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Storia d’una foto

Storia d’una foto
di Roberto Serafin
(già apparso su Mountcity.it il 18 maggio 2016, per gentile concessione)

La foto del nostro arrivo al rifugio dopo la bella scalata alla Walker, sorridenti e dallo sguardo un poco sbarazzino, è una delle più care e che custodisco gelosamente. Eravamo giovani, pieni di ardore e di entusiasmo: nessuno e niente ci poteva fermare!”. Quell’immagine è diventata un’icona dell’alpinismo moderno. Riccardo Cassin, Ugo Tizzoni e Gino Esposito che vi appaiono sono ora i protagonisti a Lecco della mostra itinerante All’ombra della leggenda: Esposito e Tizzoni al fianco di Cassin allestita in Piazza Garibaldi, nel cuore della città, nell’ambito della rassegna “Monti Sorgenti” (inaugurata il 17 maggio, chiusa il 1 giugno 2016, NdR). Tre sono le grandi salite al centro di questa mostra, compiute dai tre alpinisti a volte uniti dalla stessa cordata come nel caso della Punta Walker alle Grandes Jorasses, altre volte agendo singolarmente con Cassin, come in occasione della nord-est al Pizzo Badile per Esposito e alla nord dell’Aiguille de Leschaux per Tizzoni. Tre imprese titaniche, che da sole meriterebbero lo spazio di una mostra specifica, ma che guardate nella loro interezza restituiscono bene l’immagine di forza, coesione e amicizia che c’era fra questi tre uomini.

Riccardo Cassin, Ugo Tizzoni e Gino Esposito raggiungono il rifugio Boccalatte dopo la storica impresa sulla Punta Walker delle Grandes Jorasses. Foto: Guido Tonella/Fondazione Cassin
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In occasione della morte di Esposito e Tizzoni, avvenuta per entrambi nel 1994 a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro, Cassin ha ricordato i due amici che tante volte hanno arrampicato assieme a lui, citando questa fotografia come perenne testimonianza del loro invidiabile affiatamento. Ma chi ha ritratto in modo tanto significativo i tre al ritorno dagli strapazzi della Walker? Considerato tra i maggiori cronisti dell’alpinismo classico, il fotografo si chiamava Guido Tonella, un torinese che è stato a lungo corrispondente della Stampa e poi del Corriere della Sera da Ginevra e ha lasciato importanti scritti di alpinismo. Tra i suoi libri “50 anni di alpinismo senza frontiere: la storia dell’UIAA, unione internazionale delle associazioni di alpinismo”. Tonella, un omone dall’aria imponente, sapeva cavarsela in roccia e fino all’ultimo, negli anni Ottanta ebbe il coraggio di battersi con gli sci di fondo delle lunghe distanze, Marcialonga e Marciagranparadiso comprese. Convintissimo che lo sci di fondo allunga la vita o, perlomeno, tiene sgombre le arterie (sarà…).

Cassin, Esposito e Tizzoni in abiti borghesi negli anni Cinquanta
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Le scalate importanti negli anni Trenta erano seguite il più delle volte nelle pagine del Corriere della Sera anche da giornalisti di rango come Dino Buzzati, Cesco Tomaselli, Ciro Verratti: il Corriere era uno dei pochi quotidiani che poteva permettersi il lusso di mandare degli inviati speciali al seguito degli alpinisti. Nel 1938 alle Grandes Jorasses toccò a Tonella il compito non solo di raccontare, ma di documentare fotograficamente la grande impresa compiuta da Cassin, Esposito e Tizzoni lungo la parete inviolata dalla punta Walker. Ed ecco che in discesa i lecchesi incontrano, secondo il racconto di Cassin, “uno strano tipo che cammina sulla neve con le sole calze”, e che “tiene in una mano la macchina fotografica e nell’altra una bottiglia di spumante”. E’ Tonella. E la foto che Tonella scatta a quei tre giovani abbronzati e felici è tra le più celebri della storia dell’alpinismo che all’epoca festeggiava gli eroi con le bollicine come oggi è di norma negli autodromi al termine dei gran premi.

Il nome di Tonella è legato anche a un’esperienza drammatica dell’alpinismo lecchese: il recupero di Claudio Corti negli anni Cinquanta alla Nord dell’Eiger dopo la morte del suo compagno di scalata Stefano Longhi e di due tedeschi. Purtroppo non si possono sottovalutare le responsabilità del giornalista nel pubblico linciaggio di Corti ingiustamente ritenuto responsabile della tragedia (Cassin stesso definì il povero Corti in un impeto d’ira “la vergogna dell’alpinismo lecchese” come racconta Jack Olsen in Arrampicarsi all’inferno). Ma sarebbe sbagliato trascurare il ruolo svolto dall’establishment alpinistico italiano che permise che ciò accadesse. Mentre i Ragni fecero quadrato intorno a Corti, l’apparato del CAI lo abbandonò al suo destino e fece un timido tentativo di revisione solo dopo il ritrovamento dei corpi di Nothdurft e Mayer e dopo che Toni Hiebeler (uno dei membri della squadra della prima salita invernale dell’Eiger nel 1961, e direttore della rivista Alpinismus) scrisse un articolo in difesa di Corti. Già sentita questa storia?

Guido Tonella
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La mostra
(a cura di Gognablog)

Una cordata che ha fatto la storia dell’alpinismo moderno. Ma soprattutto la storia di un’amicizia profonda. Riccardo Cassin, Ugo Tizzoni Gino Esposito sono stati i protagonisti della mostra itinerante “All’ombra della leggenda: Esposito e Tizzoni al fianco di Cassin” allestita in Piazza Garibaldi, nel cuore della città di Lecco, nell’ambito della rassegna di Monti Sorgenti. Inaugurata il 17 maggio 2016 alle 18 è rimasta aperta fino al 1 giugno 2016.Tre le grandi salite al centro di questa mostra, compiute dagli alpinisti a volte uniti dalla stessa cordata come nel caso della Punta Walker alle Grandes Jorasses, altre volte agendo singolarmente con Cassin, come in occasione della Nord-est al Pizzo Badile per Esposito e alla Nord dell’Aiguille de Leschaux per Tizzoni. Tre imprese titaniche, che da sole meriterebbero lo spazio di una mostra specifica, ma che guardate nella loro interezza restituiscono bene l’immagine di forza, coesione e amicizia che c’era fra questi tre uomini.

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La mostra, che già durante la fase di allestimento ha attirato sguardi incuriositi e interessati di molti passanti, è stata presentata da Alberto Pirovano, Presidente del CAI Lecco, che ha sottolineato come “la mostra storica itinerante, ogni anno dedicata a personaggi diversi dell’alpinismo lecchese, è una delle più storiche iniziative di Monti Sorgenti. Molto apprezzata, viene allestita in piazza, all’aperto, per raggiungere più persone possibile e ricordare a tutti la storia alpinistica della nostra città”.

All’inaugurazione era presente il vicesindaco Francesca Bonacina che ha ribadito l’importanza del turismo (di cui ha la delega) per la città di Lecco, e del prezioso ruolo rivestito in questo senso da Monti Sorgenti con i suoi eventi nel portare la montagna in città, alla portata di tutti. Presenti anche le figlie di Tizzoni ed Esposito, che hanno apprezzato testi e immagini, alcune sconosciute perfino a loro, e la nipote di Cassin, Marta Cassin.

Matteo Manente, curatore della mostra, spiega che “non è facile riassumere in poche righe la storia e le gesta di Gino Esposito e Ugo Tizzoni, due dei più validi e importanti rocciatori lecchesi, due che hanno legato indissolubilmente il proprio nome a quello di Riccardo Cassin, a sua volta leggenda dell’alpinismo, capocordata di tante ascensioni e voce narrante dei molti aneddoti riportati nei pannelli di questa mostra. La narrazione procede quindi per fotogrammi, piccole istantanee che il tempo non cancella, come in un racconto per immagini nel quale focalizzare l’attenzione sugli eventi principali che hanno caratterizzato la vita alpinistica di Gino Esposito e Ugo Tizzoni”.
Esposito e Tizzoni hanno arrampicato all’ombra della leggenda di Cassin, riflettendo della sua luce, ma allo stesso tempo contribuendo a far brillare ancora di più la sua stella – dice ancora Manente – i tre alpinisti sono stati una cordata che non solo ha scritto pagine importantissime dell’alpinismo moderno, ma soprattutto un gruppo di amici legati anche nella vita quotidiana da quel senso di lealtà e rispetto reciproco che alimentava la loro comune passione per la montagna”.

Gino Esposito (1907-1994) nelle parole di Cassin: “Rivedo l’impeto del suo passo giovanile, ritrovo il suo sorriso spesso solo abbozzato e un poco sarcastico. Di umore difficile, si abbandona alle volte a vivaci borbottamenti che ne puntualizzano così in modo un poco stravagante il carattere. Ma nel suo animo, fondamentalmente buono, spesso trova posto l’emozione alla vista di un delicato fiore sbocciato sulla roccia o al cospetto delle luci di un’alba sulle vette”. Gino Esposito era nato a Gorla Primo il 23 giugno 1907, ma a partire dal 1915 si è trasferito a Lecco. Nella città manzoniana alterna fin da subito lavoro e uscite in montagna, prima con passeggiate o escursioni con gli amici, poi ripetendo vie e itinerari sempre più difficili sulle cime di casa.

Ugo Tizzoni (1914-1994) nelle parole di Cassin: “Sotto il suo aspetto bonario e alle volte semplicione, possiede una grande ricchezza interiore: sa cogliere il giusto senso della vita nella sua profonda realtà e riesce ad infondere e trasmettere questa serenità a chi ha il privilegio di conoscerlo e frequentarlo”. Nato a Lecco il 23 agosto 1914, Ugo Tizzoni inizia giovanissimo ad andare in montagna, dimostrando da subito volontà e potenza fisica. Come per molti altri in quegli anni, la Grigna diventa la sua palestra ideale, dove formarsi, imparare e migliorare la propria tecnica di arrampicata.

Gino Esposito, Riccardo Cassin e Ugo Tizzoni
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McKinley 1961

McKinley 1961
di Fabio Palma (da sito dei Ragni di Lecco)

È la montagna più alta dell’America del Nord, si eleva a 6194 metri di altezza e fa parte della grande catena dell’Alaska, un arco montuoso di 960 km che si estende attraverso la parte sud-orientale dello stato.

Anchorage, Alaska, 1961
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Il Mount McKinley, oggi comunemente chiamato Denali, ha un’imponenza perfino maggiore di quella dell’Everest. Infatti il Monte Everest, benché molto più alto in termini assoluti (8848 m sopra il livello del mare), si eleva al di sopra dell’altopiano tibetano, posto a circa 5200 m, sicché il dislivello tra la base e la vetta della montagna risulta pari a circa 3600 m. La base del McKinley al contrario poggia su un altopiano elevato in media 700 m, conferendo alla montagna un dislivello effettivo di 5400 m. Tale caratteristica non deve però essere confusa con il concetto di prominenza topografica: la prominenza del McKinley è pari a 6138 m (quasi quanto la sua altezza), calcolata tra la vetta della montagna e l’istmo di Panama (56 m). In base a questo criterio, la montagna è la terza vetta più prominente del pianeta, superata dall’Everest e dall’Aconcagua.

Il Mount McKinley (Denali) e il suo sperone sud
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Il monte veniva chiamato dai nativi Denali, “la grande montagna”. Questo è il nome riconosciuto ufficialmente dallo stato dell’Alaska. Fu poi in seguito ribattezzata dai colonizzatori come Mount McKinley nel 1896, in onore del presidente statunitense William McKinley.

La spedizione al campo base: In piedi, da sin.: R. Perego, G. Alippi, L. Airoldi, R. Cassin; in ginocchio, A. Zucchi, Jack CanaliMcKinley-perego_038-1024x728

Per raggiungere la cima dal lato sud esisteva un’ultima inviolata parete di 3200 metri, ricoperta di neve e ghiaccio. Il primo conquistatore del McKinley fu il reverendo Hudson Stuck che con tre amici il 7 giugno 1913 scalò la montagna per la cresta ovest e per una semplice scommessa. L’autore di una fondamentale carta topografica della regione è Bradford Washburn, appassionato alpinista, fotografo e profondo conoscitore del McKinley che tra l’altro scrive: “Sulle cime del McKinley regna un clima medio da considerarsi il più rigido al mondo”.

Riccardo Cassin, non più giovanissimo, raccoglie intorno a sé cinque Ragni di Lecco molto giovani e di tempra eccezionale: Luigino Airoldi, Gigi Alippi, Jack Canali, Romano Perego e Annibale Zucchi.

In salita sullo sperone CassinMcKinley-perego_108-1024x727

Piero Ghiglione per primo ha pensato a una spedizione in Alaska e in seguito Carlo Mauri mi ha proposto di parteciparvi. Purtroppo durante l’organizzazione e i preparativi, Bigio ha subito un brutto incidente sciistico che lo ha costretto a una lunga convalescenza, precludendogli ogni possibilità di partecipare alla spedizione. Il lavoro deve ugualmente procedere e appena spedito tutto il materiale occorrente, precedo i miei compagni per ragioni organizzative e parto, solo con Romano Perego, da Malpensa il 5 giugno 1961 per raggiungere Boston.

Siamo ospiti del dottor Washburn, direttore del Museo delle Scienze di Boston e profondo conoscitore del Mount McKinley. Ci mostra la sua prezio­sa raccolta di fotografie del McKinley e le car­te topografiche e suggerendoci di percorrere l’inviolata parete sud, ci fornisce spiegazioni e delu­cidazioni accurate che mi danno subito un’idea chiara delle difficoltà della parete.

L’11 giugno conosco Don Sheldon, il valoroso pilota che con il suo piccolo aeroplano ci porterà sino alle immediate vicinanze della zona di attacco sul ghiacciaio Kahiltna Est e Bob Goodwin, un noto alpinista nord­americano che si unirà al nostro gruppo (Riccardo Cassin)”.

In salita sullo sperone CassinMcKinley-perego_077-717x1024

Sarà proprio Don Sheldon a creare il primo problema. Al momento della partenza il pilota sbaglia il luogo dell’atterraggio, portando la spedizione su un ghiacciaio distante da quello scelto per l’allestimento del campo base. Nessuno se ne accorge, se non quando Sheldon è già ripartito. Scesi a valle a piedi gli alpinisti rimandano il pilota a raccogliere i materiali ma nel frattempo il tempo volge al brutto e in totale, per l’equivoco, viene persa più di una settimana.

Quando poi il tempo ritorna al bello c’è troppa neve molle per tentare ancora l’atterraggio e la gran parte del materiale si deve portare al campo base “giusto” a piedi, perdendo così ancora giorni su giorni.

In discesa sullo sperone CassinMcKinley-0000+15La preparazione del campo-base è finalmente nella fase più attiva: vengono sistemati i viveri, l’equipaggiamento, il materiale alpinistico, le tende e il combustibile. Ognuno di noi si pro­diga con spirito di sacrificio e grande entusiasmo. Nasce così, quasi per miracoloso contrasto a questa natura così gelida e selvaggia, un pic­colo «mondo abitato». Il McKinley ci sovra­sta con la sua imponente parete sud, dove i miei occhi si posano spesso per scrutarne e carpirne ogni piccolo segreto (Riccardo Cassin)”.

Un rientro al campo base in piena tormentaMcKinley-perego_113-1024x739

Le manovre per l’allestimento sono lunghe e proprio alla fine inizia a nevicare. E andrà avanti per quattro giorni, costringendo tutta la spedizione all’immobilità.

Intanto Cassin continua a scrutare l’imponente parete sud. Per carpirne ogni piccolo segreto, per vedere se esiste via migliore di quella tracciata con le carte o con le ricognizioni.

Finalmente il 6 luglio la battaglia ha inizio. Si attacca il canalone e lo si attrezza con le corde fisse. Ma inizia a nevicare di nuovo, e si è costretti a scendere e a rimandare al giorno dopo.

Giornata successiva che si presenta come la precedente. Bella, ma con nuvole minacciose all’orizzonte che porteranno la neve entro il pomeriggio. Nonostante ciò viene superato il punto precedente e si sale anche in mezzo alla nebbia e alla bufera.

Fino a che la parete regala il primo vero problema. Un canale ripidissimo sormontato da un diedro che sembra impossibile da superare. Ma si deve passare da lì, e l’imperativo è riuscire a trovarne la chiave.

Ancora un giorno di tentativi, l’indomani, che non porta però a nulla. Cassin decide così di dividere gli uomini in squadre che tenteranno a turno di aprire la via, risparmiando così energie per il tratto successivo.

E il mattino del 9 luglio, grazie a Canali, Alippi e Airoldi, l’ostacolo è finalmente superato. I tre hanno trovato il modo di aggirarlo, scendendo in un canale e risalendo poi alcuni colatoi fino a trovarsi in cima.

Peccato che il tempo non riesca a stare bello per più di qualche ora di seguito. Ma ora la via verso il campo 1 è aperta, e nei prossimi giorni si potrà già cercare la posizione migliore per allestirlo.

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Il 19 Luglio 1961 tutti e sei raggiungono, dopo 17 ore filate di scalata, la cima, alle 23. Non c’è buio, data la latitudine. Ma il freddo è degno di un’invernale all’Himalaya, quelle che riusciranno ai polacchi da metà degli anni ’70 in poi. La discesa, infatti, è epica, Jack Canali arriva allo sfinimento e Alippi gli regala i suoi scarponi (di cuoio, che col freddo diventavano trappole), continuando la discesa su ghiaccio e neve con quattro paia di calze. Una valanga travolge Cassin, Perego cade ma si salva per l’atterraggio su un cumulo di neve soffice, poi la corsa all’ospedale, per i congelamenti, e infine il successo mediatico, meritato.

Il 26 Luglio 1962 John Fitzgerald Kennedy invia un telegramma a Riccardo Cassin, congratulandosi per la salita sua e del suo team della Sud del McKinley. E’ una pietra miliare nella storia dei Ragni di Lecco, la consacrazione a livello mondiale.


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Flash di alpinismo 10

Flash di alpinismo
Citazioni, impressioni e immagini – parte 10 (10-13)
di Massimo Bursi

Corde
Sua madre mi raccontò la storia dell’ultima corda nuova. Come al solito, Claudio le aveva chiesto un “sussidio straordinario” per comperare una corda nuova.
“Ancora una corda nuova!”
“Una corda costa meno di un funerale”.
“Sì, ma un funerale si paga una volta sola” (Anna Lauwaert a proposito di Claudio Barbier).

Ogni scalatore ha la cantina occupata da innumerevoli corde da roccia: quelle buone e quelle andate, colpite da scariche di sassi, “ramponate”, rovinate dagli spigoli taglienti della roccia o semplicemente troppo usate per essere ancora abbastanza resistenti.

Non c’è una regola fissa, un modo sicuro o un metodo scientifico per capire se una corda sia da buttare o meno, subentra piuttosto quel sentimento di sfiducia che ti porta a lasciare, un bel giorno, la tua corda in cantina e rimpiazzarla con un’altra nuova.

Le corde si ammucchiano laggiù, silenziose testimoni di questa passione!

Ogni tanto ci vorrebbe una bella sveglia rock per prendere le vecchie corde e stenderle, in maniera statica, dalla base fino in cima al Campanile Basso e poi portarci tutti gli amici!

Non si sa mai come impiegare le corde da roccia oramai vecchie. Ecco un modo originale di riciclarle: un originale ed indistruttibile zerbino di casa!
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Cerro Torre free!
Che cretini siamo stati!
Quando ci regalarono le corde pensammo bene di farcele dare tutte di colore diverso. Così dopo aver sottoposto la corda rossa da nove a sforzi e sollecitazioni di ogni tipo, durante la prima salita, ce la ritrovammo ben rovinata per le successive riprese senza poterla cambiare per esigenze di copione.
Fa così la comparsa il mitico nastro adesivo che tappa spellature e nasconde il bianco nylon dell’anima della corda.
Fidando in quella corda come in Belzebù cominciai la seconda salita del Cerro Torre (Fulvio Mariani – a proposito del film Cumbre girato sul Cerro Torre con Marco Pedrini).

Marco Pedrini nel 1985, effettua la prima ripetizione in solitaria della famosa via del compressore aperta da Cesare Maestri al Cerro Torre, e subito dopo ripete, ben due volte, scanzonato, lo stesso itinerario con Fulvio Mariani per girare lo storico film Cumbre.

Questa è stata la prima e vera salita in libera del Torre, poiché Pedrini e Mariani erano liberi dentro e potevano permettersi di ironizzare sul compressore e su tutte le manfrine di prove e controprove in cui era ed è tuttora prigioniero il Cerro Torre, Cesare Maestri e tutti gli alpinisti invischiati in una polemica senza fine.

Marco Pedrini aveva quell’irruenza spensierata e quell’entusiasmo contagioso che lo ha portato a fare alpinismo con il sorriso sulle labbra e senza star troppo su a pensarci e magari prendendosi anche qualche rischio in più. E il “Crosta” si prendeva tanti rischi.

Marco Pedrini ricorda una rockstar che vive fino in fondo la sua vita di eccessi consumandosi come una stella in cielo. Marco Pedrini è un punk rock gioioso che vive suicidandosi piano a piano. La musica dei Clash mi accompagna in questo parallelismo.

Su un prepotente sfondo di musica rock dei Black Sabbath, rivedo l’immagine di un Pedrini, ironico, che a cavalcioni sul compressore, come fosse una moto, si prende gioco dell’intero mondo alpinistico!

Marco Pedrini impegnato sulla sua nuova via Panoramix sul Gran Capucin al Monte Bianco.Flash 284Granitica certezza
Domanda – Ha dei programmi per il futuro?
Risposta – A ottantacinque anni non faccio programmi particolari, ma continuerò a scalare (Riccardo Cassin).

Riccardo Cassin è sempre stato molto deciso sugli obiettivi da intraprendere e scalare ha sempre fatto parte dei suoi programmi.

Basti pensare che Cassin partì nel 1938 da Lecco per risolvere uno dei problemi ancora irrisolti delle Alpi: la parete nord delle Grandes Jorasses, portando con sé solo una cartolina della montagna per potersi orientare.

La ripetizione, alla veneranda età di 78 anni, della sua Cassin alla parete nord-est del Badile conferma la sua estrema caparbietà nel voler continuare ad arrampicare e se c’è la passione non c’è limite all’età.

Non è inusuale che arrivino in falesia una cordata di vecchietti che sicuramente hanno passato i sessant’anni. A loro non interessa assolutamente nulla del grado e non si fanno problemi a tirare i chiodi, ma sono sicuramente i tipi più simpatici della falesia e quelli che sembrano divertirsi di più.

Sapere di poter arrampicare ancora per tanti anni ti infonde una grande sicurezza.

Riccardo Cassin in arrampicata, cinquant’anni dopo, sulla sua via al Pizzo Badile all’età di 78 anni.

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Geotecnia a infissi distanziati
L’arrampicata geotecnica ad “infissi distanziati” per il fatto di promuovere regole selettive basate esclusivamente su mezzi tecnici “innaturali” è la testimonianza di un’antietica paradossale per il fatto che non è possibile realizzare una difficoltà obbligata se questa è già insita nello stato di compattezza della natura verticale.
Si può solo inventare una difficoltà alterata che, disancorata con l’ordine naturale, si rivela illusoria rispetto alle possibilità effettive d’ognuno.
L’arrampicata geotecnica ad infissi distanziati a cui oggi molti guardano come etica definitiva, è retaggio della trasformazione del fatalismo d’un dogma, che invita ad accettare conseguenze inevitabili, in fanatismo d’un culto, che spinge ad obbedire ciecamente alle conseguenze.
Dipendenza dal culto della sicurezza geotecnica (Ivan Guerini).

Chiaro, no? Sebbene nessuno sia mai riuscito a capire fino in fondo la scrittura esoterica e dai toni ispirati di Ivan Guerini, lui ogni tanto riesce a sintetizzare il suo pensiero con buffe espressioni che colpiscono la fantasia.

Ad esempio il fatto di utilizzare spit sulle vie viene da lui chiamata “arrampicata geotecnica ad infissi distanziati”.

Ivan Guerini ha il limite, o il pregio, dipende, di essere rimasto fisso ed ancorato a valori, etiche ed esperienze di quando nacque l’arrampicata libera in Val di Mello. Da qui il suo radicato rifiuto dell’uso dello spit.

La sua vera genialità è nel coniare queste espressioni comico dispregiative dal suono vagamente scientifico.

Ivan Guerini dopo aver escogitato il gioco-arrampicata, ha inventato il gioco-linguaggio.

Tu a che gioco giochi?

Esiste ad Ajaccio in Corsica un museo di nut, friend ed altre attrezzature alternative ai chiodi, creato da Stephane Pennequin, un appassionato di attrezzatura alpinistica recente ma soprattutto passata.
Insomma c’è ancora qualcuno che professa un futuro alpinistico alternativo alla “geotecnica ad infissi distanziati”.
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Onestà
Mi rendo conto di vivere in una realtà separata dove sono i fatti a contare e non le parole, dove la vetta ha ancora un senso, dove l’onestà verso la montagna deve comunque prevalere, dove l’arrampicamento non deve essere inteso restrittivamente, né come uno sport, né come un fatto spirituale, ma come uno splendido connubio di mille componenti, che si possono semplicemente sintetizzare in una sola parola: alpinismo (Lorenzo Massarotto).

Lorenzo Massarotto parlava poco, scriveva nulla e faceva parlare poco di sè ma praticava molto un alpinismo onesto e fatto per se stesso e non per gli altri.

Il fatto di scalare per il proprio piacere ed interesse personale mettendo al bando la naturale vanità e voglia di mettersi al centro della scena, porta ad un’attività autentica ed onesta.

Per mettere in pratica queste parole ci vogliono parecchi anni di maturità.

Inoltre bisogna fuggire dalla tentazione di trasformare l’alpinismo cioè la passione in un lavoro poiché, così facendo, bisogna guadagnare denari e se i denari sono pochi ogni mezzo è lecito per cercare di guadagnare di più.

Insomma l’onestà alpinistica molte volte passa dalla purezza e dalla povertà.

Mi piace ricordare Lorenzo Massarotto che partiva dal paese di Cittadella per scalare le pareti del Civetta su un vecchio motorino Ciao ma assolutamente libero da tutto, da tutti e da tutti i condizionamenti.

L’estrema onestà è il vero prezzo della libertà.

Renato Casarotto durante la sua salita invernale al Pelmo. Sebbene Casarotto fosse stato criticato per le sue presunte scarse capacità alpinistiche – era lento – lui è sempre andato avanti per la sua strada praticando un’attività ad altissimo livello e in maniera assolutamente modesta ed onesta.
Flash 290Compagni di cordata
Ricordati sempre che in montagna si va col passo del più debole (Proverbio anonimo).

Tante tragedie sono successe in montagna poiché in cordata c’era un elemento più debole degli altri e questo ha rallentato la cordata, indotto al bivacco e fatto sorprendere la cordata da una furibonda tempesta. Spesso la bufera porta la morte dopo penosi bivacchi.

Da quando è iniziato l’alpinismo fino ad oggi, questo copione si è ripetuto innumerevoli volte, causando tragedie che hanno sempre colpito l’immaginario collettivo.

Da queste tragedie sono nati reportage, film, libri e rievocazioni.

Quindi una cordata equilibrata è sempre una buona azione preventiva, purtroppo succede sempre che qualcuno voglia fare un salto in avanti e finisca con il legarsi con una persona maledettamente più forte di lui.

Oppure succede che il nostro eroe non ha compagni e così accetta di legarsi con un pivello da tirare su come fosse un sacco di patate pur di portarsi a casa l’obiettivo ed aggiungere una riga al proprio curriculum.

Non c’è miglior fortuna per uno scalatore che trovare il compagno di cordata “giusto”.

Leonardo Di Marino, Heinz Mariacher, Maurizio Zanolla, Luisa Iovane e Roberto Bassi, un gruppo di amici fuoriclasse e compagni di cordata, qui fotografati in Verdon. Nel loro caso, l’unione di queste personalità, ha dato origine ad un gruppo creativo che per qualche anno ha dettato legge sulle Dolomiti e sulle falesie del Nord-est.
Flash 292
Settimo grado
Nelle Alpi il settimo grado va ricercato su grandi pareti e in prime salite. Su vie addomesticate e ripetute migliaia di volte è facile che si generino dei risultati eccezionali ma mancano la scoperta e l’avventura. Per fare veramente il settimo grado, e trovare magari l’ottavo, bisogna saltare al di là di una barriera che si chiama sicurezza. Bisogna mettersi in pari con l’anima. Bisogna che ci siano delle spinte interne che giustifichino il rischio al quale si va incontro (Lorenzo Massarotto).

Ci sono settimi gradi democratici, per tutti, ed altri invece molto severi, quasi aristocratici, circondati da tramandate leggende quali quelli di Massarotto.

I pionieri del settimo grado hanno saputo per primi andare oltre la barriera della sicurezza per fare un salto “quantico” in avanti.

Ci sono stati momenti quali la fine degli anni settanta, in cui convivevano non, sempre pacificamente, alpinisti classici da V grado ed AO con giovani leoni che proponevano il VII grado.

Alla Pietra di Bismantova c’era una storia, sconosciuta e naturalmente non degna di entrare nel libro della storia con la S maiuscola, ma che mi ha affascinato.

Si narra infatti della cordata di Gabriele Villa e di Emiliano Levati: sono due ragazzi, divisi da pochi anni di età, ma rappresentano il vecchio ed il nuovo che si confrontano e si mescolano fra loro.

Levati sale in libera ed apre i primi settimi gradi della Pietra mentre Villa incredulo segue con gli scarponi rigidi e con le regolari staffe arrancando dietro al veloce free-climber.

Nella storia ci sono periodi in cui arrivano forti cambiamenti ed improvvise discontinuità con il passato. Cerca di coglierli al volo e viverli da protagonista.

E’ il 1981 e siamo alla Pietra di Bismantova dove Gabriele Villa ed Emiliano Levati si stanno riposando dopo una giornata di arrampicata. Sul bagnasciuga del cambiamento abbigliamento californiano freak ed abbigliamento classico da alpinista in palestra si mescolano senza problemi.
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Ghiaioni di sesto grado
Oggi i classici sesti gradi delle Dolomiti sono per noi dei “ghiaioni”, in confronto alle difficilissime vie in palestra. Allora non ci andiamo, perché è noioso. Rifacendo quelle vie le braccia e le dita si addormenterebbero completamente. Sarebbe una giornata persa per l’allenamento (Heinz Mariacher e Luisa Iovane).

Davvero una classica via di sesto grado delle Dolomiti ti rattrappisce le braccia e le dita?

E’ proprio così vero che per fare gli altissimi gradi delle falesie bisogna trascurare gli itinerari alpinistici che portano via tempo e giorni all’allenamento estremo?

Al di là dell’atteggiamento spocchioso e superiore dei due fuoriclasse dei gradi estremi, c’è molto del vero in quel che affermano.

Da quando i due fecero quell’esternazione ad oggi la situazione è perfino peggiorata poiché le difficoltà in falesia si sono evolute e specializzate sugli strapiombi allontanandosi ancora di più dalla classica arrampicata dolomitica di placca verticale.

L’arrampicata verticale è diventata terribilmente démodé e non fa più notizia.

A te cosa importa? Dove ti diverti di più? Segui la tua passione ed il tuo divertimento e non il tornaconto in termini di piano di allenamento.

Heinz Mariacher impegnato su un fotogenico passaggio della via Tom Tom club alla Spiaggia delle Lucertole sul lago di Garda. All’inizio degli anni ottanta, Heinz Mariacher, Luisa Iovane, Roberto Bassi, Bruno Pederiva e Maurizio Zanolla lasciarono momentaneamente le Dolomiti per spingere le difficoltà estreme sulle placche di calcare della Valle del Sarca. Il Nuovo Mattino si stava trasformando in arrampicata sportiva.
Flash 296Insofferenti!
La gente inizia ad arrampicare perché soffre le regole e i regolamenti, e Dio benedica queste persone (John Gill).

Poche, pochissime o forse nessuna persona di quelle con le quali sono solito arrampicare ama regole e regolamenti.

In molti abbiamo scelto di arrampicare poiché siamo insofferenti ed anarchici verso tutte le regole!

Si, ci tocca vivere in una società civile e sottostare ad un codice di comportamento, ma per fortuna possiamo ancora andare ad arrampicare e fuggire da ogni costrizione e forma di controllo.

Di solito guardiamo con compassione i cosiddetti barbacai: cioè quegli arrampicatori, solitamente ricoperti da distintivi, riconducibili al CAI, probabilmente sono più impegnati e meritevoli di noi, ma noi dalla nostra parte abbiamo il vento della libertà ed il fatto di non dover rendere conto a nessuno.

Questo ci dà una forza incredibile!

Nell’arrampicata come nella vita cerca sempre di non farti ingabbiare!

 Luggi Rieser, dotato scalatore austriaco ora noto con il nome di Pram Darshano, è stato un esempio di come rompere le regole del gioco per ricrearne di nuove.
Flash 298Sii individualista
Guardati dal potere d’attrazione delle tendenze attuali. Esci e prova qualcosa di nuovo: sii individualista e cerca nell’arrampicata la tua via (John Gill).

Il bello dell’arrampicata è che ciascuno può e deve trovare la propria via. Chi fa le gare, chi si allena per la falesia, chi si allena per la montagna, chi alterna alpinismo e sci-alpinismo, chi d’estate scappa in Himalaya, chi d’estate scappa al mare a Kalymnos, chi scala solo strapiombi e chi invece ama le placche d’aderenza.

L’importante è che ciascuno possa trovare la propria strada da portare avanti con determinazione.

Non è uno sport dove il cronometro detta le regole, qui le regole te le imposti tu! Qui gli obiettivi te li dai tu!

Per questo il popolo degli scalatori è un popolo individualista e che rifugge ogni regola ed ogni gerarchia. Il gruppo o l’associazione alpinistica da forza al singolo individuo ma al tempo stesso ne smussa i caratteri individuali! Il CAI inquadra, addormenta la coscienza critica, facilita le relazioni tra gli individui, ma alla fine ingabbia e castra la creatività dello scalatore.

Oggi questo tipo di associazioni servono poco, forse la loro funzione originaria si è esaurita, sono lente a capire dove si muove l’alpinismo e, in poche parole, appaiono moribonde.

Sii individualista!

John Gill, scalatore boulder americano degli anni cinquanta, maestro autodidatta di arrampicata e maestro di ginnastica in una sua celebre esibizione. La vecchia Europa era lontana anni luce da questo approccio!      Flash 300

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