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Come ho “imparato” a sciare

Come ho “imparato” a sciare
(dal mio diario)

Il giorno dopo l’infruttuoso tentativo alla cresta SSE del Birillo (Monte Gropporosso) vado a sciare. Alle 4.10 sono già in piedi. Esco di casa con gli sci sulle spalle e mi metto ad aspettare il “30”. Gli sci non sono miei, mi sono stati prestati da Luciano Simonetti in attesa che i miei, da lui mandati a Bolzano per riparazioni, arrivino. Infatti ne ho comprato un paio di buona marca, austriaci e usati. Nuovi costerebbero sulle 40.000 lire. E invece così li pagherò, rimessi a nuovo, sulle 15.000. In complesso un buon affare. Ma per ora sono a Bolzano, così Luciano me ne ha prestato un paio.

Ho appuntamento a Limone Piemonte con Marco Ghiglione: lui m’insegnerà i primi rudimenti. Oggi è venerdì 27 dicembre 1963, il treno festivo non c’è. Dovrò fare un sacco di cambi. Parto alle 5.50 per Savona, io sono dentro, seduto sul seggiolino accanto alla porta della carrozza e cerco di non far cadere gli sci appoggiati alla parete. A Savona, cambio. Attacco discorso con un altro sciatore. Il treno ora è di quelli a nafta. Appena oltrepassato l’Appennino al Colle di Cadibona, ci caliamo in una fitta nebbia che però dopo un po’ scompare lasciando vedere un paesaggio innevato e con il cielo sereno. Con sei minuti di ritardo, alle 8.50 arriviamo a Mondovì. Qui tanti con gli sci scendono, evidentemente destinati a Frabosa o a Lurisia. Noi invece continuiamo fino a Cuneo per prendere un altro treno, anche questo un po’ in ritardo. Oltrepassato Borgo San Dalmazzo e Vernante, entriamo in val Vermenagna e alle 9.14 siamo a Limone. Non ricordo il nome della Pensione nelle cui vicinanze è casa di Marco.

– Tanto Marco a quest’ora chissà dove è – mi dico – meglio che io vada a sciare per conto mio!

Il biglietto di ritorno, Limone-Genova
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Seguendo altri, mi avvio alla cieca e mi ritrovo alla Seggiovia del Sole. Qui vedo che la gente si mette gli sci e io li imito. Ma non sono capace di mettermeli. Meno male che in quella arriva Marco che mi ha visto da lontano. Lui è senza sci, dice di essere un po’ stanco per aver sciato ieri sulle piste del Cross come un dannato. Arriviamo a un campetto un po’ prima di quello del Maneggio. Mi fa mettere gli sci, mi fa camminare un po’, mi fa scendere un poco in linea retta. Siccome non so frenare, cado. Poi m’insegna a salire “gradinando” e a “lisca di pesce”. Questo secondo modo mi rimane un po’ indigesto. Comincio a scendere a spazzaneve, ma combino poco di buono. Sarò stanco ancora da ieri?

Alle 13 andiamo a casa sua, m’invita a mangiare e a passare la notte lì. Mangiamo assieme alla madre. Il padre, Elio, sta sciando. Dopo mangiato arriva la famiglia Carbone, loro parenti, con padre, madre, figlia e figlio: gente molto simpatica. Poi Marco e io torniamo a sciare. Lui prende la Seggiovia del Sole e io continuo verso il Maneggio. Faccio ancora un po’ di esercizio, e vedo intanto che c’è un sacco di coda agli skilift. Io salgo a piedi, faticando come un mulo, poi comincio a scendere: ogni 15-20 metri prendo di quelle sberle sulla neve che non so come ho fatto a essere ancora vivo. Ma non mi perdo di coraggio e continuo a salire e scendere fino alla nausea, in un campo d’azione di un centinaio di metri.

Quando sono davvero stufo e ben contuso ritorno a casa di Marco, mollo gli sci e vado a telefonare a mia mamma per dirle che stasera non torno. A casa non risponde nessuno, così devo tornare alla cabina dopo un po’. Espletato questo dovere, torno a casa di Marco dove finalmente incontro anche il simpatico papà di Marco.

Si mangia in allegria, si gioca a carte, si va a dormire. Mi addormento subito (e lo credo, dopo le due giornate trascorse) e mi sveglio alle 9 del giorno dopo, assieme agli altri. Dopo colazione, via di nuovo a sciare.

Gli scarponi da sci dei primi anni ’60
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Torno di nuovo al Maneggio e, con grinta cattiva, compro un biglietto da 5 corse e mi rivolgo allo skilift piccolo. Mi metto in coda e, dopo più di venti minuti, afferro il piattello e me lo tengo saldamente sotto il sedere per tutta la salita. Dopo due cadutine iniziali, incredibile, riesco a fare un curvone in discesa, sulla neve dura, a spazzaneve. Bello contento, continuo a scendere in linea retta e, a un piccolo avvallamento, cado. Riparto e riesco a frenare a spazzaneve prima di sbattere contro un tizio. Rifaccio un’altra coda bestiale e poi scendo senza mai cadere! E così di seguito, con qualche caduta, esaurisco il mio bonus di cinque corse. Incoraggiato, compro altre cinque risalite per lo skilift grande. In cima, mi si presenta un pezzo di discesa fuori dalla mia portata. Il bilancio è di tre cadute, ma quando arriva sulla pista che ho fatto prima cinque volte, allora me la cavo meglio. Allorché riprendo la sciovia, vedo che molta gente si stacca prima dell’arrivo, per evitare il primo pezzo. Mi sembra una buona idea. E con quest’accorgimento esaurisco anche queste corse.

Sono le 14, penso sia ora di andare a mangiare. Vado in casa Ghiglione, ma non c’è nessuno. Marco, dal ristorante di sotto, mi vede e mi chiama. Le mie imprese destano qualche impressione: per aver messo gli sci la prima volta ieri mattina, pare non sia poco aver fatto oggi dieci skilift senza rotture d’ossa.

E allora, dopo pranzo, Marco e io prendiamo la Seggiovia del Sole arrivando in cima alla Punta Buffe. Ci mettiamo gli sci (Marco ha un paio di Caravelle 36) e proseguiamo verso la partenza dello skilift seguente su un sentiero faticosa per via della presenza di sterpi. Incrociamo suo padre, il sig. Elio, e finalmente Marco prende lo skilift dell’Alpetta. Io lo aspetto qui e gironzolo. Rivedo il padre, tornato perché aveva dimenticato qui la giacca a vento.

A forte velocità arriva Marco, con la sua classe di Campione di Liguria categoria juniores di slalom (ma forse era discesa libera, forse slalom gigante, non so). Insieme scendiamo verso la Punta Buffe, per una pista diversa da quella di prima, faccio una caduta rovinosa dove Marco scende a uovo magnificamente. Purtroppo io devo scendere con la seggiovia: dall’alto li vedo scendere assieme, bravissimi.

Dopo i saluti, vado alla stazione a prendere il treno delle 17.56, rimango in piedi nell’ultimo vagone. Solo a Borgo San Dalmazzo posso sedermi. A Fossano scendo e mi concedo un punch e un panino. A Ceva arrivo poco prima delle 21, mi bevo una birra al bar, mi vedo un po’ di Giocondo alla televisione, poi finalmente alle 21.30 riparto su un bell’elettrotreno per Savona. Mi addormento, appena in tempo per scendere alle 22.28. Al bar bevo un altro punch e aspetto il direttissimo per Genova, sul quale schiaccio un altro bel pisolino. Arrivo a casa a mezzanotte e mezza.

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Di viaggio ho speso, per andare e tornare, 3.240 lire. Un po’ troppe. Però il 19 gennaio comincerà a funzionare il “treno della neve”: questo non solo è diretto, ma costa andata e ritorno solo 1.710 lire. E per di più, su esibizione del biglietto ferroviario, si ha diritto a sconti su skilift e seggiovie. Per Mondovì e ritorno costa solo 1.030 lire, cui bisogna aggiungere la corriera per Lurisia, Artesina e Frabosa (altre 300-500 lire). Questi sono i miei progetti mentre mi addormento. E se un giorno volessi andare a Monesi, c’è una corriera che parte da Genova alle 4.40 di notte e costa, andata e ritorno, solo 1.800 lire.

Il 4 gennaio 1964 parto per il campo scout invernale. In realtà è stato un campo solo per definizione, visto che abbiamo dormito e mangiato in un convento di suore.

Sono costretto a partire con gli stessi sci di una settimana fa, perché i miei non sono ancora arrivati da Bolzano. Ho con me perfino un sacco letto imbottito, stile militare, prestato da un cugino. Faccio il viaggio assieme a Ennio Remondino, Orazio Carbone ed Ernesto Parodi, l’ex maestro dei novizi rover. Arriviamo a Limone in orario, in una giornata magnifica. Andiami al convento, attesi dalle suore. Normalmente è un asilo infantile che nella stagione invernale funziona anche da piccola pensione. Infatti, non siamo soli: ci sono altri con gli sci. Sistematici in camera, di fretta usciamo verso la neve, cioè al Maneggio. Orazio ed Ernesto mettono gli sci per la prima volta, Ennio è circa sul mio stesso piano. Ci abboniamo alle solite cinque corse dello skilift grande e, con la mia solita esuberanza, comincio a cadere a ripetizione. Ennio invece, più calmo, è più prudente e non cade quasi mai.

La Seggiovia del Sole, Limone Piemonte
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In una caduta più violenta delle altre spezzo entrambi i bastoncini! Sono costretto a noleggiarne un paio. Poi perdo altro tempo per una noia meccanica agli attacchi, incontro la sig.ra Ghiglione e sigg. Carbone. Altre chiacchiere e altro tempo perso. Quando torno a sciare sono arrabbiatissimo, così riesco anche a investire una poveretta che si trova sulla mia linea. Pace. Per fortuna non le faccio nulla… Poi, con Orazio ed Ernesto, vado a mangiare. Loro si sono dati da fare per tutta la mattina. Arriva anche Ennio.

Sono stato troppo impulsivo, non ho imparato un gran che questa mattina. Mi riprometto di fare diversamente questo pomeriggio. Mangiamo poco e male, quindi eccoci ancora al Maneggio. Ennio ed io prendiamo dieci corse dello skilift grande, che però poco dopo si arresta per un guasto. Siamo costretti a salire su quello piccolo. Nelle discese cerco di non farmi prendere dalla velocità e di curvare come si deve, qualche miglioramento lo vedo. Alle 17.30 sono ancora lì, me ne vado per ultimo. Ho fatto anche qualche discesa senza mai cadere!

Dal convento usciamo per andare in paese al bar. All’ora di cena ci ritroviamo al convento, poi ci ritiriamo in stanza a parlare della Carta di Clan. Poi è l’ora delle risate, perché prendiamo in giro quelli della stanza accanto agitando loro lo spauracchio dell’ossido di carbonio. In realtà gli invidiamo la stufa a carbone.

Il giorno dopo Ernesto riparte per Genova; noi andiamo alla messa domenicale, facciamo colazione. Quando stiamo per andare a sciare ecco arrivare il capogruppo Edilio Boccaleri, con Ugo Galdi e Luciano Ferroni. Ugo è stato negli alpini sciatori e va anche su roccia. Si sistemano nella nostra stanza, poi andiamo tutti assieme al Campetto del Principe. Ugo ed Edilio ci fanno un po’ scuola, ma non mi sembra che la teoria sul campetto mi serva a molto. Per fortuna si stufano anche loro, così andiamo alla sciovia del Principe.

Luciano rinuncia a salire, Ennio e Orazio cadono a metà salita. Rimaniamo Ugo, Edilio ed io. Dalla Casetta Rossa prendiamo la pista n. 3 che porta, per la valle di San Giovanni, a Campo Principe. C’è pochissima neve. Scendo alla meno peggio, guidato con pazienza da Ugo. Faccio ancora tante cadute, principalmente perché mi lascio prendere dalla velocità. Ripresa la sciovia con Ugo, mi succede di incrociare gli sci e cado rovinosamente. Aspetto che Ugo scenda da me, poi assieme raggiungiamo Orazio che era lì ancora dalla corsa precedente. Continuo a non vedere miglioramenti.

Su ancora, con Edilio, Orazio e Ugo. Alla Casetta Rossa ci raggiunge anche l’amico Marco Ghiglione, tornato da Sestrière dove era iscritto a una gara di qualificazione nazionale, rimandata però per scarsità di neve.

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Ora giù di nuovo. marco, che scende da dio, impreca contro di me, dandomi dell’assassino ogni volta che non vede il mio peso a valle o per altri errori. Non mi arrabbio: so che lo fa apposta a esasperarmi, perché vuole che impari. Ma per colmo di scalogna in quella discesa sono davvero pietoso. Arrivati in fondo, risalgo ancora con Marco e Ugo. Però loro scendono per la n. 2, mentre io mi rifaccio per la terza volta la n. 3. Poi vado a mangiare.

Al pomeriggio sono ancora con Marco sulla Seggiovia del Sole. All’arrivo della seggiovia ne approfitto per incamminarmi verso la vetta della Cima Buffe 1531 m, cosa che non avevo fatto la volta scorsa. Non sapevo neppure esistesse una Cima Buffe. Poi andiamo agli skilift. prendiamo il primo e arriviamo circa a 1700 m. Ci siamo tutti ad eccezione di Luciano e Marco che hanno proseguito per l’Alpetta con l’altra sciovia.

Scendiamo per la pista Panoramica, che poi farò altre due volte. Qualcosa imparo e il morale mi si raddrizza un po’. Ci perdiamo tutti di vista. Sta arrivando sera e alla Seggiovia del Sole siamo rimasti Marco, Ennio ed io. E’ quasi scuro, ma noi cominciamo a scendere lo stesso. In certi punti la pendenza è superiore alle mie possibilità di spazzaneve, quindi sono costretto a scendere a derapage. Cado molte volte, come Ennio.

Sono avanti, vicino alla Casetta Rossa. Marco è dietro perché aspetta Ennio. Questi prende un sasso e cade. Uno sci si stacca e scivola veloce per duecento metri, fino a Marco che riesce a fermarlo. Non vedo niente di tutto questo, poi però vedo Marco con lo sci di Ennio in mano. Il poveretto sta scendendo a piedi. Per non perdere tempo, dato che ormai ci si vede pochissimo, Marco mi comanda di scendere per conto mio. Scendo ancora per la n. 3: non vedo più nulla, solo il bianco della neve. Vado piano, perciò riesco a non cadere e arrivare a Campo Principe. Arriviamo al convento a notte fatta. La suola del suo sci ha un solco enorme di una quindicina di centimetri. Ceniamo, cantiamo, arriva da Frabosa Sergio Bione, così siamo in sette. Ci addormentiamo sfatti.

Il 6 gennaio, dopo la messa dell’Epifania, filiamo di nuovo su a Pian del Sole. Marco non l’abbiamo visto, Luciano ha preferito il Maneggio. Con Ugo ed Edilio salgo fino all’Alpetta, la giornata è splendida e da qui il panorama è bellissimo. La discesa non è un fiasco, ma ci manca poco. Non starò a farla lunga, dunque dico solo che dopo la rifaccio, continuo per la pista Aerea fino a Pian del Sole, risalgo lo skilift e mi faccio la Panoramica. Qui mi prendo la botta più forte di tutte, che riesce a spaventarmi. Quindi di nuovo all’Alpetta e giù ancora a Pian del Sole, poi ancora all’Alpetta, giù tutto a spazzaneve senza mai cadere fino al primo skilift e da lì a Pian del Sole con la Turistica. Anche quest’ultima mi viene bene. Con Edilio torno alla Seggiovia del Sole, e da lì ci buttiamo giù su Limone. Faccio abbastanza bene anche la pista del Sole, senza cadere e senza derapage. Dalla Casetta Rossa scendo per la pista n. 3. Sono le 14.30: al convento mangiamo molto, beviamo molto e paghiamo poco. In stato di leggera ebbrezza vado a restituire i bastoncini. Ennio, Orazio e io torniamo in treno, gli altri in auto. Il viaggio per Genova, in dormiveglia, dura 3 ore e 55’.

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Ho incontrato Daniza: cosa vi siete persi…

Ho incontrato Daniza: cosa vi siete persi…
di Chiara Baù
(da Il Giornale.it del 13 settembre 2014)

Tra le tante lettere pubblicate nelle varie redazioni sul caso della morte dell’orsa, siamo arrivati tardivamente a conoscenza di questa di Chiara Baù, milanese, appassionata di natura, che si è laureata con una tesi sulla conservazione dell’orso. Il racconto del suo incontro con Daniza è toccante e ci è piaciuto perché si stacca dal coro delle polemiche e tenta di offrire un contributo che è sempre prezioso, quello di chi, prima di giudicare, tenta di conoscere.

Questo il messaggio accompagnatorio di Chiara: “Questo articolo è stato poi pubblicato anche su Focus, la Repubblica, il Trentino e Vanity fair… Avevo scritto di getto non appena avevo saputo dell’uccisione di Daniza e quasi per gioco l’ho mandato a un po’ di giornali. Con mia grande sorpresa il giorno dopo era in prima pagina su il Giornale… ho lavorato molto nei rifugi, sono stata in Alaska, ho girato un po’ per il mondo è in quell’articolo c’è un po’ tutta me stessa… troverai molte critiche a questo mondo nel quale mi trovo sempre più ribelle ed estranea ma anche ammiratrice delle cose belle… questo è il primo anno che non lavorerò più nei rifugi, dove ormai la gente è più innamorata del segnale wi-fi che delle montagne…”.

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Ho incontrato Daniza: cosa vi siete persi…
di Chiara Baù

Ho incontrato Daniza in una piccola radura dieci anni fa durante la tesi, nel secondo anno del progetto Life Ursus. Il compito quotidiano era quello di rilevare nelle ore più improbabili per noi uomini, ma più probabili per gli orsi, la posizione di ogni esemplare. Erano circa le 5.30 del mattino, la luce tenue dell’alba si confondeva in quella radura nascosta ai confini del bosco. Il segnale era molto forte ma riuscire a vedere un orso era quasi impossibile. Dopo un anno di continui rilevamenti neanche l’ombra: l’orso per sua natura non ama farsi vedere.

Il mio sogno di bambina era quello di poterlo vedere anche solo una volta: non so come mai l’orso susciti un tale fascino in me, nelle tribù indiane che lo venerano da sempre o in chissà quale altra popolazione. Era già un anno che seguivo quel «bip bip»…

Quella mattina era speciale, ero in compagnia di una delle guardie forestali più esperte e appassionate di orsi. Nel silenzio di quelle ore mattutine ricordo che il segnale così forte quasi disturbava la pace del bosco, fino a quando a un certo punto «lei» è spuntata dagli alberi nella piccola radura, ricordo come fosse ieri. Si trovava a circa cinque metri da noi, ci ha guardato roteando il muso, incuriosita con l’aria di chiedersi: «Ma a quest’ora del mattino non avete nient’altro da fare che seguire me?». Ero impietrita, emozionata come non mai, insomma avevo davanti a me l’orsa Daniza, avevo davanti a me l’Orsa. L’avvistamento è durato pochi secondi scanditi dal battito del mio cuore, poi con il suo tipico andamento dondolante, Daniza è tranquillamente rientrata nel bosco. La felicità che mi ha preso è stata indescrivibile.

Chiara Baù
Presolana, Oskar Brambilla e Chiara Bau all'attacco della via dei Refrattari

Auguro a tutti di provare quella grande emozione, quell’incrocio di sguardi. È vero, è solo un animale, ma è l’Orso. Ricordo di aver immediatamente chiamato mia mamma a Milano senza rendermi conto che fossero solo le sei del mattino, provai a spiegarle ma non è facile descrivere la grande emozione che può portare l’incontro con un orso allo stato selvaggio.

Finita la tesi sentivo che aleggiava già una certa diffidenza e ignoranza nei confronti dell’orso in Trentino. Presa dalla voglia di riprovare quell’emozione così grande sono stata ben due volte in Alaska, in quelle terre dove è l’orso a farla da padrone, dove c’è rispetto per questo meraviglioso plantigrado, dove ci sono delle leggi che lo tutelano seriamente. Ho avuto l’enorme fortuna di vedere dei grizzly prima con una guardia forestale dell’Alaska e poi in kayak. Completamente da sola sono partita e ho avuto numerosi incontri.

Una volta ho letto una frase di Marie Curie che diceva «The power is the knowledge»: quanto è vero, signori miei.

Invito tutti a conoscere cosa voglia dire avere un orso nei propri boschi: è l’incontro con un mondo che vi siete dimenticati cosa sia, cercate in ogni posto dove sia il wifi senza sapere dove siete voi stessi, vi siete persi, dimenticando il fascino che si nasconde dietro all’incontro con qualcosa di selvaggio e totalmente incontaminato, dietro a una mamma che difende i suoi cuccioli. Conoscete ciò che vi circonda prima di averne paura o di giudicare. In quei pochi secondi in cui riuscirete a vedere tali animali in libertà sentirete dentro quel fascino primordiale che ci appartiene, che ci fa sentire parte di una natura così perfetta e in totale armonia, una natura le cui leggi dominano da milioni di anni, molto prima che nascesse l’Iphone 6. L’unico segnale che val la pena ascoltare è quello di seguire quell’armonia primitiva che solo la natura può darci.

Senza ricorrere agli scrittori romantici come Rousseau o Thoreau, fautori e celebratori della natura più incontaminata, poter conoscere veramente e apprezzare ciò che ci può dare un orso o qualsiasi altro animale è impagabile.

A me l’incontro con Daniza ha dato tantissimo, mi ha spinto nella direzione giusta arricchendomi più di qualsiasi «gratta e vinci». Non voglio insultare o dire quanto è vergognoso ciò che è successo a Daniza, ci sono già tante persone che lo fanno, ma solo augurare a tutti voi di incontrare un giorno un orso e di rimanere affascinati e arricchiti come lo sono stata io. Mi sento tra le persone più fortunate e privilegiate al mondo.

Auguro a tutti voi di incontrare un’altra Daniza un giorno.

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Un regalo sulla cima

Un regalo sulla cima
di Ivo Ferrari

Dietro ad una parentesi c’è sempre un qualcosa che…
Sono seduto accanto a Lui: un uomo enorme, potente e fiero, sulla testa un bellissimo cappello, sulla faccia il “tempo”. Sono seduto accanto a Ignazio, l’uomo della Sud della Trieste, dello Spigolo della Su Alto, della Nord-ovest del Civetta d’inverno, delle Alpi Giulie… sono seduto e gli porto i saluti di un amico comune, il Capitano Elso, custode della Valle di San Lucano.
Fuori il buio si è impadronito del giorno, all’interno una moltitudine di persone aspetta con ansia che il Gigante inizi a raccontare.
Sono seduto in disparte in sua compagnia, come due vecchi amici che si conoscono per la prima volta, l’emozione esce dalle mie labbra, domando e chiedo… voglio sapere e sentire la sua possente voce…

Ignazio Piussi, primi anni Sessanta
Ignazio Piussi
Ignazio Piussi in Antartide, gennaio 1974
Ignazio Piussi in Antartide, dicembre 1973-gennaio 1974Aldo Leviti lavora alla teleferica costruita sulla parete sud del Lhotse da Ignazio Piussi e “Dett” Alippi, primavera 1975
Lhotse (Nepal), parete sud, 1975 sped. naz. CAI, Aldo Leviti alla teleferica del campo 1 bis
Ignazio Piussi al rifugio Tissi, agosto 2007
rifugio Tissi, Ignazio Piussi

Alla mia domanda sul “Pilone”, il Gigante cambia faccia! Ride e diventa serio, scuote la testa e agita le mani, modella il Pilastro con le dita e ride…
“Sai, quella volta non mi avrebbe fermato nessuno: ero preparato, in forma… ma il Francese mi ha detto di aspettare, di passare i chiodi, di formare una cordata “unica”… e l’abbiamo preso in quel posto!”
Ride Ignazio, sembra ancora più alto, la sua faccia tonda cambia espressione ogni secondo…
“… ma la cosa che nessuno sa, e chi ha raccontato non ha raccontato, è che gli inglesi, sulla cima del Pilone, non hanno lasciato solo una bottiglia vuota, ma ci hanno lasciato anche un grosso STRONZO!!”
Stringe i pugni il Gigante, quasi stesse stritolando i “noti” inglesi, sì… loro, gli amici della “cordata unica”…
È ora: Ignazio deve iniziare la sua serata, mi guarda, mi stringe e mi ricorda di salutare il Capitano… mi stringe e quasi svengo… il Gigante mi ha stretto, Lui, il Grande Piussi…
Seduto in sala tra diverse generazioni penso “Chissà se avesse potuto stringere gli inglesi in cima al Monte Bianco!”

29 luglio 1961: Don Whillans e Chris Bonington (gli “inglesi”) in vetta al Monte Bianco dopo la prima ascensione del Pilone Centrale. Non visibili i due compagni Jan Clough e Jan Duglosz. Di lì a poco arriveranno in vetta i “primi ripetitori”, Ignazio Piussi, René Desmaison, Pierre Julien e Yves Pollet-Villard. Da notare la bottiglia di vino vuotata e conficcata nella neve. Era stata portata lì da un giornalista francese. La bottiglia è stata lasciata in vetta al Monte Bianco e non, come detto sopra, sulla vetta del Pilone Centrale…Don Whillans e Chris Bonington in cima al Monte Bianco dopo la prima ascensione del Pilone Centrale. Notare la bottiglia di vino conficcata nella neve portata su da un giornalista francese