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Solo quattro metri

Solo quattro metri
Pilastro di Mezzo al Sass dla Crusc

Al di sopra degli incantati boschi di Val Badia e dei luminosi prati che circondano l’Abbazia dla S. Crusc s’erge la scura muraglia nord-ovest del Sass dla Crusc, che comprende le pareti del Piz dl’Pilato 2825 m e del Ciavàl (Monte Cavallo) 2907 m. Tra esse un’enorme struttura, il Pilastro di Mezzo, s’appoggia sul friabile zoccolo comune a tutta la parete. Sono ancora di scena i fratelli Messner, Reinhold e Günther, il 6 e 7 luglio 1968. Con le pedule rigide, senza cunei, senza nut e con l’uso di soli 60 chiodi.

Alessandro Gogna sulla traversata della via Messner al Pilastro di Mezzo del Sass dla Crusc, 26 luglio 1983
A. Gogna sulla via Messner al Pilastro di Mezzo del Sass dla Crusc. 26.07. 1983

Ecco il racconto di Reinhold Messner: «... Avevamo bivaccato in un buco sulla grande cengia e alle 8 eravamo partiti. Dopo due brevi tiri di corda il pilastro diventava giallo e verticale. Solo verso destra si presentava la possibilità di continuare in libera. Traversammo fino a che fu possibile, piantammo un chiodo ad anello e pendolammo verso destra fino ad una rampa. Su questa ci portammo ad un piccolo pulpito sul verticale spigolo del pilastro. Fino a qui era andato tutto bene. La natura ci aveva offerto il cammino e noi l’avevamo seguito. Ma ora? Ancora due metri in libera, straordinariamente difficili, ma poteva ancora andare. Poi ero al termine delle mie abilità arrampicatorie. Trovai un minuscolo buco, profondo 2 o 3 centimetri. Piantai un chiodo corto a lama. Teneva. Ancora un chiodo, poi ancora arrampicata libera. Finalmente un paio di appigli. Riposi il martello nella tasca. Sfruttando una sottile fessura sul fondo di un diedro appena accennato riuscii ad innalzarmi con un’ardita arrampicata libera e, appena in tempo, raggiunsi una strettisima cengia. Qui era proprio finita. Una placca liscia, senza fessure e con pochissimi appigli, sbarrava la prosecuzione. Quattro metri più in alto c’era una fessura, sotto di me una cengia sulla quale a malapena riuscivo a posare i piedi. Al di sotto un gran vuoto, un appicco strapiombante. Sembrava proprio impossibile andare avanti. Tuttavia non mi diedi per vinto. Tentai. Ritentai. Eppure in mezz’ora non mi alzai di un centimetro. Anche tornare indietro non era più possibile. Mi sforzai inutilmente di ridiscendere in arrampicata. Non ce la facevo e mi mancava il coraggio di saltare. Bisogna rinunciare, pensai, peccato. Salivo, ridiscendevo. Tentativi disperati. Con il proposito di tentare la discesa, ritornavo sempre al punto di uscita sulla cengetta prima di perdere l’equilibrio. E appena mi ritrovavo sulla cengia, riprendevo le capacità di riflettere logicamente. Indietro non si poteva andare. Di nuovo mi asciugai le punte delle dita sui pantaloni. Dovevo farcela, solo questi 4 metri! Il pensiero mi si imponeva come un ordine. Devo tentare! Sopra c’è un piccolo appiglio, giusto per metterci le unghie. Se riesco a prenderlo non devo più tornare indietro, non devo mollare. Poi devo alzare al massimo il piede destro, innalzarmi con un movimento bilanciato e raggiungere con la mano sinistra la lama risolutiva per tirarmi su. Nella mia testa frullava un solo pensiero: salire, poi l’appiglio in alto a destra. Oggi non so più come ho fatto ad arrivare su. So solo che mi ritrovai sopra, sollevato, pieno di gioia, e tutto era sembrato facile. Qualche ora più tardi, sulla cima, non abbiamo parlato di questo passaggio ma della situazione che si era creata sotto di esso. E se oggi penso al Pilastro di Mezzo, vedo tutto come allora. Solo la via d’uscita è aperta. Una placca liscia, senza fessure e con pochissimi appigli; 4 metri più in alto una fessura, sotto di me una cengia larga quanto i miei piedi. Al di sotto un gran vuoto, un appicco strapiombante. Un’impresa che rimane (Reinhold Messner, da Settimo Grado).».

Luca Santini sulla via variante Mariacher della via Messner al Pilastro di Mezzo del Sass dla Crusc, 26 luglio 1983
Luca Santini sulla via Messner al Pilastro di Mezzo del Sass dla Crusc. 26.07. 1983

Passarono circa dieci anni prima che si fosse informati di cosa realmente avvenne sul Pilastro di Mezzo. Ci furono poi parecchie ripetizioni, ma tutti evitarono il passaggio-chiave con una lunghissima deviazione a destra e ritorno a sinistra. Si disse che Messner aveva mentito, che il VII+ o forse l’VIII- non poteva essere una realtà storica così vecchia. Oggi, sotto il passaggio, c’è un chiodo abbastanza buono, proprio sulla cengia alla base dei 4 metri. Heinz Mariacher ha ripetuto da capocordata il passaggio nel 1979. Ma la spitdipendenza degli ultimi tempi non favorirà certo le ripetizioni frequenti. Se qualcuno non avrà la pessima idea di spittare quel muretto, su quei 4 metri si potrà ancora leggere quanto la disperazione si tramuti a volte in energia. Il muro grigio è impassibile, compatto e solido. Nulla è cambiato. Mathias Rebitsch e Giovan Battista Vinatzer avevano toccato il VII, Messner lo ha superato. «Quando ero in difficoltà o dove era marcio, io pensavo: la roccia mi vuole un po’ bene. Allora mi facevo passare dalla roccia»: così diceva Vinatzer. Il segreto è tutto lì.

Alessandro Gogna sulle lunghezze finali della via Messner al Sass dla Crusc
A. Gogna sulla via Messner al Sass dla Crusc, Val Badia

Il 16 luglio 1978 alla base della via arrivò il 24enne Heinz Mariacher. Con lui c’erano la fortissima 19enne Luisa Iovane (sua compagna di sempre) e il personaggio di Luggi Rieser (oggi Swami Prem Darshano). Passato il tiro con la manovra di corda, arriva il tiro con i famosi 4 metri “impossibili”. Ma lì Heinz non si trova più, non gli è chiaro dove Messner racconta d’essersi trovato in una posizione da cui non poteva più scendere. Allora, convinto di fare la cosa più logica, opta per la soluzione che gli sembra più evidente, quella della via di “minor resistenza”. Quindi: traversa per circa 12 metri a destra, sale dritto per altri 4 e poi ri-traversa a sinistra per riprendere la fessura che sta sopra al muro di 4 metri del “passaggio Messner”. Da lì la cordata prosegue fino alla vetta, convinta di aver effettuato la prima ripetizione. Ma in seguito, parlando con Messner, Mariacher comprende di aver aperto una variante. Appunto quella che prende il suo nome e che sarà la più seguita dai futuri ripetitori.

L’anno dopo, nel 1979, Mariacher con Luisa Iovane ritorna al Sass dla Crusc e fa la Messner tutta in libera. E’ la prima libera integrale, visto che non si cala con la corda, ma scala in libera anche sul tratto in discesa, con difficoltà di VIII-, che porta al tiro chiave. Poi, sul muretto del famoso passaggio, sale 2 metri a sinistra di quello che ormai tutti considerano il passaggio originale, superando difficoltà di VIII-. E’ la prima rotpunkt della via! Intanto, nello stesso momento, i tirolesi Reinhard Schiestl e Luggi Rieser liberano la loro Mefisto (VIII-)!

Luggi Rieser e Luisa Iovane, 1a ripetizione della via Messner al Pilastro di mezzo, 16 luglio 1978. Foto: Heinz Mariacher
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La prima ripetizione
di Heinz Mariacher
Nella letteratura alpina il Pilastro di Mezzo viene spesso ridotto solo ai famosi, molte volte citati, quattro metri. Quasi nessuno ha mai sprecato una parola per il resto della via. Per me il Pilastro di Mezzo è una linea fantastica nel suo insieme, nel quale si supera anche la placca di quattro metri. Anche oggigiorno si potrebbe essere orgogliosi per una via nuova di questo genere.
Il tema “Pilastro di Mezzo” è ancora una volta un’ottima occasione per ricordare che l’uso dei chiodi a pressione non è sempre stata una cosa ovvia. Io credo che solo pochissimi dei giovani arrampicatori abbia sentito parlare degli scritti polemici di Reinhold Messner su “l’assassinio dell’impossibile” contro i chiodi a pressione, questo perché manca il legame con la storia alpina, perché i giovani si sono orientati più volentieri verso nuovi modelli e direzioni. Una cultura alpina che, ad un certo punto, è rimasta bloccata nella neve degli Ottomila e si è intristita nella cura dei monumenti.
Ai tempi di Messner, e anche nei nostri alla fine degli anni Settanta, c’era ancora un codice d’onore, le limitazioni che ci imponevamo volontariamente erano assolutamente in primo piano, davano il sapore al nostro gioco. Perché era bello sognare una linea che forse era possibile o forse anche non lo era. Per me il Pilastro di Mezzo simboleggia un punto massimo dell’arrampicata nelle Alpi, di uno sviluppo che si è svolto nelle Alpi, che non è stato importato dall’Inghilterra o dall’America. L’idea della rinuncia ai chiodi a pressione nelle pareti alpine si sarebbe meritata di continuare a vivere, non necessariamente come l’unica verità, ma come stile particolare. Da parte mia, e per me stesso, avevo deciso che avrei considerato certe pareti come “zona libera” da chiodi a pressione, tra le altre il Sass dla Crusc e la Sud della Marmolada.
Ma torniamo indietro alla “Placca di Messner”: nel corso degli anni ho superato in quattro punti diversi la paretina di quattro metri. Penso però che il passaggio in sé sia meno importante della situazione affrontata dal primo salitore sotto il passaggio, della sfida mentale, come l’ha rappresentata così precisamente Messner nel suo libro “Ritorno ai monti”. Penso che oggigiorno solo una piccola minoranza sia in grado di immedesimarsi in quella situazione, ed è una vergogna che oggi si trovino chiodi a pressione sul Pilastro di Mezzo!
Vorrei ancora mettere in chiaro una cosa: durante la prima ripetizione ho cercato la via di salita più logica, il che significa la linea di minor resistenza, e non ho cercato una variante per aggirare il passaggio come scrive Ivo Rabanser nel suo libro. Il fatto che, poco tempo dopo la ripetizione, io abbia chiesto a Reinhold perché non avesse indicato nella descrizione quella traversata, mostra che io ero convinto di aver ripetuto la via originale.

Nicola Tondini da primo sui quattro metri di VIII grado. Foto: Paola FinaliSolo4Metri-NicolaTondini-FotoPaolaFinaliL’indagine
di Nicola Tondini
Il Pilastro di Mezzo al Sass dla Crusc è da anni legato al nome dei fratelli Messner. Per chi ha ripetuto le vie che Reinhold ha aperto in Dolomiti, sa dell’attrazione che il forte arrampicatore aveva per le placche. Pur disponendo solo di chiodi e indossando robusti scarponi rigidi, Messner spesso si è lanciato alla ricerca della sequenza di appigli che gli avrebbero permesso di avere ragione di quei muri compatti di calcare grigio: la parete nord della Seconda Torre di Sella, la parete nord del Sass da Putia, la parete nord della Cima della Madonna, la parete sud della Marmolada, le placche d’aderenza del Sasso delle Nove e appunto il Sass dla Crusc furono alcuni dei suoi terreni di gioco e testimonianza del suo grande intuito. Vie queste, che ancora oggi mettono timore: i lunghi tratti sprotetti e la capacità necessaria nel saper leggere le placche frenano molti alpinisti a cimentarsi con le vie dell’alpinista altoatesino.
Sul Pilastro di Mezzo del Sass dla Crusc, Reinhold Messner con il fratello Gunther compì il capolavoro. Già nei primi tiri i due fratelli dovettero cercare a fatica una linea di passaggio. Furono costretti, infatti, a un lunghissimo traverso con un pendolo per passare una zona estremamente liscia. Poi ecco al quarto tiro quel muretto di 4 metri appena sopra una piccola cengetta. Gli appigli si intuivano, ma erano decisamente piccoli. Messner starà quasi un’ora a provare e pensare come passare. Poi tenterà il tutto per tutto, riuscendo. Sarà il primo grado VIII della storia, percorso in libera.
Con gli anni cresce sempre più la fama di quel passaggio. Qualcuno leggendo sui forum in internet pare abbia trovato altri punti deboli, oltre alla variante Mariacher, dove salire. Sta di fatto che il passaggio originale continua tutt’oggi a mettere in crisi. Io stesso ho letto e sentito vari commenti su quel passaggio: avrà piantato un chiodo, si sarà rotta una scaglia, com’è possibile che lui sia passato e tanti forti rinunciano? E così via. Io l’ho ripetuta la prima volta nel 1992 e allora ero andato deciso per la variante Mariacher. La curiosità di provare il passaggio Messner è ovviamente tornata fuori, così propongo a Massimo Lucco, mio fortissimo cliente/compagno di andare a metterci le mani per capirne un po’ di più. Fissiamo la salita per il 3 settembre 2010.
I giorni precedenti sento Andrea Tosi e Paola Finali, esperti amici in fotografia e filmati, che ultimamente mi seguono in qualche avventura e propongo loro di documentare il famoso passaggio Messner.

Il 3 settembre io e Massimo andiamo all’attacco del diedro Mayerl, che percorriamo fino alla cengia mediana. Da qui seguendo la cengia verso sinistra in 10 minuti raggiungiamo l’attacco della Messner al Pilastro di Mezzo (nella realtà l’originale raggiunge la cengia direttamente seguendo 300 m su un pilastro di roccia estremamente friabile e pericoloso di V grado). Sono le 10 appena passate. Sento per telefono Andrea, che con Paola, Ingo e Mario hanno raggiunto la cima a piedi. Finché io e Massimo scaliamo sui primi tiri della Messner, loro attrezzano le corde statiche per fare i filmati e le foto. Così quando arrivo al 4° tiro della Messner, Andrea e Paola sono già posizionati. Ho fatto sosta per provare il passaggio Messner, alla fine del traverso del tiro precedente, come indicato nella precisa relazione di Ivo Rabanser. Prima di provare il passaggio della placca Messner dal basso, lo studio con la corda dall’alto. Mi ci vuole un po’ per capire come farlo senza renderlo estremo. Alla fine finalmente riparto dal basso e lo faccio. E’ un bel singolo di VIII (7a). Gli appigli duri da tenere sono 3. Ma come mai è così difficile da fare a vista? Presto spiegato.
– Come tanti boulder “strani” è difficile da impostare la partenza: viene spontaneo partire con un piede, ma così facendo ci si pianta subito. Partendo con il piede “sbagliato”, poi tutto torna giusto e il passaggio è fatto, basta avere buone dita e certamente a Messner non mancavano.
– Si è psicologicamente non in una bella situazione:
a) il compagno che fa sicura non ti vede o se si decide di fare sosta prima del passaggio, si rischia un volo diretto sulla sosta stessa;
b) se si cade, facilmente si va a sbattere con i piedi sulla cengetta da dove inizia il passaggio a meno di non lanciarsi decisamente verso il vuoto;
c) la protezione non è distante, ma comunque sotto i piedi;
d) si capisce che se si sbaglia il movimento non si riesce a tornare indietro.
e) c’è la via d’uscita: la variante Mariacher.
Concludo dicendo, che Messner ha fatto proprio un capolavoro a superare quel muretto di 4 metri. Per me è passato in libera e non si è rotto nessun appiglio fondamentale. Lui è stato lì un’ora a studiarlo, poi con la determinazione che lo ha sempre contraddistinto è partito col piede giusto, ha tirato con tutta la forza che aveva i 2-3 appigli chiave e ha raggiunto i successivi buoni appigli per andare fuori dalle difficoltà.

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Parlare di quel qualcosa di sacro

Questa volta ci casco in pieno… ho riflettuto molto se postare questi pensieri dell’amico Giorgio Robino. Nientemeno che un paragone tra il percorso intellettuale di Reinhold Messner e… il mio!
Mi sono un po’ costretto, come succede ogni volta che qualcuno ti fa riflettere su cose che non hai mai voluto prendere in considerazione. Soprattutto non mi va che qualcuno mi faccia “vincere” un confronto.

Parlare di quel qualcosa di sacro
di Giorgio Robino

Che relazione c’è tra le due persone, RM e AG, e tra i due percorsi? Ci sono molti punti in comune!
Ad esempio entrambi hanno fatto un percorso di vita (alpinistica) che io vedo simile, e mi riferisco allo sfuggente “limite” di cui entrambi parlano spesso.
Ad esempio entrambi decidono un’operazione di comunicazione “semplificata”, anche se con mezzi mediatici ben diversi.

Giorgio Robino sulla cascata Ciucchinel in val Varaita: Foto: Pietro Godani
ParlareQualcosaSacro-GiorgioRobino-foto Pietro Godano

Reinhold Messner, abbiamo visto finora, utilizza i musei, mentre Alessandro Gogna utilizza un sito internet, il Gogna Blog. Entrambi fanno un’operazione culturale che consiste nella necessità umana della contemplazione del mistero.

Messner lo fa utilizzando i musei, uno strumento culturale novecentesco. Malgrado la recente pretesa museale di “multimedialità interattiva” (concetto generale di moda nei musei “moderni”) magari coadiuvata dai computer e da paventata realtà aumentata, i musei sono uno strumento comunicativo “antico”, statico (con programma predefinito da un regista), didascalico e soprattutto mono-direzionale: l’informazione è a senso unico verso un generico pubblico impersonale!

Messner ha evidentemente una cultura radicata nel secolo scorso. Se ho ben capito, non ha dimestichezza con i computer, per esempio, quindi credo che nemmeno conosca i mezzi relazionali che oggi permette internet (che ovviamente non sono solo la comunicazione esibizionistica di whatsapp e facebook!). Lui appartiene a una borghesia novecentesca che, sebbene ne abbia preso le distanze per quanto potesse per tutta la sua vita (gliene do grande merito, sia chiaro!), è la radice della sua cultura. E il museo, dopo i libri, gli appare come una novità comunicativa, quasi sua invenzione, ma ahimé invece è uno strumento obsoleto, il museo.

Gogna d’altro canto, su tematiche in parte comuni, fa qualcosa di simile, ma utilizzando uno strumento comunicativo “moderno”, bidirezionale, interattivo, che il blog su internet appunto permette, con i commenti e l’interazione tra autore e lettori, che possono diventare a loro volta autori, come forse è per me che scrivo questo testo.

Gogna fa una azione di provocazione culturale ad ampio spettro, sporcandosi forse più le mani nell’occuparsi di moltissimi punti nevralgici del vivere sociale e la montagna: batte molto sugli aspetti di tutela ambientale, sulla necessità di un alpinismo “by fear means” (anche lui), si arrabbia sull’abbrutimento del Club Alpino e delle Guide Alpine, e poi soprattutto ci parla del concetto di libertà e di limite (anche lui) e ogni tanto ci accenna a quello che c’è al di là del limite.

Personalmente, da informatico, e per via della mia generazione di appartenenza forse, apprezzo maggiormente il percorso di Gogna. Semplicemente il blog mi sembra uno strumento comunicativo più raffinato e intelligente del museo, perché permette di far comunicare gli individui velocemente, direttamente e alla pari. Quindi si tratta di un mezzo di crescita culturale tra singoli “individui”. Più interessante perché l’energia cerebrale viene distribuita e circola forse un po’ tra i partecipanti. Non più pubblico, ma individui interagenti!

Con scherzosa metafora alpinistica, direi che Gogna raggiunge lo scopo culturale in “stile alpino”, con il minimo dispendio energetico, un approccio individualistico, minimale. Mentre Messner utilizza la tecnica dell’“assedio della montagna” con i campi base che sono i musei. Grande potenza di mezzi economici e costose energie collaborative, compromessi sociali forse, quindi meno libertà, comunicazione interiore poco efficace, forse.

Infine, a prescindere dalla mia preferenza sulla “tecnica” usata da uno e dall’altro, concludo che Reinhold Messner e Alessandro Gogna ci dicono cose simili, parlandoci entrambi, tra le righe, di quel “qualcosa” di sacro, pur facendolo con mezzi comunicativi diversi.

Giorgio Robino

Reinhold Messner al campo 2 del Lhotse, 1975
Lhotse (Nepal), parete sud, 1975 sped. naz. CAI, R. Messner al campo 2

 

Considerazioni del sottoscritto
E’ vero, ho sempre visto i musei come qualcosa di estraneo a me. E’ famosa la battuta che faccio da una vita ogni volta che c’è anche la lontana possibilità (per il brutto tempo, in genere) che vada a visitare un museo: “Ai musei bisogna andare quando hai almeno ottant’anni!”.

Devo dire però che i pochi musei che mi hanno visto entrare in realtà comunque hanno suscitato in me qualcosa di notevole: o noia mortale o interesse estremo e inatteso, senza mezze misure.

D’altra parte è vero che non si vede dove potrebbero essere custodite altrimenti le super-assicurate opere d’arte o le meno considerate (ma secondo me ugualmente importanti) testimonianze di una qualche cultura. Dunque, il museo è meglio che una polverosa soffitta, o una cantina umida. Ed è anche meglio di un salotto privato di un qualunque riccone. Forse solo una chiesa, per la sacralità di cui è intrisa, può sostituire degnamente un museo. E’ mia convinzione che arte e cultura non possano essere a disposizione di pochi eletti, ma devono il più possibile essere esposte al pubblico.

Per quanto riguarda gli MMM, ho visitato solo Castel Firmiano. Credo però che la montagna e la cultura espresse dagli uomini che la frequentano o la vivono meritino l’opportunità di essere messe in mostra. Il sacro ha bisogno delle sue chiese (anche se non sempre).

L’idea di Messner va oltre l’arte, è il tentativo di dare dignità a una grossa fetta di mondo. Lui segue la sua visione.

Nel momento in cui realizzo di non essermi mai sognato un progetto così grandioso sono sicuro anche di essere contento che qualcuno l’abbia fatto. Non giudico i musei obsoleti solo perché non mi piacciono tanto. So che devono esserci. Non mi sento meno “novecentesco” di lui solo perché uso di più il computer. E quanto a borghesia, sono nato in città, dunque sono (o ero) più borghese di lui, nato a St. Magdalena di Funes.

Chi ha concepito il Colosseo o il Partenone non era certo meno bravo di Zaha Hadid che ha disegnato l’MMM Corones. Il problema è che i romani e gli ateniesi non avevano alcun motivo per contestare un’opera d’arte o criticarne la “location”: oggi invece l’arte vive giorni molto più difficili, deve farsi largo in mezzo a una marea d’ignoranza e di venalità spalleggiate da rigurgiti di mania colonizzatrice. Quindi, quanto a “sporcarsi le mani”, mi pare che Reinhold e io siamo sullo stesso piano.

Nella ricerca del proprio destino passano improvvisamente dei treni. Chi è più attento sente il fischio della locomotiva assai prima di altri. Non si può prenotare on line, occorre essere nel posto giusto al momento giusto. Funziona che, se il treno è “quello giusto”, bisogna salire in carrozza: e non importa se il tuo amico deve prendere un altro treno, magari un convoglio che va in direzione contraria.

Considerare sempre che, quando si è sullo stesso treno, non si arriva primi (non si “vince”) solo perché si è nella prima carrozza dopo l’elettromotrice.
Considerare sempre che, se si è su treni diversi, ogni “vittoria” è priva di significato.

Massimo rispetto. Massima libertà. Massima fiducia nelle idee degli altri e delle mie (quando ci sono). Riconoscere ciò che è sacro. Possibilità di critica costruttiva.

Alessandro Gogna

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A cosa servono i musei di Messner?

In occasione dell’odierno compleanno di Reinhold Messner pubblichiamo questo stuzzicante saggio di Giorgio Robino.

A cosa servono i musei di Messner?
di Giorgio Robino

Il 27 luglio 2015 leggo sul web lo stimolante articolo di Mariateresa Montaruli, dal titolo: Il museo di Messner – La finestra in vetta alla montagna, sottotitolo: il 24 luglio ha aperto al pubblico il più alto museo dell’Alto Adige: scavato nelle viscere di Plan de Corones. Un capolavoro di design nel cuore della montagna. [1]

L’articolo [1] viene riportato su pagina facebook di un amico e si scatenano commenti contro, da parte di ambientalisti e di strenui oppositori ad ogni azione di Reinhold Messner. Anch’io mi schiero subito contro, in un commento d’impulso dove mi dilungo sulla mia critica radicale al concetto di museo.

Ma poi ci ripenso ed elaboro questa riflessione più approfondita e spero equilibrata, che affronta due aspetti giustapposti. Anzitutto: definire il valore del concetto di museo come strumento divulgativo culturale, in generale e nella impostazione del Messner Mountain Museum (in seguito MMM) [2]. In secondo luogo: chiarire l’eventuale contraddizione ambientalistica degli edifici museali in montagna.

MMM di Plan de Corones. Immagine da www.messner-mountain-museum.it/it/corones/museo/
CosaServonoMusei-1

1) La contemplazione del mistero, attraverso i musei
Lessi anni fa, nel libro intervista a Reinhold Messner La mia vita al limite [3], del suo progetto di far conoscere la montagna ai “cittadini” (o “turisti”, termine da lui spesso usato) attraverso l’Arte, ovvero le opere artistiche ispirate alla montagna e la storia dell’azione umana in montagna (tutta, non solo quella alpinistica), da contenersi in musei dedicati a specifiche aree tematiche. Fui subito entusiasta del suo percorso mentale, che lo ha portato a decidere che:

anche attraverso l’Arte è possibile conoscere la Montagna.

Una scelta di percorso sorprendente, proprio perché scaturito da un alpinista che per molta parte della sua vita è stato a ridosso del limite psicofisico delle capacità umane, e poi, una decina di anni fa, forse tornato indietro da un qualche estremo “limite” (termine che lui usa spesso, anzi ossessivamente), e dopo aver tentato alcune imprese nel territorio con l’agricoltura e nella politica europea, dedica negli ultimi anni una grandissima energia per sviluppare il vasto progetto museale MMM.

Reinhold Messner si autodefinisce quindi come mediatore culturale e narratore, con l’intento di farci conoscere la montagna attraverso la storia delle imprese alpinistiche e la loro rappresentazione nelle opere artistiche. Il nostro camminatore diventa una specie di stalker (vedi film di Andrei Trakovkij [22]), portatore di umani in zone del sacro dove il mezzo di trasporto è il museo e noi, pubblico, siamo i visitatori della “zona”.

La mia azzardata tesi qui è che la sua operazione culturale abbia un significato spirituale, che consiste nella sua necessità della comunicazione di una “contemplazione del mistero” della montagna. Mediante l’arte visiva contenuta all’interno di musei specifici, che sono lo stratagemma comunicativo.

Sì, ma cos’è questo qualcosa di misterioso?

Vorrei far dare la risposta allo stesso Reinhold Messner, che nelle interviste, pur avendo spesso volutamente “rigettato” ogni domanda allusiva a questioni metafisiche, mi sorprende invece con la risposta a una domanda di Daria Bignardi durante un’intervista in trasmissione televisiva di qualche anno fa [20]:

“DB: Ha trovato Dio da qualche parte?
RM: No, no! Io non vorrei dire se Dio c’è o non c’è. Io accetto il fatto che c’è “qualcosa”. Che noi non possiamo riconoscere, noi umani non abbiamo occhi, cervello, tasto per capire tutto. C’è sempre qualche cosa al di là. Io sono andato molto vicino all’aldilà, però dietro all’ultimo orizzonte nemmeno io posso vedere. Non è possibile! E noi dobbiamo accettare che c’è qualcosa che noi non possiamo afferrare, vedere, capire. E questo aldilà io rispetto come una dimensione divina, ma non lo chiamo Dio”.

Ora tralasciamo momentaneamente questo delicato terreno ultra-verticale, anzi ultra-terreno, perché devo prima un po’ blaterare contro i musei. Personalmente ne sono sempre stato deluso, anzi a dirla tutta: sono proprio totalmente contrario!

E’ un concetto generale, che riguarda qualsiasi esposizione dell’opera umana di creazione dell’inutile artistico: quando l’arte è fissata, catalogata all’interno di un museo (non parliamo delle “gallerie d’arte”), questa è morta, non ci parla più, è cadavere.

Perlomeno questa è la mia sensazione, che sono più sensibile alla musica e sono profano di arte visiva, ma in verità lo stesso vale per la musica, dove l’equivalente del museo è forse il concerto in pubblico.

Messner all’inaugurazione. Foto: http://www.mmmcorones.com/it/media/foto.html
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La mia emozione usuale quando entro in un museo è sempre d’irrigidimento, appena vedo dei cataloghi di oggetti messi in un percorso prestabilito attraverso delle stanze. Non riesco a concentrami bene sui quadri e le foto e gli oggetti. Sono distratto dalle scelte di associazione fatte dalla “direzione artistica”, sono distratto dai commenti del capitato lì per caso come me, ignorante o storico dell’arte che sia.

E’ che ho la convinzione che l’arte sia sempre un po’ nascosta tra le pieghe, riluttante all’esposizione, e svanisce quando esposta a un pubblico (noi tutti). Divulgata e didascalizzata, pubblicizzata e venduta. Diventa “porno” e l’anima nell’opera svanisce, andandosene lontana (semmai prima fosse stata lì).

L’arte è invece un percorso anzitutto individuale, anche se poi richiede la comunicazione agli altri, affinché l’azione venga riconosciuta come sublime.
E’ il solito, contraddittorio, doloroso, dilemma umano.

Forse l’arte è come l’alpinismo puro, bisogna farlo nascosti e da soli affinché serva a “qualcosa”, e perché superi il meschino teatrino sociale.

Allora non mi è quasi mai possibile assaporare la bellezza delle opere d’arte contenute nei musei, non per come questi sono concepiti fino ad oggi, nella nostra cultura, con questo tipo di storici dell’arte, con questo tipo di architetti che progettano edifici museali, con questo tipo di esperti di comunicazione, con questo tipo di pubblico, noi tutti.

Non c’è una visione, un passo avanti nell’altrove (il contenuto di cui l’arte potrebbe parlarci).
Non c’è quasi mai apprendimento, consapevolezza di quel “qualcosa”.
Non si intuisce quasi mai niente di niente, dentro spazi espositivi, non-luoghi non-intimi.

L’uccisione dell’arte dentro i musei è un “problema” generale nella nostra società e di una visione non spirituale, desacralizzata, ma invece esibizionistica, tecnicistica e virtuosistica (e quindi, infine, inutile e sterile). Ripeto, è questione generale e il povero Reinhold Messner non ha colpa.

Ma allora, per inciso, come andrebbe goduta la fotografia, o la pittura, o la scultura?

Non ho una risposta definitiva. I libri sono una risposta parziale e forse superata. Forse oggi è il cinema l’arte visiva che permette un ottimo rapporto intimo tra visionario (autore della visione) e vedente, evitando tutta la necessità del luogo di “culto” prestabilito (il teatrino museale). Il cinema non richiede un luogo spaziale obbligatorio di fruizione e tutte le mediazioni e compromessi derivanti. Ormai, con i computer ora, e già qualche decennio fa con le videocassette, le sale cinematografiche non sono più necessarie. Io poi ho saltato a piè pari il dilemma, perché la forma d’arte che mi interessa maggiormente è la musica, che io stesso realizzo “in solitaria”, evitando tutte le procedure dei luoghi di “rito” espositivo, ma qui sono fuori tema davvero. Ho esagerato e divagato. Mi fermo!

Invece, per approfondire in particolare l’operazione MMM, che credo sia nobile e sincera, proviamo a leggere qualche passo estratto da libri intervista a Reinhold Messner e ragioniamo sul percorso che ha fatto.

Riporto qui alcuni passaggi del libro intervista di Thomas Huetlin a Reinhold Messner: La mia vita al limite [3] di cui estraggo solo qualche capoverso di conversazione tra loro a riguardo della fondazione MMM:

“TH: Lei è solito affermare che la realizzazione di questi spazi sia il suo “quindicesimo ottomila”. Cosa la alletta nella prospettiva di invecchiare come direttore di museo?
RM: Io sono solo l’iniziatore del MMM. […] Di nuovo sono disposto ad impiegare ogni energia, ogni mezzo e tutto il mio tempo in questo progetto. […] io voglio solo realizzare un sogno. E dal momento che questo suscita tanto entusiasmo – da parte di amici, artisti, architetti, collezionisti, collaboratori -, il risultato sarà di sicuro qualcosa di eccezionale, che alla fine si sosterrà da solo. Non ho mai desiderato altro.
TH: Oggi come oggi lei è più gratificato dall’idea di “
scalare all’interno di un’opera d’arte” piuttosto che su una montagna?
RM: Sì, ormai le montagne le affronto solo mentalmente. […]. Ma mentalmente, mi occupo quotidianamente di montagne: montagne nell’arte, i popoli di montagna, la storia dell’alpinismo, le religioni che si sono sviluppate nelle zone montane, questi sono i miei temi odierni. […] La storia dell’alpinismo, così come viene raccontata dagli sportivi da bar, non è solo noiosa e sterile, è anche falsa perché nessuno può verificare che gusto ha l’aldilà, quando l’aldiqua non è accessibile. Il mio desiderio è l’emozione che diventa afferrabile per pochi istanti, fra terra e cielo, quello sguardo, quello sguardo dentro di noi che coglie l’insieme quando veniamo dall’alto, ciò che è sommo e per il quale non riusciamo a trovare le parole. […]
TH: Come mai questo tipo di esperienza è più importante?
RM: Il mio approccio di oggi, un tipo di esperienza della quale trent’anni fa avrei riso, mi rende curioso, mi tiene sveglio, mi fa provare la gioia di vivere. Forse a stimolarmi è solo il desiderio di fare, oppure l’istinto che sa che ho bisogno di sempre nuovi spazi di esperienza, commisurati alla mia età.

Nel libro La Montagna a modo mio [4], a pagina 326, Messner esprime con ancor maggior chiarezza l’idea iniziale del MMM:

“Non so come sono arrivato all’idea di sviluppare una struttura museale intorno al tema della montagna. Non si tratta di un museo in senso classico. Ho in mente uno spazio d’incontro dove mostrare il significato delle montagne per l’uomo. L’Alto Adige, la mia patria, sarà la sede del museo. E visto che anche in questo caso ho incontrato molte opposizioni, quando ho incominciato a mettere in pratica la mia idea, ho deciso di ampliare il nucleo originario del progetto. Alla sede centrale, situata a Bolzano, presso Castel Firmiano, sono collegati quattro ‘satelliti’, nei quali vengono trattati aspetti particolari del tema. Tutte le sedi nel loro complesso costituiscono il Messner Mountain Museum (MMM), un museo della montagna che si occupa della natura dell’uomo“.

E nelle ultime pagine dello stesso libro, a pagina 335, viene riportato un comunicato stampa del 2005, in cui Messner si esprime così:

“In mezzo alla frenesia che ormai caratterizza il turismo moderno, voglio creare un luogo di contemplazione. Qui le montagne e arte devono congiungersi. Mi stanno a cuore il dialogo, la storia comune, l’eredità culturale dell’alpinismo.

Così intendo fare mio un ruolo di mediazione fra il grande pubblico e le montagne. Il solitario si trasforma in mediatore. Le montagne e la loro dimensione possono essere percepite direttamente, salendole, oppure attraverso le arti figurative in un museo.

Al di là della loro relativa attualità, le opere d’arte raccontano dei loro creatori, della creazione, le opere sulla montagna raccontano della montagna. Per tutti coloro che sono interessati alla montagna, faccio in modo che il ‘paese dei monti’ diventi uno spazio d’esperienza. Poiché anche nell’era del turismo di massa e del ‘fit for fun’ sarà importante interpretare in modo nuovo questo tema.

Paesaggio, opere d’arte e visitatori devono comunicare tra loro e fornire informazioni senza che si renda necessario spiegare le montagne. Nel mio ruolo di coordinatore e creatore credo a un’immagine dinamica delle montagne, non a una realtà congelata. Solo così si realizza uno spazio d’espressione della fantasia fra chi osserva e le montagne stesse, che nella nostra coscienza si modificano costantemente. Con questo progetto ho preso in considerazione la montagna nel suo insieme.

In questo senso sono solo fondatore e suggeritore del museo, una sorta di catalizzatore. Mi interessano lo sguardo d’insieme e l’opera completa, che continua a rimettere in contatto fra loro luoghi storici e le opere d’arte.

E’ così che il tempo al quale appartengono si annulla, e si costruisce una biografia collettiva dell’alpinismo. Si tratta quindi non tanto di documenti, bensì, come nel rapporto con la montagna, della vicinanza della lontananza, della curiosità e della sorpresa.

Il ruolo di mediatore che mi sono assunto vale anche per quanto riguarda il dialogo tra le generazioni e le epoche, le opere e le tensioni che le uniscono. Come una specie di ‘ruffiano’, voglio sottolineare la sensualità dell’opera creativa, senza per questo attribuire necessariamente un’utilità all’alpinismo.

Scopo e significato del museo stanno nell’essenza viva delle opere, che vengono vissute in maniera diversa dal singolo osservatore.

Ciò cui penso e cui miro con il museo è la montagna incantata per tutti coloro che desiderano sapere cosa c’è dietro e sopra le vette”.


Quelle sopra sono parole di interviste di parecchi anni fa, ma penso siano ancora valide.

Interno del MMM Corones. Foto: http://www.mmmcorones.com/it/media/foto.html
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Reinhold Messner utilizza il museo come “meta-arte”. Quello che gli interessa credo sia soprattutto colmare la sua sete di desiderio di comunicazione dell’immaginario ad altri, a un gran numero di persone, ai cittadini, ai “turisti”, ai più lontani dalla montagna. I musei sono il mezzo a lui congeniale per comunicare il rispetto all’ignoto dietro alle montagne, al sacro, al mistero che dir si voglia. Con un’operazione culturale per la “massa”.

Nell’articolo di Vincenzo Chierchia comparso su Sole24ore.com [5] si legge:

“Per Reinhold Messner la rete di musei, che fa capo alla Fondazione di famiglia gestita dalla figlia Magdalena, si fermerà qui; d’ora in avanti la passione sarà quella cinematografica con documentari sulla montagna”.

Dai musei passerà al cinema? Oh, bene, ci sta arrivando con giusta progressione! D’altro canto il più bel film di montagna, a dir di molti, e anche secondo me, è un film che vede Reinhold Messner come protagonista, si tratta dello splendido “documentario” di Werner Herzog: Gasherbrum – Der Leuchtende Berg [6]. Tra l’altro il grande regista è autore di altri magnifici film, specificamente centrati su temi ambientalistici, ultimo ma non ultimo: Wild Blue Yonder [21].

Il passaggio chiave è, secondo me, che Reinhold Messner ha capito personalmente “qualcosa” (che io dico essere cosa metafisica, ma lui sicuramente lo negherebbe al grido rimproverante di: “Nessun esoterismo, ma semplice pragmatismo!”). E’ tornato indietro da noi dabbasso e ha ideato e poi realizzato una maniera per comunicare la necessità della contemplazione di questo “qualcosa”. Con i musei fino ad oggi, forse con il cinema (dentro i musei) domani. Questa la mia tesi.

 

2) La critica ambientalista all’ultimo museo
Ecco l’introduzione (estate 2015) scritta dallo stesso Messner nella web home page del museo di Plan de Corones sul sito MMM [8]:

“Sito a Plan de Corones, tra val Badia, Valdaora e val Pusteria, l‘MMM Corones completa il circuito Messner Mountain Museum, un percorso che si compone di sei musei. Ai margini del più spettacolare belvedere montano del Sudtirolo, dove sorge la singolare sede del museo progettata da Zaha Hadid, si narra la storia dell’alpinismo tradizionale.

Da Plan de Corones, lo sguardo spazia nelle quattro direzioni, spingendosi oltre i confini provinciali: dalle Dolomiti di Linz a est all’Ortles a ovest, dalla Marmolada a sud alle cime della Zillertal a nord.

Le vetrate del museo restituiscono le immagini della mia infanzia – le Odle e il Pilastro di Mezzo del Sass dla Crusc, l’ascensione più difficile della mia vita – così come i ghiacciai granitici che sovrastano la valle Aurina.

All’interno della montagna, il museo ripercorre l’evoluzione dell’alpinismo moderno, i miglioramenti ottenuti nel corso degli ultimi 250 anni per ciò che riguarda l’attrezzatura, i trionfi e le tragedie che si sono consumati sui fianchi delle più famose montagne del mondo, dal Cervino al Cerro Torre al K2, e la rappresentazione delle imprese di noi alpinisti, per quanto contraddittorie esse possano apparire.

Come negli altri musei del circuito, l’alpinismo è raccontato attraverso reliquie, citazioni, opere d’arte (dipinti e sculture) e la trasposizione, all’interno dell’MMM Corones, della scenografia montana che lo circonda.

Nel mio ruolo di narratore dell’alpinismo tradizionale non intendo né esprimere giudizi né drammatizzare. Piuttosto, l’obiettivo è quello di condensare le esperienze di chi, come me, ha fatto proprio il confronto tra l’uomo e la montagna. Al centro del museo non vi sono imprese sportive o primati bensì i grandi personaggi dell’alpinismo, oltre a filosofi e pionieri che hanno osato “la transizione aurea“ dall’idea al fare, prescindendo dal perché.

In lingua ladina, Corones significa corona. Plan de Corones, la celebre montagna dello sci e delle escursioni, la vetta dei deltaplanisti e dei parapendisti, ospita oggi quello che considero il punto culminante del mio progetto museale: un luogo del silenzio e della decelerazione che offre panorami indimenticabili, uno spazio in cui ritirarsi e lasciare che la percezione si apra verso l’alto, verso l’oltre. La montagna diviene così uno spazio esperienziale, parte della nostra cultura. Viviamola in modo nuovo, facendo volare lo spirito al di sopra di ogni vetta”.
Luogo del silenzio e della decelerazione? Sopra le funivie, gli impianti sciistici e con pure quelli che fanno parapendio?
Sono perplesso, e l’immagine sotto con la folla attorno agli impianti non è rassicurante.
Direi piuttosto: luogo di accelerazione! Ma sto scherzando. Gli ambientalisti polemici invece scherzano meno e colgono solo contraddizioni nell’ultimo museo di Plan de Corones. Dicono:

E’ contro le croci, non vuole le ferrate, non vuole gli spit sulle vie alpinistiche, poi va a fare scempi architettonici, disseminando musei in tutto l’Alto Adige, ora bucando addirittura una montagna, facendo accordi d’opportunità con il consorzio delle funivie. Una completa contraddizione con se stesso!“.

Plan de Corones. Foto da http://www.mmmcorones.com/it/plan-de-corones.html
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Tra l’altro, in concomitanza con l’apertura del museo, il 26 luglio 2015 Reinhold Messner afferma, in articolo comparso su mountlive.com [19]:

Le croci sulle cime? Quelle esistenti lasciamole. Ma non installiamone altre. Sulle cime solo gli ometti di sassi e nient’altro. Le vette delle montagne non devono essere sfruttate per dei messaggi”.

Sarei d’accordo, ma a ben vedere, la realizzazione del museo a Plan de Corones contraddice l’affermazione sopra, perché il museo rappresenta un potentissimo “messaggio” che veicola i valori del pensiero “laico” di Reinhold Messner. Io penso che i musei (sulle cime dei monti) sono l’equivalente delle croci di vetta.

Argomenterò in dettaglio poco più avanti l’aspetto simbolico (per me positivo) del messaggio di questo museo in particolare, ma torniamo all’articolo citato inizialmente [1]. Sono perplesso se penso all’enorme impegno economico per la realizzazione dell’opera, per esempio leggo che:

“Il progetto, 3 milioni di euro pagati da Skirama Plan de Corones, il consorzio di impianti di risalita membro del Dolomiti Superski”.

Eppoi il numero di frequentatori ipotizzati nei prossimi anni è altissimo, troppo alto, se è verosimile la previsione riportata sempre nell’articolo [1]:

“Attraverso il magnete-museo si scommette sul raddoppio dei passaggi nei 27 impianti di risalita oggi contati a 70mila d’estate, 1,5 milioni d’inverno”.

Raddoppio? Vorrebbe dire 3 milioni di persone ogni inverno? Ho capito bene?
Io spero che queste stime siano un po’ come le stime governative di presenza turistica all’EXPO 2015: “leggermente” gonfiate, perché sennò davvero il comprensorio di Plan de Corones avrà un impatto ambientale ben poco sostenibile.

Nell’articolo [1] viene riportata una risposta di Reinhold Messner alla domanda dell’intervistatrice a riguardo di una possibile violazione della montagna (credo si riferisca alla posizione e agli scavi sotterranei di quest’ultimo museo):

“RM: Non era possibile operare in altro modo: il futuro, del resto, sarà far sparire nella roccia anche le case e le funivie. C’è un limite a questa visione ed è di natura antropologica e altimetrica: lì dove l’uomo, in montagna è sempre andato per tagliare legna o portare le pecore, lo sfruttamento ai fini turistici è accettabile. Oltre, tra ghiaioni e ghiacciai, bisognerebbe, con una ‘barriera’, tutelare la wilderness”.

Pare quindi che Reinhold Messner consideri come compromesso accettabile la possibile “violazione” della montagna (qui stiamo parlando degli scavi per il museo), se fatta in un territorio già sfruttato e deturpato per fini turistici (gli impianti sciistici, ecc.), ovvero quello che sta al di sotto di una certa quota limite (ma quale quota precisamente?), mentre pare confermare la sua idea di necessità di evitare qualsiasi intervento umano alle alte quote (dai ghiacciai in su?).

Può sembrare quindi un po’ opportunistica questa visione e fa un po’ specie il fatto che dica: visto che ormai il territorio montano è così, anch’io mi adeguo all’edificazione in quota. Non posso negare che tutto questo appaia in contraddizione con la sua ideologia ambientalista che ha portato avanti per primo lui in passato.

D’altro canto la sua affermazione “il futuro, del resto, sarà far sparire nella roccia anche le case e le funivie” ipotizza uno scenario abitativo meno fantascientifico ed esagerato di quello che ora può sembrarci. E nella pratica, con questo museo lui ha appena realizzato (forse per primo e tecnicamente in modo impeccabile devo dire) una provocazione e un avvertimento all’umanità in tal senso, come dirci: “finiremo con il vivere sottoterra!”. Pertanto arrivo alla paradossale conclusione:

il museo di Plan de Corones esprime simbolicamente un magnifico messaggio ambientalista.

Dal punto di vista dell’integrazione con terra e roccia, l’edificio museale sotterraneo, realizzato bucando sotto la vetta di Plan de Corones, non è poi così incoerente rispetto alla necessità di minimizzare l’impatto ambientale, e la scelta progettuale precisa è sottolineata anche nel comunicato stampa di presentazione nel museo [9], di cui estraggo passaggio:

“Il Museo ha uno sviluppo prevalentemente sotterraneo, articolato su diversi piani tanto che, nonostante i 1000 metri quadrati di superficie che saranno disponibili, solo una minima parte di essi richiede costruzioni fuori terra, a tutto vantaggio della componente paesaggistica, dato il ridottissimo impatto visivo della struttura rispetto all’ambiente naturale in cui la stessa sorge”.

Ora, se si paragona questo edificio con, per esempio, quanto fatto recentemente all’arrivo della Sky Way in vetta alla punta Helbronner [10] (più che ottava meraviglia del mondo, secondo me un obbrobrio architettonico e concezione di spazio pubblico che peggio non si poteva fare), allora:

il museo di Plan de Corones è avanti anni-luce, capolavoro di integrazione ambientale e di creatività architettonica, al confronto!

Ma soprattutto mi intriga il valore simbolico, concettuale che ha l’interramento: il museo viene a rappresentare una specie di ‘caverna platonica’ [11], dalle cui finestre entra “Luce” e visione panoramica, che permette al visitatore di vedere la bellezza delle montagne lontane!

MMM di Plan de Corones. Immagine da http://www.messner-mountain-museum.it/it/corones/museo/
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Può darsi poi davvero che Reinhold Messner sia così pessimista e lungimirante da ipotizzare un futuro magari non così lontano, in cui l’umanità vivrà sottoterra, e questi musei sotterranei sono addirittura una premonizione di un mito fantascientifico; tutto questo mi ricorda il magnifico libro La Valle del Ritorno di Flavio Favero [12], eppoi gli amati fumetti de L’Incal di quella psico-testa esoterica di Alejandro Jodorowsky [13].

Infine l’architettura degli interni, fatta di pareti lisce che pare di esser in una astronave, mi porta alla mente i cunicoli tubolari della piattaforma spaziale nel film Solaris, di Andrei Tarkovsky [14], uno dei miei film preferiti. In quel film una piattaforma spaziale è stata posizionata dagli uomini nello spazio cosmico di un lontano “pianeta magmatico”, pianeta che, nella concezione cristiana del regista, è palesemente simbolo della presenza di Dio, e la piattaforma è il luogo che permette ad alcuni astronauti di comunicare con il ‘mare pensante’, cioè Dio. Trovo che ci sia una similitudine concettuale con il museo in questione, anche se qui al posto del mare ci sono le montagne attorno a Plan de Corones.

Pertanto mi devo inchinare di fronte a ‘sto benedetto architetto Zaha Hadid, o allo stesso Reinhold Messner, se è lui che ha avuto l’idea di realizzare la mistica cavernicola.

Ora, tornando alla diatriba ambientalistica odierna, specialmente tra Mountain Wilderness Italia e lo stesso Reinhold Messner, sono dispiaciuto della inopportuna separazione che c’è stata in passato e pare essere ancora attuale (vedi anche articolo di Carlo Alberto Pinelli [15] e recente discussione a valle di articolo di Luigi Casanova, su Gogna Blog [16]).

E’ uno sbaglio paradossale pensare che Reinhold Messner, che ha contribuito a creare Mountain Wilderness nel 1987, e che è stato così amico di Alexander Langer, e che si è prestato alla divulgazione della causa ambientale in cui crediamo ancora in molti, venga criticato acerrimamente, considerato ora come un venduto, ipocrita, egocentrico assolutista, proprio dal momento in cui lui elabora negli anni una azione culturale che come ho spiegato sopra contiene un forte messaggio ambientalista.

Estrapolo testo da intervista, credo comparsa qualche anno fa su giornale quotidiano altoatesino [17], che penso sia tuttora valida:

“Giornalista: Mountain Wilderness protesta perché il Dolomiti Superski usa l’immagine del Sassolungo con il marchio della fondazione Unesco.
RM: Non mi piacciono i fondamentalismi. Quanto a Mountain Wilderness, di cui rivendico di essere stato l’ideatore, ne ho preso le distanze per le posizioni estremiste.
Giornalista: Gli impianti di risalita sono compatibili con la tutela Unesco?
RM: Il problema non è l’inverno, ma l’estate per il traffico e l’aggressività con cui auto e moto si avvicinano alle montagne. Lo dico da anni: i turisti dovrebbero spostarsi in funivia come d’inverno, perché questi impianti sono un mezzo più sostenibile rispetto ai veicoli a motore”.

D’accordo, le parole sopra sono riferite a un contesto leggermente diverso, tempo addietro, ma il percorso di pensiero ambientalista di Reinhold Messner a me pare “pragmatico” (per usare un termine a lui caro) e piuttosto coerente con un suo pensiero sempre trasparente.

Veduta estiva di Plan de Corones. Al centro e in basso si nota il museo, parzialmente interrato. Foto: http://www.mmmcorones.com/it/media/foto.html
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Per capire l’evoluzione della sua concezione ecologica e ambientalista, può essere utile la lettura di qualche passaggio di intervista del 2012, sul sito della regione Emilia Romagna, dal titolo: In montagna ed in città, l’ambientalismo realista di Reinhold Messner [18]:

“Giornalista: Lei è stato un grande comunicatore oltre che scalatore: è possibile educare le persone alla sostenibilità?
RM: Io non ho mai fatto altro che descrivere il mondo semplicemente così come è. Sono prima di tutto un alpinista, un contadino, porto avanti un maso autosufficiente in montagna, un maso che è sostenibile teoricamente fino alla fine della terra e la sostenibilità in questo caso è la base soprattutto economica di questo pezzo di terra. E offro tutto questo come un modello al quale ispirarsi per il nostro comportamento in montagna.
Però se io in città vado in macchina, pur sapendo che in questo modo aumento la quantità di CO2 nell’aria e che questa CO2 poi ha degli effetti di cambiamento sulla montagna, allora sono intrappolato in una contraddizione.
Se nel mondo civilizzato, cioè le città e i luoghi dove si vive e si lavora, non potessi più agire come tutti gli altri, andrei incontro al fallimento delle mie attività umane, lavorative, di sopravvivenza. Io, ad esempio, non posso andare a piedi dal mio maso fino a Monaco dove c’è l’aeroporto, non è possibile. Così, anche io da un lato, come cittadino, sono uno che sporca e inquina la terra. Io vado ancora oggi in aereo, è l’unico mezzo di trasporto ragionevole per andare in Nepal sull’Himalaya. L’ho utilizzato per andare ieri a Francoforte perché avevo un invito in televisione per parlare di questi temi. Però quando vado in montagna sono la persona più pulita possibile. E così devo dire che anche io porto avanti una vita schizofrenica.
La maggior parte degli alpinisti non si accorge che gli errori che facciamo li facciamo nella civilizzazione e non in montagna. “Errori”, fra virgolette, perché sono commessi per la necessità di portare avanti le nostre vite in maniera normale. Per questo l’educazione dovrebbe essere fatta soprattutto sui temi che riguardano la vita quotidiana di tutti i giorni laddove si vive.
Giornalista: Com’è possibile risolvere questa schizofrenia in cui in tanti vivono?
RM: L’importante è ricordare che con le chiacchiere non si risolve niente. Credo di aver capito che il mondo, specialmente in questa crisi, sta senza dubbio subendo una progressiva distruzione ecologica. Ciascuno deve fare la propria parte, io stesso posso cambiare vita, essere responsabile per quel pezzo di terreno che ho comprato, che è mio, dove faccio il meglio possibile: ad esempio vado in macchina solo se è necessario, non giro il mondo soltanto per godermi i viaggi e la sensazione di avere un motore sotto il sedere.
Ciascuno, ripeto, può fare la sua parte. Noi tutti, in 7 miliardi su questa Terra, siamo una forza incredibile: con la tecnologia che abbiamo sviluppato, abbiamo la possibilità di auto-eliminarci tutti, di distruggere il mondo. E contemporaneamente abbiamo in mano le carte per salvare il mondo. Con la crisi probabilmente non lo faremo ma siamo tutti responsabili per tutto il pianeta.
In questo contesto un po’ pessimista, le parole fini a se stesse e le critiche non servono. Criticare gratuitamente senza agire, senza fare niente, è deleterio. Chi vuole parlare di ecologia vada a fare qualcosa in casa propria, nel proprio orto, nel proprio terreno, nella propria zona, nelle proprie montagne. Partiamo dal “pulire” casa nostra. Senza criticarsi da un luogo all’altro del pianeta sottolineando i reciproci sbagli, ma agendo con coerenza”.

Mi pare quindi che Messner abbia fatto negli anni un percorso evolutivo, a valle della sua esperienza politica nell’ormai defunto partito italiano dei Verdi e poi soprattutto dalla creazione di Mountain Wilderness, venendo a praticare una azione culturale con i musei e stabilendo ora una scala di priorità dei problemi di inquinamento ambientale, sottolineando soprattutto la devastazione procurata dai mezzi di trasporto a motore (auto, moto, ecc.), utilizzati in modo pervasivo in aree ad altissima densità e purtroppo sempre di più anche sulle montagne.

Quindi il suo “ambientalismo realista”, come qualcuno lo chiama, può essere contestato su alcune contraddizioni, ma io penso che sia più che mai opportuna una comunicazione con lui, una collaborazione con lui, per perorare insieme la causa ambientale, ecologica, non solo delle montagne.


Bibliografia e links

[1] http://www.iodonna.it/attualita/storie-e-reportage/2015/07/27/il-museo-di-messner-la-finestra-in-vetta-alla-montagna/
[2] http://www.messner-mountain-museum.it/it/
[3] La mia vita al limite. Reinhold Messner con Thomas Huetlin. Corbaccio. 2008
[4] La montagna a modo mio. Reinhold Messner, a cura di Ralf-Peter Martin. Corbaccio. 2009
[5] http://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2015-08-05/a-plan-de-corones-l-ultimo-museo-messner-progettato-zaha-hadid-161343.shtml
[6] https://it.wikipedia.org/wiki/Gasherbrum_-_Der_leuchtende_Berg
[7] http://www.banff.it/category/gogna-blog
[8] http://www.messner-mountain-museum.it/it/corones/museo/
[9] http://www.messner-mountain-museum.it/download/mmm_corones_ita.pdf
[10] http://www.banff.it/la-nuova-funivia-del-monte-bianco/
[11] Repubblica. Libro VII, Il mito della caverna. Platone, circa 360 a.C.
[12] La valle del ritorno. Flavio Favero. Luca Visentini Editore. 2007
[13] https://it.wikipedia.org/wiki/L’Incal
[14] https://en.wikipedia.org/wiki/Solaris_%281972_film%29
[15] http://www.mountainwilderness.it/news/displaynews.php?idnews=319
[16] http://www.banff.it/non-solo-croci/
[17] http://www.mountainwilderness.it/pdf/Moro-Messner.pdf
[18] http://ambiente.regione.emilia-romagna.it/rubriche/intervista/2012/in-montagna-ed-in-citta-l2019ambientalismo-realista-di-reinhold-messner
[19] http://www.mountlive.com/reinhold-messner-basta-croci-e-messaggi-in-montagna-solo-omini-di-pietra/
[20] http://www.la7.it/le-invasioni-barbariche/video/lintervista-a-reinhold-messner-18-12-2010-79731
[21] https://en.wikipedia.org/wiki/The_Wild_Blue_Yonder
[22] https://it.wikipedia.org/wiki/Stalker_(film_1979)

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Alpinismo e opinione pubblica

Alpinismo e opinione pubblica
di Hans Peter Eisendle

Intervento di Hans Peter Eisendle alla conferenza Nanga Parbat – la montagna del destino tenutasi a Bolzano il 3 ottobre 2003 nell’ambito dell’edizione autunnale del Filmfestival della Montagna Città di Trento — Dolomythica 2003.
(tratto da Intraisassblog3, Antersass Casa Editrice, 2008)


Vorrei constatare per prima cosa in questo contesto che l’Alpinismo in generale ha perso molta importanza nell’opinione pubblica e di conseguenza nell’interesse che la politica rivolge a questa attività.
Le prime salite sulle pareti nord delle Tre Cime di Lavaredo negli anni ‘30, o meglio la prima ascensione dell’Everest negli anni ’50, erano paragonabili, dal punto di vista mediatico, all’importanza dell’atterraggio sulla luna negli anni ‘60. L’Everest fu concepito come un regalo per l’incoronazione della regina Elisabetta d’Inghilterra e come una dimostrazione del perdurante potere coloniale della Gran Bretagna. Così l’atterraggio sulla luna era la dimostrazione della supremazia tecnologica degli Stati Uniti, supremazia che ha trovato una triste continuazione quest’anno nella guerra contro l’Iraq.
Anche noi adesso parliamo degli eventi di 50 anni fa – la prima salita dell’Everest, del K2 e questa sera del Nanga Parbat – piuttosto che delle incredibili salite dei giovani di questi anni. Chi conosce la futuristica salita dello sloveno Thomas Humar sulla parete sud del Dhaulagiri? Chi le incredibili vie aperte dai giovani sudtirolesi nelle Dolomiti?

Günther Messner al campo base del versante Rupal del Nanga Parbat

Guenther Messner al Nanga ParbatComincerò raccontandovi come sono entrato io in tutta questa storia.
Da piccolo, mi racconta mia madre, quando era il momento di scendere giù per una scala ripida o per un prato scivoloso, mi tenevo sempre strettamente con le mani al mio maglione o alla camicia, come se mi volessi abbracciare. Poi salendo sulle montagne nei dintorni di casa mia con degli adulti, avevo scoperto che tenersi aggrapparsi da qualche parte, era una cosa che facevano tutti, era normale, a volte era addirittura necessario. Non dovevo più vergognarmi per queste mie espressioni di paura. Continuando su questa strada sono diventato uno specialista nell’aggrapparmi da qualche parte. Ho trasformato la paura vergognosa di ogni abisso in un’arte. Sono diventato uno dei più bravi “aggrappatori” nella società degli aggrappatori. E poi, nei momenti di stanchezza totale, quando la pelle delle dita è consumata, sanguinante, riesco a fare qualche passo in perfetto equilibrio anche senza tenermi da nessuna parte.

Oggi però non sono stanco abbastanza e per tenermi mi sono portato il libro di un mio caro amico, il libro Nanga Parbat – verità e follia dell’alpinismo di Ralf Martin, uno scrittore che mi ha accompagnato fino al campo base del Nanga Parbat e mi stava vicino con le storielle di buona notte raccolte adesso in questo libro (purtroppo per ora soltanto in lingua tedesca). È il libro più fondato sulla storia di questa montagna, e li ho letti tutti, anche le trivialità degli ultimi anni dei compagni di spedizione di Messner, nella spedizione del 1970 nella quale ha perso suo fratello Günther.

Vorrei citare qualche frase di questo libro iniziando con Mummery, il primo alpinista della storia che tentava seriamente di salire su un Ottomila nel 1895 e sceglieva proprio il Nanga Parbat. Bisogna sapere che l’alpinismo in Inghilterra alla fine dell’Ottocento era considerato un’attività riservata ai nobili, uno sport d’élite, e di conseguenza con grande importanza sociale. Edward Whymper, primo salitore del Cervino, appartenente a una classe sociale più elevata nella società inglese, era agli antipodi del più giovane Mummery. Whymper sosteneva la teoria bugiarda che l’alpinismo dovesse avere un fine scientifico e sociale e che con la sua conquista dell’ultima cima importante delle Alpi, il Cervino, l’alpinismo era esaurito. Mummery economicamente indipendente, perché piccolo industriale con grande successo, sosteneva che l’alpinismo era un gioco personale, soltanto un’avventura egoistica e che il Cervino si poteva salire ancora per vie molto più difficili. Mummery non venne accolto tra i membri dell’Alpine Club di Londra per tutto il tempo che Whymper fece parte della commissione di ammissione, troppo anarchico e indipendente per essere accettato dalla rigida società inglese. Anche il giornale più importante, il Times, sosteneva Whymper scrivendo: “Nessun gentlemen ha il diritto di rischiare la dote della vita soltanto per competere con allodole, scimmie, gatti e scoiattoli“. La pressione dell’enorme riconoscimento internazionale di Mummery per le sue ascensioni spettacolari al Monte Bianco lo fece diventare socio dell’Alpine Club appena prima della sua scomparsa al Nanga Parbat. Mummery fu uno dei primi esempi di un alpinista non adattato, escluso in parte socialmente e nello stesso tempo coronato da successo. Consiglio vivamente la lettura del suo unico libro My climbs in the Alps and in Kaukasus (in italiano, Le mie scalate sulle Alpi e sul Caucaso).

Spedizione tedesca al Nanga Parbat 1934: da sn, (davanti) Erwin Schneider, Willo Welzenbach, Peter Aschenbrenner, Willy Merkl, Konsul Kapp, Peter Müllritter, R. N. D. Frier; (dietro) Willy Bernard, Uli Wieland, cap. A. N. K. Sangster, Hans Hieronimus, Fritz BechtoldSpedizione tedesca al Nanga Parbat 1934: (davanti) Schneider, Welzenbach, Aschenbrenner, Merkl, Kapp,  Müllritter, Kuhn; (dietro) Bernard, Wieland,  Sangster, Hieronimus, Bechtold.Non è un caso che dopo la prima guerra mondiale diverse nazioni pretendano di vantare l’egemonia sulle montagne più alte del mondo. Così l’Everest diventa la montagna degli inglesi, il Nanga Parbat dei tedeschi e il K2 degli italiani. Il quotidiano Morning Post di Londra scrive nel 1925, dopo la scomparsa di Mallory e Irvine sull’Everest: “Spedizioni come quella dell’Everest servono per limare di nuovo la spada dell’orgoglio e del coraggio“. La morte dell’alpinista verrà stilizzata eroicamente e l’Everest diventerà un cimitero esclusivo riservato agli inglesi.

Il Nanga Parbat invece dopo la tragedia del ’34, nella quale muoiono 3 sahib e 6 sherpa, diventa “la montagna del destino tedesco”, il “deutscher Schicksalsberg”. Prima della tragedia il capo spedizione Willy Merkl scrive ad Adolf Hitler: “Lotteremo e daremo tutto per la Germania, per conquistare il primo Ottomila per la nostra patria. Con i più cordiali saluti anche da parte di tutti i Kameraden dal fronte Nanga Parbat, Heil Hitler“. Dopo la tragedia, il giornale Völkischer Beobachter scrive: “Fino all’ultimo respiro i loro pensieri giravano intorno alla patria tedesca e al loro Führer Adolf Hitler…“. E invece io sono convinto che i loro pensieri girassero intorno al più vicino masso protetto dal vento per salvarsi la pelle.

I finanziamenti per le spedizioni provenivano naturalmente dal “Partei”, il Partito Nazionalsocialista, e gli alpinisti servivano per dimostrare al mondo che la superiore razza tedesca poteva vincere ogni guerra, anche quella contro la natura selvaggia. Così il Führer durante una festa dello Sport a Stuttgart nel ’33 urla nel microfono che nello sport e nell’alpinismo si esprimono la supremazia biologica e caratteriale del popolo tedesco e che la razza ariana trionfa su tutte le razze minori.

Superfluo dire che l’Alpenverein tedesco, pur senza un obbligo esplicito, partecipò alla follia totale dell’epurazione dei soci ebrei. I veri contenuti dell’alpinismo di quei tempi venivano sempre più taciuti, come l’arrampicata per se stessi di Paul Preuss, o come il romanticismo razionale di Leo Maduschka e l’alpinismo come ricerca del pericolo di Eugen Guido Lammer. Queste erano considerate idee traditrici che non corrispondevano alle esigenze di quei tempi.

Dopo una seconda “sconfitta” dei tedeschi al Nanga Parbat nel ’37 il capo spedizione Paul Bauer si sentiva obbligato a giustificare il fallimento con l’argomento che non c’erano morti. Però la Germania ufficiale era delusa. Il capo ideologico dell’Alpenverein tedesco, Meinhard Sild scrisse: “vittime ci devono essere; il numero di esse è insignificante; vittime sono necessarie, questa convinzione sorge dalla durezza dell’atteggiamento bellico e ci presta quella supremazia che ci distingue“.

Hermann Buhl al ritorno dal Nanga Parbat
Buhl festeggiato al ritorno in Europa, 1953, dopo la conquista del Nanga ParbatFino alla seconda guerra mondiale le cose andarono male al Nanga Parbat. Il 12 marzo del 1938 le truppe tedesche invasero l’Austria trovando meno resistenza che gli alpinisti al Nanga Parbat. Al contrario il popolo austriaco giubilò per la “riunione dell’Austria con il Reich”. Proprio in questo periodo venne effettuata la prima salita della Nord dell’Eiger, il problema alpinistico più grande degli anni ‘30, genialmente salita da una cordata tedesca insieme a una cordata austriaca che durante i sei giorni di salita si riunirono in un’unica cordata. Che simbolo per la propaganda nazista!! Ma qual era la posizione dei quattro alpinisti? La caduta mortale, evitata in parete, accadde dopo con la frase di Fritz Kasparek: “La vittoria sull’Eiger la dedichiamo al nostro Führer. La sua lotta sovrumana contro tutte le difficoltà della strada spinosa fino alla vetta del suo popolo ci era di esempio. Non potevamo avere un miglior maestro d’insegnamento!” Un po’ più umana sembra in paragone la sua pubblicità sui giornali svizzeri per l’energetico Ovomaltina, perché “senza di essa prestazioni alpinistiche di alta qualità sono inpensabili“. Anche Harrer, il più intellettuale e il più famoso di tutti e quattro, scriveva: “Abbiamo scalato la Nord dell’Eiger superando la cima fino a raggiungere le mani del nostro Führer“.

Che anche in quei tempi ci fossero alpinisti di altra qualità lo dimostrano per esempio due Gebirgsjäger bavaresi nel Caucaso. Invece di avanzare verso lo strategicamente importante Suchumi, salivano spontaneamente la montagna più alta del Caucaso, l’Elbrus, nell’agosto del 1942. Hitler infuriato li considerò dei pazzi.

Undici anni dopo, nel 1953, un “pazzo” come loro e non un “ideologo” saliva sulla cima del Nanga Parbat, con l’aiuto di “pastiglie stuka” come i piloti della guerra chiamavano il “Pervitin”, un antenato del nostro “extasy”. Naturalmente con grande capacità e con ancora più grande fiducia in se stesso. Hermann Buhl era considerato umanamente difficile, perché si impegnava senza compromessi per una sola cosa, senza riguardo per le istituzioni e le persone. Indiscutibilmente era uno dei migliori alpinisti del mondo. Però fu invitato per ultimo alla spedizione di Herrligkoffer e soltanto per la disdetta di qualcun altro. L’individualista Buhl era un pericolo per il non-alpinista e capospedizione Herrligkoffer legato al vecchio sistema militarista. Buhl doveva firmare un contratto nel quale tra altro nel paragrafo 3 era scritto: “Mi sottopongo a tutti i comandi del capospedizione e alle sue decisioni”. Buhl non dava tanta importanza a fogli e scritture ma soltanto ai fatti. Il conflitto tra l’anarchico e l’ideologo era già programmato.

Karl Maria Herrligkoffer era un genio nel reperire mezzi e soldi per le spedizioni, in più era fratellastro di Merkl, comunque l’erede dell’ideologia nazista nella quale la persona singola si doveva sacrificare per l’idea suprema, per la squadra e per la patria. Da quell’idea venivano anche i mezzi e i soldi. Uno sponsor dell’industria spiegava la sua convinzione: “Quando noi tedeschi dopo la guerra eravamo l’ultima sporcizia del mondo, uno si alzò e organizzò questa spedizione gloriosa al Nanga Parbat. Dopo questo il mondo parlava diversamente di noi tedeschi, e questo ci ha aiutato infinitamente, non lo dimenticheremo mai, Herrligkoffer“. Non una parola per Buhl!

Questo uomo si permise, contro l’ordine di scendere al campo base del capospedizione, di continuare “egoisticamente” verso la vetta, sfruttando un breve periodo di bel tempo. Il suo successo era il contrario dell’ideologia e per questo, quando era tornato mezzo morto al campo base, al posto di congratulazioni e feste, trovò solo spaghetti al dente del nonno e senza sale. Quello che seguì, una volta a casa, furono processi giudiziali e guerre di carta poco supremi.

La stessa storia con lo stesso capospedizione si ripete nel 1970, quando i fratelli Reinhold e Günther Messner salgono in vetta la prima volta attraverso la parete più alta del mondo, la parete Rupal. Di nuovo s’incontrano dei giovani “pazzi” superalpinisti con l’ideologo Herrligkoffer incapace di muoversi e di capire la montagna. I conflitti successivi sono diventati (purtroppo) la lettura alpinistica degli ultimi anni.

Tornato dal Nanga Parbat con le dita dei piedi congelati e senza il suo fratello preferito, Messner venne accolto dalla politica sudtirolese con queste parole: “È un onore fare le congratulazioni a un alpinista che ha portato i colori di un paese così piccolo sulla vetta del Nanga Parbat attraverso la parete più alta del mondo“. La risposta di Reinhold, ormai storica, fu che aveva salito la parete del Rupal soltanto per se stesso e che la sua bandiera era il suo fazzoletto! Se non l’avesse detto, forse avevamo già tre musei della montagna o addirittura un Landeshauptmann (il Presidente della Provincia di Bolzano, ndr) con i capelli selvaggi e con la barba. Però, se non l’avesse detto, come ha detto e fatto tante altre cose, non sarebbe diventato l’alpinista tra i più importanti della storia, forse il più importante.

Tra l’altro lo considero l’ultimo alpinista che sia riuscito, e ancora riesce, a trasmettere contenuti interessanti e di comunicare ad alto livello con i “non-aggrappatori”, con la massa di non-alpinisti. Per questo è diventato un fattore interessante per l’economia, la quale insieme ai mass-media, ha spostato il potere politico al terzo posto dei poteri nel mondo democratico. Dopo la sua solitaria al Nanga Parbat su una via nuova nel 1978 venne paragonato a Livingstone e Amundsen, che mostrarono all’umanità come si raggiunge l’impossibile. Ed è questo il segreto vero del successo di Messner, secondo il mio parere. Lui è l’uomo che ci fa vedere cosa c’è dentro di noi e diventa così lo schermo di proiezione per le fantasie di evasioni non vissute dal suo pubblico.

Il Nanga Parbat da nord
Salendo al campo base nord del Nanga Parbat, Pakistan

Però l’autonomia dell’individuo praticata da Messner non corrisponde fino a oggi alle esigenze della politica dirigente del nostro piccolo paese e per questo abbiamo prima di tutto un conflitto tra due tenori di vita contrastanti: l’opportunismo ideologico dirigente contro l’autodecisionismo di un “homo erectus aggrappatoris”.

Ho partecipato all’ultimo, per ora, episodio di Messner al Nanga Parbat nell’anno 2000. Abbiamo seguito l’idea di Mummery del 1895 e abbiamo scoperto la via tecnicamente più facile della montagna. Lunghissima e purtroppo anche un po’ pericolosa, ma la presunzione di Mummery era giusta, perché alla fine della valle glaciale del Diama, una parete di ghiaccio mai toccata, porta direttamente ai piani sotto la cima. Abbiamo raggiunto attraverso questa nuova via di 3400 m la cresta dei cecoslovacchi a 7500 m per arrenderci alla neve profonda nei piani sotto la cima. Via nuova, stile anarchico, nessun capo, nessun contatto con il mondo, nessuna truppa di sostegno. Vacanza di “pazzi” padri di famiglia.

Interessante ritengo in questo contesto un articolo apparso sul Dolomiten proprio nei sette giorni nei quali abbiamo vissuto tra 6100 e 7500 metri senza collegamento radio e nemmeno il campo base aveva un contatto con il resto del mondo. La notizia: “Il parlamentare europeo Messner è bloccato da settimane al campo base per il brutto tempo“. Una notizia senza importanza in sé, ma importante perché evidentemente inventata. E quando il parlamentare si esprime in funzione da parlamentare il Dolomiten scrive: “l’alpinista estremo, per non dire il pazzo, ha detto questo e quello…“. Un altro metodo vale per come è trattato Hans Kammerlander, mio compagno di cordata di altri tempi. Lui si fa usare per far vedere al pubblico che esiste anche l’alpinista simpatico, modesto e adattato al sistema. In compenso prende mezze pagine a colori di pubblicità ed è tutti i giorni sul Dolomiten quando fa il tour di serate in SudTirolo (il nostro Alto Adige, NdR). Nessuno mi racconta che è soltanto strategia di mercato organizzata bene. Con il marchio “Südtirol” sul berretto può permettersi di proclamare il tentativo sul Nuptse come “l’ultimo problema dell’Himalaya”, come Whymper allora pretendeva che il suo Cervino fosse l’ultimo problema delle Alpi. In realtà Kammerlander segue maggiormente le corde fisse preparate da altri fino sulle cime salite decine o centinaia di volte. Questo è opportunismo parassitario, più che alpinismo di punta. Però il giornalismo dei quotidiani e il grande pubblico si sono fermati ai superlativi del 6° grado degli anni ‘30 e alle vie degli anni ‘50 sugli 8000. Alpinismo, politica, opinione pubblica – brutta storia.

Forse è anche un vantaggio per i giovani selvaggi di oggi, per l’avanguardia della montagna, che l’alpinismo abbia perso la posizione di una volta nell’interesse pubblico e che l’interesse politico si sia spostato verso i grandi club degli alpinisti della domenica e le squadre di soccorso con migliaia di soci (e di voti). È la passione che farà trovare ai giovani strade diverse, forse più creative, per finanziare “l’arte dell’aggrapparsi” negli angoli più repellenti del mondo. Oggi tocca al calciatore e all’asso dello sci presentare la potenza della nazione, la dinamicità di una ditta o l’efficacia di un prodotto. Un Filmfestival può essere una delle posizioni giuste per dare una spinta, un’idea a qualcuno, per dare la possibilità a questo qualcuno di muoversi in equilibrio anche senza doversi aggrappare su degli appigli sporchi o friabili e alla fine taglienti.

Vorrei finire il mio discorso con una frase letta assieme ai miei figli in uno dei quattro libri di Harry Potter: “Più che le nostre capacità, sono le nostre decisioni, che fanno vedere chi siamo veramente“.

Hans Peter Eisendle. Foto: International Mountain Summit
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L’assassinio dell’impossibile

Nel numero di ottobre 1968 dell’allora Rivista Mensile del CAI apparve, nella positio fortis di un quasi editoriale, un articolo destinato a rimbombare in tutto il mondo e a essere giustamente citato migliaia di volte negli anni dopo, fino al giorno d’oggi. Si tratta de L’assassinio dell’impossibile, un pezzo scritto da Reinhold Messner (che allora si firmava Portatore del CAI) per concorrere al Premio Primi Monti, tradotto da Willy Dondìo. Poche righe di una carica esplosiva, lucidamente analitiche quanto profetiche.

L’assassinio dell’impossibile
di Reinhold Messner

Che cosa ho, personalmente, contro le «direttissime»? Ma proprio nulla; anzi. La «via della goccia cadente» è una cosa quanto mai logica, e del resto è sempre esistita; purché, però, la montagna la ammetta. Ma a volte la fessura continua più a sinistra o più a destra; e allora è dato di vedere gli scalatori — quelli della prima ascensione, intendo — procedere diritti come se nulla fosse: piantando, ovviamente, chiodi a espansione. Ma perché passare proprio di là, e in quel modo? «Per la libertà», dichiarano; e non s’accorgono di essere schiavi del filo a piombo.

Reinhold Messner alle Cinque Torri, 1965. Foto: Desnivelpress

Assassinio-messner_escaladaSi ha orrore delle deviazioni. «Davanti alle difficoltà, la logica non comanda di aggirarle, ma di vincerle» — dichiara Paul Claudel. E’ quel che dicono pure i protagonisti delle direttissime, i quali sanno già in partenza che l’armamentario di cui sono forniti consentirà loro di superare qualunque ostacolo. Essi parlano dunque di problemi che non esistono più. Potrebbe la montagna arrestarli con difficoltà inattese? Sorridono: quei tempi sono passati da un pezzo! (Il che, purtroppo, risponde a verità.) L’impossibile in montagna è stato eliminato, ucciso dalle direttissime.

Le direttissime non sarebbero di per sé un gran male, se lo spirito che le informa non si fosse propagato a tutto l’arrampicamento. Ecco qui uno scalatore in parete. Mette i piedi nelle staffe: tutt’intorno, nient’altro che roccia gialla strapiombante. Sta facendo un foro sopra l’ultimo chiodo; è già stanco, ma non rinuncia: ha ancora cinque giorni di ferie! Chiodo su chiodo, egli avanza caparbio: vuole imporre alla parete la sua via, e null’altro.

Il chiodo a espansione è divenuto una cosa ovvia: lo si tiene sempre a portata di mano, per l’eventualità che non si riesca a passare con i mezzi ordinari. L’arrampicatore di oggi non vuole precludersi la via della ritirata, e si porta appresso il coraggio nel sacco, in forma di ferramenta. Le pareti non vengono più vinte in arrampicata, bensì umiliate con un lavoro manuale e metodico, una lunghezza di corda dopo l’altra, e quel che non si fa oggi si farà domani. Le vie di arrampicata libera sono pericolose, perciò ci si cautela piantando chiodi. La volontà non fa più assegnamento sulla capacità, ma sugli attrezzi e sul lungo tempo disponibile. Non è più il coraggio, bensì la tecnica il fattore decisivo; l’ascensione può durare giorni e giorni, i chiodi si contano a centinaia. Il ripiegare diventa disonorevole, poiché ormai tutti sanno che con i chiodi a espansione e con la costanza si viene a capo di tutto, anche della più repulsiva «direttissima».

Un tempo, la storia dell’alpinismo si scriveva sulle muraglie di roccia con la penna simbolica dell’ardimento; oggi, si scrive con i chiodi. Mutano i tempi, e con essi le concezioni e i valori. L’assicurazione strumentale ha preso il posto della sicurezza interiore, la bravura di una cordata si valuta in base al numero dei bivacchi, mentre il coraggio di chi arrampica ancora in «libera» viene squalificato come manifestazione di incoscienza.

Chi ha intorbidato la pura fonte dell’alpinismo?

Forse, i primi volevano soltanto avvicinarsi ancora di più al limite del possibile: oggi, invece, ogni limite è svanito, cancellato. In principio non sembrava una cosa grave, ma sono bastati dieci anni per eliminare dal vocabolario alpinistico la parola «impossibile».

Progresso? Oggi, a dieci anni dagli inizi, molti non fanno più nemmeno caso a dove piantano i chiodi a espansione, se su vie nuove o su quelle classiche. Si fora sempre di più e si arrampica sempre di meno.

L’impossibile è sgominato, il drago è morto avvelenato e l’eroe Sigfrido è disoccupato. Ognuno si lavora la parete piegandola con il ferro alle proprie possibilità.

Taluni l’avevano previsto da tempo, ma continuarono tuttavia a forare, sulle direttissime e altrove, finché perdettero il gusto dell’arrampicare: perché osare, perché rischiare, quando si può procedere in perfetta sicurezza? Divennero allora i profeti della direttissima: «Non perdete tempo sulle vie classiche, imparate a forare, imparate a servirvi di staffe e cordini. Fatevi furbi, raggirate la montagna con qualunque mezzo se volete avere successo. L’era delle direttissime è appena iniziata, ogni cima attende la sua via del filo a piombo: non c’è fretta, tanto la montagna non può fuggire né difendersi».

«Hai già fatto la direttissima? E la superdirettissima? No?». Questo è il criterio con cui si misura oggi il valore alpinistico. E allora il giovane va, si arrabatta lungo la scala di chiodi e poi chiede al prossimo venuto: «Hai già fatto la direttissima?».

Chi non sta al gioco viene deriso se osa pronunciarsi contro l’opinione corrente. La generazione del filo a piombo si è ormai affermata, e senza tanti riguardi ha ucciso l’impossibile. Chi non vi si oppone si rende complice dell’assassinio, e quando poi gli alpinisti apriranno gli occhi e si accorgeranno di quel che è venuto loro a mancare, sarà troppo tardi: l’impossibile, e con esso l’ardimento, sarà sepolto, marcito e dimenticato per sempre.

Non tutto è ancora perduto, ma «essi» torneranno all’assalto; e se non saranno i medesimi, saranno altri come loro. Faranno un gran chiasso già molto tempo prima di attaccare, e ogni ammonimento sarà di nuovo inutile. Avranno l’ambizione, avranno una lunga vacanza, ed ecco che qualche nuovo «ultimo problema» sarà di nuovo risolto… Lasceranno al rifugio, come storico documento, altre fotografie con una fila di puntini in linea retta, dalla base alla cima; e in parete, qualche centinaio di chiodi. Stampa e radio ci informeranno ancora che l’impossibile è stato superato…

Reinhold Messner e Peter Habeler, 1978
Assassinio-intro_erdatmo_meshab_gSe qualcuno è già indotto a pensare a una possibile regolamentazione, vuol dire che la situazione è seria; ma noi giovani non vogliamo alcun codice alpinistico: «Noi vogliamo trovare lassù i giorni ardui, nei quali non si conosca al mattino la ricompensa della sera». Fino a quando ci sarà ancora data questa possibilità?

Io mi preoccupo per il drago ucciso: dobbiamo fare qualcosa prima che l’impossibile venga del tutto sotterrato. Noi ci siamo cacciati a furia di chiodi sulle pareti più selvagge: la prossima generazione dovrà sapersi liberare da tutta questa zavorra. Noi abbiamo imparato a salire lungo la via del filo a piombo, quelli che verranno dopo dovranno tendere nuovamente alle cime per altre vie. La cambiale sta per scadere, dobbiamo ritrovare il limite del possibile: dovrà pur esserci questo limite, se vorremo avvicinarci a esso con la virtù dell’ardimento! E mai più dovremo abbatterlo, neanche se ci sarà impossibile raggiungerlo! Dove ci potremmo rifugiare, altrimenti, per sfuggire all’oppressione del grigiore quotidiano? Sull’Himalaya? Sulle Ande? Sì, anche là se ci sarà possibile: ma per la maggioranza non ci saranno che le vecchie Alpi.

Salviamo dunque il drago; e, in avvenire, proseguiamo sulla via indicataci dagli uomini del passato: io sono convinto che sia ancora quella giusta!

Calza gli scarponi e parti. Se hai un compagno, porta con te la corda e un paio di chiodi per i punti di sosta, ma nulla di più. Io sono già in cammino, preparato a tutto: anche a tornare indietro, nel caso che io m’incontri con l’impossibile. Non ucciderò il drago; ma se qualcuno vorrà venire con me, proseguiremo assieme verso la vetta, sulle vie che ci sarà dato di percorrere senza macchiarci d’assassinio.

postato il 18 novembre 2014

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Consegna di immaginario

D’accordo con l’Autore, questo articolo esce in contemporanea con www.altitudini.it.
Avvertiamo il lettore che non ci sono scorciatoie e che questo saggio va affrontato fino in fondo e in una botta sola.
Questo scritto di Alberto Peruffo è un manifesto che sta per essere affisso su un muro con divieto di affissione. Qualcuno lo multerà, qualcuno lo strapperà, qualcuno ricorderà, pochi capiranno.

Renato Casarotto o della Consegna di Immaginario o della Morte di Reinhold e della sua Fratellanza
Note esplosive in margine a Oltre le vette 2014
Una provocazione – scritta – senza scorciatoie
di Alberto Peruffo

Non si può negare che la rassegna culturale bellunese sia da tanti anni promotrice di stimoli intellettuali e di ricerca culturale coraggiosa. Alla domanda Frontiere? (col punto di domanda), concept di questa edizione, il direttore della rassegna risponde con Travalicando muri di idee, titolo della mostra dedicata a Fosco Maraini, titolo al quale io, o perlomeno la mia mente, colta da stupore, ha aggiunto d’istinto il punto esclamativo. Una reazione immaginifica, di cui presto vi parlerò. In quel momento Flavio Faoro stava presentando la nuova edizione 2014. Alle sue spalle una gigantesca foto di Fosco Maraini del 1937 che ritrae uno spazio sconfinato dove si vede una carovana di viaggiatori-migranti-nomadi tibetani prendere le strade dell’ignoto.

Tibet. Verso Tuna, 1937. Carovaniera e lago Rham, a circa 4200 metri. Foto di Fosco Maraini, Archivio Sezione CAI Castelnuovo di Garfagnana.image description

Insomma, una “consegna di immaginario” enorme. Scolpita in forma lapidaria nel titolo e controtitolo della rassegna.

Noi non dobbiamo che ringraziare le persone, gli artisti, i poeti, i curatori, gli scienziati, gli alpinisti, qualsiasi persona d’ingegno, pratico o intellettivo, che ci consegna questo alimento primario per la nostra esistenza. Più del pane e più del vino, che sono sì pure essi alimenti primari, ma non sufficienti per portare lo sguardo oltre la nostra casa, oltre il nostro limite, oltre la nostra più o meno sviluppata “consapevolezza dell’insufficienza della nostra esistenza”. Uso questa espressione per eliminare ogni retorica sapienzale su quanto sto provocatoriamente per scrivere. O ancor meglio, documentare.

Prima di entrare in scena mi sono infatti domandato, guardandomi le spalle: e se ci fosse Reinhold Messner in sala? A Belluno. Teatro Comunale, sabato 4 ottobre. Ore 22.30 circa.

Capita, dunque, che mi si chiami, per la seconda volta, a prendere la parola alla fine della rappresentazione teatrale (uso la parola rappresentazione, e non spettacolo, per una differenza sostanziale tra i due approcci scenici) dal titolo Due amori. Storia di Renato Casarotto, monologo messo in scena dal regista Umberto Zanoletti, ideato da Davide Torri e tenuto magistralmente sul palcoscenico da Massimo Nicoli e dall’equipe del Teatro Minimo di Ardesio, con le musiche di Francesco Maffeis. Magistralmente, perché tenere un monologo di fronte a una platea abituata a ben altro, senza neanche l’ombra di un’immagine riprodotta, zero di zero, con il semplice ausilio della musica, di qualche luce bianca e di pochi oggetti di scena, bisogna davvero essere maestri della recitazione.

Detto questo – giusto onore a coloro che ci hanno materialmente “consegnato l’immaginario” – passo subito alla fortissima e densissima provocazione storico-teorica. Con parole facili e sviluppando l’esempio elementare portato nel post-scena della citata rappresentazione. È un fatto: per la prima volta al Teatro Comunale di Belluno ho provato a elaborare di fronte ad un pubblico una mia riflessione teorica che da tanti anni accompagna il mio lavoro di ricercatore culturale. Che non ricerca tanto per ricercare, ma che ricerca per “mettere il piede fuori di casa”. Sé di fronte all’altro. In modo costruttivo. Finché vita non ci separi.

Il concetto fondamentale su cui voglio soffermare l’attenzione è il concetto di “consegna di immaginario”. Un must inconsapevole per l’estetica delle nostre menti.

Spesso mi si domanda – ma questa domanda ogni persona dotata di intelligenza analitica può farla a se stesso – quali sono i criteri delle mie valutazioni, considerate che spesso esse sono spiazzanti, ma molto apprezzate dai miei interlocutori perché sembrano contenere insieme sguardo intuitivo e argomento analitico. In altre parole trovano corrispondenza nel giudizio del mio interlocutore anche se spesso non si capiscono i percorsi attraverso i quali io arrivi a tali conclusioni, percorsi che in seconda battuta risultano essere estremamente analitici e “deflagranti”. Tanto da essere tacciato in più di un’occasione per un radicale-sovversivo – e stiamo parlando di cultura! – fino al punto di essere accompagnato dalla Digos a un recente seminario Unesco di Vicenza, dopo essermi iscritto come semplice “osservatore” culturale. Ciò confidavo a Flavio Faoro il pomeriggio prima di prendere nuovamente la parola al Teatro Comunale di Belluno. «Quando la cultura fa paura».

Ho posto allora semplicemente la domanda a me stesso per portare la mia modalità di giudizio in pubblico. «Come valuti un libro, un’opera d’arte, un’ascensione alpinistica, un’impresa di qualsivoglia natura, o, in estrema sintesi, una persona, addirittura, un amico, una donna, un uomo?». Quali sono i tuoi parametri di giudizio?

Lasciando stare le ultime opzioni e pure le prime, scelgo di soffermarmi sul caso più eclatante, esemplare e prossimo alle cose di questi giorni e all’inizio di questo scritto documentale, che diventerà passo passo sempre più teorico e accattivante. Ovviamente tutte le altre opzioni sono ricavabili da quanto dirò.

Risposta: «io valuto un’ascensione alpinistica, un alpinista, per la consegna di immaginario che essa o esso mi ha dato. Punto». A cui aggiungo una virgola. Ossia non guardo tanto o solo se ha fatto la salita più bella e più difficile, ma guardo la consegna di immaginario che ci sta dietro a quella salita e a quella persona. Che è molto di più della bellezza, della difficoltà e dei consueti legittimi parametri di giudizio con cui si parla di un fatto o di una persona. È un parametro organico molto complesso, ma intuitivo. Comprensibile da tutti, ma non esprimibile da tutti. Ci vuole una certa disinvoltura con la complessità per poter fare emergere gli argomenti analitici che portano alla reciproca valorizzazione, al fatto che io, tu, e la maggior parte delle persone dotate di un “sentire comune” (potrebbe essere anche l’umanità intera, per via teorica) ci troviamo d’accordo su tale giudizio intuitivo.

Per cominciare non mi soffermerò troppo sulla genesi di questa consegna e sui fondamenti teorici che stanno alla base di questa intuizione elementare che tutti viviamo. Forse alla fine di quanto sto per scrivere proverò a mettere sul piatto della condivisione alcuni segreti di questa consegna, secondo la mia personale esperienza.

Sikkim, Himalaya, maggio 2014. Primo sguardo sulla Porta della R.P., 6036 m, sul bordo estremo del South Simvo Glacier, di fronte alla Cresta Zemu del Kanchenzonga. Sotto, il Tonghsiong Glacier. Ghiacciai esplorati per la prima volta dalla Zemu Exploratory Expedition guidata dall’autore. Foto di Francesco Canale k2014.it
peruffo_zemu_2014Iniziamo con l’esempio illuminante, provocatorio, ma assolutamente serio e accessibile a tutti, esempio che ho fatto alla fine di Due amori. Storia di Renato Casarotto e che ha scosso più di una persona. Così mi hanno detto e scritto il giorno seguente.

Dopo un preliminare storico-emotivo dove pure io ero parte coinvolta, essendo figlio e compagno di cordata dei due maggiori compagni di Renato Casarotto, ho abbandonato la mia veste di alpinista e ho indossato la veste dello storico-teorico-spettatore, la veste di persona obiettiva che in parte ognuno di noi è.

Così ho parlato. E commentato. Più o meno.

«Ora vi farò il nome di tre alpinisti di pari livello, della stessa generazione, tutti e tre indubbiamente di grande valore, riconosciuto, che io stimo molto, magari sotto differenti e specifici aspetti. A me interessa tuttavia solo la vostra reazione immaginifica. Ciò che la vostra immaginazione crea. La vostra reazione [c-reazione!] di fronte al nome. Il vostro sentire e reagire».

Dopo un bel respiro di suspense, ho iniziato.

«Primo nome: RENATO CASAROTTO.
Qui la reazione comune è di allargare le braccia e di emettere un sospiro di irraggiungibilità, alzare la testa, magari dicendo: Oh… Renato Casarotto? Re-na-to… Ca-sa-rot-to! Ha fatto grandi cose… Le cose che abbiamo sentito questa sera».

L’immaginazione corre verso montagne e imprese irripetibili, dense di ignoto, ignoto nascosto in quella sillabazione sincopata. La nostra mente corre alla storia e la storia ci dà la conferma. Per rompere il silenzio e la sospensione della sala, ho concluso, dopo aver abbozzato la possibile comune reazione sopra esposta, con voce sospesa: «Renato Casarotto… Un fuoriclasse dell’alpinismo… forse».

«Secondo nome: REINHOLD MESSNER.
Qui la reazione comune sembra essere: Mmm… Messner… Messner! Indubbiamente un grande, grandissimo alpinista. Ha fatto per primo cose che nessuno aveva mai fatto. La nostra immaginazione corre ai 14 ottomila, all’Everest in solitaria, senza ossigeno, al Nanga Parbat, alle Dolomiti…».

Aggiungiamo pure che però si scontra anche con gli infiniti libri, la presenza mediatica, senza contare le sterili polemiche o altre cose, gelosie, rancori, mancanze che qualsiasi alpinista ha, Casarotto compreso. Ma «soffermandoci solo all’alpinismo praticato, materia sufficiente per il mio ragionamento, potremmo dire, che Messner è un primo della classe. Direi di più – ho detto accompagnando sempre io la platea verso una probabile conclusione – il primo di una classe sperimentale». Senza tanto allargare le braccia della nostra immaginazione e con un movimento ondulatorio della testa. Verticale od orizzontale non importa.

Faccio notare che nella prima esclamazione accennata sopra la reazione più spontanea nei confronti dell’alpinista altoatesino è di “nominare” solo il cognome. Perché di Messner si è perso oramai la persona, l’aspetto personale, il percorso di persona, gli affetti e gli amici, il genius loci. Il nome. Ciò che appare in prima battuta è il cognome. “Messner” è diventato un marchio. Messner Mountain Museum.

«Terzo nome: SERGIO MARTINI.
Ah, Martini. Sergio Martini. Grande uomo e alpinista riservato. Ha fatto tutti gli ottomila, senza ossigeno, dopo Messner; e continua a farli, silenziosamente. Come tante sue ascensioni in Dolomiti». Nome e cognome filano insieme, l’aspetto personale è molto forte. Qui la reazione immaginifica è ancora positiva, come nei casi precedenti, seppure non enorme come per il primo caso. Le braccia forse anche qui non si allargano, la testa tuttavia afferma l’emozione della mente: gli impulsi immaginifici inviati nel pronunciare il nome Sergio Martini. Così da concludere, secondo il nostro ragionamento, che «Sergio Martini potrebbe essere un altro primo dalla classe, un primo di una classe normale, tipo la Normale di Pisa, ovvero sia di alpinisti di alto livello».

Siamo a buon punto. Abbiamo un fuoriclasse e due primi della classe, di classi diverse. La differenza, storicamente parlando, ossia per cosa resterà nella storia di queste figure, è enorme [ex-norma, fuori dalla norma prevedibile] e già oggi comincia ad essere percepita, dopo 20 anni di metabolizzazione. Tanto grande quanto la consegna di immaginario che le figure considerate ci hanno fatto e che la nostra reazione immaginifica elementare ha comprovato.

L’autore in una delle sue recenti e già celebri-monitorate “consegne di immaginario” extra-alpinistiche, sempre partendo dalle montagne: The Burning Cemetery, Bocchetta Paù, Asiago 2013. Foto di Alessandro Colombara
peruffo_burning_cemetery_alessandro_colombara_070Dobbiamo ora sciogliere il nodo teorico per una comprensione mediata, ma non troppo analitica, ancora affascinante per tutti.

Faccio un passo indietro, saggiamente anticipato nella mia provocazione dal vivo, a teatro.
Iniziai infatti così.

«Chi è Renato Casarotto?
Un fuoriclasse dell’alpinismo?
Un genio dell’alpinismo?
Genio non è una parola che io amo molto, ma neppure così retorica se per genio intendiamo una persona che ha costruito percorsi alti e irripetibili. Ripeto. Alti e irripetibili. Perché ci sono persone che fanno anche percorsi alti e ripetibili. E questo vale per tutte le discipline».

Possiamo ritornare alle classi e alla consegna di immaginario.

Non c’è dubbio che i tre alpinisti citati siano tutti molto forti e che abbiano fatto grandi cose. Ma qual è la consegna di immaginario, il “carico di visioni”, che ci hanno consegnato?

La differenza è incolmabile. Un primo della classe può aprire vie nuove, non per forza irripetibili. Un fuoriclasse no. Le grandi vie di Casarotto hanno consegnato al nostro immaginario esperienze irripetibili per complessità e approccio. Almeno fino ad oggi. E se anche venissero ripetute molto difficilmente lo saranno con le premesse scelte da Casarotto, in solitaria e spesso d’inverno e in totale isolamento, opzioni ai quali tutti possono accedere. Scelte primarie. Ogni parola che qui scrivo ha la sua importanza. Osservate il corsivo. Ai quali tutti possono “accedere”. L’accessibilità all’impossibile ha qui valore fondante.

Vi metto nel piatto della bilancia una considerazione che ho già condiviso per trovare conferma di quanto ipotizzato sopra: prendiamo tre vie extraeuropee di Casarotto, Ridge of No Return sul McKinley, Broad Peak Nord per lo Spigolo Nord, Diretta Nord dell’Huascaran South. Io credo, senza pericolo di essere smentito, che tutte e tre queste ascensioni se fossero state compiute oggi, o domani, sarebbero tutte meritevoli di essere premiate con il Piolet d’Or. Tutte e tre! È difficile trovare un altro alpinista che ci abbia consegnato così tanto. Senza contare il Pilastro Goretta al Fitz Roy! Senza contare che sono state compiute tutte in solitaria, in condizioni sempre difficili e senza aggiungere al nostro carico di visioni le grandi invernali sulle Alpi, al cospetto delle quali le luccicanti Piccozze d’Oro del Piolet si infrangerebbero distrutte dalla durezza degli elementi e delle scelte di Renato Casarotto. E se anche non fosse così in merito al premio, resta un fatto che di norma i premi vengono dati ai primi della classe, raramente o quasi mai ai fuoriclasse. Il premio, per sua natura, è un’istituzione classificatoria, spesso impermeabile alla genialità dei fuoriclasse, salvo eccezioni determinate da imprevedibili coincidenze che possono capitare all’interno di una giuria quando viene guidata oltre lo sterile lavoro di normalizzazione dei fatti giudicati.

Dietro a questo ragionamento c’è una grande intuizione di cui siamo debitori alla sceneggiatura teatrale voluta da Davide Torri, costruita sulla voce di Nazareno Marinoni ed elaborata dal regista Umberto Zanoletti con la consulenza storica di Gianfranco Ialongo.

Mi sono dimenticato di sottolinearla in scena sabato sera. Gli spettatori stessi non se ne sono resi conto. Ma lo dico ora: dove sono finiti Boivin-Berhault che hanno aperto la scena in modo spettacolare con la salita in velocità sul Pilastro Rosso del Brouillard… che comunque fecero in modo brillantissimo, tecnicamente parlando. Dove sono finiti i due alpinisti-trasgressori che dovevano conquistare la scena, il nostro immaginario? Dimenticati. Dimenticati anche dagli stessi spettatori di sabato sera. Cancellati in nascere dal nostro immaginario. Alla fine della serata, anche tra i corridoi del teatro, non c’è traccia di gente che parla della loro salita. Io stesso me ne sono dimenticato. Non ho sottolineato la dimenticanza di costoro da parte del pubblico e nel corso della narrazione. Ciò che dovevo fare! Questa geniale partenza della rappresentazione teatrale offre una rilettura della storia dell’alpinismo partendo dal concetto di “consegna di immaginario” che la storia di Renato Casarotto dimostra. E lo dimostra con un esempio estremo di immaginario “trattenuto”, in una narrazione teatrale altamente provocatoria dove le immagini che passano – stiamo parlando di immaginario – sono vicine allo zero. Zero di zero. Tanto da farmi concludere in modo sibillino e poco gentile per gli alpinisti coinvolti nel mio ragionamento storico-teorico che tra 10, 100, 1000 anni dei primi della classe si sentirà sempre meno parlare – chissà quanti illusi avranno ripetuto i 14 ottomila senza la grande visione dei primi ripetitori – mentre dei fuoriclasse, il nome dei fuoriclasse emergerà sempre più alto e carico di reazione immaginifica.

Questa è la fine. A teatro.

Sergio Martini
peruffo-martinisergioAttenzione ora alla nota storico-letteraria.
Chiamo in causa Alessandro Gogna, grande alpinista e raffinato storico.

Io affermo che di Renato Casarotto si sentirà parlare molto, sempre di più.

I compagni della sua generazione, imbarazzati dalla loro singolare reazione immaginifica vissuta in tempo reale, facevano fatica ad ammettere la sua grandezza. Messner, uomo a cui non si può rubare la scena, l’aveva già capito dall’invernale alla Nord del Pelmo in solitaria di Casarotto. E negli anni seguenti fece molto per insabbiare il valore di colui che intuiva poteva essergli superiore. Il divo e l’anti-divo scrisse Camanni. Pure Gogna fece del suo, forse inconsciamente, ma credo a favore di Casarotto. Lo fece poco dopo Messner e sotto lo stesso peso immaginifico, con due enigmatiche uscite su uno dei libri che resta per me la bibbia dell’alpinismo dolomitico, Sentieri Verticali, che posseggo in prima edizione 1987, quasi fosse una reliquia dei grandi libri che oggi non si scrivono più. Una bibbia proprio secondo l’assunto teorico di “consegna di immaginario” che qui sto proponendo, a partire dal meditato titolo di ogni singolo capitolo e dalla sapiente composizione delle immagini fotografiche. Mai troppe o banali. Un capolavoro sui generis immaginario. Quella reazione immaginifica “generazionale” trova straordinaria conferma in una confessione-ricordo su Renato Casarotto recentemente apparsa nel GognaBlog.

Gogna scriveva nel 1987 – attenzione alle “scariche” di immaginario – le seguenti parole:
«Dal 7 all’11 giugno del 1975 i vicentini Renato Casarotto e Pierino Radin conducono a termine un’impresa folgorante: la salita della parete ovest dello Spiz di Lagunaz. […[ Si può affermare che questo sia il limite massimo cui può giungere la grandiosità di una struttura dolomitica, imperiosamente superiore ai Burel, alle Civette, alle Marmarole: un mondo totalmente a parte, dove Yosemite si può paragonare solo per la quota. Il resto è giungla delle visioni. Perché Casarotto non ci hai scritto nulla? Forse era quello il tempo della scrittura» – E conclude: «Perché: non si diventa visionari in un giorno solo e non lo si è poi per sempre».

Perché Gogna scrivi questo? Sono parole del 1987. Renato è morto da un anno. Quanto pesava su di te il suo carico di visioni? Troppo. Io credo. Anche per un grande alpinista della stessa generazione, altrettanto forte e ambizioso.
Queste parole mi sono state impresse per vent’anni. Dal giorno in cui le ho lette.

Gogna stesso fa un passo indietro nella penultima nota didascalica del memorabile libro, altrettanto enigmatica ed equivoca, atta a diverse interpretazioni.
«Il 16 luglio 1986, a trentotto anni e lontano dalle Dolomiti, Renato Casarotto cade fatalmente in un crepaccio ai piedi del K2. Ci sono delle verità che non si possono mettere per iscritto, al massimo se ne può parlare con amici. La fine di Casarotto apre sensazioni spaventose (forse solo a chi l’ha conosciuto da vicino?) su quanto doppia possa essere la volontà di un grande uomo e su quale facilità di accesso a questo doppio binario abbiano i pericoli che ci vengono incontro».

Ho meditato su queste frasi per vent’anni. Nella prima enigmatica affermazione, estratta dallo scritto di Doug Robinson – Lo scalatore come visionario – l’autore inglese si sforzava di spiegare agli adepti quanto sia molto difficile raggiungere lo stato di visionario. Richiede molte battute. Anche d’arresto. Molta fatica. Ricerca. Sacrifici. Ingiurie. Incomprensioni. «Nonostante tutta la precisione con cui lo stato visionario può essere descritto, esso è ancora difficile da afferrare». E qui dice: «non si diventa visionari in un giorno solo e non lo si è poi per sempre». Gogna strappa quella frase da Robinson e la declina a Renato Casarotto.

Tuttavia esiste un limbo, un passaggio, che forse Alessandro non conosceva. Renato risponde a Gogna ancora prima che egli formuli quella domanda che diventerà in modo equivoco l’affermazione enigmatica strappata da Robinson, affermazione carica di immaginario. Renato risponde: «Raccontare, parlare, è molto difficile. È sempre duro arrivare così vicino all’essenza della vita e poi, dopo, ritornare indietro e sentirsi imprigionati nelle strettoie del linguaggio, completamente inadeguato a tradurre in simboli i concetti e la totalità dell’esperienza vissuta». Parole del suo primo e unico libro, Oltre i venti del nord.

Perché, in fondo, il pericolo più grande per i visionari è di camminare ad un passo dalla morte. Ad un passo dal proprio annientamento. Fisico e mentale. «La facilità di accesso ai pericoli che ci vengono incontro» – forse intesi da Gogna nella seconda nota didascalica citata. Le strettoie del linguaggio non ci aiutano a raccontare questi pericoli e queste visioni. Ma per vie traverse possiamo arrivare ad immaginarle. Forse con parole di riporto. Ma non sempre si riesce a portarle, scriverle. In fin dei conti ognuno vive per sé e per le persone più vicine. E a queste si possono confessare le proprie visioni per avere perlomeno un credito sulla propria esistenza, per far sì che la nostra esperienza diventi realtà, realtà condivisa. Qui mi fermo, per non complicare troppo le cose. E innesco l’esplosione. Lasciando sospesa e irrisolta quella “doppia volontà”. Gogna che mette alla gogna? Non credo.

Casarotto aveva scritto Oltre i venti del nord nel 1985, poco prima di morire. Non si sa per quale motivo. Forse spinto dalla volontà di far riconoscere la sua ricerca di fronte alle pressioni del contesto storico in cui era inevitabilmente inserito. Il libro è infatti un’anti-retorica documentazione della ricerca tecnica che Renato ha appena compiuto in America! Salite da capogiro. Un libro scritto bene. Senza un filo di eroismo o di mercificazione dell’imponente immaginario che sta alla base di quelle esperienze. Un documento e basta. Con la prefazione di Bonatti. A chi mai ha scritto una prefazione Walter Bonatti? A Reinhold Messner? Mi vien da sorridere a vedere il povero Bonatti al Piolet d’Or alla Carriera che passa il testimone della sua eredità, imposta dalla giuria forse grazie alla pre-immaginazione del suo successore, al citato Reinhold Messner; il quale scrive a un anno dalla scomparsa del grande alpinista “monzese” Il fratello che non sapevo di avere. Che libro farsa, patetico solo nel titolo! Gente! Alpinisti! Per carità, capisco il vuoto affettivo di Messner e lo rispetto, ma avete dimenticato ciò che scrisse Bonatti di Messner nel memorabile Montagne di una vita, nell’appendice finale? Bonatti, di Messner!!! Andate a rileggervi le pagine. Lo dico solo per fare onore alle fonti scritte dal pugno di Bonatti. Senza citare il violento scambio di lettere apparso su Alp nel 1989, dove entrambi escono con le ossa rotte e con una pesante scossa negativa al loro immaginario di alpinisti duri e puri, con l’impressione che tutti e due – i due primi della classe, il “re delle Alpi” e il “re degli Ottomila” – ripudiano le proprie “legittime” (per me lo erano) scelte per non dare fastidio l’uno all’immaginario dell’altro: l’incipit della compiacenza. L’incipit della compiacenza! Come avete già visto con Casarotto, il metabolismo dell’immaginario ha tempi lunghissimi. Bonatti scriveva quelle note nel 1989. Il libro sulla nuova fratellanza è del 2013! Bonatti è morto. Messner, senza Reinhold, è vivo.

Reinhold Messner
peruffo-Reinhold_Messner_in_Koeln_2009
Bonatti vecchio è stato soggiogato dall’opportunismo e dalla forza mediatica del grande Messner, indubbiamente il primo della classe in alpinismo e impareggiabile fuoriclasse della comunicazione e della cultura dell’alpinismo: Messner tra 100 anni sarà ricordato soprattutto per i suoi musei e come re degli ottomila, più che come il numero uno dell’alpinismo del suo tempo. Forse sono altri. Kukuczka, Schauer, Kurtyka… Boardman, Tasker… il meraviglioso Doug Scott… Casarotto. In confronto e per trasferimento semantico di termini regali, io vorrei suggerire che Casarotto potrebbe essere e forse lo è già, dopo vent’anni di metabolismo immaginifico che ci ha ripulito delle invidie e dalle “cortomiranze” dei suoi compagni di età, un imperatore dell’alpinismo. Forse l’imperatore del suo tempo. O fuori dal tempo alpinistico. Un Annibale dell’avventura umana, come scrisse Gian Piero Motti nella sua Storia dell’alpinismo per commentare il Trittico del Freney: «È un’impresa fantastica, degna della grande tradizione non solo dell’alpinismo ma di tutta l’Avventura umana nel senso più ampio»; la salita del futuro secondo le parole di Roberto Mantovani. «Un cavaliere fuori dal tempo«», disse Camanni. Da ogni classe, aggiungo io. Tanto da ritrovarsi, elaborando un concetto di Camanni, grande prelato in una chiesa oggi non più deserta perché al suo interno l’iconoclastia che uccide le mode e i tempi ha dato il suo frutto immaginifico. E ora tutti entrano nel tempio di Renato Casarotto in religioso silenzio. Ad ammirare immagini che crescono dentro di noi.

Perciò Alessandro, nel tuo magniloquente blog (che meritava a mio giudizio di essere premiato al Blogger Contest 2014, con due riserve: scrivi di tuo pugno solo un post alla settimana ed esci dal dominio di Banff), fai un pensiero a quanto sto per concludere.

Renato Casarotto, con il suo mantra (sottolineato in un passaggio teatrale perfetto), sintetizzabile nell’amo andare dove non conosco (pure nelle sue invernali non ha mai fatto sopralluoghi né un deposito di materiale ), Renato Casarotto non aveva bisogno di scrivere per due motivi che pochi altri possono avere.

Primo: aveva un deposito di memoria e di esperienza impareggiabile, sua moglie Goretta. E i suoi amici più cari. A partire dallo sconosciuto Nazareno Marinoni da cui siamo partiti. A mio modo di vedere, infatti, i grandi scrittori non scrivono così tanto per scrivere, ma scrivono per raccontare, per ispirare. Come hai fatto tu, Gogna, con Sentieri Verticali. O l’altro tuo grande libro, compagno della mia adolescenza alpinistica, Alpinismo di ricerca. Un altro libro a cui non si può rinunciare dopo che si sa che esiste. Una cosa è scrivere per condividere e ispirare, una cosa è scrivere per mostrare, per essere visto. Condividere significa esistere nella memoria di un altro. In qualche modo divenire reale. Reale nell’immaginario di una terza persona. Reale non solo noi, involucri di carne, ma la nostra stessa personale avventura umana, grande o piccola che sia. Avventura che può ispirare quella di altri.

Ecco il secondo impressionante motivo. Così impressionante che resto stupito che un grande alpinista come te non l’abbia espresso per suo conto già alla fine di Sentieri Verticali. Ma forse era troppo presto per elaborare il concetto di “scrittore di alpinismo”. Di scrittore geografico (v. Scrittura geografica in calce). Tu stesso lo sei stato in forme alte. Ti ricordi la Gogna-Cerruti ripetuta in questi giorni da una cordata italiana? E “scrittore di alpinismo” non è la stessa cosa dello scrittore alpinista o dell’alpinista scrittore. Renato Casarotto non aveva bisogno di scrivere niente perché le sue grandi scritture sono state le vie che ha fatto. Scritture così cariche di segni e di immaginario nelle premesse e nei risultati che non hanno bisogno di altro. Basta sapere che esistono. Qualche parola, qualche segno, qualche immagine. Ai propri amici. Alla moglie. Nulla di più.

Quelle scritture geografiche sono là per i posteri e i posteri diranno la loro.

Scrivere troppe parole o caricarci troppo di immagini e di informazioni invece fa male. Ci fa distrarre dalla nostra passione. Dalla nostra disciplina. Si espone troppo la propria immagine e si consuma l’immaginario che si vuole lasciare di noi. Si crea un “mostrum” della nostra esistenza. Un mostro di immagini e parole.

Messner con le sue troppe uscite mediatiche sta distruggendo la sua immagine di alpinista di prima classe in favore di fuoriclasse della comunicazione, non tanto della cultura.

È difficile trovare la giusta misura tra lo scrivere vie di alpinismo (ciò che fa lo “scrittore di alpinismo”) e lo scrivere report di alpinismo o altre considerazioni storiche (ciò che fa lo scrittore alpinista o l’alpinista scrittore).

Sbaglia Messner a consegnarci troppi libri. Usura senza rimedio il suo immaginario alpinistico. Col senno di oggi, in continua mutazione, Messner per noi non è più un alpinista, ma un affastellato libresco-museale circondato da fratelli alpinisti che non ha, o perché sono morti, o perché sono inventati. Paradossalmente, per vie iperboliche, un libro (1) di Doug Scott (Himalayan Climber) vale come quaranta (40) libri di Messner. Dei suoi libri coatti.

Sarebbe stato sufficiente una ristampa periodica dei grandi libri di Messner – Settimo Grado, La montagna nuda (Nanga Parbat), Sopravvissuto e il suo capolavoro fin dal titolo La libertà di andare dove voglio – per consegnare 100 volte più immaginario sul grande Messner che la storia dell’alpinismo conosce: Reinhold Messner, dotato di nome e cognome, senza coazioni che hanno reso il nome, Reinhold, vittima del suo abnorme marchio-cognome. Un Reinhold ora irrimediabilmente morto. Messner. Non più Reinhold. Egli, da sé, ha fatto fuori il suo buon nome. Messner ha ucciso Reinhold.

Rernato Casarotto
Peruffo-Renato_2Un Reinhold Messner che resterebbe comunque, e non oltre, un primo della classe.

Dicevo, avviandomi in modo pirotecnico alla conclusione, è difficile trovare la giusta misura tra lo “scrivere” inteso sopra – lasciare segni importanti – “vivere vita”, e scrivere report di vita. O sue finzioni.

In questo Casarotto, come forse voleva intendere Gogna, è stato carente.

Ma scrivere report è ben poca cosa rispetto allo scrivere vita. A lasciare segni di alimento primario. Sulle pareti e sull’immaginario dei nostri amici.

Segni che testimoniano una passione di un uomo e alimentano quelle di altri.

A dire al mondo che in quei luoghi remoti e inaccessibili qualcuno è passato. Qualcuno gli ha resi accessibili con delle doti primarie. Nonostante i grandi pericoli, l’ignoto che portano con sé. Quell’accesso di cui parlava in modo enigmatico Gogna e che apre le porte all’immaginario.

Per chiudere, sforzandomi di essere didascalico, prima dell’esplosione finale, la “consegna di immaginario” avviene attraverso la composizione di un equilibrio sottile tra immagini e parole, non necessariamente attraverso la mano di chi è stato l’ispiratore di questo immaginario, nel nostro caso l’alpinista scalatore. Può essere fatta con la classica scrittura di riporto, anche dagli amici o pure per semplice via orale. Le sedimentazioni, come sappiamo, assumeranno svariate forme ed oggi nell’epoca della scrittura digitale le variabili si sono moltiplicate rendendo ancora più difficile e affascinante la questione su ciò che è utile per il nostro immaginario.

Ciò che conta veramente tuttavia resta solo la scrittura primaria, la “scrittura geografica”, la via segnata nello spazio e nel tempo da un azione fisica avvenuta in un luogo e in un momento della storia, che diventa tale – storia – attraverso la condivisione. E per fare una scrittura geografica potenzialmente ricca di immaginario sono sufficienti le doti primarie, fondamento di ogni “sincera” avventura umana, nemiche di ogni classe e di ogni classificazione, di ogni status sociale che come sappiamo tende a sedersi circondato dalle protezioni che esso stesso ha prodotto. Spit di qua e spit di là. Queste doti primarie sono: coraggio, determinazione, volontà, carattere, resistenza, intelligenza nella complessità e, su tutte, responsabilità. Le stesse doti primarie che innescano l’immaginario collettivo. Il resto, le doti secondarie, la tecnica, la forza pura, la velocità, l’ornamento stilistico (che non è lo stile vero e proprio), l’arrampicata libera… sono ornamenti che possono servire solo se sono lasciati liberi di agire oltre i campi dei giochi costruiti a proprio uso e consumo, oltre gli artifici dell’uomo e la sua follia suicida pur di apparire.

Attenzione a cosa sto per concludere! Le doti secondarie non sono doti necessarie alla genialità e all’immaginario, sono doti accessorie in quanto doti affinabili. Doti che spesso vengono confuse per primarie, specie nell’epoca dei grandi consumi. Perché sono vendibili. Doti che corrono il rischio di essere spinte troppo verso il virtuosismo e le strade della specializzazione che uccidono la complessità dell’azione. Doti che rischiano di rendere inaccessibile l’immaginario, ossia tenere lontano le persone dallo spazio dell’esperienza che tutti cerchiamo… nella “consapevolezza dell’insufficienza della nostra esistenza”, espressione chiave citata all’inizio di questo scritto che da documentale è diventato teorico. Che ce ne facciamo di un Alex Honnold o di un Alex Huber che arrampicano slegati ripresi passo passo da indiscrete videocamere lungo le pareti dell’inaccessibilità? Niente. Una masturbazione emotiva. Un’illusione spaventosa di libertà. Fin quando non cede l’appiglio. Consegna di immaginario=0. Zero.

Messner ha ragione a dichiarare che il suo alpinismo è fallito, perché dopo tanto parlare e mostrarsi non consegna più immaginario, ma una strada battuta che porta alla spettacolarizzazione del gesto, alla sua collezione: l’inaccessibile resosi prodotto vendibile, museabile, o, peggio ancora, per gli epigoni non all’altezza del maestro, l’azione estrema fine a se stessa camuffata da prestazione di ricerca, irraggiungibile per l’uomo non-specialistico, eseguita da un superuomo che diventa vittima di una parte “speciale” di sé, qualunque essa sia (gli avambracci?), pur di apparire e a volte di incassare qualche misero soldo, mettendo a rischio la propria vita oltre la capacità che abbiamo di calcolare la natura. Il rischio calcolato. La porta di accesso per affrontare la complessità della natura in modo preparato, con le doti primarie a cui prima accennavo.

Non si può calcolare se si stacca un appiglio o un seracco mentre si sta arrampicando. Ma si può calcolare di avere una corda. Di rispondere con l’intelligenza di una protezione. Di rendere accessibile l’inaccessibile con l’intelligenza dell’uomo, rispettando la natura che ti è di fronte e la tua stessa fragile natura di uomo. Non urlandole in faccia la tua arroganza di piccolo uomo onnipotente, egocentrico, iperprotetto o senza alcuna protezione. Magari ripreso da una videocamera superassiccurata sugli strapiombi del falsamente inaccessibile. Provato e riprovato come fosse la scena di un film. Inaccessibile reso accessibile mediante l’idolatria di doti secondarie, spinte al massimo di ciò che un uomo alienato può sostenere. Da vendere a spettatori imbranati. Spugne da spremere colonizzando l’immaginario mediante scorciatoie, consegnando “visioni” che si fermano alle mani e ai piedi della loro illusoria progressione. Progressione che come tutti gli alimenti primari è oggetto di mercato. E se il mercato alimenta il mercato, non le nostre menti, è tutto un gran casino: la scalata libera solitaria di un masturbatore diventa la grande avventura dell’uomo.

Messner può dare la mano a Gian Piero Motti, uno distrutto dalla propria passione, l’altro ossessionato dalla propria ambizione di restare sempre il primo della classe. Già, quel “falliti” al plurale fa pensare. Una profezia di un visionario? Il compagno di classe che mancava, tardivamente arrivato? O, nel caso di Bonatti, la compiacenza scambiata per fratellanza! La strategica compiacenza, scambiata per sacra fratellanza! Specie tra primi della classe di generazioni diverse che alleandosi salvaguardano ognuno il proprio nome, reciprocamente, dopo essersi accorti che primeggiare tra di loro, di età diverse, tirandosi addosso fango, non serve a niente. La tardiva alleanza! Altro che fratellanza! Ripropongo all’editore di Messner di riformulare il titolo del recente libro, così: Walter Bonatti, l’alleato che non sapevo di avere. Per non dire: Walter Bonatti, il compiacente – da me creato a mio uso e consumo – che non sapevo di avere. Immagino Bonatti impegnato su un sesto grado, di quelli duri-duri, enigmatici, per uscire dalla tomba. Per tirarmi il collo. O per tirare quello del suo mancato fratello per non avere evitato questa inevitabile, conclusiva, intuizione editoriale. O concettuale. Che qui formulo con sintesi da iconoclasta sovvertitore, di colui che rompe (kláo) le icone (eikón) per consegnarne altre. Di ben più immaginifiche.

«I primi della classe devono continuamente curare il proprio immaginario. I fuoriclasse no. Ci penseranno gli altri».

Per questo Renato Casarotto resta un esempio che oltrepassa la sua disciplina.
Più di Walter Bonatti.

Per questo Fosco Maraini ci ha ispirato travalicando il muro di idee.
Più di Reinhold Messner.

Per questo a volte si scrive qualche riga di più.
Non solo in parete.

Per prepararsi a partire.
Senza scorciatoie.
Quando sarà il momento.

Scritto per GognaBlog e Altitudini.it, il 14 ottobre 2014

HYPERLINKS
Un ricordo di Renato Casarotto di Alessandro Gogna
Scrittura Geografica 00 di Alberto Peruffo
Due amori. Storia di Renato Casarotto di Alberto Peruffo
Ritratto di Renato Casarotto di Carlo Caccia
Applausi – Broad Peak North di Carlo Caccia
Quando la cultura fa paura di Alberto Peruffo

Per altri scritti di Alberto Peruffo, vedi casadicultura.it

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I segreti di Messner per una vita d’avventura

Reinhold Messner, che dieci giorni fa ha compiuto 70 anni, ha detto recentemente: “Sono migliaia e migliaia quelli che sono morti in montagna. Non posso difendere un’idea che ha avuto così tante morti come conseguenza.
Non possiamo sostenerla, ma continuiamo ad andare in montagna. Dobbiamo essere consci che il pericolo è ovunque e in ogni momento.
Andare in montagna non è conquistare qualcosa. Possiamo parlare di conquista solo quando torniamo a casa e ci sentiamo come rinati”.

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I segreti di Messner per una vita d’avventura (da Climbing n. 328, www.climbing.com)

1. Preparazione
Ho sempre fatto testamento prima di partire per una spedizione. Sapevo di poter morire, ma sapevo anche che avrei combattuto da leone per non morire. Se avessi dovuto stare a casa perché andare in montagna è pericoloso, non sarei stato certo la stessa persona che sono. Ho bisogno dell’azione. E se le mie paure prima di partire sono troppo forti, magari perché non sono perfettamente preparato o ci sono cose nel materiale che non vanno, allora occorre rimediare. Vado solo se so di essere del tutto a posto.

2. Prenotare un biglietto di andata e ritorno
Quando ero giovane cercavo le vie più difficili, specialmente quelle su roccia, in Dolomiti e sulle Alpi. Dopo, quando salivo le cime himalayane, cercavo di farlo con il minimo di equipaggiamento. Quell’etica era più importante della via o della cima stessa. Prima e durante la salita, cercavo di essere sempre all’erta e conscio dei pericoli. La vera arte dell’alpinismo è il tornare a casa.

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3. Spingere i limiti
Testare i propri limiti è solo un sinonimo del conoscere la natura umana. Se ci esponiamo al massimo (freddo, mancanza di ossigeno, vuoto, spingersi oltre, lontano da ogni sicurezza), questo è conoscere i nostri limiti e le paure. Andare a quei limiti vuol dire riconoscerli. Ma non vuole dire accettarli. Non posso accettare che mi vengano imposti limiti alle capacità e alle possibilità.

4. Andare da soli
Andavo anche da solo perché avevo bisogno di sapere se ne ero in grado. Essere soli non è solo avere responsabilità, è anche non essere accettati dal mondo. Ora, se ho un problema personale o di lavoro, vado da solo nella wilderness. È un modo per meditare. Mi ascolto. Nel momento speciale in cui sono aperto alla natura con ogni mio senso, capisco cosa devo fare e qual è la mia strada ulteriore.

5. A braccetto con il pericolo
La maggior parte dei club alpini europei si comportano in modo da fare una montagna sempre più sicura. Fanno strade e sentieri dai quali non si possa cadere. Fanno strutture metalliche per proteggersi dalle valanghe. E allora quella non è più montagna. La montagna è pericolo, ci puoi morire. Proprio per questo l’alpinismo è un’attività così interessante. Non è uno sport. È una seria interazione con la natura e il pericolo ne è una componente essenziale.

postato il 27 settembre 2014

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For Messner traditional mountaineering finished with Bonatti and himself

In these days there is much talk about the interview Reinhold Messner granted to the Italian newspaper La Repubblica on September 6th, 2014, with the following title: Reinhold Messner celebrates his70 years: ”My mountaineering has failed”.
The matter of debate is his statement that his mountaineering is dead, has failed. For the reason that nowadays it is no more followed by the young people.

Here below you can find the short movie with the interview. Please follow it carefully:
http://video.repubblica.it/cronaca/reinhold-messner-compie-70-anni-il-mio-alpinismo-e-fallito/176505/175208

Now I can try to summarize what Messner says in few key concepts.

In the very beginning he seems to examine the changing by means of the “parcellation” of mountaineering, but instead of making a complete analysis of all the various activities, probably due to needs for concision, he just mentions the competitive aspect inside the indoor climbing areas, creating in the listener the impression that young people do just that and nothing more.

Das Archivbild zeigt den Südtiroler Bergsteiger und Europapolitiker Reinhold Messner im Oktober 2002 auf der Frankfurter Buchmesse. Nach seiner Besteigung des Mount Everest mit Peter Habeler 1978 überkamen ihn keine Glücksgefühle, die kamen erst nach dem Abstieg auf. Foto: Erwin Elsner dpa (zu dpa-KORR.: "'Angst und Zweifel': Messners Gefühle auf dem Everest-Gipfel" vom 02.05.2003)Messner then denounces the situation that has come about both in the Alps and in Himalayas, where the greatest peaks are summited with such an expense in terms of men, of means and of preventive safety equipment that the definition of “high-altitude tourism” can be justified. Also in this part Messner – and let’s assume once again it is due to the tyranny of the very few time – does not even mention the hundreds of bigger and smaller “expeditions” made every year to the mountains all over the world and which cannot absolutely be confused with tourism.

Immediately after that, Messner introduces the main issue, i.e. that traditional mountaineering has now become marginal due to the fact that the mountaineering practitioners are just “a few”, although “excellent”.

The conclusion is quick and effective, as well as, in my opinion, rushed and inappropriate, and says simply that his own mountaineering, meaning the traditional one, has failed and ended, maybe together with Walter Bonatti.

That kind of mountaineering, which meant exploring and fighting the great mountains by fair means, “is not followed anymore by young people” (who now happen to be, from “just a few”, absolutely no one, so, just for the sake of emphasis).

Later on, Messner correctly states that his generation was lucky, since still virgin ground could be found and because it was culturally nourished by a society which gave the young people a hope and which placed trust in them. Nowadays the society offers them only “a closed and overcrowded world, without any opportunity to have a job and with no possibility to express their own personality” with facts and achievements.

In my opinion, however, I do not think, unlike what has unfortunately been written, that Messner is highlighting the excellence of the mountaineering of his time in comparison with the one of today. No, on the contrary he even praises those “very few really great ones” who are now practising it and even seems to imply that, if compared with his own times, a lot of progress has been made. The problem lies in the fact that Messner, at the end of the whole speech (and so, unfortunately, also in this sensational title, for which, by the way, he shall not be held responsible) even denies the existence of some modern traditional mountaineering!

This denial is not in line with reality. Nowadays even the less informed ones can follow the daily reports thanks to web portals and specialised journals: should also they be lacking, it’s sufficient to follow each year the Piolet d’Or, where every achievement, even the ones which in the end receive “no nominations”, have an absolute value, with a precise place in the evolutionary scale, so let’s only imagine the finalists!

The ascents of Matteo Della Bordella, Luca Schiera, Ermanno Salvaterra, Rolando Garibotti, Denis Urubko, Hans-Jörg Auer, Ueli Steck, Andy Kirkpatrick, Leo Houlding, Sandy Allan, Rick Allen, Steve House, Alex Honnold, just to quote them with no particular order and within a list which is clearly incomplete, are in no way the adventures of late epigones, imitators of the great mountaineering of the past: no, they are great adventure achievements, with a technical level which only twenty years ago was still inconceivable, and all this not to mention the fantastic rock climbing achievements whose level can be defined at least as sublime.

About all this there is no lack of information and if we consult and review it with careful and impartial eyes, it reveals that the practitioners of “traditional mountaineering” are absolutely not “very few ones”, and in any case they are numerically not less than thirty or forty years ago.

I really regret for this unfortunate interview granted by Messner, because at its end we can see more and more clearly arise the tedious suspicion he wanted to mean something like Sanson’s “Let me die with the Philistines”!.

All his more than proven historical analysis skills and his experience, which are, in terms of quality, not inferior to his own personal and astonishing great adventures all over the world, in this case appear to be somehow tarnished. I think he should get back to his own usual level, by writing a clarification himself. He surely has the possibility and maybe also the time… Shouldn’t we all be retired at the age of seventy?

Alessandro Gogna (translated by Luca Calvi)

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Messner dice che il suo alpinismo è fallito?

In questi giorni si parla molto dell’intervista rilasciata da Reinhold Messner a La Repubblica il 6 settembre 2014, dal titolo: Reinhold Messner compie 70 anni: ”Il mio alpinismo è fallito”.
Ciò che fa discutere è la sua affermazione che il suo alpinismo è morto, è fallito. Perché oggi non è più seguito dai giovani.

Qui di seguito il breve filmato dell’intervista, da seguire con attenzione:
http://video.repubblica.it/cronaca/reinhold-messner-compie-70-anni-il-mio-alpinismo-e-fallito/176505/175208

Ora posso tentare di riassumere in pochi ed essenziali concetti quello che dice Messner.

Dapprima sembra esaminare il cambiamento tramite la “parcellizzazione” dell’alpinismo, ma invece di fare un’analisi completa delle diverse attività, probabilmente per esigenze di concisione, si limita ad accennare alla parte competitiva nelle sale al coperto, generando però l’impressione nell’ascoltatore che i giovani facciano solo quello.

Poi denuncia la situazione che si è venuta a creare sia sulle Alpi che in Himalaya, dove le grandi vette sono salite con un tale dispendio di uomini, di mezzi e di attrezzatura preventiva da giustificare il nome di “turismo d’alta quota”. Anche qui Messner, e ammettiamo ancora la tirannia del poco tempo, non accenna alle centinaia di “spedizioni” grandi e piccole che ogni anno vengono fatte alle montagne di tutto il mondo senza alcuna possibilità che possano essere confuse con il turismo.

Das Archivbild zeigt den Südtiroler Bergsteiger und Europapolitiker Reinhold Messner im Oktober 2002 auf der Frankfurter Buchmesse. Nach seiner Besteigung des Mount Everest mit Peter Habeler 1978 überkamen ihn keine Glücksgefühle, die kamen erst nach dem Abstieg auf. Foto: Erwin Elsner dpa (zu dpa-KORR.: "'Angst und Zweifel': Messners Gefühle auf dem Everest-Gipfel" vom 02.05.2003)

Subito dopo pone il tema centrale, cioè il fatto che l’alpinismo tradizionale è ormai “marginale” perché lo praticano in “pochi”, sia pure “bravissimi”.

La conclusione, rapida e incisiva, quanto secondo me affrettata e inopportuna, è che il suo alpinismo, dunque quello tradizionale, è fallito, forse già finito con Walter Bonatti.

Quell’alpinismo che prevedeva l’esplorazione e la lotta con mezzi leali nei confronti della grande montagna “non è più seguito dai giovani” (che qui dunque passano da “pochi” a nessuno, tanto per enfatizzare).

Poi afferma correttamente che la sua generazione è stata fortunata, perché ha trovato terreno ancora vergine e perché nutrita culturalmente da una società che dava speranza ai giovani e credeva in loro. Oggi invece la società offre loro solo “un mondo chiuso, sovraffollato, senza occasioni di lavoro e senza possibilità di esprimere la loro personalità” con imprese e fatti.

Personalmente non trovo, come è stato purtroppo scritto, che Messner sottolinei un’eccellenza dell’alpinismo del suo tempo nei confronti di quello dei tempi odierni. No, affatto, anzi loda quei “pochi bravissimi” che lo fanno e lascia sottintendere che, rispetto ai suoi tempi, molti progressi sono stati fatti. Il problema è che Messner alla fine del discorso (e quindi purtroppo anche nel sensazionale titolo, quest’ultimo non di sua responsabilità) nega l’esistenza stessa di un alpinismo tradizionale odierno!

Questa negazione non risponde al vero. Anche i meno informati possono seguire le cronache di ogni giorno, sui portali internet e sulle riviste specializzate: in mancanza di questi, basta solo seguire annualmente il Piolet d’Or, dove perfino quelle imprese alla fine “non nominate” hanno un valore assoluto che trova il suo posto nella scala evolutiva. Figuriamoci le finaliste!

Le imprese di Matteo Della Bordella, Luca Schiera, Ermanno Salvaterra, Rolando Garibotti, Denis Urubko, Hans-Jörg Auer, Ueli Steck, Andy Kirkpatrick, Leo Houlding, Sandy Allan, Rick Allen, solo per citare in ordine confuso e molto ampiamente incompleto i primi nomi che mi vengono in mente, non sono avventure di tardi epigoni imitatori del grande alpinismo passato: sono grandi imprese d’avventura, a un livello tecnico inconcepibile anche solo venti anni fa. Per non parlare delle grandi imprese in campo puramente roccioso, a livello a dir poco eccelso.

L’informazione al riguardo non manca e se la si consulta con occhio attento e imparziale risulta che i praticanti della disciplina “alpinismo tradizionale” non sono affatto pochissimi e in ogni caso non sono inferiori numericamente a trenta o quaranta anni fa.

Mi dispiace per questa disgraziata intervista di Messner, perché alla fine prende quota il fastidioso sospetto che volesse significare un qualcosa tipo “muoia Sansone e tutti i Filistei!”.

Le sue pluridimostrate capacità di analisi storica e la sua esperienza, non inferiori per qualità alle sue personali e stupefacenti grandi avventure in tutto il globo, in questo caso risultano appannate: credo doveroso da parte sua riportarsi al suo normale livello scrivendo di suo pugno una precisazione. Ne ha di certo le possibilità, e forse anche il tempo… a settant’anni non si dovrebbe essere tutti in pensione?

postato l’11 settembre 2014