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Costituzione e libertà in montagna

Fino a che punto la libertà in montagna è garantita dalla Costituzione?
di Federico Pedrini

Federico Pedrini è assegnista di ricerca in Diritto Costituzionale presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna; Humbolt Fellow presso la Freie Universität Berlin.

Sulla base del suo testo, la cui versione integrale è consultabile qui, ho riassunto il suo pensiero in proposito al titolo. Si noti che il testo stesso è una rielaborazione dell’intervento da lui tenuto al convegno internazionale sul tema Libertà delle proprie scelte. La libertà in montagna, tenutosi a Bressanone in data 24 ottobre 2012 nell’ambito dell’International Mountain Summit.

Montagna e alpinismo
C’è un connubio fra l’originaria ed essenziale componente della libertà e quella, ad oggi altrettanto ineliminabile, dell’intrinseca  pericolosità (e dunque dell’accettazione del rischio) propria dell’attività praticata.
Sin da quando l’alpinismo è nato con la “conquista” del Monte Bianco nel 1786, la sua idea di fondo è sempre stata quella d’una attività di uomini liberi su un libero territorio: l’alpinista, in altre parole, parrebbe da sempre instaurare una forma di contatto e una tipologia di rapporto con la natura intrinsecamente refrattario a regole eteronome che non siano quelle del rispetto degli altrui diritti. Il piacere di praticare l’alpinismo, in tutte le sue forme, parrebbe insomma strettamente legato al fatto che nessuno abbia a dire all’alpinista come praticarlo, pena la perdita della ragion d’essere della relativa attività.
L’alpinista non parrebbe in media “felice” di correre dei rischi, tuttavia di buon grado s’accolla quei rischi che riconosce come ineliminabile corrispettivo per quel quid di libertà che egli stesso ha deciso d’esercitare.

Costituzione-costituzione_italiana

Ciò è da sottolineare: intrinseca pericolosità dell’alpinismo e rischio consapevolmente accettato devono essere la chiave di lettura per le riflessioni che seguiranno, riferite alla libertà (giuridica) dell’alpinismo e al suo complesso rapporto con i paradigmi della moderna “società securitaria”.

La “sicurezza”, infatti, sempre più si presenta come l’omnicomprensiva “bandiera” sotto la quale si radunano (magari anche solo nominalmente) i tentativi di regolazione (dunque, anche di limitazione) della pratica alpinistica, e certo non è in dubbio che la sicurezza rappresenti un valore interno all’ordinamento giuridico,  tanto più risultando essa ampiamente inserita pure nella sistematica dei limiti che la stessa Costituzione pone all’esercizio delle sue libertà fondamentali. Nondimeno, neppure la sicurezza rappresenta un valore assoluto, insuscettibile di bilanciamenti e di graduazioni a seconda dell’àmbito in cui si viene a esprimere.

Da qui ecco il quesito, di cruciale rilevanza per l’alpinismo: può l’idea della “sicurezza in montagna” ri-leggersi in modo peculiare e coerente con la ricordata caratteristica di strutturale pericolosità dell’agire alpinistico?

Libertà
L’interrogativo al quale si cercherà di dare una prima risposta è in sintesi il seguente: esiste qualcosa come la libertà giuridica dell’alpinista? Il diritto la garantisce o quanto meno implicitamente la riconosce? E se sì, in che termini? Con quale ampiezza e con quale intensità essa risulta protetta?
E ancora, a che livelli normativi questa libertà, posto che sia in qualche modo protetta, verrebbe garantita? Per intendersi, sarebbe radicata solo a livello del legislatore ordinario e comunque nei limiti di quanto da esso disposto, oppure anche a livello costituzionale, e dunque potenzialmente pure  contro il legislatore ordinario?

Problema, quest’ultimo, di non secondaria importanza soprattutto alla luce dei possibili confini alla legittima azione del legislatore (statale e regionale), che nell’ultimo periodo parrebbe per certi versi aver “dato il via” a un’intensa attività di produzione normativa volta a limitare, talora in modo assai pervasivo, gli spazi di libertà dell’alpinista anche quando non sussistano pericoli di carattere pubblico o collettivo riconnessi all’attività da questi esercitata.

Tra i vari provvedimenti del legislatore (statale e regionale) ci sono i divieti di pratica sciistica o arrampicatoria, l’obbligo di essere dotati di particolari dispositivi di sicurezza, la facoltà di definire con proprio regolamento le modalità di fruizione delle vie ferrate e dei siti di arrampicata.

L’assenza di una disciplina espressa
Tanto premesso, e passando così a un primo inquadramento costituzionale della problematica, il necessario punto di partenza d’ogni analisi parrebbe qui quello dell’assenza di specifiche disposizioni, all’interno del testo costituzionale, espressamente dedicate alla libertà alpinistica e, più in generale, all’alpinismo.
Tutt’al più si possono rinvenire in Costituzione alcuni limitati riferimenti, più o meno diretti, alla ‘montagna’.

Connesso alla montagna, sia pur in maniera indiretta, è stato talvolta considerato anche l’art. 9, secondo comma, Cost., quando prescrive che «la Repubblica (…) tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione», là dove paesaggio tutelato evidentemente è anche quello montano –ciò che potrebbe peraltro essere considerato un elemento contenutistico potenzialmente idoneo a costituire una linea regolativa importante anche per la libertà alpinistica e le sue limitazioni (ammissibili cioè in quanto rivolte alla tutela del paesaggio montano).

La limitata presenza di norme riferibili alla montagna e l’assenza d’una normativa costituzionale espressamente dedicata all’alpinismo, tuttavia, non esclude che all’interno della Costituzione sia pur sempre ravvisabile una “cornice” di norme e di principi comunque rilevante per l’alpinista e la sua (potenziale) libertà.

Cenni sulle competenze costituzionali in materia d’alpinismo
Per più ragioni non è affatto la stessa cosa se a disciplinare la condotta alpinistica sia la legge dello Stato, oppure quella della Regione Lombardia o della Provincia autonoma di Bolzano, o ancora un regolamento di ente locale come il Comune o, per avventura, un’ordinanza sindacale.

Si pensi soltanto alle differenti forme e possibilità di pubblicizzazione (dunque alla diversa difficoltà di conoscenza) dei relativi provvedimenti, e alla potenziale disomogeneità sul territorio nazionale d’una normativa rivolta a soggetti che spesso neppure sanno d’essere destinatari di precetti e che, per di più, potrebbero addirittura essere sottoposti a discipline giuridiche differenti nell’arco d’una medesima escursione qualora quest’ultima – come pure può capitare – si “snodi” su territori comunali o regionali differenti.

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Limitandoci pertanto in questa sede soltanto alle coordinate davvero essenziali, a questo proposito è rilevante in Costituzione soprattutto l’art. 117, che regola la divisione di competenze legislative fra Stato e Regioni.
Per quel che interessa la problematica qui in discorso, in questa disposizione assume senz’altro rilievo l’indicazione della potestà legislativa esclusiva statale (almeno) nelle materie dell’ordinamento civile e penale, nella determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale, nonché della tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali.

Sono invece materie (rilevanti) di legislazione concorrente quelle relative a:
professioni; tutela della salute; ordinamento sportivo; protezione civile; governo del territorio; valorizzazione dei beni culturali e ambientali e promozione e organizzazione di attività culturali.

Tuttavia, come meglio si vedrà analizzando anche la disciplina costituzionale sostanziale, almeno un cospicuo “nucleo essenziale” della disciplina della libertà alpinistica parrebbe ancora, almeno in teoria, rimanere saldamente in mano allo Stato.

Diritti costituzionali dell’alpinista?
Passando ora alla parte di disciplina “sostanziale” contenuta in Costituzione, di solito nella (scarna) letteratura di riferimento viene invocata una molteplicità di parametri costituzionali, e segnatamente per lo più gli artt. 2 (diritti inviolabili), 16 (libertà di circolazione), 18 (libertà di associazione), 41 Cost. (libera iniziativa economica), sia singolarmente, sia – soprattutto – “nel loro complesso”.

Ciò detto, e argomentato così perché si procederà di séguito a un’indagine sui singoli articoli, la “norma cardine” per il tema che qui ci occupa parrebbe senz’altro l’art. 16 (primo comma) della Costituzione, ai sensi della quale «ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza».

Questo non vuol dire, ovviamente, che a questo diritto non si possano apporre dei limiti (peraltro espressamente prefigurati dallo stesso art. 16). Non è chi non vede, ad esempio, come la libertà costituzionale di circolazione non abbia impedito d’imporre l’uso del casco ai motociclisti e della cintura di sicurezza agli automobilisti.

Ma il paragone tra l’andare in macchina e l’alpinismo non va oltre il fatto che sono entrambe forme di “libera circolazione”. Le differenze balzano agli occhi, se si considera che nell’attuale società, mentre ancora si sceglie se praticare alpinismo oppure no, per lo più il singolo non sceglie di essere automobilista (o comunque fruitore di veicoli motorizzati), bensì lo è per necessità (talvolta, anche obtorto collo). Una delle più evidenti conseguenze di tutto questo è che la sicurezza (intesa anche come la propria sicurezza) è venuta progressivamente ad affermarsi come un valore fondamentale (e per tale percepito dallo stesso automobilista), anche perché la fruizione del veicolo a motore è stata quasi del tutto spogliata della sua potenziale valenza “ricreativa”: qui l’idea (anche estetica) della circolazione come viaggio – che ancora prevale, appunto, in àmbito alpinistico – si è estinta (o comunque permane in una dimensione del tutto residuale) insieme al cosiddetto “gran turismo”, rimanendo soltanto quella pratica dello spostamento (che dev’essere efficiente, dunque rapido e sicuro).

Ulteriormente, soprattutto per alcune realtà “istituzionalizzate” (oltre che in parte istituzionali) come ad esempio il Club Alpino Italiano o altre organizzazioni simili, può venire in rilievo anche l’art 18 Cost., ai sensi del quale «i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione, per fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale».

E qui rileva tanto la libertà dell’alpinista di associarsi, quanto quella del non associarsi (di non essere necessariamente iscritto ad alcuna associazione), e ancora la libertà di creare non soltanto una, ma più associazioni, con i più diversi fini (non vietati dalla legge penale), e infine la libertà delle associazioni (nel perseguimento dei rispettivi fini sociali).

Per coloro che, infine, dall’alpinismo traggano anche un profitto o più in generale un qualsiasi tipo di vantaggio economico (si pensi, ad esempio, alla professione di Guida alpina, ma non solo), è rilevante anche l’art. 41 della nostra Carta costituzionale, ai sensi del quale «l’iniziativa economica privata è libera; essa non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recar danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana».

La libertà alpinistica come punto d’equilibrio fra tutele e limiti
Dal quadro finora tratteggiato, la Costituzione parrebbe dettare alcuni principi che indirettamente riguardano anche l’attività dell’alpinista e la sua libertà:

1) per prima cosa l’alpinista come singolo, nella sua attività “escursionistica”, sembrerebbe sempre costituzionalmente tutelato nella sua libertà di circolazione, la quale può essere legittimamente limitata soltanto per legge e «in via generale e per motivi di sanità e sicurezza»;

2) in seconda battuta, l’alpinista parrebbe tutelato anche nella sua veste collettiva, dunque quando effettui escursionismo di gruppo (anche senza necessariamente essere iscritto a organizzazioni);

3) in terzo luogo sono tutelate anche le associazioni che abbiano come scopo quello della promozione e dell’organizzazione di attività alpinistiche;

4) in quarto luogo l’alpinismo può essere tutelato pure come attività economica, soprattutto per chi lo eserciti professionalmente;

5) da ultimo, ma non meno importante, la libertà dell’alpinista può certamente essere limitata, ma solo nel rispetto delle garanzie che la Costituzione prevede e nel solco dei limiti costituzionali espressamente indicati nelle relative fattispecie (cioè negli stessi articoli che prevedono tali diritti) o in altre norme costituzionali a esse collegabili e con esse da “bilanciare”.

Quali garanzie e quali limiti, allora? Anche qui tentando di riassumere per sommi capi sembrerebbe potersi affermare che:

a) giacché l’alpinista, come si è visto, nella sua attività esercita sempre e necessariamente la propria libertà costituzionale di circolazione, egli gode sempre della garanzia della riserva di legge rinforzata dell’art. 16 Cost.: può dunque essere limitato in questa sua libertà di movimento soltanto dalla legge;
in più questa legge sarà legittima soltanto nella misura in cui persegua fini di sanità e sicurezza, i quali, tradizionalmente, nell’economia della disposizione parrebbero da intendersi come sanità e sicurezza pubblica (o quanto meno collettiva), dunque soprattutto della sicurezza o della salute degli altri, non della propria;

b) per chi eserciti alpinismo “economicamente orientato”, l’art. 41 Cost., oltre a ribadire il limite della sicurezza, impone più ampiamente di non andare in contrasto, oltre che con la libertà e la dignità umana, soprattutto con l’utilità sociale – concetto assai vago e apparentemente suscettibile di mutar di contenuto nel corso del tempo e a seconda della situazione;

c) nella Costituzione possono infine essere trovati altri limiti impliciti alla libera attività alpinistica, a seconda di come questa si atteggi; mi limito qui, una volta ancora senza pretesa d’esaustività e in aggiunta a quanto già menzionato nella parte relativa alle materie “di rilevanza alpinistica” indicate nell’art. 117 Cost., a menzionare la tutela del paesaggio (art. 9 Cost.) e la tutela della salute (art. 32), la quale ultima peraltro sembrerebbe in grado di sollevare problemi non piccoli, soprattutto se da essa s’intendesse di poter ricavare un generale principio di “prevenzione dagli infortuni”.

Libertà alpinistica e principi fondamentali
Il nostro discorso sulla “libertà alpinistica” e sul perimetro del suo (possibile) rilievo costituzionale può infine essere integrato citando due ulteriori articoli ricompresi nei Principi fondamentali della nostra Costituzione (segnatamente l’art. 2 e l’art. 3 Cost.), il cui rilievo per la tematica alpinistica parrebbe più “mediato” e tuttavia, al tempo stesso, tutt’altro che trascurabile in sede d’interpretazione sistematica di quanto precedentemente esposto.

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La prima disposizione è quella di cui all’art. 2 Cost., ai sensi della quale «la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale». Manca qui lo spazio per approfondire seriamente la possibilità di “sfruttare”, invocandola in prospettiva a tutela di presunti “diritti inviolabili dell’alpinista”, quella lettura che intende questa disposizione non soltanto quale rinvio alle restanti libertà fondamentali espressamente previste all’interno dell’articolato costituzionale, bensì anche quale base argomentativa per il riconoscimento d’ulteriori diritti fondamentali, non testualmente previsti all’interno della Costituzione. Cioè parrebbe difficile ritenere che l’art. 2 possa essere genericamente chiamato in causa per qualunque rivendicazione di libertà, compresa quella alpinistica. Mi limito qui a segnalare come, a voler ragionare in questa chiave, si potrebbe forse riuscire – magari sviluppando quel trend che in passato ha portato a riconoscere grazie ad esso un  diritto alla libertà sociale (Corte cost. 50/1998) – a rafforzare ulteriormente alcuni aspetti della libertà alpinistica, soprattutto assumendo che le relative istanze di tutela siano sufficientemente attestate e diffuse nella coscienza sociale, talora indicata come “fonte” dei nuovi diritti di cui all’art. 2. E qui sarebbe peraltro interessante capire quale tipo di valutazione sia realmente diffusa rispetto a certe pratiche alpinistiche (e alle loro possibili conseguenze: si pensi all’azione dello sciatore che involontariamente provoca una valanga o allo scalatore che provoca il distacco di una pietra) all’interno della comunità tutta (e della comunità alpinistica in particolare): l’idea sarà quella dell’esistenza di veri e propri diritti (l’esercizio dei quali, anche se provoca pericoli e/o danni ad altri, esclude l’illecito) oppure la semplice non sanzionabilità della violazione di certi divieti (fermo restando l’illecito, ad esempio il procurato disastro colposo ex art. 449 c.p.)?

Anche senza percorrere tal via, comunque, la norma in parola parrebbe ampiamente significativa in quanto espressione d’un generale principio di  favor per la libertà, (principio) strumentale al pieno sviluppo della persona(lità) umana e ampiamente caratterizzante la nostra forma di Stato (costituzionale). Tale principio, altrove addirittura testualmente esplicitato (ad esempio in Germania nell’art. 2, comma primo, della Legge Fondamentale) prevede, per rapidi cenni:

1) che l’agire del singolo (riconducibile a un bene costituzionalmente tutelato) sia in via di principio libero;

2) che ogni limitazione di questo agire da parte del pubblico potere debba essere giustificata con l’ancoraggio ad altri beni costituzionali;

3) che ogni limitazione debba comunque essere proporzionata.

E in tal senso, come noto, si finisce per entrare nel dominio dell’art. 3, primo comma, della Costituzione («tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali») – s’intende nella sua interpretazione giurisprudenziale da parte della Corte costituzionale che lo ha qualificato come fonte, in estrema sintesi, di quel precetto di proporzionalità/ragionevolezza che imporrebbe di trattare in modo uguale situazioni uguali/simili e, viceversa, di trattare in modo diverso situazioni diverse/dissimili.

Ed è forse soprattutto tale precetto che, in connessione col citato principio di libertà di cui all’art. 2 Cost. e con le altre libertà costituzionali (di “rilevanza alpinistica”) espressamente garantite, parrebbe infine suggerire quella “modulazione” della disciplina normativa che tenga nel debito conto le peculiari caratteristiche dell’alpinismo (prima fra tutte la sua intrinseca componente di pericolo).

Perché, se è vero che il cosiddetto principio di “ragionevolezza” di cui all’art. 3 Cost. tutela pure il valore della coerenza ordinamentale, sanzionando con la perdita di efficacia le norme con una ratio “intrinsecamente irragionevole”, ciò dovrebbe una volta di più indurre a riflettere sull’opportunità (o sulla legittimità) di quei provvedimenti – si pensi soltanto ai divieti di praticare, in certe condizioni, qualsiasi tipo di attività pericolosa anche solo per se stessi… – i quali, all’interno d’un ordinamento che riconosce l’alpinismo come un valore (per certi aspetti, anche di rango costituzionale), rischiano di metterne in forse l’essenza.

Estratto dal testo di Federico Pedrini
11 febbraio 2014

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Divieti e responsabilità

I recenti divieti di frequentazione della montagna dopo le nevicate abbondanti dei giorni scorsi hanno provocato un gran discutere attorno al problema.

Partendo dall’ovvia constatazione che nessuno mette in dubbio la gravità delle situazioni, sia con riferimento all’insistente pericolo sia alla generale insufficienza d’interesse che il pubblico riserva ai bollettini e ai consigli degli esperti, vorrei fare qui il punto sulle diverse “filosofie” che sono alla base delle polemiche, e quindi alla base anche delle nostre possibili reazioni.
A questo proposito, due interviste apparse su MontagnaTV, la prima alla guida alpina Fabio Lenti, la seconda alla guida alpina Fabio Salini, esemplificano le diverse opinioni che caratterizzano il pensiero di una categoria professionale, con importanti ricadute sul pensiero dell’opinione pubblica e dell’Amministrazione.
In questo mio contributo cercherò di tenere ben distinti i legittimi interessi della guida alpina da quelli più generali dell’appassionato di montagna.

Salita al Grignone
Grigna, O. Antonioli e Skippy in salita sul versante est del Grignone, 13.1.1974
Fabio Lenti afferma: “… (l’ordinanza di divieto) è intervento mirato per far sapere alla gente che in quel momento c’è un pericolo fuori dal normale. E nelle situazioni eccezionali bisogna intervenire, non si può star lì, tapparsi gli occhi e poi andare a recuperar morti. Bisogna dare un segnale, che poi va sui giornali, quindi se ne parla, e la gente alla fine si accorge che c’è”.

Prima di tutto occorre notare che vietare è una cosa, segnalare un’altra: nessuno si oppone ad alcun genere di segnalazione.
Fabio Salini osserva (riferendosi alla propria professione): “… (il divieto) può essere interpretato e utilizzato in futuro da altri Comuni. Le ricadute sono molteplici:
– limitazione geografica delle nostre gite alpinistiche e sci alpinistiche;
– nessun riconoscimento della nostra formazione di figura professionale;
– crea dei precedenti importanti che possono essere presi ad esempio da altri comuni che si vogliono lavare le mani dalle responsabilità sul loro territori”.
Salini, come guida, si sente mortificato: “… (dopo il divieto) ho pensato che il diritto di muovermi e di poter lavorare sul mio terreno veniva meno. Mi sono cadute le braccia, è stata una mortificazione. Ho dedicato tutto il mio percorso professionale cercando di apprendere conoscenze relative alla movimentazione sul terreno di avventura e da qualche anno a questa parte come istruttore delle guide cerco di trasmettere queste esperienze alle future guide alpine. Poi i sindaci emettono queste ordinanze che impediscono ai professionisti di svolgere la loro professione”.

Invece Lenti accetta il divieto e, riferendosi nello specifico a quello del Grignone, sottolinea quanto quell’ordinanza, con quelle condizioni da “possibile strage”, fosse doverosa: “Il sindaco quindi, che è responsabile della zona e anche dei cittadini, oltre a tutelarsi – perché se muoiono 30 persone il primo inquisito è lui, e gli verrebbe chiesto perché non ha fatto niente – ha deciso di emanare un’ordinanza per la sicurezza collettiva”.
Aggiunge che la guida, di fronte a un divieto, può sempre scegliere di andare con il cliente da un’altra parte.
Ma proprio quello che si vuole evitare è che ci siano altre ordinanze “da un’altra parte”. Lo sottolinea bene Salini.

Già, la responsabilità dei sindaci. E’ facile accusarli che le loro ordinanze siano il facile rimedio alle proprie responsabilità. Ma al di là di queste illazioni non provabili e inutili, quanta responsabilità hanno davvero i sindaci?

Se un sindaco potesse dimostrare di aver coscienziosamente avvertito delle cattive condizioni del manto nevoso, di aver premuto sulle redazioni dei TG regionali perché evidenziassero l’eccezionalità delle precipitazioni indicando la presenza del pericolo 3 o 4 su una scala fino a 5, di aver agito in passato favorendo la formazione dei propri concittadini, di avere nei fatti equiparato la figura della guida alpina a quella di altri pubblici ufficiali, di aver operato in modo che essa potesse tenere corsi nelle scuole, per insegnare che cosa sono il nord e il sud, cos’è un bosco, come orientarsi, cosa fare sulla neve… quanta discutibile responsabilità rimarrebbe ancora a carico dei sindaci?

L’accettazione incondizionata della pratica dei divieti comporta con sé la fondamentale riflessione che, in assenza di divieto, un pubblico disinformato e riottoso ai consigli interpreterebbe la montagna come del tutto priva di pericoli: in sostanza, se c’è divieto lo osservo, se non c’è posso andare dove e come voglio, sicuro che non mi succederà niente. Questo modo di pensare, purtroppo assai probabile, sarebbe pericolosissimo.

Ecco perché ci si oppone ai divieti, non è solo una questione di principio. Il principio della libertà è sacrosanto, ma nessuno può ragionevolmente pensare che non vi si possa porre limite. Il limite è una questione di buon senso, pertanto non può essere un divieto. Sempre Fabio Salini: “… questi divieti sono facili da emanare, ma non fanno cultura”.

Una mia osservazione: bene hanno fatto i sindaci, nel disporre le ordinanze di divieto di questo primo mese del 2013, a non seguire l’esempio del sindaco di Livigno che dispose, a parte qualche perdonabile errore nella costruzione della frase, con ord. n. 34 del 24 aprile 2012 – Prot. 8504 cat. II/1 fasc. 10, successivamente revocata con ord. n. 48 del 16 maggio 2012: «dalla data odierna e fino alla revoca della presente, all’interno del territorio comunale di Livigno (SO), è vietato lo sci fuori pista in ogni sua specialità, ad esclusione delle guide alpine italiane e straniere abilitate (art. 4 della Legge 2/1/1989, n 6 ”Ordinamento della professione della guida alpina” e degli artt. 20-26 ”Regolamento regionale 6/12/2004 n. 10”) e delle persone accompagnate dalle stesse, sotto la responsabilità delle medesime guide alpine».
L’ordinanza metteva esplicitamente in atto una discriminazione fra gli utenti “esperti” della montagna prevedendo una deroga al divieto esclusivamente per le guide alpine (e le persone da questi accompagnate) e non già per tutti i soggetti dotati di idonea (o analoga) preparazione tecnica (si pensi all’alpinista esperto e che, tuttavia, non abbia la qualifica di ‘guida’).

Infine Fabio Lenti affronta direttamente il problema della limitazione alla libertà: “La libertà delle persone termina dove inizia quella degli altri. Se uno resta dentro la valanga, la mia libertà dovrebbe essere quella di non andare a rischiare la vita per tirarlo fuori, invece (come soccorritore) devo andare”.

A mio parere ciò di cui si dovrebbe discutere è proprio il cosiddetto obbligo che ha il Soccorso Alpino di operare. Chi ha stabilito che c’è un obbligo, sempre e comunque? Chi ha detto che la squadra di soccorso debba partire comunque, in qualunque condizione? Nessuno, presumo. Chi va a soccorrere condivide la stessa passione della montagna di colui che è soccorso, per questo lo fa, non per obbligo. Se no, che volontario sarebbe?

E poi c’è il discorso dei costi. Lenti sostiene che sarebbe giusto che proprio chi è stato soccorso debba sobbarcarsi i costi dell’operazione, per non gravare sulla comunità. E cita anche il caso di Trentino e Valle d’Aosta dove non si paga un ticket solo nel caso che il soccorso sia anche infortunato.

Domanda: se nessuno si è mai opposto al fatto che la comunità sostenga i costi sanitari dell’alcolismo, o della circolazione stradale, incomparabilmente maggiori di quelli degli incidenti in montagna, come mai ci si accanisce? Viene purtroppo da pensare al giro economico-sanitario che si andrebbe a turbare, ecco perché è meglio che il cane possa continuare a dormire senza essere molestato. E l’accostamento delle due valenze economiche potrebbe pure spiegare perché finora nessun sindaco ha ancora proibito sul suo territorio la pratica dell’eliski, quand’anche purtroppo permessa dal regolamento regionale.

Lenti e Salini concordano pienamente sulla necessità dell’informazione e della formazione.
Lenti: “Noi alla Casa delle Guide abbiamo un bollettino e un numero da chiamare per dei consigli che sono gratuiti! Ma (alla gente) non  viene nemmeno in mente di chiamare. E’ proprio una cultura che manca”.
Salini: “La formazione sarebbe interessante farla partire da molto lontano. Dalle scuole materne e dalle scuole primarie come viene fatto in altri paesi. Questa sarebbe una proposta interessante. Uno o più progetti pilota che potrebbero portare avanti, in collaborazione con le guide alpine, proprio i Comuni che si sono distinti per i divieti. Viviamo ai piedi delle Alpi, sarebbe un passo avanti per la cultura delle nuove generazioni”.

Salita al Grignone
Grigna Settentrionale (Grignone), in salita sul versante est (13.1.1974)

10 febbraio 2014

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Il contrordine di L’Aquila!

Il buon senso ha prevalso, grazie alla comunicazione della Prefettura di L’Aquila sollecitata da Abruzzo Freeride Freedom e dalla levata di scudi di tanti appassionati, noi compresi.

Dopo il Sindaco di Lucoli anche quello di L’Aquila ha ritirato l’ordinanza che vietava ogni attività alpinistica ed escursionista sul territorio per pericolo valanghe.

La notizia è buona, ma annotiamoci che non ci arriva perché abbiamo convinto i sindaci di Lucoli e di L’Aquila della bontà delle nostre ragioni. Ci arriva perché le ordinanze erano state emesse, secondo la nota del Prefetto dr. Francesco Alecci, per “carenza del preventivo invio all’Autorità di Governo nei termini disposti dal comma 4 dell’articolo 54 del T.U. 267/00”.

Ecco infatti il testo del comma 4 (18 agosto 2000): “Il Sindaco, quale ufficiale del Governo, adotta con atto motivato provvedimenti, anche contingibili e urgenti nel rispetto dei principi generali dell’ordinamento, al fine di prevenire ed eliminare gravi pericoli che minacciano l’incolumità pubblica e la sicurezza urbana. I provvedimenti di cui al presente comma sono preventivamente comunicati al prefetto anche ai fini della predisposizione degli strumenti ritenuti necessari alla loro attuazione”.

L’annullamento dell’ordinanza è dunque dovuto a un’inadempienza tecnica: dobbiamo pure accettare che si salvino la faccia ma, appunto, non illudiamoci troppo: la minaccia è sempre lì sospesa.

Per il resto, siamo di nuovo liberi di andare sul Gran Sasso, ma sta a tutti noi evitare rischi inutili. Prudenza e prevenzione: le ordinanze sono sparite ma i pericoli in montagna son sempre lì!

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Cosa ci danno le montagne e cosa impariamo da loro

 

Durante l’annuale convegno del Club Alpino Accademico Italiano (CAAI), quest’anno tenuto a Torino, l’alpinista francese Bernard Amy è stato insignito del titolo di socio onorario del CAAI.
Membro del Groupe Haute Montagne (GHM) e presidente dell’Observatoir pour les Pratiques de la Montagne et de l’Alpinisme (OPMA), Amy è ben noto in Italia per i suoi scritti, sempre molto lucidi, sui vari argomenti alpinistici.

Convegno del CAAI, Torino, 26-27 ottobre 2013
Intervento di Bernard Amy (traduzione di A. Gogna)
CosaCiDanno-Bernard-Ami-B-ITALEssere ammessi come membro onorario nel CAAI è allo stesso tempo un onore e un piacere. So che l’ammissione a questo club è riservata all’élite dell’alpinismo italiano, periò avere questo titolo mi riempie di fierezza.
Quelli che mi conoscono non saranno sorpresi dal mio desiderio di spiegare perché «onore» e «piacere». Per farlo, occorre accennare al problema che l’attuale evoluzione dell’alpinismo ci pone.

In questi uno o due decenni, l’alpinismo è andato avanti molto influenzato da diversi fattori di ordine economico, tecnico e sociale. In particolare, abbiamo assistito a una rapida diversificazione delle forme di alpinismo. E, sia nell’alpinismo classico sia nelle nuove pratiche di montagna, sono emerse le nuove sensibilità culturali dei praticanti.

Contemporaneamente, anche la società nella quale vivono gli appassionati di montagna si è profondamente trasformata. In mezzo a difficoltà sociali crescenti, si è sviluppata un’inquietudine «sicuritaria» collegata alla messa in discussione delle pratiche individualiste. L’ossessione della sicurezza ha spinto in particolare verso l’applicazione sempre più invasiva del principio di precauzione.

L’osservazione di queste due evoluzioni, quella delle pratiche di montagna e quella della società, conduce oggi a concludere che bisogna ridefinire il contratto sociale che finora vigeva tra la società e gli alpinisti.

Djado (Niger), Torre di Orida, Teneré Crack, Bernard Amy sulla 4a lunghezza, 2007
Djado (Niger), Torre di Orida, Teneré Crack, Bernard Amy sulla 4a lunghezza
In questa situazione ci troviamo, ben più di prima, non a spiegare l’alpinismo ma a giustificarlo. Non ci è richiesto di dire perché siamo disposti a rischiare la nostra vita in montagna, o perché «si entra in alpinismo» come si entra in una religione (le motivazioni dell’alpinista sono di ordine personale, ai limiti della psicanalisi, interessano poco il grande pubblico e soprattutto non servono a giustificare l’alpinismo).

Oggi, per fare accettare l’alpinismo in quanto pratica rischiosa, occorre spiegare ciò che la montagna ci dà, ciò che ci permette di imparare. In breve, occorre spiegare non perché andiamo in montagna, bensì cosa ci troviamo.

I benefici delle pratiche di montagna costituiscono ciò che possiamo chiamare utilità sociale dell’alpinismo. Sono di ordine sia sociale che psicologico.

Tra i benefici «utili» dello sport e della montagna possiamo citare:
– sviluppo dello spirito di impresa e di iniziativa;
– insegnamento del coraggio di assumere un rischio ragionato;
– apprendimento di autonomia e responsabilità;
– apprendimento della solidarietà.

A livello psicologico individuale, la montagna sviluppa:
– fiducia in sé;
– costruzione della personalità;
– controllo dell’aggressività;
– socializzazione.

Robert Paragot dice: «L’alpinismo mi ha consentito di strutturarmi. Senza montagna, avrei potuto essere un criminale».
In più la montagna gioca anche un ruolo terapeutico permettendoci di osservare con più distacco i problemi personali. Può condurre a un equilibrio tramite la relativizzazione delle difficoltà psicologiche.
(Uno psichiatra alpinista definiva scherzando il massiccio del Monte Bianco una specie di «ospedale a domicilio… meglio curarsi lassù che al bar!»
Tutti questi benefici sono in larga parte dovuti all’azione di due meccanismi dell’attività alpinistica:
– l’elevazione fisica s’accompagna sempre a un’elevazione simbolica. Il giovane che, tornando a valle, si vede al di sopra degli altri, per un momento si sente più forte, più forte degli altri e più forte di quando era partito.
– nello stesso tempo, l’assunzione collettiva del rischio (in montagna o anche durante il ritorno a valle raramente l’alpinista è da solo) favorisce un riconoscimento sociale che non può che rinforzare nel praticante il sentimento di forza e di fiducia in se stesso.

Tutti gli alpinisti sono alla ricerca di questo riconoscimento sociale. Cchi tra di noi è mai tornato da una salita senza provare il desiderio di farlo sapere?

Gruppo dell’Air (Niger), 2007. Bernard Amy in vetta alla cima Sud-est, dopo aver salito la via Alletto
Aroua (Air), cima Sud Est, via Alletto, Bernard Amy
Questi due meccanismi di sviluppo personale sono importanti a tutte le età. Come tutte le passioni, anche quella della montagna è segnata da un dubbio permanente, un’eterna messa in discussione della motivazione di base della pratica. Che siamo giovani principianti o vecchi esperti, abbiamo tutti sempre bisogno di sentirci forti. Perciò il riconoscimento sociale del gruppo resta essenziale.

Voi mi avete appena consegnato il titolo di membro onorario. Grazie per questa bella prova di riconoscimento sociale!
Aggiungerei solo che, come accetto volentieri questo titolo, sono convinto che ne concederete altri dieci o venti, non a dei vecchi membri onorari come me, ma ai giovani che oggi vogliono fare la storia dell’alpinismo e che, tramite le loro imprese, si dimostreranno degni d’essere fortificati nella loro passione.

L’intervento è disponibile in lingua originale e in inglese sul sito dell’UIAA.

4 febbraio 2014

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Il diritto al rischio

Stupisce che in un paese “giovane” come il Brasile le difficoltà giuridiche che gli amatori incontrano nel praticare gli sport d’avventura siano così simili alle nostre. Probabilmente è vero che, come scrive André Ilha, “il sistema legale brasiliano appartiene al diritto romano-germanico, e così si suppone che lo Stato sia responsabile della legiferazione e dell’aiuto ai propri cittadini. Questo fornisce grandi spazi di manovra per questa “corsa alla norma”, mentre si fatica il doppio a pensare a una fondazione più favorevole al concetto di “libero volere”. Questo concetto è ben presente nei paesi anglo-sassoni, dove si è liberi di scegliere qualunque hobby, basta che le conseguenze di questa scelta non coinvolgano altri”.

Vale la pena di leggere con attenzione la bella e complessa analisi che André Ilha, famoso alpinista brasiliano, fa della situazione nel suo paese. Lui è ben cosciente della grande sfida che tutti abbiamo davanti, nella difesa della nostra libertà: al contrario di noi che in maggioranza tolleriamo una società favorevole ai divieti e iperprotettiva.

Pra Caramba, free solo, Pedra de Sao Pedro, Brasile. Foto: Cedar Wright
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André Ilha ha aperto più di 600 vie nuove in Brasile e oggi è il direttore della Biodiversity and Protected Areas at the Rio de Janeiro State Environmental Agency (INEA). Ilha l’anno scorso è stato uno dei principali accusatori della Chiesa cattolica quando questa, per fare spazio e poter celebrare una messa per i pellegrini in occasione della visita di papa Francesco a Rio de Janeiro, ha fatto tagliare senza alcun permesso 334 alberi nel parco nazionale Serra da Tiritica. Parte della zona è proprietà della Chiesa. “Mai avremmo autorizzato questo. Si tratta di una porzione di foresta tropicale dell’Atlantico in pericolo di estinzione. Li denunceremo per questo crimine”, ha sottolineato Ilha.

Il diritto al rischio
di André Ilha
Traduzione dal portoghese all’inglese di Kika Bradford
Traduzione dall’inglese all’italiano di Alessandro Gogna

La vita dei nostri antenati non era facile. L’evoluzione ci ha fatti scendere dagli alberi alle pianure per la ricerca di cibo. Questo ha portato al nostro essere bipedi e a quella serie di qualità fisiche e mentali che hanno contribuito al successo della nostra specie. Forza, agilità e riflessi pronti unitamente a un’attitudine all’esplorazione hanno portato gli umani alle differenti nicchie ecologiche del mondo. In questo processo, molte specie si estinsero o furono costrette a migrare dall’eccezionale capacità di adattamento degli umani ai diversi ambienti naturali.

Comunque, la caratteristica più rimarchevole che differenzia l’homo sapiens dagli altri animali, è il suo potente intelletto, che deriva da un cervello altamente evoluto. Questa caratteristica ha permesso all’uomo di moltiplicare i risultati del suo lavoro, con strumenti e macchine, in modo da creare ecosistemi artificiali per se stesso e per la propria prole, comodi e sicuri, e da eliminare l’incertezza e i pericoli del mondo primitivo. Oggi, la maggioranza della popolazione al mondo vive in contesti ampiamente prevedibili, in situazioni sotto controllo che includono riparo, cibo, vestiario, salute e sicurezza, in misura di solito direttamente proporzionale alla posizione sociale. Queste condizioni permettono all’uomo di trascurare le sue qualità naturali e di dedicarsi alla conquista del pianeta.

Per molti questa è una condizione ideale, perché non devono affrontare i pericoli e quelle incertezze del mondo selvaggio che potrebbero costare loro la vita. A ogni modo la civiltà si è evoluta solo nelle ultime poche migliaia di anni, e questo tempo è nulla se pensiamo all’intero periodo di evoluzione. Tutte quelle qualità fisiche e sensoriali che ci hanno portato a successi importanti in fatto di sopravvivenza e riproduzione non sono state eliminate dal nostro genoma; sono ancora “ibernate” dentro di noi. Per alcuni queste qualità sono nascoste nel sonno profondo della nostra vita moderna, addomesticate, sperano. Per altri, queste qualità sono emergenti e vogliono essere espresse, tramite corpo e mente. Come nell’immortale libro di Jack London, è come se la wilderness stesse chiamando qualcuno di noi, invitandolo a ritornare a ciò che eravamo o a ciò per cui eravamo destinati nel nostro lungo viaggio evolutivo.

Gli sport d’avventura
Al giorno presente, il modo più diffuso per poter manifestare questa spinta ancestrale sta in una serie di attività sportive, generalmente note come sport di avventura, ben definite dal Ministero brasiliano dello Sport (Risoluzione 18 del 9 aprile 2007): “una serie di sport formali e informali, a contatto con la natura in condizioni di incertezza e di rischio calcolato, che portano a sensazioni ed emozioni. Si praticano in terreno naturale (aria, acqua, neve, ghiaccio e terra) come mezzo per testare i limiti umani nel fronteggiare le sfide poste da quegli ambienti. Sono legati alla sostenibilità socio-ambientale e possono essere praticati per educazione, ricreazione e propositi di performance, con conoscenze ed equipaggiamento specifici”. La stessa Risoluzione offre una definizione pertinente di “sport estremi” che si svolgono in ambienti controllati che possono essere artificiali (per es. skateboarding, motocross, bungee jumping). Per essi, sono ugualmente valide le osservazioni e considerazioni a seguire.

Prima di procedere oltre, analizziamo alcuni aspetti della definizione sopra riportata che tratteggiano molto bene le motivazioni di surfer, subacquei, scalatori, canoisti, hang-gliders, B.A.S.E. jumpers, ecc. Dopo analizzeremo come tutto ciò possa essere equivocato, o disturbato da quelli che hanno una vita “regolare”, con tutte le complicazioni sociali e legali che ne nascono e che limitano la libera pratica degli sport d’avventura nel nostro paese.

Cominciamo con distinguere che noi abbiamo a che fare sia con sport formali che informali. Anche se la maggior parte di questi sport offre formali competizioni con regole specifiche e sistemi di graduatoria che dicono chi vince e chi perde, in effetti la maggioranza li pratica in modo spontaneo. Così, un gruppo di amici va ad arrampicare nel weekend, o a fare surf o immersioni, senza curarsi di regole, di cronometrare i tempi o di fare classifiche. E senza dover giustificarsi di fronte a nessuno. Come detto nella definizione, la loro unica preoccupazione è di stare insieme in un contesto naturale. In molti casi, c’è anche attenzione alla performance individuale, quando un atleta vuole capire se sta migliorando o no, in modo da poter affrontare quella sfida che l’ambiente naturale gli pone. Potrebbe sembrare ozioso parlare di queste cose, ma è vero che l’assenza di regole fisse e scritte imbarazza molta gente. Costoro periodicamente cercano di imporre delle regole, creando serie conseguenza all’esistenza stessa di questo genere di attività, come vedremo dopo. Qualche volta la libertà può sembrare incomprensibile.

Piedra Riscada, Brasile
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La definizione precisa che gli sport d’avventura sono praticati nella natura dell’aria, dell’acqua, della terra, della neve e del ghiaccio. Anche questo potrebbe sembrare ovvio, ma è importante sapere di che genere di natura stiamo parlando. I parchi urbani, i giardini, gli spiazzi esistono per soddisfare quell’intimo amore per piante e animali che conserviamo anche nel modo di vita più controllato, senza identificabili rischi per la nostra incolumità. Negli annunci pubblicitari, dove il consumatore è invitato a comprare il suo “posto in paradiso”, le foto sempre mostrano alberi bellissimi sullo sfondo, con farfalle e uccellini che svolazzano colorati attorno a famiglie sorridenti tra i fiori. Qualcuno desidera qualcosa di più e si affida a guide professionali per farsi portare a “una natura più naturale”, in mezzo a sentieri ben segnalati o in qualche altra attività outdoor del tutto prevedibile. Questi sono gli eco-turisti, che ricadono in uno dei settori del turismo a più rapida crescita degli ultimi tempi. Il livello dopo è dedicato ai praticanti lo sport d’avventura che amano invece ingaggiarsi in aree del tutto naturali. In certo qual modo questi vogliono tornare alle condizioni primitive, mondo dal quale tutti proveniamo, dando espressione libera a questa parte della nostra eredità biochimica. Dato che non dobbiamo più affrontare orsi o tigri dai denti aguzzi, dato che possiamo comprarci da mangiare nei negozi, come pure attrezzatura e vestiario, la sfida moderna assume le forme di onde oceaniche giganti, pareti verticali di roccia, grotte strette e profonde o acque turbolente.

Questo ci porta al concetto più importante della nostra Risoluzione 18/2007: “in condizioni di incertezza e di rischio calcolato (…) come mezzo per testare i limiti umani nel fronteggiare le sfide poste da quegli ambienti”. La parola “avventura” assume l’accettazione di incertezza e rischio. Se non c’è incertezza né rischio, non c’è avventura. Un’attività prevedibile non può essere classificata “avventurosa”, e non c’è avventura senza un certo gradi di incertezza e di rischio. Anche poco, ma rischio deve esserci. I dizionari sostengono questa percezione quando definiscono l’avventura come “impegno (a risultato incerto) che comporta rischio, pericolo”.

Quindi, per gli avventurosi, l’esigenza di risultati prevedibili distorce il proposito dell’attività, mentre l’eliminazione di tutti i rischi cancella l’attività stessa. Emozioni, anche molto forti, possono essere provate nei luna-park, ma non si può parlare in questi casi di avventura, nella totale assenza di rischio (con l’unica eccezione di una manutenzione insufficiente o superficiale). Il cosiddetto “turismo d’avventura” merita il nome quando, a dispetto delle precauzioni prese dagli operatori, non si può eliminare completamente rischio e incertezza del risultato. Una volta ancora, la soppressione di rischio e incertezza nullifica l’attività in se stessa.

Minacce legali per gli sport d’avventura
Molti non possono capire le motivazioni che portano altri a praticare sport che possono recare molte privazioni, come fame, disidratazione, caldo o freddo estremi, significativi danni alla propria mobilità, anche morte. Aggettivi come “pazzi”, suicidi”, “masochisti” e “scriteriati” sono indirizzati verso coloro che s’ingaggiano in attività avventurose, che li ascoltano con un misto di tolleranza e di orgoglio. Tolleranza perché i critici sono così distanti dalla loro natura interiore che in effetti non possono afferrare il significato di una vita che non sia immersa in comodità, beni e tecnologie. E orgoglio per sentire di essere stati capaci di essersi provati in attività che hanno portato loro piacere e riconoscimento. Il comune cittadino percepisce queste attività come inutili, perciò è difficile capirlo quando si vede che il suo fine è accumulare beni, servizi e comodità, pensando che tutti dovrebbero fare così.

E’ solo una divergenza di opinioni. Il problema arriva quando la gente comincia a creare restrizioni alla pratica di sport d’avventura con la giustificazione che sono “pericolosi” (anche se lo sono). A causa dei pericoli connessi, ecco sorgere una grande quantità di artifici legali e sociali per restringere o inquadrare questi sport, talvolta in modo indiretto. Artifici che non hanno speranza di salvare la gente da se stessa.

Olivia Hsu, Brasile
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Il più comune di questi artifici è il proposito di norme legali e irrazionali che tentano di “ingessare” queste attività. Come se potessero costringere queste attività in una stretta giacca di norme scritte, dimenticando che si tratta di esigenze interiori di libertà ispirata e avventura. Qualche volta queste norme non hanno senso e sono impossibili da applicare e, se approvate, distruggerebbero quelle attività che cercano di regolamentare. Questi progetti per lo più sono rivolti alle imprese commerciali e quindi più dirette al turismo d’avventura che non agli sport d’avventura. Comunque, per via della non precisa esposizione delle norme, queste ricadono sugli appassionati, che non saranno mai capaci di obbedire a tutte quelle norme senza senso: con il risultato o di far abbandonare l’attività o di praticarla illegalmente, data l’impossibilità di gestire l’applicazione delle regole.

Focalizziamoci ora sul “montanhismo” (termine usato in Brasile per indicare arrampicata ed escursione in montagna), con il quale ho più familiarità, dato che l’ho praticato per almeno quattro decadi. Improvvisamente sentimmo che i politici stavano cercando di far approvare norme che imponessero ai climber l’uso dei guanti, una corda di riserva e una persona che stesse alla base della parte a osservare i progressi della cordata. Un politico dello Stato di Rio de Janeiro tentò un’altra regola che voleva definire, tra l’altro, perfino il colore del casco degli arrampicatori. A prescindere dalle buone intenzioni del promotore, queste proposte mostrano grande povertà di comprensione delle attività d’avventura e delle motivazioni, e a volte impediscono fisicamente l’attività stessa (come nel caso dei guanti per l’arrampicata su roccia: un’idea che probabilmente gli è venuta guardando qualche film di salita su ghiaccio, dove i guanti sono una necessità).

Queste regole ossessivamente tendono anche a certificazioni o accrediti formali, come se queste da sole potessero garantire la qualità degli operatori commerciali. In più, non tengono conto della differenza tra operatori commerciali e “amatori” (sia quelli indipendenti sia quelli membri di club e associazioni), i quali sono i soli a eventualmente poter pensare a norme ragionevoli e funzionali. Questo tentativo di burocratizzare attività i cui praticanti, curiosamente, cercano proprio la libertà dalla vita urbana e conformista, genera un modo lucroso di sostenere il mercato delle agenzie abilitate alle certificazioni; è come porre la spada di Damocle sulla testa degli operatori del turismo d’avventura (e per estensione anche sulla testa dei praticanti gli sport d’avventura). In caso di incidente i praticanti che non avessero neppure una tessera o un timbro avrebbero delle aggravanti.

Al contrario, una persona meno competente o esperta potrebbe essersi dotata di tessera, magari semplicemente comprandola, e solo per questo potrebbe essere difesa da una norma legale assurda, fatta solo per restringere la libertà o incoraggiare la trasgressione.

A dispetto delle pressioni, fortunatamente un’attenta riflessione e lobby di altri politici sono state in grado di fermare molte di queste proposte, sbagliate o male informate (anch’esse risultato di altre lobby). A Rio de Janeiro, i membri del Congresso Miro Teixeira e Átila Nunes ritirarono le loro proposte dopo essere stati convinti degli esiti indesiderabili e disastrosi che esse avrebbero comportato. Il parlamentare Carlos Minc, ex ministro dell’Ambiente, ha abbracciato la causa della libertà per gli sport d’avventura. Il suo intervento è stato decisivo per influenzare i politici coinvolti nelle proposte sopra elencate, semplicemente spiegando loro alcuni concetti base.

Per dare un esempio a livello nazionale, l’ultra-restrittiva norma PL 5609/05, compilata dal parlamentare Capitão Wayne aveva a che fare con gli aspetti commerciali degli sport estremi e d’avventura, e avrebbe avuto un forte impatto per i praticanti “amatori”, se approvata. Il parlamentare José Otávio Germano fu nominato relatore, e molto sensatamente disse: “Questo tipo di normalizzazione sembra un’indebita interferenza del Governo nelle relazioni tra gli appassionati sportivi, senza connessione né con un servizio pubblico né con coloro che vogliono acquistare i servizi. Non è compito del Governo interferire in queste relazioni. Se qualcuno vuole ingaggiarsi in attività che comportano qualche rischio, dovrebbe essere libero di farlo. La libertà è un diritto costituzionale”.

Questa guerra si combatte caso per caso. Una comunità che vigili e sia d’appoggio su questi temi è la chiave per prevenire l’approvazione di quel tipo di norme. Le leggi, se approvate, sono più difficili da correggere e per qualche magistrato potrebbero essere lo strumento per punire doppiamente coloro che hanno già vissuto l’esperienza traumatica o anche perso un amico nell’incidente. A dispetto del fatto che queste attività danno grandi soddisfazioni ed emozioni a molti, c’è gente che ha bisogno di trovare qualcuno (individuo od organizzazione) da condannare per la perdita di un beneamato (marito, figlio, fratello, amico). Vogliono qualche sollievo per aver perso qualcuno che è morto in un incidente causato da un fenomeno naturale, prevedibile o imprevedibile, o da un errore tecnico, o dall’uso scorretto di uno strumento o ancora dall’erroneo giudizio sull’idoneità della vittima a quell’impresa.

In modo sempre più frequente e duro, ci sono quelli che cercano una compensazione economica al verificarsi di un incidente serio. Per lo più la pretesa è rivolta al Governo, ma può anche essere nei confronti di un membro del gruppo della vittima, dell’associazione di cui questo faceva parte e perfino del proprietario del terreno sul quale è avvenuto l’incidente (anche se detto proprietario nulla ha a che fare con l’incidente: solo per il fatto che ha “permesso” che si svolgesse quell’attività sul suolo di sua proprietà).

La compensazione può essere richiesta anche a tutti assieme questi “attori”. Chi richiede può farlo per una sua convinzione ma anche perché un avvocato gli si offre. Il fatto è che talvolta la famiglia della vittima è in cerca di qualche sollievo, di un modo per onorarla, anche con una compensazione economica.

In questo contesto, sia le organizzazioni che gli appassionati stessi sono soggetti a un rischio ancora più grande che l’incidente stesso: potrebbero essere accusati ingiustamente di essere responsabili della perdita della vittima, probabilmente amata sia dai parenti che dai compagni.

Il sistema legale brasiliano appartiene al diritto romano-germanico, e così si suppone che lo Stato sia responsabile della legiferazione e dell’aiuto ai propri cittadini. Questo fornisce grandi spazi di manovra per questa “corsa alla norma”, mentre si fatica il doppio a pensare a una fondazione più favorevole al concetto di “libero volere”. Questo concetto è ben presente nei paesi anglo-sassoni, dove si è liberi di scegliere qualunque hobby, basta che le conseguenze di questa scelta non coinvolgano altri.

Il problema è anche più critico quando si ha a che fare con minori. La legislazione brasiliana, con il suo spirito iper-protettivo, crea un muro di pietra di fronte allo sviluppo giovanile e al potenziale che hanno questi sport e la ricreazione outdoor, sia per i più piccoli che per gli adolescenti. Se si legge con attenzione tutta la dottrina legale, a nessuno sotto i 18 anni sarebbe permesso di affrontare attività rischiose, anche se queste sono state autorizzate dai genitori o perfino si svolgano in loro compagnia.

Dal mio punto di vista, ciò sembra essere un’inappropriata interferenza di Stato nei rapporti familiari. In più, se si osservano rigidamente le leggi, si hanno risultati anche più negativi di ciò che si voleva evitare: cercherò di dimostrare con un esempio quello che sto dicendo. Io ho cominciato ad arrampicare a 14 anni con il Centro Excursionista Petropolitano, una vecchia associazione di Petrópolis (Rio de Janeiro). A 15 anni, feci un altro corso con il Centro Excursionista Brasileiro, il più antico club di arrampicata dell’America latina, fondato nel 1919, ancora oggi operativo a Rio de Janeiro. Mio padre era morto, così fu mia madre a firmare un’autorizzazione in entrambi i casi. Così io posso attestare che dedicare gli anni dell’adolescenza all’escursione e all’arrampicata (a 17 anni ero tra i top brasiliani dell’epoca), con qualche puntata anche di surf e di immersioni subacquee tanto per non essere monotematico, fu la chiave della mia evoluzione personale. Praticando queste attività, fui in grado di sviluppare fiducia in me stesso, coraggio, spirito di gruppo, giudizio e capacità di decisioni sotto pressione, ecc. Per non menzionare il profondo rispetto e l’ammirazione per il mondo naturale che quell’esperienza nella wilderness, lontana dalla scenografia dei parchi urbani, risvegliò in me, indirizzandomi a una vita intera di immersione nella natura, cui mi sento di dover molto.

L’educazione all’outdoor è diventata progressivamente sempre più importante negli Stati Uniti e in Europa in generale, e non sto parlando di semplici uscite all’aperto. Le esperienze di questo tipo sono viste come componente essenziale allo sviluppo del giovane, e comprendono escursionismo, alpinismo, kayaking, rafting e altre. Il governo americano ha anche programmi specifici dedicati ai giovani e alla loro riabilitazione al rischio, che usano l’arrampicata su roccia per diffondere alcune delle qualità sopra menzionate. In Brasile ciò sarebbe proibito, stando alla legge, anche se queste attività si svolgessero in presenza dei genitori.

Evidentemente gli incidenti possono capitare sia ai giovani che agli adulti. Ma privare l’adolescenza di milioni di giovani delle opportunità di crescita offerte dal contatto con la natura, a causa di una limitata possibilità di sventure, è il baratto di troppo con troppo poco. Lo prova il fatto che questa norma non è osservata per nulla. Ma in ogni caso è una minaccia per quei genitori e insegnanti che ci provano a dare ai ragazzi qualcosa di più che ecosistemi artificiali fatti apposta per la comodità e la sicurezza, ivi compresi anche i parchi civici.

Arrampicata in Brasile
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Ogni giorno succedono terrificanti incidenti stradali in tutto il mondo, in molti dei quali sono coinvolti adolescenti e bambini. Anche da pedoni si corrono dei rischi. A dispetto di questo, nessuno ha mai proibito ai minori di salire su un’auto o camminare per strada, senza per di più la supervisione di adulti. Perché? Perché le statistiche ci mostrano i grandi vantaggi presenti nel lasciare i giovani formarsi anche su una strada piuttosto che stando chiusi in casa fino alla maggiore età, lontani da ogni danno fisico (a eccezione di violenze o incidenti domestici, cose anche queste assai comuni). Quindi, a me sembra che estendere questa considerazione anche al mondo naturale e selvaggio sia cosa valida. I genitori possono accompagnare i figli, ma dopo una certa età questo non è più necessario. La sola spiegazione possibile di questa differenza di trattamento presente nella legislazione è l’enorme fossato che si è scavato tra la moderna vita urbana e le nostre radici ancestrali.

E’ evidente comunque che tutti gli incidenti seri in attività d’avventura dovrebbero essere indagati con attenzione, per almeno due ragioni. Primo, perché capire come l’incidente è successo può portare a nuove procedure o avvertenze per minimizzare in futuro casi del genere. Secondo, perché attitudini criminali e grossolana negligenza possono in ogni caso verificarsi, e nessuno deve essere al di sopra della legge. Poi ancora ci sono leggi che regolano queste evenienze. In effetti, il Consumer Protection Act regola con mano severa il turismo d’avventura e il servizio di accompagnamento con guida. Comunque l’approccio che si ha per il turismo d’avventura non può essere valido per un gruppo di amici o membri di un club che si mettono in attività avventurose. In pratica, questo vorrebbe dire impedire queste attività o spingere alla loro pratica clandestina. Sono entrambe situazioni indesiderabili, dove i praticanti sarebbero soggetti a immeritate sanzioni.

Restrizioni d’accesso
Un’ultima e significativa minaccia agli sport d’avventura è la restrizione d’accesso alle aree selvagge, là dove emessa per paura di azioni criminali o danni. Questa tendenza fu dapprima propria di aree protette e pubbliche, come i Parchi, ma poi si è allargata alle aree private, sia pure con minore estensione. Queste restrizioni arrivano in varie forme: 1) con la richiesta di certificati scoraggianti se non inottenibili per la maggior parte degli amatori; 2) con l’obbligo di affidarsi a guida competente per poter visitare parchi (in questo caso ci sono anche motivi ambientali che giustificano questa richiesta); 3) l’accesso ad aree specifiche è semplicemente precluso per le attività d’avventura.

Queste restrizioni sono particolarmente ingiuste se si pensa che in passato furono proprio gli appassionati ad avere coscienza dei valori dell’ambiente e quindi a perorare la creazione di molte di queste aree protette, sia con iniziative dirette sia sostenendo movimenti di opinione a favore di zone montuose, foreste o laghi. Dopo aver lottato per la creazione del parco ci si può sentire davvero frustrati di fronte all’asserzione che chiunque può essere un potenziale distruttore dell’ambiente, senza possibilità di poter dimostrare il contrario. Ciò può generare una deprecabile ma ben comprensibile riluttanza a volere altri parchi, perché semplicemente anche quelle zone diventerebbero inaccessibili.

Abbiamo già parlato dei certificati. In realtà questi non garantiscono né capacità più raffinate, né comportamenti migliori in situazioni pericolose. Molti dei più famosi alpinisti brasiliani non si sono mai impegnati in questi programmi di certificazione, mentre ad altri che, pagando, si sono iscritti ai corsi è stato rilasciato un accredito formale che non serve a nulla di fronte a una situazione pericolosa. Nei parchi americani o europei nessuno deve esibire certificati, e neppure occorre essere soci di qualche club o federazione per andare a camminare, sciare o arrampicare. Ciascuno è cosciente dei pericoli insiti nella wilderness e quindi è responsabile per se stesso.

L’idea di richiedere ai visitatori di pagare una guida per la visita a parchi privati e pubblici nacque, in un’occasione assai specifica, nel parco nazionale di Chapada dos Veadeiros, vicino a Brasilia. Il fine era di bilanciare il numero degli addetti nei confronti dei visitatori. Non c’erano abbastanza impiegati. Questa motivazione, sebbene mal gestita, può essere comprensibile date le circostanze. Comunque, siccome era una soluzione pacchetto per adempiere a uno degli scopi del parco (fare in modo che il parco venisse visitato), i manager degli altri parchi del Brasile la adottarono pedissequamente. Subappaltarono alle guide il compito, e la responsabilità, di gestire i visitatori, inventandosi delle credenziali a prescindere dall’esperienza e dalle capacità delle cosiddette “guide”. Queste potevano accompagnare gruppi di una mezza dozzina di persone, trascurando perciò gli appassionati con maggiore esperienza.

Nota. La legge n. 9985/2000 stabilì il Sistema Nazionale delle Aree Protette (SNUC in portoghese) che esplicitamente dice che due delle funzioni dei parchi nazionali, e quindi per estensione delle altre zone protette, sono la ricreazione e l’ecoturismo.

Al Parco di Chapada dos Veadeiros l’invenzione si mangiò l’inventore. Per molti anni l’amministrazione del parco fu ostaggio dell’associazione locale di guide, che lavoravano quando e come gli aggradava. Sia che i visitatori fossero brasiliani o stranieri erano trattati dalle guide a seconda dell’umore del momento. Meno male che erano guide certificate…

Spesso il direttore era costretto ad andare a inseguire le guide una per una per cercare di accontentare gruppi di turisti che aspettavano impazienti alle porte del parco, magari dopo aver fatto un lungo viaggio per arrivare fin là. Un altro risultato fu che gli escursionisti esperti misero una croce su quel parco. Non era piacevole dover pagare anche belle somme alle guide locali, pregandole per di più. E per essere accompagnati su due o tre escursioni, sempre quelle, e di certo ben al di sotto dei loro interessi e capacità.

Fortunatamente, l’ICMBio, l’agenzia federale che gestisce quell’area, recentemente ha cambiato rotta. Fu una lotta con le guide locali per fare che il turista si riappropriasse del parco. Ora la gente può scegliere se prenotare una guida e, anche se il parco incoraggia questa soluzione, non è più obbligatorio. Una volta crollato questo feudo, anche altre aree in Brasile seguirono l’esempio. I servizi di accompagnamento guida sono ancora disponibili per chi vuole o ne ha bisogno, ma è permesso esplorare la wilderness con i propri mezzi, a patto di seguire le regole ambientali.

L’ultima restrizione alla libertà di praticare sport d’avventura e turismo è la più radicale. La chiusura “periodica” dell’accesso. Nello Stato di Espirito Santo, l’arrampicata è stata bandita per anni nei parchi nazionali, solo perché qualcuno aveva pensato che fosse un’attività pericolosa (e lo è) e non bisognava averci a che fare. Anche se ci sono altri parchi nazionali che dimostrano più flessibilità e concedono più libertà, e a dispetto delle promesse di revisione, questa brutta norma è ancora valida e colpisce tutta una classe di potenziali visitatori. Il diritto al rischio è arbitrariamente, unilateralmente soppresso con norme legali molto discutibili, trascurando perciò ogni vantaggio fisico e spirituale di cui i visitatori potrebbero beneficiare. Anche se il locale club di arrampicatori sta ancora negoziando, i progressi della trattativa sono lenti.

Conclusione
I tentativi storici di soggiogare gli impulsi di base dell’uomo sono falliti, avendo creato più problemi di quelli che intendevano risolvere. Con il Proibizionismo negli USA (1919-1933), bande violente si combattevano per il controllo della vendita clandestina degli alcolici, magari prodotti negli scantinati di rispettabilissimi cittadini. Proprio come l’alcol, anche le droghe portano qualcuno all’irresistibile impulso ancestrale di trascendere la realtà. L’odierna repressione in fatto di droga (la “guerra alla droga”) ha spinto alla formazione di altre gang ben più violente (i “cartelli”) per gestire un giro di miliardi di dollari. Tutte quelle strategie proibizioniste hanno fallito e servono solo a generare più violenza, più corruzione e a cacciare in galera migliaia di cittadini, altrimenti rispettabili, solo perché sono stati sorpresi in possesso di modeste quantità di sostanze varie e solo per uso personale. In evidenza di assenza di pericolo per altri. Oggi, alle Nazioni Unite, si è dibattuto su queste “guerre alla droga”, ma non si arriva a prendere decisioni valide proprio per la fortissima opposizione degli USA, guarda caso il paese che ha il più forte consumo di droga. La Chiesa cattolica s’inventò il celibato per poter reprimere uno dei più forti istinti dell’uomo: il sesso. Il grado di successo fu ed è minimo, è abbastanza comune vedere preti che trasgrediscono. In Brasile, al tempo coloniale, gli stranieri erano esterrefatti dal comportamento dissoluto di vescovi e alti prelati, sebbene a questo i nativi non facessero caso più di tanto. E, ancor peggio, in molti casi, la repressione ha portato ad atrocità perverse, come la pedofilia, diffusa in tutto il mondo, anche se la Chiesa si è sempre adoperata per reprimerla.

Per riassumere, gli amanti dello sport d’avventura stanno solo chiedendo il diritto di soddisfare un’esigenza che tutti ci portiamo dietro da tempo, poter praticare attività che loro sanno benissimo essere pericolose, poco o tanto. Nel farlo, sono coscienti di assumersi le conseguenze della loro scelta senza richiedere a nessuno (individui o istituzioni) quell’aiuto che in effetti non è doveroso. Questo è un obiettivo, né pretenzioso né ingiustificato.

2 febbraio 2014

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Divieto sul Grignone

Ci risiamo con i divieti! Questa volta abbiamo a che fare con il Grignone, vietato per almeno cinque giorni da oggi.

Era dei giorni scorsi l’ordinanza del sindaco di Ardesio (in Val Seriana) Alberto Bigoni che vieta lo sci alpinismo sul monte Timogno, da dove potrebbe scendere a valle una grossa valanga in grado di investire la pista da sci Pagherolo, agli Spiazzi di Gromo, e al monte Secco da dove scende la valanga del Vendulo che minaccia da sempre l’abitato di Ludrigno. Siamo in un quadro da Protezione Civile.

La salita sul versante orientale del Grignone
Grigna, in salita sul versante est del Grignone, 13.1.1974
In una situazione non minacciosa per gli abitati, ecco oggi l’ordinanza del comune di Pasturo: “Considerato che nell’ultimo periodo si sono verificate abbondanti precipitazioni e carattere nevoso, considerato pertanto che, sulla base delle indicazioni del Centro Funzionale Monitoraggio Rischi naturali della Regione Lombardia, riprese anche dai Bollettini Info Point della Comunità Montana della Valsassina, Val d’Esino e Riviera a cura della Casa delle Guide di Introbio e patrocinato dal Soccorso Alpino in relazione al progetto ‘Montagna Sicura’, risulta alto il rischio di distacco di slavine e valanghe specialmente in alta quota. Ritenuto per quanto espresso, di dover limitare le escursioni alpinistiche e scialpinistiche a tutela dell’incolumità pubblica, il Sindaco ordina il Divieto di escursioni scialpinistiche e alpinistiche di ogni genere, su tutto il territorio comunale sulle pendici della Grigna Settentrionale a partire dalla quota di 1400 metri dalla data odierna a martedì 4 febbraio 2014 e comunque fintanto che persistano di pericolo di distacco slavine e valanghe, sulla base dei bollettini di allerta meteo di Regione Lombardia”.

Accanto a questa notizia, abbiamo il bollettino nivo-meteo che giudica di grado 3 (quindi “marcato”) il pericolo di valanghe; questa classifica potrebbe essere rivista al rialzo per il sopraggiungere del vento di scirocco; abbiamo inoltre l’annunciata chiusura per il week-end del rifugio Brioschi, la struttura di solita aperta tutto l’anno situata proprio sotto alla vetta alla Grigna Settentrionale (Grignone), a 2410 m. Chiusura evidentemente decisa dai gestori per non favorire in alcun modo scelte azzardate di escursionisti incauti. Tutti segnali importanti che dovrebbero dissuadere chiunque.

L’ordinanza è stata emessa dal Comune di Pasturo, uno dei paesi ai piedi del Grignone, e ovviamente non riguarda il territorio degli altri comuni limitrofi.

I vigili dell’Unione Centro Valsassina e della Grigna Settentrionale spiegano che  in passato erano stati emessi solo degli avvisi, non ordinanze vere e proprie. Gli ultimi fatti di cronaca, come quello riguardante un disperso sulla Grigna Meridionale, avrebbero convinto le autorità a prendere un provvedimento di questo tipo, cioè un divieto.

Si può facilmente comprendere il desiderio umano del sindaco di “mettere in guardia gli escursionisti”, come tra l’altro predicano in tutte le salse le televisioni e la stampa. Si può anche comprendere come l’autorità voglia, con tale ordinanza, mettersi al riparo dalle possibili pretese di parenti di vittime piuttosto che di opinioni pubbliche male informate e tendenti a uniformarsi a un ombrello di sicurezza autoritario.

Non si può invece comprendere come si ritenga necessario il divieto, perché siamo persuasi che non è d’autorità che si riesce a convincere la gente, che ha diritto di fare scelte libere, a non fare scelte avventate. Un divieto prevede sempre delle sanzioni applicabili, ma non è questa minaccia che riesce a scalfire la presupposta fiducia nella propria fortuna: chi è convinto di essere al di sopra di una minaccia naturale, al punto da ignorare un avvertimento più che giustificato e sfidare il buon senso, figuriamoci quanto potrà essere distolto dai suoi intenti auto-lesionisti per una possibile pena pecuniaria…

In sostanza l’Osservatorio per la Libertà in Montagna sostiene che è doveroso diffondere avvisi di pericolo mentre è inutilmente liberticida emettere divieti, utili solo a sgravare la coscienza di chi li formula quando in realtà nessun carico di questo genere dovrebbe pendere sull’autorità.

lI rifugio Brioschi in vetta al Grignone
Vetta del Grignone con il rifugio Brioschi, 13.1.1974
In questo senso è confortante il comunicato dei vigili che precisano che non ci saranno blocchi stradali, pur nella volontà di mettere sull’avviso: questo infatti evidenzia il genetico non intento che sia data effettiva esecuzione al provvedimento “esemplare” (sarebbe salva ovviamente la sanzione data a qualcuno, ad demonstrandum).

Il diritto al “libero volere” è ben presente nei paesi anglo-sassoni, quasi assente nei paesi latini e nelle nostre municipalità. Libertà in montagna è libertà di movimento arricchita dall’esercizio della consapevolezza: che vuol dire preparazione, disciplina, consapevolezza del limite, e, solo secondariamente, raggiungimento di una prestazione. Libertà è anche quella di rinunciare, avere il coraggio di tornare indietro se i presupposti non sono sufficienti alla progressione o se qualcuno ci sconsiglia di farlo. Per questi motivi l’attività alpinistica e scialpinistica è e deve rimanere libera, pura e consapevole, ovunque e in ogni periodo dell’anno. E non deve essere confusa con l’attività sportiva, ispirata invece a criteri di pratica “sicura”.

L’Osservatorio auspica che qualcuno si decida finalmente a impugnare queste ordinanze, perché sia fatta giurisprudenza, anche se sono evidenti i problemi tecnici (si pensi ad esempio alla durata temporale dei divieti, in genere brevissima).

31 gennaio 2014

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Montagne: regole o libertà

 
Bel programma di Marica Terraneo su Trentino in diretta, dove alcuni esperti riassumono l’attuale situazione .

Sono 79 i minuti della durata della trasmissione http://www.radioetv.it/rttr/programmi/item/31#monitor
di giovedì 23 gennaio 2014, ma ne vale la pena, se vogliamo fare il punto assieme agli esperti sulla problematica delle regole o della libertà in montagna, con particolare riguardo a quella invernale, frequentata ormai da 100.000 scialpinisti/freerider e almeno 400.000 ciaspolatori, solo in Italia.

MontagneRegoleLibertà-1064-valangaNella conversazione emergono i punti più importanti, secondo me alla base di qualunque riflessione. C’è Martino Peterlongo, presidente di collegio delle guide del Trentino, che subito puntualizza quanto sia mendace la convinzione che in montagna possa esistere la sicurezza al 100%: concetto poi ribadito da tutti gli altri 5 partecipanti alla trasmissione.

Egidio Bonapace, guida alpina e presidente dell’Accademia della Montagna di Trento, parte con la constatazione che gli incidenti da valanga non diminuiscono di numero, ciò che diminuisce è la mortalità, evidentemente merito dell’equipaggiamento, del soccorso e dell’autosoccorso.

Paolo Tosi, dell’Università di Trento, presenta i risultati di una ricerca appena fatta sui frequentatori della montagna invernale per ciò che riguarda la percezione del rischio valanga (300 campioni, frequenza/esperienza medio-alta, provenienza triveneta): come mai, posto che i bollettini valanghe sono considerati da tutti attendibili, c’è qualcuno che decide ugualmente di affrontare pendii pericolosi? I risultati del questionario portano alla conclusione che a) certi individui hanno maggiore propensione al rischio; b) esiste una overconfidence, per la quale si presume di sapere ciò che invece non si sa abbastanza; c) esistono dinamiche di gruppo assai pericolose perché tendono a soverchiare la sensibilità del singolo.

Martino Peterlongo presenta i risultati dello studio Nivolab http://www.accademiamontagna.tn.it/news/nivolab-corso-di-formazione-sulla-sicurezza-montagna nel quale si è cercato di fondere assieme i due diversi approcci al rischio valanga: quello statistico e quello di intuizione/esperienza.

Tra le altre cose Tosi afferma che sono proprio i più anziani ad accettare i rischi maggiori, mentre sono i più esperti quelli che non li accettano.

Alla provocazione di un ascoltatore che si augura che coloro che provocano una valanga debbano essere portati in giudizio e puniti, praticamente tutti i partecipanti rispondono difendendo che la montagna deve essere libera e che chi sbaglia con evidenza possa essere trascinato in giudizio: con attenzione però, perché la strada vincente non è quella di vietare e punire, bensì quella di informare, formare, responsabilizzare. Tosi afferma che se c’è un eccesso di zelo normativo e punitivo, il risultato è quello del boomerang, cioè molti incidenti che si sono auto-risolti non vengono denunciati, così nessuno ne sa niente se non i protagonisti e si perdono preziosissime informazioni.

Notevole pure la riflessione di Adriano Alimonta, presidente del Soccorso Alpino Trentino, per il quale non si ha diritto di essere soccorsi comunque e in ogni condizione. Bisogna che tutti lo sappiano.

16 Marzo 2013 - Teglio localita Torena valanga sei persone coinvolte  - foto(NATIONAL PRESS/ORLANDI)

16 Marzo 2013 – Teglio localita Torena valanga sei persone coinvolte – foto(NATIONAL PRESS/ORLANDI)

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La cattiva informazione sulle sciagure di neve

Nel TGR Piemonte delle ore 14 di oggi 22 gennaio 2014 è stato mandato in onda un servizio mistificatorio per informare di una nuova tragedia sulla neve. A Ceresole Reale (Valle dell’Orco, Gran Paradiso) un operaio addetto alla diga è stato sommerso da una valanga ed è deceduto.

Il filmato è visibile qui: http://www.tgr.rai.it/dl/tgr/regioni/PublishingBlock-8cbbd8fc-3365-4785-a7ec-950b73541553.html

Per comodità la parte che ci interessa, dopo la immancabile e ineliminabile pubblicità, va dal minuto 3′.36″ al 5′.10″.

Nel commento di apertura viene sottolineato “come siano già dieci gli sciatori vittime di valanga in sole tre settimane”. Il deceduto, Pierfranco Nigretti, era lì per lavoro e non per concedersi un qualche pendio di neve fresca, quindi non si comprende perché si faccia riferimento agli sciatori. Ma nel seguito del servizio lo si comprende benissimo, perché s’insinua (e non velatamente) che la causa dell’incidente potrebbe essere stata una slavina provocata da altri sciatori (non viene certo detto, ma la zona da cui è partito lo stacco è impercorribile agli sciatori). L’insinuazione si allaccia molto bene all’apertura, da parte della procura di Ivrea, di un fascicolo per omicidio colposo contro ignoti sciatori…!

Il senso del servizio appare ancora più chiaro quando nel prosieguo la giornalista farà poi cenno al pm Raffaele Guariniello e alle sue indagini per colpire chi ha causato incidenti fuori pista a Bardonecchia.

Nel frattempo scorrono belle immagini di fuoripista estremo tipo trofeo Red Bull, in modo da suggerire al telespettatore che è proprio quello che fanno gli scialpinisti.

Non vogliamo in alcun modo sminuire l’accaduto. Questo è un tragico incidente sul lavoro. I due coinvolti, dipendenti IREN, si stavano recando sul posto di lavoro alla diga dei Serù. La notizia quindi avrebbe dovuto essere associata a un incidente sul lavoro causato da una valanga, invece è stato confezionato per poter sguazzare nelle attuali polemiche.
Preoccupano queste  mistificazioni giornalistiche che, in questo periodo caldo, amplificano e distorcono la notizia mandandola sul binario percorso dagli attuali magistrati, pm cui risulta assai difficile rivolgerci per far capire le nostre ragioni!

22 gennaio 2014

La diga del SerrùCattivaInformazione-20081117101755

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Differenza tra responsabilità e consapevolezza

Attenzione all’uso delle parole!

Libertà come diritto
Potremmo partire da una citazione filosofica di John Stuart Mill: “Ogni vincolo in quanto vincolo è un male”. Ma può sembrare banale e anarchico, perché non rifuggiamo le regole ma le vogliamo declinate col buon senso. Il libero accesso alla montagna è un diritto, ma solo se accompagnato da un lungo percorso di autodisciplina e auto responsabilità. Quando il nostro esercitare un diritto si confonde con la volontà prepotente e infantile di far ciò che si vuole questo va a scontrarsi con le altrui libertà, mette a rischio altre persone, limita i diritti di terzi, e quindi cessa di essere un diritto, trasformandosi in abuso.

Libertà in montagna è quindi libertà di movimento ampliata dall’esercizio della responsabilità: che vuol dire preparazione, disciplina, individuazione del proprio limite, e, solo secondariamente, raggiungimento di una prestazione.

Libertà è anche quella di rinunciare, avere il coraggio di tornare indietro se i presupposti non sono sufficienti alla progressione: persino gli alpinisti di punta non dovrebbero limitare la propria libertà di scegliere per compiacere gli sponsor o per una qualsivoglia specie di sudditanza psicologica, soprattutto per la valenza di esempio di cui sono portatori. Il ruolo di tutti diventa di formazione, educazione e sensibilizzazione alla responsabilità.

La libertà è un diritto essenziale di ogni uomo, l’alpinismo e la montagna sono una delle massime espressioni di libertà, perché le attività alpinistiche per loro natura non possono rispondere a regole prefissate come avviene negli sport classici. A regolamentare la nostra vita ci pensano già con molta efficacia e spesso con indiscutibile utilità e necessità i vari codici normativi. Individuiamo la libertà come ricerca e conoscenza di sé e dei propri limiti, come espressione alta di chi sa mettere in gioco se stesso con la padronanza dei propri mezzi e con la conoscenza del terreno di sfida. Libertà è ricerca di evoluzione individuale che va di pari passo con l’aumento di responsabilità del singolo.

Il rischio in alpinismo
Il rischio nasce dalla disparità tra uomo e montagna, come tra uomo e mare o uomo e deserti. Il rischio è elemento costitutivo dell’alpinismo e catalizzatore di libertà di scelta. Il rischio zero in montagna è una pura illusione che l’odierna società spaccia come raggiungibile. Il rischio in montagna va legato all’esercizio della responsabilità e la domanda che dobbiamo porci è: quale rischio mi posso permettere in questa situazione? La valutazione e la successiva accettazione del rischio è anche positivo elemento di opportunità e consente il percorso di evoluzione personale.

Dopo aver preso i dovuti accorgimenti per abbassare la soglia del pericolo, la piena comprensione del rischio aumenta la sicurezza globale. Questa comprensione del rischio può essere inquinata da una consistente “propensione” soggettiva al rischio, caratteristica di alcune persone, spesso inconsapevole e irrazionale. Propensione a volte esaltata dai media e dal mercato, confusa con la vera avventura.

Il diritto al rischio è valido solo quando è frutto di una scelta responsabile e rispettosa degli altri, nella matura accettazione che non esiste un diritto al soccorso sempre, comunque e in ogni condizione.

Differenza tra responsabilità e consapevolezza
In italiano, ma anche in altre lingue, la parola “responsabilità” ha un doppio significato. Stessa cosa per “auto responsabilità”. Nella prima accezione si riscontrano sostanzialità e sfumature che ho cercato di descrivere nei paragrafi precedenti; nella seconda, troviamo un significato molto minaccioso, quello della responsabilità giuridica.

Un vizio della società moderna è la ricerca obbligatoria di un responsabile per ogni cosa che accade, anche se questa è accidentale e totalmente indipendente dai comportamenti umani. Ad esempio la caduta sassi in montagna esisterà sempre e non è né prevedibile né eludibile. Il modello statunitense di far causa contro qualcuno per qualsiasi cosa accada, con lo scopo di farsi risarcire o di far comminare una pena, sta ormai radicandosi anche nella nostra società e nel mercato della sicurezza assistiamo a denunce e richieste di danni che sono assurde persino nella loro impostazione. Simili comportamenti non sono utili a nessuno, salvo agli avvocati: ingolfano i tribunali, e soprattutto mettono a dura prova la voglia dei volontari nel continuare a dedicare il proprio tempo libero per il bene della collettività.

Ecco che dunque risulta molto pericoloso l’uso della parola “responsabilità”, perché in sede di valutazione finale il giudice (interpretando la legge in modo assai restrittivo) si potrebbe aggrappare anche a questo: se uno si definisce responsabile, allora vuole dire che è responsabile anche di fronte alla legge, anche la più ingiusta, anche quella legge che in definitiva è liberticida.

Meglio dunque provare a sostituire la parola “responsabilità”, qui usata sei volte nei precedenti paragrafi, con la parola consapevolezza. Il significato non cambia e i rischi giuridici diminuiscono.

DifferenzaResponsabilitàConsapevolezza-giudice1

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Funzione dell’uomo sulla terra: ricerca di elevazione

L’umanità, nel corso della sua esistenza, non ha ancora saputo dare una risposta definitiva alla domanda “da dove viene l’universo, da dove veniamo noi?”. L’interrogativo è stato continuo nei secoli ed è tuttora assai incalzante, ma neppure le più avanzate teorie sul big bang né le fedi più intuitive e illuminate hanno potuto rispondergli senza dare spazio ai dubbi più disparati.

FunzioneUomo-guernicaGuernica di Pablo Picasso (1937)

Se non sappiamo chi siamo e da dove veniamo, ancora più nebulosa è la definizione del nostro obiettivo finale, sia come individui che come umanità.

Su questo punto, l’unica grande certezza che abbiamo è la nostra curiosità. Da secoli filosofie e religioni si affannano a ipotizzare quella che è la nostra “funzione”, dando per scontato che la “funzione” nobiliti la nostra esistenza. Davvero, non molleremo mai.

Non ci accontentiamo di sapere che un oggetto esiste, dobbiamo fare ipotesi sulla sua funzione. L’oggetto è nobilitato se serve a qualcosa. La funzione in definitiva è l’ascesi stessa, l’elevazione necessaria a chi come noi si sente sperduto nell’universo.

Lo sviluppo delle moderne teorie psicologiche ha dato un ulteriore contributo alla già enorme mole di concetti ed emozioni che si agita in noi come massa caotica.

L’umanità a suo modo si sente un po’ prigioniera nel suo ristretto ambito di “fruitrice” della Terra. Le menti migliori non cessano di vedere il futuro dell’umanità in chiave miglioristica ed elevata.

E’ stato merito della psicologia analitica junghiana se si è capito che l’elevazione dell’individuo passa attraverso la discesa agli inferi dei suoi propri contenuti inconsci, quindi attraverso il riconoscimento degli stessi suoi mondi “infernali” e profondi: quelli che, una volta riconosciuti e pienamente accettati, ci trasformano in esseri più completi.

Carl Gustav Jung chiamò questo sviluppo individuale “processo d’individuazione”, un iter faticoso che a ben vedere ha molto in comune con la meditazione buddista, con l’isolamento ascetico, con la ricerca alchemica del Graal.

Nel secolo XIX in Occidente si affermò la nuova filosofia romantica (unitamente alle varie forme d’arte a essa legate): una visione del mondo che vede contrapposti l’Io e la Natura, Conoscitore e Conosciuto. Ciò portò all’evoluzione del concetto di esplorazione, che da semplice curiosità per il mondo incognito propria dell’antichità evolve a rapporto dualistico con la Natura, specie quella selvaggia. Non ci si accontenta più di esplorare, ma ci si chiede come si può proteggere la Wilderness dal momento che ce ne siamo innamorati in tal modo.

L’alpinismo è figlio di tale Weltanschauung, è l’attività più limpidamente esplorativa che oggi possiamo praticare. E’ a tutti evidente come l’alpinismo, in quanto ascensione alla vetta, sia ottimo simbolo di ascesi.

L’idealismo romantico ha infatti e ovviamente riempito di significati il nostro alpinismo, colorandolo di “ascesi”, cioè miglioria, elevazione. Non si può essere davvero innamorati di qualcuno se non pensando che il rapporto con lui dia luogo a un’elevazione quasi “necessaria”.

Il processo d’individuazione, le cui meccaniche differiscono a seconda dei singoli individui, senza mai formule precise, permette l’allontanamento dalle sbarre della prigione in cui siamo nati. Questo processo ha bisogno d’una meta, altrimenti non è più individuazione ma semplice “fuga”. E qual è la meta dell’individuazione? Nient’altro che l’essere finalmente liberi di essere ciò che siamo.

In questo essere “liberi di essere” è il nostro scopo.

In questo processo l’alpinismo, uno dei tanti modi attivi per perseguire l’elevazione, incontra grandi ostacoli, alcuni evidenti, altri meno.

Le battaglie che occorre condurre per un alpinismo davvero utile alla nostra vera causa sono molte: e la regola fondamentale è che gli ostacoli non vanno semplicemente distrutti o rimossi, vanno “integrati”, proprio come vuole la ricerca analitica del profondo.

La deep ecology (Ecologia del Profondo) del grande filosofo e alpinista norvegese Arne Naess da pochissime decadi ci avverte sul nesso inscindibile tra conservazione della Natura e ricerca nelle nostre profondità tramite l’azione (per esempio quella alpinistica) o tramite il pensiero. Legame che ci porta diritti alla sensazione di essere finalmente liberi anche se non si è ratificato alcun documento ufficiale che ci spieghi cosa è l’Universo e chi o che cosa ci ha creati.

Oggi l’ostacolo principale all’elevazione, e quindi alla libertà, è costituito dalla società “sicuritaria”, una società che vorrebbe perseguire il massimo della sicurezza per tutti spacciando la “sicurezza integrale” come l’unico modo civile di vivere. Una società siffatta nega l’elementare diritto all’evoluzione, all’errore individuale, alla ricerca di una libertà che si può manifestare solo se conquistata, non “acquistata”. Una società che, se potesse, censurerebbe Guernica di Pablo Picasso perché pericoloso per la psiche o il Quarto Stato di Giuseppe Pelizza da Volpedo perché “minaccia all’ordine pubblico”. Una società che avalla l’Indice della Chiesa, più o meno coscientemente liberticida.

FunzioneUomo-quarto-statogggIl Quarto Stato di Giuseppe Pelizza da Volpedo (1901)

L’asservimento alla sicurezza fornita da altri o da altro da sé è un adagiarsi nelle mollezze del consumismo, un’abdicazione dalla ragione, una pigrizia che ci allontana dalla ricerca intellettuale, ma anche e soprattutto dall’azione e dalla presa di responsabilità di fronte a ogni genere di pericolo.

Come può esserci elevazione senza la sfida all’ignoto delle proprie debolezze o senza il seducente incontro con il Creato selvaggio? Come può esserci processo d’individuazione se tutti attorno a te ti sussurrano o ti ordinano di stare tranquillo e di goderti la vita così come è?

Nel momento in cui decido di compiere un’azione potenzialmente pericolosa per me o per i miei compagni devo prima di tutto essere certo che la mia sicurezza derivi da sensazioni interiori, non da attrezzature o tecniche e tecnologie. Queste devono svolgere un ruolo soltanto secondario, anche se non marginale.

Se, prima di iniziare l’azione, ci esaminiamo a fondo e scopriamo di non essere pronti, meglio rinunciare; ma se siamo pronti, allora è bene partire senza indugi, pieni di quella auto-responsabilità che ci permette di essere una sola unità con l’ambiente selvaggio. Il vero rapporto Uomo-Natura cui alla fine tende il Romanticismo, la libertà ritrovata dell’Uomo, nell’individuazione e nella contemporanea ascesi.