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Barili on the rock

Quattro racconti che sono quattro sfide con un solo uomo protagonista. Siamo nel campo dell’alpinismo, dell’arrampicata, ma le atmosfere più rarefatte non sono quelle delle più alte montagne, sono quelle dei limiti umani nel lungo viaggio della ricerca di se stessi. Nell’ultimo dei quattro racconti il percorso da fisico diventa completamente fantastico, con la scoperta di creature ancestrali addormentate nel cuore della roccia che diventano orribili realtà, come mostri che s’intravvedono insiti nel nostro stesso profondo.

Per ammissione dell’autore Roberto Zannini, ispiratore di questo libro è l’americano Howard Phillips Lovercraft (1890-1937), praticamente il padre di vari generi letterari come l’horror, il weird e il pulp, a sua volta influenzato da scrittori come Edgar Allan Poe.

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Più precisamente, a ispirare Roberto Zannini, è stata la lettura di Le montagne della follia (At the Mountains of Madness), romanzo che Lovercraft scrisse nel 1931, quando già era famoso per i suoi racconti brevi del Ciclo di Cthulhu.

Le montagne della follia, più fantascienza che horror, racconta come una spedizione nell’Antartico si trasformi in una sequela di inquietanti ed enormi scoperte, dove si fa riferimento ad ere precedenti allo sviluppo dell’umanità sulla Terra, a culti innominabili e segreti, a razze aliene e incomprensibili e ai loro dei, i Grandi Antichi.

Nel tentativo di Lovercraft di scrivere questo catastrofico romanzo d’avventura, a me non sembra che ci sia uno sviluppo dei personaggi e, al tempo stesso, mi pare che l’unica cosa cui l’autore sembra veramente interessato è narrare il mito dei Grandi Antichi. Barili on the rock invece arriva a questo solo nell’ultimo racconto, alla fine stupendoci, perché il lettore non immagina che dopo tre racconti dedicati al mondo dell’attuale ma anche futuristica competizione in montagna possa seguire un horror come il quarto, Il lavoro di una vita. Anche se forse potevamo aspettarcelo già dopo la lettura del primo racconto, dove, proprio come Virgilio fu guida a Dante nel primo dei suoi viaggi, quello all’Inferno, un’attraente sagoma nera femminile porta il protagonista Vico a scalare un’inconcepibile Pilastro della Tofana in pieno inverno, da solo e di notte.

Contrariamente al romanzo ispirante di Lovercraft, in Barili on the rock la resilienza del lettore e dei personaggi non è mai spinta al limite della sopportazione. Non ci sono troppi dettagli, c’è molta azione con vere emozioni di fondo. La prosa è asciutta, con pochi aggettivi. A volte si scorge con terrore un linguaggio nero e indecifrabile che Zannini ci fa supporre esistesse già prima della parola; un linguaggio che lascia tracce fetide ovunque, nelle grotte, dietro a rocce cadute, in fondo agli abissi di ghiaccio.
Piuttosto che riportare un brano del libro, abbiamo preferito pubblicare qui la brillante prefazione, fatta nientemeno che da Heinz Mariacher, e la postfazione dello stesso autore.

Prefazione
di Heinz Mariacher

Ho conosciuto Roberto Zannini nel 1978, nei pressi della Casa Cantoniera sotto il Piz Ciavazes, faceva parte del gruppo di arrampicatori mestrini amici della Luisa. Me lo ricordo un tipo tranquillo, non era un fanatico delle vie dure (come noi), uno che apprezzava il fattore socializzante dell’arrampicata, le serate in compagnia degli amici allietate da qualche buona bottiglia. Ci eravamo poi persi di vista, sapevo che faceva disgaggi e che aveva inventato Roboclimber, un robot arrampicatore da utilizzare nei lavori più pericolosi in parete. lo, per questo robot, avevo naturalmente subito pensato ad applicazioni molto più utili, come ripulire e chiodare nuove vie d’arrampicata, stando comodamente seduto all’attacco e manovrando leve e bottoni.

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Non immaginavo però che alla creatività in campo “meccanico” di Roberto si aggiungesse uno stupefacente talento letterario. D’altronde nel suo rifugio fuori dal mondo, nascosto all’interno del Forte di Primolano, dove coltiva lamponi a tempo perso, le serate solitarie sono un invito a sedersi davanti al computer e far viaggiare la fantasia, bisogna riconoscere che questo gli è ben riuscito. Luisa si è subito impadronita del suo manoscritto, felicissima che i caratteri fossero abbastanza grandi da poter leggere senza occhiali (cosa di cui si vergogna molto, riesce ancora a fare una trazione su un braccio ma decifrare le tabelle delle calorie è diventata un’impresa impossibile). Per fortuna era brutto tempo, lei è salita sulla cyclette con le bozze in mano e dopo un paio di tappe da Tour de France ha raggiunto la parola FINE. Adesso era arrivato il mio turno. Appena letto il titolo, Barili on the rock, avevo subito pensato alle botti e al buon vino, che dopo tanti anni passati in Italia ho imparato ad apprezzare anche troppo. Invece la Luisa mi ha detto subito che i “barili” sono tutt’altra cosa, molto meno tranquilla, da scoprire nell’ultimo racconto, ma non poteva assolutamente spiegarmelo così e rovinarmi la sorpresa, dovevo proprio leggerlo tutto io. A dire il vero non posso dirmi un gran lettore, sono ormai lontani i tempi di Hermann Hesse e Siddharta e anche la filosofia più recente dì Carlos Castaneda è ormai passata di moda come Separate Reality. Il tempo per sedermi tranquillamente sul divano a leggere è diventato sempre più difficile da trovare. Non sono neanche riuscito a finire Il Codice Da Vinci, nemmeno La Morte sospesa e George Livanos ce l’hanno fatta. Ci sarebbe sempre quell’oretta sacra passata la mattina sul gabinetto, ma purtroppo e tassativamente dedicata a rispondere alle e-mail e anche così sono sempre in ritardo. I mesi sono trascorsi e finalmente si è realizzata la congiunzione favorevole. Con un forte temporale è saltata la corrente, treadmill e cyclette inutilizzabili, il laptop con la batteria scarica, luce non sufficiente per dipingere, insomma non avevo più scuse e ho iniziato la lettura. ‘Ehi, ma qui si parla di gare d’arrampicata!”. Un argomento che la Luisa trova appassionante, si tiene sempre aggiornata, mi consuma tutte le ore di connessione della chiavetta per seguire il Live Streaming delle Coppe del Mondo, ma a me proprio non dice (più) niente! Luisa insiste ‘Va’ avanti, vedrai… ” e pian piano mi son fatto prendere dal filo della narrazione. Nei primi tre racconti siamo in bilico tra il genere fantasy e l’ambientazione in un futuro prossimo possibile se non probabile, il mondo delle competizioni è rappresentato realisticamente, lo scenario dolomitico viene raffigurato con cognizione di causa, con descrizioni accurate dei luoghi e delle vie, alcuni riferimenti a persone e fatti NON sono puramente casuali, con personaggi realmente esistenti e situazioni verificatesi in passato. Anche le tecnologie “futuristiche” messe in atto in realtà sono già in essere e necessitano solo di venir sviluppate e applicate a larga scala, basta solo pensare al Roboclimber.

Il tutto viene naturalmente condito da elementi di fiction (horror puro nella quarta storia), che rendono la lettura avvincente anche per chi è poco esperto di montagna.

Bene espressi anche i dubbi esistenziali e le considerazioni filosofico-etiche del protagonista Vico, sulle logiche conseguenze di un dubbio sviluppo dell’arrampicata avviatosi parecchi anni fa.

Nei dialoghi tra Vico e l’amico-rivale viene a galla una punta di rammarico per i vecchi tempi, “climbers che adesso non riesco a sopportare… con la testa piena solo di discorsi di gradi e passaggi… una generale voglia di non fare un cazzo che non sia arrampicare. ..” e ancora “… non ci mancano solo le possibilità del vecchio grande alpinismo… ci mancano la pulsione dei grandi, la loro voglia dì fare… “. Parole d’oro per i vecchi nostalgici come me. Ma non preoccupatevi, il libro non è adatto solo a una serata in rifugio, si fa leggere con piacere anche durante le ore di attesa nella zona d’isolamento delle gare. Speriamo solo di non trovare le classifiche di Dolomitica nelle News di Planetmountain l’anno prossimo.

Howard Phillips Lovercraft
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Perché Barili on the rock
di Roberto Zannini

Adesso che avete finito il libro vi domanderete, forse più di prima, il perché di questo strano titolo. Barili on the rock. Per capire davvero la faccenda bisogna tornare al 1985.

Ero appena rientrato dall’ennesimo viaggio in Messico ed una telefonata di Giovanni Groaz mi aveva fatto subito ripartire per la Calabria. Scilla, nome che già da solo evoca mostri mitologia. Bisognava sistemare una frana insidiosa sopra alla ferrovia, grossi massi rotondi affogati in un pendio di fango. Già qualche masso era rotolato fino alla linea con tutti gli inconvenienti immaginabili. Pioveva e faceva quel freddo umido che solo l’inverno al Sud ci riesce a dare. Dormivamo in una pensione senza riscaldamento e alla sera si mangiava in camera, pane e olive il più delle volte, in ogni caso dieta da pastore. Non c’era televisione, cinema e nemmeno il miraggio di un rapido ritorno a casa. Non c’era neanche granché da leggere. I libri di filosofia di Giovanni e una copia di Montagne della follia di Howard Phillips Lovecraft che avevo preso con me all’ultimo momento. Fu questo libro, un’edizione Sugar tascabile, l’unico sostenitore delle nostre serate. Se ne cibò Gianni Menestrina e poi lo stesso Giovanni (abbandonando Platone e quant’altro), lo lesse a pezzi anche Almo Giambisi credo e poi venne divorato da Lorenzo Massarotto e anche da Cristoforo mi sembra, il fratello di Giovanni.

Insomma tutta la squadra venne introdotta ai misteri della visione lovecraftiana. In quei giorni non si faceva altro che parlare di “barili”, di steatiti a cinque punte, di Antiche Cose. Al quadro conosciuto della Calabria invernale, del cantiere, della pensione si era sovrapposta l’immagine mentale di un’Antartide preumana popolata da esseri venuti dallo spazio.

Roberto Zannini
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Come spesso succede una volta finito il cantiere ci eravamo persi di vista. Solo con Giovanni ero rimasto in contatto. Nel corso degli anni abbiamo sviluppato un nostro codice di comunicazione in cui il Barile (maiuscolo) ha di sicuro una parte dominante. Questo che a prima vista può sembrare solo un semplice recipiente è diventato molto di più e dire diventato risulta improprio perché il Barile lo era già (molto di più) prima della nostra scoperta. A supporto posso citare Il barile di Amontillado di Edgar Allan Poe, le già decantate forme a barile delle Antiche Cose, per non parlare del fin troppo conosciuto barile di petrolio e al suo prezzo, incubo che emerge ogni giorno nelle nostre case.

Barili sono sparsi un po’ in tutta la letteratura. Il barile delle mele ne L’isola del tesoro di Robert Louis Stevenson. Il gavitello, un piccolo barile impeciato, cui sì sostituì la bara di Queequeg nel Moby Dick di Herman Melville. Si potrebbe continuare per un pezzo.

Quando poi mi sono messo a scrivere questi racconti li ho spediti alla mia stretta cerchia di amici per una lettura critica. E’ stato Giovanni Groaz, dopo averli letti, che ha suggerito il titolo. Barili on the rock. Il connubio tra mistero e roccia. Perché è questo che il Barile rappresenta. Una forma consueta e conosciuta che può celare al suo interno il mistero stesso, l’essere più abominevole, il liquido più mortale. Se non ci credete provate a immaginarvi sul fondo marino dentro alla carcassa di una nave affondata mentre recuperate un barile rugginoso da cui esce un filo di fluido che oscura l’acqua intorno a voi. Cosa sarà? Pesticida? Il liquido di raffreddamento di un reattore nucleare? Acido o marmellata di prugne? Non penso che ci siano dubbi in proposito.

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L’equilibrio del gigante

L’equilibrio del gigante

Una montagna che sa poco di alpinismo, quella di chi c’è nato ai piedi, quella che non sa di gradi e spaventa ancora tanto, almeno quanto affascina.
Una montagna che è vita di tutti i giorni, perché la si abita ma, meglio ancora, perché è lei ad abitare noi.
Una montagna giusta e ingiusta, che permette di innamorarsi in una notte di bufera e che fa da trama in un tessuto comune di vita e di amicizie, tutte ugualmente legate al suo severo equilibrio.

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L’equilibrio del gigante, di Luca Frisoni, è grosso modo il racconto di quattro giovani, due uomini e due donne, con il contorno di alcuni personaggi minori ma del tutto essenziali, come il cane Arturo, il gatto Semola, il custode di rifugio Roby, l’ostessa Gina e qualche altro. Perfino l’ansimante utilitaria Geppa.

Anche se raccontato in terza persona, si comprende fin da subito che il protagonista è Sergio, un uomo di cui non si sa l’età e non si conosce il lavoro: un uomo di cui si scoprono solo i sentimenti, giorno per giorno, gioia dopo gioia, dolore dopo dolore, ira dopo ira. Un uomo che tratta le emozioni sue non diversamente da come tratta quelle altrui.

Centrato così sulle emozioni, il viaggio del lettore si svolge solo apparentemente un po’ in paese, un po’ in montagna nei pressi del Monviso, un po’ nella baita della Partia d’Amount, un po’ al rifugio Jervis: tempo e spazio sono così secondi ai sentimenti da essere presenti solo di nome, mentre di fatto scompaiono in un unico racconto che, anche formalmente, li ignora. Sergio, Renato, Lena e Caterina si muovono nel grande teatro del cuore, che qui solo per caso ha la forma della montagna e che di certo non ha coordinate spaziali né temporali. Anche quando sono citati i nomi reali, di luoghi e di persone (per esempio Gian Carlo Grassi).

Volutamente violentata anche la sequenza degli avvenimenti, come se all’autore non interessasse la cesura tra passato e presente: perché “il tempo dicono, ma quel tempo non serve per dimenticare, solo a dilatare l’assenza rendendola insopportabile”. Fino a ritrovarsi a sperare spesso che non ci sia un futuro perché si sente che ciò che si è sofferto o gioito è talmente grande da non far apparire accettabile una qualunque continuazione.

I continui flash di vita emotiva, divertenti o tragici non importa, nascono da una ridda di situazioni, si travestono da dialoghi e da fatti: diventano poesia nel momento in cui il linguaggio della prosa non basta più. In ogni pagina si cela, e dopo un po’ il lettore l’attende come la sorpresa che si sa esserci, almeno un accostamento di parole insolito, un accoppiarsi poetico dei significati letterali, che diventano fuochi d’artificio se trascritti in rapida serie. Dove anche le parole dialettali hanno dignità di poesia a se stante, perché la ripetizione dei gesti solitari o di coppia o di gruppo si nutre della grande capacità di raccontare se stessi fino in fondo, in quella ricerca infinita che può essere alimentata solo da una sensibilità estrema e dalla coscienza delle proprie radici.

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I Sentieri di Selvaggio Blu

I Sentieri di Selvaggio Blu

A 51 m sul livello del mare, in una piazzetta senza nome della parte alta del paese di Santa Maria Navarrese, precisamente vicino al ristorante il Pozzo, è stato apposto un cartello segnalatore (vedi figura 1) che si comprende subito essere parte di un sistema segnaletico da pochi mesi esposto in tutta la provincia sarda dell’Ogliastra.

Dalla grafica accattivante, il cartello incuriosisce anche chi non intende muoversi da lì: per chi invece si sta accingendo a un’escursione esso diventa immediatamente oggetto di studio.

Mario Verin e Alessandro Gogna perplessi al cospetto del cartello. Foto: Giulia Castelli
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Mario Verin, Giulia Castelli ed io non facciamo parte di queste due categorie: in realtà riteniamo di conoscere a sufficienza il bellissimo territorio circostante Santa Maria, il sentiero per Pedra Longa nonché i sentieri di Cima di Pittaine 450 m c., Monte Scoine 647 m e Monte Oro 667 m. Dunque, osservando con attenzione il cartello, vorremmo ritrovare almeno alcune di quelle che sono le nostre certe conoscenze.

Anzitutto l’intestazione: BA003. Una sigla che, senza allegato elenco BA001, BA002, BA004, non significa nulla. Si presuppone che quello cui BA003 si riferisce sia il ben visibile titolo BAUNEI │Baunei Locorbu – Pedra Longa.

Ma a questo punto l’osservatore si preoccupa e medita: “Ma io sono qui a Santa Maria… come si pone Santa Maria in questo titolo/cartello?”.

Una risposta sembra essere data al fondo del cartello: un asterisco rosso indica il fatidico “Voi siete qui”. Qui, dove? Lo so io che sono a Santa Maria, il cartello non me lo dice. Se invece che questo cartello, posto in un paese, si prendesse in osservazione per esempio quello anch’esso relativo al BA003 (vedi figura 2) si vedrebbe che il cartello nella sezione inferiore è uguale identico a quello della figura 1 con la sola differenza dell’asterisco rosso, posto effettivamente in un altro punto.

Ora, siamo noi a sapere che il cartello della figura 2 è posto al Passo di Uttolo, sulla carrozzabile Baunei-Pedra Longa: il cartello non ce lo dice affatto. E un viandante, con a disposizione solo il cartello, non potrebbe mai saperlo. Inevitabile la sensazione d’essersi perso…

Ma proseguiamo l’analisi. Sotto al titolo è una breve descrizione dell’itinerario. Veniamo a sapere che l’itinerario BA003 inizia nella parte alta del borgo turistico di Santa Maria Navarrese. Ah, dunque siamo a Santa Maria! Finalmente sappiamo dove siamo. Al termine di una breve ma precisa descrizione dei primi minuti di itinerario “il sentiero conduce rapidamente sulla Cima di Pittaine a c. 500 m sul livello del mare (non è più di 450 m)”. tanto rapidamente non può essere, visto che si tratta di almeno 400 m di dislivello…

Figura 1
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Proseguendo si raggiunge Coile Locorbu, che si caratterizza per un punto di vista panoramico dal quale la vista spazia sull’intero promontorio di Capo Bellavista”. Citare Coile Locorbu senza dire che questo è anche un valico, tra Monte Oro e Monte Scoine, significa non avere idea di quanto si sta scrivendo. Citare Capo Bellavista (che è quello della lontana Arbatax) significa che sta scrivendo non ha a cuore le esigenze di chi dovrebbe leggere e almeno capire qualcosa.

Ma la descrizione continua: “Terminato il periplo di Monte Siccone (quando l’abbiamo iniziato? Sarà giusto pensare che “Siccone” stia per “Scoine”?), che tocca i 647 metri (allora sì, Siccone è Scoine), si può osservare il centro del paese di Baunei, per poi concludere il percorso in località Genna Intermontes”.

Figura 2
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La descrizione, che ci dice che stiamo vedendo Baunei, indica che siamo nel punto più a nord-ovest dell’intero periplo: come mai un attimo dopo si “conclude” a Genna Intramontes (che abbiamo già oltrepassato in salita, all’inizio della “strada panoramica” di Santa Maria, nel punto più a sud-est del periplo, 174 m, ma queste sono tutte informazioni che stiamo dando noi ora). Come si congiungono i due punti secondo il cartello? Mistero.

Il Monte Oro e il Monte Scoine dal Passo di Uttolo
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Inizia ora l’esame della sezione centrale del cartello, quella con i disegnini dell’omino che cammina e soprattutto con il simbolo della mountain bike. Viene indicata una “pendenza massima” dell’87%. Che tradotto in gradi si approssima molto ai 45°! Questo è probabilmente corretto, ma allora non si spiega come lo stesso cartello valuti “media” la difficoltà cicloviaria! Viene poi indicata ina “pendenza laterale”, che possiamo presumere essere quella di una strada/sentiero inclinata, non orizzontale. Altri misteri.

Il Monte Scoine dalla vetta del Monte Oro. In primo piano la Sella Locorbu.
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Ma ora però arrivano i misteri più agghiaccianti: i segni bianco-rossi indicano un orario di 1h40’ per la Pedra Longa (nominata solo nel titolo) e di 4h40’ per il Coile Duspiggius, mai nominato in descrizione!

A questo punto è la rinuncia a capire da parte di qualunque volonteroso. La terza sezione del cartello, quella inferiore, riporta un disegnino schematico, a tratti di vario colore, con dei numeri qua e là. Ci sono, sulla destra, altri numeri (anch’essi in colore diverso) che dovrebbero essere delle quote. Nella confusione totale di questo cartello, le quote sono numeri con la virgola, come se davvero ci interessasse sapere che si tratta di una quota di 276,7 m o un’altra di 553,5 m. Viva la precisione dove non serve a nulla!

Ma la cosa più incredibile è che si comprende subito che i numeri accanto al tracciato non sono quote: e non si capisce cosa siano!

A questo punto notiamo una dizione su fondo verde, a metà tra la sezione centrale e quella inferiore, che ci dice di “scaricare le app degli itinerari su www.percorrendologliastra.it”.

Dunque l’Ogliastra bisogna girarla con lo smartphone, altrimenti a casa o in spiaggia! Allora scarichiamo l’app, con logiche imprecazioni.

Finalmente appare l’elenco degli itinerari BA (che sta per Baunei): sono sette. Con la ricerca dell’itinerario BA003 appare la schermata http://www.percorrendologliastra.it/itinerari/baunei-baunei-locorbu-pedra-longa/, dove finalmente capiamo che i numeri accanto al tracciato sono i “punti d’interesse”. Cliccando sul numero una breve audioguida in tre lingue ci vorrebbe spiegare cosa stiamo vedendo, ma le poche parole che si ascoltano non danno sostanzialmente alcuna informazione, soprattutto sul dove siamo.

Con l’aiuto dunque dell’app, alcuni misteri si chiariscono, che ne richiamano però altri. E i misteri di base s’infittiscono:
1) Cosa sono quelle quote in metri con virgola?
2) Se l’itinerario parte da Santa Maria, come mai il titolo è BAUNEI │Baunei Locorbu – Pedra Longa?
3) Che c’azzecca Coile Duspiggius?

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Questo incubo ha una fine solo se si rifiuta di indagare oltre. Chi volesse percorrere i sentieri del Supramonte di Baunei acquisti senza paura la Guida ai Sentieri di Selvaggio Blu, di Mario Verin, Giulia Castelli e Antonio Cabras. Sono 24 euro ben spesi, che ci fanno dimenticare le tristezze dei cartelli dell’Ogliastra. Vi sono descritti 41 itinerari e 2 trekking, con mappe 1:15.000.

Le descrizioni sono perfette, nel limite del possibile. Perché la grande difficoltà degli autori, ma di chiunque si accinga a colossali lavori del genere, è di esprimere in parole il senso di vera e propria navigazione che è necessario in questi luoghi, senza alcun punto di riferimento visibile e soprattutto logico nell’arco di chilometri o, se volete, di ore. Navigare istintualmente nella macchia, o al fondo di valloncelli dei quali a volte non si comprende la direzione (la bussola schizza di qua e di là a volte in poche decine di metri), il senso di salita o discesa e neppure la situazione topografica tra i rilievi. Perdersi è praticamente da mettere in conto e non una volta sola. Un aiuto fondamentale lo dà il GPS, strumento qui indispensabile se si vuole almeno avere la speranza di non perdersi completamente (in un terreno che molto spesso non è coperto dal segnale telefonico e che richiederebbe l’uso del telefono satellitare).

La lettura attenta delle descrizioni degli itinerari della guida, unitamente all’uso del GPS, riducono il pericolo di dover chiedere aiuto a gran voce. Il consiglio, per chi vuole andare a questo genere di avventura, è di non sottovalutare alcunché e di iniziare dai sentieri meno complessi per farsi un’idea.

Mario Verin nella discesa del bacu Esone, uno degli itinerari più impegnativi della Guida ai Sentieri di Selvaggio Blu (il n° 40)
Sardegna, Supramonte di Baunei,  discesa del Bacu Esone, canyoning,

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Il vuoto di Dio

Il vuoto di Dio
(recensione a Chiamami Jack di Carlo Crovella)

La trama narrativa di Chiamami Jack è quella di un giallo: un romanzo giallo di strano genere, perché privo del morto. La prima cosa che con quest’opera Carlo Crovella ci dimostra è che, per avere l’interesse del lettore in una vicenda misteriosa, non sempre è necessaria la vittima di un crimine violento, anzi.

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Non c’è il morto, ma c’è pur sempre l’adulterio, con la variegata compagnia delle possessive emozioni che in genere lo accompagnano. Nonché le reazioni, in chi lo pratica e in chi lo subisce.

Piazza Castello a Torino
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In questo libro c’è poca montagna: natura e avventura montane rimangono sullo sfondo di una vicenda che si svolge tra Venezia e Torino, forse più nella città lagunare che in quella piemontese.

Venezia
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Nel contrasto tra una visione della città sabauda formale e militaresca e dei suoi abitanti, riservati e diffidenti, e quella della città dei Dogi, frizzante, leggera, puttanesca e dei suoi abitanti scanzonati e gaudenti, il racconto va nella direzione di dimostrare come, decidendo di adottare una seconda personalità, un individuo talvolta (se è fortunato) riesce a “crescere”, a diventare quello che davvero è, abbandonando molti aspetti di quella personalità costruita e perennemente in difensiva della quale si era ammantato in precedenza.

La Becca di Nona
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In questa storia sono acuti, quindi interessanti, i riferimenti a quell’ingegneria sociale che tende a costruire o a disfare, in tempi assai rapidi, personalità inserite nei social. Un twit può cambiare una vita.

Naturalmente non possiamo dire di più sulla trama, perché come sempre si rischierebbe di rovinare gli effetti a sorpresa: i colpi di scena non sono molti ma sono decisi. Il lettore s’immedesima sempre di più nei pochi personaggi del plot e sempre più spesso si domanda coma andrà a finire.

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In questa naturale curiosità di come “finirà” s’inserisce, lieve ma pronunciato, il pensiero dell’autore per il quale ciascuno alla fine agisce allo scopo di “riempire” il “vuoto di Dio”. I diversi personaggi si trovano tutti, chi prima o chi dopo, a considerare l’ineluttabilità di una realtà fino a quel momento solo intravista, chi durante un’escursione assai panoramica (il vuoto di Dio che si vede dalla vetta della Becca di Nona sulla Valle d’Aosta), chi nel bel mezzo di una vita sociale senza tregua (il vuoto di Dio tra aperitivi, congressi e dongiovannismo spinto), chi tradendo il partner senza neppure sapere il perché (il vuoto di Dio del post coito), chi ancora tradendo perché innamorato improvvisamente (il vuoto di Dio nella contemplazione dell’Altro). Un vuoto cui nessuno può sfuggire.

L’epilogo è sulla parete sud della Marmolada, dove si dimostra che ci sono situazioni nelle quali non è più vero l’assioma pirandelliano Uno, nessuno, centomila.

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La filosofia della paura

La filosofia della paura

Chi ha seguito questo Blog nei suoi molti articoli sul tema “libertà di scalare, libertà di sciare fuori pista, ecc.” ha certamente notato che più volte abbiamo asserito che l’ossessione della sicurezza condiziona la nostra libertà.

Per questo motivo abbiamo riportato le note che seguono, in margine alla pubblicazione di un libro del filosofo norvegese Lars Svendsen, La filosofia della paura, che riteniamo essenziale per la comprensione di come la nostra società si stia ritrovando nella misera condizione di perdita (parziale o totale) della libertà per l’ossessione di sentirsi al sicuro.

Lars Svendsen, La filosofia della paura (traduzione di Eleonora Petrarca), Edizioni Castelvecchi, Collana Le Navi, 2010
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Lars Svendsen fonda questo suo nuovo, polemico e intelligente pamphlet su una prospettiva liberale: è convinto che l’indesiderata e insensata cultura odierna della paura vada indebolendo la nostra libertà rinforzando sempre di più la società sicuritaria. È una convinzione che non possiamo non condividere.

Nella presentazione del sito dell’editore Castelvecchi si legge: «Crisi economica e terrorismo, influenze, criminalità, droga, pedofilia, hanno un elemento in comune: la paura che incutono. Spesso smisurata e contagiosa, questa paura è in grado di condizionare le nostre esistenze: spinge a minimizzare i rischi, a limitarsi – a non viaggiare, non uscire, non mangiare ciò di cui non si conosce l’origine, in breve, a non fidarsi – e ad accettare sempre più sofisticate forme di controllo pur di sentirsi “al sicuro”. Ma al sicuro da cosa? Le nostre vite sono talmente protette che possiamo permetterci di focalizzare l’attenzione su pericoli soltanto potenziali, che nella vita non si realizzeranno mai.
La paura è un sottoprodotto del benessere, e ha un potere tale che può, addirittura, «affascinare»: è questa la tesi sostenuta dall’autore nella sua battaglia contro quella che considera una delle principali limitazioni di libertà dell’uomo moderno. Attraverso documentati esempi, Svendsen sottolinea come il peso della paura dipenda soprattutto dal ruolo che noi le permettiamo di avere, e prospetta la possibilità di un futuro più vivibile attraverso il semplice recupero di valori come speranza, ottimismo fattivo, fiducia nelle capacità dell’uomo di risolvere problemi, migliorare se stesso e la società in cui (vorrebbe) vivere
».

Scrive Leonardo Caffo in www.mangialibri.com: «“L’unica passione della mia vita è stata la paura”, diceva Thomas Hobbes. Che poi uno lo ammetta è poco importante, il dato rimane: la paura è riuscita a colonizzare le nostre vite. L’11 settembre 2001 s’inserisce come evento terribile di un quadro già complesso, l’uomo sociale – oggi inserito nella categoria “sistema politico” – ha bisogno di protezione. Per ottenere questa protezione abbiamo accettato tacitamente di essere rinchiusi nel Panopticon, il carcere ideale progettato nel 1791 dal filosofo e giurista Jeremy Bentham, che grazie alla forma radiocentrica dell’edificio e a opportuni accorgimenti architettonici e tecnologici rendeva in grado un unico guardiano d’osservare (optikon) tutti (pan) i prigionieri in ogni momento, i quali non devono essere in grado di stabilire se sono osservati o meno, portando alla percezione di un’invisibile onniscienza, che li avrebbe condotti a osservare sempre e comunque la disciplina. Il problema in una situazione del genere non è tanto come viviamo ma perché abbiamo scelto di vivere così, da cosa dobbiamo essere protetti? La sicurezza di cui godiamo oggi è sicuramente meglio di uno stato di paura; ma se l’ossessione del rischio e la troppa protezione fossero un pericolo maggiore di tutti i rischi messi insieme? Questa domanda – e la riflessione dalla quale scaturisce – guidano il filosofo norvegese Lars Svendsen in un saggio che indaga come la società della paura abbia contribuito alla perdita delle condizioni di possibilità dell’uomo, anzi per dirla con Martin Heidegger “Nella paura si perdono dunque, di vista, le proprie possibilità”.
Percorrendo alcuni esempi noti come l’isteria che si scatena intorno ai vaccini per i neonati, il filosofo, getta le basi per una riflessione più profonda, che nel caso appena citato potrebbe essere sintetizzata come segue: la stessa tecnologia medica che ci guarisce ci rende più ansiosi
».

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Liberamente tratta da www.macrolibrarsi.it, riportiamo una breve panoramica del contenuto dei sette capitoli che compongono il libro.

Nel primo, La cultura della paura, Svendsen ricorda che la vita umana è sempre vulnerabile, e che quindi la paura è una reazione normale. Ciononostante, negli ultimi anni la ricorrenza di parole come “rischio” e “paura” è decisamente aumentata, nei media, con effetti fastidiosi: e questo a dispetto che “la reale pericolosità della maggior parte di certi fenomeni è sostanzialmente diminuita (p. 19)”. Cosa ha implicato tutto questo? Lo sviluppo dell’industria della “sicurezza”. Pericoli potenziali vengono mostrati come pericoli “attuali”. Qual è il paradosso? “Tutte le statistiche indicano che soprattutto noi occidentali viviamo nelle società più sicure che siano mai esistite, dove i pericoli sono ridotti al minimo e le nostre possibilità di dominarli sono al massimo (p. 24)”. L’età media è cresciuta, in una nazione come la Norvegia, di 23 anni in un secolo (dai 59 anni per le femmine e 56 per i maschi nel 1910 si è passati agli 82 per le femmine e 77 per i maschi nel 2010).

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Nel secondo capitolo, Cos’è la paura?, Svendsen spiega che la paura non è nata senza ragioni: è un fenomeno evolutivo, serviva a garantire adeguate condizioni di sopravvivenza e di riproduzione. Tuttavia, nella nostra specie ha un potenziale diverso da quello delle altre specie animali: siamo un animal symbolicum. Un pericolo avvertito – per quanto lontano un continente intero – viene percepito come una minaccia diretta (p. 36). La paura contiene sempre “una previsione, una proiezione del futuro, riguardante dolore, danneggiamento o morte” (p. 46); e assieme, come insegnava Tommaso d’Aquino, “ogni paura deriva dal fatto che amiamo qualcosa” (p. 48). Sostiene il filosofo norvegese che la paura stia diventando una sorta di visione del mondo, incentrata sulla consapevolezza della propria vulnerabilità. Questa visione del mondo potrebbe diventare un’abitudine. È un errore da combattere.

Nel terzo, Paura e rischio, Svendsen – meditando su Rumore bianco di Don DeLillo, spiega che “Un tratto di base della società del rischio è che nessuno è fuori pericolo, assolutamente tutti possono essere colpiti, a prescindere dal domicilio o dallo status sociale (p. 59)”. Caratteristica cardine di questa società, è che per dominare i rischi scegliamo mezzi peggiori del problema: “Si stima che circa 1.200 americani morirono dopo l’11 settembre 2001 perché avevano paura di prendere l’aereo e sceglievano quindi di prendere la macchina (p. 64)”. La SARS (Sindrome Acuta Respiratoria Grave) ha fatto 774 morti nel mondo: il panico da SARS è costato 23 milioni di euro. Con una spesa del genere, si poteva debellare – per dire – la tubercolosi. Dal mondo.

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Nel quarto capitolo, L’attrattiva della paura, il filosofo prende in esame cosa spinga gli esseri umani a cercare nei libri, nei film o nei videogiochi proprio quel che li spaventa nella vita reale. “La spiegazione è semplice: queste esperienze in un modo o nell’altro ci danno un sentimento positivo e soddisfano un bisogno emotivo (p. 89)”.

Nel quinto, Paura e fiducia, Svendsen si ritiene convinto che in una cultura della paura in cui “la fiducia sembra diminuire molto, essa ha bisogno di una motivazione e di una giustificazione (…). La ragione di ciò è che una persona a cui si mostra fiducia formalmente farà del suo meglio per mostrarsene meritevole (p. 113)”. Secondo il filosofo, la paura e la sfiducia sono autoconservative: la paura è capace di disgregare la fiducia, spezzando i legami di solidarietà sociale e incrinando l’amore per l’alterità e per le diversità, in generale. Serve, quindi, avere un approccio di “fiducia ragionata” (p. 117).

Nel sesto capitolo, La politica della paura, Svendsen spiega che la lotta alle cause della paura produce, necessariamente, nuova paura (p. 142). Questo sesto blocco è quello sicuramente più politico e attuale: com’era facile e onesto prevedere, si concentra sull’attentato delle Torri Gemelle, sul suo significato reale e sulle sue non sempre sensate conseguenze (cfr. aggressione all’Irak).

Nel settimo capitolo, Oltre la paura, il filosofo sintetizza il senso del suo volume: “Dovremmo essere coscienti del fatto che la nostra paura non è un riflesso oggettivo della realtà e che ci sono grossi interessi a governarla. La paura è uno dei fattori di potere più importanti che esistono, e chi può governarla in una società terrà quella società in pugno (p. 144)”.

Lars Svendsen
Professore associato del Dipartimento di Filosofia dell’Università di Bergen e opinionista del maggiore quotidiano norvegese, Aftenposten. Autore di numerosi volumi e tradotto in una ventina di lingue, in Italia è conosciuto per i due libri editi da Guanda, Filosofia della Noia (2004) e Filosofia della Moda (2006).

La sceneggiatura di Minority Report, tratta dall’omonimo romanzo di Philip K. Dick, propone il tema classico del rapporto libertà-sicurezza e la sua possibile declinazione in una società della sorveglianza nella quale il sistema detiene informazioni complete sui comportamenti dei propri cittadini. Dando forma alla storia della Precrime e del suo capo operativo, il capitano Anderton, Dick si chiede quanto sia desiderabile una società in cui la Polizia può fermare il crimine prima che sia commesso, quale sia il prezzo da pagare in termini di libertà e giustizia e se, in definitiva, una vita nel sistema disegnato da Precrime possa ancora dirsi pienamente umana
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Le montagne e il profumo del mosto

Comincio subito con il confessare di aver letto l’ultimo libro di Alberto Paleari Le montagne e il profumo del mosto (MonteRosa edizioni, 2015) nel modo che trovo assai appropriato: durante le quotidiane sedute in bagno.

Non posso dire dunque di averlo letto “tutto d’un fiato”, ma posso testimoniare di non avergli infrapposto altra lettura fino alla fine.

Del resto, leggere in bagno è la rivincita, nei tempi odierni, che la carta stampata si prende sui testi a computer. Più che rivincita è l’ultimo baluardo di resistenza…

Questo libro mi ha definitivamente convinto della simpatia e della bravura dell’autore. Non che ne avessi bisogno, ma repetita juvant.

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Il modo di scrivere di Paleari è quello dei grandi scrittori, giustamente distaccato, sintetico e pittorico solo quel tanto che basta per lasciare che la fantasia del lettore possa scatenarsi. Vorrei che fosse il registro anche di questa piccola recensione.

Nella generale penuria di aggettivi, non c’è alcun salto d’interesse tra montagna, vino, avventure e storie di famiglia, i quattro grandi temi di questo libro: anche se certamente non unici, quattro temi della vita di Paleari. Atmosfere ed episodi sono mescolati nell’unico modo letterario possibile, quello che ti trascina come una forte corrente nella vita interiore e nei ricordi dell’autore. Quello che ti fa riconoscere, con commozione, momenti tuoi similari, nella gioia finalmente di leggerli raccontati da un altro.

Sono grato a coloro che scrivono con distacco, perché hanno fatto un grande lavoro di sintesi tra materia del ricordo e sentimento.

C’è quella lievità che ti ricorda sempre che stai leggendo un ricordo emotivo, non dei fatti esposti in ordine ma senza regia.

C’è quella logica che ti fa accettare anche l’assurdo: può essere la logica della nonna o quella severa della montagna.

E’ la realtà, in ogni caso, a essere evocata e a imporsi nel tuo quotidiano. Con la forza del ricordo, che di natura è superiore alla forza dei fatti.

Un appassionato di montagna e di vino come me non può non riconoscersi nello spirito profondo di quest’autore. Anche per me la montagna e il vino devono sfuggire a ogni forma di catalogazione, quella brutta bestia che vorrebbe costringere la prima negli exploit sportivi e il secondo nei virtuosismi del degustatore titolato. Messi assieme, montagna e vino possono rappresentare l’intera vita di una persona, sono l’ambiente sacro in cui si sviluppa uno spirito, certificandone il senso, talvolta dandogli una direzione.

Alberto Paleari
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The beckoning silence (Il richiamo del silenzio)

he Beckoning Silence (Il richiamo del silenzio, film di Louise Osmond)
recensione di Giorgio Robino
(già pubblicato dallo stesso autore su facebook il 3 ottobre 2010)

Il film The Beckoning Silence (tratto dall’omonimo libro di Joe Simpson tradotto in italiano con Il richiamo del silenzio) è un documentario girato nel 2007 dalla regista Louise Osmond e tratta del tristemente famoso tentativo di scalata alla Nord dell’Eiger nel 1936 (18-25 luglio) dei tedeschi Toni Kurz, Andreas Andi Hinterstoisser e degli austriaci Willy Angerer ed Edi Rainer (vedi anche mia recensione al film Nordwand, girato l’anno dopo: http://www.facebook.com/note.php?note_id=10150268533200207).

Joe Simpson scala sull’Eiger durante la realizzazione del documentario
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Il documentario fa seguito quindi all’omonimo libro di sir Joe Simpson: è lui il protagonista e voce narrante del documentario. L’alpinista inglese racconta se stesso, paragonando la sua vita e in particolare quello che gli successe sul Siula Grande (argomento del famoso libro e film Touching the void ), paragonando gli accadimenti e le emozioni di quei giorni terribili, passati tra la vita e la morte, con quello che successe al povero Toni Kurz e compagni, traendo estreme conclusioni filosofiche…

Scena di ricostruzione storica: durante le doppie di ritirata per non essere riusciti a passare dal traverso
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Scena di ricostruzione storica: la morte di Toni Kurz
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Dunque il film alterna vari momenti narrativi che si intrecciano: anzitutto è ricostruita la vicenda storica del 1936 attraverso attori che recitano “in costume”, vengono tracciate le tappe della vicenda per sommi capi, ma con ovvia cura per i dettagli alpinistici. D’altro canto la vicenda è raccontata da Joe Simpson che assieme a un amico, è andato sull’Eiger a rifare pezzi della via. Per inciso, mi sembra di capire che non l’ha mica fatta tutta la vecchia via, ma si è fatto portare da un elicottero nei punti salienti per riprovare i passaggi e realizzare i video di “spiegazione alpinistica”. Quindi viene narrato quanto accadde nel 1936, intervallando con spezzoni di salita fatta da Joe qualche anno fa, allo scopo di spiegare alcuni dettagli tecnico-alpinistici sui passaggi fatti dai quattro scalatori anteguerra; il tutto è infine intercalato da interviste fatte a tavolino a Joe: la vicenda dell’Eiger è occasione per esporre riflessioni sul senso dell’alpinismo, una problematica che a Simpson sta parecchio a cuore.

Ricostruzione del percorso fatto: la linea rossa è il traverso Hinterstoisser
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Joe Simpson e compagno di cordata durante le riprese del documentario
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Ci sono alcuni dettagli sui passaggi tecnico-alpinistici che sono spiegati discretamente bene: in particolare fa specie vedere Joe che passa sul traverso Hinterstoisser, attrezzato oggi con corde fisse (così almeno sembra di vedere nel video), ansimando e imprecando pur con le corde… il passaggio è brutto forte: roccia bella liscia e verglassata… ad ogni modo le sequenze i cui Joe spiega mentre passa sono davvero godibili.

Joe esce dalla famosa porta della galleria del trenino che passa dentro l’Eiger
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Joe sul traverso Hinterstoisser
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Joe sul del traverso Hinterstoisser
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All’inizio del traverso Hinterstoisser, Joe fa la spiega di come passò Andi
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Le scene della ricostruzione storica, con gli attori in costume, non è altrettanto curata come nel film Nordwand, ma d’altro canto qui interessava raccontare di quella scalata del ’36 alcuni punti salienti dal punto di vista alpinistico e soprattutto dal punto di vista dell’emozione… quindi è accettabile che la ricostruzione in costume non sia perfetta. E’ comunque a livelli sufficienti e soprattutto mi sembra raccontata bene la scena drammatica in cui la valanga travolge a morte Andy. Credibile la dinamica degli altri tre che rimangono attaccati alla stessa corda, con Toni unico vivo in mezzo ai due austriaci morti quasi subito… Mentre in Nordwand questa scena è completamente “falsa” (volutamente romanzata…?). Un dettaglio tecnico però non mi torna neppure in questa ricostruzione storica: nel documentario gli attori sembrano indossare tutti i ramponi, ma a me risulta che non li avessero, o almeno non li avesse Hinterstoisser, ma forse sbaglio io, non che cambi granché, ma…

Scena di ricostruzione storica: Andi al ritorno non riesce più a passare sul traverso anche a causa del verglas e dello sfinimento
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Scena di ricostruzione storica: i quattro alpinisti su un nevaio
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Più che essere una fedele ricostruzione dell’accaduto storico (anche qui, come nel film romanzato Nordwand, mi pare ci sia qualche imprecisione e un po’ di superficialità nel racconto che viene fatto per sommi capi), il documentario è piuttosto un riferimento simbolico che Joe Simpson utilizza per riflettere sulla sua vita e affrontare alcuni interrogativi filosofici: sembra che da qualche anno abbia deciso di chiudere definitivamente con l’alpinismo, ma la decisione non è serena, sembra quasi una disperazione esistenziale. Addirittura Simpson se la prende con la sua capacità di scrittore e con il suo elaborare con il pensiero i fatti… infine dichiara di non riuscire a spiegare alcunché del perché dell’alpinismo estremo… non gli rimangono che domande senza risposta, che ci riversa addosso con i suoi libri e il suo film; la sua dichiarazione di infelicità è di una sincerità umana disarmante, e proprio questo me lo fa apparire oltremodo simpatico. Quest’uomo si è rotto i coglioni e non sa che farci, ma almeno non dice cazzate, insomma è puro… ma allora, spero davvero che Joe trovi qualche risposta, perché la soluzione dell’enigma interessa anche a me!

Joe durante le riprese del documentario
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Joe Simpson alla Kleine Scheidegg, ai piedi della parete nord dell’Eiger
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DVD:
http://www.amazon.co.uk/The-Beckoning-Silence-Louise-Osmond/dp/B000W668QC

Interessanti, anche se un po’ poco approfondite, le interviste di Kay Rush, in cui Joe parla chiaro:

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“Flash di Alpinismo” è ora un libro

Dal 9 luglio 2014 al 14 febbraio 2015 questo blog ha pubblicato in 15 puntate il libro Flash di Alpinismo di Massimo Bursi (qui il link per la prima puntata). Confortato dal successo di quei post, l’autore ha deciso di pubblicare un’edizione cartacea del suo lavoro. Quindi ora, finalmente, Flash di Alpinismo è un libro!

Flash di Alpinismo è ora un libro
di Carlo Occhiena

Se le porte della percezione fossero sgombrate, tutto apparirebbe all’uomo così com’è, infinito (William Blake, circa 1790)”

Una frase a effetto, potente, onirica. Eppur severa.

Le nostre porte della percezione sono davvero così sgombre? Mi permetto di credere il contrario.

Si aprono anzi a stento, in quanto addossate ad esse vi sono paure, convenzioni, consuetudini, credenze. Vincoli, come catenacci.

Di conseguenza più che percepire l’infinito, percepiamo la vastità dei nostri limiti.

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Se Aldous Huxley, cogliendo il testimone di Blake, tentò di sgombrarle ricorrendo a sostanze allucinogene, alla mescalina, l’arrampicatore, l’alpinista, ribalta invece la propria visione non ricorrendo all’uso di droghe ma piuttosto modificando l’orientamento del proprio limite: da orizzontale a verticale.

E’ da questo presupposto che voglio partire per parlare di Flash di Alpinismo.

 

Massimo Bursi si siede alla scrivania e decide di dire la sua agitando le acque di un settore difficile e conservatore come è quello della letteratura di montagna.

Nell’opera classica, l’aspetto ludico viene spesso a mancare. La montagna viene narrata nella sua versione più tragica e spietata.

Dopotutto, “non siamo mica qui per divertirci“, come ancora oggi sento ripetere in alcune uscite con i compagni di cordata.

 

Flash di Alpinismo si fa invece coraggio, e sorridendo prende le distanze dalla retorica, dalla tragedia, dall'”Alpinismo Eroico“.

Massimo spegne le fanfare e mette su un disco di musica rock a tutto volume. Si parte per il viaggio.

Il testo, corposo, ricco (300 pagine circa!) si articola in brevi capitoli, monotematici, da leggere in continuità o singolarmente, arricchiti da preziose e ricercate fotografie vintage che faranno la felicità dei nostalgici, degli hippie, degli amanti dell’alpinismo ribelle anni ’70, delle bandane e dei capelli selvaggi.

Ciascun capitolo si apre con una citazione, da cui Massimo estrapola una riflessione personale, che tratta ora l’allenamento, ora l’etica dell’alpinista\climber, ora lo stato mentale con cui affrontare una salita piuttosto che la giusta attitudine verso il rischio imponderabile che fa parte del gioco-arrampicata per definizione.

Il tutto in modo dissacrante, leggero, alternando chiodi e rinvii a brani di The Doors e Sex Pistols.

Citando alcuni dei paragrafi che ho amato maggiormente: “Risata Liberatoria”, “Essenziali”, “Nessuna regola”, “Rimorchiatore d’alta quota”, “Perfezione e confusione”.

 

Una scrittura che lascia il segno, che invita a sottolineare, evidenziare, rileggere, ricordare.

Fare proprio un approccio spensierato ma consapevole, divertente ma sostenibile.

Il testo scorre via che è un piacere, anzi, se ne vorrebbe ancora. Mi sono scoperto triste, girando l’ultima pagina del libro.

Il contesto dell’opera è quello del Nuovo Mattino, quando si passava dagli scarponi alle prime scarpette EB, quando le falesie si chiamavano palestre e quando si annusava, fra i lunghi capelli, l’aria della rivoluzione.

I protagonisti i mitici arrampicatori degli anni ’80, con ampio spazio alla scena anglosassone e statunitense.

I luoghi sono la Val di Mello, Yosemite, le falesie britanniche, il Verdon, le Alpi, con spruzzate himalayane.

Ivan Guerini
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L’opera si chiude con un’interessantissima breve biografia degli alpinisti citati, da Alain Robert a Renato Zanutti, passando per i vari Bonatti, Zanolla, Gogna, Gervasutti, Rey, Preuss, Guerini, Motti, Massarotto e ancora Robinson, Haston, Mariacher, Long, Chouinard, ecc. (questa parte da sola, per inciso, varrebbe quasi l’acquisto del volume).

Infine un glossario per rendere digeribile il tutto anche ai profani di nut, friend e staffe.
Insomma, una pubblicazione indipendente ma di sicuro spessore, curata nei dettagli come lo zaino di un arrampicatore previdente la sera del venerdì prima della partenza.

Un testo che, garantito, vi farà tremare le mani dalla voglia di andare ad arrampicare. Un testo che ciascuno di noi dovrebbe possedere in libreria, senza dubbio.

In fondo, mi piace pensare, gli eroi cui si rivolge Massimo siano coloro che riescono a portare avanti le proprie passioni con entusiasmo nonostante il logorio della vita moderna, non trovate?

Da provare. Go climb a rock!

Per maggiori informazioni, consulta: flashdialpinismo.wordpress.com

Come acquistare il libro:

  • Inviare email con indirizzo di spedizione a: [email protected]
  • Pagamento con bonifico bancario IBAN: IT79V0301503200000003117164 (Conto Corrente intestato a Massimo Bursi)
  • Prezzo: 17€ + 2€ spese di spedizione.
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La Vela Bianca

La Vela Bianca
di Carlo Crovella
(monografia scialpinistica del Sottogruppo Ramière-Roc del Boucher, Alta Val di Susa)
Foto dell’Autore

Carlo Crovella, istruttore di scialpinismo della SUCAI Torino, ha compilato la monografia scialpinistica del sottogruppo Ramière-Roc del Boucher: si tratta dell’importante displuviale che divide la Val Thuràs dalla Valle Argentera (Alta Val di Susa-Piemonte). Nell’ambito della sua attività esplorativa e di indagine bibliografica (che abbraccia l’arco alpino quasi per intero), Crovella nutre per questo sottogruppo un particolare interesse, anche per motivazioni affettive e personali.

La monografia, intitolata La Vela Bianca, è costituita da un pdf, distribuito fuori commercio, comprendente commenti, foto illustrative, informazioni di complemento e, soprattutto, la presentazione-descrizione di 35 itinerari scialpinistici (sia di stampo “classico” che “ripido”), alcuni noti da tempo, altri di recente frequentazione.

La Vela Bianca è il primo numero di una nuova collana online, i Quaderni di Montagna (settembre 2015), compilata esclusivamente per interesse culturale e con l’obiettivo di divulgare la conoscenza delle montagne.

Carlo Crovella
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Per richiedere il pdf gratuito dell’intera monografia, inviarne richiesta all’indirizzo mail: [email protected], con oggetto “La vela Bianca”, con nome e cognome citati nel testo e con la dicitura GognaBlog. L’autore spedirà il pdf personalmente a ogni richiedente.

La crisi generale della carta stampata ha definitivamente chiuso il ciclo delle speranze di poter sopravvivere di montagna scrivendone. Non resta che mettersi il cuore in pace e scrivere gratuitamente per il web. Si dà alimento alla propria passione evitando le illusioni e soprattutto il sangue amaro.

Qui è leggibile il CV di Carlo Crovella, con le esperienze editoriali nel settore della “montagna”. Di professione è economista e scrive articoli su tali temi come free lance per conto di siti online oppure di istituzioni bancarie per le loro pubblicazioni accademiche.

Ha fatto parte (sempre come collaboratore esterno) del CDA (Centro Documentazione Alpina) fin dagli anni ’80, ma anche oggi continua a scrivere sistematicamente articoli di montagna.

L’originalità di questa pubblicazione comporta una recensione “originale”. Pertanto, subito dopo aver indicato come e dove ci si può procurare la monografia La Vela Bianca, abbiamo optato per una presentazione che comprendesse una stringata introduzione, l’indice degli itinerari e la descrizione di uno di essi, assai rappresentativo.

L’elenco degli itinerari è raggruppato per fasce omogenee di difficoltà, in modo tale che ogni lettore può sapere già dove indirizzare le sue scelte (la numerazione invece dipende dalla descrizione in senso orario partendo dalla Ramière per “scendere” lungo la Val Thuràs e tornando di nuovo alla Ramière, dopo aver “risalito” la Valle Argentera).

L’itinerario scelto è invece il numero 22, “rappresentativo” delle nuove tendenze dello scialpinismo, cioè ancora canoni classici, ma al limite superiore (OS): come tutti gli altri, è corredato da alcune info logistiche.

Val Thuràs: sullo sfondo la Ovest del Boucher (al cui limite destro si trova La Vela Bianca)
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Introduzione
Nell’ambito delle Alpi Cozie centrali, in corrispondenza della Punta Ramière 3303 m, dalla cresta di confine si stacca un’importante displuviale che penetra per una decina di km in territorio italiano e divide marcatamente due valli interne: la Val Thuràs a occidente e la Valle Argentera a oriente. Questo sottogruppo esalta le caratteristiche morfologiche delle Cozie centrali: d’estate la parte superiore dei loro fianchi è composta da mobili pietraie arroventate dal sole. Ma con la neve, la scenografia cambia radicalmente. Se il manto è stabilizzato, questi valloni offrono delle vere gemme scialpinistiche, dalle gite “classiche” e note da tempo, agli intinerari “moderni” (cioè di recente scoperta, ma con caratteristiche tradizionali), fino alle discese di sci ripido. E spesso fanno sognare: qualche anno fa, mentre camminavo distrattamente sul fondovalle, l’improvvisa scoperta di una linea di discesa sul versante ovest del Boucher mi ha letteralmente “folgorato”. L’ho chiamata “La Vela Bianca” per la sua forma triangolare che (seppur al rovescio) ricorda una vela spiegata. Oltre alle intriganti discese di sci ripido (alcune delle quali sono ancora dei cantieri aperti), la “ricchezza” scialpinistica di questo sottogruppo è assicurata dalla folta presenza di itinerari, che, pur offrendo caratteristiche di “rara” bellezza, sono ancora compresi nei canoni dello scialpinismo tradizionale. Tali percorsi (alcuni con difficoltà BS, ma più spesso OS) risultano affrontabili da una vasta platea di scialpinisti “classici”: tuttavia una volta di più si sottolinea che gite di questo impegno richiedono un’adeguata preparazione tecnico-fisica ed un manto nevoso assolutamente assestato.

Bibliografia di principale riferimento per il gruppo:
E. Ferreri, Alpi Cozie centrali, CAI-TCI, Milano 1982;
R. Aruga-C. Poma, Dal Monviso al Sempione, Edizioni CDA, Torino 1974;
R. Barbiè-J.C. Campana, Dal Monviso al Colle del Moncenisio, Blu Edizioni, Torino 2004;
R. Aruga, Scialpinismo fra Piemonte e Francia, Edizioni CDA, Torino 1999;
M. Grilli, Dalle Alpi Liguri alla Val Susa, Grafica LG, Torino 1991.

Valle Argentera: il Vallonetto (o Peronetto) sovrastato dalla triagolare parete NE del Boucher e dalla “gobbetta” del Gran Roc (all’estremo limite destro della nuvoletta)
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Cartografia essenziale
:
IGM 1:25.000, Foglio 66 I SE, Colle di Thuras: garantisce una precisa rappresentazione del terreno (specie alle quote superiori, perché l’antropizzazione ha sensibilmente modificato le sezioni sottostanti), ma contiene numerosi errori di toponomastica, che riguardano in particolare le vette in questione (spesso confuse fra di loro!);
Fraternali 1:25.000, Scialpinismo in Val di Susa, con itinerari e info schematiche;
IGC 1:25.000, N. 105, Sestriere-Claviere-Sansicario-Prali.

Avvicinamento stradale (da Torino)
Autostrada per il Fréjus-uscita Circonvallazione di Oulx- S.S. per Cesana e poi Bousson. Si oltrepassa anche Sauze di Cesana e, a un tornante, si imbocca il bivio verso il Pont Terrible (1642 m: da qui sono calcolati i dislivelli, salvo diversa indicazione). La strada fino al ponte 1912 m, in fondo alla Valle Argentera (anche detta Valle della Ripa), viene sgomberata dalla neve verso il 20-25 maggio, ma in stagioni poco nevose si riesce a salire in auto almeno fino a Brusà del Plan 1816 m, a volte anche oltre. Dall’estate 2015 si paga un pedaggio di 3 euro (non è chiaro se, in futuro, sarà applicato anche in altre stagioni: può darsi invece che venga introdotto il divieto di transito, ad esempio 1/11-30/4).

Punti di appoggio
Per la ricettività in zona: Azienda di Soggiorno di Cesana, 0122-89202.
Assitenza tecnica e riparazione materiale: Alta Quota (Cesana), 0122-89210.

Indice
(road map operativa per lo scialpinista)

1) Percorsi “classici” (noti da tempo)
1a) Di impegno medio (BS)
Punta Ramière per la normale dalla Val Thuràs (itin. n. 2)
Punta Marìn, versante ovest (itin. n. 4)
Cima del Pelvo dalla Val Argentera (itin. n. 27)
Punta Serpentiera dalla Valle Argentera (itin. n. 28)
Punta Ramière per la normale dalla Valle Argentera (itin. n. 33).

1b) Classificati difficili (OS)
Punta Ramière per la cresta sud-ovest e discesa per il versante sud (itin. n. 1)
Punta Serpentiera, versante ovest (itin. n. 8, sovente concatenato con l’itin. n. 9)
Cima del Pelvo, versante sud (itin. n. 9, sovente concatenato con l’itin. n. 8)
Cima del Pelvo, versante ovest (itin. n. 10)
Punte della Clapiera, versante Ovest (itin. n. 11)
Roc del Boucher, versante sud (itin. n. 14)
Gran Roc, versante nord (itin. n. 21).

2) Percorsi di più recente “scoperta”
2a) Di impegno medio (BS)
Merlo Basso dalla Valle Argentera per il Vallone Platte (itin. n. 30)
Punta Ramière per il Canalone nord-est (itin. n. 35) – Nota: BS tendente all’OS.

2b) Classificati difficili (OS)
Punta Ciatagnera, versante sud (itin. n. 12)
Gran Roc, versante est (itin. n. 22)
Punta dui Cucu (toponimo proposto), versante est (itin. n. 23).

3) Percorsi di sci ripido e/o estremo (discese già effettuate)
Roc del Boucher, versante ovest, via classica (itin. n. 15)
Gran Roc, versante ovest (itin. n. 17)
Monte Furgòn, versante sud-ovest (itin. n. 19)
Monte Furgòn, versante nord-ovest o nord-nord-est (itin. n. 20)
Roc del Boucher, versante nord-est (itin. n. 24)
Punta Ramière, parete nord (itin. n. 34).

4) Cantieri aperti
Punta Ciatagnera, versante ovest (itin. n. 13)
Roc del Boucher, versante ovest, pendio triangolare detto “La Vela Bianca” (itin. n. 16)
Punta Muta, versante sud-sud-ovest (itin. n. 18)
Roc del Boucher, versante est-sud-est dal Vallone Renaud (itin. n. 25)
Punta Ciatagnera, versante est dal Vallone Guccie (itin. n. 26).

5) Itinerari citati per completezza sistematica, ma privi di un autonomo interesse sciistico
Punta Marìn, versante sud-sud-est (itin. n. 3)
Punta Tre Merli, versante sud (itin. n. 5)
Punta Serpentiera, versante sud (itin. n. 7)
Punta Serpentiera, cresta nord-ovest (itin. n. 28)
Punta Serpentiera, canale sud-est e cresta est-sud-est (itin. n. 29)
Punta Tre Merli, cresta sud-est (itin. n. 31)
Punta Marìn, versante nord-est (itin. n. 32).

L’itinerario si sviluppa lungo il severo Vallonetto o Peronetto: evidente il salto di roccia a metà percorso
VelaBianca-03


Itinerario n. 22
Gran Roc 3121 m, per il versante est (Valle Argentera), lungo il Vallone detto Vallonetto o Peronetto
Si tratta di un itinerario che rappresenta in pieno la tendenza dello scialpinismo negli ultimi venti anni circa. Siamo al livello più elevato degli itinerari “tradizionali”, un passo prima dello sci ripido. La difficoltà OS va affrontata con le giuste condizioni e l’adeguato materiale (oltre alla dotazione scialpinistica: ramponi, piccozza e casco).

Classificazione: OS. Dislivello: 1479 m. Bibliografia: CAI-TCI (itin. n. 682 b, descrizione estiva); Montagne 360 (febbraio 2014), articolo dell’autore.
Itinerario di recente scoperta (circa 15-20 anni fa), ma che sta avviandosi a conquistare il ruolo di ambita superclassica. La continuità dei pendii (pur restanto entro i canoni “tradizionali”), la sciata super-gratificante e l’ambiente decisamente severo giustificano ampiamente tale blasone, ma richiedono un’approfondita capacità di valutazione delle condizioni nivologiche.

Dal Pont Terrible si segue la strada del fondo valle fino a poco prima (1800 m circa) che inizi l’ampio pianoro di Brusà del Plan. Si svolta a destra e s’imbocca l’evidente strettoia basale del vallone detto Vallonetto (Peronetto in altre carte), che più in alto si apre. Lo si risale, cercando i passaggi migliori in funzione delle condizioni. Il salto roccioso a metà vallone viene normalmente superato risalendo il ripido pendio tutto a sinistra (destra orografica) e tornando in centro al vallone sopra la bastionata stessa. In alternativa (ma quasi sempre con inevitabile uso dei ramponi) si può risalire uno o l’altro dei due canali che rigano la bastionata. Sopra detto salto, ma ancora sotto la conca dove si trovava il Ghiacciaio del Boucher, si vira decisamente a destra, puntando infine alla cresta divisoria con il Gran Vallon (che raggiunge il Gran Roc da nord, altro stupendo itinerario noto da tempo). La si raggiunge in prossimità della vetta con un ultimo ripido pendio-canale che può imporre l’uso dei ramponi. Attenzione che su alcune carte l’itinerario tracciato gira erroneamente verso il Colletto Brusà, percorrendo poi la successiva cresta che invece non è molto sciistica. Se si arriva a tale colle, conviene piuttosto scendere sul lato opposto, collegandosi al tratto superiore del Gran Vallon (itinerario tradizionale).

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Nel vento e nel ghiaccio

Nel vento e nel ghiaccio: Cervino, un viaggio nel mito
recensione al libro di Paolo Paci (Sperling & Kupfer, 2015)

Sento d’essere in buona compagnia, lo so. L’amico Paolo Paci ha deciso che posso raccontargli qualcosa di credibile sulla storia della Gran Becca. Da quando si è messo in testa di scrivere un libro sul Cervino, nell’occasione del suo 150°, da buon giornalista e scrittore fa di tutto per non assomigliare agli innumerevoli autori che l’hanno preceduto.

Così ha chiacchierato con Enrico Camanni, che tanti anni fa si era fatto le ossa al cospetto di quella montagna e che ha messo il Cervino al centro di più d’uno dei suoi romanzi; è andato alla ricerca delle tracce londinesi di Edward Whymper; e poi ha girato per Cervinia e per Zermatt alla caccia di un significato, grattando sotto alle attuali valenze turistiche; ha incontrato Hervé Barmasse e tanti altri.

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Ha proceduto in un insolito cammino che prevedeva anche la sua personale salita del Cervino, osteggiata dall’estate pessima e impietosa del 2014. Ma soprattutto ha fatto riflessioni su questa montagna e sul mondo circostante, dallo sport al marketing, dall’alpinismo all’immagine. Poco importa se ha riflettuto a Finale Ligure o al Giomein: è stata una full immersion nell’icona Cervino, con un distillato d’impressioni del tutto personali, spesso originali.

La mattinata che ho trascorso con lui a parlare di storia alpinistica ha avuto un carattere strano. Non era una lezione a un allievo desideroso di apprendere. Non era neppure una chiacchierata tra pari. E’ stata una reazione chimica, una trasformazione di idee, come se quanto io raccontavo fosse immediatamente trasformato in qualcosa di leggero, giornalistico, curioso.

Ciò che dicevo sarebbe stato trasformato da una sostenibile leggerezza dell’apprendere, del tutto insolita. Di certo propria di un giornalista che ama la montagna e l’arrampicata ma che ha trascorso una vita a scrivere per le migliori riviste di viaggio italiane, dove ogni riga dev’essere dieteticamente digeribile ma non può essere scontata. Spesso i virtuosi di quest’arte scadono nel fuoco d’artificio, nello scoppiettio pluricromatico di racconti e immagini che passano disinvolti dalla mitizzazione al suggerimento. Era questo il mio timore? No, perché sapevo come Paci interpreta e traduce, e assai probabilmente vive, le informazioni che cerca e suscita. Sapevo della sua leggerezza che non scade mai nella superficialità. Superficiale è chi ha poco da dire e dice lo stesso; invece la leggerezza si manifesta quando ci sarebbe molto da dire ma si vuole dare spazio al lettore e alla sua fantasia. Ai suoi sogni.

Saper condensare 150 anni di storia e la debordante attualità d’immagine del Cervino in un libro godibile e di dimensioni contenute non è compito facile. Ve lo dice uno che soffre a tagliare, scartare, selezionare. Ve lo dice uno che ritiene importante qualunque dettaglio e non vi rinuncia facilmente. Ma so ammirare tutti coloro che fanno selezione e che con pochi colpi di martelletto sanno estrarre la statua viva che è nascosta in un blocco di marmo.

Paci non è prevedibile. Quando racconta la sua intervista al sindaco di Valtournenche, la sua posizione sul ventilato progetto di costruzione di impianti funiviari nel vallone delle Cime Bianche è assai sfumata, quasi reticente. Quando invece tira un po’ di conclusioni generali su ciò che di mitico il Cervino possa ancora conservare al giorno d’oggi, allora improvvisamente si scalda e si lascia andare a una fantasia stupenda.

Ricordo di aver parlato con lui dell’inopportunità di insistere tanto sul record di Jornet Burgada e non sono in grado di stabilire se sono riuscito a influenzare Paci o meno. Ma questo non è importante, perché sta di fatto che lui scrive:

Intanto il comune di Valtournenche continua a celebrare Kilian Jornet Burgada come il testimonial che rilancerà l’im­magine del Cervino nel mondo. Io ho l’impessione, al con­trario, che quello del giovane ultrarunner catalano sia stato l’ultimo colpo di piccone al fascino della montagna. Al suo mistero. Fossi il responsabile marketing di Cervinia, e meno male che non lo sono, metterei le ascensioni in moratoria per novantanove anni. Divieto assoluto, non solo di scalare, ma anche di fotografare, di filmare, di sorvolare. Finché la vetta non riacquisterà l’originaria sacralità e tornerà a essere la casa dei geni. La dimora di Shiva, come il Machapuchare. La sede degli spiriti guardiani dei navajo, come il Totem Fole. L’Olim­po di Zeus. Scegliete l’entità che vi sta più simpatica, basta che sia divina”.

Paolo Paci
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Paolo Paci, giornalista e scrittore, ha collaborato con le maggiori riviste di turismo, quali Bell’Italia, Bell’Europa, Viaggiesapori, con articoli e reportage di arte, gastro­nomia, culture alpine. Ha inoltre diretto VS Viaggiare, Scoprire e La Cucina Italiana. Alpinista e arrampicatore, ha ripercorso molti itinerari classici delle Alpi su roccia e ghiaccio e pubblicato articoli e raccon­ti su varie testate alpinistiche, fra le quali Meridiani Montagne, la Rivista della Monta­gna, la Rivista del Club Alpino Italiano e Lo Scarpone. E’ autore di Evitare le buche più dure (Feltrinelli, 2006), Il deserto dei non credenti (San Paolo, 2011) e di alcuni manuali di alpinismo.