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I Piani di Castelluccio di Norcia

I Piani di Castelluccio di Norcia

Castelluccio è una frazione del comune di Norcia (PG), in Umbria. Il paese si trova a circa 28 km da Norcia, raggiungibile attraverso una strada panoramica, posto in cima ad una colle che si eleva sull’omonimo altopiano (Piani di Castelluccio) tra i più vasti dell’Italia Centrale ed inserito nel Parco nazionale dei Monti Sibillini, ad una altitudine di 1452 m che ne fanno uno dei centri abitati più elevati degli Appennini. Di fronte ad esso si erge imponente la sagoma del Monte Vettore 2476 m. Secondo Wikipedia, il paese si è spopolato molto velocemente, dai 150 residenti del 2001, nel 2008 sono stati censiti solo 8 abitanti fissi.

La delegazione umbra di Mountain Wilderness Italia ha stilato un documento, inviato a fine luglio al Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, all’Ente Parco Nazionale dei Monti Sibillini, alla Regione dell’Umbria, alla Provincia di Perugia e al Comune di Norcia.

A muovere le associazioni era stata l’ordinanza del Sindaco di Norcia in data 16 giugno ed in particolare una determina pubblicata pochi giorni prima con la quale il comune affidava l’immediata realizzazione delle opere – seppur temporanee – per un importo di 37.000 euro a una ditta. Una situazione a cui gli attivisti avevano subito risposto lanciando un mega appello pubblico alle varie amministrazioni pubbliche competenti per la salvaguardia integrale dei Piani di Castelluccio firmato in prima linea dal zoologo prof. Bernadrino Ragni, da Mountain Wilderness Italia, da WWF Marche e Umbria, da Lupus in Fabula, da Pro Natura Marche, dal Comitato Acqua Bene Comune – Terni, dall’Associazione Mediterranea per la Natura e dal Gruppo d’Intervento Giuridico onlus.

Un movimento che ha subito bussato alle porte della Commissione europea, della Commissione Petizioni del Parlamento europeo, dei Ministeri dell’Ambiente e dei Beni e Attività Culturali, dell’Ente Parco nazionale dei Monti Sibillini e informato la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Spoleto e il Commissariato per gli Usi civici per il Lazio, l’Umbria, la Toscana.

I Piani di Castelluccio
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Il documento, intitolato Appello alla ragionevolezza e al rispetto ambientale per la salvaguardia e l’integrità dei Piani di Castelluccio di Norcia, è assai notevole in quanto riesce a inserire la problematica particolare dei Piani del Castelluccio in un contesto generale di ampie vedute, operazione sempre utile ogni volta che si tratti di intervenire a difesa di un particolare ambiente.

Dopo un breve accenno al fatto che l’associazione abbia casualmente appreso dell’esistenza e della definizione di un Piano per la Mobilità Dolce a Castelluccio di Norcia, del cui ‘anticipo’ aveva potuto, purtroppo, prendere visione con l‘area parcheggio sperimentale in pieno Pian Grande, già funzionante, il documento, in modo stringato, dapprima elenca una serie di considerazioni generali che a poco a poco restringono la visuale sul problema.

In seguito pone una serie di domande retoriche che spostano l’attenzione sulle procedure usate e sui pericoli che il Piano per la Mobilità Dolce nasconde.

Infine il documento elenca le richieste all’Amministrazione, che in buona parte sono validate dall’introduzione generale data dalle considerazioni.

La frazione di Castelluccio al fondo degli omonimi Piani
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Considerazioni
– la ragionevolezza e la trasparenza di scelte e procedure deve prevalere su visioni miopi, inefficaci (che potrebbero ingenerare una sorta di circolo vizioso, una reazione a catena: più turismo + auto + parcheggi, e così via, in una spirale senza ritorno) e di breve respiro.

– un Parco Naturale è e deve restare tale;

– la sua finalità è quella di proteggere la biodiversità e gli ecosistemi;

– ogni e qualsiasi modificazione antropica e infrastrutturale determina un’alterazione permanente e irreversibile sia degli equilibri ecosistemici che dello sky line paesaggistico e la delusione delle aspettative di chi consapevolmente fruisce del Parco;

– attirare il cosiddetto ‘turismo ambientale’, riportare l’uomo in natura, non deve significare ‘semplificare’, banalizzare, volgarizzare i territori protetti, rendendo tutto ‘comodo’ e facile: non si deve volere un facsimile di città con soluzioni azzardate e pasticciate volte a garantire il ‘comfort’ e l’assenza di ‘disagi’ dovuti all’ambiente naturale;

– il turista va educato alla ‘diversità’ di approccio e di contesto; al rispetto, alla consapevolezza di sentirsi ospite e non padrone, alla presa d’atto che altre forme di vita animali e vegetali abitano e sono co-proprietarie di quei luoghi;

– i Piani di Castelluccio sono un Bene Comune, un Patrimonio dell’Umanità che non può sottostare a motivazioni privatistiche o eminentemente finalizzate alla monetizzazione

– la comunità di Castelluccio può trarre maggior beneficio economico e ritorno d’immagine, salvaguardando, come in larga parte ha fatto sinora, l’integrità naturalistica, ambientale, paesaggistica del proprio luogo di vita;

– il problema del “traffico a Castelluccio” è un problema mal posto in quanto, per le ragioni sopra esposte, lì le auto non dovrebbero proprio arrivarci, coerentemente alla sua natura di area fra le più pregiate e suggestive del Parco;

Il “posteggio” attuale
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Domande
– per quale ragione non v’è stata alcuna forma di partecipazione né di consultazione con le Associazioni Ambientaliste?

– Si sono valutati gli aspetti negativi che opere infrastrutturali permanenti possono determinare?

– Si è valutato che si sta optando per una visione turistica ‘mordi/fuggi/depreda’, concentrata in un periodo limitato e delicatissimo come quello della Fiorita dell’altipiano, ignorando la possibilità di valorizzare un territorio integro e selvaggio attraendo e fidelizzando flussi turistici importanti e consapevoli diluiti e costanti nell’intero arco dell’anno? Si è tenuto conto delle esigenze soprattutto del turismo europeo (inglesi, danesi, tedeschi,…) che predilige e frequenta questi luoghi in ogni stagione, proprio amandone e riconoscendone l’aspetto incontaminato, selvaggio, e le atmosfere magiche, ma anche del turismo scolastico, che è indirizzato all’educazione ambientale, e del turismo sportivo consapevole e regolamentato?

– E’ stata valutata la trasformazione inesorabile e progressiva del paesaggio e dei contenuti culturali che trasmette: da Parco Naturale si passa al Parco ‘a tema’ e poi al Luna Park, senza soluzione di continuità? Perché non si considera che l’appeal e la cifra attrattiva di questi luoghi sono l’atmosfera selvaggia, la solitudine, il silenzio, l’ampiezza degli spazi incontaminati?

– Si è tenuto conto che ‘lo spettacolo’, qui, è dato SOLO e SEMPLICEMENTE dalla Natura e dai suoi Elementi: Aria (non inquinata dagli scarichi delle auto e delle moto), Acqua (non contaminata dagli scarichi dei camper, o ‘rapinata’ a valle per progetti tanto inutili quanto faraonici), Terra (dai magici colori e dalla grande generosità produttiva), Fuoco (dei tramonti e delle albe che indorano i crinali delle montagne)? Si ha coscienza che se si perde tutto questo nei rumori, nei miasmi, nel consumo di suolo, nell’apertura di nuova viabilità, si frantuma, si banalizza e si spezza il senso profondo del Parco?

– Si è considerato che, nonostante sui Piani (zona A del Parco e Siti Natura 2000) insistano terreni proprietari privati e/o della Comunanza, ciò non significa che quest’area non sia soggetta a vincolanti e prescrittive leggi nazionali ed europee sulle aree protette?

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Richieste
– che i luoghi logisticamente deputati e già predisposti e in parte strutturati per ospitare parcheggi debbano essere presso le tre “forche” di accesso ai Piani: Forca di Presta, Forca di Gualdo/Monte Prata e Scentinelle, e che siano lì disponibili servizi di navette elettriche a disposizione dei turisti nei periodi di maggior afflusso;

– che i campeggi vengano realizzati a valle, in aree prive di impatti significativi;

– che il tema dell’ospitalità turistica venga risolto e ripensato, a Castelluccio e nei piccoli centri ricadenti nell’area d’influenza di cui trattasi, in termini di ‘albergo diffuso’, oltre che valorizzando le strutture già presenti.

La risposta del Ministero dell’Ambiente
Dodici giorni dopo la richiesta di informazioni ambientali inoltrate dalle associazioni ecologiste Mountain Wilderness Umbria e Grid (Gruppo d’intervento giuridico), il Ministero dell’Ambiente della Tutela del Territorio e del Mare ha chiesto chiarimenti al Comune di Norcia, alla Regione Umbria e all’Ente Parco nazionale dei Monti Sibillini sui futuri parcheggi e area camper ai Piani di Castelluccio. In sintesi, il Ministero chiede se le autorizzazioni ambientali, ossia la procedura della valutazione di incidenza ambientale e il nullaosta dell’Ente Parco Nazionale, sono state effettivamente richiesti. Il che consente di valutare il nuovo piano di azione per la mobilità sostenibile, il cosiddetto detto Pams, in chiave di salvaguardia naturalistica e soprattutto di razionalità.

Stefano Deliperi, presidente del Gri, ha espresso soddisfazione per i tempi celeri della risposta: ““Le associazioni ecologiste Mountain Wilderness Umbria e Gruppo d’Intervento Giuridico onlus esprimono soddisfazione per il rapido intervento del Ministero dell’Ambiente ed auspicano uno sforzo congiunto di tutte le amministrazioni pubbliche competenti per evitare la perdita di naturalità di quel straordinario bene ambientale rappresentato dai Piani di Castelluccio”.

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Non solo croci

Il 15 giugno 2015 è apparsa su Mountlive.com un’intervista a Luigi Casanova. Il tema? Croci e altre strutture sulle vette delle nostre montagne.

Avevamo già affrontato il tema nel nostro post del 27 maggio 2015 Infrastrutture e croci sulle vette. Dato l’interesse riscontrato dai commenti e in ambito facebook, riteniamo di dover affrontare ancora una volta questo argomento.

 

Mountain Wilderness: “Croci sulle montagne, la politica non interviene”
Intervista a Luigi Casanova, consigliere nazionale e portavoce del movimento ambientalista internazionale Mountain Wilderness, in merito alla questioni delle croci ed altre infrastrutture sulle vette delle montagne italiane. Il movimento nel 2011 ha avviato tale battaglia affinché si giungesse ad una regolamentazione in materia per evitare il proliferare selvaggio di tali simboli sulle alture…
(pubblicato e ripreso da http://www.mountlive.com/mountain-wilderness-croci-sulle-montagne-la-politica-non-interviene/)

Luigi Casanova
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Sono trascorsi all’incirca quattro anni da quando Mountain Wilderness ha imbracciato la battaglia contro l’installazione di croci e altre infrastrutture su vette e creste delle montagne italiane. Ad oggi ci sono stati riscontri a livello amministrativo e legislativo a partire da Governo, Regioni e Comuni?
Il nostro documento è rimasto totalmente inevaso, sia nel profilo istituzionale dei Comuni che nell’ambito dello Stato. Ormai da troppo tempo la politica non dedica più attenzioni alla montagna, se non sotto il profilo clientelare.

Qual è stata la presa di posizione della Chiesa?
Gli alti vertici della chiesa condividono la nostra posizione. Non tanto l’aspetto della montagna libera da ogni segno, ma almeno di moderare l’imposizione, la grandezza del simbolo religioso. Altri settori della chiesa ritengono invece giusto imporre alle vette simboli sempre più alti, più visibili, illuminati. E’ in corso un debole dibattito: non si è ancora capito che chi porta in vetta croci enormi non lo fa perché credente, ma perché vuole imporre un suo segno privato, sia questo singolo o riferito ad una associazione o al mondo politico accondiscendente perché pensa solo al ritorno in termini elettorali.

Ovviamente nel documento sottoscritto da MW e dalle altre associazioni si parla non solo di simboli religiosi ma anche di strutture portatrici di messaggi storici ed artistici. Qual è la vostra posizione in merito a ciò?
Mountain Wilderness ritiene che le montagne debbano rimanere libere da ogni infrastruttura (esclusi bivacchi, rifugi, minima viabilità di accesso e di servizio). Il bisogno dell’uomo di ricordare, evidenziare una sua identità, un passaggio storico, sportivo, culturale, artistico, religioso può trovare soluzione su un passo alpino, in abitati di montagna, ovunque l’antropizzazione si manifesti e sia collegata al vivere la montagna. Le attività come l’escursionismo o l’arrampicare, devono offrirci invece spazi di libertà, di lettura della montagna, specificatamente personale, il meno indirizzati possibile.

Il cantiere sulla Punta Helbronner
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Sulle vette spiccano anche infrastrutture per la produzione di energia e per la trasmissione via etere: qui il discorso è sicuramente diverso è più complesso; come bisognerebbe intervenire in tale ambito?
Per quanto riguarda l’energia (penso all’eolico), le montagne, le creste, devono rimanere assolutamente libere da ogni infrastruttura produttiva. Questo riguarda anche gli arrivi delle funivie. Pensiamo alla Tofana, alla Marmolada, alla imposizione di musei come avvenuto su Monte Rite o recentemente a Plan de Corones, o Punta Helbronner. Riguardo la trasmissione via etere ci si può accontentare di essere meno invasivi: oggi la tecnologia ci aiuta a ridurre l’impatto visivo di queste strutture.

Simboli di vario genere, dopo richiesta da parte anche di singoli o di associazioni, vengono installati anche su aree tutelate da disposizioni nazionali e internazionali, come parchi naturali e riserve. Come è possibile ciò?
Una risposta purtroppo banale e dolorosa. Siamo in Italia e nel nostro Paese non esiste la certezza del diritto e delle norme.

Il dinosauro in vetta al Pelmo
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All’estero è disciplinato e come tali installazioni?
All’estero i Parchi vengono rispettati nel modo più assoluto. Sulle montagne in genere si cerca di essere sobri, di evitare impatti paesaggistici esasperati. Ma questo non vale ovunque: ad esempio in Svizzera o in Austria si continuano ad imporre sfregi dei più stravaganti, specialmente quando si tratta di opere pubbliche. Ed anche croci abnormi, siamo arrivati a 36 metri di altezza e dentro la croce vi è un ascensore che porta ad una terrazza panoramica. Si tratta di religiosità? O di mercato?

Tornando in ambito nazionale, da chi sono arrivati i maggiori attacchi alla vostra battaglia? E perché?
In Italia vi è una grande parte del mondo cattolico ancora integralista. A loro modo di vedere in presenza della loro religione si deve concedere tutto ed impongono la loro appartenenza religiosa. Molte volte sono le stesse persone che poi impediscono ad altre religioni di manifestare il loro pensiero. Proviamo a pensare a cosa verrebbero ridotte le montagne del mondo se ogni credo religioso, diffuso o minoritario, pretendesse di portare sulle vette i suoi simboli. Si deve lavorare sulla cultura del rispetto e dire a questi signori che se seguono il dettato del Vangelo o il messaggio di Papa Francesco hanno diritto di libertà di pensiero anche i non credenti o chi si rivolge ad altre ideologie religiose. Chi rispetta la vita umana, la natura, il pensiero diverso va accolto nella famiglia umana e della vita intera.

A livello etico, possiamo dire che vi è un voler attaccarsi a una simbologia materiale in un ambito, quale è la montagna, ricco di introspezione e di per sé già simbolico dove non vi è bisogno di tali strutture?
Certo, questo è il passaggio primordiale. In ogni epoca storica le diverse religioni si sono impossessate delle cime, o di luoghi particolarmente suggestivi, generalmente posti su alture. Non sono però poche le religioni che hanno portato rispetto verso la montagna, che hanno letto la montagna come luogo sacro di per sé. Io direi che dobbiamo imparare da queste religioni percorsi diversi nell’accostarci e nel vivere, pensare, respirare la montagna.

Il Messner Mountain Museum in vetta al Monte Rite. Foto: Georg Tappeiner
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Il caso più vistoso è il dinosauro installato sul Pelmo, o vi sono altri casi da segnalare?
Il dinosauro sul Pelmo è stato un gesto goliardico e basato sul narcisismo. Per fortuna le condizioni meteo demoliscono il legno. Sul Pelmo si voleva fare di peggio. Speriamo che i diretti interessati rispettino chi la montagna la vuole libera da ogni imposizione: ad oggi in una grotta gli stessi personaggi del dinosauro hanno lasciato scritte e segni irricevibili, imposti dalla cultura dell’apparire, quindi dal nulla, tipica di quest’epoca storica. Se qualcuno conosce altri esempi simili lo preghiamo di metterci a conoscenza dei fatti.

Al di là dei simboli religiosi, invece, da alcuni le strutture artistiche, storiche o fantastiche sono giudicate a mo’ di personalismi e morbosità mentre da altri soprattutto e semplicemente quali ricordi di eventi significativi per quelle terre…
Ho esposto sopra il mio pensiero. La storia, specialmente quando dolorosa, invece va ricordata, anche simbolicamente. Penso al recupero di alcune trincee della guerra, ad alcuni percorsi, a tracce di storia che hanno portato a modifiche di confini, a lavori specifici oggi perduti. Quanto riporta alla luce storia, identità di un luogo, il sacrificio dell’uomo è bene venga ricordato anche con infrastrutture. Ovviamente modeste, rispettose del paesaggio e specialmente della verità storica. Un esempio negativo? Il rifacimento dei forti e delle trincee su Monte Zugna (2013 – Trentino), o ancora la rivisitazione dei forti di Monte Rite (2001 -2002).

Quali sono, in ordine di tempo, le ultime infrastrutture installate sulle vette italiane?
Ci è impossibile fare un elenco preciso. Segnaliamo solo l’ultimo oltraggio imposto al Monte Bianco: la nuova stazione di arrivo a Punta Helbronner e relativo ristorante.

In cantiere ve ne sono altre quali le settanta croci richieste dagli Schützen di Tirolo, Alto Adige e Trentino da installare lungo l’arco alpino in ricordo di chi morì combattendo per l’Italia. In merito vi sono un po’ di polemiche, qual è l’attuale situazione? Mountain Wilderness ha preso posizione a tal riguardo?
Su questo aspetto è intervenuta Mountain Wilderness, ma analoghe prese di posizione sono state sostenute dagli alpini, dal CAI e dalla SAT trentina. Al di là della croce quello che più offende in questa operazione è che gli Schützen vogliono ricordare solo i morti dalla parte austriaca. Coltivano ancora il confine, la separazione. Non poteva essere inventato un modo più offensivo nel ricordare la croce del Cristo che è morto in nome di tutta l’umanità. Per chi vi crede nella religione cristiana, Cristo, nel suo sacrificio, si è assunto tutti i peccati della storia umana, passati e futuri e mai si è sognato di soppesare questi peccati se commessi da un criminale, in guerra, o in oltraggi minori. Dalla fine della 1a guerra mondiale è passato un secolo, abbiamo assistito a innumerevoli genocidi, ma sembra che l’uomo non sia in grado di imparare nulla, né nel rispetto verso i suoi simili, né verso la natura.

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Montagna: territorio di libera scelta

Il 12 aprile 2015 su montagna.tv (con il titolo Incidenti in montagna e soccorsi a pagamento: lettera aperta di un maestro di sci abruzzese) è stata pubblicata un’interessante lettera aperta del maestro di sci e accompagnatore di media montagna Paolo De Luca, abruzzese di Pietracamela.

Il testo della lettera è leggibile integralmente qui, ma a noi interessa farne un riassunto e discutere due particolari punti.

La lettera trova il suo perché in un episodio riferito dallo stesso De Luca. Con un amico medico è in una bella giornata di sole sulla cresta ovest del Gran Sasso d’Italia, sopra alla Sella del Brecciaio, quando scorge in un punto abbastanza esposto un uomo e una donna in difficoltà. I due chiedono alla coppia se hanno bisogno d’aiuto: la donna era stata presa da una crisi di panico e piangeva. La risposta data dall’uomo è stata: ”Grazie, non abbiamo bisogno di aiuto. Se la mia compagna non si riprende chiamerò l’elicottero per farci riportare al parcheggio. Tanto è gratis, e potremo vedere il Gran Sasso dall’alto”.

Questa risposta la dice lunga sia sulla preparazione tecnica di certa gente che sulla superficialità con cui viene considerato il lavoro del Soccorso alpino. E l’episodio ha spinto De Luca a mettere su carta le sue riflessioni in proposito.

Paolo De Luca
De Luca-foto-Paolo-De-Luca_articoloLa lettera, dopo l’ovvia considerazione che vi è un’eccessiva “sopravvalutazione delle proprie capacità e una scarsa valutazione del percorso che si vuole intraprendere e dei relativi rischi”, e dopo l’elenco dei più elementari consigli da non trascurare mai, entra nel vivo della questione dicendo:

Consigli a parte, da più fronti si invoca una legge in grado di arginare l’impennata di incidenti in montagna. Attualmente, infatti, non esiste una normativa con regole specifiche per la sicurezza dello sciatore-alpinista, dell’alpinista, dell’escursionista e più precisamente per gli sport di avventura. A mio avviso, innanzitutto si potrebbe modificare la Legge 363/2003 sulle norme di sicurezza e di prevenzione infortuni per lo sci di discesa e fondo estendendola anche allo sci alpinismo, all’escursionismo, all’alpinismo. Così come nell’attuale Legge si stabiliscono precise regole sulle piste da sci, anche nel caso di escursioni e arrampicate in montagna è necessario fissare regole più stringenti. Una soluzione potrebbe essere quella di stipulare una polizza assicurativa per le attività sportive: credo ci siano formule che coprono escursioni impegnative e probabilmente anche vie ferrate (sicuramente non arrampicate di alto livello). Nella maggior parte dei Paesi europei è prevista un’assicurazione per questo genere di attività: con circa 20-30 euro l’anno si è coperti in caso di infortunio”.

Poi passa ad altra questione, suggerendo che “bisognerebbe far pagare per intero al cittadino le operazioni di salvataggio in montagna”. Per De Luca così facendo si proverebbe a “responsabilizzare coloro che decidono di avventurarsi in montagna senza una preliminare valutazione del percorso e delle proprie capacità”. Lamentando che in Abruzzo il soccorso sia completamente gratuito, De Luca fa seguire l’analisi abbastanza circostanziata relativamente alle altre regioni. Per questo rimandiamo al nostro post http://www.alessandrogogna.com/2015/02/06/soccorso-a-pagamento/, e aggiungiamo che le considerazioni di De Luca sono condivisibili nella misura in cui è realmente affidabile il controllo su quanto “seria” sia stata la richiesta di soccorso, onde poter quantificare l’importo del “ticket”.

In ultimo, la considerazione finale: “Gli introiti (dei ticket) ovviamente non vanno nelle tasche del Soccorso Alpino ma in quelle del sistema sanitario nazionale. Il CNSAS percepisce finanziamenti pubblici per i soccorsi in montagna per circa 10 milioni di euro l’anno, tra Stato ed enti autarchici locali quali Regioni, Province, Comuni. A questo punto, un aspetto da risolvere è quello di stabilire se l’organizzazione CNSAS formata da volontari è opportuno riceva finanziamenti pubblici invece di utilizzare squadre di professionisti altamente specializzati già esistenti nel Corpo Forestale dello Stato (Soccorso Alpino Forestale), Carabinieri, Polizia, Guardia di Finanza (Soccorso Alpino Guardia di Finanza), Vigili del Fuoco (Speleo Alpino Fluviale), Esercito (Alpini) a cui eventualmente destinare quelle somme aumentando l’efficacia dei soccorsi. A tal proposito è da dire che la tempestività negli interventi è maggiore da parte dei professionisti, visto che i volontari devono lasciare il lavoro e non sono in continua attesa e disponibilità per le emergenze”.

Il contributo di De Luca è indubbiamente ben appoggiato su notizie documentate e su considerazioni di buon senso, a parte i primi punti, quelli sottolineati in neretto. Su questi punti occorre essere molto chiari.

Una futuribile “patente” di alpinismo…
De Luca-indexNon si possono paragonare l’attività alpinistica e quella d’avventura allo sci di pista. Le piste sono a pagamento dunque devono essere ben regolamentate. Sugli altri terreni montani deve vigere il criterio di libera scelta e di responsabilità, come è sempre stato finora. Non possiamo accettare che l’intera attività alpinistica venga regolamentata anche di poco. L’individuo che sceglie l’avventura lo fa a suo rischio e pericolo e perciò deve avere la libertà di un campo in cui muoversi a livello decisionale e progettuale, quindi di responsabilità. Se così non fosse la sua sarebbe un’attività sportiva regolamentata in cui poi come effetto immediato si rincorrerebbe un’irraggiungibile sicurezza e in cui la ricerca del colpevole supererebbe ogni limite di buon senso, con gran gaudio di avvocati e assicuratori.
Occorre essere fermi su questo punto almeno tanto quanto occorre essere tutti noi collaborativi a un’informazione più incisiva, proprio per evitare scelte sbagliate di alpinisti improvvisati.
Se dobbiamo parlare di modifiche alla Legge 363/2003, pensiamole nella direzione opposta, quella della completa libertà unita alla crescita morale e responsabile dell’individuo.

Quanto alla polizza assicurativa, ognuno è ovviamente libero di stipulare ciò che crede. Di sicuro vi possono essere consigli a farlo. Ma mai e poi mai la polizza deve diventare obbligatoria. La polizza imposta si trova sullo stesso sentiero liberticida che abbiamo qui sopra cercato di evitare e denunciare.

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L’alpinismo non è delle guide alpine 2

Alpinismo, arrampicata e tecniche non sono delle guide alpine – 2a puntata (2-5)
di Carlo Bonardi

PARTE SECONDA

§ 12. Intermezzi giuridici: art. 43 codice penale; “pericolo” (per altri e/o per sé).
Prima di esaminare le novità, occorrono cenni sintetici ad alcuni argomenti giuridici tecnici, che, come meglio si constaterà, sono connotati e connotano prassi e realtà di tipo sociale e politico.

Art. 43 (sub “colpa”) del codice penale (anno 1930, vigente).

Nella parte che interessa, dispone:

“Il delitto:

è colposo, o contro l’intenzione, quando l’evento, anche se preveduto, non è voluto dall’agente e si verifica a causa di negligenza o imprudenza o imperizia [nota: c.d. “colpa generica”], ovvero per inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o discipline” [nota: c.d. “colpa specifica”]. …

[non è facile distinguere tra loro i significati delle fonti normative lì denominate “leggi, regolamenti, ordini o discipline”, tant’è che in generale la composita formula sulla colpa specifica si riassume, a raffronto col caso della colpa generica, nel senso che “… si tratta sempre, sostanzialmente, di inosservanza di regole specifiche di condotta”, così Vincenzo Manzini, Trattato di diritto penale italiano, Utet, ristampa 1985, vol. I, pagg. 809 ss.

Onde cercare di capire:

– in generale, per “regolamenti” si consideri che il significato non è da linguaggio comune, poiché il referente storico / giuridico era a quelli di provenienza pubblicistica di cui alla (poi sostituita) Legge 31 gennaio 1926, n. 100, o, inteso successivamente, di cui all’art. 87 della Costituzione ed altro (legge 23 agosto 1988, n. 400, art. 17 ecc.); tra i vari tipi, ne possono essere emanati da singoli enti pubblici, come collegi od ordini professionali, ma “… la preminenza della fonte legislativa… comporta che il potere regolamentare tenga conto di quanto predeterminato dalla legge (principio di legalità)…”, così Giuseppe de Vergottini, Diritto costituzionale, sesta ed., Cedam 2008, pag. 234. Da ultimo classifica la fonte regolamentare Elio Casetta, Manuale di diritto amministrativo, ed. Giuffrè, XVI^ ed., 2014, pagg. 369 ss.

Per “ordini” si intendono comandi o divieti specifici impartiti da autorità amministrative.

Per “discipline” alcuni atti normativi privati;

– in particolare quanto all’art. 43 c.p.,

“… Il codice, dopo le leggi, enumera i ‘regolamenti, gli ordini o le discipline’. Si tratta di fonti normative che costituiscono oggetto di studio nel diritto costituzionale e nel diritto amministrativo. Ai fini della ricostruzione della colpa specifica, è sufficiente qui ricordare che i ‘regolamenti’ contengono norme a carattere generale predisposte dall’Autorità pubblica per regolare lo svolgimento di determinate attività (si pensi ad es. al regolamento di esecuzione del codice della strada); mentre gli ‘ordini’ e le ‘discipline’ contengono norme indirizzate ad una cerchia specifica di destinatari e possono essere emanati sia da Autorità pubbliche, sia da Autorità private (si pensi ad es. agli ordini emessi da soggetti pubblici o privati per regolare attività lavorative ovvero alla disciplina interna di una fabbrica). Va in proposito precisato che la responsabilità colposa non viene meno, ove la regola precauzionale violata sia contenuta in un regolamento o in altra fonte scritta eventualmente viziata da invalidità formale: ciò che conta è che la regola di condotta violata corrisponda davvero ad una norma precauzionale adatta al caso di specie”…, così Giovanni Fiandaca e Enzo Musco, Diritto penale. Parte generale, Zanichelli, sesta edizione, 2010, pag. 552].
Applicato in campo alpinistico, l’art. 43 c.p. caratterizza i casi di effettiva verificazione di certi fatti materiali (omicidio o lesioni personali: artt. 589 e 590 c.p.): per esso non rilevano ad esempio un’imprudenza o l’inosservanza di un’ordinanza sindacale di divieto, ove non abbiano prodotto quelle negative conseguenze.

Date le finalità di questo scritto, non tratto di tali fatti; evidenzio invece che l’inquadrabilità o meno di comportamenti alpinistici, attivi od omissivi, nelle riportate parti dell’art. 43 c.p. (colpa generica o specifica), ne determina, quando si verifica un sinistro, l’illiceità per l’ordinamento giuridico (penale, ma anche per altri settori: civile, amministrativo, disciplinare, ecc.).

Serve ad illustrazione un’applicazione giurisprudenziale:

“In tema di colpa specifica, l’inosservanza della prescrizione legittimamente imposta dalla pubblica amministrazione costituisce, di per sé, l’essenza della colpa, non essendo consentito al destinatario dell’ordine di sostituire il proprio giudizio di prevedibilità o evitabilità a quello della p.a., adottando condotte diverse. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto illegittima l’esclusione della colpa dei responsabili di una pista da sci i quali non si erano attenuti alla prescrizione della apposita Commissione tecnica provinciale che aveva condizionato l’agibilità della pista alla realizzazione di una barriera dai 12 ai 14 metri dinanzi ad un ponte, ma ne aveva collocato una di lunghezza inferiore a 10 metri) (Corte di cassazione, Sez. IV, 21 marzo 2002, n. 11445)”.

AlpinismoNONGuide-2-4833_2309_04_GablExpedition_302647_webPertanto,chi stabilisce elementi che possano poi essere ricompresi nelle citt. parti dell’art. 43 c.p., orienta e vincola le possibilità operative dei praticanti, singoli od organizzati, già sui piani sociale e politico, e, in caso di sinistro, su quello giuridico delle responsabilità legali.

“Pericolo” (per altri e/o per sé).

Il diritto della responsabilità tradizionalmente tende ad approntare tutele solo per fatti che abbiano prodotto conseguenze materiali negative (morte o lesioni personali, ecc.), o, come altrimenti si può dire, un “danno” (o la “lesione di un bene giuridico naturalistico” od altre espressioni analoghe).

A volte però interviene prima (si dice che “anticipa la soglia di punibilità”), cioè vieta e sanziona quanto un danno potrebbe produrre, anche se questo non si è verificato, dunque la sola messa in “pericolo” di un bene ritenuto giuridicamente rilevante (specie la vita o l’incolumità personale).

Ancor più quando il diritto si occupa solo del pericolo di un danno, occorre che quest’ultimo sia quello cagionabile ad altri (id est: a persone. Sorvolo su quello a cose e/o animali)

[esemplare in tale senso è l’art. 2043 codice civile del 1942, vigente, norma fondamentale:

“Risarcimento per fatto illecito.

Qualunque fatto doloso o colposo che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno”].

Per gli sci-alpinisti è il caso – circa il pericolo per altri (deve trattarsi di c.d. “incolumità pubblica”) – del “delitto di valanga” (artt. 449 – 426 c.p.), che negli ultimi anni li ha fatti tanto arrabbiare: cagionare la caduta di una valanga (fenomeno di certe caratteristiche ed in certe condizioni: sorvolo) costituisce reato a prescindere dal fatto che qualcuno ne sia restato ucciso o ferito (altrimenti si aggiungerebbero gli ulteriori reati suindicati)

[in diritto, Stefano Corbetta, Delitti contro l’incolumità pubblica. I delitti di comune pericolo mediante violenza, in Trattato di diritto penale parte speciale, vol. II, tomo I, Cedam, 2003, pag. 245 ss. Vi si consideri soprattutto l’ipotesi colposa.

Quella dolosa è alpinisticamente improbabile, anche se non da escludere ove potesse venire in esame il c.d. “dolo eventuale” (vd. Internet), che Salvatore Prosdocimi ritiene logicamente configurabile anche nel caso di c.d. “reati di pericolo”, salve particolarità per le singole fattispecie incriminatrici, vd. Dolus eventualis. Il dolo eventuale nella struttura della fattispecie penale, Giuffrè, 1993, pag. 145; proprio con riferimento allo sciatore, tale forma dolosa è ammissibile anche per Corbetta cit., pag. 297, ma senza particolari motivazioni.

Non mi risultano precedenti giurisprudenziali su valanghe dolose, circa le quali, peraltro, la confusione dei non giuristi è massima: dibattendo tra altrui esposizioni (7 marzo, ecc.), ero intervenuto in argomento con Disgrazie in montagna, in Giornale di Brescia, 15 marzo pag. 43, indi aprile 2006.

C’è poi una tesi particolare, del Vice questore aggiunto forestale Alessandro Cerofolini, che, se fosse da intendere nel senso di applicabilità del delitto doloso o colposo di valanga a prescindere da pericoli o danni causati all’incolumità pubblica delle persone ma a tutela solo di ambiente flora, fauna e comunque del territorio, sarebbe inaccettabile quantomeno per violazione del principio di necessaria tassatività nella formulazione delle norme incriminatrici, vd. Il reato di inondazione, frana e valanga, in Il diritto all’ambiente on line (2003?) ed altrove, Internet].

 

Però, ultimamente, il legislatore nazionale e addirittura quelli regionali e provinciali – in ottica securitaria (“La sicurezza! La sicurezza!”), sovente infondata e strumentale a tutt’altri interessi – hanno teso a stabilire norme che rendono illeciti vari comportamenti sportivi, o sul piano penale o almeno amministrativo (salvo il discorso sulle reciproche contaminazioni: sorvolo), in ottica solo preventiva, a prescindere da eventi di danno

[bastino il ricordo del tentato c.d. “Emendamento Bertolaso” a legge dello Stato, cenni nel mio Il diritto va in montagna, in La Rivista del CAI settembre-ottobre 2010 pag. 78-79; il progetto di legge n. 0175 per il “Riordino normativo in materia di attività motorie e sportive” di iniziativa del Presidente della Giunta regionale della Lombardia, presentato il 26.7.2012 e volto a prevedere come illecita ed a sanzionare la creazione di pericolo “per sé o per altri” da parte del praticante sportivo, modificato con la soppressione del “per sé” a seguito dell’intervento del CAI; alcuni aspetti della proposta di legge Senatrice Lanzillotta 2013, post per qualche diverso accenno].

 

Col risultato di rendere illecito e dunque sottoponibile a controlli, impedimenti, divieti, e poi di assoggettarlo a sanzioni e ad altre conseguenze, quanto possa essere inteso come “imprudente”, anche solo per l’autore e pure se manchi un sinistro a chiunque

[Alex Honnold, “aggirandosi con fare sospetto” nei pressi di una roccia, potrebbe essere impedito all’attaccarla, “multato”, gli potrebbe essere sequestrata l’attrezzatura (le scarpe…?), ecc. Poiché, presumibilmente, forse per evitarsi “danni d’immagine”, con quelli del suo livello non lo faranno, le attenzioni saranno facilmente rivolte ai praticanti “normali”].

Per me, questi ultimi non vanno turbati con eccessi e paranoie giuridiche: dal prosieguo dello scritto risulterà che glieli hanno imposti e che ciò non è ancora ritenuto abbastanza.

§ 13. “Giuridificazione” (e “responsabile”).
Serve evidenziare la recente generale tendenza al passaggio dal sistema giuridico tradizionale, per lo più fondato sull’applicazione ai singoli casi concreti delle indicazioni codicistiche – c.d. “elastiche” – rientranti nell’ambito della sola colpa generica (negligenza, imprudenza, imperizia), ad uno maggiormente fondato, ma senza abbandono delle predette, su ipotesi normative di colpa specifica (violazione di leggi, regolamenti, ordini o discipline).

Nel primo, il legislatore non dice cosa la persona (l’alpinista) debba fare o non fare e dunque lascia che sia di volta in volta il giudice a stabilire se il comportamento portato alla sua attenzione rientri nella negligenza, imprudenza od imperizia, con la conseguenza che più ampi spazi discutibili saranno lasciati alle argomentazioni di interessati (preteso offeso ed accusato) ed esperti (periti o consulenti di parte).

Invece, ove sia addebitata la violazione di norme specifiche, il significato legislativo e l’orientamento giurisprudenziale sono nel senso che, accertatane la sussistenza, la responsabilità non può essere messa in discussione e l’accusato deve essere condannato.

Esemplificando: è la differenza tra il prevedere che in automobile si debba non tenere una velocità eccessiva piuttosto che non superare un limite fisso predefinito. O, in alpinismo, che si debba essere prudenti o impiegare tot. rinvii per ogni tiro di corda, o che un istruttore possa o no lasciare salire da capocordata un allievo da lui reputato capace.

Invero, anche nel caso di violazione di norme specifiche, restano possibili discussioni ed assoluzioni, soprattutto sul fatto che la norma in oggetto doveva essere proprio diretta ad evitare il verificarsi di quanto poi accaduto (non ho pagato il bollo dell’auto, però la vittima è andata a sbattere indipendentemente da ciò) o sulla possibilità che il rispetto della norma non avrebbe potuto evitare il sinistro (suicida gettatosi repentinamente sotto le ruote di un’autovettura che pur viaggiava oltre il limite di velocità).

Qui rileva notare che, in progressione di tempo, la tendenza sociale e del diritto è stata nel senso di aumentare, a dismisura, la previsione e l’utilizzo delle norme specifiche, come se le altre non esistessero o non fossero sufficienti e dandolo ad intendere o magari soltanto “replicandone” i contenuti sotto apparenti nuove spoglie: in ottica sovente solo securitaria a monte spinta dalle esigenze di collocare o giustificare strumenti, servizi o posizioni piuttosto che di risolvere convenientemente problemi di prevenzione.

Detta tendenza viene spesso richiesta od adottata dagli stessi praticanti alpinisti, senza che si rendano conto- nel rito del “responsabile” – né della previa esistenza di norme ampiamente e severamente applicate né del contenuto e delle conseguenze di siffatti interventi (post).

Inoltre, dovrebbe essere chiaro che, più si specificano i comportamenti vietati, più facile sarà il passaggio – riallacciandomi a quanto sopra esposto – alla previsione di punibilità a prescindere dal verificarsi di un sinistro e dal fatto che esso debba essere a danno di altre persone; dunque, sarà più ristretto il campo di libertà lasciato al praticante.

[in generale, fermo che il fenomeno non è solo della modernità, tra gli AA. giuridici vd. Fiandaca – Musco cit., pag. 552, per i quali, sub Vantaggi ed inconvenienti della positivizzazione delle regole precauzionali, riportando l’opera di Giorgio Marinucci, precisano: “Da un lato, la predeterminazione legale delle regole di prudenza garantisce la certezza del diritto assai più delle elastiche norme sociali di condotta applicate sul terreno della colpa ‘generica’. Tuttavia, a fronte di questo vantaggio, la colpa ‘specifica’ presenta un grave e tutt’altro che trascurabile inconveniente: ‘se, infatti, la semplice difformità della condotta concreta dalle norme scritte basta a far presumere, iuris et de iure, l’esistenza della colpa, e se poi l’evento tipico cagionato da quella condotta viene addossato all’agente solo sul presupposto del rapporto di causalità, allora per tutti i reati colposi con evento (…) l’avvento massiccio della positivizzazione delle regole di prudenza segna nientemeno che il ritorno alla responsabilità per il mero versa(ti)ri in re illicita”; e Prosdocimi cit., introduzione. In ambiti vasti, Jurgen Habermas Morale, diritto, politica, Piccola Biblioteca Feltrinelli, 1986, ed. 2007, pagg. 5-6-20-23-30, ecc., che si riporta all’opera di Max Weber; Stefano Rodotà, La vita e le regole. Tra diritto e non diritto, ed. ampliata Feltrinelli, 2009, esempio pag. 13, ove utilizza il concetto di “imperialismo giuridico”.

Per lo specifico alpinistico su questi temi, oltre ai miei Il diritto va in montagna cit. e Mercato del pericolo / rischio e sicurezza in montagna, in Annuario CAAI 2012/2013, pagg. 148-149, vd. il mio intervento Libertà in alpinismo: aspetti giuridici in evoluzione al 60° Trentofilmfestival (Trento, 20 maggio 2012), del quale spero di potere produrre in futuro una relazione scritta].

AlpinismoNONGuide-2-SCALATAPARTE TERZA

§ 14. Novità.
Riprendo il discorso sulle proposte di legge, evidenziando come contengano qualcosa che, nonostante un allarme invano lanciato, continua a sfuggire al gran numero degli stessi praticanti l’alpinismo ed alla maggior parte degli addetti ai lavori; onde fare capire, continuo per passaggi.

Reperto riusato, la professione post-amatoriale: il “falso strategico”.

Si cominci leggendo l’esordio della relazione di presentazione della proposta Saltamartini (sintomatico: c’era già nella Di Centa- Quartiani e nella Fosson):

“Con la legge 2 gennaio 1989, n. 6, il legislatore statale intervenne per istituire l’ordine professionale delle guide alpine e degli accompagnatori di media montagna, superando l’originario carattere amatoriale di queste attività e trasformandole in vere e proprie professioni“. A conferma di ciò, come nelle proposte precedenti, in essa è richiamata “Corte costituzionale, sentenza n. 372 del 3 luglio 1989”.

§ 15. Inciso: considerazioni da un tentativo di definire l'”amatoriale” e il “ludico / amatoriale” e sulle c.d. “certificazioni” (Decreto Balduzzi 2013 sui certificati medici sportivi).
Per sistemazione normativa – esaustiva o no – in Italia l’ambito dello “sport” era nominalmente diviso tra “professionistico” e “dilettantistico” nonché tra “agonistico” e “non agonistico”

[vd. La legge 23 marzo 1981, n. 91 sul professionismo sportivo, di Gabriele Nicoletta, Internet. Direttamente, detta normativa riguarda le attività riconducibili alle Federazioni C.o.n.i.],

ma, recentemente, vi è stata una individuazione, da parte del normatore nazionale – c.d. Decreto Balduzzi*, ministero salute, 24 aprile 2013 e successivi maneggi ed abrogazioni – anche delle figure dell”amatoriale”, e del “ludico / amatoriale” circa il certificato medico, e di qual tipo, da richiedere per lo svolgimento di attività sportive o di alcune di esse

[* art. 2 Decreto Balduzzi 2013:

Definizione dell’attività amatoriale. Certificazione”

  1. Ai fini del presente decreto è definita amatoriale l’attività ludico-motoria, praticata da soggetti non tesserati alle Federazioni sportive nazionali, alle Discipline associate, agli Enti di promozione sportiva riconosciuti dal CONI (nota: il CAI non è di questi), individuale o collettiva, non occasionale, finalizzata al raggiungimento e mantenimento del benessere psico – fisico della persona, non regolamentata da organismi sportivi, ivi compresa l’attività che il soggetto svolge in proprio, al di fuori di rapporti con organizzazioni o soggetti terzi”].

Tale novità ha fatto fibrillare il mondo delle associazioni sportive, comprese quelle, come il CAI, non investite, quantomeno direttamente, dal decreto medesimo.

Solo per quanto interessa in questa sede, si può:

– evidenziare la generale tendenza, nell’ambito dell’ideologia della c.d. “società della conoscenza” piuttosto che in quella della tradizionale “società della produzione”, a rendere oggetto di interventi esterni tutta una serie di ambiti economici e di vita che in precedenza ne erano esenti, e, dunque, non solo alla sempre maggiore invasività di mercato e politica ma, allo scopo, al provocato accentuarsi della presenza di un nuovo soggetto / funzione / servizio, il “certificatore”; costui non per ciò esercita l’attività che valuta e ne lascia la responsabilità ai diretti praticanti, mentre impone loro la propria presenza “culturale”, assistenziale, burocratica, di potere, di tempi da impiegare ed alfine di costi. Né può sfuggire che prevedere l’obbligo di avvalersi di certificati rilasciati solo da alcuni tipi di uffici o di professionisti deriva ed influisce sul mercato di questi ultimi e dei loro concorrenti mai legittimati o delegittimati

[una matrice è rintracciabile nel testo del punto 5 del Consiglio Europeo Lisbona 23 e 24 Marzo 2000, Conclusioni della Presidenza, Trattato di Lisbona 2000:

“L’Unione si è ora prefissata un nuovo obiettivo strategico per il nuovo decennio: diventare l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo…” (sic)];

– e pensare a cosa davvero definisca (invero “Ai fini del presente decreto”; ma con portata che di fatto potrebbe portare ricadute ex art. 43 codice penale) un indicatore anodino quale l’attività “ludica-motoria… finalizzata al raggiungimento e mantenimento del benessere psico – fisico della persona” (ci stanno l’andare senza serie intenzioni con ragazze o ragazzi; la “palla asino”; altro)

[per precedenti terminologici, Homo ludens di Johan Huizinga, anno 1939, traduzione italiana, ed. Piccola biblioteca Einaudi.

Circa lo “sport”, una tra le varie pseudo definizioni-matrice è nell’art. 2 comma 1 Carta europea dello sport – Rodi 13-15 maggio 1992, ovvero “Si intende per ‘sport’ qualsiasi forma di attività fisica che, attraverso una partecipazione organizzata o non, abbia per obbiettivo l’espressione o il miglioramento della condizione fisica e psichica, lo sviluppo delle relazioni sociali o l’ottenimento di risultati in competizioni di tutti i livelli”.

In argomento vd. inoltre Genesi del mutamento… cit., nota 9; Emanuele Isidori e Heather L. Reid, Filosofia dello sport, ed. Bruno Mondadori, 2011, pagg. 27 ss.

Il termine “benessere” (a volte esoticamente detto wellness) è stato ormai portato ad investire situazioni sofisticate ed è a mio parere a sua volta abusato: per averne idea, basta il titolo del Rapporto Bes 2013: il benessere equo e sostenibile in Italia, ISTAT, Internet.

In punto, il mio Coccole di montagna, Gogna Blog].

Non mi dilungo oltre: risulta che ogni opera definitoria – peggio se arbitraria o malfatta – trova difficoltà

[nel diritto in generale, emergono i problemi connessi all’utilizzazione da parte del legislatore di termini ed espressioni tratti dall’esperienza e dal linguaggio comuni, come ad esempio ha osservato Prosdocimi cit. pag. 24 a proposito dell’impiego dei concetti giuridici di dolo e colpa. Peraltro, ciò non dimostra che le formulazioni particolareggiate siano migliori].

§ 16. Tornando a bomba (superamento / trasformazione)
Che la professione di g.a.-m.a. sia superamento o trasformazione dell’originaria attività amatoriale non è vero.

Piuttosto, l’asserto può essere decifrato quale astuzia preimpostata.

Infatti, i praticanti sanno che tale attività – come da sempre avvenuto e senza congetture od archeologie – si può fare amatorialmente (per diletto, o come dire si voglia) o per professione:

– tra i due ambiti, se non si sommano le pere con le mele e salvi motivi lato sensu politici, non si può affermare la “parità”

[per la soluzione, a mio parere fuorviante, dell’ormai antica Dichiarazione di comunità di intenti 28.5.1983 tra rappresentanti di guide e CAI, cenni in Professionismo, Volontariato… cit., nota 14];

– mentre, a parte ulteriori aspetti procedurali o formali (iscrizione ad albo, ecc.), la discriminante non sta nella migliore “qualità” e/o “eticità” dell’uno sull’altro e ma nel fatto che quella professionale è attività “economica”, l’altra no

[esempi del secondo tipo: genitori che portano i figli in arrampicate, od attività organizzate a livello di volontariato come corsi e relative uscite del CAI. Lasciamo perdere substrati od ulteriori casi particolari: una g.a.-m.a. esercita anche per personale diletto, può operare gratuitamente; ecc.].

 

Conta dunque che la professione di g.a.-m.a. non è né l’evoluzione né la trasformazione dell’amatoriale (lo è del cit. “mestiere”; e ci possono essere alpinisti rifuggenti titoli e compensi, insegnanti ed accompagnatori bravissimi) neppure dal punto di vista della qualità della prestazione; mentre, come detto, l’unico fondamento della relativa riserva per legge è connaturato alla garanzia dell’incolumità del cliente.

Ma, soprattutto, conta che, se così non fosse, si arriverebbe a ritenere l’attività amatoriale più non esistente o non più degna di esistere oppure rimasta involuta rispetto al professionismo: pensiero violento nei confronti delle persone che – essendoci libertà (?) – in montagna ci sono andate e vogliono continuare ad andarci solo per passione e neppure forzosamente istruite e/o accompagnate.

Non dimostra il contrario il cit. avallo della sentenza n. 372/1989 della Corte costituzionale, anch’esso riusato dal tentato nuovo legislatore della professione di “maestro di arrampicata”: l'(errato) inciso sul “superamento” / “trasformazione” era stato infatti impiantato* nella sentenza medesima con prelievo dal testo della relazione di presentazione della cit. legge 1989, n. 6, istitutiva della professione di g.a.-m.a., e, dunque, a prescindere dall’interrogativo sul fatto che singoli giudici fossero o debbano o possano essere edotti di cose alpinistiche, non è attribuibile alla Corte ma a coloro che avevano predisposto la legge

[* per la Corte: “Secondo quanto viene illustrato nella relazione alla proposta presentata alla Camera dei Deputati il 30 novembre 1987 con il n. 1989, la legge in esame é stata determinata dalla necessità di dare <un doveroso riconoscimento giuridico e un’adeguata disciplina> all’attività delle guide alpine, che <superando l’originario carattere amatoriale, si é trasformata in una vera e propria professione>: e questo anche in relazione al forte incremento dell’attività sportiva legata all’escursionismo alpino, che ha imposto di <prevedere adeguate garanzie di preparazione tecnica e professionale a tutela dell’incolumità degli alpinisti>”.

Tale genesi potrebbe sembrare – ma sarebbe un esame superficiale – essere stata fatta propria pure dalla Corte, poiché, nella medesima sentenza, essa continuava: “… In altri termini, pur restando l’attività di guida alpina connessa alla materia turistica, una diversità nei limiti verrà, infatti, a rappresentare la conseguenza naturale delle connotazioni nuove che l’attività di guida assume quando da semplice esercizio sportivo ed amatoriale si trasformi in vera e propria professione liberale, riconosciuta e garantita dalla legge attraverso l’istituzione di un particolare ordinamento professionale…”].AlpinismoNONGuide-2-p1020603

§ 17. Altri equivoci, intranei e da esterni: sulla “professionalità” del c.d. “volontariato” e sugli “operatori legali non alpinistici”. Conseguenze.
I termini per la comprensione del problema ancora non sono chiari:

  1. a) che l’amatorialità, ed un suo successivo ambito organizzato, il c.d. “volontariato” (del CAI e di altre organizzazioni), siano cose diverse dal professionismo, dovrebbe essere evidente a chi pratica l’alpinismo, e, pertanto, le precedenti osservazioni dovrebbero fare riflettere chi da (solo) “volontario” proprio non riesce ad evitare di definirsi “professionale”, con “professionalità”, o simili

[da anni è stato un florilegio, forse al top il “volontariato estremamente professionale” de Lo Scarpone, n. 11/2006, pag. 08.

Ma l’art. 20 della cit. legge 1989, n. 6, pur sempre dispone:

“Scuole e istruttori del CAI

  1. Il Club alpino italiano, … conserva la facoltà di organizzare scuole e corsi di addestramento a carattere non professionale per le attività alpinistiche, sci-alpinistiche, escursionistiche, speleologiche, naturalistiche e per la formazione dei relativi istruttori.
  2. Gli istruttori del CAI svolgono la loro opera a carattere non professionale e non possono ricevere retribuzioni. …;”.

E si ricordi altresì la già riportata previsione dei “gradi della professionalità”, riferita alle guide alpine, nell’art. 11 della Legge quadro per il turismo 1983, n. 217.

In argomento, Professionismo, Volontariato… cit., qui specie sub paragrafo “’Volontariato professionale’ o ‘con professionalità’: ossimoro”. Ossimoro vivo e mutante, anche nei ranghi alti, da ultimo Presidente generale CAI Umberto Martini, Relazione morale, in Montagne 360 giugno 2014, pag. 62].

Vero che è in corso l'”acquisizione” del volontariato all’economia di mercato ed alla politica (non ci si penta poi di quello che deriva); però, quantomeno poiché normalmente la professionalità di una posizione aumenta oneri e responsabilità legali, parrebbe dover conseguire che chi né possiede tali qualifiche né ha necessità di possederle voglia evitare di attirarsene le gravose conseguenze

[in diritto, viene di consueto affermato che la responsabilità del professionista è superiore a quella di chi non lo sia, ad esempio nel senso per cui, ad uguale intervento concreto, da un medico si pretende contenutisticamente più che da un approssimativo soccorritore in urgenza.

Su quest’ultimo argomento, Mario Romano, Commentario sistematico del codice penale, II^ edizione, Giuffrè 1995, vol. 1, pagg. 423 ss; Giuseppe Pavich, Il cosiddetto agente modello, in La colpa penale, Giuffrè 2013, pag. 80 ss con giurisprudenza ivi indicata].

Per giunta, “volontario”, rispetto a “professionale”, piuttosto che un minus, è diverso

[“… pur se non consistono in attività di tipo professionale, le prestazioni di volontariato devono essere svolte, nei vari settori di operatività, con una preparazione particolare e con una perizia specifica, che richiedono un’apposita didattica e un’accurata opera di affinamento delle attitudini naturali del volontario e che, ove fossero carenti, condannerebbero il volontariato all’inefficienza e, quindi, al deperimento”, Corte costituzionale, sentenza n. 75 del 1992, caso ripreso da Professionismo, Volontariato… cit.];

 

  1. b) ma una diversità evidente tra amatorialità e professionalità non ci sarà per gli operatori “non alpinistici”, coloro che applicheranno la proposta ove divenga legge: magistratura ed avvocatura, oltre a forze dell’ordine, ausiliari vari, amministrazioni pubbliche, imprenditorie, ecc.

Questi ruoli – per natura e funzione – non prevedono e non possono prevedere la necessità d’intendersi di cose d’alpinismo né tantomeno di condividerne o solo ammetterne lo “spirito”: con la conseguenza che, quando una materia di contenuti e natura molto particolari (se si vuole: “anormali”) sia trattata da chi “normalmente” non la “vive”, c’è da aspettarsi che certe distinzioni non vengano percepite o siano prese quali sofismi, e, comunque, che siano di fatto disattese

 

[in Genesi del mutamento... cit. riportavo di un caso giudiziario d’addebito e risarcimento danni in separazione coniugale segnalato da fonte giuridica autorevole, la quale aveva considerato emblematica la “dedizione fanatica a hobby individuali (come) l’alpinismo” e l’aveva apparentata a quelli di “pesantezze legate al sesso… gusto sfrenato per i travestimenti, inclinazioni alla pedofilia, sadismi e masochismi di vario genere; reati, incesti, incitamento o sfruttamento della prostituzione, insaziabilità; ‘fantasie malate’, costrizioni alla moglie agli scambi di coppia… feticismi…”, ecc.: Paolo Cendon, Lei, lui e il danno. La responsabilità civile tra coniugi, in Responsabilità civile e previdenza, 2002, 6, 1257.

AlpinismoNONGuide-2-catherine_destivelle_guida_la_cordata_in_au_dela_des_cimes_del_francese_remy_imagefullPerò, in magistratura vi è ammissione delle proprie difficoltà nel trattare materie scientifiche / tecniche, ad esempio sentenza Corte di cassazione, Sez. IV penale, 29 gennaio – 9 aprile 2013, n. 16237, sull’ambito della responsabilità professionale del medico:

“… l’acquisizione al processo di informazioni scientifiche adeguatamente attendibili non è sempre agevole, tanto più quando si entra in ambiti complessi, controversi, caratterizzati da sapere in divenire… . Questa Suprema Corte (…) ha già avuto modo di porre in luce i pericoli che incombono in questo campo: la mancanza di cultura scientifica dei giudici, gli interessi che talvolta stanno dietro le opinioni degli esperti, le negoziazioni informali oppure occulte tra i membri di una comunità scientifica; la provvisorietà e mutabilità delle opinioni scientifiche; addirittura, in qualche caso, la manipolazione dei dati; la presenza di pseudoscienza in realtà priva dei necessari connotati di rigore; gli interessi dei committenti delle ricerche. Tale situazione rende chiaro che il giudice non può certamente assumere un ruolo passivo di fronte allo scenario del sapere scientifico, ma deve svolgere un penetrante ruolo critico, divenendo (come è stato suggestivamente affermato) custode del metodo scientifico. …”].

§ 18. Art. 2050 codice civile: ahia!
Non mi sorprende pertanto che nell’ambiente alpinistico abbia provocato sorpresa e disappunto una recente applicazione giudiziaria – anche se fondata pure su altri profili e circa la quale il discorso andrebbe meglio esaminato – proprio per l’affermata parificazione di responsabilità tra professionisti e volontari

 

[caso di causa civile da sinistro in insegnamento da volontariato su via ferrata, trattato da Corte di cassazione, Sez. III civile 24 luglio 2012, n. 12900, riassunto in “La Corte di cassazione e la ‘naturale pericolosità’ della montagna”, oggetto di diversi commenti, e, da ultimo, delle illustrazioni dell’avvocato, Vincenzo Torti vs. Corte di cassazione; Gogna Blog.

Per la sentenza:

“… In relazione allo scopo perseguito dalla ricorrente che dichiaratamente mira ad un’enunciazione di principio che consenta di escludere che la propria attività di incoraggiamento all’approccio sicuro alla montagna, svolta su base volontaristica ed a titolo gratuito, sia qualificabile come pericolosa, con le relative gravose conseguenze in ordine al regime di imputazione della responsabilità ed al possibile effetto dissuasivo che potrebbe derivarne, va infine prestata piena adesione ai relativi rilievi della Corte d’appello. E’ detto in sentenza che ‘la lodevole e meritoria attività svolta dal CAI, Club Alpino Italiano, ente pubblico con finalità sociali, le cui sezioni sono sottosezioni di stretto volontariato, senza fine di lucro e non di impresa, non assume alcuna rilevanza in merito alla configurazione giuridica della responsabilità da delineare nel caso che ci occupa’.”.

Giustamente in senso opposto, appunto Vincenzo Torti, La responsabilità nell’accompagnamento in montagna, 1994, collana “Montagna e diritto” del CAI, pagg. 43-44, ecc., e in Montagna da vivere, montagna da conoscere, collana “I Manuali del Club Alpino Italiano”, 2013, pagg. 107 ss].

 

Certi esiti forse non si sarebbero avuti se i praticanti del tempo libero avessero ben individuato e difeso la propria natura e le proprie prerogative.

Né così vengono aiutati i professionisti.

CONTINUA

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L’alpinismo non è delle guide alpine 1

Alpinismo, arrampicata e tecniche non sono delle guide alpine – 1a puntata (1-5)
di Carlo Bonardi
Superior stabat lupus, longeque inferior agnus (Fedro)

Premesse
Questo scritto è stato concepito prima dell’apertura, avvenuta il 22.7.2014, del sito nazionale guide alpine-maestri di alpinismo www.guidealpine.it, della quale il 6 settembre 2014 ci ha informati il Gogna Blog.
Rispetto al loro pregresso si rileva un perfezionamento strategico / espositivo circa alcuni contenuti che invece io qui analizzo quanto alla “giuridificazione” (+ connessi) di comportamenti, conoscenze, pensieri, materiali, tecniche, assistenze alpinistici.
Non ho variato il mio scritto in relazione alla suddetta novità, poiché la sostanza che espongo credo rimanga, anzi ne vedo sviluppi lineari; però ho aggiunto il paragrafo “Vie nuove: nuovo sito Internet della Guide alpine italiane”.
Il 22 settembre 2014, sempre nel Gogna Blog, è comparso l’intervento “A Edolo, presentate le guide alpine lombarde“, relativo al nuovo sito locale, di contenuti analoghi a quelli del nazionale: parendomi anche essi in linea con i detti sviluppi, non ne prendo particolari spunti, salvo rilevarvi la menzione delle più recenti attività svolte dalle guide (nordic walking, coaching, ecc.) e la collaborazione specie con l’istituzione universitaria.
Per capire il senso di queste premesse, ed il resto, temo occorra prima leggere tutto… Buona fortuna!].

PARTE PRIMA
§ 1. Occasione: “maestro di arrampicata” e cose note

Stefano Michelazzi – sempre attento alle tematiche alpinistiche – commentando nel Gogna Blog l’articolo di Maurizio Oviglia “Dovremo chiamarci di nuovo rocciatori?”, ha espresso dissenso sulla prevista istituzione della professione di (“istruttore”, rectius) “maestro di arrampicata”, come da proposta di legge – art. 4* – presentata alla Camera il 3 aprile 2013 col n. 639 ad iniziativa del deputato Saltamartini ed intitolata “Modifiche alla legge 2 gennaio 1989, n. 6, e altre disposizioni riguardanti l’ordinamento delle professioni del turismo montano”, poiché andrebbe a ripartire negativamente l’ambito della riserva d’esercizio già attribuito alla “guida alpina-maestro di alpinismo” (nel seguito, per comodità: g.a.-m.a.)

[* art. 4 proposta Saltamarini,

“Maestro di arrampicata.

1) Sono istituiti la figura professionale del maestro di arrampicata e il relativo elenco speciale. E’ maestro di arrampicata chi svolge professionalmente, anche in modo non esclusivo e non continuativo, le seguenti attività:
a) accompagnamento di persone in arrampicata su roccia e su strutture, naturali e artificiali, appositamente predisposte, con esclusione delle zone con caratteristiche alpine e delle aree innevate;
b) insegnamento delle tecniche di arrampicata su roccia e su strutture, naturali e artificiali, appositamente predisposte, con esclusione delle zone con caratteristiche alpine e delle aree innevate.
2) Al maestro di arrampicata è permesso l’uso di tecniche e di materiale alpinistico relativi al terreno di competenza ai sensi di quanto previsto dal comma 1.

4) Le guide alpine-maestri di alpinismo possono svolgere le attività di cui al presente articolo.”].

Va tenuto presente che, per la stessa proposta (artt. 1, 2, 3, 6, 8, 11, 12, oltre al soprariportato art. 4 ed all’art. 13, dei quali dirò), l’istituenda professione è collocata sotto il governo di quella di g.a.-m.a., ed in particolare del relativo Collegio nazionale.
E che detta proposta è orientata a porre le basi normative per ulteriori future estensioni delle varie professioni turistiche.

§ 2. Oggetto e scopo dello scritto: per il non professionale
Dall’intervento di Michelazzi prendo spunto non sul problema (effettivo) che egli ha evidenziato ma al fine di indagarne uno diverso, sottostante e laterale, quale mia doglianza e segnalazione al pubblico alpinistico: non cioè sull’opportunità o meno di fare condividere un ambito professionale a soggetti emersi od emergenti ma sugli effetti – diretti o riflessi, di diritto o di fatto – che dall’approvazione del complesso di quella proposta, o comunque da una sostanziale condivisione della sua ideologia e dei modi – deriverebbero su alpinismo, arrampicata, escursionismo non professionali, corpo maggiore dei relativi praticanti, organizzati (esempio: CAI) o no (gruppi occasionali, singoli, terzi).

AlpinismoNONGuide-1-alpinismo,1679§ 3. Alcune altre proposte legislative (On.li Di Centa-Quartiani ed altri, Sen. Fosson ed altri) e un movimento
La suddetta proposta ha ripreso quella che era stata presentata, all’epoca del Ministero del turismo On. Brambilla, il 2 febbraio 2010 col n. 3170, dai deputati Di Centa-Quartiani (ecc.)

[l’ultimo, allora presidente del “Gruppo parlamentari Amici della Montagna”, recentemente ha rappresentato il C.a.i. in rapporti col Parlamento nazionale; ad evidenziare il movimento più vasto, noto che vi è ancora in gestazione una “Legge sulla montagna”, della quale in questa sede non è possibile dire].

Un’emblematica rappresentazione dei cattivi pensieri della proposta l’ha fornita Mariolina Iossa:

[“Maestri alpini e divieti. Arriva il codice della neve. Presto norme severe contro i turisti delle valanghe. Le guide. Con condizioni buone si può sciare fuoripista solo con una guida alpina”, Corriere della Sera 4.3.2010, Internet].

E si sono avute iniziative legislative ulteriori:

[esempio, disegno di legge n. 1921, del Senatore Fosson ed altri, comunicato alla presidenza il 3 dicembre 2009.

Di seguito in genere per comodità farò riferimento solo alle proposte Saltamarini e Di Centa-Quartiani e tralascerò le normative di categoria e quelle regionali e delle provincie autonome di Trento e Bolzano, risalenti nel tempo od attuali], anch’esse con oggetto le c.d. “professioni del turismo montano”: tra le quali è compresa quella che già lo Stato aveva istituito nel 1989, dappresso.

§ 4. La legge 2 gennaio 1989, n. 6 (“Ordinamento della professione di guida alpina”, da allora meglio dettagliata come di “guida alpina-maestro di alpinismo”),
infatti,

– aveva appunto provveduto a fare subentrare un ‘”ordinamento professionale” all’attività di “guida o portatore alpino”, prima abbastanza corrispondente ma poco normata nella legislazione statale [Testo Unico delle leggi di pubblica sicurezza, R.D. 18 giugno 1931, n. 773 e Regolamento di pubblica sicurezza, R.D. 6 maggio 1940, n. 635, rispettivi artt. 123 e 234, l’ultimo ne forniva le nozioni giuridiche; art. 669 codice penale del 1930 per le relative sanzioni, allora “arresto” o “ammenda”], la quale, derivata da un’impostazione dalle origini più che bimillenarie – considerante l’aspetto “manuale” distinto, per minorità, da quello “intellettuale” – era denominata e trattata quale “mestiere” [uno dei vari c.d. “girovaghi”; gli altri non avevano a che fare con l’alpinismo, tra essi però rientrava l'”insegnamento dello sci”.
Per una illustrazione chiara della terminologia in generale, Mestieri e Professioni, di Margherita Zizi, Enciclopedia Treccani, Internet];

– sempre la legge del 1989 – artt. 2* e 3** – oltre alla pratica dell'”accompagnamento” di persone in ascensioni sia su roccia che su ghiaccio o in escursioni in montagna (quella allora tradizionalmente e culturalmente identificativa), nella professione aveva esplicitamente previsto anche il “maestro di alpinismo”, formalizzandovi l'”insegnamento” delle tecniche alpinistiche e sci-alpinistiche (non che prima non potesse essere svolto dalle guide alpine, ma per loro era un accessorio, di minore rilevanza e prestigio).

Invece, fin dalle origini – art. 123 del Regolamento 1940 T.U.l.p.s., sopra cit. – sull'”insegnamento” era espressamente puntato il mestiere del poi denominato “maestro di sci”. Vd. post)

[* art. 2 legge 1989, n. 6,

“Oggetto della professione di guida alpina
1) E’ guida alpina chi svolge professionalmente, anche in modo non esclusivo e non continuativo, le seguenti attività:
a) accompagnamento di persone in ascensioni sia su roccia che su ghiaccio o in escursioni in montagna;
b) accompagnamento di persone in ascensioni sci-alpinistiche o in escursioni sciistiche;
c) insegnamento delle tecniche alpinistiche e sci-alpinistiche con esclusione delle tecniche sciistiche su piste di discesa e di fondo.
d)…;

2) Lo svolgimento a titolo professionale delle attività di cui al comma 1, su qualsiasi terreno e senza limiti di difficoltà e, per le escursioni sciistiche, fuori delle stazioni sciistiche attrezzate o delle piste di discesa o di fondo, e comunque laddove possa essere necessario l’uso di tecniche e di attrezzature alpinistiche, è riservato alle guide alpine abilitate all’esercizio professionale e iscritte nell’albo professionale delle guide alpine…”;

** art. 3 stessa legge,

“Gradi della professione. 1. La professione si articola in due gradi: a) aspirante guida; b) guida alpina-maestro di alpinismo” …].

AlpinismoNONGuide-1-montagna_con_neve_alpinista§ 5. Scuole CAI
Nella legge 1989, n. 6, la figura del “maestro” di alpinismo è nominalisticamente distinta da quella dell”istruttore”*

[* denominazione d’uso per i corsi non professionali del CAI,

– esplicitamente per l’art. 2 legge 26 gennaio 1963, n. 91, a seguito della novella operata dall’art. 2 della legge 24 dicembre 1985, n. 776 “Nuove disposizioni sul Club alpino italiano”:

“… Il Club alpino italiano provvede, a favore sia dei propri soci sia di altri, nell’ambito delle facoltà previste dallo statuto, e con le modalità ivi stabilite:… c) alla diffusione della frequentazione della montagna e all’organizzazione di iniziative alpinistiche, escursionistiche e speleologiche; d) all’organizzazione ed alla gestione di corsi d’addestramento per le attività alpinistiche, sci-alpinistiche, escursionistiche, speleologiche, naturalistiche; e) alla formazione di istruttori necessari allo svolgimento delle attività di cui alla lettera d)…”;

– per l’art. 20 legge 1989, n. 6:

“Scuole e istruttori del CAI”
1) Il Club Alpino Italiano, … conserva la facoltà di organizzare scuole e corsi di addestramento a carattere non professionale per le attività alpinistiche, sci-alpinistiche, escursionistiche, speleologiche, naturalistiche e per la formazione dei relativi istruttori.”
2) …
3) Le attività degli istruttori e delle scuole del CAI sono disciplinate dai regolamenti del club alpino italiano.” …].

Va detto che la prassi spesso confonde guide, maestri, istruttori o simili; e che la denominazione e funzione di istruttore esiste pure per le g.a.-m.a., quanto ai loro corsi interni, esempi artt. 7-9-16 legge 1989, n. 6, e nell’ambito militare [circa invece la professione di maestro di sci, per l’ancora pregressa discussione in sede di lavori parlamentari sulla scelta tra la denominazione “maestro” e/o “istruttore”, finita – tenuto conto degli usi del tempo – con unificazione nella prima, vd. in Federico Tedeschini, “Commento alla legge quadro per il turismo”, ed. Maggioli, 1985, pagg. 261 ss.

Circa l’ambito militare, ad esempio, di Umberto Palazza e Antonio Vizzi, La scuola militare alpina di Aosta, ed. Pheljna, 1992; e di Franco Fucci, Aosta l’università della montagna, in Storia illustrata n. 313 12/1983, Internet. Nella specie, la denominazione “università” è a sua volta impropria].

Punto fermo è che l’attività delle scuole CAI o di singoli non abilitati professionisti non può essere retribuita, mentre è ammesso il rimborso spese; altrimenti, sarebbe illegale

[l'”Abusivo esercizio di una professione” è reato, previsto e punito dall’art. 348 codice penale, salve altre sanzioni e conseguenze:

“Chiunque abusivamente esercita una professione, per la quale è prevista una speciale abilitazione dello Stato, è punito con la reclusione fino a sei mesi o con la multa da Euro 103 a Euro 516”.

E’ un reato “procedibile d’ufficio”: chiunque ne abbia avuto notizia può farne denuncia, non occorrendo e non essendo anzi in sé pertinente una “querela” di persona offesa (artt. 120 c.p. e 333 c.p.p.), la quale peraltro varrebbe come denuncia; invece, circa l’obbligo di denunciare facente capo a soggetti qualificati (pubblici ufficiali, ecc.), artt. 330 ss c.p.p.

Vd. nel mio Professionismo, Volontariato e Libera Frequentazione della Montagna, Annuario CAAI, 2011].

AlpinismoNONGuide-1-scalare-una-montagna§ 6. “Arrampicata sportiva” (vs. “alpinismo”, “alpino”, “zone con caratteristiche alpine”, “montagna”, altro?)
Ancora senza troppi approfondimenti, rilevo che, nell’intento di regolare un'”arrampicata” svincolata dai tradizionali riferimenti ad “alpinismo” e “montagna”, ora appunto vogliono provvedere su quelle attività che con l’alpinismo condividono alcuni caratteri (per gesti, materiali, tecniche) ma che non si svolgono di per sé in “montagna” o in “zone con caratteristiche alpine” (così artt. 4 proposte Saltamarini e Di Centa-Quartiani) e/o che nemmeno ne hanno od intendono averne altri, tra i quali, direi, lo “spirito” [concetti che sarebbero difficili se non impossibili da definire, accontentiamoci di prenderli per buoni; cenni nel mio “Genesi del mutamento: sociale, economica, giuridica”, Annuario CAAI 2010, specie nota 9.

Tant’è che nei tentativi di riforma della legge sulla “montagna” – di cui dicevo – al di là della caratterizzazione “comuni montani”, da tempo utilizzata in riferimento ai relativi provvedimenti specie economici, per quella ancora non è stata trovata una formula definitoria d’utilizzabilità generale, se necessaria, auspicabile o possibile.

Spunti in “Audizione presso le Commissioni V e VII della Camera dei deputati 28 aprile 2014 sull’A.C. 65 Realacci…, Intervento di Emilio Quartiani, delegato ai Rapporti con le Istituzioni e gli enti pubblici nazionali, all’ambiente montano, al Comitato scientifico centrale e alla CIPRA, in rappresentanza del Presidente generale del CAI Umberto Martini”, reperibile in News Sede centrale del CAI.

Per definire un’essenza, lì adesso parlano di “montanità”; gli Alpini già di “alpinità”; più in antico c’era la “cavallinità”].

In pratica, si tratta soprattutto della c.d. “arrampicata sportiva” (anch’essa non meglio definita: è utile il cit. articolo di Oviglia), la quale viene svolta o su terreno naturale a quote non montane o a nessuna quota, ad ammettere in ipotesi che a fare montagna od alpinismo sia una “quota” e sorvolando pure – altrimenti ancora non ne usciamo – sul quesito, non peregrino, se si svolga anche là; oppure in impianti artificiali, generalmente cittadini, dove roccia e ghiaccio vengono surrogati.

Ambiti che, a partire dagli anni ’80 del ‘900, hanno assunto un interesse economico, quantitativo, sociale forse superiore rispetto ai tradizionali e che quindi reclamano regolamentazioni se non spartizioni.

§ 7. “Specializzazioni” (davvero?)
In punto, la cit. legge 1989, n. 6*, stava sull’equivoco, non per errore o ingenuità:

– sub “specializzazioni”, già contemplava l'”arrampicata sportiva in roccia o ghiaccio” ed “altre eventualmente definite dal direttivo del collegio nazionale delle guide”, categorie in sé non identificanti ma neppure neganti né il montano né l’alpinistico né altro; segno evidente che il problema era in fermento e che si era pensata una scorciatoia interna per successive estensioni ad ambiti operativi non predeterminati, onde evitarsi di reinvestire la competenza spettante al Parlamento (post)

[* art. 10 legge 1989, n. 6,

“Specializzazioni.
1) Le guide alpine-maestri di alpinismo e gli aspiranti guida possono conseguire, mediante frequenza di appositi corsi di formazione organizzati dal collegio nazionale delle guide e il superamento dei relativi esami, le seguenti specializzazioni:
a) arrampicata sportiva in roccia o ghiaccio;
b) speleologia;
c) altre specializzazioni eventualmente definite dal direttivo del collegio nazionale delle guide.
2) Contenuti e modalità dei corsi e degli esami sono stabiliti dal direttivo del collegio nazionale delle guide. …”];

– ma l’impiego stesso, nel complesso della legge, delle denominazioni “alpina” e “alpinismo” nonché i riferimenti alla “montagna”, comunque limitavano ed a mio parere ancora oggi devono limitare il campo della sua applicabilità, non potendosi obliare il significato, lo sviluppo storico ed il contesto in cui quella normativa fu approvata (si ricordi anche il problema del rapporto col “carrozzone” pubblico C.a.i., contrastato da diversi animosi ma dal quale pure essi non riuscirono a prescindere) né potendosi tranquillamente collocare sotto specie di montagna e/o alpinismo – per ottenere copertura di legge, specie quanto a minacce sanzionatorie – ciò che tale non è.

§ 8. Passo indietro, la “”Legge quadro per il turismo…” 17 maggio 1983, n. 217: prime nozioni legali della professione di guida alpina
Per comprensione dell'”argomento storico” circa la nascita della g.a.-m.a. come professione e l’individuazione, almeno originaria, del suo ambito, si consideri che la sopratrascritta suddistinzione in “gradi della professione” (art. 3 legge 1989, n. 6) le era venuta dall’art. 11* della precedente “Legge quadro per il turismo e interventi per il potenziamento e la qualificazione dell’offerta turistica” 17 maggio 1983, n. 217, e che questa, parlando di “gradi della professionalità” (comma 12 stesso articolo) e dando nozioni giuridiche tra varie professioni turistiche, aveva previsto solo i due della “guida alpina” e dell'”aspirante guida o portatore alpino” e li aveva riferiti solo all'”accompagnamento” e solo in “alta montagna”

[* art. 11, commi 8 e 9, Legge quadro per il turismo 1983, n. 217:

“E’ guida alpina chi, per professione, accompagna singole persone o gruppi di persone in scalate o gite in alta montagna.
E’ aspirante guida alpina o portatore alpino chi, per professione, accompagna singole persone o gruppi di persone in ascensioni di difficoltà non superiore al terzo grado; in ascensioni superiori si può fungere da capo cordata solo se assieme a guida alpina”.

Su tale normativa – in allora – Tedeschini cit., specie pagg. 115 ss; l’A., per le professioni di cui all’art. 11, fiducioso sosteneva che la Legge quadro le aveva “… definite, una volta per tutte… “, pag. 30.
Qualche cenno in Professionismo, Volontariato… cit., pag. 166].

L’argomento storico, nell’interpretazione del diritto, normalmente non ha troppa importanza; cionondimeno, è utile tenerne conto, quantomeno per evidenziare come, almeno all’origine della professione di guida alpina, non si potesse dire che per natura o norma essa dovesse per implicito comprendere anche gli ambiti “non alpinistici” o “non montani” o addirittura “non di alta montagna”: quelli che invece in seguito hanno assunto grande rilievo.

Così, restavano acquattate le possibilità di discussioni e di controversie legali, da tempo emerse puntualmente e che ora si rinnovano [per il caso della nota causa giudiziaria attivata da g.a.-m.a. a carico di alcuni istruttori F.a.s.i., cenni nei miei Luoghi di arrampicata: norme per l’organizzazione e l’utilizzo, in Annuario CAAI 2009, pag. 124, e Professionismo, Volontariato… cit., nota 9].

§ 9. “Riserva di legge”
Infatti, quanto al giuridico, occorreva ed occorre tenere presente che nel nostro ordinamento generale (qui, in apicibus: artt. 25, 41 e 117 Costituzione) l’esercizio di una materia / attività economica può essere “riservato”* ad una categoria di esercenti professionali solo ove ciò sia previsto per legge, soprattutto se detta riserva la si voglia presidiata da sanzioni di tipo “penale” od anche solo “amministrativo” o comunque con particolari conseguenze.

Altrimenti, “tutto ciò che non è vietato è consentito”

[* comma 2 del già riportato art. 2 della legge 1989, n. 6:

“Lo svolgimento a titolo professionale delle attività di cui al comma 1, su qualsiasi terreno e senza limiti di difficoltà e, per le escursioni sciistiche, fuori delle stazioni sciistiche attrezzate o delle piste di discesa o di fondo, e comunque laddove possa essere necessario l’uso di tecniche e di attrezzature alpinistiche, è riservato alle guide alpine abilitate all’esercizio professionale e iscritte nell’albo professionale delle guide alpine… .”.

Si noti che la formula – con gli incisi “… qualsiasi terreno…” e “… comunque laddove possa essere necessario l’uso…” – in sé può essere letta indipendentemente da collocazioni alpine od in montagna: post].

Praticamente – pertanto – vi era e vi è un problema di limiti e confini sulla possibilità di ritenere solo delle g.a.-m.a. anche un’attività economica la quale con l’alpinismo (o la montagna) può avere poco o nulla a che fare pur condividendone alcuni gesti, materiali, tecniche d’impiego ed alcuni pericoli (nell’arrampicata sportiva, a voler togliere quelli legati alla severità ambientale, resta specialmente la caduta), ancor più ove si tratti di attività c.d. “indoor” od ove fossero addirittura solamente teoriche.

AlpinismoNONGuide-1-montagna_neve§ 10. Raffronti: alpinismo e non alpinismo, montagna e non montagna, tecniche, arrampicata
a) Così, interpretando lo stesso art. 2 della legge 1989, n. 6 (g.a.-m.a.), possono esserne cercate portate diverse nel comma 1 oppure nel comma 2; infatti, il primo è direttamente incentrato sul riferimento ad alpinismo e montagna, il secondo solo alle tecniche, anche se caratterizzate dal dover essere alpinistiche: enfatizzando l’uno piuttosto che l’altro, o aspetti vari, si può pertanto individuare la riserva di legge solo con quanto si svolga in alpinismo / montagna oppure anche con quanto stia fuori da essi ma con impiego di tecniche che comunque possano ritenersi alpinistiche.
Problema sul quale, circa le novità, tornerò oltre;

b) mentre, raffrontando tra loro, da un lato, l’ambito dell’art. 2 comma 1 lettere a) – c) legge 1989, n. 6 (g.a.-m.a.), e, dall’altro, l’ambito degli artt. 4 delle citt. proposte (nuovo “maestro d’arrampicata”), si rileva che:

– il primo ambito, per l’accompagnamento (lettera a) riguarda solo un’attività “alpinistica” esercitata in “montagna”, mentre per l’insegnamento (lettera c) è riferito solo a “tecniche” “alpinistiche”;

– nel secondo ambito, invece, sia per accompagnamento che per insegnamento, è espressamente escluso che il nuovo maestro di arrampicata possa esercitare in “zone con caratteristiche alpine” ma subito dopo è precisato che gli “è permesso l’uso di tecniche e di materiale alpinistico” (esempio: arrampicata assicurata su scogliera marina od in impianti cittadini) [aggiungo io, se ciò sia fondato: fa od usa qualcosa di alpinistico, chi sale o scende da una scogliera con la corda fissata tramite nodo “barcaiolo”, alias di marinai o di chi prima per essi? Fenici, pirati, pompieri ed edificatori del Duomo di Milano c’erano già arrivati].

Quali che possano essere le soluzioni teoriche o normative, di fatto i problemi vengono poiché in Italia si arrampica anche dove la montagna non c’è; e poiché l’unica vera giustificazione della riserva legale d’esercizio professionale sta nella garanzia della qualità della prestazione per l’incolumità del cliente [vd. la conferma della seconda affermazione nei lavori parlamentari preparatori alla cit. Legge quadro… 1983, n. 217, in Tedeschini cit., pag. 143].

Circa i professionisti: quella garanzia (ovviamente, fin dove per sua natura possibile ed esigibile) è certamente fornita dalle g.a.-m.a., mentre per altri eventuali, senza possibilità di escluderla di principio, è ancora da valutare normativamente, quantomeno agli effetti della riserva tutelata dall’art. 348 c.p. cit.

Adesso vi sono diatribe di chi o su chi, senza possedere l’abilitazione di g.a.-m.a., tali attività voglia svolgere almeno su zone non montane o non dalle caratteristiche alpine, ricevendone entrate economiche e coltivando rapporti legali con autorità amministrative territoriali e con privati committenti od utenti (istruttori FASI o di altre realtà similari; o, per l’insegnamento negli impianti artificiali al coperto, diplomati Isef-Scienze motorie; o, nel settore emerso in modi pressanti, sia in montagna che no, rilevante e foriero di rivendicazioni ed esclusioni, di progettisti, attrezzatori o certificatori di falesie o vie o sentieri ferrati; ecc. Cenni in Luoghi di arrampicata… cit., e salvi ulteriori profili quanto alla c.d. “libertà di mercato”, post).

Ma, stavolta, il testo degli artt. 4 delle proposte sarebbe netto: le g.a.-m.a. possono accompagnare ed insegnare nell’arrampicata sportiva; i nuovi “maestri di arrampicata” pure, però “… con esclusione delle zone con caratteristiche alpine e delle aree innevate…” [strano “recupero” del riferimento alle zone d’esercizio, per un ordinamento che tale tipo di delimitazione vorrebbero non avesse mai contemplato].

§ 11. Varianti + accessori sopravvenuti
Non si tratta solo delle accennate questioni di quota o zone d’esercizio e/o di spirito:
– problemi di confine vi sono in riferimento a professioni contigue, che si differenziano da quella di g.a.-m.a. per mancanza o minore presenza di contenuti tecnici qualitativi (accompagnatore di media montagna, guida escursionistica, guida ambientale, ecc.) [sul contrasto tra g.a.-m.a. e “guide-ambientali escursionistiche” della Regione Emilia-Romagna, sentenza Corte costituzionale n. 459/2005. Inoltre, ma su profili ancora diversi, c’è il caso dei maestri di sci];

– si consideri che, come accennavo, con quella scorciatoia passo dopo passo sono state introdotte nella professione di g.a.-m.a. attività le quali con essa, od almeno con la tradizionale, non c’entrano affatto (supra e post) e che per sè neppure è detto siano proprie solo di tale professionalità (disgaggi, torrentismo, preparazione di piazzole d’atterraggio per elicotteri, formazione tecnica di lavoratori addetti ai lavori in quota o su funi, ecc.; per l’ultimo caso, quanto al D.Lvo 2008 n. 81, post), foriere di contese [“implementazioni” anomale, in epoca di asserite c.d. “liberalizzazioni”, ove fossero ritenute attività solo a loro riservate.

Sull’argomento vd. Autorità garante della concorrenza e del mercato, ad esempio circa l’insegnamento professionale di attività sportive varie, comunicazione AS268 del 6 novembre 2003, e, quanto proprio alla professione di g.a.-m.a. e circa il c.d. “eliski” od altro, AS460 – Ordinamento della professione di guida alpina (legge quadro 2 gennaio 1898, n. 6 e leggi regionali) del 27 giugno 2008, a Presidente Senato ecc.. Internet.

Curiose e meritevoli di interrogativi sono, tra altre, le inclusioni degli “interventi su grandi alberi con tecniche alpinistiche” e delle (senza virgole) “consulenze per aziende nel settore sport e texas laws on payday loans sicurezza”, come da “Qualche indicazione sulle figure professionali” del Collegio regionale delle guide alpine dell’Abruzzo, Internet].

Attività legittimamente esercitabili dalle g.a.-m.a.: ma – appunto – anch’esse solo a loro “riservate”?

In tale combattuta situazione, sono cresciute l’arrampicata non montana ed il relativo insegnamento: i contenuti sostanziali erano già compresi nell’attività di g.a.-m.a. ed in una delle sue citt. “specializzazioni” (art. 10 legge 1989, n. 6, soprariportato: “…arrampicata sportiva in roccia…”) ma senza che con certezza se ne potesse affermare la riserva legale in favore di essa.

Fino a qui sono questioni vecchie; per risolverne una parte, le dette proposte di legge.

CONTINUA

http://www.alessandrogogna.com/2014/12/28/lalpinismo-non-e-delle-guide-alpine-2/

http://www.alessandrogogna.com/2015/01/13/lalpinismo-non-e-delle-guide-alpine-3/

http://www.alessandrogogna.com/2015/01/23/lalpinismo-non-e-delle-guide-alpine-4/

http://www.alessandrogogna.com/2015/02/07/lalpinismo-non-e-delle-guide-alpine-5/

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Turisti o vuoti a perdere? Il blitz degli albergatori trentini

Turisti o vuoti a perdere?
di Stefano Michelazzi (Guida Alpina iscritto al Collegio delle Guide Alpine del Trentino)

Viaggiamo ormai da un decennio per le strade d’Europa senza passaporto, condividiamo nel bene e nel male le sorti di francesi, tedeschi, inglesi, ecc., paghiamo con la stessa moneta, regoliamo le nostre leggi sulle basi di quelle comunitarie, giusto o sbagliato che sia, perché non esiste comunità che si possa così definire, se non vi sono regole, diritti e doveri, uguali per tutti i membri appartenenti.

Ma nella realtà, siamo davvero cittadini europei che operano per il bene della Comunità?

Turisti-Vuoti-06 escursionisti_sentiero_rifugio_tschierva_chamannaLo scorso 23 ottobre, la Provincia Autonoma di Trento (e con il termine autonoma sembra ormai si approvi più il significato di “al di fuori dello Stato italiano”, piuttosto che “autorizzata a gestire situazioni uniche e caratteristiche”) sigla una legge provinciale, la numero 11, dove all’articolo 48 bis punto 1 e 2 si legge:

I gestori degli esercizi alberghieri ed extra-alberghieri al fine di promuovere e incoraggiare i propri clienti a frequentare, ammirare e meglio apprezzare il patrimonio ambientale e naturalistico locale, possono organizzare percorsi di accompagnamento sul territorio. L’attività di accompagnamento prevista dal comma 1 può essere svolta dai gestori o dai familiari che operano nella struttura ricettiva, esclusivamente per i propri clienti, purché sia garantita una copertura assicurativa per la responsabilità civile verso terzi per lo svolgimento dell’attività. Sono comunque escluse le escursioni che comportano difficoltà richiedenti l’uso di tecniche e materiali alpinistici”.

Ma come…? Non esiste una legge dello Stato italiano che si basa su concertazioni internazionali (LEGGE 2 gennaio 1989, n. 6 – sull'”Ordinamento dell’attività di Guida Alpina”), di valore superiore, che indica chi siano i professionisti autorizzati all’accompagnamento di persone in ambiente montano?

Evidentemente per qualcuno nella Provincia di Trento questo conta poco, non si conosce assolutamente o si evita di conoscere per altri non ben identificati motivi.

Ma procediamo per gradi.
Perché a suo tempo fu ravvisata la necessità di legiferare in merito all’accompagnamento guidato di persone in ambiente montano?

Non ci vuole gran intuito per comprenderlo, e le migliaia di turisti che ogni anno affidano la propria vita alle mani di una Guida Alpina lo sanno molto bene. Ma probabilmente questa conoscenza di tipo più che popolare, sfugge alla cognizione di causa di chi amministra la politica trentina…

Ogni anno e ormai in ogni stagione, le statistiche delle varie stazioni del Soccorso Alpino riportano dati estremamente allarmanti, sempre in aumento, su incidenti di vario tipo e genere che accadono in ambito montano.

Turisti-Vuoti-fotolia-8609704-_1-20120318_113432-34A causa di chi pur di vendere qualche articolo crea un’atmosfera da tragedia attorno a tutto ciò e grazie a chi invece, coscientemente e per amor di verità, mette a conoscenza di questi episodi, è ormai universale una, seppur vaga e spesso errata, concezione dei pericoli che si corrono o possono correre andando per monti.

Il concetto di rischio ne esce piuttosto modificato nelle sue caratteristiche, tanto da creare quasi nell’opinione pubblica una sorta di condanna nei confronti dei frequentatori dell’Alpe senza l’ausilio di una Guida, e su questa posizione di fruizione limitata dell’ambiente montano, che la maggior parte di noi Guide vede non come una forma di business ma come una forma altamente limitante delle libertà umane e di conseguenza alpinistiche, ci stiamo battendo in molti per riuscire a stravolgere culturalmente un modo di pensare assolutamente errato.

Di punto in bianco però, senza preavviso alcuno, tutti i nostri sforzi, e chi tenta di far cultura in qualsiasi ambito sa bene quali difficoltà si incontrino nel tentare di cambiare un’immagine ormai consolidata, arriva la doccia gelata della legge trentina…

Una legge che stravolge il concetto di certezza nell’affidarsi a un professionista e lascia senza alcun parametro di valutazione, visto che il citato “uso di tecniche e materiali alpinistici” non viene definito da alcuna parte.

Viene quindi spontaneo chiedersi:
1) perché mai qualcuno debba essere ancora interessato a seguire i corsi di abilitazione alla professione di Guida Alpina o di Accompagnatore di Media Montagna;

2) perché affidarsi a un professionista, screditato nella sua professione da un Ente pubblico, pagando probabilmente molto meno con figure certamente non professionali ma comunque autorizzate;

3) perché nell’opinione pubblica si va formando un concetto di pericolosità della frequentazione montana, così ampio e a volte catastrofico, se basta gestire un B&B per assicurarne una frequentazione sicura;

4) quali interessi si possono ravvisare nello screditamento di una figura professionale altamente specializzata e con una tradizione ormai consolidata, la quale, amata od odiata rimane comunque “il riferimento” per chi sale le montagne;

5) quali interessi si possono ravvisare nell’agevolare alcune figure piuttosto di altre accreditandone caratteristiche che fino al giorno prima risultavano “abusivismo della professione” e venivano sanzionate in base all’articolo 348 del Codice Penale.

Oltre a queste domande, tra le tante che chiunque potrebbe porsi davanti ad una legge come questa, sorge spontaneo chiedersi:

La prossima riguarderà magari i dentisti? I fabbri meccanici potranno estrarre i denti, trapanare le carie e impiantare protesi a patto che usino strumenti chirurgici?

… e ancora: i turisti che affolleranno nella prossima stagione i monti trentini saranno considerati come visitatori da accogliere con professionalità in modo da vederli tornare a vivere le bellezze di questi monti nelle stagioni a venire, o si potrà considerarli come vuoti a perdere senza alcun valore?

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Accordo Parco dei Sibillini-Guide alpine

La pluriennale querelle con il Parco Nazionale dei Monti Sibillini, di cui abbiamo già dato notizia in http://www.alessandrogogna.com/2014/03/15/monti-sibillini-lettera-aperta-chi-e-nemico-della-natura/ e in http://www.alessandrogogna.com/2013/12/31/numero-chiuso-nel-parco-dei-sibillini/ sembrava avviata alla felice conclusione con l’accordo tra il Parco e le Guide Alpine.

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Non si comprende però perché il Parco ha scelto di fare un accordo unilaterale con le Guide Alpine tralasciando così altri interlocutori diretti come a esempio il Club Alpino Italiano. Che non ha tardato a intervenire sull’accordo fatto, tramite una lettera della presidente del CAI di Ascoli Piceno, Paola Romanucci, che qui riportiamo integralmente e che condividiamo.

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PARCO DEI SIBILLINI – COLLEGIO DELLE GUIDE ALPINE: UNA CONVENZIONE SBAGLIATA

di Paola Romanucci, presidente della Sezione CAI di Ascoli Piceno

Il Parco nazionale dei Sibillini informa di aver stipulato un accordo con il Collegio regionale delle Guide Alpine per la pratica sostenibile delle attività alpinistiche, a tutela del ripopolamento del camoscio appenninico e con particolare riferimento ad aree sensibili come il Monte Bove. Questo, malgrado una richiesta ufficiale del CAI Marche e Umbria di istituire un tavolo consultivo già previsto da un protocollo di collaborazione siglato ben 14 anni fa dal CAI e dal Parco.

L’accordo impegna il Parco “a riconoscere il Collegio quale referente tecnico ufficiale in materia di attività alpinistiche” (art.3), con la precisazione che esse includonole attività di alpinismo, di arrampicata, di bouldering, escursionistiche, sci-escursionistiche, sci-alpinistiche, ciclo escursionistiche (mountain bike), speleologiche, torrentistiche e dei parchi acrobatici, comprese le attivita a queste collegate, svolte in modo autonomo o in accompagnamento, a livello professionale e non, in qualsiasi stagione e su qualsiasi terreno, ivi compresi terreni innevati e non, roccia, ghiaccio e media montagna” (art.2).

Sibillini-accordo-2120622623_10936f58bfE’ evidente che, secondo la Direzione del Parco, esiste un unico soggetto competente e possibile referente in materia di attività in ambiente montano. Esiste un unico soggetto titolato a collaborare con il Parco al fine di garantire la compatibilità delle sopraddette attività alpinistiche con la tutela dell’ecosistema montano, la formazione di una coscienza ambientale e la promozione di un alpinismo di tipo tradizionale e sostenibile.

Non siamo d’accordo. Invitiamo il Parco dei Sibillini a prendere atto che il Club Alpino Italiano, fondato nel 1863 ed eretto a ente pubblico con legge dello Stato n.91 del 1963, “ha per iscopo l’alpinismo in ogni sua manifestazione, la conoscenza e lo studio delle montagne, specialmente di quelle italiane, e la difesa del loro ambiente naturale” (art.1 Statuto CAI), trae sua forza rappresentativa da oltre 315.000 soci e quasi 500 sezioni (di cui circa 3740 soci e 14 sezioni nelle Marche) e fonda la sua attività volontaristica sui principi di tutela e promozione dell’ambiente montano, nonchè della sua frequentazione su basi di responsabilità, consapevolezza e autoformazione.

Ci appare grave che la Direzione del Parco abbia ignorato il nostro ruolo istituzionale e disatteso il nostro patrimonio ultracentenario di competenze, di esperienza e di tradizione. Un patrimonio collettivo e capillarmente diffuso nel corpo sociale, basato sul puro volontariato, sulla passione e sulla conoscenza della montagna. Un patrimonio che in più occasioni abbiamo messo a disposizione del Parco, con la nostra opera di segnatura e mappatura dei sentieri, con interventi pubblici a supporto della tutela degli ecosistemi interni al Parco.

Ricordiamo che il Parco dei Sibillini deve per larga parte la sua stessa istituzione alle battaglie ambientaliste della Sezione CAI di Ascoli Piceno (suggeriamo al Direttore la lettura di “Sibillini, storia di un Parco”, a cura di Marcello Nardoni, edito dalla Sezione del CAI di AP).

Ricordiamo che la scoperta alpinistica e la divulgazione del territorio dei Sibillini è in consistente misura dovuto a soci del CAI che, sin dagli anni Trenta dello scorso secolo, dal precursore Angelo Maurizi fino agli alpinisti del CAI dell’Aquila, Macerata, Ascoli, Perugia, Roma, vi hanno aperto vie alpinistiche. Ricordiamo che i Sibillini ed il Parco debbono la loro notorietà anche alle numerose pubblicazioni del CAI (prima guida dei Sibillini del 1983) e della Società Editrice Ricerche, fondata e gestita da soci di Ascoli Piceno che hanno esplorato, censito e divulgato itinerari escursionistici e salite alpinistiche.

Ricordiamo che da sempre il CAI coniuga nelle proprie attività la tutela dell’ambiente montano e la formazione alla sua frequentazione consapevole e autonoma. Con una costante e capillare opera sul territorio, attraverso corsi di base e avanzati, programmi sezionali di attività in ambiente e iniziative culturali, titolati CAI e soci esperti contribuiscono ad un costante processo formativo dei cittadini di ogni età, incrementando e condividendo un bagaglio pluridecennale di conoscenze tecniche e culturali. In tal modo, la frequentazione consapevole e rispettosa diventa essa stessa il più efficace presidio di tutela e valorizzazione del territorio montano.

A fronte delle gravi dimenticanze ad opera della Direzione del Parco, il “contentino” dell’art.5 della convenzione (“Sono fatti salvi gli accordi stipulati dal Parco – o che verranno stipulati – con altri soggetti in materia di attività in montagna, con particolare riferimento al CAI e alle Guide del Parco; in questi casi, il Collegio si impegna a stabilire un rapporto collaborativo anche con tali soggetti fermo restando il suo ruolo di indirizzo tecnico generale in tema di attività in montagna”) suona vuoto, se non ironico, laddove si preoccupa – più che di individuare un vero ambito di competenze del Sodalizio – di riconfermare l’investitura “fiduciaria” esclusiva al Collegio delle Guide.

Sibillini-accordo-parco-nazionale-dei-monti-sibilliniUn pessimo esempio di amministrazione, che nega in un sol colpo i principi cardine dell’ordinamento e dello stesso Statuto del Parco, che incentivano la leale cooperazione tra amministrazioni e corpi sociali e la partecipazione attiva ai processi decisionali.

Spiace constatare come il Parco abbia perso l’occasione preziosa di inaugurare un nuovo metodo partecipato, coerente con detti principi, che consentirebbe di elaborare le più efficaci modalità di frequentazione del territorio, non escluse le restrizioni di attività antropiche funzionali al rispetto degli ecosistemi e delle loro vulnerabilità. Un vero peccato, perchè mettere in rapporto gerarchico – e non paritario e collaborativo – i soggetti coinvolti a vario titolo nella fruizione e nella tutela del territorio montano, genera soltanto inefficienza e conflittualità. E la Direzione di un Parco nazionale, tutto questo, dovrebbe saperlo.

postato l’8 ottobre 2014

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Monti Sibillini, lettera aperta: chi è nemico della natura?

Lettera aperta sui Monti Sibillini: chi è nemico della natura?
di Paolo Caruso (http://www.metodocaruso.com/)

Il fatto:
il 28 gennaio 2009, a seguito della reintroduzione del camoscio appenninico e di un intervento con elicottero del soccorso alpino, il Parco Nazionale dei Monti Sibillini introduce un divieto di accesso integrale alle famose pareti nord del M. Bove Nord, ove corre la famosa e storica via Alletto-Consiglio. Il divieto inizialmente indetto per 3 mesi, viene poi prorogato per altri 6 mesi e infine protratto a tempo indeterminato. Si distinguono 2 zone di divieto (A e B): entrambe coinvolgono soprattutto le pareti rocciose, percorse oggi da poche cordate di alpinisti, e soltanto in minima parte i pendii sommitali della vetta, particolarmente frequentati invece dagli escursionisti nei mesi estivi. Le zone A e B sono vietate alternativamente per 6 mesi all’anno. Di fatto, le grandi aree rocciose della parete nord del M. Bove e di Punta Anna sono interdette dal 1 maggio al 31 ottobre, cioè per tutto il periodo estivo in cui si compiono le salite alpinistiche. La motivazione: l’incontro con gli alpinisti disturberebbe i camosci. Per gli escursionisti (molto più numerosi degli alpinisti…) è invece sufficiente mantenersi vicini al limite del divieto, poco al di sotto della cima, per non creare alcun impatto. Nel frattempo, i camosci hanno cominciato a spostarsi frequentemente al di fuori delle aree interdette, dove si continua ad accedere senza limiti e regolamentazioni e senza, evidentemente, che i camosci ne risentano. Possibile che i camosci “soffrano” soltanto gli sguardi dei pochi alpinisti nelle aree del divieto, ma non quelli delle molte persone che li incontrano al di fuori delle suddette aree? Saranno forse le corde o i moschettoni a dar loro fastidio?

Monti Sibillini

MontiSibilliniLetteraAperta-sibillini
Dopo anni di trattative e tentativi di dialogo, in particolare tra il sottoscritto e il parco, sono state molte le promesse ma tutto alla fine si è risolto con un nulla di fatto e con il mantenimento del divieto integrale di accesso. Lo scontro negli ultimi anni è diventato particolarmente acceso finché, alla fine del 2013, il neo Presidente del Parco Oliviero Olivieri, insieme al Direttore Franco Perco, si è impegnato a risolvere il grave contrasto. Attendiamo fiduciosi nuovi sviluppi, sperando che questa volta siano imminenti…

Il caso dei Sibillini mi offre lo spunto per alcune riflessioni che ritengo d’interesse più ampio e che condivido volentieri con quanti frequentano la montagna, i parchi e la natura in generale:

1. La prima riguarda il dibattito attualmente in corso sulla libertà di accesso alla montagna e di pratica di sport considerati “estremi” e pericolosi, quali l’alpinismo. Senza voler cadere nello stesso errore in cui incorrono i detrattori di tali discipline, che si spingono a separare le attività “buone” da quelle “cattive”, praticate (secondo loro) da manipoli di esaltati e cultori del rischio a tutti i costi, non posso che constatare come l’atteggiamento di chi è deputato alla gestione del territorio, tra cui gli enti parco, come nel caso specifico dei Sibillini, sia spesso e volentieri a favore dei primi e contrario ai secondi. Non voglio qui entrare nel merito se sia giusto o no impedire alle persone di accettare il rischio (consapevole, controllato, ecc.) come elemento della ricerca di un rapporto diretto e non mediato con la natura che è possibile vivere solo nei grandi spazi di avventura, come sono le montagne. Logicamente per me non è giusto, ma quello che mi interessa è ragionare sul fatto se tali attività siano effettivamente più dannose per la natura di quanto non lo siano altre, raramente messe “sotto accusa”. La sensazione è che i criteri con cui vengono fatte certe valutazioni vadano al di là di considerazioni oggettive e siano invece spesso frutto di considerazioni di natura “politica” o d’immagine. Attaccare poche decine di alpinisti o sacrificarne la libertà in funzione di una supposta necessità di conservazione della natura fa vedere che il Parco “c’è” ed è ben più facile che prendersela con fiumane di escursionisti o sciatori della domenica… ma siamo sicuri che l’impatto provocato dai primi sia realmente devastante, mentre la presenza (spesso maleducata) dei secondi sia trascurabile, al punto da non essere di interesse per chi tutela il territorio?

Monti Sibillini. Foto: Sandra Bartocha

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Di contro, apparentemente, alcuni alpinisti appartengono a una specie più dannosa di altre. Infatti negli anni immediatamente precedenti l’introduzione del divieto, le cordate che salivano in estate le pareti nord del Bove, erano circa tra 20 e 40 (in media, meno di 10 al mese!). Nel gruppo del Gran Sasso, il principale degli Appennini e sicuramente il più frequentato dagli alpinisti (almeno 200 volte più numerosi che sui Sibillini) i camosci reintrodotti in anni precedenti si sono riprodotti abbondantemente senza alcun bisogno di imporre divieti alpinistici. Come mai i molti alpinisti del Gran Sasso non creano disturbo ai camosci, mentre nei Sibillini la presenza di poche cordate rappresenta un pericolo per la specie, perfino quando i camosci sono al di fuori delle aree vietate, a portata di occhi (e urla) di centinaia di escursionisti?

Lo ripeto, non è mia intenzione fornire la mia personale idea su eventuali suddivisioni tra attività buone e cattive, o tra Parchi buoni e Parchi cattivi, mi limito a osservare i fatti.

La maggior parte delle idee preconcette e delle decisioni che si prendono in merito all’alpinismo sono dettate da luoghi comuni e da una scarsa conoscenza della materia da parte di coloro che inseriscono di forza lo stesso alpinismo nella “lista nera”.  Per questo è molto più diffuso sentire affermare che se uno scialpinista finisce sotto una valanga sotto sotto è colpevole perché se l’è andata a cercare, mentre se un’escursionista finisce in un burrone si è trattato di una tragica fatalità…

D’altra parte, occorre anche constatare che il modo di andare in montagna è profondamente cambiato e induce a comportamenti spesso degenerati: si sente l’esigenza di riaffermare e diffondere una nuova (antica) cultura basata sul rispetto della natura, dell’uomo e sulla valorizzazione dell’esperienza piuttosto che della prestazione. La diffusione di simili messaggi potrebbe e dovrebbe essere uno dei compiti più nobili di un’area protetta e uno dei suoi obiettivi principali per raggiungere una conservazione a lungo termine.

2. La natura deve essere salvaguardata nel migliore dei modi e fin qui credo che tutte le persone di buon senso siano perfettamente d’accordo. Per farlo occorrerebbe promuovere un dialogo tra le differenti competenze in modo da trovare le migliori modalità di azione. Se tali modalità escludono la presenza umana in alcune aree fondamentali per l’alpinismo come quella del M. Bove, certamente si potrebbe pensare che i parchi abbiano fallito la loro missione. Se l’unica soluzione contemplata è l’apposizione di un divieto, si può affermare che non serve certo istituire un parco per imporlo, considerando anche che i parchi spesso non hanno neanche la possibilità di effettuare i controlli del caso. Così il tutto si risolve nel solito paradosso all’italiana, dove chi non rispetta la legge fa quello che vuole (da un paio d’anni le cordate, esasperate dal divieto, hanno ripreso a salire la nord del M. Bove…), e chi vuole operare onestamente deve invece rinunciare a uno dei pochi spazi di libertà rimasti.

3. Già la libertà…elemento cruciale di tutto questo ragionamento. Chi impone i divieti sostiene che gli alpinisti e gli arrampicatori dovrebbero essere capaci di sacrificarsi con una “responsabile rinuncia” finalizzata a perseguire un bene più alto, quello della tutela della natura. E chi di noi non sarebbe disposto a praticarla senza obiezioni se fosse evidente che quella è l’unica soluzione? Ma prima non sarebbe più giusto e più umano cercare alternative per raggiungere un’integrazione tra l’uomo e l’ambiente, soprattutto all’interno di un parco? Sembra quasi che questa alternativa faccia paura, nonostante sia sbandierata sempre più spesso in nome di un generico ”sviluppo sostenibile”. Per voler veramente proteggere la natura occorre amarla fino in fondo, non volerla domare, tutti concetti che gli alpinisti (almeno quelli di un certo tipo) hanno ben chiari. Quella che si propone, invece, è una natura sempre più “a portata di mano”, una natura sempre più recintata, controllata, come l’uomo che la frequenta.

4. Se fosse ritenuta perseguibile una via d’uscita basata sulla ricerca dell’integrazione, piuttosto che sulla separazione e sul contrasto tra uomo e natura, a chi spetterebbe l’onere e l’onore di promuovere l’incontro tra le parti? Al cittadino o all’ente parco che esiste e ha un budget per occuparsi proprio del territorio e delle attività che si praticano in esso? Ricordo che i parchi hanno anche il compito di promuovere le attività compatibili e lo sviluppo sostenibile (del turismo). Dovrebbero favorire l’informazione e l’educazione degli utenti, ma soprattutto il dialogo e il confronto anche con gli esperti delle attività che si praticano nel territorio, non solo con gli ambientalisti (ritenuti, chissà perché, gli unici interlocutori validi), altrimenti diventa impossibile superare le contrapposizioni e individuare le modalità giuste di azione. E gli ambientalisti, che spesso non hanno alcuna competenza in materia di alpinismo, dovrebbero cercare aiuto e confronto, piuttosto che arroccarsi in posizioni intransigenti ed estremiste giungendo, talvolta, perfino a considerare dei nemici le persone che svolgono attività in montagna. Nel corso di una riunione, il Direttore del parco dei Sibillini consegnò ai presenti uno scritto nel quale sosteneva, in sintesi, che le attività “compatibili” sono dannose e dovrebbero essere eliminate perché, fraintendendo l’etimologia del termine, farebbero “patire” la natura. Se così fosse, quali attività dovrebbero essere praticate in un parco di montagna?

5. Di fatto il divieto sul M. Bove è stato introdotto subito dopo un plateale intervento di soccorso con elicottero, il primo in assoluto su questa montagna. Dopo un paio d’anni ce n’è stato un altro, in novembre, periodo consentito ma certamente non ideale per le salite alpinistiche. Se la presenza umana è dannosa per i camosci, gli interventi di soccorso con l’elicottero lo sono sicuramente molto di più ed è legittimo il sospetto che il parco abbia potuto ritenere opportuno introdurre il divieto per evitare tali interventi in un momento molto delicato della reintroduzione del camoscio. Ma ciò non elimina certo il problema, considerando che scalare queste pareti nel periodo consentito, cioè tra novembre e aprile, è sicuramente più complesso. In effetti, entrambi i soccorsi menzionati si sono verificati al di fuori del divieto del periodo estivo. Altro paradosso della strategia di conservazione del parco dei Sibillini! Ma più che su questo, vorrei porre l’accento proprio sul tema del soccorso. Certamente, portare aiuto a chi ne ha bisogno è una nobile azione e anche un dovere civico, ma allo stesso tempo bisognerebbe dare molta importanza alla prevenzione. Come Guida e professionista della montagna devo purtroppo constatare che in questa era dell’apparire e del consumismo spinto, anche delle attività alpinistiche, la causa degli incidenti è sempre più spesso legata alla scarsa preparazione, all’approssimazione, alla sprovvedutezza, al bisogno di fare (e riuscire) ad ogni costo. In pratica, la degenerazione di cui ho accennato sopra si riflette negativamente anche sulla consapevolezza delle proprie capacità e, di conseguenza, sulla sicurezza. Bisognerebbe quindi agire sulla formazione delle persone per ridurre innanzitutto gli incidenti, ma anche gli sprechi, i costi sociali e gli eventuali impatti ambientali. Per questo occorre valorizzare al massimo il ruolo degli esperti, proprio ai fini dell’educazione e di una corretta formazione dei frequentatori della montagna. Questa, lo ribadisco, è la direzione in cui ci piacerebbe veder muoversi i parchi, valorizzando il ruolo degli esperti della montagna più preparati, favorendo le modalità di frequentazione più corrette, promuovendo la cultura a 360 gradi e facendo formazione. In questo senso i parchi troverebbero molti alleati preziosi, non più nemici intransigenti, e potrebbero realizzare il vero obiettivo che dà senso alla loro esistenza.

Paolo Caruso

MontiSibilliniLetteraAperta-caruso a Salerno

Paolo Caruso (Roma, 1960) ha praticato attività in natura, dal mare alla montagna, fin dai primissimi anni di vita. Ha sempre considerato importante conciliare lo sport con la cultura, così come la conoscenza di molte discipline sportive con la specializzazione. La dimensione verticale per lui è un mezzo che gli ha permesso di raggiungere nuove conoscenze, certamente nella sfera motoria e nel rapporto con la natura selvaggia ma anche nel mondo interiore e spirituale. Così nel 1982 è nata la via Cavalcare la tigre sul Corno Piccolo del Gran Sasso e successivamente, nello stesso massiccio montuoso, altri itinerari d’eccezione come Golem, Baphomet o il Nagual e la Farfalla, sul Paretone del Corno Grande. Allo stesso tempo ricercava altri orizzonti nell’alpinismo invernale, cosa che lo ha portato a realizzare importanti prime salite invernali come il quarto Pilastro e l’Anticima sempre sul Paretone del Corno Grande o la prima salita assoluta invernale del famosissimo Cerro Torre in Patagonia.
Accanto a salite su montagne inviolate nelle Alpi di Stauning in Groenlandia o nel Wadi Rum in Giordania, ha sempre ritenuto importante salire anche le vie più belle aperte da altri arrampicatori e alpinisti d’eccezione, così ha ripetuto i grandi itinerari classici nel M. Bianco e nelle Dolomiti, ma anche itinerari moderni come Voyage selon Gulliver sul Grand Capucin o la via del Pesce in Marmolada. Non gli è mai piaciuto collezionare vie e ricercare le “prime” a tutti i costi, mentre valuta importante l’esperienza umana e il rispetto della natura che si ottiene quando si realizzano itinerari logici. In Yosemite, ad esempio, dopo la via Salathè salì la via Astroman e solo qualche anno dopo scoprì di aver realizzato la prima salita italiana.
Ha pubblicato il libro L’Arte di arrampicare, ed. Mediterranee 1992, il filmato L’Arte di arrampicare, SD Cinematografica 1998, e il manuale Progressione su roccia per il Collegio delle Guide Alpine, Vivalda editori 1998. Nel 2007 ha scritto le parti sulla tecnica del movimento per il Manuale di roccia del CAI, pubblicato nel 2008.

MontiSibilliniLetteraApertaIl Metodo Caruso®, è un sistema tecnico-didattico per l’insegnamento e l’apprendimento che permette di sviluppare al meglio le capacità motorie nella scalata e in tutte le attività di montagna. Da qualche anno, oltre alla roccia e al ghiaccio, l’applicazione del Metodo si è estesa anche alla tecnica dello sci – fuoripista e scialpinismo in particolare – colmando un vuoto nella conoscenza dei principi inerenti la relazione tra movimento del corpo e conduzione degli sci sui differenti tipi di neve: sono state ideate delle tecniche specifiche che permettono di migliorare la capacità generale e in particolare di adattarsi alle diverse condizioni della neve. Questo è stato possibile grazie all’identificazione di alcune caratteristiche generali del movimento che collegano le due discipline. Tutte le tecniche del Metodo – che siano applicate all’arrampicata su roccia, ghiaccio o allo sci – sono nate dallo studio dei principi che regolano l’equilibrio e il movimento del corpo attraverso lo spostamento del peso e degli arti, oltre che dall’esperienza personale dell’autore a 360 gradi, dalla sua passione per l’insegnamento e per lo studio di alcune discipline orientali come il Qi Gong, lo Shiatsu e il Tai Ji Quan. L’aver identificato i principi che sono alla base di tutte le differenti soluzioni motorie ha permesso di individuare nuovi aspetti per un movimento consapevole e allo stesso tempo di delineare una via più precisa ed efficace per il miglioramento, favorendo una capacità che altrimenti è molto difficile da ottenere se non, forse, dopo anni o decenni di esperienza sul campo.

postato il 15 marzo 2014