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Divieto d’arrampicata in Marmolada

Divieto d’arrampicata in Marmolada

E’ del 20 giugno 2016 la notizia del divieto d’arrampicata in Marmolada, più precisamente sulla perpendicolare della Stazione della funivia di Punta Rocca. Successivamente è stata emessa un’altra ordinanza, il 21 giugno, che definisce meglio i contenuti della precedente.

La decisione si è resa necessaria in quanto la stazione d’arrivo della funivia di Punta Rocca sarà interessata da lavori che potrebbero comportare l’accidentale caduta di materiale, anche se verranno adottate tutte le misure di sicurezza previste dalla legge, atte a impedire ogni malaugurato evento.

Riportiamo qui di seguito, delle due ordinanze emesse dal responsabile incaricato del comune di Rocca Pietore, solo il testo della seconda (cioè la N. 25, la definitiva), annotando solo il link per la prima (N. 24).

La stazione d’arrivo della funivia di Punta Rocca
Arriva della funivia Malga Ciapela-Punta Rocca,  Marmolada di Rocca
Ordinanza n. 25 del 21 giugno 2016
Settore proponente: Area Tecnica.
Oggetto: Lavori alla Stazione funiviaria di Punta Rocca. Interdizione arrampicate lungo la verticale di Punta Rocca – parete sud della Marmolada. Via dell’Ideale e relative varianti.

Il Responsabile
VISTA la comunicazione del 16 giugno 2016 pervenuta il 17 giugno 2016 al protocollo n. 3481, da parte della “Marmolada s.r.l.”, con la quale si richiede l’emissione di opportuno provvedimento a garanzia della messa in sicurezza del cantiere in località Punta Rocca-Stazione di arrivo funivia, regolarmente autorizzato;

SENTITO il Sindaco;

CONSIDERATO che perpendicolarmente al cantiere, lungo la parete sud della Marmolada, si snodano alcune importanti vie di arrampicata che potrebbero essere interessate da eventuali cadute accidentali di materiali, a prescindere dal fatto che sul cantiere sono da adottare tutte le opportune e necessarie garanzie di sicurezza;

PRESO ATTO dei periodi in cui si svolgeranno i lavori distribuiti da adesso fino al 30 giugno 2017;

CONSIDERATO che la pubblicazione del presente atto è rivolta alla generalità delle persone e in particolar modo a chi si diletta nell’arrampicata sportiva;

VISTO l’art. 107 del Testo  Unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali e successive modifiche e integrazioni;

VISTI gli articoli 41 e 42 dello Statuto del Comune di Rocca Pietore;

A TUTELA della sicurezza e della pubblica incolumità delle persone

Hansjörg Auer in solitaria sulla Via del Pesce, Marmolada, 2007, archivio AuerDivietoArrampicataMarmolada-Hansjörg Auer in solitaria sulla Via del Pesce, Marmolada, 2007, archivio Auer

O R D I N A:
1) IL DIVIETO DI ARRAMPICATA lungo la perpendicolare di Punta Rocca, parete sud della Marmolada, via di arrampicata denominata “Dell’Ideale” e relative varianti perpendicolari a Punta Rocca, dal 21 giugno 2016 al 15 luglio 2016;
2) i contravventori al presente divieto saranno sanzionati a termini di legge;
3) sarà cura della società richiedente provvedere all’esposizione del presente divieto nelle aree interessate, con opportuno avviso plurilingue;
4) di REVOCARE la precedente ordinanza n.24 del 20.06.2016.

Il Responsabile
Loris Fersuoch

Considerazioni di forma
Al di là della veniale imprecisione nel momento in cui la salita della parete sud della Marmolada viene qualificata come terreno per chi si diletta di “arrampicata sportiva”, va detto che l’ordinanza n. 24 era molto vaga. Si parlava solo di “perpendicolare da Punta Rocca”. La Stazione terminale di Punta Rocca non è situata sulla Punta Rocca vera e propria, bensì circa 250-300 metri a est. Direte: è ovvio che non s’intende la vetta, bensì la stazione terminale, luogo dove effettivamente saranno fatti i lavori. Ma, da un punto di vista formale, dovesse disgraziatamente succedere un incidente a qualcuno, l’ordinanza sarebbe facilmente attaccabile in sede giuridica. Se io arrampicando per esempio sulla via dell’Ideale sono stato colpito da una scarica non mi sarebbe difficile dimostrare che la perpendicolare da Punta Rocca non passa da lì. Dunque arrampicavo in piena legalità e io (o i miei eredi) dobbiamo essere risarciti. Ciò assodato, bene hanno fatto quelli del Comune a correggere l’ordinanza n. 24 con l’emissione della n. 25, che in effetti parla giustamente di via dell’Ideale e delle sue varianti.

Si è dunque ovviato in tempo a una grossa imprecisione con una correzione, ma a nostro parere sarebbe necessario includere nel divieto anche altre vie, aggiungendo i nominativi delle vie interessate dalla possibile caduta materiale, la cui linea di caduta non è così facilmente prevedibile. Oltre alla via dell’Ideale con le sue varianti d’uscita, la Messner e la Mariacher, potrebbero essere esposte anche la parte bassa della via Attraverso il Pesce, la via Italia, la via Fram, la via Fortuna, la via Fantasia, oltre alle varianti di minor conto di ciascuno di questi itinerari.

Giusto Callegari, variante d’uscita Mariacher alla via dell’Ideale, Marmolada, 23.07.1988
Giusto Callegari, Via dell'Ideale, Marmolada, Dolomiti Occidentali, 23.07.1988

Considerazione di sostanza
Non si comprende come non si faccia alcun accenno alla transitabilità del ghiaione alla base della parete sud. E’ pur vero che il sentiero che dal rifugio Falier sale al Passo Ombretta si snoda a sufficiente distanza dalla parete stessa. Ma nulla vieta di pensare che, lungo il ghiaione, possa vagolare qualcuno, magari alla ricerca di residuati bellici.

Considerazione di fondo
Siamo alle solite. La comunità alpinistica viene come di norma trattata come ignorante e minacciata di adeguate sanzioni, proprio come si fa con i bambini quando non si sa come educarli.

Possibile che non si riesca mai ad avere, da parte dell’autorità, un atteggiamento che ci riconosca responsabilità? Possibile che non si riesca a sostituire la parola “divieto” con la parola “Attenzione, pericolo grave”?

In Italia ci riempiamo continuamente la bocca con la parola “divieto” anche quando è del tutto inutile. Se una cordata è così stolta da trovarsi, in quei giorni, su quelle vie dobbiamo cercarne il motivo nella non adeguata comunicazione, magari nella lingua diversa, ma certamente non nella volontà di trasgredire il divieto. Chi sano di mente può volontariamente andarsi a cacciare sotto la caduta di materiale da cantiere? Nessuno. Dunque, se lo fa, lo fa per ignoranza totale della situazione. Meglio perciò insistere sulla comunicazione adeguata e capillare, tralasciando di vietare, cosa del tutto inutile, offensiva e sospetta. Sospetta di volontà di mettersi al riparo da aggressioni giuridiche e ritorsioni mediatiche.

Consigliamo il Comune di Rocca Pietore di fare adeguati avvisi sui siti di arrampicata più importanti nei vari paesi, dei quali ci diciamo fin da subito disponibili a fornire gli indirizzi nel caso non si voglia provvedere a farlo con fatica propria.

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Se eri un bambino

Se eri un bambino negli anni ’50 ’60 ’70 ’80
di Paulo Coelho


1. – Da bambini andavamo in auto che non avevano cinture di sicurezza né airbag…
2. – Viaggiare nella parte posteriore di un furgone aperto era una passeggiata speciale e ancora ne serbiamo il ricordo…
3. – Le nostre culle erano dipinte con colori vivacissimi, con vernici a base di piombo.
4. – Non avevamo chiusure di sicurezza per i bambini nelle confezioni dei medicinali, nei bagni, alle porte.
5. – Quando andavamo in bicicletta non portavamo il casco.
6. – Bevevamo l’acqua dal tubo del giardino invece che dalla bottiglia dell’acqua minerale…
7. – Trascorrevamo ore ed ore costruendoci carretti a rotelle ed i fortunati che avevano strade in discesa si lanciavano e, a metà corsa, ricordavano di non avere freni. Dopo vari scontri contro i cespugli, imparammo a risolvere il problema. Sì, noi ci scontravamo con cespugli, non con auto!
8. – Uscivamo a giocare con l’unico obbligo di rientrare prima del tramonto. Non avevamo cellulari… cosicché nessuno poteva rintracciarci. Impensabile….
9. – La scuola durava fino alla mezza, poi andavamo a casa per il pranzo con tutta la famiglia (sì, anche con il papà).
10. – Ci tagliavamo, ci rompevamo un osso, perdevamo un dente, e nessuno faceva una denuncia per questi incidenti. La colpa non era di nessuno, se non di noi stessi.

Paulo Coelho
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11. – Mangiavamo biscotti, pane olio e sale, pane e burro, bevevamo bibite zuccherate e non avevamo mai problemi di sovrappeso, perché stavamo sempre in giro a giocare…
12. – Condividevamo una bibita in quattro… bevendo dalla stessa bottiglia e nessuno moriva per questo.
13. – Non avevamo Playstation, Nintendo 64, X box, Videogiochi , televisione via cavo con 99 canali, videoregistratori, dolby surround, cellulari personali, computer, chatroom su Internet… Avevamo invece tanti AMICI.
14. – Uscivamo, montavamo in bicicletta o camminavamo fino a casa dell’amico, suonavamo il campanello o semplicemente entravamo senza bussare e lui era lì e uscivamo a giocare.
15. – Sì! Lì fuori! Nel mondo crudele! Senza un guardiano! Come abbiamo fatto? Facevamo giochi con bastoni e palline da tennis, si formavano delle squadre per giocare una partita; non tutti venivano scelti per giocare e gli scartati dopo non andavano dallo psicologo per il trauma.
16. – Alcuni studenti non erano brillanti come altri e quando perdevano un anno lo ripetevano. Nessuno andava dallo psicologo, dallo psicopedagogo, nessuno soffriva di dislessia né di problemi di attenzione né d’iperattività; semplicemente prendeva qualche scapaccione e ripeteva l’anno.
17. – Avevamo libertà, fallimenti, successi, responsabilità… e imparavamo a gestirli.

La grande domanda allora è questa:
Come abbiamo fatto a sopravvivere?
E a crescere e diventare grandi?

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La colpa, il diritto e l’Alpe… – parte 2

Massimo Ginesi ha 51 anni, va in montagna da 40, è stato istruttore di alpinismo del CAI per una quindicina d’anni e tecnico di soccorso e poi elisoccorso per quasi trentuno. Oggi dice d’essere solo uno che va in montagna. Nella vita, dal 1992 fa l’avvocato (si occupa essenzialmente di diritto immobiliare), collabora con il il Sole24ore e con diverse case editrici che si occupano di diritto e formazione e da quindici anni è Magistrato Onorario di Tribunale. Per undici anni ha fatto il vice procuratore della repubblica a Massa e da quattro anni ricopre il ruolo di giudice civile. Abita a La Spezia ed è particolarmente legato alle Alpi Apuane, anche se ha “giracchiato” un po’ per tutti i rilievi del paese.

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La colpa, il diritto e l’Alpe… – parte 2
di Massimo Ginesi
(qualche riflessione di “filosofia alpina del diritto”)

per leggere la parte 1, vedi qui.

Abbiamo esaminato nella prima parte i principi generali della responsabilità, resta ora da vedere, sempre con un approccio per quanto possibile pratico, come quei principi trovino applicazione nel quotidiano girovagare per rocce e ghiaccio.

Conviene a tal proposito richiamare le ipotesi generali della colpa generica: ovvero una condotta imprudente (faccio ciò che non dovrei), imperita (faccio male ciò che dovrei saper far bene) o negligente (non faccio ciò che dovrei) oppure non si è attenuta a prescrizioni previste in leggi, regolamenti ordini o discipline.

E’ necessario anche far riferimento ad altri due concetti di rilievo: la posizione di garanzia e l’esigibilità.

Sono concetti più da corridoi forensi e toghe che da valli, colli alpini e ramponi, per cui fra breve proveremo a comprendere come debbano intendersi e che conseguenze comportino quando si cerca di individuare responsabilità nella pratica degli sport montani.

Vale però la pena osservare, per chi invece intende avere un approccio più tecnico-giuridico, che di recente sono uscite diverse pubblicazioni che affrontano con molta accuratezza il tema della responsabilità penale e civile nelle attività connesse all’ambiente montano (per esempio, AA.VV. La responsabilità civile e penale negli sport del turismo – Vol. I – collana la Montagna – Giappichelli, Torino, 2013).

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Abbiamo già sottolineato la peculiarità dell’ambiente in cui si svolge l’attività alpinistica, uno di quei settori (fortunatamente) sino ad oggi sfuggito – se non per episodici, esecrabili e circoscritti fenomeni – ad una normativizzazione e codificazione delle condotte (di alcuni se ne è discusso anche qui sopra, http://www.alessandrogogna.com/2015/11/21/patentino-e-guida-alpina-obbligatori-in-abruzzo/).

Se ciò esclude per buona parte la riconducibilità a colpa specifica (ossia la violazione di norme di legge, regolamenti o usi), nella ordinaria attività non professionistica, lascia anche grandissimi interrogativi su quali confini dare a termini di negligenza, imperizia e imprudenza nella pratica di sport che si svolgono in ambienti e condizioni così peculiari.

A tali concetti si collegano, strettamente, i due presupposti che abbiamo evidenziato poco sopra ovvero l’esigibilità (cosa potevo pretendere da un determinato soggetto in una determinata situazione per non considerarlo colpevole e in base a quali parametri) e la posizione di garanzia – strettamente collegata al reato omissivo improprio previsto dall’art. 40 u.c. cod.pen. : “non impedire un evento che si ha l’obbligo giuridico di impedire equivale a cagionarlo” – che è riconosciuta a determinati soggetti (Stefania Rossi, Le posizioni di garanzia nell’esercizio degli sport di montagna, Diritto Penale Contemporaneo, 2013).

Chi arrivato sin qui stia per gettare la spugna per troppa giuridicità, consideri queste brevi premesse tecniche come un noioso zoccolo erboso per arrivare all’attacco. Lo zoccolo prevede ancora qualche fastidiosa e insidiosa roccetta giuridica e poi lo facciamo terminare: la Cassazione, anche di recente, ha affermato che la responsabilità ex art. 40 c.p. “presuppone la titolarità di una posizione di garanzia nei confronti del bene giuridico tutelato dalla norma incriminatrice violata, dalla quale deriva l’obbligo di attivarsi per la salvaguardia di quel bene; obbligo che si attualizza in ragione del perfezionarsi della c.d. situazione tipica. In presenza di tali condizioni la semplice inerzia assume significato di violazione dell’obbligo giuridico (di attivarsi per impedire l’evento) e l’esistenza di una relazione causale tra omissione ed evento apre il campo all’iscrizione penale, secondo la previsione dell’articolo 40 cpv. c.p. Cassazione penale, sez. IV, sentenza 05/09/2013 n° 36399.

Tradotto dal linguaggio aulico e oscuro dei giudici, che significa tutto ciò per chi arrampica (a Finale Ligure come sulla Est delle Grandes Jorasses)?

Significa che in caso di incidente potremmo finire davanti a un giudice che dovrà valutare:

la mia condotta positiva, ovvero ho fatto qualcosa che ha direttamente influito sulla causazione dell’evento: ho fatto cadere sassi, ho dato corda in maniera inadeguata tirando giù il mio socio, ho tagliato il pendio e fatto cadere una valanga, ho piantato male un chiodo che si è tolto, ecc., ho messo una fila di viti in una cascata che si sbottonata integralmente al momento del volo (caso realmente accaduto);

la mia condotta omissiva, ovvero ho omesso qualcosa che invece avrei dovuto fare: non ho passato alcun chiodo sul tiro, quando il mio compagno è volato non ho messo mano al discensore con cui lo stavo assicurando ma sono rimasto inerte a guardarlo, non ho portato una pila che mi consentisse di rientrare al buio e nel vagare per tutta la cresta Kuffner al Mont Maudit nel tentativo di ritornare al Col de la Fourche il mio socio è assiderato, ecc.

La valutazione di quel Giudice dovrà poi tener conto delle caratteristiche professionali, dei titoli e della esperienza dei soggetti, delle natura della gita, del rapporto che si instaura fra i due, delle concrete condizioni in cui la vicenda si è verificata: in taluni casi la posizione di garanzia è in re ipsa ed è stringente poiché si fonda sull’affidamento di un soggetto ad altra figura preposta a svolgere un determinato compito (guida/cliente, Istruttore allievo, Maestro di Sci/allievo); in tali ipotesi oltre al fatto di reato e alla responsabilità extracontrattuale per fatto illecito può sommarsi anche la responsabilità contrattuale che nasce dal rapporto fra i due; in altre ipotesi la posizione di garanzia è più labile e tutta da verificare oppure non esiste affatto e – per tali ragioni – la situazione processuale può essere ancora più insidiosa (cordata liberamente formata ma con un compagno più esperto, due istruttori che vanno ad arrampicare insieme per diletto, gruppo di scialpinisti con un paio di componenti esperti che scelgono il percorso, ecc.).

E come fa un signore che veste tutto il giorno la toga, che passa due terzi della sua vita su uno scranno con scritto sopra alla testa “la legge è uguale per tutti” e che pensa che Peuterey sia una marca di abbigliamento e Rochers Gruber una marca di cioccolatini tedeschi a decidere se sono o meno colpevole – alla luce di quanto abbiamo appena detto – in caso di incidente in montagna?

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Poiché è assai improbabile che ne abbia scienza propria (esistono pure giudici che sono valenti alpinisti), di solito chiede lumi. A chi? A un perito nel processo penale e a un Consulente Tecnico d’ufficio in sede civile, ovvero a qualche figura qualificata che gli esponga cosa si sarebbe dovuto fare e perché nel caso che è finito al suo esame. In tale ipotesi le parti possono nominare propri consulenti di parte che affiancano il consulente nominato dal giudice e lì, di solito, inizia il parapiglia, poiché mezzi che erano nati come forma di garanzia e di contraddittorio fra le parti – per le storture, la lentezza e la farraginosità sempre più marcata di questo paese – sono diventati leve di forza non sempre equilibrata all’interno del processo.

Non servirà dire che, solitamente, queste figure sono guide alpine, militari istruttori o tecnici del soccorso, ossia figure che hanno (ho dovrebbero avere) una lata competenza specifica e professionale della materia. E non servirà dire che, spesso, per le storture evidenziate, a seconda della parte assistita, i tecnici coinvolti suggeriranno soluzioni diametralmente opposte fra loro.

E’ evidente, da quanto sin qui detto, che è salubre – per quanto possibile – evitare di frequentare qualunque struttura burocratica di questo paese come gli ospedali e i tribunali (cosa che vi dirà qualunque medico o avvocato di buon senso), ma a volte non vi è proprio scelta e allora è utile comprenderne, almeno in maniera sommaria, i meccanismi.

Come si arriva dunque fin sotto la famosa (e ottimistica) scritta sulla legge e l’uguaglianza al fine di essere valutati per la propria condotta od omissione?

Dipende dai casi. Proviamo a esaminarli singolarmente.

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La cordata o la sciata libera

E’ l’incidente che accade alla cordata o al gruppetto di sciatori (alpinisti o freerider) composto da appassionati, quando ci scappa il morto o il ferito grave, appartenente o meno al gruppo suddetto.

Si tratta di due ipotesi procedibili d’ufficio (ovvero l’autorità intervenuta farà un rapporto alla Procura della Repubblica, che dovrà valutare la sussistenza di reati in capo ai sopravvissuti) e in tali casi, a meno di evidenti e manifeste negligenze, il fatto viene ascritto dalla autorità a disgrazia. Il procuratore potrà eventualmente, ove gli agenti di polizia giudiziaria intervenuta abbiano ravvisato elementi che potrebbero dar luogo a colpevolezza (corde consumate, manovre azzardate, condotte omissive evidenti) incaricare un tecnico che valuti la condotta dei soggetti coinvolti per comprendere se sussistano quei requisiti di prudenza, perizia e diligenza che escludano la sussistenza della colpa.

Tali indagini diventano spesso più combattute quando a dare impulso al procedimento vengono coinvolte le persone offese dal reato, ovvero il danneggiato o gli eredi del soggetto che ha avuto la peggio, che hanno facoltà di intervenire nel procedimento adducendo ulteriori elementi di prova e di sollecitazione delle indagini, magari suffragati da un tecnico di parte.

Il dolore e il denaro sono, purtroppo, due fra i peggiori consiglieri dell’animo umano e spesso spingono a cercare nella giustizia umana una ragione e una consolazione per eventi difficili da accettare.

Va opportunamente sottolineato che, nel caso di soggetti che stanno liberamente svolgendo attività ludico ricreativa (alpinismo, arrampicata, sci, ecc.), il giudice dovrà attenersi ad una valutazione della condotta di costoro rapportandola a quella che si dovrebbe pretendere da un alpinista di media capacità, per arrivare a capire se qualcuno dei soggetti coinvolti è sceso sotto quella soglia e ha integrato gli estremi della imprudenza, imperizia o negligenza.

Chiederà quindi a un esperto che cosa è successo e cosa invece si sarebbe dovuto fare affinché l’evento non si verificasse. Non servirà spendere molte parole per comprendere che questo giudizio a posteriori, ma fatto con prognosi ex ante (così dicono i giuristi, ovvero il tecnico deve immaginarsi nella situazione concreta e- seppur a posteriori – deve esprimere una valutazione su cosa avrebbe dovuto prevedere e fare colui che si trovava di fronte a un determinato contesto), è spesso impossibile da rendere in vicende di montagna.

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Le variabili in gioco (climatiche, emotive, tecniche) sono tali e tante che è assai improbabile che da quel giudizio esca una giustizia: un conto è stabilire mediante una consulenza quali sono le tegole più adatte a non far entrare acqua in un tetto o che misura dovevano avere i piloni per non far crollare il viadotto e un conto è stabilire cosa si doveva fare un certo venerdì alle ore 17.30 dopo dodici ore di arrampicata in mezzo alla bufera sulla Colton-McIntyre alle Grandes Jorasses.

Il caso della guida francese morta qualche anno fa insieme alla cliente poco sotto la vetta delle Grandes Jorasses lungo la normale dopo aver salito il Linceul è emblematico: la morte di entrambi ha evitato l’apertura del procedimento ma – posto che era plausibilmente ravvisabile una colpa della guida nell’aver scelto una finestra di sereno troppo breve sapendo di aver maltempo in arrivo già dalla sera – chi avrebbe poi potuto sindacare e decidere le scelte successive che hanno indotto i due a fermarsi al riparo di un sasso dove sono morti assiderati?

L’uomo (o l’alpinista) della strada risponderebbe al giudice e al CTU “vai, prova e poi dicci cosa avresti fatto tu”. E probabilmente non avrebbe, sotto il profilo pratico, etico e morale, neanche tutti torti.

Resta il fatto che il processo è una approssimazione che deve pervenire alla applicazione di un precetto sanzionatorio o alla emissione di una sentenza di condanna sulla base di una ricostruzione storico-fattuale in base a elementi acquisiti a posteriori e che, pertanto, deve basarsi su una serie di meccanismi istruttori che, per loro natura, non danno risultati esatti (tant’è che si sono spese infinite parole sulla verità processuale e la verità storica), che in molti casi sono ben lungi dal coincidere . I risultati sono ancor più imprevedibili e aleatori se si parla di accadimenti alpini, perché per quanto il perito nominato dal giudice sia saggio e conscio delle dinamiche delle diverse discipline, non potrà che trasferire una componente di ipoteticità e soggettività nella propria relazione per fattori che appaiono intuitivi a chiunque abbia frequentato la montagna in maniera meno che occasionale e che attengono alla scarsa riproducibilità di luoghi ambienti e situazioni in concreto accadute e ancor più variamente percepite.

Uno dei primi casi che arrivarono in Tribunale nei primissimi anni ‘80, per un incidente di questo tipo, accadde sul Pilone Centrale del Frêney dove due forti e giovani alpinisti si trovarono coinvolti in un incidente, in tempi ante telefonini; quello rimasto illeso lasciò il compagno a una sosta e scese a cercare soccorso che, purtroppo, arrivò tardi. I genitori dell’alpinista ferito e poi deceduto chiesero al giudice di valutare se la condotta del sopravvissuto era esente da responsabilità penale; il provvedimento dell’autorità giudiziaria fu nel senso di escludere ogni tipo di illeceità, alla luce del contesto, della assenza di nesso causale (se l’agente avesse posto in essere la condotta richiesta, l’evento sarebbe stato evitato?) e della situazione peculiare di grande complessità ambientale e tecnica. Ovvero il soggetto ferito sarebbe comunque probabilmente deceduto anche se il compagno fosse restato con lui e l’attesa dei soccorsi avrebbe pregiudicato anche le sue possibilità di salvezza né era esigibile, in quel contesto, una condotta diversa.

Sotto il profilo delle responsabilità, il caso del gruppo di liberi battitori – siano essi alpinisti, sciatori o climber – rappresenta l’ipotesi giuridicamente meno complessa, seppur suscettibile di infinite sfumature valutazione: il concetto di esigibilità dovrà essere valutato alla luce della esperienza dei soggetti coinvolti, della situazione concreta, del concorrere di situazioni di emergenza, della presenza di un leader di fatto della cordata (possiamo anche essere una cordata di libera formazione ma se – per mera ipotesi – il mio socio è Chris Sharma piuttosto che Ueli Steck – la valutazione del Giudice non potrà non tener conto di tutto ciò e di quello che era esigibile e medio per me e per loro). Il ragionamento vale, mutatis mutandis, anche per le altre discipline alpine.

Pensiamo alla grande tragedia del Frêney del 1961 che, per l’eccezionalità degli eventi (e, forse, anche per quell’aura di etica alpina cui si faceva riferimento nella prima parte) non condusse ad alcun procedimento, ma che può essere esemplificativa della fluidità delle valutazioni in questo campo: Walter Bonatti era all’epoca guida e valentissimo alpinista, Roberto Gallieni era abitualmente cliente di Bonatti seppur con un curriculum di grande valore e Andrea Oggioni era un fortissimo non professionista. Se un giudice volesse perdersi a comprendere chi doveva garantire chi e quali erano le condotte esigibili avrebbe da riflettere per tre vite…

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La posizione tipica dell’affidamento – Guida, Maestro, Istruttore
La materia è sterminata e la trattazione sarà necessariamente sintetica e assai schematica. I puristi del diritto sono pregati di non scandalizzarsi.

I meccanismi di valutazione generali del nesso di causalità e di valutazione delle condotte – nel loro apporto alla verificazione del fatto – sono identici al caso che precede.

Cambiano tuttavia – totalmente – i parametri di valutazione del Giudice relativamente alla caratteristiche della esigibilità che devo ritenere esigibile dal professionista o dal titolato.

In tali casi “le fattispecie penali più frequentemente ascritte alla guida alpina, allistruttore-accompagnatore CAI. e al capo gita (vale a dire omicidio colposo e lesioni colpose) si strutturano secondo il modello del reato omissivo improprio: laddebito di responsabilità si sostanzia, infatti, nel non aver impedito un evento che si aveva lobbligo giuridico di scongiurare. Ciò deriva dal fatto che nell’accompagnamento in montagna si rinviene un peculiare rapporto di “affidamento” tra accompagnato ed accompagnatore, che ingenera in quest’ultimo una posizione di garanzia rilevante ai sensi e per gli effetti dell’art. 40 c. 2 c.p. In realtà, sul punto, occorre distinguere tra accompagnamento professionale, esercitato notoriamente dalla guida alpina, e accompagnamento non professionale (associazionistico o volontario) che si manifesta in molteplici forme (accompagnatori/istruttori CAI qualificati, capogita, accompagnatore occasionale). Il principio di affidamento è, infatti, molto più marcato nel caso in cui laccompagnamento venga svolto da una guida alpina o da un istruttore CAI ed è, per contro, sostanzialmente escluso se si tratta di un accompagnatore per amicizia o cortesia; diversamente, nel caso del capo gita, la quota di responsabilità che lescursionista potrà dirottare sull’accompagnatore, pur sussistendo, sarà di gran lunga inferiore, poiché egli non ha a che fare con un garante professionista” (S. Rossi. op.cit.).

Che significa tutto ciò? Che nella valutazione della condotta del professionista il Giudice dovrà informarsi non già alla condotta esigibile dall’alpinista medio nello specifico contesto in cui è accaduto il fatto, ma alla miglior scienza ed esperienza del settore, secondo i principi della responsabilità professionale (principalmente elaborati dalla giurisprudenza con riferimento alla responsabilità medica).

In caso di evento dannoso (alla cordata, così come cagionato a terzi) si dovrà ritenere che al professionista o al titolato incombessero oneri specifici e precisi di prevedere dinamiche e condotte volte alla salvaguardia propria e dell’accompagnato, con una rapporto tipico di direzione in capo all’uno e di subordinazione in capo all’altro per quanto attiene alle scelte e alle iniziative, senza che – per questo – non residui in capo al cliente/allievo un obbligo di diligenza generica media.

In sostanza significa che per andare esenti da colpa la guida o l’istruttore dovranno dimostrare che hanno fatto tutto il possibile alla luce della situazione concreta, secondo lo stato della propria formazione professionale o tecnica, delle condizioni ambientali, dell’applicazione delle migliori scelte tecniche ed esperienziali con riferimento a quella casistica (ho scelto il Prusik o il Marchand, ho preferito scendere di conserva piuttosto che assicurato, ho fatto mettere il casco/ l’imbrago/ i ramponi al cliente/allievo, gli ho fato o meno metterei i coltelli oltre alle pelli di foca) per comprendere se in quella determinata situazione era da parte della guida evitabile e prevedibile quell’infortunio. In tal senso va osservato che le rare pronunce dei giudici sono assai rigide: con riferimento a un caso in cui la guida aveva condotto dei clienti a una gita di scialpinismo e costoro erano periti sotto una valanga la corte ha ritenuto assai rigidamente che era compito della guida prevedere il pericolo (per la natura del terreno ripido, scistoso e senza alberi e per le condizioni della neve): “La guida alpina ha lobbligo di vigilanza sugli allievi, gli insegnanti sono tenuti a vigilare sull’incolumità degli allievi nel periodo in cui si esercitano sotto la loro guida (Cass. pen. sez.IV, 19 febbraio 1991; Trib. Torino, 28 maggio 1994)”.

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Altra ipotesi più recente riguarda la guida condannata per omicidio colposo di un ragazzo morto lungo un torrente durante un’escursione organizzata, in cui il giudice ha ritenuto che la guida non avesse sufficientemente informato e vigilato sui propri accompagnati sì da prevenire eventuali comportamenti anche imprudenti o imperiti degli stessi (Cassazione, Sez. IV, sentenza 24 marzo 2003, n. 13323).

In tali ipotesi gioca un ruolo fondamentale l’affidamento e la competenza tecnica attestata dalla qualifica del soggetto agente: altro caso arrivato nelle aule di giustizia riguarda l’ipotesi di un istruttore che, lungo un tiro in forte diagonale, aveva passato solo due rinvii, facendo salire i due allievi contemporaneamente a pochi metri di distanza l’uno dall’altro (uno dei quali senza casco), i quali sono volati a metà tiro riportando l’uno la morte e l’altro gravi lesioni.

Se per le guide alpine quanto sin qui rappresentato ritengo costituisca pane quotidiano di riflessione, forse coloro che svolgono ruolo da istruttore non sempre hanno ben chiare le responsabilità che assumono e i guai grossissimi che rischiano quando si avventurano per montagne e falesie nelle allegre brigate dei corsi. Per la mia personale esperienza (da istruttore di alpinismo e tecnico di elisoccorso durata molti anni e oggi felicemente conclusa) non posso che far proprio il motto di un caro amico guida e fortissimo alpinista “in fondo in rapporto alle porcherie che si vedono fare per monti si verificano davvero pochissimi incidenti” (e potremmo aggiungere – per maggior fortuna – ancor meno processi…).

Ometto di affrontare tutte le problematiche, che pure sono state sviscerate dalla giurisprudenza, sull’esercizio di attività pericolosa, sulla responsabilità contrattuale nel rapporto negoziale fra guida/cliente e istruttore/scuola/allievo e quelle relative alla responsabilità penale per esercizio abusivo della professione contestata a due istruttori che accompagnavano allievi perché ci porterebbero troppo lontano e complicherebbero vieppiù l’esposizione.

Resta ancora da sottolineare che l’affidamento è presunto ove la prestazione titolata si svolga in maniera istituzionale (ossia si tratti di rapporto guida/cliente o istruttore/allievo che originano da contratto), mentre non sussiste necessariamente invece ove la gita o la salita si svolga tra persone che annoverano anche esperti non titolati: anche se c’è l’amico bravo che decide dove passare o guida il gruppo, costui non assume automaticamente una posizione di garanzia nei confronti degli accompagnati. In un caso, arrivato alle aule di giustizia, un gruppo di scialpinisti è rimasto travolto da una valanga e il giudice è chiamato a verificare sia la responsabilità penale per omicidio colposo di colui che ha staccato con la propria condotta imprudente (attraversamento del pendio) la valanga sia la concorrente responsabilità omissiva dell’esperto e anziano del gruppo che si ipotizzava – in virtù di tali caratteristiche – avesse assunto un obbligo di protezione e garanzia nei confronti degli altri e, per tale ragione, ne era stato chiesto dalla procura il rinvio a giudizio.

Si è già accennato che un accadimento può anche derivare da una serie di concause e, quindi, possono anche essere diversi i soggetti responsabili e le cui distinte condotte concorrono alla causazione dell’evento (nel caso di specie, secondo la ricostruzione della procura, aveva contribuito alla morte dei travolti dalla massa nevosa sia la condotta di colui che ne aveva materialmente causato il distacco sia quella omissiva di colui che non aveva previsto – in virtù delle sue conoscenze ed esperienza – la possibilità che si verificasse tale distacco passando in quel luogo). In tale ipotesi il giudice, mentre ha ritenuto sussistente la responsabilità dello scialpinista che ha concretamente staccato la valanga, ha ritenuto che non sussistesse posizione di garanzia del componente esperto poiché “per lassunzione di una posizione di garanzia, non basta essere il più esperto di un gruppo di escursionisti. È necessario che il soggetto abbia assunto, anche tacitamente, lincarico di guidare il gruppo, mettendo a disposizione le sue conoscenze e le sue capacità, e che i componenti del gruppo, trovandosi in una situazione di inesperienza e di incapacità rispetto all’attività intrapresa, abbiano deciso di svolgere quell’attività proprio per la presenza di una persona capace al loro fianco, cui si sono affidati, conferendogli poteri di guida, cura e direzione” (Giudice Udienza Preliminare Tribunale di Sondrio, 10 marzo 2005): nel caso di specie si era concretamente accertato che ciò non fosse accaduto.

Corte Suprema di Cassazione - Lettura della sentenza Mediaset
Vi sono ancora ipotesi in cui invece l’affidamento e la protezione del soggetto sono assoluti e vi è una presunzione totale di responsabilità del soggetto affidatario, come nell’accompagnamento di minori. Più volte i giudici hanno motivato le loro condanne facendo riferimento alla norma che prevede in capo al genitore, o all’insegnante per il periodo in cui il minore gli è affidato, la totale responsabilità per i danni cagionati dal minore stesso salvo che si provi di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno (art. 2048 cod.civ.: Il padre e la madre, o il tutore sono responsabili del danno cagionato dal fatto illecito dei figli minori non emancipati o delle persone soggette alla tutela, che abitano con essi. La stessa disposizione si applica all’affiliante. I precettori e coloro che insegnano un mestiere o un’arte sono responsabili del danno cagionato dal fatto illecito dei loro allievi e apprendisti nel tempo in cui sono sotto la loro vigilanza. Le persone indicate dai commi precedenti sono liberate dalla responsabilità soltanto se provano di non aver potuto impedire il fatto).

Nell’ambito della montagna tale disposizione è stata applicata spesso dai giudici alla disciplina dello sci, ove in capo al maestro che accompagna ragazzini quel non aver potuto impedire l’evento è stato inteso come un preciso dovere di controllare tutto ciò che non si può pretendere che un minore arrivi a verificare da sé, per quanto sia bravo ed esperto nella disciplina (Trib. Trento, Sez. distaccata Tione, 15 giugno 2001, n. 52: Laddove l’allievo è un soggetto minore occorre ricordare che vi sono ulteriori importanti regole di condotta che devono essere rispettate dal maestro: egli in particolare deve controllare personalmente i sistemi di sicurezza, la corretta taratura degli attacchi, la lunghezza degli sci e quella dei bastoncini; deve, poi, fornire una corretta informazione al genitore sul tipo di lezione che intende svolgere e sulle difficoltà del tracciato, anche in relazione alle condizioni atmosferiche della giornata).

Non sarà difficile trasferire i parametri espressi dal giudice trentino per lo sci al mondo dell’arrampicata e verificare quale e quanta attenzione richieda l’accompagnamento di minori ad arrampicare, sia che si rivesta la qualifica di guida, di istruttore o di semplice appassionato e quale configurazione stringente assumano i meccanismi della colpa in tali ipotesi. Meccanismi che attengono alla responsabilità penale e civile sia per i danni che il minore può subire (è ancora fresca una tragedia di cui si è discusso anche in questo blog e che non analizzeremo per rispetto di tutte le parti coinvolte e della vicenda giudiziaria ancora in corso) sia per quelli che – durante lo svolgimento della attività – il minore può cagionare a terzi (si pensi al ragazzino che ferisce altri perché si cala male da una sosta e urta l’arrampicatore sul tiro vicino, piuttosto che il minore che indossa male l’imbragatura o che – spiccozzando su per una cascata – provochi danno ad un altro iceclimber per uso improprio degli attrezzi: in tali casi l’accompagnatore potrà liberarsi dalla responsabilità per colpa solo dimostrando che quegli eventi travalicano non solo dalla sua possibilità di intervento concreto al momento del fatto ma anche dalla sua capacità di previsione).

Conclusione
Quanto sin qui esposto rappresenta solo una carrellata, veloce, superficiale e incompleta, delle mille sfaccettature che possiamo trovarci ad affrontare in montagna quando pretendiamo di definire il concetto di colpa e di delineare i confini nei quali inscriverla.

Tuttavia conoscere un poco le possibili evoluzioni patologiche delle situazioni, lungi dall’allontanarci dalla pratica delle attività, deve essere di stimolo a svolgerle con maggior accortezza e consapevolezza.

E il confronto su temi così delicati, che spesso giungono all’esame di soggetti che poco o nulla conoscono il mondo della montagna, può aiutare a creare una maggior consapevolezza e un più attento uso della giustizia sia in chi è chiamato ad applicare la legge che in coloro che – in tali compiti – forniscono ausilio come periti e consulenti.

Restano da esaminare ancora molti aspetti, a esempio l’emergente problema del deterioramento delle attrezzature delle falesie e le responsabilità connesse, la figura del chiodatore professionista e l’infinito e complesso mondo delle responsabilità nell’ambito del soccorso, che potranno eventualmente essere oggetto di futura trattazione.

NdR: sul medesimo argomento si può consultare saggio dell’avv. Daniela Messina.

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La colpa, il diritto e l’Alpe… – parte 1

La colpa, il diritto e l’Alpe… – parte 1
(qualche riflessione di “filosofia alpina del diritto”)
di Massimo Ginesi

In principio era l’alpinismo, attività eroica praticata da pochi personaggi, considerati originali o folli; quando capitava che qualcuno si facesse assai male, o ci lasciasse le piume, si trattava invariabilmente di fatalità.

La predominante incidenza del fato è durata immutata dai primordi della frequentazione dell’alpe sino a relativamente pochi anni fa: per una sorta di codice etico non scritto, gli incidenti in montagna erano sempre ascritti a una disgrazia e a nessuno veniva in mente di andare a chiedere a un Giudice se invece di quella fatalità o disgrazia doveva trovarsi un responsabile. Anche i soccorritori e l’autorità di pubblica sicurezza, che intervenivano sul luogo del disastro, rendevano con grande frequenza relazioni di servizio che inducevano le Procure della Repubblica ad ascrivere il fatto a un evento accidentale o a quello che i giornali amano definire, con orribile espressione, “la montagna assassina”; la faccenda finiva lì, poiché il magistrato non ravvisava negli accadimenti alcuna notizia di reato.

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Oggi la situazione appare radicalmente mutata, poiché molti fattori hanno fatto sì che la montagna e le attività ad essa legate siano diventate non più appannaggio di pochi eroici “conquistatori dell’inutile” ma attività con discreta diffusione sociale: il numero dei frequentatori è cresciuto a dismisura; sono sorte diverse modalità di svolgimento delle attività connesse all’ambiente alpino, dal freeride all’eliski, ai meeting di bouldering tipo Melloblocco piuttosto che le gare di arrampicata indoor e all’aperto, sono nate centinaia di falesie con attrezzatura sistematica a cura di terzi soggetti, è sempre più diffusa la marcata commercializzazione e sportivizzazione di alcuni settori del mondo della montagna e la diffusione e pubblicizzazione – anche mediatica – di certe attività ludico/sportive/avventurose; sono sorti migliaia di corsi con appassionati che agiscono spesso sotto la direzione o la vigilanza di figure tecnicamente sovraordinate e ibride quali gli istruttori o professionali, quali le guide alpine.

Dai “conquistatori dell’inutile” si è arrivati ai “consumatori” dell’alpe, intesi come fruitori di beni e servizi che producono e muovono denaro e che comportano anche più ampia e complessa valutazione dei problemi in caso di eventi patologici connessi, sia perché quella tensione etico/morale di sessanta anni fa e legata a un mondo di pochi, che portava a considerare la montagna una sorta di terra di nessuno ove accadono disgrazie, è svanita, sia perché oggi i costi legati al soccorso e i risarcimenti che possono conseguire da eventi dannosi sono diventati un fenomeno diffuso e rilevante anche per le attività connesse alla montagna.

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Questo scritto si propone di riflettere, ad uso dei frequentatori dell’alpe, in maniera quanto meno tecnica possibile ma con stretta connessione ai cardini di diritto sottostanti, su alcuni principi generali sulla responsabilità e, in una seconda parte, di esaminare come quei principi trovino applicazione all’ambiente assai peculiare nel quale ci muoviamo, esaminando anche alcuni casi concreti finiti agli onori delle cronache negli ultimi venti anni.

In un recente post su questo blog si è discusso molto su un caso di soccorso in confronto di due cascatisti, per i quali qualcuno ha inteso adombrare la responsabilità di aver obbligato la macchina dei soccorsi a muoversi per una loro leggerezza.

E’ intuitivo che, ove quella colpa si ravvisi, ne conseguono diversi effetti in capo all’utente dell’ambiente alpino: se la macchina dei soccorsi si è mossa per sua colpa potrebbe trovarsi a pagare – a seconda delle zone – somme cospicue, se dalla sua colpa è derivata una lesione – o peggio la morte – per qualcuno, potrebbe vedersi costretto a risarcire il danno conseguente a tali eventi oltre che venire tratto a processo per risponderne davanti a un Giudice secondo le regole del diritto penale; se poi è un istruttore che sta facendo una attività che la legge riserva ad alcuni soggetti specifici potrebbe rispondere anche di altri specifici reati.

Insomma lo spirito di Giusto Gervasutti oggi si troverebbe parecchio disorientato…

Ma quali sono i criteri per stabilire se qualcuno ha colpa? e che cosa è la colpa? E come incide sulla responsabilità di un individuo?

E’ necessario esaminare alcuni passaggi del nostro ordinamento, seppur in maniera molto semplice (o semplicistica e prego i tecnici del diritto che si trovassero a leggere di non sparare sul pianista…), prescindendo per il momento dalla circostanza se il soggetto agente vesta o meno un imbrago o abbia i ramponi o le scarpette ai piedi.

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Vi sono valori che il nostro ordinamento considera di rilevanza pubblica e che tutela anche contro e oltre la disponibilità del soggetto interessato. Così è per la vita e l’integrità personale, che sono considerati beni essenziali per il sussistere di un complesso sociale organizzato (quale dovrebbe essere uno Stato…) e che quindi sono protetti dalla norma penale, che punisce chiunque leda quei beni. Quindi arrecare una ferita o uccidere qualcuno è considerato reato, a prescindere dal consenso del soggetto che li subisce, e comporta che chi li ha cagionati venga sottoposto a processo per stabilire se gli siano rimproverabili e – in caso affermativo – irrogargli una sanzione pubblica (ovvero una pena detentiva o una pena pecuniaria: quello è, in concreto, la condanna penale). Ecco perché è punito l’omicidio del consenziente ed ecco perché nei casi più gravi lo stato procede d’ufficio (cioè la Procura della Repubblica si attiva autonomamente e senza necessità di alcuna richiesta dell’interessato, quando riceve la notizia di un fatto che comporta la morte o lesioni gravi, per valutare se vi sia un responsabile e mandarlo a processo). Nei casi più lievi (ovvero reati ritenuti di minor disvalore sociale, ad esempio le lesioni lievi) la decisione se attivare la sanzione pubblica è lasciata al soggetto leso, che potrà decidere se vuole dare impulso al procedimento penale, sporgendo querela nei confronti del responsabile, oppure se intende solo vedersi risarcito in sede civile.

Aldilà della sanzione pubblica che eroga il Giudice penale (che non a caso pronuncia la condanna in nome del popolo italiano), il fatto di reato obbliga colui che lo ha commesso a risarcire il danno nei confronti del soggetto leso e a farsi carico di ogni conseguenza dannosa derivante dal fatto stesso: questo è l’aspetto che attiene alla responsabilità civile, che può tendenzialmente essere attivata indipendentemente dagli aspetti penali e che è volta a garantire invece gli interessi privati e patrimoniali di colui che da quel fatto ha tratto un danno…

Sostanzialmente, se sono volato per trenta metri e mi sono spiaccicato al suolo perché il mio secondo mi faceva sicura con il cosiddetto otto velox (è un nostalgico degli anni ‘90) e guardava gli short della climber bionda al suo fianco e mi ha dato pure una decina di metri di lasco, e non si è accorto che ero da dieci minuti a tremare su un passaggio sprotetto e, quando la corda è andata in tensione gli si è strappata l’asola dell’imbrago perché lo aveva comprato a Fointanebleau nel 1962, ci sono serissime probabilità che il Procuratore della Repubblica non lo consideri del tutto estraneo alla vicenda e che i miei eredi gli chiedano di pagarmi per nuovo…

Ma, aldilà dei casi paradigmatici e paradossali come quello evidenziato, quali sono le categorie formali che il diritto detta per individuare le responsabilità e per stabilire se vi è una colpa o se si tratta davvero di una disgrazia?

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Saperlo, oltre che dovere di ogni cittadino visto che la legge penale non ammette ignoranza, è anche di grande interesse perché, spesso, conoscere un problema significa essere in grado di evitarlo.

Le categorie astratte del diritto individuano – a tal proposito – diversi passaggi: vi deve essere un soggetto che si definisce agente, ovvero che pone in essere una condotta; deve accadere un evento, astrattamente riconducibile a una fattispecie che l’ordinamento considera fonte di responsabilità civile o penale; e deve sussistere un nesso di causalità, che deve necessariamente legare la condotta e l’evento.

Senza addentrarci troppo nei tecnicismi ed evitando le complessità del c.d. concorso di cause (non è detto che, sempre nell’esempio sopra, c’entri solo il mio secondo, ma può darsi che quelli del tiro sopra di noi facessero cadere ogni tanto un po’ di sassi ed erba che hanno determinato la mia caduta), concetti che hanno fatto dormire sonni poco tranquilli agli studiosi di diritto penale degli ultimi cento anni, potremmo dire – semplificando – che poiché all’agente sia rimproverabile la sua condotta, questa deve porsi come elemento essenziale dell’evento, ovvero un antecedente logico e fattuale senza il quale l’evento non si sarebbe verificato.

Ovviamente la valutazione deve essere bilanciata e legata a una serie di circostanze che circoscrivano la disamina al caso concreto, sotto il profilo scientifico e statistico, perché altrimenti l’applicazione indiscriminata del principio consentirebbe di risalire all’infinito (se Adamo non avesse rubato la mela, il mio secondo non avrebbe guardato gli short, il climber sopra non avrebbe fatto cadere il sasso e io non mi sarei spiaccicato… mentre occorre comprendere se nello specifico e nel concreto un determinato apporto causale sia o meno determinante).

Non serve essere giuristi per intuire che qui sta uno dei grandi problemi del diritto applicato all’alpe: se il contesto sociale e sportivo è cambiato dai tempi di Gervasutti, l’alpe – seppur un po’ più secca e ferita – è sempre quella e, mentre ad esempio il moto dei veicoli o dei proiettili consente di rifarsi a scienze più o meno esatte, assai meno lo consente il moto dei seracchi o delle falesie.

E’ un aspetto che proveremo a esaminare, con esempi pratici, nella seconda parte.

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Non solo la condotta positiva – ovvero l’azione – può integrare il nesso causale (faccio male sicura e provoco lesioni o morte al soggetto che vola), ma anche l’omissione può essere causa (o concausa) dell’evento, quando si pone come condotta che era invece esigibile in forza degli stessi parametri (pur essendo perfettamente incolume e in grado di scendere senza pericolo, scelgo di aspettare vicino al mio compagno infortunato e il soccorso, allertato con grande ritardo, arriva quando il mio compagno è già assiderato).

Ovviamente vi è una grandissima serie di sfumature sotto questo profilo già nel normale vivere, che essendo il diritto una scienza espressa con le parole e non con i numeri consente risultati non sempre esattamente ripetibili e prevedibili, peculiarità che l’ambiente della montagna contribuisce a rendere ancora più incerte ed evanescenti e che vedono diverso rilievo a seconda delle situazioni e circostanze che possiamo trovarci a fronteggiare (guida/cliente, istruttore/allievo, accompagnamento di minori, attività sportive o d’avventura, eccetera).

Una volta stabilito che dalla mia condotta, attiva o omissiva, è derivato causalmente un evento, dovremo esaminare se quella condotta mi debba o possa essere rimproverata: ed è qui che entra in gioco l’elemento soggettivo del fatto di reato (o, più in generale, del fatto illecito).

Non è infatti sufficiente che si sia verificato un evento e che le scelte o le attività del soggetto abbiano contribuito a causarlo, ma è anche necessario che quella condotta possa essere espressione del soggetto che la pone in essere sotto il profilo psicologico; il codice penale individua tre diversi qualificazioni dell’elemento soggettivo del reato: il dolo, la colpa e la preterintenzione.

Il dolo prevede la volontarietà sia della condotta che dell’evento, la preterintenzione prevede la volontarietà solo di una parte della condotta: ti do una coltellata perché voglio ucciderti (dolo) oppure ti do una coltellata per ferirti, ma sbaglio a colpirti e ti uccido (preterintenzione). Ai fini della nostra riflessione si tratta di aspetti di poco interesse: se uccido o ferisco volontariamente una persona, sotto il profilo dell’analisi giuridica – salvo casi molto particolari – poco importa che ciò avvenga alla prima sosta di Polimago piuttosto che in piazza Duomo a Milano.

Resta invece la terza ipotesi di elemento soggettivo, ovvero la colpa in cui l’agente vuole la condotta ma non l’evento.

In tal caso il soggetto pone in essere un comportamento che sceglie ma non vuole assolutamente che accada l’evento, che invece si verifica: in tal caso si parla di colpa ovvero la condotta è imprudente (faccio ciò che non dovrei), imperita (faccio male ciò che dovrei saper far bene) o negligente (non faccio ciò che dovrei) oppure non si è attenuta a prescrizioni previste in leggi, regolamenti ordini o discipline.

Ed è qui che casca l’asino alpino: perché se leggi, regolamenti, usi, imprudenza, negligenza e imperizia sono più facilmente declinabili in pianura, la montagna rimane un territorio in cui lo stabilire come ci si doveva comportare in un determinato contesto è faccenda di grande complessità e incertezza.

Affinché sussista responsabilità per colpa si ritiene sia sufficiente “la prevedibilità o la evitabilità del fatto”: emerge quindi un parametro complesso che oggi, a mio avviso, è ancora molto fluido (e, in alcuni casi, potenzialmente pericoloso) quando è riferito alle attività alpine, ovvero l’esigibilità del comportamento.

Per non essere considerato responsabile a titolo di colpa di un evento e quindi finire a processo ad esempio per omicidio o lesioni (alcuni reati, ovviamente, non possono essere colposi come l’esercizio abusivo di una professione) quale condotta era da me esigibile in un determinato contesto?

Appare sin d’ora evidente che l’esigibilità ha gradi e intensità diversi a seconda delle qualifiche personali e professionali del soggetto, così come del contesto nel quale si colloca.

A quali parametri potrà fare riferimento il Giudice per stabilire se sono stato adeguato e se la mia condotta in quel determinato contesto era conforme a quella astrattamente esigibile? A quali usi, prassi, norme tecniche potrà e dovrà fare riferimento? E se la colpa specifica può avere un più facile inquadramento (se il mio compagno si è schiantato perché arrampicavamo con maglie rapide che reggono 200 kg invece che con moschettoni a marchio CE ho violato una norma tecnica), come potrò valutare cosa era esigibile alle tre di notte in cima a una cascata in un determinato giorno dell’anno e in determinate condizioni?

Senza considerare che il Giudice dovrà anche valutare la sussistenza di elementi – come lo stato di necessità – che escludono la rilevanza penale di una condotta (in diritto penale si chiamano scriminanti, categoria cui appartiene anche l’adempimento di un ordine o la legittima difesa), che altrimenti sarebbe considerata reato, quando avviene in presenza di determinate situazioni: taglio la corda e provoco la caduta del compagno per salvarmi da morte certa, come nel caso emblematico di Joe Simpson sul Siula Grande o nella più recente vicenda di Isabel Suppé, narrata nel bellissimo Una notte troppo bella per morire; scendo e abbandono il compagno ferito in cima al Pilone Centrale per andare a cercare soccorsi, lui muore ma se fossi rimasto lì saremmo probabilmente morti in due; abbandono due alpinisti sul plateau sommitale del Monte Bianco per portare in salvo il mio compagno (la nota vicenda di Silvano Gheser e Walter Bonatti narrata in Natale sul Monte Bianco o l’ancor più nota tragedia del Pilone Centrale); sono un soccorritore e arrivo in ritardo – per aggirare una zona pericolosa – sul soggetto sommerso da valanga che, nel frattempo, è deceduto.

Sono tutti casi reali, a volte finiti al vaglio delle Procure o dei Tribunali, che proveremo a esaminare, insieme ad altre ipotesi legate alle attività in montagna di cui si è molto parlato anche su questo blog, nella seconda parte, provando a tracciare alcune linee di lettura di attività che non è sempre semplice ricondurre ai precetti del diritto vigente.

(continua)

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Obbligati al rimborso del soccorso perché senza pile?

Obbligati al rimborso del soccorso perché senza pile?

Il Cascatone del Pisgana è una maestosa colata glaciale in ambiente davvero selvaggio. Con la base posta a circa 2100 m è raggiungibile da Pontedilegno in due orette di avvicinamento. Alta circa 250 metri, per l’esposizione a nord-ovest presenta spesso ghiaccio perfetto nella più grande esposizione. Le difficoltà sono di III, 3. Vedi Scala difficoltà su Cascate di Ghiaccio e Dry tooling per le cascate di ghiaccio.
Il 20 dicembre 2015 due amici di Vestone (BS), vista la bella domenica e l’assenza di neve, hanno deciso di avventurarsi nella risalita di questa bella cascata. Delle previste sette lunghezze di corda necessarie, tre sono andate regolarmente. Poi a più di 100 metri dal suolo, qualcosa è andato storto e gli alpinisti si sono trovati in seria difficoltà, tanto da dover richiedere un aiuto esterno. Non erano infatti più in grado di proseguire né di tornare indietro: nel frattempo la temperatura cominciava ad abbassarsi e il buio sopraggiungeva.

Cascatone del Pisgana. Foto: Michele Cisana
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Verso le 17 la macchina dei soccorsi si è così messa in moto. Dopo l’avvicinamento con i fuoristrada all’area dove i due erano bloccati e un’ora e mezza di cammino, gli uomini del soccorso della V Delegazione Bresciana del CNSAS hanno cominciato a loro volta la scalata sulla ripida parete di ghiaccio per prestare soccorso ai malcapitati e riportarli a valle.

Durante le manovre di calata i due giovani, seppur visibilmente intirizziti, hanno collaborato con i soccorritori. Vista la complessità delle operazioni e le molte ore passate al gelo dai due alpinisti, sul posto è intervenuto anche un elicottero di soccorso della Rega, abilitato al volo notturno e partito dalla Svizzera.

L’intervento è durato molte ore ed ha richiesto l’ausilio di una ventina di soccorritori, appartenenti alle stazioni di Soccorso Alpino di Ponte di Legno, Temù ed Edolo, oltre ad una squadra del Soccorso Alpino della Guardia di Finanza.

Le operazioni di soccorso si sono concluse soltanto a notte inoltrata, fortunatamente senza gravi conseguenze per i due alpinisti.

Non sono ben chiare al momento le cause della loro impossibilità di proseguire o di calarsi.

Un classico intervento da soccorso alpino, nel senso che in casi del genere è richiesta elevatissima specializzazione e doti alpinistiche non comuni – osserva Pierangelo Mazzucchelli, delegato della V Zona Bresciana, che aggiunge: – le nostre squadre intervenute erano composte perciò da personale professionalmente preparato grazie anche ai numerosi corsi che svolgiamo durante l’anno, e tutti hanno dato il massimo. Bisogna tenere conto che hanno veramente operato in condizioni estreme: al buio hanno risalito, e poi ridisceso, per quattro tiri, più di 100 metri, una cascata di ghiaccio.

Abbiamo raggiunto i due ragazzi in difficoltà soltanto verso le 21 – spiega invece la guida alpina Guido Salvettidopo averli rincuorati ed esserci accertati delle loro condizioni, piano piano li abbiamo calati fino alla base della cascata.

E’ importante osservare che la ricognizione dell’elicottero del Rega è durata soltanto un quarto d’ora per evitare possibili incidenti.
Salvetti spiega: – Via radio attraverso la centrale operativa, abbiamo fatto allontanare il velivolo perché era troppo elevato il rischio che il rumore dei motori e delle pale facesse staccare qualche pezzo di ghiaccio. L’elicottero è atterrato in uno spiazzo poco distante e quando siamo giunti alla base della cascata ha preso a bordo i due giovani trasportandoli a Pontedilegno.


In virtù della recente legge, i due alpinisti – se il loro comportamento sarà giudicato imprudente – dovranno versare un ticket a parziale rimborso dei costi di soccorso, «amplificati» dalle tariffe orarie applicate dal Rega. La spesa della spedizione di salvataggio di domenica si aggira sui 6 mila euro.

Dice Guido Salvetti: – Cascate come questa che hanno tempi di avvicinamento molto lunghi, certamente non sono da sottovalutare le poche ore di luce a disposizione perché l’oscurità cala presto e, prevedendo di far tardi, quello che non dovrebbe mancare nello zaino, naturalmente assieme a corde, moschettoni, piccozze e ramponi, sono delle lampade frontali, in modo da poter rientrare autonomamente anche in condizioni di totale buio.

Per la cordata di Vestone si sta annunciando un ticket «salato».

Considerazioni
A proposito della libertà di avventura, di cui spesso trattiamo in questo Blog, risulta ogni giorno più evidente che per poter avere dei “colpevoli” non occorre affatto una legge che prescriva degli obblighi: infatti basta che un comportamento possa essere ritenuto imprudente (o simili).

Così non è necessario l’obbligo del kit da ferrata: chi avrà un incidente e verrà sorpreso senza le attrezzature “canoniche” dovrà sopportare le conseguenze giudiziarie di questa sua scelta anche senza una legge apposita.

Allo stesso modo la legge non prescrive (per ora) la pila nello zaino ma la prescrive o consiglia (c’è differenza?) l’uso alpinistico, il quale finisce per essere… legge. Anche, sempre a esempio, il Google Maps Trek non lo prescrive la legge (per ora): quando qualcuno che non ne è dotato si perderà, che cosa (di giuridico) gli succederà?

Sul Cascatone del Pisgana. Foto: Michele Cisana
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Tre imputati per la morte di Tito Claudio Traversa

Tre imputati per la morte di Tito Claudio Traversa

Il 5 luglio 2013 la notizia della morte di Tito Traversa colpì molto la comunità degli arrampicatori e l’opinione pubblica. Il giovanissimo dodicenne di Ivrea, il più promettente della sua generazione, era stato vittima di un incidente il 3 luglio mentre scalava nell’ambito di un’attività organizzata assieme ad altri ragazzi e ragazze nella zona di Orpierre (Provenza, Francia).

Dopo un volo di venti metri fino al suolo, Tito è stato portato all’ospedale in coma. Il decesso è avvenuto due giorni dopo.

Tito Claudio Traversa su Sarsifal (8b+), Tetto di Sarre, Valle d’Aosta
TreImputati-TitoTraversa suSarsifal_8b+TettoSarre
Poche settimane dopo, in agosto, si apriva un’inchiesta in Italia. La Procura della Repubblica di Torino, dopo la denuncia di Giovanni Traversa, il padre del ragazzo, ha aperto un fascicolo per omicidio colposo per appurare ogni tipo di responsabilità in questo caso.

L’unico interesse del padre di Tito è che si restituisca verità al dramma che li ha travolti – aveva riferito l’avvocato Paolo Chicco, che rappresenta Giovanni Traversa, all’agenzia Ansa – Da troppe parti sono stati espressi giudizi improvvisati e disinformati. Abbiamo assoluta fiducia nel lavoro che il procuratore e i suoi esperti stanno svolgendo e siamo certi che riusciranno a fare piena luce su quanto e successo e sulle rispettive responsabilità”.

Il Procuratore Raffaele Guariniello, talvolta accusato di protagonismo e ora dimissionario per il dopo Natale 2015, è sempre stato particolarmente attento alla tematica dell’infortunistica del lavoro (basti ricordare la vicenda dei sette operai deceduti per il rogo alla ThyssenKrupp), ma anche si è distinto nelle indagini per il doping nel calcio. Sulle pagine di questo nostro Blog è stato destinatario di una lettera aperta, cui peraltro egli non diede mai risposta.

Tito Claudio Traversa su Nuovi Aromi. Foto: T&GPhoto
TreImputati-TitoTraversa-suNuoviAromi(T&GPhoto)
Guariniello inizialmente indagò cinque persone per omicidio colposo: il titolare dell’azienda produttrice dei rinvii causa della caduta fatale, il titolare del negozio nel quale questi erano stati comprati, il responsabile del club che aveva organizzato l’escursione a Orpierre e i due istruttori che accompagnavano i ragazzi. Inoltre coinvolse nell’accusa anche una sesta persona, parente della ragazzina che prestò il materiale a Tito, supposta di aver mal montato i rinvii.

Vale la pena ricordare che l’incidente si è prodotto per un errore iniziale, l’erroneo montaggio dei rinvii. Tito Claudio Traversa, dopo aver salito con successo la lunghezza di corda, stava effettuando la manovra per essere calato. Secondo le testimonianze, si è visto subito dopo che otto dei dodici rinvii da lui utilizzati presentavano il moschettone destinato ad accogliere la corda fissato alla fettuccia del rinvio solo tramite l’anellino di gomma antigiro. Dopo essersi slegato per la manovra e nel mettere il suo peso su uno di questi rinvii, la gommina si ruppe: Tito è precipitato per 20 metri (Nota successiva della Redazione, 1 gennaio 2016: da testimonianze posteriori a questo scritto è apparso chiaro, grazie ad alcuni commenti a questo post, che la causa della caduta è invece da attribuire all’aver messo il proprio peso sull’ultimo rinvio, o coppia di rinvii, in sosta; al cedimento di questo/i è seguito il tragico cedimento degli ultimi rinvii posti da Tito sul tiro. E’ da osservare che, quando si vuole essere calati, la manovra corretta prevede di passare la propria corda nel moschettone a ghiera della sosta o, in mancanza di questo, in un moschettone a ghiera portato su appositamente).

Inoltre, a dispetto delle prime testimonianze che dicevano il contrario, Tito era salito senza usare il casco: particolare certo non irrilevante per l’esito della caduta.

La settimana scorsa Guariniello ha dato per concluse le indagini preliminari, rinviando a giudizio non cinque bensì solo tre delle persone inizialmente indagate. Questi sono Luca Giammarco, legale rappresentante della Bside organizzatrice dell’attività sportiva; l’istruttore Nicola Galizia; Carlo Paglioli, rappresentante legale di Aludesign, l’azienda produttrice dei rinvii, accusato di non aver allegato al materiale in vendita adeguate istruzione per un uso corretto.

Errore fatale: la fettuccia del rinvio collegata a quel moschettone in cui passerà la corda solo grazie alla gomma antigiro (che sopporta al massimo 15 kg)
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Il Kit da ferrata non dev’essere obbligatorio

Il Kit da ferrata non dev’essere obbligatorio

Sul numero di settembre della rivista Montagne360 (organo ufficiale del Club Alpino Italiano), a firma Federico Bernardin, è uscito l’utile articolo La sicurezza sulle vie ferrate (pagg 54-57).

L’utilità di tale articolo, anche per il grande numero di appassionati cui è rivolto, è indubbia. Il testo non si dilunga, è essenziale e dà le giuste informazioni necessarie, al fine di percorrere una ferrata in ragionevole sicurezza. Inoltre, precisa giustamente “che la ferrata non è un gioco e non è costruita per esserlo”.

Chi volesse leggere il testo integrale, per comodità lo trova qui.

Via ferrata Tomaselli, San Cassiano, val Badia. Foto: ladinia.it
KitFerrata-

Considerazioni
Nel testo non ci sono inesattezze, dobbiamo però far notare una piccola dimenticanza e non possiamo rinunciare a due considerazioni che il testo stesso provoca.

La dimenticanza riguarda l’uso dei guanti. In assenza di questi, dire che “fastidiose escoriazioni possono avvenire per strofinamento della pelle delle mani sul cavo della ferrata” non è sufficiente: occorre mettere in risalto che non infrequentemente la mano incontra refoli d’acciaio dovuti a usura e cattiva manutenzione. Questi, al di là delle escoriazioni, possono provocare vere e proprie ferite.

Prima considerazione. Nel sottotitolo, probabilmente a responsabilità della redazione più che dell’autore, è scritto che “le vie ferrate permettono anche ai meno esperti di affrontare difficoltà alpinistiche”. Questo non è corretto, perché le ferrate permettono solo di affrontare le difficoltà delle ferrate!

Occorre stare attenti all’uso dei termini, e cercare di mantenere ben distinti due ambiti che, già dalle differenti radici filosofiche, non possono essere mescolati se non con pericolosi fraintendimenti.

Le “difficoltà alpinistiche” sono proprie dell’alpinismo, attività che favorisce l’esperienza personale nell’ambiente selvaggio della montagna, vive di fantasia e di creatività più che di gesti atletici. L’aspetto ludico è decisamente in minoranza al confronto con l’aspetto romantico, spirituale e psichico.

Al contrario, le vie ferrate sono espressione di gesto atletico su terreno verticale, escludono creatività e fantasia e vivono piuttosto epidermicamente il gusto adrenalinico che il vuoto può offrire.

Ciò che voglio dire è che un I° grado (il primo scalino della Scala UIAA) è alpinisticamente molto più difficile e impegnativo di una ferrata atletica che ti fa sputare molta più fatica.

Seconda considerazione. L’articolo ingenera una fastidiosa sensazione, non nuova peraltro e già provata in altre occasioni. Sembra che pure il CAI (che non è un produttore o venditore di materiali o tecniche) continui a ripetere lo stesso errore, cioè quello di fare intendere al pubblico per obbligatorio l’uso (e in una certa maniera) di certi materiali (nella specie, il kit da ferrata, oltre al casco).

Il testo non afferma chiaramente l’obbligatorietà. Ma il tono è un po’ ambiguo e alla fine il complesso dell’articolo non lascia dubbi al lettore (a dimostrarlo basterebbe osservare che l’uso dei guanti è invece espressamente qualificato come “non obbligatorio”).

Immaginiamo ora che questo articolo capitasse in mano (e per la legge di Edward Murphy accadrebbe di sicuro) a un Giudice in occasione del giudizio su un infortunio senza apposito kit o per uso diverso dal previsto.
Anche il Giudice si nutrirebbe della perniciosa confusione sugli obblighi del produttore (che ci sono) rispetto a quelli dell’utilizzatore (chi impedisce di andare senza kit o diversamente attrezzati, magari a persone esperte?). Il tutto è vieppiù consolidato malamente tramite il parallelo con le norme sull’infortunistica del lavoro.

Nell’articolo è presente anche l’azione, sempre pubblica, di inibizione “morale” a carico di coloro che non usano il kit o pensano ad alternative (esordio dell’articolo: quelli “alle prime armi” che vengono “dissuasi“).

Questi scritti formalizzano degli obblighi dei quali poi chiunque potrà essere chiamato a rispondere legalmente (ricordiamo il recente caso della sentenza di Cassazione che ha ritenuto definitivamente responsabile la Scuola di alpinismo Silvio Saglio (SEM-Milano) per un lieve incidente di parecchi anni fa.

Non sto discutendo la buona fede di Bernardin e del CAI, ma non vorrei che in quest’ambito continuassimo imperterriti e incoscienti a non considerare che, come minimo, è necessario precisare sempre che si può anche scegliere di agire con auto-responsabilità (la responsabilità tout court è inutile prendersela o dire che uno se la prende: tanto te la danno le leggi e gli altri).

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La bestemmia del no limits

In queste ultime decadi c’è un forte accostamento tra la pretesa che possiamo chiamare del no limits (vecchio motto di un orologio famoso, perché è proprio in quei primi anni Ottanta di ottimismo reaganiano che tutto è incominciato) e la pretesa sicurezza, completa al 100%.

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La nostra è una società strana, perché come si fa a vivere questa schizoide contrapposizione tra il non avere limiti (o comunque predicare di non averli) e contemporaneamente insistere su una sicurezza quasi maniacale in tutto ciò che facciamo?

Il no limits è ciò che gli inglesi chiamano attitudine al risk taking (attitudine ad assumersi rischi); invece l’essere “sicuri” (una condizione che non esiste mai, quasi per definizione) è probabilmente assimilabile all’over confidence, altra espressione inglese per dire stra-confidenza in noi stessi o, meglio, nei mezzi di cui disponiamo per aumentare la nostra sicurezza.

I limiti ci sono per tutti, ciascuno ha i suoi, ogni gruppo di individui ha i suoi. Questo dev’essere chiaro. Non si può dire il contrario, non si può scherzare (o semplicemente esagerare a uso marketing). No limits è una vera e propria bestemmia, è un’iperbole pari a quella di chi paragona l’essenza della massima divinità a quella suina. Chi tutti i giorni profferisce questa bestemmia è l’apparato pubblicitario, il marketing in generale.

Quando per esempio si voleva promozionare l’ultima APP per GPS, la frase che io udii al Festival di Trento (quindi in una sede assai competente, per di più) fu, testualmente: “perché così, finalmente, anche il signor Rossi potrà andare ovunque voglia, in piena sicurezza”.

Questo, tradotto, significa che per il signor Rossi non ci saranno più limiti. Vuole dire predicare una gigantesca falsità alle migliaia di signori Rossi, allo scopo che questi comprino questo “dannato” oggetto… che non è importante qui sapere se funziona, o se non funziona.

Ecco l’accostamento che vi dicevo, tra no limits e sicurezza.

Dany Kiwi Meier, Zurs. Foto: Roberto Trabucchi
Fuoripista, Dany Kiwi Meier, snowboard, ZursMa davvero la sicurezza si può comprare? Non credo. E non te la possono neppure regalare. Qualunque oggetto di cui noi ci dotiamo è in grado di darci un servizio, più o meno utile o più o meno superfluo: ma non ci può garantire la sicurezza. Questa la si ottiene invece (ma sempre solo parzialmente) con la modestia, grande impegno, tanta fatica, talvolta con dolore, in molti anni di esperienze. Questi sono gli elementi catalizzatori del rinforzo di ogni sicurezza individuale. Così è sempre stato e sempre sarà, ce lo dice anche il buon senso.

In un momento storico come questo, in cui quasi sembra di ravvisare una maggiore importanza delle parole rispetto ai fatti, credo sia essenziale fare estrema attenzione alle parole che usiamo. Le magnifiche iniziative del Club Alpino Italiano comprese nel marchio “Montagna sicura” sono indubbiamente lodevoli, contribuiscono alla consapevolezza degli appassionati, sono vive e di successo, varie ed efficaci. Con le sezioni “Sicuri in falesia”, Sicuri sulla neve”, ecc. Ma hanno un peccatuccio originale che ne vizia il messaggio: il nome, “montagna sicura”. Anche qui si vogliono i signori Rossi? Non credo il CAI voglia questo. E dunque, perché (come ormai sostengo inutilmente da mesi) non cambiare quel nome aggiungendo semplicemente un “più”? “Montagna più sicura”.

Riflettiamoci. Noi stiamo dando importanza alle parole. Queste volano, vanno a maggior velocità dei fatti. Dunque abbiamo bisogno di precisione: non possiamo “bestemmiare” una montagna sicura quando sappiamo perfettamente che non potrà mai esserlo, neppure in una percentuale che vi si avvicini più di tanto: noi sappiamo questo, mentre i destinatari del messaggio non lo sanno e prendono purtroppo alla lettera quanto asserito.

E il cambio di nome non deve passare in sordina, al contrario dev’essere manifesto, come a sottolineare un’evoluzione nel linguaggio, una nuova presa di coscienza da parte del sodalizio.

Sono convinto che tanti più mezzi noi dispieghiamo per aumentare la nostra sicurezza, aggeggi comprati, tecnologie APPlicate, informazioni in tempo reale (nell’illusione di una sicurezza quasi totale), tanta meno importanza noi finiamo per dare a quella sicurezza che io chiamo interiore, quella da quasi tutti oggi trascurata. Nessuno può fare business sulla sicurezza interiore, ecco uno dei motivi (ma non è il solo) per cui non se ne parla. Però a mio avviso è, e resta, la prima dotazione di sicurezza che abbiamo a disposizione.

Vi faccio un esempio: prendiamo uno di questi matti (vabbè, matto lo sono stato anch’io…) che oggi va a fare il free solo, arrampicare su grandi pareti da soli, slegati, senza corda e senza imbrago. Mi viene in mente Alex Honnold, ma ancor prima tanti altri, tra i quali l’austriaco Hans Jörg Auer che sale il Pesce sulla Sud della Marmolada. Bravura e preparazione infinite, determinazione, ambizione. Il successo planetario. Ciò che colpisce è la concentrazione che gli deve essere stata necessaria, quella condizione (che non si ottiene certo in poco tempo) di spirito che gli intima di andare, nella certezza che, almeno in quell’occasione, non gli potrà succedere nulla.

Prendiamo lo stesso scalatore, dotiamolo di compagno, corda, mezzi e tecniche di sicurezza. Facciamogli fare la stessa salita. Per lui sarà un’autostrada, una danza, un motivetto fischiettato! E quella concentrazione della volta precedente? Non necessaria, quasi inutile, dunque accantonata. Buona per la prossima volta. Ecco ciò che voglio esprimere: più mezzi e tecniche = meno concentrazione (sicurezza interiore).

Maurizio Giordani in free solo su Tempi Moderni, parete sud della Marmolada

Giordani solo su Tempi ModerniQuesto ovviamente non significa che sia giusto trascurare i mezzi e le tecniche. Mi guardo bene anche solo dal pensare che l’ARTVA non sia necessario! Fa parte ormai della nostra cultura, assieme a pala e sonda. E anche all’air-bag!

Non è che bisogna dire no a questi strumenti. C’è solo da non avere eccessiva fiducia in essi. La maggior parte di questi sono mezzi di sicurezza passiva. L’ARTVA comincia a essere utile quando ormai l’incidente è avvenuto. Non confondiamo la maggior probabilità di essere estratti dalla valanga con la minor probabilità di incappare in essa!

Le previsioni meteorologiche sono ben altra cosa rispetto a solo 30 anni fa. Quando c’è alta pressione sulle Azzorre siamo tranquilli… Ma quando la meteo è incerta, abbiamo una considerevole percentuale di gente che fa attività in montagna, confidando nella cosiddetta “finestra” di bel tempo. Se avessimo previsioni del tutto inaffidabili, nessuno parlerebbe di “finestra”, qualcuno in più starebbe a casa.

Questo discorso porterebbe assai lontano, il mio scopo non è quello di convincere ma è solo quello di fornire dei bagliori di verità alternativa. Dunque sì alle informazioni, alle tecniche e alla strumentazione: ma senza diventarne schiavi o fanatici, senza attribuire loro maggiore importanza di quanta ne riserviamo al nostro istinto.

Ciò di cui prima di tutto dobbiamo dotarci è la modestia di fondo che ti dà il senso del limite, esattamente contro l’imperversare del no limits. Questa volta, decisi! Avere il senso del limite è una manifestazione di umiltà, di ricettività all’esempio e all’insegnamento degli altri, amici e non amici. E’ manifestazione di “amore” per la montagna perché c’è il rispetto per essa, che ti può dare indifferentemente gioia o dolore.

Umiltà vuole dire capacità di dare fiducia, dunque dare amore. Se c’è una cosa che quasi tutti noi facciamo malvolentieri è proprio il dare fiducia. E’ raro che lo facciamo. La diamo se siamo innamorati, quindi in una condizione di amore. E quanto al dare fiducia a noi stessi, alla totalità di noi stessi?

Non credo che un individuo convinto d’essere il “migliore” in qualche cosa sia un qualcuno che si dà molta fiducia. In realtà dà molta fiducia al suo corpo e alla sua volontà cosciente, ma poca all’intero se stesso.

E invece è essenziale dare fiducia alla totalità di noi stessi. Le azioni che noi compiamo nella giornata, le reazioni, le battute, le decisioni sono solo per il 10, massimo il 15%, governate dalla nostra coscienza. Il resto è determinato da scelte che avvengono nelle nostre profondità, proprio come succede al galleggiamento degli iceberg. E’ importante dunque, accettando la molto incompleta conoscenza di noi stessi, dare grande fiducia a ciò che ci dirige nel bene e nel male. E’ l’unico valido sistema per fare in modo che le nostre scelte profonde coincidano con la nostra sicurezza.

Pensate solo a questo: l’amore è selettivo. O sì o no. Lasciamo fuori per un momento (e solo per chiarezza) la possibilità di compromessi, l’amore di “convivenza”. L’amore è l’unico strumento per cui o è sì o è no. Ma allora ne consegue che è proprio l’amore che ci aiuta nei momenti di pericolo, perché ti dice rapidamente o sì o no. Ti scarta come ciarpame le statistiche di cui siamo invasi, le probabilità numeriche, le possibilità all’80%, al 60%, quando non al drammatico 50%. Ne fa piazza pulita in un microsecondo. O sì o no. Perché è questo che richiede il pericolo che stiamo affrontando. Decidere, e in fretta, quello che dobbiamo fare. Non cazzeggiare con le statistiche.

Fuoripista a Ischgl, Tirolo
Ischgl, Silvretta, Tirolo, fuoripistaDotiamoci di amore, perché è selettivo. Facciamoci permeare, senza avere vergogna di essere meno scientifici di altri. Avere dalla parte nostra l’istinto.

Il riconoscimento del limite (e dunque l’umiltà e l’amore) è l’unico passaporto per la vera responsabilità, la sola “carta” che ce la può permettere.

Un individuo responsabile è davvero libero (nel senso dell’essere dotato di libero arbitrio): perché non è libero chi “fa quello che vuole”, ma è libero chi fa dopo aver scelto. Gli individui sono responsabili perché hanno scelto, per questo sono liberi. Il limite non divide ciò che è possibile da ciò che non lo è: perché è soggettivo. Prima di tutto devi riconoscerlo tu. Sei tu che lo riconosci, dunque sei tu a valutare e a decidere. Ecco la scelta, quella scelta che ti rende responsabile e libero.

Occorre mettersi deliberatamente in modalità di ricerca. Ma occorre anche sapere cosa cercare, come quando vai per funghi in un bosco o in un esame chimico si cercano determinate sostanze con precisi test. E la ricerca è umiltà, perché impone di riconoscere che non si sa abbastanza.

C’è anche il caso particolare di chi è dominato dall’adrenalina. Costui ogni tanto fa anche grandi imprese, che occorre rispettare, ma l’adrenalina è amore corrotto, praticamente droga. C’è troppo risk taking, troppa predisposizione al rischio, con la conseguenza di avere una responsabilità tendente a zero che non ti fa crescere.

Ben più moderato e salutare è l’amore per l’imprevisto. Chi ha letto i libri di Bruce Chatwin sa cosa voglio dire. Davvero emozionante è la genialità con la quale Chatwin ci ha raccontato le sue avventure di viaggio. Questo mostro sacro del Novecento mica faceva viaggi con le agenzie che oggi parlano di travel engineering… quello partiva, non sapeva neppure quando tornare o se sarebbe mai tornato. Chatwin ci ha insegnato l’amore per l’imprevisto, con risultati grandiosi per la letteratura.

Non è che dobbiamo essere tutti dei Chatwin, ma è purtroppo vero che oggi nessuno desidera e ama l’imprevisto. Al contrario, deve andare tutto come previsto. Però l’amore per il non programmato favorisce l’istinto, lo allena, gli dà importanza. La parte nascosta di noi ha bisogno di riconoscimenti, non ne può più d’essere continuamente calpestata da modalità razionali.

Una slavina travolge uno sciatore in Engadina. Quella volta è andata bene. Foto: Marco Milani

Marco Spataro travolto da valanga in EngadinaCome l’animale sente o fiuta il pericolo, anche noi dobbiamo ritrovare questa primitiva dimensione istintuale, riappropriarci di quell’attitudine persa.

Con cultura davvero minima dal punto di vista scolastico, individui nati in montagna sono diventati, proprio per la loro attitudine istintuale, grandi guide tra i più eccelsi alpinisti. Dei veri e propri geni di montagna che hanno portato i loro clienti a scalare per 30-40 anni senza che mai gli fosse successo nulla. Uno come Angelo Dibona, tanto per fare un solo nome.

Ecco a cosa porta l’istinto, la prima arma che abbiamo quando siamo in pericolo o subito prima.

Vediamo alcuni esempi, alcune situazioni tipo, in cui l’istinto ci potrebbe aiutare più d’ogni altra cosa, smantellando i filtri che nel frattempo la nostra mente si è costruita. Filtri conoscitivi che viaggiano nella nostra psiche alla velocità della luce, che quindi non abbiamo tempo di riconoscere, ma che solo dopo poche ore tranquillamente siamo in grado di rifiutare:

overconfidence. La straconfidenza. L’ho sempre fatto… almeno altre venti volte… cosa ci sarà mai questa volta di diverso?

fissazione sull’obiettivo. La cima è lì… saranno neanche 100 metri… sta per venire giù un uragano ma non importa, ci siamo così vicini…

riconoscimento personale o di gruppo. La competizione tra gruppi o individui per un riconoscimento anche piccolo, banale. Il non darla vinta agli altri. Non mi farò mica fare le scarpe da quello là… non ci faremo mica fregare da quelli là…

aura dell’esperto. Il dio del gruppo, il più figo. Questo è il rapporto che c’è tra le pecore e il cane. Non si può abdicare dal nostro personale giudizio solo perché c’è qualcuno che (solo probabilmente) è più esperto di noi.

visione egoica. Per me è facile… dunque lo è anche per loro. Non è necessariamente proprio degli egoisti, anzi. Uno sprazzo di pensiero che ti fa prendere la decisione sbagliata.

occasione rara. Condizioni così non le vedo da vent’anni… e magari non le vedrò mai più… dobbiamo andare per forza! Però, se ti è venuto questo dubbio, un motivo ci sarà… magari c’è qualcuno che non sta bene, magari è già tardi… Un’occasione rara non va colta necessariamente.

il calendario. La nostra società c’impone di calendarizzare la nostra attività. I corsi di scialpinismo per esempio: uscita del corso il 10 gennaio al monte Qualunque. Ritrovo al pullman alle 5.30. Tutti si ritrovano, qualcuno sa bene che probabilmente c’è pericolo 3. Si dormicchia fino alla fine del viaggio, si scende, occorre prendere una decisione. Fa freddo. Beh, intanto andiamo a prendere il caffè. Beh, intanto cominciamo ad attaccare le pelli e a metterci gli scarponi, poi vediamo. Beh, cominciamo a fare i primi cento o duecento metri… e così il gruppo parte. Questo è esattamente quello che succede. E le cose non è che cambino in presenza di buoni istruttori o buone guide. Anche loro si lasciano prendere da questo infernale meccanismo di gruppo. Dunque facciamo pure la calendarizzazione, ma poi non dobbiamo seguirla manco fosse l’undicesimo comandamento del Sinai. Se quel giorno non è prudente andare, o se non è possibile in quella località una gita davvero alternativa, basta, non si parte e si va tutti all’osteria. E gli scarponi li lasciamo sul pullman!

Dobbiamo prendere decisioni, più o meno rapidamente, sia sugli sci che su roccia o ghiaccio, ma anche su un sentiero. Per la decisione occorre avere le informazioni, quelle scritte in una guida, quelle degli amici, i propri ricordi; occorre avere i bollettini meteo; al limite vanno bene anche i consigli del contadino.

Mai però prenderle per oro colato e soprattutto diffidare di ogni tipo di statistica, di quei giochini con le percentuali di successo o di pericolo. Non stiamo giocando al totocalcio.

Statistiche e informazioni devono sottostare e non precedere il nostro istinto, che dobbiamo coscienziosamente esercitare. Quello che una volta si chiamava “prudenza”, ciò che prima abbiamo chiamato umiltà e anche amore. Amore anche per l’imprevisto, perché l’imprevisto è magico. Stiamo parlando della magia della montagna, ciò che ci attrae e ci porta avanti.

Allorché alleniamo l’istinto è perché dimostriamo di dare fiducia all’inconscio, cioè la parte di noi che davvero ci governa e che in definitiva ha potere su di noi di gioie e dolori, di vita e di morte. Al contrario di altri governi, questo è l’unico a essere sempre “forte”. Data l’indiscutibilità dei suoi decreti, meglio far parte del consiglio dei ministri che dell’opposizione… e ricordiamoci che se davvero il nostro inconscio, per qualche lontano motivo, è davvero malato in profondità, un malato terminale, allora il modo di farci morire lo trova comunque, a dispetto di qualunque ossessiva forma di sicurezza.

Così ci si dovrebbe presentare all’appuntamento con i pericoli
Stubaital, Parco degli ucelli rapaci

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Adrenalina e ambizione

Adrenalina e ambizione

Nella ricerca della propria libertà individuale, cammino che contribuisce in sommatoria niente meno che alla libertà collettiva di un popolo o di una civiltà, abbiamo a che fare con almeno due grossi ostacoli.
Il primo è dato dall’eccessiva ricerca dell’esperienza adrenalinica, il secondo dall’eccessiva ambizione personale.

Adrenalina-ambizione-04KJER0243Se accettiamo che libertà non significhi poter fare ciò che si vuole e basta ma significhi poter fare ciò che si vuole dopo una “scelta” tra opzioni di vario grado di difficoltà, impegno e gusto personale, allora siamo già sulla buona strada nell’individuazione del nostro personale cammino alla ricerca della libertà.

Scelta infatti equivale in genere a responsabilità, se si è scelto è perché quel progetto ci piace e lo abbiamo valutato: è difficile che in questo processo ci si lasci prendere (oltre a un certo livello di base) dalle emozioni puramente epidermiche che generano adrenalina. Le emozioni adrenaliniche sono un genere di droga da evitare, chi ne è affetto ne è dipendente, anche se non se lo confessa o non se ne rende conto. Non c’è libertà, né responsabilità, nell’adrenalina. C’è solo un gusto depravato per il pericolo e un più o meno ingenuo dispregio della statistica.

Ugualmente, chi ha scelto responsabilmente in genere ha anche interrogato se stesso sulle sue reali motivazioni. Quanto l’esibizione di ciò stiamo per fare impressionerà gli altri e quindi quanto lustro ci darà? Quanto la volontà di potenza del nostro ego sta comandando questo processo decisionale se intraprendere un qualcosa o non farlo? O travestendo con la maschera del cosiddetto “divertimento” una partita di cui ci sfugge la portata? Quanta competizione ci sta governando? Il processo psicologico è: con quanto intero me stesso mi sto impegnando? Solo con la parte che si relaziona con gli altri (ego, competizione) o anche con il me stesso più profondo, quello che comprende istinti e miti che vanno ben oltre il mio piccolo essere individuo?

L’alpinista ha trovato modo di rappresentare questi miti e istinti con il pennello della sua montagna. La montagna, con i suoi colori, forme, potenza e varietà riassume bene la grandiosità che dovremmo sempre riconoscere in noi. Se la montagna si riduce a sfondo delle nostre imprese competitive ci amputiamo da soli della nostra più grande forza e ci poniamo in una lunga catena di pericoli: prima il distacco da noi stessi, poi la corsa inconscia verso l’incidente.

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Ragazzi in montagna con le guide alpine

 Promo Scuola 2015
Dal Comunicato stampa n.05 (23 marzo 2015) delle Guide Alpine Lombarde “Ragazzi in montagna con le Guide alpine della Lombardia: al via il Promo Scuola 2015”.

Disegno fatto in una “restituzione” in classe dell’esperienza vissuta
PromoScuola-disegno2E’ al via una splendida iniziativa, da un’idea del Collegio Regionale delle Guide Alpine Lombarde. Escursioni in montagna con le guide alpine, per avvicinare i ragazzi delle scuole primarie e secondarie all’ambiente montano. È questo l’obiettivo del progetto Promo Scuola 2015 che dalla tarda primavera all’autunno 2015 le Guide Alpine della Lombardia porteranno nelle scuole lombarde. Le attività proposte, a carattere naturalistico e sportivo, saranno per gli Istituti a titolo gratuito, dal momento che il progetto, fortemente voluto dal Collegio regionale delle Guide, è interamente finanziato dal Collegio stesso e da Regione Lombardia.

Il Manifesto delle Assise dell’Alpinismo (Chamonix, 28 maggio 2011) lo aveva detto con solennità, recepito poi anche dal Club Alpino Italiano, nel Nuovo Bidecalogo: è importante far riconoscere il grande ruolo educativo delle attività di media e alta montagna.

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Si era parlato di sostenere il progetto di creazione di un polo “giovani; si era anche detto che, in quell’ottica, sarebbe stato opportuno redigere una guida metodologica per l’accompagnamento degli alunni.

In quella sede si era parlato di creare una nuova offerta specificamente dedicate ai minorenni e agli adolescenti, differenziata a seconda delle loro necessità e delle loro capacità (dal completo inquadramento all’autonomia), e diffondere quest’offerta attraverso i mezzi che i giovani utilizzano (social, internet, ecc.).

Forte del successo degli anni passati, torna anche per il 2015 il Promo Scuola, il progetto che ha lo scopo di far vivere ai ragazzi un’esperienza diretta sul campo, al fine di migliorarne la motricità e favorire l’acquisizione delle corrette tecniche di progressione in ambienti naturali d’avventura. A differenza delle scorse edizioni quest’anno l’offerta del Collegio delle Guide Alpine Lombardia si estende dalla primavera all’autunno, offrendo alle scuole la possibilità di organizzare per tempo escursioni e attività, distribuendole in diversi momenti dell’anno scolastico.

Gli studenti delle scuole primarie e secondarie saranno accompagnati su diversi terreni, scelti in relazione alle varie fasce d’età e alla natura del gruppo (numero dei partecipanti, rapporto numerico alunni e insegnanti, eventuale presenza di soggetti in situazioni di disagio).

Attraverso il Promo Scuola il Collegio Regionale Guide Alpine Lombardia intende prima di tutto promuovere la frequentazione dell’ambiente montano lombardo da parte dei più giovani. Il progetto permette inoltre di evidenziare la professionalità della Guida Alpina – Maestro di Alpinismo e dell’Accompagnatore di Media Montagna, con particolare riferimento alla specificità delle competenze in ambito didattico e tecnico.

Esercitazione sulle placche granitiche della Val di Mello
PromoScuola2015-

Il Promo Scuola è presentato nelle scuole che ne fanno richiesta (al più presto, dato il numero limitato dei posti disponibili), mentre le attività si svolgeranno entro il 15 novembre. Pertanto gli insegnanti e i dirigenti scolastici che volessero partecipare, dovranno rivolgersi direttamente al Collegio regionale per richiedere l’intervento delle Guide Alpine nel loro istituto.

Sono previste escursioni guidate, attività didattiche e motorie, in ambiente e presso gli Istituti scolastici, con la possibilità di raggiungere fino a circa 1.200 studenti e relativi insegnanti.

Informazioni e contatti sono disponibili alla pagina del sito: promo scuola 2015, dove è tra l’altro l’elenco delle diverse iniziative. Vedi anche: [email protected]

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