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Alcuni temi di scuola – 2

Alcuni temi di scuola – 2 (2-4)

Le gallerie di sabbia
(quinta elementare)
Avevo sei anni circa. Un giorno di sole andai al mare con la mamma. Decisi di costruire una bella galleria con la sabbia. Mi misi a scavare e mi divertivo un mondo, quando capitò un ragazzetto biondo, con la faccia da birichino, che vedendomi si avvicinò. Per un po’ stette a guardarmi, poi chiese: – Che cosa fai, bambino?
Io feci il sordo.

Genova, bagni Monumento, 5 agosto 1948, con mamma Fiammetta
Genova, bagni Monumento, 5 agosto 1948, A. Gogna con mamma Fiammetta
Ma quello ancora: – Bambino, che fai?
Allora io risposi: – E non lo vedi? Costruisco una galleria.
– Posso aiutarti?
– Ma certo! Tu scava da quella parte…
Ricominciai a lavorare alacremente, e così fece lui. Lavorando, mi chiese: – Come ti chiami?
– Alessandro. E tu?
– Gilberto.

Scuola elementare Brignole Sale, Genova, anno 1956-1957. Mi si vede in prima fila, secondo da destra, tra Gian Filippo Dughera (a destra con lavagna) e Alberto Martinelli (a sinistra)
A. Gogna, 5aC, scuola elementare Brignole Sale, Genova
Gilberto lavorava con troppa fretta: chissà quante volte, per un pelo, non riuscì a distruggere tutto!
Io lo ammonivo continuamente: – Non scavare così in fretta, Gilberto!
Macché, testardo, voleva fare come la pensava lui e le mie parole erano gettate al vento. Finalmente le nostre mani s’incontrarono: per fare il tunnel più largo, Gilberto scavò ancora in fretta e… patatrack! La galleria franò.
Allora io con i denti stretti: – Te lo avevo o non te lo avevo detto di scavare più adagio?
– Certo!
– E allora perché non mi hai dato retta?
– Io?
– Sì, tu!
– Cosa vuoi dire, che sono stato io a rompere la galleria?
– Certo non sono stato io…
– Invece sì, proprio tu!
– Che bugiardo – dissi.
– Sei tu un bugiardo!
– Senti, via di qui! Non voglio vederti più, sciò! – e portai l’indice alla mia destra.
Gilberto se ne andò rattristato.
Questo è un episodio di quattro anni fa e, come volli, Gilberto non lo vidi più. Quanto alle gallerie non ci penso più, però allora erano guai se me ne toccavano una.

Scuola media Giovanni Pascoli, Genova, anno 1957-1958. Gli alunni della 1a “I” con la professoressa Goffis. In prima fila, io sono il primo a sinistra.
A. Gogna, 1a I, scuola media G. Pascoli

Scuola media Giovanni Pascoli, Genova, anno 1958-1959. Gli alunni della 2a “I” con la professoressa Goffis. Io sono in prima fila, terzo da destra.
A. Gogna, 2a I, scuola media G. Pascoli


Accadde…
(quinta elementare)
Dovete sapere che Borgomaro, il paese di mia nonna, è bagnato da un torrente che si chiama Impero. Sovente vado là a pescare. Parto con l’intenzione di mangiare i pesci che piglio, ma poi li do invece tutti al gatto. La maggior parte dei pesci di quel torrente sono barbi.

Era una tiepida giornata di settembre e io partii alla volta del torrente munito di un secchiello, una canna da pesca, l’esca (mollica di pane e farina annacquata) e un salario (quello che in italiano è il retino, NdR). Saltando tra gli scogli giunsi in un punto dov’erano molti pesci. Deposi da parte la canna, indi presi un pezzettino d’esca e gli feci prendere la forma di una pallina. Afferrai l’amo e lo ficcai nella pallina, poi risolutamente cacciai la lenza in acqua.

Il torrente Impero a Borgomaro
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Dopo un quarto d’ora sentii tirare. Con uno strattone violento tirai su tutto e vidi un grosso barbo che stava appeso all’amo. Lo afferrai e lo misi nel secchiello pieno d’acqua. Lanciai di nuovo in acqua la lenza e aspettai. Dopo un po’ sentii un bel… pluff!

Mi voltai dicendo: – Sbaglierò… ma credo di no!
E infatti nel secchiello c’era più solo l’acqua.
– Maledizione – ruggii – è scappato!
E ci voleva pazienza. Peccato che ne avevo poca!

Lanciai ancora la lenza, ma in un’altra mezz’ora non riuscii a prendere niente. Spazientito scagliai sull’altra riva la canna e afferrai il salario, deciso a catturare anche pesciolini grandi come la metà di un dito mignolo di neonato: dopo un quarto d’ora avevo già riempito il secchiello.

Mi alzai e mi diressi verso casa, ma a quel punto il destino mi giocò un tiro birbone: misi un piede in fallo e naturalmente… giù in acqua bello vestito. E i pesci presi? Più felici di loro… Mentre io, un po’ infreddolito, tornavo a casa tra le risate dei miei amici per farmi scaldare dal battipanni materno.

 

Ascoltando la radio…
Quinta elementare o prima media)

La radio è un apparecchio abbastanza recentemente inventato da Guglielmo Marconi. Alla mattina la mamma l’apre (a Genova “accendere la luce” si dice “aprire la luce”, NdR) e si gode una quantità di canzoni. Quando arrivo da scuola la trovo quasi sempre aperta; papà però non la vuole mai sentire se non quando c’è il giornale-radio; allora afferro la manopola e giro. Sento voci francesi, tedesche, inglesi e finalmente l’taliana…

Così tutta la famiglia si riunisce attorno alla radio. La nostra non è certo bellissima, però ha sempre funzionato e io le sono affezionato, perché è da un bel po’ di tempo che l’abbiamo. E’ una Marelli. Quando l’apro cerco sempre la stazione che mi diverte di più e cioè la trasmissione per i ragazzi, con fiabe e racconti, sport, barzellette e Tutti per uno. Ma la mamma cambia sintonia e cerca con sicurezza quella dove trasmettono canzoni. Oh, come sarebbe bello se per ogni passione ci fosse una radio! E’ per questo che essa non piò accontentare tutti nello stesso momento. Io l’ascolto però solo quando piove, così mi si calma il nervoso che ho quando non posso uscire e andare a giocare ai giardini, dove la radio è completamente dimenticata.

Scuola media Giovanni Pascoli, Genova, anno 1959-1960. Gli alunni della 3a “I” con la professoressa Goffis. Sempre in prima fila, primo a sinistra.
A. Gogna, 3a I, scuola media G. Pascoli

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I massi della Valle di san Nicolò

I massi della Valle di san Nicolò
(dal mio diario)

4 agosto 1962. Paolo Baldi ha imparato ad arrampicare con il corso di roccia proprio su questi massi. Immersi tra bosco e prati, sono abbastanza facilmente raggiungibili da Pozza di Fassa e Méida. Andiamo presto di mattina e subito scaliamo il Masso 3 per la fessura della parete sud, abbastanza facile.

Poi passiamo ad altri massi, alcune dei quali non numerati, e la cosa va bene anche lì. Infine andiamo al Masso 4 dove sono alcune vie molto belle.

C’è un tetto, chiamato il Naso, che esce in fuori di mezzo metro. Se si cade si fa un volo di circa due metri sull’erba.

Paolo non v’è ancora riuscito, nonostante che gli istruttori lo avessero assicurato dall’alto. Ora ritenta slegato, e ce la fa. Tento io e lo supero con una stile e un’eleganza pietosi. Poi facciamo altre cose, più o meno difficili. In seguito rifaccio il Naso, mentre lui fa una traversata di tutto il Masso 4. Alle 11.30 ce ne torniamo verso casa a Soraga, dove arriviamo stanchi morti alle 12.15.

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16 agosto 1963. Parto alle 9.19 da Soraga e alle 10.05 sono al Masso 4. Prima di tutto mi rivolgo al panciuto spigolo nord-ovest (il Naso) e lo supero agevolmente. Nella mattinata lo farò altre due volte. Poi faccio la parete nord per il diedro di destra. Quindi riesco anche a fare lo spigolo sud-ovest, deviando però un po’ a destra. L’inizio di questo è certamente V grado. Poi salgo la parete sud. In quella arrivano dei ragazzi con il padre.

Con loro vado al Masso 3 e salgo la fessura della parete sud (più o meno III+). Dopo essere sceso tento lo spigolo sud-est, ma è troppo difficile.

Ci trasferiamo al Masso 2, dove cerco di salire per la parete sud. Ci riesco per una via molto a destra (credo si di IV grado). Dopo torniamo al Masso 4, in tempo per vedere arrivare delle persone che conosco, armate di tutto punto: Paolo Cutolo, Gianni Storchi e un altro, nonché il famoso Pio Baldi, cugino di Paolo. Questi cominciano a piantare chiodi dappertutto. Fanno il Naso direttamente e in artificiale: io mi prendo la libertà di usufruire delle loro staffe. Poi loro tentano la diretta a ovest, ma io sono costretto ad andare via. Mi porta a casa il papà di quei ragazzi di prima, loro sono di Lavagna (GE).

Esercitazione in artificiale “fai da te” sul Naso del Masso 4
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Nel pomeriggio però ritorno ancora là, assieme a Paolo Baldi e ci dirigiamo subito al Masso 1, dove io salgo la parete est (III): Paolo, con i suoi scarponi nuovi, tenta ma non ci riesce. Per il sentierino di discesa sono subito da lui, che non è molto in forma. Facciamo anche una traversata sulla parte destra della parete, abbastanza difficile e non pericolosa visto è a mezzo metro da terra. Poi io cerco di fare una via, certamente più difficile, sulla sinistra della parete est, lungo una serie di cengette orizzontali. Sarà un IV- ma, senza corda, ho paura e rinuncio. Poi passiamo al Masso 2, dove ci perdiamo in tentativi senza concludere niente. Lo stesso al Masso 3. Ritorniamo quindi al Masso 4, il più piccolo ma il più bello di tutti. Paolo, sempre gnecco, fa le cose più semplici, io rifaccio più o meno quello che avevo fatto al mattino. Intanto ecco di nuovo quei ragazzi di Lavagna, con il padre e la madre e pure lo zio. Aiuto il più piccolo a salire il diedro di destra della parete nord, assicurandolo dall’alto con dei cordini legati assieme; poi faccio le altre due vie, facili, della parete nord, il Naso e anche un tetto sullo spigolo nord-est. Infine m’impegno sul giro del masso intero, tenendomi per tre quarti a metà parete e per il resto quasi in cima. Legando il cordino al Naso riesco a superarlo in artificiale dando spettacolo.

Masso 4, spigolo sud-ovest
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22 agosto 1963. Con la corriera delle 9.19 arrivo a Pozza. Da lì a piedi e poi, grazie al gentile passaggio di una Lambretta, arrivo al Masso 6, che è abbastanza distante dagli altri blocchi, l’1, il 2, il 3 e il 4 da me precedentemente visitati. Paolo mi ha parlato di uno spigolo che lui ha fatto con il corso di roccia l’anno scorso: mi ha detto che è molto bello e che sarebbe da rifare. Credo di riconoscere quello spigolo in quello a est. Naturalmente poi saprò che è l’ovest…

Intanto lo spigolo ovest lo faccio quasi tutto; poi lo ritento e questa volta arrivo in cima. Scendo per la via normale, che è un diedro vicinissimo allo spigolo ovest, sulla parete nord.

Quindi tento lo spigolo est, ma non arrivo neppure a metà e torno indietro, aiutandomi con dei cordini allacciati a uno spuntoncino. E’ troppo difficile. Questo mi fa sospettare che Paolo intendesse lo spigolo ovest. Al che me ne vado al Masso 1. Qui rifaccio la parete est, per la via normale di III. Poi mi rivolgo al Naso del Masso 4 e faccio delle esercitazioni in artificiale, con un solo chiodo e dei cordini.

26 agosto 1963. Con Paolo Baldi e Franco Fantini partiamo alle 14.24 e andiamo al Masso 6. Lì Paolo tenta lo spigolo ovest, ma senza riuscirci. Io invece lo faccio. Franco guarda e tenta anche lui di fare qualcosa. Poi io tento la parete nord, ma non ci riesco perché ho paura di impegolarmi e di non saper più scendere. Infine giriamo alla parete sud. Lì c’è una muraglia strapiombante, che Paolo ha visto fare al corso di roccia per dimostrazione. Il primo pezzo è una fessura strapiombante a tetto. Poi c’è una specie di terrazzino e poi la parete. Ebbene, con l’aiuto di un chiodo e di un cordino, raggiungo il terrazzino-piazzuola. Poi, con un salto, torno a terra.

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Ce ne andiamo al Masso 4. Qui c’è una compagnia di romani, tra i quali un certo Luca. Con lui cerco di fare in direttissima lo spigolo sud-ovest. Arriviamo quasi in cima con tre chiodi, ma alla fine devo rinunciare e lui anche: la difficoltà è troppa. Così poi, per recuperare i chiodi, Luca gira la corda a un albero in cima e io salgo con i nodi Prussik, sotto gli occhi estatici dei genitori di Paolo che intanto sono arrivati, della madre di Nicola Ricci e di altre signore anzianotte, mai viste e conosciute.

Levo due chiodi, i più alti. Il terzo lo leva Luca. Con la corda di Luca, Paolo e io insegniamo la manovra della corda doppia a Franco e Nicola, che se la cavano onorevolmente. Mentre Paolo fa le sue esercitazioni, io faccio fare a Franco il diedro di destra della parete nord, assicurandolo dall’alto. Poi faccio il classico Naso, per la prima volta senza aiutarmi con il ginocchio. Quindi mi trasferisco al Masso 1, dove c’è un sacco di gente che si allena. Lì, non assicurato, faccio sulla parete est quella via di cengette che il 16 non avevo avuto il coraggio di fare. Salgo anche la via normale della parete est senza una mano, con la sola destra.

8 luglio 1964. Vado un po’ ad allenarmi, ma non è lo scopo principale, che è invece quello di conoscere un po’ di gente per eventuali gite. Incontro Rino Rizzi, guida di Pera di Fassa, e parliamo di un po’ di tutto. Tra l’altro scopro anche l’ubicazione del Masso 5, fino ad oggi a me sconosciuto: però non è bello, dunque non credo che lo frequenterò molto.

Masso 6, spigolo ovest
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11 luglio 1964. Ho fatto conoscenza un po’ più approfondita con Paolo Cutolo di Roma. Lui, per mezzo di amici, mi ha fatto conoscere Antonio Bernard di Parma, che già conoscevo di vista. Si può dire che Antonio sia il re dei massi, Perché non c’è paretina che non abbia fatto. E non si creda sia solo un alpinista da roccette, anzi… Comunque facciamo subito amicizia e, visto che Paolo e io ce la caviamo piuttosto, ci porta sul diedro del Masso 2, parete nord. Lì ci sono un tre metri da fare in libera, ma pazzeschi. Li attacca e li fa bene, conoscendo gli appigli a memoria. Ci riesco anche io, dopo due o tre tentativi. Così siamo in cinque ad averla fatta: Aldo Gross, Toni Gross, Donato Zeni, Antonio Bernard e io… Poi mi dirigo al famoso (per me) spigoletto sud-ovest diretto del Masso 4, che l’anno scorso mi aveva fatto penare tanto. Quest’anno salgo benissimo, senza neppure pensarci. Con Antonio programmiamo di tornare qui nei prossimi giorni, lui è sicuro che posso fare tutto anche io, basta che mi muova articolando braccia e gambe in modo precedentemente studiato e con qualche trucchetto.

15 luglio 1964. Porto due ragazze Chiara Moltarello e Maria Rosaria (questa con il padre) a vedere come è fatta la roccia: vogliono infatti fare un corso di arrampicata. Chiara è molto appassionata, gli altri due sono solo curiosi.

Masso 6, spigolo est
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Questo però al mattino. Al pomeriggio ritorno a Pozza e m’incontro con Antonio Bernard, che lì ha una bellissima casa estiva. Lui ha tutta l’intenzione di dividere con me lo scettro di “re dei massi”. Infatti quel giorno riesco a fare in libera, sul masso non numerato vicino al numero 5, una via che nessuno aveva mai fatto! Adesso posso dar spettacolo davvero! I miei pezzi forti sono: Masso 2, parete nord; Masso 1, fessurina alla Dülfer centrale con prosecuzione diretta o con deviazione a destra su per una placca davvero liscia; Masso 4: parete ovest direttissima (che l’anno scorso neppure pensavo si potesse fare e che adesso so a memoria), parete ovest via di Sinistra (subito a destra del Naso), spigolo sud-ovest (salita e discesa, V+/VI-), spigolo sud-ovest diretto (questa via l’ho trovata io). Sono tutti passaggi al limite, che in parete non posso neppure sognare, ma che servono per fare le dita.

17 luglio 1964. C’incontriamo di mattina al Masso 4: Pietro Menozzi è il compagno di cordata di Antonio. Anche lui è di Parma e fa medicina. Naturalmente Antonio gli ha già detto del mio titolo di reuccio e a me “tocca” dare qualche saggio di merito. In compenso Pietro, avendo saputo delle mie gare di marcia, mi affibbierà il nomignolo di “Pamich”.

18 luglio 1964. Continuiamo i soliti esercizi, alla presenza di spettatori vari. Antonio mi confida la sua ammirazione per Paul Preuss e per il suo modo di andare in montagna. Tra l’altro lui si è già fatto la via Kiene alla Est del Catinaccio, solo e senza corda. Così decidiamo di fare qualche salita insieme ma slegati. Non so cosa ci sia preso a tutti e due. Per fortuna che poi non abbiamo mai messo in atto quel proposito. Io però ho fatto peggio, sono andato da solo, e per ben più che una volta, dando a credere a tutti, meno che ad Antonio e Pietro, di essere andato in compagnia.

24 luglio 1964. Con Pietro Menozzi e Sergio Caroli. Non ricordo neppure più cosa abbiamo fatto, senz’altro le solite acrobazie su due dita.

10 agosto 1964. Con Paolo Cutolo, Paolo Piazza e Franco Mangia. Niente da dire. La figlia del ministro Andreotti, Marilena, ha voluto cominciare ad arrampicare e noi l’abbiamo aiutata. Nel pomeriggio sono sempre là, con Alberto Poirè. C’è tantissima gente: lui non arrampica male, anche se è da ottobre che non tocca roccia.

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19 agosto 1964. Con Pio Baldi, Cesare Badaloni, Piero Badaloni, Imma Bossa, Franco Mangia, un tal Filippo e un altro ancora. Questa volta andato per fare imparare qualcosa ai due Badaloni e a Imma. Poi finisce che le solite acrobazie ci scappano sempre.

20 agosto 1964. Con Piero e Cesare Badaloni, Franco Mangia, Gianni Storchi, Francesco Bossa e un altro. Andiamo al Masso 6, dove non sono ancora stato quest’anno. Qui faccio con due chiodi (perché è bagnata) la parete nord. Mi seguono Piero e Franco, Piero assai male. Poi passiamo dall’altra parte e facciamo un po’ di artificiale.

26 agosto 1964. Questa giornata segna l’apoteosi (e anche la fine) delle mie esibizioni su questi massi. Eh sì, perché questa volta mentre sono al Masso 4 con Pietro Menozzi incontro tre soci della Sezione Ligure del CAI con i quali c’è una certa amicizia: Vittorio Pescia, Giorgio Noli e Gino Dellacasa. Non sto a raccontare per filo e per segno. Dirò solo che gli facevo vedere i vari passaggi e loro provavano, senza riuscire. E naturalmente giù le lodi più sperticate! Dopo il repertorio del Masso 4, passiamo a quello dell’1, ancora più sensazionale. Impossibile contare quante volte provano la famosa fessurina in Dülfer! Sono molto contento di questo, non perché ho piacere che vedano “quanto sono bravo”, ma perché Pescia, soprannominato Luci, è proprio il tipo che andrà a riferire in sede, a Genova, tuto quello che ha visto. In effetti lo farà. Questo servirà a far sì che tra gli amici del CAI di Genova io sia un po’ più considerato. Direte voi… questa è ambizione! E invece no, perché per me l’essere considerato in qualche cosa è ragione di vita: a scuola non sono un super-intelligent, in casa non posso dir nulla delle mie attività, con le ragazze valgo ben poco e cerco di evitare ogni cosa perché sono capace a niente. Almeno avere uno sfogo e non essere un fallito del tutto!

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Alcuni temi di scuola -1

Alcuni temi di scuola – 1 (1-4)

Quando sono ai giardini pubblici (4a elementare)
Esco di casa con mia mamma e vado ai giardini. Quando sono là trovo naturalmente un mio amico, o due o tre e così via. Discutiamo perché uno non vuole giocare al modo che vuole un altro e così ne nasce una mezza lite.
Poi riusciamo a metterci d’accordo. Se giochiamo a rialzo dura poco perché c’è sempre un imbroglione che dice: “ti ho toccato e tu non eri in rialzo.
L’altro si difende e dalle parole arrivano i fatti e quei due si pestano.
Se giochiamo a nasconderci mi diverto moltissimo perché è il gioco che mi piace di più.
Qualche volta viene un bambino, Massimo. Se c’è lui a me viene voglia di andarmene a casa, perché è il più teppista di quei giardini. Quando viene, lui inventa dei giochi da stradaioli: tirar pietre e polvere, e vuole sempre fare la lotta.
Quando arrivo a casa tutto sporco la mamma mi lava e anche si arrabbia. Vede i miei vestiti mezzi rovinati e mi dice: “Vandalo! A te le braghe durano un giorno e la maglietta manco mezzo”.
Io ai giardini pubblici mi diverto moltissimo perché è l’unico posto dove trovo i miei amici e gioco. Per la mamma è invece uno dei tanti posti dove si fa sangue marcio.

Scuola elementare Brignole Sale, Genova, anno 1952-1953. Io sono il primo da destra della seconda fila di seduti.
A. Gogna, 1aC, scuola elementare Brignole Sale, Genova

Scuola elementare Brignole Sale, Genova, anno 1953-1954. Io sono il 2° da destra di quelli seduti
A. Gogna, 2aC, scuola elementare Brignole Sale, Genova

Interrogazione (5a elementare)
Due settimane fa il maestro Acquarone c’interrogò sulla grammatica. Ci chiamò in ordine alfabetico e il primo fu Carrozzini.
Il maestro gli fece leggere una proposizione: e qui comincia il dialogo tra insegnante e scolaro, dialogo comico che ci ha fatto sbellicare dalle risa.
Dunque, come ho detto prima, il maestro fece leggere al proposizione a Carrozzini e questi lesse: “Io sarei andato all’ora solita a mangiare, ma tardai”.
Il maestro chiese. “Anzitutto facciamo un po’ d0analisi grammaticale. Cosa è io”?
Carrozzini: “Pronome… pronome… pronome…”.
Maestro: “pronome personale, maschi…”.
C: “Maschile e…”.
M: “Sing…”.
C: “Singolare”.
M: “Ora dimmi: cosa è sarei andato”?
C: “Voce del verbo mangiare”.
M: “andare, non mangiare”.
C: “Allora… voce del verbo essere andato”.
M: “Ma no, no!”.
C: “Voce del verbo essere mangiato”.
M: “Ma qui non ci sono cannibali!”.
C: “Ah, ecco” Voce del verbo essere!”.
M: “Ma no… no… no… se vai all’esame ti cacciano fuori a pedate! Oh, poveri noi!”.
C: “Ci sono! Voce del verbo andare”.
M: “Ooh, finalmente! Giusto. E poi?”.
C: “E poi cosa?”.
M: “Che cosa ti credi? Di aver finito di analizzare questo verbo?”.
C: “Ma…”.
M: “E su… modo cond…”.
C: “Ah, già! Bisogna fare tutta quella pappardella?”.
M: “Sicuro!”.
C: “E chi me la fa fare?”.
M: “Bastaaaaa!”.
Non occorre dire che noi altri ridevamo come matti. Ma, come dice il proverbio, un bel gioco dura poco e tutto finì quando il maestro si dichiarò vinto e le cose tornarono come prima. Il meno allegro, si sa, era lo stesso Carrozzini che, prendendo un bel quattro di grammatica, tornò al suo banco sconfortato e avvilito. Come ci rimettono i bambini che non studiano affatto!

Scuola elementare Brignole Sale, Genova, anno 1954-1955. Io sono il primo da sinistra della prima fila in piedi.
A. Gogna, 3aC, scuola elementare Brignole Sale, Genova

Temporale montano (5a elementare)
A Bieno, paese della Valsugana, dove vado in montagna, si scatenano sovente temporali, di pochissima durata, ma potenti.
Al mattino la giornata è bellissima: di solito un sole che spacca le pietre. A mezzogiorno qualche nuvoletta fa capolino dai monti che sovrastano la valle. In breve da quelle poche nuvolette si formano nuvoloni grossissimi. Tutto è ottenebrato. Dal basso della valle viene su una nebbia densissima. Qualche tuono si fa sentire. In un minuto un temporale violentissimo si scatena. I fulmini a volte schiantano alberi: sembra il finimondo. L’acqua inonda le strade. Goccioloni grandissimi bagnano qualunque cosa, muri strade, prati, orti. I contadini fuggitivi raramente trovano scampo. Lo scroscio della pioggia, i tuoni, il sibilare del vento, il guizzare della saetta, il serpeggiare dell’albero formano uno spettacolo bellissimo. Ma dura solo una decina di minuti. Trascorsi questi, la nebbia e le nuvole si dissipano. Il vento smette di ululare. La vita riprende il suo ritmo consueto. Il cielo, che poco prima era tempestoso, ora è placido, azzurro e calmo. Il sole asciuga tutto. La bufera è passata.

Scuola elementare Brignole Sale, Genova, anno 1955-1956. Si distinguono, oltre al maestro Acquarone, Gino Paladini (2o da ds, 2a fila), Alberto Martinelli (1° da sin, 1a fila) Guffanti (3°, 1a fila), Maurizio Galbusera (5°, 1a fila), Mario Tasso (2° da ds, 1a fila), Marco Di Vasta (1° da ds, 1a fila), Gian Filippo Dughera (2° da ds, seduto) e io (3° da ds, seduto)A. Gogna, 4aC, scuola elementare Brignole Sale, Genova

 

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Tra turchi e curdi

Tra turchi e curdi
di Bibiana Ferrari
(il testo in corsivo è mio)

27 luglio 1990. Partenza ore 23, pernottamento in area di parcheggio autostradale a Verona.

28 luglio. Confine a Gorizia ore 9. Circa 25 km prima di Belgrado, ristorantino fuori dell’autostrada, a 5 km (assieme a un’officina di autoriparazioni). Proseguiamo fino a 80 km verso Nis.

29 luglio. Passaggio in Bulgaria, ore 7.30. Thrilling della mancanza del libretto di circolazione, mentre Bibi dorme. Acquisti bulgari dopo Plodniv, con i leva cambiati obbligatoriamente: prugne, miele, melone (cattivo) e pomodori.

Bibi è punta da una vespa sul braccio che tiene fuori dal finestrino. Ore 16, confine turco. Altro thrilling per libretto che, subito dopo, viene ritrovato. Per converso scompaiono 50.000 lire turche (circa 25.000 lire italiane).

A Istanbul c’è una coda bestiale per il traffico domenicale di rientro. Arrivo trionfale al Mocamp Ataköy Camping alle ore 21. C’è una cena di matrimonio, con cantante e balli. Bello.

30 luglio. Ale si sveglia “with traversing coglions”: “Non siamo organizzati!”. Autobus, ricerca barca per Bosforo, conclusasi con clamoroso torto di Ale al riguardo della localizzazione delle barche turistiche. Si ripiega sul bazar coperto. Sgradevole sensazione per discussione su eventuale giornata a Istanbul al ritorno dedicata agli acquisti. Ricerca del ristorante del Topkapi (Konyali Restaurant): non trovato. Siamo finiti al Four Seasons, posto chic per turisti coglions, riempiti come tacchini inglesi, pagato come nababbi. Bus, camping.

Eflatun pinar (Fonte di Platone)
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31 luglio. Partenza da Istanbul ore 13, traffico incasinato ma non tanto. Izmit, Adapazari, Bilecik, Eskişehir, Emirdağ, Çay. Deviazione di 4 km per pipì di Bibi. Bettola lokanta ottima, trattamento familiare (18.000 lire T.). Notte in area di sosta vicino ai pioppi.

1 agosto. Partenza più mattiniera del solito e scelta di un bel luogo di sosta, con fonte e vino bianco raffreddato. Discesa a Eflatun pinar (Fonte di Platone), poi Beyşehir (sul lago omonimo, bello). Traversata di più valli, molto belle e boschive, sotto i Tauri occidentali. Discesa al mare per strada faraonica intervallata dalla vecchia stradina. Svolta a est per Alanya, insabbiamento sulla costa, bagno. Sosta al Mocamp a 32 km da Alanya, in località Okurcalar. Allo Yali restaurant mangiato pesce e Sis kebap, più vino bianco e rosso.

2 agosto. Bagnetti ripetuti alla spiaggia del camping. Ale (eroico) fa un tuffo pericolosissimo, troppo alto. Il sole picchia, così alle 14 lasciamo Okurcalar alla volta di Alanya.

Aaarghh! Palazzi di cemento e grandi alberghi ci dirottano subito verso altri lidi. Quelle costruzioni sono uno choc. Qualche km dopo altro bagnetto, merenda con meze, anguria (karpuz), tè turco (çay) e birra. Ristorati, raggiungiamo Gazipaşa dopo aver visitato le rovine di Iotape (tenute malissimo). Il camping di Gazipaşa ha un bel ristorante accanto. Ceniamo, serviti e riveriti da un intraprendente turco poliglotta. Grande incontro di backgammon tra i girasole (per Ale è la prima volta…). La notte sarà… turca, vicino a una famigliola che fa casino fino a oltre mezzanotte.

Antiocheia ad Cragum

Antiocheia ad Cragum, Turchia

 

3 agosto. Trasferimento mattutino sotto a falesia rossa con caverna per metterci il furgone. Accennato qualche passo d’arrampicata ma, visti i risultati, meglio prendere il sole. Provate per la prima volta le pinne. La cosa migliore è sdraiarsi sulla battigia. C’è solo una jeep con due austriaci, due turchi e altre quattro o cinque persone in lontananza. Quando la calura è al massimo ce ne andiamo. Poco dopo siamo a visitare Antiocheia ad Cragum, con tre simpatici bambini che ci fanno da guida. Impressione di abbandono, grande almeno quanto i fasti passati: colonne di granito sparse ovunque, una strada che ha fatto scompiglio di antiche cose. Ina violenza che proviamo solo noi, oggi.

La strada continua con bellissimi su e giù a mezzacosta, tra pini marittimi imponenti oppure bananeti. Acquisto banane. prosecuzione fino a bellissimo luogo 20 km prima di Anamur, bel promontorio, belle spiagge. 45 minuti di pace totale con aperitivo di grignolino. Continuiamo per Anamur e deviamo poi per Ane Mourion, la città vecchia. Grandi vestigia, grande abbandono e annesso tentativo di sfruttamento turistico. Ristoranti e campeggio proprio sotto alle rovine, delle quali a nessuno frega nulla, solo perché c’è il mare. pochi km più in là, appena oltre la fortezza ben conservata di Mamure Kalesi, c’è il campeggio delle tartarughe di mare. Bibi è in canotta verde ed è la più bella di tutte le ragazze.

Uchisar (Cappadocia)

Uchisar (Cappadocia), Turchia , Cappadocia

4 agosto. Notte infernale, le zanzare incominciano appena smettono cicale e grilli. Finiscono le zanzare quando ricominciano grilli e cicale. Alle prime luci, in più, attaccano le mosche. Decidiamo così di lasciare il camping alle 7.30 per cercare un luogo meno “fastidioso” per fare colazione. Inoltre siamo sprovvisti dell’ormai consueto yogurt mattutino. Inizia la nostra anabasi di paese in paese alla ricerca dell’agognata leccornia bianca. Dopo due ore di ricerca (la costa è bella ma non è raggiungibile per via della strada che passa molto in alto) rimediamo finalmente lo yogurt presso un Tesishi Petrol Ofisi (stazione di servizio). Imbandiamo un’allegra tavola accanto a una graziosa caletta con dei turchi che prendono la tintarella. Dopo aver trascorso la mattinata a mollo proseguiamo alla ricerca di nuovi lidi: e che lidi! A Karatepe ci si presenta uno scorcio sul paradiso terrestre, inaspettato visto il tenore delle baie precedenti (dove c’è sabbia raggiungibile ci sono alberghi e appartamenti): un’infilata di tre spiaggione bianche e deserte, lunghe fino a tre km.

Uchisar(Cappadocia)

Uchisar(Cappadocia), Turchia , Cappadocia

Bagno, uva, spostamento a Liman Kalesi. Altro bagno. Spesa a Silifke e telefonata ai genitori. Il progetto di cenare chez nous è abbandonato perché l’incantevole posto dove sostiamo si riempie di turchi rumorosi e grezzi. Al ristorante Ale rimanda indietro il vino e io mi arrabbio. Altra notte d’inferno.

5 agosto. Ale fa (a sua insaputa) l’ultimo bagno: seguiranno momenti di orrore, perché le coste tra Silifke e Mersin sono uno scempio di cemento, nella più totale trascuratezza. Poi, in corrispondenza di Mersin, cominciano anche le industrie. Sulla via per Tarsus, mentre facciamo gasolio, tanto dicono e tanto fanno che ci lavano (in quattro) il furgone. Risaliamo verso Pozanti (dopo inutile ricerca di cambio money). La strada è quella per Ankara, trafficata. Lunch sotto un ponte, come i barboni, mentre un turco pesca con la rete. Verso il Caykavak Pass si respira già un’altra aria, poi Niğde in lontananza. facciamo visita al monastero di Eski Gümüs. Molto suggestivo, con bellissimi affreschi, anche le colonne dipinte. Una visita serena che ci ha fatto per un momento sognare epoche antiche.

Bibi è assai colpita dall’atmosfera del villaggio di Gümüsler, ma è anche colpita da un attacco di insetti cattivissimi. Riprendiamo il viaggio verso la Cappadocia. Dopo Nevşehir ci colpisce il primo impatto con Uchisar, alla luce del tramonto. bel camping a Göreme, con cena casalinga.

6 agosto. Cappadocia eccoci qua! Effettuati lavaggi vari (stoviglie, corpi, indumenti), riempito lo stomaco, partiamo da bravi turisti alla scoperta di luoghi sì famosi. Incontro con i Salvi, nostri amici. Göreme è piena di turisti puzzolenti (nelle varie cappelle c’è un fetore rancido che rende insostenibile la visita. Scalata alla rocca di Uchisar, transito da Ürgüp per raggiungere Avanos e visitarla, comprensivo di un “tunnel della morte” traversato senza pila. Frenesia di partire per Çamardi. No comment. Lokantasi fetida, notte di gelo.

Bibi in mezzo alla famiglia di Cavit Alì e Hassan, Çukurbağ
Cukurbag, Turchia

7 agosto. Siamo a Çukurbağ 1530 m. Le tensioni serotine si ripropongono al risveglio ma, come per incanto, nel bel mezzo dei nostri musi lunghi, compare Hassan, giovane guida turca, che ci propone meravigliosi servigi per raggiungere la vetta del Demir Kazik 3756 m, la cima più alta dell’Ala Dağlar.

E’ quanto, forse, stavamo aspettando. Conosciamo tutta la sua famiglia, Cavit Alì, mogli, nipoti e mamma dai capelli rossi (spettacolo da non perdere). Contrattiamo il prezzo per i tre giorni di gita: 300.000 LT. Tale cifra è da noi formulata come controproposta alle 480.000 LT richieste, perché dopo aver fatto la spesa a Çamardi e aver chiacchierato con altra guida turca abbiamo ritenuto che fosse un prezzo giusto.

Campo sotto Dipizgöl, Aladag

Campo sotto Dipizgöl, Aladag, Turchia

L’accordo è raggiunto: si firma con un buon tè seduti davanti a casa tra i fiori di malva. Il pomeriggio trascorre tra preparativi e scorpacciate di albicocche e ciliegie che posso LIBERAMENTE cogliere dal giardino.

La cena ci viene offerta a casa sua: ottima, ma non abbondante. Integrata poi in furgone con pane, formaggio e cachi.

8 agosto. Colazione turca, poi partenza ore 9, con comitato di saluto al gran completo. Pian piano raggiungiamo Arpalik, un bell’altopiano che ci consente di evitare le gole. Lì, a 2300 m, incontriamo alcune donne nomadi che ci offrono assaggi di yogurt. Una di loro è malata e vorrebbe delle medicine. Un ragazzetto turco si accoda alla nostra carovana di asini e chiacchiera con Hassan. Superiamo un colletto a 2565 m e da lì in breve siamo a Tekepinar 2540 m, dove una bella sorgente ci invita a fare sosta per il pranzo. Attorno alla pozza cresce una profumata mentuccia che raccolgo, mentre un’aquila ci volteggia sopra. A Dipiz Göl 2860 m altro campo nomade, dove “ordiniamo” yogurt e formaggio per la cena. I pastori si divertono con i binocoli di Ale.

Kuçuk Göl
Kukuc Gol, Aladag, Turchia

Facciamo campo a Kuçuk Göl 2960 m, accanto a una tenda di tedeschi. Tentiamo con disgusto di mangiare una minestra liofilizzata. La notte è molto fredda e Hassan si irrigidisce.

9 agosto. Partenza ore 7.30. Ho mal di pancia. Giunti a un colle a 3190 m (quello tra il Demir Kazik e il Kuçuk Demir Kazik), con Ale attacchiamo la cresta nord, un’arrampicata assai panoramica, faticosa ma non atletica. Troviamo qualche vecchio chiodo e su quelli messi da Ale faccio pratica di schiodatura. Grossa delusione quando credo di essere quasi in punta e invece ci tocca calarci per 55 m da un pinnacolo farabutto. Siamo in vetta a 3756 m alle 15.30. La discesa è per la via normale: inizialmente impegnativa poi, raggiunto un colle a 3400 m, divertente perché si scende per lunghissimi ghiaioni. Alle 19.30 arriviamo a Kayacik 2780 m, dove incontriamo quattro tedeschi dell’Est, al cospetto di alcune belle stelle cadenti. Hassan ci aveva preparato il campo.

In vetta al Demir Kazir
In vetta al DEmirkazir (Aladag), Turchia

10 agosto. Via dal campo per le 10, poi giunti a un ristoro (Trekking Traveller 2030 m) ci concediamo un’aranciata. Scendendo ancora ci ritroviamo a pianificare i giorni futuri.

Ultimi km in moto, dopo il “centro” di Çukurbağ. A casa di Cavit Alì tutto regolare nelle operazioni di paga e di sganciamento, assai facili. La moglie di Alì (il fratello maggiore di Hassan) si lascia sfuggire una lacrima quando partiamo.

Per una strada secondaria (Içmeli, Doğanli, Edikli e Orhanli) arriviamo a Derinkuyu: anche se probabilmente abbiamo perso tempo perché in realtà era quasi un “fuoristrada”, specialmente la discesa su Derinkuyu. Qui visitiamo la città sotterranea (otto piani) assieme a tre o quattro dozzine di turisti vocianti.

Al tramonto ritorniamo a Göreme, nel camping precedente. Doccia e cena in un ristorante di fronte. Bibi, famelica, paga tutto nella notte con urgenti scariche al bagno.

11 agosto. Lasciamo Göreme verso le 12 alla volta di Malatya, via Develi (piana di sabbia), Tufanbeyli, Göksun, Elbistan e Yeşilyurt. Cerco di comprare un giornale straniero, ma senza successo. Ci consoliamo con 1,3 kg di miele che successivamente si rovescerà dietro il sedile di Ale. Le strade segnate in giallo sulla carta sono in cattive condizioni, capitano spesso lunghi tratti di sterrato non annunciati dalla carta e più volte vaghiamo per i paesi (20, 30 case) senza capire qual è il proseguimento della nostra strada.

Siamo a Malatya alle 20. Con l’aiuto della fedele guida turistica raggiungiamo un hotel dal quale posso telefonare a casa. La mamma di mia cognata mi mette in agitazione con l’Iraq che ha invaso il Kuwait. Ceniamo in un lussuoso locale al sesto piano di un edificio in centro città. Notte al Petrol-opisi di fianco a una strada fantasma. Ma la cagarella è passata.

12 agosto. Deliziosa (ma letale per Ale) colazione a un tea garden stile notturno.

Il lago di Van ci attende. Quattro ore più tardi incomincerà il malessere di Ale, mentre attraversiamo Elāziğ, Muş, Tatvan. Siamo ormai sulla riva meridionale del Lago di Van (Van Gölü). Sosta camping a Gevas. Cena chez nous con miliardi di moscerini.

Timar (Lago di Van)
Timar (Lago di Van), Turchia

13 agosto. Giornata monotona, con turismo a Van e sosta in un tea garden merdoso. Visita ai bazar, acquisto di verdure per la cena. Poi camping umido Anatholia. Ale sta ancora male ed è antipatico. Io piango, telefono e bevo birra.

14 agosto. Ultimi lavaggi prima di partire per l’Ovest. Giretto a van dove compro gli orecchini che avevo visto il giorno prima. La gola mi fa comprare una pizza turca buonissima. E’ il lahmacun (che in arabo significa impasto con carne), un sottile strato di pasta ricoperto di carne macinata piccante, pomodoro, e altri ingredienti. Viene solitamente cotto in un forno a legna e servito con insalata e limone. Qui si trattava di una variante al formaggio. Poi bagno sulle rive del lago a circa 50 km da Van, dove siamo circondati da ragazzini curiosi. Uno di loro è a cavallo e Ale ci salirà sopra per fare una foto. Lasciato l’enorme distesa del lago, a Tutak il furgone fa le bizze e alcuni locali ci aiutano a ripartire. Una bella strada ci porta fino ad Ağri seguendo il mitico fiume Eufrate. Baracchini vendono dei grossi pesci. Giungiamo a Erzurum alle 21, ceniamo in un lussuoso ristorante, poi notte alla solita catena di camping.

15 agosto. Visita di Erzurum, percepiamo venti di guerra. Proseguiamo ugualmente verso ovest, Aşkale, Tercan, Pülümür, Tunceli, qualche pezzo di strada davvero pessimo. A Tunceli siamo controllati dalla polizia. Sono preoccupata per la guerra e discuto con Ale che però se ne frega.

Parete e spigolo est del Kukkul Kadigi (Munzur)

Parete est del Kukkul Kadigi (Munzur), Turchia

Percorriamo la pista per Ovacik che attraversa una regione con vedute bellissime. Dei militari idioti ci fermano poco dopo, ma riusciamo a passare. la nostra meta sono le montagne del gruppo del Munzur, un parco nazionale (Munzur Vadisi Milli Parkı). Ovacik è un luogo assurdo (10.000 abitanti) a stragrande maggioranza curda (lo scopriremo più avanti). Tentativo di telefonata a casa e incontro con Cemal. La polizia locale ci trattiene a lungo, vogliono sapere che ci facciamo lì. Una specie di Fuga di Mezzanotte edulcorata, mentre in modo sempre più evidente Cemal mi fa una corte sfacciata. Ci offrono dei pasticcini mentre ci ritirano i passaporti: semplice, se vogliamo salire in montagna al Munzur, ci devono trattenere i passaporti. Accettiamo.

A. Gogna nella 1a ascensione dello spigolo est del Kulkul Kadigi (Munzur)
A. Gogna in 1a ascensione spigolo est del Kulkul Kadigi (Munzur), Turchia

16 agosto. Preparativi, altro tentativo di telefonata (più che altro per saperne di più sull’Irak e la possibile guerra), poi trasferimento al paesino un centinaio di metri più alto. Mentre contrattiamo il prezzo dell’asino e riforniamo d’acqua il furgone Volkswagen, mig turchi sfrecciano sulle nostre teste. Ora finalmente anche Ale è perplesso. Facciamo una trattativa per arrivare a 75 dollari, se non non partiamo. Così a decidere sarà Allah…

Arriviamo a 75 dollari, si parte. Ci addentriamo subito nella valle Kirkmerdiven. Pediluvio.La valle poi diventa a U e con questa mutazione diventa anche torrida. Presto, dopo due belle cascate sulla destra, si arriva ai due salti rocciosi che danno il nome. L’asino recalcitra, ma non abbiamo sufficiente esperienza per capire se è un pacco d’asino. Dopo il risalto ripido dovrebbe esserci una fonte, che infatti troviamo con grande piacere. Caldo bestiale, ma bel ristoro. Traversiamo verso est e saliamo a un imprevisto campo di pastori che ci accolgono con bella ospitalità. C’era anche una donna che faceva la nurse ad Antalya. Tè, formaggio, pane. Belli pieni riprendiamo la salita a un colle 2640 m che superiamo con la luce ormai grigiastra. Ci si apre la valle stupenda a settentrione. Scendiamo a una conca e da lì risaliamo al campo dei pastori dove si sa esserci lo “zio” di Cemal. Capiamo subito d’essere al posto giusto con le persone giuste. Ci offrono subito tè, formaggio, seggioline da pastore e lanterna. Cuciniamo le nostre misere cose che mangiamo assieme alle loro, dando forse l’impressione d’essere dei maiali. Bibi ha subìto un primo “attacco” alla fonte, poi un secondo durante la cena. Basta che mi allontani un attimo ed è “dichiarazione” appassionata.

17 agosto. Colazione curda con panna, formaggio e burro + barrette Enervit. Pieni di buon cibo attraversiamo la valle per raggiungere il ghiaione sotto alla parete che vogliamo salire. Cemal, stile camoscio, ci lascia dopo poco per saltellare qua e là sulle rocce circostanti con i binocoli di Ale.

In vetta al Kulkul Kadigi (Munzur)
In vetta al Kulkul Kadigi (Munzur), Turchia

Siamo al laghetto alla base della parete est del Kulkul Gadigi 3080 m, circa 270 metri di roccia verticale. Nessuno l’ha mai salita. Un tiepido sole ci scalda mentre Ale attacca. Tutto procede bene, su passi anche impegnativi. Solo in alto, il sole scompare e ho una breve crisi di nervi per il freddo e la stanchezza. Alle 16.30 siamo in cima. La discesa non è delle più facili. Il “fedele” Cemal, infreddolito, ci aspetta agli zaini. Alle 19, stanchi ma felici, rientriamo alle tende, dove lo “zio” ha preparato zuppa di patate.

Segue cena curda a base di latticini e congratulazioni per lo spettacolo che abbiamo offerto. mentre le chiacchiere con Cemal si riducono alla problematica per il suo passaporto. Non che non ci rattristino le vicende di un curdo in terra di Turchia, ma l’uomo è un po’ insistente, anche al di là delle avances a Bibi. Peccato, perché la chiacchierata con lo “zio” avrebbe potuto essere ancora più intensa. Un uomo che era stato in Germania, che ne ha passate di tutti i colori, e che ritiene quella terra più ospitale della turca…

Assieme ci scoliamo mezza bottiglia di raki (la mattina dopo vedremo la stessa bottiglia ormai vuota). Il sonno mette termine alle ciance. Il cane non abbaia più come la sera prima: vuole dire che forse l’orso si è allontanato.

18 agosto. Mattinata di foto di gruppo. Lo “zio” è sempre più gentile e simpatico. Colazione alla pastora, alla grande. All’ultimo momento decidiamo di non ripassare dal sentiero dell’andata. Due bimbe ci accompagnano un pezzo e chiedono a Bibi perché non ci fermiamo ancora due giorni.

Superato un passo verso sud-est a 2750 m, discesa breve e risalita ad altro colle a 2750 m, subito dopo il quale si scende a un bell’acquitrino. Dopo si apre una conca aperta, sulla quale Cemal ci dice che pascolano 16.000 pecore (ma non ci credo). Ci sono tantissime tende. Inaspettata risalita di altri 250 metri fino a un passo a 2810 m. In discesa, nel caldo ormai infernale, verso il villaggio di partenza.

Foto ricordo con i pastori curdi del campo del Munzur. Cemal è alla mia sinistra, lo “zio” è alla destra di Bibi
Con i curdi al campo del Munzur, Turchia

Ormai Cemal sente la preda sfuggirgli e ci propone la visita alle sorgenti del Munzur: ma noi, dopo aver pagato l’asino, partiamo come da programma. Recuperati i passaporti, per festeggiare beviamo assieme a lui una birra con melone e anguria. A questo punto lo paghiamo, non vedendo l’ora di liberarci di lui perché la sua insistenza in tutti i sensi è in aumento, se possibile.

Una tartaruga ci attraversa la strada mentre da Ovacik ci dirigiamo verso Hozat e poi verso Pertek. La temperatura dell’acqua del furgone sale inspiegabilmente, ma per fortuna resta un episodio isolato.

Buon pesce in attesa del traghetto che ci porta a traversare lo stretto lago di Keban Baraji, quindi in breve a Elāziğ. Pochi km dopo, sosta a un distributore, dove Bibi riesce finalmente a sentire i suoi per telefono.

19 agosto. Malatya – Kayseri – Kirşehir – Kirikkale – Ankara. A parte il giallo della lancetta della temperatura dell’acqua (evitabile aggiungendone un po’ la mattina), nulla di rilevante in questo tappone di quasi 800 km. Colazione a un Tessisleri, quello dove pregano subito a est di Malatya. 20 km prima di Ankara, bel campeggio con bel ristorante. Siamo abbastanza stanchi.

20 agosto. Partenza per Ankara, poi, prima di Bolu, a Gerede, sosta per cercare le sediole di legno viste e usate nel soggiorno dallo “zio”. Al loro posto troviamo alcuni oggetti in rame, che Bibi compra. E’ allucinante il cambio alla banca: dopo un estenuante controllo, i Traveller Cheques di Bibi non sono accettati. La sensazione che Gerede abbia visto poco turismo è concreta. sarà anche una bella cittadina, ma non se ne fanno nulla dei Traveller Cheques e non hanno sedili curdi di legno. Anche la ricerca a Bolu è infruttuosa. Due gendarmi cercano a tutti i costi di comminarci una qualche multa. Arriviamo al campeggio di Ataköy (Istanbul) alle 20. Cena al ristorante.

Campo a sud-est del Colle 2750 m, Munzur

Campo a sud est del Colle 2750 m, Munzur, Turchia

21 agosto. Ansia di compere. Taxi fino ad Hagia Sophia, dove ci uniamo a un altro milione di turisti per visitarla. Negozietto per camicie, espadrillas nuove (e dolorose) per Ale. Giornale. Da lì salita verso il bazar e sosta in un buffo bar-cimitero dove, probabilmente, mi avvelenano. Finalmente il bazar è nostro. Ale “incontra” un samovar che più tardi acquisterà per 822 dollari da uno strano rigattiere che si mangia le parole. Io mi butto su un tappeto grazie allo charme di un signore sulla sessantina che ci accoglie nel suo negozio. Sfoggia foto di celebrità italiane sue ospiti (Giulio Andreotti). Sfiniti ma appagati ci concediamo un’ottima cenetta al Divan.

22 agosto. Il mio fisico oggi ha un crollo. Mi sveglio con l’ormai consueto corri-corri, ma intuisco che sarà peggio del solito. Riordinato il furgone, andiamo in piscina. Alle 16.30, dopo aver atteso invano una talpa che scavava sotto il furgone, lasciamo l’Ataköy per andare a comprare un braccialetto che avevo visto ieri al bazar. Il tempo peggiora e la mia salute anche. Ho la febbre. Aeroporto per comprare il giornale, poi via verso la frontiera bulgara che oltrepassiamo verso le 0.30 in mezzo a centinaia di turchi che stanno facendo ritorno in Germania. Troviamo una carta di circolazione jugoslava per terra. Notte in un campo di tabacco.

23 agosto. Ale si sveglia ben prima di me e guadagna un bel po’ di strada verso Sophia. Colazione sotto a un ponte. Tentativo di shopping nella capitale, più che altro per spendere i leva che ci hanno rifilato all’ingresso. Non si può comprare nulla, neppure l’acqua minerale, neppure il gasolio, se non con code chilometriche di persone che si creano e si disfano in pochi minuti, quando non c’è più nulla da vendere. Una realtà sconcertante: begli edifici, gente in ordine, pulita, negozi vuoti. Impressione di una disperata e desolante mancanza del minimo indispensabile. Anche per il pane code spaventose di gente incazzata: non facevamo a tempo a inserirci che pane non ce n’era più… L’ortolano oggi vende solo peperoni. In compenso ci sono sardine in scatola e uno strano merluzzo secco. Con le pive nel sacco e con i nostri leva per nulla intaccati (non li si può ricambiare in uscita…) lasciamo Sophia. Poco prima del confine con la Jugoslavia, Ale nota un uomo che a lato della strada vende bottiglie di vino. Ci precipitiamo a comprare una decina di bottiglie, quel tanto che basta a spendere tutti i leva e lasciando anche un po’ di mancia.

Bibi a Istanbul

Istanbul, Turchia

Il viaggio per la Jugoslavia è tormentato da fiumi di vetture turche dai tetti straripanti di merce. Ale decide di fermarsi in un posto qualunque prima di cena a Belgrado. Poi sosta di qualche ora in un campo.

24 agosto. Mi sveglio e Ale sta guidando. E’ da cinque ore che è al volante, dice che così ha evitato una buona parte di turchi. Siamo dopo Zagabria e sono le 7.30. Decidiamo di evitare l’autostrada in Slovenia per Lubiana (abbiamo sentito di grande tensione tra Slovenia e Serbia) e scegliamo un altro itinerario che ci porta in Istria. Da Fiume prendiamo un altro percorso secondario che ci porta a Umag, sul Mare Adriatico. Bagno, ricerca del camping e… aragosta. Un’altra vorace mangiata di pesce, forse un po’ cara. Ma abbiamo fatto male i conti, all’uscita del ristorante non abbiamo neppure i soldi per un gelato.

25 agosto. Ancora a Umag, mare e dolce far niente. Abbiamo attinto dalle ultime riserve nel nostro nascondiglio di soldi in furgone: con l’ultimo ristorante serale siamo ora completamente puliti. Meno male che abbiamo il serbatoio pieno di gasolio.

26 agosto. Alla frontiera ci viene in mente di consegnare ai doganieri la carta di circolazione trovata in Bulgaria. I militari guardano chi è il proprietario, che risulta essere uno di Niš, cioè serbo. Al che, con un sorriso, prendono il documento e lo gettano nella spazzatura. Nel primo pomeriggio siamo a casa, a Milano.

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Consuntivo alpinistico 1963

Consuntivo alpinistico 1963
(dal mio diario)

31 dicembre 1963. Il mio scopo di tutto l’anno è stato quello di essere un alpinista. Questa parola di per sé non vuole dire niente, se ne è fatto abuso in tanti modi. Ecco le mie vedute in proposito:

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Praticamente presento l’alpinista come un personaggio utopistico, ma a me non importa. Questo è l’ideale, e l’ideale non sempre si può raggiungere.

E ora ripassiamo un po’ le attività.

Attività spirituale. Io amo la Montagna. Essa è lo scopo del mio vivere, lo sento dentro di me. L’alpinismo spirituale per me è una meta già raggiunta.

Attività contemplativa. Spesso ho pensato che la Terra per me non sarebbe nulla se di colpo scomparisse la Montagna. Quest’anno ho potuto ammirare la sua forza e la sua imponenza soprattutto in Svizzera e di fronte alla parete settentrionale del Marguareis. Ho visto la Sua grazia sui vari e facili roccioni su cui mi sono allenato, la Sua debolezza, quando con cuore amareggiato ho visto la Sua distruzione con opere artificiali, come al Sass Pordoi, ho conosciuto la Sua tremenda ostilità in alcune ascensioni alpinistiche. Ma in qualunque aspetto essa si sia presentata per me è sempre stata bella.

Attività pratica. Non mi posso dire del tutto soddisfatto, specialmente per ciò che riguarda l’estate. Ho fatto il turista (Svizzera, provincia di Cuneo), il campeggiatore (Svizzera), il camminatore (Appennino Ligure, tutte le altre piccole gite solitarie in Liguria come in Trentino), il rocciatore (Campaniletto di Sestri, Pietragrande, Pietralunga, Roda del Diavolo, Torre Finestra, Torri del Sella, Catinaccio, Cresta settentrionale di Pietralunga e le aride esercitazioni nelle altre palestre), lo speleologo (Grotta N. 12 Li), il ghiacciatore (Canalone dei Genovesi al Marguareis, Ghiacciai del Loetschenpass). Negli ultimi giorni dell’anno ho anche mosso i primi passi come discesista e spero di imparare presto a sciare.

Attività esplorativo-scientifica. Questo settore è stato da me trascurato, non di proposito ma neppure per cause non dipendenti dalla mia volontà. Ho potuto solo condurre alcune osservazioni atmosferiche in provincia di Genova e in Val di Fassa, però quasi senza conclusioni pratiche.
La mia passione per le carte geografiche invece non ha subito arresti, avendo continuato a comprare carte e guide alpinistiche. Ho approfondito senz’altro la mia conoscenza morfologica di alcune delle valli del Cuneese, di alcuni gruppi delle Alpi Bernesi, delle Dolomiti Orientali, del Monte Rosa e dell’Appennino Ligure-Genovese.

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In conclusione:
attività spirituale, ottima:
attività contemplativa, ottima;
attività pratico-tecnica, non soddisfacente;
attività esplorativo-scientifica, scarsa.

Ho avuto poi una flessione nel settore “records”, Quello di altezza non è stato migliorato, il numero dei rifugi visti nel 1963 è stato 44 rispetto al 64 del 1962. Il numero di monti è stato di 55, rispetto al 72 del 1962. Il numero dei passi è stato 23, rispetto al 25 del 1962.

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A un amico, Paolo Armando

A un amico, Paolo Armando
di Gian Piero Motti
(pubblicato su Rivista mensile del CAI, settembre 1971)

 

Io non ho mai visto la parete nord del Mont Gruetta: la immagino una parete tetra, forse un po’ opprimente, indubbiamente bella. Simile forse alla Nord delle Grandes Jorasses: ecco sì, mi hanno detto che ricorda molto la parete nord delle Grandes Jorasses.

So che molti hanno tentato di salire questa parete, nomi famosi, uomini di grande valore. Ma tutti hanno fallito: forse la cattiva qualità della roccia, forse le cadute di pietre, chissà, un bel giorno vedrò anch’io quella parete.

Ora so soltanto che quella parete ha ucciso Paolo Armando. Lo ha ucciso, perché penso che Paolo non sarebbe mai volato in arrampicata, difficilmente avrebbe commesso un errore: era bravo, molto bravo, sicuro e soprattutto molto intelligente.

Una parete lo ha ucciso, come ha ucciso Gervasutti, Comici, Couzy e tanti altri, bravi, fortissimi, che mai sarebbero volati.

Perché sai che un giorno questo gioco così bello potrebbe anche finire.

Premiazione a Paolo Armando, Terrazza Martini, Genova, 18 gennaio 1968

Premiazione a P. Armando. 18.01.1968, Terrazza Martini, Genova.

 

 

Me ne parlò un giorno, mi disse che sicuramente era un grosso problema; ci soffrì parecchio quando seppe che Gogna e Cerruti avevano attaccato la parete, la scorsa estate: quella è gente che non scherza, il “suo” problema sicuramente era in pericolo. Ma non fu così.

È strano come dopo la salita invernale della Nord-est del Badile, Paolo avesse raggiunto una forma di alpinismo più matura, più pacata, più serena. Sempre ad altissimo livello, ma senza quell’accanimento, senza quella sorta di rabbia che caratterizza un buon numero di alpinisti, tesi disperatamente a far collezione di salite.

Aveva fatto molte salite, il più delle volte in compagnia di Silvana Bellini, brillante compagna di cordata, all’altezza di ogni situazione. Arrampicava per divertirsi, per godere la montagna. «I motivi che mi spingono verso l’alpinismo sono l’amicizia, l’avventura e la contemplazione»: con questa frase soleva concludere una conferenza che aveva preparato negli ultimi mesi della sua vita.

E chi si aspettava da Paolo una conferenza ricca di polemiche, di sarcasmi, chi attendeva una serie di diapositive allucinanti scattate su per gli strapiombi e placche immani, si era sbagliato. Vedemmo sì gli strapiombi, i passaggi estremi, ma soprattutto vedemmo l’anima vera di Armando, scoprimmo finalmente tutta la sua sensibilità: i paesaggi invernali, i fiori, i volti degli amici, gli alberi, il limpido sorriso di Silvana e quel suo viso un po’ incomprensibile, quel suo aspetto da intellettuale un po’ in bolletta.

Strana, brutta estate è stata quella. Estrema variabilità del tempo: bello in genere al mattino, temporali violenti e intensi verso sera. Ogni giorno così. Si aspettano uno, due, tre giorni, poi si pensa che sicuramente il tempo migliorerà: sperare è umano. Una notte bellissima, una meravigliosa stellata, ecco finalmente il tempo è bello.

Veloci salgono la parete, la parte più difficile, più rischiosa, è vinta. Ma improvvisamente mutano le condizioni del tempo, sono su un grande pendio di neve e devono bivaccare, lui e Andrea Cenerini, ancora una volta insieme, come in tante altre salite.

Nella notte il maltempo si scatena, ormai per domani non vi è nulla da fare, bisogna scendere, ritornare con tante corde doppie, bagnati, fradici. Ma non è la prima volta che succede, certo ora al disgusto si unisce anche la delusione.

Paolo è sceso e aspetta Andrea su un piccolo terrazzo. Scende Andrea. Cosa sia successo non lo sapremo mai, sicuramente cede l’ancoraggio della doppia: è un attimo. Andrea precipita, forse Paolo tenta di trattenerlo e viene travolto, forse era autoassicurato alla doppia, forse lo stesso Andrea lo ha travolto… forse… Li hanno trovati alla terminale, quattrocento metri più in basso. Una tragedia rivissuta in un attimo.

Lunga e bella è la valle che scende dal Badile fino alle case di Bagni di Màsino: non l’avevo mai vista e ora mi entusiasma, alterna paesaggi severi e grandiosi ad angoli di intima e delicata bellezza. Forse saranno le luci del crepuscolo, anche il tempo è bellissimo, ma tutto mi sembra più bello: oggi è stata una giornata felice, abbiamo salito la Nord-est del Badile, Vincenzo Pasquali e io, rincorrendoci a ogni lunghezza di corda; eravamo in forma, siamo giunti in vetta quasi senza accorgercene. Bellissima è stata l’arrampicata, mai estrema, sempre molto elegante: sovente il nostro pensiero è tornato ai giorni dell’invernale, abbiamo capito quale doveva essere il loro procedere, le difficoltà enormi incontrate, abbiamo avuto una prova del valore degli amici.

Bagni di Màsino, una sera come tante, poca gente, pace, silenzio. Un albergo con molte persone eleganti che ci guardano un po’ di traverso: siamo sporchi, stanchi, forse puzziamo di sudore.

Un foglio di giornale, una fotografia, una notizia su tre colonne. Questo basta a dire che un uomo ha concluso la sua vita, questo è bastato a farci capire che l’architetto Paolo Armando era morto sul ghiacciaio del Triolet, dopo un volo di quattrocento metri.

Innumerevoli volte ci trovammo in montagna insieme e insieme compimmo anche alcune salite. Come sempre succede, la macchina dei ricordi si mette in movimento solo quando una persona non c’è più ed è difficile fermarla: i ricordi vengono isolati, ingigantiti, poche frasi divengono un aneddoto, un romanzo, di una vita si fa un mito. Ma io non voglio questo, non voglio deformare la personalità di Paolo, dicendo di lui tutto il bene possibile ed esaltando tutte le sue doti. Io voglio ricordare Paolo così come era, come siamo noi, con dei difetti e delle qualità.

… Ti ricordi quella sera d’inverno davanti alla “piola” di Pinerolo? C’eravamo proprio tutti quella sera, avevamo trascorso una bella giornata insieme alla Sbarua, ad arrampicare. Cantavamo, ci sfottevamo a vicenda, eravamo un po’ su di giri, forse anche per qualche bicchiere di troppo. Poi tu prendesti il maglione a mo’ di muleta e cominciasti a fare il matador con le macchine che scendevano dalla statale del Sestrière…

… E quella sera alla sede del CAI in via Barbaroux? Eravamo i soliti, le solite discussioni sul chiodo, sulla staffa, sul grado in più o in meno; il solito Carlaccio che balzava da un lato all’altro della sala, afferrando chiunque con mosse da lottatore e scaricando una valanga di insulti e di improperi. Poi all’improvviso entraste tu e Silvana, sembravate piuttosto felici e, certo, lo eravate: vi eravate sposati da una settimana.

I vostri abiti erano un po’ anticonformisti: un paio di logori e sdrusciti pantaloni di tela, dei sandali aperti, una camicia che ben si accordava ai pantaloni… Non c’era da stupirsi, d’altronde ti ho sempre visto con la stessa giacca per tanti anni, detestavi gli atteggiamenti cosiddetti “borghesi” e anche le tue idee politiche erano tese al marxismo, con una punta di anarchismo.

Regnava l’allegria quella sera. Poi tutti assieme scendemmo in piazza Castello, come sempre, e, fra una battuta e l’altra, cominciammo ad arrampicarci su per i pilastri dei portici, fra gli sguardi attoniti dei passanti. Su, Gian Carlo Grassi, tu, io, Mike Kosterlitz, al primo, al secondo piano, finché temendo un intervento delle forze dell’ordine, preferimmo… fare la bandiera sulle paline dei segnali stradali…

… Ti ricordi quella volta che stavi tentando di aprire una via nuova sulle placche gialle alla Sbarua? Da più di un’ora stavi cercando di chiodare un’enorme lama staccata strapiombante, ma da un po’ eri fermo e non riuscivi a salire. Ammettilo, via, stavi “trovando un po’ lungo”. E noi tutti radunati a guardare il “papa” prossimo al momento della sconfitta.

La parete nord del Mont Gruetta. A destra, la parete nord dell’Aiguille de Leschaux
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E allora, certo ti ricorderai, Silvio ti gridò: «In Dülfer, Paolo, attaccati in Dülfer!». La tua risposta non la posso trascrivere…

… Un giorno decidesti di andare a ripetere la via di Appiano allo Sperone Rivero in Sbarua e ti fidasti della relazione tecnica riportata sulla mia guida. Non sapevi però che l’ultima lunghezza di corda ti avrebbe riservato delle sorprese: quando la guida fu pubblicata la via non era ancora stata terminata, ma spiaceva lasciare una lacuna. Allora Appiano mi promise di concludere al più presto la via e giudicò così, “ad estimo”, il tratto mancante: A1 e IV.

Si sa che non tutte le promesse vengono mantenute… arrivasti all’ultimo chiodo a pressione e poi, diamine!, la relazione diceva A1 e IV! Mi disse poi Fredino Marengo che fu una delle poche volte che ti vide bandare senza remissione, solo tu sai come riuscisti a uscire da quella fessura orizzontale.

Ma la tua vendetta fu terribile, a lungo ci tormentasti con polemiche e insinuazioni maligne…

Memorabile fu la polemica della “Fissure Brown”. Scusa, ma ne devo proprio parlare. Un giorno tu e Gianluigi Lanfranchi, il Puméla, andaste per ripetere la via Brown sulla parete ovest dell’Aiguille de la Blaitière: avevi già superato la celebre “Fissure Brown”, pare utilizzando i numerosi cunei infissi, e poi, non si sa bene perché, ritornasti indietro. Destino volle che alcuni giorni dopo tre amici torinesi andassero per ripetere la stessa via alla Blaitière: gente forte, allenata, eppure, prova e riprova, nessuno di loro riuscì a superare la fessura. In tutta la spaccatura non si vedeva un solo cuneo, eppure avevano detto che c’erano! I tre tornarono piuttosto avviliti al campeggio e tu, qui, desti inizio al tuo show, insinuando con arti assai sottili che i tre non erano passati perché, è chiaro… non erano in grado di passare!

Dio mio, come si trascinò e come degenerò la cosa! Un po’ di colpa va anche attribuita a tutto l’ambiente torinese che sobillava assai le due fazioni, riuscendo così a divertirsi alle spalle degli interessati. Furono persino scritte poesie, furono composte canzoncine, sempre sul tema della “Fissure Brown”! Qualcuno insinuò persino che i cunei li avevi tolti tu, scendendo, e forse non si poteva dargli torto, data la tua fama di inesorabile schiodatore in palestra e in montagna…

Potrei continuare a lungo, ma non farei che rivivere fatti e sensazioni che forse solo per me hanno un significato. Devo però parlare di Paolo Armando come alpinista, poiché la sua attività merita un discorso a parte.

Ho sempre ammirato in lui il perfetto arrampicatore in salita artificiale: ultimamente, però, Paolo mi disse che si era stancato dell’artificiale, che questo tipo di progressione portava a un controsenso, a un annullamento dei veri valori etici dell’alpinismo, a un ammorbidimento del coraggio e della grinta dell’alpinista. Condividevo in pieno le sue idee: solo nell’arrampicata libera resta l’avventura, quindi cerchiamo di spingere ai massimi livelli il modo più normale di arrampicare.

Fedele ai suoi criteri, Paolo cercò di perfezionarsi al massimo nell’arrampicata libera: progrediva con estrema sicurezza, chiodava pochissimo e mai dava l’impressione di essere impegnato. D’altronde i tempi eccezionali in cui ha salito alcune fra le vie più difficili delle Alpi (non per niente lo si identificava con il “Gruppo Sorpassa e Travolgi”), dimostrano le sue capacità veramente fuori del comune.

L’elenco delle salite compiute da Armando è impressionante: si può dire che annoveri tutte le vie più belle e difficili delle Dolomiti, un gran numero di salite di estrema difficoltà nel gruppo del Bianco, prime ascensioni, prime invernali. Basterà citare la Nord-est del Badile in prima salita invernale, la Nord del Cervino, la parete ovest dell’Aiguille Noire, la Nord delle Grandes Jorasses, il diedro Philipp alla Civetta… Un’attività alpinistica completa e imponente, che lo aveva fatto membro prima del Gruppo Alta Montagna di Torino e poi socio del Club Alpino Accademico Italiano. Scherzosamente, come sempre, diceva di essere membro del Gruppo Basse Colline e… dell’Epidemico Italiano…

Gian Piero Motti sullo Strapiombo Rosso di Traversella. Foto: Vincenzo Pasquali
Gian Piero Motti, sullo Strapiombo Rosso di Traversella, foto: V. Pasquali

 

I suoi compagni di cordata?

Alessandro Gogna, con cui aveva formato una delle cordate più forti d’Europa, Ettore Pagani, Fredino Marengo, Silvio Sandri, Ilio Pivano, Silvana Bellini e Andrea Cenerini.

La parete nord delle Grandes Jorasses lo aveva profondamente deluso: si attendeva da essa un’avventura intensa, completa, un impegno totale. Perché per tutti la Nord delle Jorasses ha un fascino particolare, a tutti ha qualcosa da dire.

Invece vide sulla parete cordate e cordate di gente assolutamente impreparata, non all’altezza delle difficoltà della salita. Così lo sperone ne risultava violentato, superchiodato, imbrigliato da corde e cordini. No, non era quella la Walker che aveva sognato.

Hai lasciato un vuoto, lo stesso vuoto che scopro il giovedì sera aprendo la porta del CAI, lo stesso vuoto che ho letto sul volto di Ilio, di Fredino, di tutti. Perché, anche se ogni tanto ci “beccavi”, anche se ogni tanto ti divertivi a creare la polemica, ebbene, eri una spinta, uno stimolo, una presenza.

Dicono che noi alpinisti siamo strani di carattere, che sovente cambiamo di umore con la facilità con cui il vento muta di direzione durante la giornata.

È proprio così.

Tutti si divertono, regna l’allegria e la spensieratezza e tu, all’improvviso non ridi più, non appartieni più a quell’ambiente.

«Che cos’hai?» ti chiedono. «Nulla» rispondi, d’altronde non si potrebbe spiegare.

Ma certo, è la consapevolezza della bellezza e dell’inutilità di questo gioco, certo è il chiedersi se veramente ne valga la pena, dove porterà questo gioco, che sempre di più ti prende la mano.

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Il Birillo del Monte Gropporosso – 2

Il Birillo del Monte Gropporosso – 2 (1-2)
(dal mio diario)

26 dicembre 1963. Non credo che questa via sia mai stata fatta d’inverno, dopo essermi informato al CAI Sez. Ligure. Mi resta ancora da chiedere presso il CAI di Chiavari e poi ne sarò sicuro. Probabilmente dunque è una prima invernale!

Il Birillo e il Monte Gropporosso
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Come compagno ho Antonio Picardi, che però non ha intenzione di seguirmi in roccia, ma resterà in basso ad assicurarmi. Mi sono comprato finalmente una corda nuova, di nylon, lunga 40 metri, marca Cassin. Cosicché ho ben due corde, per un totale di 80 m che, spero, basteranno. poi ho dieci chiodi, cinque moschettoni, cordini, martello. La partenza è per le 6.30 in Piazza della Vittoria, con la corriera. Ci vediamo là, io vestito da roccia, lui da sci. Ho uno zaino enorme, lui solo una borsetta e la cinepresa. La corriera parte puntuale, ho timore di soffrire le curve, come mi era successo l’altra volta (l’anno scorso) con i sigg. Martinelli. Dunque mi sdraio su due sedili e dormicchio fino a Chiavari e oltre.

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La giornata è splendida, non una nuvola in cielo. Ora, nella valle di Borzonasca, comincia a vedersi la prima neve. Subito dopo il Passo della Forcella entriamo in una fitta coltre di nebbia. E’ quella mattutina, c’è molto spesso da queste parti. A Rezzoaglio ancora nebbia. Scompare solo un po’ dopo, ci si apre la valle innevata. fantastico! Si comincia anche a vedere il Monte Gropporosso. Lo splendore della neve fa risaltare ancora di più l’azzurro del cielo. La corriera intanto continua a correre sulla strada gelata e alle 10.35 arriviamo a Santo Stefano d’Àveto. C’è moltissima neve, tanto che quasi non si può camminare allorché usciamo dal paese e prendiamo la strada per il Monte Gropporosso. Sfondiamo parecchio. Dopo un’ora e un quarto di questa specie di supplizio (la neve in media è profonda 70 cm) arriviamo alla base del Birillo. Qui mangiamo, seduti su un roccione. Poi vado a cercare di scoprire dove è l’attacco, ma non lo trovo se non approssimativamente. La guida dice che la cresta sud-sud-est (it. 19a) del Birillo è stata salita da Ottavio Bastrenta, A. Comeglio e F. Muzio il 15 novembre 1953, la stima di 200 metri di dislivello, con difficoltà di III e IV grado, roccia mediocre.

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Con tutta la neve che c’è, non si capisce bene dove passi la via, così decido di salire su per una colata di neve, in esplorazione. Antonio mi segue e facciamo entrambi molta fatica ad avanzare in quel metro di neve fresca. Lo faccio fermare a un punto di sosta, proseguo da solo, poco convinto d’essere sulla via giusta. Nulla di quanto descritto sulla guida corrisponde a quello che sto salendo. A un certo punto la corda che mi trascino comincia a darmi fastidio, tra l’altro non serve a nulla perché né ho piantato chiodi né ho passato spuntoni o alberelli. Così tiro su tutta la corda, slego quella di canapa, l’arrotolo e la butto giù ad Antonio. Non arriva in volo fino a lui, si ferma prima in un canaletto di neve, così lui è costretto a salire per andare a prenderla. Ha una fifa matta, non ha tutti i torti. E impreca come un dannato. Io intanto, con la corda di nylon, continuo e, con mediocri difficoltà, arrivo quasi all’inizio della cresta. Finalmente riconosco il passaggio chiave, perché sono ai piedi del “diedro con pochi appigli”. Sono sicuro che lo sia perché l’avevo già visto dal basso. Cerco di superarlo in libera, senza chiodi: niente. Cerco di piantare un chiodo, ma non c’è neppure una fessura adatta. Desisto. Giro a sinistra e salgo per gradoni non tanto difficili. Riesco così sulla stessa piazzola dove l’anno scorso con Alberto Martinelli ero giunto per altra via, molto più facile. Decido di scendere, cioè di non salire in cima. Sulla cresta sono già passato l’anno scorso e mi faccio da solo questo sconto… Incomincio la discesa, cerco di fare corda doppia da un masso ma la corda non arriva a nulla di buono. Così scendo ancora in arrampicata, poi per un piccolo canalone, aiutandomi con la corda messa doppia in un cordino su uno spuntone. Giunto in fondo, recupero la corda e proseguo verso il basso, affondando nella neve. Dopo dieci minuti di questa “passeggiata” arrivo da Antonio, con il quale scendiamo  fino a Santo Stefano. Nel viaggio nulla di speciale, se non che a Chiavari dobbiamo scendere. La corriera si ferma qui e noi dobbiamo proseguire con il treno. Entro in casa a Genova alle 20.55.

Il Birillo e il Monte Gropporosso
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Gite in Alpi Liguri

Gite in Alpi Liguri
(dal mio diario, autunno 1963)

15 settembre 1963. In vacanza a Borgomaro (IM) non abito più in pieno centro nella storica casa della nonna. Da quest’anno siamo in una villetta a circa un km dal paese, oltre il cimitero.

L’appuntamento è alle 5, a una costruzione accanto alla provinciale per Oneglia, in località Barchéi. Buio pesto e nuvolo. Alle 5 non si vede ancora nessuno, e attacca a piovere. Allora mi dirigo verso Borgomaro e finalmente, quando ormai dopo San Giuseppe sono vicino al paese, ecco le due moto. Giampietro Guglieri ha una lambretta, mentre Adolfo Ravano un motorino. Ovviamente salgo sul mezzo più potente, la lambretta, mentre Adolfo ci segue. Ora non piove. Sempre al buio, un bel po’ di strada fino al Colle di San Bartolomeo (l’odierno tunnel che lo evita era di là da venire, NdR). Dal colle guardiamo verso il Mongioie, ma cupe nuvole nel grigiore dell’alba c’impediscono qualunque vista.

Il Bocchin dell’Aseo salendo alla vetta del Mongioie
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Prudentemente proseguiamo in discesa verso Pieve di Teco, poi saliamo al Col di Nava, quindi in lieve discesa a Ponte di Nava. Qui ci fermiamo un po’, visto che a guidare gli scooter su queste strade si fa fatica.

Arriviamo al paesetto di Viozene alle 6.37. Ultimi aggiustamenti agli zaini, poi via verso Pian Rosso, quindi sostiamo (anche per uno spuntino) a due roccette isolate, giusto quello che cercavo per far esercitare un po’ su roccia i due amici più grandi di me.

Ma appena rimessici in cammino, attacca a piovere! Così indossiamo le vesti impermeabili. Io sono munito di giacca di pelle, giubbotto di lana di pecora, maglione e impermeabile. Perciò riesco a non bagnarmi, mentre gli altri sono più esposti di me.

Continuiamo a salire imperterriti nella nebbia, oltrepassiamo una lapide e raggiungiamo il Bocchin dell’Aseo 2292 m alle 9.45. Non si vede assolutamente niente. Ora dobbiamo ancora salire per 338 m. Per gioco, di mano in mano che saliamo, ogni tanto dirò quanti metri mancano ancora, nella speranza di azzeccarci e stupire i compagni non abituati a questi calcoli. Non senza mia sorpresa, quando dico “dieci metri” poco dopo siamo in un luogo che è senz’altro la vetta del Mongioie 2630 m!

Naturalmente si continua a non vedere nulla, ma la consolazione è che non piove. Mangiamo qualcosa accanto al mucchio di sassi della cima, fumiamo, poi ce ne andiamo, in tempo per beccare una bella bufera che ci accompagna al Bocchin dell’Aseo, dove arriviamo alle 11.15. Ora piove molto forte. Nel momento che smette, invece di correre verso il basso, ci fermiamo a un’altra roccia per una seconda esercitazione: solo dopo filiamo come dannati verso Pian Rosso. Quando ci arriviamo, io sono asciutto, a parte i piedi che ho fradici nelle mie amate scarpe a carro armato. Loro sono bagnati come pulcini, con i piedi asciutti però.

GiteAlpiLiguri-02_gias_delle_saline_verso_cima

 

Sotto una tettoia accendiamo un falò e facciamo scaldare e asciugare tutto, più che altro per non affrontare in quelle condizioni il rigido viaggio in moto di ritorno. Intanto fuori piove a dirotto. Alle 13.55 ce ne andiamo, approfittando di una pausa del diluvio: ma dopo neppure cento metri di discesa viene giù tanta di quell’acqua da farci entrare come naufraghi nella Trattoria del Tiglio di Viozene. Fradici e grondanti stiamo un po’ lì ma poi, dato il disagio notevole e visto che intanto non smette di piovere, usciamo, saliamo in sella e, sotto l’acqua a velocità molto ridotta, scendiamo a Ponte di Nava. Qui il diluvio diventa pioggerella fino a Pieve di Teco. E’ dimostrato che si può fare una gita sotto la pioggia.

21 settembre 1963. Augusto Guglieri, Vincenzo Gandolfo (mio cugino), Zefferino Abbo: con questi compagni vado la sera (sempre in moto) a Diano Marina alla ricerca di compagnia femminile. Ma è stata magra. Comunque Diano Marina notturna è assai eccitante…

29 settembre 1963. Questa notte ho dormito a Borgomaro, in una stanzetta non affittata della casa che non abbiamo più a disposizione. Alle 5.30 sono in piazza. Con Giampietro aspettiamo un po’ Adolfo, ma visto che quello non viene alle 5.35 partiamo. Oggi il tempo è bello, il viaggio ci pesa molto meno. Alle 7.15 siamo a Viozene. Getto un occhio alla villetta di Paolo Ghersi e vedo che è chiusa sprangata; proseguiamo per Carnino, dove arriviamo a fatica (della lambretta). Posteggiato il potente mezzo, alle 7.45 partiamo per il Passo delle Saline. Dopo una bella serie di prati, il sentiero s’interna nella valle, si riapre in una conca assai vasta. Poi ancora per erba al Passo delle Saline 2174 m, dove arriviamo alle 9. Cioè abbiamo impiegato 75 minuti per risalire un dislivello di 782 m: una media abbastanza buona considerando che abbiamo fatto delle piccole soste per essere sicuri di non sbagliare itinerario.

Dopo un breve riposo, ripartiamo alle 9.15 su per il costone della Cima delle Saline, nostra meta di oggi.

Lo spettacolo è meraviglioso: c’è il mare di nuvole fino a quota 2000 m circa, al di sopra il cielo è terso. Il Monviso è lì a due passi, a quattro passi il Gran Paradiso… Poi il Cervino, il Monte Rosa, il Grand Combin.

Anche se un po’ da lontano, è la prima volta che vedo dal vero i colossi delle Alpi Occidentali!

Ancora pochi passi e siamo in cima, altre gemme si aggiungono alla collana alpina: l’Argentera, il Marguareis, le Alpi Liguri tutte. Sono visioni stupende che non si dimenticano.

Siamo proprio in vetta alla Cima delle Saline 2612 m, ore 10.02. E’ tutto così bello che scendiamo solo alle 10.30, a malincuore. Più sotto fare esercizio su una roccia, poi pian piano alla nostra lambretta, fino a Borgomaro.

Panorama dalla Cima di Piano Cavallo: da sinistra a destra, Marguareis, Cima Pian Ballaur, Cima delle Saline, Rocce di Manco, Cima delle Colme/Monte Mongioie
Panorama dalla Cima di Piano Cavallo: da sinistra a destra, Marguareis, Cima Pian Ballaur, Cima delle Saline, Rocce di Manco, Cima delle Colme/Monte Mongioie.

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Storia dell’arrampicata romana – 2

Storia dell’arrampicata romana – 2 (2-4)
di Luca Bevilacqua
(già pubblicato nel 2010 da climbing pills)

Capitolo 6
Chi ha arrampicato anche solo una volta a Sperlonga, sa che le falesie non ci azzeccano molto con il paese di Sperlonga…

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La località si chiama “Piana di Sant’Agostino”.
C’ero stato da piccolo, una settimana di agosto, con mio padre e mio fratello. E con la giovane compagna di mio padre. I miei si erano separati forse da un paio d’anni.
Mi ricordo benissimo quell’estate per due motivi. Anzitutto sbirciai lei nuda mentre si faceva la doccia sul lato esterno della casa. Secondo, imparai a catturare le mosche con la mano. Esperienze fondamentali per un bambino di otto o nove anni…
Avevamo affittato una casetta di quelle tipiche di là, abusive, proprio all’inizio della strada che si fa adesso per andare all'”Occhio del sole” o al “Pueblo”.
So che non c’entrano niente queste cose con la “storia dell’arrampicata sportiva romana”, ma tant’è… Mi sono venute in mente ripensando alla questione delle case.
Sì, le case sono un argomento fondamentale per quella storia.

Patrick Berhault, in quegli stessi anni, sul Toit d’Augere, Col des Aravis
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Sperlonga è abbastanza lontana da Roma, diciamo un paio di ore. Fin dalle prime volte pensai: “Certo, sarebbe bello affittare una stanza qui, e piazzarcisi una settimana. Arrampicare tutti i giorni!”.
Poco tempo dopo seppi che l’idea, ovviamente, era già venuta a qualcun altro. I primi ad affittare una casetta nella zona subito dietro al Mozzarellaro erano stati Bruno Vitale, Andrea Di Bari, Stefano Finocchi, Fabio e Cristiano Delisi, Enrico Jovane e Roberto Ciato.
Mi ricordo distintamente che una domenica mattina, verso la primavera del 1985, arriviamo a Sperlonga e troviamo Stefano, ancora assonnato, che fa colazione da Guido. Ci dice: passiamo da casa, che devo prendere il materiale per scalare…
La prima casa fu davvero storica, mitica. Dire che era fatiscente è dire poco. Ricordo delle stanzette minuscole, lettini con reti sprofondanti, e brande, con sopra i sacchi a pelo. La porta del cesso era una porta di ascensore. Il sottotetto era in polistirolo. Disordine, un po’ di sporcizia.
Però intanto era una casa.
Stefano e gli altri restavano lì qualche giorno di seguito, talvolta anche in mezzo alla settimana, e poi tornavano a Roma. Così avevano tutto il tempo di spittare e provare le vie nuove.
Per almeno due o tre anni, a Sperlonga (come – immagino – in altri posti) si è chiodato interamente a mano, senza trapano, con spit da 8 mm. Stefano, bisogna dire, ha fatto in questo senso tantissimo. La Parete del Chiromante e la fascia superiore sono per larga parte una sua invenzione. In molti hanno collaborato, ma Stefano è stato sicuramente, all’inizio, quello che ha piantato più spit.
A partire dall’autunno 1984 è venuto alla ribalta il gran lavoro di Bruno Vitale e dei suoi amici: Furio Pennisi in primis e, più tardi, Piero Priorini e qualche altro che ora dimentico. Se Stefano chiodava dove vedeva liscio e strapiombante, Bruno sceglieva invece delle zone della parete che si prestavano a difficoltà più abbordabili. Sono nati così il settore di Re Artù e poi, due anni dopo, gli avancorpi del Monte Moneta. Tuttavia, proprio riguardo Re Artù (una delle vie “facili” più famose di Sperlonga), furono Stefano e Bruno insieme gli artefici, salendo la via dal basso…
Andrea Di Bari fu invece il primo a capire quali potenzialità, e quali bellezze di arrampicata, si celassero nei tetti (non troppo numerosi) di Sperlonga, ma anche di Leano (che fu per qualche tempo rivalorizzata) e poi del Moneta. Andrea fu, tra l’altro, il primo, almeno che io ricordi, a usare da noi il trapano.
Dopo la “preistoria” di Stati di allucinazione (6c+) a Leano, vennero gli Stati di acciaiazione (7b) sempre a Leano, e poi Suspiria (7b+) e Inferno (7c) a Sperlonga, e la libera del primo tiro della Pietro Ferraris (7b+) al Moneta… Furono, per la mia generazione, forse le più belle vie di riferimento. Andrea era stato contagiato, in questo suo amore per tetti e strapiombi, nientemeno che da Patrick Berhault. Che non a caso era venuto giù a Sperlonga proprio nel 1985. E di Sperlonga disse: la roccia assomiglia incredibilmente a Montecarlo!
Ovviamente in quell’occasione Andrea e Patrick arrampicarono insieme. Ma questo lo racconterò in un’altra puntata…

Capitolo 7
A ottobre (siamo sempre nel 1984) ci fu l’incidente di Fabio.
Stavamo a Leano, attrezzando una via nuova su Punta Giovanna, zona Ingegneri. Io ero legato dall’alto (secondo la tecnica “moderna”…) e stavo piantando a mano uno spit, a circa 8 metri da terra. Fabio stava sotto ad aspettare. Però non era precisamente sul sentiero, perché l’attacco della via era posto in cima a una specie di zoccolo, o se volete a dei gradoni di pietra.
Mentre io smartello con il percussore, Fabio fa qualche traverso per passare il tempo e osserva la parete sopra di noi. Improvvisamente una scaglia che teneva con la mano vien via, e lui rotola giù per 6-7 metri. Alla fine c’è un salto nel vuoto di altri 3 metri, e Fabio sbatte la testa.
Perde i sensi, dopo qualche secondo rinviene. E’ ferito.

Le torri di Leano, vicino Terracina
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Io sono bloccato (da un nodo fatto a terra da Fabio) e sto con la corda in tensione in mezzo alla parete. Non posso manovrare, non posso calarmi. Comincio a chiamare aiuto. A Leano siamo soli, eccetto le due persone con cui siamo venuti, e che in questo momento sono lontanissime e non mi sentono.
Penso che devo uscire dall’imbraco e scendere in arrampicata. L’imbraco e la corda sono in tensione, ci sto dentro con il mio peso, e la manovra sembra, a rigor di logica, impossibile. Però faticosamente ci riesco. Mi sfilo fuori. Riscendo arrampicando quegli 8 metri, pensando che non devo assolutamente cadere, e mi precipito da Fabio, che sta seduto e si lamenta. Ha una grande macchia di sangue poco sopra la tempia.
Penso: qui dobbiamo scendere, devo portarlo giù alla strada. Lui resta cosciente tutto il tempo, ma non ce la fa a stare in piedi.
Penso: in queste situazioni di pericolo, tra la vita e la morte, ti viene una forza micidiale: ora me lo carico sulle spalle e lo porto giù per il ghiaione. Sì, ce la faccio, ce la devo fare!
Ma invece no, non ce la faccio. Mi sento debole, ho paura. Riesco a malapena a sorreggerlo, prendendo il suo braccio e tenendolo per la spalla.
Lui fa il possibile. Cominciamo a scendere. Sono venti, trenta minuti di inferno. Cadiamo, scendiamo col culo sui sassi come fosse uno scivolo, ci rialziamo, ci ributtiamo giù. Maledetto ghiaione.
Mi sono odiato per quella mancanza di forza fisica, ma per fortuna Fabio ce l’ha fatta a restare sveglio e farsi trascinare giù da me.
Sulla strada, la prima macchina che passa ci vede con i vestiti stracciati e sporchi di sangue, il tizio va nel panico, lo imploro di portarci a Terracina, ma lui se ne va.
La seconda macchina ci carica. Arriviamo all’ospedale di Terracina. Fabio è preso in cura dai medici. Lo porteranno poi al S. Giovanni. Il trauma cranico è grave, ma tutto andrà bene. Gli rimarrà una placca in testa, in ricordo di quella merda di giornata.
A Terracina, dall’ospedale, telefono finalmente a mio padre: bisogna avvertire i genitori di Fabio. Comincio la telefonata dicendo: “Papà, questa è la telefonata che non avrei mai voluto farti. Abbiamo avuto un incidente…”

Capitolo 8
Come si dice: dopo la caduta bisogna subito rimontare a cavallo.
La domenica successiva andammo con Lorenzo a recuperare il materiale lasciato lì, e poi, qualche tempo dopo (aprile 1985), la via fu terminata. Credo che non abbia avuto nessuna ripetizione. Anche il nome è rimasto sospeso: Kamasutra. L’urlo del pipistrello. Due nomi brutti… Entrambi terribilmente brutti. Ma nella vita ci possono stare gli errori. Altroché.
Nelle settimane che seguirono, Fabio dovette affrontare una lunga convalescenza. Io non avevo smesso di friggere nella mia smania di scalare, di migliorare.
Una sana invidia stava silenziosamente crescendo in me per quelli là, gli “sperlonghiani”.

Il Moneta la mattina. Foto: livellozero
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Avevano tutti ampiamente passato i diciott’anni. E dunque avevano la patente e la macchina (per andare ad arrampicare). Avevano la fidanzata, o comunque potevano vantare qualche esperienza sessuale. Io, né l’una né l’altra. Anzi, più passavano i mesi e più sentivo come un’oscura vergogna – a diciassette anni e poi ormai (a novembre) diciotto – non aver ancora infilato le mani sotto la maglietta di una ragazza, non aver giocato con nessuna a rotolarsi sulla moquette levandosi i vestiti, quando i genitori sono fuori di casa…

Ma quel che maggiormente invidiavo ai più grandi era proprio quel potersene stare lì, a Sperlonga, in mezzo alla settimana, dormendo in quel topaio di casa, mentre io ero costretto ad andare a scuola: invidiavo – in sostanza – quella libertà, quell’indipendenza dai genitori che rappresenta l’universale orizzonte di utopia di ogni sano adolescente…
Certo, invidiavo anche le loro capacità arrampicatorie. Ma in questo caso era più ammirazione che invidia. E ragionevolmente pensavo che, arrampicando io soltanto un giorno a settimana, non avrei mai potuto colmare quel divario.
Dopo l’incidente di Fabio, e il suo progressivo allontanamento dall’arrampicata, trovai un nuovo compagno di cordata…
Quinta ginnasio del “Giulio Cesare”, dunque tre anni meno di me. Insomma un pischello… Si chiama Maurizio. Subito soprannominato Maurizietto, e più tardi, a causa di alcune sparate, “er Tozzo” (“Oh, hai visto quello? Mi ha guardato male! Adesso vado lì e gli meno!!!”).
Il Tozzo, bisogna precisare, non era l’unico “tozzo” in circolazione. Era il periodo in cui a Roma era pieno di “tozzi”: era una generazione, una moda (che prevedeva – ad esempio – un piumino Monclair, i Levi’s 501 un po’ larghi, e non so più quali scarpe…).
I “tozzi” erano praticamente dei “coatti” un po’ acchittati e stereotipati.
Ma torniamo a noi. Nel frattempo avevo stretto amicizia con un mio coetaneo, Ignazio Tantaillo Tantillo: anche lui fa il liceo classico, al “Mamiani”, ha fatto il Corso di roccia un anno prima, nel periodo in cui io avevo cominciato con Lorenzo e Fabio.
Ma soprattutto: Ignazio conosce Jolly
Chi è Jolly?
Ah vabbé… Oggi è facile dire chi è Jolly. Ma bisogna vedere chi era nell’inverno ’84-’85…
Alessandro Jolly Lamberti era un po’ più grande di noi. Aveva fatto il corso CAI qualche anno prima. E s’era beccato quel buffo soprannome da Luca Grazzini, suo istruttore, il quale diceva che quel ragazzino magro poteva salire da secondo su qualsiasi via lo avessero portato durante il corso. Per cui era come un “jolly”…
Io ero da poco diventato amico di Ignazio, che era amico di Jolly, che era amico di Stefano Finocchi.
La faccenda si faceva (per me) interessante.
Ai primi di dicembre 1984 parlo con Ignazio: si prospetta un week-end che resterà scolpito nella mia memoria.
Il giorno 8 è sabato, Immacolata Concezione: non si va a scuola! Decidiamo di andare due giorni, 8 e 9, a Sperlonga con le tende! (Le tende che verranno piazzate nel parcheggio del Mozzarellaro… Altri tempi…).
Ignazio mi dice: “Ho parlato con Jolly. Mi ha detto che prende il “calesse”, la macchina di suo padre… Con te e l’amico tuo Maurizio siamo in quattro. Va benissimo”.
Senza il mio fido capocordata Fabio, e con Maurizietto quindicenne (e alle prime armi), mi tocca andare da primo. Ignazio, per tutto il week-end, fa cordata con Jolly. E con notevoli vantaggi, visto che Jolly si tira già disinvoltamente tutti i 6b, 6b+ e 6c di Sperlonga. Così Ignazio, che forse arrampica un po’ meglio di me, ma comunque è più o meno sul mio livello, ha la possibilità di andare a fare, seppur da secondo, Serena alienazione, Peek a bou, Prondo prondo…
Il tempo è splendido. Sapete immaginare due meravigliose giornate di sole, a Sperlonga, in dicembre?
Con Maurizio ci facciamo le vie – nuove nuove – del settore di Re Artù, poi lo Spigolo, Messico e nuvole. La domenica mi tiro Picchiami sulle bolle con il Bombamento. A fine giornata Ignazio finalmente si decide a trasmettermi qualcosa di questa catena decrescente Stefano-Jolly-Ignazio, e mi porta a fare il primo tiro del Ritorno di Paperoga, 6a+ (ex 6b-!). Passo bene. Ignazio mi dice bravo, e io mi sento fiero. E soprattutto felice.
In macchina, sia all’andata che al ritorno, Maurizio racconta ininterrottamente aneddoti verosimili o, più spesso, improbabili (resta famosa l’auto, progettata a suo dire negli Stati Uniti, con il pilota automatico…). Jolly parla pochissimo, ma sembra molto divertito, sia dalle scemenze che dice Maurizio, sia dai commenti di Ignazio, che ha un umorismo (a volte involontario) irresistibile.
Un paio di esempi di quest’ultimo. “Oh, Luca! Ma tu stasera in tenda come dormi? Cioè, voglio dire, stai tranquillo? Perché io non mi fido mica, e dormo con il martello (da roccia) vicino a me, perché di notte possono venire i cani selvatici o i sauri! (vipere, NdA)!”.
Sul sentiero che va alla falesia, sotto il sole cocente: “Luca, vai avanti tu! Ché ci possono essere i sauri… Io comunque mi preparo un bel sercio abbastanza grosso e ignorante da tenere in mano. Oh! Piglia pure te il sercio! Però vai avanti tu!”.

Andrea Dibba Di Bari
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Capitolo 9
Visti da vicino. (Per come li ho visti io, e dunque senza pretese di verità…)
Alessandro Jolly Lamberti, per lo più silenzioso, quasi timido. Alto, capelli lisci abbastanza lunghi. Ovviamente magro. La metà della metà dei muscoli che ha oggi. Assolutamente dimesso nel parlare di arrampicata e di gradi. Non fa nulla per stare al centro dell’attenzione. Ha vent’anni. E’ iscritto a Fisica. Arrampica spesso con Stefano, ma anche con Ignazio. Ha uno stile impeccabile, senza colpi a effetto. Macina vie su vie, migliorando sempre.
Stefano Finocchi, allegro, simpatico, col sacro fuoco per l’arrampicata. Il suo ritornello è: “ho spittato una pancia di 7c!”. Però né Blues per Allah, né Baby snake, né Polvere di stelle, né Elisir saranno 7c! Non vede l’ora di alzare il livello di arrampicata, non soltanto il suo, ma quello della falesia… Arrampica quasi a tempo pieno. E’ un pochino più alto di Jolly, e un pochino più grande (un anno in più), capelli neri e ricci. Grande scioltezza di bacino, da far invidia a Edlinger. Fortissimo di dita. Ha una mentalità un bel pezzo davanti agli altri.
Enrico Jovane è quello che, a vederlo, arrampica meglio di tutti. Ha uno stile ineguagliabile. Sale sul 6b/6c come fosse quarto grado. Però in confronto a Stefano prende tutto con grande leggerezza, quasi con distacco. Si vede che non è sua intenzione dedicarsi all’arrampicata più che a tante altre cose. Allenarsi? Non ci pensa nemmeno. Ma sul suo talento innato sono tutti d’accordo… Da un certo punto in poi (1986) non lo vedo più.
Andrea Dibba Di Bari, scatenato, trascinatore, carismatico. Anche lui vede molto oltre il nostro orizzonte di poveri neofiti. Quando arrampica capti la sua voglia, quasi una rabbia, di non mollare mai la roccia, di salire più su. Capelli lunghi, occhiali da sole, magrissimo. Ha anche lui qualche anno più di me. Ma parla come se avesse vissuto già due vite. Ha una fidanzata molto carina, americana. E’ uno che tiene banco, e ci fa ridere a crepapelle parlando di cose sentimentali e/o di sesso. Però imparo da lui quasi più in quella materia che non nell’arrampicata.
Bruno Vitale, amico (direi quasi un fratello) di Andrea. In coppia a biliardino non li batte nessuno. Andrea è il fratellino discolo e irriverente, Bruno il fratello maggiore, paziente finché ci riesce. Persona semplice e generosa, pensa che spittare vie è una cosa che si fa anche per gli altri. Sa un mucchio di cose, ma non te le dice. Preferisce l’ironia. Cerca e trova: s’inventa letteralmente dei settori di Sperlonga che nessuno aveva visto…
Angelo Monti a Sperlonga lo vedi raramente. Molto alto, occhiali, sorriso semplice di chi è buono. Non parla quasi mai sul serio: sempre ironico, e molto auto-ironico. Ai miei occhi incarna il mito di uno dei primi settimi gradi romani: il Pulpito al Morra. Un’estate, in Verdon, rifiuta lo spinello che gli offriamo, e – alludendo al vino bevuto la sera prima – dice: “Oggi sento di avere delle tracce di sangue nella circolazione alcolica!”. Stralunato.
Maurizio Tacchi, old generation (si fa per dire!), che però a un certo punto molla la montagna e s’infiamma unicamente per l’arrampicata… Anche lui in apparenza dimesso, silenzioso, ma sotto sotto è un animo appassionato. Coltiva una passione totalizzante per Bruce Springsteen. Ha un bellissimo stile di arrampicata. A un certo punto (1986) comincia ad allenarsi con metodo e mette su una forza spaventosa… Ineguagliabile tombeur de femmes. Però questo lo racconterò con calma. Per un certo periodo si lega molto ad Andrea, poi i due si allontanano. Troppo forti per formare una cordata! Dove sta adesso, non lo so…
Roberto Ciato, come Maurizio, come i Vermi, viene dall’alpinismo. E all’inizio l’arrampicata sportiva sembra prenderlo relativamente. E’ un amicone, uno con cui vai subito d’accordo. Molto amico fra l’altro, anche lui, di Andrea. Mi ricordo che quando lo conobbi dovevo dirgli io i nomi e i gradi delle vie di Sperlonga: ero fissato e mi studiavo attentamente tutto, compresi i passaggi, appiglio per appiglio. Ma a uno come lui venivano subito, naturali… Qualche anno dopo s’è attrezzato un garage che è stato la prima palestra artificiale di arrampicata dei romani. Si andava da lui! E lui allenandosi è diventato forte, fortissimo… Senza mai vantarsene.
Giovanni Bassanini, giocherellone, sempre a scherzare, a prendere per il culo. Lo incontravo a Ciampino, dove faceva cose mostruose con una facilità sconcertante… Saliva e scendeva slegato di qua e di là, incurante dei rischi. Fortissimo di dita e di braccia. Resuscitato (o miracolato) dopo un volo enorme al Monte Bianco, ha ripreso a fare trazioni quand’era ancora a letto in ospedale. Poi lo abbiamo visto sempre meno quaggiù, ed è andato a vivere a Courmayeur.

E ora facciamo scrivere qualcun altro, il Jolly. Diversi personaggi presenti in questo paragrafo sono citati in precedenza; il Dibba è Andrea, il narratore di questi due pezzi che seguono è Jolly, il Finocchi è Stefano, Medioverme è già stato citato in alcune puntate precedenti, e Bibo… indovinatelo voi!

Il Dibba
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Intermezzo 1 (di Alessandro Jolly Lamberti)

A) Intanto dentro la casa, oltre a Ignazio e al Dibba, si erano riuniti anche il Tozzo, Bibo e i Vermi.

Il giorno prima c’era stata una grossa battaglia con i raudi (sorta di piccoli petardi). Il Dibba amava i raudi, il botto forte e secco che facevano, non come le scoreggette dei fuochi d’artificio o delle miccette. Il raudo era come una bomba. E soprattutto il Dibba amava lanciarli dentro casa. Allora si che il botto riusciva quasi a stordirti. La sera prima aveva cominciato lanciandone due sotto al divano dove era seduta xxxx. Che ovviamente si era incazzata. Poi in un attimo il piccolo corridoio si era riempito di fumo perché lui aveva cominciato a lanciarne a cadenza costante. I Vermi si erano asserragliati dentro una stanza, ma non avrebbero resistito a lungo. Il più pericoloso, oltre a lui, era il Savini. Mentre il Dibba stava cercando di infilare le bombe sotto la fessura della porta, lui stava aggirando la casa alla ricerca della finestra della stanza. A un certo punto la battaglia si era conclusa perché il Dibba voleva conservare un po’ di munizioni per dare il buon risveglio a qualcuno la mattina seguente.

Nella casa c’era ancora puzza di zolfo e grosse chiazze nere macchiavano il pavimento e la base dei muri. Il proprietario, un contadino del posto, soprannominato ’’zolla de tera’’ era talmente rozzo che neppure si sarebbe accorto delle modifiche alla tinteggiatura della sua bella casetta abusiva.

I discorsi presto divennero filosofici.
Andrea, per noi bamboccioni, era un maestro di vita, e ascoltavamo sempre divertiti e con attenzione i suoi aforismi.
Si discuteva di estetica.
– L’importante è che le bocce siano grosse – disse Ignazio – senza tutte quelle stronzate sulla forma, la consistenza, le proporzioni, importante è che abbia tette grosse e che parli poco.
– E’ un po’ come per il cinema, un film è un bel film se c’è un alto volume di fuoco, è spettacolare e con pochi dialoghi che ti appallano.
– Insomma una tettona che parli poco ma che sappia fare bene i pompini – interruppe Medioverme, che pur essendo il più piccolo era anche uno dei più trucidi.
– Non dico che non debba essere intelligente – replicò Ignazio – dico che debba essere silenziosa.
– State fuori strada – cominciò il Dibba, autorevolmente.

Stefano Finocchi su La Moda del Pesce, Sperlonga (da Flippaut di Fulvio Pennisi)
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Tutti ci voltammo verso di lui ad ascoltare attenti.
– Le tette contano, ma non sono fondamentali – proseguì scandendo con particolare enfasi f-o-n-d-a-m-e-n-t-a-l-i.
– Cosa è fondamentale? – chiese Bibo.
– Pensate a una ragazza bellissima, labbra carnose, culo come quello della pubblicità di Roberta, gambe perfette, ecc. Vi arraperebbe pure se avesse due ciliegine acerbe al posto delle tette.
– Sì, è vero, quello che conta è il culo – azzardò qualcuno.
– No. Allo stesso modo, se vedete una femmina perfetta, ma col culo un po’ piatto o basso vi ci ammazzate di seghe al solo pensiero tutte le sere. Una col culo piatto o dritto può anche essere una fica.
– Dovete pensare a una caratteristica che da sola faccia crollare tutto il resto.

Una condizione che non sia necessaria, ma sufficiente per la bruttezza – pensai; ma mi guardai bene dall’esprimere tale giudizio saputello.

Il Medioverme disse una porcata, ma nessuno la registrò, perché tutti pendevamo dalle labbra del Dibba.

– Le caviglie – pontificò Andrea – può pure avere tutto perfetto, ma se c’ha i caviglioni che scendono giù dritti e grossi come una lonza, la sera non le dedicherete neppure una pippa. E il più delle volte neppure saprete razionalmente perché non vi piace. Magari le due lonze le ha nascoste sotto dei jeans a tubo o degli scaldamuscoli fucsia, ma il vostro corpo lo sa, lo sente, magari ve la sposate pure ma non vi arraperà mai veramente – concluse.

E’ vero, le caviglie, e chi ci aveva mai pensato.

– Quello con cui stava prima la mia fidanzata – disse qualcuno -aveva due caviglie che sembravano due tronchi di quercia. Dici che a lei quello non la attizzava?
– Seee… te piacerebbe – replicò Andrea col suo sorrisetto cattivo – per le donne è diverso, l’arrapamento può partire anche solo per motivi intellettuali o semplicemente perché lui la fa sentire brava e la gratifica spesso. Le donne cercano chi le gratifica, per questo i viscidoni hanno successo.
– Ma soprattutto – dal tono si capiva che stava per sparare una delle sue massime – mai mai mai mai m-a-i farsi raccontare e m-a-i neppure pensare a quello che ha fatto la tua donna con il suo ex, è la cosa peggiore che puoi fare.
– Capito – disse Bibo.
– Come si fa a non pensare a una cosa? – chiesi io, che fino a quel momento ero stato zitto e in disparte – io quando decido di non pensare a una cosa ci penso ancora di più.
– Basta che ti metti a fare qualcosa – concluse secco il Dibba.
– Fare qualcosa. Fare qualcosa – ripetei mentalmente, cercando di memorizzare.

Il Finocchi
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B. In quel periodo il Finocchi percorreva la via Pontina fino a Sperlonga come un pendolare che deve andare in fabbrica a timbrare il cartellino. Senza ipocrisie, senza far finta di fare qualcos’altro, lui scalava. Abitava con la famiglia in un grande appartamento a Primavalle. Il padre, commerciante di vini e spumanti, aveva fatto abbastanza soldi lavorando sodo, e ora permetteva al figlio di impegnarsi a fondo nell’attività in cui era bravo e che amava. Probabilmente voleva permettergli ciò che a lui non era stato permesso, e per questo gli dava una discreta paga mensile, quasi uno stipendio, per scalare e basta. C’era una specie di accordo tra i due: dopo dieci o dodici anni di scalata, il figlio si sarebbe messo a lavorare con lui a vendere Spumanti. Stefano, al contrario di me, era estroverso, amichevole, disinibito; la sua vitale e frizzante energia ti accoglieva e ti metteva a tuo agio, ti faceva divertire, sempre, senza recitare ma semplicemente essendo se stesso. Piaceva a tutti, era una di quelle rare persone di cui potevi veramente godere la presenza come a uno spettacolo di fuochi d’artificio. Lui e il Tantaillo erano i più simpatici di tutti, nel senso letterale del termine, e assieme erano irresistibili. Con il giusto accompagnamento Stefano poteva fare qualunque cosa, compreso un discreto numero di atti vandalici. Era l’unica persona che conoscessi ad avere una alimentazione più sregolata della mia, e nulla gli faceva schifo. Tutti lo amavano. Tranne uno. Che invece lo odiava. Ma era un’altra questione. Era una questione di rivalità. Non si trattava di donne, ma erano pur sempre pulsioni darviniane e primordiali. Il controllo del territorio. E il territorio erano le pareti di scalata intorno a Roma: loro due tracciavano ogni settimana itinerari che dovevano essere sempre più duri di quello dell’altro, i chiodi che piantavano in parete erano come il piscio acre e acido dei felini in calore, servivano a marcare il loro territorio, i confini del loro regno. La tribù era appena nata, e già si erano formate due faide: da una parte il Finocchi, dall’altra il Dibbari. Io mi stavo formando nel mezzo, approfittando di quella rivalità, ma sempre rimanendo abbastanza nell’ombra, cominciavo a ripetere le loro vie più dure, da una parte e dall’altra. Loro aprivano nuove vie difficili, l’uno per superare l’altro, e io mi trovavo sempre nuovi progetti senza dovermi sporcare le mani piantando chiodi in parete. “E’ un lavoro da carpentiere”, dicevo con la mia erre un poco moscia. Pur restando sempre dalla parte di Stefano, il Dibbari comunque mi accettava, non perché facessi il doppio gioco, ma perché a diciannove anni ero una persona assolutamente innocua, quasi autistica, e provare antipatia per me sarebbe stato come provare antipatia per un orsetto di peluche. Neppure quel cagnaccio di borgata del Dibba era capace di tanto. A peggiorare le cose tra lui e il Finocchi c’era la differenza di status economico. Il Dibbari veniva dalla Pisana e sin da piccolo si era sempre dovuto fare il culo. Anche lui aspirava al professionismo nella scalata, ma per potersi pagare la benzina doveva arrabattarsi con qualche lavoro. Per lui, noialtri eravamo tutti figli di papà. E un po’ era vero. Ignazio, anche se non aveva mai una lira, “A Jo (Jolly) me so sbajjato, non c’ho i soldi per la benza”, abitava in un grande appartamento al centro, il padre (il “tutore” come lo chiamava lui) era un dirigente della RAI, la madre una “bossetta” alle belle arti. Bibo e il Tozzo venivano da Corso Trieste, io dall’Aventino. Tutto l’ambiente del CAI, dove ognuno di noi aveva cominciato, era impregnato di ricchi professionisti e intellettuali di sinistra, comunisti con la villa a Capalbio e a Cortina. Molta della sua grinta, quando scalava, il Dibbari la tirava fuori da lì, da quella tensione di classe. Anche lui, in quanto a carisma, energia e simpatia, non era inferiore né al Finocchi né al Tantaillo. Il Dibba era ipercinetico, quasi schizzato ma sensibile, a modo suo spirituale e un po’ filosofo. Era spinto da un fuoco che gli ardeva dentro e che non riusciva a sopire. Quando scalava dava sempre il massimo, con quel suo stile di scalata scattoso, un piede puntato e l’altro sempre un po’ a ravanare, anticipava quella che sarebbe stata la tecnica moderna, meno elegante ed effeminata, ma più efficace. Il Finocchi era il tipico scalatore anni Ottanta, sempre appiccicato alla parete come una ranocchia, sullo stile di Patrick Edlinger e di Manolo. Il Dibba, invece, se poteva i piedi neppure li poggiava, sostenendo che così si faceva meno fatica. Contava il risultato finale, chiudere la via, in un modo o nell’altro: le spaccate e gli sculettamenti andavano bene per i ballerini frocetti.

Entrambi i pezzi A. e B. qui sopra sono stati scritti da Alessandro Jolly Lamberti, uno dei più forti climber italiani. Jolly ha studiato in modo accurato e meticoloso la teoria e pratica dell’allenamento per l’arrampicata, e con un’esperienza ventennale nel suo bagaglio ha scritto quello che è tuttora il testo di riferimento in proposito:

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Gli scritti che ho riportato sono invece tratti da:
http://www.climbook.com/sezioni/2-storie-vere
e sono contenuti nel libro La decadenza della scalata moderna e altri racconti.

Capitolo 10
L’estate sta finendo, cantano i Righeira.
Anzi, è finita da un pezzo. Trascorso il mese di settembre, da Guido il Mozzarellaro non c’è più movimento. Ci sono i camionisti, loro sì. E da quest’anno (1984) ci sono anche gli arrampicatori.
In mezzo alla settimana sono due o tre, saltuari, imprevedibili, capelloni, ventenni. Hanno affittato una casetta minuscola e fatiscente a pochi passi da là.
Ma il sabato e la domenica sono molti di più. Li vedi arrivare verso le dieci del mattino, una macchina dopo l’altra. Scendono strani gruppetti, composti in modo imprevedibile, come se si mischiassero sempre le carte di uno stesso mazzo. Ci sono più o meno quei quindici o venti quasi fissi. Gli altri ruotano: vengono una volta, poi spariscono, ritornano.
Lasciata la macchina, prendono gli zaini e si avviano, come se tornassero in direzione di Roma, verso la galleria.

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Come ci vedeva Guido, il Chiromante?
Come vedevamo noi lui?
Qualcuno, un po’ cinicamente, diceva: “Gli abbiamo fatto muovere un po’ gli affari. Qui d’inverno non gira nessuno”.
In effetti noi andavamo sempre. Pochi ma fedeli. Anche con la pioggia. Tre o quattro tavoli li riempivamo: mozzarella e pomodoro, qualche oliva, un panino al prosciutto, una birretta alla spina…
Ma Guido non era così. Non pensava tanto ai soldi. Gli interessavamo noi. Si sarebbe detto che ci osservava, ci studiava.
A molti, e penso soprattutto a Stefano, Guido voleva un gran bene. Dopo un anno o due se lo coccolava, gli faceva gli scherzi. Anzi, in realtà faceva scherzi a tutti.
Impossibile dimenticare il suo termos “a sorpresa”: diceva che ti offriva del tè, e tu ingenuamente aprivi il barattolo e cosa saltava fuori? Indovinate? Una cosa più o meno cilindrica che sta giusta giusta, come dimensioni, dentro a un termos…
Lo ha offerto a tutti quelli che son passati. Anche ai big. Anche alle signore, alle istruttrici del CAI…
Un altro suo scherzo: “Facimmo a chi è cchiù alt’…”. Risposta di Stefano, già tra le risate: “Ma dai, Guido, sono più alto io!”. “No, no – insiste lui – facimm’…”. Si avvicina a Stefano e guarda la sua fronte, invitandolo a fare lo stesso. Con una mano, a metà strada fra le due teste, accenna a un gesto di misurazione, ma con l’altra ammolla una botta secca nei testicoli del giovane climber.
Una volta si arrabbiò perché aveva capito che mettevamo dei fogli di giornale nelle buche (le porte) del biliardino… In questo modo le palline non cadevano giù, e con cento lire potevamo giocare per due ore (d’inverno la giornata arrampicatoria finisce presto…). Arriva lì sbraitando cose incomprensibili. Tutti zitti. Ognuno pensa tra sé: stavolta l’abbiamo fatto incazzare sul serio.
Ma lui: “Nun sefà accussì, che finiss tutt’a carta int’o biliardino…” E mentre dice questo, ci porge gentilmente due stracci presi al bancone. Bisogna metterci gli stracci, nelle porte… Non s’è arrabbiato per i soldi, ma per i pezzi di carta che finivano dentro.
Guido ci voleva bene. Ne sono sicuro.
Ai muri avevamo cominciato ad attaccare qualche poster di arrampicata. Ce ne era uno con una foto del bombé di Pichenibule che ritraeva Edlinger. Commento di Guido, sempre rivolto a Stefano: “Chist è ‘no campione! no tu!”.
E poi voleva sapere, a suo modo, il grado della via del poster: “Quest quant’è? quanto fa? Ciento pe’ ciento…? Cientodieci pe’ ciento…?”
110%… La pendenza! Guido s’era accorto che la parete di quella foto strapiombava…

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Capitolo 11
Perdonatemi le divagazioni (che però a volte sono la parte migliore). Cercherò di ritrovare il filo del racconto.
Eravamo rimasti a quel week-end in cui portai il Tozzo per la prima volta a Sperlonga. Fu così che conobbi Jolly (di cui già si diceva che era uno “forte”). E si consolidava nel frattempo l’amicizia con Ignazio.
Andare a Sperlonga voleva dire non solo spellarsi i polpastrelli sulle gocce affilatissime, ma anche farsi un’idea di chi in quel momento era al top.
Come ho detto, di vie sotto al 6a ce n’erano davvero poche, e quindi Sperlonga continuò a esser frequentata, almeno per tutto il 1985, da una sorta di élite di arrampicatori. Gli altri si affacciavano, si facevano quelle 5-6 vie abbordabili, e ritornavano, a volte, qualche mese dopo. Dal che capirete – fra l’altro – che in quegli anni, al contrario di oggi, se uno faceva il 6a (il 6a di Sperlonga!), era considerato “forte”.
Andate a fare il “6a” di Pronto Raffaella, o del secondo tiro di Flippaut, e capirete che c’era una logica in quel ragionamento.
Così sapevi che i “forti” erano quei 10-15, e non di più.
Cominciavi a frequentarli, a parlarci, a chiedere informazioni su questa o quella via…
Con il Tozzo andai anche in giro per le altre palestre (il francesismo “falesie” non esisteva): al buon vecchio Morra, a Leano, ecc. Prendevo gradualmente fiducia nell’arrampicare da primo.
Ovviamente non esisteva Ferentillo, e ancor meno esisteva Grotti. Norma e Sezze erano due nomi e basta: liquidati, sulle guide dell’epoca, come pareti di scarso interesse.
Bassiano non esisteva. Supino non esisteva. Ripa maiala non esisteva.
Insomma, direte voi, ma che cosa esisteva?
Diamine, lo sto dicendo e ripetendo fino alla nausea: eravamo agli albori. Non esisteva quasi niente. Non esistevano i tabelloni, le palestre indoor, non esistevano le gare, non esisteva la FASI. Non esisteva nemmeno l’8a: se non come leggenda (“pare che in Francia ci siano due fratelli fortissimi, ancora più forti di Edlinger: si chiamano Marc e Antoine Le Menestrel… Sembra che hanno fatto l’8a…”).

Sperlonga, Parete del Chiromante (da http://www.stadler-markus.de/files/sportklettern/sperlonga.htm)
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A: il Castello invisibile
B: Avancorpo di sinistra
C: il Mercantino delle pulci
D: Parete del Chiromante
E: Avancorpo di destra
F: Fascia superiore
G: Mura di amacord
H: Signora delle maniglie
I: l’Isola che non c’è
L: il Pilastro di ponente
M: Spiagga sotto il pilastro di ponente
N: la grande Muraglia
O: l’Anfratto
P: il Tempio

 

 

Sperlonga, Monte Moneta (da http://www.stadler-markus.de/files/sportklettern/sperlonga.htm)
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A: il Faro
B: Avancorpo di sinistra
C: Avancorpo sotto la grande cengia
D: Paretone
E: Avancorpo di destra
F: Parete delle Meraviglie
G: Avancorpo del Mistero
H: Berger

Diciamo che per me esisteva il primo tiro di Flippaut, che mi aveva respinto a brutto muso. “Maledetta cazzo di placchetta appoggiata di 3 metri, vaffanculo, liscia! Porca puttana!”
Un giorno vedo, proprio sul primo tiro di Flippaut, il fratello di Paolo Caruso, Roberto. Un gran pezzo d’uomo (di ragazzo), certo non il mingherlino tipico di queste parti. Io sarò ancora un pivello – penso – però scalo meglio di questo qua (la modestia, in queste cose, non m’è mai mancata…). Roberto segue i consigli di qualcuno da sotto. Sale dritto un metro anziché traversare subito a sinistra, e prende un bel buco per tutta la mano, poi fa una grossa spaccata, riesce ad arrivare a un’altra presa decente, infine fa ancora qualche movimento che non ricordo sbucando sul terrazzino. Insomma, morale della favola, passa senza fare resting.
Gran rosicata mia. Resto muto, imbronciato, riflessivo.
Ma al tempo stesso: apriti cielo! Si accende una lampadina.
Roberto – continuo a pensare – ha fatto una sequenza precisa, memorizzata, incredibilmente efficace. Sapeva esattamente dove mettere le mani, dove mettere i piedi. Non ha esitato, non ha perso tempo, non s’è stancato (il termine “acciaiato” ancora non esiste…).
Ha usato dei trucchi, glieli avranno suggeriti, però intanto è passato.
Il cervellino di Smilzo, mosso dall’invidia, è tutto un formicolare.
Allora si fa così.
Si va sulla via. Si provano bene i movimenti, magari facendo resting. Bisogna capire i trucchi (se ci sono). Bisogna inventare, studiare la roccia centimetro per centimetro, vedere su quale presa ci si tiene meglio…
Inutile aver fretta. L’importante non è arrivare presto in sosta. Ma capire: capire in che modo posso passare, così da riprovarci in un secondo momento e salire in “vera” libera: rotpunkt (questo termine esiste!)…
Aaaahhh, ora ho capito.
Decido nei giorni seguenti qual è il mio obiettivo. Ho fatto, più o meno, vari 6a e 6a+. E’ ora di salire un 6b. Ma un 6b vero! meglio se magari è un 6b+, così non ci sono dubbi.
“Ignazio, tu che li conosci, i 6b e i 6b+, quale mi consigli?”
“L’hai fatta Serena? Non l’hai ancora fatta? MADDAI! (il famoso MADDAI del Tantaillo) Allora devi far quella”.
La domenica dopo sono lì col Tozzo, sotto la via. Sono pronto a tutto, a spararmi resting su resting, ma devo farcela, e capire i movimenti. Mi hanno detto che la partenza sullo strapiombetto è dura. Tutto sta a portare i piedi su due appoggi, proprio sul bordo del tettino. E poi da lì, devi tenerti su delle cose piccole. In compenso la parte dura non è tanto lunga: dopo i primi 5 metri diventa più facile.
Mi sono portato in tasca delle pasticche di un prodotto nuovo: si chiama Enervit! Così avrò le energie per arrivare in sosta.

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La Roda del Diavolo

La Roda del Diavolo
(dal mio diario)

Oggi mi attendono compiti difficili: ho in programma cose da temerari.

Partito da Soraga di Fassa con la corriera della 7.51 scendo al Passo di Costalunga e salgo a piedi al rifugio Roda di Vael, dove arrivo alle 9.15. Da lì salgo per ghiaioni e pendii d’erba cercando di trovare la via comune, quella che sale al catino tra la Roda del Diavolo e il Croz di Santa Giuliana. Non avendo con me la guida del CAI, non trovo alcun punto debole nella bastionata che difende il catino (oggi lì passa la via ferrata del Masaré, NdR). Così mi rivolgo all’it. 319b della guida, un percorso che il Tanesini definisce una “variante”. Lascio gli ultimi contrafforti della cresta sud del Croz (che da qui sembra un enorme verme roccioso) e giungo a una grande nicchia giallastra. Giro a sinistra un camino strapiombante che scende da una piccola forcella e striscio esposto su una specie di cengia (II grado): sguscio tra un blocco roccioso e il corpo della montagna per raggiungere la forcella con facile arrampicata. Poi attraverso tutto il catino e m’imbuco in un canalone tra la Roda del Diavolo e la Cresta del Masaré. Voglio infatti raggiungere la cresta. Risalgo tutto il canalone, senza molte difficoltà ma sbagliando una volta la direzione e impegolandomi perciò sulla destra. Comunque riesco a raggiungere la cresta, in corrispondenza di un intaglio. Vedo tutta la Val d’Ega, il rifugio Paolina e un po’ di escursionisti attorno.

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L’odierna via ferrata del Masaré passa nello stesso luogo
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Ora viene il difficile, perché voglio salire l’it. 319h, cioè lo spigolo sud della Roda del Diavolo. Con bella ed esposta arrampicata su roccia buona e ben gradinata, salgo un camino con blocchi incastrati. Devio un po’ a sinistra per raggiungere una cengia che mi porta a destra a una specie di nicchia.

La cresta sud della Roda del Diavolo è quella di destra delle due visibili
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Sono agitato e indescrivibilmente intimorito dal vuoto che ho sotto di me e dalla solitudine. Rimonto il picco terminale dalla parte sud, lungo una fessura tra lastroni, poi esco a destra, quando le rocce cominciano a strapiombare, arrivando a un rilievo della cresta terminale, ormai facile. In cima esulto, perché la guida dice che ho fatto una via di III grado. Sono le 10.20. Scrivo il mio nome sul libro di vetta, a 2723 m, poi scendo per la via normale che mi porta alla selletta di divisione tra la Roda del Diavolo e il Croz di Santa Giuliana, altrimenti detto Torre Finestra, per il caratteristico foro che traversa tutto il corpo roccioso della torre poco sotto la vetta.

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La Torre Finestra non ha una via normale facile, dunque devo salire stando attento a non superare certi limiti: non ho corda, perciò devo riscendere per dove salgo. Giungo alla base della torre, proprio dove le ghiaie arrivano più in alto, presso un roccione tagliato a picco, alla base di una stretta fessura. La guida parla di II grado, ma io la trovo più difficile che la cresta della Roda del Diavolo che ho appena salito… Poi diventa più facile e la risalgo più o meno per una lunghezza di corda (ah, potessi avere una corda…!) fino a incontrare delle schegge giallastre malferme. Da qui esco a sinistra, per rocce un po’ malferme fino a raggiungere la cresta sommitale, su una forcelletta. Seguo l’aerea crestina verso sud, difesa da alcuni denti rocciosi, e arrivo sulla cima, davvero poco spaziosa. Non mi fermo neppure e faccio dietro-front per ritornare alla forcelletta e incominciare a scendere. Tutto bene fino alla fessura iniziale, poi quando sono a circa 10 metri da terra mi trovo in difficoltà. Scendo fino a metà con mille cautele, poi mi fermo perché, pur sforzandomi in tutti i modi, non riesco a trovare nulla per il piede. Se cado da qui non muoio, ma posso farmi molto male. Mi risolvo a traversare un po’ a sinistra, scendo mezzo metro, riattraverso a destra e finalmente riesco a mettere la mano dove prima il mio piede si agitava alla ricerca di qualcosa.

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Sbuffo di sollievo, ormai sono fuori, così scendo fino al fondo. A grandi passi scendo per il catino ritrovando la via percorsa qualche ora prima. Poco avanti al rifugio Roda di Vael mi fermo su un masso a fare un po’ di esercizio, poi passo come un razzo davanti al rifugio (sono solo le 12.30) e mi butto giù verso la provinciale tra Vigo di Fassa e il Passo di Costalunga, continuo nel bosco verso Malga Palua, un posto che conosco bene per via della ricerca funghi. Infatti trovo ben trentadue porcini piccoli, quelli da mettere sott’olio. Da qui è un attimo scendere a Zester di Soraga. Alle 14.30 entro in casa.