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Solitudine al Mont Blanc du Tacul

Solitudine al Mont Blanc du Tacul
di Gian Piero Motti
(pubblicato su Rivista mensile del CAI giugno 1970 in seguito alla sua prima solitaria del Pilier Gervasutti, 15 luglio 1969)

Ci sono dei giorni in cui tutto sembra precipitare davanti ai tuoi occhi; ti immergi nella tristezza e ti lasci andare a ogni sorta di melanconia.

Tutto cominciò in autunno, in quel magnifico autunno del 1968: nei primi radiosi giorni di ottobre salimmo, in prima ascensione, il pilastro est della Cresta del Mezzenile. Un’arrampicata veramente superba di cui serbo un grandissimo e indelebile ricordo.

Si dice che in montagna, in genere, ci si fa male nei posti più banali e più stupidi; non a torto. La notte ci sorprese nella discesa, lunga e assai complessa, ma con l’aiuto di un po’ di luna riuscimmo a giungere ben presto sul ghiacciaio nei pressi della seraccata. L’ultimo vero ostacolo, ancora un briciolo di attenzione e poi null’altro che pietraie e un comodo sentiero da seguire in tutta calma e rilassatezza, sotto la luce della luna. Ma la stanchezza, il crollo progressivo della tensione nervosa, vollero giocarmi un brutto tiro.

Ricordo ancora Ilio Pivano sparire giù per un pendio di ghiaccio nerastro, tutto incrostato di ghiaia e di sassolini pungenti.

«Com’è?»

«È molto diritto; ma con un po’ di attenzione si scende tranquilli, vieni pure».

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Però, è diritto sul serio, sarebbe meglio se mi girassi; ma no, continuo a scendere così: un lieve sbilanciamento, forse impercettibile, e mi ritrovo a grattare disperatamente su quella crosta abrasiva nel tentativo, del tutto inutile, di fermarmi. Il pendio assume proporzioni terrificanti, sotto di me scorgo nere voragini rese ancor più grandi dal buio; ma vedo un grosso macigno, mi ci butto sopra e Ilio mi “pesca” al volo. In stato di semincoscienza faccio un rapido bilancio della botta: bolli e contusioni un po’ dappertutto, ma di poco conto; le mani inservibili, fanno pena; un fortissimo dolore al polso destro, forse fratturato.

Radiografie, polso immobilizzato e buona dose di rabbia da ingoiare per la forzata inattività. La diagnosi fu “distacco dei legamenti”, ma niente fratture. Comunque, per più di tre mesi non riuscirò più non solo ad appoggiarmi sulla mano destra, ma nemmeno a stringere convenientemente le dita.

Fu proprio una stagione disgraziata, anche l’operazione delle tonsille doveva capitarmi! Con il risultato di ritrovarmi a febbraio ridotto né più né meno che a uno straccio; dimagrito di sei chili e debole come una foglia prossima a cadere da un ramo stecchito di un albero.

La mia natura, forse troppo sensibile, di tutto ciò soffrì enormemente. Abituato a condurre una vita impostata sull’attività più sfrenata; abituato a mantenere il fisico allenatissimo e in condizioni perfette, non solo ho sempre avuto un po’ il culto del mio corpo, ma ho cercato di praticare, oltre all’alpinismo, gran parte degli altri sport. Il ritrovarmi in condizioni così deplorevoli fu per me un vero e proprio dramma.

Oggi sorrido di tutto ciò, ma allora non riuscivo proprio a vedere un palmo al di là del mio naso. Poi venne anche la primavera e sempre di più mi convinsi che “anche al più duro inverno segue la primavera”. Primavera… solo la parola mi riempiva di vita, quasi mi commuoveva.

Un magnifico pomeriggio di marzo, uno di quei giorni ricchi di vento tiepido e di sole, decisi di andare, da solo, alla palestra di Avigliana, la vecchia cava abbandonata dove conoscevo ogni appiglio, ogni centimetro di roccia.

Riprovai, molto titubante, i primi facili passaggi; ritrovai qualcosa che pensavo di avere perduto e, non mi vergogno a dirlo, mi vennero le lacrime agli occhi. Anche il polso funzionava a meraviglia, a poco a poco ritrovavo la sicurezza e la fiducia in me stesso. Ritrovavo il mio mondo, il sorriso, la gioia di vivere.

Lo so, direte che mi son fatto condizionare dall’alpinismo; forse, ma non fino in fondo. Se sia un male o un bene non lo so e non voglio nemmeno pensarci, ma oggi è così, ci sono scivolato dentro adagio adagio, quasi senza accorgermene.

Sono ormai passati parecchi anni (otto per l’esattezza) dalla prima volta in cui mi sono legato a una corda e con movimenti goffi e incerti, non disgiunti da una certa paura e trepidazione, ho cominciato ad arrampicare su una parete rocciosa. Magnifici, intimi e indimenticabili ricordi di gioie, di ansie e di paure che caratterizzano sempre l’inizio di un primo amore.

D’allora in poi, tante cose sono cambiate; l’alpinismo è diventato per me qualcosa di più di un semplice hobby o di una comune passione, e ho incominciato a conoscere la montagna sempre più a fondo. Mi sono imposto un allenamento intenso, duro e severo, perché sono convinto che in ogni attività umana che si rispetti, se si vuole riuscire, è necessario temprare la propria volontà e capire che la scala da risalire è lunga e faticosa.

Se mi guardo indietro, sono tante ormai le cime, le pareti, le vette che ho salito; eppure anche oggi, se guardo innanzi a me, quante salite, quante montagne, quante pareti ancora mi aspettano! Alcuni anni fa certe salite mi facevano rabbrividire, pensavo che mai avrei potuto arrampicarmi su pareti di quel genere; mi parevano pazzesche. Poi l’allenamento e la maturità mi hanno portato a superare quelle stesse pareti e oggi altre imprese hanno per me un sapore di mito e di leggenda. Non so se le mie capacità e la fortuna mi permetteranno un giorno di cimentarmi con esse; ma voglio dire che se nella vita ci fosse tolta la possibilità di sognare e di ricordare, ci verrebbe tolta la facoltà stessa di vivere.

Così ho girato un po’ tutte le Alpi, dalle Marittime alle Dolomiti, ho visto montagne e valli meravigliose, posti davvero indimenticabili. Eppure ogni volta che risalgo la strada tortuosa della Val Grande di Lanzo, ogni volta che riconosco a uno a uno i massi, le cime, i colli e le borgate della mia valle, mi prende qualcosa dentro che è ben difficile da definire. Mi rivedo bambino scorrazzare felice tra i prati e i boschi di Breno, rivivo a una a una le gite e le passeggiate fra le pinete e i pascoli, con accanto l’entusiasmo infantile di mio padre per tutto ciò che è bello e pulito.

Poi il fanciullo, il bambino rimane incantato la prima volta che sale a un colle e scopre una selva di cime, di vette, di colli, mentre laggiù è l’ombra della sera, la valle con gli amici, gli affetti e la mamma che aspetta per la cena.

Ricordi di innumerevoli gite, di lunghe camminate su e giù per creste e valloni, alla scoperta del mistero, rappresentato da un colle, da una cima, da un ghiacciaio…

«Bastava un colle, una vetta, una costa. Che fosse un luogo solitario e che i tuoi occhi risalendolo si fermassero in cielo.

L’incredibile spicco delle cose nell’aria ancor’oggi tocca il cuore. Io per me credo che un albero, un sasso profilati nel cielo, fossero dèi fin dall’inizio (Cesare Pavese)».

Poi lo spirito dell’avventura prende il sopravvento, ed eccomi alla ricerca dei massi disseminati sul fondovalle, mentre, fra gli sguardi stupiti dei valligiani, mi arrabatto disperatamente con le scarpette da tennis per superare qualche breve passaggio. A nulla valgono i loro paterni ammonimenti; ma le grandi montagne, la roccia, le scalate sono ancora lontane, appartengono ancora alla fantasia.

Gian Piero Motti a Borgone (Valle di Susa). Foto: Vincenzo Pasquali
Gian Piero Motti, Borgone, foto: V. Pasquali

Superati tutti i passaggi dei massi del fondovalle, a volte con l’aiuto di una rustica fune per stendere il bucato o per avvolgere il fieno, cominciai a posare gli occhi sulle bastionate che si elevavano imponenti sui fianchi della valle. Ma era ancora troppo presto, non sapevo cosa fosse un chiodo, una corda, cosa fosse la tecnica più semplice di arrampicata. Salivo seguendo l’istinto, a volte commettendo anche imprudenze.

E ancora per parecchio tempo macinai chilometri e chilometri su e giù per sentieri, per ghiaioni e per nevai. Ma imparai a conoscere il vento, la neve, imparai ad amare la natura. E poi… e poi il lento e graduale tirocinio, prima la Scuola Gervasutti, a cui tanto devo, poi le mie prime esperienze da capocordata, le prime vittorie e i primi piccoli drammi.

Ricordo un giorno in cui, armati di una corda nuova fiammante e di alcuni chiodi, io e un carissimo amico, compagno di tante avventure, risalimmo il torrente che scende a destra del Bec di Mea fra Bonzo e Breno. Per noi rappresentava il grande problema; senza attrezzature e rischiando non poco con le nostre scarpette da tennis, eravamo giunti a un punto insuperabile, vincendo una liscia placca bagnata con un lancio di corda, effettuato su una sporgenza della roccia, con la cinghia dei pantaloni. Quel giorno avevamo la corda e i chiodi, ci sentivamo per lo meno dei Walter Bonatti. Passammo attraversando all’uscita una copiosa cascata con relativa doccia, e realizzammo uno dei nostri sogni più belli.

Poi a quindici anni io e a tredici o poco più il mio compagno, la prima vera salita: la cresta dell’Ometto all’Uja di Mondrone. Sulla cima, a cavallo tra le due valli, di fronte a centinaia di cime sconosciute, a tu per tu con quello spazio infinito, ci sentivamo i signori dell’universo. Quasi con commozione riconoscemmo le borgate della nostra valle, che alla mattina alle due avevamo lasciato per portarci con una marcia, che adesso giudico estenuante, alla base dell’Uja.

Oggi sono tornato nella valle, ho aperto con numerosi e fortissimi amici un gran numero di vie sulle bastionate e sui vari torrioni: vie dure, altamente tecniche, degne di ripetizioni. Sono lontani i tempi in cui ero il terrore delle madri dei miei amici, che cercavo di trascinare con me in qualche avventurosa scalata; sono lontani i passaggi sui massi con le scarpette da tennis, con uscite disperate “al limite volo”.

Rimpianti? Forse.

Eppure ancora oggi, in qualche caotico pomeriggio di ferragosto, lascio la confusione del fondovalle e mi inerpico su per il sentiero che fra il fitto bosco di castagni conduce alle baite del Bec di Mea. Ritrovo la fresca fontana, ritrovo il muretto di sassi, nulla è cambiato, ritrovo qualcosa di me stesso che cerco disperatamente di non lasciarmi sfuggire. Salgo sul roccione che domina tutta la valle e per un po’ mi guardo intorno.

Laggiù la grande e imponente testata… il pilastro… a uno a uno i colli, le cime, i gruppi di grange…

«Quassù la legge non arriva, Nefele. Qui la legge è il nevaio, la bufera, la tenebra. E quando viene il giorno chiaro e tu ti accosti leggera rupe, è troppo bello per pensarci ancora (Cesare Pavese)».

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Ieri ho deciso di salire da solo il pilier Gervasutti al Mont Blanc du Tacul, proprio io che ho sempre condannato l’alpinismo solitario. Ieri ho portato mia madre quassù, le ho fatto vedere la nera e fitta pineta, le piccole grange al fondo del piano quasi schiacciato dal grande macigno; era un pomeriggio di luglio come pochi ne ho visti: vento leggero, distacco quasi irreale dei contorni, fantasia di colori… Mia madre ama la natura; ha vissuto gran parte della sua vita in campagna, conosce il bosco, il torrente, ama il silenzio e il cielo libero. Per un po’ me ne sono stato lì, senza dir nulla, ma dentro di me era una tempesta di sensazioni e di sentimenti. Così ho deciso: andrò da solo al pilier Gervasutti.

Come, perché, ma… non me lo chiedete, non lo so neanch’io, o forse – meglio – lo so, ma certo non riuscirò mai a spiegarlo a nessuno. Potrei tentare, avvicinarmi, ma finirei per recitare una parte che non è la mia.

Oggi son qui, l’alba è meravigliosa, la giornata si annuncia eccezionale: per chilometri e chilometri non una nuvola in cielo. Sopra di me quasi mille metri di parete, un formidabile pilone rossastro che spicca tra il caos di canali, pilastri, guglie dalle forme terribili e strane. L’ambiente, uno dei più belli delle Alpi, è forse unico nel suo genere; grandioso, a tratti infernale, ma mai tetro e opprimente. Predominano le linee geometriche dure e spezzate, è il trionfo del gotico.

Il primo chiodo mi indica la fessura di inizio. Non sto a esitare, subito mi libero del sacco e attacco la spaccatura leggermente strapiombante; come inizio non c’è male, ma più in alto le cose migliorano, la roccia si fa rossa, fantastica, ricca di appigli netti e taglienti. L’arrampicata è davvero ideale. Supero di slancio una lama staccata con entusiasmante arrampicata alla Dülfer, raggiungo un chiodo a sinistra, mi resta in mano, tanto meglio, guadagno tempo e non mi assicuro. La terza lunghezza di corda, un diedrino verticale assai liscio e maligno, mi impegna notevolmente: si rivelerà come uno dei passaggi più duri della via.

Ho salito tre dure lunghezze di corda, sono calmo e tranquillo. Il batticuore e il nervoso tremito alle gambe dei primi metri sono a poco a poco scomparsi, ora vivo quasi in un’altra dimensione, ragiono ad alta voce, a volte parlo con il sacco. Scatto qualche fotografia, recupero lo zaino e riparto. Questo tratto è piuttosto facile, rapidamente prendo quota con il sacco in spalla.

Ho la sensazione che più in alto ci sia qualcuno sul pilier; all’attacco ho trovato delle tracce, ora ogni tanto scende qualche slavinetta nel canale, qua e là trovo segni di passaggio; per ora non scorgo nessuno, ma sono sicuro che più in alto c’è qualcuno.

Un passaggio delicato mi porta sotto un caratteristico tetto; c’è un chiodo, vi aggancio un moschettone e passo la corda, che è legata doppia alla mia vita. A che cosa serve questa autoassicurazione? Praticamente a niente o quasi, ma moralmente è tutto. È un passaggio breve, ma duro e di forza; uno dei miei passaggi preferiti. All’uscita pianto un chiodo, mi calo di nuovo fin sotto il tetto, sgancio la corda e il moschettone, risalgo a braccia fino al mio chiodo, recupero il sacco, tolgo il chiodo e proseguo. Lavoro da facchini, c’è ben poco divertimento in tutto questo, ma il gusto della salita è un altro.

Raggiungo la punta estrema di un affilato spuntone; davanti a me uno spigolo molto avaro di appigli per circa cinque o sei metri: non è possibile assicurarmi, lascio il sacco nello stretto intaglio, la relazione tecnica dice «sesto grado per sei o sette metri».

Un primo tentativo va a vuoto, un secondo pure, poi al terzo mi concentro al massimo e supero il passaggio, bellissimo, con calma glaciale, quasi sghignazzando, raggiungo all’uscita un ottimo appiglio; pianto uno dei miei chiodi in una sottilissima fessura, attraverso a sinistra, il chiodo resterà a indicare il mio passaggio.

Sopra di me, una torre gialla alta quaranta metri, magnifica, veramente perfetta. Mi sciolgo dall’auto-assicurazione e lego il sacco al fondo della corda, poi parto e di slancio, senza fermarmi, supero in stato di euforia le splendide placche verticali della torre gialla. L’arrampicata a tratti è quasi estrema, ma sempre sicura, lineare ed essenziale, di una bellezza quasi incredibile.

Detesto l’arrampicata artificiale solitaria; nell’arrampicata libera sono io che comando, sono padrone dei miei gesti e delle mie azioni. Nella salita artificiale devo affidare tutta la mia vita a un pezzo di ferro cacciato in una fessura; non mi va proprio.

Il muro è parzialmente schiodato, lascio due dei miei chiodi e procedo sempre assicurandomi contemporaneamente a due chiodi. Il muro mi ha stancato, mi fermo a bere, fa caldo, non c’è un filo d’aria e il sole picchia inesorabilmente sul rosso protogino. Mi sento bene, mi verrebbe quasi voglia di ridere e di canticchiare; ma non so ancora quel che mi attende più in alto. Un lungo camino mi impegna seriamente, è uno dei tratti più duri del pilier; mi servono due chiodi, uno resta lì.

Mi porto a destra del filo e posso finalmente vedere il lunghissimo diagonale a nord; le condizioni sono pessime, il diagonale è ridotto a un ripidissimo pendio di ghiaccio, da cui affiorano alcuni spuntoni dall’aspetto assai instabile. Ecco, avevo ragione: circa cento metri sopra di me scorgo una cordata impegnata nel tratto finale del diagonale; mi ha visto, ci scambiamo cenni di saluto. Un altro muro in arrampicata artificiale, anche questo schiodato. L’uscita è ghiacciata, devo ripulire diversi appigli, poi metto una staffa su uno spuntone e passo abbastanza bene.

Il diagonale mi impegna a lungo, non so esattamente per quanto tempo; è la classica arrampicata mista, fatta di astuzia e di intuito, più che di forza e di potenza. Numerosi spuntoni mi servono egregiamente per l’autoassicurazione, infatti intorno ad essi lascio alcuni spezzoni di cordino. Al termine devo superare una fessura tutta tappezzata di ghiaccio, sembra molto difficile e così mi libero del sacco. È difficile, ma non come credevo; due chiodi in posto mi facilitano alquanto il passaggio e in breve sbuco su un’aerea forcella, al termine del pilone rosso.

La vetta mi appare ancora lontanissima, solo ora mi rendo conto della lunghezza effettiva della via; qui sarò sì e no a metà salita. Comincio a sentire la stanchezza, ma non devo assolutamente cedere; la gola si fa sempre più arsa, bevo un po’ d’acqua mentre osservo la cordata davanti a me impegnata nel diagonale della Torre Rossa. La Torre è in cattive condizioni e procedono molto lentamente.

Il Mont Blanc du Tacul e il suo imponente Pilier Gervasutti. Foto: Ferruccio Joechler
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Una breve corda doppia, molto delicata, mi porta alla base di un bruttissimo camino, percorso all’inizio da una copiosa colata di ghiaccio traslucido. Di attaccare sul fondo non se ne parla nemmeno; così, dopo aver legato il sacco al termine dei miei quaranta metri di corda, attacco sulla parete verticale a sinistra del camino. Un chiodo e una staffa mi permettono di entrare nella profonda spaccatura al di sopra della colata, poi con contorsioni e spinte proseguo fino al termine del lungo camino. Ora si tratta di recuperare il sacco. Dopo pochi metri si incastra e non vuol più saperne di venire su. Non devo assolutamente perdere la calma.

Mi slego, fisso la corda a uno spuntone e scendo a braccia fino al sacco; lo libero dalla strozzatura dove si era incastrato, lo poso su un terrazzino e risalgo a braccia per un tratto del camino; tiro su il sacco, ma questo dopo pochi metri si incastra di nuovo. Ridiscendo, lo libero di nuovo; sono veramente scocciato, risalgo a braccia fino al termine del camino e questa volta il sacco si lascia recuperare senza tante storie.

Davanti a me, il diagonale della Torre Rossa; la cordata che mi precede sta attraversando il canale di uscita per portarsi sulle rocce del pilastro terminale. Ci salutiamo ancora una volta. Mi prende un momento di debolezza, mi sento insicuro, fragile, il tratto che devo salire è in condizioni veramente pessime, un ripido pendio di ghiaccio vivo ricoperto da uno spesso strato di neve fradicia e inconsistente; solo a destra affiora qualche spuntone di roccia che potrebbe essermi utile per l’autoassicurazione. Eppure è l’ultimo tratto; devo farcela a tutti i costi, ma una strana paura e un’insicurezza indefinibile mi bloccano le gambe. Nella mia mente cominciano ad accavallarsi pensieri e considerazioni strane, affiorano dubbi, incertezze. No! Devo reagire, anche se sono stanco, anche se ho finito l’acqua e una disgustosa pappetta mi incrosta il palato; devo ritrovare la forza e l’euforia di questa mattina.

Mi impongo di non pensare più a nulla e inizio a salire; l’arrampicata è insidiosissima, la neve non ha alcuna consistenza. Preferisco tenermi sulle rocce, dove almeno posso assicurarmi; salgo a lungo, poi piazzo una corda doppia e attraversando alla corda guadagno un buon numero di metri. Ripeto la manovra più in alto, ma questa volta la corda non vuol lasciarsi recuperare; non importa: la taglio e ne perdo un buon terzo. Sono quasi giunto al punto in cui devo attraversare il canale per portarmi sulle facili rocce di sinistra; ma prima devo ancora sacrificare una decina di metri di corda: non ho più voglia di ritornare indietro per sganciarla dal punto dove si è incastrata; preferisco tagliarla, anche per guadagnare tempo. Mi restano sì e no quindici metri di corda, un cuneo e cinque o sei chiodi; questa mattina avevo quaranta metri di corda, dodici chiodi e due cunei.

Per attraversare il couloir calzo i ramponi, così mi sarà più facile e molto più sicuro. Il sole è tramontato dietro la vetta del Tacul, subito si alza una brezza freschissima che ha il potere di ridarmi, come per incanto, forza ed euforia. Rapidamente attraverso il canale e raggiungo le facili rocce del pilastro terminale; la vetta non deve essere molto lontana.

Mi siedo, mi tolgo i ramponi, trovo un rivoletto d’acqua dove posso dissetarmi a piacere, mi libero del sacco e per la prima volta in tutto il giorno posso finalmente guardarmi attorno. Mi prende una gioia incontenibile, mi vengono le lacrime agli occhi; non cerco nemmeno di frenare il pianto; sento di avere vinto, ma non è solo la vittoria che mi commuove, sarebbe troppo arido. Sono i mille pensieri che si rincorrono nella mia mente, rivedo il bosco e la pineta di ieri, penso a Marina che non sa nemmeno che sono qui, da solo, a rischiare la pelle per qualcosa che lei cerca di capire, ma che forse le è troppo lontano e non riesce a comprendere. Non le ho detto nulla: sono stato egoista? Ho fatto bene? Non lo so. Ma ora non importa, la vetta è lì, l’aria è fresca e pungente, ormai l’arrampicata rude e atletica del pilone rosso, la battaglia tutta occidentale, a corpo a corpo, della Torre Rossa, non sono che meravigliosi, indelebili ricordi.

L’ultimo tratto, una lama vertiginosa, un’esposizione fantastica e, quasi all’improvviso, mi trovo in vetta. Psichicamente sono distrutto, fisicamente quasi. Passo dopo passo, lentamente, senza fretta, mi abbasso sulle comode e profonde tracce della via normale; sul grande plateau abbandono anche l’ultimo spezzone di corda, ormai inutile. Poi, nella fresca e cristallina atmosfera della sera imminente, attraverso con calma il grande ghiacciaio e faticosamente risalgo al Colle dei Flambeaux.

È sera ormai, le montagne hanno assunto un aspetto tetro, severo, quasi ostile. A lungo guardo verso il Tacul e ripercorro metro dopo metro la lunga salita.

Mi sembra un sogno, proprio io ho vissuto questa giornata, mi chiedo ancora perché; mi chiedo se è vero tutto ciò che ho vissuto o se non fa parte di uno dei mille sogni della mia fantasia, di una delle tante illusioni della mia mente, così poco aderente alla realtà.

Sorrido pensando a tutto ciò che mi è accaduto, al “tiro” che ho giocato a quella grande montagna.

Domani mi chiederanno: come, perché? Molti non capiranno, altri vorranno sapere: come, perché?

Non so, non me lo chiedete, un’avventura, una meravigliosa, indimenticabile avventura alla ricerca di qualcosa che non tutti sanno e vogliono scoprire.

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Il segreto del secondo campanile

Il mistero del secondo campanile

Chi, incuriosito dalle montagne della Moiazza, non fosse interessato a questo racconto, cioè a come si è risolto un piccolo mistero, bensì semplicemente volesse avere informazioni sulle vie che solcano la parete sud-ovest del Campanil dei Zoldani, vada a cuor leggero a consultare la nuova guida Moiazza (Idea Montagna, 2011) di Stefano Santomaso: vi troverà la situazione reale, il risultato di una lunga indagine (35 anni).

Tutto incominciò osservando con attenzione una fotografia del versante occidentale della Moiazza, quando passavo molto del mio tempo a caccia di possibili prime ascensioni su pareti significanti ed espressive.

La parete sud-ovest del Campanil dei Zoldani (Moiazza)
MisteroSecondoCampanile0004 - Copia

Era l’aprile del 1974, con Flavio Ghio, di Trieste, e Giovanni Favetti, di Milano, avevamo appena salito due importanti pareti, la Est della Seconda Pala di San Lucano e la Sud della Quarta Pala di San Lucano. Sarà stata fortuna, però per me non è mai stato normale fare due prime ascensioni di 1400 metri l’una nel giro di una settimana… e con due bivacchi… e in aprile, una stagione certamente non del tutto canonica.

Davvero gasati per quei due successi, la settimana dopo Giovanni ed io eravamo di nuovo in zona. Stavolta cercavamo una parete un po’ più breve, non esposta a nord per via della neve e che non richiedesse ore e ore per andare all’attacco.

La parete sud-occidentale del Campanil dei Zoldani, alta quasi 600 metri, mi era sembrata perfettamente rispondente a ciò che desideravamo, qualcosa di abbastanza lungo che però desse la possibilità di essere risolto in giornata.

Partiti da Milano con comodo in tarda mattinata di sabato 20 aprile, arrivammo con piacevole cammino nella poca neve al Rifugio Carestiato. Era l’imbrunire, non ci aspettavamo di trovarlo aperto, però almeno speravamo in un locale invernale che invece, con nostra grande costernazione, scoprimmo non esserci o comunque essere chiuso.

Dopo una cena frugale ma calda e dopo l’ultimo tè, spegnemmo il fornellino e ci rassegnammo a bivaccare lì fuori, senza sacco piuma. Se avessimo saputo della non esistenza del ricovero invernale avremmo potuto partire un po’ prima e dunque avvicinarci di più verso l’attacco. Tanto, dormire fuori per dormire fuori…

La notte non fu terribile, comunque, anche perché ancor prima della luce la interrompemmo per la colazione e per la partenza verso la Forcella del Camp, oltre la quale finalmente potemmo vedere il versante occidentale in tutta la sua magnificenza.

Impegnarsi su una parete di 600 metri senza averla mai studiata se non in fotografia non è il massimo di tattica intelligente. E quando poi si è all’attacco non è che si possano avere le conoscenze giuste, perché tutto è come al solito distorto dalla prospettiva.

Devo anche dire che, a distanza di 31 anni (scrivevo questo nel 2005, NdR), non ho ricordi così nitidi su questa avventura, solo qualche flash di memoria qua e là. E se posso scrivere questo racconto è perché fortunatamente già il lunedì seguente (è datata) mi ero scritto la relazione tecnica della salita. Da appunti presi posso anche dire che attaccammo alle otto di mattina precise e che alle 15 eravamo in vetta. La non difficile discesa ci portò in breve al Rifugio Carestiato, dove raccogliemmo le nostre poche cose lì lasciate, per metterci in viaggio e raggiungere Milano la domenica sera a un’ora abbastanza decorosa.

La seguente relazione però rimase nascosta tra le mie carte per 31 anni, ed è un miracolo che sia sopravvissuta a una decina di traslochi e a qualche inevitabile repulisti.

Campanil dei Zoldani 2398 m parete sud-ovest, Giovanni Favetti e Alessandro Gogna, 21 aprile 1974, ore 7. Si attacca in corrispondenza di uno sperone grigio, il punto più basso di tutta la parete. Attaccare un diedrone, dopo 5 m (III+) uscire sulla parete di sinistra e superare una fessura per 15 m (VI-, 3 passi di A1, 3 ch). S1 su piccoli gradini. Continuare nella fessura, ora diedro, per 30 m, evitando l’ultimo strapiombo a sinistra (IV e V). S2 su buona terrazza. Attaccare un diedro strapiombante (V+, A1, 1 passo di A2) e uscirne dopo 20 m. Superare la successiva fessura (IV+) fino ad un buon terrazzo. S3. Obliquare a destra (II, III-) 40 m. S4. Con tre lunghezze superare tutto il diedrone obliquo a sinistra (arrampicando sulla faccia di sinistra, III, 1 passo di IV). Raggiungere una fessura-camino strettissima. S7. Superare la fessura-camino (recuperando gli zaini) per 7 m (faticoso, IV). S8. Continuare nel camino obliquo un po’ a destra 40 m (III e IV). S9. Obliquare a destra per cengia ad altro diedrone. S10. Superare il diedrone e le rocce a destra che seguono (35 m, IV con 3 passi di V). S11. Continuare nel camino per circa 30 m (IV e V), uscire a destra (chiodo) prima dei gialli (V-) e superare la fessura obliqua a destra (IV) fino a rocce più facili vicino ad una forcellina. S12. Continuare ora facilmente verso un grande camino a sinistra e salirlo (IV l’ultimo passaggio). S14. Tendere a sinistra e mirare ad altro camino, superandolo interamente (III, III+). S16. Traversare a destra su cengia ascendente (I). S17. Girare lo spigolo sud e salire facilmente alla vetta, 50 m.

Convinti dunque di aver scippato la terza «prima» del mese guardavamo già ad altre realizzazioni, come ad esempio la Sud della Palazza nei Monti del Sole (che poi salii il 19 e 20 maggio con Carlo Zonta e Francesco Santon), oppure la Sud-ovest del Ciglione Occidentale del Pelmo, che tentai con Favetti e Ghio ai primi di maggio: dopo un bivacco nella neve sulla Cengia di Grohmann il giorno dopo non riuscimmo per il cattivo tempo a progredire di un gran che. Era però una via davvero meravigliosa che poi fu vinta in tre giorni (dal 15 al 17 settembre 1977) da Franco Miotto, Riccardo Bee e Giovanni Groaz.

Convinto, dicevo, del successo del Campanil dei Zoldani, quale fu la mia sorpresa nel leggere sul numero di settembre dell’allora mitica rivista tedesca Alpinismus la notizia che due triestini della XXX Ottobre, Roberto Priolo e Tullio Ogrisi avevano già salito la stessa parete il 21 giugno 1970!

La notizia era scarna, ma poi fu confermata dalla rivista Alpi Venete che, a pag. 179 del numero di autunno-natale del 1971, riporta la stessa nota, dalla quale si evincono anche un tempo impiegato di 7 ore, difficoltà di V con passi di V+ e un uso di 8 chiodi oltre a quelli di sosta.

Sulle prime lunghezze della via Piccolo Denver
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A questo punto mi fu chiaro che sostanzialmente avevamo percorso quasi lo stesso itinerario, data la coincidenza di un simile uso di chiodi e di un orario perfino uguale. Forse le nostre difficoltà risultavano leggermente superiori, ma questo poteva essere attribuito alla possibile maggior valentia dei triestini, o comunque al modo diverso di graduare le difficoltà, o magari ancora alla stagione differente (giugno invece di aprile). In ultimo c’era anche la probabilità di qualche variante da parte nostra un po’ più diretta (per esempio nelle prime lunghezze).

Tutte queste erano ipotesi. Devo anche aggiungere che non credo di essere poi così fanatico nel raggiungimento a tutti i costi di prime o prime con varianti dirette o altre cose del genere. Ho sempre valutato questo genere di ambizione abbastanza puerile, mentre ciò che mi ha ogni volta interessato è la verità, e soprattutto il mistero che si crea a volte fitto con la scarsa informazione. Curiosità dunque, non ambizione.

La questione rimane assopita per decine d’anni, fino all’uscita recente della guida alpinistica di Stefano Santomaso sulla Moiazza. Questa mi capita casualmente tra le mani nella più bella libreria di Torino: subito mi ricordo del delle mie vicende al Campanil e vado a sfogliarla alla ricerca di come l’autore abbia trattato la parete sud-ovest del Campanil dei Zoldani.

La parete sud-ovest del Campanil dei Zoldani come appare nella guida Moiazza (2003) di Stefano Santomaso, oggi esaurita. 18=Rampa dei Bellunesi; 19=via Piccolo Denver; 20=via Bien; 21=via Angelina alla Terza Torre del Camp. Come si vede, non compaiono né la via Gogna-Favetti, né la via dei Triestini
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Santomaso le dedica 7 pagine (di cui 3 a schizzi, 2 a foto e 2 di testo). Decido perciò di comprare subito la guida per potermela studiare con comodo a casa.

Anche questa monografia non riporta la relazione originale dei triestini, pur citandoli (un nome è leggermente storpiato). Ci sono invece ben descritti tre nuovi itinerari, con tanto di schizzo tecnico e tracciato su una buona fotografia.

La Rampa dei Bellunesi, di Piero Sommavilla e Renato Mosena, è del 1970 (che giorno?), ripetuta poi da Eugenio Bien e Fausto Todesco nel 1975 e in seguito una volta ancora. È un itinerario che sale la parete molto a sinistra e patisce della qualità cattiva della roccia nella parte alta: guardando il tracciato, escludo subito di averlo percorso.

La Piccolo Denver è di Stefano Santomaso, Stefano Conedera e Paolo Zasso, del 1992, con una seconda salita di Daniele Costantini e Giuseppe Vieceli nel 2000. Un bellissimo tracciato che supera direttamente il grande muro centrale, quindi anche questo da escludere se si vuole tentare di ritrovare le nostre tracce o quelle dei triestini.

La Bien è di Eugenio e Renato Bien, nell’anno 1974 (che giorno?), ripetuta da Stefano Santomaso e Stefano Conedera nel 1990. Il tracciato sembra seguire una linea di minor resistenza ma abbastanza centrale. Attacca a destra del precedente, ma poi lo incrocia per andare a salire una rampa assai friabile a due terzi di altezza. Giudico subito che, anche in base alle difficoltà riportate, potrebbe essere questo l’itinerario più logico e quindi quello da noi scelto in precedenza (e con ogni probabilità anche dai triestini).

Roberto Priolo e Tullio Ogrisi, 21 giugno 1970
MisteroSecondoCampanileRobertoPriolo-TullioOgrisi21-06.1970

Inizia dunque la febbrile ricerca della mia relazione tecnica, che non ricordavo neanche se avevo scritto: mi sembrava però assai poco probabile non averlo fatto, visto che la ritenevo una prima ascensione.

Dopo un’ora di impegnativa ricerca in mezzo ai miei 200 metri lineari di libri e riviste che ho a casa (+ appunti e quaderni), finalmente ho lo strumento in mano che mi permette un confronto.

Ed è a questo punto che possiamo veramente parlare di mistero del secondo campanile, facendo riferimento al primo, un articolo da me pubblicato su Alp nel 1986 sulle vicende misteriose che accompagnarono la salita di Severino Casara sul Campanile di Val Montanaia: vicende che ancora oggi sono ben lungi dall’essere chiarite, anzi stiamo assistendo a un ritorno in auge della probabilità che Casara non abbia mentito per nulla!

Roberto Priolo
MisteroSecondoCampanile-RobertoPriolo

Questo mistero del secondo campanile non presenta le tristi tonalità di calunnia o menzogna che purtroppo il primo offre in abbondanza da 80 anni. Siamo di fronte semplicemente ad una carenza di informazioni che non ci permette di collocare al proprio posto le varie caselle di storia. Il mistero non riguarda la veridicità di quanto affermato dai diversi attori, ma riguarda l’integrazione delle scarse informazioni in un’ipotesi descrittiva che sia fondata e ragionevole.

Con la mia relazione in mano sono andato a cercare riscontri sulla Bien e ho potuto concludere con buona approssimazione che Favetti e io abbiamo attaccato più direttamente e più in basso, i Bien abbiano seguito la nostra stessa rampa-diedro, nonché la successiva fessura-camino faticosa e stretta e ancora il camino successivo. La nostra S9 dovrebbe coincidere con la loro S7. Qui i due percorsi si separano, la Bien tende a sinistra, noi andiamo appena a destra, per salire poi per itinerario autonomo e a destra della parte finale della Piccolo Denver.

Sarebbe anche da chiarire in che data esatta sia stata salita la Bien nel 1974, (errato nella pubblicazione, dove è scritto 1970) anche se ritengo improbabile un’anteriorità al 21 aprile.

A questo punto sarebbe bello che i triestini leggessero queste righe e intervenissero nell’informazione, per chiarire definitivamente la storia di questa bella parete. Così non ripeteremo le inesattezze e le approssimazioni che già si sono verificate altrove (un esempio che mi viene in mente è la Ovest del Sasso d’Ortiga).

Giovanni Favetti sulla Quarta Pala di San Lucano, prima ascensione della parete sud (1974)
giovanni favetti su 4a pala san lucano, parete sud

A questi interrogativi rispose lo stesso Eugenio Bien, con una mail del 4 luglio 2005:
Caro Gogna, ho letto il tuo bell’articolo su Dolomiti Bellunesi, e subito mi si sono chiarite alcune cose che da diversi anni non riuscivo a collocare nella loro giusta veste.
Prima di esporti le mie considerazioni ti devo però confessare che sono rimasto felicemente sorpreso nell’apprendere che agli inizi degli anni Settanta la tua attenzione si fosse rivolta a questo meraviglioso versante ovest della nostra Moiazza, anche perché, per noi iniziati all’alpinismo, le tue realizzazioni sulle Pale di S. Lucano e tante altre ti ponevano ai nostri occhi come un mito dell’alpinismo.
Ricordo i tuoi Galibier che subito comprai e che ritenni subito estremamente confacenti anche per l’arrampicata libera che ancora con conosceva l’uso delle pedule di arrampicata.
A tutt’oggi non sono ancora riuscito ad avere la relazione della via effettuata da Priolo e compagno nel 1970 e della quale io ho avuto notizie attendibili per la prima volta all’inizio degli anni Novanta. Questo fu quando Piero Sommavilla con Giovanni Angelini si erano impegnati con il CAI-TCI nella stesura della guida Civetta-Moiazza (che non fu mai portata a termine). Ricordo abbastanza bene che Sommavilla mi diceva che il loro itinerario passava attraverso il grande placcone centrale che suppongo leggermente a destra della via Piccolo Denver di Santomaso, Conedera, Zasso. La mancanza della relazione di Priolo con relativo schizzo pertanto non mi permette ancora di collocare le verità storiche di questo meraviglioso Campanil dei Zoldani al posto giusto. Io ho percorso la mia via il 15 agosto 1974 in 11 ore di arrampicata incontrando le difficoltà che ben tu hai potuto constatare sulla guida di Santomaso. Il 26 maggio del 1977 con mio fratello Renato e Casare De Nardin salimmo il Campanil dei Zoldani con l’intenzione di effettuare un’altra via nuova che avesse in comune la prima parte, fino al settimo tiro della via da me precedentemente salita nel 1974 e che percorresse invece per i restanti 2/3 la parte destra del Campanil dei Zoldani leggermente in spigolo. La sorpresa fu quella di trovare invece un chiodo universale Cassin colorato rosso a circa 2/3 della via. Siccome al primo tiro della salita effettuata da noi nel 1974 trovammo 4-5 chiodi, questo chiodo ci confermava che qualcuno avesse precedentemente effettuato prima dell’agosto del 1974 questa salita. Io avevo avuto poi notizie che tra i pochi che avevano effettuato degli approcci in questa parte della Moiazza fossero stati dei Triestini, conclusi che avevamo effettuato la prima ripetizione della via dei Triestini. Questa tesi fu poi confermata dalle informazioni ulteriori avute in seguito e che ti ho già esposte sopra… Solo ora che ho letto la tua relazione posso concludere che il 26 maggio del 1977 facemmo la prima ripetizione della via Gogna-Favetti. A questo punto non ci resta che collocare la via dei Triestini avendo la loro relazione e relativo schizzo. Sicuramente la tua salita rimarrà una via nuova mentre la mia potrà anche verificarsi essere stata una prima ripetizione della via dei Triestini. Se così fosse dovrei concludere d’aver effettuato le prime ripetizioni delle tre bellessime vie effettuate sul Campanil dei Zoldani, compresa anche quella di Sommavilla del 1970. Quanto prima riusciremo a collocare tutto al posto giusto, tanto prima cesserò di rammaricarmi per aver deformato una verità che era a me completamente sconosciuta. Certo è che coloro che si prendono l’onere di mettere nero su bianco queste verità storiche, e mi riferisco agli estensori delle guide, dovrebbero usare un’attenzione maggiore, soprattutto quando certe cose si sanno.
Fammi sapere qualche cosa perché anche queste supposizioni possano, almeno alla luce delle nostre esperienze che solo ora si sono intersecate, diventare verità storica. Questo è e sarà sempre il nostro obbiettivo prioritario.
Una forte stretta di mano.
Eugenio Bien

Nel 2008, in occasione dei 30 anni di Le Dolomiti Bellunesi, la redazione s’impegna in una bellissima pubblicazione, La grande cordata. Nella serie di articoli uno più interessante dell’altro, figura anche quello di Stefano Conedera, Il Campanil dei Zoldani, l’ultimo tassello mancante. Questo saggio storico mette la parola fine a tutto ciò che non era chiaro nella storia del Campanil dei Zoldani. Qui lo potete leggere in versione integrale.

Per brevità, abbiamo qui preferito riportare la lettera inviatami da Stefano Santomaso, 23 gennaio 2009 (i contenuti della quale sono un riassunto del suo articolo):
Caro Alessandro, innanzitutto vorrei congratularmi con te per tuo il bel articolo pubblicato su Dolomiti Bellunesi, veramente molto interessante, peccato che di questi tempi sia una delle poche voci che si levano a difesa dell’integrità dei monti. Io comunque lo sottoscrivo a pieno. Penso che anche tu abbia letto il mio racconto riguardo alla storia alpinistica del Campanil dei Zoldani.

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Sperando di farti cosa gradita ti vorrei illustrare meglio alcuni particolari che riguardano le salite alpinistiche che percorrono la parete occidentale del monte. Nell’articolo pubblicato infatti ho deciso di non inserire dettagli tecnici degli itinerari pensando che queste argomentazioni interessano solamente la stretta cerchia di alpinisti che, principalmente, hanno aperto gli itinerari. In più, con l’oggettiva difficoltà nel descrivere e far comprendere ai lettori i singoli tratti rocciosi interessati dagli itinerari. Ho così pensato che una foto con i tracciati bastasse e spiegasse molto più di tante parole.

Come avrai sicuramente notato la via di Priolo e Ogrisi vince centralmente la parete uscendo poi attraverso quella lunga rampa inclinata che caratterizza la parte alta della parete ripercorsa anche nel 1974 dai fratelli Bien. Questa salita è stata inoltre incrociata dalla via Piccolo Denver che sicuramente, per una intera lunghezza, sale in comune proprio alla base della grande placca centrale (infatti si percorre un diedro che incide una parete altrimenti impercorribile). Lo stesso Priolo, alcuni anni dopo che avevo pubblicato la guida Moiazza (2003), mi aveva scritto indicandomi a grandi linee la direttiva da lui seguita, in più un incartamento reperito da Eugenio Bien alcuni mesi fa e appartenuto a Piero Sommavilla evidenzia abbastanza chiaramente il tracciato seguito dai Triestini.

L’ascensione che hai compiuto assieme a Favetti invece si svolge più a destra; hai attaccato più in basso e a destra rispetto ai Triestini percorrendo l’unica fessura verticale esistente in quella zona, tratto ripercorso anche da Massarotto negli anni Ottanta e quindi anche da me e Giuseppe Bepi Vieceli nel 2001 durante l’apertura della via Vittorio Vieceli.

La nuova guida Moiazza, roccia tra luce e mistero di Stefano Santomaso (Idea Montagna, 2011)
MisteroSecondoCampanile-moiazza-roccia-tra-luce-e-mistero

La continuazione diretta di quella fessura non è altro però che il primo tiro difficile della via Priolo che con direttiva ideale incide la parete verticale superiore. Penso di poter affermare con certezza che la tua ascensione e quella dei Triestini quindi hanno in comune una trentina di metri in questo tratto (dove precisamente indichi un passo in A2), appena dopo le due salite si dividono. Eugenio Bien non è d’accordo con la mia convinzione; secondo il suo parere, la tua salita si svolge ancora più a destra andando a vincere un anfiteatro strapiombante che così dice, giustificherebbe i passaggi effettuati in artificiale.

A me sembra invece improbabile che con Favetti abbiate attaccato una parete strapiombante alta più un centinaio di metri, peraltro priva di una qualsiasi linea logicamente arrampicabile. In più la relazione che hai lasciato della tua via, si adatta perfettamente (tranne forse i passi artificiali) al tracciato che nel 1990 ho percorso con Stefano Conedera ripetendo la via Bien e al primo tratto percorso con Bepi Vieceli nel 2001.

Anche i fratelli Bien nel 1974 hanno dapprima percorso il primo tratto della via di Priolo, dopodiché hanno seguito, penso quasi integralmente, il primo terzo della tua via seguendo un grande diedro fessurato posto una trentina di metri a dx della via dei Triestini. Successivamente i due hanno affrontato e vinto una severa parete sulla sinistra (tratto chiave della loro ascensione) fino a riprendere la via dei Triestini in alto, sopra la grande placca centrale.

Quanto questa salita, nel primo e ultimo terzo di parete, percorra tratti nuovi o ripercorra tratti già superati precedentemente è difficile da ricostruire con precisione, ma visto che le linee “logicamente arrampicabili” sono le stesse presumo che le salite si sovrappongano. La questione appare comunque alpinisticamente di scarsa importanza e, con il tuo contributo, facilmente risolvibile.

Riguardo invece all’ultima salita tracciata, la via Vittorio Vieceli, dopo il primo tiro in comune con la Gogna, la via traversa verso destra per non toccare la via seguita da Priolo e dai Bien, andando poi a prendere e vincere il bellissimo spigolo del Campanil dei Zoldani. La parte finale di questo itinerario, che si svolge attraverso una serie di facili caminetti e diedri adagiati, penso riprenda la parte alta della tua via perché entrambe le salite percorrono i punti più logici e facili di questo tratto.

Alpinisticamente sono sempre le prime salite tracciate che comandano il gioco, tutte le altre devono tener conto di questi tracciati. Così è chiaro che anche in questo caso ci sono due grandi vie indipendenti, la via dei Triestini e la Gogna-Favetti: da queste, altre si staccano o si riallacciano percorrendo con mezzi tradizionali i punti più deboli del monte.

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Dopo che Eugenio Bien ha rinunciato, sono contento di aver potuto scrivere io l’articolo sul Campanil dei Zoldani, ricostruendo e riassumendo la storia delle salite; un po’ per un certo senso di colpa verso gli alpinisti triestini, che probabilmente si sono sentiti “rubare” il loro tracciato pubblicato erroneamente sulla guida della Moiazza, un po’ per la mia passione per la conoscenza e divulgazione della storia alpinistica agordina e dolomitica.

Finisco di annoiarti con una riflessione; se ben guardiamo, l’alpinismo fatto negli anni Settanta come quello del Duemila, su questa parete non è poi così diverso. Questo non può che essere un fatto estremamente positivo.

Concludo con un cordiale saluto e con la speranza di sentirti o rincontrarti magari qui ad Agordo davanti a un buon bicchiere oppure proprio su queste nostre belle montagne.

La parete sud-ovest del Campanil dei Zoldani, con i tracciati definiti dall’indagine: giallo=Rampa dei Bellunesi (28.06.1970); nero=via Piccolo Denver (25.07.1992); bianco=via dei Triestini (Priolo-Ogrisi, 21 giugno 1970); rosso=via Gogna-Favetti (21.04.1974); blu=via Bien (15 agosto 1974); verde=via Vittorio Vieceli
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Il Canalone dei Genovesi al Marguareis

Il Canalone dei Genovesi al Marguareis
(dal mio diario)

21 luglio 1963. Vado a Sampierdarena col tram, poi scendo e mi dirigo alla stazione ferroviaria. Sono le 5.25. Il treno deve passare alle 5.58 e Piero Gualinetti non si vede ancora. poi lo vedo che aspetta su un altro marciapiede. Sul suo zaino fa spicco una bella piccozza. Arriviamo a Savona alle 6.46. Alle 7.15, con tre minuti di ritardo, parte il convoglio per Cuneo. Il treno funziona a nafta e non ci fermiamo in nessuna stazione, solo a Mondovì, la nostra fermata, alle 8.44.

Poco dopo siamo in viaggio in corriera assieme a due altri rover di Torino, non in divisa scout. Arrivati circa alle 9.30 a Chiusa Pesio, scopriamo che la corriera per Certosa di Pesio partirà solo alle 11.20, pertanto tutti e quattro decidiamo di farcela a piedi. Quando, dopo 7 km di strada, arriviamo a San Bartolomeo, Piero ed io andiamo a casa del custode del rifugio Garelli. Lui non c’è, ma c’è una donna che, dopo aver visto i nostri documenti dl CAI, ci dice che le chiavi del rifugio ce l’hanno dei gitanti che in questo momento sono al rifugio ma che, essendo domenica, è previsto rientrino oggi stesso. Appare chiaro che per avere queste benedette chiavi dovremo incrociarli.

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Proseguiamo il cammino per la lunga valle, il caldo si fa sentire e anche la fame. Dopo altri tre km arriviamo alla Certosa di Pesio 859 m. Qui salutiamo i nostri amici e c’incamminiamo per Pian delle Gurre 992 m, ma per fortuna dopo circa un chilometro e mezzo una macchina ci fa salire. Sono i genitori di un ragazzo che ora è al campo scout. E così, dopo pochi minuti, arriviamo anche là. I ragazzi ci fanno festa, soprattutto i rover che ci accompagneranno domani. E’ l’ora di pranzo e si mangia. Dopo, il tempo passa con i giochi, il fuoco di bivacco e con gli spettacoli che i ragazzi fanno per i genitori.

Alle 16 decidiamo di partire, il tempo non è dei migliori. Chiediamo a Mauro Cuccadu se viene o no; lo stesso facciamo con Sergio Bione, Sergio Parodi, Giorgio ed Ennio, quel famoso Ennio che era stato con me e Marco Ghiglione alla Pietragrande. Sono tutti indecisi, poi Mauro ed Ennio ci dicono che tenteranno il 23. Piero ed io partiamo, dopo che qualcuno presta una piccozza a me e un paio di ramponi a Piero. Io i ramponi li avevo già. Informato del nostro disegno il capogruppo Edilio Boccaleri, partiamo alle 16.30.

Su per il Vallone del Salto andiamo veloci per una strada carrozzabile. La vegetazione attorno a noi è cambiata radicalmente, pini e abeti hanno sostituito i faggi. Incontriamo gli escursionisti che ci danno la sospirata chiave. Finalmente siamo tranquilli, senza più il rischio di rimanere fuori dal rifugio.

Al termine della carrozzabile seguiamo una mulattiera tra gli abeti del lato destro della Val di Sestrera. Traversato il ruscello, arriviamo al Gias sottano di Sestrera 1331 m. Ci fermiamo a prendere acqua. Non siamo stanchi, ma sudiamo come bestie. Per il caldo eccessivo, più o meno a quota 1640 m, in una radura ci fermiamo per una sosta. Ripartiamo dopo una breve merenda e incontriamo altri che scendono dal rifugio: ci dicono che ora il rifugio è lindo e pulito come uno specchio e ci raccomandano quindi di tenerlo bene. S’immaginano che dietro a noi ci sia tutta la squadra di scout, perciò li tranquillizziamo dicendo che siamo solo in due.

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Crediamo di riconoscere il rifugio, invece è il Gias soprano di Sestrera 1842 m poi scorgiamo il Garelli, più in alto, di lucido alluminio. Ci arriviamo alle 18.15. La costruzione è abbastanza bassa e vicino c’è la legnaia. Entriamo con la chiave, posiamo gli zaini. C’è la stufa, il liquigas, 35 lettini, coperte, tavoli, armadi, sedie, stoviglie e cassetta di pronto soccorso. Siamo entusiasti.

Fatta qualche foto ai dintorni, salgo su un sassone, tolgo un chiodo che vedo. Poi ci laviamo i piedi.

Quando entriamo definitivamente ci chiudiamo dentro, mangiamo come lupi, poi a dormire: ma è solo dopo una lunga chiacchierata che chiudiamo gli occhi.

Il suono della sveglia ci desta alle 5. Dopo una breve colazione, partiamo alle 5.35. Il tempo è brutto, nebbia fitta. Scendiamo nel Vallone del Marguareis e in un quarto d’ora siamo al laghetto 1928 m. Da qui cominciamo a salire tra i massi accatastati fino al ghiaione vero e proprio, di pietre assai mobili. Così mobili da farci preferire di camminare sulle placche di neve residua.

Finalmente siamo all’imbocco del Canalone dei Genovesi. Sono emozionato quando calziamo i ramponi. Questo canalone è fortemente incassato tra la cima del Marguareis e la Punta Tino Prato. In certi punti raggiunge l’inclinazione di 50°, ma in genere è sui 40°-45°. Sappiamo del pericolo di scariche di sassi in questa stagione. Ora però è ancora presto, questo pericolo ancora non c’è: è vero però che la neve indurita è cosparsa di pietruzze d’ogni genere.

Dopo un po’ la neve termina, siamo sotto un salto verticale di due metri oltre al quale s’indovina la fine del canalone. Ci leviamo i ramponi, riponiamo nello zaino le picche e io vado su per primo. Sono un po’ ostacolato dallo zaino, ma poi riesco a passare. E così pure Piero. Sul Colle dei Genovesi tocchiamo il confine con la Francia. E’ la prima volta che metto piede all’estero!

Poi saliamo in vetta alla Tino Prato 2595 m, torniamo al colle e da qui puntiamo alla vetta del Marguareis 2651 m, che raggiungiamo in dieci minuti. Siamo immersi nella nebbia e non vediamo altro che la croce. Dopo aver bevuto dei succhi di frutta, ci decidiamo a scendere verso il Colletto dei Torinesi e quindi imbocchiamo l’omonimo canalone, che scendiamo con precauzione scalinando. Quando la neve termina, per ghiaie e selve di rododendro raggiungiamo il Laghetto del Marguareis dove eravamo già passati al mattino. Dopo un quarto d’ora di salita raggiungiamo il rifugio Garelli ma non vi entriamo, proseguendo perciò per il Pian delle Gurre.

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I rover ci accolgono e noi rispondiamo con dovizia di particolari alle loro domande. Dopo mangiato c’incamminiamo per la Certosa di Pesio, dove arriviamo alle 14.30. Abbiamo parecchio tempo prima della partenza della corriera, così decidiamo di visitare la bellissima e antica Certosa. Dopo una serie di puntuali coincidenze, per un vero miracolo riusciamo a prendere un treno, arrivando a Savona alle 19.15. Poco dopo le 21 arrivo a casa. Peccato che Piero tra pochi giorni partirà per militare: per un po’ non potremo più vederci.

 

Il Canalone dei Genovesi incassato tra la vetta del Marguareis (a sin.) e la Punta Tino Prato
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Il furto del nostro dio

Il furto del nostro dio
di Georg Wilhelm Friedrich Hegel
(da Reisetagebuch Hegels durch die Berner Oberalpen, 1796; edizione italiana: Diario di viaggio sulle Alpi bernesi, prefazione di Remo Bodei, traduzione di Tomaso Cavallo, Ibis, 1990)

Georg Wilhelm Friedrich Hegel
FurtoDelNostroDio-Hegel_portrait_by_Schlesinger_1831

 

Il primo posto in cui ci siamo imbattuti fu Hasli im Grund, che si trova in una conca verdeggiante e che è una distesa circolare di prati, da cui, attraverso una stretta apertura tra le rocce prorompe la Aar, che un tempo probabilmente, prima di trovare questa via di uscita, formava qui un lago, defluendo da un luogo più alto. A partire da qui il sentiero s’inerpica costantemente e, in parte, è assai vario. Talora attraversa abetaie, talora attraverso prati passa innanzi a delle baite. In particolare il corso della Aar, che un momento uno ha sulla destra, un altro momento sulla sinistra, offre molte belle vedute. Un’analoga varietà offrono i molti torrentelli che corrono a confluire nella Aar, talora in cascate verticali, talora rumoreggiando, talora su ripidi letti petrosi: molti di essi vanno attraversati, ma come alcune cascate nei pressi di Mairingen, al confronto di quella del Reichenbach, non vengono degnati di alcuna attenzione, o perché già si proviene da più grandiosi spettacoli di tal genere o perché si sta loro andando incontro. Spesso la Aar, che a una paurosa profondità infuria e spumeggia, lascia tra sé e le rocce solo un sentiero esilissimo che viene provvisto di rotonde barriere lignee, ma che può essere percorso da cavalli e bestie da tiro. Non lontano da Hasli im Grund si apre la Val Mühli. Dopo circa tre ore noi giungemmo a Guttannen, l’ultimo villaggio bernese, dove abbiamo pranzato con pane bianco vallese (che era alto solo due dita, a forma di dolce e molto duro), burro, miele e vino italiano. Lasciammo passare la calura maggiore con una nuova partita a l’hombre, ci rimettemmo in viaggio verso le quattro e poiché la condizione dei miei piedi continuava a peggiorare, da qui in avanti io ho fatto il viaggio sempre con scarpe vecchie.

A partire da Guttannen la strada si fa sempre più selvaggia, deserta, monotona. Da entrambi i lati non si hanno che rocce ruvide e tristi. Talora si scorgono vette coperte di neve. Il terreno, che è più piatto e a tratti forma una valle, è interamente disseminato di enormi blocchi di granito. La Aar forma alcune superbe cascate che precipitano con una forza terribile. Su di una di queste si slancia audace un ponte, passando sul quale si è completamente bagnati dall’acqua nebulizzata. Qui uno può scorgere da vicino il possente infuriare delle onde contro le rocce, chiedendosi come possano sostenere una furia simile. Da nessun’altra parte uno può farsi un concetto altrettanto puro della necessità della natura se non osservando l’eterno infuriare, privo di effetti, eppur sempre ripetuto, di un’onda lanciata contro simili rocce! E tuttavia si vede che i loro angoli acuti a poco a poco sono stati arrotondati. Inoltre si vede come la vegetazione subisca sempre più la maledizione di una natura priva di calore e di forza… Non si incontrano più abeti, ma solo cespugli deformi, muschi, un terreno rivestito di un’erba miserevole o addirittura spoglio, pochi tronchi di larici e cembri; nei dintorni crescono molte genziane. Le radici di queste piante vengono raccolte da una famiglia per distillarne liquore.

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Questa famiglia trascorre qui l’estate in completo isolamento dagli uomini ed ha costruito la propria distilleria sotto blocchi turriformi di granito, che la natura ha gettato senza scopo l’uno sull’altro, ma la cui posizione casuale gli uomini hanno saputo sfruttare. Dubito che anche il teologo più credulo oserebbe qui, su questi monti in genere, attribuire alla natura stessa di proporsi lo scopo della utilità per l’uomo, che deve invece rubarle quel poco, quella miseria che può utilizzare, che non è mai sicuro di non essere schiacciato da pietre o da valanghe durante i suoi miseri furti, mentre sottrae una manciata d’erba, o di non aver distrutta in una notte la faticosa opera delle sue mani, la sua povera capanna e la stalla delle mucche. In questi deserti solitari gli uomini colti avrebbero forse inventato tutte le altre scienze e teorie, ma difficilmente quella parte della fisico-teologia che dimostra all’orgoglio dell’uomo come la natura ha preparato ogni cosa per il suo godimento e il suo benessere; un orgoglio che al tempo stesso caratterizza la nostra epoca, in quanto trova il suo appagamento più nella rappresentazione per cui tutto è stato fatto per esso da un’entità estranea che non nella coscienza per cui è propriamente egli stesso che ha attribuito alla natura tutti questi scopi. Pure gli abitanti di questi luoghi vivono nel sentimento della loro dipendenza dalla forza della natura e ciò conferisce loro una quieta rassegnazione rispetto ai suoi scatenamenti distruttivi. Se la loro capanna è distrutta, o sepolta da una slavina, o spazzata via, ne costruiscono un’altra allo stesso posto o nei pressi. Anche se spesso su un sentiero degli uomini sono stati colpiti da una caduta di massi, continuano tranquillamente a percorrerlo, diversamente dagli abitanti delle città che solitamente trovano distrutti i propri scopi solo dalla loro stessa insipienza o dalla cattiva volontà altrui e diventano perciò intolleranti e impazienti anche quando provano infine la forza della natura e quindi hanno bisogno di conforto e lo trovano, ad esempio, nelle chiacchiere che dimostrano loro che anche una sventura può forse riuscir loro vantaggiosa, perché non possono sollevarsi al punto da abbandonare il loro utile. Esigere che rinuncino ad essere in qualche modo risarciti vorrebbe dire derubarli del loro dio.

Le gole dell’Aar nella valle del Mühli. Foto: Andreas Gerth
Switzerland. get natural. Bernese Oberland. The Aare gorge between Meiringen and Innertkirchen. Schweiz. ganz natuerlich. Berner Oberland. Die Aareschlucht zwischen Meiringen und Innertkirchen. 
 Suisse. tout naturellement. Meiringen dans la vallee du Hasli, Oberland bernois. La gorge de l'Aar entre Meiringen et Innertkirchen. Copyright by: Switzerland Tourism - By-Line: swiss-image.ch / Andreas Gerth

Più si prosegue e tanto più la Aar perde di portata. Talora abbiamo guardato l’abisso, coperto di neve, sotto cui prosegue rumoreggiando il suo corso. Una volta abbiamo camminato per oltre duecento passi su un roccione compatto, liscio, non coperto da un filo d’erba né da una zolla di terra, su cui sono state incise delle orme, profonde un dito, per le bestie da soma. E di queste ne abbiamo incontrate parecchie, insieme con i loro conducenti vallesi o italiani. Essi portano riso, vino e acquavite. Al ritorno caricano invece formaggio. Prima che giungessimo a Spital io avevo contato che, a partire da Mairingen, avevamo attraversato la Aar sette volte, negli ultimi tre casi su ponti in pietra, nei casi precedenti su ponti di legno. Quasi al tramonto giungemmo a una casa in pietra, che ha alcune stanze ed è situata in mezzo a una pietraia deserta,

triste e solitaria, selvaggia come l’ambiente che avevamo attraversato da alcune ore. Né l’occhio, né l’immaginazione su questi massi informi trovano un punto su cui quello possa sostare con piacere o quella possa trovare un’occupazione o uno spunto per il suo libero gioco. Solo il mineralogista trova materia per arrischiare avventate congetture circa le rivoluzioni di queste montagne. La ragione nel pensiero della durata di queste montagne, o nel tipo di sublimità che si ascrive loro, non trova nulla che le si imponga e le strappi stupore e meraviglia. La vista di questi massi eternamente morti a me non ha offerto altro che la monotona rappresentazione, alla lunga noiosa, del: è così.

Per note sulla vita, opere e pensiero di Hegel, vedi wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Georg_Wilhelm_Friedrich_Hegel

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Pensieri dal silenzio

Pensieri dal silenzio
di Dario Bubola
(decimo racconto dei 16 di Silenzi, di Dario Bubola, qui scaricabile in pdf)

Mi hanno detto di scrivere.
Sono vecchio, vecchio. Quanti anni ho? Non lo so. Ma so quanti me ne mancano: pochi!
Mi hanno detto di scrivere qualcosa, quello che mi ricordo.
Ricordo tutto: ma non basta! Non basta il ricordo per far capire cosa è la guerra. Non bastiamo più noi vecchi, non serviamo più a nulla. Comunque ho promesso di raccontare la mia storia.

PensieriDalSilenzio-91124_silenziooro

 

Era giugno del 1917. Avevo 21 anni. Ci avevano mandato sui monti. Asiago.
Un anno maledetto. Idee maledette. Non ho mai odiato nessuno, eppure mi sono trovato assieme ai miei commilitoni a sparare contro altri ragazzi.

Ero in trincea da tanto, troppo tempo. Il tempo passava, la vita passava, scorrevano i giorni, le notti. La nostra fortuna era l’amicizia tra di noi. Nella mia compagnia c’erano due amici del mio paese: Bepi, il figlio del calzolaio, e Bruno, contadino come me. E molti altri conosciuti in fretta ma brave persone. Il tenente era un ingegnere di Padova. Si vedeva che era istruito, parlava forbito, pacato, sembrava sempre calmo, anche nei brutti momenti. Ma teneva tutto dentro, lo si capiva quando sotto gli occhialini rotondi che portava si vedevano i suoi occhi azzurri che luccicavano. Avrebbe voluto dirci tante cose, tante cose che sanno solo gli ufficiali, ma filtrava tutto e cercava oltre di comandare anche di volerci bene.

Era giugno, un giugno piovoso. Le trincee sembravano fossi. Fango ovunque, per quanto si cercasse di tenere tutto in ordine. Pioggia e umido. I nostri vestiti puzzavano di stantio, di muffa. Puzzavamo tutti. Era ancora abbastanza freddo, specie la notte. E non c’erano tanti modi per riscaldarsi. L’unico modo era trovarsi un amico e raccontarsi alcune storie, parlare dei nostri paesi, ricordare i nostri vecchi e progettare un futuro diverso.

Giravano voci che a giorni ci sarebbe stato un attacco. Lo si capiva dal nervosismo degli ufficiali, dalle staffette che si vedevano in giro più numerose, dai controlli che ci venivano impartiti. Radio naia confermava tutto. Ma non sapevamo quando.

Una sera il furiere ci aveva detto che aveva sentito che l’indomani ci sarebbe stato l’attacco. Lo aveva capito da una conversazione tra il nostro tenente col capitano.

Quella notte fu insonne per tutti. Già lo erano tutte le notti, ma quella me la ricordo bene. Non riuscivo a chiudere occhio. I miei pensieri andavano a casa. Ai miei vecchi, i genitori. A mia sorella. Alle mie due vacche, ai campi da lavorare, ai boschi da curare. Non volevo crederci che saremo arrivati a quel punto, anche se eravamo là per quello. Il tenente verso mezzanotte è passato in trincea a controllare. Qualcuno dormiva, ma erano in pochi. La maggior parte aveva occhi aperti, occhi tristi. Regnava il silenzio. E non dimenticherò mai le parole del tenente: “Dai Gino, dormi un po’, ne avrai bisogno, ne avremo bisogno. Dai che se tutto va bene tra qualche giorno torneremo tutti a casa!”

La mattina presto, poco dopo le 5, hanno iniziato a rimbombare colpi d’artiglieria. Un susseguirsi ininterrotto di fischi e boati, che facevano tremare la terra e il cuore. Sono andati avanti per diverse ore. E ogni colpo ti stordiva la testa. Eravamo in uno stato di catalessi, non si sapeva a cosa pensare, ci si guardava, si provava a sorridere, a darsi coraggio. Tutti in fila seduti con l’elmetto legato e il fucile col colpo in canna ad aspettare. Aspettare la morte!

I minuti passavano, i corpi tremavano. Mi ricordo che avevo il nodo alla gola che provavo a togliere deglutendo continuamente, finche mi ritrovavo con la bocca secca. Un sorso d’acqua e ancora ad ascoltare quella terribile musica. Chi provava a spiegare cosa stava succedendo, chi pregava, tanti, chi stava col viso coperto con le mani tra le ginocchia, chi piangeva come Bruno, diceva che non voleva morire, che per lui era meglio se ci prendevano tutti prigionieri, diceva che voleva che gli stessi vicino.

Verso mezzogiorno sono passati col rancio: una brodaglia tiepida, che qualcuno non riusciva neppure a bere. Un tozzo di pane e… aspettare.
Intanto il cielo diventava sempre più scuro, nuvoloni neri coprivano tutto e una nebbia si stava formando.
Il paesaggio era ancora più funebre, tutto grigio e nero e l’aria era satura, umida e sapeva di fumo e zolfo.

PensieriDalSilenzio

 

Nel pomeriggio sono passati con una bottiglia di grappa, o alcool non lo so, e ce la siamo passata per un piccolo sorso, doveva bastare per tutti. Servì almeno per scaldarci per un attimo lo stomaco.

L’attesa era snervante. A metà pomeriggio il tenente, che per tutto il giorno non faceva che andare avanti e indietro, ci disse di stare pronti.

Dopo qualche minuto in lontananza abbiamo sentito i primi colpi di mitragliatrice, che si sono andati intensificando di lì a poco. Qualche battaglione aveva attaccato. Tra poco sarebbe toccato anche a noi. E il cuore batteva frenetico, le mani tremavano, non riuscivi a pensare ad altro se non seguire lo sguardo del tenente e aspettare che urlasse qualcosa. Povero tenente, ricordo che le ore che precedettero l’attacco, quando passava tra di noi, non faceva che rincuorarci, darci coraggio “dai ragazzi, coraggio, non voglio vedere gente che piange, siamo qui per l’Italia…”.

Verso le 4 del pomeriggio un “avanti Savoia” urlato dal nostro sottotenente suonò come un colpo al cuore. In quel momento non ho più capito niente, ho salito la scaletta della trincea, davanti a me c’era Angelo di Pordenone e dietro Bruno che ha iniziato a urlare come un matto. Quando siamo stati sul piano mi sono reso conto che non si vedeva quasi nulla, se non una grossa nuvola che copriva tutto e tutti. Le mitragliatrici nemiche non si sentivano che in lontananza, sembrava quasi ci stessero ignorando. Avanzavamo a testa china fino al filo spinato. E lì iniziò l’inferno. Fummo investiti da migliaia di colpi d’ogni sorta. Non distinguevamo da dove venivano ma ne vedevo le conseguenze.

Il tenente sempre in piedi, davanti a tutti, pistola alla mano che sparava all’impazzata, che urlava, che ci chiamava per nome. E noi avanti a sparare ai fantasmi. Ricordo che sono inciampato e finito a terra. Ero sudato, stanco, il fiato faceva fatica a venire, per soli 40-50 metri di piano. Rialzandomi ansimando ho intravvisto un corpo a pochi passi da me cadere dopo essere stato colpito. Nemmeno il tempo per rendersene conto e chiedere la grazia. Era Bruno, povero Bruno. Ma non hai il tempo per capire cosa è successo che sei di nuovo in piedi che avanzi. Avanzi verso l’ignoto.

Ancora pochi passi e sento un colpo sul polpaccio sinistro, mi accascio e ascolto.

Grida di morte dappertutto, colpi di cannone, pallottole che sibilano. Figli che chiamano le madri. Pianti disperati. Soldati che mi passavano avanti, soldati a terra in silenzio. Avevo bocca e gola arse, tremavo dalla paura. I miei pensieri tornavano alla mia famiglia, ma tutto quel fremito di bestialità mi faceva vacillare la mente. L’aria odorava di morte e tristezza.

Li ricordo tutti quei suoni, quelle grida, quel sottofondo che ancora mi accompagna nelle notti di angoscia.

Le ultime cose che ricordo sono il corpo di un soldato a pochi passi da me, che muoveva la bocca da cui uscivano strani versi. Terribile visione della vita.

E proprio mentre cercavo di arrancare verso un masso in direzione di quel soldato, un colpo assordante a pochi passi da me. Un terribile boato, una specie di botta alla testa. Una martellata! Mi sono ritrovato tra una nube di polvere, disteso. Pensavo di essere morto. Il colpo alla testa mi aveva fatto pensare a una scheggia o chissà cosa di simile. Ma non ero ferito! Sentivo il mio respiro, il mio corpo caldo mi diceva che ero ancora vivo. Mi sono guardato attorno. Il soldato disteso era sparito e il masso mi aveva fatto da scudo. Ma mi ci vollero diversi minuti per capire che il rimbombo che avevo in testa non erano colpi di cannone ma… il silenzio che si era impossessato per sempre della mia vita!

Quel colpo è stata l’ultima cosa che ho sentito da allora. Sono passati molti anni, e sono tuttora immerso nel silenzio.

E tutto quello che ho potuto raccontarvi non sono altro che pensieri dal silenzio!

 

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Go aid a pitch 02

Go aid a pitch 02 (2-4)
di Gabriele Canu

Patabang, Val di Mello
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Patabang, Val di Mello
… ricordi un po’ confusi e deliranti, ricordi di questo weekend un po’… insolito, via! Val di mello, ore 22. “C’è la luna sui tetti, c’è la notte per strada, le ragazze ritornano in tram”, diceva Francesco. Tranne una, ragazza nota per la sua finezza e proverbiale dolcezza nei confronti delle persone con cui ha a che fare. Giusto per far capire meglio il personaggio, una che del formaggio mangia solo la crosta e butta via tutto il resto (… visto fare con i miei occhi!!). Poi una festa, e poi un enorme masso a fare da riparo alla lunga (…) notte che ci attende. Cantare tutti insieme “we all live in a yellow submarine” prima di addormentarsi certo non aiuta. Lo sguardo di Lui non è certo incoraggiante, ma l’idea è di Lei, uno degli altri due (il più sano) cerca di ricordarsi pure le strofe, l’altro le inventa totalmente. Al mattino si va a scalare… dove si va?… di qua, di là, di su, di giù, insomma, in duecento metri di dislivello riusciamo a salire 12 (!) tiri. Su dritti lungo una placca, poi pare la via sia finita, e si ricomincia prendendo un diedro, una fessura, e poi via, di nuovo placca, attraversando tutto il “giardino” e unendo una sosta e l’altra con una o due protezioni… le uniche che si possono mettere, chiaramente! Poi una doppia, e un mini trekking verso un gran diedro ad arco, che si raggiunge con… placche! A metà del diedro, sosta con anello di calata: beh, in effetti il tiro dopo proprio bello bello non è… chissà mai che si calino tutti da qui!… e non vogliamo a tutti i costi essere diversi, la giornata non è ancora finita e c’è tempo per lanciarsi su un bel canalone rumegoso (san lucano style, ma con più roccia, per di più buona: figurarsi!), e finire sotto la mitica Patabang. Eh, il weekend ha da essere delirante, per cui questa è immancabile! Primo tiro, 80 metri su roccia splendida e prese ergonomiche, fino a pochi metri sotto la sosta, dove, chiaramente, diventa più delicata; ma i secondi, con la corda tirata, non hanno modo di apprezzare a pieno la differenza. E’ il momento del secondo tiro, altri 80 metri, 30 di traverso orizzontale su una vena, polimagò-style, solo che su quella finito il traverso c’è una fessura. Qui c’è un bel muretto nero di una decina di metri, non così stupido, prima di arrivare a mettere una protezione, la prima (e l’ultima) chiaramente. Lo sguardo di lui guardando la sosta da metà muretto, e le parole urlate dall’altro, risuonano potenti “… guarda che l’hai voluta tu la via ingaggiosa!!”. La normale conclusione di una cosa così sarebbe giù a valle, cena, e nanna a riposare i neuroni. E invece uno dei tre, inorridito dalla scelta dell’itinerario della giornata, si allontana, e noi si fa a cambio con due squilibrati fuori come poggioli, i cui discorsi sembrano davvero quelli di ale&franz sulla panchina, solo in versione decisamente alcolica. Uno di questi giunge anche a mangiare una mosca pur di non sembrare un cagasotto. E poi arriva il terzo, che si capisce subito come mai si conoscano e, soprattutto, tendano a frequentarsi. E si comincia a bere seriamente (nessuno escluso, e qui i soliti facinorosi potrebbero dire “sprite?!”), e la serata prende una piega già pronosticata dai più. Pochi ricordi, un po’ (…) annebbiati, ma un lui emiliano rimarrà a lungo nei nostri cuori. Per vari momenti, attimi, frasi. Un benefattore, cosa dire altrimenti di uno che incitava follemente a un lui svaccato in terra in condizioni disastrose “dai, forsa, meglio fuori che dentro, fidati di me!” e poi, come niente, a porre due dita in gola al malcapitato, ovviamente sconosciuto… ah, che seratina! Il ritorno alla macchina sarà un’epopea, dopo 100 metri di strada è come non essere neanche partiti, e così due vanno a prendere la macchina, e i duecento metri in retromarcia per uscire dal parcheggio saranno drammatici. Alle cinque e poco più uno o due ometti vengono lanciati dentro la tenda a smaltire un po’ di sprite, gli altri, due lui e una lei, avendo invece preferito fanta e lemon-soda, hanno solo mal di testa e si concedono una lussuosa notte in macchina. Al risveglio, uno ha ancora il coraggio di andare a scalare una vietta (… e qui i soliti facinorosi… !!), gli altri si dedicano a chiudere un boulder giusto per poter dire di aver chiuso un blocco… al melloblocco, e alla sera la cena fuori è l’ultimo delirio prima del rientro a casa… un’oretta e mezza per tutti, tranne uno…
Data: 7-8 maggio 2011

L’ultimo shampoo del generale Custer ai Pinnacoli di Maslana
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L’ultimo shampoo del generale Custer ai Pinnacoli di Maslana
Sabato, direzione Presolana di Castione. Con tutti gli avvicinamenti possibili, scegliamo il più disagevole che ci viene in mente: dalla Valle dei Mulini. Diversi bergamaschi, alla comunicazione del punto di partenza, rimangono allibiti. Inutili a tal scopo i vani tentativi di giustificarsi spiegando che siamo liguri e che stampare una relazione decente voleva dire toner, carta e usura delle parti meccaniche della stampante. Pure noi comunque rimaniamo allibiti quando ci ritroviamo a ravanare per felci e lamponi, fino a giungere su un’ampia carrozzabile, che ovviamente arrivava lì con piacevole e sinuoso andamento. La lotta con l’alpe è tornata in auge… per non parlare del ghiaione sotto la parete. Esticazzi. Preso frontalmente, da sotto, può essere considerata una variante d’attacco della via. Terminata la suddetta variante di quattrocento metri, al secondo tiro della via ufficiale, ga si ritrova sotto la simpatica placchetta di quinto (…) per uscire in sosta sotto una discreta grandinata. Riparte lore su per il terzo tiro, ancora sotto la grandine, perché le previsioni meteo erano buone… sarà una cosa così, passeggera. Eh sì, passeggera, ma di un treno di trenitalia. E infatti decidiamo di scendere, non appena i fulmini non così distanti smentiscono a gran voce le previsioni meteo. Non contenti della lezione, non disdegniamo un salto a vedere la mitica cornalba (“tanto è di strada”…). Legnate su legnate per ga, e conseguimento del brevetto di volo su un 6a, dove peraltro racimola tutte le ore di volo necessarie. Contento dell’obiettivo raggiunto e festeggiato con lore il risultato, il team gap decide per la fine delle ostilità della giornata. Al mattino si riparte, destinazione maslana. Obiettivo Pegaso, ma visto il meteo del giorno prima (e visto che per oggi davano peggio, che è tutto dire), accorciamo ancora di un tiro per finirne almeno una in due giorni, e la scelta va sull’ultimo shampoo… cioè quando il destino sceglie il nome per te. Riusciamo a finirla, e a trovarla bellissima! Dalla placca del primo tiro, al magico diedrone del terzo, al mitico caminone dell’ultimo tiro, dove lore vorrebbe tirare qualche protezione in ricordo dei vecchi tempi ma, complice la libera di ga sul tiro precedente, è stretto nell’angolo dall’orgoglio personale (e dall’abbondante chiodatura) che lo costringe suo malgrado a finire in sosta in libera. Il tempo nel frattempo sta cambiando, ma due doppie e possiamo scappare. Però appena qui a fianco c’è un conto in sospeso oramai da tre anni… il camino di vent’anni di sfiga è a pochi metri, e dopo la conigliata di anni fa, è il momento di chiudere i conti con il passato. Armato di tutto punto (peraltro inutilmente), è lore che deve procedere all’espiazione dei propri peccati. Tutto suo, all’epoca, il tiro del camino, evitato con una variante a spit che lo attraversava. Operazione, questa, che non era passata inosservata agli amici bergamaschi, e che aveva per questo motivo provocato grossi malumori, de ura e de uta. E allora via, verso nuovi orizzonti!… che incontra dopo una decina di metri, quando qualche nuvola grigio-scura comincia a coprire il sole, e qualche piccola goccia comincia a raccontarci la sua storia. Lore non sembra interessato, anzi sembra quasi infastidito; ga tutto sommato, tranquillo in sosta all’asciutto e con le mutande ancora linde, sembra quasi assistere indifferente agli eventi. Fortuna che non si mette a piovere seriamente, se non quando sale ga, ma con la corda dall’alto è un altro sport. Tre doppie, e poi vien giù dal cielo l’infinito mondo: acqua, acqua, acqua. Quanta, quanta, quanta! Il diluvio universale si abbatte su maslana e sui due poveri quasi trentenni (uno più dell’altro). Ma d’altronde, dopo uno shampoo così, cosa ci si poteva aspettare?!
Data: 22 maggio 2011

Tempi Moderni alla Marmolada
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Tempi Moderni alla Marmolada
“Allora lo, si torna a fare una salita insieme?”… “dai ga, ben volentieri! Immagino che qualche idea l’avrai in testa, e ho come la vaga impressione che non sarà una vietta plaisir… !!! Dai, spara, cosa vuoi andare a fare?… è il caso che mi sieda?!”… “beh, già che si torna a scalare insieme, bisognerà fare qualcosa di… beh, sì va, siediti!!!”. Alla proposta, giunta dopo vari giri, arzigogolati percorsi tra un dettaglio e un altro senza aver il coraggio di chiamare le cose con il loro vero nome, fa seguito un lungo silenzio. Interrotto da un esclamazione contenente il nome della via A STAMPATELLO e una serie di punti esclamativi/interrogativi senza soluzione di continuità, seguita a ruota da una lunga serie di epiteti che non è questa la sede opportuna per elencare. E, attenzione, non è che si parlasse di tempi moderni, eh!… e nemmeno di marmolada, sarebbe scontato! Invece… e chi lo sa, di che si parlava, insomma “… beh, dai, ammesso che si vada davvero a fare sta follia, e ammesso che io non presenti il certificato della mutua il giorno prima della salita, ma bisognerà allenarsi prima, no?!” – “Ok, dai, il prossimo we, visto che è l’ultimo a disposizione prima della folle idea, ci si allena… occhio che però… si picchia duro, eh! Sennò che allenamento è?!”. Così, ecco che lore si presenta all’allenamento, improvvisato all’ultimo giorno, un last-minute deciso e prenotato alla mattina del venerdì: “tempi moderni” in marmolada. La logica sequenza degli ultimi quattro mesi di attività: spigolo demetz al gran cir, l’ultimo shampoo a maslana, steger al catinaccio… tempi moderni in marmolada. Abbastanza lineare!… come allenarsi alla quota salendo, nemmeno in rapida sequenza, Monte Mao e Bric Mindino, e poi salire sul bianco dal pilone centrale. Tant’è, la follia è un dono di pochi, e alle 7 e mezza di “un sabato qualunque, un sabato italiano”, siamo in moto verso il Falier, obiettivo: cengia mediana. Sacchi a pelo, e ci mancherebbe altro… mica siam quelli che Modern Zeiten la fanno in giornata… ma neanche a pensarci:… inarrivabile!… però siamo stati avvertiti dal nostro caro amico: “Oh, grandi scèc! Carichissimi, eh!… però mi raccomando… SE SI FA, SI FA TUTTA!!”. Non ce l’avrebbe passata, solo la parte bassa, non ci avrebbe passato nemmeno l’uscita sulla gogna o sulla messner evitando l’orrido muro terminale… e un monito così, da un così caro amico e socio di fiducia, non potevamo ignorarlo. Ma il terrore di essere colti da un attacco di stanchezza, o di coniglite che dir si voglia, era troppo. Ma quel ca..o di vecchio biplano a motore, maledetto amaro montenegro o no, si sarebbe rimesso a funzionare un giorno!
… tempi moderni è davvero una via grandiosa; tracciato logico in basso, in alto un po’ forzato, sul primo e sugli ultimi cinque tiri; ma voleva il muro terminale, voleva la via indipendente, voleva una via dura, ma interamente in libera… e l’ha trovata, dove sembrava non potesse esserci. La via è davvero “moderna”, per concezione e stile… un sacco di tiri, fossero in falesia, sarebbero unti come la focaccia alle cipolle. E chi si fa solo la parte bassa… si perde la vera via. Di sicuro non ha fatto tempi moderni! In alto difficile, meno chiodata, ma nel complesso a nostro parere più bella della parte bassa (… rigola a parte: Mariacher lo ha definito come il suo più bel tiro, e chi siamo noi per contraddirlo…), un po’ più… “avventurosa”. Incredibile la sequenza per uscire dall’ultimo muro, due obliqui in placca con una sequenza di buchi che sembrano messi lì apposta per rendere il tiro scalabile e proteggibile. Virgolettato, và, che di certo, tra questi ventotto tiri gli amanti dell’R4 qui troveranno gioia!… giunti in cima a Punta Rocca, la gioia è davvero grande. La felicità c’è e si vede, lo sguardo di ga lo dimostra, quello di lo pure, l’abbraccio è di quelli dei “vecchi tempi“… poi però in un attimo quello di lo cambia, diventa smorfia di dolore, prima di trasformarsi in un sorrisino ironico e beffardo: “… maledizione a me e a quando parlo troppo!!!!”. Eh già, perché all’inizio del dialogo, c’era stata una frase degna di nota “… dai, se facciamo tempi moderni, integrale eh!, ti accompagno sulla tua idea folle… ”. Un errore imperdonabile!… ma intanto, si torna a sorridere, c’è tempo di rilassarsi e godersi i ricordi di questa bellissima avventura tra le pieghe della Regina delle Dolomiti: Modern Zeiten è alle nostre spalle… è andata!… belin!
Data: 9-10 luglio 2011

Cinque Muri alla Piramide Armani
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Cinque Muri alla Piramide Armani
… e si comincia a far sul serio! Vallaccia, che posto… non c’ero mai stato, ed è stato un colpo di fulmine. Come pare per chiunque passi da queste parti per la prima volta! Ci si ritrova con lore, a un mese esatto dall’avventura su tempi moderni… e il suo allenamento, vive di ricordi… di quei, ricordi! Salvo, 10 giorni prima, proprio questa via. Con uno forte… ma davvero forte. Troppo, tanto da far dire a lore “Ok, troppo bella, ma voglio tornarci con te, e stavolta la facciamo alternata, che è una via stupenda, ma l’altra volta i tre tiri più duri li ha fatti lui… e voglio provarci!”. Come dire di no a una via stupenda in un posto stupendo, tra l’altro già nel libricino dei progetti?! “… eh, ma bisognerà partire presto, che la via sarà 500 metri!”, “… tranquillo, non c’è fretta: in 6-7 ore, se usciamo, siamo fuori, non è che ci sia tutto sto granché da integrare”. E il che è tutto dire, viste le protezioni in loco. Alla specifica domanda “… ma secondo te sui due tiri duri io sarei passato?!”, la risposta “sull’ultimo tiro sì, sul quarto… ” lasciava dubbi sulla fiducia di lore nel socio. Quindi, per questione di principio, il tiro andava fatto, e sgradato per giunta! “Lo, allora, dove ci becchiamo?” – “ah, ga, non te l’ho detto? sono senza macchina! vengo in treno+bus, alle 7.36 sono a cavalese!” – “malimortaccitua!”. Alle 6.50, sms: “ehm, trenitalia ha soppresso dei treni… non so a che ora arrivo!”. Ga, sorpreso nel dormiveglia mattutino nel suo lettino (leggi “i sedili posteriori”), non ha nessuna intenzione di finire a scalare alle torri del sella e si catapulta giù dal letto e testa i cavalli del suo trabiccolo fino a Ora; alle 7.42, i due oltrepassano cavalese, già di ritorno… direzione vallaccia, direzione cinque muri. La giornata è stupenda, ma fa “freschino”, per così dire; così, giunti all’attacco, è l’ora per ga di vedere i sorci verdi sul primo tiro, un VI+ stile cornei, solo che a cornei, in sta stagione, le temperature son ben altre. E anche la chiodatura, diciamo così! Riparte lore, e ridendo e scherzando mette in saccoccia il VII- del secondo tiro. Tocca a ga il terzo, per riscaldarsi per il quarto; alla faccia dei runout! E’ il momento del tiro su cui lore ha avuto dei dubbi sul socio; il quale piazza in sequenza cordino su clessidra, cliff, chiodo, cliff, cliff, cordino su clessidra, tricam, tricam, friend, chiodo, e poi via in libera verso la sosta, un tratto duro ma scalabile e poi il suo bel runout di 15 metri sul VI. Ma in fondo, come diceva il buon De Beers, “Un runout è per sempre”… E si riparte, per tre tiri tranquilli, fin sotto il galattico muro finale. E qui è il turno di lore. Lo voleva, questo tiro, ci teneva, lo temeva, ma… che tiro, scèc, che tiro!!! Magistrale, grandioso, spettacolare!… e sto ragazzo, che grinta, che ha tirato fuori!… e finalmente ha tirato fuori sto sorriso a 34 denti, per il suo capolavoro, VII+, roccia super, una sola protezione in posto prima dell’inizio del muro: grande lore, questo è scalare!! Un ultimo tiro, con un simpatico passo duro ben (…) protetto (?!?) da un’ottima (????) clessidrina, e la cima della piramide è raggiunta, sotto un bellissimo sole. Incredibile questa via, stupenda davvero!
Data: 11 agosto 2011

Supermatita al Sass Maor
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Supermatita al Sass Maor
… Bonatti diceva in un suo libro: “L’avventura non può più manifestarsi dove nell’uomo scadono l’ingegno, l’immaginazione, la responsabilità; là dove si demoliscono, o almeno si banalizzano, fattori naturali come l’ignoto e la sorpresa. E ancora non può sussistere avventura là dove vengono alterate, persino distrutte, peculiarità come l’incertezza, la precarietà, il coraggio, l’esaltazione, la solitudine, l’isolamento, il senso della ricerca e della scoperta, la sensazione dell’impossibile, il gusto dell’improvvisazione, del mettersi alla prova con i soli propri mezzi. Tutte cose che oggi sono ormai represse o addirittura cancellate nel quotidiano. L’avventura è un impegno che coinvolge tutto l’essere e sa cavar fuori dal profondo ciò che di meglio e di umano è rimasto in noi. Là dove il “mazzo” non è stato truccato per vincere a ogni costo, esistono ancora il gioco, la sorpresa, la fantasia, l’entusiasmo della riuscita e il dubbio della sconfitta. Dunque l’avventura.”. Abbiamo trovato tutto, caro Walter. Abbiamo avuto il dubbio della sconfitta, persi in un mare di perplessità e di roccia, senza riferimenti se non l’esperienza e l’intuito. Abbiamo vissuto l’entusiasmo della riuscita, solo a posteriori a dire il vero, usciti sfibrati da un’avventura senza parole, e due giorni di concentrazione massima, non avevamo nemmeno tanta forza di sorridere. In fondo, solo dopo abbiamo capito cosa avevamo combinato. Abbiamo vissuto la sorpresa, la sorpresa di avere sempre una soluzione anche dove la relazione era carta straccia di fronte a quel che ci si presentava davanti. Di avere l’esperienza, per poter gestire le incognite di una salita come questa. Abbiamo avuto la fantasia, la fantasia di inventare una salita che ha stupito molti, la fantasia di quando, ai primi di luglio, ho visto una foto del sass maor con le linee tracciate, ho puntato quella linea, così maestosa, lineare, dritta; troppo bella per rimanere solo un tratteggio su una foto, e mi son detto “qualunque cosa sia, se non è impossibile… voglio provarla!”. E gli occhi hanno letto “supermatita”, Maurizio Zanolla e Piero Valmassoi, agosto 1980. L’avevo già sentita, la conoscevo un po’ di fama, ma in effetti non sapevo niente delle difficoltà. Niente della sua storia. Niente del suo mistero. Vista, letta, acquisita: ho subito pensato che, per quanto assurdo, non potesse che diventare un sogno da realizzare. Un sogno di quelli che sanno farti sentire vivo. Ancora una sorpresa; l’essere qui, ancora con lorenzo. Le cose cambiano, il tempo passa, ma a quanto pare le persone importanti restano. Ed è un bene, ed è bello saperlo, rendersene conto. Ci sono persone che contano davvero qualcosa. Fa bene saperlo. E infine, Bonatti citava ancora il gioco. Abbiamo trovato anche quello. Il gioco dell’avventura, della scoperta. Quello delle vie dove il grado tecnico conta, ma meno di tante altre cose, della determinazione, del coraggio, della voglia di mettersi, davvero, in gioco. Dove il mazzo non è stato ancora (e speriamo non lo sarà mai) truccato. Ed è stato un gioco viverla “così”, come una grande avventura, con un po’ di “paura”, ma anche con la determinazione e la voglia, e con il nostro stile di sempre. Patrick Berhault diceva: “Incredibile non è la difficoltà in sé, quanto la fortuna di avere avuto una voglia così intensa di affrontarla”. Me lo aveva scritto lore tanto tempo fa, e più che mai, in questo nostro “piccolo capolavoro”, abbiamo dimostrato che è proprio così. Non si può raccontare altro di supermatita, è una via mitica, e misteriosa. Ed è bello che rimanga così. Non servirebbe neanche aggiungere niente… forse, se avete pensato anche solo una volta nella vita di andarla a provare, forse avete l’unica cosa che serve. Insieme a tanta, tanta voglia di vivere un’avventura vera. C’è ancora spazio per l’avventura. Lasciamolo. E poi ci sono le foto, che dicono (quasi) tutto. I sogni si raccontano, ma non si spiegano… i gradi non dicono niente (a manolo, a quanto pare, ancora meno… la relazione “così, tanto per…”. Qui bisogna lasciare a casa tutto, portarsi solo un po’ di umiltà, di voglia, e tanta, tanta voglia di sognare. Tutto il resto è qui: l’estetica della linea, la maestosità del Sass Maor, il viaggio in parete, l’esperienza alpinistica ma, prima di tutto, umana. Indimenticabile…
Data: 13-14 agosto 2011

Chi si ferma è perduto a Cima Scingino
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Chi si ferma è perduto a Cima Scingino
C’è sempre un motivo per tutto, nella vita. Figuriamoci per il nome di una via… spesso ci sono dietro strani ricordi, a volte un amore o un caro amico, e altre invece ci sono le emozioni del momento, le sensazioni provate. Ora, secondo voi, cosa può significare il nome di questa via?! Il team GAP, incuriosito dalla descrizione della bibbia del Gaddi – “Poco ripetuta; del resto, il nome della via la dice lunga… “, decide di andare a vedere di persona! Ammesso e non concesso che arrivare in valle alle 2, svegliarsi alle 5 e mezza e partire per due ore e mezza di avvicinamento, a inizio stagione, con lo zero termico a 1700 metri in lento rialzo in giornata fino ai 2400 non fosse l’idea migliore (ma i gappers sono abituati alle idee malsane!), fatto sta che giunti sotto al pilastro, l’aria si mantiene “frizzantina”. Ma oramai, dopo un mazzo così, andiamo a verificare che il sommo tomo non dica stupidaggini! Lore verifica sul primo tiro che i mini-boulder strapiombanti non sono l’ideale per cominciare la giornata, così tocca a ga mettersi sulle placconate del secondo. E l’ampia chiodatura (…) rende difficoltoso il reperimento della retta via. Neanche il misero chiodo di sosta nascosto sotto non dico un ciuffo, quanto piuttosto una cuffa d’erba, e il vicino spit di colore non proprio incoraggiante, danno l’idea della frequentazione dell’itinerario! Eppure, sempre il tomo diceva “un must dell’arrampicata logica e mentale del gruppo”. Strano! Ma la cengia mediana aiuta anche gli stolti a ritrovarsi nel percorso. Eppure lore decide che farla proprio tutta così come i primi salitori sarebbe una palla, così inventa varianti se possibile più dure dell’originale. Poi libera un tratto di A0, così che il tiro, da VI+ e A0, diventa… VI+. Boh, sarà stato morfologico! Ma nei precedenti 50 metri ga tenta di rancare (genovese per “strappare”, NdR) via un’intera fessura di 40 metri, poi si rende conto che è troppo bella e che in effetti non sarebbe un gesto carino, così la lascia lì e anche lore la può scalare. L’uscita in sosta, intanto, comincia a dare dignità all’ipotesi sul nome. Che ga ha occasione di verificare poco sopra, perdendosi più volte in soli 15 metri, poi si ritrova e trova pure uno spit. Esticazzi! Poi prosegue in traverso per facili roccette di VII+ e fino a quando non riesce a piazzare un buon friend, qualche metro più in là, non sa neanche più di essere sul pilastro di cima scingino. Se ne ricorda poco dopo, quando vede al suo fianco l’ultima protezione e poi, “là”, la sosta. “dai, è uno scherzo!”, dice tra sé e sé. E allora poi, non vedendo luccicare null’altro e non intravedendo grandi e yosemitiche fessure, né tantomeno ronchie clamorose, comincia a capire il nome della via… e si adegua di conseguenza. Ma anche lore vuole vederci chiaro in questa faccenda, e così parte con fare arrogante per il successivo tiro, “alla ricerca della protezione perduta”. Secondo voi l’ha trovata?! E così, su un bel passo in traverso a 30 cm dalla sosta e 7 metri dall’ultimo friendino accoppiato a un chiodo di qualche bravo giovanotto che voleva scalare ancora per un bel po’ di anni dopo lo scingino, prende atto che è meglio non fermarsi e giungere alla panoramica sosta, incolume per giunta! C’è un ultimo tiro, con un simpatico passo a uscire dalla sosta, poi un passo di A0 che ga passa in libera perché del chiodo non si fida (?!?), per poi trovare chilometrico dove il buon Tarci (Tarcisio Fazzini, NdR) regala V+ su “fessura erbosa”. Alla faccia dell’erba… sembra una prateria verticale! Le ultime emozioni e siamo in cima al pilastro, non è tardissimo ma fa freddino ed è ora di scendere… riusciamo a ritrovare il sentiero ancora con l’ultima luce, e poi… è storia andata!… bella avventura in un posto magico!
Data: 17 maggio 2012

Vedova Nera, Val di Mello
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Vedova Nera, Val di Mello
Il festival dei chiodi chilometrici a cui abbiamo partecipato in questi giorni sta per terminare, ma prima del termine c’è tempo per la proiezione del cortometraggio “I grandi laschi”. Protagonisti il team gap ed ettore, maggio 2012, dalla trama tutto sommato scontata: i tre vanno a fare sta via, “il capolavoro di Paolo Vitali nella Valle”, trovano eterno, rischiano l’infarto, prendono pioggerellina giusto a metà dell’ultimo tiro, poi il tempo gli concede ancora due minuti per disquisire sulla bontà della sosta, e poi… ma andiamo con ordine! E’ mattina. Alla base delle placche del giardino decidiamo di fare una vietta lì, giusto per scaldare i motori. Passano un ragazzo e una ragazza, simpatici e modesti, e ci chiedono se quelle sono le placche del giardino, e pensiamo “scaleranno qui!”… e invece ce li ritroveremo proprio… sulla vedova! Vabbè, ma tanto non abbiamo mica fretta… ci facciamo condurre dal buon ettore fino alla sommità delle placche del giardino, e mentre aspettiamo i ragazzi sul primo tiro, cerchiamo di dimenticare quanto ci sarà da trovare lungo su questa via. Mentre il bergamasco si lancia sulla fessura, ga osserva il giovin fanciullo là in alto che parte sul famigerato tiro chiave, sale un po’ di metri e poi… bum, ci tira una flamba da far impallidire! Ga e lore si guardano in faccia, e cominciano a pensare di essere nel posto sbagliato al momento giusto… o comunque il contrario! Il giovine riparte, stavolta passa, sembra scalare bene e tranquillo, fino al tratto duro. Ga lo osserva fiondare un bel po’ di volte, e ogni volta è un colpo al cuore. Allora si rivolge a lore e chiede: “allora, che si fa?” – “… e cosa vuoi fare?! si prova!”. Cazzarola. E’ sempre indeciso, è sempre più per la conigliata, belin, una volta che sarebbe sensato, figurati se non si convince del contrario!!!
“… torre di controllo a ga… torre di controllo a ga… vi preghiamo di fornirci la vostra posizione, prego!” – “ga a torre di controllo… la nostra posizione è vicina ai 90 gradi, per la precisione a 4 metri dal friend e a 7 dal primo spit… may day may day!” – “Non siete autorizzato a decollare, ripeto NON siete autorizzato a decollare!” – “Ricevuto!”. Negata l’autorizzazione al decollo, ormai imminente, ga è costretto a stringere i denti onde evitare sanzioni e raggiungere con il cuore ormai in gola “lo spit chiamato desiderio”. Lo sguardo è smarrito. “Vivo!” – esclama – “cazzarola, sono vivo!!!”. Peccato che ora venga il duro del tiro… Uno sguardo, una frecciata verso il prossimo spit – miseria se è lontano! – uno sguardo verso i soci… ed è il momento di andare. Cinque o sei tentativi per capire come alzarsi sopra lo spit, poi parte per la sequenza… e sono due minuti di apnea! E’ due metri sopra il chiodo, e il terrore di sanzioni per il decollo non autorizzato, specie in questo momento di crisi, lo fa desistere dalla voglia matta di smetterla di strizzare cristalli delle dimensioni di un granello di sale grosso, e con un ultimo passo inventato alla ricerca dell’equilibrio su un solo arto (!) raggiunge lo spit. Un viaggio che rimarrà nel cuore ma che è difficile raccontare! Ancora un tiro, con chiodatura allucinante (Vitali è stato veramente straordinario su questa via…) e un ultimo ribaltamento su un enorme fungo che regala deliri, e poi comincia la mitica vena obliqua di 100 metri, passa avanti lore mentre comincia a piovischiare… che si fa?! Le persone normali scenderebbero… ma questo è il team gap!!!… e poi dopo sti 3 tiri, come si fa a pensare di dover tornare?!… e allora lo specialista lore scalda i motori, e via, con 60 metri da brividi (più facile che sotto, ma per niente banale… e 2 (DUE!) spit, senza possibilità di integrare). Nel frattempo non piovischia più… pioviggina! Gli altri due lo raggiungono in fretta… e neanche il tempo di buttare la prima doppia, viene giù il finimondo, acqua, acqua, acqua… quant’acqua scéc!… ma intanto… la mitica (e stupenda!) vedova nera l’abbiamo portata a casuccia!!!
Data: 19 maggio 2012

Via Desmaison al Pic de Bure
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Pilier Desmaison al Pic de Bure
Ore 8.22, ga arriva in sosta al sesto tiro. Lo raggiunge micky, imbacuccato dalla testa ai piedi, scalando con i guanti e visibilmente tremante… ga pone la domanda, già certo della risposta “… dai, micky, si muore dal freddo, sto vento agli ottocento all’ora non ha ancora mollato 3 secondi e fa veramente troppo freddo per scalare… se non te la senti non preoccuparti, tre doppie e ce ne andiamo in luoghi più consoni… vai tranquillo… ”. Sta già per buttare le corde verso una mesta ritirata – summo cum gaudio ma salvando l’onore lasciando al socio il compito di prendere una decisione ormai inevitabile – quando micky fanni – porcaccia miseria la famiglia non mente! – cala il jolly: “no, ga, sì è vero fa un freddo indicibile, ma se tu te la senti per me andiamo… a me sta bene!!”. Lo sguardo di ga non può che essere allibito… ma guarda te sto qui, rigira la frittata!!!… ma con che gente vado in giro?!… l’orgoglio personale ha la meglio, ga non ha più scuse, mo’ bisogna salire! E sarà ancora lotta per altri cinque o sei tiri, fortuna che si va via veloci e le dita non hanno tempo di congelarsi, ma belin che freddo, che freddo, che freddo!!!! Al decimo tiro, arriva un pallidissimo sole, che unito a una sosta appena dietro lo spigolo al riparo dal vento fortissimo, regala un attimo di sollievo ai due malcapitati… che per fortuna, essendo al decimo tiro… sono “già” a metà via!… la giornata intanto diventa splendida, il vento è un pochino calato, le temperature sono comunque rigide, ma ormai il ritmo lo abbiamo preso e scappiamo via veloci… la cima si avvicina! La raggiungiamo intorno alle tre, ed è bellissimo giungere su questo incredibile altopiano nella luce del primo pomeriggio… sembra quasi di sbarcare sulla luna!… e… cavoli, che bella via, peccato non essersela goduta (nota: al quarto tiro, prima di recuperare la corda 3 minuti di pausa… una bollita così alle mani, giuro che non l’avevo mai presa manco su una cascata!!) a fondo, ma linea grandiosa, gran parete, roccia “dolomitica standard”, posto bellissimo, firma di classe… insomma, una gran bella avventura, che valeva il lungo viaggio in terra francese! Grazie micky!
Data: 15 luglio 2012

(continua)

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Il Battesimo di Mosè

Il Battesimo di Mosè
di Andrea Parodi
prima ascensione de Il Battesimo di Mosè, parete est della Torre dell’Amicizia, Alpi Liguri, 1-2 settembre 2016)
(da facebook, 4 settembre 2016 ore 19.40)

Può esistere una scalata bellissima su roccia friabile? Una torre dimenticata di fianco ad una parete famosa? È possibile sentirsi in pace col mondo bivaccando seduti su un terrazzino friabile sospeso nel vuoto?

Credo che il Battesimo di Mosè me lo ricorderò finché sarò vivo…

Il Battesimo di Mosè sulla parete est della Torre dell’Amicizia, gruppo del Marguareis, Alpi Liguri
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Merito del mio amico Fulvio Scotto, che ha tirato fuori dal cassetto una vecchia relazione: una via di Armando Aste e Armando Biancardi sulla fantomatica Torre dell’Amicizia, completamente ignorata nella guida del Marguareis e anche in quella dei Monti d’Italia.

Alta “solo” duecento metri, detta torre è messa un po’ in ombra dalla vicinissima parete dello Scarason. Tuttavia è una struttura molto bella e staccata dai contrafforti vicini.

Mosè Carrara sulla prima lunghezza
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La via di Aste e Biancardi passa sulla parete nord, piuttosto rotta ed erbosa, mentre la Est, assai più elegante, risultava ancora vergine: un vero e proprio invito a nozze… Un po’ strapiombante a dire il vero!

Beh! Sarà che ero in vena, ma a me la scalata è piaciuta proprio. Anche a Fulvio, naturalmente. Il fatto straordinario è che sia piaciuta anche al più giovane Mosè Carrara, al suo battesimo su una via nuova nel Marguareis e al suo primo bivacco (per giunta imprevisto) appeso in parete.

Fulvio Scotto sulla seconda lunghezza
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Difficile valutare le difficoltà quando bisogna scegliere con cura gli appigli, buttando nel vuoto (possibilmente non in testa ai compagni) tutti i pezzi inutili.

Comunque alcuni passaggi sono da manuale: uno strapiombo giallo con ottime lame e fessure cui aggrapparsi, alcuni traversi su placca con appigli minuscoli, un diedro aggettante con fessura larga, dove ogni tanto riuscivo a incastrare una gamba…

Fulvio alla seconda sosta
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Per non parlare del muro finale, verticale e delicatissimo, direi il tratto più friabile della via, e pure difficile da chiodare. Infatti avevo provato a superarlo al buio con la frontale, ma proprio non c’è stato verso: meglio un bel bivacco seduti su un terrazzino inclinato e pieno di scaglie friabili. Ogni volta che ci muovevamo ne cadevano alcune nel vuoto, schiantandosi giù in fondo al canalone.

Andrea Parodi sulla terza lunghezza
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Senza piumino, senza sacco da bivacco (meno male che non faceva tanto freddo), con una pietra sotto il sedere che proprio non voleva togliersi di lì: l’unica ferma, imperterrita, al suo posto! E il bello è che mi veniva da ridere. Notte lunga come sempre succede in questi casi, muovendoci ogni tanto per cercare un’improbabile posizione comoda, massaggiandoci braccia e gambe per combattere il freddo e l’umidità.

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Poi le prime luci lente e bellissime ad aspettare con pazienza il primo sole (c’è di buono che è una parete est…) per sgranchirsi i muscoli e ripartire.
E finalmente l’ultimo tiro: avevo tutta la mattina per farlo, ma è stato comunque una bella rogna: uno dei più delicati che mi ricordi.

La vetta è bellissima: una cresta aerea con in cima uno spuntone aguzzo. E da lì in due minuti senza problemi si raggiunge il sentiero segnalato.

Le difficoltà della via? Secondo noi c’è tanto VI e VI+. Un solo tratto in artificiale, perché le mie braccia hanno qualche problema di tenuta (la vecchiaia che avanza?) sugli strapiombi friabili dove devi anche trovare i punti buoni per proteggerti… Comunque solo tre-quattro metri di A2, il resto tutto in libera.

Ho scritto tanto perché per me è stata una scalata bellissima e avevo proprio bisogno di raccontarla. Grazie a Fulvio e a Mosè: spero proprio di combinarne altre insieme.

Andrea Parodi, Mosè Carrara e Fulvio Scotto in discesa al Colletto W dello Scarason
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Le luci del rifugio

Le luci del rifugio
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i Chiara Baù
(già pubblicato il 10 luglio 2016 su Imperial Bulldog)

Il buio totale! Eccomi prigioniera di una dimensione che mai mi era appartenuta.

Ho trascorso mesi sotto i cieli stellati dei rifugi alpini, intere nottate sotto le stelle in mezzo al mare. Qualsiasi condizione atmosferica ci fosse ho sempre trovato una fonte di luce, una stella, il chiarore della nebbia, o della neve. Mai mi ero accorta di tale fortuna, ormai era come fosse qualcosa di scontato, fino all’altra sera, quando improvvisamente mi sono trovata in balia dell’oscurità totale. Complice di ciò? Un evento molto banale… Ero nella mia stanza da letto, a Milano,verso sera.

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Nell’alzare a mano la tapparella, per prendere aria, si è spezzata la corda oramai usurata… è bastato metterci un po’ più di forza e, proprio come la saracinesca di un negozio si è chiuso tutto. Neanche un piccolo spiraglio di luce. La stanza è diventata all’istante una sorta di scatola nera. Una sensazione stranissima e totalmente innaturale.

Ciò che mi ha salvata da quegli istanti di buio totale e chiusura è stato un qualcosa di altrettanto banale. Quand’ero piccola, già avida e desiderosa di vedere le stelle, avevo trovato un fantastica stratagemma per la mia stanza priva di stelle.

Ebbene sì, avevo comprato delle piccole stelline adesive fatte di un particolare materiale luminescente per cui, durante il giorno si caricavano della luce solare per poi diventare luminose di notte… Non crederete al risultato… Incantevole. Il mio soffitto si trasformava immediatamente in una volta planetaria.

Non trascorrendo più tanto tempo a casa avevo dimenticato questa fantastica soluzione. Dopo i primi attimi di buio ho visto la stanza che pian piano si arricchiva come per magia di piccole stelline e quella sensazione di disagio del buio era sparita. Il sogno di una bambina mi aveva salvato dall’oscurità totale. Non solo!!

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Ho appena visto al cinema il film tratto da “Il libro della giungla “ di Rudyard Kipling, e come dimenticare la bellissima canzone The bare necessity (lo stretto indispensabile)? Un’allegra melodia dove vengono decantate le necessità dell’orso Baloo con Mogly!!!! Eccone un breve estratto del testo:

“Lo stretto indispensabile”
Ti bastan poche briciole / Lo stretto indispensabile / E i tuoi malanni puoi dimenticar / In fondo basta il minimo / Sapessi quanto è facile / Trovar quel po’ che occorre per campar! / Mi piace vagare / Ma ovunque io sia / Mi sento di stare / A casa mia! / Ci son lassù le api / Che il loro miele fan per me / Se sotto un sasso poi guarderò / Ci troverò le formiche / Un po’ io me ne mangerò! / Vicino a te quel che ti occorre puoi trovar / Lo puoi trovar / Ti bastan poche briciole / Lo stretto indispensabile / E i tuoi malanni puoi dimenticar / Ti serve solo il minimo / E poi trovarlo è facile / Quel tanto che ti basta per campar…”.

Mi accorsi che le stelle, quelle fatidiche luci, facevano parte di quel “Minimo indispensabile” che aleggiava sopra di me… e di cui avevo bisogno. Mai come in quell’istante di buio totale nella mia stanza mi erano mancate. Mai ne avevo avvertito così ardentemente la presenza.

Se il mio planetario per i primi anni di vita era una stanza con stelline a stickers, ben presto tutto ciò non mi poteva bastare… feci di tutto per dormire mesi e mesi sotto un vero cielo stellato dove anche nel mio caso la costellazione di riferimento non poteva che essere quella dell’orsa maggiore con la stella polare. Presi così a lavorare nei rifugi alpini, scegliendo quelli ubicati il più in alto possibile. Uno dei più affascinanti è senz’altro il rifugio Re Alberto, sotto le Torri del Vajolet, in Trentino, la cui proprietaria e mia grande amica si chiama Valeria.

Il duro lavoro in un rifugio veniva sempre ricompensato dallo show in prima serata che iniziava al tramonto per poi terminare all’alba.

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Una serie di ombre davano vita all’anima delle montagne, specchiandosi l’una sulla parete dell’altra. La dolomia, una roccia sedimentaria apparentemente insignificante, costituita principalmente dal minerale dolomite, chimicamente un carbonato di doppio calcio e magnesio si tingeva di rosa regalando a noi del rifugio e agli alpinisti uno spettacolo incantevole, un’altra “bare necessity”.

Come poter fare a meno di tutto questo? E in un’epoca come la nostra dove qualsiasi cosa si paga, tutto ciò era gratis.

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Pian piano le ombre si allungavano, lasciando gradualmente avanzare la notte. Luci e ombre giocavano rendendo vivo un ambiente che apparentemente sembrava statico e immobile.

Il biglietto da pagare per tale spettacolo? Tre ore di cammino!!!

E per favore, eliminare il wifi non solo dal telefonino ma dalla testa… collegandosi con ciò che veramente contava in quel momento, dedicando la propria attenzione a quelle luci che misteriosamente ogni sera comparivano apparentemente a pochi metri dalle cime delle montagne, in realtà anni luce. Ricordo che ancora prima di ordinare una birra, sorseggiandola in compagnia delle montagne, molta gente entrava al rifugio e la prima cosa che veniva chiesta era la famigerata “password” del wifi, questa maledetta parola senza la quale sembra che non si vada più da nessuna parte… Dimenticatela e accederete a file ben più ricchi ed entusiasmanti, l’aria libera!

A quella quota non esistono né password, né chiavi delle stanze, spesso l’acqua calda è un optional, spesso addirittura l’acqua non c’è perché capita anche questo nei periodi estivi quando non piove. Tutto è regolato dalla natura e quindi esattamente come su una barca in mezzo al mare bisogna centellinare e risparmiare ogni singola goccia. Mai come lassù si capisce veramente il valore di avere l’acqua!

La sera dopo aver sparecchiato, pulito e rassettato la sala dove gli alpinisti avevano abbondantemente cenato si preparava l’allestimento per le colazioni, ultimo compito del giorno. Quando tutto era debitamente sistemato iniziava lo spettacolo. Finalmente si distoglieva lo sguardo dal libretto delle ordinazioni, tra una minestra di verdure e uno strudel, per essere direzionati verso il cielo dove il menù era assai più vasto, senza nulla togliere alla bellezza e bontà di una polenta coi funghi.

Ma ricordo che le stelle ci rubavano ogni sera almeno venti minuti di totale estraneamento. Ogni sera rimanevamo estasiate perché non ci si abitua mai a tale bellezza.

A 2600 metri, come protetto e custodito dalle Torri del Vajolet, il rifugio Re Alberto è immune dall’inquinamento luminoso e permette di scrutare e ammirare tutte quelle stelle che normalmente in una città si possono vedere solo all’interno di quella cupola meravigliosa che è il planetario.

Così dopo una giornata di lungo lavoro uscivo dal rifugio e mi sentivo un po’ come il piccolo principe nella seguente citazione: “Mi domando”, disse il piccolo principe ”se le stelle brillano perché un giorno ciascuno possa ritrovare la propria” (Piccolo principe: cap. XVII, p. 81).

Tra la Via lattea e le stelle infinite, ogni sera sembrava una sfilata. E che traffico! Tra aerei, luci misteriose, probabili Ufo, satelliti, ci si perdeva in quell’osservazione senza confini.

In tutti i rifugi alpini c’è un’usanza, nonché obbligo, di fare silenzio alle dieci di sera. Molti escursionisti si alzano verso le sei di mattina. Il pericolo dei temporali estivi spinge a iniziare molto presto le escursioni in modo da non incorrere in situazioni veramente pericolose soprattutto a causa dei fulmini.

Così alle dieci di sera si spengono tutte le luci, a parte una, che timidamente dà sempre vita al rifugio. Si tratta di una sorta di piccolo faro, utile agli escursionisti che per un motivo o per l’altro arrivano tardi al rifugio, un punto di riferimento fondamentale nella notte alpina.

Dal tramonto all’alba, oppure in giorni di scarsa visibilità, il gestore del rifugio avrà cura di tenere accesa all’esterno questa luce.

L’ambiente intorno al rifugio sembra inospitale, quasi lunare, motivo per cui le Dolomiti sono denominate “Monti Pallidi”. In realtà ‘e proprio in questo giardino di rocce che si nascondono fiori in grado di sopravvivere alle condizioni più severe e impervie.

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Il re di tutti i fiori presenti tra le rocce è senz’altro il papavero giallo di montagna (Papaver alpinum L. subsp. rhaeticum) che appare come una piccola luce sul ghiaione dato l’intenso colore dei suoi petali. In quota non abbondano gli insetti impollinatori; le piante d’alta montagna si adattano a questa carenza generando fiori particolarmente colorati e quindi visibili con maggiore facilità.

Non è pertanto casuale la vistosità e la grande bellezza cromatica delle corolle floreali delle piante d’altitudine.

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Molti di noi sono estasiati di fronte alla bellezza e all’appariscenza di certe specie, eppure ciò che attrae il nostro occhio è invece fondamentale per la sopravvivenza di molte piante. La vivace colorazione permette in effetti di non sprecare nemmeno un istante nei pochi giorni favorevoli. La stagione estiva in montagna è molto piovosa, occorre quindi sfruttare la presenza degli insetti nei pochi momenti di stabilità atmosferica. Tornando al papavero si tratta di una pianta perenne che presenta fiori gialli singoli con 4 petali settori che formano una corolla tonda. La forza di tale fiore è incredibile se si pensa che deve resistere alle condizioni più estreme della quota e delle radiazioni ultraviolette.

Ma le piante d’alta quota hanno imparato a difendersi e al tempo stesso a sfruttare la radiazione solare. I nocivi raggi ultravioletti sono tanto più penetranti quanto più si sale d’altitudine a causa della rarefazione dell’aria e della carenza d’umidità nei giorni tersi. I fiori hanno imparato a difendersi dalle radiazioni nocive ancora una volta sfruttando colorazioni sgargianti; i pigmenti colorati hanno infatti potere assorbente nei confronti delle radiazioni nocive. Al tempo stesso l’intensa radiazione solare è spesso fondamentale per la riproduzione, permette infatti la produzione di grandi quantità di zuccheri sfruttati dalle piante per generare radici fitte e profonde in grado di garantire un solido ancoraggio e soprattutto un adeguato approvvigionamento d’acqua.

Simile nel fogliame e nel portamento al rosso papavero dei campi, ha però vistosi fiori giallo oro che sbocciano tra luglio e agosto punteggiando di colore soprattutto gli instabili ghiaioni calcarei dove questa specie riesce a insediarsi e prosperare grazie al robusto apparato radicale e alla tolleranza nei confronti di temporanei seppellimenti ad opera del materiale detritico franante verso valle. Notevole è infatti l’estensione delle sue radici, ragione per cui è una pianta che agisce come fissatore nelle zone caratterizzate da detriti mobili.

La presenza di ghiaioni, pietraie e colate detritiche rende assai difficile la presenza di piante per via del continuo rotolamento di pietre o del ruscellamento superficiale delle acque. Le piante rischiano continuamente d’essere sepolte dalle rocce o d’essere trasportate via dal movimento dei detriti. Nonostante ciò alcune specie vegetali definite “glareofite” sono specializzate nel sopravvivere in questi particolari ambienti.

Esistono le cosiddette “glareofite migranti” che si avventurano sui pendii più instabili. L’emissione di getti striscianti in grado di radicare è una garanzia per la pianta: in caso di seppellimento legato allo spostamento dei detriti essa può infatti rigenerarsi a breve distanza (i cosiddetti “occhi dormienti”) dando la sensazione di una migrazione della stessa.

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Altre specie dette “stabilizzatrici” o “glareofite fissanti” come il papavero di montagna presentano un sistema radicale complesso (spesso un robusto rizoma ramificato e flessuoso) in grado di penetrare molto profondamente nel terreno sino ad ancorarsi saldamente al substrato con l’effetto di stabilizzare il pendio vincendo la sollecitazione meccanica determinata dai piccoli ma continui movimenti del pietrame. La pianta è inoltre in grado di ricercare in profondità l’acqua e il nutrimento al contrario assente sulla superficie dei ghiaioni.

E’ affascinante vedere come dei fiori apparentemente fragili abbiano tale forza di vivere e sopravvivere.

Lassù non ci si preoccupa dei crolli della borsa o delle oscillazioni dello spread. L’unico crollo che può destare preoccupazione e interesse è dato dallo sgretolamento di parti di roccia. Di notte spesso sentivo il rumore dei sassi che cadevano. Infatti nelle fessure si infiltra l’acqua e con i cicli di gelo e disgelo si arriva al collasso delle rocce. Ma anche questo fa parte della natura.

Le provviste al rifugio vengono portate inizialmente dall’elicottero, ma sarà poi la teleferica a fare il grosso del lavoro, così quasi ogni giorno, tempo permettendo, da valle viene caricato il pane fresco e tutto l’occorrente per preparare piatti deliziosi per chi riesce ad arrivare al rifugio. E gustare qualcosa di goloso e succulento dopo ore e ore di cammino come dice una nota pubblicità “Non ha prezzo” .

A volte durante le ore di pausa osservavo le persone durante la salita al rifugio quasi incredule nel vedere come le provviste venissero portate su da una sorta di carrucola.

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Ho letto che in alcuni hotel in Giappone le receptionist e molte persone dello staff alberghiero sono state sostituite da robot. Per fortuna questo nei rifugi alpini non succederà mai, perché lassù tutto è un po’ come una volta, si vive di quel calore umano che mai alcuna macchina potrà sostituire. La fatica, la complicità, la comprensione e la tanta pazienza sono gli ingredienti dell’ambiente del rifugio. Ma è soprattutto la semplicità che rende questo ambiente unico nel suo genere.

Quindi se siete nel vero spirito del rifugio non chiedete di fare una doccia, se proprio non vi è indispensabile, a quella quota non serve perché l’aria è talmente pulita che non si sentono gli odori. Non chiedete una stanza singola perché nei rifugi esistono le camerate dove si condivide tutto.

Chiara Baù e Valeria Pallotta
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Perché niente ha senso in un rifugio se non viene condiviso.

Tante ore insieme, una moltitudine di persone, una mole enorme di lavoro, almeno quando c’è bel tempo. A volte si prega che piova per avere un po’ di respiro e leggere qualche libro di fianco alla stufa…

Lo staff si compone, nel caso del rifugio Re Alberto, di un mix di laureate, chi in scienze naturali, chi in lingue… e ogni giorno c’è qualcosa da imparare. Dai fulmini, dai colori delle nuvole che sfrecciano durante i temporali sopra il rifugio, da un soccorso improvviso di persone colpite da un fulmine durante qualche ascensione sulle Torri del Vajolet, vere padrone del rifugio. Si sbucciano le patate e si immergono i piedi nel piccolo laghetto adiacente, e si accolgono al rifugio persone provenienti da tutto il mondo.

La cosa più bella? Sarà banale, ma ricordo che augurare la buonanotte agli escursionisti la sera era un rituale per me significativo ed emozionante.

Tempo di andare a dormire… domani prevedono bel tempo. Tempo di riposare per essere pronti a vedere una nuova alba e soprattutto a scaricare la teleferica e dare pane fresco agli escursionisti. La sera nuove luci al rifugio.

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La via della Doppia P…

La Via della Doppia P…
(storie semiserie del Caporal)
di Ugo Manera

Una componente non trascurabile della mia lunga “vita” alpinistica è sempre stata quella del divertimento e dell’allegria; non sono mancati attimi dai toni drammatici, ma quegli altri momenti sono una costante nell’alpinismo delle grandi difficoltà e spesso contribuiscono ad arricchire il piatto dei ricordi, come il formaggio grana sulla pasta asciutta.

Sarà forse stata incoscienza creata ad arte, ma quasi sempre la scalata era accompagnata dallo scherzo, dallo sfottò, dalla presa in giro di presenti ed assenti e da canzoni massacrate in modo abominevole. Dal periodo delle allegre salite con Carlo Carena detto il Carlaccio, bersaglio non indifeso delle nostre battute, alle tante scalate con Gian Piero Motti ove cercare l’occasione per la risata era quasi d’obbligo.

Franco Ribetti al CaporalViaDoppiaP-Franco Ribetti al CaporalUn luogo ove, nel corso dell’aperture di tante nuove vie, non sono mancate situazioni ridicole, fino a sfiorare il paradosso, è il Caporal. Quel formidabile complesso roccioso della valle dell’Orco, che, prima della nostra scoperta, già possedeva uno sconosciuto nome locale: Dirupi di Balma Fiorant.

Acquistò grande notorietà a partire dal 1972 quando divenne la nostra “piccola California”; successivamente passò in secondo piano con l’avvento dell’arrampicata sportiva e degli itinerari attrezzati a spit e fix salvo poi ritornare alla grande in data recente, con i meeting di arrampicata Trad organizzati dall’Accademico. Ora è conosciuto universalmente ed è facile trovarvi più scalatori stranieri che italiani.

Un giovane Franco Ribetti
ViaDoppiaP-Il giovane Franco Ribetti

Condite con un po’ di nostalgia mi è venuto voglia di raccontare qualcuna di quelle storie semiserie cominciando dall’ultima: la “Via della Doppia P…” alla Parete delle Aquile, del novembre 1982. Ero in compagnia di Franco Ribetti ritornato alla grande alle scalate; eravamo allora ambedue scafati ultra quarantenni ma la nostra fu un’impresa esemplare da incoscienti pivelli.

Giuseppe Dionisi
ViaDoppiaP-Giuseppe Dionisi fondatore della scuola Gervasutti

Franco negli anni ’50 era “l’enfant prodige” dell’alpinismo torinese; nipote di Giuseppe Dionisi, fondatore della scuola di alpinismo Giusto Gervasutti, venne guidato dallo zio alla scuola: a 13 anni era già allievo e a 16 anni istruttore; la paura era per Franco quasi sconosciuta ed alcuni passaggi da lui superati per primo sui massi delle Courbassere, preludio torinese al moderno Boulder, rasentavano la temerarietà. Legato da grande amicizia con Guido Rossa, di qualche anno più vecchio, oltre alle scalate, insieme ne combinarono di tutti colori guidati da spirito dissacrante e scherzoso.

Nel 1960, all’attacco di una via sulla parete nord dell’Uia di Mondrone, nel corso di un’uscita della scuola di alpinismo, Franco scivolò sulla roccia resa umida da recente pioggia e si fece 40 metri di caduta rotolando sulle balze e finendo su una lingua di neve che, probabilmente, gli salvò la vita. Ne uscì con fratture multiple e lesioni interne. Non era ancora l’epoca dei soccorsi con elicottero e venne trasportato a valle adagiato su un scala a pioli a mo’ di barella, reperita in una grangia.

Guido Rossa
ViaDoppiaP--guido rossa

Impiegò due anni a guarire, provò a riprendere l’arrampicata ma poi decise di smettere con l’alpinismo continuando però con lo scialpinismo, la bicicletta, la corsa a piedi. A metà circa degli anni ’70 suo zio Dionisi, sempre impegnato a organizzare spedizioni nelle Ande Peruviane, lo convinse a partecipare a una spedizione; l’evento risvegliò la sua passione alpinistica e riprese a scalare.

Allora io facevo parte della direzione della scuola Gervasutti, prima come vicedirettore, poi come direttore. Dionisi, che aveva ancora legami con la scuola pur essendo uscito dall’organico istruttori, mi disse che Franco era ritornato alle scalate e che andava forte come prima del lontano incidente. Io gli proposi subito di convincerlo a ritornare alla scuola e Ribetti ritornò tra di noi con una grande voglia di ricuperare gli anni perduti.

Io ero alla perenne ricerca di compagni di cordata per realizzare i miei obiettivi: al vedere tanto entusiasmo in Franco, gli proposi presto di combinare una salita per conoscerci meglio e per collaudarci a vicenda. La nostra prima salita insieme fu un po’ particolare: una via nuova di roccia su una parete nord alta 1000 metri al mese di gennaio del 1982, la Nord dell’Albaron di Sea in valle di Lanzo, un bivacco in parete e l’uscita in vetta sotto una nevicata. Fummo soddisfatti dell’impresa e il sodalizio era formato, da allora innumerevoli furono le salite effettuate insieme. Io avevo una fissa per la scoperta del terreno nuovo che rasentava la paranoia, Franco non poneva mai limiti ai miei progetti ed era disponibile a tutto: il compagno ideale.

La Parete delle Aquile
ViaDoppiaP-parete Aquile

Ma ritorniamo a Balma Fiorant e alla Parete delle Aquile: la parete era stata salita per la prima volta da me con Corradino Rabbi e Claudio Sant’Unione ed il nome era scaturito dal fatto che allora la parete era abitata da due aquile che ci giravano intorno mentre noi salivamo sotto il loro nido. Successivamente, su quella parete tracciai altre tre vie con compagni diversi; c’era ancora un settore caratterizzato da muri grigi e strapiombi che mi incuriosiva. Era ormai stagione avanzata: il mese di novembre 1982, Franco accolse la mia proposta senza esitazione così, un sabato dal tempo incerto, partimmo da Torino all’alba che già cadeva qualche goccia di pioggia. Il nostro ottimismo era però senza confini, a Rivarolo qualche dubbio si affacciò in noi e decidemmo di telefonare a un bar a Ceresole Reale per informazioni sulle condizioni locali del tempo. Ci risposero che tra le nuvole c’era qualche squarcio di sereno. Fu sufficiente per noi, malgrado tutto era la giornata giusta. Lasciammo la vettura al solito posto sui tornanti della strada di Ceresole e ci avviammo senza più badare alle condizioni meteo; eravamo carichi di materiale e, per economizzare sul peso, non prendemmo nessun indumento oltre a quelli che avevamo addosso. Trovammo l’attacco logico della nuova via ove avevo previsto e iniziai io lungo un vago diedro con fessure superficiali di difficile chiodatura. Salii, parte in artificiale e parte in libera, fino a un discreto ripiano. Sopra di noi si scorgevano muri grigi compatti con qualche ruga superficiale, Franco si avviò cercando le zone più arrampicabili; dopo 5 metri cercò di piantare un chiodo ma non vi riuscì, proseguì 10 metri. Non so lui, ma io cominciavo a preoccuparmi, lo esortai a piazzare una protezione ma non vi riuscì, le chiodature complesse non sono mai state la sua specialità, preferiva proseguire arrampicando piuttosto che fermarsi in posizione precaria a infiggere qualcosa nelle crepe superficiali della roccia. Non era più possibile ritornare indietro, bisognava andare avanti fino a trovare una fessura; rividi in azione il Ribetti giovane senza paura. Finalmente trovò una fessura per un chiodo, era a oltre 15 metri dalla sosta, tirai un sospiro di sollievo.

Uno scorcio della Parete delle Aquile
ViaDoppiaP-Scorcio della Parete delle Aquile

La salita proseguì sempre molto impegnativa, il tempo volava e noi non ce ne rendemmo conto. Franco raggiunse un microscopico ripiano in mezzo ad un’enorme placca sormontata da tetti e fece sosta. Io lo raggiunsi e continuai lungo un vago spigolo sulla sinistra, solcato da fessure, che portava sotto un marcato tetto, la progressione fu lenta, prevalentemente in artificiale, con ampio impiego di materiale. Quando arrivai sotto i tetti mi accorsi con sorpresa che era quasi buio e stava calando la notte; Franco dalla sua scomoda sosta mi gridò: -Cosa facciamo adesso?

Oltre a non avere indumenti aggiuntivi non avevamo, naturalmente, neanche portato le pile. Risposi: – Non ci resta che aspettare l’alba battendo i denti…

Il terrazzino di Franco era piccolo ma almeno poteva sedersi, io ero invece sulle staffe appeso ai chiodi; cominciò un’interminabile notte di novembre. Il cielo, nero dalle nubi, decise di inasprire la nostra meritata punizione, a un certo punto iniziò a piovere, io ero riparato dal tetto che mi sovrastava mentre Franco era colpito in pieno da un rivolo d’acqua che cadeva dagli strapiombi, e in breve si trovò completamente inzuppato.

Ugo Manera sulla via del Plenilunio alla Parete delle Aquile
ViaDoppiaP-U.Manera sulla via del Plenilunio alla Parete delle Aquile

A circa metà della notte la pioggia si trasformò in nevischio con un brusco calo della temperatura, in breve la parete bagnata si ricoprì di un velo di ghiaccio, la nostra situazione cominciava a diventare preoccupante, soprattutto per Franco i cui vestiti fradici cominciavano a trasformarsi in uno scafandro di ghiaccio. Una drammatica invocazione mi raggiunse nella buia notte: – Ugo se non ci muoviamo io muoio assiderato, ho i piedi insensibili e non riesco più a muovere le gambe…

Bisognava per forza fare qualche cosa: a tentoni mi slegai e unii le due corde, le fissai all’ancoraggio ove ero appeso, mi misi in posizione di discesa a corda doppia e, staccatomi dall’ancoraggio, cominciai a scendere liberando man mano le corde dai chiodi e nut che avevo fissato per salire, ancoraggi che ovviamente rimasero in parete. Le corde erano gelate e la roccia ricoperta da verglas, tanto che come appoggiavo i piedi scivolavo e pendolavo appeso alle corde. Pazientemente, dopo numerosi pendoli, riuscii a raggiungere il mio compagno: io mi ero riscaldato un po’ con tutte quelle manovre ma Franco era talmente intirizzito da non riuscire a muoversi. Ricuperai le corde e sistemai una seconda calata, ma il mio socio non era in grado di scendere autonomamente così lo legai al capo di una corda, lo spinsi nel vuoto e lo calai appeso usando come freno il mezzo barcaiolo e dicendogli: – Quando trovi un ripiano o cengia che ti consente di stare in piedi senza cadere fermati che ti raggiungo.

Il tutto nella più completa oscurità. Cosi fece ed io lo raggiunsi in corda doppia. A tentoni trovai delle fessure che chiodai per l’ancoraggio della doppia successiva. Ripetemmo l’operazione laboriosa ma con maggior tranquillità perché Franco, grazie al movimento, si era un po’ riscaldato e riusciva a collaborare. Cominciò ad affiorare qualche battuta sulla nostra tragicomica situazione. Un’ultima calata ci portò quasi alla base, la corda era però finita ed il mio compagnò si trovò appeso a sfiorare il terreno. Era ancora buio, valutò che gli mancava meno di un metro a toccare e mi disse di mollarlo, così feci ed egli si trovò a terra tra i massi e senza danni. Con le manovre ormai collaudate scesi anch’io e toccai la base mentre cominciava ad albeggiare.

Franco aveva ancora i piedi insensibili ma aveva riacquistato la mobilità; i massi della pietraia erano coperti da un velo di ghiaccio ed era impossibile reggersi in piedi, cominciammo a scendere praticamente a quattro zampe ma eravamo fuori dai guai. Divallammo molto lentamente e quando raggiungemmo la strada di Ceresole era giorno fatto. Anche la strada era coperta da un insidioso velo di ghiaccio ed era totalmente deserta; un rumore d’auto ci testimoniò che, malgrado il tempo infame, qualcheduno stava salendo.

Parete delle Aquile, via della Doppia P…, il micro terrazzino del bivacco di Franco
ViaDoppiaP-Via della Doppia P... Il micro terrazzino del bivacco di Franco

– Vuoi vedere che stanno cercando noi?  – dissi al mio compagno. Infatti, erano Enrico Pessiva e Claudio Sant’Unione che, allarmati dai famigliari, si erano mossi alla nostra ricerca.

Con la consueta sua schiettezza Claudio, come ci vide sani e salvi, ci apostrofò: – Siete proprio due Pirla

L’avventura era finita bene nostro malgrado, risultò che Franco non aveva congelamenti ai piedi, ma la nostra via non era finita ed inoltre avevamo lasciato del materiale in parete, così nella primavera successiva ritornammo con Sant’Unione alla Parete delle Aquile. Dalla cima scendendo in doppia, raggiungemmo il terrazzino ove tanto aveva sofferto Franco e completammo la via ricuperando il materiale che era rimasto in parete. Ritenemmo il suggerimento di Claudio giusto per cui denominammo la nuova via: “Via della Doppia P….” con chiaro riferimento ai due protagonisti.

Parete delle Aquile, Franco Ribetti sulla via della Doppia P…
ViaDoppiaP-Franco Ribetti sulla via della Doppia P...

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Go aid a pitch 01

Diamo qui inizio alla selezione dei migliori racconti di Gabriele Canu, la cui disarmante totalità è invece raccolta nel sito www.gapclimb.it.

Abbiamo lasciato inalterato il testo originale per ciò che riguarda il linguaggio disinvolto e rivolto a quelli della stessa età (nomi propri di vie, montagne e persone in minuscolo ma senza una regola sempre osservata) mentre altrove (soprattutto nella punteggiatura) abbiamo imposto la nostra vecchiaia con la pretesa di una maggiore comprensione per tutti. Non ce ne voglia l’autore.

 

Go aid a pitch 01 (1-4)
di Gabriele Canu

Anzitutto l’auto-presentazione dei due principali protagonisti, anche se l’autore è quasi sempre uno solo, Gabriele Ga Canu.

GAP-gabry

Gabriele Ga Canu
Tra i pochi individui al mondo con un grado lavorato più basso del grado a vista, e un grado più alto su vie di montagna che nei monotiri in falesia. Colui per il quale il vero “circo degli inscalabili” non è l’incredibile gruppo montuoso canadese, quanto piuttosto una falesietta qualunque di rian cornei. Ga vive a 18 km da Finale, scala da 8 anni, ma non ha ancora ben chiaro come si arriva al parcheggio di monte sordo. E quand’anche ci arrivasse, come in tutta Finale, passa l’intera giornata a farsi malmenare dai tiri, il cui ordine di difficoltà pare non fare la differenza in quanto a sganassoni ricevuti. Detiene il record di tentativi falliti sul 5b di Miami Beach all’Italsider, oramai 9 se si considerano tutti i tentativi in cui ha oltrepassato (almeno con metà del corpo!) il primo spit. A suo dire, deve la sua discreta incapacità arrampicatoria ai suoi piedi, lui dice “piatti”, più probabilmente “entrambi sinistri”. Ma pare anche René Desmaison li avesse. E il casco lo porta sempre storto, come anche l’indimenticabile e fortissimo Ernesto Lomasti. Le premesse ci sono tutte. Basterebbe solo imparare a scalare, come quei due…

GAP-lore

Lorenzo Lore Fanni
Uomo di grande valenza morale (… ), è noto per essere il jolly del gap: non scala per mesi, poi torna a rimettere le mani sulla roccia, sbattuto in men che non si dica su una ravanata d’altri tempi vista lago di garda, cinque tiri a maslana, e due weekend dopo viene messo in formazione, come niente fosse, direttamente su tempi moderni in marmolada. Rimane fermo un altro mese, facendo due tirelli qua e là, e appena mister ga lo convoca per un’altra vietta, partecipa alla spedizione sulla mitica matita di manoliana memoria, senza battere ciglio. Come dire, “dove lo metti sta”… ma sta e si tiene, cosa che lo differenzia da un qualunque quaqquaraqua. Amante dell’avventura, riesce a trovarla ovunque, persino a finale, perché, come diceva qualcuno più famoso, “è inutile cercare l’avventura chissà dove, l’avventura è dentro di sé”. Lorenzo dice di amare il quarto grado e i galli forcelli, in realtà dà il suo meglio sul VII grado in placca con un ciuffo d’erba rinviato a tre metri. E quando i chiodi ci sono, eccome se ci sono, non li tira semplicemente, lui li pianta, li coccola, gli toglie i ciuffetti d’erba intorno, li accarezza con un cordino, li fotografa, li osserva con cura, li respira… poi li tira senza pietà. Eccezionale valore aggiunto.

GAP-ele

Elena
Si presenta al test d’ammissione al GAP (peraltro a sua insaputa) in una calda giornata di maggio, per giunta in falesia, e lo fa presentandosi come una tipa che ha come sogno nella vita di salire su Cima Grande per la normale, “al massimo, ma sarebbe un sogno forse irraggiungibile, per lo spigolo dibona”. Chiaramente, ignara di chi aveva di fronte: 78 giorni dopo sarà su Cima Grande, ma – altrettanto chiaramente – passando dalla Nord. Prova a farsi odiare dall’intero web descrivendo la roccia di una certa via “… ‘na schifezza”, e ga prontamente la riporta all’ordine portandola a salire una via nuova su una frana verticale; e da lì, comincerà a parlare di roccia ottima persino sui ghiaioni delle lavaredo. Affetta dalla “sindrome della Signora in Giallo”, risulta in grado di condizionare in chissà quale maniera il meteo, riuscendo a far venire giù il finimondo (comprese due ore ininterrotte di fulmini) in un giorno in cui meteo arabba dava bello stabile. Meteo arabba ci riprova, e lei tra sera, mattino, e giornata, scala la marmolada senza vederla neanche un minuto integralmente. Per ulteriore conferma, riesce a far sbagliare previsioni persino a nimbus; il che è tutto dire. Datele un tiro di sesto su un muro verticale, sale senza problemi (… ); datele un tiro di di secondopiù in traverso, e vi scaglierà contro ogni oggetto a portata di mano. Restia al dormire in macchina fino a un paio di settimane in dolomiti, alla fine delle settimane, tornata a casa, preferisce dormire in macchina che nel letto di casa. Leggere attentamente il foglietto illustrativo.

GAP-ire

Irene
Dopo aver rischiato più volte il passaggio a miglior vita durante la discesa da cima mondini insieme ai Fanni Brothers (lore e il fratello) e a un maestoso temporale, smette di scalare per un decennio. Ci riprova, imperterrita, in una bella giornata di dicembre sulla via del pesce d’aprile, insieme al sottoscritto e a Lore. Giunge viva in cima per cause non ancora precisate. In compenso la meravigliosa doppia da 57 m s’incastra, e s’arriva a noasca a notte fonda; il giorno dopo mi verrà comunicato che la giovine è in stati pietosi e febbricitante. Si dedica allora alla falesia, attività molto più interessante e con soggetti più rilassati e rilassanti. Ma il suo vero animo è da alpinista. Partecipa anche lei alla spedizione extraeuropea sul monte oronaye, ma le va di culo perché sbagliamo in pieno il canale, in una giornata dal clima vagamente patagonico (ma non diamo la colpa al clima…). Fa poi filotto compiendo 3 uscite di seguito con Gabriele (solo perché quelli capaci sono uno in altri luoghi e l’altra in mezzo ad altri pensieri!), collezionando un ottimo bottino: 3 vie, 600 m circa di scalata, 20 tiri. Il tutto in sole 21 ore di scalata effettiva…

Il sito presenta anche gli altri amici, che vedremo di volta in volta. Preferiamo qui passare subito all’esplicazione di cosa è questo GAP.

La fondazione del GAP in vetta al Pizzo Cengalo
GAP-vincicima

GAP
Il GAP nasce per caso in un giorno di pioggia dell’estate 2008. Io e cri, freschi freschi dalla verdeggiante (… e ci manca, con tutta l’acqua che è venuta nei nostri giorni di ferie… ) svizzera e nell’animo non molto differenti da due bimbi in gita scolastica, siamo ormai giunti nella ridente cittadina di Valmasino sotto il diluvio universale, nell’attesa di incontrare due giovanotti privi di ogni senso, Lore e Ricky, e con loro partire verso il rifugio Gianetti per regalarci, il giorno seguente, il bellissimo Spigolo Vinci.
Ricky viene da Savona, e Lore – come potrebbe essere diversamente? – da Baden im Wuttemberg (o qualcosa del genere), graziosa e ridente località balneare (… ) situata nel sud di quel simpatico e spiritoso paese chiamato Germania. Risulta subito chiaro che l’incontro alla stazione di lecco ad un orario preciso sarà quanto mai improbabile, quasi come vedere Lore scalare un’intera via senza tirare almeno un chiodo. I due loschi individui pensano bene di non incontrarsi a lecco – cosa peraltro scontata – secondo ricky perché qualcuno, sul suo treno, ha tirato il freno d’emergenza a 50 m dalla stazione di milano (patetico), e si vedono in un posto a caso, ad un orario a caso. Di certo si sa solo che io e cri andiamo a prendere posto nel rifugio, e i due disperati partiranno dai bagni di valmasino alla volta del rifugio alle ore 22.30 circa, e dopo aver finito il breve (… ) avvicinamento alla luce delle frontali, aver svegliato tutta la camerata, aver dormito 2,6 abbondanti ore, aver fatto l’avvicinamento allo spigolo (con un tempo da lupi), la via (con un tempo da lupi), la discesa in doppia (con un tempo da lupi), e il ritorno a piedi (con un sole che spaccava le pietre), giungeranno incolumi e fieri di poterlo raccontare – a me e alla cri, chi altro c’era in piedi all’ora in cui siamo infin giunti al ridente paesino…? – concludendo così nel migliore dei modi la prima 24h GAP…
Prima della partenza per l’avventura sopra descritta, durante il viaggio in macchina sotto il mezzo nubifragio del mattino precedente la salita, osservavo la maglietta della cri che già più volte avevo osservato forse senza comprendere a pieno cosa ci fosse scritto.

GAP-climb

“GO CLIMB A ROCK”, “va e scala!”, recitava perentoriamente il testo su quella maglietta, e sotto ti facevano notare che a suggerirtelo caldamente era la Yosemite Mountaineering School! E lì nacque l’idea, perché tra me e me pensavo che con il mio pessimo stile arrampicatorio (io non scalo, né arrampico: io progredisco alla bell’e meglio verso l’alto; il risultato finale è spesso simile, lo schema tattico differisce in taluni punti…), non avrei mai potuto indossare una maglietta del genere. Mi sarei sentito un ipocrita. E così nacque l’idea, perché “go climb a rock”, e non “GO AID A PITCH”, “va e tira i chiodi!”…?

GAP-maglia1

Ed ecco una nuova, personale visione del Nuovo Mattino… il GAP! poter tirare i chiodi a volontà, e dire che lo si fa “per il gruppo”. E conquistare punti. Quindi non più “libera scalata”, ma “chiodi a volontà”, e punti GAP come se piovessero.

Vi assicuro che trovarsi di fronte a un bel passo di VI, quindi ben oltre le umane possibilità, e avere quantomeno l’obbligo morale di tirare il chiodo, o il meraviglioso piccolo nut ben incastrato nella fessurina, è qualcosa che non può che riempirti d’orgoglio e farti sentire stupendamente vivo.

E passiamo ai racconti, di cui abbiamo fatto una selezione, sapendo di non poter riportare tutto. Chi ne rimanesse particolarmente affascinato può andare alla fonte, la sezione Dove andiamo? di www.gapclimb.it.

Il sito www.gapclimb.it, nella sezione Dove andiamo? presenta un lunghissimo elenco di salite compiute. Cliccando su un nome qualunque si apre una galleria d’immagini molto spesso accompagnata da un breve e spesso esilarante racconto. Nei titoli, al posto di qualcosa tipo via X alla vetta Y, c’è la dizione altamente tecnica di “luogo dell’imbelinamento”, espressione che per eccessiva tecnicità abbisogna di una breve spiegazione. Quasi tutti conoscono il significato della parola ligure-genovese di belin: imbelinamento dunque significa l’azione di andarsi a ficcare da qualche parte, e l’accezione verte più sui pericoli che l’azione comporta che non sull’eventuale piacere.

Dieci piani di morbidezza al Sasso Cavallo
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Dieci piani di morbidezza al Sasso Cavallo
“Salve! A che piano va?”. “io al decimo! lei?”, “anch’io!”. E così, si va a fare questi Dieci Piani al Sasso Cavallo, un’idea nata un po’ così per caso e finita un po’ così per caso. Nel tentativo di raggiungere il primo piano, lore testa la “morbidezza” volando al primo chiodo avvolto da un freddo becero: comincia la lotta! Al secondo piano, salgono un po’ di sole e del vento gelido da nord; al quarto, entrano un po’ di nuvole e il sole è costretto a cedere il suo posto. Al quinto piano, si prospetta un problema tecnico: la carenza di spit prelude a un possibile guasto. Lore tenta di contattare un tecnico, ma è domenica e il numero del pronto intervento segnala che “il numero potrebbe essere spento o irraggiungibile”. Allora manda avanti ga, che sul traverso cerca sulla liscia placca il manuale d’istruzioni, senza successo. Cerca allora degli appigli a cui tenersi, ma i risultati non si allontanano troppo dai precedenti. Diceva il saggio “chiodi non ne posso mettere, appigli non ce ne sono, appoggi non ce ne sono, proverò in libera”. Nonostante alle volte la differenza tra “saggio” e “cretino” non sia poi così evidente, in assenza di altre idee ga tira dritto senza pensare alle protezioni, forte dei suoi innumerevoli 6c (ben cinque!) chiusi in tutta la carriera. Giunti finalmente al sesto piano, sale una biondina e lore si sofferma a parlare di zona, fuorigioco e modulo all’italiana; ga attende qualche minuto, poi si stufa e pensa lui a premere il pulsante per il settimo piano. Stupendo muro verticale su roccia inaudita di 6b, continuo, 40 metri, placca&aderenza, 6 spit: puro delirio. Capirà solo più tardi che quella di lore era solo una tecnica per fare melina ed evitarsi il tiro psicologicamente più snervante. Lungo il tragitto lore recupera alcune decine di neuroni persi da ga sul tiro e li infila nel sacchetto della magnesite. All’ottavo piano sale una vecchietta, e ga la tratta malissimo solo perché vorrebbe scendere a pianoterra: il cervello è oramai occupato da un nucleo sovversivo di neuroni apatici. Giungiamo al decimo piano disfatti, ma la gioia è davvero grande. Il tramonto è alle porte, noi vaghiamo in mezzo agli ultimi duecento metri di erba verticale e arriviamo in cima al Sasso con le ultime luci. Il ritorno con le frontali non è niente più che un solito ritorno; la differenza, oggi, è stato il viaggio!
Data: 18 ottobre 2009

Sole Incantatore all’Aguglia di Goloritzé
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Sole Incantatore all’Aguglia di Goloritzé
E così, pare non si possa andare in sardegna a scalare e non passare per di qua… la mitica Aguglia! Inutile spendere parole per un obelisco così ben noto e fotografato… decisamente unico. Mentre i tre dell’ave maria (micky, ricky e lore) si imbelinano sulla sinfonia dei mulini a vento (la via normale più difficile d’italia, pare!), io e emi ci dedichiamo a questa sole incantatore, bella via che conterà qualche milione di ripetizioni. Dopo aver trovato lungo nei primi 10 metri della via, 5b (?!?!) in comune con sinfonia (e micky su di lì correva?!), il resto sembra quasi in discesa! Giunti alla placca di 6b+/c, un ciccinin untina, la discesa diventa verticale e ga insiste con il consueto, singolo e solitario resting ormai parte degli usi&costumi sui tiri chiave. Che due maroni! Poi tocca a emi concludere sull’inscalabile bombè di 6c dell’ultimo tiro (… sembra di tenere il bordo di un bidet!), e in cima a questo splendido monolite, ci godiamo un’oretta di svacco (… svacco… limitatamente alle dimensioni della sommità, ecco!) al sole caldo di una giornata alla fine della quale, al ritorno della macchina alle sette di sera, i gradi erano 18! Così, mentre emi scende giù in doppia e si alza un vento forte e caldo, ga attende i tre ciucchi della sinfonia e quando arrivano, è il momento di stappare la bottiglia di ichnusa in cima all’aguglia, per festeggiare degnamente un altro viaggio e… l’ultima via di questo 2009 davvero intenso e da ricordare!
Data: 30 dicembre 2009

Direttissima Giordani alla Cima alle Coste
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Direttissima Giordani alla Cima alle Coste
Prima inseriamo la presentazione imperdibile di uno dei compagni, Ettore.
Un uomo, uno stile di vita. Alla prima via lunga della sua vita, primo bivacco (imprevisto); in compenso, la via era tra le più impegnative delle orobie! Nonostante ciò, insiste nel credere che l’alpinismo sia una bella roba, e insiste imperterrito. Lo incontriamo su una parete meglio nota come “parete sud della marmolada”, e ne abbiamo subito una pessima impressione. Ce lo ritroviamo il giorno dopo il bivacco (… n’altro?!) sull’uscita messner, capiamo che ormai è destino, e in fondo lo troviamo quasi simpatico. Quasi ci porta in salvo, due giorni dopo, sulla cassin in lavaredo. Non compie il suo progetto di arrivare in vetta prima di scendere, perché arriviamo alla cengia che la gente normale è già davanti alla tv a guardare il carosello, e quando i bambini vengono messi a nanna l’unica cosa di normale che c’è tra di noi è la via di discesa. Girovaghiamo nel gran casino della discesa dalla sud alle luci delle frontali. Il tempo di riprendersi dallo shock, qualche mese, e ci presenta le sue orobie passando direttamente dalla “Regina”, ed è una gran bella giornata e una gran bella avventura. Sulla via tira persino più chiodi di lorenzo, e ciò lo mette in cattiva luce con il team GAP… la paura di aver rivali nel tirar chiodi fa paura. Fortuna che lore è ben conscio delle sue potenzialità. Ci si rivede ancora una volta sul medale, e per l’occasione, seppure in una splendente domenica di dicembre, nessuno si presenta in tutta la parete. Il perché, ad oggi, risulta essere ancora ignoto. Nel frattempo va formandosi il suo stile: vie sperdute e idee dimenticate. Allora qualcuno ancora c’è, che ha voglia di vivere l’avventura fino in fondo: grande!

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Belin! Alla faccia del trovar lungo. La scelta della via di oggi è di lore, ma a fare le spese di questa insana idea non sono solo; ci raggiungono il christian e l’ettore, direttamente da Berghèm de hota al Bar delle Placche. La placconata di Cima alle Coste è bellissima, e in mezzo alle decine di vie moderne di difficoltà abbordabili e chiodatura plaisir… la nostra è l’unica che non presenta queste caratteristiche, passando in centro parete e con chiodatura tradizionale, che persino rabanser definisce “arrampicata impegnativa, in parte difficilmente proteggibile, consigliabile perciò ad arrampicatori ben preparati”. Alla macchina leggiamo questa frase, e lo sguardo tra di noi è di quelli che non hanno bisogno di parole. Nemmeno il sorrisino ironico del christian, che dall’alto della sua esperienza, sa già cosa ci aspetta. Dopo numerose contrattazioni sulla linea giusta da seguire, parte il christian che dopo un po’ di metri comincia a tirar giù moduli CID già compilati in loco delle usuali imprecazioni. E questo tiro è dato V+/VI-… Secondo tiro, prima protezione (un pressione, mica chissà che!) a dieci metri e passo difficile prima di moschettonare; lore rimpiange quei 7 cm di altezza in più che qui farebbero tanto comodo… qualche metro, traverso a sx, di nuovo dritti, e passo impegnativo di dita con il chiodo (buono… ?) 4 metri più in basso… ettore passa dopo aver studiato un bel po’, lore è iscritto al cepu e al posto che seguire la via facile, si sposta mezzo metro a sinistra e rende tutto ancora più complicato. Non vola, ma forse vorrebbe farlo per togliersi d’impaccio e abbandonarsi al suo destino. Poco sopra su due pressione inventa la libera, passa ma quando ha in mano la presa d’uscita, un cecchino gli spara. Sul terzo tiro, ettore apprende l’uso del cliff su un passo precario; VII o A3 secondo filippi e rabanser, VII+ e basta secondo ga che in giornata di grande spolvero ha ragione dell’ostico passo nonostante il blocco tenuto per uscire decida al solo contatto di posizionarsi una cinquantina di metri più in basso. “Vabbè, dai, il più è fatto!“… disse qualcuno. E invece, la salita inizia ora! Buttiamo praticamente via la relazione, tanto fessure e diedri segnati non esistono, la “fessura difficile” è in realtà un pilastrino, la “lama instabile” forse proprio per la sua instabilità non si presenta in loco; l’unica cosa che coincide sono le difficoltà, VI un po’ ovunque, placche difficili da proteggere e corrispondenti run-out da paura… decisamente vietato volare! Se ne accorgono prima ettore poi lore, quando su un tiro di 30 metri, passano un chiodo e poi arrivano dritti dritti in sosta con sette-otto neuroni appesi al caschetto. Con la corda dall’alto non si capisce bene, così Ga ci tiene a vedere anche lui quindici metri di lasco prima di riuscire a piazzare un friend, e la via lo accontenta già al tiro successivo. Christian nel frattempo è passato allo stato solido grazie al freddo… partiti con un caldo becero, alle due senza giacca, diciamo così, “faceva freschino”. Via grandiosa e dal tracciato coraggioso ed elegante, nel cuore dell’enorme placconata con soli 9 chiodi a pressione. Impressionante e difficile, passi impegnativi anche parecchio distanti dalle protezioni, ingaggio notevole, mentalmente un vero viaggio… insomma una grande soddisfazione, e con una compagnia da 5 stelle!
Data: 20 marzo 2010

Cavallo Pazzo al Sasso Cavallo
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Cavallo Pazzo al Sasso Cavallo
Niente da dire: un capolavoro! Dura, veramente dura, ma stupenda. Pensare a una linea così, senza spit, fa davvero impressione: grandiosa! Un tiro più bello dell’altro, e tanto, tanto VII+ (… per gli ottimisti: per tutti gli altri, se qualcuno è in grado di dimostrare che L5 è 6b+ io appendo le scarpette al chiodo!). Attacchiamo la via alle 8, ne usciremo una decina d’ore dopo. Devastati. Felici. Soddisfatti! … ma andiamo con ordine. Preliminari del primo campionato italiano “del trovar lungo”; alla partenza si presentano Ga, Lore, Ettore e un altro simpatico Lorenzo, rappresentante del team “Sempre Carichi!“. Il sorteggio vuole che il team GAP affronti Cavallo Pazzo, e agli altri due viene assegnata la Oppio-Dell’Era. Prime polemiche scoppiano già all’attacco, ma l’arbitro decide di non intervenire nella disputa e aspetta che gli animi si plachino. Attacca Ga, su per un bel rumego di VI- che dà la sveglia. Ettore segue a ruota e si porta a sinistra alla sosta della Oppio passando un rinvio sulla nostra sosta; chiesto l’intervento del direttore di gara, il quale però provvede solo a un richiamo verbale nei confronti del bergamasco. Da lì in poi, la sfida proseguirà a distanza. Lore si prende un assaggio di impegno della via già al secondo tiro: passa bene sul duro, poi, convinto che non ci sia speranza, tenta di proseguire dritto invece che usare la comoda lama sei-sette centimetri a destra: un resting e tante parolacce. Ga tenta invece il gran numero: neanche il tempo di passare il primo chiodo del terzo tiro, che già si ritrova di nuovo in sosta. Ma è solo una falsa partenza, venti minuti dopo è già a far sicura a lore, che si trova a suo agio sul muretto di VII, ma quando si ritrova sul VII- non sa da che parte girarsi. Niente in confronto a quel che combina ga in L5: un tiro da fantascienza. Darlo VII+ è completa mancanza di buonsenso: già andar via dalla sosta è di più, e poi vengono 30 metri da brivido, di un’intensità incredibile: ga non tira chiodi, ma in quanto a resting non lesina… e già così arriva in sosta con i neuroni avvinghiati ai cordini, complice anche un discreto runout per sbarcare in sosta, che gli consegnerà tra l’altro il premio della critica. Lore arriva in sosta allucinato e gridando allo scandalo, più per distrarsi da ciò che lo aspetta che altro… uno “spigolo a placche” (?!) con un “singolo iniziale difficile, poi più facile”. Lore si ritrova con la descrizione sino alla prima parte, poi la successione di “singoli difficili” diventa eterna, in compenso, a tre metri dalla sosta, si ritrova con quel “poi più facile”. Nei 27 metri precedenti, rimane il dubbio del significato del termine “singolo”. Finalmente un po’ di relax per ga, quinto grado e si raggiungono i due bergamaschi sulla cengia: anche loro si stanno divertendo, pare! Poche decine di metri su roccia splendida per lore, ed eccoci sotto il tiro chiave: chi dice VII+, chi VIII e VII+/A1 obbligatorio, ma insomma, ga adotta la teoria di uno forte (“andavamo a scalare non per fare grado, ma per fare stile”) e lasciando perdere grado massimo e obbligatorio, si dedica allo stile, passa in libera e si toglie il pensiero! (… e una piccola soddisfazione!) D’altronde, la parete ha cambiato verso: prima muri tecnici ma anche strapiombanti, qui invece prevale la tecnica, e il team GAP torna finalmente a sorridere. Cosa che farà anche nei tiri successivi, che vanno via veloci e la cima si avvicina a grandi passi! Tocca a ga raggiungerla per primo alzando le braccia al cielo. L’abbraccio con lore in cima è di quelli da grandi prestazioni! Poco dopo arriva anche ettore, e infine anche lorenzo: tutti insieme sul Sasso Cavallo a festeggiare la bellissima giornata!
Data: 22 maggio 2010

Via Franz alle Meisules dlas Biesces
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Via Franz alle Meisules dlas Biesces
A metà tra un diedrone al croz dell’altissimo e, il giorno seguente, la mitica cassin alla trieste, si decide di comune (… ) accordo nel team gap per qualcosa di abbastanza facile. Obiettivo raggiungere il parcheggio per la trieste alle 7 di sera, così da preparare il materiale con comodo e poi partire per andare a bivaccare sotto la parete. Bel programmino. Ore 18.20: ga con gli ultimi metri di III grado (cioè, i primi di terzo, ma gli ultimi della via… ) mette piede sulla sommità prativa di sto luogo dal nome impronunciabile. L’unico tiro di sta via in cui, forse, non scappano parolacce… anzi no, in effetti ga forse qualcosa si lascia scappare quando vede la “comoda e veloce discesa” totalmente innevata e tendente al ripido. Dire che la scelta del giorno prima, dopo qualche ora di trasferimento in macchina e una pizza in val di fassa, era rimasta tra una via in moiazza di 450 m D/D+ (un tiro di V, UNO, e tutto il resto III-IV… lore non ci voleva credere!) e questa. Poi si sa, la birra entra veloce in circolo, la stanchezza fa perdere lucidità, il buon rabanser la dà per 4-5 ore, i gradi non sembrano impossibili… e allora lore si lancia in un (davvero poco saggio e imprudente) “vabbè, dai, quella è più lunga ma più facile, questa sembra carina, più corta e non troppo dura… dai, scegli te, a me vanno bene entrambe!”. E il disastro anche stavolta è servito. Il primo tiro è per lore, un V+ di stampo falesistico e che dà una bella sveglia: 15 metri e già si soffia. Poi parte ga, VII- di rabanser: eh… ma tira fuori gli artigli, e giunge in sosta sfinito ma soddisfatto della libera, e contento del seguito: “dai, che il tiro chiave è passato via bene! Ora si va su un po’ più tranquilli!”. Povero cretino! Ancora non ha capito il senso di questa via; prova a spiegarglielo lore sul quinto tiro, una follia di VI-. E certo che come sestomeno… una cosa che non mi spiego (aldilà del mio parere oggettivo, pur scalando da secondo: VI+ tranquillamente, forse VII- e protezioni “obbligatorie”, diciamo così!) è quel “-”. Perché?! Per quale assurdo motivo? La domanda mi si ripresenterà più volte e ancora adesso, a distanza di giorni, non capisco. Cos’ha che non va, per meritarsi un meno?! Comunque per sicurezza lore sbaglia anche un po’ via traversando un po’ troppo presto, e difatti ga parte baldanzoso per il tiro dopo, dato IV, e si invola su un diedrino che di quarto, non ha neanche l’aspetto… il tempo di convertirsi in “modalità sestopiù”, e riesce a trovare la vera sosta e il vero quarto grado. Lore nel frattempo si è mezzo ripreso dal tiro prima, meno male: si riparte per il secondo viaggio! 40 metri “selvaggi”, pochi chiodi, poco da aggiungere e… palla lunga e pedalare, e sul quinto (?!) i metri dal chiodo aumentano, aumentano… fino alla sosta. Lore chiama il cambio, visibilmente sfibrato, e ogni sosta, ormai, il pensiero è ricorrente: “domani, all’ipercoop a fare la spesa, altro che torre trieste!!”. Due tiri più facili ed evidenti, e siamo sotto al secondo VII-, che tocca a ga e, ironia della sorte, si risolve in due metri di sboulderata su uno strapiombo senza piedi, e poi diventa quinto. Insomma che, una volta tanto, ga salvando l’onore passa bene sul duro e si evita i tiri più rognosi… oggi, premio “best player of the game”, decisamente assegnato a lore: prestazione eccellente! Pur di conquistare tal titolo, come guida con cliente, traghetta ga alla salvezza dopo una discesa vagamente snervante, facendo le peste nel traverso nevoso expo, e gradinando tutto il canale di discesa. Grande lore!
Data: 4 giugno 2010

Diedro Rosso al Corno Stella
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Diedro Rosso al Corno Stella
… ed ancora un’altra perla da aggiungere a quest’anno probabilmente irripetibile! Questa volta siamo “a casa”, queste sono le “nostre“ montagne, questi sono i luoghi che abbiamo conosciuto da bambini passeggiandoci con i genitori. E’ strano tornare qui, ogni volta, dopo aver girato il mondo. Sei sempre in montagna, sei in questo luogo selvaggio e un po’ dimenticato, eppure, quando sei nelle “tue” alpi, ti senti un po’ a casa. La prima volta che sono stato in marittime, mi aveva portato mio papà, andando al rifugio Remondino… ricordo di aver patito tantissimo quella volta, quanta strada a piedi, che salita ripida! E lore, invece, la prima volta… probabilmente la volta in cui con suo papà, da secondo, aveva salito sul versante sud-ovest, la mitica De Cessole. Il tempo passa, ed essere qui sotto il Corno Stella, “la” montagna delle nostre alpi, dal suo misterioso e poco frequentato versante nord-est, evoca pensieri e ti porta inevitabilmente a pensare al passato, a chi eri e come sono cambiate le cose, i tempi, le persone. Girare i monti sparsi per il mondo è voglia di esplorare, di conoscere, di vedere posti nuovi, di allargare i propri orizzonti… ma è bello ogni tanto tornare “a casa” per confrontarti con quello che eri, e per lasciarti cullare dal silenzio dei ricordi. Carino, romantico, ma… proprio il Diedro Rosso bisognava venire a fare?! … alle quattro del mattino, la sveglia è inclemente, e alzarsi dal letto caldo è un oltraggio al buon senso, ma il team GAP è oramai abituato. Infatti, prima delle 4.40 nessuno è in piedi; è lore a suonare la carica, si riparte per l’ennesimo sbattone dell’anno! Dopo più di mezzora, la porta del bivacco, cigolando, si apre: l’avventura ha inizio! Lo zaino pesa una cosa inspiegabile: peccato non avere una bilancia! Nonostante ciò, la prima mezzora passa veloce. E’ il momento di mettere i ramponi, e appena il canale si raddrizza e si porta sui 40 gradi, ga capisce la differenza tra un paio di scarpe da ginnastica e quelle a suola semi-rigida di lore; e sarà battaglia! L’attacco è talmente facile da individuare, che persino il team GAP non può sbagliare. Nel frattempo il sole comincia a scaldare la vetta del corno… ma i nostri due oggi sono in vena di correre, e quando è ormai pronto a illuminare totalmente il diedro, lore porta ga alla partenza di questo enorme strapiombo. Cominciano le danze! … ma prima di partire, lo zaino perde peso: n° 2 camalot 4, e n°2 camalot 5 fanno il loro ingresso in campo! Ga parte spavaldo, poi tira giù le orecchie: se questo è V+, oggi sarà un disastro! Dopo pochi metri, ga è incastrato con il casco tra le due pareti, e fa la sua bella fatica per riuscire a compiere quei pochi movimenti per tirar fuori un 5 e incastrarlo. Poco dopo incontra la prima protezione-capolavoro dei mitici Ughetto e Ruggeri, nel 1962 con questa invenzione erano riusciti a tracciare una via diretta alla vetta per la parete nord. Tiro sopra, tocca a lore sfruttare il 4 e il 5: si lotta, si sbuffa, ma tutto sommato si scala! Ancora ga per il tiro dopo: questo sono grane! … e qui si vede cos’hanno combinato quei due nel ’62… cunei regolabili sino a 30 cm, roba che nemmeno il camalot 6 potrebbe servire! I cunei son sempre quelli da quasi 50 anni, che siano affidabili o meno chi lo sa… e soprattutto… chi ha il coraggio di volarci?! d’altronde, comunque, ciò che rende grandiosa questa salita è che… se vuoi salire il diedro rosso, a quelli ti devi affidare, non c’è nessun altro modo di salire! … e se quei due pazzi non avessero inventato questo ingegnoso sistema, probabilmente (viste le difficoltà) nessuno sarebbe mai salito su di qui! Insomma, tra un cuneo, un’imprecazione, un altro cuneo, un lancio di cordino su spuntone e la successiva staffata, ga supera sto diedro strapiombante in due versi (!) e arriva in sosta. Sul tiro dopo lore prova l’ebrezza di un tallonaggio su cuneo per uscire da un tratto di VI+ obbligatorio e fastidioso e riuscire a passare una protezione, termine che forse, in questo caso, andrebbe virgolettato. Poi ancora in libera fino alla sosta, meravigliosamente incastrata in posizione tale da non poter girare la testa. Mah! Con lo zainone, intanto, il VI+ diventa VIII-, e ga, al suo turno con lo zaino, ha di che ridire sulla gita nel suo complesso. Quando finalmente se ne libera, comincia a giochicchiare con i cunei: 8 per la precisione, per passare questo enorme tetto strapiombante dove il grande Patrick era passato in libera (7a+…). Ga ci pensa un po’, e non capisce né come abbia fatto lui a salirlo in libera, né come abbiano fatti quegli altri cinquant’anni fa, ma ravanando mica poco, alla fine giunge in sosta, e, ripensandoci, forse si è un po’ divertito! Un ultimo tiro per un diedro un po’ meno strapiombante porta lore al sole della cima, a 30 metri dalla croce di vetta. E’ fatta, è presto, c’è tutto il tempo per scendere dall’altro versante prima del buio… non è il caso di correre. E’ tempo di ripensare alla via, e godersi il (meritato) momento nel caldo sole della cima… un’altra grande avventura è finita nel libro dei ricordi!
Data: 12 settembre 2010

Via dei Finanzieri alla Quarta Pala di San Lucano
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Via dei Finanzieri alla Quarta Pala di San Lucano
L’avversione di ga per i giochini “old-style”, tipo palla prigioniera, bim-bum-bam, la pagliuzza e quant’altro inizia a venir fuori. Al momento di affrontare il famigerato “tiro-thriller” (… e questo lo è davvero: altro che il tiro affrontato tre settimane dopo, al confronto quello è una pacchia!!!), si decide di giocarsela al gioco delle tre pagliuzze. Però, ga non ricorda bene le regole, così, DOPO aver estratto ognuno la sua pagliuzza, gli dicono che vince (cioè parte) quello con la pagliuzza “media”. Che sarebbe niente. Se non che ga, colto alla sprovvista, ci crede! … e dopo 3 minuti si ritrova su muri di erba dritti. Si ricorda che la regola dice ben altro, ma se lo ricorda ormai avvinghiato a due ciuffi d’erba strapiombanti, ed ormai è tardi per recriminare. Maledizione! Che ravanata! … ma, non avendone a basta, decidiamo di fare altri 5-6 tiri sullo zoccolo… certo, l’intuito non ci manca. Troviamo subito modo di salire per muretti rocciosi niente male, ignorando totalmente che, non più di 100 metri a destra, si sale per un costone alberato di una facilità quasi disarmante. Meno male che stavolta abbiamo con noi come “superospite” della puntata il mitico sav, che in dolomiti ha fatto l’infinito mondo, e vuoi dire che, alla prima volta in san lucano, si trovi disorientato?! Infatti al posto che traversare (lungamente) a destra, traversiamo (un po’ meno lungamente) a destra, e poi dritto su per rumeghi e rocce. Insomma che all’attacco della finanzieri, abbiamo già fatto una via… e perso 7 ore e mezza! “E’ tutto allenamento!”, si dice in questi casi. Chissà come mai non c’è una volta che non ci si allena… ?! Alla buon’ora delle 3 attacchiamo la via, in 3 tiri e 160 metri si mette UNA protezione (ottimo cordino su pianticella di 2 cm di diametro). Per fortuna tocca al bergamasco di turno ricominciare a metter su roba, e anzi, arrivato al tiro di A2, vorrebbe che ce ne fosse di più da mettere, ma alla fine si accontenta e lascia un po’ di emozioni anche agli altri due, facendosi rimanere in mano il chiodo che protegge il traverso. Sguardi inorriditi dei soci. Nel frattempo cala il sipario su questa giornata, e l’agognata “nicchia” di cui parla la relazione si rivela essere una cengetta profonda 30 cm e larga un metro o giù di lì. Sarà un’altra (l’ennesima!) notte d’inferno, per la felicità di sav che, normalmente, i bivacchi fa di tutto per evitarli. Ga ed ettore, ormai al terzo (improponibile) bivacco dell’anno, sono assuefatti, cominciano a non capire perché di solito si dorma su un materasso. Il giorno dopo è una normale salita lucanica, si continua a salire, ma non si raggiunge mai la meta. Si arriva alla famigerata placca di VI/A2, bella, sembra di essere in marmolada! … e dura, sembra di essere… in marmolada! e poi è una lunga corsa sotto il sole ormai fin troppo caldo, passando per una piccola variante che regala però grandi emozioni (… ), fino all’ultimo, infinito traverso a sinistra per uscire al colletto del Pizet… giuntici (… ?), la soddisfazione è grande, per una via bellissima in grande compagnia… un grazie soprattutto a saverio per averci accompagnato in quest’avventura, ed anche… per averci “salvato” in discesa, quando, persa la traccia in mezzo alla neve alta, si è inventato un mega traverso ritrovando il sentiero… io ed ettore saremmo finiti, penso, a cencenighe… e il giorno dopo, mi sa!
Data: 2-3 aprile 2011

(continua)

ga e lore
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