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Il weekend degli Antichi

Il weekend degli Antichi
Primo SMS: “Siamo qui dal Furly e si parla della possibilità di vederci tutti: a Laura e Furly piacerebbe che ci vedessimo il ponte del 31 maggio, 1 e 2 giugno, a Finale. Verrebbero in camper. Voi che fate, avete già programmi?”.
Risposta: “Perfetto! Sarebbe bellissimo! Per noi ok!… Ugo aggiunge: sempre che Grillo l’abbia presa in c… alle elezioni, altrimenti siamo in lutto. Baci a tutti”.
Secondo SMS: “Se arrivare al 28 o 29 per cento è prenderlo in c… vedremo. Io comunque, obtorto collo, voto l’ebetino…
Risposta: “Dice Ugo che se il 28% degli italiani per dispetto alla moglie si taglia le palle… suma bin ciapà…”.

La banda degli Antichi (Gogna, Manera, Furlani) in vetta alla Crete du Raisin, 8 agosto 2012
A. Gogna, U. Manera e M. Furlani in vetta alla Crete du Raisin, Briancon, Cerces, sullo sfondo gli Ecrins
E’ la più bella ora mattutina quando arrivo a Loano, quella quando senti ancora le campane, quella dove riesci a trovare il posteggio.
Il viaggio solitario mi ha messo fame e sono impaziente di andare al mio forno preferito, nel caroggio principale, e comprare focaccia buona come ormai pochi sanno fare.

Accanto alla casa di Valentina e Ugo Manera staziona il camper bianco di Marco Furlani, per una volta senza biciclette appese al retro. Era chiuso, posteggiato sulla riva sinistra del torrente Nimbalto: dalle finestre e svegli potevano vedere le anatre affamate scivolare sull’acqua. Incerto sulla preferenza, suono al citofono della casa e mi apre Ugo che già stava leggendo le guide di arrampicata mentre preparava la prima moka di caffè.

Leggere le guide al mattino, e scegliere, ti mette in posizione di potere: è un’astuzia delle vecchie volpi, quelle che ormai sanno di avere più furbizia che forza. Alla nostra età le vie devono avere un carattere preciso, e situarsi in un range di continuità che ci porta al clou della giornata senza salti repentini.
Non troppo difficili, non toppo atletiche, non troppo brevi e intense, devono essere puro distillato di estetica combinato alla possibilità di un risultato.
Alla nostra età infatti non digeriamo facilmente un qualunque scacco, la nostra abilità è quella di scegliere, la non disponibilità allo scacco è confusa con l’abilità di scegliere bene, e quella non si tocca! L’errore in questo campo rischia di provocare l’aumento di livello depressivo.

Noi che abbiamo superato una certa età non soffriamo d’ansia da prestazione ma prestiamo il fianco a un terribile dispiacere, quello di aver sbagliato nella scelta della via, o magari anche della falesia. Ecco dunque che lo studio accurato e quasi pignolo delle vie descritte in una guida è fondamentale, approfondito e ingordo prima di colazione quanto vaporoso e distratto nella conversazione, una volta dato il via al comunitario lavorio di mascelle mattutino.

Sbadigliando, Valentina esce dalla camera da letto e ci salutiamo con un bacio. Il caffè sta salendo e profumando la cucina. Esco per andare al camper, dove busso discreto. Loro erano qui già da venerdì sera e ieri avevano arrampicato alla Placca dell’Artista.

Mi aprono Laura e Lucia, quest’ultima assai delusa dell’assenza della sua amata Guya. Il Furly era uscito a comprare il pane, allora vado anch’io perché da buon anziano pure io ho le mie manie e tra queste è la focaccia del mio forno preferito.

Torno con un pacco di fette fumanti, Furly ha comprato solo pane e roba dolce. Perfetto! Ci avventiamo tutti e sei sulla fûgassa e sulle brioches, sul tè e sul caffè.

– Comunque hai ragione con la storia dei liguri di merda – ride il Furly rivolto a me – ho girato tre forni prime di trovare le brioches… nelle prime due mi hanno detto, con maggiore o minore aria di sfida, che erano finite… ma me lo hanno detto in un modo…
– Ti hanno fatto sentire in colpa perché sei arrivato in ritardo, vero? Sono degli artisti in questo – lo interrompo.
– Certo, sì, sembravo io il mona

Furly, Ughetto e Lucia verso la Rocca dell’Aia
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– Vi va bene se andiamo alla Rocca dell’Aia? – chiede Ugo disinteressato alle questioni etniche ma che evidentemente aveva chiuso solo a quel punto la sua indagine interiore sul panorama delle possibilità.
– Ah, per me… io non so neanche cosa è – accetta il Furly.
– Bene – dico io – così andiamo a fare la via della Fessura, niente meno che uno degli itinerari dei Cento Nuovi Mattini!

– Certo che c’era chi andava a fare i cento nuovi mattini… e chi invece andava a farsi il culo in fabbrica – pronuncia il Furly, recitando un periodico tormentone. In genere seguito dalla struggente descrizione di come erano le condizioni di vita nel “ridente Trentino” all’inizio degli anni Sessanta.
– Perché non c’era più l’illuminato impero austro-ungarico, c’erano invece i “taliani” che prima o poi, varda, te lo mettono nel c…!
– Chi ti diceva questo? – interviene Valentina che ormai aveva cominciato a rigovernare la cucina come se la dovesse rivendere nuova.
El me papà, casso… che ha fato la guera in Albania, Grecia e Russia!

– Beh, sì – torno io sul discorso – è vero, ero un parassita, come i “parassiti sociali” che tu, Ugo, hai descritto così bene su Scandere.
– Bel pezzo, bell’articolo quello!
– Settimogradisti parassiti sociali… ah, bei tempi! I sestogradisti erano gli alpinisti che lavoravano… i settimogradisti erano dei parassiti che non facevano un cazzo!

La discussione ha già preso una piega alcolica anche se, a quest’ora, non è scorsa alcuna goccia d’alcol.

– Sul fatto del parassita – racconta Ugo – una volta in Patagonia Walter Bonatti a momenti viene alle mani con Nanni Villani… si stavano proprio accapigliando!

Ora il discorso vira al politico, viene lanciata qualche frecciatina, ma poi siamo costretti ad alzarci da tavola e fare gli ultimi preparativi.

– Siamo in cinque più la bambina, prendiamo due auto?
– No, direi che possiamo stare in sei in una sola.
– Io mi metto nel bagagliaio – squittisce Lucia che nel frattempo non era mai stata zitta, pur essendo stata minacciata di nastro adesivo sulla bocca.
– Beh, se dividiamo la multa possiamo andare con una sola – concludo io mettendomi al volante.

In viaggio c’è uno show del Furly che si lascia andare a una filippica contro i trentini, brave persone ma individualiste e divise, e soprattutto contro il management del Festival di Trento, una critica costruttiva ma esilarante. Ma il passo successivo investe ancora grandi personaggi.
– Una volta ho chiesto a Cesare Maestri, che è mio amico, cosa ne pensava di Bonatti – racconta ancora il Furly – Bonatti? Un… mona! Tante storie per il mio compressore sul Torre, e poi lui andava a menare il machete vicino alle fazendas…

Mentre affrontiamo la stretta stradina per Castagnabanca, l’ultima frazione prima del posteggio, il discorso naviga agile nell’arcipelago delle idee preconcette e nei veti incrociati d’opinione, su Renzi, su Grillo, sui giornalisti.
– Marco Travaglio è un disfattista, è solo capace di gettare fango su tutti – afferma Ugo.
– Ma è giusto fare così, perché il marcio è ovunque… non mi piace questo PD – scuote la testa Furly (e mancava ancora qualche giorno all’esplosione del Mose di Venezia…).
– E’ un qualunquista!
– Perché Milena Gabanelli sì e Travaglio no? – chiedo io polemico.
– Perché Report della Gabanelli fa inchieste “serie” e documentate, mentre Travaglio “a l’è ‘n piciu” capace solo di mettersi in mostra. Hai visto come Di Pietro è stato distrutto da Report? E Travaglio ha mai distrutto veramente qualcuno?
– Ma anche lui ha le sue documentazioni…
– Ma va, va… basta!

Timbri e toni si stavano alzando, ma ormai eravamo vicini alla meta automobilistica.
– Ma cosa è tutta questa gente?

Nei pressi del posteggio contiamo almeno una settantina di persone di tutte le età che si sta avviando verso il rifugio Pian delle Bosse.
– Merenderos… – detto con aria di superiorità.
– Minchia, oggi il rifugio fa festa!

Giunti alla Rocca, ci dividiamo. Furly, Laura e io sulla via della Fessura; Ugo, Valentina e Lucia su una vicina struttura, di fronte alla Rocca dell’Aia.
La quarzite della Rocca dell’Aia è sempre una bella conferma, appigli saldi, arrampicata quasi sempre atletica.

Dalla parete osserviamo la microbica Lucia scalare, a circa 200 metri di distanza.
– Certo che ora i bambini hanno una bella infanzia – commenta Furly rapito dalla visione della figlia lontana.
– Eh… sì… specialmente la tua che capisce certe cose, la fortuna che ha – dico io, sottintendendo “con due genitori così”.
– Sì sì, lo capisce, è proprio brava.
– E speriamo continui a capirlo!
– Luciaaaaaa! Bravaaaaaa! – e l’eco ripete.

In cima ci stringiamo la mano, come gli antichi, incapaci d’essere diversi soprattutto perché neppure lo vogliamo.

Dopo una breve corda doppia, Laura va a raggiungere la figlia e io rimango con Furly, destinazione la via Scarason, un itinerario aperto da Gianni Calcagno e da me nel lontano 1967. Oggi richiodato è un’arrampicata libera davvero bella e consigliabile.

Poi la giornata prosegue tra le battute, un monotiro dato 6a un po’ severo e l’incontro con altri tre classiconi, due con i capelli bianchi, simpatici.

Lucia Furlani alle prese con il 6a cattivo
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Valentina butta là l’idea di andare al rifugio Pian delle Bosse, anche se non sappiamo esattamente dove è.
Arrischiamo una salita che teoricamente poteva essere ben più lunga, accontentando lei ma allo stesso tempo minacciandola di ritorsioni in caso di fatica superiore al previsto. Dopo una mezz’oretta arriviamo alla radura accanto al rifugio, un volume un po’ sproporzionato rispetto alle dimensioni del sito. Commento positivamente che abbiamo lasciato lì la fontana, funzionante.

La Rocca dell’Aia, salendo al Pian delle Bosse
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Non c’è più molta gente, il grosso è appena andato via: mi pregusto già una bella merenda, anche se non rinuncio a fare un po’ di terrorismo raccontando per l’ennesima volta la storiella del ristoratore ligure, notoriamente grezzo e pigro, spesso maleducato e un po’ aggressivo.
– Cosa avete da mangiare?
– A quest’ora? – e qui scatta l’instillazione di una vaga colpa per essere lì a chiedere fuori orario – a chest’ua emu trofie au pestu
– Troffie al pesto… e poi?
Eh, belin… trofie au pesto e piggitelu-into-cû… ma me dixian che ‘e trofie sun fini-ie!

Beh, qui al rifugio Pian delle Bosse non sono così sadici, ma la risposta comunque non va oltre al piatto freddo di affettati e formaggio.
– Se volete qualcosa di caldo dovete aspettare stasera…

Vedo la delusione sul volto dei miei compagni. Non tutti, infatti Furly era rimasto appoggiato alla fontana e non si era neppure avvicinato, limpido esempio di linguaggio corporeo.
Non oso neppure insistere quando vedo cadere nel vuoto anche la proposta mia di ripiego, quella di bere qualcosa e basta. Le facce parlano chiaro, e così ci avviamo alla discesa.

“Ma cosa ci siamo venuti a fare a questo rifugio?” rimugino tra me, prigioniero di questo pensiero da anziano saturnino che vede solo il mangiare e il bere e magari non apprezza neppure la bellezza del bosco e di una compagnia mediamente morigerata: la banda degli Antichi.

Rocher St. Julien (Buis les Baronnies, Provenza), 26.4.2001. Franco Ribetti, Valentina Villa, Ugo Manera
Rocher St. Julien (Buis les Baronnies), 26.4.2001. Provenza. F. Ribetti, Valentina Villa, U. Manera

postato il 10 luglio 2014

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La forza di un luogo

La forza di un luogo
4-5 maggio 1995
Salendo da Chur (Coira) la valle del Reno Posteriore, a Splugen si è nell’ampia valle di RheinwaId. Continuando si giunge all’ultimo villag­gio, Hinterrhein, prima del Passo del San Bernardino. Provenienti dal­l’Italia, attraverso il tunnel, l’arrivo a Hinterrhein è più subitaneo.

Resti di esercitazioni militari nella valle di Hinterrhein
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Ci sono ben poche macchie d’azzurro allorché emergo dal tunnel del Passo del San Bernardino. Il passaggio tra la superstrada e il mondo pastorale è brevissimo, svincoli non invasivi dirigono in ordine le poche auto. A Hinterrhein, vicino ad un bar-ristorante, posteggio in un’ampio piazzale che sug­gerisce di non essere arrivati a nulla, perché si è ancora in mezzo alla Rheinwald che continua piana in entrambe le direzioni. Poi vado in pellegrinaggio alla cabina telefonica per un’ennesimo bollettino meteo. Le pre­visioni continuano ad essere incerte per la notte, ma in graduale miglioramento per domani. Così termino di preparare il mio pesan­te fardello. Un cartello avverte che nella zona potrebbero esserci delle esercitazioni di tiro, mentre un altro foglio più posticcio mi rassicura che per oggi non fa­ranno esercitazioni militari nella valle. Dunque mi avvio di buona lena lungo e contro il lento scorrere del Reno Posteriore, appunto l’Hinterrhein.

È una valle lunghissima, tendente a sud-ovest e del tutto uguale a se stessa: non gua­dagno alcun metro di dislivello. Dopo quasi due km di stradina asfaltata, arrivo a grandi rivolgimenti del terreno. Piste per carri ar­mati sono state ricavate sul fondo alluvionale, su quella che una volta era una bella serie di prati piani. Ora la marcia a piedi è lunga almeno quat­tro km prima che la valle si restringa decisamente. Ci sono bossoli e granate esplose dappertutto: forse perché a giugno l’esercito non ha ancora provveduto a far pulizia dei resti delle manovre invernali. La «profanazione» non può proseguire. Nel futuro queste ferite si cancelleranno e il silenzio di questo luogo, dominato dal rumoreggiare del Reno nella gola, ci farà dimenticare le sparatorie.

Dopo sei km è come se avessi an­cora da cominciare. Per fortuna, alla fine, le manomissioni del terreno di fondovalle dovute alle manovre militari cessano im­provvisamente quando la valle si restringe, per non allargarsi mai fino all’enorme macereto sotto al Rheiwaldhorn, le sorgenti interiori del Reno. Il sentiero, in certi punti impervio, passa a pochi metri dal fiume, qui vivace, e, do­po un po’ di saliscendi, finalmente attacca a salire deciso verso l’isolato baitello dello Zapportstafel.

Qui un’anziana montanara bada ad un centinaio di pecore: mi salu­ta gentilissima, meravigliata che io sia solo. Le dico che vado alla “hütte”, per non preoccuparla, e che dormirò là. Proseguo sempre di buon passo ma un po’ più affaticato verso la sommità di un poggio erboso. La valle in basso è ormai una gola selvaggia dove il Reno sfoga rumorosamente i suoi vigori giovanili. Comin­ciano le prime chiazze di neve e dopo un po’ di saliscendi giungo finalmente alla Zapporthütte. Qui ho il piacere di trovare un ri­fugio in ordine: in un armadio ci sono provviste di emergenza. Il telefono funziona solo sul numero del soccorso. Mi concedo una lattina di birra.

Sono abbastanza fiacco, con le spalle indolenzite. Il panorama è assai ristretto, perché sono ancora quasi in fondo alla valle. Sono nella solitudine più reale quando vengono lì, nei pressi del rifugio, due stambecchi. Sono le ultime luci del giorno.

Mi torna a memoria che gli stambecchi erano associati al culto di Hermes-Mercurio, mentre i caproni a quello del dio germanico Thor. I Padri della Chiesa simbolizzavano nel caprone una sessualità degradante e brutale. Queste caratteristiche hanno colorato di una tonalità sinistra le leggende relative a questi ani­mali della montagna. Si narra di stambecchi diabolici cui occorre dare la responsabilità di gravi sciagure naturali. Spesso (e in più regioni al­pine) si narra di cacciatori che hanno incontrato sulla loro strada ca­mosci che li hanno avvertiti di qualche tragedia prossima. Non avendoli ascoltati o, peggio, avendoli uccisi, la sciagura puntualmente si avve­rava. I camosci, nemici naturali dei cacciatori, diventano nella mente dei valligiani veri e propri guardiani dell’Eden, quindi caricati di ener­gia protettiva (tabù). Vi erano superstizioni così forti da determinare il comportamento dei cacciatori, per poter non solo uccidere l’animale per il cibo ma anche non doverne subire l’insita maledizione. Una serie di scongiuri, sulla cui validità nessuno giurava ma che tutti face­vano, era la necessaria premessa alla caccia: come il calciatore che prima di tirare il rigore si fa il segno della croce. Dall’altra parte del crinale alpino, sulle Prealpi Co­masche e sul versante italiano della Mesolcina Meridionale son ben pochi gli animali rimasti. Un inquietante deserto rotto solo dal belare di qualche pecora. Una fotografia del nostro tempo per dirci che la caccia deve tornare ad essere magica, per poter alimentare il nostro spirito.

La Zapporthütte e il Rheinwaldhorn (Adula)

ForzaLuogo-resized_605.479452055x340_459470Vado a dormire presto con i miei pensieri. Nella notte nevischia, ma al mattino alle 4 si vedono le stelle. Parto immediatamente, sempre verso ovest, per un sentiero sempre più incerto che mi conduce in una vasta piana detritica intervallata da campi di ne­ve: sono a circa 2400 metri, in località Ursprung (come dire “fonte antica), alla base del Paradies Gletscher e soprattutto del grande versante orientale del Rheinwaldhorn di cui non riesco a vedere la fine.

Dunque questa è una delle due sorgenti, il luogo mitico di nasci­ta del grande fiume Reno. Tra questi sassi e questi nevai sarebbe bello meditare: questo è un posto magico, un luogo “forte” che imprime nell’animo del viandante una sorta di ricordo privilegia­to. E il privilegio è tutto nell’aver intuito la specialità di questa solitudine.

Mi rivolgo invece ai pendii nevosi del versante nord occidentale del Vogelberg, la mia meta della giornata: è una montagna secon­daria, situata però in ottima posizione rispetto alla punta più alta del gruppo dell’Adula, il Rheinwaldhorn. La nebbia ora è fitta, fatico a seguire un percorso logico senza sfondare troppo nella neve; questo è il castigo per non aver temporeggiato in fondo alla conca detritica, quando tutto dentro di me voleva che mi fermassi almeno un poco. Dopo alcune centinaia di metri di di­slivello, ormai nei pressi del cocuzzolo roccioso del Gemskanzel, l’azzurro del cielo torna a soccorrermi. Ma presto realizzo che non sarà una foto facile. L’azzurro è poca cosa rispetto alla massa di nebbie che dal Passo del San Bernardino a qui preclude ogni visuale organica. Continuo a salire fino a circa 3050 metri, poi mi arrendo e preferisco aspettare seduto su un sasso e cir­condato da un deserto di ghiaccio e di nuvole.

Appollaiato lassù, passano le ore e presto arriva il freddo a scuotermi di brividi. Passo il tempo a sistemare e risistemare il cavalletto con la macchina fotografica pronta a scattare; non ho molto da coprirmi, per evitare di portare pesi, sono stato legge­ro in tutto.

Da una parte vorrei stare qui, nella speranza che il cielo si a­pra; dall’altra ho freddo, vorrei muovermi e, in fondo, sono at­tirato da quella meravigliosa conca che mi aspetta più in basso, in mezzo a milioni di sassi tutti uguali, dove sembra che ogni civiltà sia stata cancellata per poter appunto “rinascere”.

La Zapporthütte

ForzaLuogo-resized_640x359.384615385_459471Finché sto quassù non perdo l’eventuale occasione, ma continuo a pensare ai fatti miei, soprattutto alle preoccupazioni di questi giorni, aggravate dal rischio di aver buttato via due giorni per niente. Se scendo, tutta questa macerazione svanirà nell’azione veloce del scendere e l’inizio stesso del muovermi coinciderà con l’archiviazione dei pensieri assillanti. Ripassando dall’Ursprung sarà bello rivivere le sensazioni della notte e dell’alba: mi convincerò che non sono stati due giorni gettati.

Più volte ho sentito dire che il professionismo rischia di soffo­care lo spirito libero di chi cerca la montagna: credo ci sia molta verità in quest’affermazione. Ma penso anche che se si rag­giunge la serenità, anche il professionismo non è più pericoloso per la genuinità dei nostri sentimenti; anzi, esso regala una vi­sione matura delle cose e ci aiuta a penetrare con maggiore at­tenzione e scrupolosità dentro noi stessi, allorché diamo al no­stro corpo l’ordine di muoversi in montagna, da soli o in compa­gnia.

Le nebbie non mi danno scelta: se per qualche secondo vedo il Rheinwaldhorn, il Güferhorn è nascosto, oppure viceversa. Alle 11 decido di scendere e di ritornare in fretta all’Ursprung. Questa mi si rivela sotto un cielo coperto ma abbagliante, un forno ot­tico. Qualche rumore in più che al mattino, c’è una maggiore quantità d’acqua che scorre. Vorrei buttarmi nel liquido traspa­rente che poi s’intorbida con l’acqua di fusione e risvegliarmi nel Mare del Nord, completamente rinato. Un sogno ad occhi aperti che mette un po’ di timore, forse si avvicina il momento di la­sciare questa terra, forse ho ancora poco tempo. Mi riscuoto, per scendere definitivamente. La strada è lunga, anzi eterna.

Il Rheinwaldhorn (Adula)
Rheinwaldhorn (Adula), Grigioni, Svizzera
Per un po’ di tempo ho vagheggiato di tornare lassù e di realiz­zare con tecniche adeguate una foto notturna, ma non proprio di quelle notturne con le stelle strisciate: avrei voluto una lu­ce di pre-alba, una situazione di iper-crepuscolo, una madre di tutte le origini.

Poi ho pensato che non avrei più rivisto quel luogo. Ciò che ho vissuto una volta mi basta. Forse i luoghi di potere sono itine­ranti e quindi, dovessi tornare per maggiori dettagli, chissà che non troverei più nulla qui.

La prossima volta saliremo più saggiamente sullo Zapporthorn, una montagna più distante del Vogelberg, ma ugualmente panoramica. E comunque la ricchezza dell’Ursprung è infotografabile ed è un ri­cordo che a malapena tento di trasmettere con le sole parole.

postato il 1° luglio 2014

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Le mie due Corsiche

Le mie due Corsiche
Nel 1990 ero già stato una volta a Bavella, dopo un breve giro alpinistico sulle altre montagne della Corsica. Era Pasqua. Dopo una lunga parete sud-est di Capo d’Orto, via File d’Epée, dove a momenti bivaccavamo nel bosco di discesa, non faceva freddo, ma un vento fortissimo ci concesse a malapena di salire la parete sud-est della Punta di l’Acellu per la via J-P. Q. In cima non stavamo neppure in piedi. Ma, a leggere libri e relazioni, sembrava proprio che non avessimo neppure sfiorato il vero e ben più nascosto mondo di Bavella. Acellu è infatti la prima montagna che s’incontra, e già allora sulla parete erano alcuni spit di protezione.

Ugo Manera a Pontevecchio, Corsica.  26.04.1990
Ugo Manera a Pontevecchio, Corsica.  26.04.1990

Ricordo che, scendendo dal Col de Bavella verso Solenzara, ormai alla fine dei giorni disponibili, guardavo le assolate placche delle Teghie Lisce e sognavo le fessure della Porte aux Cieux, una via aperta da Bettembourg, a quel tempo l’unica su quella parete.

Lo stesso sogno, un desiderio di dolce avventura, mi cullava in armonia con il dondolio del mare, sul traghetto che l’8 giugno 1997 ci portava ancora in Corsica, e questa volta solo per Bavella. Un sogno di sole, profumi di macchia, avventure in solitudine, come tante volte avevo vissuto nei luoghi di Mezzogiorno di Pietra, ormai così tanto tempo fa.

Jean-Paul Quilici è l’anima di Bavella. Quasi non esiste pubblicazione sulla montagna corsa che non porti il suo nome. Guida alpina, oggi lavora anche come guardia forestale, ma è sempre il vulcanico personaggio che di questi luoghi ha prodotto e subito una veloce evoluzione. Dietro una birra, dopo una giornata di roccia, appare più diretto e affascinante quel misto di istrioneria e di amore per se stesso, per la propria gente e per la sua terra. La simpatia si confonde con l’autorità, finché cè l’Homme de Bavelle questo posto non diventerà mai uno “spitodrome”. I sentieri, le segnalazioni? Il minimo necessario, bisogna guadagnarsela l’arrampicata e dimostrare d’esserne degni!

Bibiana Ferrari sulla via Fle d’Epée, Capo d’Ortu. 27.04.1990

Capo d'Ortu, parete SE, Bibiana Ferrari su via Fle d'Epée, Corsica. 27.04.1990

In principio furono gli alpinisti di lingua tedesca a trovare e salire, poi i francesi e quindi i corsi, con Quilici in testa. L’obiettivo era l’esplorazione di un luogo così particolare ma, a distanza di così tanti anni, oggi si legge facilmente la preoccupazione di allora di dimostrare, con le imprese, che Bavella non aveva nulla da invidiare alle Alpi e all’impegno alpinistico che queste richiedono. Si è parlato anche di “corsismo”. Difficoltà, isolamento, calura, magari repentini cambi del tempo, facevano di queste rocce splendide una meta di granito sperduto. Ma, negli anni ’80, arrivò anche qui il vento dell’arrampicata sportiva, prese di mira le pareti più a portata di mano e le modificò permanentemente ad uso e consumo. Un vento che oggi soffia sempre più forte e ancor più da quando le prime vie moderne, con apertura a spit dal basso e poi dall’alto, hanno fatto la loro apparizione.

Sono due Corsiche diverse, e nel breve incontro che ho avuto con Jean-Paul ho capito che rappresentano le due anime di una stessa isola-uomo.

Quando guidavamo da Solenzara verso il Col de Bavella, proprio da un tornante di una discesa che interrompe la salita, vedemmo ancora le Teghie Lisce: ma questa volta una stupenda creatura rocciosa si alzava al loro fianco: la Punta d’u Lunarda è certamente la più bella vetta del gruppo e vista da qui sfida le più orgogliose Aiguilles de Chamonix. Ma non spingiamoci così lontano, i paragoni servono per depistare più che aiutare a comprendere. Di fatto, la sera sapevo tutto su quella cima. Non me ne sarei andato così facilmente dall’isola senza aver almeno tentato Anima corsa.

L’allenamento non così sfolgorante mise a dura prova le nostre energie su Porte aux Cieux, unitamente alla sete e al caldo. Ma già dopo un bagno serale nelle gelide acque del Polischellu, sentivamo tornare le forze. Tanto che il giorno dopo, di buon’ora, posteggiavamo l’auto ai margini dell’avventura. Ci attendeva subito la prima prova, un bagno nelle spine alla ricerca di inesistenti sentieri. Dopo una serie di errori dovuti anche alla mancanza di una relazione degna di tale nome, ci trovammo di nuovo sulla retta via; ma giunti nel vallone alla base della nostra torre ricominciò il dramma. Ricorderemo sempre quella mezz’ora strisciata nelle spine, preludio allo struscio successivo in una serie di fessure dall’aspetto a dir poco ostile. E nella mia mente vedevo un Quilici sogghignante: credevi che la Sardegna ti bastasse…

Sulla via Fle d’Epée, Capo d’Ortu. 27.04.1990
Capo d'Ortu, parete SE, A. Gogna su via Fle d'Epée, Corsica. 27.04.1990

Guardando in alto dall’attacco sembrava a me, a Roberto Corsi e a Marco Spataro che la quarta lunghezza fosse del tutto impossibile! Una fessura rossastra si gettava nel vuoto per una decina di metri, una realtà separata da qualunque sogno. Ma forse c’era il trucco…

Il primo tiro non è invitante, a tratti è muschioso. Una fessura strapiombante mi costringe a riposarmi su un friend, poi alquanto vegetale fino ad una sosta in una grotticella umida e per nulla amena. Da qui in poi però la via cambia registro. Diventa ancora più faticosa, con una serie di fessure continue, ma è assai bella e su roccia buona e asciutta. La terza lunghezza, dopo un tratto più facile, si raddrizza ancora e si deve salire in off-width per una ventina di metri. Ormai ansimiamo come mantici, la fatica si fa proprio sentire, anche quella fatta ieri e tutto lo strisciare per giungere all’attacco di questo Lunarda.

Abbiamo già finito l’acqua e, anche se siamo all’ombra, sudiamo come fontane. Ci guardiamo in faccia, forzando il velo di liquido salato che c’invade gli occhi. Ci sentiamo un po’ depravati, ma giusto questo io volevo. E del resto, di fronte alla deviazione mentale richiesta dalle moderne salite di misto estremo, mi sento un moderato. Collegare tratti di cascata di ghiaccio strapiombante tramite muri di roccia e salire il tutto con guanti, piccozze e ramponi dà finalmente verità alle vignette della Settimana Enigmistica, quando si vede il povero alpinista ancorarsi alla roccia con la piccozza  mentre le gambe sgambettano nel vuoto…

Jean-Paul Quilici
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Da questa comoda sosta, sdraiati all’ombra, guardiamo il famoso quarto tiro. La fessura rossa e strapiombante è del tutto al di fuori delle nostre possibilità. Mi domando come Michel Charles, quello che aprì l’Éperon Sublime nelle gole del Verdon, abbia avuto non tanto il coraggio quanto la voglia i provare a salire da qui. Non si vede uscita apparente se non per la fessura rossa: più all’interno vediamo solo oscurità, neppure un barlume di luce lascia indovinare una scappatoia. Eppure le difficoltà parlano chiaro, se la guida non sbaglia ci parla di V+ soltanto. Comincio a salire, prima in spaccata, poi schiena-ginocchia, poi schiena-pancia. Ormai sento la necessità di una pila frontale e soprattutto non vedo dove si possa mai andare a finire, perché ho l’impressione che questo camino si restringa sempre di più e mi sospinga sempre più nel vuoto del tetto fessurato.

Avete mai sognato di percorrere strisciando un tunnel apparentemente senza uscita, come rinascere? Proprio quando si dà per impossibile, e soprattutto inutile, la prosecuzione, un tenue chiarore mi fa nascere il sospetto che in realtà me lo sto solo immaginando. Passo i friend da un lato all’altro e l’operazione mi costa una lunga acrobazia; poi riguardo il chiarore e questa volta ne sono sicuro: il cuore mi scoppia dalla gioia e dalla fatica per una decina di metri, poi un foro mi permette di strisciare in orizzontale ad una magnifica rientranza in piena luce esterna, praticamente sul lato opposto della montagna.

Luca Crepaldi, Glauco Dal Bo e Giovanni Sicola a Bavella. 29.04.1990
L. Crepaldi, Glauco Dal Bo e G. Sicola a Bavella, Corsica, 29.04.1990

Sono stremato. Roberto passa al comando e sale l’ultima fessura di 50 m, un’arrampicata veramente entusiasmante. Ma non siamo ancora in cima, c’è il blocco sommitale che poi si rivela un terrazzo piatto, quasi una vetta di quelle dei deserti americani.

Come sempre ci fermiamo troppo poco ad assaporare la fine della lotta, la discesa ci è del tutto sconosciuta e promette altra lotta: meglio affrettarci. E quando saremo agli zaini ci sarà la discesa all’automobile: vediamo la prima birra a distanza planetaria.

Anima corsa è stata il massimo che potevamo fare, le vere avventure non si possono mettere in programma per più giorni. 24 ore dopo eravamo ancora ben stanchi. Il tempo passava così in fretta che fu giocoforza scegliere mete più domestiche, più prodighe di divertimento immediato. Dopo Anima corsa forse ci meritavamo un po’ di riposo e di relax. Dalla vetta di Teghie Lisce avevamo osservato la parete S della Punta d’u Corbu, una gruviera impressionante di tafoni enormi sulla quale si snoda una via dei fratelli Petit, Delicatessen (8b, per noi solo curiosità estetica). A sinistra si vedeva invece il pilastro del Dos de l’Éléphant: e quella era una meta arrampicatoria e fotografica eccellente, come pure la via di Casanova sulla Punta d’u Spechju. Vie attrezzate, belle e desiderabili.

Nello stesso tempo avrei voluto salire la parete settentrionale della Tafunata di i Paliri, poi il mitico pilier sud della Petra Sulanna, magari la gigantesca parete sud-est della Täula. Ma queste stavano alla pari di Anima corsa. Chissà se un giorno, per il mio prossimo libro sulle 100 vecchie Sere…

Teghie Liscie, Porte aux Cieux (via Bettembourg), 4a lunghezza. 10.06.1997
1997, Corsica, Bavella, Teghie Liscie, via Bettembourg, 4° L, Alessandro Gogna

Lancio di corda doppia con vento dalla Punta di l’Acellu, 14.06.1997. Foto: Marco MilaniCorsica, Bavella, Alessandro Gogna lancia una corda doppia dalla Punta di l'Acellu, 1997.

postato il 22 giugno 2014

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Una sera con gli amici

L’amico mi ha telefonato con un tale entusiasmo che avrebbe impedito a chiunque di declinare. E quindi ho promesso di essere puntuale la sera stessa con una bottiglia di porto.

Appena messo giù il cellulare non riesco a concentrarmi più: questo invito proprio non mi fa piacere. Avrei potuto dire di no, do­mattina devo partire molto presto per lavoro in montagna ed ho bisogno di dormire almeno un poco. Non è per la compagnia, anzi. E non è neppure per il cibo, che sarà certamente ottimo e abbon­dante: sarà una di quelle cene che richiedono una digestione a dir poco impegnativa, un incontro di fine stagione estiva che sarà fe­steggiato al di là di ogni misura. Ma non sono appunto gli ecces­si che mi spaventano, bensì quella frase “… poi vi facciamo ve­dere le foto di quest’estate!”
E così mi vedo, appesantito dalle portate e dai bicchieri, implorare nell’intimo che un improvviso black out interrompa una lunga e raffinata tortura.

Kitzbühel, programma per bambini kitz4kids, Aurach (Wildpark), Tirolo

Alle 21 il sorriso della padrona di casa è ancora più splendente del mio. Forse è contenta di essere riuscita, come al solito, a con­fezionare una cena con i fiocchi; i bambini sono a dormire, altri quattro amici sono già arrivati. Il padrone di casa fa gli onori e presto siamo assorbiti nelle chiacchiere di chi non si vede da un po’ di tempo. In un angolo troneggia minaccioso il video-proiettore, perciò evito di guardarlo. Gira una bottiglia di prosecco fresco al punto giusto. La tavola è apparecchiata con gusto e cura. Con il bic­chiere in mano sprofondo in una comoda poltrona. Nessuno fuma e c’è una buona musica, a volume discreto. È stata una giornata du­ra, ho fame.

Dopo il prosciutto e melone, sono serviti dei meravigliosi piz­zoccheri, unti solo un po’ più del giusto. Ma quando sulla tavola viene appoggiato il brasato fumante con contorno di patate capi­sco che è arrivato il momento, se voglio sopravvivere, di parlare di più e mangiare di meno. Ma, se ho qualche preoccupazione, in genere ho bisogno di tracannare più vino per essere più loquace. E questo barbaresco scarraffato va giù che è un piacere. L’amico è assai sollecito: non faccio a tempo a svuotare il bicchiere che me lo ritrovo colmo. Parliamo tutti sempre più forte, spesso si ride e ci si prende in giro. Sapendo della torta di mele, evito di esagerare con i formaggi. Prima della frutta, il padrone di casa va ad armeggiare con il proiettore. Fan­no la loro funesta apparizione due cd, il primo dei quali viene inserito nel pc.

Scelgo la poltrona più appartata, lontana dallo schermo. Se bevo ancora forse perderò la cognizione del tempo… Nel frastuono della compagnia si spengono le luci ed incomincia la proiezione. Chi non sa cosa lo aspetta invita a tacere gli altri, che invece continuano a sghignazzare insensibili al richiamo all’ordine.

“Qui siamo… E qui siamo… E questa è…”

“Fuoco, fuoco!”

“E qui siamo…”

“E metti a fuoco quella baracca di proiettore!”

“Bella, questa! Guarda che luci… Stupenda!”

“Ma quello sono io!”

“E quella sono io!”

“Ma dove l’hai presa quella giacca a vento?”

“Beh, questa potevi evitare di farcela vedere! Siete proprio brutti!”

Siamo solo all’inizio, penso io. In maggioranza le foto sono un po’ sfocate, talvolta mosse, alcune sovraesposte, altre controsole e fanno effetto notte.

“Ma questa con che macchina l’hai fatta?” E giù una disquisizio­ne infinita su camere, obiettivi, filtri, mentre con mia grande preoccupazione la foto proiettata rimane sempre la stessa, immo­bile: anzi no, dopo un minuto chissà perché si sfoca, e nessuno se ne accorge.

Kitzbühel, programma per bambini kitz4kids, Aurach (Wildpark), Tirolo

All’inizio del secondo cd le palpebre pesano quinta­li, mi distraggo con la torta di mele tenuta apposta per il momento critico; quando si spengono di nuovo le luci il mio grave silenzio non viene notato troppo, ma se mi metto a russare non fac­cio bella figura… Ed è così che ho un sussulto, hanno riacceso la luce per servire altri alcolici. Con un bic­chiere di porto cerco di sciacquarmi la bocca e di riapparire vi­spo, passeggiando nervosamente per dare un occhio ai libri. Az­zardo una battuta sul mio stato di ubriachezza, sperando che an­che altri si dichiarino vinti, ma non succede. Il secondo cd ci offre foto diverse: infatti ora siamo ai bambini. Riesco a reggere bene una ventina di foto, se non altro per i soggetti differenti. Alle mamme non par vero di rilanciare quella conversazione sui piccoli che avevano interrotta quando ci siamo alzati da tavola. Per merito loro la serata riacquista grande energia, ma non so a che punto del totale credo di non poter più reg­gere. Mi dovrò alzare alle 4.00 e prima delle 2.00 non se ne par­la neanche di dormire. Mi nausea anche il pensiero del caffè. Per fortuna non dovrò guidare. Però dovremo stare in alto a 2700 metri fino al tramonto, tornare a valle con le pile frontali e arrivare a casa chissà a che ora.

Gli applausi mi risvegliano. È finita, anch’io mi associo a batte­re le mani. In fondo, alcune foto erano belle, specie quelle dei bambini. Avrebbe dovuto solo essere più selettivo e magari disporle secondo una logica più casuale…

“Fai qualcosa sabato e domenica?”

“Dai, facciamo qualcosa insieme! Le previsioni non sono male.”

“La prossima volta venite da noi!”

postato il 18 giugno 2014

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Una cassetta per l’estate

Da un’intervista radiofonica che mi fecero nel 1995.

– Buongiorno a tutti e ben tornati a Cassetta per l’Estate, oggi dedicata alle montagne. In studio quest’oggi è Alessandro Gogna, alpinista, ciao, ben arrivato. Tu hai molto da raccontarci!

– Beh, potrei partire da lontano, da quando ero bambino. Ho 49 anni, molti li ho passati in montagna. Ho molto da raccontare, anche a me stesso, non solo agli ascoltatori.

– Esiste un diaframma da superare quando dalla semplice gioia di salire si passa al confronto con la montagna? Una scalata è cosa ben diversa da una gita.

– Ho superato un primo diaframma casual­mente davanti a una grande manifesto, di quelli un tempo dipinti ed esposti nei paesini ad illustrazione dei sentieri. Quella mat­tina, a otto anni, ho avuto un’illuminazione, era ciò che avrei fatto per tutta la vita. Cioè camminare, camminare. Per scalare c’è un altro diaframma da superare, come hai detto. Ma prima devi capire che hai bisogno della natura, non di confrontarti; soprat­tutto vuoi vivere in quel mondo.

– Hai usato la parola illumina­zione, che è quasi un’espressione da parabola biblica. Volevo chiederti se esiste una specie di religione della grande montagna, un rapporto quasi ancestrale con la vetta, i grandi silenzi e le profondità.

– Sì, credo di essere uno dei più coinvolti in questa religione. Altri vanno e fanno cose notevoli dal punto di vista sportivo e dell’avventura, ma non sono malati di religione. Per loro è uno sport, una competizione: non hanno bisogno della mistica di un tempio.

– Qual è stata la tua prima grande emozione?

– Quando ero bambino trascinavo il papà e la mamma, li portavo io. Dove? Sulle montagne della Valsugana, alle malghe, per vedere co­me facevano il formaggio, il latte… e comprare il burro che co­stava meno ed era più buono. Nel 1958/59 non c’era voglia di cam­minare, per un bambino non era facile. Devo rifarmi ad allora per avere le più grandi emozioni. Quando entravo in quei locali che sapevano di latte per me era una festa: ero disposto a camminare ore e ore, meglio se era più lontano.

– Eppu­re le grandi vette dell’Himalaya son quasi inodori, insapori. C’è il cielo, l’aria, la neve, non c’è la vita.

– È il diaframma che dicevi tu. Subentra la voglia di fare anche per gli altri. Questo toglie quell’odore, quella sensazione. Aggiunge altro, perché l’avventura ha un suo sapore. Ma non sono mai stato drogato di avventura. È il qualco­sa in più che mi è servito, mi ha dato soddisfazioni, ma sempre in via secondaria.

– Quando si parla di montagna si parla di gran­di sogni, di ambizioni: a volte sono anche grandi rischi…

– Il rischio è parte essenziale dell’alpinismo e della montagna. Lo sanno i montanari che non fanno alpinismo, lo sa il cacciatore di camosci, il contrabbandiere e lo sappiamo anche noi alpinisti. Il modo migliore per correre meno rischi è l’agire sempre pienamente in equilibrio con se stessi. La montagna non perdona i disequili­brati. Seduti in città ci si può tranquillamente concentrare su altro, in montagna bisogna esserci fino in fondo: quello è lo specchio del tuo equilibrio, per vivere fino in fondo quello che si sta facendo. L’hai scelto, non torni indietro. Se torni è per motivi contingenti, non perché dentro di te c’è qualcosa che ti spinge avanti e indietro. Tanto più se lo fai per professione. Per professione montagna non intendo solo guida alpina. Io scri­vo, fotografo, edito. Un professionista deve avere ancora più e­quilibrio, per trasmettere quel tanto che si può a coloro che in montagna non sono mai stati e che hanno bisogno di un qualcosa di più spazioso nella vita quotidiana. Un sogno ci dev’essere per tutti.

Il Piz dla Vugia nella foschia

CassettaEstate-PizdlaVugia

– L’ora di canzoni che avete ascoltato finora è stata sele­zionata da Alessandro Gogna. Con lui abbiamo parlato di montagne, di vette, di arrampicate, ma quello che abbiamo sentito finora è grande rock, rock di più di una generazione. Sembra difficile as­sociare il rock alle montagne. Forse la montagna è grande silen­zio…

– Ho visto qualcuno ascoltare musica camminando o anche correndo: è quasi di moda fare questo sport in montagna con pan­taloncini corti, canottiera, scarpe ginniche e il walkman. Non danno fastidio a nessuno.

– Lontano dalle montagne, di rock ne hai ascoltato?

– Mi è più facile ascoltare musica scrivendo.

– Scrivi libri per tutti quelli che amano la montagna?

– In passato ho scritto due libri autobiografici per riferire le mie esperienze alpinistiche. Oggi però racconto altro. Vorrei riuscire con pic­coli mezzi di scrittore a far sognare dei lettori. Non so se riu­scirò, ma questo è lo scopo di una collana che ho messo in can­tiere: otto volumi sulle Alpi, in otto anni.

– Parlaci di questo vostro progetto editoriale.

– Si chiama Grandi Spazi delle Alpi. Ciascun volume ha 30 capitoli per illustrare altrettante zone con testo e foto panoramiche. L’itinerario non è raggiungere una cima o un rifugio, ma il punto di visione panoramica. Una cosa nuova, esaltante, faticosa. Ognuno dei 240 itinerari ci costa un impegno tremendo. Il nostro peggior nemico non è il cattivo tempo: peggio è la foschia che, anche in alta montagna, è sempre più frequente. La foschia c’è sempre stata… ma ora imperversa. Nel testo cerco di condensare i miei anni di montagna, un lungo viaggio tra so­gno e realtà. Ricordo il giudizio di uno di Lotta Continua, “ma tu sei in fuga dalla realtà”. Al tempo, mi aveva quasi convinto.

– Si può fuggire dalla realtà, è più difficile fuggire da se stes­si. Con le poche distrazioni che offre la montagna ci ritroviamo sempre con noi stessi…

– Certo, e poi è questione anche di de­stino. Siamo qui, non in Bosnia: questo è destino. Perché “fuga”? Dovremmo andare tutti là? La realtà è questa. Ognuno ha la sua realtà, se ha delle cose da dire o da fare per gli altri, dica e faccia: se no, stia zitto. Io sento che ho da dire e se qualcuno mi chiede, parlo.

– Potremmo andare oltre, ma dobbiamo congedarci. L’augurio è che gli ascoltatori si avvicinino alle montagne con questa musica scelta da Alessandro Gogna e poi usino i suoi libri per salirle. Ti volevo chiedere ancora: ti è rimasto un sogno nel cuore, un rammarico, un rimorso, qualcosa che vorresti ancora fa­re?

– No.

– Hai fatto tutto quello che volevi?

– No, ma non ho mai rimpianto né errori né quello che non ho potuto fare: ho sempre rimpiazzato con altri i sogni non realizzati. Meglio non avere fissazioni. – E noi non ci fisseremo nemmeno su questo, dobbiamo passare la linea. Ringraziamo Alessandro Gogna e gli auguriamo buon lavoro…

– … e poca foschia!

– Certo, questo prima di tutto! Ci risentiamo domani alle 14, ancora con Cassetta per l’Estate!

Nella foschia: Cima dei Preti e Monte Duranno. In primo piano Sassolungo di Cibiana e Sfornioi
. Foto: “madflyhalf”
CassettaEstate-P7250127
postato il 2 giugno 2014

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La montagna delle Fate (Alpi di Vaud)

Il mio compagno di gita, l’entusiasta Claude Pernet, faceva fatica a staccarsi dalla cima. Mi confidava di aver vissuto in prima persona la costruzione della funivia, tanto tempo fa. Allora era eroica anche la costruzione di un impianto. Claude si raccontava. Lui, al contrario di altri, non è mai stato geloso delle sue montagne. Era tutto così meraviglioso e fatato, ma alla fine riuscimmo a tornare a casa.

Le Alpi di Vaud non sono molto conosciute in Italia. Eppure non sono molto lontane, inserite tra il Lago di Ginevra e le montagne dell’Oberland Bernese, tra posti ben noti come Martigny, Losanna o Gstaad. Qualcuno sa che a Les Diablerets si svolge ogni anno un importante festival dei film di montagna, qualcuno ricorda che a Leysin fu fondata da John Harlin, e opera anche oggi, una delle più importanti scuole internazionali di alpinismo. Ancora a Les Diablerets abitano i due ben noti fratelli, Claude e Yves Remy, che furono tra i primi ad inaugurare un nuovo modo di aprire le vie: prendete una parete, di roccia sana e verticale, e apritevi quattro, cinque, sei vie (magari anche di più), declinando quella parete nelle più possibili versioni, poi proponete una chiodatura sicura.

La Tour d’Aï si erge calcarea con le sue pareti verticali ed il suo caratteristico profilo di sfinge. A destra, in secondo piano, la Tour de Mayen. Sulla sinistra gli impianti della Berneuse accanto al ghiacciato Lac d’Aï subito a sinistra delle baite.

Al di sopra del famoso centro turistico di Leysin, nei pressi del Lago di Ginevra, la Tour d'Aï si erge calcarea con le sue pareti verticali ed il suo caratteristico profilo di sfinge. A destra, in secondo piano, la Tour de Mayen. Sulla sinistra gli impianti della Berneuse accanto al ghiacciato Lac d'Aï subito a sinistra delle baite.Proprio accanto alle sponde del laghetto d’Aï svettano le pareti verticali di una grande sfinge di roccia cui i valligiani diedero lo stesso nome. La Tour d’Aï, assieme alla gemella Tour de Mayen, si specchia nelle immobili acque del laghetto: i loro profili si spingono però assai più lontano, fino alle rive del Lago di Ginevra.

Su queste torri di bel calcare decine e decine sono gli itinerari di arrampicata aperti. Una ferrata aiuta i meno esperti a salire sulla vetta della Tour d’Aï. Si può dire che non c’è più mistero su queste pareti: ma il fascino delle loro forme è così grande da farci guardare meravigliati le loro sagome di pietra. E se si guarda attentamente, sul lato nordorientale della torre, quello che fronteggia la Tour de Mayen, si vede un’apertura ombrosa e circolare: quello era l’ingresso della casa delle fate d’Aï, loro dimora dai tempi più antichi. Per sorvegliare le greggi i loro servigi erano preziosi e, in cambio, ogni giorno il capo dei pastori deponeva sul tetto di una baita un secchio di panna proprio per loro.

Yves e Claude RemyFate-Yves-Claude-remyNérine, la più giovane delle fatine, si era innamorata di Michel: purtroppo, attorno al cuore di Michel ruotavano già altre concorrenti. A Leysin, Judith aveva un debole per lui. Ma soprattutto c’era a Veyges una biondina dolcissima, Salomé, che però era timida come un camoscio. Michel era preso dal fascino di Salomé e Judith moriva di gelosia. Un giorno Nérine invitò Michel a raggiungerlo la sera stessa ai piedi della torre. Il giovane, abbagliato dalla bellezza di quell’apparizione, andò. Così chiacchierarono per ore e ore sulla felicità, poi Nérine continuò il suo sottile gioco di seduzione portandolo a fare un volo magico nel cielo. Le stelle brillavano nell’oscurità e le vette innevate luccicavano appena in un vago chiarore. Dai pascoli giungeva il tintinnare dei campanacci delle mucche, assieme alla profonda voce della Grande Eau, il torrente in fondo valle. Le campane della chiesa rilasciavano rintocchi ad ogni ora. Era tutto così meraviglioso e fatato, ma alla fine Michel riuscì a tornare a casa. Dopo molti incontri con Nérine la cosa venne risaputa al villaggio e Judith giurò di vendicarsi. Alla festa della Berneuse, a mezza estate, convinse un pastorello a strofinare il secchio di panna delle fate con radici di genziana, in modo da farla inacidire. Le fate non gradirono un omaggio così offensivo e abbandonarono il luogo. Non più protette, anche le mucche si dispersero, molte cadendo dai dirupi vicini. La vita dei pastori divenne assai più dura. Quanto a Michel, con buona pace di Judith, sposò Salomé. Insieme ebbero dei figli, dando origine ad una discendenza che poi raccontò questa bella storia sui pastori di Leysin.

John Harlin II (1935-1966)Fate-john_harlin-1936-1966Gli impianti di sci si avvicinano molto alla Tour d’Aï, ma solo da due lati. Vedere le torri con la neve non ricorda i tempi dei pastori, però restituisce loro un po’ di solitudine (alle torri, intendo, non ai pastori: quelli, soli, lo sono sempre). Ma chi ha detto che le fate oggi non ci sono più? Forse, invece delle greggi, assistono i turisti. Per questi, qui la vita è facile. Finito di sciare, ci sono almeno sette od otto possibilità di fare sport diversi. Se si vuole la solitudine, non è difficile trovarla nei boschi. Alla sera, musiche e locali. Là si scia anche d’estate. Non è mai stato un posto da grande alpinismo, ma da spazi aperti sì.

Fate-Harlin-Frost-Hemming-StewartFulton-FouDi ritorno dalla 1a ascensione della parete sud dell’Aiguille du Fou (17 +25-26 luglio 1963), da sinistra, John Harlin, Tom Frost, Gary Hemming e Stewart Fulton

Le fate si sono internazionalizzate, qualcuna perfino ha gli occhi a mandorla… Piuttosto, si lamentano che non c’è più nessuno che porta loro la panna ogni giorno.

Fate moderne a Leysin1998.03 Leysin, Petra Gogna e la maestra

postato il 27 maggio 2014

 

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La pace sportiva di Kalymnos

– Da quanti anni vai in montagna, tu?
Riccardo Milani era in piedi accanto alla mia sedia del ristorante “Prego” e io, senza capire dove voleva arrivare, cominciavo ad annaspare in un calcolo matematico di date confuse nel tempo. Ma per fortuna lui non aspettò la mia risposta: – Avresti mai pensato di vedere aerei pieni di arrampicatori?

E’ vero, li vedi subito: E9 e Montura la fanno da padroni addosso a ragazzi, ragazze, uomini maturi, signore di mezza età. Una folla eterogenea, dalle lingue più disparate, che converge nell’unico mondo roccioso che la accolga con il bel tempo quasi garantito e con il sorriso di chi ha visto lo sviluppo del climbing isolano come una sostanziale svolta della propria vita lavorativa ed economica.

PaceSportiva-Kalymnos-IMG_0002Perfino i gatti, anch’essi molto diversi tra loro, alcuni spelacchiati, altri feriti perché litigiosi, si aggirano tra le sedie dei ristoranti e miagolando sembrano ringraziare questa fortuna piovuta dal cielo. Qualche gatta incinta si struscia sulle nostre caviglie.

Non c’è stagione bassa a Kalymnos, al massimo si può parlare, a settembre e ottobre, di un’alta stagione. I climber ci sono anche ad agosto, quando le falesie esposte a settentrione sono le preferite: poi al pomeriggio, o alla sera, gli arrampicatori si mescolano ai turisti che si bagnano in un mare da cartolina. Qualcuno di loro è semi-stanziale.

Con Alessandro e Umberto, e accompagnato da Guya, sono stato a Kalymnos nella settimana pasquale. Ne siamo appena tornati, con occhi ancora pieni di mare e rocce multicolori, di uomini baffuti, di donne formose che si tingono di biondo e di vetrine piene di spugne naturali.

A Kalymnos le feste pasquali sono molto “sentite”. Mentre in Grecia normalmente ci sono i fuochi artificiali, qui c’è la persecuzione dei “botti”, di vera e propria dinamite. A parte gli innumerevoli scoppiettii provocati dai bambini con cariche di certo innocue, dinamite del tipo Hi-explosive viene fatta brillare in pieno centro abitato quando meno te lo aspetti. Pare che l’usanza sia nata dopo che i tedeschi in ritirata ne abbandonarono sull’isola grande quantità: comincia qualche giorno prima di Pasqua e non sono rari i vetri rotti.

A Kalydna right Cave, Umberto Villotta su Khali Nikla (6b) e Alessandro Brambillasca su Mami Nova (6c)
PaceSportiva-Kalymnos-IMG_0004

PaceSportiva-Kalymnos-IMG_0005Nel tardo pomeriggio, l’hangout dei gruppi di climber è regolare: a Myrties, il Babis Bar è assai gettonato, mentre a Massouri ci si può quasi stravaccare da Fatolitis. E’ imperdibile l’accoglienza festosa del proprietario, mr. Sakis, da Guya soprannominato “il nonno di Nosferatu” per via di entrambe le unghie dei pollici lasciate crescere a dismisura, annerite e ricurve. Ti saluta come un vecchio amico, poi si lascia crollare sulla sua sedia a dirigere moglie e figli. Abbiamo assistito a un battibecco in greco fra loro durato tutta una sera… sembrava una recita teatrale.

Il ristorante dell’Harry’s Paradise a Emporios è immerso in un giardino di ulivi e di fiori incredibili: peccato fosse chiuso! Ci siamo ovviamente rifatti all’Aegean Restaurant (Massouri), letteralmente proiettato sul mare di fronte a Telendos, oppure al famoso Kokkinidis (sempre a Massouri), gradevole terrazza ritrovo storico del mondo arrampicante, tenuto dalla signora Rita, così gentile da essere ben oltre la cortesia. Altri momenti intensi al Prego, di fronte ai giganteschi piatti cucinati da mr. Stavros, un uomo tanto grosso quanto fluido nei movimenti.

Un altro momento delizioso si è avuto al porticciolo di Telendos, quando da Rita’s ci hanno servito uno Tzaziki “real greek style”, con tanto di quell’aglio da avere alito pestilenziale per due giorni…

La parola d’ordine è “relax”, ti alzi alla mattina e ti convinci, davanti a una ricca colazione, che è proprio il caso di decidere dove andare. Le falesie sopra Massouri sono lì, basta camminare un quarto d’ora. Se vuoi andare più lontano, beh, basta noleggiare i motorini. I più sportivi vanno a piedi a passo di carica, oppure in bicicletta.

Un vecchio alpinista come me è tentato di trovare tutto questo poco operoso viavai molto edonistico e privo di ideali, poi riconosce nella compagnia, nel relax e in questa particolare natura isolana l’essenza che ci governa: il piacere.
Un piacere non inteso come ricompensa per atti eroici, fatiche disumane e dedizione all’ideale: un piacere che sta in piedi da solo, semplice, immeritato. La capacità di immergersi nel dono eterno della quiete, o dello scoprire il nostro lato pigro ed egeo, una specie di egoismo sociale.

La Grande Grotta
PaceSportiva-Kalymnos-IMG_0003Nessuna di queste divagazioni culturali, nessuna di queste pippe mentali sembra appartenere ai gruppetti di climber che si avviano alle falesie. Però tutti loro hanno almeno un progetto per la giornata. Dispiegano ordinatamente la loro corda singola ammucchiata sul telo contenitore. Si vogliono “scaldare” su difficoltà a loro adeguate, due o tre vie da una lunghezza di corda, a volte monotiri di ben 50 metri di altezza: poi sono pronti per produrre la loro piccola (o grande) impresa personale della giornata, perciò studiano con occhio esperto la via che non sanno se gli riuscirà o no. Di certo gli itinerari sono perfettamente attrezzati, non riserbano quelle cattive sorprese cui qualche falesia nostrana talvolta non riesce ad abituarci. Non sembra cioè che coloro che hanno equipaggiato i percorsi vogliano il nostro fallimento per risultare, loro, i più bravi. Al contrario, sembra proprio che desiderino i nostri piccoli successi e che quindi ci aiutino mettendo lo spit sempre al punto giusto e concedendoci anche una graduazione non severa.

I più di 2200 itinerari delle due isole, Kalymnos e Telendos, hanno ovviamente qualche piccolo particolare non omogeneo, ma nel complesso ti puoi sempre fidare.

Kalymnos ha visto parecchi big passare di lì e magari aprire un difficilissimo itinerario, oppure liberarne uno che era lì in attesa. Durante il Climbing Festival arrivano sempre anche grandi nomi, e lo spettacolo è assicurato. Perché tutto qui, in arrampicata, urla allo spettacolo, basti guardare le grotte con le “tufa” più o meno giganti, concrezioni stalattitiche che permettono le evoluzioni più atletiche.

In arrampicata sulle “tufa” della Grande Grotta
PaceSportiva-Kalymnos-IMG_0006Ci sono tanti piccoli ricordi che vorrei non si appannassero.
A Palionisos, scendendo alla spiaggia, ci accorgiamo di un pitbull alla catena: lontano da qualunque casa, era nella sua cuccia, un bidone di metallo arrugginito, e infastidito scacciava le mosche da una zampa ferita. Intorno aveva del cibo schifoso, panini interi e una ciotola di acqua fetida e biancastra. Si è alzato a fatica, ma aveva anche la forza di scodinzolare. Attorno, rifiuti di vario genere.
Una vecchiarella, preceduta dall’anziano coniuge, camminava a fatica verso casa: portava una borsa pesante e un bidone pieno di non so cosa, faceva due passi poi si appoggiava al muretto. Anche il marito era carico, ma sembrava più agile. Le ho preso il bidone, l’ho depositato all’uscio.
– Ephkharisto… ephkharisto!
– KalimEra… adIo!
Pochi metri dopo ecco un recinto di quelli da aprire e richiudere per gli animali. Un’altra coppia di anziani ci guardava passare. Nel timore di essere invadente, accenno a tornare indietro. La contadina si alza, mi fa capire che possiamo proseguire e ci offre due biscottoni ancora caldi di forno.
– Questi biscotti diamoli al pitbull – mi dice Guya qualche metro dopo. Si rammaricava di aver lasciato in stanza dei panini raffermi preparati con gli avanzi della colazione e poi non mangiati.

Guya dà i biscotti al pitbull
PaceSportiva-Kalymnos-IMG_0007L’episodio più indimenticabile è avvenuto alla falesia di Ghost Kitchen. Stavamo arrampicando su Zyva (Far right Wall) quand’ecco che arriva un gruppetto di italiani tra i quali la guida alpina di Fiera di Primiero Renzo Corona. Riconosciutici in maniera comica (ci eravamo visti esattamente un mese prima a una conferenza) perché entrambi ci eravamo tagliati i capelli in modo significativo, Renzo, con un amico, era assieme alla compagna Giusy e al figlio adottivo Manuel, di colore. Proveniente dall’Angola, il ragazzino era vivacissimo, simpatico e molto loquace. Da soli due anni in Italia, se la cavava benissimo con la lingua. Manuel ha voluto sapere i nomi di tutti e, saputo anche il mio e visto il colore dei miei capelli, mi ha subito appellato “don Alejandro de la Vega”, il favoloso padre del suo eroe, Zorro.
Mi fece un mucchio di domande sulle avventure di Zorro, sempre premettendo “don Alejandro”. Giusy mentre assicurava Renzo ascoltava sorridendo e raccomandandomi di non dargli troppa corda. Anche io facevo sicura ad Alessandro “Brambi”, mentre Umberto vagava lì vicino alla ricerca di altre vie giuste per noi.
Approfittando della relativa lontananza dagli adulti, spinto dall’irrefrenabile movimento delle esagerazioni della sera prima e speranzoso di non essere udito, mi lasciai andare a una lieve fuoriuscita di gas intestinale. Nell’isola dei “botti” mi sembrava lecito…
Manuel, che in quel momento era stranamente muto e trafficava con dei sassi… mi guarda e mi chiede con fare giudizioso: – don Alejandro… hai fatto un peto?
– Sì – gli rispondo sperando che la cosa finisse lì, per non negare l’evidenza.
– Don Alejandro ha fatto un peto! – urla a quel punto Manuel coram populo, provocando le risate di tutti gli italiani presenti e la mia definitiva squalifica…

Dopo aver fatto un 7b+ a Ivory Tower, una ragazza americana sta con il suo bambino
PaceSportiva-Kalymnos-IMG_0001Certo che ne abbiamo fatta di strada: dall’alpinismo, quello delle invernali, del sesto grado e dell’artificiale, siamo passati al Nuovo Mattino, abbiamo scoperto le scogliere, le falesie del mezzogiorno, l’arrampicata sportiva. Poi nel 1996 il romano Andrea Di Bari, in vacanza a Kalymnos, scopre le potenzialità rocciose dell’isola e comincia a valorizzarle l’anno dopo. Qui l’arrampicata parte sportiva, anzi la vendita dei friend nell’unico negozio di articoli sportivi di Massouri è vista come una barzelletta. Qui il “trad” è una parola che non ha senso nominare. Qui parliamo di “runout” quando ci sono quattro metri sprotetti (e succede di rado).

Qui arrivano due ragazze norvegesi e arrampicano sul 6a, 6b e 6c in canottiera mentre noi siamo in pile e pensiamo di indossare anche la giacca a vento, qui un’americana si fa un tiro di 7b+ e poi scende a coccolare il suo bambino che le aveva tenuto un’amica, qui si fa fatica a non prendere chili mangiando la sera a prezzi bassi cose buonissime e aprendo le danze con aperitivi di birra Mythos e di “uso” al ritmo dell’happy hour. Qui si vorrebbe rimanere a tempo indeterminato.

– E tu, caro Riccardo, avresti mai detto, tipo 40 anni fa, che questi aerei pieni di climber lo sono a metà maschi e metà femmine? Te lo ricordi com’era la montagna, allora? Di ragazze neppure l’ombra…
– Eh… ma quella era montagna!

postato il 23 aprile 2014

Alessandro (don Alejandro) e Guya a Vathy
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Il mistero dei ricordi

Le Alpi Marittime sono un’emozione di ricordi che s’affacciano tutte le volte che a mente mi raffiguro quell’angolo di carta geografica, il posto di tanti desideri. Montagne misteriose come i ricordi da troppo tempo sopiti o come cose troppo a lungo vagheggiate. Il compagno che era con me la prima volta non c’è più, perduto nelle nevi lontane del McKinley.

La neve era stata la costante di quella nostra impresa, alla fine un incubo. Era il Natale 1964, con Gianni Calcagno salivo lentamente le nevi sulla strada che dalle Terme di Valdieri conduce al Pian del Valasco. Gli zaini carichi anche dell’inutile ci schiacciavano sugli sci, c’ingobbivano tutte le volte che alzavamo lo sguardo per vedere quanto mancava.

La Cresta Savoia, da ovest
MisterodeiRicordi-13050325Per me allora era tutto mistero, la novità di quei ripidi versanti stracarichi di neve mi faceva sentire così piccolo che era solo per fedeltà al progetto e rispetto per l’amico che non proposi di tornare indietro.

Per fortuna il mistero è ancora di casa sulla montagna, in modo speciale d’inverno. Le tracce di animali, piccole orme nella neve, dise­gnano itinerari misteriosi per chi è solo di pas­saggio e non ha le misure di questo territo­rio. Avevo visto vette tra­montare ed albeggiare attorno a me con forme e colori così belli da essere istantanei, profili di pensieri così attraenti da vi­vere solo un attimo prima di essere sostituiti da al­tra poesia. Lassù però le cime non le vedevo ancora, le indovinavo al di sopra di pendii scintillanti nel biancore luminoso del mezzodì.

Nello scialpinismo praticato come mezzo di avvicinamento ogni conquista è rimandata al giorno dopo: invece lassù, oltre l’infinito Pian del Valasco, ogni metro ripido verso il Rifugio Questa era una piccola conquista. In realtà ogni vittoria sarebbe stata solo di noi stessi: quando la conquista è dell’inutile, si può anche dire che non c’è nulla da conquistare. Ogni metro vinto andava a naufragare nell’oceano del mistero: la sali­ta e la discesa di una montagna sono una traccia nell’atmosfera interlocutoria di un foglio bianco su cui può essere scritta qualunque cosa. Ci domandavamo perché non avessimo neppure ancora aperto il quaderno. E quando si vive e si respira il mi­stero, ecco che crolla nella neve il far­dello dell’inutile, nell’indefinibile so­spen­sione tra terra e cielo, nel zig-zag che si rita­glia a sghimbescio per evitare un pendio troppo ripido.

Gianni Calcagno al Pizzo Badile, dicembre 1967
Gianni Calcagno al Pizzo Badile, fine 1967Se ci si volta, si vede la scia creata dal nostro passaggio. Evane­scente, labile, senza vigore, come una creazione di oggi ci sem­bra senza futuro alcuno; per­ché forse le tracce nella neve dure­ranno lo spazio di un giorno. Ma chi calza gli sci in luoghi selvaggi e si confronta con la solitudine delle proprie creazioni ripercorre l’incessante azione vitale della salita cui segue sempre una discesa.

Il cielo si velava veloce; alle tre del pomeriggio eravamo ancora lontani dal rifugio. Cominciò a nevicare, una neve così umida che gli sci prima sfondavano, poi rimanevano incollati in profondità. Ci dichiarammo vinti e ci pareva impossibile non riuscire a scendere se non con uno sforzo immane. Alle otto di sera ricavammo una truna al Pian del Valasco, sotto al muretto della strada, ed il giorno dopo lo impiegammo tutto per raggiungere il primo centro abitato, S. Anna di Valdieri, ancora alle sette di sera. Direi incredibile, se non lo ricordassi così bene.

Il rifugio Questa
MisterodeiRicordi-20120709000502Dopo quest’inizio avventuroso e senza risultati se non quello di aver riportata a casa la pelle, le cose migliorarono. Le uscite compiute in seguito, rubando posti a sedere nelle auto degli amici e soprattutto tempo che avrebbe dovuto essere dedicato allo studio per gli esami di maturità, ebbero successi misurabili. Dopo lo storico e vincente confronto con gli esaminatori statali mi ritrovai a fine luglio 1965 con Gianni e Lino Calcagno ed un altro amico, Bernardo De Bernardinis, ancora al Rifugio Questa. Nella settimana in programma erano in lista almeno il doppio di salite possibili. Forse eravamo in anticipo sui tempi dei concatenamenti. Una sera litigai ferocemente con Lino per divergenze sulle mete del giorno dopo; invano Nello cercò di mettere diplomazia nello scontro mentre Gianni tendeva a rimanere neutrale. Il mattino dopo ero così arrabbiato che decisi di andare a scalare da solo e con la foga tipica dell’inferocito andai fin sotto alla parete est della Punta Maria della Cresta Savoia. Qui attaccai la via di Giovanni Guderzo, di cui non si aveva alcuna relazione se non i racconti epici di Pippo Abbiati, malcapitato compagno del suo capocordata. Portai alla fine il progetto e, sceso per la via normale, incontrai i tre amici che avevano salito la Est della Punta Jolanda. Ci legammo insieme, in un ritrovato accordo, per scalare la Ovest della Punta Umberto nel pomeriggio.

La Cresta Savoia da est
Il versante orientale della cresta Savoia, Alpi Marittime, gruppo del PrefounsA fine settembre trascorsi un’altra splendida settimana al Rifugio Zanotti, con Giuseppe Grisoni. Rastrellammo tre o quattro delle vie nuove possibili sulle cime più belle della zona, come il Becco Alto d’Ischiator, la Testa del Vallone o il Monte Tenibres. Senza una lira in tasca, quindi con poco mangiare, badando bene a non pagare neppure un pernottamento.

postato il 12 aprile 2014