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Ron Fawcett, Jerry Moffatt e Johnny Dawes

Ron Fawcett, Jerry Moffatt e Johnny Dawes: tre protagonisti dell’arrampicata inglese a confronto
di Maurizio Oviglia

Nel 2005, grazie al Club Alpino Accademico Italiano, fui invitato a partecipare al meeting della BMC in Galles. Per me fu un’esperienza davvero illuminante, non solo perché ebbi la fortuna di arrampicare nelle più belle falesie del Galles e stringere amicizia con alcuni tra i più forti climber inglesi – oltre che bere una birra con personaggi come Geoff Birtles e Lindsay Griffin (si difendono piuttosto bene anche al pub!) – ma soprattutto perché il mio concetto dell’arrampicata in Inghilterra cambiò radicalmente.

Le copertine delle tre autobiografie in italiano
Oviglia-biografie(foto-copertine)E’ evidente che toccare con mano è molto diverso che farsi un’idea sui “sentito dire” o sulle foto di qualche rivista, questo lo so bene… Piuttosto mi sono reso conto che noi “europei del sud” abbiamo un’idea molto vaga di ciò che è successo (e succede) sulle falesie inglesi, spesso viziata da nazionalismi e luoghi comuni, anche ora che nell’era della comunicazione globale le cose dovrebbero essere più nitide. Ad esempio, avevo sempre sentito dire che in Inghilterra le rocce fossero poche, di altezza insignificante e di bassa qualità. Ebbene, dopo aver arrampicato in Galles ho davvero dovuto ricredermi! Oppure, forse di riflesso al fenomeno dell’Hard Grit, che gli inglesi fossero soliti provare le vie con la corda dall’alto e superarle da capocordata solo una volta sicuri di non cadere. Ho sentito più di un arrampicatore italiano commentare: eh, ma così son capaci tutti! Anche questo è un luogo comune che si è rivelato infondato, considerato che alla prova dei fatti il 90 per cento degli scalatori inglesi scala a vista, per ovvie ragioni leggermente sotto il suo livello massimo. Ma questo non vuol dire che, come spesso succede ai nostri arrampicatori tradizionali, gli inglesi non vadano mai al limite e considerino il volo un’eventualità assolutamente da evitare. Anzi! Ho visto con i miei occhi normali climber della domenica volare dieci metri su uno stopper piazzato nell’ardesia!

La copertina dell libro di Johnny Dawe in lingua originale
Oviglia-johnny_dawesDopo questa prima esperienza mi è rimasta la voglia di saperne di più. Così, alla prima occasione, son tornato in Inghilerra altre due volte, accompagnato dall’inglese naturalizzato sardo, Peter Herold. Con lui siamo stati sul grit del Peak District visitando le falesie più famose, e poi in un viaggio successivo sul calcare di Pembroke. Ho avuto la possibilità di incontrare arrampicatori storici di Sheffield che avevano scalato con talenti quali John Allen, nomi da noi decisamente sconosciuti ma importantissimi nell’evoluzione della scalata libera europea. Guardando con i miei occhi le linee di cui avevo sempre sentito parlare (nei primi anni Ottanta ero uno dei pochi abbonati a Mountain), ho provato un riverenziale timore e ammirazione per le vie di quei tempi, rendendomi davvero conto di quanto fosse avanti l’arrampicata in Inghilterra negli anni ’60, ’70 e ’80. E, soprattutto, di quanto fosse diverso il loro concetto di arrampicata tradizionale rispetto al nostro! Grazie a Peter, riuscimmo persino a contattare Ron Fawcett e Johnny Dawes, che mi concessero un’intervista per l’annuario UP, di cui ai tempi ero capo-redattore. Durante un suo viaggio in Sardegna, poi, ebbi l’onore di conoscere ed arrampicare di persona con Johnny Dawes, che nel frattempo era divenuto per me un vero mito, le cui innovazioni nel campo della tecnica di arrampicata riuscivo a stento a quantificare. Un po’ sovrappeso ed invecchiato, Johnny stava uscendo da un brutto periodo della sua vita. In Inghilterra era appena stata pubblicata la biografia di Jerry Moffatt e anche lui stava quasi pensando di mettersi a scrivere per raccontare la sua incredibile vita… Non sapeva da dove cominciare, e pareva davvero si stesse cimentando con la salita più dura della sua carriera!

Johnny Dawes oggi (Foto: Maurizio Oviglia)Oviglia-dawes-fotoOviglia
Purtroppo la mia vita quotidiana è diventata così frenetica, divisa tra roccia e monitor, da non trovare più il tempo di leggere i libri “di carta” come un tempo. Non ho mai avuto l’abitudine di “divorare” un libro dietro l’altro, mi piace leggere lentamente, fermandomi a riflettere e metabolizzando le parole poco a poco. In poche parole, a me un libro dura mesi, se non anni! Tuttavia, appena ho saputo che la casa editrice Versante Sud aveva tradotto in italiano le biografie dei tre personaggi chiave dell’arrampicata inglese degli anni ’70/’80, le ho subito acquistate. Ron Fawcett, Jerry Moffatt e Johnny Dawes erano finalmente nello scaffale della mia libreria, anche se dovevo ancora leggerli! Per fortuna ci sono le spedizioni extraeuropee: qui trovo l’ideale momento di stacco che mi permette di concedermi alla lettura, e i tre volumi mi hanno dunque accompagnato nei miei viaggi: Moffatt in Patagonia, Fawcett in Venezuela e Johnny Dawes in Nepal…

Jerry Moffatt oggi e ieri
Oviglia-Jerry_MoffatQuando ho chiuso l’ultimo dei tre libri, ho sentito la necessità di scrivere una recensione classica, evidenziandone pregi e difetti. Ma ero lontano da casa, e non ho potuto farlo subito, dunque sono stato costretto ad aspettare… A freddo, nuovamente davanti al monitor, oggi mi mancano le parole. Preferirei forse che queste mie righe fossero un invito a conoscere una parte della storia dell’arrampicata poco nota, perché conoscerla in un’attività che non è solo sportiva come la nostra, è importante. Da questo punto di vista ho trovato illuminanti le parole di Dawes: “Sul continente i chiodi a espansione venivano usati liberamente, ma in Gran Bretagna i pigri e gli svitati che vivevano del sussidio di disoccupazione erano abbastanza numerosi da far nascere una fusione del nuovo atletismo con l’edonismo vecchio stile. Una specie di età del rock ‘n roll, con tutta la sua anima”. Oppure, in un altro passo del libro, che non riesco più a ritrovare per citarlo nelle esatte parole di Dawes, che la storia dell’arrampicata inglese era una delle tante, comunque una storia importante, e che pertanto meritava di essere raccontata.

Voglio comunque spendere due parole sui tre libri, tre biografie così simili ma allo stesso tempo così diverse. Tre personaggi che hanno vissuto la stessa storia, grosso modo negli stessi anni, da protagonisti, amici e nemici allo stesso tempo, spesso divisi e combattuti tra competizione, ambizione e amicizia.

Ron Fawcett nella prima salita on sight di Master’s Edge (courtesy Fawcett)
Oviglia-RonFawcett-prima salita(on sight)diMaster's Edge(courtesyFawcett)Il libro più motivante è stato per me quello di Jerry, veramente travolgente. Era dai tempi di Reinhard Karl che non rimanevo così coinvolto in un libro di arrampicata! Quando lo chiudi senti veramente crescere in te la voglia di partire, ma non verso le falesie inglesi, ma piuttosto in direzione di qualunque cosa ti porti verso i tuoi personali limiti! Jerry è stata veramente una star dell’arrampicata mondiale, ma non esattamente allo stesso modo in cui Edlinger lo è stato per i francesi!

Il libro di Ron sul profilo della narrazione è invece decisamente meno accattivante, ma racconta con rigore storico il suo percorso di uomo e di climber, dagli umili inizi osteggiati dalla famiglia alla vergogna dei furti smascherati, sino al riscatto e alle luci della ribalta: il primo arrampicatore sponsorizzato del mondo! E’ un libro che tutti gli appassionati di storia dell’arrampicata moderna dovrebbero avere in libreria! Interessantissimi sono poi gli intrecci tra la storia inglese e quella californiana: è davvero un peccato che John Bachar non abbia avuto il tempo di tenere una penna in mano!

Ron Fawcett negli anni ’80
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Ron Fawcett oggi
Oviglia-JC-9971Com’era prevedibile la biografia di Johnny è risultata la più complessa e imprevedibile ma, almeno per quanto mi riguarda, di gran lunga la più affascinante! Nonostante alcune traduzioni decisamente improbabili, a cominciare dal titolo (l’originale Full of myself è bellissimo e poteva a mio avviso rimanere non tradotto), diversi passi del libro risultano davvero geniali! Quando abbiamo intervistato Johnny per Up, Peter mi diceva che era veramente difficile seguirlo nei suoi ragionamenti! Tra un’elucubrazione e l’altra, si esibiva in uno dei suoi classici numeri: stare in equilibrio su un battiscopa di 1 cm aprendo le anche, con la faccia schiacciata sul muro… Ma a parte una vita decisamente “spericolata” (rimangono memorabili alcune descrizioni mozzafiato di tentativi al limite e cadute al suolo), è buffo scoprire che nel 1981 la via più dura del mondo si trovava forse sul muro di una casa, ovviamente senza protezioni… L’arrampicata è davvero un caleidoscopio che in ogni epoca offre incredibili sorprese. Le biografie come queste gettano spesso una luce diversa sulla storia e finiscono per mettere in discussione quanto acquisito, in un ambiente spesso ancora dominato dalla retorica dell’Alpe nonostante le nostre “rivoluzioni” culturali degli anni Settanta. E allora grazie a Jerry, Ron e Johnny per aver trovato la forza di raccontarci la loro incredibile vita!

 

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L’alpinismo su neve e su ghiaccio secondo Caruso

Alpinismo su neve e ghiaccio: dal classico al verticale di Paolo Caruso fa parte di un lavoro più vasto dell’autore inerente l’arrampicata e la progressione su diverse tipologie di terreni. Si tratta di una ricerca di ampio respiro che affronta tanto gli aspetti tecnici che quelli didattici del movimento sul verticale (roccia e ghiaccio) e su pendii classici alpinistici (neve), costituendo un Metodo utile per tutti, per chi sta imparando, per chi vuole migliorare e per chi insegna.

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Il manuale deriva dalla trentennale esperienza dell’autore e dallo studio approfondito del movimento più sicuro, corretto ed efficace nelle differenti situazioni alpinistiche.
L’approccio che caratterizza il Metodo Caruso è rigorosamente scientifico nell’affrontare i principi che regolano lo spostamento del peso e degli arti, le progressioni, l’uso degli attrezzi, e allo stesso tempo olistico nel considerare l’uomo nella sua globalità, al fine di conseguire un’esperienza completa e veramente formativa, per la mente e per il corpo. L’autore ritiene, infatti, che l’apprendimento di un movimento corretto sia la chiave per un’esperienza completa, in grado di migliorare la percezione e la gestione del proprio corpo ma anche la comprensione e quindi la capacità di scelta che permette di individuare le tecniche più appropriate al contesto e al momento.

Questi elementi sono a loro volta determinanti per la sicurezza: un movimento preciso, naturale, consapevole che sfrutta le tecniche di movimento (di progressione, di salita) più efficaci permette di ridurre notevolmente i rischi legati alla pratica in montagna.

In Alpinismo su neve e ghiaccio: dal classico al verticale l’autore illustra e descrive per la prima volta tutte le progressioni su pendii classici di neve e ghiaccio e su ghiaccio verticale, molte delle quali inedite. Alcune tecniche della tradizione alpinistica sono state riviste e migliorate nell’esecuzione per una maggiore efficacia esicurezza.

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Per chi insegna: apprendimento, divertimento e maieutica. La tecnica, la didattica e il metodo
di Paolo Caruso
Tecnica e didattica: due facce di una stessa medaglia. Più esattamente, sono tali solo se non vengono considerate separatamente o, peggio ancora, in contrasto. è interessante notare come le lacune nella tecnica del movimento vadano di pari passo con il fiorire dei manuali. Si scrive su tutti gli argomenti: dall’attrezzatura all’abbigliamento intimo da montagna, passando per le dissertazioni intellettuali sulla didattica e sulla sicurezza. Si potrebbe dire che si cerca di colmare le lacune nella tecnica del movimento analizzando al “microscopio” ogni altro argomento che capiti sottomano. Ma il senso ultimo di quello che cerchiamo continua a sfuggire. Qual è l’obiettivo principale e qual è la via per raggiungerlo?

Imparare per capire, per diventare bravi e competenti, per conoscere meglio noi stessi, gli altri e il mondo che ci circonda. Ma anche imparare per divertirci e allo stesso tempo per impegnarci in qualcosa, almeno in quello che ci appassiona. Questo potrebbe essere l’obiettivo.

A volte risulta difficile comprendere bene il senso, le differenze e i punti che accomunano la tecnica e un metodo completo, come quello presentato in queste pagine. La Tecnica è l’insieme delle progressioni e dei movimenti che potremmo definire “archetipi”, le matrici perfette. Ma perfetto non vuol dire impossibile, irreale o che non debba essere adattato nella pratica: gli schemi motori e le progressioni individuati sono in effetti dei riferimenti molto concreti per poter migliorare la qualità del proprio movimento, tenendo conto anche dell’anatomia umana e delle leggi della fisica.
Nel passato, quando si pensava che nell’arrampicata non ci fosse nulla da conoscere e capire, e quindi da insegnare, perché il movimento veniva considerato “istintivo”, le lacune tecniche erano diffuse e si procedeva a tentoni. Il difetto del “tastare” con i piedi sugli appoggi, frequente tra molti arrampicatori, allegoricamente rende bene il concetto.

Quando la Tecnica viene organizzata secondo dei principi che integrano la visione d’insieme con gli aspetti particolari del movimento, ma che soprattutto prevedono una successione ben precisa nell’apprendimento e dunque nell’insegnamento delle tecniche, si parla di Metodo. Il Metodo è organizzato in funzione di rendere l’apprendimento più efficace, di favorire il miglioramento e la conoscenza. Tecnica e Metodo, quando si fondono insieme, rendono possibile trasmettere agli altri efficacemente la sintesi delle conoscenze acquisite dai predecessori più esperti.

In pratica, Tecnica e Metodo, costituiscono la strada maestra per un apprendimento completo; permettono di eliminare errori e difetti, ma anche di comprendere a fondo l’attività che si pratica. Si tratta quindi di mezzi utili per raggiungere il risultato proposto, ma in qualche modo anche del fine, considerando che senza tali strumenti diventerebbe particolarmente difficile, se non impossibile, raggiungere l’obbiettivo stesso.

Un errore importante in cui spesso si cade deriva da un approccio troppo semplicistico e poco lungimirante. La mente razionale tende a discriminare, separando i singoli aspetti della materia oggetto dello studio. Questo processo è positivo quando favorisce una conoscenza analitica, ma diventa negativo se poi non si ricompone il mosaico del movimento nel suo insieme, nella sua globalità. In questi casi il risultato può essere addirittura antitetico: è molto facile, infatti, perdere di vista il senso generale correndo dietro agli infiniti particolari.

Un esempio concreto spiega bene questo meccanismo. In un manuale di metodologie “teorico-astratte” per l’arrampicata si consiglia didatticamente di non insegnare, ad esempio, la progressione incrociata simultanea agli allievi che hanno come obbiettivo l’alpinismo. In pratica si sostiene che in alpinismo bisogna arrampicare mantenendo sempre tre punti d’appoggio e muovendo un solo arto alla volta, mentre nell’arrampicata sportiva la tecnica suddetta diventerebbe utile perché, in questo caso, sarebbero “lecite” posizioni base sia con due che con tre punti fissi.

In realtà queste affermazioni sono estremismi che dipendono dal non aver compreso il senso del Metodo e, sicuramente, anche la finalità delle differenti progressioni. Ogni singola tecnica dovrebbe essere utilizzata sul terreno più adatto che dipende anche dal livello di ciascun praticante: i contenuti oggettivi (la tecnica) si fondono e si armonizzano con gli aspetti soggettivi (chi, dove e quando). Come vedremo, alcune situazioni alpinistiche si prestano perfettamente alla progressione simultanea, senza considerare poi che ogni tecnica è uno strumento che sviluppa la capacità e l’intelligenza motoria: non praticarle equivale a ostacolare il miglioramento. Le interpretazioni sbagliate come quelle sopra descritte si verificano quando si crede di aver compreso la Tecnica, mentre è esattamente il contrario.

Anche riguardo ai principi didattici e alla comunicazione tra docente e discente, molto spesso si inciampa nelle tendenze e nelle mode del momento. In genere si oscilla tra posizioni contrastanti ed estreme tra loro: i sostenitori dell’insegnamento “verticale” si schierano contro quelli che preferiscono il “metodo” “orizzontale”, quelli che propugnano l’autoritarismo e il “si fa così perché lo dico io” contro chi pensa che ognuno debba fare quello che “sente” con la convinzione che ciò serva a stimolare la “creatività” negli allievi, perfino prima di aver acquisito le basi del movimento.

Qualche tempo fa andava di moda criticare l’approccio “frontale”, per certi versi paragonabile a quello “verticale”. Per inciso, l’idea di insegnamento frontale è ancora più riduttiva rispetto a quella di insegnamento verticale: la impoverisce nei contenuti (verticale ricorda comunque un qualcosa che viene dall’alto) e richiama il contrasto e lo scontro.

Ma in realtà, chi si intende veramente di formazione sa molto bene che non è corretto ignorare alcuni aspetti a discapito di altri. La vera didattica non è solo verticale, ma neanche frontale o orizzontale, un metodo non è globale o per “parti”, deduttivo o induttivo, ecc. Un bravo insegnante utilizza tutti gli approcci e gli strumenti didattici a sua disposizione, così come utilizza tutte le tecniche, perché sa che ognuna di esse ha una funzione differente e complementare alle altre. Per rimanere nell’ambito dell’alpinismo, sarebbe come se, in base alle tendenze del momento, si
insegnassero soltanto alcune progressioni invece che l’intero sistema della Tecnica: solo la Progressione a Triangolo per due o tre anni; poi, al cambio della moda, solo la Progressione Fondamentale per altri tre anni; poi solo quella Incrociata Simultanea… E all’inizio di ogni “era” si potrebbe dire che le altre tecniche sono superate… Solo l’idea fa sorridere!

Un insegnante, dunque, dovrebbe avere in sé molte qualità contemporaneamente, non una sola. Dovrebbe saper integrare i principi didattici validi, non certo generare contrapposizioni ed estremismi. Il concetto del “Magister ludi” rende proprio questa idea. Ma già nel VI secolo avanti Cristo, Socrate aveva esaustivamente descritto le caratteristiche, tutt’ora all’avanguardia, che dovrebbe possedere un maestro, introducendo la maieutica: ovvero la capacità di aiutare l’allievo a far emergere la conoscenza di ciò che, se pur sopito, è già in lui. A un bravo insegnante si richiedono, pertanto, le seguenti qualità:
• grande conoscenza della materia
• capacità di sintesi
• capacità di approfondimento
• consapevolezza del ruolo di formatore
• autorevolezza senza autoritarismo
• umiltà
• serietà
• capacità di insegnare attraverso il gioco e il divertimento
• favorire l’apprendimento stimolando le percezioni e le intuizioni
• favorire l’indagine e la ricerca del Vero
• capacità di empatia, di capire gli allievi e le loro difficoltà
• coerenza
• non essere schiavo dell’ego (la cosiddetta “sindrome della patacca” o della prestazione)
• capacità di individuare il Punto Focale.

In conclusione di queste semplici riflessioni, dovrebbe essere evidente quanto sia riduttivo e fuorviante dividere gli approcci didattici contrapponendoli tra loro per esaltare i rispettivi punti di forza a seconda della metodologia di moda. L’esperienza insegna che in realtà a una maggiore conoscenza della Tecnica, intesa come sapere globale, teorico e pratico insieme, corrisponde una maggiore e più completa dimestichezza con i diversi approcci didattici e una conseguente migliore capacità di usarli nei modi, tempi e situazioni più opportuni.

Presentazione di Roberto Stacchini

Brevi estratti e indice

Alpinismo su neve e ghiaccio: dal classico al verticale di Paolo Caruso
Formato cm 15×21
Pagine 128, a colori
€ 35,00
Edizione Verdone Editore srl

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Marco Albino Ferrari: il cacciatore di storie

Martedì 28 ottobre 2014, presentazione presso la sede del CAI Milano del nuovo libro di Marco Albino Ferrari, Le prime albe del mondo (Edizioni Laterza).
Dall’emozionante chiacchierata con la quale l’autore, stimolato da Alessandro Gogna, ha saputo intrattenere un pubblico interessatissimo, estraggo, quasi parola per parola, ciò che Ferrari ha raccontato di Ettore Castiglioni. E questo è solo un esempio di come l’autore sappia “cacciare” e poi finemente cucinare le storie che lo affascinano. I diari di Castiglioni erano stati curati da Ferrari e pubblicati nella collana dei Licheni con il titolo Il giorno delle Mésules, 1993.

Il turning point di Ettore
di Marco Albino Ferrari (28 ottobre 2014)

Erano i primi mesi di lavoro nella redazione di ALP, avevo 27 anni, e il potermi improvvisamente interessare in modo professionale alle storie della montagna per me era stato un cambiamento di vita radicale.

Si presentò in redazione un personaggio curioso, non tanto alto, con i capelli bianchissimi, gli occhi azzurri e vivaci, nervoso, con l’accento toscano: Saverio Tutino. Tra le altre attività, quest’uomo era direttore del Centro Diaristico di Pieve S. Stefano, dove è conservata una moltitudine eterogenea di diari, memorie, memorie intime. Tra questi c’erano i diari di Ettore Castiglioni. Conoscete tutti Castiglioni: di origini trentine ma naturalizzato milanese, era lo zio di Saverio Tutino.

FerrariPresentazioneLibro-1961718_1627556290804608_3872628474595280683_oTutino è stato corrispondente a Cuba per L’Unità, ha scritto sul Politecnico di Elio Vittorini, un personaggio quindi centrale nella cultura italiana, ma anche un giramondo e uomo d’avventura. Lui raccontava di questo zio fenomenale, l’esploratore delle Dolomiti, il compilatore magnifico e insuperabile delle grandi guide monografiche del territorio dolomitico.

Il diario era costituito, nella circostanza materiale, da sei faldoni trascritti a macchina da una signora che, innamorata di Castiglioni, dopo la morte di Ettore, ne aveva copiato i manoscritti. Occorreva fare una selezione, perché a voler pubblicare l’intero corpus sarebbero stati necessari sei volumi. In realtà dunque bisognava scartare molto e tenere un sesto del complesso degli scritti. Occorreva avere un criterio, dare una direzione, interpretare quel patrimonio tramite una precisa angolatura di visuale. Va da sé che si era scelto di focalizzare la lente sul Castiglioni alpinista. Quindi tutto ciò che riguardava l’alpinismo, la montagna, l’esperienza diretta con la roccia, con le Dolomiti, doveva essere trattato con più riguardo rispetto al resto.

Questa era un’altra pietra che cadeva dal cielo, una sorta d’inaspettata novità che mi portava a tu per tu con un altro dei miei miti, perché già da quel poco che era stato in precedenza pubblicato di suo si intravvedeva un personaggio assai complesso e ricco. Era un intellettuale, laureato in legge a Londra, figlio dell’alta borghesia, ma aveva rifiutato la carriera, la professione, e si era rinchiuso in questo mondo molto solitario, circoscritto a se stesso, chiuso, che metteva al centro della sua esistenza la montagna. Un luogo ideale, sacralizzato, che lui percorreva e nel quale vagava, per colmare lacune cartografiche, per cercare di appropriarsi dell’orografia, cosa necessaria alla compilazione delle sue guide, con una visione sistematica, classificatoria, ma nello stesso tempo idealizzante, piena di entusiasmo per questi altrove che lui raggiungeva in una specie di estasi continua. E poi c’erano i fine stagione che lui raccontava nei diari, settimane di vagabondaggio nelle Dolomiti senza meta, senza sapere dove i suoi passi lo avrebbero condotto nella notte successiva, magari in un fienile, magari in un fondovalle, in rifugio, in un bivacco… sempre da solo con il suo diario, che come amico fedele avrebbe tenuto dalla sua tarda adolescenza fino agli ultimi giorni della sua vita, nel marzo 1944.

Ferrari-presentazione-libro-10710466_10152806299863523_2002037106845618795_oEbbene, quel malloppo di scritti doveva essere ridotto, e la scelta non poteva essere fatta in orario di lavoro. Era un compito a casa che era stato affidato a me, studente che doveva imparare il mestiere del redattore. Essere alle prese con un diario inedito è un’esperienza molto intima, un dialogo muto, una sorta di rapporto a distanza, certo incolmabile perché uno dei dialoganti non c’era più: però le parole da lui vergate erano davvero intime. Normalmente ciò che l’interlocutore ti dice è quello che vuole dirti, che vuole far passare all’esterno, ma il diario è qualcosa di davvero intimo, a volte una trascrizione diretta dal nostro inconscio. E in questa sfera dell’inconscio di Ettore Castiglioni, nelle sere d’inverno passate in una camera a torre nel centro di Torino, ho trovato un periodo di grande passione. Alla fine ce la feci a riordinare la massa di materiale, aveva una logica: il lavoro era finito.

Ettore Castiglioni dopo l’8 settembre 1943 si era ritirato con un gruppo di allievi della scuola di alpinismo in Valle d’Aosta, a Ollomont, un punto strategico all’inizio del cammino per la Fenêtre Durand, uno dei pochi passaggi possibili per entrare in Svizzera. Dopo l’8 settembre c’era un viavai di gente in fuga dalla guerra e dalle leggi razziali, per tentare di rifugiarsi nell’isola di pace della Svizzera. E lì lui, Ettore Castiglioni, che da sempre aveva rifiutato la società, la relazione con gli altri, che si era rifugiato nella solitudine come categoria massima, come luogo d’elezione per stare solo a tu per tu con la montagna, per evitare il grigiume del mondo… ecco, quando gli è stato chiesto aiuto, Ettore non si è girato dall’altra parte. Non si è rifiutato, lui che si era sempre rifiutato, e nel momento in cui il mondo e la società imploranti gli hanno chiesto aiuto, lui si è girato dalla parte giusta, fino a dare la vita.

Un personaggio siffatto e con una svolta di quel tipo fa la gioia degli sceneggiatori, che chiamano turning point quel momento in cui la storia prende una direzione totalmente imprevista: affascinante, quel punto in cui tu puoi scegliere se essere te stesso come sei sempre stato sempre oppure cambiare perché c’è qualcuno da aiutare. Castiglioni si è rivelato un perfetto protagonista di turning point, da elogio. Con l’abbandono del suo spirito misantropo, si era dedicato appieno ai progughi disperati.

Dopo tre settimane di traffico e di cammino per portare in salvo ebrei in fuga per il Vallese, tra cui anche Luigi Einaudi, il futuro presidente della repubblica italiana, Castiglioni è stato arrestato dalle guardie di frontiera che lui tra l’altro corrompeva con fontine perché, quelli sì, si girassero dall’altra parte. Imprigionato a Martigny, fu poi liberato ma gli fu proibito di rientrare in Svizzera. Nel novembre 1943 tornò a Milano, una città appena bombardata, mezza vuota e sfollata. Tenne fede al suo appuntamento quotidiano con il diario, ma qui si comprende bene come gli fosse ormai impossibile confidarsi con le pagine bianche nel modo così intimo cui ci aveva abituati in precedenza. Se il diario fosse caduto nelle mani dei fascisti, per lui sarebbe stata la fine. La lettura penetra in una zona misteriosa, come è misteriosa la sua morte, che avviene nel marzo 1944. Con gli sci da scialpinismo dalla Valmalenco si recò al Passo del Forno, poi scese al Passo del Maloja e si rifugiò alle ultime luci del giorno in una locanda, dove cenò cercando di non farsi notare. Aveva uno zaino e un passaporto smaccatamente falso. Non si capisce cosa volesse fare, il diario non lo dice. Il padrone del ristorante notò quell’uomo solo, chino sul piatto, un clandestino. Chiamò le guardie che, alla vista del documento risibile, lo trassero in arresto. Lo portarono in altra sede, lo rinchiusero in una stanza in alto, dopo avergli tolto i vestiti.

Lì successe qualcosa in lui, qualcosa che può essere solo immaginato. Di fatto lui si calò dalla finestra, a marzo, in pieno inverno, a 1800 metri e fuggì verso il Passo del Muretto, a oltre 2500 metri. Si era fatto un mantello a mo’ di poncho con la coperta di lana e si era confezionato un paio di calzature con le lenzuola. Una traversata impossibile, come immaginare di traversare l’Atlantico a nuoto… pensiamo di notte, d’inverno, svestito sul ghiacciaio del versante settentrionale del passo. E poi, anche se fosse riuscito in questo pazzesco intento e fosse arrivato a Chiesa Valmalenco? Lì c’erano i neri, i fascisti… che non avrebbero certo tardato a capire cosa tramasse un figuro così agghindato in giro per le montagne. Lo avrebbero messo in prigione, quasi certamente fucilato.

Niente diario, solo la nostra immaginazione, appoggiata su alcuni fatti. E il nostro entrare in punta di piedi in un Castiglioni così interiore da preferire la morte alla prigionia.

Era impossibile cercare e trovare la libertà da quella parte, lì si trovava solo la morte. Eppure Castiglioni arrivò al Passo del Muretto, scese sul versante italiano. Ma era allo stremo, forse gli sembrò di fermarsi solo un istante a riposare e invece si accasciò, sfinito nel vento. Lo ritrovarono a primavera, con il viso immerso nella neve.

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“Zampe all’ aria” di Sandro Neri

Zampe all’aria di Sandro Neri
a cura di Gianni Cattaino (tratto da Calcarea)

Il libro ha un sottotitolo che più azzeccato non si poteva, questa autobiografia atipica di Sandro Neri, fortissimo scalatore bellunese molto conosciuto anche in Carnia e in Friuli.

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Perché “atipica”? Cominciamo subito a fare i difficili?
Di solito gli alpinisti scrivono e pubblicano perché hanno grandi imprese da raccontare. In questo libro, invece, le salite più o meno rilevanti vengono descritte più come indispensabile corollario di un percorso... attenzione! Quando vi imbattete in questa parola, di solito c’è un sermone o una vanità da svelare!

Ma il percorso descritto da Sandro è quello, meno roboante, della sua vita e della sua passione, per la roccia, per le persone e gli affetti, per il lavoro e la poesia. Ed è un percorso nel quale si alternano, con un buon effetto sul ritmo del lettore, felicità e delusioni. E sofferenza fisica, autentica. Quella legata a un suo grave infortunio arrampicatorio occorsogli a Erto pochi anni or sono.

La scrittura di Neri, pur meticolosa e coinvolgente (studi classici superiori e laurea) non è da Premio Campiello. Ma l’emozione che provoca nel lettore, almeno in chi vi scrive questa recensione, meriterebbe più di un premio.Anni fa Roberto Benigni, quando faceva in una trasmissione di Renzo Arbore il verso a un generico “critico cinematografico”, concludeva sempre la sua gag declamando “il messaggio” contenuto nel film. Dovessi dirvi in poche parole quale potrebbe essere il “messaggio” racchiuso in Zampe all’Aria avrei non pochi problemi di scelta. E sono sicuro che a un educatore per vocazione, caparbio e generoso come Sandro Neri, farei comunque un torto  tralasciando qualcosa.

 Pal Piccolo, Sandro Neri su Svaghi di Kalì
Erto, Sandro Neri su Svaghi di KalìDovrete perciò leggervelo e trovarlo da voi, questo messaggio, nei quasi quaranta capitoletti in cui il libro è diviso, su 184 pagine. Non saltate, come ho provato a fare io all’inizio, le poesie in dialetto che ogni tanto frammentano il va e vieni di vicende, non solo arrampicatorie, di questa “passione per scalare”. Soprattutto quelle del padre, non me ne vorrà l’autore, sono dei piccoli gioielli del genere. Belle anche le foto, quasi tutte dedicate ai compagni di scalata.

Concludo con  una serie di “parole chiave” che potrebbero stuzzicare i climbers: allenamento, gradi, forza di volontà, gare, modestia, rischio, condivisione, didattica, generosità, entusiasmo e delusione.

Speriamo che un giorno Sandro possa venire da queste parti a presentare il libro e a scalare. Come faceva  negli anni ’80 e ’90, in cui tenne, in coppia con Icio Dall’Omo, anche una serata di diapositive e storie nella palestra del Monte Strabut di Illegio-Betania. Il telo da proiezione era appeso al terzo spit di Chernobyl!

Il libro lo trovate in libreria (forse) oppure ordinandolo all’editore http://www.ideamontagna.it.

Zampeall'Aria-sandro-neri

postato il 21 ottobre 2014

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Il cammino di Luca Visentini

Nel 1979 sul mercato librario apparve una novità, una strenna che racchiudeva, come scrisse il presentatore Arturo Tanesini, le qualità del più fidato compagno per quegli itinerari. Il Gruppo del Catinaccio era dedicato ad Alessandra, ed era opera di uno sconosciuto venticinquenne milanese che il Tanesini (autore dell’ineguagliata Guida dei Monti d’Italia Sassolungo, Catinaccio, Latemàr) descriveva come «titubante e timoroso» nei suoi confronti. Nella prefazione Visentini dice forte e chiaro di voler presentare gli angoli desueti, svolgendo quindi una sua filosofia d’escursionismo, quella delle vie normali alle cime, sconosciute, sognate la notte da una tenda. Colonne del libro sono fotografie con molta presenza umana, cartine accuratissime e di grafica particolare, bei disegni e i testi descrittivi di itinerari verificati in toto dall’autore e mai più difficili del I+, «già di per sé impegnativo e non accessibile al primo venuto». Dopo stringati e sentiti ringraziamenti a Tullio Pederiva e Achille Gadler, la materia si articola in tre parti: nella prima, «luoghi d’accesso e rifugi», è netta la struttura della Guida dei Monti d’Italia; la seconda è «sottogruppi ed ascensioni»; la terza, «itinerari di grande interesse escursionistico», è una concessione agli itinerari di traversata, allora come oggi di gran moda.

Luca-1231633_432429233543266_148641415_nL’anno seguente, senza dedica, appare Gruppo della Marmolada. Questa volta il Tanesini è in garbato dissenso con Luca sullo spazio concesso alla Marmolada vera e propria. Egli disapprova che la Regina delle Dolomiti sia trattata alla stessa stregua dei suoi satelliti, come pure s’intuisce il suo disaccordo sulle funivie, che l’autore condanna senza appello. Il libro ricalca il precedente, senza ringraziamenti, senza difesa delle tende e senza terza parte (quindi, niente più concessioni a itinerari di moda e di comodo). Visentini sottolinea la subordinazione delle foto non all’estetica ma alla praticità e alla documentazione di luoghi non ben conosciuti; inoltre si scusa ma ribadisce la sua precisa scelta di un linguaggio «tecnico, semplice e magari monotono», certamente non «intimista e retorico». Sassolungo e Sella è del 1981, senza dedica né ringraziamenti e con incolore presentazione di Tanesini. La grande novità è il limite di difficoltà, qui il IV grado di alcune vie normali. Nella prefazione, Luca dà dell’accorato tu al lettore, meglio, al lettore sciatore o escursionista distratto, elencandogli una serie di cose da non perdere nelle proprie esperienze. Accenna al fatto che non si dovrebbero attrezzare i sentieri selvaggi, unico spunto di discussione sulle ferrate in tutta l’opera di Visentini. Confessa che, se fosse possibile, gli piacerebbe scrivere le guide senza alcuna spiegazione degli itinerari, per dar luogo a fantasia e creatività. Il libro per il resto è simile ai precedenti, con una minor presenza umana nelle foto. Sparisce la descrizione dei paesi. In Dolomiti di Sesto, 1983, dedica a Luisa, è una prima svolta. Ogni toponimo è a se stante, niente anelli, niente scelte, sì alla creatività del lettore. Le traversate descritte sono quelle poco conosciute, altrimenti solo cenni. Si scusa di una verifica non totale, specie nel Popera. Infine si lascia andare a qualche brandello di racconto. Sono descritte ancora le vie normali (fino al IV), nelle foto la presenza umana è limitata ai passi difficili. La struttura è data dai soli sottogruppi. Latemàr, 1985, è simile, con brevissima prefazione e limite di difficoltà I+. Le basi di partenza con le possibili traversate e ascensioni, strutturano il libro, una formula d’allora in poi conservata, con Gruppo del Cristallo unica eccezione. Antelao, Sorapiss, Marmarole, 1986, limite di difficoltà II, e Dolomiti di Brenta, 1988, limite di difficoltà IV, sono produzioni a formula collaudata. Nell’ultima Visentini prende le distanze dai 200 anni delle Dolomiti, uno «strumentale compleanno». Pale di San Martino, 1990, limite di difficoltà III, ha una prefazione disincantata, dolente: «le Dolomiti un domani espelleranno gli alpinisti… la città sarà più avventurosa». Dopo lunga riflessione, ecco nel 1995 Dolomiti d’Oltrepiave: qui Visentini sembra approdare su una nuova terra, quasi ripudia le Dolomiti tradizionali e «scontate». Il volume, edito da Athesia come i precedenti, è diverso in formato e veste, ma la struttura è identica. Il limite di difficoltà è il IV+. Gruppo del Cristallo è del 1996, limite di difficoltà IV+, ed è probabilmente il libro più sofferto ed enigmatico di Luca. La prefazione è davvero scarna, di quattro parole: «ma non tedieremo alcuno». Cambiano i disegni, autori Mario Crespan e Mauro Corona, la presenza umana nelle foto è inesistente. La struttura è data da 41 toponimi, senza mai suggerire o evidenziare.

Luca-copertina_Civetta

Dopo lunga lavorazione, nel 2000, non più pei tipi di Athesia bensì autoprodotto, esce Gruppo della Civetta, coautore Mario Crespan, responsabile di cartine e disegni. Siamo di fronte all’opera matura, non mediata dai compromessi dell’editore e del marketing. Ma questa volta Visentini è costretto a rare deleghe ad amici più atletici: perché descrivere TUTTE le vie normali del gruppo della Civetta significa anche affrontare il VI grado della Torre dei Monacesi… Perfetto il lavoro di toponomastica, caratterizzato da ricerca certosina; sempre leggibile e godibile il testo. La prefazione è geniale, il Visentini-pensiero in poche righe, la pagina scritta per ultima: «licenziamo con questa pagina tre anni. Il tempo di una guerra mondiale».

Con il Gruppo della Civetta Visentini è ormai approdato all’editoria in proprio, la sfida è assunta cioè in prima persona. E’ nato Luca Visentini Editore. Quattro anni dopo (2004) ecco una duplice uscita: Schiara-Tàmer-Spiz di Mezzodì di Gianpaolo Sani e Franco Bristot e Pale di San Lucano di Ettore De Biasio.

Luca-copertina_Schiara

Della prima Pietro Sommavilla ha scritto, parlando degli autori: “Hanno personalmente e sistematicamente percorso i sentieri di collegamento, di traversata e di ascensione a tutte le vette significative, traendone relazioni che hanno il pregio dell’univocità di interpretazione e giudizio, tanto preziosa per la sicurezza dell’utilizzatore. Ma non si sono limitati, in molti casi, alle sole vie normali, talvolta lasciandosi attrarre da itinerari che proprio “comuni” non sono, anzi sono davvero straordinari, affascinati dal richiamo ambientale e poetico dei versanti più nascosti e selvaggi dei nostri magnifici monti.
È così finalmente svelato il mistero della Zéngia de l’Adriano, a lungo appassionatamente studiato e tentato da molti anziani alpinisti, rivissuta l’ascensione di J. Sanseverino alla Talvéna per cresta ovest, valorizzata la traversata degli Spiz di Mezzodì per cresta attraverso la Forcella del Ponte…“.

Luca-copertina_San_LucanoDella seconda, in una recensione, scrissi: “Con questo Pale di San Lucano si va addirittura oltre. Si dimentica che il gruppo è tra i più dimenticati delle Dolomiti, anche perché geograficamente ed alpinisticamente piuttosto selettivo; non ci si preoccupa della severità degli approcci, con zoccoli infiniti; si trascura che la wilderness allo stato puro è nemica degli affari editoriali. L’incontro tra Luca Visentini ed Ettore De Biasio è esplosivo: e l’avventura davvero ha inizio… In Pale di San Lucano si respira l’aria delle Dolomiti, ma non quella fritta dei depliants e dei libri illustrati, degli accordi con gli uffici turistici, delle proposte turistiche integrate, delle iniziative per lo sviluppo, delle edizioni fatte solo se il sondaggio è favorevole: si respira l’aria dell’alpinismo vero, quello che senza alcuna colpa ha dato vita a tutte le proposte e iniziative che oggi purtroppo ci piovono addosso, caratterizzate da una montagna divisa in due senza pietà, quella alta, che conta e che bisogna vendere, e quella bassa, che non conta e che bisogna svendere, alla faccia dei valligiani. Quell’alpinismo che è fatto di avventura e di ricerca, con tanto sacrificio, con amore. Quello che fa decidere ad una cordata di salire un itinerario selvaggio, senza nome nel gotha delle grandi salite dolomitiche, senza ricompensa mediatica, senza il supporto di un Internet che applaude già alla tua partenza.

Nel 2007 esce, e ancora Luca ne è l’autore, Pale di San Martino. Della pagina di presentazione, lucida, profetica quanto radicalmente pessimista sull’accettazione dell’utopia, riporto una frase particolarmente energica: “Resistiamo allora. Schiodiamo il superfluo. Domandiamo ai professionisti di condurci sulle cime che se non hanno già attrezzato più non ci propongono. Indignamoci non tanto per le cartacce che notiamo a lato dei sentieri e che possiamo con facilità rimuovere, quanto piuttosto per gli indelebili bolli rossi che malamente ci sorprendono in un cantone sino alla scorsa stagione incontaminato…”.

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Nel 2010 esce Gruppo del Catinaccio di Andrea Gabrieli, naturalmente con le stesse caratteristiche. Ai libri-guida si affiancano altre opere di narrativa, come Addio al Campanile di Spiro Dalla Porta Xidias (2006), il bellissimo romanzo di Flavio Favero, La Valle del Ritorno (2007), il deflagrante L’Uomo che scala di Andrea Gobetti (2008), il riflessivo Ritorni a valle di Mario Crespan (2011), Il Paese, dello stesso Visentini (2011), una raccolta di “microstorie, spesso del menga”.
Fino all’apparizione, nei primi mesi del 2013, di Le Vie di Lorenzo Massarotto, per il quale rimando al mio post di maggio scorso. Per quest’opera mi basta dire che è stata pensata, condotta e realizzata esattamente con lo stesso stile con il quale Massarotto ha sempre arrampicato: c’è un progetto che ti piace, che sconvolge i tuoi giorni e i tuoi pensieri, si può dire che vivi per lui… ma mai ti abbasseresti a un compromesso per abbreviare l’iter, perché l’obiettivo rimane valido e grandioso solo se anche i mezzi per perseguirlo non deragliano mai da un’etica forte, anzi fortissima perché non imposta da nessun altro che da noi stessi.

Luca-Copertina_Catinaccio

Luca Visentini è il più radicale e coerente compilatore di guide degli ultimi vent’anni. Radicale perché sceglie un gruppo montuoso (generalmente di area dolomitica) e lo scandaglia come il fondo del mare, lo radiografa come un corpo umano, lo corteggia come una bella donna, lo assimila e lo descrive senza alcuna concessione al bel gesto o alla moda. Coerente perché da vent’anni, appunto, applica lo stesso metodo, percorrendo con certosina pazienza tutte le vie normali di tutte le montagne del gruppo, anche le guglie più nascoste, e ne ricava un raffinato “catalogo” d’autore dove ogni escursione è filtrata dalla sua sensibilità, rimanendo tuttavia una rigorosa successione di dislivelli e punti cardinali. Visentini non si è mai piegato alla logica molto attuale e un po’ perversa degli “itinerari scelti”, e ha pagato questo rigore sulla propria pelle (Enrico Camanni)“.

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postato il 13 giugno 2014

 

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Le vie e la Via del Mass

Le vie e la Via del Mass
Recensione a Le vie di Lorenzo Massarotto (Luca Visentini editore, Cimolais-PN, dicembre 2013)

Mass-1459229_732148846812804_1317761689_nPer molti, quando sono al vertice in alpinismo, la gratificazione che ne ricavano è innegabile, specie in pubblico: l’ascolto che ti viene concesso, il rispetto che ti viene riservato, l’onore che ti viene tributato, perfino la leggera adulazione possono solleticare il nostro io al punto da trarne piacere. E il sospetto che questo possa diventare una droga non ci sfiora neppure. Poi però, in privato, se ne rivela la scomodità, se ne manifesta il pericolo. Chi non è in grado di capirlo in tempo, prima o poi rischia di perdere la bussola che lo ha condotto così bene fino a quel momento.

Lorenzo Massarotto, il Mass. Foto: Ivo Ferrari
Mass by I.FerrariPer altri, una minoranza, questo piacere non esiste. Ogni tentativo di un eventuale pubblico di tributargli onori lo respingono con cortesia al mittente, ogni occasione in cui sono costretti ad affrontare una sala gremita e plaudente, la vivono come una realtà indigesta, chiusi in una scorza di timidezza che solo apparentemente è la causa di tanto disagio.

Per costoro, la causa del proprio andare in montagna, non ha radici nell’esibizionismo, non ha bisogno degli altri. Quando si fa un’impresa, le ragioni di quella scelta non sono le solite, o almeno non lo sono sempre. C’è un’invernale, una solitaria da fare? Un progetto capace di catalizzare le energie e i pensieri per mesi, anche anni, fino a che non si parte, fino a che non lo si realizza: poco importa che sia una “prima”. E’ facile capire che le “prime” si fanno in buona parte (il quanto dipende da noi) per catturare l’attenzione di un pubblico, se non c’è la “prima” spesso c’è solo passione allo stato nascente.

Loris Campeotto racconta nel libro un episodio. Mentre stavano salendo lo zoccolo della Terza Pala di San Lucano per salire d’inverno la via Casarotto-De Donà allo Spiz di Lagunaz, Lorenzo Massarotto, ormai di fronte alla grotta dove avrebbero bivaccato, dice a Loris di fare un inchino “perché in ogni grotta c’è uno spirito”. E la mattina dopo: – Hai sentito lo spirito?

Un vero e proprio selfie ante litteram del Mass (1a solitaria al diedro Casarotto-Radin sullo Spiz di Lagunàz, luglio 1982)
Mass_autoscatto_01Se non cerchi le “prime”, non cerchi il palcoscenico, neppure la videoripresa e ti accontenti di scattare le tue foto, vuole dire che accetti come grande, bello e per “unica cosa che conta” il tuo amore per la montagna, rinunciando quindi all’alpinismo “per gli altri”. Continui la tua attività con entusiasmo, senza mai desiderare d’essere altrove, quando ogni giornata è così ugualmente importante che potrebbe essere la tua ultima.

In questo profilo può rientrare la figura di Lorenzo Massarotto? Si direbbe di sì. Ma rimandiamo alla fine questo tentativo di giudizio.

Ora vediamo invece l’attività di Lorenzo sotto il profilo dei numeri.
Quanti sono gli alpinisti di fama mondiale che in 32 anni di salite possono vantare 123 vie nuove, tutte impegnative, e moltissime da considerare dei capolavori? Alcune sono irripetute, quindi abbiamo ancora grande possibilità di ingigantire una figura già mitica ora.
E se, accanto a queste 123 prime ascensioni, aggiungiamo 39 imprese (di cui 18 grandi solitarie, 3 stupefacenti invernali, 6 formidabili solitarie invernali, 12 salite notevoli per qualche titolo) e anche 3 spedizioni (Manaslu 1979, Patagonia 1999, Patagonia 2000) e la salita del Nose al Capitan (2000)?

E’ così che si è mosso in montagna una delle figure più silenziose ma più sbalorditive delle ultime due decadi del XX secolo: Lorenzo Massarotto, di Villa di Conte (PD), nato a Santa Giustina in Colle (PD), il 17 luglio 1950.

E’ stato lui il vero continuatore delle idee e del sentire di Enzo Cozzolino, altro campione di cui un po’ ci disperiamo per l’eccessiva riservatezza, perché oggi vorremmo saperne di più. Mentre Renato Casarotto si è presto dedicato alle imprese extraeuropee o invernali, mentre Manolo e Heinz Mariacher si sono dedicati maggiormente alla difficoltà pura, Massarotto (assieme a Maurizio Giordani) è il più accreditato scalatore di grandi pareti dolomitiche, d’estate o d’inverno o da solo, con l’uso il più possibile limitato di chiodi e con l’assenza del chiodo a pressione. E di tutti quelli che ho appena nominato è l’unico a difendere con ostinazione la propria privacy alpinistica, proprio come Cozzolino.

Eccolo quindi sulla parete nord dello Spiz d’Agnèr Nord, via Tiziana Weiss, con Ilio De Biasio, il 14 agosto 1980. In 10 ore supera 24 lunghezze, di cui alcune estreme, usando solo chiodi alle soste! Ma questo è solo l’inizio: non dimentichiamo che è proprio di quell’agosto 1980 l’apertura da parte di Manolo e Piero Valmassoi della Supermatita al Sass Maor, un balzo in avanti dopo Vinatzer, Rebitsch e Messner. Per l’autore, la chiave di accesso alla leggenda. Sono 1200 metri di sviluppo, 7 chiodi, qualche excentric e tante clessidre, su difficoltà fino al VII continuo, forse VII+, in 13 ore. Leopoldo Roman riporta che il Mass, come affettuosamente era chiamato Lorenzo dagli amici, giudicò così quell’exploit: «L’impresa, bella anche dal punto di vista estetico, fece scalpore e fu importante perché dimostrò che si poteva salire con purezza di stile e con scarso impiego di chiodi pareti ritenute impossibili anche dai più accaniti chiodatori (Rivista del CAI, 1984)».

Dal 10 al 12 aprile 1981, Massarotto apre la Figlia del Nagual, con Roberto Zannini sulla parete sud della Terza Pala di San Lucano, tra la Gogna e la Panzeri. Posseduta dal demone della conquista, la cordata proseguì poi sulla cresta integrale fino al Monte San Lucano, attraverso lo Spiz e la Torre di Lagunàz, una cavalcata a dir poco wagneriana. Le difficoltà di Figlia del Nagual arrivano al VII+, la via non è perfetta perché per una sessantina di metri si svolge in comune con la Gogna. Lorenzo tornerà in seguito per cercare di eliminare quella comunanza, purtroppo senza riuscirci.

Dal 30 al 31 maggio 1981, il Mass ed Ettore De Biasio superano la parete sud-ovest della Seconda Pala di San Lucano mantenendosi a sinistra della Gogna-Cerruti, con solo 4 chiodi intermedi per i 1400 metri della Via degli Antichi, VI, A0: la salita è però compiuta in due tempi.

Il 1° luglio 1981, con Leopoldo Roman, è la volta dello Spiz de la Lastìa, parete nord-ovest, via diretta, a destra della Detassis-Castiglioni, 700 metri, 9 chiodi usati in neppure 11 ore: «L’ottavo tiro sulla destra del libro aperto, nella massima esposizione e verticalità, è stato il capolavoro di Lorenzo Massarotto. Lui lo ha definito uno dei tiri in libera più difficili che abbia mai fatto, se non addirittura il più duro. E poiché il suo curriculum (vie nuove sulla Nord dell’Agnèr, sulla Nord dello Spiz Nord, sullo spigolo ovest dello Spiz Pìcol, sulla Seconda e Terza Pala di San Lucano, in Moiazza; solitarie all’Ideale in Marmolada, all’Aste in Civetta, Cassin e Carlesso sulla Torre Trieste, Cozzolino allo Spiz Nord, Navasa sulla Rocchetta di Bosconero, tanto per citarne alcune fra le più significative) il suo curriculum, dicevo, è di tutto rispetto, c’è da crederci veramente. Una placca di 45 metri, panciuta e strapiombante, solcata da minime fessurine e rugosità: il tutto in libera e con l’impiego di sei chiodi intermedi di sicurezza. Nell’aereo punto di sosta alla fine di quel tiro di corda ci chiedevamo perché tanta febbre per le montagne della California e tanto abbandono per queste placche stellari, che offrono ancora così tante possibilità. “È lo stato primitivo di questi luoghi che me li ha fatti scegliere come mio luogo preferito per arrampicare” disse Lorenzo (Leopoldo Roman, Rivista del CAI, 1983)».

Il 16 e 17 agosto 1981 Massarotto, con Sandro Soppelsa, sale sull’Agnèr per la Via del Cuore con 13 chiodi e 25 di sosta. Una via di 1200 m, fino al VI-, A1, A2. Questa via è bellissima e si delinea a sinistra della via di Messner sulla parete nord-est dell’Agnèr, un capolavoro di astute traversate e di arrampicata libera tra strapiombi dalla discesa impossibile.

Lorenzo Massarotto durante l’apertura della via del Cuore sulla parete nord-est dell’Agnèr (16 agosto 1981)Mass-90-L-V-3-GRU196-OKAssolutamente non convinto della validità dell’impresa di Graziano Maffei e Paolo Leoni sullo spigolo nord-est del Sass Maor, il Mass voleva salire la parete nord-est subito accanto. Il 9 luglio 1983 ci riesce, assieme a Leopoldo Roman, con l’uso di soli 4 chiodi e difficoltà superiori al VI (via Alessio Massarotto). Una settimana dopo, con Danilo Mason, sale la diretta della parete nord-est della Torre Armena, Battesimo del Fuoco, 750 metri, passi di VII, chiodi ovviamente pochissimi (17-18 luglio 1983).

Nel 1985, in un’intervista della Rivista del CAI, Massarotto dice: «Per il mio alpinismo uso metodi pionieristici, cioè mi rifaccio al sistema secondo il quale uomini come Rebitsch, Vinatzer, Soldà, Carlesso e Cassin affrontavano le grandi pareti. Loro non avevano dadi, friend e ricetrasmittenti. E quando io dico che in una mia via ho usato soltanto quattro chiodi, non intendo dire che ho usato quattro chiodi, dieci dadi e tre stopper. Intendo dire che ho usato quattro chiodi e basta». Il non usare chiodi a pressione è uno dei principi fondamentali che ispirano l’attività del Mass. «Sembrava un problema ormai superato e invece i chiodi a pressione stanno tornando a galla. Ho saputo che qualcuno li ha usati di recente per aprire delle vie nuove perfino sulla Sud della Marmolada, dove di itinerari ce ne sono già oltre cinquanta. Non capisco proprio questa mania di forzare la montagna a tutti i costi! Mica ce l’ha ordinato il dottore, di aprire vie nuove!». E poi: «L’alpinismo è per me una questione soggettiva imperniata sul rapporto che ho instaurato con la montagna. Potrei definirlo un mezzo che mi ha aiutato a capire me stesso come anche un gioco che mi ha aperto intimamente nuovi orizzonti. Lo considero però un gioco con delle regole che, anche se non sono scritte in nessuno statuto, dovrebbero essere conosciute e tacitamente accettate dalla maggior parte degli alpinisti, perché è molto importante rispettare la montagna. Vincere una parete non è lo stesso che violentarla… Per fare veramente il settimo grado, e trovare magari l’ottavo, bisogna saltare al di là di una barriera che si chiama sicurezza. Bisogna mettersi in pari con l’anima… Bisogna che ci siano delle spinte interne che giustifichino il rischio al quale si va incontro. Montagna come mezzo e non come attrezzo».

Un Lorenzo perplesso, sulla Marmolada di Rocca, tra i soccorritori che lo hanno appena recuperato benché non li avesse affatto chiamati (9 marzo 1982)Mass-51-L-V-2-GRU157-OKSull’Agnèr Lorenzo Massarotto torna con Giovanni Rebeschini il 18 e 19 settembre 1987 per un’ulteriore via nuova sulla parete nord, 35 lunghezze con difficoltà fino al VII-: sarà la via Luciano Cergol. Questa via nuova è un arricchimento di conoscenza dell’immane parete nord, la cui reale portata non è stata ancora compresa, anche se magari “superata” dai campioni moderni, tipo i fratelli Florian e Martin Riegler o ancor prima da Roland Mittersteiner e pochi altri. Lo dice anche Luca Visentini, quando scrive: Diverse vie di Massarotto non sono mai state risalite. Ripeterle sarebbe rivoluzionario, sovvertirebbe molte certezze dell’arrampicata odierna”.

L’etica del Mass è ben chiara, anche se poco difesa e praticata da altri: salire al massimo delle proprie possibilità, senza spit né dal basso né dall’alto, senza essere schiavi del progresso a ogni costo. Chi come lui ha infatti salito il diedro Casarotto allo Spiz di Lagunàz da solo e in prima ripetizione può ritenere banale il progresso tecnico a colpi di spit. Massarotto ritiene che sia ora di codificare le regole del gioco, vuole maggiore precisione sul come l’impresa è effettuata, perché è vero che la confusione è grande. Dalla confusione alla piccola (o grande) mistificazione il passo è breve e a questo proposito sarebbe stato importante che lo stesso Lorenzo raccontasse per iscritto qualche cosa in più delle proprie imprese: le conferenze non bastano e a volte le parole riferite da altri distorcono il racconto originale.

«Massarotto era un mito, il Dolo-Mitico, l’aveva scherzosamente soprannominato Alberto Peruffo… Era più che una passione quella di Lorenzo per la roccia, era uno stile di vita, era quasi una mania. Il leit motiv dell’esistenza di Massarotto era questo ricorrente esercizio fisico e psicologico: la ricerca di un nuovo itinerario passava prima per lo studio attento, poi per la realizzazione pratica.
Fuori dagli schemi e dalle evoluzioni-involuzioni dell’alpinismo, Massarotto continuava imperterrito le sue ricerche, le sue esplorazioni ed il tema era sempre e solo quello, la pura roccia, d’inverno e d’estate. Non gli interessavano i viaggi extraeuropei, non partecipava a convegni, non scriveva se non in via eccezionale per riviste, non cercava sponsor, insomma nonostante la ormai acquisita notorietà non riposava su nessun alloro, perseguiva la sua filosofia, il gioco della vita aveva il suo sale nel conoscere rocce nuove, nel trovarvi nuove vie, nel continuare come se il tempo non contasse, seguendo il cammino imposto da una scelta giovanile alla quale per nessun motivo avrebbe voluto rinunciare (Bepi Magrin)».

Cito ancora l’Agnèr, parete nord, via Dante Guzzo, 800 m originali, con Cristoforo Groaz, 8 e 9 settembre 1988; l’Antelao, parete sud, Dell’uomo in strach, con Fausto Conedera, 20 agosto 1992; oppure ancora, dal 16 al 19 aprile 1995, il lungo itinerario diret­to sulla Sud della Seconda Pala di San Lucano, cioè sul pilastro a destra della via Gogna-Cerruti, portato a termine con i compagni Paolo Benvenuti e Gianluca Bellin, su difficoltà fino all’ottavo grado: via Dolce dormire.

Lorenzo Massarotto durante l’apertura della via Luciano Cergol sulla parete nord-est dell’Agnèr (18 settembre 1987)Mass-31-L-V137-OKMa non abbiamo lo spazio per raccontare la storia alpinistica di Lorenzo Massarotto. Per questo c’è il libro! Fino all’ultima fatale salita, quella del 10 luglio 2005 sulla Torre Émmele (Piccole Dolomiti), quando Lorenzo, in vetta, è colpito mortalmente da un fulmine. Ci accontentiamo qui di fornire la lista delle sue salite nel  gruppo del Monte Agner e quella nel gruppo delle Pale di San Lucano.

Nel libro Le vie c’è tutto quello che si è potuto ricostruire, con le immagini, con gli scritti e con i ricordi. Il curatore (che è anche l’editore) non ha neppure provato a raccontare la vita di Lorenzo: questa infatti emerge comunque, prepotente, imperiosa, superiore.
«Emerge una personalità in conflitto con il mondo, che usa l’Alpinismo per non farsi inglobare in quello che doveva essere il suo destino di nato in una provincia veneta, destino che invece si è compiuto nei suoi coetanei, amici e paesani. Per questo etichettato come ribelle (non firmato, www.dimensionemontagna.it)».

Il recentemente scomparso Ilio De Biasio durante l’apertura della via Tiziana Weiss sulla parete nord dello Spiz d’Agnèr Nord (14 agosto 1980)Mass-14-L-V120-OKLa meticolosità con cui è stato ricostruito il “patrimonio” di relazioni e documentazioni sulle vie nuove aperte da Lorenzo Massarotto, e la vastità delle testimonianze raccolte tra i suoi amici e compagni di cordata, sono ben valutate riportando il numero totale di pagine di Le vie: 536, fitte, senza nulla concedere a spazi bianchi!

«Sbagli, torti, senz’altro ne avrà fatti, ma rimane il capo indiscusso dei ‘cani sciolti’ che hanno dato tanto all’alpinismo ricevendo in cambio pressoché un tubo. E non è del resto un torto nei suoi confronti stampare così come sono questi brani che lui aveva scritto da giovane, accantonandoli, e che con la maturità avrebbe probabilmente riveduto e corretto? Scusa ancora Lorenzo, è per amore (Luca Visentini)».

Lorenzo Massarotto durante l’apertura della via Il Battesimo del Fuoco sulla parete nord-est della Torre Armena (17 luglio 1983)Mass-02-L-V108-OKA questo punto, quasi alla fine, possiamo tornare alla domanda iniziale. Sappiamo abbastanza bene il patrimonio di vie e di coraggio che ci ha lasciato Lorenzo: la storia s’incaricherà di precisare, di schiarire ulteriormente. Coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerlo e di agire con lui sono dei privilegiati che sentono bene la forza dei momenti vissuti assieme. Ma cosa possiamo dire del patrimonio culturale di cui Lorenzo è direttamente responsabile? Davvero la sua figura aderisce al profilo che ho tratteggiato all’inizio?

Secondo Gabriele Villa, per Lorenzo “alpinismo era una parola ricca di significati oggi in gran parte dimenticati, se non perduti, nei quali le imprese non si annunciavano, nemmeno venivano divulgate e raccontate ad ogni piè sospinto e con tutti i mezzi di comunicazione possibili; più semplicemente venivano compiute e molto spesso senza nemmeno tanto raccontarle, ma conosciute quasi solo dai diretti protagonisti”.

Lorenzo Massarotto durante l’apertura della via Dante Guzzo sulla parete nord-est dell’Agnèr (9 settembre 1988)

Mass-01-L-V107-OKIn realtà solo un editore anomalo come Luca Visentini poteva realizzare questo libro. Un editore che pubblica libri meravigliosi da anni, con le sole sue forze e di quelle degli amici, senza cercare la pubblicità, la ribalta e neppure i soldi. Un editore con le idee chiare, non segrete ma neppure sbandierate. Di ciò che si deve o non si deve fare, un’etica forte, valida una vita a dispetto di fortune e rovesci. Esattamente come le idee e le imprese di Lorenzo Massarotto, che nascevano e si realizzavano senza una pianificazione del proprio successo, senza pensare a un domani più bello di oggi: esattamente quando ogni giornata è così ugualmente serena che potrebbe essere la tua ultima. In pari con l’anima.

Ciao Mass!
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postato il 7 maggio 2014