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I falliti

I falliti
di Gian Piero Motti
(pubblicato originariamente su Rivista mensile del CAI, settembre 1972)

 

«… i giorni del tempo passato accorreranno a noi tutti insieme quando li chiameremo e si lasceranno esaminare e trattenere a tuo arbitrio… È proprio di una mente sicura di sé e quieta l’andar di qua e di là per tutte le parti della sua vita, mentre gli animi delle persone indaffarate non possono né rivoltarsi né guardare indietro, quasi si trovassero sotto il giogo…».

La lettura di questo sereno pensiero di Seneca, in un momento per me particolarmente positivo e felice, mi ha condotto a trarre alcune considerazioni che a tutta prima sembreranno interessare solo il mio modo di vivere, ma che invece investono quello di molti che come me praticano assiduamente l’alpinismo.

Dieci anni, e non sono pochi, dieci anni durante i quali ho avuto modo di vivere sensazioni diverse per qualità e intensità, giornate e attimi incancellabili, altri più cupi e ombrosi che vorrei dimenticare. Dieci anni durante i quali ho potuto avvicinare un gran numero di alpinisti di diversa estrazione sociale e di differente sensibilità. Oggi da questi contatti umani esco un po’ deluso.

Gian Piero Motti, copertina de I Falliti, Vivalda

 

Ebbene sì, ho conosciuto molti alpinisti anche forti, grossi nomi internazionali, altri meno forti, altri ancora allievi delle scuole d’alpinismo: vi era chi alla montagna era giunto attraverso l’amore per la natura e proprio per questo pensava all’alpinismo come a un’avventura più intensa e completa, venuta a poco a poco in una logica successione di sensazioni e di entusiasmi. Vi era chi vedeva nell’alpinismo un’affermazione reale e concreta della propria personalità, affermazione cercata forse proprio in seguito a una frustrazione o a un fallimento nella vita di ogni giorno.

Sovente ho sentito dire frasi come queste: «Per me la montagna è tutto», «Ho dato tutto me stesso all’alpinismo», «Se non dovessi più arrampicare sarei un fallito».

Sul momento non ho fatto molto caso a simili affermazioni perché anch’io ho rischiato molto da vicino di divenire un fallito. In seguito a circostanze che avrò modo di chiarire in seguito, mi sono lasciato tentare dall’antico detto «Eritis sicut dii».

Sì, anch’io avrei dovuto dedicare tutto me stesso all’alpinismo tralasciando gli altri interessi. Dimenticare l’amore per il bello, per la musica e la poesia, l’amore per l’arte in senso lato, l’affermazione di se stessi nella vita di ogni giorno, le amicizie profonde estranee all’ambiente alpinistico, con cui condurre discussioni interminabili su tutto e su tutti.

L’importante è allenarsi, sempre e di continuo, non perdere una giornata, avere il culto del proprio fisico e della propria forma, soffrire se non si riesce a mantenere questo splendido stato di cose. E se sopraggiunge una malattia o anche solo un malessere leggero, allora è la crisi, la nevrosi. Perché ciò che conta è arrampicare sempre al limite delle possibilità, ciò che vale è la difficoltà pura, il tecnicismo, la ricerca esasperata del “sempre più difficile”.

Trascinato da questo delirio, non ti accorgi che i tuoi occhi non vedono più, che non percepisci più il mutare delle stagioni, che non senti più le cose come un tempo. Sei null’altro che un professionista; per te l’alpinismo è un lavoro. E così non ti accorgi che a uno a uno stai perdendo tutti gli amici, quelli che ti conoscono bene a fondo, che a volte hanno cercato di farti capire che stai sbagliando, e forse anche tu lo hai capito e lo sai bene, ma consciamente o inconsciamente ti rifiuti di accettare il peso di una realtà faticosa.

E così sono giunto a scrivere quelle Riflessioni che sono la testimonianza diretta di un uomo che sta naufragando sempre più, di un uomo che sta sospeso in bilico su un abisso immane, ma che prima di precipitare ha ancora la forza di ritirarsi un attimo e di pensare in quale stato si sia ridotto. Esaltato, nevrotico, indifferente quando non assente; ostinato e caparbio nell’inseguire una meta sbagliata eppure cosciente dell’errore.

Andavo ad arrampicare tutti i giorni o quasi, preoccupatissimo di ogni leggero calo di forma. Ma non mi accorsi nemmeno che stava divenendo primavera, non vidi neanche che qualcosa di diverso succedeva nella terra e nel cielo e chi ben mi conosce sa che ciò equivale a una grave malattia. Arrampicare, arrampicare sempre e null’altro che arrampicare, chiudermi sempre di più in me stesso, leggere quasi con frenesia tutto ciò che riguarda l’alpinismo e dimenticare, triste realtà, le letture che sempre hanno saputo dirmi qualcosa di vero e che con l’alpinismo non hanno nulla da spartire. Ma qualcosa comincia a non funzionare: ritornando a casa la sera mi sento svuotato e deluso, mi sento soprattutto inutile a me stesso e agli altri, mi sembra anzi, e ne ho la netta sensazione, che il mio intimo si stia ribellando a poco a poco a questo stato di cose, che il mio cervello non tolleri questo modo di vivere. Ed ecco che giunge la crisi, terribile e cupa.

Ogni volta che vado ad arrampicare è un tormento, non sono più io, non ho più equilibrio, le mani mi tremano, non ho più coordinazione nei movimenti, ma soprattutto non “vedo” più nulla. E questo, chi lo ha provato lo sa, è veramente terribile. Tutto ti passa davanti e tu te ne stai indifferente, passivo, non vedi e non senti, ma invece, e ciò ti distrugge, vorresti sentire e vedere come e più di prima perché il passato rivive cristallino e limpido e si oppone con forza al buio in cui sei precipitato.

E allora ti dici finito, ti senti esaurito, svuotato: hai chiuso.

Ma cosa hai chiuso? Ma non ti accorgi, non ti rendi conto che ti sei creato l’infelicità con le tue stesse mani, che hai tradito la tua essenza, che presuntuosamente ti sei isolato inseguendo fantasie morbose e cercando sensazioni sempre più esasperate? Hai sempre condannato chi si droga e non ti rendi conto che anche tu sei un drogato, perché la roccia è la tua droga.

Ti sei ridotto veramente male; eppure un giorno non eri così, eri molto diverso. Andavi ad arrampicare quando lo desideravi, quando dentro di te sentivi il sangue fremere e friggere, quando avevi desiderio di sole e di vento, di cielo e di libertà. Eri allegro e spensierato, avevi un sacco di amici e di amiche, e soffrivi da morire quando le sensazioni che provavi erano solo tutte per te e non vi era nessuno con cui spartirle. Così cercavi con la fotografia di rendere anche gli altri partecipi della tua gioia, oppure li trascinavi in lunghe e interminabili gite o li legavi a una corda e li portavi ad arrampicare sui sassi perché volevi che anche loro provassero le stesse gioie e le stesse sensazioni. E se tu eri il solo a provarle, ne soffrivi, anche fisicamente; ti sembrava di sentire qualcosa dentro che cresceva a dismisura e sembrava voler scoppiare.

Ma soprattutto eri sereno, sereno nei tuoi pensieri e nei tuoi gesti, sempre superbo e ambizioso come sei; ma ognuno ha difetti più o meno grandi.

Ora invece sei solo da morire, barricato nella tua torre d’avorio; con il tuo sterile solipsismo hai distrutto le cose più belle che avevi. Però non hai chiuso. L’estate sarà triste, la più triste della tua vita. Ma un mattino, a seguito di lunghe giornate appiattite e monotone, giornate in cui anche una densa foschia di calore avvolge le creste dei monti rendendole ovattate e lontane, estranee e distanti, un mattino ti sveglierai sotto un cielo scuro e gravido di nubi, e un vento freddo e tagliente andrà a dividere i tuoi capelli mentre cammini da solo per quella strada che ben conosci.

Ma fra le nubi, a un tratto scoprirai un angolo piccolo piccolo di azzurro, che il vento nella sua gran corsa avrà liberato a poco a poco, e da quella densa nuvolaglia filtrerà un raggio di sole che come una spada scenderà diritto a illuminare una cresta tormentata, che solo ieri non avresti neppure notato. E così oggi i contorni sono chiari e definiti, oggi le creste si stagliano scarne e scheletrite sotto il cielo d’inchiostro, oggi il verde è più verde, oggi il bosco ha una vita e un profumo, oggi vedi le cascate e la luce del torrente, oggi…

Alberto Re nel 2014
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… Da quattro ore Alberto Re e io siamo seduti su un minuscolo terrazzino, immersi ciascuno nei propri pensieri, silenziosi e forse un po’ gravi. Siamo sulla Nord delle Grandes Jorasses: è una salita che tutti e due abbiamo sognato e inseguito a lungo, e ora la montagna ci prova duramente. E pensare che siamo andati all’attacco ridendo e scherzando, pensare che al rifugio ho dormito tutta la notte, un sonno tranquillo e profondo: ho persino sognato.

Il primo giorno un sasso ha colpito Alberto; le pessime condizioni hanno rallentato molto la nostra andatura e abbiamo dovuto bivaccare sopra le placche nere. E poi la notte è stata un inferno, cinquanta centimetri di grandine, concerto di tuoni e fulmini.

Oggi nella Cheminée rouge ho vissuto i momenti più duri e difficili della mia vita; siamo stati fulminati, abbiamo dovuto uscire alla disperata da questo orrendo camino che ci vomitava addosso cascate scroscianti di grandine e sassi, assordati dal frastuono dei tuoni e della folgore.

Ora è pomeriggio e siamo qui su questo terrazzino a soli duecento metri dalla meta, e attendiamo in silenzio che la natura si plachi. Siamo preoccupati, abbiamo paura di morire? Non lo so. Io personalmente vedo ben da vicino il rischio che ho corso e che sto correndo, ma non ho paura, sono solo molto triste. È la fine di luglio, e immagino un bel pomeriggio di sole lassù in Val Grande, e davanti ai miei occhi le immagini si susseguono con chiarezza: cosa avrei fatto oggi? Forse avrei giocato a pallone, o forse avremmo fatto una passeggiata tutti insieme nei prati della Stura, e seduti sul solito pietrone avremmo iniziato interminabili discussioni sulla religione, sulla politica o sulla vita. O forse ancora sarei andato con la ragazza in un prato e dopo l’amore mi sarei soffermato a lungo a dividerle i capelli a uno a uno, o a stuzzicarle il viso con un filo d’erba, o a osservare la luce dei suoi occhi illuminati dal sole. O, ancora da solo, sdraiato in un grandissimo prato, avrei affondato lo sguardo nell’azzurro del cielo con l’intento di scoprirvi lontane fantasie o avrei inseguito i giochi delle nubi con il sole, cercando forme strane e fantastiche nel loro biancore pulito. O ancora avrei camminato lentamente, nell’erba, mentre il vento la piega disegnando le onde del mare e ne trae un profumo forte e pungente di fiori e di fieno.

E vedo a mezzogiorno tutti i miei cari seduti intorno al grande tavolo e ancora mi par di sentire le loro e le nostre vivaci discussioni, perché le idee sono molte e diverse.

Invece sono qui, dove non vi è nulla di umano; ma proprio per questo so che devo arrivare in vetta, perché quando ritorno mi aspetta la vita.

Per uno strano caso la commozione ci colse su quella vetta delle Grandes Jorasses, alle nove di sera di un giorno di luglio, sotto un cielo nero e cupo, illuminato da bagliori violetti verso le cime del Gran Paradiso. Certi momenti non si dimenticano; restano, segnano per sempre un’amicizia. E se ripenso alle sensazioni che provai quando ritornai, mi sembra di rivivere ancora uno dei periodi più pieni e felici della mia vita. Scoprivo ogni cosa come nuova e diversa, i colori, gli amici, mi sembrava di voler bene a tutti e a tutto. Per un mese non andai più ad arrampicare o almeno non feci più salite importanti. Ma in quel mese ebbi modo di effettuare meravigliose gite con gli amici; trascorsi intere giornate alla ricerca di paesaggi e di fiori per l’obiettivo della mia macchina fotografica; mi divertii a giocare come un ragazzino. E non pensai neppure al mio stato di forma, la cosa non mi interessava, perché ero ugualmente soddisfatto e felice anche se non compivo delle grandi salite. Tant’è vero che quando sentii ancora il desiderio di una grande e bella avventura, quando mi prese ancora la voglia di avere roccia sotto le dita, sempre con Alberto andai a fare la via Brandler-Hasse sulla Nord della Cima Grande di Lavaredo. E mi trovai benissimo.

Oggi se perdo una domenica intristisco, divento irascibile, nervoso; se ogni volta che arrampico non vado a fare una via estrema, non mi sento soddisfatto. Eppure, non mi sembra di essere più in forma di allora.

Non si può andare avanti così.

In primavera ho occasione di leggere un libro che reputo uno dei più intelligenti e interessanti della letteratura alpina. Si tratta di Les royaumes du monde di Jean Morin, un romanzo apparso in Francia negli anni Cinquanta. Vi si narra la storia di un uomo che quasi inconsapevolmente viene assorbito e trascinato dalla passione delirante per l’alpinismo: un uomo però dubbioso e sensibile, tormentato sempre dal sospetto di avere sbagliato, ma nello stesso tempo magneticamente attratto dall’azione anche esasperata. Gli è compagno un altro uomo che invece vede solo l’alpinismo e che cerca di convincere l’amico a dare definitivamente tutto il meglio di se stesso alla causa.

Così, il nostro a poco a poco si isola sempre di più, l’alpinismo diviene una triste droga, quasi un’espiazione da subire in silenzio. A uno a uno perde gli amici, la ragazza, e si ritrova di fronte al suo fallimento in un’età in cui il bilancio di se stessi è ancora più duro. Ormai l’uomo ha capito ed è cosciente del suo errore: la conferma, triste e dolorosa, gli viene dalla tragica morte dell’amico sulla parete nord dei Bans, attaccata in pessime condizioni di tempo. Solo, di notte, in un rifugio, Jean si trova di fronte al nulla a cui è approdato; comprende di aver rinunciato a molto, a troppo pour une lutte sans issue.

Gian Piero Motti (a sinistra) gioca con Mario Pelizzaro sui massi delle Courbassere (Valle di Lanzo), 2 marzo 1980

Courbassere (Valle di Lanzo), 2.3.1980, G.P.Motti e Mario Pelizzaro

La lettura del romanzo mi ha fatto oltremodo riflettere e ho cominciato a percepire che qualcosa andava incrinandosi. Ma non accettavo ancora la realtà; anzi, mi ribellavo prepotentemente. Poi, quasi per caso, mi capitò di leggere le stupende parole scritte da Dino Buzzati molti anni or sono per la morte di Ettore Zapparoli, forse la cosa più bella e più vera apparsa sulle pagine della nostra rivista.

No, io non dovevo finire così, mi sentivo ancora (Dio mio, 25 anni!) vivo, pieno di interessi, avevo ancora troppe cose da dire, da vedere, da conoscere. Buzzati fu duro, ma giusto. In fin dei conti Zapparoli era un fallito.

Ma ancora non bastava. Bisognava toccare il fondo. Vuoi per un certo crepuscolarismo di balorda qualità, che ogni tanto affiora nei miei giorni peggiori, vuoi per una certa voluptas dolendi che ogni tanto esercita il suo fascino, assunsi la parte dell’uomo deluso e finito e cominciò una recita piuttosto grottesca. Per giustificazione o per meglio mascherare il mio fallimento agli occhi degli altri, mi atteggiai a ribelle nei confronti della società; cercai di entrare nella parte dell’anarchico che disprezza i comuni mortali, che

odia la normalità, dell’uomo finito a vent’anni, dalle idee tenebrose e cupe, dai lunghi silenzi. E anche nel vestire cercai di adeguarmi al soggetto proposto: barba, capelli lunghi, abiti logori e sdruciti, atteggiamenti molto posati.

Con il risultato che il mio cervello non tollerò più oltre e mi assestò il colpo definitivo. Esaurimento nervoso di grossa portata, con perdita completa del sonno e un sacco di disturbi fastidiosissimi. Smisi naturalmente di andare in montagna, in tutti i sensi, anche su quella facile, e non feci che aggravare le cose.

… Oggi, oggi invece, seppur da un piccolo spiraglio, comincio a rivedere le cose. Ho capito l’errore; troppo a lungo ho vissuto in una piccola stanza dove ho chiuso ermeticamente le finestre e le porte, e lì, da solo, nel buio, mi sono illuso che il mondo fosse tutto racchiuso fra quattro pareti. Poi una finestra si è leggermente dischiusa e un filo di luce vi è penetrato.

Seguirà un autunno incerto, un ritorno alla montagna timoroso, ma con un animo diverso. Però non ancora tutto era chiarito; anche se cominciavo a star bene, qualcosa ancora nella mia testaccia non funzionava.

Guido Rossa con la figlia
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Incontrerò una sera d’inverno Guido Rossa, il quale fissandomi a lungo, con quei suoi occhi che ti scavano e ti bruciano l’anima, con quella sua voce calma e posata, mi dirà delle cose che avranno un valore definitivo. Mi dirà che l’errore più grande è quello di vedere nella vita solo l’alpinismo, che bisogna invece nutrire altri interessi, molto più nobili e positivi, utili non solo a noi stessi ma anche agli altri uomini. Non rinunciare alla montagna. E perché? No. Ma andare in montagna per divertirsi, per cercare l’avventura e per stare in allegria insieme agli amici.

Io lo so e l’ho sempre saputo; ma dovevo sentirmelo dire da un uomo che mi ha sempre affascinato per la sua intelligenza e per la sensibilità artistica che scopri nel suo sguardo. E poi ci saranno altre persone, tutti gli amici che stupidamente avevo perduto e che ritroverò a uno a uno e che mi aiuteranno moltissimo a ritornare quello di prima.

E siamo finalmente nella realtà di questa primavera 1972. Ho trovato un lavoro che mi soddisfa e mi lascia molta libertà, libertà non solo di andare in montagna, ma anche di dedicarmi alle mille cose che ogni giorno mi attirano. Quest’inverno sono andato pochissimo ad arrampicare, ma sono ugualmente felice e soddisfatto, anzi sicuramente l’anno prossimo dedicherò tutta la stagione invernale allo sci e cercherò finalmente di praticare con sicurezza questo magnifico sport. Quest’estate ho in mente sì di effettuare qualche bella salita; ma voglio anche dedicarmi ai viaggi che da tempo ho abbandonato e che, invece, sempre sono stati per me fonte di esperienze e sensazioni meravigliose. Un amico di ritorno dalla Grecia mi ha detto: «Vai di sera verso il tramonto, quando non vi è quasi più nessuno, di fronte al Partenone ad Atene. Fra quelle pietre calcinate, in quella sassaia arida e deserta, assordato dal frinire delle cicale, vedrai tremare nel calore del pomeriggio quelle enormi colonne e ti sembrerà veramente che il tempo non sia trascorso».

E veramente, come disse Seneca, posso rivedere serenamente i giorni del passato. E rivedo tanti volti, tanti nomi, per i quali oggi non posso provare che una profonda tristezza. Perché ho conosciuto molti ragazzi e molti uomini che avevano trovato nell’alpinismo il compenso al loro fallimento nella vita di ogni giorno. Uomini che si erano dati e che si danno caparbiamente alla montagna con l’illusione di trovare un’affermazione che li ripaghi di tutte le frustrazioni, le delusioni e le amarezze della vita.

Alcuni si illudono di essere qualcuno, credono di essere importanti, solo perché nell’alpinismo hanno raggiunto i vertici. Ma se tu trasporti gli stessi individui in un altro ambiente, se li inserisci in un differente contesto sociale, allora li vedi incapaci di sostenere un dialogo qualsiasi, spauriti e intimiditi, incapaci di intrecciare relazioni umane. Ed eccoli allora portare a giustificazione del loro fallimento l’incomprensione altrui, la banalità e il qualunquismo della gente, la superiorità di chi pratica l’alpinismo, la diversa sensibilità di chi ama la montagna. In realtà vi sono uomini sensibilissimi e amanti della natura anche al di fuori del territorio alpinistico, vi sono uomini che cercano e trovano altrove l’avventura e che sanno comprendere; ma, purtroppo, nell’alpinismo troppi sono i falliti e troppi i condizionati.

Non sempre, per fortuna, è così. Sovente ho incontrato ragazzi sereni ed equilibrati; ma molto più sovente l’uomo alpinista mi ha profondamente deluso per la sua ristretta visione delle cose, per la sua voluta ignoranza e per il disprezzo dei comuni mortali.

Chi invece la pensa diversamente, chi ha il complesso da prima donna e a tutti i costi si arrabatta per essere il primo, chi vive per la grande impresa e la difficoltà, forse farà per un po’ grandi cose, ma poi giungerà alla triste conclusione di chi, a trent’anni, svuotato ed esaurito, ha dovuto dire addio.

Ogni volta che incontro Francesco Cichin Ravelli, penso a quest’uomo più che ottantenne che ancora oggi percorre i sentieri della montagna e che quando giunge la primavera mi parla con gli occhi che brillano degli alberi verdi e dei fiori.

Francesco Ravelli
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L’ultima avventura

L’ultima avventura
di Gian Piero Motti
(pubblicato su Lo scarpone, maggio 1972)

Mi succede ogni tanto di essere un po’ stanco. In inverno quando torno a ripercorrere itinerari di palestra, dove la successione dei movimenti è ben impressa nella mia mente, in primavera quando riscopro valloni e montagne che ho visto decine di volte. Ma non è che mi vengano meno le sensazioni, anzi, tutt’altro: è che forse cerco ancora un briciolo d’avventura in un ambiente dove non sempre riesco a trovarla.

Andiamo un po’ indietro nel tempo. Mi sembra di risalire il lungo e selvaggio Vallone di Piantonetto, mi pare d’averlo davanti agli occhi, solitario, cupo e un po’ tetro nella luce della sera. Rivedo il grande pianoro di pascoli con il piccolo gruppo di grange addossate le une alle altre, sotto i salti di roccia. Quasi si confondono con le pietraie, sono grigie, grigi i loro muri, grigie le lose che ricoprono il tetto.

La sera di un sabato di settembre sono pochi quelli che sono saliti fin quassù e sono tutti amici. Non c’è rifugio, forse ancora pochi conoscono il Piantonetto, qualcuno sa che sulla parete del Becco di Valsoera c’è una certa via aperta da Lionello Leonessa e Giuseppe Tron che dovrebbe essere davvero una bella arrampicata. Si parla anche ogni tanto, e con grande rispetto, della via che Andrea Mellano, Romano Perego ed Enrico Cavalieri hanno aperto sul grande spigolo. Una via difficile, nessuno l’ha ancora ripetuta.

Durante la notte pioveva e le lose del tetto lasciavano passare gocce abbondanti. La sera si ritornava al grande pianoro chiuso tra monti altissimi e si restava stupiti da quel grande silenzio, smarriti in quell’atmosfera intima e incantata che ti lascia qualcosa dentro.

Perché avevi vissuto un’avventura. Forse avevi ripetuto la via Malvassora; certo non è una via estrema, ma avevi percepito appieno una dimensione diversa. O forse ti eri avvicinato pieno di timore e di riverente rispetto al grande spigolo per cercare di passare dove i primi, nomi grandi e famosi, e altri molto tempo dopo, anch’essi fortissimi, molto più forti di te, avevano detto: è difficile.

E ricordi molto bene quel giorno, su nel diedro enorme e senza sole, freddo e geometrico, ricordi la sensazione di vivere qualcosa di grande e il desiderio accarezzato a lungo che a poco a poco diventava realtà. E poi ancora la sera, soli, in silenzio, a ripercorrere quel grande pianoro camminando lentamente sui morbidi ciuffi d’erba accompagnati dal chiacchierio del torrente.

En Vau (Calanques, Francia). Da sinistra: Piero Ravà, Gian Piero Motti, Fulvio Berrino. 31 marzo 1972
En Vau (Calanques, Francia). Piero Ravà, Giampiero Motti, Fulvio Berrino. 31.03.1972

Sovente ritorno al Piantonetto. Oggi c’è un grande e comodo rifugio che ogni sabato sera è pieno zeppo di gente che viene anche da lontano: Milano, Genova, Bergamo… Nessuno ormai va a dormire nelle piccole e scomode grange e può darsi che nessuno, camminando, le noti più. Prima che giunga l’alba, decine e decine di piccole lampade risalgono il grande pianoro e poi, adagio, i ripidi canaloni che portano sotto le pareti. A volte se vuoi ripetere la Perego ti tocca fare la coda, ormai è una via classica, non fa più paura a nessuno, anche perché i passaggi più duri li hanno addomesticati con tanti chiodi.

Eppure io ritorno ancora al Piantonetto perché ci sono affezionato; ma a volte, quando di sera ripercorro il grande pianoro, mi pare d’essere un po’ stanco. Vedo intorno a me un sacco di gente che va e viene, la sera nel rifugio è un gran vociare. Ricordo molto bene come davanti alle grange fossimo pochi, e stessimo lì seduti sulle pietre a parlare di tante cose e forse anche a cantarne una.

E ora qualcuno dirà: ma vuoi la montagna tutta per te? Proprio tu, che scrivendo la monografia del Piantonetto hai invitato la gente a venirci? No, o forse sì. Io solamente vorrei un alpinismo più umano.

Non vorrei che ci fossero alpinisti che arrampicano unicamente per il desiderio d’affermare se stessi, non vorrei che alcuni dimenticassero l’estetica, tesi unicamente a conseguire il risultato. Molte volte ho visto amici e compagni soffrire terribilmente per una rinuncia, per una giornata di tempo brutto, e patire ancora di più quando hanno saputo che Tizio nella stessa giornata aveva invece compiuto la salita. Sovente ho sentito discorsi tendenziosi, a volte vere e proprie calunnie dirette a demolire chi ha il torto d’essere più forte di noi. Ancora ho visto amici e compagni affannarsi e dimenticare anche le norme di sicurezza durante una salita, solo perché era importante “fare il tempo”. Ho visto alcuni voler realizzare a tutti i costi una certa salita, solo perché in quel momento era un’impresa che dava grande prestigio.

Un giorno vorrei partire con due o tre veri amici e risalire un lungo vallone che non ho mai visto, camminare adagio, fermandomi ogni tanto su qualche grande sasso, oppure bere a qualche fontana per sentire l’acqua che scorre sul viso. Vorrei scoprire a un tratto una parete immensa e solare, oppure risalire con gli occhi una cresta elegante e perfetta, e vorrei poter vedere tutte queste cose come quando mi avvicinai alla montagna la prima volta.

Vorrei allora salire questa parete e, quando il sole cala nel pomeriggio, fermarmi su un terrazzo quadrato e non pensare che forse si dovrà bivaccare, che bisogna forzare, uscire a tutti i costi.

Vorrei allora che l’amico avesse con sé una chitarra e cominciasse a suonare, e noi cercassimo di seguirlo ricomponendo e ritrovando i chiari versi di Bob Dylan, oppure le fantastiche e surreali visioni di lan Andersen. E mi piacerebbe attendere la sera così, parlando di noi, parlando di tutte quelle cose che sentiamo a volte accumularsi dentro, ma che raramente riusciamo a esprimere perché si ha sempre paura di essere veramente se stessi.

Ricordo ancora una sera di primavera, nella meravigliosa Calanque di En Vau. Finito il grande via vai degli alpinisti di ogni nazionalità, finito il vociare, i richiami, le urla, i tintinnii delle staffe e i colpi di martello. Il sole a poco a poco sta discendendo nel mare ed è subentrato un silenzio che veramente dona quiete. Arrampichiamo adagio sulla cresta, sono gli ultimi metri di questa via che ha un nome bellissimo: la Sirena. Ma ecco che giù in fondo, sulla piccola spiaggia, alcuni ragazzi hanno acceso un fuoco, si sono seduti intorno e al suono di una chitarra hanno cominciato a cantare. È una canzone che conosco bene anch’io, e mi giunge chiara e limpida una voce di ragazza, una voce che per i suoi toni acuti e cristallini ricorda molto quella di Joan Baez. Noi abbiamo finito, gli altri ci chiamano, dobbiamo rientrare a Marsiglia, è già tardi e le ragazze si sono un po’ scocciate di aspettarci tutto il giorno mentre noi arrampicavamo. Eppure il mio desiderio sarebbe quello di mandare tutti quanti al diavolo, ragazza compresa, e di scendere giù a mescolarmi con gli altri, non importa se non ci capiremo molto, sono inglesi, tedeschi, francesi, ma i nostri contatti umani sarebbero ispirati alla semplicità, perché sicuramente saremmo noi stessi.

Vorrei compiere salite che ho sognato a lungo e che ancora continuo a desiderare. Vorrei finalmente salire lo spigolo Bonatti al Dru per poter provare una parte delle sensazioni che quell’uomo deve aver vissuto in quei sette giorni, solo, libero di salire ovunque, libero di scegliersi un cammino in un dedalo di rocce, libero di parlare con se stesso, di riflettere ogni sera seduto su un terrazzino, di pensare alla sua vita e al perché di un’azione così diversa.

Ho invidiato sempre quest’uomo, non tanto per le sue realizzazioni, quanto per ciò che ha saputo e potuto vivere nei giorni grandi della sua vita. Per ciò che ha saputo dare agli altri. No? È vero, qualcuno dice che un uomo così non ha prodotto niente, che la sua azione è sempre stata sterile ed egoistica. Ma chi parla così non ha capito nulla dell’uomo e non sa in quanti e quali modi si possa donare agli altri.

Il versante ovest del Becco di Valsoera. Foto: Marco Milani
Becco di Valsoera western face, Gran Paradiso National Park -- Becco di Valsoera, versante ovest Parco Nazionale del Gran Paradiso

 

Sovente ho cercato di immaginare il ritorno di Bonatti dopo i giorni del Dru o quelli del Cervino in inverno, ho cercato di immaginare il suo amore per la natura e per tutto ciò che è bello. Così una mattina anch’io sono partito da solo, ho realizzato qualcosa di più modesto, anche se è la quantità che varia ma non la qualità. Anch’io ho vissuto il mio giorno grande e anch’io, quando sono tornato, ho creduto di impazzire correndo in un prato, sdraiandomi nell’erba a guardare il cielo, gli alberi e i fiori. Perché tutto era diverso, nuovo, tutto era da riscoprire. E anche gli altri, tutti, mi parevano più buoni, più aperti, un sorriso per tutti, ma sincero.

Ricordo che un giorno Messner disse a proposito di una sua grande “solitaria”: «Io non potevo piangere, perché il mio cuore e la mia mente erano divenuti come il ghiaccio e la pietra. Ma quando poi discesi tra l’erba del sentiero, qualcosa si sciolse in me e allora piansi».

Forse andrò al Dru, ma troverò decine di persone che si rincorrono affannosamente su per il canale, forse dovrò attendere il mio turno per salire, forse dovrò infilarmi tra intricati giochi di corde, forse un metro sopra il mio capo i miei occhi non cercheranno la via, ma le suole degli scarponi di chi mi precede. Ma ditemi, dov’è l’avventura?

Su un muro della mia camera ho appeso un grande foglio bianco su cui c’è scritto “Conosci te stesso”. Ogni mattina quando mi sveglio mi sforzo di leggerlo. Forse una mattina mi sveglierò e mi verrà il desiderio di vivere ancora una grande avventura. Allora troverò un compagno che mi seguirà sulle grandi placche chiare della via Hemming al Dru o nel silenzio opprimente della parete nord del Cervino. Ma forse anche qui non saremo soli. Allora partirò io, senza compagni, per dove non so. A volte immagino una grande parete, che forse non ho mai visto e che non vedrò mai, e mi vedo salire leggero, elegante e sicuro. Niente corda, niente chiodi, certo di non cadere mai. Mi vedo fermo la sera su un terrazzino a riordinare le mie cose, e poi seduto a guardare una valle sconosciuta, dove le piccole luci che si accendono a una a una mi ricordano con struggente melanconia che esistono anche gli uomini, mi ricordano quegli occhi incontrati per caso che promettevano un mare di cose belle e che forse sono rimaste tali proprio perché fermate in quello sguardo.

Un giorno forse partirò e ritornerò a girovagare per i monti e i boschi della valle dove la prima volta ho incontrato me stesso. E forse questa sarebbe la vera avventura.

È vero, a volte sono un po’ stanco. Ma ho degli amici veri che mi comprendono e che sanno dare. Con loro forse un giorno saprò rivedere con gli occhi incantati di allora una valle e un monte candido e scintillante, che appare altissimo sopra i tetti di un villaggio tibetano fermato nel tempo.

Non è poi così difficile, anche se talvolta tutto appare intricato, contorto, quasi impossibile. Ma è in noi stessi la soluzione, nella nostra semplicità. Allora forse scopriremo l’avventura ogni giorno, aprendo solamente la finestra e guardando i grigi tetti delle case di una qualunque città.

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Il tono che sottosta agli altri

Il tono che sottosta agli altri
di Eugen Guido Lammer
(da Jungborn, Vienna, 1922; odierna edizione italiana Fontana di giovinezza, traduzione di Raffaello Prati, Vivalda Editori, 1998)

Nelle mie numerose peregrinazioni solitarie anche al piano per selve, brughiere, paludi e spiagge marine, in modo speciale poi in montagna, in molte sciate di giornate intere, dove è più vivo il senso del remoto e del primitivo, fu tessuta una trama sempre più fitta di fili tra il mio mondo interiore e il mondo delle cose. Purtroppo, malgrado il suo sviluppo odierno, il linguaggio qui si rifiuta e non riesce a dare una forma. E non c’è da stupire; il linguaggio comune è figlio del mercato tumultuante: è creato solo per ciò che è grossolano, superficiale, per i sentimenti collettivi e per i pensieri volgari. Viceversa i milioni di suoni del silenzio e della calma sublime, della profonda interiorità e del muto rapimento hanno trovato un’espressione solo in misura modestissima nelle effusioni di poeti e di mistici graziati da Dio. Ancora più povero si trova il linguaggio di fronte agli innumerevoli valori sentimentali che hanno differenze tenuissime, quelli che suscitano tutti gli oggetti, le forme naturali, gli umori del tempo, le gradazioni della luce, i colori, i suoni della natura. Le parole sono nemiche di ciò che è pensato, presagito, veduto, sentito: sono sempre troppo angolose e anguste. Davanti alle mie parole in ogni lettore vibrano dei toni sovrapposti a mano a mano sempre diversi dai miei, a ogni passo perciò sono frainteso, sono costretto ad esprimermi con povere immagini, che solo di lontano e incerte alludono all’intima esperienza: i lettori ritengono pompa verbale e tintinno di campanelli ciò che in realtà è un balbettio singhiozzante. Per questo per molti anni non pubblicai più nulla d’argomento alpinistico.

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Quando riposando su una cima solitaria mi sento immedesimare con le fibre della mia anima nei duri strati d’orneblenda, fluire svanendo nell’azzurro e nel grigio allettanti della lontananza crepuscolare, e smarrire nell’ondeggiamento voluttuoso della linea di quel crinale e nelle sue sovrapposizioni pittoresche, la gente savia dirà forse alzando le spalle: “Ah, panteismo!”. Ma no, non è così semplice, non è detto che subito dietro le cose, dietro il mio io stia occhieggiando la divinità, la cosa è molto più complicata, il mio io ha una prospettiva infinita. È una scala molto alta quella che guida a Dio e sopra di me stanno novantanovemila gradini, che io non conosco ancora e così nessun altro.

Anzitutto mi manca spesso il “pathos della distanza” rispetto alla natura, e della presenza di Dio si dovrebbe pure rabbrividire. Certo talvolta, in rare ore di santità, fanno tremare il cuore dello scalatore solitario i dolci profondi brividi davanti a una potenza ultima, originaria, centrale; ma questo non è il mio stato d’animo ordinario sui monti. Al contrario continuamente avverto un’affinità coi mille esseri individuali e rintraccio i legami innumerevoli e diversissimi che legano col mondo esteriore il mio intimo, l’inconscio ignoto a me, che si agita enorme e profondo sotto la coscienza angusta e limitata. Un fiore di Lloydia serotina con le venature delicate sui suoi casti petali, quell’abete mezzo morto incendiato e schiantato dal fulmine o questa lucertola verde smeraldo suscitano d’improvviso in me un senso caldo d’amore; soffro personalmente i loro dolori, come godo del loro benessere e delle loro brame come se fossero una parte del mio io; nel rivederli li saluto come vecchi amici e posso compiangere fino alle lacrime la morte di quell’antico albero valoroso. Dei monti parecchi mi stanno personalmente vicini: amici o nemici e spesso una cosa e l’altra insieme. Il lampo fugace di sole, che esce da una fumata vagante di nebbia e rischiara lassù il povero tugurio o il seracco in modo così strano e stupendo, fa vibrare in me sentimenti nuovi o remoti e nativi, come oscure memorie d’un’esistenza prenatale. Quella valanga avviata a slittare parla in me in un linguaggio molto comprensibile; purtroppo tutte queste cose che io percepisco assai distinte e chiare, non riesco altrettanto ad esprimerle, perché la lingua umana, questo mezzo di comprensione, rifiuta il suo servizio e perché non sono un genio pittorico e un musicista.

In tutti questi singoli accordi vi è un tono che sottosta agli altri, d’una felicità infinita: la coscienza manifesta che ciò che è fuori e ciò che è dentro di noi hanno un’intimità, una parentela originaria, formano un solo essere. Tutto questo genera una delizia così inaudita che la debole animula dell’individuo quasi vi si sente volatilizzare. Questo è mito d’una creatività perenne, è religione, è poesia che è fiorita in verità, è sinfonia ed ebbrezza di linee e di colori, questo è anche filosofia – perché il mio pensiero non permane silenzioso, io penso con maggiore penetrazione e concretezza – questo è fredda e chiara visione e tuttavia insieme immersione beata nel mondo invisibile infinito dell’inconosciuto, di quello che resta ancor da sapere. Davanti alla natura esterna il mio intimo si fa chiaro e l’anima delle cose esterne io la comprendo dal mio interno. Ma io devo essere solo, senza compagnia alcuna, nemmeno di persone dal sentire più delicato, e anche senza turisti estranei nelle vicinanze. Forse anche il deserto sterminato mi parlerebbe un linguaggio simile, ma certo non con le mille voci che ha la montagna. Forse il mare agirebbe su di me in modo analogo, ma chi può essere solo sul mare? Sui monti si può, volendo, essere soli rapidamente, basta evitare le stagioni e i percorsi che sono di moda.

Eugen Guido Lammer
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Quel senso universale non è affatto nebuloso sentimentalismo, ma poiché il mondo alpino, come ho detto, per me (o meglio per centomila di voi), è un amico personale, animato, così io vorrei avvicinarmi ancor più e per esempio imparare a comprendere con maggiore esattezza le sue particolarità nel campo della geologia e della morfologia. Ancora più la biologia e la botanica psicobiologica mi conducono nel paese dei prodigi abissali: imparo qui che tutte queste pianticelle alpine fiorite intorno a me respirano come me e sono percorse da correnti di “sangue”, imparo che esse saviamente si adattano alla coercizione dell’ambiente e tuttavia con intelletto perseverante aspirano ad adempiere il compito della loro singola vita e la forte volontà della loro specie. E d’improvviso m’assale l’orrore del molteplice: malgrado il mio amore inteso a cercare e il mio fervido desiderio, io sto come un mendìco estraneo innanzi alle loro porte sbarrate, ciascuno dei nostri fratelli rimane murato nell’angustia del suo io.

D’altro canto la pittura di valori e di stati d’animo m’insegna a intendere nel suo vero senso l’apparenza esterna nelle Alpi: forme e colori come chiavi per arrivare all’anima delle cose. Si noti bene “anima” non come metafora, ma letteralmente, perciò misticamente; in questo senso Theodor Fechner in Zendavesta attribuisce un’anima ai pianeti, in Nanna alle piante e altrettanto lo “Spirito della Terra” del Goethe è concepito come spirito reale della nostra Terra, non come una vacua allegoria.

Questo trovai la prima volta sui monti ed è ormai quello che cerco coscientemente lassù, cioè l’unità infinita e l’armonia di tutte le forze, degli impulsi e dei sentimenti del mio proprio interno in se stesso e altrettanto vicendevolmente tra i due gruppi. Mentre la nostra civiltà priva di cultura disintegra e isola ogni cosa, nella grande natura alpina che respira in Dio ogni essere singolo si fonde in un cosmo. Non si tratta d’un’armonia a buon mercato, solo in superficie, ma i pinnacoli più bizzarri, gli abissi più terrificanti, l’ululato della tempesta più violenta, le valanghe annientatrici si compongono in un’unità perfetta col più dolce raggio di sole, col velo più tenero di nebbia, con l’insetto leggiadro, col fiore della roccia nel suo tranquillo splendore. Ma anche senza questo connubio col delicato, il paesaggio alpino più desolato è immagine d’un ordine che risponde a una legge, e anche in me stesso l’attività sportiva e l’osservazione penetrante, il sentire mistico e il pensiero scientifico, il godimento profondo delle proprie sofferenze in montagna non sono che aspetti differenti di un’entità fondamentalmente una. Io che m’ero rifugiato una volta come un essere scisso nel seno delle Alpi, fui congedato da quelle supreme donatrici ricongiunto a me stesso e al mondo.

Eugen Guido Lammer
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Così a poco a poco si cristallizzò per me l’ideale dell’alpinista: è l’uomo armonico, la natura compiuta. Tesori inestimabili riposano nel mondo della montagna, dobbiamo coscientemente crearci gli organi, le attitudini e le forze per accogliere in noi tutto ciò che è bello, che nobilita e reca frutto. Questa esigenza non si può certamente soddisfare: come posso essere insieme alpinista militante, orgiasta della natura, filosofo, temperamento religioso, fotografo ideale di montagne, genio creatore della pittura, sinfonista alpino come Richard Strauss, geologo e biologo, paleontologo e archeologo, storico, folclorista, studioso dell’arte e della cultura o come posso mai diventarlo? “Vorrei conoscere un tal signore e lo chiamerei signor microcosmo”. Se non si può raggiungere l’ideale totale comprensivo, tuttavia la figura dell’uomo armonico compiuto ci deve stare sempre davanti agli occhi, altrimenti ogni unilateralità ci rende poveri e ci fossilizza. E sempre nuove onde di felicità si riversano su di noi, quando scopriamo al nostro interno nuovi aspetti della ricchezza della montagna, per esempio studiando geologia, o imparando a fotografare coi sentimenti dell’arte e del paesaggio; di questa felicità non ha alcun sentore il profano della montagna.

Mentre come scalatore e come uomo miravo all’armonia di tutte le forze dell’essere, era ovvio ch’io scorgessi qualche cosa di simile nei Greci pressappoco all’epoca di Pericle, il quale nella storia della cultura fu l’ultimo a rappresentare nel suo essere una specie d’armonia. Ma quando io contemplo il tempio dorico, per esempio il Partenone, l’espressione più pura di quell’anima greca, io so che noi uomini del Nord non possiamo conquistare questa specie d’armonia e a mala pena lo vogliamo. Il greco guardava continuamente il mare intorno a sé, finché il suo interno diventava tranquillo come il mare. È vero che esso a volte si spezza e ondeggia selvaggiamente, ma presto tutto ciò che è turbato si deve di nuovo placare nella legge predominante della quiete orizzontale. Così infatti nell’anima greca come nel suo tempio impera esclusivamente l’orizzontale, l’impassibilità; tutto ciò che si slancia agile in alto, la colonna, permane fratello subordinato in servizio dell’incrollabile Sophrosyne, cioè la calma imperturbata dello spirito.

Il gotico, l’arco acuto, rivela il nostro carattere nordico. Io sono convinto che l’uomo nordico ha ricavato l’impulso esteriore all’espressione gotica delle forme dall’osservazione delle montagne, degli abeti e dei pini della sua patria; più importante è l’espressione gotica della nostra interiorità. Esistono, è vero, anche qui pezzi ancora orizzontali, per esempio nella cattedrale di Strasburgo, in Notre-Dame di Parigi e altrove, ma lo slancio verticale predomina di gran lunga, e nel duomo di Ulma e nel Santo Stefano di Vienna l’orizzontale terrestre si può dire scomparso. Ogni singolo pezzo, ogni pinnacolo, il tetto aguzzo e specialmente la torre, tutto tende, si sforza e accenna all’alto, all’alto soltanto. E dove l’arco acuto deve chiudersi per l’impotenza umana di acuirlo ancora più in alto, colà spinge egualmente le braccia in su all’al di là della sua brama nostalgica.

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Anche questo spirito gotico spira un’armonia, trascina tutte le forze insieme, vuole portarle all’equilibrio, cerca spesso pure un compimento, che è però sovraterrestre: solo lassù nell’invisibile tutte le forze sempre irrequiete del di qua raggiungono un equilibrio ideale. Questo ideale nordico faustiano dell’uomo gotico sempre in stato di bramosia intensa, il quale sveglia in sé, raccoglie e solleva in alto tutte le forze e gli impulsi per trovare finalmente la sua meta e la sua armonia in un se stesso superiore, quello è anche l’uomo compiuto di domani e dopodomani che io vorrei realizzare. E i monti specialmente, questi simboli gotici, mi devono assistere e condurre innanzi verso questa meta.

Vi sono tuttavia molte cime costruite secondo la legge dell’arco rotondo, ciò che il geologo designa come monti “maturi”: monti con molli mammelloni e profili a onde dolci. No, io amo e cerco gli altri: tutti i monti con carattere veramente personale sono gotici, le torri, le guglie, i corni, anche i muraglioni massicci con merli come i castelli inglesi, tutto ciò che è stagliato, aguzzo e pieno di sfida. Solo qui il mio desiderio è trascinato irresistibilmente in alto. Ma appena mi sono conquistato la meta di lunghi giorni e notti di desiderio, ecco che la bramosia del cuore faustiano resta inappagata della cima, cerca in alto con le dita brancicanti verso un al di là segreto: là soltanto ci dev’essere armonia e pace per i desideri avvampati.

Ma il simbolo gotico della mia anima nordica mi portò ancora un passo più innanzi: l’arco acuto ha due metà, delle quali ciascuna, considerata in sé, è un nulla gibboso, privo di valore e di senso; e nella cattedrale gotica agiscono non soltanto due, ma molti piccoli membri isolati, molto di bizzarro, grottesco, meschino; e solo perché tutti sono connessi insieme e insieme aspirano verso qualche cosa di unico, potente e travolgente, per questo vi si sente la mirabile pienezza e unità di accordi.

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Ecco, quasi un velo mi è caduto dagli occhi: vedo la collettività. Città intere per secoli e secoli con tutte le loro generazioni hanno cooperato all’augusta opera del di qua con una comunione di pensieri e di aspirazioni all’al di là, e così il gotico è anche divenuto il simbolo affascinante della comunità. Anime foggiate assai diversamente, di origine e sviluppo del tutto differenti, si curvano insieme ad arco acuto, si immedesimano a vicenda e si fondono in un’unica grande aspirazione. (Pensiamo alla fratellanza realizzala dai compagni di corda!). Molti esseri isolati si trovano, si porgono reciprocamente le mani per una comune attività, divengono una sola cosa nella loro magnifica opera e nelle mete dell’al di là.

Però qui cominciano per me le dolenti note. Io vedo l’augusto ideale della comunità raggiare nel cielo dell’avvenire, ma io non me ne sento capace. Per una lunga vita, giovane e adulto, io ho venerato solo l’individualità, ho lavorato a scalpellare la mia personalità. Immedesimarmi in altri fino alla vera comunione d’anime dell’operare, io lo posso a stento. E chi lo può oggi in questo mondo dell’odio, in questa fiumana limacciosa del più basso egoismo?

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Se eri un bambino

Se eri un bambino negli anni ’50 ’60 ’70 ’80
di Paulo Coelho


1. – Da bambini andavamo in auto che non avevano cinture di sicurezza né airbag…
2. – Viaggiare nella parte posteriore di un furgone aperto era una passeggiata speciale e ancora ne serbiamo il ricordo…
3. – Le nostre culle erano dipinte con colori vivacissimi, con vernici a base di piombo.
4. – Non avevamo chiusure di sicurezza per i bambini nelle confezioni dei medicinali, nei bagni, alle porte.
5. – Quando andavamo in bicicletta non portavamo il casco.
6. – Bevevamo l’acqua dal tubo del giardino invece che dalla bottiglia dell’acqua minerale…
7. – Trascorrevamo ore ed ore costruendoci carretti a rotelle ed i fortunati che avevano strade in discesa si lanciavano e, a metà corsa, ricordavano di non avere freni. Dopo vari scontri contro i cespugli, imparammo a risolvere il problema. Sì, noi ci scontravamo con cespugli, non con auto!
8. – Uscivamo a giocare con l’unico obbligo di rientrare prima del tramonto. Non avevamo cellulari… cosicché nessuno poteva rintracciarci. Impensabile….
9. – La scuola durava fino alla mezza, poi andavamo a casa per il pranzo con tutta la famiglia (sì, anche con il papà).
10. – Ci tagliavamo, ci rompevamo un osso, perdevamo un dente, e nessuno faceva una denuncia per questi incidenti. La colpa non era di nessuno, se non di noi stessi.

Paulo Coelho
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11. – Mangiavamo biscotti, pane olio e sale, pane e burro, bevevamo bibite zuccherate e non avevamo mai problemi di sovrappeso, perché stavamo sempre in giro a giocare…
12. – Condividevamo una bibita in quattro… bevendo dalla stessa bottiglia e nessuno moriva per questo.
13. – Non avevamo Playstation, Nintendo 64, X box, Videogiochi , televisione via cavo con 99 canali, videoregistratori, dolby surround, cellulari personali, computer, chatroom su Internet… Avevamo invece tanti AMICI.
14. – Uscivamo, montavamo in bicicletta o camminavamo fino a casa dell’amico, suonavamo il campanello o semplicemente entravamo senza bussare e lui era lì e uscivamo a giocare.
15. – Sì! Lì fuori! Nel mondo crudele! Senza un guardiano! Come abbiamo fatto? Facevamo giochi con bastoni e palline da tennis, si formavano delle squadre per giocare una partita; non tutti venivano scelti per giocare e gli scartati dopo non andavano dallo psicologo per il trauma.
16. – Alcuni studenti non erano brillanti come altri e quando perdevano un anno lo ripetevano. Nessuno andava dallo psicologo, dallo psicopedagogo, nessuno soffriva di dislessia né di problemi di attenzione né d’iperattività; semplicemente prendeva qualche scapaccione e ripeteva l’anno.
17. – Avevamo libertà, fallimenti, successi, responsabilità… e imparavamo a gestirli.

La grande domanda allora è questa:
Come abbiamo fatto a sopravvivere?
E a crescere e diventare grandi?

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Un regalo sulla cima

Un regalo sulla cima
di Ivo Ferrari

Dietro ad una parentesi c’è sempre un qualcosa che…
Sono seduto accanto a Lui: un uomo enorme, potente e fiero, sulla testa un bellissimo cappello, sulla faccia il “tempo”. Sono seduto accanto a Ignazio, l’uomo della Sud della Trieste, dello Spigolo della Su Alto, della Nord-ovest del Civetta d’inverno, delle Alpi Giulie… sono seduto e gli porto i saluti di un amico comune, il Capitano Elso, custode della Valle di San Lucano.
Fuori il buio si è impadronito del giorno, all’interno una moltitudine di persone aspetta con ansia che il Gigante inizi a raccontare.
Sono seduto in disparte in sua compagnia, come due vecchi amici che si conoscono per la prima volta, l’emozione esce dalle mie labbra, domando e chiedo… voglio sapere e sentire la sua possente voce…

Ignazio Piussi, primi anni Sessanta
Ignazio Piussi
Ignazio Piussi in Antartide, gennaio 1974
Ignazio Piussi in Antartide, dicembre 1973-gennaio 1974Aldo Leviti lavora alla teleferica costruita sulla parete sud del Lhotse da Ignazio Piussi e “Dett” Alippi, primavera 1975
Lhotse (Nepal), parete sud, 1975 sped. naz. CAI, Aldo Leviti alla teleferica del campo 1 bis
Ignazio Piussi al rifugio Tissi, agosto 2007
rifugio Tissi, Ignazio Piussi

Alla mia domanda sul “Pilone”, il Gigante cambia faccia! Ride e diventa serio, scuote la testa e agita le mani, modella il Pilastro con le dita e ride…
“Sai, quella volta non mi avrebbe fermato nessuno: ero preparato, in forma… ma il Francese mi ha detto di aspettare, di passare i chiodi, di formare una cordata “unica”… e l’abbiamo preso in quel posto!”
Ride Ignazio, sembra ancora più alto, la sua faccia tonda cambia espressione ogni secondo…
“… ma la cosa che nessuno sa, e chi ha raccontato non ha raccontato, è che gli inglesi, sulla cima del Pilone, non hanno lasciato solo una bottiglia vuota, ma ci hanno lasciato anche un grosso STRONZO!!”
Stringe i pugni il Gigante, quasi stesse stritolando i “noti” inglesi, sì… loro, gli amici della “cordata unica”…
È ora: Ignazio deve iniziare la sua serata, mi guarda, mi stringe e mi ricorda di salutare il Capitano… mi stringe e quasi svengo… il Gigante mi ha stretto, Lui, il Grande Piussi…
Seduto in sala tra diverse generazioni penso “Chissà se avesse potuto stringere gli inglesi in cima al Monte Bianco!”

29 luglio 1961: Don Whillans e Chris Bonington (gli “inglesi”) in vetta al Monte Bianco dopo la prima ascensione del Pilone Centrale. Non visibili i due compagni Jan Clough e Jan Duglosz. Di lì a poco arriveranno in vetta i “primi ripetitori”, Ignazio Piussi, René Desmaison, Pierre Julien e Yves Pollet-Villard. Da notare la bottiglia di vino vuotata e conficcata nella neve. Era stata portata lì da un giornalista francese. La bottiglia è stata lasciata in vetta al Monte Bianco e non, come detto sopra, sulla vetta del Pilone Centrale…Don Whillans e Chris Bonington in cima al Monte Bianco dopo la prima ascensione del Pilone Centrale. Notare la bottiglia di vino conficcata nella neve portata su da un giornalista francese

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Un ponte verso il nulla

Un ponte verso il nulla
di Carlo Alberto Pinelli

Molti anni fa, di fronte al proliferare sregolato delle piste per lo sci di discesa, con il corollario delle loro aggressive e devastanti infrastrutture speculative, qualcuno di noi – al culmine della frustrazione – arrivò ad augurarsi che l’arrivo di un clima sempre più tropicale finisse per rendere l’innevamento così scarso e saltuario da scoraggiare investimenti indirizzati all’ulteriore sviluppo delle stazioni sciistiche. Un paradosso, naturalmente, ma non privo di una sua amara logica. Oggi che effettivamente quelle condizioni climatiche si stanno avverando (diciamolo francamente: purtroppo!) e il mantello nevoso da cartolina natalizia cede spazi sempre maggiori alle margherite – malgrado il costoso utilizzo dei cannoni spara-neve – i messaggi che ci giungono dai principali centri invernali sono tutt’altro che rassicuranti e anzi si allontanano sempre più da quelle che dovrebbero essere riflessioni sensate e saggi ridimensionamenti. Poco rassicuranti soprattutto per chi difende il valore etico e culturale di un sano rapporto tra gli esseri umani e la montagna. Tralascio di accennare qui allo scandalo del progettato collegamento funiviario tra la valle d’Ayas e Cervinia, perché di ciò si parlerà in altra sede e assai presto. E mi concentrerò su “scandali” diversi, forse meno macroscopici ma alla radice altrettanto inquietanti.

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Per far fronte al progressivo calo delle presenze degli sciatori gli operatori turistici europei stanno escogitando affannosamente nuove proposte alternative, capaci di riempire di un pubblico pagante, comunque vada la stagione, le migliaia di alberghi sovra-dimensionati, frutto della speculazione e dell’avidità consumistica. Purtroppo le proposte non vanno in direzione della riscoperta (e riproposizione in forme appetibili) del fascino della “frequentazione dolce”: passeggiate nei boschi a piedi o a cavallo, visite culturali, trekking con ciaspole verso le zone più alte, corsi di cucina tipica, incontri con i saperi tradizionali, ecc. ma insistono a offrire il miraggio patinato di una montagna da operetta, vissuta sempre più come una ludoteca in cui, senza pericolo e con limitata fatica, si possono gustare forti e volatili pseudo-emozioni, anche in mancanza di neve. Insomma, una squallida parodia, ricalcata sui peggiori stereotipi urbani.

Ho visto recentemente che la pubblicità delle stazioni sciistiche dell’alta Provenza invita il pubblico a visitare “Il paese della Cuccagna”. Qualcuno da quelle parti deve aver letto molto superficialmente Pinocchio!

Due o tre altri esempi chiariranno meglio il senso di quello che sto scrivendo. A Titlis, in Svizzera, è stata costruita una funivia con cabina rotante per raggiungere un ponte “tibetano”, sospeso nel vuoto e lungo ben 107 metri. A Solden in Austria, e all’Aiguille de Midi in Francia sono in funzione piattaforme protese sul vuoto, con pavimento di vetro: il brivido della vertigine è garantito! Perfino in Cina, nelle montagne Tien Amen, c’è ora un ponte-giocattolo, disteso tra una guglia e l’altra, a quota 4700 metri. Alla Punta Helbronner, sul confine tra Italia e Francia, entrerà in funzione un ristorante vero e proprio, gestito da Eataly. Anche in questo caso gli infreddoliti frequentatori lo raggiungeranno servendosi di una avveniristica cabina rotante. Non sarebbe male organizzare picchetti con striscioni di denuncia di fronte agli sfavillanti locali di questa tanto lodata catena di ristorazione. Qualcuno si candida?

Ferrata Tridentina
Ponte-nulla-tridentina1Con un filo di ironica esagerazione potremmo parlare di un concentrico tentativo di circonvenzione di persone alle quali, volutamente, non vengono forniti gli strumenti conoscitivi e culturali necessari per comprendere le dimensioni dell’inganno che stanno subendo e per accostarsi con piacere e curiosità a un rapporto con la montagna davvero alternativo.

Quando noi di Mountain Wilderness in un recente passato denunciavamo il rischio che l’esperienza dell’incontro con la montagna venisse ridotta a un infantile divertimento da luna park, davamo ingenuamente alle nostre affermazioni un significato soltanto analogico. Ora invece ci troviamo di fronte ad una realtà letterale. I ponti “tibetani” oscillanti, i passaggi su corda “alla tirolese”, le carrucole, ecc. offrono gli stessi identici brividi a buon mercato della grotta delle streghe dei vecchi luna park. Parchi tematici per frequentatori “mordi e fuggi”, di bocca buona.

Ricordate la campagna che la nostra associazione fece per arginare lo sviluppo delle vie ferrate? Allora moltissimi tra i frequentatori delle Alpi ci accusarono di estremismo elitario. “Perché” ci chiedevano “ve la prendete proprio con chi si impegna a raggiungere una vetta accettando di venire aiutato nell’impresa da qualche cavo metallico e da poche scalette? Non ci sono misfatti più gravi contro i quali puntare il dito?” Sì, in effetti c’erano allora e ci sono anche oggi. E tuttavia, con il senno di poi, bisogna riconoscere che la ragione stava già in quegli anni dalla nostra parte. I principi apparentemente innocui – o quasi – che giustificano le vie ferrate si sono rivelati semenze infide dalle quali è sbocciata la malapianta delle attuali macroscopiche aberrazioni. Il brivido della verticalità e della vertigine, il fascino di paesaggi ammirati dall’alto, il divertimento atletico, tendono a divenire gusci vuoti quando vengono conseguiti artificialmente, eliminando o riducendo al minimo il rischio calcolato, l’intelligenza nella scelta dei vari passaggi, l’intuizione dell’itinerario migliore, in una parola l’immersione nella montagna autentica, affrontata contando solo sulle proprie forze fisiche e energie psichiche. Non è un caso, ma piuttosto una deriva inevitabile, se il modello delle vie ferrate, esportato nel resto dell’Europa, si sia degradato a una grottesca caricatura. Un gioco da kindergarten per adulti di fronte al quale non si sa se piangere o ridere! Basta scorrere, ad esempio, la guida “Randoxigene-Via Ferrata”, edita dal Consiglio Generale delle Alpi Marittime francesi per rendersene amaramente conto.

Sento già la solita voce che esclama indignata: “Ma allora voi condannate ogni forma di divertimento all’aria aperta! Se pensate che divertirsi sia una colpa assomigliate troppo ai Telebani!” Cosa rispondere? Intanto premettendo che ciascuno può comportarsi come meglio credere purché (sottolineiamolo!) quei suoi comportamenti non interferiscano negativamente con le aspettative e i desideri di altri esseri umani. E poi il termine divertimento possiede diversi e anche opposti significati. C’è un divertimento epidermico, esclusivamente ludico, che ci allontana da noi stessi; e c’è un divertimento che può aiutarci a entrare più profondamente in noi stessi. Sinceramente non riesco a individuare molta dignità in un divertimento che altera, anche visivamente e in modo indelebile, il messaggio della montagna e allontana i suoi adepti dalla possibilità di aprirsi all’esperienza della natura incontaminata; non solo, ma rende anche impraticabile la fruizione degli stessi luoghi per chi fosse interessato a viverli in modo diverso. Il veleno che il modello delle vie ferrate secerne è sottile, inavvertito, facilmente sottovalutabile. Proprio per questo può essere assai pericoloso.

A conti fatti credo che dovremmo avere il coraggio di riprendere – magari in forme nuove e con parole d’ordine più articolate – questa nostra vecchia battaglia. Senza tema di scandalizzare qualcuno e di andare, come sempre, coraggiosamente contro-corrente.

Ristorante girevole dello Schilthorn

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Flash di alpinismo 12

Flash di alpinismo
Citazioni, impressioni e immagini – parte 12 (12-13)
di Massimo Bursi

Attrezzatura
“Bene tu potrai vivere di più, ma almeno io morirò con tutta la mia attrezzatura” (Craig Smith, discutendo di ancoraggi di corda doppia con un compagno che voleva aggiungere un altro ancoraggio).

E’ certamente noto e risaputo l’attaccamento morboso che i climber hanno verso la propria attrezzatura alpinistica, ma arrivare al punto di rischiare la vita per non potenziare una sosta durante una discesa in corda doppia sembra eccessivo anche a me.

Eppure anche io sono uno di quelli, che si affezionano al proprio materiale da arrampicata.

Ammetto che grazie ai donatori accidentali, quelli che non riescono a finire una via e sono costretti a calarsi lasciando in parete sempre qualcosa, grazie a loro, io non ho mai dovuto comprare una “maglia rapida” e grazie a loro io ho potuto, negli anni, rinnovare il mio set di rinvii.

Non si tratta di tirchieria o di braccino corto ma di un sano senso di attaccamento, una sorta di gratitudine verso quell’attrezzatura a cui hai letteralmente affidato la tua vita in diverse occasioni: moschettoni che hai tenuto stretto fra i denti, raggiungendo a fatica un chiodo, mentre le tue gambe tremavano e simulavano il movimento di una vecchia macchina da cucire Singer, cordini kevlar che hai dovuto slegare diverse volte ed infilare in minuscole clessidre osservando sotto di te la corda che correva libera.

Questo è l’attaccamento del climber verso la propria attrezzatura!

Claudio Barbier accarezzando la sua cassetta di chiodi era solito affermare che quella era la sua banca! In tempi di crisi, quali quelli che stiamo vivendo, forse non si sbagliava.

Immagine bucolica del dopo arrampicata, in Scozia, dove la pioggia fa sempre parte del gioco. Si mette ad asciugare la biancheria “alpinistica”
flash222Paura creativa
La paura si rivelò come un enorme elemento creativo, poiché chi ha molta paura ragiona molto. Il coraggio è spesso solo stupidità o costrizione (Reinhard Karl).

Tutti noi, scalatori paurosi, abbiamo un approccio molto complesso e contorto con la roccia. Alcune pareti ci spaventano ed allora ci costruiamo, nella nostra mente, nei giorni precedenti, percorsi alternativi di fuga o ci immaginiamo situazioni dove poter mettere chiodi od altre protezioni salvifiche.

Il logorio mentale raggiunge il suo apice la notte prima della salita, notte in cui il cervello elabora spunti creativi ed immagina situazioni possibili di salvezza o di minor pericolo.

Spesso l’azione della salita dissolve queste nuvole opprimenti.

Chi non prova la nostra paura non riesce a capire il continuo e snervante logorio della nostra fervida immaginazione.

Con il coraggio tutto è semplice, piatto e senza storia.

Coltiva la tua paura ed avrai garantita la fervida fantasia per i tuoi racconti d’avventure.

Reinhard Karl sulla cima del Capitan. Il fatto che Karl fosse un alpinista estremamente timoroso come ha lui stesso evidenziato in molti passaggi del suo libro Montagne vissute: tempo per respirare, non gli ha impedito di essere un alpinista completo con avventure che spaziavano dai primi settimi gradi tedeschi, alle salite classiche del Monte Bianco, all’Eiger, al Cerro Torre e all’Everestflash224Bivacchi previsti
Ricordati: se prendi il materiale da bivacco, bivaccherai… (Yvon Chouinard).

L’arte dello scalatore sta anche nello scegliere quanta e quale attrezzatura portare via con sé.

Se non ti porti il materiale da bivacco, rischi di dover batter i denti tutta la notte o forse sei così determinato da salire di corsa senza perdere tempo per arrivare in cima prima del buio.

Se parti pesante, sicuramente arrampichi goffo e lento.

No non c’è una regola certa, c’è l’esperienza, il fiuto e l’intuito delle vecchie volpi che formano strati geologici di conoscenza e serate passate in parete a battere i denti.

Io in generale preferisco salire leggero e correre il rischio di soffrire il freddo, ma ognuno decida per sé!

In ogni nuova avventura accumulo esperienza utile per il mio bagaglio personale.

Bivacco organizzato sulle Pale di San Lucano per Lorenzo Massarottoflash226aThink different – pensa diverso
Ecco i pazzi. I disadattati. I ribelli. I contestatori. Quelli sempre al posto sbagliato. Quelli che vedono le cose in modo diverso. Non amano le regole. Non rispettano lo status quo. Puoi citarli, disapprovarli, glorificarli o denigrarli. Ciò che non potrai fare è ignorarli. Perché sono quelli che cambiano le cose. Fanno progredire l’umanità. Se alcuni vedono la pazzia noi vediamo il genio. Perché le persone cosi pazze da pensare di cambiare il mondo, sono quelle che lo cambiano davvero (Steve Jobs).

A Steve Jobs il pensare diverso ha decisamente portato fortuna. Se le cose fossero così semplici, anche al barbone dietro l’angolo, che pensa sicuramente “diverso” dovrebbe essere toccata la fortuna di Steve Jobs, ma vedendolo si capisce che il clochard ha avuto una sorte meno propizia.

Eppure, a prescindere dalla fortuna, in ogni attività bisogna sforzarsi di vederla e pensarla con occhi diversi.

Nell’arrampicata e nell’alpinismo allontaniamoci dalla media, cerchiamo la nostra via ed il nostro modo di agire, non faremo soldi ma sicuramente ci saremo divertiti di più in un’attività che senz’altro sentiremo più nostra.

I pazzi spiritati, con la musica rock che martella loro le orecchie, lasciano le solite vie per tentare di aprirne di nuove, inseguendo i propri ideali.

Gary Hamming a passeggio a Chamonix nel 1966 dopo il rocambolesco salvataggio di una cordata tedesco sul Dru. Gary Hamming è stato uno dei primi beatnik e figlio dei fiori nel mondo alpinistico. Mirella Tenderini ne ha scritto la biografia ed ha inseguito le tracce che questa persona inquieta ha lasciato in giro per il mondoflash228Sottile paura
Tutti conoscono la paura sottile che ci coglie a volte nel pieno di una placca levigata e senza protezioni, dove la forza muscolare vale ben poco. E’ bene dunque che esistano vie dove si può misurare la propria forza fisica, ma è bene che ve ne siano anche altre in cui si può comprendere fino a che punto si è a posto con la mente. Voler rendere “sicure” queste ultime, mi ricorda un po’ il celebre Assassinio dell’impossibile di Reinhold Messner e mi fa un po’ sorridere, se penso che lo si farebbe con la giustificazione di valorizzare la scalata libera (Gian Piero Motti).

L’eterno dibattito fra chi vuole le vie sicure per giocare sulla sola dimensione atletica e chi invece vuole anche la dimensione psichica per esplorare la paura, è un tema dove non si troverà mai un accordo e dove ci saranno sempre due diverse concezioni e visioni.

Io vedo che nello stesso scalatore convivono queste due concezioni a seconda del proprio stato d’animo o degli anni di esperienza.

E’ naturale pensare che un ragazzo sia portato a rischiare di più rispetto ad uno scalatore maturo e magari con famiglia, che dovrebbe preferire di giocare fra gli spit.

Invece non è sempre così e numerosi esempi rovesciano questa falsa credenza.

Ci sono abbastanza pareti e montagne per accontentare sia chi vuole tante protezioni e sia chi cerca il viaggio psichico senza troppe protezioni.

Alex Huber in solitaria sulle pareti strapiombanti delle Cime di Lavaredo. Lui la paura l’ha vintaflash230Debolezze
La difficoltà del passo esigeva nel modo più assoluto un’assicurazione e perciò, dopo 25 metri, piantai un chiodo (Emil Solleder).

Leggere questa frase e specialmente la precisazione dopo 25 metri, di Emil Solleder, alpinista esponente della scuola alpinistica di Monaco fra il 1920 ed il 1931, anno della sua morte, mi fa senz’altro sorridere e pensare.

Sorridere perché oggi noi scalatori moderni e fortissimi ci lamentiamo che la via è chiodata lunga, se dopo 3 o 4 metri non troviamo il chiodo; pensare perché dal punto di vista psicologico di controllo dei proprio corpo e della propria mente, lui era un precursore dei tempi.

Emil Solleder è passato alla storia per tre vie: la Solleder al Civetta, la Solleder al Sass Maor e la Solleder alla Furchetta sulle Odle: si tratta dei primi veri e propri itinerari di sesto grado che ancora oggi non sono stati addomesticati o addolciti dalla presenza di tanti chiodi.

Rileggendo la frase mi sembra quasi che Solleder si senta in dovere di scusarsi per avere piantato un chiodo.

Prima o poi ti capiterà di piantare un chiodo, ma non devi scusarti per questa tua debolezza.

In Dolomiti la maggior parte degli itinerari presentano ancora oggi una chiodatura pericolosa e specialmente sugli itinerari estremi cadere non è mai consigliato. Qui Reinhard Schiestl, nel 1979, sta aprendo la via Mephisto al Sass dla Crusc: VIII- grado (oggi 6c) con soli cinque chiodi
flash232Una vita
L’alpinismo ha il potere di distillare l’intero spettro dell’esistenza individuale e scalare le montagne è l’unico modo per comprendere tutto questo.

La sera prima della scalata provo paura e mi rannicchio in posizione fetale come un bambino piccolo.

La mattina cammino sul sentiero che mi porta alla parete incosciente di quello che mi aspetterà, come da bambino sui banchi di scuola, ancora ignaro del percorso della vita.

Poi consapevolmente attacco la parete e vedo le difficoltà, studio i passaggi, metto a punto un piano che mi permetta di salire tenendomi un margine di sicurezza che a volte si assottiglia, ma in fondo mi diverto poiché sono qui per questo. E’ la stessa gioia intensa che si prova nel lasciare la scuola, lavorare, trovare la compagna, mettere su casa e divertirsi con i figli.

Piano piano, verso la fine della giornata la parete si abbatte e le difficoltà si spianano e poi arrivo in cima dove tutto è più basso di me. Mi sembra di stare a parlare con il vecchietto della panchina al giardinetto, lui è tranquillo, in pensione, con i figli a posto e che si gode beato il sole mattutino.

Ogni scalata è come vivere una intera vita.

Franco Perlotto, l’inventore del “free-climbing” italiano, icona vivente della trasformazione alpinistica fra gli anni ’70 e ’80, durante la scalata di Devil’s Towerflash234Perché
A chi mi chiede “perchè vai in montagna?” rispondo: se me lo chiedi non lo saprai mai (Ed Viesturs).

Perché scalare? Perché rischiare? Perché alzarsi presto alla mattina? Perché sottoporsi a fatiche estenuanti? Perché?

Si può rispondere con lunghi giri di parole oppure con poche frasi che non lasciano spazio a replica, oppure si può ignorare la domanda.

Qualsiasi sia la risposta, il nostro interlocutore non avrà soddisfatto altro che la propria curiosità e basta, poiché se già noi fanatici facciamo fatica a spiegare il fenomeno a noi stessi, figurarsi spiegarlo agli agnostici.

Poi spiegare, spiegare… ma perché? Prendi uno zaino e prova ad andare in montagna… ti accorgerai che spiegare non serve più.

Se ti chiedono il perché tu vai in montagna, rispondi a caso con parole sconnesse come di solito risponde una rockstar alle domande dei giornalisti.

Kurt Albert alla domanda perché arrampicare, rispondeva cosìflash236Passato e futuro
La roccia non la ereditiamo dai nostri padri ma l’abbiamo in prestito dai nostri figli.

Questa alla fine è l’unica vera e triste certezza che ho: la roccia è una risorsa finita, limitata e che stiamo velocemente consumando. Se non la teniamo con cura ai nostri figli non rimarrà più nulla.

E’ un po’ come il petrolio.

Ai nostri eredi rimarrà una sostanza consumata e lisciata da innumerevoli passaggi, sforacchiata con tanti buchi di trapano, profanata da tante scritte di spray, appigli martellati per aumentarli di dimensione e soprattutto nulla di nuovo su cui far galoppare la propria fantasia.

Chi arrampica sa il piacere che si prova nello scalare sulla rugosa roccia nuova e che non sia stata scalata in precedenza o che sia stata ripetuta soltanto raramente. La magnesite praticamente non serve e le scarpette riescono a dare un’aderenza perfetta.

L’alpinismo ha una lunga storia sulle spalle ed il suo passato è segnato dai nostri avi mentre il suo futuro sta a noi inventarlo.

Per il futuro prendiamo solo fotografie e lasciamo solo impronte.

Ecco la risposta a chi vuole riempire la tua via con una serie di spit, a chi vuole segnare con vernice tutti i sentieri, vendere mappe sempre più dettagliate e pubblicare lunghe e dettagliate descrizioni di ciò che si è fatto.

Basta, invertiamo la rotta!

Non comunichiamo dove siamo andati, non distribuiamo relazioni di vie e difendiamo il lato selvaggio di questa piccola porzione di mondo.

Lasciamo che usino la magnesite solo i fanatici delle palestre indoor.

Salviamo l’ignoto, l’incertezza e l’avventura.

Mi auguro che tu riesca sempre a provare le sensazioni fisiche di librarti su una parete nuova dove gli appigli sono ancora taglienti come ai tempi della creazione del mondo.

Lo scalatore che si muove agile sulle tracce di magnesite lasciate da chi è arrivato prima di lui ad un certo punto si trova una lavagna nera dove la sua futura evoluzione è tutto da inventareflash238Caos
Io accetto il caos (Bob Dylan).

Poichè Bob Dylan ha scritto alcune canzoni quali We shall overcome o Blowing in the wind che divennero l’emblema del movimento pacifista e libertario degli anni sessanta, tutti si aspettavano da lui, idolo delle folle, risposte ed impegno politico.

Bob Dylan era sempre diverso, altro da sé stesso, pronto ad una nuova vita musicale e a chi gli chiedeva coerenza lui rispondeva “io accetto il caos”.

Siamo arrivati in fondo a questi “passaggi” ed ancora non so o forse non so più cosa sia l’alpinismo, perché si arrampica e cosa è sbagliato o cosa sia giusto.

Non so se sia meglio continuare a rischiare la vita o giocare tra gli spit.

Non so se il masso da scalare è un primo passo per andare poi in Himalaya o sia un gioco fine a se stesso.

Non so se tutto questi pericoli oggettivi e soggettivi siano da accettare o meno.

Non so neanche se la coerenza sia una virtù o uno stupido recinto mentale.

Qui attorno a me c’è un gran caos.

Quello che facciamo in montagna sta generando un gran caos.

L’arrampicata è perfezione ma anche caos.

Il caos va senz’altro inteso come ciò a cui noi non sappiamo dare un nostro ordine.

Infatti secondo alcune cosmogonie il caos è l’originaria mescolanza degli elementi che esisteva prima della creazione, quindi non è detto che sia un concetto negativo o limitante.

Se non capisci bene cosa stai facendo, ma comunque ti diverti, non ti preoccupare.

Caos in parete. Sicuramente ci deve essere un ordine in questo apparente caosflash240

CONTINUA

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Emozioni e dubbi

Emozioni e dubbi
di Angelo Davorio

Vedo che c’è la moda di fare tutto in velocità anche tra i non professionisti, anche su cime dove ce la godremmo di più andando più lentamente; un’altra mania di rincorsa che vedo è fare la prima scialpinistica ai primi di novembre di ogni anno, o la cascata, o la prima via di stagione prima del tuo socio o dell’amico di facebook… io non sono indenne, ma questa mania credo non ci porterà troppo lontano…

Angelo DavorioDavorio, Angelo-IMG_0052Questa sensazione la provo praticando lo scialpinismo e frequentando i social network… Ho da poco 33 anni, vado per monti assiduamente dal 1995 cioè da quando avevo 14 anni, sono sposato e praticamente la mia attività la svolgo con mia moglie (tranne le cascate di ghiaccio).

Pratico più o meno tutte le discipline senza strafare, ma mi tolgo piccole soddisfazioni (neve, salite su roccia e su ghiaccio): da sette anni mi sono trasferito in Trentino perché è lì che ho fatto famiglia.

Oggi posso dire di vivere in montagna, con tutti i pro e i contro. Vivendo in montagna riesco a praticare le mie attività non solo nel fine settimana ma anche quando c’è bel tempo e quando ci sono le condizioni ideali (tipica è la “pellatina” dopo abbondante nevicata, il mercoledì prima di iniziare il turno pomeridiano).

Panorama sul Passo dell’AdamelloDavorio-verso Passo Adamello da vettaUltimamente però il modo di andare in giro per monti di alcune persone (che mi sembra siano la stragrande maggioranza) inizia a urtarmi, c’è la corsa all’attacco super-lite o allo sci in carbonio, la corsa alla prima “pellata” di stagione anche se bisogna portare a spalla gli sci 400 metri prima di farne altrettanti con le pelli, la corsa alla prima cascata a metà ottobre e cosi via… Accanto a tutto questo, ecco i social, dove tutti devono sfoggiare la loro performance per fare “invidia” o per sentirsi migliori davanti ai propri amici. Neppure io sono indenne, però cerco di limitare i danni.

Mi porto una bella reflex anche sulle uscite più lunghe, cerco di prendermi un attimo per scattare una bella foto magari verso il tramonto se mi sono attardato un po’, e cosi via… qualcuno mi ha detto “vabbeh, tu vivi in montagna, ci puoi andare quando vuoi” oppure, altra frase, “cazzo, abbiamo fatto tutta questa strada… non vorrai non partire” oppure ancora “abbiamo solo tre week end, vogliamo fare delle belle cime, sai come è con le mogli…” e cosi via… ci sarebbero così tante frasi da fare un libro… dietro a queste affermazioni ci sono storie e problemi diversi.

Certo la montagna è bella ed è bello andarci, però è anche bella se con bel tempo (non mi piace partire dal parcheggio sotto la pioggia con gli sci in spalle perché sopra nevica); è bello affrontarla con serenità (voglio bermi una bella birra al rifugio dopo l’Adamello e non correre giù perché la moglie s’incazza); è bello tornare indietro se il tuo socio non è al 100 % e non trascinarlo invece per centinaia di metri su una classica in Brenta… insomma non siamo qui a timbrare il cartellino, già al lavoro mi stressano con le produzioni, in montagna voglio riposarmi anche se ogni tanto mi piace fare fatica.

Vivo in valle di Daone, TN. Mi sembra che il turista montano usi i luoghi come oggetti usa e getta… in estate ci sono colonne di macchine che salgono in Val di Fumo (23 km di valle) e nessuno o pochi si fermano nei bar, nella cooperativa o nei ristoranti… la gente va e viene, morde e fugge. Quei pochi che si fermano, che poi diventano amici, restano stupiti dall’accoglienza e dalla disponibilità delle persone. Io credo che, soprattutto nelle valli piccole, ci voglia più contatto tra abitanti e turisti, uno scambio di idee e di modi fare può portare anche del bene…

Forse ho detto tutto o forse non ho detto niente. E quando dico che cerco di limitare i danni voglio dire che quando parto, per una via o per una camminata, parto già con l’idea di godermi quel che faccio, quindi non la vetta o la fine della via: che non sono l’obiettivo finale. Poi non mi arrabbio se c’è da tornare indietro, anche se ho fatto 200 km. Prediligo la velocità quando bisogna uscire da condizioni sfavorevoli con meteo avverso, cioè solo se mi ci trovo dentro.

Però mi sento uguale agli altri quando non vedo l’ora di scaricare le foto o quando nelle discussioni metto il tempo di salita al primo posto…

Alba sull’HintergratDavorio-alba-1

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L’arena della moltitudine

L’arena della moltitudine (l’impossibile violentato)
(ottobre 1990)

Avevo tre possibilità davanti a me: andare, non andare oppure recarmi al campo base per non impegnarmi più di tanto. Ho scartato subito l’ultima perché contraria al mio modo di vivere le cose.

Andare significava controllare il mio equilibrio di vita, vedere se c’era spazio per un’azione faticosa, lunga, preceduta da un impegno prima della partenza altrettanto coinvolgente. La risposta fu no. Non sono più quello di undici anni fa. Perfino la consapevolezza di aver contribuito anch’io a deturpare quella montagna non mi diede la forza sufficiente per liberarmi delle mie colpe, per alleggerirmi la coscienza ogni volta che si parla di montagne dignitose.
La rinuncia mi è costata, però si è rivelata un grosso investimento di energia.
Ho conosciuto i grandi silenzi e le grandi bolge, montagne temute o solitarie, accanto a pareti che sono arena della moltitudine. Momenti di quiete e momenti di azione. Ho vissuto nella competizione e nella voglia di dimostrare chi ero, mi sono immerso in paci così profonde da non poterne più distinguere le componenti e i ritmi.

K2, 1979
K2 spedizione 1979, da Concordia verso il K2

Sono stato molto fortunato perché le montagne della leggenda, dei grandi esploratori e conquistatori, le montagne da sognare mi sono apparse nel loro grandioso mistero.
Questa fortuna oggi è merce rara, occorre spingersi sempre più lontano, nel regno del poco conosciuto. Ciò che è stato epico ha perso molto mistero. Per ritrovarlo ovunque, i modernissimi dovrebbero non sapere nulla del passato.

Per altri versi la civiltà avanza. Prima la strada della Valle dell’Indo e del Karakorum Pass, poi il collegamento Kathmandu-Lhasa: ora la carrozzabile da Skardu ad Askole. La guerra più alta e più inutile del mondo, il Nepal strozzato dall’India, che a sua volta è un magmatico crogiuolo di tensioni religiose, e il Tibet soffocato dalla Cina. Non possiamo fare nulla per queste grandi ingiustizie, se non osservare, forse pregare.

Sono ben lontano da una serena compassione. Il distacco quieto dall’immagine di un’umanità brulicante non si è compiuto e la mia mente vaga spesso su un’immaginaria cartina geografica, a scala diseguale, a zone più o meno bianche, in un già vissuto misto di spazi e tempi diversi, che in comune hanno solo il mio occasionale ruolo di osservatore, attento e compartecipe. Genti ondeggianti come portassero un carico a spalle, pellegrini alla meta di grotte sacre, borbottii di motori diesel all’affannosa scalata di passi rarefatti, uomini vicini alla vetta ridotti a volontà ansimanti.

Posso riconoscere nel caos di ricordi situazioni e luoghi precisi: spesso mi succede di pescare qualcosa che si rifiuta di essere trascinato a galla.
I ricordi sono fonte di grande energia, a patto che non s’inseguano momenti selezionati: questi non torneranno mai più e accettare questa semplice verità è l’investimento di energia che ci è richiesto. I ricordi vivi non sono quelli che s’affollano, è la folla stessa che è viva, pescarvi dentro per isolarvi il singolo bel momento è dissipatorio.
A 7400 m il campo 3 sbatte al vento, stiamo per andarcene e non torneremo più. Della spedizione italiana al K2 del 1954 avevo visto corde e cartine di cioccolata, oltre a qualche barattolo dall’etichetta così ben conservata che vi si poteva leggere l’ingenuità e la freschezza della pubblicità di quei tempi. Della spedizione giapponese del 1976, gigantesca e tecnologica, abbiamo incontrato tende intere, campi morsi e pressati dal ghiaccio.

La spedizione francese del 1979 alla Magic Line stava seguendo un percorso come se quella via fosse un obiettivo di guerra: e Patrick Cordier mi dava ragione. La nostra piccola spedizione ha lasciato sullo Sperone degli Abruzzi due tende, almeno 6-700 metri di corda e materiale vario per i campi di quota.

Dovevamo ripartire e il mio saccopiuma, bello, iper-tecnico e confortevole giaceva lassù a 7400 m, protetto da un’esile tendina che di lì a poco sarebbe stata spianata, poi ghiacciata, poi confusa con i resti delle altre spedizioni.

Dovevamo ripartire e non badavamo alle nostre tracce, incuranti degli insegnamenti dei pellerossa, di John Muir, di Gary Hemming. Non realizzavamo che gli insegnamenti di Messner, di Cozzolino e di pochi altri sull’assassinio dell’impossibile avevano certo creato un nuovo modo di sentire ma erano ancora troppo legati alla necessità del successo per eliminare non soltanto i mezzi usati ma anche le tracce del nostro passaggio.

Non pensavamo che il nostro comportamento leggero era solo un anello del lungo stupro dell’impossibile, una continuata, ripetitiva volontà di annullamento della montagna-madre. Siamo stati noi i piccoli responsabili di quel processo che ha portato alla grande tragedia del 1986, quando una folla di piccoli uomini ha tentato la rapina del K2. Chi è morto non può dire la sua, non può scrollarsi di dosso questi miei vani giudizi. Chi è vivo, se vuole, può essere testimone di accusa o di difesa di se stesso.

Servirsi delle tende, delle corde, dei sacchipiuma altrui, della pista battuta da altri non è male quando non c’è altra scelta. Può essere negativo se si gioisce di questo insperato vantaggio che la sorte ci dà, come se saltare i preliminari con una donna fosse un merito.

K2,1990
Free K2, 1990, bonifica

Un piccolo generatore di corrente è sufficiente per assicurare la comunicazione telefonica e il fax al campo base. I giornalisti possono seguire quasi in tempo reale la grande avventura. Ma il pubblico è bombardato da notizie in diretta, da sentimenti sbattuti in prima pagina, da emozioni che pretendono di essere così forti da essere sotto vuoto spinto.

Prima le relazioni scritte, poi le fotografie, poi il cinema. Adesso la televisione e il fax. Non c’è più privacy in certi campi base. E ora siamo anche andati a rovistare nelle latrine dei campi base, nelle discariche dei trekking.

I “re dell’avventura” di Jonathan hanno la sfortuna di morire due mesi dopo la trasmissione, mentre si mette in dubbio la parola di Tomo Česen.

Credo che siamo al fondo di ogni sporcizia. Quel luridume che tanto affannosamente condanniamo e cerchiamo di estirpare dai versanti delle nostre montagne non è che lo specchio di un reiterato stupro di cui ogni giorno siamo artefici e testimoni.

La grande energia dei ricordi indistinti, alimentata come un ghiacciaio dalla neve delle piccole cronache e dei grandi sentimenti, è un serbatoio immenso. Il vigore che mettevo nelle mie ascensioni, la voglia di vivere, l’amore che provavo per una montagna più grande di me hanno subito uno spostamento: dalla massa indistinta è nata un’energia che mi spinge, mi fa vivere l’ottimismo delle forze che ancora mi rimangono. Vedere che qualche altro sente come me aggiunge altre forze. Sono contento di osservare che anche altri tendono agli stessi obiettivi, pur con differenti filosofie. È una grande consolazione sperare che presto nascerà qualcosa di nuovo.

Comodità, competizione e spazzatura sono la fine dell’avventura: ma sono forse l’inizio di quella dopo.
(ottobre 1990)