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Le nevi dell’altopiano

Le nevi dell’altopiano

Su tutta la catena alpina, e specialmente sul versante italiano, non sono molti i luoghi dove si possa pas­seggiare con gli sci da fondo senza necessariamente percorrere lunghe valli pianeggianti con scarso sole e pochi panorami: proprio perché non sono molti i terre­ni ad “altopiano”, dove la scarsità dei dislivelli sia compen­sata da dolci e frequenti saliscendi in mezzo a vedute sempre spaziose. Una di queste regioni è il Regglberg, uno splendido altopiano compreso tra la Val d’Adige e il Passo di Lavazé, tra la Val d’Ega e il Passo di San Lugano: siamo a poche decine di chilometri da Bolzano, sotto alle grandi vette del Latemàr e del Corno Bianco.

D’estate questo è il regno del grande verde, dello scampanio degli alpeggi, delle foreste silenziose: d’inverno tutto pare, se possibile, ancora più stempe­rato in una curiosa e totale assenza di suoni: al tra­monto, quando ormai le distese di neve e le chiome scure degli abeti attendono che il buio le avvolga, cancellan­done la visibilità ma acuendone il senso di presenza viva, solo un attore emerge dai fondali e di­venta prota­gonista sulla scena: il Latemàr. Creste a­guzze e torri bizzarre contrastano nuvole ostinate che gli si avventano contro per ridisegnarle, mentre la luce rossa del tramonto sembra tramutare quella lotta tra roccia e vapore acqueo in un cruento sacrificio.

Santuario di Madonna di Pietralba (Weissenstein), Alto Adige. Foto: Marco Milani
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E’ il momento del languore, quando neppure il freddo che scorre con i primi brividi riesce a farci abbando­nare volentieri queste lande ormai oscure.

Eppure non si tratta di una zona sperduta in mezzo a montagne difficilmente raggiungibili. Numerose sono le discese tracciate per lo sci di pista: altrettanto ri­spon­denti alla domanda turistica sono gli impianti, le scuole, i servizi. Assieme all’alta Val d’Ega, il Reg­glberg costitui­sce uno dei comprensori sciistici più fortunati della provincia di Bolzano. Da qualche anno, alcuni dei più logici ed evidenti anelli percorribili con gli sci da fondo sono regolarmente battuti dai gatti delle nevi o dalle motoslitte, così da poter es­sere frequentati da chiunque intenda lo spostamento con gli sci una questione di velocità. E allora, come è possibile respirare ancora un’atmosfera così diver­sa, lontana dall’effetto super­mercato e multipro­prietà, lontana dal chiasso, dalle luci artificiali e dal cemento a vista? Nova Ponente e Nova Levante, i due paesi più noti, sono ricchi di cose belle da vede­re e i dintorni trasudano anche in pieno inverno la loro storia e il loro essere soggetti di una cultura ben definita, che si è adattata al moderno senza soc­combergli. Qui la montagna non è abbandonata: spostan­doci con gli sci da fondo a passi senza fretta, mille piccoli particolari ci ricordano la vita dell’estate, la presenza dei contadini e degli animali è quasi pal­pabile. Sappiamo che poco più sotto l’attività lavora­tiva nei masi non si interrompe mai, le vacche muggi­scono nel chiuso delle stalle, ma qui tutto è immobile come nell’incantesimo e spontaneamente questo silenzio in attesa ci fa scoprire con l’immaginazione tutto ciò che d’estate è facile guardare ma difficile vedere ve­ramente.

E perché lo sci di fondo escursionistico? E non a pie­di, per esempio, oppure con l’attrezzatura da scialpi­nismo? Giusto alla fine della seconda guerra mondiale lo svizzero R. P. Bille era stato tra i primi a de­nunciare (sulla Tribune de Genève) i pericoli dello sci: “Ancora qualche anno e questo nobile sport non sarà altro che un pretesto per intense competizioni fisiche, nient’altro che un pazzo salire seguito da un vertiginoso discende­re, senza sentire o vedere nulla al di fuori di noi stessi”. Applicare ai piedi lo sci da fondo con la soletta a lisca di pesce è probabil­mente negare tutta quell’evoluzione che Bille aveva previsto. L’attrezzo torna semplicemen­te ad essere un mezzo per muoversi nella neve fresca e profonda. Le non eccessive salite e i dolci saliscendi favoriscono dunque la contemplazione, un esprimerci di tipo sta­gionale, effimero come la neve che solchiamo ma veri­tiero per le sensazioni che lo originano.

Attorno a noi non c’è nulla di così selvaggio che possa giusti­ficare sensazioni forti, eppure anche allontanandoci di poco da una ben battuta pista di fondo emergono queste lucidità, momenti che di solito riescono a ri­conciliarci con noi stessi e con il mondo e che sono l’essenza di una vacanza: possono essere brevi anche solo un attimo e capitano sempre all’improvviso.

Il più caratteristico belvedere del Regglberg, il Corno Bianco (Weisshorn): si vedono la valle dell’Adige e quella dell’Isarco, divise a nord dall’Altopiano del Renon, Alto Adige. Foto: Marco Milani
Il più caratteristico belvedere del Regglberg, il Corno Bianco (Weisshorn): si vedono la valle dell'Adige e quella dell'Isarco, divise a nord dall'Altopiano del Renon. Alto Adige. Il più caratteristico belvedere del Regglberg, il Corno Bianco (Weisshorn): si vedono la valle dell'Adige e quella dell'Isarco, divise a nord dall'Altopiano del Renon. Alto Adige.

La gioia e il piacere di vagabondare senza meta in mezzo ai boschi e ai prati coperti di neve è una serie di piccoli incontri: in queste passeggiate siamo di­sponibili alla conoscenza del minore, del piccolo. Un recinto, un segno dei boscaioli su un tronco, un cro­cefisso che si attorciglia verso il cielo. Ma in cam­mino troviamo anche dei masi abitati tutto l’anno, malghe estive che possono offrirci pure d’inverno un modesto ristoro. E poi le chiese e le cappelle: Sant’Elena, Sant’Agata, San Floriano, San Martino: luoghi di meditazione e di ammirazione che con la neve accentuano la loro solitudi­ne. E infine il monumentale agglomerato seicentesco di Madonna di Pietralba, che ci mostra come un luogo di culto, cattolico di forme, spirito e tradizione quindi assai mediterraneo, possa inserirsi con la giusta energia in un paesaggio inver­nale da Grande Nord senza tempo. Poco lontano, protesa su una rupe che emerge appena dai boschi, la cappella di San Leonardo ci permette di osservare come in realtà l’altopiano sia falso: appaiono fianchi ripidi e burroni, foreste in ordine sparso, stradine ripide e impennate che i contadini con in mano il bastone sali­vano assieme ai pellegrini con il rosario tra le dita.

È difficile dividere la zona di Nova Ponente da quel­la di Nova Levante, paesi che in tedesco si chiamano Deutschnofen e Welschnofen (cioè Nova tedesca e non tedesca): la storia ha avvicinato e fatto coesistere, con le buone e con le cattive, i ladini e gli invasori barbari ed ha creato un’identità culturale unica che progressivamente si va però germanizzando. È impossi­bile parlare di Regglberg e non spaziare sulla Foresta del Latemàr fino a Carezza e oltre, fino ai boschi e ai pascoli del Rosengarten. Sarebbe come parlare di Alpe di Siusi senza la Val Gardena. Mentre il Lago di Carezza è conosciuto in tutto il mondo, nomi come Pas­so di Lavazé o Passo degli Oclini sono più sconosciu­ti: in genere qui i turisti sono prevalentemente tede­schi e austriaci, amanti di queste forme riposanti e del sole a piena giornata.

Un italiano si sente a pro­prio agio per la gentilezza che ovunque caratterizza la gente locale, a patto che non pretenda di usare (o peggio di far usare) i toponimi nella forma di tradu­zione italiana. Meglio una pronuncia storpiata in pes­simo tedesco che una scolasti­ca traduzione dei nomi di luogo. Valga per tutti l’esempio per cui Weissenstein, cioè Sasso Bianco, è diventato Pietralba per colpa di qualche dotto traduttore che sapeva che alba in latino significa “bianca”.

Non che Pietralba sia brutto in sé: è che nessuno lo capirebbe.

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Il campo mobile di Kandersteg

Il campo mobile di Kandersteg
(dal mio diario)

 

Riassunto
(11 marzo 2016)
Nel 1963 ero fiero di far parte di un gruppo di rover liguri (boy-scout più grandi) con in programma il «campo mobile di Kandersteg». In una pioggerella di agosto ci eravamo sistemati nel campeggio, proprio alla fine del tunnel ferroviario che collega il Vallese al nord della Svizzera. La stessa sera qualcuno, invece di cucinarsi una cena, era andato al ristorante. Il giorno dopo ricordo grandi studi sulla cartina assieme all’amico Marco Ghiglione, mentre i «grandi» riposavano in piscina. Finalmente, il terzo giorno, partimmo in sedici: nostra guida era un rover di Berna, biondo e alto, che soprannominammo Siegfried. Risalimmo la Gasteretal fino al Lötschenpass, ai piedi del colossale Balmhorn. Il gruppo vi arrivò parecchio stanco e la magnifica vista sul Doldenhorn e sul Blüemlisalphorn non li confortò più di tanto. Nelle ultime ore Marco ed io eravamo stati incollati a Siegfried, in testa, per non dare l’impressione di essere debolucci. Volevamo a tutti i costi andare con i grandi in vetta al Balmhorn. In serata accennammo a salire il Klein Hochenhorn, ma Siegfried ci sconsigliò perché «pericoloso». Ci accontentammo di provare i ramponi su una placca di ghiaccio. Il mattino dopo era grigio, dopo una notte insonne non riuscivo ad accettare che i compagni decidessero di rinunciare. Verso le 8 apparve chiaro a tutti che era solo un po’ di nebbia, il sereno ci beffava. Il gruppo disorganizzato non era tempestivo, io scalpitavo. Raggiungemmo il Gitzifurgge rassegnati alla rinuncia ed espressi tutta la mia ribellione salendo da solo sul Gitzihorn, per avvicinarmi all’ormai mitico Balmhorn. Fui richiamato in basso a gran voce. La discesa su Leukerbad falcidiò le ultime energie del gruppo. Con la funivia al Gemmipass e da lì penosamente verso Kandersteg. La pioggia dei giorni dopo impedì anche solo un ripensamento. Nella riunione di fine campo dissi ciò che da giorni mi premeva: quello non era stato un campo mobile, troppe comodità ed eravamo stati poco puntuali e approssimativi. Credo che i grandi non me la perdonino neppure ora. E non dissi che secondo me il Balmhorn si poteva benissimo salire, quel giorno. Nei deserti l’atmosfera è sempre nitida, come i ricordi che contano.

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Diario
(settembre 1963)
Dopo la Messa ci ritroviamo nell’atrio della stazione Principe (Genova). Siamo tutti novizi, a eccezione di Sergio Bione, Mauro Cuccadu e naturalmente il capogruppo Edilio Boccaleri. L’altro responsabile, Giorgio Tirasso, viaggerà in auto assieme a don Pino (l’assistente ecclesiastico) ed Ernesto Parodi (maestro dei novizi). Nello scompartimento del treno, Marco Ghiglione e io confabuliamo per una strategia comune, allo scopo di partecipare a una gita prevista per i soli rover e non per i novizi come noi.

Passato Milano, a Sesto Calende ho un lungo dialogo con Edilio, nel quale sfoggio (guida del Monte Rosa alla mano) tutta la mia sapienza escursionistica, nel tentativo di accaparrarmi una buona dose della sua fiducia.

Ancor prima di entrare in Svizzera, siamo tutti al finestrino, anche quando siamo nelle numerose gallerie. Appena usciamo dall’ultima, poco prima della stazione di Kandersteg, ci accoglie la pioggia.

Dopo aver cambiato un po’ di lire con franchi, percorriamo tutto il paese in direzione sud fino al nostro campo. Dopo le formalità burocratiche ci viene assegnato il nostro spazio: sette tende vicino a uno chalet. Nella nostra dovrò dormire con Orazio Carbone e Marco.

In tardo pomeriggio, ordinata ogni cosa, usciamo a fare acquisti, mentre alcuni decidono di andare a mangiare al Simplon. Al campo sono presenti scout e rover di tutta Europa e anche America. Sono lì a mangiar prugne secche quando capita un ragazzo inglese, Colin Chandler, con il quale faccio subito amicizia. Così faccio esercizio, con il mio inglese scolastico. Raggiungiamo gli altri al Simplon, dove tutti stanno già cantando assieme a inglesi e tedeschi. Torniamo alle tende alle 22.30 e, dopo la consueta orazione serale, crolliamo addormentati in tenda.

5 agosto 1963
Oggi è la cosiddetta “giornata dello spirito”. C’è la santa Messa, celebrata da don Pino, poi un discorso speciale, quasi una conversazione.

Marco e io fuggiamo verso una grotta individuata non so più come, per scoprire però che non possiamo entrarci senza attrezzatura speciale. Facciamo un po’ di roccia sui sassi, io trovo un coltello scout, senza fodero. E me lo tengo.

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Dopo mangiato alcuni vanno a fare il bagno in piscina, io resto al campo. Una giornata poco interessante.

6 agosto 1963
Non avevo perso tempo nello studiare la nomenclatura dei luoghi e in breve sono in grado di orizzontarmi. Oggi c’è in programma la partenza per la gita, perciò ci va tutta la mattina per i preparativi. Finalmente partiamo, in sedici. Non ci sono né don Pino né Ernesto Parodi, cui è stata diagnosticata un’ulcera: se ne andrà qualche giorno a Berna a fare il turista. In compenso è di Berna un rover che ci farà da guida, praticissimo dei luoghi. E’ alto, biondo, presto capiremo che è instancabile. Lo soprannominiamo Siegfried.

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Andiamo a piedi dal campo 1207 m alla partenza della funivia dello Stock: qui prendiamo la strada per la Gasterntal, scavata nella roccia. Dopo il restringimento finale, la valle si allarga in modo tale da poter vedere i rilievi che la circondano. Siamo sulla destra idrografica del Kander, Marco e io ci teniamo un po’ indietro, a un centinaio di metri dagli altri, per poter parlare a nostro agio. Guardiamo la nostra meta, il Balmhorn. Ci fermiamo per una breve sosta a Gastern 1520 m. Quando ripartiamo è per salire alle ultime conifere, il ghiacciaio è ancora lontano mentre il Leitibach ci scroscia vicino.

Ci beviamo una bella birra alla Gfalalp Gasthaus 1847 m. L’ambiente è grandioso, non lo si può chiamare paesaggio: il roccioso Doldenhorn, l’intero gruppo del Bluemlisalp, l’estesissimo Alpetligletscher/Kanderfirn. Su terreno detritico proseguiamo fino all’inizio del ghiacciaio, in zona Balme 2403 m. Fa freddino, ma Siegfried e io siamo in camicia. Ora che cominciamo a pestare neve, Marco e io non restiamo più indietro, bensì talloniamo direttamente Siegfried. E’ lui quello che dovrà guidare Edilio, Sergio, Mauro e Giorgio in vetta al Balmhorn. Se finora ci ha visti in retrovia, non vogliamo che pensi che siamo dei rammolliti. Vogliamo essere della partita del Balmhorn a tutti i costi!

Intanto, nella colonna, si notano i primi cedimenti nella marcia faticosa nella neve. Ci saranno 2 km prima di arrivare al Loetschenpass 2690 m e al suo rifugio. Dopo una breve merenda, Marco e io usciamo, perché è ancora molto chiaro. Volevamo salire sul Klein Hockenhorn 3163 m, ma la guida Siegfried ci dice che è “pericoloso”. Così, per non creare attriti, ci accontentiamo di gironzolare attorno, in cerca di qualche roccia o placca di ghiaccio. Dopo qualche evoluzione sui sassi, troviamo un piccolo pendio di ghiaccio nerastro, giusto quei 45° di ghiaccio vetrato che ci servivano per provare i ramponi.

Al rifugio mangiamo come lupi, io mi addormento con la speranza di salire il Balmhorn.

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7 agosto 1963
La sveglia è alle 5, ma io alle 4 sono pienamente sveglio nella mia cuccetta. A contatto di gomito ho Marco e Gianluigi Caminata, che dormono come ghiri. Quando fa un po’ chiaro riesco a vedere fuori della finestra che c’è un gran nebbia. Sento anche fischiare il vento. Dubito che oggi si facciano gite. Cerco di assopirmi, ma non c’è modo. Guardo di nuovo dal finestrino e vedo le rocce del Ferdenrothorn: ma allora la nebbia è passeggera… e forse anche il vento. Non è una bufera. Alle 5 sento Giorgio che dice a Edilio: – Fuori è brutto… non si vede niente!

Moderna veduta sul Balmhorn dalla Loetschenpasshuette
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E’ vero, ora non si vede nulla. Vorrei intervenire per urlare che non è niente, che bisogna che ci alziamo. Ma sto zitto.
– Allora… che facciamo? – continua il dialogo.
– Mah, vediamo più tardi.

Capisco disperato che il dialogo è finito. Passano due ore interminabili e fuori c’è sempre nebbia. Per me la situazione è indecente, nessuno che abbia voglia di alzarsi e appurare le cose. Alle sette capiscono che fuori non è bello ma neppure brutto. Anzi, sta lentamente migliorando, fino a diventare sereno. Ha nevicato un po’, quindi Siegfried, Mauro ed Edilio vanno a vedere fino al vicino valico del Gitzifurgge 2915 m se le condizioni del ghiacciaio sono buone. Poi scendono velocissimi, come sciatori. Alle 9 sono da noi e ci dicono di prepararci, perché si va. Ero pronto da un pezzo, ma devo aspettare gli altri.

Ora avanziamo lentamente sul Ferdengletscher verso il Gitzifurgge. Non riesco a trattenermi e parto per il Gitzihorn, sulla via per andare al Balmhorn. Questo cocuzzolo è a 2975 m, sgombro da neve. Richiamato a gran voce dal basso, riscendo dai compagni. Ci aspetta una magnifica discesa per il Dalagletscher, dove finalmente posso sfogare il mio malumore per il mancato Balmhorn, con scivolate, balzi, slittate e capriole assieme al bravissimo Siegfried. Tra le cadute generali, quella mia e quella di Siegfried sono rimarchevoli, rovinose direi…

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Alle 11.30 siamo alla Fluhalp 2039 m, in cerca di latte e formaggio. Ma in Svizzera non c’è questa bella usanza che invece c’è da noi. E’ tutto sotto controllo. Sotto alla Majingalp entriamo nel bosco, anche se Ivo Pellegri ha preso una storta e fa fatica a seguirci. Franco Giordano e Bruno Ferrobrajo sono stanchi morti. Dei novizi, solo Luigi Madama, Orazio Carbone, Marco e io siamo ancora tonici. Comunque arriviamo a Leukerbad, più o meno alle 12.30. Marco e io compriamo cioccolata, latte, formaggio, yogurt e succhi di frutta per la colazione di quando saremo arrivati al Gemmipass. Invece la birra, un bottiglione, la beviamo subito.

Con la funivia in pochi minuti siamo tutti trasportati al Gemmipass 2316 m. Durante il pasto il cielo è minaccioso, io vado a calpestare il passo geografico. Vorrei rimanere lì, ma non è possibile. Altra esercitazione di roccia sui sassi con Sergio Bione, poi ripartiamo costeggiando il bacino lacustre del Daubensee. Piove. Poi smette. Allo Schwarenbach ricomincia, con nebbia. piove fino allo Stock, cioè fino alla funivia. Per raggiungerla, una marcia a drappelli dalla forza residua a calare. Arriviamo bagnati fradici.

Scesi dalla funivia, c’è perfino gara per raggiungere il campo! Dopo esserci cambiati, la trattoria del Simplon ce la siamo guadagnata, questa sera!

Dopo cena ritorniamo al campo, ci sono anche gli inglesi, quindi anche Colin. Cantiamo e fumiamo. Sì, fumiamo! Che bagordi! Mai fumate così tante sigarette, in una sera più di quelle che avevo mai fumate prima!

A mezzanotte la cosa ha fine, ci ritiriamo in tenda: ma Marco, Orazio e altri preferiscono dormire nel saccopiuma accanto alle braci del grande fuoco acceso in serata. Io intanto, chiuso in tenda, mi fumo un’ultima sigaretta.

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8-10 agosto 1963
I giorni che seguono sono senza storia. Al Balmhorn non si va perché piove a dirotto, ormai abbiamo perso l’occasione. Impieghiamo il tempo a lavorare per un altro campo a Kandersteg. Sabato è una bellissima giornata, per fortuna non mi sento molto bene, tanto non si è fatto nulla. Salto anche il pasto. La sera, al Simplon, mi sento meglio e partecipo con gli altri al commento di fine campo. Tutti sono invitati a dare il proprio parere. Quando tocca a me, dico: “Beh, io vorrei far notare che questo “campo mobile” non è stato mobile per nulla, perché abbiamo sempre dormito a Kandersteg e solo una volta fuori, alla Loetschenhuette, non in tenda. Ma a parte questo, credo che la giornata di lunedì sia stata male impiegata. Doveva essere “dello spirito”, ma non è stata né dello spirito né del corpo e questo è davvero un peccato. La gita di due giorni è stata bellissima, ma poi abbiamo sprecato i giorni dopo. Sì, è vero, giovedì ha piovuto tutto il giorno, e le mattine del venerdì e del sabato siamo andati a lavorare. Ma i pomeriggi? Se non si poteva fare attività, si poteva almeno cercare di sapere qualcosa di più del posto dove siamo. Secondo me in questo campo ci sono state troppe distrazioni, troppe comodità. Non è forse vero che quasi tutti i giorni siamo venuti qui al Simplon a mangiare? Vi pare un “campo mobile” questo? Non vorrei sembrare disfattista, ma in tutta franchezza questo è ciò che ritenevo andasse detto”.

Tutti tacciono, io m’illudo che mi stiano dando ragione. E Marco aggiunge: “Devo anche far notare il difetto di puntualità: molto spesso siamo giunti in ritardo sull’ora programmata. Si diceva alle 8 e si faceva alle 9. Anche questo è perdere tempo”.

L’assemblea conclude che, per gli anni prossimi, occorrerà evitare il soggiorno prolungato in una sola località, al fine di evitare ciò che si è verificato questa volta.

11 agosto 1963
E’ il giorno del ritorno a Genova. La sera, con mio padre, riparto per la Val di Fassa.

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Il segreto del secondo campanile

Il mistero del secondo campanile

Chi, incuriosito dalle montagne della Moiazza, non fosse interessato a questo racconto, cioè a come si è risolto un piccolo mistero, bensì semplicemente volesse avere informazioni sulle vie che solcano la parete sud-ovest del Campanil dei Zoldani, vada a cuor leggero a consultare la nuova guida Moiazza (Idea Montagna, 2011) di Stefano Santomaso: vi troverà la situazione reale, il risultato di una lunga indagine (35 anni).

Tutto incominciò osservando con attenzione una fotografia del versante occidentale della Moiazza, quando passavo molto del mio tempo a caccia di possibili prime ascensioni su pareti significanti ed espressive.

La parete sud-ovest del Campanil dei Zoldani (Moiazza)
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Era l’aprile del 1974, con Flavio Ghio, di Trieste, e Giovanni Favetti, di Milano, avevamo appena salito due importanti pareti, la Est della Seconda Pala di San Lucano e la Sud della Quarta Pala di San Lucano. Sarà stata fortuna, però per me non è mai stato normale fare due prime ascensioni di 1400 metri l’una nel giro di una settimana… e con due bivacchi… e in aprile, una stagione certamente non del tutto canonica.

Davvero gasati per quei due successi, la settimana dopo Giovanni ed io eravamo di nuovo in zona. Stavolta cercavamo una parete un po’ più breve, non esposta a nord per via della neve e che non richiedesse ore e ore per andare all’attacco.

La parete sud-occidentale del Campanil dei Zoldani, alta quasi 600 metri, mi era sembrata perfettamente rispondente a ciò che desideravamo, qualcosa di abbastanza lungo che però desse la possibilità di essere risolto in giornata.

Partiti da Milano con comodo in tarda mattinata di sabato 20 aprile, arrivammo con piacevole cammino nella poca neve al Rifugio Carestiato. Era l’imbrunire, non ci aspettavamo di trovarlo aperto, però almeno speravamo in un locale invernale che invece, con nostra grande costernazione, scoprimmo non esserci o comunque essere chiuso.

Dopo una cena frugale ma calda e dopo l’ultimo tè, spegnemmo il fornellino e ci rassegnammo a bivaccare lì fuori, senza sacco piuma. Se avessimo saputo della non esistenza del ricovero invernale avremmo potuto partire un po’ prima e dunque avvicinarci di più verso l’attacco. Tanto, dormire fuori per dormire fuori…

La notte non fu terribile, comunque, anche perché ancor prima della luce la interrompemmo per la colazione e per la partenza verso la Forcella del Camp, oltre la quale finalmente potemmo vedere il versante occidentale in tutta la sua magnificenza.

Impegnarsi su una parete di 600 metri senza averla mai studiata se non in fotografia non è il massimo di tattica intelligente. E quando poi si è all’attacco non è che si possano avere le conoscenze giuste, perché tutto è come al solito distorto dalla prospettiva.

Devo anche dire che, a distanza di 31 anni (scrivevo questo nel 2005, NdR), non ho ricordi così nitidi su questa avventura, solo qualche flash di memoria qua e là. E se posso scrivere questo racconto è perché fortunatamente già il lunedì seguente (è datata) mi ero scritto la relazione tecnica della salita. Da appunti presi posso anche dire che attaccammo alle otto di mattina precise e che alle 15 eravamo in vetta. La non difficile discesa ci portò in breve al Rifugio Carestiato, dove raccogliemmo le nostre poche cose lì lasciate, per metterci in viaggio e raggiungere Milano la domenica sera a un’ora abbastanza decorosa.

La seguente relazione però rimase nascosta tra le mie carte per 31 anni, ed è un miracolo che sia sopravvissuta a una decina di traslochi e a qualche inevitabile repulisti.

Campanil dei Zoldani 2398 m parete sud-ovest, Giovanni Favetti e Alessandro Gogna, 21 aprile 1974, ore 7. Si attacca in corrispondenza di uno sperone grigio, il punto più basso di tutta la parete. Attaccare un diedrone, dopo 5 m (III+) uscire sulla parete di sinistra e superare una fessura per 15 m (VI-, 3 passi di A1, 3 ch). S1 su piccoli gradini. Continuare nella fessura, ora diedro, per 30 m, evitando l’ultimo strapiombo a sinistra (IV e V). S2 su buona terrazza. Attaccare un diedro strapiombante (V+, A1, 1 passo di A2) e uscirne dopo 20 m. Superare la successiva fessura (IV+) fino ad un buon terrazzo. S3. Obliquare a destra (II, III-) 40 m. S4. Con tre lunghezze superare tutto il diedrone obliquo a sinistra (arrampicando sulla faccia di sinistra, III, 1 passo di IV). Raggiungere una fessura-camino strettissima. S7. Superare la fessura-camino (recuperando gli zaini) per 7 m (faticoso, IV). S8. Continuare nel camino obliquo un po’ a destra 40 m (III e IV). S9. Obliquare a destra per cengia ad altro diedrone. S10. Superare il diedrone e le rocce a destra che seguono (35 m, IV con 3 passi di V). S11. Continuare nel camino per circa 30 m (IV e V), uscire a destra (chiodo) prima dei gialli (V-) e superare la fessura obliqua a destra (IV) fino a rocce più facili vicino ad una forcellina. S12. Continuare ora facilmente verso un grande camino a sinistra e salirlo (IV l’ultimo passaggio). S14. Tendere a sinistra e mirare ad altro camino, superandolo interamente (III, III+). S16. Traversare a destra su cengia ascendente (I). S17. Girare lo spigolo sud e salire facilmente alla vetta, 50 m.

Convinti dunque di aver scippato la terza «prima» del mese guardavamo già ad altre realizzazioni, come ad esempio la Sud della Palazza nei Monti del Sole (che poi salii il 19 e 20 maggio con Carlo Zonta e Francesco Santon), oppure la Sud-ovest del Ciglione Occidentale del Pelmo, che tentai con Favetti e Ghio ai primi di maggio: dopo un bivacco nella neve sulla Cengia di Grohmann il giorno dopo non riuscimmo per il cattivo tempo a progredire di un gran che. Era però una via davvero meravigliosa che poi fu vinta in tre giorni (dal 15 al 17 settembre 1977) da Franco Miotto, Riccardo Bee e Giovanni Groaz.

Convinto, dicevo, del successo del Campanil dei Zoldani, quale fu la mia sorpresa nel leggere sul numero di settembre dell’allora mitica rivista tedesca Alpinismus la notizia che due triestini della XXX Ottobre, Roberto Priolo e Tullio Ogrisi avevano già salito la stessa parete il 21 giugno 1970!

La notizia era scarna, ma poi fu confermata dalla rivista Alpi Venete che, a pag. 179 del numero di autunno-natale del 1971, riporta la stessa nota, dalla quale si evincono anche un tempo impiegato di 7 ore, difficoltà di V con passi di V+ e un uso di 8 chiodi oltre a quelli di sosta.

Sulle prime lunghezze della via Piccolo Denver
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A questo punto mi fu chiaro che sostanzialmente avevamo percorso quasi lo stesso itinerario, data la coincidenza di un simile uso di chiodi e di un orario perfino uguale. Forse le nostre difficoltà risultavano leggermente superiori, ma questo poteva essere attribuito alla possibile maggior valentia dei triestini, o comunque al modo diverso di graduare le difficoltà, o magari ancora alla stagione differente (giugno invece di aprile). In ultimo c’era anche la probabilità di qualche variante da parte nostra un po’ più diretta (per esempio nelle prime lunghezze).

Tutte queste erano ipotesi. Devo anche aggiungere che non credo di essere poi così fanatico nel raggiungimento a tutti i costi di prime o prime con varianti dirette o altre cose del genere. Ho sempre valutato questo genere di ambizione abbastanza puerile, mentre ciò che mi ha ogni volta interessato è la verità, e soprattutto il mistero che si crea a volte fitto con la scarsa informazione. Curiosità dunque, non ambizione.

La questione rimane assopita per decine d’anni, fino all’uscita recente della guida alpinistica di Stefano Santomaso sulla Moiazza. Questa mi capita casualmente tra le mani nella più bella libreria di Torino: subito mi ricordo del delle mie vicende al Campanil e vado a sfogliarla alla ricerca di come l’autore abbia trattato la parete sud-ovest del Campanil dei Zoldani.

La parete sud-ovest del Campanil dei Zoldani come appare nella guida Moiazza (2003) di Stefano Santomaso, oggi esaurita. 18=Rampa dei Bellunesi; 19=via Piccolo Denver; 20=via Bien; 21=via Angelina alla Terza Torre del Camp. Come si vede, non compaiono né la via Gogna-Favetti, né la via dei Triestini
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Santomaso le dedica 7 pagine (di cui 3 a schizzi, 2 a foto e 2 di testo). Decido perciò di comprare subito la guida per potermela studiare con comodo a casa.

Anche questa monografia non riporta la relazione originale dei triestini, pur citandoli (un nome è leggermente storpiato). Ci sono invece ben descritti tre nuovi itinerari, con tanto di schizzo tecnico e tracciato su una buona fotografia.

La Rampa dei Bellunesi, di Piero Sommavilla e Renato Mosena, è del 1970 (che giorno?), ripetuta poi da Eugenio Bien e Fausto Todesco nel 1975 e in seguito una volta ancora. È un itinerario che sale la parete molto a sinistra e patisce della qualità cattiva della roccia nella parte alta: guardando il tracciato, escludo subito di averlo percorso.

La Piccolo Denver è di Stefano Santomaso, Stefano Conedera e Paolo Zasso, del 1992, con una seconda salita di Daniele Costantini e Giuseppe Vieceli nel 2000. Un bellissimo tracciato che supera direttamente il grande muro centrale, quindi anche questo da escludere se si vuole tentare di ritrovare le nostre tracce o quelle dei triestini.

La Bien è di Eugenio e Renato Bien, nell’anno 1974 (che giorno?), ripetuta da Stefano Santomaso e Stefano Conedera nel 1990. Il tracciato sembra seguire una linea di minor resistenza ma abbastanza centrale. Attacca a destra del precedente, ma poi lo incrocia per andare a salire una rampa assai friabile a due terzi di altezza. Giudico subito che, anche in base alle difficoltà riportate, potrebbe essere questo l’itinerario più logico e quindi quello da noi scelto in precedenza (e con ogni probabilità anche dai triestini).

Roberto Priolo e Tullio Ogrisi, 21 giugno 1970
MisteroSecondoCampanileRobertoPriolo-TullioOgrisi21-06.1970

Inizia dunque la febbrile ricerca della mia relazione tecnica, che non ricordavo neanche se avevo scritto: mi sembrava però assai poco probabile non averlo fatto, visto che la ritenevo una prima ascensione.

Dopo un’ora di impegnativa ricerca in mezzo ai miei 200 metri lineari di libri e riviste che ho a casa (+ appunti e quaderni), finalmente ho lo strumento in mano che mi permette un confronto.

Ed è a questo punto che possiamo veramente parlare di mistero del secondo campanile, facendo riferimento al primo, un articolo da me pubblicato su Alp nel 1986 sulle vicende misteriose che accompagnarono la salita di Severino Casara sul Campanile di Val Montanaia: vicende che ancora oggi sono ben lungi dall’essere chiarite, anzi stiamo assistendo a un ritorno in auge della probabilità che Casara non abbia mentito per nulla!

Roberto Priolo
MisteroSecondoCampanile-RobertoPriolo

Questo mistero del secondo campanile non presenta le tristi tonalità di calunnia o menzogna che purtroppo il primo offre in abbondanza da 80 anni. Siamo di fronte semplicemente ad una carenza di informazioni che non ci permette di collocare al proprio posto le varie caselle di storia. Il mistero non riguarda la veridicità di quanto affermato dai diversi attori, ma riguarda l’integrazione delle scarse informazioni in un’ipotesi descrittiva che sia fondata e ragionevole.

Con la mia relazione in mano sono andato a cercare riscontri sulla Bien e ho potuto concludere con buona approssimazione che Favetti e io abbiamo attaccato più direttamente e più in basso, i Bien abbiano seguito la nostra stessa rampa-diedro, nonché la successiva fessura-camino faticosa e stretta e ancora il camino successivo. La nostra S9 dovrebbe coincidere con la loro S7. Qui i due percorsi si separano, la Bien tende a sinistra, noi andiamo appena a destra, per salire poi per itinerario autonomo e a destra della parte finale della Piccolo Denver.

Sarebbe anche da chiarire in che data esatta sia stata salita la Bien nel 1974, (errato nella pubblicazione, dove è scritto 1970) anche se ritengo improbabile un’anteriorità al 21 aprile.

A questo punto sarebbe bello che i triestini leggessero queste righe e intervenissero nell’informazione, per chiarire definitivamente la storia di questa bella parete. Così non ripeteremo le inesattezze e le approssimazioni che già si sono verificate altrove (un esempio che mi viene in mente è la Ovest del Sasso d’Ortiga).

Giovanni Favetti sulla Quarta Pala di San Lucano, prima ascensione della parete sud (1974)
giovanni favetti su 4a pala san lucano, parete sud

A questi interrogativi rispose lo stesso Eugenio Bien, con una mail del 4 luglio 2005:
Caro Gogna, ho letto il tuo bell’articolo su Dolomiti Bellunesi, e subito mi si sono chiarite alcune cose che da diversi anni non riuscivo a collocare nella loro giusta veste.
Prima di esporti le mie considerazioni ti devo però confessare che sono rimasto felicemente sorpreso nell’apprendere che agli inizi degli anni Settanta la tua attenzione si fosse rivolta a questo meraviglioso versante ovest della nostra Moiazza, anche perché, per noi iniziati all’alpinismo, le tue realizzazioni sulle Pale di S. Lucano e tante altre ti ponevano ai nostri occhi come un mito dell’alpinismo.
Ricordo i tuoi Galibier che subito comprai e che ritenni subito estremamente confacenti anche per l’arrampicata libera che ancora con conosceva l’uso delle pedule di arrampicata.
A tutt’oggi non sono ancora riuscito ad avere la relazione della via effettuata da Priolo e compagno nel 1970 e della quale io ho avuto notizie attendibili per la prima volta all’inizio degli anni Novanta. Questo fu quando Piero Sommavilla con Giovanni Angelini si erano impegnati con il CAI-TCI nella stesura della guida Civetta-Moiazza (che non fu mai portata a termine). Ricordo abbastanza bene che Sommavilla mi diceva che il loro itinerario passava attraverso il grande placcone centrale che suppongo leggermente a destra della via Piccolo Denver di Santomaso, Conedera, Zasso. La mancanza della relazione di Priolo con relativo schizzo pertanto non mi permette ancora di collocare le verità storiche di questo meraviglioso Campanil dei Zoldani al posto giusto. Io ho percorso la mia via il 15 agosto 1974 in 11 ore di arrampicata incontrando le difficoltà che ben tu hai potuto constatare sulla guida di Santomaso. Il 26 maggio del 1977 con mio fratello Renato e Casare De Nardin salimmo il Campanil dei Zoldani con l’intenzione di effettuare un’altra via nuova che avesse in comune la prima parte, fino al settimo tiro della via da me precedentemente salita nel 1974 e che percorresse invece per i restanti 2/3 la parte destra del Campanil dei Zoldani leggermente in spigolo. La sorpresa fu quella di trovare invece un chiodo universale Cassin colorato rosso a circa 2/3 della via. Siccome al primo tiro della salita effettuata da noi nel 1974 trovammo 4-5 chiodi, questo chiodo ci confermava che qualcuno avesse precedentemente effettuato prima dell’agosto del 1974 questa salita. Io avevo avuto poi notizie che tra i pochi che avevano effettuato degli approcci in questa parte della Moiazza fossero stati dei Triestini, conclusi che avevamo effettuato la prima ripetizione della via dei Triestini. Questa tesi fu poi confermata dalle informazioni ulteriori avute in seguito e che ti ho già esposte sopra… Solo ora che ho letto la tua relazione posso concludere che il 26 maggio del 1977 facemmo la prima ripetizione della via Gogna-Favetti. A questo punto non ci resta che collocare la via dei Triestini avendo la loro relazione e relativo schizzo. Sicuramente la tua salita rimarrà una via nuova mentre la mia potrà anche verificarsi essere stata una prima ripetizione della via dei Triestini. Se così fosse dovrei concludere d’aver effettuato le prime ripetizioni delle tre bellessime vie effettuate sul Campanil dei Zoldani, compresa anche quella di Sommavilla del 1970. Quanto prima riusciremo a collocare tutto al posto giusto, tanto prima cesserò di rammaricarmi per aver deformato una verità che era a me completamente sconosciuta. Certo è che coloro che si prendono l’onere di mettere nero su bianco queste verità storiche, e mi riferisco agli estensori delle guide, dovrebbero usare un’attenzione maggiore, soprattutto quando certe cose si sanno.
Fammi sapere qualche cosa perché anche queste supposizioni possano, almeno alla luce delle nostre esperienze che solo ora si sono intersecate, diventare verità storica. Questo è e sarà sempre il nostro obbiettivo prioritario.
Una forte stretta di mano.
Eugenio Bien

Nel 2008, in occasione dei 30 anni di Le Dolomiti Bellunesi, la redazione s’impegna in una bellissima pubblicazione, La grande cordata. Nella serie di articoli uno più interessante dell’altro, figura anche quello di Stefano Conedera, Il Campanil dei Zoldani, l’ultimo tassello mancante. Questo saggio storico mette la parola fine a tutto ciò che non era chiaro nella storia del Campanil dei Zoldani. Qui lo potete leggere in versione integrale.

Per brevità, abbiamo qui preferito riportare la lettera inviatami da Stefano Santomaso, 23 gennaio 2009 (i contenuti della quale sono un riassunto del suo articolo):
Caro Alessandro, innanzitutto vorrei congratularmi con te per tuo il bel articolo pubblicato su Dolomiti Bellunesi, veramente molto interessante, peccato che di questi tempi sia una delle poche voci che si levano a difesa dell’integrità dei monti. Io comunque lo sottoscrivo a pieno. Penso che anche tu abbia letto il mio racconto riguardo alla storia alpinistica del Campanil dei Zoldani.

MisteroSecondoCampanile-StefanoSantomasi0001

Sperando di farti cosa gradita ti vorrei illustrare meglio alcuni particolari che riguardano le salite alpinistiche che percorrono la parete occidentale del monte. Nell’articolo pubblicato infatti ho deciso di non inserire dettagli tecnici degli itinerari pensando che queste argomentazioni interessano solamente la stretta cerchia di alpinisti che, principalmente, hanno aperto gli itinerari. In più, con l’oggettiva difficoltà nel descrivere e far comprendere ai lettori i singoli tratti rocciosi interessati dagli itinerari. Ho così pensato che una foto con i tracciati bastasse e spiegasse molto più di tante parole.

Come avrai sicuramente notato la via di Priolo e Ogrisi vince centralmente la parete uscendo poi attraverso quella lunga rampa inclinata che caratterizza la parte alta della parete ripercorsa anche nel 1974 dai fratelli Bien. Questa salita è stata inoltre incrociata dalla via Piccolo Denver che sicuramente, per una intera lunghezza, sale in comune proprio alla base della grande placca centrale (infatti si percorre un diedro che incide una parete altrimenti impercorribile). Lo stesso Priolo, alcuni anni dopo che avevo pubblicato la guida Moiazza (2003), mi aveva scritto indicandomi a grandi linee la direttiva da lui seguita, in più un incartamento reperito da Eugenio Bien alcuni mesi fa e appartenuto a Piero Sommavilla evidenzia abbastanza chiaramente il tracciato seguito dai Triestini.

L’ascensione che hai compiuto assieme a Favetti invece si svolge più a destra; hai attaccato più in basso e a destra rispetto ai Triestini percorrendo l’unica fessura verticale esistente in quella zona, tratto ripercorso anche da Massarotto negli anni Ottanta e quindi anche da me e Giuseppe Bepi Vieceli nel 2001 durante l’apertura della via Vittorio Vieceli.

La nuova guida Moiazza, roccia tra luce e mistero di Stefano Santomaso (Idea Montagna, 2011)
MisteroSecondoCampanile-moiazza-roccia-tra-luce-e-mistero

La continuazione diretta di quella fessura non è altro però che il primo tiro difficile della via Priolo che con direttiva ideale incide la parete verticale superiore. Penso di poter affermare con certezza che la tua ascensione e quella dei Triestini quindi hanno in comune una trentina di metri in questo tratto (dove precisamente indichi un passo in A2), appena dopo le due salite si dividono. Eugenio Bien non è d’accordo con la mia convinzione; secondo il suo parere, la tua salita si svolge ancora più a destra andando a vincere un anfiteatro strapiombante che così dice, giustificherebbe i passaggi effettuati in artificiale.

A me sembra invece improbabile che con Favetti abbiate attaccato una parete strapiombante alta più un centinaio di metri, peraltro priva di una qualsiasi linea logicamente arrampicabile. In più la relazione che hai lasciato della tua via, si adatta perfettamente (tranne forse i passi artificiali) al tracciato che nel 1990 ho percorso con Stefano Conedera ripetendo la via Bien e al primo tratto percorso con Bepi Vieceli nel 2001.

Anche i fratelli Bien nel 1974 hanno dapprima percorso il primo tratto della via di Priolo, dopodiché hanno seguito, penso quasi integralmente, il primo terzo della tua via seguendo un grande diedro fessurato posto una trentina di metri a dx della via dei Triestini. Successivamente i due hanno affrontato e vinto una severa parete sulla sinistra (tratto chiave della loro ascensione) fino a riprendere la via dei Triestini in alto, sopra la grande placca centrale.

Quanto questa salita, nel primo e ultimo terzo di parete, percorra tratti nuovi o ripercorra tratti già superati precedentemente è difficile da ricostruire con precisione, ma visto che le linee “logicamente arrampicabili” sono le stesse presumo che le salite si sovrappongano. La questione appare comunque alpinisticamente di scarsa importanza e, con il tuo contributo, facilmente risolvibile.

Riguardo invece all’ultima salita tracciata, la via Vittorio Vieceli, dopo il primo tiro in comune con la Gogna, la via traversa verso destra per non toccare la via seguita da Priolo e dai Bien, andando poi a prendere e vincere il bellissimo spigolo del Campanil dei Zoldani. La parte finale di questo itinerario, che si svolge attraverso una serie di facili caminetti e diedri adagiati, penso riprenda la parte alta della tua via perché entrambe le salite percorrono i punti più logici e facili di questo tratto.

Alpinisticamente sono sempre le prime salite tracciate che comandano il gioco, tutte le altre devono tener conto di questi tracciati. Così è chiaro che anche in questo caso ci sono due grandi vie indipendenti, la via dei Triestini e la Gogna-Favetti: da queste, altre si staccano o si riallacciano percorrendo con mezzi tradizionali i punti più deboli del monte.

MisteroSecondoCampanile-ripviaBien0001

Dopo che Eugenio Bien ha rinunciato, sono contento di aver potuto scrivere io l’articolo sul Campanil dei Zoldani, ricostruendo e riassumendo la storia delle salite; un po’ per un certo senso di colpa verso gli alpinisti triestini, che probabilmente si sono sentiti “rubare” il loro tracciato pubblicato erroneamente sulla guida della Moiazza, un po’ per la mia passione per la conoscenza e divulgazione della storia alpinistica agordina e dolomitica.

Finisco di annoiarti con una riflessione; se ben guardiamo, l’alpinismo fatto negli anni Settanta come quello del Duemila, su questa parete non è poi così diverso. Questo non può che essere un fatto estremamente positivo.

Concludo con un cordiale saluto e con la speranza di sentirti o rincontrarti magari qui ad Agordo davanti a un buon bicchiere oppure proprio su queste nostre belle montagne.

La parete sud-ovest del Campanil dei Zoldani, con i tracciati definiti dall’indagine: giallo=Rampa dei Bellunesi (28.06.1970); nero=via Piccolo Denver (25.07.1992); bianco=via dei Triestini (Priolo-Ogrisi, 21 giugno 1970); rosso=via Gogna-Favetti (21.04.1974); blu=via Bien (15 agosto 1974); verde=via Vittorio Vieceli
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Il Canalone dei Genovesi al Marguareis

Il Canalone dei Genovesi al Marguareis
(dal mio diario)

21 luglio 1963. Vado a Sampierdarena col tram, poi scendo e mi dirigo alla stazione ferroviaria. Sono le 5.25. Il treno deve passare alle 5.58 e Piero Gualinetti non si vede ancora. poi lo vedo che aspetta su un altro marciapiede. Sul suo zaino fa spicco una bella piccozza. Arriviamo a Savona alle 6.46. Alle 7.15, con tre minuti di ritardo, parte il convoglio per Cuneo. Il treno funziona a nafta e non ci fermiamo in nessuna stazione, solo a Mondovì, la nostra fermata, alle 8.44.

Poco dopo siamo in viaggio in corriera assieme a due altri rover di Torino, non in divisa scout. Arrivati circa alle 9.30 a Chiusa Pesio, scopriamo che la corriera per Certosa di Pesio partirà solo alle 11.20, pertanto tutti e quattro decidiamo di farcela a piedi. Quando, dopo 7 km di strada, arriviamo a San Bartolomeo, Piero ed io andiamo a casa del custode del rifugio Garelli. Lui non c’è, ma c’è una donna che, dopo aver visto i nostri documenti dl CAI, ci dice che le chiavi del rifugio ce l’hanno dei gitanti che in questo momento sono al rifugio ma che, essendo domenica, è previsto rientrino oggi stesso. Appare chiaro che per avere queste benedette chiavi dovremo incrociarli.

CanaloneGenovesi-Marguareis0001

 

Proseguiamo il cammino per la lunga valle, il caldo si fa sentire e anche la fame. Dopo altri tre km arriviamo alla Certosa di Pesio 859 m. Qui salutiamo i nostri amici e c’incamminiamo per Pian delle Gurre 992 m, ma per fortuna dopo circa un chilometro e mezzo una macchina ci fa salire. Sono i genitori di un ragazzo che ora è al campo scout. E così, dopo pochi minuti, arriviamo anche là. I ragazzi ci fanno festa, soprattutto i rover che ci accompagneranno domani. E’ l’ora di pranzo e si mangia. Dopo, il tempo passa con i giochi, il fuoco di bivacco e con gli spettacoli che i ragazzi fanno per i genitori.

Alle 16 decidiamo di partire, il tempo non è dei migliori. Chiediamo a Mauro Cuccadu se viene o no; lo stesso facciamo con Sergio Bione, Sergio Parodi, Giorgio ed Ennio, quel famoso Ennio che era stato con me e Marco Ghiglione alla Pietragrande. Sono tutti indecisi, poi Mauro ed Ennio ci dicono che tenteranno il 23. Piero ed io partiamo, dopo che qualcuno presta una piccozza a me e un paio di ramponi a Piero. Io i ramponi li avevo già. Informato del nostro disegno il capogruppo Edilio Boccaleri, partiamo alle 16.30.

Su per il Vallone del Salto andiamo veloci per una strada carrozzabile. La vegetazione attorno a noi è cambiata radicalmente, pini e abeti hanno sostituito i faggi. Incontriamo gli escursionisti che ci danno la sospirata chiave. Finalmente siamo tranquilli, senza più il rischio di rimanere fuori dal rifugio.

Al termine della carrozzabile seguiamo una mulattiera tra gli abeti del lato destro della Val di Sestrera. Traversato il ruscello, arriviamo al Gias sottano di Sestrera 1331 m. Ci fermiamo a prendere acqua. Non siamo stanchi, ma sudiamo come bestie. Per il caldo eccessivo, più o meno a quota 1640 m, in una radura ci fermiamo per una sosta. Ripartiamo dopo una breve merenda e incontriamo altri che scendono dal rifugio: ci dicono che ora il rifugio è lindo e pulito come uno specchio e ci raccomandano quindi di tenerlo bene. S’immaginano che dietro a noi ci sia tutta la squadra di scout, perciò li tranquillizziamo dicendo che siamo solo in due.

CanaloneGenovesi-Marguareis0004

Crediamo di riconoscere il rifugio, invece è il Gias soprano di Sestrera 1842 m poi scorgiamo il Garelli, più in alto, di lucido alluminio. Ci arriviamo alle 18.15. La costruzione è abbastanza bassa e vicino c’è la legnaia. Entriamo con la chiave, posiamo gli zaini. C’è la stufa, il liquigas, 35 lettini, coperte, tavoli, armadi, sedie, stoviglie e cassetta di pronto soccorso. Siamo entusiasti.

Fatta qualche foto ai dintorni, salgo su un sassone, tolgo un chiodo che vedo. Poi ci laviamo i piedi.

Quando entriamo definitivamente ci chiudiamo dentro, mangiamo come lupi, poi a dormire: ma è solo dopo una lunga chiacchierata che chiudiamo gli occhi.

Il suono della sveglia ci desta alle 5. Dopo una breve colazione, partiamo alle 5.35. Il tempo è brutto, nebbia fitta. Scendiamo nel Vallone del Marguareis e in un quarto d’ora siamo al laghetto 1928 m. Da qui cominciamo a salire tra i massi accatastati fino al ghiaione vero e proprio, di pietre assai mobili. Così mobili da farci preferire di camminare sulle placche di neve residua.

Finalmente siamo all’imbocco del Canalone dei Genovesi. Sono emozionato quando calziamo i ramponi. Questo canalone è fortemente incassato tra la cima del Marguareis e la Punta Tino Prato. In certi punti raggiunge l’inclinazione di 50°, ma in genere è sui 40°-45°. Sappiamo del pericolo di scariche di sassi in questa stagione. Ora però è ancora presto, questo pericolo ancora non c’è: è vero però che la neve indurita è cosparsa di pietruzze d’ogni genere.

Dopo un po’ la neve termina, siamo sotto un salto verticale di due metri oltre al quale s’indovina la fine del canalone. Ci leviamo i ramponi, riponiamo nello zaino le picche e io vado su per primo. Sono un po’ ostacolato dallo zaino, ma poi riesco a passare. E così pure Piero. Sul Colle dei Genovesi tocchiamo il confine con la Francia. E’ la prima volta che metto piede all’estero!

Poi saliamo in vetta alla Tino Prato 2595 m, torniamo al colle e da qui puntiamo alla vetta del Marguareis 2651 m, che raggiungiamo in dieci minuti. Siamo immersi nella nebbia e non vediamo altro che la croce. Dopo aver bevuto dei succhi di frutta, ci decidiamo a scendere verso il Colletto dei Torinesi e quindi imbocchiamo l’omonimo canalone, che scendiamo con precauzione scalinando. Quando la neve termina, per ghiaie e selve di rododendro raggiungiamo il Laghetto del Marguareis dove eravamo già passati al mattino. Dopo un quarto d’ora di salita raggiungiamo il rifugio Garelli ma non vi entriamo, proseguendo perciò per il Pian delle Gurre.

CanaloneGenovesi-Marguareis0002

I rover ci accolgono e noi rispondiamo con dovizia di particolari alle loro domande. Dopo mangiato c’incamminiamo per la Certosa di Pesio, dove arriviamo alle 14.30. Abbiamo parecchio tempo prima della partenza della corriera, così decidiamo di visitare la bellissima e antica Certosa. Dopo una serie di puntuali coincidenze, per un vero miracolo riusciamo a prendere un treno, arrivando a Savona alle 19.15. Poco dopo le 21 arrivo a casa. Peccato che Piero tra pochi giorni partirà per militare: per un po’ non potremo più vederci.

 

Il Canalone dei Genovesi incassato tra la vetta del Marguareis (a sin.) e la Punta Tino Prato
CanaloneGenovesi-20130602182613

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Gli occhi del toro

Gli occhi del toro
(Zillertal e Tuxer Voralpen)

Non si può dire di conoscere il Tirolo se non si è stati nella Zillertal, che è un vero e proprio mondo a parte. Dai fasti magici di Innsbruck, Hall e di Schwaz, nella valle dell’Inn, poco oltre si entra a destra nella Zillertal, tipico solco glaciale ad U, che s’insinua tra le Tuxer Voralpen e le Kitzbüheler Alpen. A Zell si lascia a sinistra la Gerlostal e si prosegue fino a Mayrhofen, dove la valle si divide in quattro rami: da est a ovest, Ziller Grund, Stillup Grund, il solco principale verso lo Zamser Grund (Zemmtal) e infine la Tuxertal. Questa divide le verdi Tuxer Voralpen dalle ghiacciate Zillertaler Alpen (che per la loro parte di confine con il Sud Tirolo e l’Italia sono chiamate Alpi Aurine).

In pieno sole, raggiungiamo il mulino di Tux, una costruzione di legno del 1839, restaurato e funzionante a testimonianza della vita montanara di una volta, quando i masi erano per la maggior parte autosufficienti e a queste altezze si coltivava l’orzo per farne farina. Il mugnaio, aiutato da una bambina, ci mostra come il complesso macchinario macini il frumento e alla fine torniamo con un simpatico sacchetto di farina ed una ricetta per il pane fatto in casa. Altra gita bellissima si può fare all’alpeggio di Junsalm e di Stoankasern (volendo ci si può servire da Juns di un taxi-fuoristrada autorizzato): qui si può osservare tutti i giorni come sono prodotti il burro e il formaggio, nonché la «pipeline» del latte. Se si è arrivati fin qui al mattino presto, si può proseguire sul versante ripido al di sotto della Kalkwand Spitze, tra ruscelli e cascatelle, fino alla Junsgrube, la conca detritica sotto allo Junsjoch dove la roccia è colorata in modo del tutto particolare. Dal valico c’è una splendida vista su una buona parte delle Tuxer Voralpen, le montagne tra la Zillertal ed Innsbruck. Si scende ora alla Lizumer Hütte arrivando così all’area militare della Wattener Lizum. Attenzione alle eventuali esercitazioni, non allontanarsi dal sentiero. Risalire al Torjoch e scendere ai meravigliosi specchi d’acqua dei Torseen. Accanto è una piccola baita di legno, dove i pastori mungono ancora a mano. Il luogo è intatto, solitario. La leggenda narra che sul fondale del lago viva un toro gigantesco, i cui occhi si vedono minacciosi solo nelle nitide notti di luna. La gita è ben lungi dalla conclusione, occorre scendere ancora per gli splendidi paesaggi verdi della Torbachtal, fino a raggiungere in fondo alla Tuxertal il paese di Vorderlanersbach.

Salendo alla Wandspitze con lo sfondo dell’Olperer, Tuxertal, Zillertal, Tirolo
Salendo alla Wandspitze con lo sfondo dell'Olperer, Tuxertal, Zillertal, Tirolo

Ma nella Tuxertal mulini, formaggio e tori non sono i soli ricordi dei tempi andati: i custodi della Höllensteinhütte, poco distante dal fondo valle, da tempo raccolgono gli attrezzi un tempo di uso quotidiano, aratri in legno, banco da falegname, grattugia, zangola e tanti altri oggetti. Nel Museo contadino, tra le gerle da testa e da schiena c’è anche quella della famosa «messaggera di Tux», una donna che in ogni condizione di tempo, anche d’inverno, scendeva a Mayrhofen per procurare oggetti di vitale importanza. «Dopo il 1913, quando fu aperta la strada e quindi arrivarono le prime carrozze a cavallo, la messaggera non poteva certo competere…» racconta Klaus Erler, il custode. Siamo arrivati fin qui da Lanersbach, prima per una strada forestale poi per una bella mulattiera antica che sale a curve nel bosco fino alla radura dell’Höllensteinhütte. La gita ha una prosecuzione con la salita al Tapeneck e con la discesa alla Grieralm, poi alla Tulferalm e a Hintertux. Le più belle costruzioni di tutta la valle sono però i masi di Gemais, poco al di sopra di Vorderlanersbach, risalenti al XVIII secolo. Le quattro costruzioni, molto ravvicinate tra loro, sono l’evoluzione di un insediamento ancora più antico (XIII secolo).

Le Tuxer Voralpen, nel settore sudorientale, sono il balcone più bello in vista dei ghiacci del Gefrorneferner, contornati dall’Olperer e dall’Hoher Riffler. Il ghiacciaio è addomesticato dagli impianti di risalita, simile in questo agli altri ghiacciai austriaci dove ha trionfato lo sfruttamento. Chi vuole però scoprire con le proprie forze il mondo dei ghiacci e delle altezze, può evitare i servizi e salire a piedi. Sono in molti a farlo, più di quanto si creda. Proprio al di sotto della cabinovia, la prima tratta di impianti, una serie di fragorose cascate e di orride gole stupisce il volonteroso viandante. S’incontra subito il Kesselfall, ai limiti della piana di Hintertux: qualcuno si mette in costume da bagno e fa la doccia con piccoli urli, qualcuno osserva dalla panchina e ride; poi si sale nel silenzio più assoluto ad un budello roccioso, la Schraubenwasserfall: lo si vede e lo si ode d’improvviso dall’alto, perché per arrivarvi non si è seguito il corso d’acqua ma una serie di stretti tornanti. L’acqua infatti sparisce tra i grandi massi del fondo per riapparire più sotto nel Kesselfall. La gente osserva questa meraviglia e non riesce neppure a comunicare dal rumore. Si prosegue fino ad un’altra gola, la Tuxbachklamm, e per un ponticello si raggiunge la bellissima conca del Waldebene. Evitata la trafficata Sommerberg Alm, un self-service di grande squallore, ormai su terreno aperto ed ex glaciale, si sale per morene e rocce montonate alla Spannagel Haus, una vecchia e fascinosa costruzione al limite del ghiacciaio e della folla di turisti e di sciatori. Nei pressi della Spannagel Haus è l’ingresso della Spannagelhöhle, una grotta lunghissima che s’insinua nel marmo della montagna. Se ne può visitare un piccolo tratto e, se si vuole sapere di più, ci si può far raccontare molte belle storie dal custode del rifugio, Sepp Klausner.

Una delle ascensioni alpinistiche più popolari e frequentate è la salita dell’elegante spigolo nord dell’Olperer, facilitata dallo skilift che porta alla Wildlahnerscharte, l’intaglio nevoso alla base dell’Olperer che divide questo dal Falscher Kaserer: da qui solo 220 metri di arrampicata di media difficoltà ci dividono dalla vetta dell’Olperer, un tempo un tremila assai nobile. La vista è fantastica, sul ghiacciaio e sul bacino artificiale dello Speicher Schlegeis. Questo, in fondo allo Zamser Grund, si allunga incassato a sud est, verso i colossi ghiacciati dell’Hoch Feiler (Gran Pilastro) e del Grosser Möseler. E poi il vicino Schrammacher e il Pfitscherjoch (Passo di Vizze) chiudono la visuale verso l’Italia, mentre si frappone con il resto dell’Austria l’Hoher Riffler. Questo offre un’ascensione assai più facile, scialpinistica se si vuole, ed è la gran classica della zona.

Da Martlerhof (Vorderlanersbach) verso l’Olperer, Tuxertal, Zillertal, TiroloDa Martlerhof (Vorderlanersbach) verso l'Olperer, Tuxertal, Zillertal, Tirolo

 

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La bellezza diversa

La bellezza diversa

È un momento, dal fondo della Val Pusteria e dalla bellissima cittadina di Brunico, imboccare la Valle di Tures e quindi o la Valle Aurina o la Valle di Riva e ritrovarsi in mezzo a ghiacciate e alte montagne di carattere occidentale, così diverse dalle vicine Dolomiti. Questa è la valle che conduce dritta dritta alla famosa Vetta d’Italia (Glockenkarkopf), il punto più a nord del territorio italiano, come s’impara sui testi di geografia. Divide le Alpi Aurine, a nord-ovest, dalle Alpi Pusteresi, a est. Ma è solo una delle suddivisioni alpine possibili, visto che le Aurine sono la parte italiana delle Zillertaler Alpen e le Pusteresi sono costituite dalla parte italiana delle Deferegger Alpen e dal lembo occidentale della grande catena degli Alti Tauri. Questo ci conduce nel pieno del problema linguistico: i nomi italiani delle località sudtirolesi sono assolutamente accademici, a volte tradotti, a volte di fantasia. Nessuno li usa e pertanto credo siano inutili. Cominciamo a usare la parola Ahrntal al posto di Valle Aurina e proseguiamo con i bei paesi di Sand in Taufers (Campo Tures), Rain in Taufers (Riva di Tures) o Weissenbach (Riobianco). Scopriremo la diversa bellezza di questi posti più facilmente: anche lo sforzo che un italiano deve fare nel pronunciare quello che gli sembra uno scioglilingua faciliterà una piena comprensione di cosa sono queste valli e di come si pongono nella nostra storia.

Salendo al Magerstein (Sasso Magro), verso (da destra) Wildgall, Hochgall (Collalto), Lenkstein, Muklar Spitz, cui seguono Grosser e Kleiner Rotstein che inquadrano la più lontana nevosa cima del Rotspitz, Valle Aurina
Salendo al Magerstein (Sasso Magro), verso (da destra) Wildgall, Hochgall (Collalto), Lenkstein, Muklar Spitz, cui seguono Grosser e Kleiner Rotstein che inquadrano la più lontana nevosa cima del Rotspitz. Valle Aurina.

Sapevamo di una valle integra ma tutt’altro che sperduta, di montagne selvagge con il minimo di impianti di risalita e di escursioni primaverili di gran classe. Non si può partire senza consultare attentamente il bollettino della neve e delle valanghe, non ci sono gite per principianti, a meno che non siano accompagnati da una guida alpina del luogo.

Una bella mattina di sole (9 aprile 1999) calziamo gli sci alla fine del villaggio di Weissenbach. La neve si sta già rammollendo mentre intorno, nelle fattorie, il lavoro riprende: qua e là una sega, un martello che colpisce il metallo, un muggito. Veloci saliamo una stradina a stretti tornanti che ci porta attraverso un fitto bosco alla bella e bianca radura della Pichler Alm 1761 m: la malga è chiusa e il fruscio del nostro procedere nella neve sottolinea il silenzio di questi luoghi addormentati. Saliamo ora in un valloncello via via sempre più ripido, fino alla fine della vegetazione, per uscire su un ampio colle, il Gornerjoch 2277 m, che ci apre la vista a dismisura, in alto come siamo sulla Mühlwaldertal (Valle Selva dei Molini). La gita potrebbe finire qui, ma noi vogliamo coronarla con la facile salita alla vetta del Gornerberg, dalla quale l’orizzonte si allarga ancora. La discesa è per lo stesso itinerario, in alto su neve buona, in basso più sfatta. Abbiamo anche l’avvertenza di compiere una deviazione per vedere la bella Innerhofer Alm 1743 m, anch’essa nel letargo invernale.

Verso la vetta dello Schwarzenstein, 22 marzo 2000, Valle Aurina, Alto Adige. Foto: Marco Milani
Markus Neumayr e A. Gogna verso lo Schwarzenstein, 22.03.2000, Valle Aurina, Alto Adige

Dopo questa bella escursione vogliamo impegnarci più in alto, tra i ghiacciai del Rieserferner Gruppe. Il Rifugio Roma (Kasseler Hütte) è la base per una serie di tre o quattro splendide e classiche escursioni con gli sci. Lo raggiungiamo a fine pomeriggio dalla frazione di Epach, assai vicino a Rain in Taufers, con una ripida scarpinata nel bosco, per buon tratto con gli sci sullo zaino. Al rifugio, l’ospitalità del custode Arnold Seeber ci mette subito a nostro agio: anche se ci sono altre comitive, lui ha una parola e una battuta per tutti. Il mattino dopo è azzurro e frizzante, e la salita lungo il ghiacciaio Rieserferner non è mai noiosa, con belle vedute sul gigante del luogo, l’Hochgall e la sua parete nord. In cima al Magerstein siamo in molti a dividere l’esiguo spazio a disposizione, tutti raccolti attorno all’enorme croce dalla quale si vedono le Dolomiti intere, in un arco di visuale così ampio da dover girare pian piano la testa. Sorrisi, piccole gentilezze, qualche parola precedono un’entusiasmante discesa in una neve di qualità favolosa. Facciamo a gara con un gruppo di gente del posto per scegliere le linee più belle nel farci fotografare da Marco, e la più brava è Renate Seeber.

Marco Milani e Markus Neumayr in vetta allo Schwarzenstein, 22 marzo 2000, Valle Aurina, Alto Adige
Marco Milani e Markus Neumayr in vetta allo Schwarzenstein, 22.03.2000, Valle Aurina, Alto Adige

Una pesante nevicata ci rimanda, ancora inappagati, dall’Ahrntal a casa. E passa un anno prima di poter tornare, ma questa volta vogliamo salire subito sullo Schwarzenstein, una delle cime più alte della valle. Questa è una gita che impone il maggiore sforzo non nella giornata della vetta ma in quella dell’avvicinamento. In compagnia di una guida locale, Markus Neumair, il 21 marzo 2000 saliamo gli stretti tornanti della stradina che da St. Martin 1002 m porta al maso di Stalliler. Qui siamo ormai nella stretta e lunga valle del Rotbach: si comincia dolcemente nel bosco, poi però si sale sempre più ripidamente. L’allenamento quest’anno è abbastanza scarso, io sono stato operato di menisco al ginocchio destro due settimane fa. Occorre inserire una specie di pilota automatico e nello stesso tempo controllare sempre le condizioni dei pendii. Markus ci dice che sono meno pericolosi degli altri perché invasi dai cespugli di ontani nani e noi vogliamo credergli. In più, nella parte alta, l’esposizione della valle favorisce un surriscaldamento che, in unione al carico pesante che ci ritroviamo sulla schiena, ci fa arrivare abbastanza «cotti» allo Schwarzensteinhütte. Il colpo di grazia ci è dato dal custode Günther Knapp, che praticamente tiene aperto solo per noi: ci propina grandi limonate e bicchierini di grappa di sua produzione, poi ci fa mangiare un piatto caldo, poi ci costringe ancora a bere. Quasi ebbri, nell’euforia lo aiutiamo alla folle costruzione di un enorme igloo davanti al rifugio, che non sappiamo a cosa servirà mai. In serata, smaltita un po’ la sbornia, a fatica saliamo al vicino Tripbachsattel 3030 m, per inerpicarci al tramonto su una panoramica cresta in vista del Grosser Löffler (Monte Lovello) 3376 m. Il mattino dopo è trionfale, perché dopo essere risaliti allo Tripbachsattel, ci volgiamo allo Schwarzenstein (Sasso Nero), una facile salita interrotta soltanto da un breve pendio da risalire senza sci: e quando arriviamo in vetta, ancora una volta c’immergiamo in quella magia che ti riservano le Alpi quando le guardi essendoci dentro e subiamo volentieri quel dolce languore che ti danno le montagne che non conoscevi ancora.

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Cavalcata dell’Appennino Ligure Genovese

Prima che fosse inventata l’Alta Via dei Monti Liguri: l’idea di traversare con due sole grandi gite le montagne che circondano Genova.
La presunzione di chiamare quest’impresa “Cavalcata dell’Appennino Ligure Genovese”, facendola cominciare in provincia di La Spezia ma facendola terminare ben prima del Colle di Cadibona.
Lo stupore di fronte al cibo che ingurgitavamo… ma forse allora tutti mangiavano di più.
E infine: la scarsità del risultato…

 

Cavalcata dell’Appennino Ligure Genovese
(dal mio diario, giugno 1963)

La traversata in lunghezza dell’intero Appennino Genovese! Io e Marco Ghiglione siamo come impazziti. Progetti su progetti, decisioni su decisioni e alla fine il programma è pronto. Abbiamo compilato l’itinerario con i dettagli, nonché l’orario per la prima parte. Durata della traversata: otto giorni. I primi quattro dal Monte Gottero al Passo della Scoffera; poi gli altri quattro, dopo un riposo di tre-quattro giorni, dalla Scoffera al Giovo del Sassello.

Il Monte Gottero, la prima montagna significativa in programma
CavalcataAppenninoLigure-MonteGotteroFotoRobertoCavanna

Abbiamo compilato un elenco del materiale:
16 carte geografiche 1:25.000 UTM, 2 zaini, 1 bussola RECTA, 1 termometro, 2 macchine fotografiche e accessori, cassetta medicinali, coltello e simili, guida FIE, cordini, forbici, attrezzi, ago/filo, saccopiuma, coperte, tenda e accessori, pile, lanterne e accessori, fiammiferi, fornello a gas, fornello a meta, gavette, pentola, tegamino, posate, apriscatole, matita, bloc notes, programma, denaro, 2 orologi, sveglia, 4 borracce, telo impermeabile, documenti personali, lente, campanello, specchietto, nastro adesivo, metro da sarto, pettine, fazzoletto scout.

L’attuale vetta del Monte Beigua, ultima vetta significativa del nostro programma
CavalcataAppenninoLigure-beigua

Abbiamo compilato un elenco dell’abbigliamento:
scarponi, calze pesanti, pantaloni lunghi, pantaloni corti, maglieria intima, cinturini, maglie leggere o camicie, maglioni lana, giacche a vento, copricapo, fazzoletti, occhiali da sole.

Ed ecco la distribuzione organica dei viveri. Ci si riferisce solo ai primi quattro giorni e tutti gli alimenti devono essere divisi equamente tra i due partecipanti:
Primo giorno.
Colazione a San Pietro Vara: focaccia 2 etti; primo spuntino: 4 banane, due pesche, 1 lattina di birra; secondo spuntino:  4 banane, due pesche, 1 lattina di birra; pranzo: 1 pollo, 2 fette arrosto, 4 banane, 4 pesche, 1 lattina di birra; merenda: 6 gallette, ½ barattolo di marmellata di pesche; cena: 1 pollo, 1 tonno varietà, 2 uova, 1 bustina tè.
Secondo giorno.
Colazione: 1 barattolo latte in polvere, 5 gallette, ½ barattolo marmellata castagne; primo spuntino: 6 formaggini Milkana, 1 lattina di birra; secondo spuntino: 1 noce di cocco; pranzo: 250 gr. pasta, 1 tonno varietà grosso, 1 lattina di birra, 1 barattolo pesche sciroppate; merenda: 5 gallette, ½ barattolo di marmellata di pesche; cena: 4 patate, 1 tonno, 2 uova, 1 bustina di tè.
Terzo giorno.
Colazione: 1 barattolo di latte in polvere, 5 gallette, ½ barattolo di marmellata di castagne; primo spuntino: 1 jambonnet Montana, 1 lattina di birra; secondo spuntino: 5 formaggini Milkana, 1 lattina di birra; pranzo: 1 lattina di ravioli, 1 scatola fagioli stufati, 1 scatola ananas sciroppato, 2 succhi di frutta; merenda: 5 gallette, ½ barattolo di marmellata di pesche; cena: 1 dado da brodo, 100 gr di pastina da brodo, 4 patate, 2 uova, 1 bustina di tè.
Quarto giorno.
Colazione: 1 barattolo di latte in polvere, 5 gallette, ½ barattolo di marmellata di pesche; primo spuntino: 5 formaggini Milkana, 1 lattina di birra; secondo spuntino: 1 noce di cocco; pranzo: 250 gr pasta, 1 scatola fagioli Bevilacqua, 2 succhi di frutta, 1 barattolo pere sciroppate; merenda: 5 gallette, liquore.

Al programma sono da aggiungere cioccolato, acqua e zucchero a volontà.

Il programma
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Lunedì  17 giugno 1963 fervono i preparativi, si comprano i viveri, si dispone il tutto negli zaini. Subito pare che non ci stia tutto, poi invece riusciamo a comprimere ogni cosa.
Il 18 giugno sveglia alle 4.00. Esco e vado a casa di Marco dove c’è ancora qualche faccenda da sbrigare, il mio zaino è a casa sua. Dopo le ultime verifiche e spunte usciamo di casa alle 5.20, barcollanti sotto il peso del bagaglio. La temperatura è di 19°. Ci dirigiamo alla Stazione Brignole, compriamo i biglietti e pesiamo gli zaini, 25 kg quello di Marco, 22 kg il mio. Partiamo alle 6.06. e arriviamo a Sestri Levante alle 6.55. Ci concediamo una prima colazione al bar. Il tempo promette bene e partiamo con la corriera alle 7.25, come previsto. Arriviamo a San Pietro Vara alle 8.38.

Sorgono subito le prime difficoltà nel reperimento strada, ma alle 8.43 partiamo, attraversando il fiume Vara e arrivando a un bivio. Chiediamo a due donne la strada per Costola e ce ne viene indicata una. Per nostra disgrazia non abbiamo la carta militare Sesta Godano, quella che descrive dove siamo noi adesso. Così sbagliamo, e ci troviamo su una dorsale, tra il Vara e il torrente Stora. Mentre il caldo si fa già sentire, siamo demoralizzati e fuori strada. Decidiamo di scendere a sud e dopo un bel po’ di cammino siamo di nuovo nella valle del Vara, sulla strada per Costola, che sale ripida. Con il carico che abbiamo, già non ne possiamo più. Marco resta indietro (ha tre kg più di me), ci fermiamo spesso ansimando e colando sudore a secchi. Finalmente alle 10 arriviamo a Costola, una piccola frazione senza quasi abitanti, e lì facciamo lo spuntino previsto. Il sole ora picchia più forte, siamo a 509 m. Poi saliamo per la Costa Lavagello, ci sentiamo più rinfrancati. Ma dura poco: arrivati alle Case Foce 731 m crolliamo come stracci e facciamo il secondo spuntino sotto gli alberi. Da lì ripartiamo alle 11.55, ma secondo l’orario dovevamo ripartire da lì alle 10.08. Abbiamo quindi 107’ di ritardo. E siamo solo all’inizio, perché la strada che segue è schifosa. Rami di ogni tipo, caduti o tagliati, ingombrano il sentiero, insieme a rovi e tronchi abbattuti, una marcia faticosa e lentissima. E non sappiamo dov’è la Colla del Lago, non riusciamo a individuarla. Siamo stanchissimi e nervosi. Finalmente arriviamo alla Colla del Lago 973 m, alle 12.27, con 119’ di ritardo. Nel caldo infernale, ci fermiamo a mangiare. Dopo mangiato, faccio un giretto e mi convinco che quella su cui siamo sia veramente la Colla del Lago.Marco ha uno stiramento muscolare sopra al ginocchio sinistro. Si mette su una crema a dir suo speciale, poi ripartiamo, con 142’ di ritardo. Scendiamo un poco, poi risaliamo verso il Passo Pian di Lago 937 m, mentre la vegetazione gradualmente scompare. Il passo è largo e aperto, molto panoramico. Ripartiamo alle 13.25 con 170’ di ritardo. La salita per la Costa dei Netti è bestiale e indescrivibile. Riposiamo ogni minuto, mentre lo stiramento di Marco peggiora: giunge al punto che, quando tende il muscolo, deve aspettare due-tre secondi che questo si rilasci. In questo modo non riusciamo a percorrere molta strada e il ritardo aumenta spaventosamente.

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Arriviamo sul Monte Pizzofreddo 1518 m in uno stato pietoso alle 16.50, con la bellezza di 315’ di ritardo. Come lupi ci buttiamo sulla merenda, facciamo qualche foto. Incontriamo un pastore che ci dice che la sella tra M. Gottero e M. Pizzofreddo si chiama Sella del Pizzofreddo e che quella tra il Gottero e il M. Chiappa si chiama Sella del Rascià. Dopo i saluti, ripartiamo alle 17.35. Per fortuna la temperatura è scesa a 13°, si profilano da lontano molte nuvole. Scendiamo alla Sella del Pizzofreddo e da lì, mentre le nuvole ormai ci hanno raggiunti, saliamo al Monte Gottero 1639 m, ultima vetta dell’Appennino spezzino.

Arriviamo in cima spazzati da un vento fortissimo. Sono le 18.31 e abbiamo 386’ di ritardo, quasi sei ore e mezza. Ci conforta sapere che per un po’ non dobbiamo più salire. Il cielo è ormai tutto coperto. Il muscolo di Marco comincia a migliorare. Ripartiamo e scendiamo la cresta per il Monte Passo del Lupo. La temperatura è calata parecchio, comincia a nevischiare.

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Ci uniamo a un contadino diretto a Montegroppo. Si fa buio, ma ci si vede ancora. Lasciamo il nostro accompagnatore per salire il Monte Bertola 1196 m, ancora nevischio e vento forte. Arriviamo in cima alle 19.32 con 298’ di ritardo. Scendiamo a rotta di collo verso una cappelletta, dove incontriamo ancora il contadino. Ma ripartiamo quasi subito, saliamo sul Monte Lago Secco 1117 m. Nella nebbia, dopo essere scesi, saliamo a casaccio sul costone per il Monte Scassella 1228 m. E arriviamo in cima, con dieci metri di visibilità, dopo una salita estenuante. Sono le 20.25, ritardo 305’. Ora scendiamo al buio e nella nebbia verso la carreggiabile per il Passo Cento Croci. La raggiungiamo e la seguiamo fino alle 21.15, con la speranza di vedere il passo. Speranza negata.

Bagnati e infreddoliti piantiamo la tenda, con tutti i picchetti a disposizione per via del vento. La cena si svolge convulsa, prima di cadere inerti nel sonno.

Alle 5 del 19 giugno mi alzo, esco e trovo lo stesso tempo della sera precedente. Accendo il fornello a gas e dopo un po’ mi aiuta anche Marco. Prepariamo un latte disgustoso, ci mangiamo fette biscottate e marmellata.

Alle 6 partiamo e, a passo turistico arriviamo finalmente all’albergo del Passo Cento Croci. Lì, posati gli zaini, chiediamo del caffèlatte, cerchiamo di telefonare a Genova, senza riuscirci. Raggiunto il Passo Cento Croci (ore 8.30, sedici ore e venti minuti di ritardo), lo oltrepassiamo e scendiamo a un altro albergo. Qui riusciamo a telefonare, dicendo che se il tempo accenna a diventare bello continuiamo, se no torniamo a casa.

Passa la mattinata nell’attesa e non ci sono miglioramenti. Ordiniamo il pranzo e poi usciamo. Un po’ di sole c’è, ma non soddisfa Marco. Io vorrei continuare, mentre lui vuole tornare indietro. La corriera passa alle 16.05 e noi ci stravacchiamo su un prato a dormire. Mi sveglio alle 15.45 ma mi guardo bene dallo svegliare il mio compagno: così magari perdiamo la corriera e saremo costretti a continuare… ma purtroppo si sveglia anche lui. La corriera è puntuale e inizia il triste viaggio di ritorno. Ma il progetto resta e dev’essere attuato.

 

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Tentativo al Crestone Giulia

Tentativo al Crestone Giulia
(dal mio diario, maggio 1963)

28 aprile 1963. E’ una settimana che cerco di combinare con qualcuno per fare qualcosa: in particolare m’interessa il Crestone Giulia al Bric Camulà 818 m (un satellite del Monte Rama 1148 m, Appennino Ligure). Poi mi stufo e decido che oggi, giorno delle Elezioni politiche di Stato, va proprio bene. La sera prima avevo telefonato ad Alberto Martinelli per mettermi d’accordo: ore 5.55 alla Stazione Brignole. Tutta una finta, perché mia madre non pensi che sto andando da solo.

Alle 6.02 acciuffo il treno per miracolo. Ho con me il solito materiale e la corda di Marco Ghiglione. Alla Stazione Principe scendo per comprare il biglietto, in tempo per riacciuffare il treno che stava ripartendo. Alle 7.09 sono ad Arenzano. La giornata promette bene, anche se non sarà molto limpida.

Il versante orientale del Monte Rama: a sinistra è il Bric Camulà con i suoi crestoni nord-orientali
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In treno mi ero riletti gli appunti copiati dalla guida di Euro Montagna: dei tre crestoni che dalla vetta del Bric Camulà scendono verso nord-est, il Crestone Giulia è quello di destra, subito a sinistra della grande pietraia del canalone che divide il Bric Camulà dal Monte Rama. Si tratta sostanzialmente di una serie di tre risalti di serpentino, divisi da tratti di cresta affilata: le difficoltà arrivano al IV grado, anche IV+, per un totale di circa 280 metri di dislivello.

Ecco quello che so. Tutto bene nella camminata fino al paesino di Lerca, poi ancora per il sentiero che entra nella valle del rio di Lerca. C’è parecchia vegetazione, il terreno è molto accidentato. E per questo non riesco bene a capire quale sia il Bric Camulà. Vado avanti e dopo due ore e mezza di cammino ininterrotto da Arenzano sono quasi in cima al Monte Rama! Praticamente ho scambiato il Rama per il Camulà, mi do dello stupido per essermi basato sui tempi. Se la guida dice, come dice, che per arrivare alla base del crestone ci vogliono due ore e mezza… per me è legge!

Ma la guida dice anche che alla base c’è un ancoraggio di teleferica… e l’unica teleferica che ho visto è quella che sto vedendo adesso, dove sono ora.

Qualcosa è cambiato… e io sono semplicemente furioso. Vedo il Bric Camulà più basso di me e se penso che devo ancora raggiungerne la base, scoppio di rabbia. Indietro non ci torno, poco fa ho visto un rettile e non mi è piaciuto per nulla. Perciò attraverso il versante est del Monte Rama per un sentiero a picco, con dei ponticiattoli sospesi nel vuoto. E’ tutto in lenta distruzione, i ponti cigolano in modo impressionante sotto il mio peso, la solitudine che mi circonda è ossessiva. Caldo, sete, rabbia.

Il versante nord-orientale del Bric Camulà 818 m. Vi è tracciata la via diretta sul Crestone Giulia, un percorso attrezzato molti anni dopo ciò che sto raccontando
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Finalmente arrivo sul colle tra il Monte Rama e il Bric Camulà, ma il tormento continua. Ora devo scendere nel canale, su una pietraia di massi semoventi, coperta di rovi e spine. Più il caldo aumenta, più mi sento furibondo. Come non bastasse non riesco bene a individuare il Crestone Giulia! Questo è un inferno. Scivolo, perdo l’equilibrio, mi rialzo, cerco di districarmi tra i rovi.

Finalmente vedo un risalto di roccia che potrebbe somigliare a quello del mio itinerario. Preparo il materiale. Perdo venti minuti per districare la corda, tra le peggiori imprecazioni. Poi salgo, ma la scarsa convinzione mi costringe a fermarmi per uno spuntino. Poi tento di salire, ma non riesco. Provo a destra, rischiando di cadere quando mi rimane in mano un appiglio. Poi provo a sinistra: niente da fare. Alle 12.20, disgustato, comincio a scendere, ma per raggiungere il sentiero di sotto è una gran pena e poi sono ossessionato dall’idea delle vipere. Raggiunto il sentiero lo prendo e mi fermo a mangiare solo quando arrivo ai prati.

A casa arrivo alle 16.30: non c’è nessuno, quindi posso nascondere il materiale in tutta comodità.

Il Bric Camulà per un po’ non mi vedrà di sicuro: e con lui le sue pietraie, i rovi, le sue rocce infide e le sue temperature infernali.

Sotto questo torrione si è infranto il mio tentativo solitario…
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Il mio Pollino

Il mio Pollino

Per il giorno dopo a quello del mio 70° compleanno (che è il 29 luglio 2016) mi hanno invitato a San Severino Lucano per una conferenza. Che bello, mi dico. Così potrò finalmente tornare in quella meravigliosa zona del Monte Pollino dove ero stato 35 anni fa e poi mai più.

Per pura combinazione anche mia figlia Elena, assieme al fidanzato belga Gilles, sarà da quelle parti (Puglia, Basilicata, Calabria). E sempre per “combinazione” l’una compie gli anni il 30 e l’altro il 31!

Con Giorgio Braschi, salendo a Serra di Crispo
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Dunque sarà una vera e propria spedizione, cui si aggrega Guya, ma naturalmente anche la mamma di Gilles, Ilse, come pure la mamma di Elena, Bibi, e Andrea.

Dopo aver approfittato di macchinosi recuperi all’aeroporto di Bari, la sera del mio compleanno festeggiamo in una magnifica sala banchetti a Mezzana Salice, a una decina di km da San Severino: si tratta del Mulino Iannarelli, locale ricavato appunto da un vecchio mulino e risistemato in modo esemplare.

C’è grande gioia in aria, nonché forte aspettativa per la gita di domani nel gruppo del Pollino. Spendo alcune parole per illustrare le caratteristiche di questo parco nazionale, del tutto singolari, probabilmente uniche. La differenza di paesaggio tra il versante settentrionale e quello meridionale, per esempio. I boschi di faggio contrapposti ai versanti nudi e ripidi, talvolta intagliati da gole grandiose come quelle del Barile e del Raganello. Paesaggi che non trovano riscontro neppure nelle altre belle zone della catena appenninica, figuriamoci nelle Alpi.

Faggi del Piano del PorcaroMioPollino-IMG_20160730_102541

Poi imposto un delirio poetico sul pino loricato, che decanto come l’albero che, assieme al maggiociondolo, mi è più caro. Sorvolo sulla risposta alla domanda “perché due alberi così diversi” fatta da chi li conosce. Racconto del mio maggiociondolo in giardino a Milano, piantato nel 2011: ha fatto i fiori gialli a grappolo solo in quell’anno, poi basta. Ogni primavera spio eventuali germogli, scaccio le lumache: arriva maggio e… niente da fare! Solo quest’anno la mia pianta si è sforzata un po’ di più e ha prodotto ben due grappoli! Due di numero. Una gioia immensa, subito ridimensionata da una gita contemporanea dalle parti dei Piani dei Resinelli sotto i quali, sulla strada dei tornanti di accesso, ho visto boschi interi di maggiociondolo, così gialli da sembrare una macchia mediterranea quando fioriscono le ginestre.

Ma torniamo al pino loricato. Loricato perché “corazzato”, come la corazza degli antichi legionari romani, rinforzata con scaglie metalliche. La sua corteccia infatti, grigia e rilucente, somiglia molto a una corazza. Cresce nei punti più improbabili, solo oltre una certa quota e solo lì sul Pollino (a parte i Balcani). Si slancia verso il cielo assumendo forme di volta in volta irose, minacciose, comunque di sfida. Le sue statiche contorsioni suggeriscono una ribellione perenne, come quella del vecchio guerriero che non vuole cedere al nemico ma tanto meno alla vecchiaia che avanza. Messi assieme non sembrano un esercito, appaiono piuttosto come samurai che obbediscono al loro proprio codice d’onore. Puntati e ritorti all’azzurro, dominano su vaste foreste di faggio, il cui verde mite e uniforme sembra un cielo inferiore.

Una delle tante foto con i pini loricati
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La solennità di questa descrizione è stata comunque messa a dura prova durante la traduzione in inglese a beneficio di Gilles…

Antipasti, primi, secondi, dolce e vino pregiato di cantina: la festa volge alla fine, ci si scambia qualche dono. E l’ombra del pino loricato si allunga su di noi che stiamo andando a dormire.

Giorgio Braschi spiega a Guya qualcosa sul panorama da Serra di Crispo
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Il giorno dopo è un tripudio, oltre che mantenimento delle promesse. Ci accompagnano Giorgio Braschi, Maurizio Lofiego, Saverio e Carmela De Marco. Giorgio è riconosciuto essere il più esperto conoscitore di questa montagna e annesso parco, ma anche gli altri tre non sono da meno. Ciò che il primo dimentica di dirci, in mezzo a una graditissima valanga di parole, viene immediatamente ricordato da uno degli altri tre, che a turno s’inserisce in questo travaso di cultura a piena immersione. La gentilezza e il desiderio di fare in modo che anche noi amiamo questo luogo sono gli strumenti che operano con precisione sulla nostra voglia di capire perché questo luogo ci stia prendendo così tanto.

Prima immersi nel verde dei faggi, camminando su varianti inventate da Giorgio, poi per ampie radure vedendo solo alla lontana altre due o tre comitive: fino alla gloriosa Fontana Pitt’accurc’, con un’acqua così buona da sembrare quasi vino bianco fresco.

Foto di gruppo a Serra di Crispo. In primo piano, da sinistra: Saverio De Marco, Maurizio Lofiego e Guya Spaziani; dietro, Ilse Vromann, Andrea Cito Filomarino, Elena Gogna, Gilles Vromann; in terza fila, Alessandro Gogna, Carmela De Marco (con dietro Bibiana Ferrari) e Giorgio Braschi
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Ci presentano una forma di pane tipo pugliese come trofeo-sorpresa. Il pane piace a tutti, ma sinceramente non comprendiamo il perché di tanto orgoglio. Poi ce la mettono in mano e così ci accorgiamo che peserà sui tre kg, perché all’interno è completamente farcita da qualcosa che nessuno ci rivela. Solo quando la mangeremo, in vetta alla Serra di Crispo.

Nel caldo della tarda mattinata di fine luglio, tra cavalli semibradi che pascolano e nitriscono, arriviamo al limitare della faggeta che, di colpo, si apre e lascia spazio ai primi pini loricati.

Ornella Antonioli segue Andrea Savonitto al Piano del Vacquarro (Pollino), 25 settembre 1981Radici di faggio salendo al Piano del Vacquarro (Pollino), 25.9.1981

Avverto la compagnia che ancora ripensa alle descrizioni della sera prima, sento una comprensione improvvisa, come una conoscenza che t’investe senza più bisogno di domande, nella pace della spaziosa cima, seduti sulle radici dei pini con un panorama grande quanto la generosità di questo luogo.

Trentacinque anni fa ne ero stato ammaliato, oggi ho finalmente capito il perché. Farsi le foto con i pini nulla ha a che vedere con gli scatti assieme ai centurioni del Colosseo. Perché questi, di sicuro, sono guerrieri veri.

Per la discesa altre varianti senza sentiero per riguadagnare il bosco, solo che la discesa si rivela essere più lunga di quanto alcune gambe possano sopportare. In questo la meno allenata, Ilse, è stata anche la più stoica. Quanto alle mie, nessun problema. A dispetto dell’età (il suono dei settanta). Perché questo succede nelle giornate magiche quando si fanno le stesse cose fatte a trentacinque, con più gusto, con più vita alle spalle e con ancora più amore.

Salendo al Monte Pollino, uno sguardo verso il Vallone di Gaudolino tra i pini loricati, 25 settembre 1981
Salendo al M. Pollino, uno sguardo verso il Vallone di Gaudolino. 25.9.1981

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Il tempo della lentezza

Il tempo della lentezza
(novembre 1995)

Dopo Merano, oltre il poderoso edificio della birre­ria, una stretta gola dell’Àdige ci apre la Val Ve­nosta: è giugno, la natura si celebra con un tripudio di colori. Al colmo di que­sta larga valle verde, oltre alle cime brune su cui occhieggia ancora qualche chiazza di neve, un cielo azzurro movimentato da veloci macchie bianche sigilla la pace di questo mondo. Si allargano anche i nostri cuori, che non speravano tanto. Eppure la valle è antropizzata, sia accanto al fiume che sui conoidi delle confluenti laterali: mele ed erba la fanno da padroni. Ovunque si vedono impianti di irrigazione ar­tificiale con spruzzi a scatto che ruotano a 360°. Se­gnalano la presenza di grande abbondanza di acqua e non cancellano l’uomo, che s’indovina sempre presente e attento. Una volta i raccolti di fieno erano due, oggi sono tre: e l’erba cresce più alta. Non ci si può sottrarre alle leggi di mercato neppure se abiti in Sud Tirolo, dove le pressioni perché la vita contadina subisca nuovi impulsi sono enormi. Incontriamo trattori per tagliare, seccare e raccogliere l’erba, macchinari per aspirare il fieno e riempire i fienili senza lavorare di forco­ne: e poi le inquietanti mungitrici meccaniche. Al maso in cui alloggerò con tutta la mia tribù familiare, il primo che ci viene incontro è il piccolo Simon Mair: sottobraccio ha il forcone, che tiene con due mani, e in bocca, ben stretto, ha il bi­beron. I prati intorno sono ripidi, ma con il trattore si riesce a fare l’80% del lavoro. Il resto a mano, come una volta. L’orario è dilatato alla luce di giu­gno, quando il giorno è più lungo. Ogni tanto si fer­mano, ma per poco.

I pastori che mi hanno detto che “di là da quel monte c’è l’Italia…”
Pastori, salendo alla Prader Alm, Parco Nazionale dello Stelvio

Già all’inizio ci si accorge che il tempo qui, lungi dall’essere statico, segue i ritmi della luce e quindi degli animali. Girovagando per le Alpi e per il mondo avevo già visto angoli dove il tempo sembrava non scorrere affatto: ma erano mondi in decadenza, se non proprio di degrado culturale ed economico. Qui in Val Venosta le esigenze del mercato hanno costretto il la­voro a un’accelerazione. Quando a 1300 metri l’erba non è ancora alta a sufficienza per essere tagliata, il contadino scende a Prato, perché a 700 metri invece è il momento di «segare». Può farlo sulle sue pro­prietà o sui campi di qualche parente, che poi resti­tuirà il favore. La giornata è quindi tempisticamente programmata in funzione dei metri quadri da fare, dell’accudire agli animali, del mettere in fienile o in magazzino i vari prodotti: e poi c’è la manutenzio­ne delle macchine, la preparazione dei pasti, la sor­veglianza ai bambini piccoli, la pulizia della casa e le mille altre piccole e grandi incombenze che deter­minano e scandiscono il tempo di Herr e Frau Mair.

In salita alla Prader Alm per portare le mucche all’alpeggio estivo
Stelvio (Stilf), mucca, pastori, S. Martino

Non v’è alcun lento scorrere nelle attività lavorative perché non si dedica un minuto di più di quanto neces­sario a un’attività, in quanto subito dopo si passa all’altra. E così da prima dell’alba fino a notte. Ep­pure è un lavoro decisamente a misura d’uomo, perché non è spersonalizzato: il contadino sa sempre perché sta facendo una cosa in quella maniera e non diversa­mente. Ciò che colpisce noi cittadini, abituati per di più ai frenetici ritmi del lavoro nella comunicazione, è la mancanza di fretta, nella consapevolezza che agli animali e alle piante non si può comandare di far più presto: la mungitura meccanica per esempio richiede per il singolo animale lo stesso tempo di quella ma­nuale.

Prader Alm e Ortles
Ortles, parco nazionale Stelvio, da Prater Alm

Il proprietario del maso qui si vanta di non usare mangimi particolari per i suoi animali, siano essi maiali, vacche o galline. Però l’irrigazione artifi­ciale ha sconvolto la tempistica del fieno e c’è di sicuro qualche differenza tra il foraggio di oggi e quello di ieri. Mungere 10 vacche con le macchine è meno faticoso che farlo a mano, ma co­stringe ad un’estrema pulizia della stalla e di tutto il macchinario. Alla fine anche qui vince la tecnica, perché pulizia ed efficienza fanno parte del nostro mondo futuro più che sporcizia e lentezza.

Lavorazione del formaggio alla malga Prader Alm, Ortles (gruppo dello Stelvio), alta Val Venosta
Lavorazione formaggio alla Malga Prader Alm, Ortles (gruppo dello Stelvio), alta Val Venosta

Però non stravince. Certi standard igienici al di sotto del mi­nimo in alcune malghe di altre zone delle Alpi non fi­gurano più in Val Venosta. E allora il buon sapore an­tico? Come abbiamo già fatto nella spesa al supermercato, tra ortaggi cresciuti in serra e fragole di bosco grosse come prugne, rinunceremo al pane del forno casalingo? Qui esigenze e diritti degli animali sono ancora alla base della convivenza con l’uomo, contrariamente a quanto avviene nei lager degli allevamenti di pianura.

Val Venosta, Lichtenberg, fienagione, nonno e bambini (1995)
Val Venosta, Lichtenberg, fienagione, nonno e bambini

Un uomo lavora una mattina ed un pomeriggio per pulire la stalla e le mungitrici in una malga di 80 vacche; un altro lavora uguale per fare due volte il formag­gio; e un altro ancora va al pascolo con gli animali per non doverli poi cercare per tutta la notte. L’i­giene scrupolosa richiede un’enorme quantità di tempo, riguadagnato con la maggiore facilità di trasporto dei prodotti. Anche gli animali accedono alla malga in au­tocarro. Ma c’è ancora chi, proprietario di non molti animali, preferisce salire all’alpeggio come una vol­ta. Ho seguito a piedi animali e pastori da Stélvio alla Prader Alm: partenza alle ore 5 dal ponte sotto al paesino di Stélvio. Ho chiacchierato abbastanza con i due pastori, due fratelli delle vicinanze. Il mag­giore si chiama Alfons Ortler ed è proprietario di un maso sopra a Prato. I discorsi con loro erano abba­stanza semplici, anche a causa delle difficoltà lin­guistiche, ma sono sicuro che non hanno visto in me l’italiano estraneo: pur domandandosi come facevo a sapere tante cose che li riguardavano, mi mostrarono l’Ortles e mi dissero che «di là c’è l’Italia»! Il si­gnificato non era la «tua» Italia, bensì l’Italia in genere. Pensai, mentre mi offrivano sorridendo genero­se fette di speck tagliato con coltello tascabile, che ormai ero «uno dei loro». In seguito feci visita al maso di Alfons, e lì ebbi modo di capire che l’accele­razione del Sud Tirolo non è stata uguale dappertutto. Lì, eccetto la mungitura, si fa ancora tutto a mano, dai prati al pane. Frau Ortler si è rifiutata qualche anno fa di ingobbirsi ulteriormente e ha preteso l’ac­quisto della mungitrice. I figli, Hubert e Kurt, lavo­rano con i genitori nella conduzione di questa piccola e remota azienda familiare. Kurt è anche guida, del consorzio di Solda: quel giorno aveva salito in poche ore e da solo una difficile via sull’Ortles, era sceso e adesso era lì che falciava il prato. Perché voleva allenarsi, forse presto avrebbe fatto parte di una spedizione in Himalaya. Famiglia e profonda fede reli­giosa sono gli elementi che resistono alle tentazioni del modernismo a tutti i costi nella nuova società sudtirolese; ma anche il senso della comunità è ancora forte, perfino a Solda, forse il villaggio dove più di tutti il turismo ha cambiato abitudini e tempi. Chi non ci crede può andare a vedere la spontaneità e l’entusiasmo della Festa dei Fuochi del Sacro Cuore, quando tutte le cime della valle ardono di strisce di fuoco nella notte, oppure la funzione religiosa e poi la festa con danza delle donne che hanno terminato la raccolta delle mele. Oppure provare la loro ospita­lità: al momento dei saluti finali, potrà succedergli di sentirsi dire da Frau Silvia, conosciuta solo pochi giorni prima, «mi raccomando, quando arrivate a Mila­no, per favore datemi una telefonata. Così so che tut­to è andato bene».

Val Venosta, Lichtenberg, fienagione, bambino