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I due soli di Renato Casarotto

I due soli di Renato Casarotto
(se non diversamente indicato, le foto sono di Enrico Ferri)

Vicenza, Teatro Olimpico. C’è un sacrale silenzio nel teatro al coperto più antico al mondo, neppure il più piccolo colpo di tosse: in 470 attendiamo al buio che la scena si accenda, che lo strisciante sottofondo musicale che imita il vento di montagna lasci spazio a un faretto che finalmente investe e illumina l’attore Massimo Nicoli lasciando nell’ombra i musici Francesco Maffeis e Jurij Roncan.

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Così inizia, la sera del 26 aprile 2016, lo spettacolo di Umberto Zanoletti, rappresentazione teatrale in atto unico DUE AMORI. Storia di Renato Casarotto,  da un’idea di Davide Torri dell’Associazione Gente di Montagna e da una scrittura di Nazareno Marinoni e Gianfranco Ialongo.

La scena è tanto nuda quanto grandiosa. Nicoli è seduto a un tavolino, a destra campeggia una rossa tenda da montagna con accanto uno zaino. Ma palco, gradinate, pubblico e attore sono dominati da un capolavoro di Andrea Palladio, diventato Patrimonio Unesco della Città di Vicenza e tempio universale della cultura.

Buio e attesa sono stati preceduti da una breve presentazione, condotta da Alberto Peruffo (il regista culturale) e da Roberto De Martin, presidente del Trento Film Festival (che ha scelto quest’occasione per aprire la 64a edizione) che introducono l’omaggio a una delle figure più importanti dell’alpinismo del secolo scorso, Renato Casarotto, cittadino benemerito di Vicenza, nel trentennale della sua morte. De Martin legge l’agghiacciante racconto di Gianni Calcagno, colui che fu calato nel fatale crepaccio per recuperare Renato morente.

Il 16 luglio del 1986, ai piedi del K2, moriva infatti Renato Casarotto, alpinista nato ad Arcugnano (Vicenza) il 15 maggio 1948, protagonista tra gli anni ‘70 e ‘80 di imprese ed esperienze che sono diventate, dopo trent’anni, per il loro alto valore esplorativo e umano, patrimonio dell’immaginario collettivo di tutta la comunità alpinistica internazionale.

Questa sera dunque, la montagna e l’alpinismo, con il loro messaggio universale, entrano nel cuore della grande cultura classica occupando una delle scene più ambite e celebrate dagli artisti di tutto il mondo, vetta metaforica dell’Olimpo culturale.

Considerate leggendarie, quasi tutte irripetute, le imprese di Casarotto sono raccontate da Nicoli senza retorica, attingendo a uno straordinario canovaccio basato sulla testimonianza di Nazareno Marinoni, giornalista valdostano della Rai, amico di Renato. Fatti ed episodi, alcuni dei quali sconosciuti, si succedono serrati, trasportando lo spettatore tra le montagne più belle e difficili della Terra, con la sola forza delle parole, dei pensieri e della forte storia d’amore che ha visto come protagonista la moglie di Renato, Goretta Traverso, presente in sala, donna di grande carattere e forza morale, prima italiana a salire una montagna di 8000 metri (il Gasherbrum II).

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La narrazione racconta l’alpinismo attraverso l’amore di un uomo verso la sua compagna e verso le montagne che lo hanno accompagnato in ogni giorno della sua vita: «La storia di un uomo e del suo incontro-scontro con il limite universale». I due Amori di Renato Casarotto.

L’alpinismo di Renato Casarotto è stato a tutti gli effetti un’esperienza totalizzante e molto creativa: il racconto, attraverso le parole di Nicoli, valorizza l’azione sulla montagna, ma nel contempo procede aprendoci sprazzi sulle profondità dell’amore per Goretta, quelle riflessioni intime che completano la grandiosità dei progetti e delle imprese. Mentre Renato era in azione sulla parete, Goretta viveva la propria esperienza alla base delle pareti, sapendo dialogare con quel mondo così inospitale, dove l’estraneità glaciale riesce a contagiare le profondità di noi stessi.

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Dopo giorni e giorni di solitudine in ambiente repulsivo, l’ordinaria raffigurazione nelle vesti di Goretta che Casarotto fa delle sue pulsioni più intime, vero motore della sua macchina da guerra, non può più reggere la finzione.

Aspettavo con emozione il momento in cui sarebbe stata raccontata la salita della Ridge of no return. Finalmente le calde parole del dramma pronunciano i due Soli che scorse Renato, i due se stessi affiancati, quello noto e quello sconosciuto, perché proiettato fino ad allora su Goretta, che si scopre altrettanto luminoso. Quello che lo aveva accompagnato e protetto, amico molto discreto, per tutta la sua vita leggendaria, quando tanto più il sole vero era cancellato dalle buie e violente bufere in quota, tanto più brillava nero e invisibile il sole della sua anima.

I due Soli appaiono dopo giorni e giorni, quando il viaggio di Renato è al culmine dell’intensità, nel climax delle atrocità fisiche e psichiche di un ambiente disumano, una visione cui Renato non può resistere, una spaventosa rivelazione di potenza che porta al ripudio di quella che egli stesso qualifica come “zavorra”, perché cerca di impedire quell’insana scissione psicologica che invece lo smisurato ego di Renato a quel punto vuole, pensando sia la soluzione.

In effetti di soluzione si tratta, la recisione di quel patto intimo che aveva per tanti anni fornito l’energia necessaria a cotanta volontà e concentrazione. Una soluzione di contratto purtroppo “no return”.

Massimo Nicoli
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Roberto Mantovani e Alberto PeruffoDueSoliRenatoCasarotto-TeatroOlimpico-ENR_2035

Filippo Zanetti, Roberto Mantovani, Alberto Peruffo e Alessandro Gogna chiudono l’evento
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Gli applausi, dopo 100 minuti, sono quasi liberatori, sembrano non smettere più. Alla fine della serata, dopo la voce dell’amministrazione comunale (Filippo Zanetti, Assessore alla Semplificazione e Innovazione), sono state ascoltate due testimonianze, in quanto amici di Renato, quella dello storico dell’alpinismo Roberto Mantovani e quella mia.

In teatro erano presenti moltissimi tra gli amici di Renato Casarotto, nonché alcune personalità dell’alpinismo e della cultura della montagna italiana. Con il pericolo di dimenticare molti: Giacomo Albiero, Carlo Claus, Lorenzino Cosson, Agostino Da Polenza, Kurt Diemberger, Ivo Ferrari, Davide Ferro, Maurizio Giarolli, Luca Giupponi, Rolando Larcher, Umberto Martini (presidente generale del CAI), Franco Michieli, Giuseppe Popi Miotti, Elio Orlandi, Cecilia e Maurizio Oviglia, Piero Radin, Vincenzo Torti, Adriana Valdo, Maurizio Manolo Zanolla.

Il ricavo della serata, detratte le spese, sarà donato in beneficenza dal Gruppo di Lavoro Olimpico CAI, SAV, GM, GAV per le adozioni a distanza di giovani nepalesi e peruviani bisognosi.

Goretta Traverso raccontò vita e imprese di Renato nel volume Una vita tra le montagne. Qui è con Nazareno Marinoni ai cui scritti è ispirato lo spettacolo. Foto: Roberto Serafin/MountCity.
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Solo di cordata

Solo di cordata

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Finalmente la lavorazione di Solo di cordata è giunta al termine! E nella serata di martedì 9 febbraio 2016 il film verrà presentato a Vicenza presso Ekuò Cinema, con ingresso gratuito.

Solo di cordata è il fedele ritratto filmico di Renato Casarotto, il fortissimo alpinista vicentino somparso al K2 nel luglio 1986, praticamente trenta anni fa. Ripercorre le sue più famose imprese alpinistiche e, grazie a preziosi materiali di repertorio inediti uniti alla voce dei suoi più intimi amici e compagni di cordata, racconta, con pensieri e voce dello stesso Casarotto, la ricerca umana celata dietro l’esigenza dell’azione alpinistica immersa nella natura più selvaggia.

E’ una raccolta di 84 minuti di immagini e pensieri sconosciuti che gettano luce sulla complessità umana e l’eclettismo di un uomo che, con la sua volontà e tecnica alpinistica, ha compiuto imprese straordinarie, molte delle quali ancora oggi insuperate e mai ripetute. E alcune neppure capite fino in fondo.

E’ l’esperimento umano “di uno dei più puri e meno celebrati alpinisti di tutti i tempi” che svela che cosa succede all’anima quando, penetrando in solitudine nella primordialità del mondo naturale, essa incontra lorigine.

“Nonostante molti procastinamenti, alcuni dovuti a problemi ma altri voluti al fine di dare la miglior forma possibile a questo progetto, ce l’abbiamo fatta!” esclama il regista Davide Riva. Scrittore e videomaker milanese, Riva ha una laurea scientifica alle spalle che non gli ha impedito di crearsi una forte cultura umanistica e di cedere all’amore per la narrazione in tutte le sue forme, dal linguaggio visivo a quello scritto passando attraverso quello musicale. Da questo cocktail di interessi prendono avvio le sue opere che spaziano e si contaminano di ogni universo della comunicazione visiva, e non solo.

Per scaricare il film Solo di Cordata:  www.solodicordata.it

Per saperne di più su Davide Riva: davideriva.net

Per saperne di più su Renato Casarotto:
http://www.alessandrogogna.com/2015/03/05/renato-casarotto-linsubordinato-parte-1/
http://www.alessandrogogna.com/2015/03/06/renato-casarotto-linsubordinato-parte-2/

Una delle più grandi imprese di Casarotto fu quella immensa cavalcata solitaria ch’egli fece sull’inviolata cresta sud-est del Mount McKinley. Trascriviamo qui le note asciutte ch’egli scrisse per l’American Alpine Journal del 1985.

La Ridge of No return al Mount McKinley
di Renato Casarotto

La Cresta del Non Ritorno è la cresta rivolta a sud-est che scende dalla Quota 15.000 piedi sul South Buttress del Mount McKinley per terminare nella diramazione occidentale del Ruth Glacier. E’ situata circa 1 km a sud-ovest della via Isis.

Ridge of No return al Mount McKinley. La cresta è stata raggiunta dal circo glaciale a sinistra. La cresta sale in diagonale a sinistra fino alla nevosa Quota 15.000 feet
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Dal campo base sul Ruth Glacier, sono passato da solo sotto alla parete nord del Mount Huntington per arrivare al piede della cresta. Questa comincia con una parete di neve triangolare di circa 300 metri situata alla fine meridionale (o sinistra) dell’enorme parete di neve e ghiaccio che forma la verticale parete est dello sperone sud-est. Dopo averne raggiunto la cima, per continuare lungo la cresta sud-est, è necessario oltrepassare lungo una serie di enormi cornici di tutte le forme e dimensioni, che si sporgono nel vuoto in differenti direzioni. Ho superato in questa sezione alcune torri rocciose di V grado, anche se in predominanza ho scalato su neve e ghiaccio. La salita era sempre esposta e molto pericolosa, con molte sezioni verticali o strapiombanti di neve e ghiaccio, alcune delle quali tra le più difficili da me mai incontrate. Gli ultimi 1000-1300 metri verticali li ho saliti prima per una parete di ghiaccio e neve, poi su terreno misto, e alla fine ancora su ghiaccio  e neve. La parte più ripida di questa sezione arrivava a 65°.

Ho lasciato il campo base il 29 aprile 1984 e ho raggiunta la vetta della Quota 15.000 piedi alle 21.30 dell’11 maggio. Ho avuto cattivo tempo nei primi sette giorni, poi tempo buono per cinque. La cresta è lunga 3 miglia (5 km) e sale per 2100 metri.

Avevo con me cinque chiodi da roccia e sei da ghiaccio, oltre a un corpo morto. Non ho usato corde fisse, non ho lasciato nulla sulla montagna e sono salite in stile alpino. Sono sceso per un nuovo itinerario che si svolge circa 500 metri a est della via normale di discesa, sulla sezione ripida della via del South Buttress.

La mia discesa ha comportato il superamento di circa 1100 metri di ghiaccio di fusione a 70°, e non è raccomandabile.

Mentre scendevo ho visto cadere da una parete di ghiaccio una cordata di tre alpinisti. Per me era impossibile dare alcun genere di aiuto e così ho deciso di raggiungere al più presto il campo base sul Kahiltna Glacier e dare l’allarme per l’elicottero di soccorso. Ho marciato tutta la notte e il mattino dopo ho incontrato alcuni alpinisti che mi hanno prestato un paio di sci. I tre sono stati salvati.

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La pervicace ricerca del destino – parte 2

La pervicace ricerca del destino – parte 2 (2-2)
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onversazione con Alessandro Gogna (Milano, 14 luglio 2015)
di Giorgio Robino

PARTE 2 (l’azione interiore)
L’Amicizia, il Mistero, il Destino: Gian Piero Motti, Renato Casarotto, Gianni Calcagno

Con Gian Piero Motti eravate amici?
Sì, certo. Non è che lo vedessi tutti i giorni, ma è stato un compagno di molte avventure.

Ti riporto uno stralcio di testo tratto dal libro di Enrico Camanni, “Gian Piero Motti. I falliti ed altri scritti”, Incontro con Carlo Mauri, pagina 294:
«A tutta prima potrebbe sembrare che Mauri abbia rinnegato la sua esperienza alpinistica, o per lo meno la consideri in luce negativa.
“No, affatto, considero ogni esperienza valida di per se stessa e sopratutto cerco di inquadrarla storicamente nel periodo che ho vissuto. E’ una esperienza che è stata fondamentale nella mia vita, utile anche in seguito come metro di paragone e confronto. Io non so se questo alpinismo di tipo occidentale avrà vita lunga: certo mi pare un po’ stanco, esaurito. Mi sembra che certe realizzazioni – ascensioni invernali, “solitarie”, spedizioni extraeuropee – ormai siano un po’ scontate e non esprimano nulla di nuovo, se non una più profonda insoddisfazione da parte degli alpinisti. Io invece penso ad un giorno in cui si guarderanno ancora le montagne dal basso, sorridendo e con un po’ di curiosità: come di fronte ad una rovina archeologica, si dirà che un giorno quelle creste, quelle pareti erano scalate da uomini che si arrampicavano su con corde e chiodi per giorni e giorni. O forse si andrà ancora in montagna, con lo stesso spirito con cui si va al cinema o a teatro…”.
Ancora una volta riaffiora il sospetto dell’utopia della fine della competizione uomo-uomo. Allora gli dico: “Ma un mondo così anch’io lo sogno, solo che non è più il mondo, perché è semplicemente la fine dell’uomo e quindi anche la fine di un mondo. Indubbiamente sarebbe un bel salto dialettico…”.
Forse non ci siamo ben capiti, e Carlo si arrabbia un po’. Si stropiccia la barba rossa e gli occhi azzurri sembrano bucare con il loro sguardo, mi accusa a viva voce di essere un egoista, un individualista, di non credere nella lotta collettiva».

Gian Piero Motti
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Alessandro, sei a conoscenza di questa conversazione? Perché Gian Piero Motti lamenta l’incomprensione? Sai cosa c’era “dietro”?

Ti dico subito che su quell’incontro non so niente, perciò non vorrei parlarne.

Forse Carlo Mauri stava proiettando i suoi contenuti su Gian Piero, scusa il discorso psicologico. Ai tempi c’era sempre un gran parlare del collettivo… allora c’era questa mania, di Mauri, di molti, anche mia, di pretendere che l’alpinismo avesse una sua validità in quanto forza collettiva… bisognava credere in questo valore ideale condiviso tra tante persone e tramite questo migliorare l’umanità, noi stessi…

Qual è il problema? E’ che Gian Piero è arrivato ben prima di altri a capire che tutte queste cose sono cazzate! Mauri accusa Motti, ma il mondo era ed è così soprattutto per chi sta accusando: l’egoismo, il non credere nella collettività, l’individualismo, sono esattamente le caratteristiche di ogni alpinista… A volte accusare un altro è proprio perché non si capisce che siamo noi stessi i primi a essere coinvolti… se a me dà fastidio l’azione di un altro dovrei domandarmi: ma perché mi sto incazzando? La risposta è: perché ho dei contenuti dentro di me che sono uguali a quelli che io sto vedendo nell’altro e questi contenuti mi danno fastidio perché li ho dentro; è un transfer (Freud, Jung, ecc.), non è che stiamo parlando di chissà che cosa. E’ la proiezione psicologica di contenuti: io vedo in altri quello che ho dentro di me e se non voglio riconoscerlo, lo riconosco negli altri, perciò mi dà fastidio. Mauri c’è cascato in pieno! Chi più individualista di lui?! E non è che lo dico per un giudizio negativo, tutt’altro! Per me gli individualisti sono persone eccezionali, però ripeto, della vicenda non so nient’altro che il passo che hai riportato.

Che Gian Piero fosse ben oltre l’alpinismo lo si comprende bene anche da come egli ricorda uno degli ultimi scambi avuti con Guido Rossa: “Incontrerò una sera d’inverno Guido Rossa, il quale fissandomi con quegli occhi che ti scavano dentro e ti bruciano l’anima, con quella sua voce calma e posata mi dirà che l’errore più grande è quello di vedere nella vita solo l’alpinismo, che bisogna invece nutrire altri interessi nobili e positivi”.

Ti leggo un altro passo, sempre dal libro di Enrico Camanni, “Gian Piero Motti. I falliti ed altri scritti”, Lettera a Ugo Manera, pagina 318:
«Così nel giugno del ’75 dovetti tacere in silenzio e subire con tanta amarezza insinuazioni, calunnie, cattiverie di ogni sorta. E poi via di seguito. Mi consola una cosa: che quando un giorno apparirà la verità (ed apparirà) sarà la sua forza a tappare la bocca a tutti. […] Il tuo amico (qui Motti parla di se stesso) è’ sempre stato perfettamente lucido e cosciente. Il tuo amico era impegnato in una impresa al di là del credibile, al di là dei sogni, al di là della fantasia stessa. Il tuo amico in questa impresa ha dato tutto se stesso, tutte le sue energie, anche la sua vita. Per chi? Perché? Un giorno certamente lo saprai. Ma durante tutti questi anni, sovente come Ulisse sbattuto per i mari, in mezzo ad avventure terrificanti, dove si affrontano mostri, streghe, uomini e dei, il tuo amico pensava alla sua pietrosa Itaca, a quei giorni passati sulle grandi pareti. Ma dimmi, sono forse ancora così come noi le vedevamo? Certo le montagne sì, sono immutabili nel tempo. Ma a me pare che gli uomini siano cambiati. […]
Si è frainteso tutto. Non si è capito che la montagna resta sempre la montagna. È l’uomo che deve mutare” ».

E riporto un altro stralcio estratto dal testo di Carlo Caccia, “Visionario dell’eterno ritorno” [http://www.intraisass.it/ritratto02.htm]:
«Per il “Principe” esisteva perfetta coincidenza tra il trovarsi sulla Nord-ovest del Civetta o su una solare placca granitica a pochi metri da terra. Scendere per poi risalire, lasciare il mondo di cristallo dell’alta quota per tornarvi con uno sguardo nuovo: ecco l’essenza del “Nuovo Mattino” che, nelle intenzioni di Motti, non avrebbe avuto alcuna ragione di esistere se non in funzione delle “Antiche Sere”, ossia del grande ritorno che ricorda quello di Ulisse ad Itaca. Anche se, come spiega perplesso Alessandro Gogna, “Le ‘Antiche Sere’ sono forse la contemplazione dell’irraggiungibile”».

Cosa significa: “Le ‘Antiche Sere’ sono forse la contemplazione dell’irraggiungibile”?
Questa è poesia, quindi la forma più estrema della realtà… e ti stai addentrando in un campo… pericoloso.

Ti confermo che sono stato un carissimo amico di Gian Piero, ci siamo frequentati dal 1967 fino a quando è morto. Ho assistito a tutta la sua evoluzione, fin da quando scrisse l’articolo “I Falliti” fino agli ultimi articoli… “Arrampicare a Caprie”, “Zero the hero”, ecc., cioè tutte le cose belle di Gian Piero… io l’ho seguita tutta l’evoluzione, con telefonate chilometriche di ore e ore in teleselezione, le chiacchierate di persona a Torino. E questo è il quadro in cui si svolge la vicissitudine con lui.

A un certo punto Gian Piero ha preso una sua strada, che era quella della ricerca e introspezione, un individualismo spinto al limite proprio, sul significato dell’uomo su questa terra, sfruttando molto le sue visioni oniriche, soprattutto alla mattina… quando era a casa non si alzava mai prima delle 9 perché quella è l’ora migliore per i sogni…

Tu mi guardi come un pazzo Giorgio, ma è così: queste cose o le credi perché le hai vissute o non le credi perché non le hai vissute, la cosa è molto chiara.

Allora lui aveva spinto la propria ricerca interiore a livelli “interstellari”… io non riuscivo a seguirlo, un po’ perché non volevo, un po’ perché non c’ero portato, un po’ perché forse il mio destino era diverso… però ti assicuro che quando lui parlava era una magia, lui non parlava in pubblico, parlava tra amici come stiamo parlando noi due… rapidamente in poche battute ti portava in un mondo del quale capisci non puoi fare a meno… che vedi non dico con invidia, ma con ammirazione.

Ma lui lo ha sempre detto: questo mio cammino mi porterà alla morte, la morte fisica, perché questo è il mio “destino”… una specie di Gesù Cristo, senza la pretesa di esserlo. Molto laico. La matematica certezza che questo cammino sarebbe finito solo così. Questa cosa è nata nel 1975 ed è durata 8 anni quando poi si è tolto la vita, al secondo o terzo tentativo… prima si era fermato perché la “voce” gli diceva che non era ancora il momento… lo so, siamo a livelli di racconti quasi paranormali… quasi incredibili!

Non voglio addentrarmi più di tanto in questo perché c’è un regola, Giorgio, per cui in questo mondo non puoi entrare solo perché qualcuno ti fa entrare, devi entrare volendoci entrare ed è estremamente pericoloso non solo ascoltare queste cose ma anche dirle! Scusa se sono ermetico.

Il motivo per cui quello che si scrive su Gian Piero è incomprensibile è proprio questo: volutamente c’è una censura precisa che impone a chi legge di conservare la curiosità senza che la curiosità possa essere soddisfatta a meno che non sia lui a volerlo, a proseguire il percorso.

I boschi di Breno (Val di Lanzo) in cui Gian Piero Motti “scomparve” per qualche giorno
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E tu hai fatto questo percorso?
L’ho fatto a modo mio nel senso che dal 1975 fino ad oggi, e sono passati 40 anni, non mi è mai passato per la testa che il mio cammino mi avrebbe portato al suicidio, mai! Perché il mio cammino è diverso. Indubbiamente meno estremo del suo, questo è certo. Io non avuto sogni così “costrittivi” di comando al quale devi obbedire.

Quindi più tranquillamente io mi auguro di morire nel mio letto, come tutti… ma nello stesso tempo la sua avventura ha cambiato la vita a tante persone, da quando nel giugno 1975 si è ritirato in un bosco in Val di Lanzo e per tre giorni è stato là senza che nessuno sapesse dove cazzo fosse… e nemmeno lui sapeva dove cazzo era! E’ partito per la tangente e si è risvegliato dopo un bel po’.

“Un giorno la verità si saprà”… No, saremo morti tutti prima, questa verità sarà all’apocalisse… cioè non credo che Gian Piero volesse dire, rivolto ad Ugo Manera: “un giorno anche tu Ugo Manera, saprai…”. Manera e noi tutti faremo a tempo a morire prima, perché questo sta succedendo… perché i tempi di realizzazione di questi disegni sono tempi “interstellari” e non hanno nulla a che fare con la nostra vita biologica!

Noi siamo delle “ombre”, come diceva Platone, del resto.

La materia… la materia che compone la nostra vita, quello che noi vediamo, tocchiamo, ecc. in realtà è la proiezione quasi filmica di una realtà che invece è spirituale e che sta da un’altra parte. Platone l’aveva chiamata “teoria delle ombre”, noi siamo cioè delle ombre di qualche cosa che esiste altrove, mentre l’ombra in realtà non esiste. Toglieva valore alla materia e lo dava invece allo spirito.

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Gian Piero diceva che è così: c’è una realtà precisa che viene proiettata come fosse un film e noi siamo delle inconsapevoli ombre e ci muoviamo in una superficie bidimensionale quando invece le dimensioni sono ben più di due, ci muoviamo e ci agitiamo al massimo come i topi nella gabbia, questa è la nostra condizione… poi ogni tanto qualche informazione arriva extra, passando dai buchi delle serrature, che sono i sogni, che sono le intuizioni.

Quella frase lì, “un giorno anche tu Ugo Manera, saprai” è troppo ottimistica.

Ugo non vedrà, Alessandro non vedrà.

Quindi Gian Piero non si riferisce alla sua morte fisica?
No. Lui si riferisce alla realtà che ci sta proiettando tutti, sullo “schermo”. Lui sta dicendo che un giorno le immagini riconosceranno di essere proiettate.

Tutto questo ha a che fare con uno dei cinque libri al mondo che salverei: “Risposta a Giobbe” di Carl Gustav Jung [https://it.wikipedia.org/wiki/Risposta_a_Giobbe]. Libro epocale, una roba che apre la mente in maniera incredibile.

Giobbe si fa delle domande sul perché Dio lo tortura e lo massacra in questo modo. Pur essendo lui un uomo di fede, glie ne fa passare davvero tante. Il “libro di Giobbe”, quello della Bibbia [https://it.wikipedia.org/wiki/Libro_di_Giobbe], è molto, molto bello.

“Risposta a Giobbe” è da leggere avendo letto prima il libro della Bibbia, che peraltro si legge velocemente… per modo di dire, perché ogni versetto ha la sua importanza.

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E Risposta a Giobbe è la visione che Jung ha di questo fenomeno, che poi è l’uomo. Alla fine del libro si dimostra che Dio ha bisogno dell’uomo almeno quanto l’uomo ha bisogno di Dio…

Per fare cosa? Per auto-riconoscersi! Perché Dio non si auto-riconosce.

E lo sta facendo solo grazie al nostro lavoro e la nostra sofferenza qui in terra. E’ come se l’entità che ci proietta sul muro, avesse bisogno di vederci per capire che cosa è.

Capisci che è la stessa cosa che sta dicendo Motti? Questa è la sostanza.

Motti era un tramite tra un mondo e l’altro. Qualcosa che noi non possiamo quasi immaginare. Deve essere stato così grandioso da rinunciare a tante cose… poi lui era uno che non aveva bisogno nemmeno di lavorare, si godeva la vita, non era un eremita, se c’era da trombare, trombava! Ma rispetto a “questa” cosa, tutto il resto non aveva importanza. Diceva: perché ti sbatti, fai…? tanto non è questo che conta…

Io riconoscevo l’energia necessaria per stare dietro a questo mondo: d’altronde sapevo che il mio destino era un altro. Lui non ti chiedeva niente, di essere suo allievo o altre cazzate del genere… questi discorsi li faceva con pochi, massimo quattro o cinque persone.

Ed ora ti sto facendo un magrissimo riassunto sempre per il motivo che non voglio andare oltre un determinato livello, perché può essere molto pericoloso, per me soprattutto, non tanto per te che ascolti. Abbi pazienza, ma così stanno le cose.

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Sulla morte poi evidentemente… a quelli che mi domandano: “Ma perché su Renato Casarotto hai scritto determinate cose?” ma ragazzi… ogni tanto qualcosa passa… e la morte di Casarotto è esemplare, veramente esemplare! Ma io non voglio andare oltre quello che ho scritto, perché è già troppo! Lo potrei fare solo con l’ansietà di apparire una specie di guru che ne sa più degli altri… cosa che veramente è lontana dalla mie intenzioni: io non voglio apparire come qualcuno che ne sa più degli altri, vorrei saperne più degli altri e basta!

Forse l’avevi già detto nel tuo libro “La parete”. Ti leggo uno stralcio tratto da un articolo di Marco Bellini, recensione al libro [http://www.intraisass.it/recstor1.htm]:
«Nel mio libro precedente
Un alpinismo di ricerca concludevo le mie teorie con le due fatidiche parole a stampatello: rivoluzione totale. […] In seguito non potei più evitare di pormi lo domanda: quale rivoluzione totale? L’idealismo mi spingeva a credere che dopo la rivoluzione toccasse a noi ricostruire […]. L’Annapurna e i suoi seracchi m’insegnarono che non toccava a me ricostruire un bel niente. Ciò sarebbe stato solo un atto di orgoglio. L’unico atto che mi si richiedeva era il continuare l’esplorazione di me stesso senza pretesa di successo».

Mi sembra, Alessandro, che tu abbia detto già lì quello che è tutt’ora la tua via. E’ così?
Assolutamente sì, uguale! Ma c’è un distinguo sull’ultima parola, la parola “successo” che può essere in due modi: successo perché sei riuscito nel tuo intento (la pretesa di successo), di fare una esplorazione raggiungendo delle conclusioni che ti soddisfano, oppure si può parlare di successo in termini sociali.

Però quella frase lì: “senza pretesa di successo” è riferita ad entrambi i successi: quello sociale e quello personale, perché io non so se avrò successo in questa impresa, ma questa è la mia strada.

Il blog è una manifestazione di questo.

Lorenzo Massarotto bivacca in una caverna
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Ti leggo un passaggio estratto da un tuo articolo pubblicato appunto su Gogna Blog il 25 aprile 2014, [http://www.banff.it/gian-piero-motti-la-contemplazione-del-mistero/]:
“La svolta ci fu nel giugno 1975, quando ebbe, ricercata e voluta fortemente, un’esperienza visionaria nella sua amata Val Grande (Lanzo). Dopo di allora, dapprima tutti gli amici, ma poi anche gli estranei, sentirono che quell’uomo aveva «visto» di più degli altri, e quindi che «sapeva» di più. È naturale che altri ancora, refrattari, sviluppassero per Gian Piero una vera e propria insofferenza.
[…]
Piuttosto, gli piaceva non dire tutto, lasciare quelle curiosità che così abilmente seminava. Infatti i suoi scritti dicono di lui molto più di quanto sembra a prima vista. I piani su cui scriveva erano SEMPRE due. Era responsabilità soprattutto del lettore se molto rimaneva nascosto. Semplicemente perché qualcuno non «vedeva». Ciò non toglie che molte cose non abbia mai avuto il coraggio di scriverle e se le sia tenute per sé. Al massimo si lasciava andare a qualche lungo discorso con amici, cui rovesciava nel profondo dell’anima sogni che ti rivoltavano come un calzino.
[…]
Lo scritto più rivelante da questo punto di vista è
Le antiche sere, ossia la sintesi felice. Motti, ad un certo punto, si è trovato di fronte a qualcosa di irraggiungibile. Forse le Antiche sere sono una contemplazione dell’irraggiungibile, l’annullamento dell’Io di fronte alla grandezza del Mistero. Nella nostalgia del tempo in cui, vivere nel Mistero, era la normalità.
La nostra intera vita dovrebbe essere permeata dalla contemplazione del Mistero: e per questo insegnamento non finirò mai di ringraziare il mio più grande Maestro: Gian Piero Motti.”

Questo “mistero” è quello indicibile di cui mi hai parlato prima?
Ci sono sempre due livelli: faccio riferimento sia al mistero della proiezione di cui ti ho accennato prima (il mondo, la proiezione…), sia ad un livello più vicino, di mistero più raggiungibile, in senso più generale, che chiunque può vivere.

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Di misteri ne abbiamo tanti e non c’è bisogno di andare nel “cosmo”, basta guardarsi un attimo intorno: il mistero di come la formica riesca a fare quello che fa… ci sono milioni di misteri!

La contemplazione del mistero è una attività, un esercizio che il positivismo ha cercato di eliminare senza per fortuna riuscirci. E’ stata quella forza (per carità, che ben venga, non sto demonizzando) che ha spinto l’uomo a farsi domande e darsi delle risposte con la “scienza”, Ma questo è l’ “anti-mistero”! Invece l’uomo ha bisogno del mistero! Della fede, della religione, perché sono mistero.

Quindi la contemplazione del mistero, nel nostro piccolo, senza andare a toccare il grande mistero di Motti, è quella. Abbiamo bisogno dei nostri misteri, di cui per altro siamo invasi: c’è già il mistero della nostra vita, della nostra nascita. Nessuno ha mai provato niente, su dove andremo, cosa faremo, da dove veniamo. Boh, mistero!

“Contemplare” significa mettersi lì e vivere serenamente, pacificamente questa condizione che è salubre ed assolutamente quasi necessaria all’organismo, alla psiche.

Affinché non si impazzisca?
Sì. Le “antiche sere” sono un po’ questo. Sono irraggiungibili. Intanto le sere sono passate, sennò non le chiameresti sere, è vero che stasera ci sarà una altra sera e domani sera ce ne sarà un’altra ancora. Non ci sono più ma evidentemente le abbiamo vissute. Ma allora è un ricordo?

No. E’ qualcosa di più che un ricordo anche perché la frase è detta in antitesi al “Nuovo Mattino”. Quindi credo che la definizione di “contemplazione dell’irraggiungibile” e quindi del mistero sia la definizione più esatta di quello che voleva dire lui. Ma… “senza pretesa di successo”.

Sai, Giorgio, qui siamo in un campo molto minato, molto minato.
Pervicace2-1515500015La forza psichica è quella che abbiamo sondato di meno e misurato di meno. Perché non è razionale, non è scientifica, non è qualcosa che puoi ricondurre alla ragione. E’ qualcosa che si impone e basta. E’ un mondo che soltanto alcuni, chiamiamoli “eletti”, hanno avuto modo di provare e qualcuno ci ha lasciato anche le penne, tipo Gian Piero.

Del resto, la morte di un individuo è nulla in confronto a quello di cui stiamo parlando.

La morte è un “passaggio”?
Sì… Vediamo le cose il meno egoisticamente possibile: il nostro egoismo ci dice che dobbiamo continuare a vivere finché possiamo, ma poi nel 2100 saremo tutti morti, no? Tu, io…

E nel momento in cui moriremo non avrà alcuna importanza se il tuo amico Gian Piero Motti è morto prima di te. Non so se rendo l’idea.

Se la sua vita è durata meno della mia, in fin dei conti non avrà importanza! Perché l’importanza c’è per chi vive, non per chi muore.

Quindi cambieremo tutti idea. Questo è tragicamente chiaro! Cambieremo tutti idea.

Egoisticamente ci dispiacerà morire, certo. Specie se te ne accorgi. C’è gente che muore nel sonno… bene.

Perché parli di “terreno minato” da cui stare alla larga?
Perché c’è un’energia dentro di noi che siamo certi di non poter controllare.

Non puoi avere la pretesa di controllare questa energia, quindi la devi trattare con molta circospezione. E’ come mettere le dita dentro una presa di corrente a 220 Volt. L’elettricista ha un mestiere che gli permette di averci a che fare senza avere danni, ma un non elettricista può rimanerci secco. E’ solo un esempio.

Con questa energia di cui stiamo parlando il rischio c’è.

Io lo sento dentro di me, sento quando può esserci trasmissione. Se con te sono reticente… non che io sappia chissà che cosa di più, è nella “intensità” che sono reticente… perché sento che non potrei essere diversamente. Con un’altra persona non mi passerebbe nemmeno una parola, sarebbe dare perle ai porci, di più, sarebbe mettere semi nell’acqua, perché i semi vanno messi nella terra.

L’energia è senza controllo. Non è il bene! E’ costruttiva e distruttiva. E’ tutto. E’ Shiva.

E’ Dio Brado, proprio quel Dio che ha bisogno di Giobbe per riconoscersi e Giobbe deve stare molto attento, molto attento… Il Libro di Giobbe racconta una grande tragedia finita abbastanza bene…

Perché Gian Piero parla di “dei” e di “mostri”, quando scrive a Ugo Manera? Perché c’è la grandissima balla del Cattolicesimo che dice che Dio è “Bene”!

Dio è Bene un accidente di niente perché se fosse così tanto Bene non ci sarebbe tutto il casino che c’è qui. Non è Bene per nulla! E’ qualcosa di orribilmente potente che noi ogni tanto intendiamo come Bene. Perché la maggior parte delle volte viviamo solo tragedie e basta e la tragedia stessa di essere uomini, di nascere e morire.

Gian Piero ha fatto un “patto” con l’energia? O ne è stato risucchiato?
Questa è una domanda molto valida. Quanto è stato risucchiato o quanto poteva padroneggiarla? Mah… sai, c’è la parola “martirio” che può salvare in questa vicenda…

Il martirio di Guido Rossa
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La parola “martirio” pare cristiana, o islamica di questi tempi…
Sì. E’ una persona che va alla morte convinta che la sua morte sia nulla di fronte alla grandiosità di quello in cui lui è immerso in quel momento, vedi per esempio quando il Cristianesimo doveva affermarsi rispetto ai pagani, agli imperatori e ai leoni che ti mangiavano…

Quando uno è convinto, quello è un martire vero… e allora come possiamo stabilire se è l’energia che lo ha divorato o se invece è stato proprio lui ad abbracciare l’energia, nella convinzione che quella fosse la strada giusta?

Noi la risposta non la possiamo dare.

Lessi qualcosa sullo sciamanesimo tolteco, a proposito di “libertà”, e sulla via degli sciamani, i “guerrieri dello spirito”, che sostenevano di controllare l’energia arrivando a una “liberazione totale”, senza esserne “mangiati e basta”… Ha a che fare tutto questo con quel mondo di Gian Piero?
Sì, ha a che fare. Credo che l’uomo sia sempre stato a contatto, tramite questi personaggi, con l’“iper-potere assoluto”, il Mistero! Perché qualcosa filtra e la luce passa sotto le porte… ciò che è curioso è come questo possa facilmente mescolarsi con l’ignobile tentativo di sfruttamento di questa tendenza umana… ma non è proprio il caso di Gian Piero.

Renato Casarotto
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Vuoi dirmi qualcosa di Renato Casarotto?
Quello che ho detto, ho detto! Ho detto fin troppo, mi ci ha trascinato Alberto Peruffo e ne ho scritto anche quest’anno nel blog. Sono stati tre i post su Casarotto: Ricordo di Renato Casatotto [http://www.banff.it/ricordo-di-renato-casarotto/], Renato Casarotto l’insubordinato p. 1 [http://www.alessandrogogna.com/2015/03/05/renato-casarotto-linsubordinato-parte-1/] e Renato Casarotto l’insubordinato p. 2 [http://www.alessandrogogna.com/2015/03/06/renato-casarotto-linsubordinato-parte-2/].

E lì siamo vicini, siamo al limite.

Certo, mi ha fatto piacere che Alberto, a sua volta investigatore del mistero e della grandiosità di Renato, alla fine mi abbia ringraziato e detto che ci saremmo risentiti… prima era proprio curioso, poi qualcosa deve essere passato attraverso le fessure e attraverso di lui, perché non l’ho più sentito…

Da qualche parte lessi che Lorenzo Massarotto nelle sue solitarie aveva un “amico silenzioso” con cui parlava ed era un lettore di Castaneda. Lo hai mica conosciuto personalmente? In qualche modo la sua vicissitudine umana è simile a quella di Renato Casarotto?
L’ho incontrato di striscio, quando ancora non era il “grande” che sarebbe poi diventato. Nel 1979 venne una volta a casa mia, a Milano, con Toio De Savorgnani. Stavano partendo per la spedizione al Manaslu volevano qualche “consiglio”. In seguito, la sua riservatezza, sia in montagna che nella vita, ha un po’ impedito a tutti coloro che s’interessavano alle sue imprese di saperne di più. Figuriamoci cercare di sapere qualcosa di più su di lui!

Lorenzo Massarotto
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Come ho già detto in un mio post (http://www.banff.it/le-vie-e-la-via-del-mass/), le idee e le imprese di Lorenzo Massarotto nascevano e si realizzavano senza una pianificazione del proprio successo, senza pensare a un domani più bello di oggi: esattamente quando ogni giornata è così ugualmente serena che potrebbe essere la tua ultima. In pari con l’anima.

Quanto alla domanda se la sua vicissitudine umana sia o non sia simile a quella di Casarotto, posso solo dire che purtroppo la morte accomuna tutte le vicissitudini.

Ti leggo un passaggio, tratto dal libro di Piero Tarallo, Gianni Calcagno, pag. 154 (1994):
«“Mi sento sempre più solo”, ha confidato Alessandro Gogna in una intervista rilasciata a Sandro Filippini della
Gazzetta dello Sport, il 19 maggio 1992, subito dopo aver saputo della scomparsa del compagno di tante scalate.
[…] Totale, semplice pura la loro passione giovanile per la montagna. Passione che li ha uniti, ma anche divisi. […] Non lo vedevo più tutti i giorni, ma per me Gianni era rimasto ugualmente un punto di riferimento, una sicurezza. Pensavo spesso: “C’è Gianni”. Ed era bello avere questa certezza. Ora devo riorganizzare queste mie sicurezze. Sono molto più solo con me stesso.
E’ difficile trovare solamente con le proprie forze l’equilibrio interiore necessario. Sapere distinguere tra il vero equilibrio e quello falso: questo è il passaggio che porta alle disgrazie. Quell’equilibrio per lui evidentemente era svanito e non se ne era accorto».

Gianni Calcagno all’Annapurna
Annapurna 1973: G. Calcagno

Che successe a Gianni Calcagno?
Siamo ai livelli di Casarotto. Siamo lì, al limite di quello che si può dire. Purtroppo è una questione di “equilibrio”, un equilibrio che a volte si sa che c’è e a volte non si capisce che non c’è più.

Tu, forse hai “deciso” di stare sotto la “crepaccia terminale”, cioè di non superare la linea di equilibrio?
Io questa linea la supero tutte le volte che parlo con gente come te! Il momento pericoloso è questo! Non quando sei sotto una crepaccia terminale! E’ quando hai a che fare con la “forza”… poi la crepaccia può essere occasione di morte, o di un incidente in cui puoi sopravvivere o non sopravvivere… ma il momento in cui si decide tutto è nella tua testa, prima, non dopo!

Certe cose sono chiare: ora che io mi senta sempre più solo è una cosa emozionale, vera, perché se tu sei stato amico di una certa persona… “C’è Gianni!”. Perché ti guardi intorno e vedi che è morto questo e quell’altro… e dici: io ho cominciato con Gianni, e Gianni c’è!

Ed ha fatto un sacco di cose che io non ho fatto, quindi mi completa in qualche modo, o io completo lui… vedevo in lui un completamento, non dico che fossimo quasi la stessa cosa, non sono così rincoglionito, ma è una sensazione, una emozione che tu provi!

Come adesso, che c’è mia moglie! Le voglio bene, lei c’è! Altro che sentirmi più solo…! Non parliamo di cose così strane, no?

Dopo, sull’equilibrio, lì andiamo nel campo minato, non si può dare alcuna spiegazione, solo ricordare a colui che legge che è in un campo di dimensioni più ampie di quelle del semplicemente umano. E’ un campo metafisico certamente, pericoloso, che ti mette in contatto con forze ed energie che tu non puoi controllare, assolutamente!

Vatti a leggere attentamente quello che ho scritto su Casarotto, perché lì veramente c’è il mio pensiero, “quasi preciso”, specialmente il passo che riguarda la sua solitaria alla cresta del McKinley, che poi lì c’è il “tentativo” di morte subito dopo, nel crepaccio, episodio rispetto al quale quello fatale di un anno dopo sul K2 è quasi la replica. Questo è agghiacciante, se ci pensi! Lo dico. Però bisogna farci caso, perché è quasi detto con non-chalance.

L’equilibrio interiore è la capacità, o conscia o inconscia (perché potrebbe essere un po’ l’una e un po’ l’altra cosa) di fronteggiare le grandi forze sconosciute del tuo inconscio e dell’inconscio collettivo in cui siamo tutti immersi.

La maggior parte dei “sereni”, quelli che non hanno problemi, ha un equilibrio quasi innato, istintuale: e vive felice; altri lo cercano più volutamente, con contrasti e mettendosi nei pericoli, perché c’è il rischio che il mostro ti mangi. E’ un mostro!

E la “diplomazia interiore” tra ciò che noi riusciamo a comprendere con il nostro intelletto (la nostra parte razionale e cosciente) e la parte incosciente, è una diplomazia difficilissima… le trattative tra Grecia e Unione Europea sono niente in confronto! Anche la parte inconscia è lì a riscuotere crediti!

E’ difficilissimo l’equilibrio ed è un attimo che salti qualche fosso e “caghi fuori dal bulacco”, come dicono a Genova. E’ un attimo, ed è per questo che dico che è estremamente pericoloso. Perché potresti lasciarti prendere, potresti inflazionarti da solo, dare troppa importanza al tuo “io cosciente” che crede di avere raggiunto chissà quali mete di dominio su di sé.

Senza pretese di successo?
Senza pretese di successo! La traduzione è che il nostro io non deve minimamente mai pensare di essere superiore al tutto quello che lo circonda.

Vuol dire umiltà. Vuol dire limite! Come ho già detto, no-limit è una bestemmia. Purtroppo la maggior parte della gente non lo comprende.

Mi è chiaro che non è chiaro…
E’ chiaro che non è chiaro, giusto! Ma c’è un quadro, che può essere terrificante e nello stesso tempo così soddisfacente da essere auto-bastante, totalizzante, perché non c’è bisogno d’altro. “Tutto il resto non conta”. Però poi ti accorgi che questa frase è una grandissima stronzata, è solo un pensiero… perché alla fine tutto si traduce negli “atti” che fai!

Le azioni umane quotidiane?
Uno non può, nel suo proprio quotidiano, dire: faccio qualunque cagata perché tante le cose importanti sono quelle là e le so! Le so un cazzo! Perché sapere non significa niente. Quello che è importante è che tu le faccia, e non solo saltuariamente, bensì sempre, nelle cose che sei chiamato a fare, dal cagare tutti i giorni al mangiare, dal volere bene ai tuoi figli e ai tuoi cari al dovere del lavoro. Le tue azioni devono essere precisamente inquadrate in questo modo di vita, che prevede anche la superficialità.

Non fai niente senza la “superficialità”, quel moto di non-importanza!

Un gesto d’amore è qualcosa che fai perché lo senti. Chi lo riceve è contento e la cosa muore lì, ma questa azione rinfocola un amore, continua a costruire qualcosa che emozionalmente è importante. Tu hai bisogno delle tue emozioni, la tua compagna ha bisogno delle sue emozioni. Ed entrambi abbiamo bisogno di dare.

E quindi dobbiamo vivere così: se mi metto a pretendere che tra di noi tutto è già stato detto e fatto e che quindi io possa negarle una carezza (o una sicurezza), è finita, non va più bene.

Ecco perché dico che nelle tue azioni di tutti i giorni si deve rispecchiare questo mondo, deve essere quasi cristallino, anche se a volte ombroso, e l’ombra c’è proprio quando viene detto che il mistero è importante.

Nel momento in cui tu difendi il mistero, passi al “nemico”! Non so se ti rendi conto? Passi al nemico letteralmente! Perché il mondo visibile che ti sta circondando è nemico del mistero. Chi vuole il mistero, chi lo ama? Dimmelo! Nessuno!

Nemmeno le religioni?
Intanto la religione fa un grosso errore perché si basa sul mistero per darti una “verità” che è così, punto e basta. Cioè tu devi avere fede e vedrai che sarai ricompensato. Ma che cazzo mi dici? Io devo avere fede in quello che mi racconti tu e quattro libri detti Antico e Nuovo Testamento? Devo avere fede in questo? Sono strumenti che io leggerò, magari anche con avidità… ma non chiedermi la fede cieca in una verità “rivelata”.

Ma non può essere considerata la religione come un “difesa” del mistero?
Può esserlo, ma nel momento in cui una religione pretende che “quel” mistero sia verità, allora diventa una difesa del mistero tramite una verità affermata. Che mistero è più nell’“ipse dixit”?

Ecchecazzo! No! Io voglio invece indagare cosa c’è dietro ‘sta roba, a quel punto contemplando il mistero, perché se io so che quella lì non è la verità, allora il mistero c’è ancora e riesco a contemplarlo.

Nell’indagine del mistero, alla fine, senza pretesa di successo, c’è la contemplazione di esso!

Gian Piero ha “preteso” quel successo?
So solo che di fronte all’accettazione della propria morte, tutto passa in secondo piano, cioè cambia il piano: non puoi più affibbiare i tuoi coefficienti di ragionamento e di emozione a una persona e a un individuo che hanno cambiato determinate regole.

Se tu giochi a scacchi e il tuo compagno gioca con altre regole, beh, il gioco non è più possibile. E’ un altro gioco e non riesco più ad applicare la formula “ha sbagliato/non ha sbagliato”, non ci riesco perché siamo su un altro piano. Io accetto che ci possa essere un piano diverso, nel quale io non mi sono mai addentrato né voglio farlo.

Nelle lunghe telefonate parlavate di queste cose?
Dopo il 1975, nelle lunghe telefonate parlavamo proprio di questo. Prima si parlava solo di vie.

E’ stata una grande esperienza. Tra l’altro, dopo che lui è morto, “confesso” (posso usare questa parola: confesso!) che mi sarebbe piaciuto, nel periodo in cui iniziavo a fare l’editore, prendere i suoi scritti e farne un libro (esattamente come è stato fatto un bel po’ di anni dopo da altri, con il titolo “I Falliti”, un bel titolo di merda), perché talmente grande era l’emozione per quanto successo, che mi sembrava dignitoso raccogliere gli scritti e proporli…

Ma non mi è stato possibile per motivi che a raccontarli non ci si crede. E che non voglio raccontare! Perché metterei in cattiva luce delle persone e questo non è giusto, questo non è giusto! Ma li so bene i motivi, piccole miseriette.

Oggi sono contentissimo che non sia successo e che quindi il libro lo abbiano fatto altri, meno coinvolti di me: mi sarei messo in una situazione allucinante di pericolo, perciò sono stato salvato!

Le miseriuccie… perché dare importanza alla superficialità? Perché, porca puttana, a volte ti salva! Piccole cattiverie di una persona nei tuoi confronti ti salvano! Allora rivalutiamole queste cattiverie!

E’ una lotta senza quartiere… Per esempio l’eliski: ti dicevo “ci si incista”… ma ora capisci di più il significato della parola “incistarsi”?

Ci si incista su una cosa di questo genere perché non si prendano in considerazione tanti altri problemi. C’è un doppio piano: un piano più forte.

Ci si incista perché ti rendi conto che è su queste piccole miserie che vale la pena di combattere. Ti ho fatto l’esempio di ‘sti qui che credevo mi avessero fatto del male impedendomi di realizzare quel libro… invece, a distanza di qualche anno, ho capito che mi hanno fatto del gran bene, non del male e li ringrazio ancora oggi!

Certo involontariamente, ma che importanza ha se considero che la parte involontaria e quella volontaria fanno parte di un unico essere?

Quello che ti ha pestato il piede e ti dice che non l’ha fatto apposta: va bene, non l’ha fatto apposta, ma qualcosa che glielo ha fatto fare c’è. Io non credo al caso. Dopodiché non è che l’ammazzi perché ti ha pestato un piede, e se pestarti il piede significa salvarti, benissimo!

Ma perché chiami Gian Piero proprio: “Maestro”?
Ma perché, porca miseria, io ero un “baluba totale” di questo genere di cose, uno che brancicava nel buio… perché è pur vero che io avevo cominciato il mio processo di individuazione, per citare Jung (ma si può chiamare in tanti altri modi), ma ero ancora alle prime scaramucce…

Sì, ciascuno lo inizia quando nasce, ma il momento in cui tu riconosci che lo stai facendo è una situazione particolare. Finché lo fai senza accorgertene e fai la tua vita, va bene. Ti stai modificando pian piano ma non lo sai. Nel momento in cui cominci a saperlo, e sai che stai cercando di dare una direzione capendo cosa hai dentro, è lì che comincia il processo di individuazione.

Questo è successo dentro di me, guarda caso nel 1975. Eravamo coetanei con Gian Piero (lui era del 6 agosto e io del 29 luglio).

Il glorioso pullmino verde con il quale Ornella e io compimmo il viaggio in Oriente 1974-1975. Qui nella Khagan Valley (Pakistan)
1975.01 Khagan Valley 001, pullmino verde

Nel 1975, per un motivo contingente, ero reduce da una sbandata amorosa con una francese che aveva portato il mio matrimonio con Ornella a condizioni disastrose di casino totale… con Ornella avevamo deciso di partire e fare un viaggio in Asia, lasciando 50 lire sul conto corrente. Il viaggio iniziò nel novembre ‘74 e tornammo nel settembre ‘75, dunque quasi un anno. La “scomparsa” di Motti è esattamente del 21 giugno 1975 e io ero in Ladack… l’ho saputa solo quando sono tornato.

Il processo di individuazione mio è incominciato in un momento preciso: durante il viaggio di ritorno, con il furgone, Ornella ed io eravamo in Grecia. Nei pressi di Salonicco, molto stanchi, ci fermammo per dormire vicino al mare e mi venne una terribile diarrea. Sono andato in mare ed ho cagato in acqua! La diarrea è importante perché ti libera! E’ mancanza di controllo… il controllo delle feci non c’è più, stai perdendo controllo su qualcosa in termini psicologici.

Appena tornato a Milano, dopo un anno di furgone e di 8000 (ero stato sul Lhotse), lì a casa ho capito che avrei dovuto intraprendere una certa strada, che è quella dell’introspezione e ho iniziato a leggere una quantità spaventosa di libri.

In quel momento ho rivisto, credo a novembre, Gian Piero ed è lì che ho avuto da lui determinati input. Le due strade si sono incrociate e abbiamo capito entrambi che il mondo che avevamo condiviso, quello di prima, quello alpinistico, dell’andare in montagna, era un mondo non morto, non da seppellire, ma che andava letteralmente in secondo piano! Per lui, ma anche per me.

Da allora non ho più fatto queste grandi cose, sì ho fatto qualcosina, ma non stiamo parlando delle grandi imprese degli anni prima: la solitaria alla Walker, il Naso di Zmutt… e avrei potuto farne anche altre perché la forza ce l’avevo, ma non avevo volontà di passare un certo limite!

Ho riconosciuto un limite ed ho preferito andare in un’altra direzione, questo assieme a lui, e siccome lui aveva avuto quell’esperienza del 21 giugno 1975, da lui ricercata peraltro e comandata quasi dalle sue voci del mattino, capisci che tutto questo mi metteva nella posizione di “allievo” puro e semplice. Ecco perché lo chiamo “maestro”… perché lo è! Non è che sto esagerando! Anche se lui probabilmente si incazzerebbe…

Ma non che lui ti abbia indicato una strada precisa da seguire, giusto?
Beh, certe affermazioni le faceva, per carità! Ma era anche uno che ti stava a sentire. Gli raccontavo di quello che facevo, della cagata in mare, dei libri che leggevo, del mio rapporto con Ornella, tutto un insieme di cose che faceva parte del bagaglio di due amici che parlano.

Ma in tutto questo pian pianino si è affermato lui e lo riconosco con la massima umiltà: aveva fatto delle esperienze più forti delle mie, più intense, più paurose, più tutto. Non mi ha mai detto “bisogna” fare così! Non è che facesse il maestro, nessuno ha mai supposto questo. E’ che si imponeva a tal punto… in un consesso di persone magari diceva mezza parola e basta, e tutti quanti lì come pecore ad ascoltare, poi c’erano quelli che lo odiavano, ma la maggior parte era affascinata, senza che lui lo volesse, perché doveva stare attento a esercitare in pubblico determinati suoi fascini, perché non andava bene…

Ricordo per esempio che c’era più trasmissione per telefono che non a voce; per telefono si lasciava andare di più. Chiudevo la telefonata intontito… mentre nell’incontro faccia a faccia era più leggero. Magari di persona, o con altre persone, non si entrava eccessivamente in profondità… ma invece la telefonata tra noi due era micidiale!

Sai quante volte ho detto: mi piacerebbe fare quello che fa lui, ma per fortuna non l’ho fatto, non era la mia strada!

La mia strada era altra: la mia strada è stata quella di fare due figlie con la seconda moglie e poi prendere anche una terza moglie. Questa era la mia strada, e ognuno la giudichi come vuole.

In una vecchia intervista di Filippo Zolezzi, disponibile sul web (ma non so di che anno) [http://www.alpinia.net/editoria/interviste/int_008gogna.php], dicevi che avevi un sogno nel cassetto; cos’è questo sogno cui accennavi?
Il “sogno nel cassetto” è sempre quello: è vivere la propria vita seguendo quello che è già scritto. Fare in modo che la tua vita coincida con ciò che è stato scritto. E’ chiaro?

No…
Sì… perché il libero arbitrio c’è quando c’è un limite o più limiti, chiamiamoli “paletti”. Tu scegli e scegliendo determini la tua libertà. Questa è la libertà dell’adulto. Quella dell’infante è il fare il cazzo che vuole, ma quella non è vera libertà!

Ma la tua libertà, di adulto, ha bisogno, per essere tale, di paletti. Allora quale può essere il paletto più grosso? Il paletto più grosso è accettare che esista un “destino”. Ma questo destino è “variabile”: è qualcosa che tu effettivamente puoi cambiare, quindi libertà!

La vera libertà consiste nel fare esattamente quello per cui tu sei stato destinato, sapendo che puoi fare altro.

Quindi l’abilità di riconoscere ciò che è il tuo destino, la capacità, la voglia anche di farlo, non l’acquiescenza al come va va, ma la voglia di fare esattamente quello che tu sei stato chiamato a fare.

Carl Gustav Jung
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Questo mi è difficile da capire, perché sembrerebbe una contraddizione in termini!

No, no! Perché tu sei libero di non farlo e diciamolo pure, non è che ci si riesca così facilmente. E’ una impresa disperata! E’ disperato riconoscere quello che sei portato a fare, e poi farlo davvero… può essere fastidioso, può essere brutto, può implicare la tua morte… questo è successo a Gian Piero.

Questa è secondo me la funzione dell’individuo sulla terra, perché è evidente che il contadino vietnamita nella sua risaia è chiamato a fare al mondo delle cose abbastanza diverse da quelle che sono chiamato fare io piuttosto che tu o l’esquimese, o la signora Merkel! Ci sono dei destini, cazzo, dai!

Già come nasci, vuol dire determinare il 99% della tua vita. Nel momento in cui nasci in un certo posto da certi genitori. E’ vero o non è vero?

Non è che uno che nasce nelle risaie o nel deserto ha le stesse possibilità di uno che nasce a Milano o a Londra… Non è così, non mi possono dire questo.

Allora significa che c’è una prima bozza di destino: tu sei stato chiamato a fare questo: sei nato là con questi genitori, con questa educazione. Questo è da accettare, porca puttana! Non è vero che siamo tutti uguali. Siamo uguali fisicamente, questo sì, non c’è differenza tra uomo nero e uomo bianco. Ma se nasci in una squallida periferia in Nigeria, o nel Biafra o nella guerra del Darfur, se nasci lì, sei condannato a sopravvivere o morire dopo pochi giorni di fame! Non vogliamo parlare di destino, qui? Quindi è da scemi dire che il destino non esiste! Non è vero che il destino non esiste e quindi non è vero che possiamo fare il cazzo che vogliamo purché che lo vogliamo.

C’è un destino e l’abilità consiste nel fare esattamente quello che lui vuole. Questa è l’unica libertà che ti è concessa. A tue spese e a tuo pericolo e nella pressoché totale incertezza sull’avere successo.

Ma allora qual è la differenza tra la ricerca disperata e pervicace del proprio destino e il non fare un cazzo, ovvero il vivere superficialmente, senza farsi domande?
Io ti potrei dire che la differenza non la so! Perché sono preso a tal punto nell’altra via, che mi riesce quasi impossibile che ci sia gente che questa via non la cerchi… però sono abbastanza integro da riconoscere che hai ragione, c’è un sacco di gente che vive così… e, a ‘sto punto, non mi rimane altro da dire che per loro è abbastanza facile seguire il loro destino. Se il loro destino è quello di non avere alcun tipo di curiosità… ebbene, lo stanno facendo! E io devo tenerne conto, perché come ho detto prima, i superficiali, chi non guarda al mistero… io li devo rispettare come tutti gli altri, perché se io non lo facessi, mi metterei in una posizione di superiorità che non mi compete, che mi esalterebbe e che m’inflazionerebbe pericolosamente.

La conversazione si deve interrompere qui, e forse manca una ultima domanda conclusiva, ma anzi no, l’incontro si chiude forse nel modo più significativo, il più bello: appena chiudiamo il registratore entra a casa di Alessandro sua figlia Elena (non si vedono da un po’ di tempo), e si abbracciano a lungo. Forse l’abbraccio è il destino!

Elena, circa dieci anni fa
Elena a casa di Simone

Li lascio subito soli, e tornando in auto verso Genova, mi vergogno un po’: per essere stato inadeguato, non avendo seguito nemmeno la traccia delle domande che mi ero preparato, dimenticandomi di chiedere di Messner, e di questo e di quell’altro, e dell’Arte, dell’Amore, della Natura… e mi sento davvero ignorante sugli argomenti filosofici trattati. Che velleitario sono!

E quando ha detto Perché Dio non si auto-riconosce!”… Io non sono certo un teologo… ma la frase mi spiazza forse più di tutta la sua spiegazione sulla “energia”, che invece in parte “capisco”.

L’auto-riconoscersi… questo sì che è complicato al cubo! Avrà fatto riferimento al testo di Jung, ma mica ce la si può cavare con l’intuizione inconsapevole!

Ma poi in fondo credo mi abbia detto già molto, e lui direbbe: anche troppo!

La temperatura esterna a Milano è 40 gradi, ma quella interna dentro di me è stranamente fresca. E se la ricerca del destino è una impresa disperata… mi pare di essere ora quasi leggero.

Libri citati
La Sacra Bibbia, Il Libro di Giobbe, circa 575 a.C.
Platone, Repubblica, Libro VII, Il mito della caverna, circa 360 a.C.
Carl Gustav Jung, Risposta a Giobbe, 1952
Alessandro Gogna, Un alpinismo di ricerca, 1975
Alessandro Gogna, La parete, 1981
Gian Piero Motti, I falliti e altri scritti, a cura di Enrico Camanni, 1983-2000
Renato Casarotto, Oltre i venti del Nord, 1986
Carlos Castaneda, L’isola del Tonal, 1974
Pietro Tarallo, Gianni Calcagno, 1993

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La storia del Cervino – parte 5

Storia del Cervino – parte 5 (5-6)

Il 14 luglio 1965, 100 anni dopo Whymper, la prima donna scala la parete nord: Yvette Vaucher, con il marito Michel e Othmar Kronig. È da notare che il 25 luglio 1963 Nadja Fajdiga, con Ante Mahkota aveva dovuto ritirarsi sulla cresta dell’Hörnli in corrispondenza della spalla.

Dall’11 al 13 agosto 1965 Annibale Zucchi e Giuseppe Lafranconi vinco­no la parete sud-est del Picco Muzio. Anche per colpa dei primi salitori non si sa molto su questa via, che deve essere però assai pericolosa nel canalone iniziale.

Annibale Zucchi sulla via dei Ragni al Picco Muzio
Annibale Zucchi e Giuseppe Lafranconi aprirono la via dei Ragni al Picco Muzio. La via, aperta dall'11 al 13 agosto 1965 dai due lecchesi, è uno splendido esempio di intuizione in grande anticipo sui tempi: trovare un itinerario estremo su roccia su una montagna simbolo come il Cervino. L'esempio fu poi seguito da Alessandro Gogna e Leo Cerruti sul Naso di Zmutt e da Hervé Barmasse e Patrick Poletto sullo Scudo del Cervino. Archivio Giuseppe Lafranconi, Livigno.

La parete nord-nord-ovest è sempre rimasta dimenticata per due ragioni: 1) l’assoluta verticalità interrotta solo da strapiombi, fuo­ri dalla portata dei tempi fino ad almeno il 1958 (Hasse-Brandler, Cima Grande di Lavaredo); 2) la parete non si vede da alcun centro abitato. Dopo la conquista delle più strapiombanti pareti dolomitiche, delle più verticali pareti ghiacciate (parete nord dei Droites, ecc.), delle ultime pareti granitiche del Monte Bianco (Blatières, Fou, ecc.) occorreva «qualcosa» che riassumesse tutto. Questo qualcosa poteva essere la parete del Naso di Zmutt, cioè la Nord-nord-ovest del Cervino. 1200 metri di altezza. I primi 400 di misto a 70°, 700 metri di roccia verticale e strapiombante, gli ultimi 100 facili, sulla cresta.

Nell’agosto 1968 Gianni Calcagno ed io saliamo alla base della parete verticale. Alla fine del 3° giorno, dopo una persistente bufera scappiamo sulla cresta di Zmutt. Nell’ottobre 1968 un poco serio e molto pubblicitario ten­tativo di Mirko Minuzzo, Enrico Mauro, Livio Patrile e Rolando Albertini. In 12 giorni superano solo 350 metri. 14 luglio 1969. Ritento, con Leo Cerruti. Alla sera del quarto giorno siamo in vetta. Un’arrampicata meravigliosa, dif­ficile e completa. Paragonabile alla Hasse-Brandler della Grande di Lavaredo, detratti ovviamente la quota, il misto iniziale, l’isolamento. Niente chiodi a pressione né corde fisse. Indubbiamente la mia «prima» più impegnativa. Venne usata la tecnica allora più nuova: i cordini con i nodi incastrati nelle fessure, due rurp consecutivi, bong delle dimensioni più grandi.

Il 14 luglio 1970 è la volta del pilastro sud est del Picco Muzio, af­frontato da Guido Machetto, Gianni Calcagno, Leo Cerruti e Carmelo Di Pietro. La via è di interesse tecnico, perché of­fre un’arrampicata sicura su roccia solida con elevate dif­ficoltà. I quattro bivaccano in vetta e per una bufera non proseguono sulla Furggen. Discesa a corde doppie lungo l’i­tinerario di salita. Pilier dei Fiori è il nome dato alla via.

Innocenzo Menabreaz e Oreste Squinobal
Cervino5-Innocenzo Menabreaz e Oreste Squinobal

Anche la parete sud del Cervino ha avuto la sua prima inver­nale. Su di essa si svolse una corsa che se non ebbe l’interesse della parete nord e neppure quei retroscena giorna­listici, ebbe invece una indubbia attrazione spettacolare. Ci mancava solo che i protagonisti si prendessero a colpi di piccozza. Il 19 dicembre 1971 Gianni e Antonio Rusconi con Giuliano Tessari stanno attrezzando la prima parte di parete. Arrivano il 20 Arturo e Oreste Squinobal con Giuseppe Cheney e Rolando Albertini (tutti e quattro guide). Nessuna alleanza. Il 21 discesa generale, per cattivo tempo. Il 22, i due Squinobal, Cheney e Albertini riprovano, segui­ti a presso da Ettore Bich, Jean Hérin ed Innocenzo Menabreaz (tutti e tre guide). Essi bivaccano 80 metri sotto ai primi. Il 23, raggiunta la cengia sotto la testa, Albertini e Cheney rinunciano alla competizione ed escono sulla Enjambée. A 70 metri dalla cima i tre dietro si accorgono di essere più lenti dei due Squinobal: Hérin si slega, scende da solo fino alla cengia. Bich e Menabreaz continuano e tre minuti dopo che il primo degli Squinobal è arrivato in vet­ta, Bich arriva a sua volta. Ordine d’arrivo: 1° Squinobal, 2° Bich, 3° Squinobal, 4° Menabreaz. Mai si era verificata una cosa simile: e nessuna di queste persone aveva ideato per prima la salita invernale della Sud. Infatti già nel marzo 1970 Gianni Calcagno e Leo Cerruti erano arrivati a 200 metri dalla cengia sotto la testa e si erano ritirati per cattivo tempo.

Dall’11 al 13 agosto 1972 i cecoslovacchi Zdislav Drlik, Leos Horka, Bohumil Kadlcik and Vaclav Prokes aprono una nuova via sulla pa­rete nord (via Cecoslovacca di Destra); indubbiamente di difficoltà non superiori alla via Bonatti. L’originalità di questa via è pressoché nulla. Tra l’altro gli ultimi 400 metri forzatamente in comune alla Schmid.

Già nel febbraio 1973 René Mayor, Raymond Joris, Robert Allenbach, Edgar Oberson, Jean e Daniel Troillet tentarono due volte l’invernale del Naso di Zmutt. Finalmente lo stesso Oberson, con Thomas Gros, riuscì nel suo intento, dal 21 al 28 febbraio 1974, con l’uso di molte corde fisse. Peccato che l’impresa fu appannata dal recupero in vetta, tramite elicottero, dei due esausti protagonisti!

Dal 14 al 16 febbraio 1977 il giapponese Tsuneo Hasegawa sale da solo e d’inverno la via Schmid.

Marco Barmasse
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Dal 10 al 12 gennaio 1978 una cordata di forti guide valdostane ha finalmente ragione della parete ovest d’inverno: Arturo e Oreste Squinobal, Rolando Albertini, Augusto Tamone, Marco Barmasse, Innocenzo «Nio» Menabreaz e Leo Pession giungono in vetta nell’infuriare della bufera. Purtroppo nella discesa un ancoraggio cede. Albertini precipita e muore, mentre Barmasse rimane ferito a una gamba. È l’inizio di un’odissea che si concluderà dopo quattro giorni con il recupero con l’elicottero dei sopravvissuti che nel frattempo avevano raggiunto la Capanna Carrel. Già tre anni prima, nel 1975, Marco Barmasse e Giovanni Hérin avevano tentato l’invernale della Ottin-Daguin: ingannati dal tracciato decisamente rettilineo pubblicato da Mario Fantin nel suo libro sul Centenario del Cervino, i due si erano impegnati per due giorni su una linea difficilissima, senza peraltro neppure arrivare al grande risalto verticale e strapiombante che caratterizza la metà parete. Le sette forti guide tre anni dopo, evitando quella variante e seguendo un itinerario più logico arrivano al risalto e qui trovano opportuno aprire una notevole variante a sinistra del passaggio che sia la cordata di Carrel sia quella di Ottin avevano superato.

Arturo Squinobal
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Dal 7 al 10 marzo 1978 le polacche Wanda Rutkievicz, Irena Kesa, Anna Czerwinska e Krystyna Palmowska salgono in invernale e cordata femminile la via Schmid alla Nord.

Dal 29 luglio all’1 agosto 1981 Michel Piola e Pierre-Alain Steiner vinsero il Naso di Zmutt per una via Diretta. Sia pur con molta moderazione, i due alpinisti svizzeri, che tante altre vie avevano aperto in quel modo, aprirono l’era degli spit anche sul Cervino. E, un po’ dopo, dal 26 al 31 dicembre 1982, ecco Daniel Anker e Thomas Wuschner risalire lo stesso itinerario in prima invernale. Ma, nel frattempo, il 12 e 13 luglio 1982 il fortissimo André Georges aveva salito il Naso di Zmutt (via Gogna-Cerruti) in prima solitaria. Ed era destino che ancora per un po’ questa via non dovesse avere semplici ripetizioni: infatti la quarta salita fu di Jean-Marc Boivin e ancora André Georges che, il 17 e 18 luglio 1986, la concatenarono in 24 ore con la cresta nord-nord-ovest della Dent Blanche!

Michal Pitelka (a destra) qui con Thomas Ulrich)
Cervino5-Thomas Ulrich e Michal Pitelka
Dal 21 febbraio al 1 marzo 1983 i cecoslovacchi Michal Pitelka, Jiří Smíd e Josef Rybička affrontano la parete nord, con l’intenzione di superare direttamente quel grande risalto che spicca nel settore sinistro della parete, unico tratto davvero verticale della Nord con uscita sulla Spalla. Un capolavoro passato in secondo piano ingiustamente, la via Cecoslovacca di Sinistra è stata ripetuta (nella parte più difficile) da Jasper e Schaeli nel 2011.

Pochi giorni dopo la fantasiosa guida di Valtournenche Marco Barmasse, assieme a Leo Pession, Luigi Pession e Gianni Gorret, s’inventa la bellissima prima invernale della via Deffeyes alla parete sud, in giornata (10 marzo 1983).

Francek Knez
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Ora è la volta di un’altra grande impresa passata nel dimenticatoio, ma che prima o poi verrà rivalutata come tutti i grandi capolavori. Il 15 e 16 giugno 1983, gli sloveni Francek Knez, Tone Galuh e Jaka Tucic affrontano la parete sud sulle rocce del Picco Muzio, a sinistra della Via dei Fiori, con l’intenzione di superare poi il grande risalto a strapiombi che sottosta all’obliquo della via Piacenza. Dal racconto di Knez, notoriamente modesto e contenuto nel giudicare i propri successi, traspare che i tre si sono trovati in grande difficoltà, nella nebbia, poi nel brutto tempo. Raggiunta la Spalla di Furggen, continuano a sinistra della via diretta (Carrel-Chiara-Perino) ma s’imbattono presto nella variante Bonatti. E qui decidono di scendere, percorrendo poi la cengia Mummery fino alla cresta dell’Hörnli e continuando in discesa per questa, rinunciando alla vetta. Ma quanto hanno fatto probabilmente basta già per parlare di grande impresa anche se un po’ offuscata dall’incompletezza. Trije musketirji (I tre moschettieri) è il nome di quest’itinerario tutto da riscoprire.

Nel settembre 1983 il francese Jacques Sangnier, non nuovo a questo genere di imprese, sale in quattro giorni e in solitaria la via Ottin della parete ovest. Pochi giorni dopo, il 28 settembre, Marco Barmasse e Vittorio De Tuoni fanno la prima ascensione del lungo crestone sud-ovest del Picco Muzio. Raggiunta la sommità del Pilier dei Fiori, proseguono fino alla vetta del Picco Muzio, nell’ultimo tratto congiungendosi con la via dei Ragni. Per maggiori informazioni sulla ragnatela di vie del Picco Muzio vedi il post apposito. Nel frattempo, approfittando del bel tempo stabile, il 29 settembre Renato Casarotto e Gian Carlo Grassi riescono nella prima ascensione della verticale muraglia della parete sud del Pic Tyndall. Nei pressi si svolgerà anche la prima ascensione della parete sud-est (sullo stesso Pic Tyndall), 4 ottobre 1983, Giovanna De Tuoni con Marco Barmasse e Walter Cazzanelli.

Lo stesso Barmasse, con Walter Cazzanelli e Augusto Tamone, il 17 marzo 1984 ripete (in prima invernale) la via Casarotto-Grassi. Ancora Marco Barmasse ha l’idea di realizzare (11 settembre 1985) il concatenamento in 1a solitaria, 15 ore, di tutte le creste del Cervino: ascensione della cresta di Furggen (1a solitaria lungo gli “strapiombi”), discesa cresta dell’Hörnli, ascensione cresta di Zmutt e discesa cresta del Leone.

Yvan Ghirardini
Cervino5-Ivano Ghirardini -1980

Dopo il magnifico exploit del francese Yvan Ghirardini, che nell’inverno 1977-1978 aveva concatenato da solo (senza alcun aiuto esterno) la Nord del Cervino (via Schmid, 21 dicembre 1977), la Nord delle Grandes Jorasses (sperone Croz, 7-9 gennaio 1978) e la Nord dell’Eiger (via Heckmair, 7-11 marzo 1978), l’esempio viene ripreso qualche anno dopo dai più forti campioni del momento. Il 25 luglio 1985 il francese Christophe Profit effettua in meno di 24 ore il concatenamento estivo (con uso di elicottero e grande diffusione mediatica) delle pareti nord di Grandes Jorasses, Eiger e Cervino. Lo sloveno Tomo Česen lo imita e lo supera dal 6 al 12 marzo 1986 con il concatenamento invernale delle stesse pareti. Il che provoca la reazione di Profit che, il 12 e 13 marzo 1987, fa lo stesso concatenamento in 41 ore.

E in tema di grandi velocità, compare il primo record della salita al Cervino: il 10 agosto 1990, Valerio Bertoglio sale alla vetta del Cervino di corsa (da Cervinia a Cervinia in 4 ore e 16 minuti, per la cresta del Leone).

(continua)

Valerio Bertoglio
Cervino5-Valerio-Bertoglio

 

 

 

 

 

 

 

 

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Renato Casarotto, l’Insubordinato – Parte 2

Che ci consegna un Insubordinato? Parte 2 (2-2)
da un colloquio con Davide Riva

La letteratura alpinistica ci racconta di molti casi in cui individui allo stremo delle forze e stressati al massimo hanno subìto lunghi dialoghi con presenze esterne, come se un compagno invisibile gli arrampicasse accanto. Il fenomeno è capitato più spesso a un solitario, ma anche cordate ne hanno riferito. Episodi simili sono stati riportati anche in caso di lunghe avventure ai poli, nei deserti, nelle traversate oceaniche. Il dialogo è interiore, ma a tutti gli effetti sembra un dialogo normale, tranne che non ci si capacita di non riuscire a vedere l’interlocutore. Sembra così vero… E’ un’allucinazione? Direi più una visione, molto più reale di un sogno. Il sogno può essere molto forte, mai però come una visione.

Quando sopraggiunge questo genere di visione è perché siamo molto stanchi, o molto impauriti… o quasi sopraffatti dall’ambiente che ci circonda. Non abbiamo più l’energia che ci sorreggeva all’inizio.

Renato e Goretta Casarotto
Casarotto2-600px-Due-Amori.-Storia-di-Renato-Casarotto-locandinaRenato Casarotto racconta nel suo libro Oltre i venti del Nord la sua visionaria esperienza al Denali (McKinley). Era il 9 maggio 1984: da ormai undici giorni aveva lasciato il campo base e da dieci lottava da solo sulla sua Ridge of No Return, in mezzo a un ambiente spaventoso, pieno d’insidie e d’incognite.

Già molte altre volte m’era capitato di ritrovarmi solo, stanco e in situazioni limite, e so bene che in certi casi i sensi rivelano una facoltà nuova, assai diversa da quella addormentata dal noioso trantran della vita quotidiana. Questo fatto l’ho sperimentato nei diciassette giorni trascorsi sulla Nord dell’Huascaran, sul pilastro nord-est del Fitz Roy e anche al Monte Bianco d’inverno, ma stavolta la sensazione che vivo, e che si fa quasi immagine davanti ai miei occhi, mi apre orizzonti vastissimi che spaziano dagli elementi della natura fino ai confini inesplorati del mio inconscio.
D’ora in poi, e fino al mio arrivo in vetta, di notte ciò che sento è contenuto nelle dimensioni solite e usuali; di giorno invece, d’improvviso, m’inserisco, senza che io lo voglia, in un ambito dilatato, popolato di eventi e contenuti insoliti e fors’anche irripetibili.
E per molte ore, in quei giorni, mi muovo sull’esile frontiera di due mondi diversi, in mezzo a grandi difficoltà che non sono più solo quelle offerte dalla salita…”.

Casarotto2-venti_nord1E’ il dialogo tra il proprio io cosciente e quella parte di noi stessi di solito sprofondata ben al di sotto del livello di coscienza, quella parte che riassume tutto ciò che la nostra coscienza, per esistere, ha dovuto relegare nelle profondità, a volte con amore a volte con disprezzo e odio. Chi decide di intraprendere un’avventura è il nostro io, ma chi fornisce l’energia necessaria è l’accordo con il nostro inconscio, un accordo a volte troppo faticoso, al limite della nostra sopportazione. Un accordo che Renato, ormai allo stremo, ha deciso deliberatamente di rompere: “Nel tardo pomeriggio di questo 9 maggio, mi rendo conto che se voglio proseguire devo liberarmi di una zavorra, di qualche parte di me stesso, di una parte per la quale non mi è permesso provare pietà…”.

La rottura di questo accordo gli permette di raggiungere la vetta la sera dell’11 maggio e di scendere, ma è insanabile. Dopo l’avventurosa discesa, ormai sul ghiacciaio, si sente mancare il terreno sotto i piedi, rimane in un’incredibile posizione corporea per non cadere nella voragine del crepaccio e riesce a liberarsi con la forza della disperazione: un pazzesco anticipo di quanto invece purtroppo succederà al ritorno dalla Magic Line due anni dopo.

 

Quasi all’uscita del Canalone dell’Insubordinato, Monte Disgrazia. (1a asc. – 7 settembre 1979)
Monte Disgrazia, parete nord, via dell'Insubordinato, 1a ascGoretta e Renato Casarotto
Casarotto2-showimg2.cgiAl campo base, raggiunto il 13 maggio, Renato è quasi incapace di riconnettersi. Per spingersi così lontano, e per lontano intendo anche la profondità di noi stessi, ci vuole una volontà enorme. L’io cosciente vuole fermamente quel viaggio. E l’accordo più segreto di tutti, quello che noi facciamo con noi stessi, in lui funzionava in modo egregio. L’energia necessaria era assicurata dalle smisurate forze che si agitano all’interno di ciascuno di noi. Perché queste forze in qualche modo erano da lui state incanalate con l’accordo. Un accordo che regge fino a che le due parti si rispettano reciprocamente, e non più quando s’innesta un processo d’inflazione del proprio io che tende al dominio di quest’ultimo sulle forze inconsce. Nella fatica e nella paura si manifestano le crepe dell’accordo, nasce un dialogo pauroso, per la prima volta sentiamo “parlare” ciò che dentro di noi non ha mai parlato. Quella voce che ti avverte che hai superato il limite, che il tuo io deve moderarsi. Quella voce che ti avverte che la spesa è ormai fuori controllo, che il tuo disavanzo non può più essere sorretto dal capitale. Una voce che non può e non deve essere vissuta come nemica. Renato la vive come un qualcosa di cui lui non deve avere pietà. Come fai ad avere pietà per la tua seppellita parte femminile? Qui non è questione di pietà, ma di rispetto e di Amore. Renato sentiva che se non avesse deciso di uccidere la sua voce interiore, questa sarebbe diventata distruttiva, lo avrebbe fatto soccombere. E quel delitto, come tutti i delitti, era irreversibile. E questo passaggio psicologico, questa delittuosa uccisione che Renato fa di se stesso dove avviene? Sulla “cresta del Non Ritorno”. Renato non poteva sapere che la sua “vittoria” sulla voce non poteva, e mai avrebbe potuto essere, definitiva. Le forze inconsce si ripresentano con le stesse domande alla prossima occasione. E ti presentano il conto.

Dopo quell’esperienza, Renato avrebbe dovuto non accontentarsi del semplice ricordo, ma avventurarsi in una rielaborazione interiore: non sono certo qui a dire che non l’ha fatto, non sappiamo se e come lui affrontò questa fondamentale tematica interiore. Ma i risultati di quest’eventuale travaglio purtroppo parlano chiaro: non rielaborò a sufficienza, non riuscì a veder chiaro l’avvertimento che gli era stato dato.

In tenda assieme abbiamo spesso parlato delle motivazioni che ci spingevano alla montagna e all’avventura. Come sempre, anche in queste chiacchierate Renato non si accontentava della superficie. In seguito lo dimostrò: affrontare imprese sempre più “impossibili” per progredire in questa sua ricerca di conoscenza. Era evidentemente convinto che più impegno, difficoltà e isolamento c’erano, più l’esperienza sarebbe stata rivelante. Ma fino a quel momento le sue grandissime imprese non avevano ancora il taglio “eccezionale” che invece avrebbero avuto dopo la nostra estate 1979 al K2. Quel che voglio dire è che la sua salita con Piero Radin al grande diedro dello Spiz di Lagunàz, o altre sue solitarie e invernali fatte fino ad allora erano sì grandissime salite, che entravano prepotenti nella storia: ma ancora non si era visto il Casarotto che invece si vide dopo! Le nostre chiacchierate dunque hanno avuto un limite, quello derivante dal fatto che il futuro nessuno poteva prevederlo. Non andammo oltre un certo livello. Posso dire che non bestemmiava (come invece fa una buona parte di veneti!), non imprecava, il suo linguaggio era sempre corretto. Un “porco boia” non faceva parte della sua cultura. C’erano pochi momenti in cui potevi affacciarti timidamente alla ricerca del Renato interiore. Che lui fosse in ricerca era chiaro, ma non si andava tanto oltre. Anche l’assenza di Goretta (e il non essere mai stato con loro per più che il tempo di una cena) non favorisce la mia esplorazione all’interno di Renato. Non so per esempio dire se la funzione di Goretta fosse più calmante o agitante, se soffiasse sul fuoco o lo moderasse. Di certo Renato l’amava, ma non so andare oltre. Il fatto che Renato non abbia mai avuto distrazioni non è sufficiente a tratteggiare che genere di amore fosse. E dai suoi scritti non si comprende molto di più.

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Dovendo rispondere alla consueta domanda “quale impresa di Renato è stata la più grande” sarei tentato di rispondere “quella che non ha compiuto, quella sul K2”. Ma non lo faccio, solo perché sulla Magic Line lui non era da solo. La squadra dei polacchi (che poi completò l’itinerario e giunse alla cima) era lì presente, e anche se mai si unirono, il loro lavoro non era mai del tutto indipendente.
La Ridge of No Return e la Nord dell’Huascaran si contendono questo primato, anche se ha poco senso paragonare 1000 a 999. Non ci sono unità di misura così precise. Per le Alpi, direi che la sua cavalcata solitaria e invernale al Monte Bianco, senza alcun deposito intermedio, su Ovest della Noire, Gervasutti-Boccalatte al Pic Gugliermina e Pilone del Frêney sia al top. Però anche tante altre… francamente non mi va di fare classifiche!

Quando noi pensiamo a Renato oggi, in realtà siamo ancora ben lontani dal pensare tutto quel che dovremmo. Il quantitativo di vissuto d’esperienza e consegnato a noi non è stato ancora metabolizzato. Il pensiero che dedichiamo a lui è ridotto. Ho l’impressione che ci vorrà ancora un po’ di tempo, però magari non troppo, per sapere chi fosse quell’uomo. Un uomo che ha saputo pescare nel caos della nostra creatività in modo così geniale ed efficace, in anticipo sui tempi.

Io considero Renato Casarotto coma una specie di Michelangelo Buonarroti, un pittore e scultore dalla personalità e genialità così complesse da non poterle misurare solo attraverso le opere d’arte che ci ha lasciato. Le imprese di Casarotto le vediamo ma non del tutto. L’uomo purtroppo non c’è più, il libro che ci ha lasciato è bello, ma non era il suo mestiere dirci di più. Siamo noi che dobbiamo arrivare a lui e non viceversa. Come giustamente asserisce Peruffo, la scrittura primaria (e cioè l’agire in montagna e in ambiente) supera e comprende la scrittura secondaria (quella a tavolino). La scrittura primaria si rivela con lentezza. Un po’ come la creazione che ha impiegato milioni di anni e non ha finito neppure ora…

Non ci rimane che sperare in una replica: magari oggi, domani, qualcuno agisce come Renato. Chissà. Mi vengono dei nomi che lo ricordano, pochi ma ci sono. Certamente c’è qualcuno che non conosciamo. E se davvero questi, conosciuti o sconosciuti, lo ricordano, allora è giusto che siano un po’ sconosciuti… perché anche loro sono in anticipo sui tempi. Un nome? Uno come Denis Urubko ricorda Renato: noi siamo affascinati dalle sue imprese sugli Ottomila, ma non sappiamo nulla o quasi di ciò che ha saputo fare sulle montagne di casa sua, terreni a noi del tutto ignoti e per i quali non abbiamo termine di paragone. I suoi racconti ci parlano di avventure pazzesche… e noi siamo fermi a ciò che conosciamo o che crediamo di conoscere.

Casarotto apre con Gian Carlo Grassi la via sulla parete sud del Pic Tyndall (Cervino), 1983
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Il paragone con il free solo odierno è un confronto impossibile. Renato non avrebbe mai potuto fare le solitarie che ha fatto senza l’uso regolare dei sistemi di auto-assicurazione. La sua “lentezza” era dovuta a questa ragione. Non faceva mai lunghezze di corda superiori a una certa difficoltà (in genere il V grado) senza doverosa auto-assicurazione. Non concedeva nulla in questo campo. Era il suo metodo. Non dimentichiamoci che lui ha sempre arrampicato con gli scarponi più o meno rigidi, le scarpette di arrampicata le ha limitate alla falesia e alle Dolomiti e solo dopo il 1977. Con gli scarponi pesanti è d’obbligo l’auto-assicurazione. Il free-solo richiede una grande fiducia nel proprio equilibrio psico-fisico. Soprattutto nel proprio equilibrio interiore. Se solo c’è qualcosa che si rompe dentro, o si ammala, si fa bene a stare a casa. Dunque il discorso è lo stesso, anche le solitarie di Renato richiedevano questo equilibrio interiore. Anche le mie poche solitarie lo hanno richiesto: che mi auto-assicurassi o meno, ero convinto che non mi sarebbe successo niente! Lo sentivo, ne ero certo. Solo in qualche momento l’equilibrio era turbato, ma presto si ristabiliva. Il problema è che l’equilibrio oggi c’è, domani non si sa… A un certo punto, prima o poi, bisogna smettere. Il dialogo interiore sotto alla vetta del McKinley, il successivo piccolo incidente nel crepaccio, hanno dato il tempo a Renato di tornare e meditare. Tempo che è stato speso forse come era purtroppo destino: ma c’è sempre il momento in cui passa il treno del cambio di destino. O lo si prende o non lo si prende. A oggi sembra che Auer il treno non l’abbia perso, vedremo cosa farà Alex Honnold… e così le centinaia di grandi che in questo momento affollano le cronache alpinistiche. Dobbiamo solo trovare il punto in cui il nostro io possa definirsi appagato e non andare oltre. O meglio, trovare altre strade. Evolversi, dimostrare altro.

Renato Casarotto parte per il suo ultimo tentativo alla Magic Line del K2
Casarotto2-versoSellaNegrotto-1975250_478390405623515_851160942_nOgni occasione di nuovo progetto deve essere valida per rimettere in discussione il nostro equilibrio. Le solitarie in free-solo sono agghiaccianti perché coinvolgono direttamente lo spettatore, che è chiamato, proprio per non soffrire di fronte allo spettacolo, a dare la sua fiducia incondizionata allo scalatore solitario. La nostra fiducia, quella vera, la diamo raramente. La diamo quando c’innamoriamo, qualche volta nel lavoro… ma in genere non siamo così disponibili a “fiduciare” il prossimo. Ecco il perché di tante critiche all’alpinismo solitario. Siamo avari di fiducia e la cosa, a ben vedere, ci danneggia. Ci immiserisce.

Il corpo di Renato non riposò in pace. Riapparve alla luce e nel 2004 fu necessaria una seconda triste funzione
Casarotto2-K2scienza.18Il ritorno dalla Magic Line per Renato era definitivo. Il 15 luglio 1986, ormai al terzo tentativo e raggiunta quota 8300 m, Renato si arrese e decise di scendere. Era un crollo dal quale lui sentiva difficilmente avrebbe potuto rialzarsi. Quella che qualcuno definisce l’“accidentale” caduta del 16 luglio nel crepaccio fatale è la malaugurata e ineluttabile conclusione di un processo iniziato sul McKinley due anni prima. La salita della Magic Line, a mio modo di vedere, per Renato non era più solo una sfida alla Natura e a se stesso. C’era anche il confronto con gli altri. C’erano i polacchi (Wojciech Wróz, Przemyslaw Piasecki e lo slovacco Petr Božik avrebbero raggiunto la cima il 3 agosto), la sua mente era ingombra delle esigenze dello sponsor (anche se difficilmente possiamo dare colpe a quest’ultimo)… poi c’era l’ombra di Reinhold Messner! C’era tutto un complesso di ragioni che potevano solo far peggiorare la malattia di cui ormai Renato soffriva: l’allontanamento dalle profondità di se stesso, il deterioramento di un rapporto così a lungo proficuo. Per questo parlo di crollo quando vedo Renato riconoscere il proprio fallimento sulla Magic Line della sua vita. E’ facile per noi dire che non dovrebbe esserci mai alcun fallimento in grado di far fallire la nostra vita, o in grado di costruire una serie di eventi che portano quasi il soggetto a sentirsi libero solo di fronte alla sua stessa morte.

E’ facile, troppo facile, dimenticare la dimensione-gioco dell’alpinismo. Anche il rugby è un gioco. Magari violento, rude e faticoso. Però è un gioco. L’alpinismo è ancora più violento, ma non possiamo accettare che sia un gioco che ti fa dismettere la vita, soprattutto se lo fa quando si è capito di aver perso la partita.
E soprattutto quando ciò succede dopo undici anni di continui successi. Come si fa a dichiararsi falliti dopo una vita di lotte, qualche sconfitta ma decine e decine di vittorie? Ecco perché fa così male, perché noi non accettiamo che lui possa aver fallito. Lui sì, noi no.

Su Wikipedia, biografia e salite di Renato Casarotto.

http://www.alessandrogogna.com/2015/03/05/renato-casarotto-linsubordinato-parte-1/‎

Marco Anghileri e Goretta Casarotto

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Renato Casarotto, l’Insubordinato – Parte 1

 

Che ci consegna un Insubordinato? Parte 1 (1-2)
Da un colloquio con Davide Riva

Fino a che Renato Casarotto non sfondò il muro del suono con la salita (8-11 giugno 1975) del diedro occidentale dello Spiz di Lagunàz (che solo l’anno precedente avevo individuato io dalla Quarta Pala di San Lucano e che naturalmente era nei miei programmi), il suo nome mi era perfettamente sconosciuto. Non sapevo per esempio che la sua prima grande salita fosse nientemeno che la terza invernale alla via Solleder del Civetta (con Adriana Valdo, Renato Gobbato, Renzo Timillero, Paolo e Ludovico Cappellari, nel dicembre 1972). Così, tanto per cominciare.

Ho conosciuto Renato solo nell’autunno del 1978, non ricordo dove, probabilmente in una qualche occasione pubblica, forse alla preselezione per i corsi Guida. Quattro parole, in cui però apparvero chiari il reciproco rispetto e la stima. Poi, nel dicembre, quando con Reinhold Messner si parlò di una mia partecipazione alla spedizione della Magic Line al K2, già in quel momento considerata ben oltre un progetto, quasi una via mitica, si fece il nome di Renato. Così fui io a contattarlo e lui accettò entusiasta. Mentre parlavamo al telefono emerse che entrambi non volevamo rinunciare ai corsi per Aspirante Guida, almeno a quelli non coincidenti temporalmente con la spedizione.

Goretta e Renato Casarotto al campo base del Gasherbrum II, 1983
Casarotto-campobaseGasherbrumII-1985-RG-480x330Entrambi avevamo il problema di non essere così bravi a sciare, avevamo bisogno di migliorare la tecnica, avvicinarla allo standard della Guida Alpina. Così lo invitai per qualche giorno in una casetta da me affittata nei boschi sopra Champoluc, un posto che si chiama “le Fate Nere”, per fare qualche scialpinistica assieme.

Dopo qualche giornata passata piacevolmente, c’eravamo pienamente resi conto che dovevamo essere aiutati. Non c‘era bisogno che qualcuno ci giudicasse, lo vedevamo da soli che la nostra tecnica era in difetto per un corso Aspiranti Guida, anche se le preselezioni le avevamo passate. Approfittammo dell’invito del comune amico Lorenzino Cosson, che già allora era guida a Courmayeur. Renzino ci diede l’esempio di come si scia in neve fresca, cercò di toglierci i più vistosi difetti: insomma in quelle due meravigliose giornate potemmo cogliere almeno una prima chiave d’ingresso nel meraviglioso mondo della polvere. Lasciato il guscio degli autodidatti, ci prendemmo gusto e andammo ancora assieme e per altri due giorni da un altro mio amico, guida e maestro di sci, in una valle del Cuneese.

Quei giorni passati in compagnia, nonché i viaggi in auto, ci hanno fatto chiacchierare parecchio: così è nata l’amicizia tra noi. Il tratto più evidente del carattere di Renato era la volontà. Una volontà che si manifestava evidente, superiore a quella di chiunque altro. Lo avrebbe dimostrato con quelle grandi imprese solitarie e invernali, isolato e in piena autosufficienza: giorni e giorni di continuo impegno psicofisico. Già da quelle poche giornate assieme avevo capito che lui aveva una volontà molto superiore alla mia.

Non si può essere portatori di così grande volontà se non sei governato da una rettitudine etica anch’essa davvero fuori dal normale. Un uomo che non si perdonava nulla. Con quell’onestà interiore Renato si poteva permettere quel genere di volontà, perché quasi ne aveva diritto. Sapeva di poter volere, si dava da solo il permesso di una volontà gigantesca, grazie al fatto che nel trattare con gli altri era permeato della sua rettitudine, del suo fair play.

Ciò implicava che le sue amicizie fossero abbastanza rare, le amicizie tipo quelle odierne di Facebook non facevano certo per lui. Lui dava l’amicizia quando sentiva che era il caso: solo allora si concedeva, si apriva.

Lo spigolo nord dell’Anticima del Broad Peak. Oltre la fine della linea rossa, che mostra la via di Renato Casarotto (e la variante di discesa), è la vetta settentrionale del Broad Peak
Casarotto-Broad-Peak-Nord
L’etica di Renato non coincideva con ciò che possiamo aver filtrato dopo questi decenni di alpinismo. Oggi agire eticamente significa salire una qualche parete seguendo determinate regole e non praticando le scappatoie che queste regole loro malgrado lasciano aperte. Mi viene in mente Matteo Della Bordella che nell’estate 2014 in Groenlandia, dopo undici giorni di avvicinamento in canoa, assieme a compagni ancora più invasati di lui pensa, di fronte a una meravigliosa parete inviolata, all’on-sight. Una volta questo era inconcepibile. La gioia del successo può anche essere lesa dal fatto che ci si sia attaccati a un chiodo, ma queste sono regole moderne. Renato non aveva questi codici, non era ancora stata praticata questa feroce divisione tra libera e non libera, tra l’attaccarsi a un friend o non attaccarsi. L’attaccarsi a uno o più chiodi, per le grandi salite non era un problema. Badava a questo solo in caso di salita su falesia o su parete alpina: e comunque dove Casarotto dava settimo grado stiamo pure tranquilli che stava parlando di arrampicata libera, anzi liberissima! Era sulla Nord dell’Huascaran che di certo non badava a questi dettagli. La vera etica per lui era l’isolamento. In un’epoca in cui non esistevano telefonini e satellitari, l’unica concessione era la rice-trasmittente. Per parlare con la moglie. Un’equipe davvero ridotta all’osso, meno di così non si può. Questa era la sua etica, che pochi potevano condividere in pratica. La sua solitudine di certo era una necessità prima di tutto, non era da solo per una scelta “etica”: era da solo perché l’eventuale compagnia gli avrebbe procurato un disagio dovuto a etiche differenti. Anche lui avrebbe preferito un compagno ideale alla sua solitudine, ma questo compagno ideale non è mai apparso. Renato si è modellato l’etica sul suo stesso carattere. Sappiamo bene che aveva amici con cui faceva in montagna cose anche grandi: ma per le grandissime non li ha mai trovati. Vuoi per le capacità tecniche di costoro vuoi per la loro volontà non sufficiente all’enormità dei progetti di Renato. Questi era divorato dal fuoco creativo, sono tanti ad aver provato questo modo di essere. Ma chi per una volta sola, chi per un anno, chi per due o tre: raramente per una decade o anche più.

L’etica di Renato era legata all’estetica. S’innamorava delle linee che gli balzavano all’attenzione. La Ridge of No Return la “vide” su una fotografia nell’ufficio dei ranger, ormai nel Parco del Denali. Ricordo quando eravamo sullo Sperone degli Abruzzi del K2, lui era lì, angustiato dalla decisione che la spedizione aveva preso, solo lui contrario, di abbandonare la Magic Line. Noi eravamo convinti che in sei mai ce l’avremmo fatta, lui al contrario ne era sicuro. Era con me sullo Sperone, ma la sua mente era altrove. Era disinteressato, e lo dimostrò ammalandosi di bronchite e rinunciando quindi a un progetto che non era il suo. Forse meditava già allora la sua rivincita solitaria. E mentre eravamo lassù, di fronte a noi era l’incredibile spigolo nord del Broad Peak, di una rara dirittura estetica. Renato non riteneva importante che quello spigolo arrivasse “solo” all’Anticima, una sommità di 7800 metri. Non gli interessava la continuazione alla vetta dell’Ottomila Broad Peak, continuazione che fu poi percorsa molti anni dopo (senza la salita dello spigolo nord). Vedeva lo spigolo, vedeva quel gioiello. E negli anni a venire andò e lo salì!

In alto sullo spigolo nord del Broad Peak, Renato fotografa la sua tendina
Casarotto-Broad Peak First Ascent North Summit 1983 - Renato Casarotto Tent At 6850m - iborderline.netIo ero di certo più legato ai concetti vecchi, la cima, l’Ottomila. Ai miei occhi quello spigolo era sì bellissimo, ma forse non degno delle mie attenzioni perché segnato dal “peccato originale” di non arrivare in vetta: la continuazione alla cima era così illogica nella sua enorme lunghezza da “contaminare” la meravigliosa struttura dello spigolo. Pensavo alla difficoltà che avrei avuto nel digerire l’assenza della vera vetta una volta in punta all’Anticima. Lui era avanti! Lo ha sempre dimostrato, anche in quell’occasione. Mentre usciva dalla tenda del campo 2, magari per pisciare, Renato guardava lo spigolo nord del Broad Peak, e sognava quella solitudine che lì al K2 non poteva avere.

Se mettessimo Renato oggi sul Fitz Roy, una montagna oggi certamente più “affollata” di allora, perfino il suo Pilastro Goretta non gli potrebbe garantire completa solitudine. Questa Renato dovrebbe oggi cercarla altrove, su altre montagne. Se oggi, all’Everest, ti sbucci un dito dopo pochi minuti lo sanno tutti gli sherpa, lo sanno anche a Kathmandu. Ma se tu oggi avessi un incidente su altre montagne, rischieresti seriamente che nessuno lo sappia, esattamente come ai tempi di Renato: e magari, anche sapendolo, nessuno riesca ad aiutarti. La solitudine c’è ancora sul nostro pianeta, ce n’è anche tanta. Lui sapeva cercarla molto bene, con obiettivi che trovava con osservazione diretta (Broad Peak) ma anche e soprattutto con ricerca fotografica, vedi Alaska.

La spedizione Messner al K2 era davvero internazionale: quattro membri di madre lingua germanica (Messner, Robert Schauer, Friedl Mutschlechner e Michel Dacher), due italiana (Casarotto e Gogna), dove Dacher e Casarotto parlavano solo la loro lingua, senza l’inglese a unirli agli altri. Questo non era un problema per le grandi decisioni, lo era per le piccole cose di ogni giorno, per gli isolamenti che si creavano nell’isolamento. Occorre aggiungere anche che la presenza di Joachim Hoelzgen, giornalista di Amburgo per lo Spiegel, dell’ufficiale di collegamento Mohammed Tahir e perfino quella del cuoco baltì, Rosalì, contribuivano all’isolamento di Renato. Personaggi intelligenti, decisamente fuori dagli schemi del giornalista, del militare e del cuoco, che se richiesti davano il loro parere, ascoltato. Ma alzavano numericamente la soglia di una “maggioranza” dalla quale Renato per questioni non solo linguistiche si sentiva escluso. Rimanevo solo io il contatto.

Il 12 giugno 1979 un nostro portatore cadde in un crepaccio e morì: faceva parte del gruppo inviato a controllare che l’accesso nord-ovest alla Sella Negrotto (da cui inizia la Magic Line) fosse più comodo di quello a sud-est. La cattiva notizia dell’inopportunità di cercare l’accesso alla Sella Negrotto da nord-ovest si aggiunse alla tragedia. Negli stessi giorni Messner e Mutschlechner fecero una ricognizione sulla parete sud e conclusero che la sua pericolosità non potesse essere ragionevolmente affrontata (era la futura via Kukuzcka). L’osservazione ulteriore con i binocoli aveva convinto, prima di tutto il capo-spedizione Messner, che il nostro progetto sulla Magic Line, con i mezzi che avevamo a disposizione, non aveva alcuna possibilità di successo. Si arrivò a una votazione, dove cinque membri decisero di rinunciare e uno solo (Renato) votò la continuazione del progetto originario. Si percepiva che, pur non votanti, anche Hoelzgen, Tahir e Rosalì stavano dalla parte della maggioranza. Renato fece buon viso a cattiva sorte, accettò la decisione dei compagni. Ma di notte in tenda si confidava con me, e so bene quanto lui in realtà fosse davvero contrario a quella decisione. Anche quella notte al Campo 1, una bufera spaventosa dove non dormimmo un minuto, aggrappati alla paleria della tenda.

Appoggiato al corpo del Fitz Roy è l’elegante Pilastro Goretta. La via di Casarotto continua fino alla vetta. Foto: Gian Luca Maspes
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Io gli dicevo che fare comunque la quarta ascensione della montagna, senza portatori, senza ossigeno, sarebbe stata una bella “consolazione”; gli dicevo che secondo me Messner temeva l’arrivo dei francesi, la grande spedizione nazionale di Bernard Mellet, anch’essa diretta alla Magic Line, il triplo della nostra e con gente di prim’ordine. Se quelli fossero arrivati con noi ancora in pieno assedio, ne avrebbero approfittato e magari sarebbero riusciti ad arrivare in cima (prima di noi e magari senza di noi) grazie al nostro lavoro di un mese di attrezzatura e al nostro sfinimento…

Renato mi rispondeva che avevo ragione… ma che noi eravamo andati lì per la Magic Line! Per lui era difficile sostituire l’obiettivo. Mancanza di elasticità? Forse, ma quando l’essere rigidi porta a un successo, allora occorre inchinarsi.

A noi due di certo non importava nulla dei francesi. Pensavo: noi attrezziamo, se poi arrivano i francesi e, più freschi, ci soffiano la “prima”, pazienza. La competizione per me non è mai stata una molla così decisiva. Renato probabilmente pensava che noi saremmo arrivati in cima ancora prima dell’arrivo di Yannick Seigneur e compagni!

La bronchite gli durò giorni e giorni. Lui, infermiere, si curava da solo, il nostro medico, una delle fidanzate di Messner, Ursula Grether, non era neppure arrivata al campo base perché il quinto giorno era caduta sul sentiero e si era fratturata una caviglia. Evacuata con elicottero. La spedizione era dunque anche senza medico!

Così finì la spedizione per Renato, la malattia subentrò al chiodo fisso della sua contrarietà all’abbandono della Magic Line. La discussione si era svolta in termini del tutto civili, ma i pareri erano decisamente opposti, e destinati a rimanere tali. La successiva salita di Messner e Dacher alla vetta, il fallimento dei francesi non riuscirono a modificare questa situazione. Al ritorno in patria qualche parola di troppo sfuggì a Renato in qualche intervista, ne nacque un diverbio con Reinhold del quale ho sempre evitato di voler conoscere i particolari, convinto che non si deve litigare per interposta persona (la stampa) ed è sempre meglio farlo faccia a faccia. Insomma, mi dispiacque molto.

Il fantastico diedro Casarotto allo Spiz di Lagunàz
Casarotto-diedro-san-lucanoRenato si muoveva in parete come si muoveva nella vita quotidiana. Non era particolarmente veloce, ma era un bull-dozer. Non so dove prendesse il carburante… ma benzina ce n’era sempre. Qualunque cosa facesse, era fatta bene, con efficienza e regolarità. Come se il compito del mattino dovesse essere archiviato con successo in serata. Non che gli altri non facessero così, ma magari l’atteggiamento era diverso: era più facile introducessero elementi di creatività. E io mi metto tra quelli.

Al nostro ritorno, già poche settimane dopo eravamo di nuovo assieme in stanza per il secondo dei tre corsi di Aspirante Guida, quello su ghiaccio e misto, in Val Masino. Il primo, quello del tanto temuto scialpinismo, si era tenuto a Bormio in aprile, e l’avevamo passato. In settembre dunque arrampicammo su Nuova Dimensione, una placca in Val di Mello che allora era considerata ai massimi per le vie di aderenza sprotetta; salimmo assieme, e con noi erano altri quattro, su una via nuova, il Canalone dell’Insubordinato sul Monte Disgrazia. Dovevamo salire in cima per la Corda Molla, nell’imitazione di una normale salita con cliente: di fatto ci stava un po’ stretto quel compito, con una meravigliosa giornata come quella. Così, quando Renato vide la fucilata bianca di quel canalone, convinse tutti a cambiare rotta e meta, anche il direttore del corso Gigi Mario! Ricordo bene quella discussione a cavalcioni della cresta di neve: non fu proprio amichevole. Renato la risolse chiedendo: – Allora, chi viene con me? Chi viene con l’insubordinato?

La modalità “rivoluzionaria” con la quale Renato riuscì a fare quello che voleva quel giorno sul Disgrazia era tra l’altro poco consona alla sua regolarità. In quell’occasione dimostrò a tutti non solo una creatività fuori dal comune, con la capacità di cogliere l’attimo, ma anche uno spirito che non accettava ordini da nessuno. Renato era metodico, ma prima del metodo aveva idee geniali: ecco dove stava la sua creatività.

Una creatività così in anticipo sui tempi da non essere compresa. Pochi erano pronti. E dirò di più: non è compresa appieno neppure adesso a quasi trent’anni dalla sua morte. Ancora oggi, certe sue salite non sono state digerite e assimilate come meritavano. Lo dimostra il fatto che molte sue imprese passarono allora abbastanza sotto silenzio. Se si vanno a guardare le cronache di quel tempo, troviamo notizia delle sue salite avveniristiche. Ma se guardiamo alla Nord del Cervino di Bonatti, di cui si parla ancora oggi, troviamo fiumi di inchiostro scritto, mille interviste. Le salite di Renato sono passate sotto silenzio, al confronto. Questo silenzio, ovviamente non certo voluto, è la traduzione psicologica di un fatto che ci ha colpiti a livello interiore. L’emozione che si verifica al seguito di una notizia se va in profondità provoca un certo pudore nel parlarne. Al contrario, è regola psicologica che si parli oltremodo di fatti di cui non si è del tutto convinti interiormente: la propaganda è la miglior prova di assenza di emozione e convinzione. Quando ci sono grosse verità e grosse emozioni, il bisogno di parlare diminuisce. La portata di quanto si è appena vissuto si trasmetterà ugualmente, ma ci vorrà più tempo.

Anche nel caso di Peter Boardman e Joe Tasker, che nel 1976 vinsero la parete nord-ovest del Changabang, ci fu un non adeguato rumore stampa al seguito della loro impresa. E anche in altri casi. Non è colpa dei giornalisti (parlo di quelli del settore), preparati o impreparati. E’ proprio responsabilità della comunità alpinistica del tempo, che è pronta o non è pronta. La “quantità di immaginario” (come la definisce Alberto Peruffo) che ci stava consegnando Renato era tale che a noi risultava impossibile perfino ripeterla a pappagallo. Ci entrava dentro, ci allagava. E noi non dicevamo nulla, proprio per una forma di compensazione psicologica. Per non essere del tutto sopraffatti.

La parete est delle Grandes Jorasses con il tracciato della via Gervasutti-Gagliardone. Casarotto la salì in prima solitaria invernale, marzo 1985
CasarottoFoto-1Credo che il destino delle grandi imprese sia legato al momento in cui queste verranno ripetute. Al momento, la stragrande maggioranza degli exploit di Renato non ha visto ripetizioni di sorta. Il muro di silenzio non è totale ma è sufficiente a “velare” la reale importanza delle imprese di Renato: verrà abbattuto solo da quelli che ne seguiranno le tracce. Questi saranno costretti ad affermare ciò che allora non fu detto, e cioè che Casarotto era il più forte del suo tempo. E, vista la credibilità dei signori che lo faranno, non ci sarà altro che supina accettazione, con immediato rinnovo di interesse verso la sua figura. Non posso dirlo io, che sono un suo contemporaneo. Lo deve dire un giovane di oggi.

Nel mio piccolo, la mia via al Naso di Zmutt è stata finalmente ripetuta da italiani. In 45 anni c’erano state sette ripetizioni, tutte di alpinisti svizzeri o francesi. Nel settembre 2014 Marco Majori, François Cazzanelli e Marco Farina hanno fatto in due giorni la nona ascensione. I loro commenti sono stati entusiastici, probabilmente non si aspettavano certi aspetti di quella salita: e sono i loro giudizi a contare oggi, a modificare dunque il percepito di una comunità alpinistica nei confronti di un’impresa compiuta così tanti anni prima. Non intendo per nulla paragonare questa piccola cosa all’imponenza dell’operato di Casarotto, ma il meccanismo è il medesimo: dopo un bel tot di anni certe cose sono “riscoperte”. In Italia è stato necessario che degli italiani ripetessero la Gogna-Cerruti, non era sufficiente che i più forti svizzeri e francesi lo avessero fatto e ne fossero usciti con gli occhi incrociati. Anche qui è una questione di lingua e di comunicazione. Nelle mie serate, nei miei libri non ho mai taciuto di quella salita, eppure non sono mai riuscito a infiammare nessun italiano, prima d’oggi. Dal che consegue un’ipotesi: se Casarotto, invece che italiano, fosse stato a esempio inglese, probabilmente non sarebbe stato così evidente l’involontario ostruzionismo a un giudizio più realistico sul suo operato: il pudore collettivo sarebbe stato più tenue. Il fenomeno che sto tentando di denunciare, quello del silenzio su ciò che più ci colpisce, sarebbe stato comunque avvertito, ma sarebbe stato meno violento. Un caso simile è quello di Charlie Porter, le cui imprese solitarie hanno preceduto e probabilmente ispirato quelle di Casarotto. Anche Porter, pur essendo americano, è stato abbastanza “recintato” in quella zona della comunicazione che tiene “sotto controllo” un evento: nel momento in cui lo si comunica si chiude il cancello invece di spalancarlo. Casarotto non ha avuto il “culo” di nascere anglofono: se lo avesse avuto, gli anni necessari alla sua futura “esplosione mondiale” sarebbero stati meno. E si sarebbe più vicini a quella consacrazione che al momento vedono in pochi.

Nella foto famosa di Bradford Washburn si dipanano i 5 km di Cresta del Non Ritorno

Casarotto-aaj-12198517200-1405527323Anche io ho fatto delle salite da solo. Ma non sono mai stato un solitario. Non che nell’azione senza compagni non mi trovassi bene: se così fosse stato sarei tornato indietro. Al mio tempo, fine anni ’60, c’erano dei problemi da risolvere. In quei due o tre casi di mie salite solitarie di una certa importanza devo riconoscere che se ho saputo cogliere il momento è stato perché c’era la sensazione che i vari Walter Bonatti o René Desmaison avessero per puro caso lasciato in sospeso la risoluzione di quei problemi. Loro avevano indubbiamente le capacità di risolverli. E altri erano lì a ronzare attorno, ho visto io stesso Gary Hemming, solo sul ghiacciaio del Leschaux, tornare da una ricognizione alla Nord delle Grandes Jorasses. Insomma, era nell’aria. Ma erano salite, per così dire, “flash”. Vado, l’ammazzo e torno. Renato faceva prime ascensioni da solo. Magari anche d’inverno. Era veramente su un altro pianeta. Io non riesco neppure a immaginare cosa significhi compiere un’ascensione di quel genere, stando da solo per settimane. Ciò che posso testimoniare è che, quando si è da soli, le capacità che abbiamo di adattamento all’ambiente sono acuite. Sensibilità al pericolo, prontezza di riflessi, tensione generale. In tutte le piccole e grandi azioni della giornata, dall’attenzione che poni nel non far cadere la tua pentola nel vuoto a una protezione che devi mettere, dalla cautela nel tirar su la cerniera della giacca imbottita per non danneggiarla e renderla inservibile al passaggio che devi fare più difficile degli altri. La solitudine ti costringe a sottolineare qualunque azione, con una concentrazione che normalmente non si usa.

Quando Hansjörg Auer ha salito il Pesce in Marmolada da solo lo ha fatto con le sole scarpette e il sacchettino della magnesite, senza imbrago, senza un cordino. In un secondo tempo c’è tornato per fare fotografie, ma la prima volta era del tutto solo e praticamente “nudo”. Vuole dire che lui si sentiva preparato a fare una salita di 900 metri di tale difficoltà, fino al 7a+. Questa è la decisione di chi sa di avere ancora margine. Immagino che la sua concentrazione fosse “esagerata” (non nel senso che fosse troppa, ovviamente). La sua scioltezza e la sua velocità di esecuzione erano sorrette da questa concentrazione. Prendi lo stesso Auer, dagli una corda, un compagno, delle protezioni intermedie: avrai un capocordata rilassato che danza sul Pesce, la sua concentrazione sarà “necessariamente” e senza dubbio alcuno inferiore alla sua stessa concentrazione durante l’impresa in free solo.

E’ la concentrazione l’elemento più distintivo delle salite di Casarotto, una concentrazione ai massimi livelli per giorni e giorni. Chi l’ha provato sa che è un grande piacere sentirsi a quel modo, è davvero eccitante: al contrario dell’anfetamina, è un’eccitazione sana perché autoprodotta. Ti sei dimostrato da solo in grado di reggere a quell’eccitazione. E’ una sensazione di onnipotenza, da tenere anche sotto controllo, visto che si rischia di diventarne succubi. Può essere una droga per la quale si fa e si rifà la grande avventura: ma quando in fondo al tuo cuore sai che in quell’occasione, in quelle condizioni di concentrazione spasmodicamente serena, davvero non hai rischiato più di tanto, beh, allora è il piacere estremo, la gioia insuperabile. Tutti possiamo arrivare al termine di un’impresa. Ma quanto hanno rischiato? Nessuno può dirlo giudicando gli altri, solo i diretti interessati possono farlo, se lo ritengono opportuno. Sono domande che dobbiamo farci da soli e alle quali dobbiamo rispondere con sincerità, con semplicità. Io sostengo che la gioia è di tanto più grande quanto alla domanda si può rispondere serenamente di non aver rischiato. Chi ha rischiato un casino sarà anche contento di esserne uscito, ma di certo non sfiora neppure la gioia suprema di chi può rispondere diversamente. Ecco, la solitaria ingigantisce queste situazioni. I compagni portano amicizia, divisione di responsabilità, scambio d’idee: sono cose belle, che contano. La solitaria esclude tutto ciò, rimane solo la concentrazione a spadroneggiare e a evolversi fino a migliorare anche le capacità di auto-analisi dell’alpinista: alla fine di un’ascensione la domanda deve essere sempre: quanto ho rischiato? E la risposta deve essere ancora più schietta della domanda, perché il tentativo di imbrogliare noi stessi non è mai foriero di buone cose.

CONTINUA

http://www.alessandrogogna.com/2015/03/06/renato-casarotto-linsubordinato-parte-2/

La gigantesca parete nord dell’Huascaran (Ande peruviane)
Casarotto-huascaran_nord

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Flash di alpinismo 10

Flash di alpinismo
Citazioni, impressioni e immagini – parte 10 (10-13)
di Massimo Bursi

Corde
Sua madre mi raccontò la storia dell’ultima corda nuova. Come al solito, Claudio le aveva chiesto un “sussidio straordinario” per comperare una corda nuova.
“Ancora una corda nuova!”
“Una corda costa meno di un funerale”.
“Sì, ma un funerale si paga una volta sola” (Anna Lauwaert a proposito di Claudio Barbier).

Ogni scalatore ha la cantina occupata da innumerevoli corde da roccia: quelle buone e quelle andate, colpite da scariche di sassi, “ramponate”, rovinate dagli spigoli taglienti della roccia o semplicemente troppo usate per essere ancora abbastanza resistenti.

Non c’è una regola fissa, un modo sicuro o un metodo scientifico per capire se una corda sia da buttare o meno, subentra piuttosto quel sentimento di sfiducia che ti porta a lasciare, un bel giorno, la tua corda in cantina e rimpiazzarla con un’altra nuova.

Le corde si ammucchiano laggiù, silenziose testimoni di questa passione!

Ogni tanto ci vorrebbe una bella sveglia rock per prendere le vecchie corde e stenderle, in maniera statica, dalla base fino in cima al Campanile Basso e poi portarci tutti gli amici!

Non si sa mai come impiegare le corde da roccia oramai vecchie. Ecco un modo originale di riciclarle: un originale ed indistruttibile zerbino di casa!
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Cerro Torre free!
Che cretini siamo stati!
Quando ci regalarono le corde pensammo bene di farcele dare tutte di colore diverso. Così dopo aver sottoposto la corda rossa da nove a sforzi e sollecitazioni di ogni tipo, durante la prima salita, ce la ritrovammo ben rovinata per le successive riprese senza poterla cambiare per esigenze di copione.
Fa così la comparsa il mitico nastro adesivo che tappa spellature e nasconde il bianco nylon dell’anima della corda.
Fidando in quella corda come in Belzebù cominciai la seconda salita del Cerro Torre (Fulvio Mariani – a proposito del film Cumbre girato sul Cerro Torre con Marco Pedrini).

Marco Pedrini nel 1985, effettua la prima ripetizione in solitaria della famosa via del compressore aperta da Cesare Maestri al Cerro Torre, e subito dopo ripete, ben due volte, scanzonato, lo stesso itinerario con Fulvio Mariani per girare lo storico film Cumbre.

Questa è stata la prima e vera salita in libera del Torre, poiché Pedrini e Mariani erano liberi dentro e potevano permettersi di ironizzare sul compressore e su tutte le manfrine di prove e controprove in cui era ed è tuttora prigioniero il Cerro Torre, Cesare Maestri e tutti gli alpinisti invischiati in una polemica senza fine.

Marco Pedrini aveva quell’irruenza spensierata e quell’entusiasmo contagioso che lo ha portato a fare alpinismo con il sorriso sulle labbra e senza star troppo su a pensarci e magari prendendosi anche qualche rischio in più. E il “Crosta” si prendeva tanti rischi.

Marco Pedrini ricorda una rockstar che vive fino in fondo la sua vita di eccessi consumandosi come una stella in cielo. Marco Pedrini è un punk rock gioioso che vive suicidandosi piano a piano. La musica dei Clash mi accompagna in questo parallelismo.

Su un prepotente sfondo di musica rock dei Black Sabbath, rivedo l’immagine di un Pedrini, ironico, che a cavalcioni sul compressore, come fosse una moto, si prende gioco dell’intero mondo alpinistico!

Marco Pedrini impegnato sulla sua nuova via Panoramix sul Gran Capucin al Monte Bianco.Flash 284Granitica certezza
Domanda – Ha dei programmi per il futuro?
Risposta – A ottantacinque anni non faccio programmi particolari, ma continuerò a scalare (Riccardo Cassin).

Riccardo Cassin è sempre stato molto deciso sugli obiettivi da intraprendere e scalare ha sempre fatto parte dei suoi programmi.

Basti pensare che Cassin partì nel 1938 da Lecco per risolvere uno dei problemi ancora irrisolti delle Alpi: la parete nord delle Grandes Jorasses, portando con sé solo una cartolina della montagna per potersi orientare.

La ripetizione, alla veneranda età di 78 anni, della sua Cassin alla parete nord-est del Badile conferma la sua estrema caparbietà nel voler continuare ad arrampicare e se c’è la passione non c’è limite all’età.

Non è inusuale che arrivino in falesia una cordata di vecchietti che sicuramente hanno passato i sessant’anni. A loro non interessa assolutamente nulla del grado e non si fanno problemi a tirare i chiodi, ma sono sicuramente i tipi più simpatici della falesia e quelli che sembrano divertirsi di più.

Sapere di poter arrampicare ancora per tanti anni ti infonde una grande sicurezza.

Riccardo Cassin in arrampicata, cinquant’anni dopo, sulla sua via al Pizzo Badile all’età di 78 anni.

Flash 286

Geotecnia a infissi distanziati
L’arrampicata geotecnica ad “infissi distanziati” per il fatto di promuovere regole selettive basate esclusivamente su mezzi tecnici “innaturali” è la testimonianza di un’antietica paradossale per il fatto che non è possibile realizzare una difficoltà obbligata se questa è già insita nello stato di compattezza della natura verticale.
Si può solo inventare una difficoltà alterata che, disancorata con l’ordine naturale, si rivela illusoria rispetto alle possibilità effettive d’ognuno.
L’arrampicata geotecnica ad infissi distanziati a cui oggi molti guardano come etica definitiva, è retaggio della trasformazione del fatalismo d’un dogma, che invita ad accettare conseguenze inevitabili, in fanatismo d’un culto, che spinge ad obbedire ciecamente alle conseguenze.
Dipendenza dal culto della sicurezza geotecnica (Ivan Guerini).

Chiaro, no? Sebbene nessuno sia mai riuscito a capire fino in fondo la scrittura esoterica e dai toni ispirati di Ivan Guerini, lui ogni tanto riesce a sintetizzare il suo pensiero con buffe espressioni che colpiscono la fantasia.

Ad esempio il fatto di utilizzare spit sulle vie viene da lui chiamata “arrampicata geotecnica ad infissi distanziati”.

Ivan Guerini ha il limite, o il pregio, dipende, di essere rimasto fisso ed ancorato a valori, etiche ed esperienze di quando nacque l’arrampicata libera in Val di Mello. Da qui il suo radicato rifiuto dell’uso dello spit.

La sua vera genialità è nel coniare queste espressioni comico dispregiative dal suono vagamente scientifico.

Ivan Guerini dopo aver escogitato il gioco-arrampicata, ha inventato il gioco-linguaggio.

Tu a che gioco giochi?

Esiste ad Ajaccio in Corsica un museo di nut, friend ed altre attrezzature alternative ai chiodi, creato da Stephane Pennequin, un appassionato di attrezzatura alpinistica recente ma soprattutto passata.
Insomma c’è ancora qualcuno che professa un futuro alpinistico alternativo alla “geotecnica ad infissi distanziati”.
Flash 288

Onestà
Mi rendo conto di vivere in una realtà separata dove sono i fatti a contare e non le parole, dove la vetta ha ancora un senso, dove l’onestà verso la montagna deve comunque prevalere, dove l’arrampicamento non deve essere inteso restrittivamente, né come uno sport, né come un fatto spirituale, ma come uno splendido connubio di mille componenti, che si possono semplicemente sintetizzare in una sola parola: alpinismo (Lorenzo Massarotto).

Lorenzo Massarotto parlava poco, scriveva nulla e faceva parlare poco di sè ma praticava molto un alpinismo onesto e fatto per se stesso e non per gli altri.

Il fatto di scalare per il proprio piacere ed interesse personale mettendo al bando la naturale vanità e voglia di mettersi al centro della scena, porta ad un’attività autentica ed onesta.

Per mettere in pratica queste parole ci vogliono parecchi anni di maturità.

Inoltre bisogna fuggire dalla tentazione di trasformare l’alpinismo cioè la passione in un lavoro poiché, così facendo, bisogna guadagnare denari e se i denari sono pochi ogni mezzo è lecito per cercare di guadagnare di più.

Insomma l’onestà alpinistica molte volte passa dalla purezza e dalla povertà.

Mi piace ricordare Lorenzo Massarotto che partiva dal paese di Cittadella per scalare le pareti del Civetta su un vecchio motorino Ciao ma assolutamente libero da tutto, da tutti e da tutti i condizionamenti.

L’estrema onestà è il vero prezzo della libertà.

Renato Casarotto durante la sua salita invernale al Pelmo. Sebbene Casarotto fosse stato criticato per le sue presunte scarse capacità alpinistiche – era lento – lui è sempre andato avanti per la sua strada praticando un’attività ad altissimo livello e in maniera assolutamente modesta ed onesta.
Flash 290Compagni di cordata
Ricordati sempre che in montagna si va col passo del più debole (Proverbio anonimo).

Tante tragedie sono successe in montagna poiché in cordata c’era un elemento più debole degli altri e questo ha rallentato la cordata, indotto al bivacco e fatto sorprendere la cordata da una furibonda tempesta. Spesso la bufera porta la morte dopo penosi bivacchi.

Da quando è iniziato l’alpinismo fino ad oggi, questo copione si è ripetuto innumerevoli volte, causando tragedie che hanno sempre colpito l’immaginario collettivo.

Da queste tragedie sono nati reportage, film, libri e rievocazioni.

Quindi una cordata equilibrata è sempre una buona azione preventiva, purtroppo succede sempre che qualcuno voglia fare un salto in avanti e finisca con il legarsi con una persona maledettamente più forte di lui.

Oppure succede che il nostro eroe non ha compagni e così accetta di legarsi con un pivello da tirare su come fosse un sacco di patate pur di portarsi a casa l’obiettivo ed aggiungere una riga al proprio curriculum.

Non c’è miglior fortuna per uno scalatore che trovare il compagno di cordata “giusto”.

Leonardo Di Marino, Heinz Mariacher, Maurizio Zanolla, Luisa Iovane e Roberto Bassi, un gruppo di amici fuoriclasse e compagni di cordata, qui fotografati in Verdon. Nel loro caso, l’unione di queste personalità, ha dato origine ad un gruppo creativo che per qualche anno ha dettato legge sulle Dolomiti e sulle falesie del Nord-est.
Flash 292
Settimo grado
Nelle Alpi il settimo grado va ricercato su grandi pareti e in prime salite. Su vie addomesticate e ripetute migliaia di volte è facile che si generino dei risultati eccezionali ma mancano la scoperta e l’avventura. Per fare veramente il settimo grado, e trovare magari l’ottavo, bisogna saltare al di là di una barriera che si chiama sicurezza. Bisogna mettersi in pari con l’anima. Bisogna che ci siano delle spinte interne che giustifichino il rischio al quale si va incontro (Lorenzo Massarotto).

Ci sono settimi gradi democratici, per tutti, ed altri invece molto severi, quasi aristocratici, circondati da tramandate leggende quali quelli di Massarotto.

I pionieri del settimo grado hanno saputo per primi andare oltre la barriera della sicurezza per fare un salto “quantico” in avanti.

Ci sono stati momenti quali la fine degli anni settanta, in cui convivevano non, sempre pacificamente, alpinisti classici da V grado ed AO con giovani leoni che proponevano il VII grado.

Alla Pietra di Bismantova c’era una storia, sconosciuta e naturalmente non degna di entrare nel libro della storia con la S maiuscola, ma che mi ha affascinato.

Si narra infatti della cordata di Gabriele Villa e di Emiliano Levati: sono due ragazzi, divisi da pochi anni di età, ma rappresentano il vecchio ed il nuovo che si confrontano e si mescolano fra loro.

Levati sale in libera ed apre i primi settimi gradi della Pietra mentre Villa incredulo segue con gli scarponi rigidi e con le regolari staffe arrancando dietro al veloce free-climber.

Nella storia ci sono periodi in cui arrivano forti cambiamenti ed improvvise discontinuità con il passato. Cerca di coglierli al volo e viverli da protagonista.

E’ il 1981 e siamo alla Pietra di Bismantova dove Gabriele Villa ed Emiliano Levati si stanno riposando dopo una giornata di arrampicata. Sul bagnasciuga del cambiamento abbigliamento californiano freak ed abbigliamento classico da alpinista in palestra si mescolano senza problemi.
Flash 294
Ghiaioni di sesto grado
Oggi i classici sesti gradi delle Dolomiti sono per noi dei “ghiaioni”, in confronto alle difficilissime vie in palestra. Allora non ci andiamo, perché è noioso. Rifacendo quelle vie le braccia e le dita si addormenterebbero completamente. Sarebbe una giornata persa per l’allenamento (Heinz Mariacher e Luisa Iovane).

Davvero una classica via di sesto grado delle Dolomiti ti rattrappisce le braccia e le dita?

E’ proprio così vero che per fare gli altissimi gradi delle falesie bisogna trascurare gli itinerari alpinistici che portano via tempo e giorni all’allenamento estremo?

Al di là dell’atteggiamento spocchioso e superiore dei due fuoriclasse dei gradi estremi, c’è molto del vero in quel che affermano.

Da quando i due fecero quell’esternazione ad oggi la situazione è perfino peggiorata poiché le difficoltà in falesia si sono evolute e specializzate sugli strapiombi allontanandosi ancora di più dalla classica arrampicata dolomitica di placca verticale.

L’arrampicata verticale è diventata terribilmente démodé e non fa più notizia.

A te cosa importa? Dove ti diverti di più? Segui la tua passione ed il tuo divertimento e non il tornaconto in termini di piano di allenamento.

Heinz Mariacher impegnato su un fotogenico passaggio della via Tom Tom club alla Spiaggia delle Lucertole sul lago di Garda. All’inizio degli anni ottanta, Heinz Mariacher, Luisa Iovane, Roberto Bassi, Bruno Pederiva e Maurizio Zanolla lasciarono momentaneamente le Dolomiti per spingere le difficoltà estreme sulle placche di calcare della Valle del Sarca. Il Nuovo Mattino si stava trasformando in arrampicata sportiva.
Flash 296Insofferenti!
La gente inizia ad arrampicare perché soffre le regole e i regolamenti, e Dio benedica queste persone (John Gill).

Poche, pochissime o forse nessuna persona di quelle con le quali sono solito arrampicare ama regole e regolamenti.

In molti abbiamo scelto di arrampicare poiché siamo insofferenti ed anarchici verso tutte le regole!

Si, ci tocca vivere in una società civile e sottostare ad un codice di comportamento, ma per fortuna possiamo ancora andare ad arrampicare e fuggire da ogni costrizione e forma di controllo.

Di solito guardiamo con compassione i cosiddetti barbacai: cioè quegli arrampicatori, solitamente ricoperti da distintivi, riconducibili al CAI, probabilmente sono più impegnati e meritevoli di noi, ma noi dalla nostra parte abbiamo il vento della libertà ed il fatto di non dover rendere conto a nessuno.

Questo ci dà una forza incredibile!

Nell’arrampicata come nella vita cerca sempre di non farti ingabbiare!

 Luggi Rieser, dotato scalatore austriaco ora noto con il nome di Pram Darshano, è stato un esempio di come rompere le regole del gioco per ricrearne di nuove.
Flash 298Sii individualista
Guardati dal potere d’attrazione delle tendenze attuali. Esci e prova qualcosa di nuovo: sii individualista e cerca nell’arrampicata la tua via (John Gill).

Il bello dell’arrampicata è che ciascuno può e deve trovare la propria via. Chi fa le gare, chi si allena per la falesia, chi si allena per la montagna, chi alterna alpinismo e sci-alpinismo, chi d’estate scappa in Himalaya, chi d’estate scappa al mare a Kalymnos, chi scala solo strapiombi e chi invece ama le placche d’aderenza.

L’importante è che ciascuno possa trovare la propria strada da portare avanti con determinazione.

Non è uno sport dove il cronometro detta le regole, qui le regole te le imposti tu! Qui gli obiettivi te li dai tu!

Per questo il popolo degli scalatori è un popolo individualista e che rifugge ogni regola ed ogni gerarchia. Il gruppo o l’associazione alpinistica da forza al singolo individuo ma al tempo stesso ne smussa i caratteri individuali! Il CAI inquadra, addormenta la coscienza critica, facilita le relazioni tra gli individui, ma alla fine ingabbia e castra la creatività dello scalatore.

Oggi questo tipo di associazioni servono poco, forse la loro funzione originaria si è esaurita, sono lente a capire dove si muove l’alpinismo e, in poche parole, appaiono moribonde.

Sii individualista!

John Gill, scalatore boulder americano degli anni cinquanta, maestro autodidatta di arrampicata e maestro di ginnastica in una sua celebre esibizione. La vecchia Europa era lontana anni luce da questo approccio!      Flash 300

CONTINUA

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Consegna di immaginario

D’accordo con l’Autore, questo articolo esce in contemporanea con www.altitudini.it.
Avvertiamo il lettore che non ci sono scorciatoie e che questo saggio va affrontato fino in fondo e in una botta sola.
Questo scritto di Alberto Peruffo è un manifesto che sta per essere affisso su un muro con divieto di affissione. Qualcuno lo multerà, qualcuno lo strapperà, qualcuno ricorderà, pochi capiranno.

Renato Casarotto o della Consegna di Immaginario o della Morte di Reinhold e della sua Fratellanza
Note esplosive in margine a Oltre le vette 2014
Una provocazione – scritta – senza scorciatoie
di Alberto Peruffo

Non si può negare che la rassegna culturale bellunese sia da tanti anni promotrice di stimoli intellettuali e di ricerca culturale coraggiosa. Alla domanda Frontiere? (col punto di domanda), concept di questa edizione, il direttore della rassegna risponde con Travalicando muri di idee, titolo della mostra dedicata a Fosco Maraini, titolo al quale io, o perlomeno la mia mente, colta da stupore, ha aggiunto d’istinto il punto esclamativo. Una reazione immaginifica, di cui presto vi parlerò. In quel momento Flavio Faoro stava presentando la nuova edizione 2014. Alle sue spalle una gigantesca foto di Fosco Maraini del 1937 che ritrae uno spazio sconfinato dove si vede una carovana di viaggiatori-migranti-nomadi tibetani prendere le strade dell’ignoto.

Tibet. Verso Tuna, 1937. Carovaniera e lago Rham, a circa 4200 metri. Foto di Fosco Maraini, Archivio Sezione CAI Castelnuovo di Garfagnana.image description

Insomma, una “consegna di immaginario” enorme. Scolpita in forma lapidaria nel titolo e controtitolo della rassegna.

Noi non dobbiamo che ringraziare le persone, gli artisti, i poeti, i curatori, gli scienziati, gli alpinisti, qualsiasi persona d’ingegno, pratico o intellettivo, che ci consegna questo alimento primario per la nostra esistenza. Più del pane e più del vino, che sono sì pure essi alimenti primari, ma non sufficienti per portare lo sguardo oltre la nostra casa, oltre il nostro limite, oltre la nostra più o meno sviluppata “consapevolezza dell’insufficienza della nostra esistenza”. Uso questa espressione per eliminare ogni retorica sapienzale su quanto sto provocatoriamente per scrivere. O ancor meglio, documentare.

Prima di entrare in scena mi sono infatti domandato, guardandomi le spalle: e se ci fosse Reinhold Messner in sala? A Belluno. Teatro Comunale, sabato 4 ottobre. Ore 22.30 circa.

Capita, dunque, che mi si chiami, per la seconda volta, a prendere la parola alla fine della rappresentazione teatrale (uso la parola rappresentazione, e non spettacolo, per una differenza sostanziale tra i due approcci scenici) dal titolo Due amori. Storia di Renato Casarotto, monologo messo in scena dal regista Umberto Zanoletti, ideato da Davide Torri e tenuto magistralmente sul palcoscenico da Massimo Nicoli e dall’equipe del Teatro Minimo di Ardesio, con le musiche di Francesco Maffeis. Magistralmente, perché tenere un monologo di fronte a una platea abituata a ben altro, senza neanche l’ombra di un’immagine riprodotta, zero di zero, con il semplice ausilio della musica, di qualche luce bianca e di pochi oggetti di scena, bisogna davvero essere maestri della recitazione.

Detto questo – giusto onore a coloro che ci hanno materialmente “consegnato l’immaginario” – passo subito alla fortissima e densissima provocazione storico-teorica. Con parole facili e sviluppando l’esempio elementare portato nel post-scena della citata rappresentazione. È un fatto: per la prima volta al Teatro Comunale di Belluno ho provato a elaborare di fronte ad un pubblico una mia riflessione teorica che da tanti anni accompagna il mio lavoro di ricercatore culturale. Che non ricerca tanto per ricercare, ma che ricerca per “mettere il piede fuori di casa”. Sé di fronte all’altro. In modo costruttivo. Finché vita non ci separi.

Il concetto fondamentale su cui voglio soffermare l’attenzione è il concetto di “consegna di immaginario”. Un must inconsapevole per l’estetica delle nostre menti.

Spesso mi si domanda – ma questa domanda ogni persona dotata di intelligenza analitica può farla a se stesso – quali sono i criteri delle mie valutazioni, considerate che spesso esse sono spiazzanti, ma molto apprezzate dai miei interlocutori perché sembrano contenere insieme sguardo intuitivo e argomento analitico. In altre parole trovano corrispondenza nel giudizio del mio interlocutore anche se spesso non si capiscono i percorsi attraverso i quali io arrivi a tali conclusioni, percorsi che in seconda battuta risultano essere estremamente analitici e “deflagranti”. Tanto da essere tacciato in più di un’occasione per un radicale-sovversivo – e stiamo parlando di cultura! – fino al punto di essere accompagnato dalla Digos a un recente seminario Unesco di Vicenza, dopo essermi iscritto come semplice “osservatore” culturale. Ciò confidavo a Flavio Faoro il pomeriggio prima di prendere nuovamente la parola al Teatro Comunale di Belluno. «Quando la cultura fa paura».

Ho posto allora semplicemente la domanda a me stesso per portare la mia modalità di giudizio in pubblico. «Come valuti un libro, un’opera d’arte, un’ascensione alpinistica, un’impresa di qualsivoglia natura, o, in estrema sintesi, una persona, addirittura, un amico, una donna, un uomo?». Quali sono i tuoi parametri di giudizio?

Lasciando stare le ultime opzioni e pure le prime, scelgo di soffermarmi sul caso più eclatante, esemplare e prossimo alle cose di questi giorni e all’inizio di questo scritto documentale, che diventerà passo passo sempre più teorico e accattivante. Ovviamente tutte le altre opzioni sono ricavabili da quanto dirò.

Risposta: «io valuto un’ascensione alpinistica, un alpinista, per la consegna di immaginario che essa o esso mi ha dato. Punto». A cui aggiungo una virgola. Ossia non guardo tanto o solo se ha fatto la salita più bella e più difficile, ma guardo la consegna di immaginario che ci sta dietro a quella salita e a quella persona. Che è molto di più della bellezza, della difficoltà e dei consueti legittimi parametri di giudizio con cui si parla di un fatto o di una persona. È un parametro organico molto complesso, ma intuitivo. Comprensibile da tutti, ma non esprimibile da tutti. Ci vuole una certa disinvoltura con la complessità per poter fare emergere gli argomenti analitici che portano alla reciproca valorizzazione, al fatto che io, tu, e la maggior parte delle persone dotate di un “sentire comune” (potrebbe essere anche l’umanità intera, per via teorica) ci troviamo d’accordo su tale giudizio intuitivo.

Per cominciare non mi soffermerò troppo sulla genesi di questa consegna e sui fondamenti teorici che stanno alla base di questa intuizione elementare che tutti viviamo. Forse alla fine di quanto sto per scrivere proverò a mettere sul piatto della condivisione alcuni segreti di questa consegna, secondo la mia personale esperienza.

Sikkim, Himalaya, maggio 2014. Primo sguardo sulla Porta della R.P., 6036 m, sul bordo estremo del South Simvo Glacier, di fronte alla Cresta Zemu del Kanchenzonga. Sotto, il Tonghsiong Glacier. Ghiacciai esplorati per la prima volta dalla Zemu Exploratory Expedition guidata dall’autore. Foto di Francesco Canale k2014.it
peruffo_zemu_2014Iniziamo con l’esempio illuminante, provocatorio, ma assolutamente serio e accessibile a tutti, esempio che ho fatto alla fine di Due amori. Storia di Renato Casarotto e che ha scosso più di una persona. Così mi hanno detto e scritto il giorno seguente.

Dopo un preliminare storico-emotivo dove pure io ero parte coinvolta, essendo figlio e compagno di cordata dei due maggiori compagni di Renato Casarotto, ho abbandonato la mia veste di alpinista e ho indossato la veste dello storico-teorico-spettatore, la veste di persona obiettiva che in parte ognuno di noi è.

Così ho parlato. E commentato. Più o meno.

«Ora vi farò il nome di tre alpinisti di pari livello, della stessa generazione, tutti e tre indubbiamente di grande valore, riconosciuto, che io stimo molto, magari sotto differenti e specifici aspetti. A me interessa tuttavia solo la vostra reazione immaginifica. Ciò che la vostra immaginazione crea. La vostra reazione [c-reazione!] di fronte al nome. Il vostro sentire e reagire».

Dopo un bel respiro di suspense, ho iniziato.

«Primo nome: RENATO CASAROTTO.
Qui la reazione comune è di allargare le braccia e di emettere un sospiro di irraggiungibilità, alzare la testa, magari dicendo: Oh… Renato Casarotto? Re-na-to… Ca-sa-rot-to! Ha fatto grandi cose… Le cose che abbiamo sentito questa sera».

L’immaginazione corre verso montagne e imprese irripetibili, dense di ignoto, ignoto nascosto in quella sillabazione sincopata. La nostra mente corre alla storia e la storia ci dà la conferma. Per rompere il silenzio e la sospensione della sala, ho concluso, dopo aver abbozzato la possibile comune reazione sopra esposta, con voce sospesa: «Renato Casarotto… Un fuoriclasse dell’alpinismo… forse».

«Secondo nome: REINHOLD MESSNER.
Qui la reazione comune sembra essere: Mmm… Messner… Messner! Indubbiamente un grande, grandissimo alpinista. Ha fatto per primo cose che nessuno aveva mai fatto. La nostra immaginazione corre ai 14 ottomila, all’Everest in solitaria, senza ossigeno, al Nanga Parbat, alle Dolomiti…».

Aggiungiamo pure che però si scontra anche con gli infiniti libri, la presenza mediatica, senza contare le sterili polemiche o altre cose, gelosie, rancori, mancanze che qualsiasi alpinista ha, Casarotto compreso. Ma «soffermandoci solo all’alpinismo praticato, materia sufficiente per il mio ragionamento, potremmo dire, che Messner è un primo della classe. Direi di più – ho detto accompagnando sempre io la platea verso una probabile conclusione – il primo di una classe sperimentale». Senza tanto allargare le braccia della nostra immaginazione e con un movimento ondulatorio della testa. Verticale od orizzontale non importa.

Faccio notare che nella prima esclamazione accennata sopra la reazione più spontanea nei confronti dell’alpinista altoatesino è di “nominare” solo il cognome. Perché di Messner si è perso oramai la persona, l’aspetto personale, il percorso di persona, gli affetti e gli amici, il genius loci. Il nome. Ciò che appare in prima battuta è il cognome. “Messner” è diventato un marchio. Messner Mountain Museum.

«Terzo nome: SERGIO MARTINI.
Ah, Martini. Sergio Martini. Grande uomo e alpinista riservato. Ha fatto tutti gli ottomila, senza ossigeno, dopo Messner; e continua a farli, silenziosamente. Come tante sue ascensioni in Dolomiti». Nome e cognome filano insieme, l’aspetto personale è molto forte. Qui la reazione immaginifica è ancora positiva, come nei casi precedenti, seppure non enorme come per il primo caso. Le braccia forse anche qui non si allargano, la testa tuttavia afferma l’emozione della mente: gli impulsi immaginifici inviati nel pronunciare il nome Sergio Martini. Così da concludere, secondo il nostro ragionamento, che «Sergio Martini potrebbe essere un altro primo dalla classe, un primo di una classe normale, tipo la Normale di Pisa, ovvero sia di alpinisti di alto livello».

Siamo a buon punto. Abbiamo un fuoriclasse e due primi della classe, di classi diverse. La differenza, storicamente parlando, ossia per cosa resterà nella storia di queste figure, è enorme [ex-norma, fuori dalla norma prevedibile] e già oggi comincia ad essere percepita, dopo 20 anni di metabolizzazione. Tanto grande quanto la consegna di immaginario che le figure considerate ci hanno fatto e che la nostra reazione immaginifica elementare ha comprovato.

L’autore in una delle sue recenti e già celebri-monitorate “consegne di immaginario” extra-alpinistiche, sempre partendo dalle montagne: The Burning Cemetery, Bocchetta Paù, Asiago 2013. Foto di Alessandro Colombara
peruffo_burning_cemetery_alessandro_colombara_070Dobbiamo ora sciogliere il nodo teorico per una comprensione mediata, ma non troppo analitica, ancora affascinante per tutti.

Faccio un passo indietro, saggiamente anticipato nella mia provocazione dal vivo, a teatro.
Iniziai infatti così.

«Chi è Renato Casarotto?
Un fuoriclasse dell’alpinismo?
Un genio dell’alpinismo?
Genio non è una parola che io amo molto, ma neppure così retorica se per genio intendiamo una persona che ha costruito percorsi alti e irripetibili. Ripeto. Alti e irripetibili. Perché ci sono persone che fanno anche percorsi alti e ripetibili. E questo vale per tutte le discipline».

Possiamo ritornare alle classi e alla consegna di immaginario.

Non c’è dubbio che i tre alpinisti citati siano tutti molto forti e che abbiano fatto grandi cose. Ma qual è la consegna di immaginario, il “carico di visioni”, che ci hanno consegnato?

La differenza è incolmabile. Un primo della classe può aprire vie nuove, non per forza irripetibili. Un fuoriclasse no. Le grandi vie di Casarotto hanno consegnato al nostro immaginario esperienze irripetibili per complessità e approccio. Almeno fino ad oggi. E se anche venissero ripetute molto difficilmente lo saranno con le premesse scelte da Casarotto, in solitaria e spesso d’inverno e in totale isolamento, opzioni ai quali tutti possono accedere. Scelte primarie. Ogni parola che qui scrivo ha la sua importanza. Osservate il corsivo. Ai quali tutti possono “accedere”. L’accessibilità all’impossibile ha qui valore fondante.

Vi metto nel piatto della bilancia una considerazione che ho già condiviso per trovare conferma di quanto ipotizzato sopra: prendiamo tre vie extraeuropee di Casarotto, Ridge of No Return sul McKinley, Broad Peak Nord per lo Spigolo Nord, Diretta Nord dell’Huascaran South. Io credo, senza pericolo di essere smentito, che tutte e tre queste ascensioni se fossero state compiute oggi, o domani, sarebbero tutte meritevoli di essere premiate con il Piolet d’Or. Tutte e tre! È difficile trovare un altro alpinista che ci abbia consegnato così tanto. Senza contare il Pilastro Goretta al Fitz Roy! Senza contare che sono state compiute tutte in solitaria, in condizioni sempre difficili e senza aggiungere al nostro carico di visioni le grandi invernali sulle Alpi, al cospetto delle quali le luccicanti Piccozze d’Oro del Piolet si infrangerebbero distrutte dalla durezza degli elementi e delle scelte di Renato Casarotto. E se anche non fosse così in merito al premio, resta un fatto che di norma i premi vengono dati ai primi della classe, raramente o quasi mai ai fuoriclasse. Il premio, per sua natura, è un’istituzione classificatoria, spesso impermeabile alla genialità dei fuoriclasse, salvo eccezioni determinate da imprevedibili coincidenze che possono capitare all’interno di una giuria quando viene guidata oltre lo sterile lavoro di normalizzazione dei fatti giudicati.

Dietro a questo ragionamento c’è una grande intuizione di cui siamo debitori alla sceneggiatura teatrale voluta da Davide Torri, costruita sulla voce di Nazareno Marinoni ed elaborata dal regista Umberto Zanoletti con la consulenza storica di Gianfranco Ialongo.

Mi sono dimenticato di sottolinearla in scena sabato sera. Gli spettatori stessi non se ne sono resi conto. Ma lo dico ora: dove sono finiti Boivin-Berhault che hanno aperto la scena in modo spettacolare con la salita in velocità sul Pilastro Rosso del Brouillard… che comunque fecero in modo brillantissimo, tecnicamente parlando. Dove sono finiti i due alpinisti-trasgressori che dovevano conquistare la scena, il nostro immaginario? Dimenticati. Dimenticati anche dagli stessi spettatori di sabato sera. Cancellati in nascere dal nostro immaginario. Alla fine della serata, anche tra i corridoi del teatro, non c’è traccia di gente che parla della loro salita. Io stesso me ne sono dimenticato. Non ho sottolineato la dimenticanza di costoro da parte del pubblico e nel corso della narrazione. Ciò che dovevo fare! Questa geniale partenza della rappresentazione teatrale offre una rilettura della storia dell’alpinismo partendo dal concetto di “consegna di immaginario” che la storia di Renato Casarotto dimostra. E lo dimostra con un esempio estremo di immaginario “trattenuto”, in una narrazione teatrale altamente provocatoria dove le immagini che passano – stiamo parlando di immaginario – sono vicine allo zero. Zero di zero. Tanto da farmi concludere in modo sibillino e poco gentile per gli alpinisti coinvolti nel mio ragionamento storico-teorico che tra 10, 100, 1000 anni dei primi della classe si sentirà sempre meno parlare – chissà quanti illusi avranno ripetuto i 14 ottomila senza la grande visione dei primi ripetitori – mentre dei fuoriclasse, il nome dei fuoriclasse emergerà sempre più alto e carico di reazione immaginifica.

Questa è la fine. A teatro.

Sergio Martini
peruffo-martinisergioAttenzione ora alla nota storico-letteraria.
Chiamo in causa Alessandro Gogna, grande alpinista e raffinato storico.

Io affermo che di Renato Casarotto si sentirà parlare molto, sempre di più.

I compagni della sua generazione, imbarazzati dalla loro singolare reazione immaginifica vissuta in tempo reale, facevano fatica ad ammettere la sua grandezza. Messner, uomo a cui non si può rubare la scena, l’aveva già capito dall’invernale alla Nord del Pelmo in solitaria di Casarotto. E negli anni seguenti fece molto per insabbiare il valore di colui che intuiva poteva essergli superiore. Il divo e l’anti-divo scrisse Camanni. Pure Gogna fece del suo, forse inconsciamente, ma credo a favore di Casarotto. Lo fece poco dopo Messner e sotto lo stesso peso immaginifico, con due enigmatiche uscite su uno dei libri che resta per me la bibbia dell’alpinismo dolomitico, Sentieri Verticali, che posseggo in prima edizione 1987, quasi fosse una reliquia dei grandi libri che oggi non si scrivono più. Una bibbia proprio secondo l’assunto teorico di “consegna di immaginario” che qui sto proponendo, a partire dal meditato titolo di ogni singolo capitolo e dalla sapiente composizione delle immagini fotografiche. Mai troppe o banali. Un capolavoro sui generis immaginario. Quella reazione immaginifica “generazionale” trova straordinaria conferma in una confessione-ricordo su Renato Casarotto recentemente apparsa nel GognaBlog.

Gogna scriveva nel 1987 – attenzione alle “scariche” di immaginario – le seguenti parole:
«Dal 7 all’11 giugno del 1975 i vicentini Renato Casarotto e Pierino Radin conducono a termine un’impresa folgorante: la salita della parete ovest dello Spiz di Lagunaz. […[ Si può affermare che questo sia il limite massimo cui può giungere la grandiosità di una struttura dolomitica, imperiosamente superiore ai Burel, alle Civette, alle Marmarole: un mondo totalmente a parte, dove Yosemite si può paragonare solo per la quota. Il resto è giungla delle visioni. Perché Casarotto non ci hai scritto nulla? Forse era quello il tempo della scrittura» – E conclude: «Perché: non si diventa visionari in un giorno solo e non lo si è poi per sempre».

Perché Gogna scrivi questo? Sono parole del 1987. Renato è morto da un anno. Quanto pesava su di te il suo carico di visioni? Troppo. Io credo. Anche per un grande alpinista della stessa generazione, altrettanto forte e ambizioso.
Queste parole mi sono state impresse per vent’anni. Dal giorno in cui le ho lette.

Gogna stesso fa un passo indietro nella penultima nota didascalica del memorabile libro, altrettanto enigmatica ed equivoca, atta a diverse interpretazioni.
«Il 16 luglio 1986, a trentotto anni e lontano dalle Dolomiti, Renato Casarotto cade fatalmente in un crepaccio ai piedi del K2. Ci sono delle verità che non si possono mettere per iscritto, al massimo se ne può parlare con amici. La fine di Casarotto apre sensazioni spaventose (forse solo a chi l’ha conosciuto da vicino?) su quanto doppia possa essere la volontà di un grande uomo e su quale facilità di accesso a questo doppio binario abbiano i pericoli che ci vengono incontro».

Ho meditato su queste frasi per vent’anni. Nella prima enigmatica affermazione, estratta dallo scritto di Doug Robinson – Lo scalatore come visionario – l’autore inglese si sforzava di spiegare agli adepti quanto sia molto difficile raggiungere lo stato di visionario. Richiede molte battute. Anche d’arresto. Molta fatica. Ricerca. Sacrifici. Ingiurie. Incomprensioni. «Nonostante tutta la precisione con cui lo stato visionario può essere descritto, esso è ancora difficile da afferrare». E qui dice: «non si diventa visionari in un giorno solo e non lo si è poi per sempre». Gogna strappa quella frase da Robinson e la declina a Renato Casarotto.

Tuttavia esiste un limbo, un passaggio, che forse Alessandro non conosceva. Renato risponde a Gogna ancora prima che egli formuli quella domanda che diventerà in modo equivoco l’affermazione enigmatica strappata da Robinson, affermazione carica di immaginario. Renato risponde: «Raccontare, parlare, è molto difficile. È sempre duro arrivare così vicino all’essenza della vita e poi, dopo, ritornare indietro e sentirsi imprigionati nelle strettoie del linguaggio, completamente inadeguato a tradurre in simboli i concetti e la totalità dell’esperienza vissuta». Parole del suo primo e unico libro, Oltre i venti del nord.

Perché, in fondo, il pericolo più grande per i visionari è di camminare ad un passo dalla morte. Ad un passo dal proprio annientamento. Fisico e mentale. «La facilità di accesso ai pericoli che ci vengono incontro» – forse intesi da Gogna nella seconda nota didascalica citata. Le strettoie del linguaggio non ci aiutano a raccontare questi pericoli e queste visioni. Ma per vie traverse possiamo arrivare ad immaginarle. Forse con parole di riporto. Ma non sempre si riesce a portarle, scriverle. In fin dei conti ognuno vive per sé e per le persone più vicine. E a queste si possono confessare le proprie visioni per avere perlomeno un credito sulla propria esistenza, per far sì che la nostra esperienza diventi realtà, realtà condivisa. Qui mi fermo, per non complicare troppo le cose. E innesco l’esplosione. Lasciando sospesa e irrisolta quella “doppia volontà”. Gogna che mette alla gogna? Non credo.

Casarotto aveva scritto Oltre i venti del nord nel 1985, poco prima di morire. Non si sa per quale motivo. Forse spinto dalla volontà di far riconoscere la sua ricerca di fronte alle pressioni del contesto storico in cui era inevitabilmente inserito. Il libro è infatti un’anti-retorica documentazione della ricerca tecnica che Renato ha appena compiuto in America! Salite da capogiro. Un libro scritto bene. Senza un filo di eroismo o di mercificazione dell’imponente immaginario che sta alla base di quelle esperienze. Un documento e basta. Con la prefazione di Bonatti. A chi mai ha scritto una prefazione Walter Bonatti? A Reinhold Messner? Mi vien da sorridere a vedere il povero Bonatti al Piolet d’Or alla Carriera che passa il testimone della sua eredità, imposta dalla giuria forse grazie alla pre-immaginazione del suo successore, al citato Reinhold Messner; il quale scrive a un anno dalla scomparsa del grande alpinista “monzese” Il fratello che non sapevo di avere. Che libro farsa, patetico solo nel titolo! Gente! Alpinisti! Per carità, capisco il vuoto affettivo di Messner e lo rispetto, ma avete dimenticato ciò che scrisse Bonatti di Messner nel memorabile Montagne di una vita, nell’appendice finale? Bonatti, di Messner!!! Andate a rileggervi le pagine. Lo dico solo per fare onore alle fonti scritte dal pugno di Bonatti. Senza citare il violento scambio di lettere apparso su Alp nel 1989, dove entrambi escono con le ossa rotte e con una pesante scossa negativa al loro immaginario di alpinisti duri e puri, con l’impressione che tutti e due – i due primi della classe, il “re delle Alpi” e il “re degli Ottomila” – ripudiano le proprie “legittime” (per me lo erano) scelte per non dare fastidio l’uno all’immaginario dell’altro: l’incipit della compiacenza. L’incipit della compiacenza! Come avete già visto con Casarotto, il metabolismo dell’immaginario ha tempi lunghissimi. Bonatti scriveva quelle note nel 1989. Il libro sulla nuova fratellanza è del 2013! Bonatti è morto. Messner, senza Reinhold, è vivo.

Reinhold Messner
peruffo-Reinhold_Messner_in_Koeln_2009
Bonatti vecchio è stato soggiogato dall’opportunismo e dalla forza mediatica del grande Messner, indubbiamente il primo della classe in alpinismo e impareggiabile fuoriclasse della comunicazione e della cultura dell’alpinismo: Messner tra 100 anni sarà ricordato soprattutto per i suoi musei e come re degli ottomila, più che come il numero uno dell’alpinismo del suo tempo. Forse sono altri. Kukuczka, Schauer, Kurtyka… Boardman, Tasker… il meraviglioso Doug Scott… Casarotto. In confronto e per trasferimento semantico di termini regali, io vorrei suggerire che Casarotto potrebbe essere e forse lo è già, dopo vent’anni di metabolismo immaginifico che ci ha ripulito delle invidie e dalle “cortomiranze” dei suoi compagni di età, un imperatore dell’alpinismo. Forse l’imperatore del suo tempo. O fuori dal tempo alpinistico. Un Annibale dell’avventura umana, come scrisse Gian Piero Motti nella sua Storia dell’alpinismo per commentare il Trittico del Freney: «È un’impresa fantastica, degna della grande tradizione non solo dell’alpinismo ma di tutta l’Avventura umana nel senso più ampio»; la salita del futuro secondo le parole di Roberto Mantovani. «Un cavaliere fuori dal tempo«», disse Camanni. Da ogni classe, aggiungo io. Tanto da ritrovarsi, elaborando un concetto di Camanni, grande prelato in una chiesa oggi non più deserta perché al suo interno l’iconoclastia che uccide le mode e i tempi ha dato il suo frutto immaginifico. E ora tutti entrano nel tempio di Renato Casarotto in religioso silenzio. Ad ammirare immagini che crescono dentro di noi.

Perciò Alessandro, nel tuo magniloquente blog (che meritava a mio giudizio di essere premiato al Blogger Contest 2014, con due riserve: scrivi di tuo pugno solo un post alla settimana ed esci dal dominio di Banff), fai un pensiero a quanto sto per concludere.

Renato Casarotto, con il suo mantra (sottolineato in un passaggio teatrale perfetto), sintetizzabile nell’amo andare dove non conosco (pure nelle sue invernali non ha mai fatto sopralluoghi né un deposito di materiale ), Renato Casarotto non aveva bisogno di scrivere per due motivi che pochi altri possono avere.

Primo: aveva un deposito di memoria e di esperienza impareggiabile, sua moglie Goretta. E i suoi amici più cari. A partire dallo sconosciuto Nazareno Marinoni da cui siamo partiti. A mio modo di vedere, infatti, i grandi scrittori non scrivono così tanto per scrivere, ma scrivono per raccontare, per ispirare. Come hai fatto tu, Gogna, con Sentieri Verticali. O l’altro tuo grande libro, compagno della mia adolescenza alpinistica, Alpinismo di ricerca. Un altro libro a cui non si può rinunciare dopo che si sa che esiste. Una cosa è scrivere per condividere e ispirare, una cosa è scrivere per mostrare, per essere visto. Condividere significa esistere nella memoria di un altro. In qualche modo divenire reale. Reale nell’immaginario di una terza persona. Reale non solo noi, involucri di carne, ma la nostra stessa personale avventura umana, grande o piccola che sia. Avventura che può ispirare quella di altri.

Ecco il secondo impressionante motivo. Così impressionante che resto stupito che un grande alpinista come te non l’abbia espresso per suo conto già alla fine di Sentieri Verticali. Ma forse era troppo presto per elaborare il concetto di “scrittore di alpinismo”. Di scrittore geografico (v. Scrittura geografica in calce). Tu stesso lo sei stato in forme alte. Ti ricordi la Gogna-Cerruti ripetuta in questi giorni da una cordata italiana? E “scrittore di alpinismo” non è la stessa cosa dello scrittore alpinista o dell’alpinista scrittore. Renato Casarotto non aveva bisogno di scrivere niente perché le sue grandi scritture sono state le vie che ha fatto. Scritture così cariche di segni e di immaginario nelle premesse e nei risultati che non hanno bisogno di altro. Basta sapere che esistono. Qualche parola, qualche segno, qualche immagine. Ai propri amici. Alla moglie. Nulla di più.

Quelle scritture geografiche sono là per i posteri e i posteri diranno la loro.

Scrivere troppe parole o caricarci troppo di immagini e di informazioni invece fa male. Ci fa distrarre dalla nostra passione. Dalla nostra disciplina. Si espone troppo la propria immagine e si consuma l’immaginario che si vuole lasciare di noi. Si crea un “mostrum” della nostra esistenza. Un mostro di immagini e parole.

Messner con le sue troppe uscite mediatiche sta distruggendo la sua immagine di alpinista di prima classe in favore di fuoriclasse della comunicazione, non tanto della cultura.

È difficile trovare la giusta misura tra lo scrivere vie di alpinismo (ciò che fa lo “scrittore di alpinismo”) e lo scrivere report di alpinismo o altre considerazioni storiche (ciò che fa lo scrittore alpinista o l’alpinista scrittore).

Sbaglia Messner a consegnarci troppi libri. Usura senza rimedio il suo immaginario alpinistico. Col senno di oggi, in continua mutazione, Messner per noi non è più un alpinista, ma un affastellato libresco-museale circondato da fratelli alpinisti che non ha, o perché sono morti, o perché sono inventati. Paradossalmente, per vie iperboliche, un libro (1) di Doug Scott (Himalayan Climber) vale come quaranta (40) libri di Messner. Dei suoi libri coatti.

Sarebbe stato sufficiente una ristampa periodica dei grandi libri di Messner – Settimo Grado, La montagna nuda (Nanga Parbat), Sopravvissuto e il suo capolavoro fin dal titolo La libertà di andare dove voglio – per consegnare 100 volte più immaginario sul grande Messner che la storia dell’alpinismo conosce: Reinhold Messner, dotato di nome e cognome, senza coazioni che hanno reso il nome, Reinhold, vittima del suo abnorme marchio-cognome. Un Reinhold ora irrimediabilmente morto. Messner. Non più Reinhold. Egli, da sé, ha fatto fuori il suo buon nome. Messner ha ucciso Reinhold.

Rernato Casarotto
Peruffo-Renato_2Un Reinhold Messner che resterebbe comunque, e non oltre, un primo della classe.

Dicevo, avviandomi in modo pirotecnico alla conclusione, è difficile trovare la giusta misura tra lo “scrivere” inteso sopra – lasciare segni importanti – “vivere vita”, e scrivere report di vita. O sue finzioni.

In questo Casarotto, come forse voleva intendere Gogna, è stato carente.

Ma scrivere report è ben poca cosa rispetto allo scrivere vita. A lasciare segni di alimento primario. Sulle pareti e sull’immaginario dei nostri amici.

Segni che testimoniano una passione di un uomo e alimentano quelle di altri.

A dire al mondo che in quei luoghi remoti e inaccessibili qualcuno è passato. Qualcuno gli ha resi accessibili con delle doti primarie. Nonostante i grandi pericoli, l’ignoto che portano con sé. Quell’accesso di cui parlava in modo enigmatico Gogna e che apre le porte all’immaginario.

Per chiudere, sforzandomi di essere didascalico, prima dell’esplosione finale, la “consegna di immaginario” avviene attraverso la composizione di un equilibrio sottile tra immagini e parole, non necessariamente attraverso la mano di chi è stato l’ispiratore di questo immaginario, nel nostro caso l’alpinista scalatore. Può essere fatta con la classica scrittura di riporto, anche dagli amici o pure per semplice via orale. Le sedimentazioni, come sappiamo, assumeranno svariate forme ed oggi nell’epoca della scrittura digitale le variabili si sono moltiplicate rendendo ancora più difficile e affascinante la questione su ciò che è utile per il nostro immaginario.

Ciò che conta veramente tuttavia resta solo la scrittura primaria, la “scrittura geografica”, la via segnata nello spazio e nel tempo da un azione fisica avvenuta in un luogo e in un momento della storia, che diventa tale – storia – attraverso la condivisione. E per fare una scrittura geografica potenzialmente ricca di immaginario sono sufficienti le doti primarie, fondamento di ogni “sincera” avventura umana, nemiche di ogni classe e di ogni classificazione, di ogni status sociale che come sappiamo tende a sedersi circondato dalle protezioni che esso stesso ha prodotto. Spit di qua e spit di là. Queste doti primarie sono: coraggio, determinazione, volontà, carattere, resistenza, intelligenza nella complessità e, su tutte, responsabilità. Le stesse doti primarie che innescano l’immaginario collettivo. Il resto, le doti secondarie, la tecnica, la forza pura, la velocità, l’ornamento stilistico (che non è lo stile vero e proprio), l’arrampicata libera… sono ornamenti che possono servire solo se sono lasciati liberi di agire oltre i campi dei giochi costruiti a proprio uso e consumo, oltre gli artifici dell’uomo e la sua follia suicida pur di apparire.

Attenzione a cosa sto per concludere! Le doti secondarie non sono doti necessarie alla genialità e all’immaginario, sono doti accessorie in quanto doti affinabili. Doti che spesso vengono confuse per primarie, specie nell’epoca dei grandi consumi. Perché sono vendibili. Doti che corrono il rischio di essere spinte troppo verso il virtuosismo e le strade della specializzazione che uccidono la complessità dell’azione. Doti che rischiano di rendere inaccessibile l’immaginario, ossia tenere lontano le persone dallo spazio dell’esperienza che tutti cerchiamo… nella “consapevolezza dell’insufficienza della nostra esistenza”, espressione chiave citata all’inizio di questo scritto che da documentale è diventato teorico. Che ce ne facciamo di un Alex Honnold o di un Alex Huber che arrampicano slegati ripresi passo passo da indiscrete videocamere lungo le pareti dell’inaccessibilità? Niente. Una masturbazione emotiva. Un’illusione spaventosa di libertà. Fin quando non cede l’appiglio. Consegna di immaginario=0. Zero.

Messner ha ragione a dichiarare che il suo alpinismo è fallito, perché dopo tanto parlare e mostrarsi non consegna più immaginario, ma una strada battuta che porta alla spettacolarizzazione del gesto, alla sua collezione: l’inaccessibile resosi prodotto vendibile, museabile, o, peggio ancora, per gli epigoni non all’altezza del maestro, l’azione estrema fine a se stessa camuffata da prestazione di ricerca, irraggiungibile per l’uomo non-specialistico, eseguita da un superuomo che diventa vittima di una parte “speciale” di sé, qualunque essa sia (gli avambracci?), pur di apparire e a volte di incassare qualche misero soldo, mettendo a rischio la propria vita oltre la capacità che abbiamo di calcolare la natura. Il rischio calcolato. La porta di accesso per affrontare la complessità della natura in modo preparato, con le doti primarie a cui prima accennavo.

Non si può calcolare se si stacca un appiglio o un seracco mentre si sta arrampicando. Ma si può calcolare di avere una corda. Di rispondere con l’intelligenza di una protezione. Di rendere accessibile l’inaccessibile con l’intelligenza dell’uomo, rispettando la natura che ti è di fronte e la tua stessa fragile natura di uomo. Non urlandole in faccia la tua arroganza di piccolo uomo onnipotente, egocentrico, iperprotetto o senza alcuna protezione. Magari ripreso da una videocamera superassiccurata sugli strapiombi del falsamente inaccessibile. Provato e riprovato come fosse la scena di un film. Inaccessibile reso accessibile mediante l’idolatria di doti secondarie, spinte al massimo di ciò che un uomo alienato può sostenere. Da vendere a spettatori imbranati. Spugne da spremere colonizzando l’immaginario mediante scorciatoie, consegnando “visioni” che si fermano alle mani e ai piedi della loro illusoria progressione. Progressione che come tutti gli alimenti primari è oggetto di mercato. E se il mercato alimenta il mercato, non le nostre menti, è tutto un gran casino: la scalata libera solitaria di un masturbatore diventa la grande avventura dell’uomo.

Messner può dare la mano a Gian Piero Motti, uno distrutto dalla propria passione, l’altro ossessionato dalla propria ambizione di restare sempre il primo della classe. Già, quel “falliti” al plurale fa pensare. Una profezia di un visionario? Il compagno di classe che mancava, tardivamente arrivato? O, nel caso di Bonatti, la compiacenza scambiata per fratellanza! La strategica compiacenza, scambiata per sacra fratellanza! Specie tra primi della classe di generazioni diverse che alleandosi salvaguardano ognuno il proprio nome, reciprocamente, dopo essersi accorti che primeggiare tra di loro, di età diverse, tirandosi addosso fango, non serve a niente. La tardiva alleanza! Altro che fratellanza! Ripropongo all’editore di Messner di riformulare il titolo del recente libro, così: Walter Bonatti, l’alleato che non sapevo di avere. Per non dire: Walter Bonatti, il compiacente – da me creato a mio uso e consumo – che non sapevo di avere. Immagino Bonatti impegnato su un sesto grado, di quelli duri-duri, enigmatici, per uscire dalla tomba. Per tirarmi il collo. O per tirare quello del suo mancato fratello per non avere evitato questa inevitabile, conclusiva, intuizione editoriale. O concettuale. Che qui formulo con sintesi da iconoclasta sovvertitore, di colui che rompe (kláo) le icone (eikón) per consegnarne altre. Di ben più immaginifiche.

«I primi della classe devono continuamente curare il proprio immaginario. I fuoriclasse no. Ci penseranno gli altri».

Per questo Renato Casarotto resta un esempio che oltrepassa la sua disciplina.
Più di Walter Bonatti.

Per questo Fosco Maraini ci ha ispirato travalicando il muro di idee.
Più di Reinhold Messner.

Per questo a volte si scrive qualche riga di più.
Non solo in parete.

Per prepararsi a partire.
Senza scorciatoie.
Quando sarà il momento.

Scritto per GognaBlog e Altitudini.it, il 14 ottobre 2014

HYPERLINKS
Un ricordo di Renato Casarotto di Alessandro Gogna
Scrittura Geografica 00 di Alberto Peruffo
Due amori. Storia di Renato Casarotto di Alberto Peruffo
Ritratto di Renato Casarotto di Carlo Caccia
Applausi – Broad Peak North di Carlo Caccia
Quando la cultura fa paura di Alberto Peruffo

Per altri scritti di Alberto Peruffo, vedi casadicultura.it

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Flash di alpinismo 5

Flash di alpinismo
Citazioni, impressioni e immagini – parte 05 (5-13)
di Massimo Bursi

Pezzo di cretino
Pezzo di cretino, cosa ne sai tu della montagna, cosa ne sai tu della mia vita, delle mie idee? Certo tu ti senti a posto, ti senti sicuro, hai raggiunto una posizione, hai il futuro spianato; ma sei proprio sicuro di essere felice, hai tu provato una sola delle sensazioni che io ho provato?
No, non avevo sbagliato tutto, in montagna realizzavo me stesso (Giampiero Motti).

Ogni vero alpinista si crede incompreso e gli piace credersi diverso da tutti gli altri. Il proprio alpinismo diventa una bolla in cui isolarsi e in cui poter giustificare la propria incapacità di vivere assieme con gli altri.

Ogni alpinista pensa che le sensazioni che vive in parete siano uniche.

Ogni alpinista pensa che in montagna riesce a realizzare sè stesso e che gli altri, schiavi dei mille vincoli della pianura, saranno per sempre insoddisfatti.

Così in questo modo mettiamo in pace la nostra coscienza quando vediamo gli altri camminare mano nella mano con la loro ragazza, o sfrecciare allegri e leggeri sulle loro automobili.

Tu invece no, tu devi realizzare te stesso lassù!

Oggi scendi dal piedestallo su cui pensi di stare e non crederti questo superuomo!

Giampiero Motti mitizzato ad effigie come Ernesto Che Guevara. Motti in Piemonte ha sviluppato ed ideologizzato il movimento italiano della nuova arrampicata.
Al pari del Che, anche Motti ha ispirato molti ragazzi. Motti ha teorizzato un nuovo approccio con la montagna e con la parete. Un approccio leale lontano dalla retorica simil-militarista.
Mai avrebbe potuto prevedere l’attuale degenerazione e banalizzazione del movimento trasformatosi in arrampicata molto sportiva.
Flash 5 - 11Velocità’
Quando si pattina su ghiaccio sottile, la salvezza sta nella velocità (Ralph Waldo Emerson).

Arrampicare significa continuare a stupirsi di come non si sia ancora caduti. Arrampicare è equilibrio precario. Arrampicare è non credere ai propri occhi ma rimanere precariamente attaccati alla parete come lucertole.

Su certi passaggi, su certe pareti bisogna correre veloci e non stare molto a pensare. La velocità conduce in zone a minor rischio. A volte correre serve pure per tranquillizzare la nostra mente che non riesce ad accettare una precarietà così spinta.

Su una traversata, dove sai non conta chi salga da capocordata o da secondo, soprattutto se il traverso è esposto, correre ti serve per esorcizzare la paura che hai.

Se corri riuscirai ad evitare il maltempo. L’alpinista veloce è sempre l’alpinista più sicuro.

Il ghiaccio, più della roccia, accentua questa fragile e mutevole precarietà. Il ghiaccio che si ammorbidisce durante la giornata di sole, ti obbliga a tagliare i tempi di percorrenza.

Corri ragazzo, corri! La tua sicurezza passa anche dalla tua velocità.

Una bella e facile cresta di neve verso la cima finale. I pericoli sono tanti, ma la bellezza dell’alta quota è sicuramente molto suggestiva.
Flash 5 - 10Visionari
I visionari sono le persone che vedono un po’ più in là degli altri. Perfetto l’esempio del rock. Dove sono i visionari dell’avventura oggi? Mah. Certamente non nel grande circo no-limits, ma ci sono, ci sono. Ad esempio due miei amici carissimi che per decenni hanno scalato montagne mai salite prima senza dire niente a nessuno, limitandosi a costruire una volta giunti sulla cima sulla cima un ometto con dentro un bigliettino dove era scritto il loro nome e la data della loro salita. Forse oggi, nell’era della supermediaticità, il visionario sceglie di fare cose per se stesso limitandosi a comunicarle ad un pubblico ristretto in grado di recepire il loro valore simbolico, di altissima valenza etica e poetica. Le super performance ormai inflazionate non possono, secondo me, ispirare alcuno se non ad una emulazione atletica, che è cosa pregevole ma non ha niente a che vedere con il sacro fuoco dei nostri preferiti. Poi, detto tra di noi, che noia tutti quegli exploit ripetitivi! Che noiosi e tristi tutti quei personaggi a dieta e allenamento forzato, malinconici astemi, avari di se stessi, senza amici veri, senza risate, senza errori (Mirella Tenderini).

Sebbene sia difficile aggiungere qualcosa di sensato a quanto ha già espresso la Tenderini, mi piace l’idea che ci possano essere dei visionari sempre un passo avanti.

Ecco i miei visionari del rock e dell’alpinismo: Bob Dylan e Lorenzo Massarotto, persone con la capacità di anticipare i tempi senza mai restare ostaggi del proprio mito.

Bob Dylan è un cantautore che continuamente gioca a nascondino con il mondo, riservato e misterioso, minimalista e iconoclasta, semplice ed ombroso al tempo stesso, sempre disallineato con il grande circo mediatico musicale, con un caratteraccio ruvido e diffidente verso il mondo. Mi piace ricordare il suo isolamento dal mondo con la frase “io sono le mie parole”, mentre il suo minimalismo può essere riassunto nella frase “quel che riesco a cantare, lo chiamo canzone. Quel che non riesco a cantare, lo chiamo poesia”.

Seppure molto diverso e noto solo ad una ristretta elite anche Lorenzo Massarotto è stato un alpinista visionario. Lontanissimo dal circo mediatico dell’alpinismo sponsorizzato, ha compiuto splendide salite in posti ancora selvaggi come le Pale di San Lucano, di cui tanti parlano ma pochi frequentano.

Ha effettuato prime salite con pochissimo materiale, fedelissimo ad un’etica rigidissima che vedeva anche l’utilizzo di nut e friend come un artificio. Ha effettuato impegnative ripetizioni invernali e solitarie facendo riferimento soprattutto al proprio spirito e alla propria forza di volontà.

Non ha mai scritto nulla e di lui si ricordano rare interviste. Non ricorreva a sponsor e di lui si ricordano soprattutto gli spostamenti dalla pianura padovana alle Dolomiti a bordo di un vecchio motorino Ciao.

In un’epoca in cui anche l’alpinismo diventa una forma di esibizionismo, Lorenzo Massarotto sembra essere l’ultimo cavaliere della montagna che rifiuta anche nut e friend poiché troppo tecnologici.

In ogni paese c’è sempre un personaggio eccentrico chiamato da tutti il visionario perché parla di cose semplici ma strane ed ha sempre lo sguardo rivolto ad un punto lontano.

Lorenzo Massarotto dopo l’apertura di una delle ultime delle sue centoventi vie in Dolomiti: sfugge anche all’obiettivo della macchina fotografica.
Flash 5 - 9Il punto di vista della guida
Le tre regole della guida alpina: il cliente sta cercando di ucciderti, il cliente sta cercando di uccidersi e il cliente sta cercando di uccidere il resto dei clienti.

Proviamo a metterci nei panni della guida alpina.

Sotto il bel distintivo guadagnato con fatica e sacrifici, lui è ora pronto a portare i clienti su diversi itinerari alpinistici.

Quando vedi la tua guida chiusa in sé stesso, non è depresso perché la via è facile, ma sta semplicemente cercando di anticipare le tue mosse di maldestro cliente cittadino che non vede e non sente i pericoli.

In montagna bisogna stare sempre all’erta e la guida si porta sempre dietro un cliente generatore di problemi, di ansie e di potenziali pericoli.

Fa bene ogni tanto mettersi nei panni di una guida alpina.

Non sempre l’abito fa il monaco. Chi mai direbbe che questo ragazzo, Werner Braun, qui fotografato sulla via Pacific Ocean sul Capitan, sia uno stimato professionista del Soccorso Alpino e diverse cordate incrodate sulle grandi pareti della Yosemite Valley sono riuscite a tornare a valle grazie a lui!
Flash 5 - 8Tempi moderni
Non andavamo per fare grado, ma per fare stile (Heinz Mariacher).

Nell’epoca in cui l’alpinismo macho cominciava ad avere il fiato corto, ecco che Heinz Mariacher, detto Bostik per la sua impareggiabile bravura a tenersi, sugli appigli ed appoggi più insignificanti, inventa un’idea nuova, fresca e diversa di salire le Dolomiti.

Con lui lo stile diventa fondamentale. Non importa aprire una via, ma importa aprire una via in libera, con poche protezioni, nessuno spit e possibilmente dare alla via un grado eccessivamente basso per minimizzare l’impresa compiuta.

Così venne aperta la via Moderne Zeiten in Marmolada ad oggi riconosciuta come il capolavoro di Mariacher.

Peccato però che questo stile di assoluta arrampicata libera lo abbia costretto in una gabbia che ha permesso a Igor Koller e Jindrich Sustr di aprire la via del Pesce, sempre in Marmolada: loro si facevano meno problemi ed erano più focalizzati sull’obiettivo. Sicuramente avevano anche meno tempo di Mariacher e Iovane.

Sento spesso i ragazzi che vanno a fare certe vie solo per il grado elevato e trascurano alcune meravigliose vie o alcune pareti perché non hanno il grado interessante.

C’è di più: oggi vanno di moda le pareti strapiombanti che offrono gradi elevati che si possono raggiungere con tanto allenamento fisico e poca tecnica. Al contrario le vie in placca che necessitano di elevatissima e sofisticatissima tecnica, ma con gradi stretti e severi, sono spesso a torto trascurate.

Ricordati che il grado che tu fai, se non ti alleni, è destinato ad abbassarsi, mentre lo stile ti rimane per sempre e ti darà sempre soddisfazione.

Luisa Iovane sulla splendida fessura da affrontare in Duelfer sulla via Moderne Zeiten in Marmolada. Intere generazioni di aspiranti arrampicatori del Nuovo Mattino hanno sognato su questa fotografia. Sono trenta metri di elegante sesto grado assolutamente libero e senza chiodi che dovrebbero dare molta soddisfazione.
Flash 5 - 7Il viaggio
Un viaggio di mille miglia comincia con un passo (Lao Tze).

Quando guardo quanto devo camminare, ripenso alla massima di Lao Tze e comincio ad accumulare passo su passo fino ad arrivare alla meta. Spesso la meta è solo l’inizio.

Cammini quattro ore per arrivare sotto la parete da scalare. Quando parti alla mattina la tua meta è lo spiazzo, il passo, la cengia da cui ti legherai. Poi la meta si sposta e diventa la parete. Infine, nella discesa, la meta è di nuovo l’area dove slegarsi ed infine la meta diventa la macchina in fondo valle.

Il viaggio è una metafora della vita.

Se comperarti una casa sembra uno sforzo impossibile, comincia a risparmiare denaro: mese su mese i soldi si accumulano e l’obiettivo diventa raggiungibile.

E’ un lungo viaggio.

Spesso si pensa di conoscere la meta del proprio lungo viaggio ma non sempre è così.

Uno dei viaggi alpinistici più metaforici e più ricchi di significato avvenne nel 1968 quando Yvon Chouinard e Doug Tompkins partirono con un vecchio furgone dalla California per raggiungere la Terra del Fuoco. Fu un lungo viaggio in cui scalarono rocce e sassi, cavalcarono onde con il surf e tornarono con le idee chiare sul proprio rispettivo futuro professionale.

Fu così che nacquero le aziende Patagonia e North Face ed Yvon Chouinard e Doug Tompkins ne sono i rispettivi fondatori.

Quando affronti un viaggio, mettiti in testa di portarti sempre a casa un sogno.

Yvon Chouinard nella sua prima officina dà sfogo alla sua creatività e alla sua inventiva producendo attrezzatura all’avanguardia. In questa officina negli anni 70 si produceva il miglior materiale di arrampicata del mondo.
Negli anni successivi la Chouinard Equipment si trasformò, a causa di alcuni problemi legali che la portarono in bancarotta, nella Black Diamond, ancora oggi un’azienda produttrice di eccellente attrezzatura.
Tutto però partì da questa officina a Ventura sulle coste del Pacifico californiano. A parte il chiodo rurp, non inventarono nulla di nuovo ma migliorarono esteticamente e funzionalmente gran parte dell’attrezzatura alpinistica in uso.
Tom Frost, l’autore della fotografia, era solito definirsi piton engineer cioè ingegnere del chiodo.
Flash 5 - 6

Non esiste il mito
Nessun mito, nessuna salita “storica”, non fatevi condizionare, alzate il muso, guardate le pareti, e andate dove vi porta il “naso” (Paolo Vitali).

Una volta ero portato a mitizzare alcuni scalatori di cui avevo letto le imprese. Poi li conobbi superficialmente, li sentii parlare in qualche conferenza, lessi qualche loro intervista e mi sembrarono improvvisamente piccoli e umani, troppo umani.

Che forte delusione!

Ho capito che il considerarli miti è stata una mia distorsione mentale. I miti non esistono. Al massimo possono dedicare più tempo di te all’arrampicata, al massimo sono un po’ più dotati di te.

Desiderare troppo intensamente certi itinerari ti porta a mitizzarli e poi quando ne tenti la salita, hai la testa ingombra da tanta spazzatura mitica che ti sei creato e che non hai espulso. Sali meno libero e con uno zaino metaforico molto pesante.

Questo ingombro mentale non ti serve, è dannoso, ti brucia l’ossigeno e ti toglie elasticità. La storia alpinistica è bella, affascinante ma ti appesantisce e ti crea condizionamenti.

Chi non sa, sale senza inibizioni.

Chi sa, ha un ulteriore zaino da portarsi dietro, perché lui è diventato un uomo di conoscenza.

Il mito è creato apposta dai vecchi per spaventare i giovani.

Bob Dylan nel corso della sua lunga carriera di poeta, cantante e musicista, si è sempre reinventato e rinnovato seguendo se stesso spesso avendo contro anche i suoi fan.

Tu, leggi dei grandi alpinisti, studia la loro attività, guarda i video che tanto ti affascinano, cerca sui forum notizie ed informazioni, ma alla fine non seguire niente e nessuno.

Quando sento i ragazzi che commentano le vie in Dolomite e concludono che in fondo il Philipp-Flamm non è difficile, sono solo tanti tiri di sesto grado su roccia di dubbia qualità, hanno ragione!

Il Philipp-Flamm è una cazzata da salire e da dimenticare velocemente.

Divertiti ad abbattere i miti del passato.

I miti non ci sono, le salite storiche le abbiamo dimenticate ma le prime mitiche scarpette EB Super Gratton hanno mantenuto un fascino tutto particolare. Noi pensavamo che fossero venute dall’America ed invece furono create da Pierre Allain in Francia – infatti all’inizio si chiamavano PA – ed in pochi anni hanno invaso il mondo dell’arrampicata. Se una domenica vedevi qualcuno salire una via con le scarpette dove si era sempre saliti con gli scarponi, la domenica successiva anche tu salivi con le scarpette. La rivoluzione fu velocissima.
Flash 5 - 5

Avventura
Il rammarico non sta tanto nel dover morire, ma nel fatto che nessuno saprà mai quanto vicino siamo stati a salvarci (Ernest Shackleton nel suo diario).

Non saprei dare la corretta definizione di avventura, ma se penso all’avventura penso ad Ernest Shackleton.

Schackleton è stato un esploratore polare dell’inizio del novecento che è passato alla storia sebbene non abbia legato il suo nome a nessuna esplorazione ma sia stato il protagonista di una straordinaria avventura di sopravvivenza umana chiamata Endurance.

Questo sognatore, alla testa di un gruppo di ventisette uomini, si era dato l’obiettivo di attraversare l’Antartide. La loro nave, l’Endurance, rimase bloccata tra i ghiacci del pack che distrussero la nave. Portati alla deriva per centinaia di chilometri in balia dei movimenti naturali del pack, riuscirono a raggiungere la minuscola Isola degli Elefanti. Dopo un anno e mezzo di peregrinazioni erano di nuovo sulla terraferma ma comunque isolati dal mondo e senza alcuna possibilità di soccorso. A questo punto Shackleton ed altri cinque uomini partirono con una piccola scialuppa per raggiungere l’Isola della Giorgia Australe. Ci riusciranno in 17 giorni di navigazione nel peggiore incubo oceanico. La loro avventura non era ancora finita, sbarcati sull’isola affrontarono una traversata alpinistica fra rocce, nevai e ghiacciai che li portò, finalmente, dopo oltre due anni e mezzo, a contatto di nuovo con l’uomo.

Shackleton riportò tutti a casa sani e salvi, sacrificò l’obiettivo della spedizione con una gestione oculata e flessibile degli uomini; diede l’esempio del vero capo carismatico, seppe fare propria l’esperienza di chi lo aveva preceduto nelle esplorazioni polari e dimostrò sempre ottimismo anche nelle avversità più incredibili.

La lezione di Shackleton è tuttora una lezione fondamentale per chi ama l’avventura all’aria aperta e per chi sta preparandosi per una spedizione extra-europea.

Se stai solo affrontando il tuo mono-tiro nella tua falesia di casa, che lo spirito di Shackleton sia con te! 

Hermann Buhl, rilassato, dopo la sua straordinaria avventura sul Nanga Parbat. Lui fu un grande alpinista che ha vissuto grandi avventure con poveri mezzi e molto spesso sulle montagne dietro casa.
Flash 5 - 4

Understatement
Dr. Livingstone, I presume (Henry Morton Stanley).

Questa frase rappresenta l’icona del famoso understatement inglese.

Livingstone era da anni nel cuore dell’Africa nera e tutti in Inghilterra avevano perso le sue tracce. Il giornalista Henry Morton Stanley fu inviato in Africa per cercare il famoso dottore e missionario. Quando riuscì a trovare, nel 1871, dopo lunghe peripezie, un uomo bianco vestito secondo il classico stile coloniale dell’epoca, invece di spendersi in baci ed abbracci, semplicemente si presentò all’uomo bianco con questa asciutta e laconica espressione come se fosse ad un ricevimento: “Presumo che lei sia il dottor Livingstone”.

Mi piace contrapporre questa espressione alla prosa retorica in vigore nell’alpinismo dell’ottocento, del primo novecento, del secondo novecento e forse anche di oggi, almeno di certi ambienti dove conta ancora il peso delle medaglie appuntate sul petto.

Bruciamo tutto e ritorniamo alla semplicità e all’understatement inglese per narrare le nostre storie ed i nostri racconti delle gite domenicali.

I termini eroismo, lotta impari, battaglia leale, conquista epica lasciamoli nelle vecchie antologie scolastiche. Liberiamoci dalle croste romantiche, barocche e ampollose di certi stereotipi vecchi.

La martellante, inquietante, acida musica dei Sex Pistols ci aiuterà nel fare piazza pulita del vecchio linguaggio di conquista.

Anche le parole sono importanti.

Nello scegliere il tuo compagno di cordata, guarda come arrampica ma soprattutto come parla.

Una cordata affiatata, due scalatori, due grandi amici, che condivisero anche un appartamento per tanti anni: Wolfgang Guellich e Kurt Albert. Ricordiamoli con la canzone Riders on the storm dei Doors.
Flash 5 - 2Le porte della percezione
Se le porte della percezione fossero sempre dischiuse tutto apparirebbe all’uomo com’è: infinito (William Blake).

Frase celebre ed “ispirazionale” che ha spinto Jim Morrison a chiamare il suo gruppo di musica e poesia The Doors.

William Blake ed Aldous Huxley hanno ispirato tanti scalatori alternativi e visionari fino dagli anni 60. Molto “ispirazionale” è stato l’articolo di Doug Robinson l’alpinista come visionario che analizza gli stati mentali di chi scala.

Infatti la permanenza in parete, il pericolo e le difficoltà estreme portano gli scalatori a dischiudere le porte della percezione in maniera naturale e senza usare stupefacenti.

Nel tiro di corda estremo a metà parete tutti i tuoi sensi ed i tuoi muscoli e le tue connessioni nervose sono focalizzate sull’obiettivo di superare la parete, il tetto o la fessura.

Poi ti ritrovi in sosta svuotato di energia ma soprattutto incredulo e stupefatto di essere salito su di lì. In quel preciso momento non sei solo tu, sei qualcosa di più: più ricco, più grande, più potente. Il tuo io, di solito già molto forte, si è espanso, allargato a dismisura.

Tu, laddove gli altri vedono una parete aggettante, tu vedi chiaramente una via. Tu, laddove gli altri vedono liscio, vedi una precisa sequenza di appigli ed appoggi tali che non ci si può sbagliare. Tu senti il profumo della roccia e la musica della sosta. Non capisci perché gli altri non ti capiscono. Stai sicuro, Jim Morrison lo sciamano, ti capirebbe!

Gli altri fanno fatica a capire che tu stai vivendo una meravigliosa realtà separata. Da abbinare con la canzone Break Through dei Doors.

Allora, lasciati andare con la musica psichedelica dei Pink Floyd e vivi i tuoi magnifici viaggi di parete.

Al rifugio Monzino (Monte Bianco) tre grandi scalatori: Giancarlo Grassi che guarda a sinistra, Renato Casarotto che osserva verso destra in basso e Gianni Comino che ti fissa con il suo sguardo miope. Sembra che nessuno dei tre sia veramente interessato al fotografo, in realtà, lo scopriremo anni dopo, ciascuno stava separandosi, a modo proprio, dalla realtà… e nessuno sopravvisse.
flash 5 - 1continua

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