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L’ascolto

L’ascolto
(argomenti sulla sicurezza)
di Lorenzo Merlo

Sicurezza nella relazione esprime una modalità di frequentazione dell’ambiente naturale, ma non solo, da integrare con la diffusa prassi di avvalersi di strumenti, studio, esperienza e normative.

Premessa. La sicurezza sussiste solo in quella modalità bidimensionale, algebrica, euclidea di concepire il mondo e la vita, ove tutti gli elementi sono immobili come in una fotografia. Nella modalità volumetrica (Bidimensionale e volumetrica sono termini coniati in merito alla ricerca ToFeelNotToKnow dedicata ai processi di conoscenza non cognitivi), fluttuante, dove in realtà innumerevoli elementi, diversi da loro stessi in ogni istante, anelano al loro scopo costringendo anche a modificare il nostro, la sicurezza non è più concepibile.

Queste righe dedicate alla sicurezza vorrebbero scongiurare il rischio di creare fazioni in contrasto; vorrebbero essere semplicemente propositive; vorrebbero solo invitare riflessioni personali, le sole che hanno il potere di provocare evoluzioni individuali.

Sono considerazioni dedicate a chi non ha avuto il tempo di riflettere sulla sicurezza, né sul linguaggio ordinariamente impiegato per parlarne né sulla conseguente realtà deterministica che ne scaturisce, ove oltre a credere di poter vendere, si può anche credere di poter comprare sicurezza.

Con le Guide in sicurezza; Professionisti della sicurezza; In totale sicurezza e divertimento sono formule tanto frequentemente impiegate per vendere sicurezza quanto inopportune in quanto fuorvianti. Ciò che a mio parere dovrebbe essere venduto e comprato è una specie di opposto, la garanzia dell’ineludibile rischio d’imprevisto.

La cultura analitica, esclusivamente bidimensionale, che ci ha cresciuti induce a concepire il problema della sicurezza nella sola dimensione tecnico-fisica, ci spinge a coltivare espedienti tecnologici (strumenti e equipaggiamento) e regolamentativi (leggi, restrizioni) come modalità unica per creare sicurezza. Ne sono scaturiti moniti-dogma noti a tutti, Se non hai artva-pala-sonda… Se non rispetti le regole… Il bollettino diceva 3… Sono formule che sottendono ad una sicurezza effettivamente raggiungibile, ammiccano all’idea che per ottenerla sia necessario acquisire saperi cognitivi (studio), empirici (esperienza), espedienti tecnologici (strumenti ed equipaggiamento), confermano l’inderogabilità di escogitare/ accettare/condividere/proporre restrizioni.

Dunque sapendo, esperendo, comprando, propugnando dogmi e legiferando riteniamo di fare il massimo per realizzare la miglior sicurezza. Un processo legittimabile e funzionale a produrre automi irregimentati, deprecabile e sconveniente se ci poniamo l’autonomia e la responsabilità di noi stessi e della realtà come scopo. Nel primo caso avremo persone che si muoveranno a misura di altro, nel secondo a propria misura.

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Ma allora come la realizza il camoscio? Il camoscio non fa esclusivamente riferimento a quanto ha già visto ed esperito, resta in ascolto, stima permanentemente, come l‘esploratore, non fa altro. Senza saperi, senza tecnologia, senza affidarsi ciecamente all’esperienza, senza rispettare divieti, il camoscio realizza la miglior sicurezza disponibile, eventualmente rinunciando. Serve esperienza per lasciare da parte l’esperienza, per sentirne l’invasività e la prevaricazione in occasione delle scelte.

L’atteggiamento sportivo/competitivo che la comunicazione mainstream ci induce a condividere e a considerarlo un valore assoluto quindi irrinunciabile, comporta di concepire la montagna, e ogni ambiente aperto, alla stregua di un campo sportivo ove esercitare la nostra passione.

Ma è accettabile ridurre la natura a campo da gioco? Abbiamo mai osservato le implicazioni che comporta? È per questa inopportuna concezione che tendiamo a produrre, condividere, promuovere e accettare regolamentazioni anche per i terreni aperti oppure lo facciamo per pigrizia e inconsapevolezza? Creare una regola è meno impegnativo che promuovere una cultura dell’ambiente, della relazione; una cultura non più solo codificata e codificabile, dedita a sancire il diritto al tempo libero e al libero edonismo.

Il campo da gioco è un dominio che implica la regola. Il campo da gioco è un ambito che induce, contempla e permette la replica di situazioni simili e limitate.

Trasferire la mentalità idonea al campo da gioco al contesto naturale, dove non ci sono righe immaginarie a delimitare alcun campo, o regole a limitare l’influenza delle variabili della natura, è la condizione di origine di molte nostre scelte… fondate sugli elementi dogmaticamente prescritti e considerati sufficienti a gestire la sicurezza in natura. Tuttavia è opportuno considerare che nella natura viva ciò diviene sconveniente, perché lì non ci sono campi delimitati, e il muoversi secondo decaloghi formulati da altri, la valorizzazione della sola esperienza e delle conoscenze e anche il solo rispetto del divieto alzano i rischi d’imprevisto.

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Che fare? Imparare dal camoscio è possibile disponendo della consapevolezza dell’ascolto.

«Il maggior ostacolo nel capire l’organizzazione vivente sta nella impossibilità di rendere conto di essa enumerando le sue proprietà; deve essere capita come unità (Humberto Maturana – Autopoiesi e cognizione – Marsilio, 1985)». Riconoscendo il proprio allineamento a flusso culturale razional-analitico, se ne possono prendere le distanze, si possono trovare alternative di carattere meno massifico, ripetitivo e autoreferenziale, più a misura personale, più creative, più idonee a cogliere l’unità. È attraverso il canale affettivo del sentire che nessuna madre e nessun bambino può sottoscrivere di essere due, di essere separata una dall’altro.

Con l’ascolto si possono riconoscere le difficoltà nascoste di qualcuno del gruppo, possiamo avvertire un cambio di direzione del vento, possiamo aggiornare le scelte appena prese, possiamo coniugare tutti gli elementi presenti in quell’ambito, non solo quelli quantificabili dalla nostra scienza e competenza, quindi stimare più opportunamente il terreno, i tempi, il pendio di neve, la colata ghiacciata. Possiamo sapere che oggi non sono concentrato, non sono adatto a stimare la situazione. Con l’ascolto possiamo essere uno. Possiamo coniugare ciò che abbiamo e sappiamo con l’istanza del momento.

Senza ascolto tendiamo ad affermare quanto sappiamo e crediamo, tendiamo a montare la tigre dell’esperienza fino all’arroganza di farla valere sopra tutto, fino a renderci determinati e così, ciechi, l’affermazione è un cancello che rinchiude l’ascolto in una cella senza finestre. Ascolto, saperi e norme dovrebbero convivere in pari dignità.

Con l’ascolto, diventa vero che ogni particolare contiene il tutto. L’ascolto è chiaroveggenza. Non tiene conto solo dei dati raccolti, include noi stessi, la nostra condizione, le nostre esigenze, intenzioni, aspettative, rende consapevoli le nostre pretese, illumina i nostri pregiudizi, straccia le vanità, azzera l’orgoglio, ammansisce la presunta superiorità, permette di raccogliere lo spunto buono dall’ultimo arrivato. L’ascolto implica la relazione non è affermazione brutale, è circolare non lineare, è apertura non chiusura, è evoluzione personalizzata non uniformata.

L’ascolto tende alla scoperta.

La storia ha spinto allo sviluppo del razionale, tralasciando di coltivare la dote dell’ascolto già in nostro possesso, già ordinariamente sebbene inconsapevolmente quotidianamente impiegato.

La condizione di chi vorrebbe più ascolto, oggi
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L’ascolto è allenabile ed è soggetto alla nostra condizione di armonia.

L’ascolto è una vibrazione sensibile a tutto, è disturbato dall’alimentazione, dallo stato di salute, dai farmaci, dai pensieri, dall’ambiente familiare, da quello contingente, dagli inquinamenti, dalle dipendenze siano vizi ordinari siano capitali, da valori edonistici, dalle pretese, da sentimenti ed emozioni.

Tanto più siamo preda di disturbi affettivi, fosse anche solo la semplice prestazione sportiva ovvero fossimo anche solo assoggettati alla nostra stessa vanità, tanto più la disponibilità a sintonizzarci sui canali dell’ascolto tenderà a ridursi.

Quale morale? Non si tratta di prediligere l’ascoltare in sostituzione all’avere e al sapere. Si tratta piuttosto di recuperare la dimensione dell’ascolto in quanto permette alle conoscenze che abbiamo di combinarsi creativamente, meno dogmaticamente, cioè più opportunamente allo scopo della sicurezza.

Chi condivide queste note, le può prendere in considerazione al fine di un cambio di paradigma del proprio pensare, del proprio comportamento. Se desideriamo una cultura che coltivi le doti che ha dimenticato, non sarà fatta da altri, dall’esperto, dal legislatore, dal professionista, dello specializzato, dovrà essere generata da noi. Per aggiornare quella stessa cultura che ci ha insegnato a delegare la salute, la cultura, la politica: nel bene e nel male ha bisogno di noi. E per farlo non è necessaria la laurea, ma il desiderio, l’intenzione, la ricerca, la bellezza di una visione più corrispondente a noi.

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«Nell’uomo come essere sociale, perciò, tutte le azioni, per quanto individuali come espressione di preferenze o rifiuti, influiscono costitutivamente sulle vite di altri esseri umani e, quindi, hanno significato etico (Humberto Maturana – Autopoiesi e cognizione – Marsilio, 1985)».

L’ascolto non è pensare, non è volere, né inseguire: è essere. Non è un’azione dell’io, delle sue intenzioni, aspirazioni e pretese, corrisponde al sé, quell’ente non vincolato dalle forme, non soggetto ai mutamenti, sempre disponibile con noi. Per arrivare al sé è necessario però considerare il pertugio dal quale guardiamo la vita e ripulirlo dai residui appiccicosi che l’io è maestro a creare.

«[…] Per questo sentiamo dire che noi esseri umani dobbiamo lottare e vincere le forze della natura per sopravvivere; come se questa fosse stata e fosse la forma naturale del vivere. Non è così!» […] «il desiderio di controllo è un desiderio di dominio che sorge dalla nostra mancanza di fiducia rispetto alla natura e rispetto alla nostra capacità di conviverci».

L’idea di dover controllare la Realtà dipende da un modo errato di considerare il mondo come se fosse un nostro possedimento […]. «quando si abbandona la nozione di controllo e si accetta la nozione di cooperazione o convivenza, appare il sistema, che finalmente riusciamo a cogliere». […] «nella nostra cultura occidentale siamo compenetrati dall’idea di dover controllare la natura perché siamo convinti che la conoscenza permetta il controllo; ma di fatto non è così: la conoscenza non porta al controllo. Se la conoscenza porta da qualche parte, è all’intesa, alla comprensione;[…]» «con l’idea di controllo siamo ciechi rispetto alla situazione in cui ci troviamo, perché tale idea sottende la dominazione che nega l’‘altro’ (Letizia Nucara – La filosofia di Humberto Maturana – Le Lettere, 2014)».

Bibliografia
Amadei, Gherardo – Mindfulness – Il Mulino, 2013;
Boero, Ferdinando – Economia senza natura, la grande truffa – Codice, 2012;
Barcellona, Pietro – Il sapere affettivo – Diabasis, 2011;
Grassani, Enrico – L’assuefazione tecnologica – Delfino, 2014;
Bateson, Gregory – “Questo è un gioco” – Raffaello Cortina, 1996;
Bateson, Gregory – Verso un’ecologia della mente – Adelphi, 1976;
Bateson, Gregory – Mente e Natura – Adelphi, 1984;
Calabrò, Paolo – Le cose si toccano, Raimon Panikkar e le scienze moderne – Diabasis, 2011;
Ceruti, Mauro – Il vincolo e la possibilità – Raffaello Cortina, 2009;
Demozzi, Silvia – La struttura che connette – ETS, 2011;
Emerson, Ralph Waldo – La semplice verità – Piano B, 2012;
Maturana, Humberto – Autopoiesi e cognizione – Marsilio, 1985;
Nucara, Letizia – La filosofia di Humberto Maturana – Le Lettere, 2014;
Pert, Candace Beebe – Molecole di emozioni – Tea, 2005;
Sclavi, Marianella – Arte di ascoltare e mondi possibili – Bruno Mondadori, 2003;
von Foerster, Heinz – Sistemi che osservano – Astrolabio, 1987;
von Foerster, Heinz e von Glasersfeld, Ernst – Come ci si inventa – Odradek, 2001.

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Guida alpina, prospettive per il futuro

La rinuncia al titolo di Guida Alpina da parte di Giuseppe Miotti, che tanto clamore ha destato su questo blog e sui social, non ha significato affatto la rinuncia alle sue idee e alla volontà di portarle avanti. Ecco il motivo per cui riproponiamo, dietro sua proposta, un intervento ch’egli fece nel 2010 (quindi in tempi non sospetti).

Guida alpina, prospettive per il futuro
di Giuseppe Popi Miotti
(intervento convegno ERSAF Bagni Masino, 2010)

Vorrei parlare delle grandi potenzialità che intravedo nella difesa della professione di Guida alpina e nella sua incentivazione, soprattutto nelle valli alpine.

Indiscutibilmente le Alpi stanno vivendo un momento di grande cambiamento e come per tutti i cambiamenti emergono situazioni di criticità magari prima esistenti, ma sopite da svariati fattori.

La più evidente di queste criticità è il disagio sociale ed esistenziale riscontrato fra tutte le popolazioni alpine. La sua causa principale è stata individuata nel progressivo “inquinamento” culturale portato dalla città, che, complici gli stessi montanari, si è manifestato spesso in una visione, speculativa e affaristica del territorio che, quasi ovunque, ha degradato il paesaggio alpino umano e naturale. Il patrimonio identitario che prima dava anche solo una parvenza di sicurezza alle genti locali è sparito e, soprattutto nei giovani e nelle persone più sensibili, ha creato un senso di smarrimento che talvolta ha portato a gesti estremi come il suicidio. Il giovane non si sente più parte della comunità originaria, ma neppure parte della città. I centri alpini sono diventati un po’ come delle periferie schizofreniche che s’affollano d’estate e nelle feste natalizie, per poi tornare a svuotarsi quasi del tutto gravate in più da una costipazione urbanistica inutilizzata (seconde case) che crea un senso di città fantasma abbastanza sconfortante. In loco il lavoro rimasto è per lo più nell’edilizia, che però, presto o tardi, dovrà fare i conti con l’esaurimento del territorio utile, e nell’attività estrattiva: le sole alternative all’emigrazione.

Giuseppe Miotti e Alessandro Gogna giungono in vetta al Grand Mont d’Areche, 25 marzo 1994, Beaufortain, Savoia, Francia
G. Miotti e A. Gogna giungono in vetta al Grand Mont d'Areche, 25.03.1994, Beaufortain, Savoia, Francia

Oggi fra le Alpi si sta combattendo una guerra non dichiarata fra concezione speculativa e consumistica del territorio e concezione conservatrice, che non vuol dire immobilizzante, orientata per lo più verso lo “sfruttamento” delle risorse ambientali ai fini turistici.

In alcune zone questo punto di difficile equilibrio è stato varcato in favore dell’assalto territoriale (seconde e terze case, cave, captazioni piccole e grandi, strade agro-silvo-pastorali che però nascondono secondi fini, ecc.) e qui, sebbene ancora esistente, l’attività turistica fatica abbastanza a sopravvivere, perché fastidiosa in tutti i sensi. Non solo perché sentieri, percorsi vita, aree verdi intralciano nuove iniziative speculative, ma anche perché la dimostrazione che in montagna si può vivere dignitosamente senza andare in cava, imprendere opere edili o sfruttare il territorio depredandolo, risulta controproducente per chi vuole far vincere la visione opposta.

Arrestare questo processo è forse ormai tardi ma, magari, si possono cercare dei modi per attenuarne la violenza e magari cambiarne un po’ la rotta.
 Incentivare e allargare le potenzialità lavorative dei giovani nelle loro vallate d’origine, può essere un elemento importante in questo tentativo e, di conseguenza, dare un volto nuovo, forse anche maggiormente istituzionalizzato, alla figura della Guida e dell’Accompagnatore potrebbe essere una mossa vincente.

Elementi importanti per ottenere questo risultato sono a mio avviso tre: il CAI, il CONAGAI (e i suoi Collegi Regionali), le Amministrazioni.

Il CAI
Mentre si formavano questi pensieri, processo durato molti anni, mi sono imbattuto spesso negli scritti di molti dei padri fondatori del Club Alpino Italiano, quasi tutti appartenenti alla nobiltà e all’alta borghesia, dai quali traspariva evidente un’idea politica; creare con il turismo alpino una grande risorsa per migliorare la precaria economia delle genti di montagna. Spesso usando le loro finanze si adoperarono per costruire i primi rifugi, per formare le prime Guide alpine, per rimboschire le pendici montane, per studiare i dissesti idrogeologici, per istituire un sistema di segnaletica dei sentieri, e poi per farli segnalare. Fu addirittura creato un fondo apposito per sostenere economicamente le famiglie di Guide alpine incidentate o morte sul lavoro. 
Ricordo che proprio qui, ai Bagni Masino, il Conte Lurani, organizzò una colletta fra i nobili ospiti, per aiutare le famiglie delle Guide Pedranzini ed Imseng, cadute con Damiano Marinelli sulla parete est del Monte Rosa. Ma le Guide avevano anche un loro fondo pensione, costituito da lasciti di diversi importanti alpinisti.

Non tutti questi nobili personaggi erano dei puri e sicuramente, sebbene con qualche disagio etico, alcuni vedevano in attività come quella mineraria o nel nascente sfruttamento idroelettrico una occasione di reddito anche per le proprie tasche.

Giuseppe Miotti nella discesa nel Canalone del Gigio, Marmolada pulita, 14 settembre 1988
14.09.1988, G. Miotti nella discesa nel Canalone del Gigio. Marmolada pulita 1988, Dolomiti

 

Il confronto magari ardito, ma proponibile, fra il CAI di allora con i suoi progetti e il CAI di oggi mostra indiscutibilmente un mutamento quasi speculare. Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale il CAI, complice anche la decadenza della professione di Guida, ha progressivamente invaso tutti gli spazi entro i quali avrebbe potuto esprimersi la nostra professionalità: corsi di roccia, soccorso alpino, consulenze per interventi sul territorio, opere di segnaletica, opere di messa in sicurezza di pareti e sentieri. 
In questo modo una struttura come il CAI, che è arrivata a contare ben più di 300.000 soci (leggi, voti) è diventata logicamente l’interlocutore più importante delle amministrazioni per ogni tipo di azione sul territorio alpino. Purtroppo, questa posizione di favore ha portato il Sodalizio ad estendere sempre più la sua influenza, affiancando il suo importante peso consultivo con una notevole quota di personale “volontario” che, inevitabilmente, ha tolto e toglie spazio a chi di montagna vuole vivere. 
Anni fa ebbi modo di esprimermi in merito: «Il CAI… potrebbe fare molto per favorire la professione della Guida, cosa che in questi tempi di fame di lavoro mi sembra anche di ampio respiro sociale. I giovani che puntano su questo lavoro non lo fanno per lucrare sui puri ideali dell’alpe, ma per vivere se possibile ancor più a contatto con essa. Il loro è un atto d’amore per le montagne e il CAI dovrebbe appoggiare questa loro predisposizione. I vantaggi sarebbero ben presto evidenti ed equamente ripartiti sui due fronti. Inoltre c’è quella che io chiamo ‘concorrenza sleale ma ineluttabile’: il CAI, con i suoi programmi, i suoi istruttori e la sua forza, esercita una forma di concorrenza legittima, ma chiaramente dannosa per le Guide le quali devono sempre assumersi gli oneri e i rischi di ogni iniziativa. Per stringere e spiegarmi forse un po’ meglio direi che è come se in Italia accanto all’Ordine degli Ingegneri esistesse un organo statale che presta gratuitamente gli stessi servizi, promuovendo e sostenendo con i capitali pubblici l’opera dei propri addetti.» Mi pare che a oltre vent’anni di distanza il senso del mio pensiero non abbia oggi perso di valenza.

Le Guide
Stabilito che se si vuole vivere di sola montagna il semplice accompagnamento il più delle volte non basta e che le Guide hanno fatto passi da gigante per ritagliarsi altri spazi professionali sinergici e complementari, oggi la professione vive a mio parere una condizione a macchia di leopardo: ci sono aree dove, oltre al solito accompagnamento, già moltissime attività sono di competenza di questi professionisti e aree dove, invece, le Guide locali sono quasi ignorate dalle amministrazioni.
 Pur rendendomi conto delle notevoli difficoltà che si presenterebbero, bisognerebbe trovare il modo che il leopardo perdesse le macchie, in favore di una più comune e diffusa considerazione della professionalità anche da parte delle amministrazioni.
 A mio avviso abbiamo una legge quadro che, essendo stata costruita per non scontentare nessuno, e sicuramente con qualche suggerimento da parte del CAI, è talmente vaga nel delineare i confini della nostra professione che è quasi inutile. 
Ridisegnare tale legge e renderla realmente efficace per difendere la professione è uno dei primi passi necessari.

Un altro aspetto in cui le Guide alpine mancano è quello della presa di posizione di fronte a iniziative poco favorevoli per non dire contrarie alla tutela del territorio. Se per certi versi è comprensibile che il singolo professionista taccia per non vedere compromesso il suo interesse di lavoro in loco, è invece poco comprensibile che a livello collegiale si preferisca astenersi. 
In fin dei conti, e pare che non ce ne sia resi ancora conto, un sistema di sviluppo opposto a quello della valorizzazione del territorio, ci erode potenzialità lavorative. Faccio un esempio personale: parte del mio lavoro consiste nella descrizione di zone di pregio e di interesse per gli amanti della natura, dell’escursionismo, della montagna.
 Ebbene, sempre più spesso mi capita di non poter proporre (o di non poter riproporre) itinerari o immagini perché il paesaggio è deturpato da capannoni, colate di cemento, fili elettrici, tubi e quant’altro. Quindi io, come professionista, mi sento minacciato da quel tipo di “sviluppo” aggressivo, irrispettoso e consumistico e vedo parte del mio terreno di lavoro (per fortuna ne resta ancora tanto disponibile) distrutto.
 Questa continua erosione minaccia tutti coloro, in primis gli agricoltori, che potrebbero cercare di trarre risorse economiche dalla montagna senza danneggiarla. 
Credo che, dopo tanti notevoli passi avanti sul piano delle tecniche professionali, sia giunto il momento che le Guide alpine facciano collettivamente un passo avanti anche sul piano culturale aggiungendo un peso che sicuramente non sarebbe indifferente anche nelle scelte amministrative.

Non possiamo chiuderci nel nostro piccolo mondo di vette selvagge con la certezza che sarà sempre intoccato e che ci darà sempre da vivere. Questioni anagrafiche e accidenti vari ci possono sempre allontanare dalla nostra isola felice, ma se a valle, soprattutto a valle, è stata fatta terra bruciata la nostra attività di ‘svelatori delle montagne’ dovrà essere interrotta. 
Dobbiamo vedere ogni valle e ogni cima come un valore da difendere, superando anche i nostri pur comprensibili interessi particolari cercando di capire che bisogna considerare le montagne nel loro intero come un’importante risorsa di lavoro che continuerà ad esistere soprattutto se riusciremo a spostare gli equilibri per ora pericolosamente pendenti verso la rovina.

Le Amministrazioni
Sono il terzo soggetto di riferimento per ottenere quanto sopra detto e dovrebbero essere i terminali di questa politica, quindi dovrebbero essere in definitiva gli attuatori sul territorio di questo progetto.

Giuseppe Miotti alla base della cascata di ghiaccio Durango, 1a ascensione, 11 gennaio 1980 (Val Témola, Val di Mello)
Val di Mello, Alpi Retiche, cascata di ghiaccio "Durango" (Val Temola), 1a asc., 11.1.1980. Giuseppe "Popi" Miotti all'attacco.

 

Conclusione
Sulla base di quanto sopra è evidente che per parte mia vedrei bene una ricomposizione degli attriti fra Guide e CAI, tuttavia dovrebbe essere proprio quest’ultimo a fare il maggior sforzo possibile. 
Insomma proprio per contribuire a risolvere i problemi sociali e ambientali prima esposti, per tornare sulla strada aperta dai padri fondatori, il CAI dovrebbe farsi promotore di un new deal per le genti di montagna e usare i notevoli strumenti di cui ancora dispone (per quanto?), per farsi da promotore di iniziative tese a favorire a incrementare in tutti i modi l’economia delle genti alpine tramite l’incentivazione del turismo, la creazione e la protezione delle professionalità (meglio se locali), la cessione alle Guide alpine degli aspetti operativi riguardanti interventi sul territorio e accompagnamento. Se, per esempio, il CAI usasse il suo peso per orientare le amministrazioni locali verso l’utilizzo delle Guide alpine anche per un monitoraggio diffuso del territorio, queste ultime potrebbero disporre di dati aggiornati sullo stato di sentieri e versanti montuosi che difficilmente potrebbero avere.
 Se il CAI fosse quello dei Cederna e dei Lurani dovrebbe lavorare per far risaltare ogni tipo di attività attinente la professione di Guida e non per ritagliarsi spazi operativi che a volte creano oziose se non dannose sovrapposizioni.

L’Art. I.1 ( 1 ) – Costituzione e finalità dice: “Il Club alpino italiano (C.A.I.), fondato in Torino nell’anno 1863 per iniziativa di Quintino Sella, libera associazione nazionale, ha per iscopo l’alpinismo in ogni sua manifestazione, la conoscenza e lo studio delle montagne, specialmente di quelle italiane, e la difesa del loro ambiente naturale“.

Ebbene se non s’incentivano i modi di trovare risorse economiche eco-sostenibili sul posto, se non s’incoraggia il recupero dell’identità, e l’orgoglio delle radici, inevitabilmente, in molte parti delle Alpi assisteremo a un progressivo degrado, anche dell’ambiente, il cui risultato meno grave potrebbe essere l’abbandono del territorio; in altri casi, per dar retta alla filosofia del cemento e della crescita (senza pianificazione), assisteremmo al suo depredamento.
 Ecco secondo me qual è la missione futura del CAI se si volesse prestar fede a quel primo articolo dello Statuto. Ecco un possibile nuovo punto d’incontro con le Guide dopo anni di separazione in casa.

Forse il paragone non è del tutto calzante, ma pensate ai grandi centri commerciali che sorgono come funghi e che giustificano spesso la loro esistenza col fatto di dare posti di lavoro. E’ vero, danno posti di lavoro, ma quanti ne distruggono a livello della rete dei piccoli negozi? E con tale distruzione non scompaiono solo posti di lavoro, ma anche quel tessuto sociale che in parte si creava anche grazie a quegli esercizi. Privato dell’anima un luogo è facile preda degli appetiti più disparati… 
Il costo sociale di queste strutture è difficilmente calcolabile perché si ripercuote non solo sull’aspetto citato, ma anche su altri fattori: viabilità, qualità della vita, rumore, inquinamento, ecc.
 Però credo sia più facile dare retta all’imprenditore di turno che dice che darà trenta posti di lavoro piuttosto che capire quanti se ne perderanno altrove e quali altri danni potrebbero venire dalla sua iniziativa: fra numeri certi e numeri incerti è più facile che prevalgano i primi per svariati motivi. Si cavano tot mila tonnellate di materiali, si costruiscono tot mila metri cubi di case ed edifici, si prelevano tot mila litri di acqua, si danno tot posti di lavoro. Diversamente, al di fuori dei dati relativi alle attività alberghiere è difficile quantizzare il valore del risparmio del territorio, valore che oltre tutto, scusate il gioco di parole, non perderà mai valore.

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Il CAAI è l’elemento più importante del CAI

Il CAAI è l’elemento più importante del CAI
di Spiro Dalla Porta Xidias
Relazione al Convegno Nazionale del CAAI (Caprino Veronese, 11 ottobre 2014)

Da quando vado in montagna e vivo per la montagna, il momento più bello, e vi prego di notare che ho iniziato nel 1942, è stato quando sono diventato Accademico.

Per me l’Accademico è l’ideale dell’uomo che va in montagna quindi, contrariamente a quanto ha detto nell’introduzione il presidente del Gruppo Orientale del CAAI, con cui mi scuso, non mi piace il fatto che il mio amico Umberto Martini, presidente generale del CAI, sia andato da una altra parte e non sia venuto qui, perché ad un certo momento io credo che gli anziani come me trovino poco confacente la poca attenzione che il CAI sta riservando all’Accademico.

Sono stato a Grado per assistere e gioire della premiazione della cordata che ha vinto il premio Consiglio, ma il giorno successivo, durante l’Assemblea dei Delegati, non vi è stato alcun momento in cui si parlasse di alpinismo, solo problemi e questioni cartacee.

L’intervento di Spiro Dalla Porta Xidias (a 97 anni suonati in piedi di fronte ai soci del CAAI seduti)
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In un’altra riunione dissi che temo che al posto del CAI arriveremo al CBI (Club Burocratico Italiano).

E’ ora che il Consiglio Generale del CAI rilegga l’articolo 1 dello statuto, che recita (NdR):

Art. 1 – Costituzione e finalità 1) Il Club alpino italiano (CAI), fondato in Torino nell’anno 1863 per iniziativa di Quintino Sella, libera associazione nazionale, ha per iscopo l’alpinismo in ogni sua manifestazione, la conoscenza e lo studio delle montagne, specialmente di quelle italiane, e la difesa del loro ambiente naturale.

Detto questo, per parlare della “libertà” nel mio intervento ho messo in primo piano conoscenza ed etica, perché per essere liberi, non a parole ma internamente, bisogna sapere, conoscere che cosa è l’uomo, chi è l’uomo.

Lo ha detto Platone, l’uomo è fatto di spirito e corpo. Questa nostra civiltà dà importanza solo al corpo, invece è lo spirito che conta e contemporaneamente in ogni uomo c’è un senso di innata elevazione.

L’ho sempre detto: in tutte le religioni e in tutte le tradizioni, la sede dell’aldilà (o il paradiso per chi è credente) si sono sempre collocati in cielo. L’uomo nasce con questo sentimento di elevazione.

Il bambino messo da solo in una prateria dove c’è un masso erratico non avrà pace fintanto che non l’avrà salito.

Allora parliamo di libertà, la parola è grande ma la libertà equivale, in questo mondo in cui si tende a rendere l’uomo simile ai robot, al senso che ognuno di noi trova andando in montagna, perché quando andiamo su di essa ci liberiamo assolutamente di quelli che sono i coinvolgimenti della vita normale.

Cominciamo non solo a guardare ma impariamo a vedere con occhio diverso la bellezza, ad ammirare la natura e valutare l’altezza del monte come un simbolo, non solo come una meta di arrampicata o escursionistica; ma è senso di libertà questa scelta che noi facciamo (che non è logica)? Quando arriviamo in cima a un monte viene da chiedersi “cosa abbiamo guadagnato?”.

Ovviamente niente di materiale, niente soldi se si esclude una piccola parte di professionisti sui quali si potrebbe dibattere se siano alpinisti o atleti.

Neanche fama, perché anche un calciatore, con rispetto parlando, della serie C è più importante di un grande alpinista.

Però con l’ascesa ti sei liberato, quindi hai avuto il senso di fare cose, che non esiste più in questo mondo: seguire un tuo ideale “gratuitamente”.

Parola magica che troviamo proprio nell’andare in montagna.

L’Accademico, oltre all’ascesa, cerca la difficoltà, l’esplorazione. Questa voglia conoscitiva è la cosa più bella, si è detto che l’esplorazione della terra è finita con i grandi navigatori del ‘400 e ‘500: ebbene NON E’ VERO (molto veemente, NdR), perché l’alpinismo ha sostituito l’orizzontale con la verticale.

Ha sostituito quindi una zona più breve e più piccola ma che direttamente punta a quell’alto che è nato con noi.

Libertà è la scelta di fare un’azione; malgrado tutto, anche andando per sentieri, affrontando rischi e pericoli gratuitamente, perché può cambiare il tempo, e già questo è sufficiente in montagna. Ma ognuno di noi la affronta per l’ideale, per la gratuità; in più l’Accademico la affronta scalando, affrontando rischi maggiori; avete sentito il ricordo di questi nostri fratelli che non sono più con noi, ero amico per esempio di Giancarlo Biasin (tono commosso, NdR).

Spiro Dalla Porta Xidias tra Gianni Mazzenga e Lella Cesarin Mazzenga. Caprino Veronese, 11 ottobre 2014
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Questo sta a indicare una scelta etica. Tu segui un ideale e questa è la libertà che la civiltà attuale non ci dà.

Due anni fa il nostro Presidente Generale del CAI voleva convincerci che occorre eliminare il rischio perché la società non ammette più il pericolo: ma per me il “rischio” è poesia.

Se noi si andasse in montagna raggiungendo la sommità per una scala, ciò non avrebbe senso e valore, il senso è invece volere ridiventare liberi con la libertà di scelta, preferendo andare per la via più difficile, che però è la via che ci fa sentire noi stessi.

È stato detto che l’escursionista vede maggiormente la bellezza della natura mentre l’alpinista non sempre può, perché la sua concentrazione è rivolta all’”innalzamento”.

Ma c’è una cosa che Voi tutti avete provato e cioè che quando si scala si fa parte della natura e della parete: si entra in lei. Si È la montagna! E sempre in essa si ritrova la parte più bella dell’essere umano che è stata troppo spesso dimenticata: la “Libertà”.

Quindi oggi come oggi, io penso che l’Accademico rappresenti il senso che deve avere il CAI.

Se il CAI non condivide queste ideologie le dobbiamo rivendicare noi, con queste importantissime adunate, perché gli Accademici volenti o nolenti dicano che siamo QUELLI che, come Preuss era stato chiamato proprio così, “il cavaliere dell’ideale”, siamo quelli che hanno gli ideali, perché solo chi ha un ideale è veramente libero e oltre che scalatore è anche artista e poeta.

L’Accademico è l’elemento più importante che esista nel Club Alpino Italiano.

Spiro Dalla Porta Xidias è nato a Losanna il 21 febbraio 1917 e vive a Trieste.
E’ stato sceneggiatore e alpinista e ha scritto circa 40 libri dedicati alla montagna e ai suoi protagonisti.
Traduttore di molti dei libri classici dell’alpinismo, come le opere di Pierre Mazeaud, Lionel Terray, Anderl Heckmair, Kurt Diemberger, Tony Hiebeler e Helmut Dumler.
Ha vinto 5 premi internazionali di letteratura. E’ stato direttore editoriale di Alpinismo Triestino e ha collaborato molti anni con Il Piccolo, Il Messaggero Veneto, Il Gazzettino e altre testate di alpinismo.
Socio Accademico del Club Alpino Italiano, in montagna ha effettuato 107 vie nuove su monti in Italia, Grecia, Montenegro e Norvegia. Ha fondato la stazione di soccorso alpino a Trieste, Maniago e Pordenone.
Per meriti riconducibili al soccorso alpino ha ricevuto il conferimento dell’Ordine del Cardo. I suoi incarichi lo hanno visto Presidente dell’Accademico Orientale, Consigliere Centrale del CAI e, infine, attualmente, Presidente del Gism, Gruppo Italiano Scrittori di Montagna.

Chi volesse può leggere qui una sua recente intervista, a cura di Piero Spirito.

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Un alpinista sui Tavoloni

Le Alpi Apuane: un patrimonio unico e di tutti
Firenze, 8 novembre 2014

Si è svolto come da programma al Teatro L’Affratellamento, in via G.P. Orsini 73, Firenze, un importante convegno organizzato dalla Rete dei Comitati per la Difesa del Territorio www.territorialmente.it. I vari relatori si sono succeduti nei tempi previsti, con interventi di grande spessore, ottimamente moderati da Claudio Greppi. Ada Macchiarini ha sostituito Riccarda Bezzi, all’ultimo momento impossibilitata a partecipare.

Il convegno si proponeva di delineare un possibile futuro delle Alpi Apuane in cui l’attività di escavazione sia ricondotta nei limiti di un’utilizzazione non distruttiva e si integri con la valorizzazione di risorse non usate o abbandonate. Due gli obiettivi immediati. Il primo è sostenere le osservazioni presentate dalla Rete e da altre associazioni ambientaliste al Piano di Indirizzo Territoriale con valenza di Piano paesaggistico adottato il 2 luglio 2014. Il secondo è delineare, con la partecipazione di diversi attori – locali e non – le condizioni e le opportunità di un’economia integrativa rispetto alla monocoltura marmifera. Si tratta di un primo passo affinché, ufficialmente o meno, le Alpi Apuane siano riconosciute come patrimonio che appartiene al mondo e non come proprietà di un gruppo ristretto di imprese, che sfruttano la Montagna in modo non sostenibile e con modestissime ricadute sull’economia locale.

Al mio intervento era stato in precedenza dato il titolo Le Apuane viste da un alpinista, e questo stesso io ho conservato qui, nel riproporre la ma relazione integrale: ma aggiungendo un punto interrogativo.

La Cava di Tacca Bianca, versante sud del Monte Altissimo (Alpi Apuane)Tavoloni-Veduta esterna-Cava Tacca Bianca-Monte AltissimoLe Apuane viste da un alpinista?
È vero, sono stato e sono un alpinista: e potrei intrattenervi per ore sulla bellezza delle Alpi Apuane, proprio nei confronti con le altre Alpi, alle quali non hanno nulla da invidiare.
Potrei raccontare ore, giorni, settimane passate in quelle valli, su quelle pareti e sulle cime. In contemplazione oppure nell’azione di una salita difficile.

Potrei dire anch’io come mi sono incantato di fronte a fiori che ci sono solo lì e non altrove, oppure di fronte a un’orografia che, già sconvolta di suo, in più punti è diventata dantesca per mano dell’uomo.

Ma io so che molti di voi sono qui perché come me amano le Apuane, dunque la mia testimonianza va a fecondare campi già fertili. Preferisco dare per scontate quelle emozioni che sicuramente la maggior parte di voi ha vissuto esattamente come me.

Vi voglio solamente raccontare una piccola avventura, le emozioni vissute nella quale di sicuro non spartisco con nessuno…

Tavoloni-09FooFLa parete sud del Monte Altissimo, con il mio percorso (31 ottobre 1993) di salita per la via Nerli, discesa al Passo di Vaso Tondo, discesa alla Cava di Tacca Bianca, Sentiero dei Tavoloni (in rosso) fino alla Cava dei Colonnoni

Circa una ventina di anni fa mi trovai a salire da solo la parete sud del Monte Altissimo, per una via difficile di Angelo Nerli e compagni. C’erano alcuni passaggi dove la prudenza voleva che salissi autoassicurato, così avevo con me la corda, l’imbragatura e i moschettoni. Risolsi abbastanza velocemente la via, in cima il panorama era grandioso ma un po’ cupo per via del cielo nuvoloso. Decisi di non scendere verso il Passo degli Uncini perché mi ero incuriosito a leggere di uno strano percorso che già la guida di Angelo Nerli sconsigliava già nel 1979 per via delle cattive condizioni in cui versava: il percorso dei “Tavoloni”.

Dalla Cava di Tacca Bianca, versante sud del Monte Altissimo (Alpi Apuane) si diparte l’ex “sentiero” dei TavoloniTavoloni Cava Tacca BiancaScesi così al Passo di Vaso Tondo, poi per un sentierino veramente esposto, per lo più intagliato nella roccia viva, scesi alla grandiosa Cava della Tacca Bianca, completamente abbandonata, caratterizzata da un antro artificiale gigantesco. Questa cava è a picco su una parete verticale che precipita al di sotto per almeno 2-300 metri, un luogo che, per la sua solitudine e per le reminiscenze michelangiolesche, mi mise i brividi.

L’esposto sentiero della Tacca Bianca

Tavoloni-sentTaccaBiancaperVasoTondo-a_436Sulla destra ci sono ancora dei macchinari che servivano per calare a valle il marmo tagliato, una toilette anche questa intagliata nella parete così come un piccolo altarino.

Andai in esplorazione a vedere come era il percorso dei Tavoloni, quello che avrebbe dovuto portarmi alla Cava dei Colonnoni: vidi una serie di putrelle di ferro infilzate nel marmo che in origine supportavano delle tavole in legno e che ne permettevano la percorrenza da parte dei cavatori. Qua e là qualche brandello di tavola marcita era ancora lì a testimonianza. Nessun segno di ringhiera esterna.

I pali erano lunghi tipo 130 cm, ed erano distanziati tra loro fino a due metri. Decisamente impercorribile.

Il Sentiero dei Tavoloni nel 1998

Tavoloni-IMGP4151Ma l’idea di tornare al Vaso Tondo e poi ancora in vetta all’Altissimo non mi andava a genio, così decisi di percorrere i Tavoloni autoassicurandomi a due anelli di corda che avevo con me. Assicurato al primo mi sporgevo nel vuoto per afferrare la putrella successiva, passarvi attorno il secondo cordone, quindi tornare indietro per recuperare il primo. Una fatica bestiale, perché il percorso è lungo sui 300 metri, quindi dovetti ripetere la stessa manovra per 150 volte circa, in qualche caso con grosse difficoltà, costantemente esposto a un vuoto come raramente avevo provato. E in più c’era l’incubo della possibilità che una putrella mancasse, quindi fossi costretto a tornare indietro!

Alla fine arrivai, sfinito.

Tavoloni-Cava Tacca Bianca-Monte AltissimoL’attuale condizione del Sentiero dei Tavoloni

Mentre tornavo alla mia automobile, mi ripromettevo che avrei fatto di tutto perché quell’espostissimo camminamento un giorno venisse recuperato, per fare del versante sud del Monte Altissimo un parco di archeologia marmifera.
Ora, con ricordi di questo genere, è chiaro che condivido e propugno ogni discorso a carattere ambientalista. Ma vorrei mi permetteste di andare un poco oltre, vista l’eccezionalità di questo caso, un gruppo di montagne in via di estinzione.

Qualunque fenomeno naturale stravolga una geografia ci disturba. Al di là dei danni economici per le catastrofi, una frana, un terremoto sono eventi che ci scuotono nell’intimo.

Se poi il fenomeno non è naturale (e quindi a esempio una serie di cave più o meno selvagge), ci disturba ancora di più. L’intensità di questo disturbo è tanto più forte quanto più ci ostiniamo a dare un significato di eternità a ciò che eterno non è mai stato.

La nostra epoca immersa nel virtuale (che è espressione del massimo della volubilità e quindi deperibilità) tende stranamente a negare il valore di ciò che è caduco, illudendoci (in un limbo di preteso e immutabile ottimismo) che la nostra esistenza matematico-informatica e le nostre sicurezze di vita sana e felice siano in costante crescita, quasi tendenti all’infinito.

Qualunque fenomeno contrario ci sbatte con evidenza in faccia la realtà, ci disturba, ma forse è anche un’occasione per crescere. E direi che nel caso delle Apuane l’occasione per crescere è davvero enorme e non possiamo lasciarcela sfuggire.

La grandezza della montagna (e quindi dell’universo) non è nella sua pretesa eternità, è nell’accettazione della sua “vita” e quindi prima o poi della sua morte. Già Roderick Nash, professore di storia e studi ambientali all’università di Santa Barbara (California), nel 1975 aveva sostenuto, in uno splendido articolo, per certi versi illuminato, i “diritti delle rocce”: in esso dimostrava come l’evoluzione dell’Etica, partendo dall’unità individuale si allargasse alla famiglia e alla tribù. In seguito il rispetto etico si estese alla nazione, alla razza, all’umanità (Cristo, Buddha), per arrivare poi in tempi più moderni ai mammiferi, quindi agli altri animali, poi alle piante. Il prossimo passo etico è l’ammissione dell’inorganico, cioè la terra e le rocce, l’acqua e l’ambiente in generale.

Come è distante a questo punto il concetto di “montagna eterna”. In ambito etico la “montagna eterna” è solo un concetto, dunque non dovremmo più soffrire per le mutilazioni e gli stravolgimenti. La montagna viva è l’unica esperienza possibile.

Ma il non soffrire più per le vicende dell’ambiente e il sapere che non c’è nulla di eterno non giustificano il nostro essere inattivi di fronte alle aggressioni; al contrario la nostra azione a salvaguardia deve continuare con più forza di prima, perché la caducità è l’unico mezzo che abbiamo per aspirare a qualcosa di davvero eterno.

Carlo Alberto Pinelli una volta scrisse: «Nessun reale sforzo per cambiare rotta verrà mai tentato se, a fianco degli spettri agitati con fin troppo buon senso dalla scienza ecologica, non verrà innalzato il vessillo dell’amicizia disinteressata e inutile con la Natura. Noi combatteremmo contro la rapina delle risorse naturali anche se, per ipotesi, le risorse del pianeta fossero infinite; combatteremmo contro la distruzione delle foreste anche se la loro scomparsa non provocasse una degradazione irreversibile degli ecosistemi terrestri; combatteremmo contro gli inquinamenti delle acque, dell’aria, del suolo anche se dagli inquinamenti non fosse minacciata la nostra salute fisica e il nostro benessere materiale. E combatteremmo semplicemente perché boschi, ambienti naturali, animali selvatici, acque limpide e così via, hanno dato e danno alla nostra vita un senso al quale non siamo disposti a rinunciare».

La consapevolezza della non eternità, la nostra finitezza ci danno la forza per continuare la nostra lotta. Il mio intervento non si propone di individuare le alternative sociali, ambientali e turistiche all’escavazione. Altri lo fanno e faranno molto meglio di me.

Ma perché gli abitanti delle Dolomiti, che nell’Ottocento vivevano in condizioni assai misere ed erano costretti a emigrare, oggi hanno trovato un decoroso modello di vita tramite il turismo? Perché non si può fare anche qui la stessa cosa? Il mondo sarebbe disposto a vedere distrutti dalle cave la Marmolada, il Sassolungo o le Tre Cime di Lavaredo?

Dobbiamo semplicemente “crederci”, crederci sempre di più, usare per altri scopi più nobili quella potente energia che ci ha fatto conoscere, scalare, colonizzare e sfruttare.

Proprio nei momenti difficili l’uomo si risveglia, di fronte a un disastro si fanno investimenti e piani Marshall in altri tempi difficilmente concepibili. L’italiano deve incominciare ad amare il proprio territorio, solo dopo questo passaggio culturale le risorse economiche salteranno fuori. È questo il momento delle Apuane.

Nota di Massimo Ghilarducci (20 novembre 2014):
Il sentiero della Tacca Bianca è accessibile dalla sottostante Cava Fitta, la cui recente riapertura però ne limita la percorrenza nei giorni feriali… speriamo che non ne chiudano il percorso… la scaletta di accesso alla Cava della Tacca Bianca è stata sostituita e da qui si può proseguire per l’emozionante sentiero fino al Passo di Vaso Tondo. Nel frattempo il CAI Pisa ha riattato il sentiero che dal Passo degli Uncini porta alla Cava Tela e poi alla Cava Colonnoni, con cavi e staffe nei punti molto esposti, tipo il sentiero della Tacca Bianca, come tipologia.