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Salire a lato e scendere di notte sulle piste

Salire a lato e scendere di notte sulle piste

Il quotidiano Trentino, il 24 gennaio 2015, titolava “Troppi scialpinisti sulle piste del Bondone, anche di notte. L’allarme delle Funivie”.
La Società Trento Funivie ribadisce ancora una volta i divieti: “Sia le norme provinciali che quelle nazionali vietano la risalita delle piste e qualsiasi loro utilizzo al di fuori dell’orario di apertura al pubblico”.

Il problema nasce dallo scontro con la necessità di manovra serale e notturna dei mezzi battipista. Gli sciatori non possono essere presenti, neppure a ragionevole distanza: le piste devono essere deserte, per evidenti ragioni di sicurezza. La società degli impianti di risalita ricorda infine che con l’applicazione della normativa vigente, qualsiasi utilizzo al di fuori dell’orario di apertura è pertanto assolutamente vietato.

Rifugio al Sole, vetta del Palon del Monte Bondone
????????????????????????????????????È vero – dice Marco Furlani, il noto alpinista, pure lui frequentatore notturno del Bondone – la risalita delle piste da parte degli scialpinisti è molto frequente sul Monte Bondone: che è meta di moltissimi appassionati che utilizzano anche le ore notturne per allenarsi, grazie alla facile accessibilità. La Società ha concesso per tre precise piste (Diagonale Montesel, Cordela e Lavaman) l’apertura il giovedì e il sabato, dalle ore 20 alle 22.30. Tra l’altro proprio l’altra sera – a pochi metri dalla vetta del Palon – è stato soccorso uno scialpinista colto da infarto: è stato salvato con l’uso del defibrillatore dagli agenti della polizia municipale che erano in servizio a Vason, proprio in occasione della serata di sci notturno.

Ma il problema è che la gente non si accontenta dei soli giovedì e sabato. Anche se il rifugio al Sole, in vetta al Palon, le altre sere è chiuso, sono tantissimi quelli che vanno su di notte e poi scendono, incuranti dei gatti che lavorano”.

Nel novembre 2014 è stato diffuso un video dal soccorso alpino di Schladming (Austria): vi si evidenziano i rischi che corre chi scende lungo le piste da sci mentre sono all’opera i gatti delle nevi per la battitura. I gatti talvolta, per avere maggiore trazione, utilizzano un verricello e un cavo che può avere una lunghezza fino a 1.000 metri e che può anche essere nascosto sotto la neve e avere movimenti improvvisi e violentissimi. Ecco il video:

Il 30 gennaio 2015 il quotidiano L’Adige riprende l’argomento con un articolo di Fabia Sartori, dal titolo “Scialpinisti sulle piste pericolosi da multare”. L’articolo è praticamente un monologo di Francesco Bosco, capo degli impianti di Campiglio e presidente della sezione trentina dell’associazione nazionale esercenti funiviari (ANEF), che invoca un deciso giro di vite a suon di multe per quella che ritiene essere una vera e propria “piaga” che affligge tutti i caroselli del territorio trentino.

Gli scialpinisti che risalgono le piste in orario d’apertura e di chiusura vanno multati: la loro attività è assolutamente illegale ed è punibile a norma di legge. Anche in Trentino è il momento di arrivare ad applicare le sanzioni previste, che fino ad oggi non sono mai state elevate… Nelle altre Regioni e Provincie le forze dell’ordine multano (come previsto dalla legge nazionale 363 del 5 gennaio 2004) chi si avventura in salita con le pelli di foca con ammende che variano tra 120 e i 250 euro… Invito caldamente la Polizia di stato e i Carabinieri, il Corpo forestale e la Guardia di Finanza, la Polizia locale a praticare le sanzioni previste per i soggetti inadempienti. A noi impiantisti non e concesso di multare: possiamo solamente produrre segnalazioni alle forze dell’ordine preposte oppure invitare personalmente gli scialpinisti a cambiare percorso”.

Dice Marco Furlani: “È vero che la legge chiarisce come la risalita sulle piste con gli sci ai piedi sia normalmente vietata, così come qualsiasi utilizzo (in salita e discesa) delle pista in orario di chiusura. Ma è anche vero che sul Bondone si è sempre chiuso un occhio… Non dimentichiamo che questo “traffico” notturno è una manna per il rifugio al Sole, di proprietà guarda caso della Società Trento Funivia”.

ScialpinismoNotte-image

Bosco invece insiste: “Ritengo che sul nostro territorio si sia creata una sorta di «lobby intoccabile» che riceve tolleranza e permissività da parte di tutti. Paradossalmente conosco casistiche di azioni delle forze dell’ordine su persone che hanno intrapreso il fuoripista in località in cui è vietato: sulle piste il pericolo viene sottovalutato… ci sono i cartelli di divieto che vengono spesso rimossi… il nostro personale rischia perfino di essere aggredito nel momento in cui invita gli scialpinisti a lasciare le piste… mi chiedo dove stia il buon senso”.

Parlando di sciescursionismo, un tempo erano sentieri e stradine forestali a essere maggiormente battuti, poi pian piano si è affermata quest’usanza (in realtà nata in Austria) di salire e scendere in pista, ovviamente soprattutto nelle serate di sabato e domenica. Che ci sia rischio è evidente: gli operatori non vedono gli sciatori nelle tenebre e non li sentono, gli scialpinisti possono non accorgersi della fune tirata. Un incidente, anche grave, non è per nulla improbabile.

Siamo d’accordo con Bosco quando invita i vari Sci Club del Trentino, o i gruppi SAT, a rinunciare a organizzare scialpinistiche in notturna ai rifugi, con conseguente discesa di 100 o 150 persone sulle piste. Il lavoro dei mezzi battipista ne risulterebbe nullificato, la mattina dopo le piste risulterebbero quasi impercorribili allo sciatore medio. Questa non può essere una pratica che il CAI o associazioni similari possano favorire.
Purtroppo per il presidente Bosco la soluzione si ha attraverso il «fioccare» delle multe. Per lui la responsabilizzazione si ottiene solo con la coercizione e la sanzione: “L’unica attività concessa è quella di risalire su sentieri o stradine e poi ridiscendere lungo le piste se sono aperte… Sono contrario a modifiche di legge al fine di individuare una «zona franca» a bordo pista dove lasciare libero il passaggio con gli sci ai piedi: rimarrebbe un alto grado di pericolo, anche perché il bordo pista non è semplice da identificare. Noi impiantisti siamo responsabili in toto della gestione delle piste e se la Provincia vuole legiferare deve prendersi anche la responsabilità della tutela di chi sale con gli sci ai piedi”.

Dunque gli impiantisti, forse complice l’incidente del succitato infartato, alzano la cresta. Il sito http://girovagandoinmontagna.com osserva: “Perché una società privata, sia pure partecipata, che gode comunque di concessione pubblica, deve espropriare a suo esclusivo interesse una intera montagna? Nel caso del Bondone non solo di giorno ma, con l’estensione dell’apertura degli impianti, perfino di notte? I problemi della pericolosità di risalire le piste durante la battitura pista sono noti, ma possibile non si possa trovare una soluzione per tutelare anche chi, legittimamente, preferisce salire la montagna con le pelli piuttosto che con gli impianti? Le montagne non sono proprietà privata degli impiantisti”.

Marco Furlani getta acqua sul fuoco: “Non è interesse della Società Trento Funivie spingere troppo l’acceleratore. Gli va bene che la gente salga al loro rifugio. Però attenzione: salire sempre a lato della pista, oltre le paline, con un solo punto (segnalato) di attraversamento della pista (a Vason). Indi scendere sempre in assenza dei gatti delle nevi.

Francesco Bosco
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Pericoli tecno/giuridici in alpinismo

Pericoli tecno/giuridici in alpinismo
di Carlo Bonardi (C.A.A.I.Gruppo Centrale)

(Intervento all’assemblea del CAAI, Caprino Veronese, 11 ottobre 2014)

Il titolo della relazione evidenzia come si sia ritenuto di togliere l’alpinista dai pericoli tramite tecniche e norme ma anche come ora egli sia in un altro pericolo.

Due gli ambiti esaminati: nell’evoluzione storica e nel giuridico.

Sciliar e Monte Pez al tramonto
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1) dalla nascita, in alpinismo ci sono stati materiali e tecniche per progressione e assicurazione: antiche stampe rappresentano pertiche, furono portate scale per superare passaggi, corde, ecc.; l’uso era modesto e derivato dalla vita comune.

Tra i vari aspetti emblematici, il finto duello alla pistola tra Preuss e Piaz ai primi del ‘900, in relazione alla scelta se impiegare o no i mezzi artificiali.

Per Preuss l’alpinista non doveva salire ove non fosse stato in grado di scendere: rinunciò a “competere” con quelli che tali remore non avevano e dunque a belle vie nuove o montagne; proponendo una auto-limitazione dell’altrimenti possibile, indicava e praticava un’etica di comportamento.

Oggi non è facile dire chi abbia avuto ragione tra lui e Piaz: certamente il secondo se si guarda alla massa, ma non sempre.

Un simile quadro – fosse accolta o respinta quell’etica – è comunque durato fino agli anni ’60 e un po’ dopo.

Cesare Maestri impiegava molti chiodi a pressione ma era anche un grande liberista, e lo evidenziò col presentarsi allievo al corso di Guida scendendo senza corda dalla Via delle Guide al Crozzon di Brenta: però lui e gli altri della sua generazione restavano nell’ambito della montagna ed apprezzavano l’elemento pericolo.

Allora l’ideazione, realizzazione e utilizzo di materiali e tecniche alpinistici erano opera dei praticanti e connaturati alle necessità di quel tipo di alpinismo, anche per i primi imprenditori di settore (Grivel, Cassin, ecc.).

Successivamente, si è verificato un mutamento di paradigma, consolidatosi negli anni ’80, quando due elementi almeno hanno intaccato i caratteri del precedente: l’accresciuto interesse per il c.d. “gesto” arrampicatorio, che poteva anche giungere a non cercare la montagna; e, posto che quel gesto deve essere difficile (in esso generalmente il “terzo grado” consente poca soddisfazione), la necessità di ripetutamente tentarlo ed eseguirlo senza danni e pertanto con necessità di un uso particolare di chiodi, neanche per messa in discussione del pericolo medesimo ma che semplicemente diventarono in quel senso un indifferente strumento d’esercizio.

Un altro mutamento di paradigma è nato in tale scia, pure ove il riferimento fosse ancora di montagna e vi fossero i correlati pericoli: accantonate le remore etiche o sostituitele con altre, da allora il materiale e la tecnica saranno tutto ciò che possa servire od accompagnare lo scopo, non soltanto in impieghi di base determinati, ed anche quale bene in se stesso, fermo che diversi in sostanza continuano a farne a meno o a limitarsi.

Inoltre – con l’ipotetico limite d’esaurimento delle possibilità operative – l’ambito soggettivo degli ideatori e realizzatori di materiali e (quindi) di tecnologie sarà sempre più aperto o preso da non necessariamente alpinisti, di varie provenienze: professionisti (esempio: ingegneri) o imprenditori in quanto tali.

In questi ultimi anni, si è assistito a un moltiplicarsi – per varietà e invasività – di applicazioni che possono essere dirette a facilitare e/o rendere meno pericolosa la pratica arrampicatoria o in genere alpinistica ma che non è detto siano ispirate da fini che non siano sostanzialmente solo di mercato, individuati o diffusi da chi spesso nel “nuovo” campo opera per ordinarie ragioni di profitto incrementando bisogni e desideri altrui, pure se non fa mancare qualche aumento di “sicurezza”.

Il fenomeno si vede coi droni: concepiti per motivi bellici, applicati in agricoltura, proposti per il soccorso di naufraghi, verranno impiegati per la ricerca di dispersi da valanga e poi chissà in quali ulteriori usi.

La parete est del Monviso
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2) Su questi aspetti sarebbe utile che gli alpinisti si interroghino anche quanto all’ambito giuridico, per alcune relative e negative conseguenze.

In generale, nella società della modernità e specie dal ‘900, aumentano le materie e i modi in cui è intervenuto il diritto (c.d. “giuridificazione”), a volte effettivamente per assicurare l’incolumità. Negli ultimi anni ne sono stati investiti la montagna e l’ambito alpinistico ed escursionistico, ecc., sull’affermazione del fatto che più norme diminuirebbero i pericoli, a vantaggio di tutti; però le reali matrici hanno appunto spesso natura economica, politica, amministrativa e gli alpinisti, se non vogliono subire o mettersi essi stessi nei guai, devono prestare attenzione a quanto viene a loro imposto o proposto o loro stessi richiedono.

Su tale aspetto, in numerose occasioni ho (vanamente) richiamato l’attenzione ad una norma fondamentale, l’art. 43 del codice penale del 1930, vigente e già di quotidiana applicazione per chiunque e in ogni ambito di vita:

“Il delitto: …

è colposo, o contro l’intenzione, quando l’evento, anche se preveduto, non è voluto dall’agente e si verifica a causa di negligenza o imprudenza o imperizia [nota: c.d. “colpa generica”], ovvero per inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o discipline” [nota: c.d. “colpa specifica”. …

Da essa si desume che, nonostante l’asfissiante e sovente ottusa invocazione di nuove “regole” giuridiche, queste ci sono già, ed evidenzio che l’applicazione è molto severa.

Ciò che ha rilevanza giuridica, viene di volta in volta individuato dal giudice (stabilirà lui, anche con l’ausilio di esperti, se vi sia stata negligenza, imprudenza o imperizia, ad esempio per decidere se fosse stato lecito o no fare arrampicare qualcuno senza casco); ma in aggiunta, viene direttamente e particolarmente statuito dalle indicate fonti normative (leggi, regolamenti, ordini o discipline. Attenzione: ce ne possono essere di provenienza privata!), ad esempio per i minori di quattordici anni i quali sulle piste da sci devono portare il casco, o, nello sci-alpinismo, per certe condizioni in cui è obbligatorio portarsi l’apparecchiatura per ricerca dei travolti da valanga.

Così, davanti al giudice, in caso di violazione di una norma specifica, che a volte l’alpinista si è dato da solo (in genere ad opera degli enti stessi cui appartiene), la colpa nemmeno può essere negata e l’accusato avrà poche possibilità di sottrarsi a responsabilità (soprattutto, la norma doveva essere finalizzata a evitare proprio il tipo di pericolo che poi si è verificato e la sua violazione deve essere stata causalmente rilevante nella produzione del danno); invece, chi sia chiamato a rispondere (solo) di una generica negligenza o imprudenza o imperizia avrà maggior margine per una discussione “alpinistica” e per rivendicare il diritto di affrontare pericoli.

Se quella è l’impostazione di fondo, si capisce la strategia di mercato che l’ideatore, produttore o commerciante di attrezzi e tecnologie utilizzabili in alpinismo danno alla loro azione: se riescono a fare approvare una legge o un atto che impone l’uso di un prodotto (una tecnica, un’assistenza, ecc.) riusciranno a fare sì che i praticanti siano costretti ad acquistarlo, magari solo sperando di pararsi da responsabilità legali e magari anche ove in ipotesi servisse a poco o a niente o fosse da qualcuno volontariamente rifiutato (che corda o GPS si vende a chi vuole fare il solitario?); se non vi riescono, otterranno lo stesso risultato ideando e portando avanti un’azione psicologica e operativa, con campagna pubblicitaria, la quale convinca i praticanti e gli enti istituzionali che li raggruppano o hanno voce in capitolo e la diffondono, della necessità di averne e farne uso, fino a che la cosa diventerà prassi: allora, o anche prima, il non averli, il non usarli o il non usarli in certi modi sarà considerato negligenza, imprudenza o imperizia, cioè come legge, ugualmente vincolante, pure preventivamente.

Proseguendo su questa strada, sarebbe devastante per l’alpinismo l’applicazione delle puntigliose normative sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro (o sulla circolazione stradale, gli inquinamenti, ecc.) o della cultura e delle esigenze che le regge, trasferite in un ambito di pericolosità che invero se ne differenzia perché molto particolare e frutto di volute scelte individuali.

Va altresì considerato, da un lato, che il normale operatore del diritto (magistrato, forze dell’ordine, ecc.) può normalmente non intendersi d’alpinismo né condividerne i contenuti e lo spirito e che dunque ha grande difficoltà a capirli e rispettarli.

Dall’altro, che un’ulteriore tendenza normativa è di rendere legalmente illeciti anche comportamenti solamente pericolosi (a prescindere dal fatto che abbiano effettivamente prodotto un danno) e addirittura solo per lo stesso praticante (a prescindere dal fatto che il danno possa essere cagionato ad altri).

Di conseguenza, l’alpinismo e l’escursionismo – occorrendo – possono essere considerati fuori legge, impediti e puniti, e la libertà è stata e verrà sempre maggiormente limitata, magari per spinte che davvero non hanno nemmeno un consistente scopo di tutelare qualcuno, particolarmente quegli stessi che vi accondiscendono.

In questa situazione, l’unica cosa che i praticanti l’alpinismo – volendo – possono fare, è capire e opporsi ad abusi e strumentalizzazioni, cercando di affermare e fare salvaguardare la specificità della propria natura e pratica: essendo diversa da quella della persona comune, dovrebbe essere per tale culturalmente conosciuta, rispettata e diversamente trattata.

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Libertà fuori e dentro di sé

Libertà fuori e dentro di sé
(relazione di Alessandro Gogna al Convegno Nazionale del CAAI, Caprino Veronese, 11 ottobre 2014)

Lasciatemi partire un po’ da lontano, ma nemmeno poi tanto, partendo dal materiale che usiamo per andare in montagna, che si può grossolanamente dividere in due tipologie. C’è ovviamente anche il materiale che riesce a fare parte delle due tipologie, ma possiamo dividere in materiale per la progressione e quello per la sicurezza.

Sul materiale da progressione abbiamo fatto passi da gigante: senza volerli elencare (siamo partiti dalla corda di canapa…) in decenni e decenni di alpinismo c’è stato un grande progresso. Anche sul materiale per la sicurezza vi è stata evoluzione: dal semplice “otto” al gri-gri, poi al “reverso” e a tutti gli altri aggeggi esistenti per le varie manovre, fino ai nut e ai friend, attrezzi che comunque alla cordata non garantiscono tanto la progressione quanto la protezione, elevandone quindi il grado di sicurezza.

Più sicurezza riusciamo ad ottenere da attrezzatura perfetta, studiata, tecnologica (corde, telefonino, gps, ecc. ), insomma più sicurezza esterna abbiamo, di meno concentrazione interna noi disponiamo.

Ma perché? Cerco di spiegarmi con un esempio: prendiamo un solitario, di quelli che seguono il filone attuale e cioè il free-solo, dove non si ha nemmeno l’imbracatura (scarpette e basta), quindi privo di qualunque attrezzatura e dotato solo delle proprie capacità psico-fisiche e della propria esperienza. Questo individuo avrà un grado di concentrazione riferito alla sua azione sicuramente spasmodico, enorme, mentre invece se la stessa persona compie la stessa azione con tutta una serie di ausili (che poi è la normalità) che gli permettono maggiore sicurezza è chiaro che la concentrazione è minore se paragonata alla prima ipotesi.

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A questo proposito sarebbe molto bello (lo dicevo a Predazzo qualche giorno fa) se le scuole di alpinismo facessero provare agli allievi per un giorno, un’ora, un minuto le antiche attrezzature, facendoli arrampicare come si arrampicava una volta. Non per far risaltare la bravura di quelli di una volta, ma semplicemente per far capire in un flash cosa ha significato l’evoluzione.

E’ già stato detto precedentemente da Carlo Zanantoni che la sicurezza sta diventando una mania della società, “società sicuritaria”, cioè una società che impone tutta una serie di vincoli, suggerisce e vende una serie di dogmi che spingono tutti verso quella magica parola che è “sicurezza”.

Con questa parola si vorrebbe evitare qualunque esposizione a qualunque rischio.

Portando un esempio semplice, le mamme sono state le prime a recepire questo messaggio e a dire al bambino “non correre perché sudi…”, mia mamma non me l’ha mai detto, al massimo mi diceva “non andare in mezzo al fango perché dopo devo ripulirti…”, esortazione che ha ben altra filosofia.

Questo per dire che siamo in una società che ci spinge a stare seduti sulla sedia e vivere tutto virtualmente senza sperimentare quello che è la realtà.

Sugli alberi è naturale che i bambini continuino a salire, ed anche a cadere… facendosi anche male… perché questa è sempre stata la logica dell’infanzia… in questo modo si cresce, ci si crea una individualità, ti crei dei desideri senza essere sempre legato a un cordone ombelicale.

E poi c’è una “dimenticanza” pericolosissima: non viene evidenziato che non si dichiara che la sicurezza non è mai al 100%. Tutti parlano delle cose sicure, anche il CAI aveva fatto anni fa un manifesto con la dicitura “montagna sicura”.

“Montagna sicura”! No certamente, perché la montagna non sarà mai sicura, ognuno di noi potrà utilizzare ciò che vuole, esperienza, attrezzatura e conoscenze, ma l’incertezza su quello che è il tuo destino rimane ed è questo messaggio che deve passare alla società, mentre culturalmente avviene proprio l’opposto.

Se una ferrata è appena stata costruita con tutte le caratteristiche moderne di sicurezza, è “certificata”: una parola da temere assolutamente poiché gravemente pericolosa.

Purtroppo più sicurezza è disponibile e più (e gli avvocati che mi seguiranno lo spiegheranno meglio) vi sarà la ricerca del responsabile in caso di incidenti e qui non si parla della parola “responsabilità” in senso umano ma “responsabilità giuridica” e cioè quella responsabilità per cui sei passibile di giudizio, quindi con la possibilità di essere anche sanzionato e/o “punito”.

La responsabilità giuridica va letteralmente a braccetto con “sicurezza”.

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Non ho il tempo materiale per dimostrarlo, ma da un’analisi che ognuno può fare potrà dedurlo per conto suo.

Il “Signor Rossi” non può andare come e dove vuole in qualunque modo facendo ciò che desidera. Due anni fa al Festival di Trento si elogiava il GPS affermando che con esso si poteva realmente andare ovunque: ebbene, questa è pura follia, una bugia pubblicitaria che non ha fondamento reale, un inganno del marketing.

La certezza della totale sicurezza in presenza di questi ausili è pura utopia.

La verità e che se questo “Signor Rossi” vuole fare ciò che vuole deve prima farsi le sue esperienze diventando quindi “responsabile”. Non “responsabile giuridicamente” ma responsabile di ciò che lui stesso causa con le sue azioni.

Noi l’abbiamo fatto, in questa sala quasi tutti siamo Accademici, Guide Alpine insomma tutti con un background notevole di esperienze acquisite.

Non ci è stata regalata l’esperienza, non l’abbiamo comprata né trovata per strada ma solamente acquisita gradualmente e accresciuta nel tempo.

Pertanto la sicurezza indotta, e con tale termine intendo quella che si può comprare utilizzando i vari strumenti del mercato, quella che porta a una minore concentrazione, porta anche a meno responsabilità, con una diminuzione della responsabilità individuale inversamente proporzionale all’utilizzo intenso di tecnologia.

Attenzione, questo non significa che non bisogna utilizzare attrezzature esterne, non voglio estremizzare, sto solo cercando di portare l’attenzione su alcuni punti importanti.

Responsabilità. Prima abbiamo parlato di sicurezza ora affrontiamo il capitolo “Responsabilità”.

Cosa è la responsabilità, ma partirei col dire cosa non è.

Sicuramente non è tanto responsabile colui che va in montagna dominato dall’adrenalina, con il gusto del rischio a tutti i costi, della performance estrema tipo “o la va o la spacca”.

Questa persona potrà sicuramente fare delle cose pregevoli: però le farà correndo dei rischi notevoli, proprio perché schiavo di questo suo carattere, delle sue debolezze, di questa “malattia”.

La responsabilità la si acquisisce e questo tipo di alpinisti poco o nulla hanno fatto in questo senso. Evidentemente l’egocentrismo di queste persone, l’inflazione del proprio io oltre i livelli consentiti, portano a correre grossi rischi con una responsabilità tendente a zero.

Ed è quindi ora che per la prima volta pronuncio la parola “libertà” e giungo quindi al nostro tema.

La parola libertà non può esistere se non è connessa con la responsabilità.

Una persona responsabile che ha fatto le sue scelte è libera mentre una persona non responsabile potrà fare quello che vuole ma non è libera, poiché non è libero chi fa quello che vuole ma è libero chi ha scelto che cosa fare.

Credo addirittura, considerando che siamo in un consesso di Accademici, di persone che l’alpinismo l’hanno vissuto per una vita o lo vivranno per una vita, ebbene io credo che nel futuro si misurerà qui il prossimo alpinismo, che è sempre evoluto e cambiato nel tempo: lo si valuterà con la quantità di responsabilità che gli applicheremo, non esclusivamente sui gradi di difficoltà.

Questo significa quantità di libertà, infatti se una persona è responsabile vuole dire che ha scelto, ha scelto tra tante possibilità che aveva e le ha valutate in piena libertà. Anche se non le ha vivisezionate una per una, perché ognuno sceglie a suo modo e si può essere molto istintivi senza essere analitici. Ma della scelta v’è obbligo.

Ci sono parecchi filtri che confondono la lucidità della scelta.

Per esempio immaginatevi dei gruppi di scialpinisti che salgono verso una cima con condizioni non idonee e vedendo i primi che sono arrivati in vetta e affrontano già la discesa pensano “se sono saliti loro, possiamo farlo anche noi”. Questo è un filtro, poiché non è detto che un fatto vissuto da un altro prima di te aumenti la tua sicurezza, stai semplicemente facendo “il pecorone” dietro a qualcun altro, quindi non hai scelto, cioè non sei stato e continui a non essere libero.

Oppure prendiamo una cordata di due alpinisti che salgono a comando alternato: a un certo punto a uno dei due spetta un tiro che lui si accorge subito non essere alla sua portata. Magari lo sapeva anche prima, vi sono relazioni, informazioni e quant’altro per conoscere prima la difficoltà… ma ci prova lo stesso: e nel momento in cui ci prova, si trova in pericolo. Potrebbe anche rinunciare, ma non lo fa subito… e più sale più rischia di farsi del male.

Domanda: perché è andato su, quando invece avrebbe potuto dire al compagno “vai su tu, sei più forte, è meglio per entrambi” oppure dire “torniamo indietro, abbiamo sbagliato a scegliere questo itinerario”?

La famosa traversata della via Cassin alla parete nord della Cima Ovest di Lavaredo
Libertà DentroFuori-KL-Alpintipps-Westliche-Zinne_Cassin_CIMG6104Eppure andare solo perché è il suo turno nell’alternanza e perché non vuole apparire un codardo di fronte al suo compagno è una grande sciocchezza. Chiunque potrebbe dirglielo!

In quel momento la sua non è stata una scelta libera ma viziata dal filtro dell’emulazione, dal filtro del piccolo orgoglio che ognuno di noi ha.

Abbiamo parlato prima dell’istintivo, una categoria a me particolarmente simpatica, io credo di averne d’istinto, ma certamente meno di altre persone.

Uno che aveva un istinto grandioso era Angelo Dibona che andava ovunque, dal Delfinato alle Dolomiti, facendo prime ascensioni notevolissime, pazzesche, con clienti e in luoghi dove non era mai stato prima: era solo l’istinto a spingere questo grande personaggio.

Non vi erano calcoli e nemmeno materiali dietro queste salite e nemmeno quelle tecniche di sicurezza che comunque sono venute molti anni dopo.

Un altro personaggio che ho visto come istintivo è Manolo… ma ce ne sono tanti altri.

Poi vi sono le persone riflessive, e qui mi sento già più vicino, quelle che hanno bisogno di riflettere, valutare, leggere, confrontarsi e dopo di che decidono che cosa fare.

In entrambi i casi c’è libertà di scelta: il riflessivo perché ha fatto un’analisi mentre l’istintivo perché ha un dono. Quest’ultimo sarà in difficoltà solo quando quel “dono” gli verrà tolto. E quel dono è tanto meno in pericolo quanto il soggetto starà attento a non cadere in certe sicurezze, in certe ipersicurezze… tipo ”l’ho fatta duecento volte, cosa vuoi che mi succeda la duecentounesima”.

Avendo escluso le categorie degli egocentrici e degli adrenalinici, rimangono i riflessivi e gli istintivi: loro sono l’esempio della libertà che noi cerchiamo.

Spiro giustamente parlava prima di “ideale”, un valore estremamente importante che nella nostra società odierna sembra avere poco peso. Però è vero che l’ideale nella storia ha fatto progredire la vita umana, nel nostro caso l’alpinismo. E ritengo che non si possa cancellare così facilmente, l’ideale c’è, rimane nella persona che segue il suo istinto, una sua volontà. E anche il riflessivo, in certe regole che si è imposto di seguire, trova il suo spazio di libertà.

Nelle imprese alpinistiche si può fare una distinzione. Le imprese possono essere creative o possono essere nate da una competizione.

Faccio un esempio.

Georg Winkler che sale sulla sua torre omonima, da solo, a 17 anni, senza nessuno intorno. La torre non era certamente una meta di nessuno, probabilmente non aveva avuto nessun tentativo. Ebbene, quella è stata una impresa creativa, un’impresa della fantasia. Winkler ha visto una foto, un disegno e sulla base di questi dati scarni va e sale.

Ci sono stati tanti esempi creativi, mi vengono in mente Boardman e Tasker sul Changabang, gli è riuscita un’impresa incredibile per quel tempo, sono andati là e hanno fatto. Avevano certamente una grande esperienza, ma nessuno aveva in mente il pilastro ovest del Changabang.

L’esempio contrario che mi viene in mente è la Nord delle Jorasses. Certamente una grandissima impresa, poiché in questo contesto non vogliamo sminuire nulla. Ma a monte vi era una competizione, vedi la Nord dell’Eiger, competizioni incredibili durate per anni.

Si era già quasi arrivati alle soluzioni, perciò chi la risolve, pur bravissimo, deve anche dire grazie agli altri “competitors”: mentre nei casi di creatività il salitore non dovrà ringraziare nessuno.

Questo per introdurre la pericolosità della competizione, anche e soprattutto in termini di libertà.

Qualche tempo fa qualcuno voleva identificare l’alpinismo come competizione, ma se l’alpinismo è una forma d’arte, e lo è, e su questo siamo tutti d’accordo, l’accostamento non regge.

Se l’alpinismo fosse soltanto competizione, allora per fare la più grande impresa si potrebbero mettere insieme gli alpinisti per una gara. Allora occorrerebbe, per avere un opera d’arte, prendere cento pittori, metterli assieme in uno studio enorme e dire “mettevi lì e fate un’opera d’arte, così vediamo chi la fa più bella”.

Pura follia, perché il pittore ha bisogno della sua solitudine, della sua concentrazione e non della competizione con altri.

La competizione è pericolosa esattamente come quel famoso materiale del quale parlavo all’inizio, cioè il materiale per la sicurezza. Perché la competizione è quella situazione mentale in cui l’alpinista, o meglio l’individuo, non è più a contatto strettissimo con la natura e con la montagna, non ha più come partner la montagna, unico punto di riferimento, ma ha a cuore la volontà di vincere i suoi competitori. Se no, che competizione sarebbe?

Ciò è molto pericoloso, limitando l’istintività pone in situazione a rischio fisico. Ed è soprattutto è un fattore che limita la libertà di scelta, cioè la libertà che è in noi, di fare o non fare un’azione. La competizione è fuorviante perché allontana dalla montagna e da noi stessi.

Sono convinto che il rapporto tra la montagna e l’alpinista sia essenziale, dove la montagna fa sempre la parte del padrone, del più forte. Purtroppo certi alpinisti, in certi momenti, e chiunque di noi può essere ingannato, non si accorgono di modificare questo salto tra noi e la montagna, un dislivello che diminuisce se siamo in competizione con qualcuno, perché non interessa più la montagna, che diventa un semplice sfondo di palcoscenico e non più il partner. E nel momento in cui viene a mancare questo dislivello tra noi e la montagna viene meno quella scarica incredibile di energia, di forza, di bellezza e di arte che si ha invece quando realmente noi entriamo in contatto con la cosa più bella di una scalata, cioè l’inseguimento di quel nostro obiettivo che abbiamo scelto “liberamente”.

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Lettera a Piero Ostellino

Lettera a Piero Ostellino, editorialista del Corriere della Sera
di Carlo Zanantoni (Osservatorio della Libertà)

17 febbraio 2013
Valanga a Monte La Nuda, Appennino reggiano
Egregio Dott. Ostellino,
dopo un nostro scambio di messaggi (il 12 – 13 settembre 2012) accolto con grande interesse dai miei colleghi dell’Osservatorio, non ho più avuto occasione di fornirle notizie sullo sviluppo dell’Osservatorio per la Libertà in alpinismo. Da un lato, il lento rodaggio dopo il riconoscimento dell’Osservatorio da parte del Club Alpino Italiano, dall’altro la fortunata carenza di eventi che meritassero un nostro intervento mi hanno convinto a non distrarla da suoi più importanti impegni (seguo i suoi duri interventi nei confronti di una deriva autoritaria nel nostro Paese!). Ora però è accaduto qualche cosa che può valere la pena di raccontarle, non come evento in sé – la solita valanga – ma come esempio di tipiche reazioni, sia da parte delle autorità locali che della popolazione. Questo ci offre un locale giornale on-line: REDACON, giornale on-line dell’Appennino reggiano.

Ostellino-(114)

Troverà qui in dettaglio notizie, scambi di opinioni fra i lettori e interventi. Credo però utile, ammesso che meriti la Sua attenzione, estrarne alcuni punti salienti, come segue.

Tre scialpinisti, fra i quali uno sicuramente esperto, con esperienze di alpinismo extraeuropeo e guida alpina, Massimo Ruffini detto “Ruffo”, 28 anni, da Reggio, stanno salendo a Monte La Nuda il 16 gennaio 2013. Questa montagna offre un itinerario interessante. Raggiunta la cima della Nuda a quota 1870 m, i tre iniziano la discesa. Una valanga li travolge, Ruffo rimane sepolto e viene salvato dai soccorritori. La salita era iniziata nei pressi delle piste di Cerreto Laghi, ma non attraversò una zona sovrastante le piste; gli alpinisti erano comunque partiti ben prima che i mezzi di risalita entrassero in funzione, tanto per precisare. Il Direttore della Stazione sciistica, Marco Giannarelli della Park Hotel Srl, dichiara: “l’evento è avvenuto fuori dell’orario di apertura delle seggiovie e fuori dalle piste del comprensorio sciistico“.

Nel link citato si trovano molte informazioni. Viene descritto, in modo approssimativo, l’intervento dei Carabinieri di Collagna e di agenti forestali del CTA del Parco (Coordinamento Territoriale per l’Ambiente). I Carabinieri di Castelnovo ne’ Monti ritengono la valanga causata dalla condotta colposa del Ruffo e lo denunciano per procurata valanga alla Procura di Reggio Emilia. Pare che il Servizio Valanghe avesse dato informazione di pericolo grado 3.

La Redazione di REDACON informa che è prevista (?) una pena sino a 12 anni se si è riconosciuta una azione dolosa; nel caso specifico, potendosi riconoscere nel comportamento del Ruffini soltanto “colpa”, la pena sarebbe al massimo 5 anni.

Su questo punto non entro in dettagli, chiederò precisazioni ai miei colleghi avvocati.
Mi limito a dire che, al riguardo delle conseguenze civilistiche che derivano da reato, un qualunque reato (quindi, non importa se sia stato doloso oppure colposo) obbliga colui che l’ha commesso a risarcire il danno cagionato (vd. art. 185 c.p.). Se ci si riferisce al codice penale in senso stretto, c’è un delitto di valanga dolosa (art. 426 c.p., pena da 5 a 12 anni di reclusione) e c’è un delitto di valanga colposa (art. 449, pena da 1 a 5 anni di reclusione).

In pratica, la responsabilità per risarcimento danni non è alternativa alla “pena detentiva”: c’è sempre (se il danneggiato la richiede; mentre per quei reati l’Autorità pubblica procede “d’ufficio”) quale conseguenza di un qualsiasi reato che abbia cagionato anche danni concreti (non è detto che ogni reato li abbia cagionati).

Attualmente i nostri giudici tendono a rifarsi al criterio di maggiore severità. Questo non accade in Austria, dove si parla solo di eventuale risarcimento di danni; credo che simile sia la situazione negli altri paesi europei.

Non voglio qui insistere su questo punto, desidero soltanto farle notare come sia frequente, nei messaggi dei lettori di REDACON, un atteggiamento colpevolista e critico nei confronti di chi corre rischi, anche soltanto per se stesso, e anche di scarsa tolleranza per un’attività di cui non si vede il senso. Cito alcuni estratti:

Sotto il Monte La Nuda. Foto: R. Manfredi
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Non usiamo Massimo come capro espiatorio per muovere lamentele contro uno sport che infastidisce la comunità“.
Alla comunità non va bene che muoiano persone per questa passione “incontrollabile”per la montagna… mettendo a rischio non solo la propria vita ma anche quella di altri. Se è così “incontrollabile”… qualcun altro ci riproverà e allora servono divieti tassativi“.
La Redazione (!): “Per chi non rispetta le regole a tutela prima di tutto degli interessati ma anche (sic) delle altre persone il nostro vivere ( e codice) civile (sic) prevede diversi tipi di ammonimenti e punizioni. Non ci vediamo nulla di strano…”.
Un disinformato: “Io gli farei pagare il soccorso… il fuoripista è proibito“.
Tu rischi e io pago? Uno della mia famiglia non sarebbe andato lassù“.
Sono felice che non sia successo niente di grave, meno che la comunità debba pagare i costi del soccorso“.

Insomma, i soliti discorsi e molto spesso il riferimento ai costi del soccorso, che tutti noi paghiamo, senza pensare quanto più alti siano i costi sociali di tante altre libertà che fortunatamente la società ci concede.

Una nota sui sindaci. Ci sono due monti importanti nella zona: La Nuda, in territorio di Collagna e il Cusna, in territorio di Villa Minozzo. Paolo Bargiacchi, sindaco di Collagna, e Luigi Fiocchi, sindaco di Villa Minozzo, sono ambedue molto critici nei confronti dello scialpinismo, in particolare Bargiacchi che ha perso un amico sul Cusna. Ogni anno Bargiacchi reitera un’ordinanza in cui fa raccomandazioni su attrezzature, preparazione e cautele. Fiocchi ha emesso quest’anno, il 15 gennaio (giorno prima dell’incidente), l’Ordinanza n 02-2013 che comportava “il divieto assoluto di effettuare qualsiasi attività di tipo escursionistico e scialpinistico nelle zone poste sopra il limite superiore della vegetazione arborea del comprensorio del comune di Villa Minozzo, fino al perdurare di situazione di pericolo valanghe marcato 3 o superiore, fatti salvi provvedimenti più restrittivi“.

Concludo: Le invio queste poche note soltanto per fornirle un tipico esempio di una tendenza repressiva che ha crescente presa sul pubblico e di un evento al quale l’Osservatorio dovrebbe reagire. Per ora è prevalsa la tendenza dei miei colleghi ad attendere che un nostro incaricato cerchi di far rientrare le ordinanze dei sindaci. Io credo invece che dovremmo sfruttare l’occasione per prendere parte alla discussione sul giornale on-line, ammesso che non sia troppo tardi. Non finirà tutto qui.

Cordiali saluti, Carlo Zanantoni

La lettera, ovviamente, non è stata pubblicata e neppure ne è stato fatto un riassunto.

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L’alpinismo non è delle guide alpine 5

Alpinismo, arrampicata e tecniche non sono delle guide alpine – 5a puntata (5-5)
di Carlo Bonardi

PARTE SETTIMA

§ 31. Ancora in diritto: anche in alpinismo l’obbligo legale di comportamenti, conoscenze, pensieri, materiali, tecniche ed assistenze, per giunta migliori?
Questi lunghi preamboli, certo hanno disorientato e stancato il lettore praticante d’alpinismo, unico soggetto a muovere l’interesse mio, che vorrei potesse continuare ad andar per monti come gli piace, anche ove fosse da modesto “pellegrino”.

Occorre però collocarli in un sistema economico e giuridico che non vede ragioni per lasciare santuari.

Il timore che vengano imposti comportamenti, conoscenze, pensieri, materiali, tecniche ed assistenze – magari “di qualità superiore” od “alla moda” – non va creduto infondato.

Tanto più in un generale sistema che ha attenuato se non eliminato gli ideali e le pratiche di forza, pericolo e gloria, sostituendole appunto con quelle di tipo normalmente assistenzialistico o tentando di farlo, salvo quando ritenga conveniente il contrario

[Genesi del mutamento… cit.; Flash di alpinismo parti varie, di Massimo Bursi, ad esempio nella n. 2 su Giusto Gervasutti od altrimenti, con interessanti valutazioni dell’A. (che però spesso non condivido), Gogna Blog].

24 giugno 2011. Couloir de la Plate des Agneaux (Massif des Ecrins). Per festeggiare i 16 anni di Perceval Gagnon, la madre Patricia Bogard e gli amici Catherine Sénéchal, Véronique Semet, Frédéric More ed Henry Chaillé, si legano assieme. Questa è l’ultima loro foto, perché pochi metri dopo tutti precipitarono in seguito alla caduta del primo capocordata, Chaillé. Senza scampo per nessuno.AlpinismoNonGuide-5-Tragique-cordee-les-dernieres-photos_article_landscape_pm_v8

Senza approfondimenti e fermo che si può sostenere altro, basta portare precedenti e qualche norma suscettibile di applicazione o pericolo di applicazione.

  1. A) Precedente esemplare: dal Decalogo dello sciatore di Beirut 1967 alla sua recezione giurisprudenziale e legislativa.

Parto evidenziando che, in tema di circolazione sulle piste da sci e con l’occasione del verificarsi di sinistri, mancando in origine una precisa normazione ed esclusa poi dalla Corte di cassazione l’applicabilità della disciplina del Codice della strada, la soluzione da tempo maturata è stata di prendere a riferimento norme elaborate in sede privata, poi recepite in giurisprudenza ed altresì in decreti ministeriali e pure nella legislazione dello Stato (cit. legge 2003, n. 363, ecc.), ad esempio, per stabilire se ha legalmente “precedenza” lo sciatore “a monte” o quello “a valle”.

La violazione dei precetti concernenti lo sciatore, in sé non costituiti in forma di legge né dotati della relativa forza, ha finito per essere impiegata per definire la legittimità o meno dei comportamenti, inquadrati nella violazione degli artt. 43 codice penale e 2043 codice civile sopra riportati, quindi, tramite essi, per individuare le condotte colpevoli

[forse il primo testo italiano che in materia ha estesamente studiato l’argomento è di Giacomo Bondoni, Il diritto sugli sci: teoria e pratica, casi concreti e clinici, Verona, Libreria giuridica, 1977. Notizie recenti, in Internet].

Gli operatori pratici, fissando regole, consapevolmente o meno, giungono a farle recepire come norme ad amministrazioni, giurisprudenza e legislazione;

  1. B) Paralleli:
  1. a) evoluzioni.

Si consideri che un’evoluzione simile si era già verificata nella materia della prevenzione delle malattie del lavoro: quando in Italia non era normativamente stabilito quali precisamente fossero i picchi e le durate di esposizione al rumore ecc. tali da portare a lesioni dell’apparato uditivo (ipoacusia) e quindi al relativo reato, in sede giudiziaria vennero usate risultanze tratte da studi scientifici, anche di altri Paesi (esempio: Associazione governativa americana degli igienisti industriali, ACGIH); poi, la stessa materia è stata trattata con precisione dalla legge, che di quegli studi ha recepito i contenuti

[per la situazione in origine non specificamente normata, D. Santirocco e R. Zucchetti, Prevenzione degli infortuni e igiene del lavoro, ed. Buffetti, 1986, pag. 312 ecc.

Indi, D.Lvo 15 agosto 1991, n. 277, artt. 38 ss per definizioni, valutazione del rischio, ecc., e artt. 50 ss per le sanzioni.

In giurisprudenza, sulla legittimità del rinvio da parte del legislatore ordinario al sapere scientifico ed alle regole tecniche, sentenza Corte costituzionale n. 475/1988; in materia penale, sentenza Corte di cassazione, Sez. IV, 5 maggio 2005, n. 24303];

  1. b) in generale,

1= secondo l’ordinaria giurisprudenza civile,

tralatiziamente ripetuta nelle cause sportive, chi abbia cagionato danni ad altri nell’esercizio di attività che siano considerate o ritenute pericolose od in rapporti di obbligazione, ne risponde con una sorta di automatismo, poiché, per essere liberato dalla responsabilità, tocca a lui dare la prova – sovente difficile se non “diabolica” – di avere fatto il possibile per scongiurarli: detta diversamente, il c.d. “rischio della mancata prova” è posto dalla legge a carico suo piuttosto che del danneggiato

[in genere questi cause vengono inquadrate nell’ambito dell’art. 2050 codice civile* cui già ho accennato, oppure, in caso di rapporti, economici o no, del contratto di prestazione d’opera intellettuale ex artt. 2229 ss o del c.d. “contratto sociale” ex art. 1218** stesso codice, utilizzati soprattutto ove esistano tra i compartecipi rapporti caratterizzati da diversità di esperienze tecniche, età, ecc.:

* art. 2050 c.c., in materia di responsabilità da “fatti illeciti”,

“Responsabilità per l’esercizio di attività pericolose.

Chiunque cagiona danno ad altri nello svolgimento di un’attività pericolosa, per sua natura o per la natura dei mezzi adoperati, è tenuto al risarcimento, se non prova di avere adottato tutte le misure idonee ad evitare il danno”;

** art. 1218 c.c., in materia di “inadempimento della obbligazioni”,

“Responsabilità del debitore.

Il debitore che non esegue esattamente la prestazione dovuta è tenuto al risarcimento del danno, se non prova che l’inadempimento o il ritardo è stato determinato da impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile”.

Circa il primo, la “pericolosità” in senso giuridico non è la stessa che nel senso materiale tipicamente connota l’alpinismo (su quest’ultima, vd. Imprevedibilità in alpinismo:… cit., Gogna Blog).

Circa il secondo, il riferimento al debitore non riguarda solo chi lo è di denaro ma altresì di una prestazione fisica e/o intellettuale].

Si badi che, quanto ai sinistri sportivi, le ordinarie norme del codice civile (e penale) sono da decenni già ampiamente applicate in giurisprudenza, e con severità

[ad esempio, viene ripetuta la massima:

“La presunzione di responsabilità contemplata dalla norma dell’art. 2050 c.c. per le attività pericolose può essere vinta solo con una prova particolarmente rigorosa, essendo posto a carico dell’esercente l’attività pericolosa l’onere di dimostrare l’adozione di ‘tutte le misure idonee ad evitare il danno’: pertanto non basta la prova negativa di non aver commesso alcuna violazione delle norme di legge o di comune prudenza, ma occorre quella positiva di aver impiegato ogni cura o misura atta ad impedire l’evento dannoso, di guisa che anche il fatto del danneggiato o del terzo può produrre effetti liberatori solo se per la sua incidenza e rilevanza sia tale da escludere, in modo certo, il nesso causale tra attività pericolosa e l’evento e non già quando costituisce elemento concorrente nella produzione del danno, inserendosi in una situazione di pericolo che ne abbia reso possibile l’insorgenza a causa dell’inidoneità delle misure preventive adottate. … .”, Corte di cassazione civile Sez. III, 29 aprile 1991 n. 4710].

Vi sono possibilità di sfuggire a tale meccanismo, ma ardue (basate appunto sulla mancanza o sulla c.d. “interruzione del nesso causale”; sulla pur riconosciuta discrezionalità delle scelte nei diversi casi concreti; sugli autonomi doveri e sugli obblighi di comportamento facenti capo all’affidato; ecc.);

2= secondo l’ordinaria giurisprudenza penale

(qui dal punto di vista probatorio vale un principio opposto a quello che può valere nel civile: l'”onere della prova” è a carico dell’accusa, in mancanza, insufficienza o contraddittorietà l’imputato deve essere assolto), si viene considerati responsabili quando venga individuata, non necessariamente per contratto ma anche solo nei fatti, una c.d. “posizione di garanzia”, un affidamento di altri (casi normali per la g.a.-m.a., per l’istruttore del CAI, per chi sia più esperto nei confronti di chi sia con lui in rapporto di “sicura subordinazione”, ecc.)

[Romano cit., pagg. 352 ss. Qualche cenno in miei commenti a Il diritto degli sport di montagna scende a valle, Gogna Blog];

  1. c) norme di settori particolari (“Le regole! Le regole”!): art. 2087 codice civile, D.lvo 9 aprile 2008, n. 81, e successive modifiche (ecc.).

Diversi – per ora ancora sparsi, ma, se alpinisti, incoscienti – chiedono “a naso” l’applicabilità di nuove regole in generale o di quelle relative alla prevenzione di malattie professionali od infortuni lavorativi, o quantomeno del pensiero ad esse sotteso: molto più numerose, specifiche e stringenti rispetto a quelle desumibili dai pochi soprariportati articoli dei codici penale e civile, soprattutto nel fatto dell’imporre / importare comportamenti, conoscenze, pensieri, materiali, tecniche ed assistenze preventivi più complessi ed evoluti nel momento storico

[per certi versi il tema venne trattato ad esempio nella sentenza della Corte costituzionale 1990 n. 127 – reperibile in Internet – circa la compatibilità di normative volte ad evitare inquinamenti ambientali in riferimento alla sopportabilità per le aziende dei relativi costi. In specie, il referente costituzionale che fu utilizzato è l’art. 32 della Carta fondamentale, il quale pone l’esigenza preminente di tutela della salute individuale e della collettività: ambiti che a mio parere non devono essere confusi col caso alpinistico].

Ad esempi:

1) l’art. 2087 del codice civile, norma di antica produzione (1942) ma sempre considerata assai avanzata a tutela del lavoratore, il quale dispone,

“Tutela delle condizioni di lavoro.

L’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale del prestatore di lavoro (rilevano in punto anche gli artt. 35 ss della Costituzione);

2) il D.Lvo 2008, n. 81, insieme sistematico e complesso di norme “… in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro”.

Va qui premesso che, a ben vedere, esso stesso espressamente indica una sua inapplicabilità alla materia sportiva (ci risiamo: l’alpinismo è sport?), infatti,

– art. 74:

“Definizioni

  1. Si intende per dispositivo di protezione individuale, di seguito denominato «DPI», qualsiasi attrezzatura destinata ad essere indossata e tenuta dal lavoratore allo scopo di proteggerlo contro uno o più rischi suscettibili di minacciarne la sicurezza o la salute durante il lavoro, nonché ogni complemento o accessorio destinato a tale scopo.
  2. Non costituiscono DPI: …
  3. e) i materiali sportivi quando utilizzati a fini specificamente sportivi e non per attività lavorative;” …];

ma, a non andare a fondo, numerose sue norme potrebbero comunque essere malamente evocate in materia di sinistri alpinistici, ad esempio,

– art. 2, con la formalizzata giuridica distinzione tra i concetti di “pericolo” e “rischio”,

*”Definizioni.

  1. Ai fini ed agli effetti delle disposizioni di cui al presente decreto legislativo si intende per…
  2. r) «pericolo»: proprietà o qualità intrinseca di un determinato fattore avente il potenziale di causare danni;
  3. s) «rischio»: probabilità di raggiungimento del livello potenziale di danno nelle condizioni di impiego o di esposizione ad un determinato fattore o agente oppure alla loro combinazione;”

[vd. Differenza tra pericolo e rischio, ed altri, Gogna Blog];

– art. 15 comma 1 lettera c),

“Le misure generali di tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori nei luoghi di lavoro sono: …

  1. c) l’eliminazione dei rischi e, ove ciò non sia possibile, la loro riduzione al minimo in relazione alle conoscenze acquisite in base al progresso tecnico”;

– art. 115,

“Sistemi di protezione contro le cadute dall’alto.

  1. Nei lavori in quota qualora non siano state attuate misure di protezione collettive… è necessario che i lavoratori utilizzino idonei sistemi di protezione… quali i seguenti:
  2. a) assorbitori di energia;
  3. b) connettori;
  4. c) dispositivo di ancoraggio;
  5. d) cordini;
  6. e) dispositivi retrattili;
  7. f) guide o linee vita flessibili;
  8. g) guide o linee vita rigide;
  9. h) imbracature”.
  10. Il sistema di protezione, certificato per l’uso specifico, deve permettere una caduta libera non superiore a 1,5 m o, in presenza di dissipatore di energia a 4 metri.”…;
  1. d) “travasi”?

– Invero, se si rileva la tendenza ad applicare all’alpinismo norme proprie del diritto prevenzionistico del lavoro, le stesse g.a.-m.a. avevano a suo tempo prestato consulenza al normatore statuale onde rendere applicabili le esperienze di tecnica e materiali d’arrampicata a settori quali l’edilizia; e tale opportuno impegno è stato poi loro riconosciuto

[così vd. ad esempio, dopo i precedenti approcci:

– “Senato della Repubblica. Commissione parlamentare di inchiesta sugli infortuni sul lavoro, con particolare riguardo alle cosiddette ‘morti bianche’. Documento conclusivo dei lavori della Commissione. … istituita dal Senato in data 23 marzo 2005:

… Secondo indicazioni dell’UNI 10, bisognerebbe migliorare l’ergonomicità dei dispositivi di protezione individuale, che attualmente tendono, da un lato, a proteggere dalla caduta, ma, dall’altro, a determinare altri rischi e/o impacci. Occorrerebbe altresì: l’introduzione di un riferimento più chiaro agli obblighi formativi…; l’individuazione di una categoria specifica per i lavori in quota…; la formazione di istruttori specialisti da parte di guide alpine, con esame finale e relativo attestato.”;

– indi, quanto al D.Lgs 2008 n. 81 cit., Allegato XXI Accordo Stato, Regioni e Province autonome sui corsi di formazione per lavoratori addetti a lavori in quota. …

Individuazione dei soggetti formatori e sistema di accreditamento.

Soggetti formatori del corso di formazione e del corso di aggiornamento:

  1. a) Regioni e Province autonome…;
  2. b) Ministero del lavoro…;
  3. c) ISPELS;
  4. d) Associazioni sindacali dei datori di lavoro e dei lavoratori…;
  5. e) Organismi paritetici istituiti nel settore dell’edilizia;
  6. f) Scuole edili;
  7. g) Ministero dell’interno, ‘Corpo VV.FF.’;
  8. h) Collegio nazionale delle guide alpine di cui alla legge 02/01/1989 n. 6 ‘Ordinamento della professione di guida alpina’. …”];

– pure alcune aziende produttrici di attrezzature per arrampicate operano al contempo nel campo della prevenzione dell’infortunistica lavorativa o della “sicurezza” in generale, proponendo alla clientela materiali uguali od adattati alle rispettive esigenze, mediante apposite procedure di marketing

[esempio, vd. sito con immagini di Climbing Technology, Internet].

Non discuto della bontà dei materiali o delle politiche del lavoro e commerciali; ma tocca agli alpinisti essere accorti, per evitare che ciò che viene proposto e utilizzato in un diverso settore o la mentalità di questo finiscano per dovere essere adottati anche nel loro, non compatibile.

Per farli pensare, si veda proprio il caso dei c.d. “lavori in quota”, cioè quelli che si svolgono a distanze (alpinisticamente) tutt’altro che rilevanti dal piano stabile, ove la legge del lavoro impone l’utilizzo di apposite attrezzature e precauzioni, normalmente a 2 metri da terra (ma anche meno…), ad esempio,

art. 126 D.Lvo 9 aprile 2008, n. 81 cit.:

“Parapetti

  1. Gli impalcati e ponti di servizio, le passerelle, le andatoie, che siano posti ad un’altezza maggiore di 2 metri, devono essere provvisti su tutti i lati verso il vuoto di robusto parapetto e in buono stato di conservazione.”.

Cosa accadrebbe se qualcuno ritenesse di applicare tali regole non tanto al cit. “imprudente” Alex Honnold ma a pratiche tipo gitarella su terreno appena impervio, che per ora ogni alpinista ritiene ovvio non sia da affrontare con materiali e tecniche di assicurazione?

– c’è da stupirsi, se il legislatore ha preso di mira anche l’alpinismo?

Quella che segnalo è al momento solo una tendenza, ma di dannoso reciproco travaso multidirezionale

[“… Per imparare a sciare occorre in primo luogo imparare a scivolare senza timore. La prima riflessione diventa quindi quella di meditare brevemente sul significato negativo che generalmente si associa ai termini: ‘scivolare, sdrucciolevole, terreno o superficie scivolosi’ al punto che la normativa sulla sicurezza del lavoro contiene una norma che impone al datore di lavoro di eliminare le superfici sdrucciolevoli e di esporre nei cantiere l’apposito cartello, dove tra l’altro deve essere esposto l’avviso di allerta in presenza di superfici scivolose (cfr. D.L.gs 626/1994 art. 33, c. 3; DPR n. 547/1955 art.11). Lo sci dunque si presenta subito anomalo e in contrasto con le raccomandazioni di prudenza inculcate nel pensiero comune.”: così da L’importanza della gradualità nell’insegnamento dello sci come educazione alla consapevolezza dell’ambiente montano e dei propri limiti.

E “… Mentre iniziavo a scrivere la mia relazione, nel settembre di questo stesso 2012, il soccorso alpino era impegnato nella ricerca di un alpinista sorpreso dal mal tempo sulla via del pilone centrale della Brenva sul Monte Bianco. Una via nota per la difficile ritirata di Walter Bonatti, che, sorpreso dal mal tempo era riuscito a mettere in salvo il suo cliente, mentre decedette il compagno Oggioni. Ci si chiede come una società moderna, che ha esigenze di sicurezza della popolazione, possa tollerare questi rischi e come affrontare il difficile compito della protezione civile fra il rispetto della libera determinazione del cittadino, l’esigenza di salvezza della popolazione, la verifica delle posizioni di garanzia poste a tutela dei singoli. Per quanto riguarda i rapporti di lavoro subordinato, la gestione del rischio nelle indicazioni che il D.L.vo 9/4/2008 n. 81 impone agli imprenditori, deve essere valutata in termini di controllo dell’esposizione al rischio e di valutazione della gravità di un evento dannoso possibile, con l’indicazione che se un’attività prevede un rischio grave, immediato, inevitabile con alto grado di probabilità, tale attività semplicemente non deve avere luogo ossia deve essere evitata, mentre quando il pericolo può essere superato è indicata la necessità di una buona prevenzione basata su appropriate misure di protezione oltre che sull’informazione e la formazione. La società moderna sotto questo aspetto è anacronistica, infatti si pretende la massima responsabilizzazione a carico dell’imprenditore nel campo del lavoro, con coinvolgimento della collaborazione dei lavoratori, ma nello sport e nel tempo libero gli utenti sfuggono ad ogni regola di prudenza.”: così ne Il rischio nella pratica dello sci: tra prevenzione e soccorso, da “Ricerca sulla realtà della Valle d’Aosta per Forum giuridico Europeo della neve Bormio 15 dicembre 2012”.

Entrambi gli scritti sono dell’avvocato Marisella Chevallard, in Internet].

Quanto sopra è significativo a rappresentare i numerosi che per bonarietà non si avvedono di dove andrebbero a cacciarsi od a cacciare qualcuno; e chi ne è consapevole ed aspetta o sollecita che in questo “mercato” si creino le condizioni per la collocazione di beni o servizi.

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§ 32.
Altri:
realizzatori e custodi di impianti sportivi e loro semplici utenti.

Va altresì tenuto presente che la legge impone obblighi stringenti al produttore e/o commerciante di determinati materiali anche sportivi o per la predisposizione di impianti a ciò dedicati (vie o sentieri ferrati e palestre d’arrampicata artificiali o trattate da soggetti identificabili; ecc.)

[cenni nel manuale del CAI I materiali per alpinismo e le relative norme, 2007, pag. 17 ecc.; nonché ancora Viola cit.].

Queste norme non vanno riferite al praticante che li utilizza; ma, a parte il dubbio che viene lasciato, c’è la spinta di chi ne fa mercato a produrne per lui il già evidenziato obbligo d’impiego secondo modalità determinate;

ma: “utenti indisciplinati” e “chiusure” / “interdizioni”.

Con la conseguenza di problemi nuovi, sorgenti negli immancabili casi i cui gli approntamenti predisposti manifestino difetti od altri guai, per mancanza di manutenzione o simili.

Ai quali prima di tutto si rimedia impedendone lo stesso regolamentato impiego, se non dando colpa agli utenti

[esempi, La chiusura del sentiero ‘Antermoia’, Chiusura temporanea di Gamma 1 e Gamma 2, Rischio e rischio residuo lungo le vie e i sentieri di comunicazione 1 e 2, Gogna Blog. Oppure Escursionisti insubordinati: tagliati i cavi della ferrata di Montalbano, Internet];

dal pericolo cercato e subito alla “gestione del rischio” (attenti alle parole ed al “risk manager”!).

Non può – riassuntivamente – stupire come da qualche anno pure il frasario e la prassi alpinistici siano mutati, su spinta di quegli interessi.

Ho accennato alla classica parola “pericolo” (compare per oltre cento volte nel codice penale del 1930), sempre più sostituita od affiancata con “rischio” (quest’ultima è sconosciuta al medesimo codice penale. Invece, nel ben più corposo codice civile, per suo oggetto dedicato ad interessi direttamente economici, pericolo compare circa trenta volte, una settantina rischio, parecchie per modifiche sopravvenute).

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Una netta distinzione tra i due concetti non è possibile ed a volte si sommano o sovrappongono, conseguentemente è normale che i termini vengano impiegati indifferentemente e senza avvedersi del problema

[Vincenzo Militello, Rischio e responsabilità penale, ed. Giuffrè, 1988, pagg. 7, 17, ecc.].

Per me, orientativamente – però – nella prima è sottolineato il contenuto esterno della possibilità di danno (cadute valanghe, fulmini, la stessa possibilità di caduta dell’arrampicatore, ecc.), nella seconda ciò su cui l’alpinista può intervenire (allenandosi, chiodando, assicurandosi, munendosi di abbigliamento, materiali, ecc.) divenendone in parte protagonista / misuratore / controllore, quindi – a volte pretenziosamente – “gestore”, ed anche per altri, volenti o nolenti, secondo un’impostazione pure qui mutuata dalle scienze aziendalistiche

[quest’ultima matrice si rileva in Differenza tra pericolo e rischio, ecc., cit.; nonché, in genere, in quanti ora ci vengono a raccontare del “rischio residuo”, che in alpinismo il “rischio zero” non esiste, che lo stesso va “pesato”, e simili].

Anche le parole d’uso aziendalistico sono pilotate ed ovunque impiantate (dagli alti / superiori, alle eccellenze, ai talenti, alle performances, agli stakeholders, ai vincenti, ecc.), ora veramente stancano.

Non è il luogo per occuparsi dei relativi problemi.

Posso solo rimarcare che la realtà della montagna è indifferente a giochi linguistici, chiacchiere, input / output, P.N.L., sicumera, mistificazioni: nulla possono al momento dei fatti reali, anzi possono creare nuove occasioni di danno.

In particolare, il moderno gestore di rischi alpinista non è, o, se lo è o lo fu, non importa, poiché la sua è un’azione diversa: da un lato c’è chi va in montagna, dall’altro chi per professione gli dice cosa deve fare e non fare, senza però sporcarcisi le mani

[nei sistemi di gestione del rischio va inserita l’opera intrapresa da AvalcoTravel Mountaineering Academy di Filippo Gamba, che ha poi pubblicato un apposito libro: vd. in Internet nonché Travel Engineering, Test di auto-valutazione sulla gestione del rischio e cenni già in Prodotto montagna. Salva nos ab ore leonis, Gogna Blog. Un riferimento al metodo è risultato dall’intervista 20.7.2014 dell’accademico CAI Giorgio Crivellaro al Sole 24 Ore, vd., coi commenti, in Un capolinea è una partenza (risposte a Crivellaro), Gogna Blog.

Il modello della gestione del rischio è variamente applicato o proclamato anche per le attività di volontariato: in punto, Luigi Pati, a cura di, Il rischio scelto. La formazione alla sicurezza per le organizzazioni di volontariato, ed. La Scuola, 2012; Guido Martinelli e Marta Saccaro, Sport dilettantistico: come gestirlo, ed. Ipsoa, 2013; ecc.. Figuriamoci – da più lungo tempo – in tutti gli ambiti lavorativi, ecc., normalmente assai complessi, esempio ultimo, Patrizio Rossi, Alessia Comacchio, Andrea Mele, La gestione del rischio sanitario medico-legale, ed. Giuffrè, 2014].

Per quanto qui conta, non ha senso trattare o solo pensare allo stesso modo od in modi analoghi ambiti sociali obbligati e controllati come quelli lavorativi, dei servizi sanitari, della circolazione stradale, ecc., e l’alpinistico, nel quale, oltre alla natura, il pericolo normalmente è cercato, senza necessità e senza contropartite.

PARTE OTTAVA
§ 33.
Cuculo.
Avvicinandomi a concludere, porto ancora, per sintonia, questa metafora, che ritengo pertinente e mi è molto piaciuta:

“L’immaginazione del mercato – osserva Bernard Maris – è senza limiti. Come il cuculo, nidifica in tutto ciò che è gratuito. Esclude gli occupanti precedenti, imprime il proprio marchio sui beni non venali, impone loro loghi, marchi, pedaggi, e poi lo rivende”

[riportato da Serge Latouche, Breve trattato sulla decrescita serena, ed. Bollati Boringhieri, 2008 – ristampa 2009, pag. 47].

NdR: Bernard Maris è stato uno degli uccisi nella strage di Charlie-Hebdo, il 7 gennaio 2015. Era un importante economista e professore, faceva parte del 
Consiglio generale della Banca di Francia e su quella rivista scriveva come Oncle Bernard (zio Bernard).

Si rammenti quanto già esemplificato: nuovi materiali d’arrampicata e apparecchiature elettroniche da portarsi, diffusione di impianti di videosorveglianza, culture, formazioni, convegni, audiovisivi, norme, certificazioni, validazioni, contributi, ecc.; da ultimo, i droni da valanga (per ora non personali).

Una cordata giunge in vetta all’Aiguille du Midi
AlpinismoNonGuide-5-aiguille-du-midi§ 34. “Sovversivi del mercato”.
Non si creda che quanto sostengo venga normalmente passato indenne in virtù del diritto di analisi e critica che dovrebbe connotare una matura società democratica.

Discorsi come i miei, al di là di cortesie, non sono accettati: per coloro che perseguono fini e modi di mercato, chi si oppone è un sovversivo, che va contrastato o convertito; oppure, ne prendono idee per farne il contrario

[“La resistenza del consumatore può intendersi come ‘l’insieme delle azioni che impegnano qualcuno nella risposta, neutralizzazione o opposizione, allo scopo di contrastare, sventare o sconfiggere manovre giudicate oppressive (Fournier, 1998, p. 89) provenienti da operatori di mercato. … I consumatori mettono così in atto un processo sovversivo, secondo la sequenza definita dai situazionisti (Debord, 1967), ispiratori e teorici della rivolta degli studenti a Parigi nel maggio 1968: svalutazione dell’ordine precedente stabilito dall’azienda e creazione di una nuova situazione, una sorta di contro-programma del prodotto o del marchio, che deriva direttamente dalla realtà quotidiana (Aubert-Gamet, 1997)…. Secondo alcuni (Muniz, Shau, 2007), tuttavia, questi comportamenti di resistenza sono costruttivi e devono essere analizzati come tali dalle aziende, le quali possono reintegrare questi dirottamenti nella propria offerta: dovrebbero cioè essere considerati come elementi facenti parte integrante del sistema del consumo (Holt, 2002)”: così Antonella Carù e Bernard Cova, Marketing e competenze dei consumatori, SDA Bocconi – Egea, 2011, pagg. 69-70].

Io spero invece in chi pratica alpinismo.

§ 35. Cogliere “il filo”.
Per chi segue le cose d’alpinismo, nessuna della informazioni che ho sopra enumerato od accorpato è una scoperta, mentre spero che almeno alcune considerazioni possano avere interessato e magari “colpito” il paziente lettore.

Uno dei tratti caratterizzanti chi vive nell’odierna società conoscitiva e dell’informazione sta nell’essersi visto passare sott’occhio una serie di cose e pensieri senza averne colte le cause, i significati e gli intenti, di talché, pur non avendo percepito o percepito a sufficienza, nemmeno può lamentare che non gli erano state (in qualche modo…) palesate.

La decostruzione di una realtà per l’individuazione del filo conduttore è opera faticosa: mi auguro che questa potrà servire.

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§ 36. Domanda essenziale:
tutto quanto sopra implica “a contrario” che il praticante, singolo od organizzato, professionista o dilettante, il quale non porti od impieghi certi materiali, non segua certe istruzioni o pensieri, non adotti certe tecniche o non compia certi gesti, non si faccia accompagnare, ecc., che, in ultima analisi, non accetti o pratichi regole “responsabili” etero-stabilite, agisce in maniera “non corretta”, senza “sicurezza”, “imprudentemente”, “pericolosamente”, “rischiosamente”, “dannosamente” o simili?

Si badi che, senza scomodare la “colpa specifica”, tali espressioni possono già essere intese per equivalenti di “imprudenza” o “negligenza” o “imperizia” di cui all’art. 43 c.p., dunque di “colpa” legale, specie nel caso di correlato sinistro, e che possono diventare segni di illegalità.

[in punto, sul tema dell’equivalenza di espressioni giuridiche, Romano cit., pag. 394.

In diritto, la violazione di prassi / pratiche comportamentali – ormai immancabilmente nei frasari aziendali e politici denominate “buone” – può importare conseguenze legali.

Si ricordi quanto sopra detto a proposito della punibilità in sé di comportamenti pericolosi, a prescindere da danni e/o dal fatto che possano attingere altri.

Accenni nei miei Prodotto montagna. Salva nos… cit., e Mercato del pericolo / rischio e sicurezza… cit.].

Per opera di chi e per quali scopi reali? Magari solo vendere beni o servizi?

E se qualcuno vuole ancora l’avventura?

Mont Maudit, cresta est. Foto: Jean-François Hagenmuller
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§ 37. Sintesi e conclusioni ovvero:
società securitaria, regole,
assi pigliatutto, controllori e sanzioni, ignavi, prede.

A fondamento, il discrimine sta nell’istituire o rafforzare soggetti che hanno potere politico e/o economico e nel tenere dall’altra parte chi non ne ha, soprattutto i privati non organizzati, che sono subordinati ma utili per sborsare e comunque obbedire, salvo ove abbiano raggiunto posizioni di prestigio:

– per l’ambito politico, mi basta riportare un estratto dell’analisi sociologica e storica di Robert Castel,

“… In Francia, in occasione delle ultime scadenze elettorali, il tema dell’insicurezza ha acquistato una tale forza da rasentare a volte il delirio… . In queste società di individui, la domanda di protezione è infinita… Ma questa stessa società sviluppa al tempo stesso delle esigenze di rispetto della libertà e dell’autonomia degli individui… una contraddizione tra una domanda assoluta di protezioni e un legalismo che si sviluppa oggi… nelle forme esacerbate di un ricorso al diritto in tutte e sfere dell’esistenza, fino alle più private… L’uomo moderno vuole assolutamente che gli sia resa giustizia in tutti i campi, ivi compresa la sua vita privata: il che apre una grande carriera ai giudici e agli avvocati. Ma egli vorrebbe assolutamente, alla stessa maniera, che la sua sicurezza fosse garantita nei dettagli della sua vita quotidiana: il che apre la via, questa volta, all’onnipresenza dei poliziotti.”

[L’insicurezza sociale. Che significa essere protetti, 2003, pagg. 14-15, traduzione italiana, Piccola biblioteca Einaudi];

– per l’ambito economico, qualche frase da una nota opera di Ulrich Beck,

“… Primo, cresce la scientificizzazione dei rischi; secondo, cresce il business col rischio (le due cose si influenzano a vicenda). Non è affatto vero che la denuncia dei pericoli e rischi della modernizzazione sia solo critica; è anche, nonostante tutte le resistenze e le demonizzazioni del caso, un fattore di sviluppo economico di prim’ordine, come risulta fin troppo chiaramente dallo sviluppo dei rispettivi settori economici… . Il sistema industriale trae profitto, in misura rilevante, dai problemi che esso produce (…)”

[La società del rischio. Verso una seconda modernità, 1986, traduzione dal tedesco, ed. Carocci, 2013, pagg. 73-74].

Orbene, per quanto riguarda il nostro piccolo mondo, mirano a fare stabilire alle g.a.-m.a. ed a qualcuno per tutti, professionisti o no, cosa sono alpinismo, arrampicata, tecniche e quindi anche i riflessi (escursionismo, ciaspolismo, ecc.), e, così, a gestirli.

Abbiamo:

da un lato,

– un legislatore non capace, svogliato, o callido nel fare una legge, che commissiona le sue funzioni, ora nella generale ottica di valorizzazione / privatizzazione alias mercatizzazione di ogni attività umana, e che predilige norme assistenziali più specifiche e stringenti, credendo di così risolvere i problemi attinenti ad ogni diversificato ambito non solo economico ma di vita;

– chi gli sta appresso assecondando / orientandolo e, dimentico di remore identitarie, meglio si rapporta pure con i variegati soggetti del territorio (autorità e privati), contendendo ed imponendo e già mirando ad ulteriori ambiti, guardandosi dal rendere per tempo davvero conosciute ai praticanti le proprie operazioni ed i propri scopi / interessi, secondo la logica del fatto compiuto;

dall’altro,

vari, in primis il Club Alpino Italiano, che di queste cose dovrebbe essere protagonista, i quali nulla sanno, o non se ne preoccupano, o ci si mettono in qualche modo, o lasciano scorrere, a volte restando pure l’ipotesi di accordi con chi agisce sottotraccia;

nel mezzo,

i normali praticanti d’alpinismo, arrampicata, escursionismo, che intanto non sanno o dormono. Forse si indigneranno, poi.

FINE

Carlo Bonardi (Brescia, 11 ottobre 2014)

http://www.alessandrogogna.com/2014/12/06/lalpinismo-non-e-delle-guide-alpine-1/

http://www.alessandrogogna.com/2014/12/28/lalpinismo-non-e-delle-guide-alpine-2/

http://www.alessandrogogna.com/2015/01/13/lalpinismo-non-e-delle-guide-alpine-3/

http://www.alessandrogogna.com/2015/01/23/lalpinismo-non-e-delle-guide-alpine-4/

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L’alpinismo non è delle guide alpine 4

Alpinismo, arrampicata e tecniche non sono delle guide alpine – 4a puntata (4-5)
di Carlo Bonardi

PARTE QUINTA
§ 28. Vie nuove: nuovo sito Internet delle Guide alpine italiane.

Come accennavo in esordio, anche a me è risultata dal Gogna Blog 6.9.2014 l’apertura del nuovo sito Internet delle guide alpine italiane – www.guidealpine.it – risalente allo scorso 22 luglio.
Quanto ho scritto non teneva conto né di alcune particolari risultanze lì consultabili e pubblicizzate, in particolare dell’importante loro Regolamento di cui dappresso.
Avevo premesso che credo rimanere la sostanza da me esposta, della quale anzi vedo sviluppi lineari: pertanto, annoto solo due aspetti di fondo.

Il Gruppo di Sella dal Passo Gardena
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A) Legge vs. Regolamento (delegificazione / autonomia normativa e/o attesa?),

ovvero,

dalle proposte di legge sussidiarianti, all’elaborazione di “buone prassi” ed alle “regole cautelari tecnico-comportamentali”

[cosa siano le ormai invalse c.d. “buone prassi” o per altri “pratiche” può essere esaminato su Internet.

Le Tre Cime di Lavaredo
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Qui ritengo opportuno portare solo una individuazione normativa – spero propria d’altro settore – tratta dall’art. 2 del D.Lvo 2008, n. 81 sulla salute e infortunistica del lavoro, sul quale post:

“Art. 2. Definizioni

  1. Ai fini ed agli effetti delle disposizioni di cui al presente decreto legislativo si intende per: …
  2. v) «buone prassi»: soluzioni organizzative o procedurali coerenti con la normativa vigente e con le norme di buona tecnica, adottate volontariamente e finalizzate a promuovere la salute e sicurezza sui luoghi di lavoro attraverso la riduzione dei rischi e il miglioramento delle condizioni di lavoro, elaborate e raccolte dalle regioni, dall’Istituto superiore per la prevenzione e la sicurezza del lavoro (ISPESL), dall’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (INAIL) e dagli organismi paritetici di cui all’articolo 51, validate dalla Commissione consultiva permanente di cui all’articolo 6, previa istruttoria tecnica dell’ISPESL, che provvede a assicurarne la più ampia diffusione;”.

In punto, osservo che la figura del “validatore” non è dissimile da quella cit. del “certificatore”].

“Regolamento generale del Collegio Nazionale delle Guide Alpine Italiane” (2.10.2013).

Non è certo che le proposte di legge commentate siano soddisfacenti né che vadano in porto: così il Collegio nazionale delle Guide Alpine Italiane (CONAGAI) ha predisposto e pubblicato un Regolamento proprio, e con soluzioni affinate

[agli artt. 3 e 4 è auto-affermato il potere regolamentare del Collegio medesimo, ma vd. supra e post].

Per quanto interessa l’argomento di questo scritto, relativamente al Collegio nazionale provvedono gli articoli 6 comma 2 lettera b) * e 7 comma 1 lettera h) **, rafforzati dal disposto dell’art. 27

[* art. 6 (intitolato: “Finalità e funzioni generali”) comma 2 lettera b) Regolamento Guide…,

“2. L’attività di coordinamento (… con collegi singoli, ecc.)… viene svolta nell’ambito dei seguenti ambiti di attività:…

  1. rapporti con lo Stato, le regioni, le autorità amministrative, gli altri enti pubblici e privati su tutte le questioni che coinvolgono l’ordinamento e la disciplina delle professioni di cui alla l. 6/89, nonché su tutte le questioni che riguardano l’elaborazione di buone prassi e regole cautelari tecnico-comportamentali in materia di prevenzione degli incidenti alpinistici o comunque espressione di un rischio di caduta dall’alto o travolgimento da valanga, il tracciamento e il mantenimento di sentieri e itinerari alpini, la costruzione e il mantenimento di rifugi e bivacchi, le opere di disgaggio e in genere di tutto quanto riguarda la tutela dell’ambiente naturale montano e la promozione dell’alpinismo e del turismo montano”.
  2. L’attività di coordinamento di cui ai commi precedenti potrà essere svolta anche in riferimento ad altri ambiti nei quali un’attività di coordinamento dei CONAGAI, pur non essendo necessitata, viene comunque richiesta da singoli collegi”;

** art. 7 (intitolato: “Funzioni specifiche”) comma 1 lettera h) Regolamento Guide…,

“All’Ente (CONAGAI), ai sensi della legge istitutiva, spettano inoltre le seguenti funzioni:…

  1. g) collaborare stabilmente e sistematicamente con le autorità statali, regionali e provinciali sulle questioni riguardanti l’ordinamento della professione, nonché su tutte le questioni che riguardano l’elaborazione di buone prassi e regole cautelari tecnico-comportamentali in materia di prevenzione degli incidenti alpinistici o comunque espressione di un rischi di caduta dall’alto o travolgimento da valanga, il tracciamento e il mantenimento di sentieri e itinerari alpini, la costruzione e il mantenimento di rifugi e bivacchi, le opere di disgaggio in genere di tutto quanto riguarda la tutela dell’ambiente naturale montano e la promozione dell’alpinismo e del turismo montano.”.

Il Regolamento porta invero straripamento / mancanza dalle “funzioni” del Collegio nazionale attribuitegli dalla Legge istitutiva 1989, n. 6, in particolare art. 16 lettera h), le quali, a parte altro che qui non rileva, sono solo,

“… collaborare con le autorità statali e regionali sulle questioni riguardanti l’ordinamento della professione;”…

infatti, la legge investe l’ambito ordinamentale, non quello tecnico-comportamentale].

Comunque, la copertura di legge tramite il “rinvio in bianco” operato dalle commentate proposte è per ora sostituita da una autonoma previsione, interna alla categoria professionale, in una meglio accettabile ottica “collaborativa” (vd. sentenza Corte costituzionale 372/1989, parte sopratrascritta) ma costruita come assai sbrigativa e tendente comunque all’efficacia erga omnes.

Palesa questi intenti l’art. 27 comma 2* del Regolamento, volto ad auto-assicurare una spendibile validità a mezzo collaborazione / copertura delle autorità statali

[* art. 27 comma 2* del Regolamento Guide…,

“Una volta così deliberato, il testo del regolamento emanato è inviato, munito di una relazione illustrativa, alla struttura ministeriale che esercita l’attività di vigilanza sull’ente a norma delle disposizioni vigenti. Decorsi trenta giorni dall’invio, in assenza di osservazioni da parte dell’ente di vigilanza, … è adottato… ed entrerà in vigore il giorno successivo alla sua adozione”.

…”.

Da notare il “… struttura ministeriale che esercita l’attività di vigilanza sull’ente a norma delle disposizioni vigenti”: ripetendosi i rimaneggiamenti romani circa l’individuazione del soggetto istituzionalmente vigilante la materia turismo – non più facilmente identificabile in un qualsivoglia Ministero od in una sua articolazione – nel detto Regolamento è stata preferita l’adozione di un’espressione “liquida”, a valere per ogni futuribile].

Ove occorre immaginare cosa potrà interessare a un Ministero o a chi per esso l’andare ad impicciarsi – per giunta in tempi fulminanti e solo “osservando” – di fatti comportamentali ad esempio su corde o moschettoni o sul corretto uso di mani e piedi. Altra soluzione (un “silenzio significativo”) alla quale di fatto neppure il resto dei praticanti potrà dire di no.

Sia chiaro: per la professionalità del ruolo attribuito e svolto dalle g.a.-m.a., è bene che su quegli argomenti dicano la loro e siano sentiti; altro è che dispongano per tutti.

Il Sassolungo. Foto: Irena Kastelic
Alpinismo-non-guide4-IrenaKastelic-394431900B) Educational.

Col nuovo sito nazionale delle Guide italiane (per me è positivo che lì abbiano limitato l’altrove ormai consueto sciacquìo di lingua inglese: specie in questa materia cultura e territorio restano valori) viene rafforzato l’aspetto che sopra evidenziato circa la portata giuridica di “testi tecnici” e “corsi di formazione e aggiornamento”.

Si può notare un consolidamento nella progressione di interesse per l’istruzione, per le g.a.-m.a. l’aspetto a suo tempo meno rilevante rispetto all’accompagnamento: in tale senso hanno recuperato – nella diversità di soluzioni ed opinioni – un ambito che in passato era elettivo delle scuole CAI

Opera apprezzabile. Però il problema che sto evidenziando non è di qualità / competenza ma di effetti che ciò può produrre sulla libertà d’alpinismo, nel senso del non doversi poi tutti avvalere di una scienza o tecnica codificate da altri, ancorché esperti.

L’innovazione non mi pare tesa al rispetto di questa salvaguardia, anzi ritengo che il complesso dimostri l’intento opposto.

Basti soprattutto l’inclusione nel Regolamento delle citt. c.d. “buone prassi” – altro mantra – invero mirante alla produzione in proprio di regole generali, tratto da una concezione aziendalistica / normativa rilevabile anche in ulteriori passaggi del nuovo sito.

Idem – sempre nel sito delle Guide – per l’esibizione dei loghi della Repubblica Italiana e dell’Unione Europea uniti al loro; per l’impiego del termine “Regolamento”, che per tutti non è di quelli di cui all’art. 43 codice penale; per l’evidenza data alla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, che sembra essere del Regolamento medesimo piuttosto che della Legge istitutiva della professione; per la formalizzazione in video-clip di pratiche arrampicatorie, peraltro altrimenti note; per l’ambito già esteso ed ulteriormente estendibile cui vogliono sia dedicata la professione (“L’attività di coordinamento di cui ai commi precedenti potrà essere svolta anche in riferimento ad altri ambiti nei quali un’attività di coordinamento dei CONAGAI, pur non essendo necessitata, viene comunque richiesta da singoli collegi”, da art. 6 Regolamento); e via dicendo.

Autorevolezza non è autorità. Non tutti ci cascano.

Se si dovrà andare a vedere – e, ricordando il passo della sentenza della Corte di cassazione 2013 n. 16237 sopra riportato, certo accadrebbe nelle applicazioni giudiziarie – saranno sottoposti a critica pure i fondamenti fattuali, tecnici e normativi delle “buone prassi”, delle “regole cautelari tecnico-comportamentali” e degli stessi “metodi” adottati. E salvi i maggiori rischi legali auto-prodotti a carico degli stessi professionisti.

Le Odle. www.moldrek.com
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PARTE SESTA

§ 29. Nuovi alpinisti: ingegneri, giuristi, pedagoghi, scienziati, tecnocrati ed altri.
Le ormai numerose ed intrecciate considerazioni hanno mostrato che è cambiata o che vogliono fare cambiare natura ed identità al normale alpinista, arrampicatore, escursionista.

Non va più bene che egli vada sui monti per passione, altrimenti esperto o proprio dilettante, non accompagnato o vigilato, non pagante, e lasciando a casa il proprio mestiere

[sull’ultimo punto sono ovvia eccezione i professionisti della montagna, ma non integralmente per le stesse g.a.- m.a.: in questa particolare professione, non necessitano i consueti requisiti di esclusività e continuità d’esercizio* né vi sono incompatibilità**,

– * art. 2 legge 1989, n. 6,

“Oggetto della professione di guida alpina

  1. E’ guida alpina chi svolge professionalmente, anche in modo non esclusivo e non continuativo, …”;

– ** art. 11 comma 3, legge 1989, n. 6,

“L’esercizio della professione di guida alpina-maestro di alpinismo e di aspirante guida non è incompatibile con impieghi pubblici o privati, né con l’esercizio di altre attività di lavoro autonomo”].

Nel generale contesto sociale volto a mal imporre l’ammodernato “mito” meritocratico delle “specializzazioni” e delle “competenze”, le si vogliono applicate in alpinismo su modelli datigli da alcuni di coloro che lo praticano: ma se ad esempio è meglio un arrampicatore che sia medico, non se ne deve fare il parametro cui il non medico deve adeguarsi; nemmeno quanto ad ingegneri, giuristi, pedagoghi, scienziati, tecnocrati od altri.

Sci fuoripista nei pressi di Passo Rolle
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§ 30. Imprenditori + istituzioni pubbliche e private (“industria della paura”).
In aggiunta, trattandosi di produrre e diffondere norme di comportamento interagenti con politica e mercato – le quali però, salvo affermarla rispettata, non sempre si preoccupano della libertà – gli attuali soggetti istituzionali si rafforzano ma vengono pure impiegati.

Mantenendo una posizione seriosa e distaccata rispetto a quella dei normali praticanti.

Se da sempre i produttori di beni o servizi li hanno approcciati, negli ultimi anni siamo al parossismo; in difetto o sconvenienza di iter legislativo (è impegnativo, espone ai guai del contraddittorio e potrebbe comunque sopraggiungere poi), per loro la strada più semplice è il proporsi ai già protagonisti della scena o costruirne di nuovi, enti o singoli, pubblici o privati, ciascuno con la sua parte.

Operando nel lecito e spesso valentemente, formeranno i bisogni (e i desideri) e quindi le norme

[“Mercato del pericolo / rischio e sicurezza…” cit.].

“A monte”, infatti, imprenditori e tecnici, a volte nemmeno essi stessi alpinisti, pensano e “lanciano” bisogni (e desideri): poi, politici marciano (con la “Spot politik” di Giovanna Cosenza, ed. Laterza, 2012); campioni sponsorizzati sostengono la necessità di un materiale o di una tecnica; editoria e giornali approvano ed illustrano per la gente comune; scuole alpinistiche vengono omaggiate, adottano, diffondono a gratis; università ragionano e pianificano; forze dell’ordine e vari istituzioni ci si fanno vedere, consigliano, vigilano; amministratori ne fanno avvalere; professionisti non alpinistici sguazzano. Gli stessi praticanti li adottano, a volte per moda o perché pensano sia legalmente meglio non farne a meno.

Con questi intenti e strumenti, suscitando “paura”*, è stata diffusa l’idea della necessità d’uso di materiali e tecniche, magari a mezzo delle citt. parole d’ordine dall’apparenza attutita: “raccomandabile”, “fondamentale”, “prudente” ecc., sempre abbinate a “sicurezza”, “regole”, “responsabile”.

Penso ancora ad un Alpino in divisa che ho visto alla TV, il quale ci diceva che non si deve bere prima di mettere gli sci!

[per ambiti generali, sulla c.d. “industria della paura”, Rodotà cit., pag. 91, ecc.; Zygmunt Bauman, ed altri, Il demone della paura, ed. Laterza, 2014, pag. 89, ecc.

Si considerino i vari studi specie sociologici e le rilevazioni ISTAT a proposito del fenomeno sul generalizzato aumento di paura solo “percepita”, Internet].

Mentre sovente viene “chiuso un occhio” quando un pasticcio è avvenuto in famiglia o ad eccelse persone oppure ne sono stati creati altri

[vd. nel mio Imprevedibilità in alpinismo: ma mi faccia il piacere!, Gogna Blog; di Massimo Spampani, Montagna. Le novità alla fiera Skipass di Modena. Caschi con videocamere per immortalare le proprie imprese sulla neve. E’ la stagione degli sci versatili. In pista e fuori pista senza cambiarli. “Dolomiti, primo percorso freeride garantito dalla polizia”, Corriere della Sera 31.10.2011, pag. 25].

CONTINUA

http://www.alessandrogogna.com/2014/12/06/lalpinismo-non-e-delle-guide-alpine-1/

http://www.alessandrogogna.com/2014/12/28/lalpinismo-non-e-delle-guide-alpine-2/

http://www.alessandrogogna.com/2015/01/13/lalpinismo-non-e-delle-guide-alpine-3/

http://www.alessandrogogna.com/2015/02/07/lalpinismo-non-e-delle-guide-alpine-5/

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No alle vie di arrampicata “a costo zero”?

Il Comune di Anversa degli Abruzzi (AQ), in data 23 agosto 2014, ha emesso un’ordinanza tanto curiosa quanto penalizzante il buon senso. L’oggetto è il divieto di utilizzo di una parete di roccia per l’arrampicata in località Le Renicce, nei pressi della Strada Regionale n.479 Sannite.

A parte le imprecisioni (il divieto è fatto per la parete “attrezzata per l’arrampicata in artificiale”, si parla di “fissaggio dei moschettoni”, della “possibilità di distacco” di questi ultimi, ecc.), l’ordinanza n. 49 del 23 agosto 2014 fonda le ragioni del provvedimento sulle seguenti argomentazioni (a ciascuna seguono le mie osservazioni):

1) il mancato dialogo con la Riserva Naturale Regionale “Gole del Sagittario” prima dell’attrezzatura della parete, il cui piano di assetto naturalistico vieta “l’asportazione, anche parziale e danneggiamento delle formazioni minerali; (…) qualunque attività che possa costituire pericolo o turbamento delle specie animali, per le uova e per i piccoli nati (…); il danneggiamento delle specie vegetali spontanee”;
La parete è posta a pochissima distanza da una strada carrozzabile classificata Strada Regionale: le specie animali, disturbate dal traffico automobilistico, di certo si sono già allontanate; quanto al danneggiamento delle specie vegetali spontanee è ridicolo pensare che anche un minuzioso gardening nella preparazione degli itinerari possa davvero sminuire la capacità riproduttiva delle essenze; nella chiodatura non v’è alcuna asportazione di materiale roccioso, al massimo possiamo discutere sul “danneggiamento”, secondo me da riclassificare come “lieve alterazione”.

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2) la parete (nel testo dell’ordinanza è al plurale!) si trova all’interno del Sito di Interesse Comunitario “Gole del Sagittario”, SIC n. IT110099;
Il regolamento delle Aree SIC non vieta esplicitamente l’attività alpinistica o arrampicatoria.

3) non è stata effettuata la Valutazione di Incidenza Ambientale prevista nell’art 6 della Direttiva 92/43/CEE “Habitat”, recepita in Italia con il D.P.R. 8 settembre 1997 n. 357 modificato ed integrato dal D.P.R. 12 marzo 2003 n. 120 e in base all’Art 10 del D.G.R n° 119/2002 che cosi recita: “sono assoggettati a valutazione di incidenza, qualora ricadano all’interno dei Siti di importanza comunitaria e/o delle Zone di protezione speciale i piani territoriali, urbanistici e di settore, nonché gli interventi che, pur ricadendo all’esterno di SIC (ZSC) o ZPS, possano avere un ‘incidenza significativa sugli habitat e/o sulle specie per le quali gli stessi sono stati designati“;
Non è detto che il fatto che non sia stata effettuata la VIA implichi necessariamente la chiusura al pubblico: la VIA, volendo, può essere fatta! E anche in tempi brevi, vista la semplicità e le dimensioni del sito.

4) l’arrampicata in montagna è attività socialmente pericolosa, nel senso che è caratterizzata da un grado di rischio superiore a quello che caratterizza altre attività sportive;
Questa affermazione è ridicola, specie per ciò che riguarda l’arrampicata sportiva. Al di là del fatto che sono molti gli sport assai più pericolosi (equitazione, kayak, ecc.), definire “socialmente pericoloso” l’alpinismo significa davvero voler impedire la libera determinazione dell’individuo. Significa imprigionarlo, togliergli una significativa fetta di libertà.

5) la responsabilità dell’infortunio non è dell’alpinista stesso perché non è sufficiente l’accettazione individuale del rischio, in quanto egli si affida “probabilmente” a un lavoro fatto da altri, cioè da coloro che hanno attrezzato la parete: e questi potrebbero aver fatto un lavoro malfatto o non averne curato la manutenzione;
Nell’accettazione del rischio è compreso anche l’affidarsi al lavoro fatto da altri. Certamente l’arrampicatore ha più possibilità di giudicare la qualità del lavoro compiuto dal chiodatore, non si può pretendere che un Comune, che non sa distinguere tra arrampicata sportiva e arrampicata artificiale, né tra moschettoni e spit, possa fare valutazioni. L’arrampicatore inoltre dovrebbe sapere benissimo, solo valutando a occhio, che tipo di manutenzione sia stata fatta sull’itinerario.

6) la parete è proprietà del Comune, dunque a quest’ultimo potrebbero essere addossate le responsabilità di eventuali incidenti, soprattutto potrebbero essere indirizzate al Comune le richieste risarcitorie.
Anche il Monte Bianco, o il Cervino, fanno parte di più d’un territorio comunale, ma non risulta che ai comuni interessati sia mai stata fatta alcuna richiesta risarcitoria. Questa è una preoccupazione dell’amministrazione che non ha alcun fondamento.

Nella disposizione è precisato che i trasgressori verranno segnalati all’autorità giudiziaria per l’ipotesi di reato di cui all’art. 650 C.P., secondo il quale “chiunque non osserva un provvedimento legalmente dato dall’Autorità per ragione di giustizia o di sicurezza pubblica, o di ordine pubblico o d’igiene, è punito, se il fatto non costituisce un più grave reato, con l’arresto fino a tre mesi o con l’ammenda fino a lire quattrocentomila“.

La paretina in questione
Bultrini-1510726_585438004891043_2524219330388189218_nDopo un colloquio con il sindaco Gabriele Gianni e con la direttrice dell’oasi faunistica Filomena Ricci è emerso che c’è un progetto in atto per la realizzazione di un sito di arrampicata (costo 40.000 € per 10 monotiri) che dovrebbe essere realizzato da una guida alpina. Se ne potrebbe dedurre che l’esistenza di vie di arrampicata “a costo zero” non piace a nessuno in quel comune; decadrebbe inoltre in toto la rilevanza dei sopra esposti punti 1), 2) e 3); si evincerebbe che la preoccupazione per la possibilità di incidenti è solo un paravento per il progetto “ufficiale” di attrezzatura, e questa potrebbe essere la vera motivazione dell’ordinanza!
Se così fosse, sarebbe un peccato, perché in montagna c’è e deve rimanere spazio per tutti, almeno fin quando non esistano espliciti divieti di arrampicata in toto (mi auguro mai) o albi professionali di attrezzatori. Per il momento trattasi di vera e propria limitazione di un qualcosa che nella tradizione verticale è sempre esistito (il libero accesso alle pareti, la libera possibilità di salirle/attrezzarle, la libera scelta di ripetere le vie secondo criteri di autoresponsabilità).

Nel frattempo l’ordinanza è pienamente valida, in luogo sono stati posizionati il nastro bianco/rosso e le transenne metalliche all’inizio del breve sentiero che dà accesso alla parete.

Uno degli spit usati per l’attrezzatura

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L’istruttore del CAI

La figura dell’istruttore di alpinismo nelle sezioni del CAI
di Carlo Ventura (da Astimontagna, CAI Asti, luglio 2014, con qualche lieve modifica)

L’iter formativo degli istruttori di alpinismo in ambiente CAI è particolarmente complesso, lungo e severo. Intanto la frequenza di regolari corsi di alpinismo in scuole sezionali ufficialmente riconosciute costituisce un iniziale passaggio obbligato.

Ad esempio, un giovane per quanto atletico e brillante, pur frequentando già la montagna, non basta che dimostri delle doti naturali e predisposizione per questa disciplina: non è ammessa l’autodidattica. Ovvero dovrà comunque sottoporsi all’apprendimento delle tecniche fondamentali, collaudate, aggiornate e uniformi suggerite dagli organi tecnici centrali e periferici del CAI.

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Nel frattempo, nell’ambito della scuola, acquisirà basi culturali e mentalità adatte a sua volta all’insegnamento. Dopodiché insieme agli allievi più meritevoli e, come si dice più portati e affidabili, verrà invitato a collaborare e a inserirsi gradualmente nel corpo-istruttori della scuola di appartenenza. Prima, per un periodo almeno biennale, come aiuto-istruttore, poi come istruttore sezionale. Intanto dovrà maturare un’adeguata esperienza individuale in alta montagna tale da costituire un curriculum sufficiente, sia su roccia che su ghiaccio, a essere ammesso in seguito ai corsi regionali per conseguire la qualifica di Istruttore di alpinismo. Questi sono corsi biennali di formazione e selezione che si concludono con un esame teorico-pratico piuttosto rigoroso.

A questo punto, dopo un’adeguata permanenza in questo ruolo, coloro che contribuiscono in modo più attivo alla vita della scuola sezionale, se avranno maturato un’ulteriore esperienza d’alta montagna di livello superiore, potranno essere ammessi al corso per Istruttori Nazionali di alpinismo della Scuola Centrale del CAI. Corso che si svolge solo ogni due anni e che consiste in alcuni stage in montagna, molto selettivi e di alto grado alpinistico.

A parte le energie necessarie per raggiungere tale obiettivo, ammesso che pochi sono in grado di superare una selezione così severa, se si fanno due conti, si constata che, ben che vada, occorrono minimo circa una decina d’anni per diventare istruttore nazionale e, una volta raggiunto ciascuno dei vari step sopracitati, non è che lo si mantenga automaticamente per un tempo illimitato. Nossignore, si è sottoposti a una periodica e frequente verifica circa la continuità delle funzioni didattiche nelle proprie scuole, l’attività personale in montagna, l’aggiornamento tecnico in sessioni periodiche a frequenza obbligatoria, proposte da organismi superiori.

Il tutto da conciliare con impegni personali di famiglia, di lavoro, di studio, condizioni di salute, età e quant’altro. Quindi da tutto ciò si può ben capire che per fare e continuare a fare l’istruttore di alpinismo nel CAI, oltre ad una smisurata passione per la montagna, occorrono una buona dose di costanza e di tenacia.

Altro aspetto fondamentale della figura dell’istruttore di alpinismo, come pure di tutte le altre qualifiche di istruttore ed accompagnatore del CAI, è la responsabilità sia civile che penale, ma soprattutto morale, nei confronti di chi si affida a noi.

Discorso questo molto complesso e articolato, che non si può semplicisticamente liquidare, come magari piacerebbe a qualcuno, ampliando sempre di più e perfezionando le coperture assicurative. Non c’è polizza che ci possa sollevare dalla responsabilità morale, che personalmente ritengo la più onerosa!

Carlo Ventura, sulla Placca di 40 metri della Palestra dei Laghetti (Appennino Ligure), 5 luglio 1964IstruttoriCAI-VenturaCarlo,Laghetti,5-VII-1964
Per quanto attiene invece alla responsabilità giuridica colgo l’occasione per un approfondimento di merito che magari molti sottovalutano o non considerano a sufficienza. Questo tipo di responsabilità non è mai derogabile o rinunciabile da parte di operatori qualificati e ufficialmente riconosciuti come gli istruttori del CAI, sebbene volontari non professionisti. Si badi bene, ciò vale anche se si partecipa ad attività del CAI in incognito, senza comparire tra gli organizzatori responsabili e persino durante lo svolgimento di una qualsiasi attività collettiva ricreativa e senza alcun compenso, privatamente e fuori dall’ambiente del CAI. Facciamo un esempio di tutt’altra natura: una persona qualunque, in possesso di un’imbarcazione di discrete dimensioni e titolare di patente nautica, quindi con una lunga e documentata esperienza marinaresca, viene invitato a partecipare in comitiva a una gita sulla barca di proprietà di un amico comune. In caso di disgrazia, il giudice inquirente potrebbe invitarlo a dimostrare di aver suggerito e imposto (anche con la forza e contro la volontà del proprietario dell’imbarcazione) ogni accorgimento utile e indispensabile a scongiurare, nei limiti ragionevoli del possibile, situazioni di grave pericolo. La stessa cosa vale anche in montagna. Si abbia ben presente che, in caso di grave rischio, gli operatori qualificati del CAI devono obbligatoriamente assumersi le responsabilità che la loro esperienza impone.

Infine, strettamente correlato al concetto di responsabilità giuridica, si è aperto negli ultimi tempi un vivace dibattito, che varrebbe la pena di approfondire, circa la libertà dell’alpinista su di un terreno di avventura come la montagna. Questo argomento era già stato oggetto di interessanti interventi alla assemblea nazionale di Soave del 17 novembre 2012, da parte di Alessandro Gogna, come pure dell’avvocato Vincenzo Torti e del past-president Annibale Salsa.

È stato poi ripreso e approfondito in una recente lettera dello stesso Gogna, quale portavoce dell’Osservatorio del CAI per la libertà in montagna e in alpinismo, indirizzata al Pubblico Ministero torinese Raffaele Guariniello, che indaga sulle ultime sciagure da valanga provocate dallo sci fuori-pista. Egli così si esprime: “La libertà in alpinismo… è facoltà di determinare in autonomia le scelte che ci riguardano, sia come singoli che come componenti di una collettività, ma con la consapevolezza del rischio che si corre e dei danni che possono derivarne ad altri. La libertà è un diritto essenziale di ogni persona, l’alpinismo e la montagna sono una delle massime espressioni di libertà, perché le attività alpinistiche per loro natura non possono rispondere a regole prefissate come avviene negli sport classici”.
Concludendo poi: “Dobbiamo diminuire il numero degli inconsapevoli, non aumentare il numero dei dissuasi o dei puniti”.

Reduce dall’ennesimo incidente, lasciatemi aggiungere: non sempre le disgrazie in montagna sono dovute alla fatalità. Spesso hanno la loro componente di errore umano, d’imperfezione tecnica, di sottovalutazione delle difficoltà, ecc. Critiche pertinenti che si possono accettare. Chi non sbaglia mai? Non si è mai finito d’imparare. Ciò non di meno, specialmente noi istruttori e soprattutto nella pratica didattica, dobbiamo assumere dei comportamenti, usare tali cautele di prudenza e tali misure di sicurezza da impedire assolutamente di poter essere considerati degli spericolati. Le scuole di alpinismo sono un efficace antidoto alla frequentazione selvaggia della montagna, possono e devono educare i giovani allievi a una pratica dell’alpinismo consapevole e responsabile.

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Divieti in montagna? No, grazie!

Divieti in montagna? No, grazie!
di Fabrizio Vago (da www.ilmountainrider.com, 7 ottobre 2014)

L’inverno si avvicina, chissà se sarà un vero inverno e se sulle montagne italiane arriverà la neve? Se succederà, insieme a quella cosa bianca che scenderà giù leggera dal cielo e che tanto fa sognare scialpinisti, freerider e ciaspolatori, fioccheranno di sicuro anche i divieti che riporteranno molti appassionati con i piedi per terra. Ragazzi non facciamoci meraviglia, d’altronde siamo in Italia, il paese delle ordinanze e dei divieti e delle persone per bene. Si sa benissimo che qui da noi chi esce dai percorsi battuti è considerato dalla gente “normale” e dalle istituzioni quasi come un criminale, un cerca rogne, un poco di buono insomma.Vago-Divieti-divTutto questo paradossalmente quando il mercato dello sci freeride è in pieno boom nonostante la crisi e quando pressoché ogni stazione turistica invernale che si rispetti si fa bella illustrando nei propri depliant e nei propri siti sciatori colorati e con sci fat ai piedi che si divertono scendendo sconfinati pendii di neve fresca baciati dal sole!

Non è un po’ come il gioco del bastone e la carota? Pensateci un po’.

Certo proibire dicendo di no al fuoripista è la cosa più facile ed immediata che salta in mente perché chi ci amministra può sempre lavarsi le mani da ogni responsabilità. Giusto? Ma a che prezzo?

Alcuni danni di questo “assistenzialismo garantito” tanto di moda nella società d’oggi in Italia ma non solo, sono sotto l’occhio di tutti altri invece sono più subdoli e meno evidenti ma non per questo meno importanti. Tengo a precisare che tutto ciò va oltre l’ambito della montagna invernale in senso stretto ma può essere applicato anche ad altri aspetti della vita di ogni giorno.

Divieti in montagna: la mia opinione
Quella dei divieti in montagna, quale ambiente potenzialmente pericoloso per l’uomo e mai scevro da pericoli, è un argomento che mi sta a cuore particolarmente perché tocca la mia libertà di scegliere consapevolmente assumendomi la responsabilità di ogni mia azione.

La montagna, ed in particolare la montagna invernale, si sa è un luogo duro e severo che richiede preparazione, esperienza e prudenza ma dove non è sempre possibile prevedere tutto in nome di un ostentata e alquanto utopistica idea di sicurezza totale. Un luogo dove l’uomo è soggetto alle regole della natura e non a regole scritte da altri uomini. Lassù vince l’aleatorietà, l’avventura, ma soprattutto vince la libertà. Come contropartita è richiesta l’accettazione di un rischio anche minimo che sarà sempre presente e mai eliminabile del tutto e che ognuno dovrà saper gestire al meglio, a tutela della propria incolumità, tramite scelte consapevoli e responsabili. Queste sono le regole del gioco. Punto e basta!

Vago-Divieti-divieti-russi-2Chi in nome della sicurezza ha la pretesa di far diventare la montagna un luna park sotto il proprio controllo affidandosi a norme, regolamenti e divieti sbaglia di grosso. Questo tipo di comportamento contribuisce a creare solo confusione, superficialità di giudizi e false credenze rischiando di distogliere l’attenzione dell’utente dalle cose veramente importanti.

Facciamo un esempio pratico: il caso tipico è l’emissione di un ordinanza di divieto di fuoripista in una determinata zona con pericolo di valanghe grado 4 (forte) per un periodo circoscritto. L’utenza può dare per scontato che quando l’ordinanza sarà revocata il pericolo non esisterà più, quando gli addetti ai lavori sanno benissimo che anche in presenza di pericolo grado 2 non si è mai completamente al sicuro. Allo stesso modo una persona non particolarmente esperta potrà essere indotta a pensare che fuori dalle zone proibite il pericolo non sussista. Sembra una sciocchezza ma ho sentito bene con le mie orecchie certi discorsi a riguardo assai poco confortanti.

A questo punto qualche benpensante potrebbe obiettare che nessuno ordina di ficcarsi nei pericoli mettendo anche a repentaglio la vita dei soccorritori. A questa osservazione rispondo, coerentemente alla linea intrapresa finora, adducendo che le persone che fanno parte del soccorso alpino sono in primo luogo appassionati e assidui frequentatori della montagna che sanno comprendere più di altri le motivazioni e la passione di colui che viene soccorso. E poi chi ha stabilito che la squadra di soccorso debba sempre partire in qualunque condizione? Come vedete si ritorna sempre al punto di partenza: quello di fare delle scelte consapevoli assumendosi le responsabilità delle proprie azioni senza pretendere miracoli da nessuno e senza volere trovare a tutti i costi un colpevole che paghi per i nostri sbagli. Assecondando questa linea sono convinto che nei casi di dubbio circa le condizioni della neve, del meteo e della montagna in generale ci sarebbe forse qualche rinuncia spontanea in più e comunque certe scelte verrebbero prese con minor leggerezza.

Per facilitare delle decisioni consapevoli e responsabili e limitare al massimo il numero degli incidenti bisognerebbe prendere la strada della formazione, della conoscenza e della cultura coinvolgendo soprattutto coloro che sono i veri professionisti della montagna ovvero le Guide Alpine. Come? Attraverso seminari nelle scuole, eventi ad hoc organizzati dalle stesse stazioni turistiche invernali e altre attività che possano in qualche modo portare una maggiore chiarezza e consapevolezza nei media su ciò che comporta praticare certe attività in montagna.

Se proprio vogliamo mettere dei cartelli, al posto dei divieti che prevedono coercizioni della propria libertà e mu  lte nel caso di inosservanza, opterei piuttosto per delle semplici segnalazioni che ognuno potrà considerare o meno in base alla propria coscienza, preparazione ed esperienza.

In conclusione carte e regolamenti non sono serviti e non serviranno nemmeno in futuro a prevenire gli incidenti perché la capacità di gestire il rischio in montagna spetterà in primo luogo sempre e solo a chi la frequenta.

Questo è il mio pensiero mentre sto già sognando l’inverno che verrà.

Fabrizio Vago
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Etna libera 3

Divieti dannosi, serve la responsabilità personale
di Claudia Campese (dal quotidiano online CTzen, 26 ottobre 2014)

Tra i nomi più noti dell’alpinismo italiano, fondatore prima di Mountain Wilderness e poi dell’Osservatorio per la libertà in montagna, in questa intervista a CTzen Alessandro Gogna si sofferma sui limiti di ascensione e visita imposti dagli amministratori locali, come nel caso del vulcano etneo. Illusori, secondo Gogna, e anche controproducenti, «perché, senza informazione e libertà, la sicurezza, anziché aumentare, diminuisce».

Etna 3-Italia-1080x1920In Italia come all’estero, il nome di Alessandro Gogna è legato alla montagna. Tra i più noti alpinisti italiani, genovese, classe 1946, Gogna è storico dell’alpinismo e, trent’anni fa, fu tra i primi a proporre una discussione sulla fruizione e la salvaguardia delle vette. Un ragionamento, il suo, basato su una parola d’ordine: responsabilità individuale. Concetto che si accompagna a quelli di sicurezza e libertà, ma in un percorso oggi sempre meno condiviso dalle pubbliche amministrazioni, soprattutto al Sud. Come nel caso del vulcano Etna, da tempo ormai soggetto a divieti che la prefettura etnea aveva promesso di ridiscutere a settembre, mese ormai passato da un bel po’.

L’Etna come lo Stromboli, le limitazioni alla fruizione delle montagne sono un caso tutto siciliano. Almeno nella sua concreta applicazione perché altrove, ad esempio sulle Alpi, ci si prova da tempo senza successo. E per questo Alessandro Gogna ha fondato l’Osservatorio per la libertà in montagna, un movimento d’opinione composto da una dozzina di esperti e appassionati con lo scopo di «sensibilizzare l’opinione pubblica all’importanza della responsabilità individuale come prima arma per preservare la propria incolumità», spiega.

Oltre la tecnologia e la burocrazia. Un percorso che inizia con la fondazione insieme ad alpinisti di tutto il mondo di Mountain Wilderness negli anni ’80. «Quando, come per tutte le questioni ambientali, si inizia a sviluppare una forte coscienza e il desiderio di associarsi per tutelare la natura», continua Gogna. «Allo stesso modo, circa cinque anni fa, abbiamo sentito il bisogno di difendere le attività di montagna a tutti i livelli, dalle escursioni all’alpinismo estremo, dalle aggressioni subdole di chi vuole mettere tutto in sicurezza».

Una «società sicuritaria» che, secondo l’esperto, commette almeno due errori: «Il primo è che di sicuro non c’è niente e dire “piena sicurezza” o “totale sicurezza” è una strategia di marketing pericolosa perché non è vero». Il secondo è che «affidando la propria responsabilità di singolo a strumenti e limiti decisi da altri, la sicurezza, anziché aumentare, diminuisce». Come quando, per tornare alla montagna, ci si lancia in azioni imprudenti perché «se sei un po’ cretino, pensi: “Tanto mi vengono a prendere”». Anziché informarsi e scegliere in libertà. Che è anche la libertà consapevole di non fare o non andare. «Gli amministratori, tralasciando eventuali interessi, non vogliono avere loro stessi responsabilità – spiega Gogna – Ma non possono limitare la libertà dei cittadini come fossimo nel Medioevo e demandare la responsabilità a un divieto».

Limiti che, tra l’altro, risultano troppo spesso settoriali. «Perché non c’è un divieto di balneazione, con tanto di sanzioni, quando a mare sventola la bandiera rossa? Ogni anno muoiono un sacco di persone, ma non se ne fa una tragedia come si fa per la montagna», si accalora l’alpinista. Che respinge anche l’ipotesi, come nel caso dell’Etna, di una fruizione obbligatoriamente mediata dai professionisti: «Certi divieti non valgono se si va con le guide alpine? Qui si rasenta il ridicolo», sostiene Gogna che è anche guida alpina, appunto. Un approccio che, in definitiva, mette a rischio la conoscenza della montagna, «una delle poche zone in cui si è ancora liberi di esprimersi – conclude – come non possiamo più fare nel resto della società».