riflettere! Ed eccoci qui, con gli strani ma simpatici spagnoli, ad abbracciarci e a stringerci la mano, e a correre giù insieme in mezzo alla nebbia per simpatiche e un ciccinin aeree (…) doppie che in men che non si dica (…) ci riportano alla base… sta calando la luce, ma ormai siamo sul sentiero! … ma come… ?! ancora caminando, stiamo?!? PS: via meravigliosa, posto incantevole, roccia galattica, … vado avanti?!
Data: 11 agosto 2012

Nel corso del tempo al Becco di Valsoera
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Nel corso del tempo al Becco di Valsoera
“dai ga, tranquillo, decidi tu… andiamo a fare un giro dove ti pare, dimmi solo l’ora e dove!” – mannaggia, povero Davide, ancora non sa in che grana si sta cacciando con questa affermazione… Metà settembre, il meteo del weekend pare garantire meteo super e di nuovo un po’ più caldo, beh… l’ultima occasione per un giro al meraviglioso valsoera! E così, l’inedita coppia ga-davide, decide di “conoscersi” su questa famosa via del buon manlio motto, che tutti dicono così bella… e per essere che ci si conosce da due ore, l’inizio non è male: ga, il “local” (!?!) della valle, non perde occasione – fosse che fosse UNA volta che la azzecca! – per sbagliare strada. Ma porc… !! Vabbè. Una notte con il saccoapelo buttato sul prato sotto una stellata magnifica, è il benvenuto della valle per davide alla sua “prima volta” in zona… che in questa stagione diventa davvero magica, pochissima gente in giro, fresco al mattino… e una giornata stellare davanti a noi! Neanche il tempo di scaldarsi le dita, e via senza pensieri per un bel 7a+ su tacchette, che a settembre, a ovest, a 2800 metri diventa qualcosa che ha ben poco a che vedere con l’arrampicata… vabbè, primi metri primi scapaccioni… ma ci mancava solo il contrario! Al secondo tiro è il turno del Lungo – così noto non so perché, di sicuro non per l’altezza come si potrebbe immaginare, è solo 1,90! – che si sbarazza senza neanche accorgersene di un onesto 6b+. E’ il turno di ga, ”dritti per il muro rosso a tacche distanti“, diceva la guida dimenticandosi che anche gli spit non sono esattamente quel che si definisce ”a portata di mano“. Così, tra continui e inutili tentativi di scaldare le dita ibernate, e equilibrismi vari per non soccombere alla forza di gravità che incessantemente richiamava verso il basso anche in momenti poco opportuni, il losco individuo giunge in sosta strappando la libera in extremis, e ovviamente, appena in sosta, il sole arriva sulla parete. Malimortacci!!! Almeno il lungo si gode il successivo tiro… interessante pur nella sua brevità, e ga ancora si ritrova in mezzo a un tiraccio, di cui si libera con alcuni movimenti a metà tra l’arrampicata e il calcio saponato. Nel tiro successivo, il lungo sperimenta l’inscalabilità (totale!) di un paio di spit del tiro successivo (?!? Fantascienza… anni e anni di scalata, e non capirci una beneamata… ), ma si passeggia (…) il resto del tiro. Anche ga prova a passeggiare sui primi metri del tiro successivo, da molti evitato sulla destra… ma ga, si sa, non sa mai dire di no a due scapaccioni garantiti e a tasso zero! Di qui la scalata si fa più facile, in compenso l’ora comincia a farsi tarda… ci involiamo (…) sulla sommità del torrione, e neanche il tempo di dirlo – sono le sette! – e giù di corsa dopo esserci goduti qualche minuto la maestosità del posto e la giornata meravigliosa che ci ha accompagnato! Le doppie vanno via in fretta senza complicazioni, un po’ meno il rientro al rifugio al buio, ma insomma… è andata, grande giornata… e niente male, come prima via insieme…!

(palloso ma doveroso appunto tecnico) premetto: a) adoro le vie di motto b) normalmente le sue vie per me sono capolavori c) è stata comunque una bellissima giornata e mi sono divertito. Premesso ciò devo però dire che, rispetto allo ”standard motto“, qui ho trovato una chiodatura stranamente ”generosa“ (spit anche a fianco a fessure proteggibili), ma più di questo… due anni fa ho ripetuto Sturm und Drang, oggi questa via e… confermo la mia opinione in merito a quanto già avevo visto. Mi pare una via parecchio forzata, in molti punti si passa a pochi metri, in alcuni proprio a fianco… non so, nessuno dice niente in merito in giro, tutti a tessere grandi lodi… però a me personalmente, pur trovandola una bella via – leggi bella arrampicata, bella roccia, bella linea – mi ha lasciato un po’ perplesso per questi aspetti… e mi pare strano che nessuno ne dica niente… lo avesse fatto Grill lo avrebbero mangiato vivo… (fine appunto tecnico!).
Data: 15 settembre 2012

Diretta Ribaldone alla Torre Castello
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Diretta Ribaldone alla Torre Castello
“Allora… ok che ci conosciamo da poco, ok che già non mi sopporti più, ok tutto quanto. Però la settimana prossima compio 30 anni. Ora… a me farebbe pure piacere passare il compleanno con te, però… beh… sta un po’ a sentire, facciamo così: già che è il mio compleanno, lasci decidere me dove andare!” – “… ” – “Ok, allora so dove voglio andare!”.
Certo che ga, terrorizzato da una possibile frase “… voglio andare all’outlet di serravalle!” non sapeva proprio che dire. E francamente, l’alternativa “… voglio salire sulla Torre Castello, e passando dalla Ovest…” lo lasciava impietrito e incapace di intendere e di volere. Così, buttato di peso dentro alla macchina e trascinato ancora incredulo l’improbabile essere vivente nei pressi del parcheggio – alla buon’ora delle 11 e mezza, come veri finaleros doc! – ele comincia a scrutare il cielo. “Interessante… ma oggi non davano meteo ultrastabilemancounanuvoletta?!” – “… massì, lo davano un po’ tutti!” – “… ma tutte ste nuvolaglie, allora?!” – “… e vabbè, due nuvolette di passaggio!!!”. Infatti. Tiro numero 3, piovischia. Tiro numero 6, il casco comincia a emettere strani suoni… “Ele, ma la smetti di far sto casino?! Proprio ora ti devi mettere a scrivere a macchina?! … non puoi fare sicura a modo?!” – “Ehm… scusami hai ragione. Pensa che a prima vista avrei detto che stava grandinando, ma visto che i meteo che guardi tu sono infallibili è impossibile… dai, smetto di scrivere e ti faccio sicura a modo!”. Sarà come sarà, l’ultimo tiro sembrava quasi bagnato… mah, impossibile, chissà!
Arrivati in cima ga tira fuori dallo zaino una mini-sacher e la candelina… – oh, ma è un compleanno o no?!? – ed ele, giunta pure lei, dopo una ventina di minuti si accorge della mini torta… e spenta la candelina… ora si può festeggiare!
… buon compleanno, Ele!

Io l’ho vista così… (Ele)

Data: 18 giugno 2013

Via Deye-Peters alla Torre Madre dei Camosci
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Via Deye-Peters alla Torre Madre dei Camosci
Alpi Giulie, atto primo (e unico dell’anno). Dopo aver clamorosamente, al mattino presto, sbagliato non solo attacco della via ma più precisamente la parete – complimenti!!! – nei pressi delle sorgenti del Piave, altro viaggio della speranza per i nostri due intrepidi (…) eroi (…) che, raggiunto un quantitativo di chilometri ragguardevole, decidono di fermare la macchina e far due passi a piedi, direzione: rifugio pellarini. Destinazione: ignota, ma con in (una) mano la guida dei monti d’italia delle giulie occidentali (affarone: 35 euro per un libricino aggiornato al 1974… e nell’altra i polmoni di ele, in evidente quanto avanzato stato di decomposizione dopo l’avvicinamento al rifugio. Nel quale, onestamente, non veniamo trattati esattamente come dei signori – ma forse nemmeno lo siamo, e nemmeno lo pretendevamo -; e con ciò senza neanche averla iniziata, polemica terminata… ma di sicuro, per quanto mi riguarda, va in quell’elenco di rifugi che ognuno di noi ha, dove magari, se si può evitare di tornare… E peccato, tra l’altro, perché il posto è veramente fantastico, l’ambiente è magico, queste tre paretone lì davanti, imponenti e maestose, sono davvero da copertina!
Un po’ meno da copertina, è l’avvicinamento a questo bellissimo spigolo; nessuna traccia, e dritti per ghiaini ed erbetta. Piacevole, direte voi. Spiacevole, dirà ga mezzora dopo quando tornerà giù e poi di nuovo su all’attacco, con speranze misere di ritrovare la dispersa macchina fotografica: le possibilità di ripassare sullo stesso percorso seguito all’andata su un terreno simile, sono talmente misere da sembrare le possibilità che un pregiudicato finisca in carcere o ai servizi sociali entro una dozzina d’anni dalla sua condanna definitiva in terzo grado. Sempre che quei dieci milioni di sassi che ci sono lungo l’avvicinamento, non siano anche loro paragonabili ai dieci milioni di elettori del pregiudicato in questione; in tal caso, a detta di alcuni pare che sia ampiamente giustificabile un eventuale ritrovamento della mia macchina digitale!
Insomma che, in ritardo di un’oretta e con ele ibernata ad attendere il mio infruttuoso ritorno, siamo pronti a partire. Dopo aver rischiato di venire inghiottiti dal nevaio, e il momento di prendersi le bollite per allenarsi all’inverno: una a testa, palla al centro. Raggiungiamo in breve i due tipi partiti davanti a noi, e ga comincia a spazientirsi, non tanto per il fatto che i tipi facciano OGNI sosta che trovano (10,20,30,40metri di corda fuori che siano!), quando perché la signora è altamente scortese e non apprezza la compagnia di ga in sosta. Capisce poi solo più tardi, quando il tipo dice “you are a speed climber! If you want, probably it’s better if you go ahead, so you can find the way quickly and we follow you!”. Pensiero carino… ma… all’impazienza della tipa, e al suo continuo muoversi in sosta, e farfugliare cose, ga finora non aveva collegato nulla. Salvo quando, poco dopo, la signora gentilmente si sfila l’imbrago, e al grido di “I’ve got to go to the toilet!!!!!” si infila correndo nel camino, ed espleta, diciamo così, le sue ‘funzioni vitali’. Ga avrebbe ben altro modo di definirle, ma il risultato finale è uno stordimento tale da rendere ga totalmente inerme. La faccia di ele ormai a pochi metri dalla sosta, nel frattempo, è da manuale… Ripreso dallo choc, ga comincia a macinare metri al motto di “siamo in ritardo!”, e in breve (…), i nostri due sopraggiungono – vivi! – alla Cengia degli Dei. Cosa non esattamente scontata, senza contare che poi, giungeranno vivi – ele compresa, e ciò è notizia curiosa! – anche dalla discesa per la banalissima gola nord-est…
Data: 22 agosto 2013

 

R4 all’avventura al Pic de Sagneres
Prima del racconto inseriamo le presentazioni dei due compagni di Gabriele:

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Micky (Michele Fanni)
Validissimo rappresentante della stirpe Fanni – e chi conosce Paolo Fanni, sa bene a cosa ci riferiamo. Calmo e silenzioso, se lontano dalla sua chitarra elettrica (che strimpella in maniera dignitosa con un manipolo di soggetti borderline, da lui stesso più comodamente definiti “gruppo”), ovunque si trovi: sulle placche più levigate come sugli strapiombi più accentuati. Tanto silenzioso che a volte facendogli sicurezza ci si dimentica di averlo attaccato al reverso. E, come il fratello, nello stesso tempo lui tende a dimenticarsi che, destino vuole, in questo continente il sole ha la brutta abitudine di tramontare, verso sera. Il suo atteggiamento ieratico può a volte esser scambiato per menefreghismo, ma non fatevi ingannare! Una volta su una via, pochi metri sopra ad un amico (di quelli con le camme!) abbarbicato ad un´unica presa ormai da minuti con avambracci gonfi e faccia implorante, Michele si volta e fa “Dai eh!” e riprende per la sua via… Alla sua scarsa dimestichezza con nut e friend sopperisce con una dose impareggiabile di sangue freddo. Memorabile il suo commento dopo essere uscito da il camino di 20 metri di VI improteggibile sulla Sinfonia dei Mulini a vento all’Aguglia di Goloritzé: “Ma Lo! A cosa servono tutte queste cianfrusaglie che mi hai appeso sull´imbrago? Mi danno solo fastidio!” . Probabilmente soltanto la pigrizia gli impedirà di diventare un grande alpinista. Una delle sue massime preferite, “Ma perché devo riassettare il letto se già stasera ci torno a dormire?”, viene captata da ga nell’ultima uscita GAP su roccia del 2010, e per questo viene scaraventato giù dal letto a orari improbi, e trascinato su una via di roccia dalla fama non certo di una via “facile”, patendo le pene dell’inferno. Non più tardi di un anno dopo, terrorizzato all’idea di trovare nuovamente così lungo, arriva all’appuntamento, ormai tradizionale, con l’ultima scalata su roccia dell’anno dopo un’intensa preparazione atletica, e sfodera prestazioni lasciando ga allibito. Definito dalla critica più severa “Soffice, pungente, sobrio. Criptico.”

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Fulvio Scotto
Una delle leggende (viventi!) dell’alpinismo piemontese. Parlare del suo immenso curriculum con ricky, sarebbe come tentare di parlare di politica con flavia vento. Uno spreco. Un’enciclopedia universale dell’alpinismo. Quando gli chiedi informazioni su una via, lui l’ha già fatta, e sempre (ma come sarà mai possibile?) “25 anni fa”. Nel mezzo non se ne sa nulla. Di sicuro tantissimo alpinismo esplorativo nelle valli del cuneese, duemilaseicentotredici nuove vie sul Monte Matto, oramai la sua seconda casa. Tra le grandi classiche che hanno fatto la storia, gli manca la walker alle jorasses (toh, manca anche a me… ), sempre rimandata perché “… c’è così tante belle cose da fare, che tutto non si riesce!”. Se lo incontrate, alla vostra domanda “quanto ci vorrà ad arrivare all’attacco?”, usate la seguente tabella di conversione: “un’oretta” -> “1h30′ (senza zaino) su faticosissimo pendio di sfasciumi” – “due ore” -> “2h fino al bivio da cui parte il sentiero vero e proprio” – “due ore buone” -> “3 ore e trenta – 4 ore”, e via dicendo. Unico oggetto assolutamente indispensabile in sua presenza: la frontale. Le speranze di ritornare con il chiaro è inutile portarsele nello zaino. E’ l’unica persona che io abbia mai avuto modo di conoscere in grado di salire appendendosi al fiffi ogni spit sul 6a a boragni, e ripetere pilone centrale, pilier d’angle, pilastro rosso (giusto per far tre nomi…), aprire una via nuova in solitaria sulla nord del corno e la diretta allo scarason, fare la prima solitaria al bric camoscere, la prima invernale di Ge.La.Mo. al Corno Stella…

R4 all’avventura al Pic de Sagneres
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… come cambia, a volte, la percezione del tempo e dello spazio. Secondo tiro di questa improbabile linea nuova, ga comincia ad essere sopra l’ultima protezione (vabbè, un microfriend malmesso, d’altronde, rientra in quella categoria comunque!) un paio di metri, tre, quattro, cinque… ci prova in tutti i modi a piazzare qualcosa, ci son piccolissime fessure ovunque, si riuscirà a mettere la prima protezione decente di sto tiro… macché, cieche. Tutte, cieche! Il chiodino, la lametta, entra bene 1 cm, e poi “sdlen, sdlen, sdlen”… niente! E poi ci si lamenta della roccia marcia… avercene! … che poi sulla roccia compattissima, come qui, non ci son nemmeno spaccature, fessure, blocchi da tenere… c’è solo un placcone liscio, bellissimo, certo… con gli spit. Senza, ancora più bello. Però, per raccontarlo, manca ancora un misero metro! … incredibile quanto ci possa volere a prendere il coraggio e fare un misero metro quando la protezione è ‘laggiù’ e per giunta pessima, e quanto invece ci vorrebbe se qui ci fosse uno spit. Ma non c’è, e non ci deve essere… o almeno, questo è il nostro ‘gioco’, queste sono le mie, le nostre, regole. L’avventura è anche questo, in fondo. Non siamo mica qui perché ce l’ha ordinato il medico, d’altra parte. E neanche per consegnare ai (quanto mai ipotetici) ripetitori una via che oggi si ama definire “plaisir”! Questa è la nostra linea, e questo è il nostro compromesso… si passa con ciò che la natura offre, se non si passa… si torna a casa e magari un giorno qualcuno più forte, più motivato, più coraggioso sarà in grado di passarci… oggi ci siamo noi, e ci proveremo fino alla fine! Comunque alla fine l’istinto di sopravvivenza ha la meglio, e la pellaccia, anche oggi, forse la portiamo a casa… Infatti, un metro più in su e a sinistra, ga vede una fessura… si sposta, riesce ad abbrancarla, e pur con un liscione al posto dei comuni appoggi per i piedi, c’è una certezza: dovranno passare sul suo cadavere, per togliergli dalle dita quell’unica presa buona!!! … nonché l’unico posto, dopo venti metri, per mettere una protezione degna di questo nome. E infatti, ga non si lascia certo sfuggire l’occasione e si trasforma nel kebabbaro della situazione, e comincia a farcire la fessura con tutto quel che ha sull’imbrago: sei friends, nove nuts, cinque chiodi, tre tricam, due cunei. Ecco, ora si può continuare… Svuotato di un po’ di peso inutile, e aiutato dalle difficoltà un pochino più consone, riesce a fare anche i successivi quindici metri e a mettere una seria ipoteca sul risultato finale. “Da qui dovrebbe essere tutto più semplice!”, diceva infatti. E i due tiri successivi, con due tratti di VII-, non fungevano altro che da certificazione che l’ottimismo di ga era – come sempre – malriposto. Ma poi per la legge dei grandi numeri la parete comincia ad essere un po’ meno ostile, e con altri due tiri un po’ più gestibili, la cresta è raggiunta! Per tutto il tempo, tiro dopo tiro, ci siamo chiesti: “ma riusciremo a passare?!”… e solo qui, sulla cresta, ci rendiamo conto che alla fine, abbiamo sconfitto il nostro piccolo drago! Avventura bellissima, e stile come piace a noi… indimenticabile!
Data: 4 settembre 2013

Via dei Cencenighesi alla Terza Pala di San Lucano
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Via dei Cencenighesi alla Terza Pala di San Lucano
“dottore, non sto bene, mi sento di aver voglia di scappare un po’, di fuggire lontano, di prendere aria… cos’ho secondo lei?”. Lo controllò ovunque, pressione, battiti, saturazione, test dei riflessi, tutto… finché la sentenza fu “direi che non ci sono dubbi, il quadro clinico è completo e non lascia adito a ripensamenti, signor ga: astinenza da Pale!”. Ma in fondo ga lo sapeva bene, e così, alla proposta di ector di andare a ricordarsi cosa voleva dire cacciarsi nelle grane, fu ga a proporre: “… ma questa forse ancora irripetuta via del de biasio, se ne sa qualcosa?!”. Non se ne sapeva niente, ovviamente, perché andarsi a cacciare su di là non è certo per gente con la testa sulle spalle. E infatti, verso settembre quando la malinconia incomincia un po’ a prendere il sopravvento e si sente l’autunno che ti entra piano piano nelle ossa, i due decidono di andare a vedere questa stranissima linea che a furia di infiniti ed esposti traversi vince la grandiosa e all’apparenza inespugnabile fortezza della terza pala… vista “diqquà”, dove non batte il sole, dove il per nulla ospitale boral spedisce alitate di vento gelido e umido. Dove il traverso erboso per andare a prendere il boral ti lascia il segno. Dove nel giro di 10 minuti incominci a capire cos’è il IV de biasio, scuola massarotto. E ne hai la certezza quando ricominci, poco sopra, a traversare, a traversare, a traversare infinitamente trovando l’unica linea di debolezza… con grande coraggio e astuzia, e poi il difficile camino, e poi ancora, ancora, ancora… e una bella cengia da bivacco, di quelle con ogni comfort, di quelle da signori, di quelle che pensi che se non fossero così lontane, qui ci verresti a dormire più spesso. Un meraviglioso palcoscenico sulla valle, e la tranquillità che da qui, almeno, le grandi difficoltà sono finite. In salita. Rimane poi un giorno intero per l’ultima parte di via, la risalita in cima alla Terza, e poi l’espostissima Cresta di Milarepa, meravigliosa e aerea traversata che porta in un paio d’ore allo spiz… e da lì, ancora l’infinita e lunghissima discesa, con due bivacchi alle spalle e sulle spalle due zainoni, due giorni intensi e senza un attimo di respiro, solito viaggio eterno, avvicinamento faticosissimo e mai stupido, scalata delicata, tecnica e psicologica in un ambiente che, diciamocela tutta, non fa di tutto per metterti a tuo agio. Qui dentro, sulla nord della terza, sembra veramente di essere in un altro mondo, tutto verticale, tutto strapiombante, il boral, i prati verticali, la roccia così così, i traversi, l’esposizione, la discesa infinita e ben lungi dall’essere un comodo sentiero, l’essere e il sentirsi – e un po’ anche vivere – veramente in un mondo a parte. E’ probabilmente il posto delle Pale dove abbiamo vissuto forse con più ‘paura’, schiacciati dall’ambiente e dall’ingaggio. Ma non era paura, era quel misto tra paura e felicità… felicità di essere proprio qui, ‘selvaggi’ e senza mai fermarci nel farci la solita e impossibile domanda… “ma perché?!”. La cosa bella di questa domanda è la risposta, che non vi diamo… è tutta in un abbraccio, alle dieci di sera del terzo giorno, quando il telecomando della macchina fa il suo dovere dopo tre giorni a riposare in fondo al sacco. C’è poco da aggiungere… le pale lasciano sempre un sapore tutto particolare, che solo chi ha provato può capire… insieme forse a chi non ha provato, ma ama davvero l’avventura e il vivere a fondo le giornate. Come ci ha detto il buon De Biasio quando gli abbiamo voluto raccontare che abbiamo provato a seguire le sue tracce, “Bravissimi, ragazzi! … ma proprio lì dovevate andarvi a cacciare…?”… Eh già, dopo aver vissuto quest’avventura come dargli torto… ma la terza ci mancava… ora manca solo la seconda, prima di dedicarsi “all’altro lato”! … arrivederci cencenighe… al prossimo attacco di astinenza da pale!
Data: 23 settembre 2013

Diedro del Terrore alla Parete dei Militi
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Diedro del Terrore alla Parete dei Militi
Ehi liviell… domani hai voglia di fare un giro in montagna insieme?!” – “… dai ga, grazie… e perché no?! … hai qualche idea?!” (ndr: domanda stupida) “mah, sì, in effetti un’idea ce l’avrei… una roba tranquilla, avvicinamento brevissimo, 6b massimo… ” – “figo! Cos’è?!” – “… il diedro del terrore!” – “… ”
E fu sera, e fu mattina. Dopo il massacrante avvicinamento di sette minuti scarsi, l’orrida parete è presto raggiunta. Ele prova subito a trasformare il “diedro del terrore” in “diedro del panico”; i risultati ve li lascio immaginare. Certo è che partire con un tiro di V+ in traverso non è il massimo, ma sui quattro rumeghi successivi di III+ ele non manca di far notare a ga che la sua via ideale è una via di una dozzina di tiri simili… che a voler vedere, è un po’ come dire che la parte bella del pesce è quella dalla cengia in su…
Da qui in poi la parete si verticalizza, e dopo un primo curioso boulder in cui la tacca buona per il piede risulta unta (…?!?) e uscita su terra buona per piantarci il basilico, ga comincia la rissa con un’osticissima fessura ad incastro: inutile dire chi avrà la meglio. Viene poi il tiro chiave, su cui si è letto e scritto di tutto: a ognuno la propria visione della vita e della scalata, però rifletterei sulla frase di elena “… ma questa non è roccia marcia!!!”… che è tutto dire… Le protezioni sul tiro comunque sono più “di quantità” che “di qualità”, ga decide di non testarle così come decide saggiamente di non perdersi come avevano fatto gli amici filippo e saverio, e allora via facile sul bel traversone che porta fuori dal diedro, e che con un ultimo simpatico tratto siamo al bosco e alla terraferma… e contenti di aver salito questo bel vione storico, che prima o poi… andava fatto!
Data: 7 giugno 2014

Demetrio Stratos alla Vetta Occidentale del Corno Grande (Gran Sasso)
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Demetrio Stratos alla Vetta Occidentale del Corno Grande (Gran Sasso)
“… eccola, ele! Dev’essere la distesa di campo imperatore! Che figo sto posto!” – “Stupendo! Ma è enorme!”. E tutto ciò per scoprire che quello che vedevamo era solamente l’inizio, di quella distesa… e il cartello “campo imperatore 20 km” non faceva che confermare l’immensità di questo posto unico. Girovagando con gli occhi un po’ stralunati, finiamo per non renderci conto che alla fin fine, dopo due ore di macchina… non siamo che, in linea d’aria, a un paio di km da dove siamo partiti… Eppure il mondo qui sembra diverso, non c’è una funivia che sale in mezzo ai monti, e dall’Osservatorio in su si respira un’atmosfera diversa. E’ mattina presto, saliamo in mezzo alla nebbia e alle nuvole basse senza ancora vedere dove andremo, e non par vero – vista la distanza così minima in linea d’aria! – di essere sulla stessa montagna dei giorni scorsi. Ce ne rendiamo facilmente conto solo perché anche qui non piove, mentre dal nord giungono catastrofici messaggi da mittenti sconosciuti, “dolomiti allagate!”. E noi siamo qui, in mezzo alla nebbia ora, ma da una settimana qui e senza aver ancora preso una goccia d’acqua…
Appena giunti alla spalla sotto la parete, le nuvole si diradano, la nebbia è quasi interamente sotto di noi, e questo è un posto meraviglioso perché non c’è nessuno, siamo soli e qui, forse, c’è il vero fascino del gran sasso. Tra l’altro, chissà perché ga (come peraltro diversi altri sciamannati) definisce “affascinanti” tutti i posti dove la roccia lascia a desiderare. Come se fosse affascinante vedere la parete che crolla a pezzi. Boh! In mezzo a tutte queste romantiche riflessioni e visioni della vita, ga ed ele si dimenticano che siamo qui per scalare. Glielo ricorda bruscamente il nostro fratello (yo’, yo’, brò!) Matteo, giovane falesista del nord cacciato sulle rogne dal suo fido socio Jack, che in sosta osserva divertito finché non tocca a lui infilarsi nella famosa fessura che caratterizza la via. Quando è il turno di ga, ovviamente il sole va via, lasciando la nebbia a inumidire le ossa e a rinfrescare gli animi; meno male, così ga evita di venire alle mani con l’ostica fessura, e in carenza di materiale opportuno, si regala un simpatico runout, come se non ne avesse già abbastanza di corse affannose per giungere intero in sosta senza dover ricorrere alla dentiera per il resto della sua vita. Ele segue cantando. Si, cantando: ed è tutto dire!! Al terzo tiro sembrano esserci frigoriferi classe A in offerta e Bro’ decide di portarne uno a casa, il meno ingombrante per ovvie ragioni, ma nel goffo tentativo di metterlo nello zainetto lo fa cadere rovinosamente a terra, e di lì al ghiaione basale il tragitto è breve; e poco dopo ga, sul quintomeno, rischia di piantarci una randa tale da riuscire probabilmente ad arrivare e recuperare almeno il cestello, e cominciare il primo lavaggio con i suoi boxer. Ancora un tiro al supermercato in mezzo alle grandi offerte sugli elettrodomestici e protezioni rarefatte come l’ossigeno in quota, e poi via via più facile sino alla cima del corno grande… che vista da quassù! … nebbia. Ovunque ci si giri… nebbia! Per puro sbaglio riusciamo a vedere dei ragazzi in cima senza scontrarci, e poi è il momento di quattro chiacchiere e della lunga discesa. Oggi beh, non possiamo certo dire di aver visto la roccia delle Spalle e non abbiamo sicuramente goduto delle comodità dei Prati di Tivo; ma forse, abbiamo visto una piccola ma sicuramente affascinante parte della vera anima del Gran Sasso!
Data: 17 agosto 2014

 

Nel luglio 2016 Gabriele si è fatto male alle isole Faroe. Questo è quello che ha scritto in via di guarigione:
“Qualcuno in questi giorni mi ha detto che son stato sfortunato… ma forse era solo per cercare di consolarmi del fatto di ritrovarmi così accartocciato e con una dozzina di arti sparsi per il corpo alla ricerca di un’identità.

Per qualche momento, forse, ammetto di averlo pensato anche io. Mentre mi caricavano sull’elicottero, devo averlo pensato. Devo averlo pensato anche quando poco dopo in ospedale hanno cominciato a imbottirmi di morfina come il tacchino di cibo le settimane prima del Giorno del Ringraziamento.

Si, forse l’ho pensato per davvero di aver avuto sfiga. Ci ho creduto. Mi è sembrata un’ottima scusa a poco prezzo.

Secondo questa teoria oggi, ancora con i miei bei problemi a dieci giorni dall’incidente, non dovrei poter essere qui a scrivere…invece, con una mano sola al momento, ma sto scrivendo. Riesco a formulare frasi di senso compiuto… o meglio, riesco a formulare frasi come prima di dieci giorni fa…sul senso compiuto meglio non esprimere giudizi. Riesco a sorridere e a fare smorfie di dolore, riesco a lamentarmi, riesco a ricordarmi che ho ancora dei sogni, riesco a rispondere più o meno a tono alle menate di belino dei miei amici, riesco anche se ancora con un pò di fatica a stare in piedi e a camminare, riesco a rivedere un pò del bel materiale video realizzato in quel poco tempo, in quel posto che mi è rimasto nel cuore… in fondo ero lì anche per quello. Quasi riesco già a vestirmi da solo, con l’aiuto di una corda legata all’armadio pur con qualche sforzo riesco anche ad alzarmi da solo dal letto, insomma: questa è sfortuna?

Visto quello che è successo e a come poteva andare, io la chiamo invece FORTUNA. E infatti, sono fortunato ad essere qua!

Le cose succedono, la vita va avanti. Passerà ancora un pò di tempo prima di poter tornare “come nuovo”, ma… succederà. Non è straordinario? Poteva succedere qui, è successo là… cosa cambia? I soldi spesi per l’assistenza sanitaria? Il fatto di dover interagire in inglese piuttosto che in italiano? Che la terapia intensiva là si chiami intensive care come qualche deodorante che vendono al supermercato? Non cambia niente: sono VIVO!

Grazie – ma veramente! – a tutti quelli che in questi giorni si sono fatti vivi, che mi hanno chiamato, che mi hanno scritto, che son passati a tenermi compagnia, e a quelli che han promesso che passeranno a darmi un abbraccio perchè hanno veramente piacere di farlo: grazie di cuore, non me lo aspettavo!

In primo piano, Gabriele alle Faroe
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L’ultima avventura

L’ultima avventura
di Gian Piero Motti
(pubblicato su Lo scarpone, maggio 1972)

Mi succede ogni tanto di essere un po’ stanco. In inverno quando torno a ripercorrere itinerari di palestra, dove la successione dei movimenti è ben impressa nella mia mente, in primavera quando riscopro valloni e montagne che ho visto decine di volte. Ma non è che mi vengano meno le sensazioni, anzi, tutt’altro: è che forse cerco ancora un briciolo d’avventura in un ambiente dove non sempre riesco a trovarla.

Andiamo un po’ indietro nel tempo. Mi sembra di risalire il lungo e selvaggio Vallone di Piantonetto, mi pare d’averlo davanti agli occhi, solitario, cupo e un po’ tetro nella luce della sera. Rivedo il grande pianoro di pascoli con il piccolo gruppo di grange addossate le une alle altre, sotto i salti di roccia. Quasi si confondono con le pietraie, sono grigie, grigi i loro muri, grigie le lose che ricoprono il tetto.

La sera di un sabato di settembre sono pochi quelli che sono saliti fin quassù e sono tutti amici. Non c’è rifugio, forse ancora pochi conoscono il Piantonetto, qualcuno sa che sulla parete del Becco di Valsoera c’è una certa via aperta da Lionello Leonessa e Giuseppe Tron che dovrebbe essere davvero una bella arrampicata. Si parla anche ogni tanto, e con grande rispetto, della via che Andrea Mellano, Romano Perego ed Enrico Cavalieri hanno aperto sul grande spigolo. Una via difficile, nessuno l’ha ancora ripetuta.

Durante la notte pioveva e le lose del tetto lasciavano passare gocce abbondanti. La sera si ritornava al grande pianoro chiuso tra monti altissimi e si restava stupiti da quel grande silenzio, smarriti in quell’atmosfera intima e incantata che ti lascia qualcosa dentro.

Perché avevi vissuto un’avventura. Forse avevi ripetuto la via Malvassora; certo non è una via estrema, ma avevi percepito appieno una dimensione diversa. O forse ti eri avvicinato pieno di timore e di riverente rispetto al grande spigolo per cercare di passare dove i primi, nomi grandi e famosi, e altri molto tempo dopo, anch’essi fortissimi, molto più forti di te, avevano detto: è difficile.

E ricordi molto bene quel giorno, su nel diedro enorme e senza sole, freddo e geometrico, ricordi la sensazione di vivere qualcosa di grande e il desiderio accarezzato a lungo che a poco a poco diventava realtà. E poi ancora la sera, soli, in silenzio, a ripercorrere quel grande pianoro camminando lentamente sui morbidi ciuffi d’erba accompagnati dal chiacchierio del torrente.

En Vau (Calanques, Francia). Da sinistra: Piero Ravà, Gian Piero Motti, Fulvio Berrino. 31 marzo 1972
En Vau (Calanques, Francia). Piero Ravà, Giampiero Motti, Fulvio Berrino. 31.03.1972

Sovente ritorno al Piantonetto. Oggi c’è un grande e comodo rifugio che ogni sabato sera è pieno zeppo di gente che viene anche da lontano: Milano, Genova, Bergamo… Nessuno ormai va a dormire nelle piccole e scomode grange e può darsi che nessuno, camminando, le noti più. Prima che giunga l’alba, decine e decine di piccole lampade risalgono il grande pianoro e poi, adagio, i ripidi canaloni che portano sotto le pareti. A volte se vuoi ripetere la Perego ti tocca fare la coda, ormai è una via classica, non fa più paura a nessuno, anche perché i passaggi più duri li hanno addomesticati con tanti chiodi.

Eppure io ritorno ancora al Piantonetto perché ci sono affezionato; ma a volte, quando di sera ripercorro il grande pianoro, mi pare d’essere un po’ stanco. Vedo intorno a me un sacco di gente che va e viene, la sera nel rifugio è un gran vociare. Ricordo molto bene come davanti alle grange fossimo pochi, e stessimo lì seduti sulle pietre a parlare di tante cose e forse anche a cantarne una.

E ora qualcuno dirà: ma vuoi la montagna tutta per te? Proprio tu, che scrivendo la monografia del Piantonetto hai invitato la gente a venirci? No, o forse sì. Io solamente vorrei un alpinismo più umano.

Non vorrei che ci fossero alpinisti che arrampicano unicamente per il desiderio d’affermare se stessi, non vorrei che alcuni dimenticassero l’estetica, tesi unicamente a conseguire il risultato. Molte volte ho visto amici e compagni soffrire terribilmente per una rinuncia, per una giornata di tempo brutto, e patire ancora di più quando hanno saputo che Tizio nella stessa giornata aveva invece compiuto la salita. Sovente ho sentito discorsi tendenziosi, a volte vere e proprie calunnie dirette a demolire chi ha il torto d’essere più forte di noi. Ancora ho visto amici e compagni affannarsi e dimenticare anche le norme di sicurezza durante una salita, solo perché era importante “fare il tempo”. Ho visto alcuni voler realizzare a tutti i costi una certa salita, solo perché in quel momento era un’impresa che dava grande prestigio.

Un giorno vorrei partire con due o tre veri amici e risalire un lungo vallone che non ho mai visto, camminare adagio, fermandomi ogni tanto su qualche grande sasso, oppure bere a qualche fontana per sentire l’acqua che scorre sul viso. Vorrei scoprire a un tratto una parete immensa e solare, oppure risalire con gli occhi una cresta elegante e perfetta, e vorrei poter vedere tutte queste cose come quando mi avvicinai alla montagna la prima volta.

Vorrei allora salire questa parete e, quando il sole cala nel pomeriggio, fermarmi su un terrazzo quadrato e non pensare che forse si dovrà bivaccare, che bisogna forzare, uscire a tutti i costi.

Vorrei allora che l’amico avesse con sé una chitarra e cominciasse a suonare, e noi cercassimo di seguirlo ricomponendo e ritrovando i chiari versi di Bob Dylan, oppure le fantastiche e surreali visioni di lan Andersen. E mi piacerebbe attendere la sera così, parlando di noi, parlando di tutte quelle cose che sentiamo a volte accumularsi dentro, ma che raramente riusciamo a esprimere perché si ha sempre paura di essere veramente se stessi.

Ricordo ancora una sera di primavera, nella meravigliosa Calanque di En Vau. Finito il grande via vai degli alpinisti di ogni nazionalità, finito il vociare, i richiami, le urla, i tintinnii delle staffe e i colpi di martello. Il sole a poco a poco sta discendendo nel mare ed è subentrato un silenzio che veramente dona quiete. Arrampichiamo adagio sulla cresta, sono gli ultimi metri di questa via che ha un nome bellissimo: la Sirena. Ma ecco che giù in fondo, sulla piccola spiaggia, alcuni ragazzi hanno acceso un fuoco, si sono seduti intorno e al suono di una chitarra hanno cominciato a cantare. È una canzone che conosco bene anch’io, e mi giunge chiara e limpida una voce di ragazza, una voce che per i suoi toni acuti e cristallini ricorda molto quella di Joan Baez. Noi abbiamo finito, gli altri ci chiamano, dobbiamo rientrare a Marsiglia, è già tardi e le ragazze si sono un po’ scocciate di aspettarci tutto il giorno mentre noi arrampicavamo. Eppure il mio desiderio sarebbe quello di mandare tutti quanti al diavolo, ragazza compresa, e di scendere giù a mescolarmi con gli altri, non importa se non ci capiremo molto, sono inglesi, tedeschi, francesi, ma i nostri contatti umani sarebbero ispirati alla semplicità, perché sicuramente saremmo noi stessi.

Vorrei compiere salite che ho sognato a lungo e che ancora continuo a desiderare. Vorrei finalmente salire lo spigolo Bonatti al Dru per poter provare una parte delle sensazioni che quell’uomo deve aver vissuto in quei sette giorni, solo, libero di salire ovunque, libero di scegliersi un cammino in un dedalo di rocce, libero di parlare con se stesso, di riflettere ogni sera seduto su un terrazzino, di pensare alla sua vita e al perché di un’azione così diversa.

Ho invidiato sempre quest’uomo, non tanto per le sue realizzazioni, quanto per ciò che ha saputo e potuto vivere nei giorni grandi della sua vita. Per ciò che ha saputo dare agli altri. No? È vero, qualcuno dice che un uomo così non ha prodotto niente, che la sua azione è sempre stata sterile ed egoistica. Ma chi parla così non ha capito nulla dell’uomo e non sa in quanti e quali modi si possa donare agli altri.

Il versante ovest del Becco di Valsoera. Foto: Marco Milani
Becco di Valsoera western face, Gran Paradiso National Park -- Becco di Valsoera, versante ovest Parco Nazionale del Gran Paradiso

 

Sovente ho cercato di immaginare il ritorno di Bonatti dopo i giorni del Dru o quelli del Cervino in inverno, ho cercato di immaginare il suo amore per la natura e per tutto ciò che è bello. Così una mattina anch’io sono partito da solo, ho realizzato qualcosa di più modesto, anche se è la quantità che varia ma non la qualità. Anch’io ho vissuto il mio giorno grande e anch’io, quando sono tornato, ho creduto di impazzire correndo in un prato, sdraiandomi nell’erba a guardare il cielo, gli alberi e i fiori. Perché tutto era diverso, nuovo, tutto era da riscoprire. E anche gli altri, tutti, mi parevano più buoni, più aperti, un sorriso per tutti, ma sincero.

Ricordo che un giorno Messner disse a proposito di una sua grande “solitaria”: «Io non potevo piangere, perché il mio cuore e la mia mente erano divenuti come il ghiaccio e la pietra. Ma quando poi discesi tra l’erba del sentiero, qualcosa si sciolse in me e allora piansi».

Forse andrò al Dru, ma troverò decine di persone che si rincorrono affannosamente su per il canale, forse dovrò attendere il mio turno per salire, forse dovrò infilarmi tra intricati giochi di corde, forse un metro sopra il mio capo i miei occhi non cercheranno la via, ma le suole degli scarponi di chi mi precede. Ma ditemi, dov’è l’avventura?

Su un muro della mia camera ho appeso un grande foglio bianco su cui c’è scritto “Conosci te stesso”. Ogni mattina quando mi sveglio mi sforzo di leggerlo. Forse una mattina mi sveglierò e mi verrà il desiderio di vivere ancora una grande avventura. Allora troverò un compagno che mi seguirà sulle grandi placche chiare della via Hemming al Dru o nel silenzio opprimente della parete nord del Cervino. Ma forse anche qui non saremo soli. Allora partirò io, senza compagni, per dove non so. A volte immagino una grande parete, che forse non ho mai visto e che non vedrò mai, e mi vedo salire leggero, elegante e sicuro. Niente corda, niente chiodi, certo di non cadere mai. Mi vedo fermo la sera su un terrazzino a riordinare le mie cose, e poi seduto a guardare una valle sconosciuta, dove le piccole luci che si accendono a una a una mi ricordano con struggente melanconia che esistono anche gli uomini, mi ricordano quegli occhi incontrati per caso che promettevano un mare di cose belle e che forse sono rimaste tali proprio perché fermate in quello sguardo.

Un giorno forse partirò e ritornerò a girovagare per i monti e i boschi della valle dove la prima volta ho incontrato me stesso. E forse questa sarebbe la vera avventura.

È vero, a volte sono un po’ stanco. Ma ho degli amici veri che mi comprendono e che sanno dare. Con loro forse un giorno saprò rivedere con gli occhi incantati di allora una valle e un monte candido e scintillante, che appare altissimo sopra i tetti di un villaggio tibetano fermato nel tempo.

Non è poi così difficile, anche se talvolta tutto appare intricato, contorto, quasi impossibile. Ma è in noi stessi la soluzione, nella nostra semplicità. Allora forse scopriremo l’avventura ogni giorno, aprendo solamente la finestra e guardando i grigi tetti delle case di una qualunque città.

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Pensando come un salmone

Pensando come un salmone
di Chiara Baù
(già pubblicato su Vita sul Pianeta il 24 maggio 2016)

 

Negli infiniti modi di vivere l’acqua, uno dei più primitivi ed economici è quello di camminare nei torrenti, risalendoli dove possibile, così come fanno i salmoni quando di ritorno dall’oceano risalgono le acque natie da cui erano partiti.

Camminare nell’acqua è un po’ come osservare un quadro, la luce cambia da ogni angolatura lo si guardi. Il pittore diventa il sole, e mentre la terra gli orbita intorno, ecco che il pianeta che ci scalda crea continue variazioni di luce nell’acqua con riflessi che mutano a ogni secondo creando quel misterioso luccichio sfuggente. L’ombra della propria figura si fonde con le increspature create dalla corrente e si diventa un tutt’uno con il fiume.

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Ricordo che in Alaska rimanevo per ore immobile, nascosta dietro un tronco in riva ad un torrente, ad aspettare il passaggio di qualche grizzly voglioso di banchettare con la specie di salmone più grande presente in Alaska, il cosiddetto king salmon di ben 40 kg di peso, il sogno di ogni pescatore, anche il più incallito. Ma laggiù, nelle terre più estreme, il pescatore indiscusso è lui, il grizzly, signore di quelle terre e di quei fiumi. Si proponeva un gioco sempre molto armonico tra l’orso, il salmone e la corrente del fiume. Come avrei voluto partecipare a quel gioco, immersa in quel torrente, ma non era il mio turno. Rimanevo spettatrice, accucciata e silenziosa dietro un vecchio tronco, l’unica barriera che mi separava dagli orsi.

Quando si pensa al binomio grizzly-salmone la prima immagine che balza alla mente è quella dell’orso tra i voluminosi spruzzi di una cascata di acque turbinose, intento a inforcare il salmone che con un balzo da manuale tenta di superare l’ostacolo della risalita. Ma non era il mio caso. Mi trovavo in quel tempo nelle vicinanze di un torrente dove l’acqua scorreva lentamente e la sua trasparenza permetteva a me e soprattutto agli orsi di individuare a tempo zero la moltitudine di salmoni che navigavano in quelle acque.

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Neanche l’acquario più bello avrebbe potuto rendere l’idea di tanta magnificenza. Sembrava una sfilata di moda, tanta era l’eleganza di questi salmoni. L’orso non doveva attivarsi più di tanto – un gioco da ragazzi.

La quantità di salmoni era tale che per l’orso era sufficiente immergere una zampa in acqua e la sua preda inevitabilmente veniva subito agguantata dai suoi unghioni aguzzi… fin troppo facile… Talmente numerosi che gli orsi si mostravano addirittura schizzinosi sulle parti di cui cibarsi. Una volta afferrato, il salmone veniva accuratamente sfilettato. La testa era la parte preferita, il resto delle viscere faceva parte del banchetto, ma non sempre… spesso diventata cibo per le aquile dalla testa bianca o per le volpi; niente comunque veniva mai sprecato, non esistono sprechi in natura, bensì un ciclo ben definito per cui tutto viene accuratamente riciclato.

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Nascosta dietro un tronco in riva al fiume, trascorrevo le ore osservando il passaggio di quella moltitudine di pesci lungo l’autostrada del ritorno. Impassibili, seguendo l’istinto più primitivo, ogni salmone tornava dal mare verso il fiume.

Due le alternative più probabili: morire di sfinimento dopo la deposizione delle uova o finire nelle fauci di un grizzly. Se fossi stato un salmone non so cosa avrei scelto. Un mix di regole che appartiene al ciclo vitale della natura, niente di crudele. Come in platea a teatro assistevo ogni giorno, durante i miei tentativi di avvistamento dei grizzly, a questo evento di grande vitalità: la risalita dei salmoni.

Unica nota negativa, ahimè, quella di essere divorata dai mosquito, i più selvaggi e aggressivi che animano lo scenario dei torrenti in Alaska durante il periodo estivo. Avrei potuto indossare una zanzariera, ma questo mi avrebbe impedito di osservare al meglio lo spettacolo e purtroppo ogni cosa ha il suo prezzo.

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Con stupore e meraviglia osservavo i salmoni nella loro faticosa migrazione, soprattutto sapendo che tornavano al fiume natio dopo anni trascorsi nell’oceano. La forza vitale che li spinge a rientrare nel luogo di partenza è sorprendente. Ma ciò che più colpisce è l’incredibile trasformazione subita dal loro corpo nel passaggio continuo dall’acqua dolce all’acqua salata, una vera e propria sfida di ingegneria e fisiologia.

Tra i due e i sei anni, infatti, i piccoli di salmone lasciano l’acqua dei torrenti e qui inizia il processo di smoltificazione che permette loro di vivere in acqua salata. Sia la variazione di temperatura che quella luminosa andranno a stimolare la tiroide, producendo una quantità eccessiva di iodio che si accumula nel sangue. Una volta arrivati al mare, tuttavia, questa sarà compensata dall’assunzione di sodio e verrà così ristabilito l’equilibrio ormonale.

In conseguenza del cambiamento del pigmento giovanile che schiarirà la livrea, il salmone è esposto maggiormente ai raggi solari ed è spinto a cercare acque sempre più scure e profonde.

Il passaggio all’acqua salata rappresenta l’ennesima fatica per il salmone. Infatti essendo nato e cresciuto in acque dolci, il suo corpo lavora, per effetto del processo dell’osmosi a trattenere il quantitativo di sale che occorre al corpo continuando a filtrare acqua e ad espellere grandi quantità di urina molto diluite. Ma appena entrati in mare questa situazione si capovolge, attivando il processo inverso dell’osmosi, pertanto per mantenere il corpo disidratato i salmoni dovranno bere grandi quantitativi di acqua, espellendo urina in piccola quantità, ma molto concentrata di sale. Anche le branchie del salmone contribuiscono a espellere il sale in eccesso.

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Il fallimento di questo processo può addirittura portare il pesce alla morte. La sua è una vita di stenti, di lotta continua per la sopravvivenza. Mi fa sorridere a questo punto pensare a un alpeggio costellato di mucche che pacificamente pascolano tutto il giorno su ampie distese prative, mentre un salmone per sopravvivere deve sfidare le condizioni più difficili, senza un attimo di pace se non quando raggiunge la sorgente del torrente, il luogo natio, dove riesce finalmente a fermarsi per depositare le uova, dando alla fine un senso a tutto il suo elaborato peregrinare anche se nella maggior parte dei casi muore di sfinimento.

Era luglio e nel giorno del mio compleanno ricordo di aver visto ben 25 grizzly attraversare il torrente… e pensando alla mia età mi venne spontanea una domanda. Quale poteva mai essere l’età di un salmone? Scoprii così che l’età massima di un salmone atlantico era di 13 anni. L’età dei salmoni è un dato certo poiché sulle sue scaglie si può leggere la durata della loro vita, alla stregua dei cerchi che determinano l’età degli alberi. Infatti il numero di scaglie sul corpo del salmone rimane invariato nel corso della vita ed esse crescono man mano che il pesce cresce. Le scaglie non crescono in maniera costante ma sul bordo esterno della scaglia stessa si formano degli anelli di nuovo materiale organico di pari passo alla crescita del salmone. La scaglia è composta da linee concentriche, al centro quelle formatesi per prime, mentre quelle esterne sono le ultime. Le linee formatesi in giovane età, cioè quelle più interne, sono molto vicine, mentre procedendo verso l‘esterno della scaglia, le linee si distanziano e indicano la fase di vita oceanica. Poiché il salmone cresce più velocemente durante l’estate, quando il nutrimento più abbondante permette un rapido accrescimento, queste linee saranno più larghe di quelle formatesi durante l’inverno, quando lo sviluppo rallenta. Così per gli studiosi è sufficiente contarle per stabilirne l’età.

Quando si rimane appostati per ore in attesa del passaggio di un grizzly nel torrente, le ore volano… sarà l’adrenalina e un mix di sensazioni oscillanti tra la paura e la tensione dell’attesa. Dopo ore trascorse rimanendo immobile dietro un tronco a scattare innumerevoli foto di orsi intenti al banchetto, era il mio turno… Volevo sentirmi un salmone! Non per finire nelle fauci di un grizzly, ma per risalire il torrente anch’io…

Con il sole allo zenit gli orsi si ritiravano nei boschi per il caldo intenso abbandonando il territorio di pesca e lasciando un po’ di tregua ai salmoni. Era il mio momento! Scrutando sempre attentamente intorno, avevo deciso di intraprendere il cammino dentro il torrente verso la sorgente, seguendo lo stesso itinerario di risalita dei salmoni.

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Addio a google map per raggiungere le destinazioni! Non sapevo esattamente quale fosse la mia meta, sapevo che non dovevo usare un navigatore ma semplicemente seguire i salmoni i cui sistemi di orientamento erano ben più antichi ed efficaci di qualsiasi tom tom.

Fortunatamente indossavo stivali da pescatore che mi permettevano una prolungata permanenza in acqua.

Improvvisamente mi trovavo così nel regno dei salmoni lungo quel percorso storico che periodicamente essi ripetevano. Mi sentivo onorata di condividere le loro acque, testimone di un percorso tortuoso e difficile. I salmoni sono molto sensibili agli infrasuoni, molto al di sotto del nostro limite di udibilità. Essi comunque non vocalizzano, quindi il loro udito infrasuoni non ha a che vedere con la loro comunicazione intraspecifica. Piuttosto li aiuta nella navigazione, rivelando la velocità differenziale di due strati d’acqua che scorrono l’uno sull’altro. Si ipotizza che il percepire le differenze di velocità dei diversi strati d’acqua li aiuti a rintracciare la fonte degli odori e, infatti, il salmone si serve di segnali olfattivi per fare ritorno al corso d’acqua natio.

Oltre ad osservare i loro agili movimenti, rimanevo incantata dalla bellezza dell’acqua del torrente che permetteva loro di compiere l’ultimo viaggio.

Camminare nelle acque di un torrente può anche farti sentire accompagnato dalla voce che ha ispirato scrittori famosi. Basti pensare al passo de I promessi sposi di Alessandro Manzoni, che descrive Renzo quando si trova in riva all’Adda. In seguito ad una serie di tumulti scoppiati a Milano, infatti, Renzo fugge e attraversa strade solitarie e paesi addormentati. Scartata l’ipotesi di chiedere ospitalità, supera i campi coltivati, si inoltra nella boscaglia e poi in un bosco che risveglia nella sua mente ricordi paurosi di fiabe ascoltate nell’infanzia.

In preda all’angoscia sta per tornare sui suoi passi, quando percepisce il mormorio dell’acqua: è la salvezza! (capitolo XVII).

“Sentiva la brezza notturna batter più rigida e maligna sulla fronte e sulle gote; se la sentiva scorrer tra i panni e le carni, e raggrinzarle, e penetrar più acuta nelle ossa rotte dalla stanchezza, e spegnervi quell’ultimo rimasuglio di vigore. A un certo punto, quell’uggia, quell’orrore indefinito con cui l’animo combatteva da qualche tempo, parve che a un tratto lo soverchiasse. Era per perdersi affatto; ma atterrito, più che d’ogni altra cosa, del suo terrore, richiamò al cuore gli antichi spiriti, e gli comandò che reggesse. Così rinfrancato un momento, si fermò su due piedi a deliberare; e risolveva d’uscir subito di lì per la strada già fatta, d’andar diritto all’ultimo paese per cui era passato, di tornar tra gli uomini, e di cercare un ricovero, anche all’osteria. E stando così fermo, sospeso il fruscìo de’ piedi nel fogliame, tutto tacendo d’intorno a lui, cominciò a sentire un rumore, un mormorio, un mormorio d’acqua corrente. Sta in orecchi; n’è certo; esclama: – è l’Adda! – Fu il ritrovamento d’un amico, d’un fratello, d’un salvatore. La stanchezza quasi scomparve, gli tornò il polso, sentì il sangue scorrer libero e tepido per tutte le vene, sentì crescer la fiducia de’ pensieri, e svanire in gran parte quell’incertezza e gravità delle cose; e non esitò a internarsi sempre più nel bosco, dietro all’amico rumore. Arrivò in pochi momenti all’estremità del piano, sull’orlo d’una riva profonda; e guardando in giù tra le macchie che tutta la rivestivano, vide l’acqua luccicare e correre”.

Continuavo la mia esplorazione avanzando nel torrente e a ogni passo corrispondeva un movimento dell’acqua. Camminavo lentamente e osservavo intorno a me il formarsi di cerchi concentrici dietro i quali si nascondevano le più complicate formule matematiche della meccanica ondulatoria. Si tratta di onde circolari, quelle il cui fronte d’onda è una circonferenza, come per esempio le onde prodotte da un sasso gettato in uno stagno, onde che si propagano in cerchi concentrici attorno al punto in cui il sasso cade.

Non perdevo mai di vista i salmoni che sfioravano i miei stivali e pian piano notavo che le femmine si fermavano in alcune pozze protette dai sassi, cercando il luogo più appropriato per deporvi le uova e altrettanto facevano i maschi pronti a fecondare le stesse… Poi, finalmente la pace, la maggior parte dei salmoni sarebbe sì morta di stenti, ma nello stesso luogo dove erano nati.

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E scrutando l’acqua e i suoi abitanti, mi veniva in mente il suggestivo dipinto di Giovanni Segantini dal titolo Ritorno al paese natio (realizzato con tecnica ad olio su tela nel 1895). Già alla fine dell’Ottocento numerosi erano gli abitanti che si allontanavano dal Cantone dei Grigioni in Svizzera in cerca di migliori opportunità, ma talmente forte era il radicamento con la terra natale da non concepire altro che una loro sepoltura nel luogo in cui erano nati. Il dipinto rappresenta infatti la scena di un funerale in un’atmosfera serena in cui prevale il desiderio ultimo di tornare nel luogo natio.

Dopo un lungo cammino nell’acqua sempre dietro i salmoni era ora di fermarmi e sottrarre la mia presenza invadente. I piedi stanchi… quale migliore rimedio se non immergerli nella gelida acqua del torrente!

Due passi a piedi nudi nell’acqua tra i sassi e subito mi sentivo rigenerata. Camminare nelle acque gelide per qualche secondo era magnifico e ristoratore.

Recentemente mi trovavo per lavoro in un hotel a 4 stelle dotato di una attrezzatissima SPA… Tra i numerosi servizi offerti, il percorso in una piscina nella quale per un breve tratto viene immesso un getto di acqua gelida per rigenerare la circolazione delle gambe. Ripenso così al mio vagare nel torrente dei salmoni a piedi nudi. Non c’è fango in piscina, niente sassi spigolosi, nessun fondale irregolare… tutto è all’insegna della comodità e del comfort. Ma lo scenario del torrente in compagnia di frotte di salmoni è senza dubbio più stimolante e più eccitante… anche in presenza dei mosquito.

In lontananza una famiglia di grizzly. Era l’ora della lezione di pesca dove mamma orsa insegnava ai cuccioli a pescare. Era curioso notare come, mentre i cuccioli si gettavano con grande voracità sui salmoni, gli esemplari più vecchi sceglievano accuratamente cosa fosse veramente utile da mangiare per mettere su lo strato necessario di grasso per affrontare l’inverno.

La giornata volgeva alla fine. Aver seguito per un breve tratto quell’ancestrale percorso dei salmoni mi aveva reso partecipe di un mondo semplice nel suo equilibrio perfetto!

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Storia dell’arrampicata romana – 1

Storia dell’arrampicata romana – 1 (1-4)
di Luca Bevilacqua
(già pubblicato nel 2010 da climbing pills)

Introduzione
Questa storia non punta a raccontare come sono andate realmente le cose, chi erano le persone, quali furono i luoghi.
Racconta quel che io ho visto e vissuto, per come lo ricordo oggi.
Non aspiro a nessuna ricostruzione. A nessuna verità che non sia quella del tutto soggettiva dei miei pensieri, dei miei sentimenti, delle emozioni di allora e di adesso.
Perché guardarsi indietro?
Non sono un nostalgico. Mentre scrivo m’interrompo spesso, pensando a dove e con chi arrampicherò sabato prossimo. Penso alle falesie che vorrei vedere, alle vie che vorrei provare.
E però, penso anche di essere stato fortunato, perché la mia adolescenza (e prima giovinezza) l’ho vissuta idealmente fra le pareti di Sperlonga e Pietrasecca, tra Finale Ligure e il Verdon. Fu una stagione irripetibile, almeno per me. E mi piace l’idea, nata con qualche amico, di raccontarne una parte: quella che riesco, appunto, a ricordare…

Roberto Bassi “in visita” a Sperlonga nel 1986, su Reggae per Maometto, 7a+. Foto: Luca Bevilacqua
StoriaArrampicataRomana-1-2

 

Prima di cominciare (o di ricominciare), c’è un preambolo cui tengo molto.
Anche perché sennò uno non capisce molto di questa mia storia…
Il preambolo è molto sintetico. Si riassume in poche parole: amo la montagna, vengo dalla montagna.
Poi di fatto questa storia (quasi insignificante) si svolge in gran parte vicino al mare. E con l’alpinismo non c’entra nulla.
E io vengo da Roma, altro che montagna!
Però questo è quel che sento.

 

Capitolo 1
La mia storia di arrampicatore comincia una domenica mattina al Precipizio del Circeo.
Avevo cambiato da poco scuola: dal “Tasso” al “Giulio Cesare”. Qui c’era un ragazzo, Lorenzo, figlio di amici di famiglia, che aveva fatto il corso di roccia con la “Paolo Consiglio” l’anno prima.
Avevamo sedici anni. Ma lui – beato lui! – già arrampicava. E quanto a me, gli dissi che volevo cominciare. Mi parlò del Monte Morra, la palestra storica dei rocciatori romani… Mi disse che mi ci avrebbe portato.
Qualche giorno dopo, all’uscita di scuola, Lorenzo mi presentò Fabio, anche lui del “Giulio Cesare”, anche lui fresco di corso.
In quel momento avevo all’attivo tre estati di vie ferrate nelle Dolomiti con mio padre. E spesso, in quei giri su e giù per il Sella, il Catinaccio, il Sassopiatto, lo Sciliar, le Odle e le Tofane, mi ero ritrovato a fantasticare su quelli che, oltre a indossare casco e imbraco come noi, camminavano per i ghiaioni o i prati con la corda legata dietro la schiena, martello, chiodi e altri strani aggeggi che penzolavano.
Lì ho scelto, ho capito cosa mi sarebbe piaciuto imparare. Quella cosa là: la roccia, le ascensioni in parete. Un desiderio infantile. Come quando il bambino dice: da grande farò questo. Però mi sembrava al tempo stesso una cosa impossibile, una cosa per uomini speciali.

L’autore (detto Smilzo) nel 1982, a quindici anni, sulla normale al Cimon della Pala
StoriaArrampicataRomana-1-3

 

Avevo letto Settimo grado di Messner. Me l’aveva regalato papà, dicendomi: ecco cosa NON devi cercare di fare…
Avevo capito cos’è la “libera”. Avevo capito (intuito) il fascino irresistibile dell’arrampicata su roccia. Tra una ferrata e l’altra, tra una passeggiata e l’altra, se vedevo un sasso su cui arrampicarmi, lasciavo la compagnia e mi precipitavo lì. Salivo, saltavo giù, cercavo un punto più difficile. Non riuscivo, riuscivo, non riuscivo. Sulle ferrate, evitavo di tirarmi sulla fune metallica.
Però in realtà, quando strinsi amicizia con Lorenzo, non avevo fatto ancora nulla. Solo la normale alla Furchetta (II grado) e un tentativo fallito – con mio padre – al Cimon della Pala. Sapevo fare il mezzo barcaiolo e il barcaiolo. Sapevo cos’è una sosta (ci vuole uno spuntone e un bel fettuccione) e soprattutto come si fa una doppia…
Allora: la corda doppia si fa passando la corda sotto la coscia (o tutt’e due le cosce?), e poi in qualche modo sotto le palle, poi attorno al busto, insomma ti deve avvolgere, stritolare un po’… Ma in questa maniera fa attrito, e così non vai giù di botto. Si spera.
La doppia si fa bene con una giacca tipo k-way, così la corda scorre meglio…
Insomma, le mie nozioni erano poche e confuse. Però avevo tanta, tanta voglia di cominciare, di andare a vedere questo famoso “Morra”.
L’anno scolastico è iniziato da una ventina di giorni. Lorenzo mi dice: per prima cosa potremmo farti fare qualche manovra a Ciampino…
– Ciampino? – chiedo io – ci sono delle pareti a Ciampino?
– Ma sì – risponde Lorenzo – una specie di cava, di una cosa vulcanica che assomiglia un po’ al granito, non tanto alta, però abbastanza fica, e soprattutto vicina… Però, lascia stare, intanto stiamo pensando di andare, domenica, al Circeo. Vedrai, ti piacerà. Sembra una parete dolomitica! Abbiamo trovato uno grande, uno con la macchina… Così, con te e Fabio, siamo in 4: due cordate. Andiamo a fare la Via del Tetto: V+/A1…
La Via del Tetto?
L’imbrago e il casco ce li ho. Mi servono delle scarpette.

“Tra una passeggiata e l’altra, se vedevo un sasso su cui arrampicarmi, lasciavo la compagnia e mi precipitavo lì…”
StoriaArrampicataRomana-1-1
Vado sabato mattina da Calconi sport, vicino Piazza Fiume. Parlo direttamente col signor Calconi, che mi sembra un tipo serio ed esperto, e gli chiedo delle scarpette da arrampicata. Mi mostra subito un modello che mi dice essere l’ultimo ritrovato: “queste sono le migliori”. Strane, penso io. Sono nere e gialle. Sotto: suola rigorosamente liscia (sì sì! – mi dico – sono proprio loro!). Si chiamano “San Marco”. Sono le scarpette di Patrick Berhault. Un nome che per me diviene immediatamente un mito.
– Che numero porti?
– Quaranta e mezzo.
– Beh, queste devono starti belle comode. Sennò poi ti fanno male, e non riesci ad arrampicare! Ecco, provati il quarantuno.
Detto fatto.
Domenica 9 ottobre 1983.
Appuntamento con Lorenzo alle 6.15 a piazza Istria. La città è deserta. Prendiamo il 6 (oggi 310…). Alle 7.00 siamo alla stazione metro Magliana. Lì c’è Guido, detto il Teologo, e Fabio.
E’ brutto tempo, pioviggina, ma si va lo stesso. Si prova.
Arrivati al Circeo non piove più, e la roccia pare essersi asciugata.
Partono Lorenzo e Fabio, uno pochi metri dietro l’altro. Li vedo, su in alto, tirare due chiodi (A0!), e poi salire ancora e arrivare in sosta. Fabio, che ha già intuito il mio temperamento (durante il viaggio ho parlato per circa un’ora e mezzo, in termini idolatranti, di Messner e Manolo), mi dice che gli appigli, seppur piccoli ci sono. Posso provare, da secondo, a salire in libera.
E’ il grande momento. Lo aspettavo da tanto. Parto bene, tutto mi sembra largamente alla mia portata, ma quando arrivo sul tratto chiave… Accade qualcosa di terribile, di portentoso, di rivelatore.
La roccia è lì, ci sono dei buchi, delle tacche, ma non ce la faccio. Passano dei lunghissimi secondi. Le dita fanno male, si aprono. Non riesco, non capisco, mi appendo. Grido forte: “recupera!”.
La mia prima volta. La prima acciaiata non si scorda mai.
Grido: “Calami giù!”
Risposta: “No! Che cazzo! Perché hai voluto stancarti così?! Dai, aggrappati ai chiodi e vieni su!”
Io: “Non riesco a reggermi più a niente! Mi fanno male le mani! Calami giù! Proseguite voi!”
Loro tre fanno il secondo tiro. Poi riprende a piovere, e così scendono.
Commentiamo, ridiamo. Mi prendono un po’ per il culo.
Smette di piovere ed esce il sole. C’è un sasso alto due-tre metri, bianco, liscio. Ci mettiamo lì a giocare, ad arrampicare, a fare “bouldering”.
“Fabio, ma tu la sai chi è John Gill? E la scala del bouldering, la conosci? Beh, ti spiego: B1 è un passaggio durissimo, ma proprio duro, provato e riprovato…”

Capitolo 2
I miei primi mesi di arrampicata sono documentati in un quaderno che ho conservato. Ho registrato data, luogo e compagno di cordata. C’è anche un piccolo commento per ogni salita: qualcosa a metà tra la notazione di impressioni personali e la relazione di via. Poi c’è scritto – ovviamente – se ero da primo o da secondo, se sono passato in libera, o, nel caso contrario, quanti resting ho fatto, quanti chiodi ho tirato…
Un esempio. Quasi a punirmi di quella mania assolutamente infantile e ridicola (vista la mia totale inesperienza) per l’arrampicata libera, quando Lorenzo mi portò finalmente al Morra, andammo a fare, come prima salita, la via Anna. Un enorme strapiombo attrezzato con chiodi a pressione (A2).
Copio dal mio quaderno: “E’ stata la prima via che abbiamo percorso, attaccandola fin dal primo breve tratto (abbastanza impegnativa l’uscita). Subito dopo il vero attacco, passati i primi 2-3 chiodi, ci si trova già sensazionalmente nel vuoto, ma non ci sono eccessive difficoltà; dove invece il tetto si fa più verticale, i chiodi sono posti a maggiore distanza l’uno dall’altro e bisogna allungarsi bene, all’infuori, per raggiungerli. Poi ci sposta a sinistra, dove 2 chiodi vicini rendono possibile una sosta aerea. Si prosegue quindi verso destra fino all’uscita, dove bisogna ricorrere ad appigli e appoggi naturali per trovarsi infine fra i comodi cespugli. 40 m.”
Certo, rileggendo queste righe , mi viene da pensare che avevo arrampicato ben poco, quasi niente. Ma, per come scrivevo, ne avevo lette di relazioni di vie!
In estrema sintesi, dopo l’esordio fallimentare al Circeo, il curriculum dei miei primi mesi di arrampicata è stato il seguente:

16 ottobre 1983, Morra
via Anna
via dei Placconi
via del Nicchione (variante d’attacco)
via di Marco
1 novembre, Morra
Silvio bassa
Due fessure
Fessurone
– Lopriore
Rampa
20 novembre, Leano
Diedro giallo
Disoccupati
– Biblico
Tre C
via della Placca (tentativo)
Diedro abbandonato
27 novembre, Ciampino
4 dicembre, Gaeta
via dello Spigolo
8 dicembre, Morra
Zapparoli
Due fessure
Fessurone
– Lopriore
Gigi
21 dicembre, Ciampino
23 dicembre, Morra
Fessura di Dado (???)
Gatto
Geri
Direttissima (L.1)
Nicchione
26 dicembre, Ciampino
27 dicembre, Ciampino
28 dicembre, Circeo
Pilastro zoppo
30 dicembre, Morra
Geri
Pulpito
Nicchione
Variante di Donatello
5 gennaio 1984, Ciampino
15 gennaio, Ciampino
22 gennaio, Leano
Diedri paralleli
Dory
Spigolo dei geologi
Diedro rosso
Tre C
29 gennaio, Leano
Paolo ed Enrico
Arruginante
Ingegneri
via della Placca
5 febbraio, Sperlonga
Spigolo di Roberto
Elefante in calzamaglia
Sandra
Picchiami sulle bolle

Sulla via della foto a Ciampino. Il nome era dovuto a una foto apparsa sulla copertina de L’Appennino
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Una delle fissazioni di Lorenzo e Fabio, nelle quali fui coinvolto quasi subito, era il progetto di una variante d’attacco alla via del Nicchione al Morra. Nonostante arrampicassero entrambi da appena un anno, si erano messi in testa che si poteva aprire questa variante qualche metro a destra dell’attacco consueto: una placca davvero liscia, da fare con un po’ di artificiale. La variante si sarebbe sviluppata per non più di 8-9 metri. Fabio, salendo sulle spalle di Lorenzo, era riuscito a piantare un chiodo abbastanza alto in una fessurina rovescia. Il chiodo teneva. Fu messa una staffa, e così piantarono, alternandosi, uno spit circa un metro più in alto del chiodo. Poi il chiodo lo togliemmo: “La fessurina serve per la mano, per provare se si fa in libera…” (mentalità abbastanza sportiva, visti i tempi!). Non avrei però raccontato questo piccolo episodio se in quel momento non fosse passato il mitico Vito (Plumari, NdR), il Vecchiaccio, di cui Fabio e Lorenzo sapevano tutto.
– Ehi, ciao. Che fate, ragazzi?
– Niente di importante. Stiamo aprendo una variante d’attacco al Nicchione. Abbiamo piantato uno spit, ma adesso dobbiamo provare a salirla…
– Bene. Bravi, bravi. Quando lo vedo, glielo devo dire al mio amico Pierluigi che qui al Morra ci sono dei ragazzetti che si danno da fare aprendo delle belle vie nuove. Questa poi sembra anche un po’ difficile, eh? Lì ci sarà un passaggio che sarà almeno di quinto superiore, forse anche sesto meno… Beh, bravi bravi, continuate così…
Più tardi Fabio e Lorenzo mi avrebbero spiegato chi era quel signore un po’ buffo. E chi era Pierluigi (Bini), l’alpinista romano più forte in circolazione, il cui nome avevo peraltro già incontrato leggendo Settimo grado. Mi ero trovato a cospetto della Storia, quella con la esse maiuscola…

Capitolo 3
Per tutto l’inverno 1983/84 arrampicai quasi sempre da secondo. Facevo cordata con Lorenzo e poi, sempre più spesso, con Fabio. Il posto che mi piaceva di più era Leano. Con Fabio, verso Pasqua (19-21 aprile 1984), avremmo piantato la tenda sotto Torre Elena e saremmo rimasti lì tre giorni consecutivi…
Anche se devo pur dire che l’impressione più forte me l’aveva procurata Gaeta, con quelle doppie nel vuoto totale, 110 metri a picco sul mare. Con Lorenzo facemmo una classica: lo spigolo. Non lo trovai difficile, ma l’emozione fu tantissima.
Peraltro la destinazione in assoluto più gettonata era Ciampino, che aveva il vantaggio di essere raggiungibile senza bisogno di passaggi in macchina. Appena potevo, e da un certo momento in poi anche da solo, prendevo la metro A, scendevo a Giulio Agricola, e poi il pullman fino alla fermata dell’aeroporto.
Qui provavo ogni sorta di boulder e di traverso. A dicembre ero riuscito a fare la famosa traversata “dei pollici” (VII-, in seguito smartellato), e a gennaio la fessurina con gli incastri (VI+ expo).

Lorenzo e lo Smilzo all’uscita dello Spigolo a Gaeta
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Ma proverò adesso a ricordare il primo approccio con la falesia che in quel momento era sulla bocca di tutti. Veniamo così all’ultima di quell’elenco di uscite.
5 febbraio 1984, ”Sperlonga. Sperlonga…”.
Da qualche settimana, il venerdì sera, nella saletta SUCAI di via di Ripetta, quasi non si parla d’altro.
Sull’Appennino è uscita da poco la notizia, con le relative foto, della prima salita di Stati di allucinazione a Leano, da parte di Andrea Di Bari e Furio Pennisi. Il grado proposto è VII+/VIII-…
Per me, che arrampico da pochi mesi, è fantascienza. Di più: è Mito.
E tuttavia, sembra che quella salita rappresenti già il “passato”.
Il presente e il futuro sono, semplicemente, Sperlonga. Che è esplosa, come falesia, da più o meno un anno…
Stefano Finocchi, ospite fisso il venerdì sera, assieme ai Vermi (Giuseppe e Roberto Barberi, NdR), a Luca Grazzini e svariati altri), non fa altro che parlarne, descrivendo con gli occhi invasati del veggente le ultime vie che ha spittato e/o salito. Idefix, Prondo-prondo, Rank-xerox, e la più dura di tutte: Kajagogo… Sul grande cartoncino bianco dove Stefano ha disegnato il Paretone (oggi la parete “del Chiromante”), facendo lo schizzo di tutte le vie esistenti, leggo che al nome Kajagogo corrisponde la valutazione sbalorditiva di 7b-… (Stefano inizialmente aveva pensato che il grado potesse essere 7c… Lo aveva dedotto da un confronto con una fotografia di Edlinger su Fenrir, 7c, vista sul libro Opera vertical: le stesse identiche gocce, aveva pensato Stefano. Dunque il grado sarà quello…)
Nella saletta SUCAI Fabio osserva un contegno prudente, da buon ex-allievo fresco fresco di corso CAI. Io sono un po’ più sfacciato, e mi arrischio in domande, cerco di fare un pochino amicizia. Sarebbe bello entrare in quel giro…
Quella prima volta a Sperlonga è uno shock. Arriviamo prestissimo. Ci siamo informati e sappiamo che la via più facile è lo Spigolo di Roberto (aperta da Roberto Ferrante svariati anni prima).

Su L’elefante in calzamaglia, 6b, Sperlonga
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Fabio sale il primo tiro. Io subito mi accanisco – da secondo – per passare in libera l’attacco, maledettamente duro. Sarà, penso, un bel VI grado. E questa sarebbe la via più “facile” della parete?
Sbuchiamo in cima, e passiamo sotto la fascia superiore.
Resto impressionato, incredulo, sotto una fila di spit che sormonta una placca rossa strapiombante completamente liscia. Più tardi, dal Mozzarellaro, chiederò lumi: trattasi di una via non ancora liberata, si chiama Polvere di stelle. Provo un misto di frustrazione ed euforia pensando a chi è in grado di arrampicare su quelle difficoltà…
Scendendo dalla fascia superiore, giungiamo a una specie di selletta. Da qui la visione del Paretone, con le sue placche lisce, è davvero impressionante.
Vedo una cordata che affronta una placconata grigia assai compatta. Da qui non si vedono buchi, né fessure: gli appigli saranno grandi non più di una o due falangi!
Scendiamo un pochino e riconosco uno dei due Vermi, il più giovane (Roberto, da tutti chiamato Medioverme, NdR), che va da primo e sta per affrontare un bel tettino qualche metro sopra la sosta. Sussurro a Fabio: ora voglio proprio vedere come se la cava…
Lui sale assolutamente fluido. Sale con le mani, appoggia un piede sul bordo del tettino, lo carica, e un momento dopo è su.
Sta sul secondo tiro di Flippaut. Penso tra me e me: cazzo, ma come fa?
Superato il tettino con assoluta sicurezza ed eleganza, il Medioverme si avventura per una placca un po’ strapiombante. Sembra proprio un verme che striscia…
Scendiamo. Chiediamo consigli su qualche via breve da provare.
Ci consigliano di scendere all’avancorpo, a fare L’elefante in calzamaglia. Ma che razza di nome è? Per me i nomi sono, chessò, la Gigi, la Marco, la Silvio alta…
Ma questo nome, L’elefante in calzamaglia
Fabio sale facendo una serie di resting e A0.
Provo io. Appena fatti due metri, la placca diventa liscissima. C’è un passo verso destra, con microappigli. I piedi partono. Non resisto, mi appendo, mi riappendo. Tiro, urlo dal dolore. Sono lame minuscole, oppure buchetti per la punta di due dita… Esce il sangue da un mignolo.
Agggghhh!
Mezz’ora dopo proviamo una via subito a sinistra, la Sandra, un po’ più umana, ma comunque difficilissima.
Poi risaliamo sopra. Siamo stanchi, ma andiamo comunque a fare la super-classica: Picchiami sulle bolle. Sul tiro chiave io cerco di passare dritto sul “Bombardamento” (almeno così credo di aver capito che si chiami). Una valanga di resting. Sono sfinito. Fabio che quasi mi paranca su. Un piede sullo spit, una mano nell’anello dello spit dopo. “Altro che libera!”
Cazzo.
Riscendiamo di nuovo passando per la selletta.
Le emozioni non sono finite.
Vicino al punto della parete dove prima avevo visto i Vermi, c’è lui, il mitico Andrea Di Bari, che a fine giornata ha deciso di andare a farsi un giro su “Coscia a go go” (è tipico questo mio smarrimento di fronte ai nomi delle vie).
Andrea prova, cade… Vola!
Risale sulla corda. Riprova. Vola un’altra volta!
Porca miseria.
Di nuovo, un terzo volo!
Non mi sembra possibile che uno possa fare tre voli di seguito senza scomporsi, senza avere minimamente paura…
Lo fa come se fosse normale.
Alla fine riesce a passare.
Ma quei voli “da primo” restano stampati nella mia mente. Ripenso al 7b-, che vuol dire cosa? VIII grado? VIII+?
Quella giornata è indimenticabile.
Dopo qualche tempo vengo a sapere che Stefano ha liberato Coscia a go go, e l’ha data 7a.
Ora sta provando Polvere di stelle, probabile 7c…

Capitolo 4
La mia prima arrampicata a Sperlonga fu, come si sarà capito, quel che si dice un’esperienza forte.
Quasi un delirio di immagini, un vortice di sensazioni visive, tattili, olfattive: odore di roccia, di terra, di macchia mediterranea.
Medioverme lo avevo dunque conosciuto nella saletta SUCAI. Eravamo perfettamente coetanei (nati nel 1966), cioè ragazzetti, o come si dice a Roma: pischelli. Lui parlava in modo schietto e disinvolto, con leggero accento romanesco, di quando aveva fatto il Diedro Philipp, o di qualche ripetizione di vie di Pierluigi Bini al Gran Sasso. Dire che lo ascoltavo a orecchie spalancate è dire poco. Per la miseria: aveva fatto in montagna, negli ultimi due o tre anni (cioè fra i suoi quattordici e i sedici), quel che io avrei sognato di essere in grado di fare tre anni più tardi…

19 febbraio 1984, su Hellzapoppin, Gaeta
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Prima di conoscerlo personalmente, mi aveva parlato di lui Lorenzo. La prima volta che eravamo stati al Morra, mi aveva indicato, dove si lasciano gli zaini (sotto la Rampa), il masso dei caminetti: “Qui, su quella placchetta liscia, su quei buchetti infimi, ho visto tempo fa salire i Vermi”…
Uno dovrebbe tornarci oggi, a sentire cosa sono quei buchetti… (all’epoca non esisteva l’espressione “monodito”,”bidito”, ma di quello si tratta…)
Comunque vedere Roberto arrampicare su Flippaut (6a+) fu, vi assicuro, un vero spettacolo.
L’arrampicata ti dà, come pochi altri sport, queste botte, queste umiliazioni. Abbassi il capo e ti va di stare in silenzio. Pensi d’un tratto che l’animo baldanzoso è da cretini, non è adatto all’arrampicata.
Non sono più tornato a Sperlonga per molti mesi.
Con Fabio riprendemmo ad andare a Leano, a Gaeta, al Circeo. Anche perché a Sperlonga, questo è un dato da non sottovalutare, nella primavera 1984 non esistevano praticamente vie sotto al 5c…
L’estate, ovviamente, andammo in Dolomiti. Tornai (stavolta da primo) in cima alla Furchetta; feci varie vie alle Torri del Sella; la Maria al Sass Pordoi, e soprattutto lo Spigolo Abram al Piz Ciavazes (dietro a Fabio).
Però la mia vocazione si stava decidendo: a settembre eravamo di nuovo a Sperlonga, sulle lamette taglienti di una breve placca denominata La moda del pesce. Traduzione libera di Depeche mode, band che Stefano Finocchi ascoltava avidamente in quel periodo.

Capitolo 5
Faccio un breve riassunto dei capitoli precedenti, in terza persona:
Smilzo arrampica ormai da un anno. Con spirito gagliardo e irragionevole ha tagliato i ponti con tutti gli interessi che normalmente occupano la vita di un adolescente. Suonava le tastiere in un gruppo, e il gruppo ora non esiste praticamente più. Cercava una ragazza, e ora non la cerca più. Parlava di vari argomenti, e non solo di gradi, di libera, di scarpette e moschettoni… Ora parla sempre, ininterrottamente, pure alla madre, solo di quello.
I voti a scuola sono pessimi.
Però lui si illude di esser vicino a fare il Settimo grado, e quindi di essere forte quasi come il giovane Messner.
E questo gli basta. (Tutto gli deriva dall’esser riuscito a fare in libera DA SECONDO la
via degli Ingegneri a Leano, VII grado sulla guida Helzapoppin).
Con fare sornione e falsamente dimesso, ha cercato di stringere amicizia con Medioverme. Però vedendolo finalmente all’opera in quel di Sperlonga – dopo tante chiacchiere serali nella saletta SUCAI -, ha capito che deve magna’ ancora molte pagnotte prima di arrampicare come quello lì…
Eravamo arrivati più o meno qui.
Trascorsa l’estate in montagna, ai primi di settembre io e Fabio sentiamo una strana, irresistibile fretta di tornare a Sperlonga.

SperlongaStoriaArrampicataRomana-10-Sperlonga

6 settembre 1984. Un sole impietoso. Siamo gli unici.
Come prima via saliamo Dar un jeito, una delle poche linee ad essere aperte dal basso e senza spit. Il primo tiro risulta chiodato abbastanza bene. Il secondo crea invece a Fabio non poche apprensioni. C’è infatti una piccola grotta rossastra da salire un po’ verso destra (difficoltà di 5c+), assolutamente sprotetta. Fabio esita non poco, e impiega almeno 20 minuti per venirne a capo. Ma compie alla fine un bell’exploit.
Dopo andiamo sul Risveglio di Guendalina, subito a destra del Bombamento di Picchiami. 6a (da secondo) senza resting! Tipica esaltazione momentanea del giovane Smilzo, che tuttavia continua ad arrampicare con la corda davanti…
Il caldo e la sete hanno la meglio sui due giovani eroi. Ritorno sul sentiero. Ci dirigiamo verso il Mozzarellaro.
Al bancone c’è un signore ben piazzato fisicamente, sulla cinquantina, capelli bianchi e baffi simpatici. Uno sguardo intenso, due pupille che ti puntano come fanali dritto negli occhi. E’ Guido (er Mozzarellaro).
Sul primo tiro di Flippaut (Sperlonga), con le San Marco ai piedi
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Parla una lingua assolutamente incomprensibile. Mastica con voce roca alcune sillabe che fanno pensare a un dialetto del Sud. Però ci mette sul piatto di plastica una mozzarella di bufala spettacolare.
Ci fa qualche domanda che non capisco. Insieme ai bagnanti scopriamo che c’è nel locale qualche altro arrampicatore (allora non siamo solo noi gli esaltati!). Il clima è disteso, come può esserlo soltanto dopo una giornata di scalata un po’ “engagée”, con qualche rischio… Sono contento.
Dopo un paio di settimane torniamo di nuovo a Sperlonga. Cominciamo ad alzare il tiro. Andiamo a fare una via bellissima, tutta in placca: Cleptomania. Saliamo su alla grande. Sosta dopo il primo tiro, appesi agli spit con le corde che cadono giù stile Verdon. Poi una pancetta strapiombante ben appigliata, e una lunga placca di quinto grado. Mi esalto sempre di più.
Così ci decidiamo. Un colpo di spavalderia. Andiamo sulla mitica Flippaut. Sul quadernino ho scritto: VII+/VII-.
Il primo tiro mi sembra impossibile. Soprattutto ho l’impressione di non riuscire a scaricare niente sui piedi.
La punta delle scarpette si piega verso l’alto, e scivolo… Passo in A0. Sul secondo tiro faccio svariati resting… Dopo l’esaltazione arriva puntuale la batosta.
Però, la cosa più importante è che stiamo prendendo confidenza. Capisco finalmente, ad esempio, che le mie scarpette mezzo numero più grandi non possono tenere sugli appoggi di un tiro duro lievemente appoggiato come il primo di Flippaut… Guardo gli altri. Vedo che tutti (ma lì gira solo gente forte!) portano delle scarpette uno o due numeri in meno. Penso che devo adeguarmi.
In uno dei miei primi scambi verbali con Andrea Di Bari, lui mi descrive le grandi qualità delle “Mariacher”. Mi dice: “Proprio stamattina le ho provate, appoggiando la punta di una scarpetta su di un appoggio di 2 o 3 millimetri”. Mi mostra il profilo di una chiave: “Ecco, un appoggio che sporge così dalla parete”.
Penso tra me e me: ‘azz!
“Sì – continua lui – è una via che si chiama Baby snake… La devo ancora liberare. E’ molto breve, ma ha degli appigli e appoggi piccolissimi…”.
Sto a sentire imbambolato, drogato. Poi lui taglia corto: “Ma tu quanto porti di scarpe normalmente? Quaranta e mezzo? Bene: devi prendere il trentasette e mezzo”.
Ehhhh?
Tre numeri in meno? Ma allora, quello che mi aveva detto il signor Calconi?
Ovviamente – capisco poi – le scarpette vanno tolte fra un tiro e l’altro. E’ finita l’epoca in cui le calzavi arrivato alle pareti e le tenevi tutto il giorno, camminandoci da un settore all’altro, sui sentieri di terra…
Le scarpette devono essere strette e con la suola perfettamente pulita!
Faccio l’ordine delle “Mariacher” ad Andrea.
Mi si sta aprendo un universo…

(continua)

Da Guido er Mozzarellaro, oggi
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