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I custodi del tempio

I custodi del tempio

All’inizio del terzo millennio siamo ben lontani da una gestione razionale delle vacanze. Le Alpi si affacciano su paesi che in modo vario hanno affrontato, ma mai risolto, il problema dell’af­follamento. È da parecchi anni che week end e ferie concentrano grandi numeri di persone nelle valli alpine, e non soltanto d’e­state come è per il mare, ma ancor di più in inverno.

Cascata del Rutor
Cascata della Dora del Rutor

Lo sviluppo sociale non ha favorito dappertutto lo scaglionamento e, dove è progredito, questo non è sufficiente ad alleggerire la pressione sulle monta­gne; per sgravarle almeno parzialmente dall’impatto e in attesa di scaglio­namenti dei tempi di ferie coordinati a livello europeo, occorrerebbe diversificare le mete. Invece alcune famose località da sempre esercitano attrazione sui grandi numeri del turismo: quelle mete non sono scelte per curiosità personale o per cono­scenza diretta del territorio, ma in ossequio a monda­nità, fama o quantità di divertimenti offerti.

Pur con la miglior buona volontà, la concentrazione di umani in un luogo natu­rale tende a deturparlo ineluttabilmente. Con ancora maggior puntiglio quindi le stesse norme che regolano la nostra vita civile devono essere osservate in montagna e nei luoghi naturali.

Un ruolo essenziale lo assumono qui le strutture preposte all’in­vasione, più o meno pacifica, della montagna. La buona volontà del singolo a volte si scontra con la grande offerta turistica, per la volontà di colonizzare che ha caratterizza­to il periodo tra il dopoguerra e gli anni ’70 e per la necessità di proporre sconti quantità quando la località registra un calo di presenze. Il singolo in ge­nere s’adegua volentieri: se ha a disposizione il bel rifugio, quasi albergo, con tanti servizi e centinaia di po­sti letto, lo usa senza farsi domande. Se un rifugio del genere non c’è, ne fa a meno.

Se non lo fanno le amministrazioni, ciascuno di noi deve caricar­si del problema. Si può contribuire a non sovraccaricare i rifugi rinunciando alla propria presen­za, non confondendoli con risto­ranti per ghiottoni, evitando i pernottamenti inu­tili, risparmiando. L’aggiun­gere sempre più scelta e quindi sempre più esigenze comporta mag­gior quantità di rifiuti e dispendio d’energia per smaltirli; ed è inevitabile che ciò che prima rimaneva sul posto ad inquinare oggi abbia uno smaltimento totale a costi che non tutti giudicano ragionevoli. Un piccolo esempio era il lavag­gio quotidiano delle lenzuola che richiedeva grande consumo di e­nergia e con il detersivo provocava inquinamento alle acque circo­stanti. Era molto comodo non dover portare con noi il lenzuoli­no, ma tali sono le conse­guenze dell’agio.

Il nostro benestare a “lussi” e affollamento favorisce ulteriori progetti di ampliamento dei rifugi, degli alberghi in quota, dell’indotto e degli impianti mec­canici in generale, se non di ricostruzione su scala più vasta, con docce calde e altri agi su­perflui.

Così i rifugi diventano le cittadelle di un consumismo in alta quota ben distante dallo spirito con cui la montagna e la natura dovrebbero esser conosciute e apprezzate.

Ghiacciaio del Rutor. In primo piano, da sinistra, Lago Verde, Lago Superiore e Lago del Rutor; alla sommità della distesa glaciale, da sinistra, Monte Doravidi, Chateau Blanc, Testa del Rutor, Punta Loydon e Grand Assaly
Ghiacciaio del Rutor, in primo piano, da sinistra, Lago Verde, Lago Superiore e Lago del Rutor, alla sommità della distesa glaciale, da sinistra, Monte Doravidi, Chateau Blanc, Testa del Rutor, Punta Loydon e Grand Assaly

I più giovani, i più squattrinati e i fanatici della vacanza spartana adottano la tenda. E’ la soluzione perfetta con piccoli numeri ben distribuiti in numerose località, perché invece i grandi numeri provocano grossi danni. Dormire sistema­ticamente in tenda o all’addiaccio alla lunga la­scia tracce evi­denti. I posti scelti tendono ad essere tradizionalmente gli stessi, dove c’è l’acqua, al riparo dai venti, su terreno erboso: e l’esperienza di­ce che dopo non molto questi si degradano, per­dono la loro dignità di luoghi ospitali. È lo stesso perfido meccanismo che contamina i rifugi.

Non è forse meglio affrontare lunghi trekking scartando a priori i pernottamenti in quota e approfittando dell’ospitalità di fondo valle? Ostelli, vecchie baite, pic­cole pensioni, ex-conventi sono spesso convenzionati con itinerari precisi e offrono un tratta­mento migliore dei rifugi e a tariffe più economiche. Ogni zona ha le sue usanze, ma “gasthof”, “zimmer”, “ferme”, “gîte d’étape”, aziende di agriturismo offrono una vastissima alterna­tiva a “rifugio”, “cabanne” e “hütte”. Lasciamo i rifugi e gli albergoni a chi non ha mai tempo per un po’ di fantasia, a chi è incapace di avere contatti con la gente del luogo, a chi crede che le tessere servano solo per avere sconti: a chi, insomma, ve­de le associa­zioni alpinistiche o ambientali solo come società di servizi.

Rifugio Deffeyes nei pressi della Testa del Rutor, Valle d’Aosta
Rifugio Deffeyes nei pressi della Testa del Rutor, Valle d'Aosta

Un tempo nei rifugi si stava meglio di oggi. Le associazioni pro­prietarie dispo­nevano di molti più volontari per la manutenzione e la pulizia delle capanne in­custodite. I custodi erano una casta a parte, di solito guide alpine, e la condu­zione del tempio era familiare. Oggi questi fenomeni tendono a scomparire: la condu­zione, anche se familiare, assomiglia sempre più a quella di un albergo.

Ci sono stati (ma ci sono ancora adesso) custodi che hanno sapu­to, con il loro calore e con tanto senso dell’ospitalità, guada­gnarsi la simpatia e la stima di tanti appassionati che, alla soddisfazione di fare una gita in montagna, aggiun­gevano il pia­cere di andare a salutare degli amici.

Ma è giunto il momento di giustificare il titolo del mio articolo, “I custodi del tempio”. Popi ed io non eravamo mai stati al rifugio Deffeyes, però ne avevamo sentito tanto parlare. Per un po’ di anni infatti la gestio­ne era stata affidata alla guida alpina Ivan Negro, che aveva saputo in breve tempo fare del Deffeyes una meta ambita da molti. Eppure due ore e mezza di marcia non sono poche e scoraggiavano tanti. Il rifu­gio era tenuto come un gioiello, i rifiuti smaltiti correttamen­te, i prezzi modici. L’equipe che lavorava in cucina era fatta di amici ben coordinati, Ivan aveva anche attrezzato una graziosa palestra di roccia nei pressi del lago, il piccolo Tommaso gioca­va col cane. Tutto filava per il meglio e l’investimento di tante fatiche cominciava a rendere. Prima il Deffeyes era un rifugio quasi sconosciuto.

Ma nel 1994 l’associazione proprietaria non ha rinnovato il contratto, prefe­rendo una gestione in proprio. Una decisione che ha lasciato perplessi molti, ma alla quale non c’era rimedio.

Così, quando arrivammo al rifugio, eravamo un po’ tristi, era come se ci avessero por­tato via una fetta di Rutor, la montagna che con i suoi laghi e ghiacciai fa l’in­canto di questo luogo pacifico. I nostri saranno stati pregiudizi, ma sapevamo che lì non sarebbe stato mai più come prima. I custodi del tempio sono stati allontanati, realismo miope e piccole convenienze hanno ancora una volta avuto ragione dei sentimenti. Ma il sole era così tiepido… i ghiacciai scintillavano, i colori dell’erba e dei laghi erano vivi. Lì attor­no era così meraviglioso che la tristezza a poco a poco svanì: come se i custodi del tempio ci avessero fatto l’ultimo regalo an­dandosene discreti, suggerendoci di dare fiducia al futuro e di non avere inutili nostalgie.

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Dalla conquista della notte alla sconfitta del giorno

Dalla conquista della notte alla sconfitta del giorno
di Carlo Alberto Pinelli
(dall’Annuario del CAAI 2014-2015, per gentile concessione)

Una provocatoria riflessione
Horace-Bénédict de Saussure nel Voyages dans les Alpes scrive che i suoi primi tentativi di raggiungere la vetta del Monte Bianco avrebbero avuto un esito migliore se le guide reclutate a Chamonix non avessero sempre preteso di risolvere l’ascensione nell’arco di una sola giornata, dalle prime luci dell’alba al tramonto. “La gente del posto” annota lo scienziato ginevrino “non crede che sia possibile tentare di trascorrere una notte intera sui ghiacci, allo scoperto, senza gravissime conseguenze”.

Carlo Alberto Pinelli al Mountain Wilderness Wakhi Project, 2014. Foto: Anna Sustersic<<<<
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Quando cerchiamo di immaginare quali fossero le difficoltà, i timori, i blocchi psicologici che limitavano gli exploit dei padri fondatori del turismo verticale, spesso tendiamo a prendere in considerazione i materiali e il vestiario inadeguati, la paura dell’ignoto, le troppo elementari conoscenze delle tecniche alpinistiche necessarie per superare i ripidi pendii ghiacciati o i ponti di neve sui crepacci e così via. E sottovalutiamo quello che probabilmente rappresentò per lungo tempo uno dei più seri ostacoli con cui quei nostri predecessori dovettero fare i conti. Per calpestare vittoriosamente una vetta non bastava soltanto dimostrarsi all’altezza delle difficoltà tecniche e delle incognite che l’itinerario prescelto presentava. Era necessario anche affrontare una o più notti all’addiaccio, a quote e in luoghi inospitali, dove nessun uomo di buon senso fino ad allora aveva mai pensato di poter cadere addormentato senza risvegliarsi automaticamente nell’Aldilà. In altre parole: il successo dell’alpinismo dei primordi dipese in buona misura anche dalla conquista della notte. Una conquista che – al pari di molte altre – nascondeva in sé i germi di molte gravi future contraddizioni e degenerazioni.

È probabile che già in epoche precedenti a de Saussure alcuni ostinati cercatori di cristalli e cacciatori di stambecchi e camosci, sorpresi in quota dal maltempo o dalla nebbia, siano stati costretti a bivaccare sotto un sasso aggettante senza per questo lasciarci la pelle o impazzire. La storia però ha dimenticato le loro disavventure e ha assegnato il merito di aver infranto il tabù per primo al giovane e stravagante cacciatore Jaques Balmat di Chamonix. Costui, durante uno dei tentativi compiuti dalle guide della valle verso la vetta del Bianco, fu abbandonato dai compagni, smarrì la via del ritorno e venne arrestato all’imbrunire da un enorme crepaccio. In conclusione dovette trascorrere un’interminabile nottataccia nella bufera.

Un’esperienza di certo non piacevole, ma a quanto pare non abbastanza traumatica da indurlo ad abbandonare la “corsa alla vetta”. Anzi. Come è noto fu proprio lui, l’anno successivo e dopo un altro bivacco, a raggiungere per primo il culmine del Monte Bianco, insieme all’intrepido dottor Michel Paccard, quel fatidico 8 agosto del 1786 che oggi consideriamo – forse a torto – come la data ufficiale della nascita dell’alpinismo. Horace-Bénédict de Saussure, che aveva, come diremmo noi ora, “sponsorizzato” l’impresa, raggiunse anche lui la vetta, l’anno successivo, accompagnato da diciotto guide, da un domestico personale e da una cassa di bottiglie di Champagne. Per rendere meno disagevole l’avventura egli fece costruire in precedenza lungo il percorso due rudimentali ricoveri di pietra. Il secondo, posto sulle rocce dei Grands Mulets, resistette pochi inverni e nessuno ne conosce più l’esatta ubicazione. Esso tuttavia può essere considerato a ragione come il prototipo di tutti i rifugi d’alta quota delle Alpi. Ma i tempi, per quel genere di manufatti, non erano ancora maturi. Fu solo nel 1853, quando ormai l’ascensione al Monte Bianco era diventata quasi di moda tra i turisti più avventurosi, che le guide di Chamonix decisero di edificare di nuovo ai Grands Mulets una vera a propria capanna di legno e pietra. Si trattava, come è facile immaginare, di un tugurio puzzolente e privo di qualsivoglia sospetto di comfort. Niente cuccette e niente tavolato: i visitatori dovevano coricarsi alla meglio su mucchi di paglia ridotti a strame fetido. Anche se a noi oggi la cosa può sembrare inverosimile, abituati come siamo a ben altri scempi, quel primo modestissimo tentativo di antropizzazione della wilderness alpina causò notevoli dissensi e fu denunciato come una autentica profanazione.

Cartolina con un disegno di Samivel, L’heure de la soupe
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Simili edifici,” scrisse allora un alpinista inglese “grazie ai quali una curiosità banale può comodamente giungere ad ammirare scenari grandiosi, tradiscono il loro scopo. Sappiatelo! Se le comodità fanno due passi avanti verso il pittoresco, il pittoresco si ritira d’altrettanti passi!“.

Basterebbe sostituire l’antiquato temine “pittoresco” con il più moderno “paesaggio naturale” per ritrovare in questa breve frase una sorprendente modernità. Confesso che non mi dispiacerebbe poter stringere la mano a quell’inascoltato profeta. La sua sensibilità poteva e può apparire eccessiva; ma certo i suoi occhi interiori vedevano molto lontano.

Dalla metà del XIX secolo in poi i rifugi – sempre estremamente spartani – si moltiplicarono lungo l’arco delle Alpi. Al principio del XX secolo il solo Club Alpino Italiano ne possedeva già quasi cento. Quelle costruzioni, bisogna ricordarlo, erano ancora presenze discrete, rudimentali, spesso non prive di una sottile poesia. I loro profili, se da un lato inevitabilmente addolcivano un poco la selvaggia grandiosità degli ambienti che li circondavano, dall’altro lato contribuivano a donare a quella stessa grandiosità sovrumana un termine di paragone comprensibile; se preferiamo: ne permettevano per immediato contrasto una più intensa e struggente chiave di lettura. A mio avviso nessuno ha saputo descrivere con maggiore delicatezza di Samivel questo prezioso servizio di intermediazione culturale ed emotiva offerto agli alpinisti dalle sperdute capanne degli anni eroici.

Paul Gayet-Tancrède alias Samivel (Parigi, 11 luglio 1907 – Grenoble, 1 febbraio 1992)
ConquistaNotte-Samivel_by_Erling_Mandelmann

“… E tutta quella sterminata notte carica d’abissi ruotava intorno alla minuscola conchiglia di latta dove riposavano gli uomini. Là dentro c’era uno spazio addomesticato, ancora fremente di gesti umani, pieno di oggetti familiari, rassicuranti e ben delimitati: il profilo rustico di una panca, il rosseggiare delle ceneri nella stufetta, il rumore rasposo delle coperte sul tavolato. Nient’altro che cuori amici. Una specie di particolare tenerezza delle cose fatte per essere usate dall’uomo, fedeli come cani, uscite per una volta dal torpore interminabile in cui erano condannate a vegetare i nove decimi dell’anno e felici di servire finalmente a qualcosa, di giocare il loro gioco, di essere tavolo, panca, casseruola, coperta e non più oggetti incomprensibili sperduti nel caos delle pietre (…) Perché la capanna navigava, come un’arca carica di tepore e di vita, tra le lunghe onde del silenzio e della morte“.

Se mettiamo a confronto il carattere della maggioranza dei rifugi attuali, trasformati in alberghetti tanto confortevoli quanto congestionati, con l’atmosfera magica descritta da Samivel, l’abisso appare impressionante.

La “fragile arca” è stata spazzata via quasi ovunque, per far posto a solidissimi “transatlantici“, all’interno dei quali gli ospiti ritrovano fin troppe delle comodità lasciate in pianura; tra queste ovviamente l’affollamento eccessivo. Però addossare ogni colpa all’aumento vertiginoso dei frequentatori della montagna è una spiegazione che non basta a soddisfarci. Perché tende a trasformare quanto è avvenuto in una fatalità ineluttabile e cancella ogni responsabilità per le politiche di incentivazione indiscriminata delle attività alpinistiche praticate dai vari club alpini, pro loco, agenzie di viaggio, associazioni di guide, ecc.

Certamente non è possibile identificare il momento preciso in cui, nella pianificazione dei ricoveri alpini, la via del rispetto ambientale, della discrezione, dell’essenzialità fu abbandonata per scelte che hanno portato al trionfo delle attuali offerte. Se c’è un rifugio che ha riassunto in sé molti degli aspetti più discutibili della conquista della notte in alta quota, quel rifugio è senza dubbio la capanna Regina Margherita al Monte Rosa.

Un rifugio commisurato all’ambiente: La Cabane des Dix, Vallese
Cabane des Dix, Vallese

Intanto perché l’edificio fu innalzato, per la prima volta nella storia, proprio sulla vetta di una grande montagna; poi perché per costruirlo fu minata e spianata la stessa vetta; infine perché la faraonica, indecente ristrutturazione compiuta una trentina di anni fa, ha rappresentato una penosa testimonianza del ritardo culturale di ampi settori del Club Alpino Italiano.

Non sono oggi l’unico alpinista “romantico” che reputa che per i rifugi sia giunto il momento della resa dei conti e che urga affrontare un riesame globale dell’intero problema. La conquista della notte, proliferando sempre di più, in assenza di ogni regola, è sul punto di causare la sconfitta del giorno. Vale a dire la degradazione delle esperienze autentiche che l’alta montagna può ancora offrire a chi le si avvicina direttamente, rinunciando ad ogni protesi superflua.

A tale proposito le Tesi di Biella, elaborate nel 1987, al termine del Convegno dal quale è nata l’associazione Mountain Wilderness, dicono: “Il desiderio – teoricamente comprensibile – di convertire il maggior numero di persone alla pratica della montagna, facilitandone l’avvicinamento, ha innescato spesso processi di deleteria antropizzazione. Per fronteggiare la crescente domanda si è fatto ricorso all’apertura di nuovi rifugi, all’ampliamento progressivo di quelli esistenti, alla messa in opera di vie ferrate e di altri incentivi al consumo. Ma questa politica contiene gravi errori di valutazione. Essa infatti trascura i valori della wilderness – e della solitudine che la caratterizza – come cardini irrinunciabili della qualità dell’alpinismo. Noi crediamo che la progettazione e la capienza dei rifugi non debbano inseguire la richiesta dei potenziali frequentatori, ma vadano calibrate sulla quantità di presenze che gli ambienti naturali, più facilmente fruibili grazie a tali ricoveri, possono sopportare senza perdere di significato“.

Il nuovo rifugio Gonella al Miage (Monte Bianco)
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Oggi stiamo assistendo a un ulteriore, insidioso passo in direzione del declassamento dell’esperienza interiore dell’alta montagna. Insidioso proprio perché apparentemente positivo. Mi sono chiesto più di una volta cosa mi metta a disagio quando vedo le foto di rifugi e bivacchi ricostruiti su progetti all’avanguardia, firmati da veri e propri architetti. Sto pensando al nuovo rifugio Gonella al Miage, al bivacco “spaziale” dedicato a Gervasutti ai piedi della Est delle Grandes Jorasses, al nuovissimo e scintillante “colosseo” del Goûter, sulla via normale francese al Monte Bianco. In questi casi non sono solo le accresciute dimensioni a rendermi perplesso (anche se continuo a restare fedele alla convinzione, utopica quanto si voglia, secondo la quale quando un rifugio si rivela insufficiente a ospitare il crescente flusso dei visitatori, la soluzione non dovrebbe essere quella di ampliarlo, ma semmai di chiuderlo, per salvaguardare la qualità dell’ambiente montano circostante). Ciò che mi rende perplesso è anche la qualità dell’intervento architettonico. Quei rifugi, frutto di un design raffinato, mi disturbano perché li trovo “belli”. Belli però di una bellezza aggressiva e autocompiaciuta, riflesso del gusto estetico di un preciso momento storico. Una bellezza “databile” che, in quanto tale – precisamente in quanto tale – stride con il fascino primordiale dell’ambiente selvaggio circostante. Non rinnego quanto ho appena scritto commentando il toccante paragrafo di Samivel. Ma le modeste e disadorne capanne di un tempo traevano il loro significato di “ponte” tra gli esseri umani, figli del loro tempo, e la grandiosità atemporale dell’alta montagna proprio dall’essere solo umili zattere di salvataggio, architettonicamente insignificanti: tane di emergenza, sprovviste di indizi visivi capaci di collocarne la costruzione in una fase stilistica precisa. Le soluzioni architettoniche che caratterizzano i rifugi e i bivacchi di cui sto parlando ci trasmettono invece un doppio messaggio, mistificatorio e arrogante (anche se ancora fortunatamente marginale): primo, gli esseri umani sono in grado di “abbellire” la wilderness montana e, secondo, di conseguenza hanno il diritto di imporre su di essa la firma indelebile della propria storia, figlia del mondo della pianura. All’addomesticamento dello spazio, causato dalle eccessive dimensioni dei rifugi, si sovrappone così un parallelo e forse non meno deleterio addomesticamento dell’ultima superstite dimensione “fuori dal tempo” che avevamo la fortuna di poter sperimentare.

Il nuovo refuge du Goûter, Monte Bianco
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A quando le 430 tonnellate di CO2 in meno?

Il 24 agosto 2015 il Club Alpino Italiano ed Enel hanno firmato un accordo per garantire alle Sezioni e ai rifugi del CAI la fornitura di energia elettrica proveniente esclusivamente da fonti rinnovabili, certificata dal sistema delle Garanzie d’Origine dal Gestore Servizi Energetici (GSE).

La notizia viene diffusa tramite un comunicato stampa congiunto CAI – ENEL.

Rifugio Federico Chabod, Gran Paradiso
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Enel e CAI hanno stimato che il consumo annuo di energia elettrica prodotta da fonti sostenibili da parte della Sede centrale del CAI, delle sedi delle 511 Sezioni sparse in tutta Italia e dei 774 rifugi e bivacchi alpini e appenninici eviterà di immettere nell’ambiente una quantità di CO2, uno dei principali gas responsabili dell’effetto serra, pari a circa 430 tonnellate annue.

Andreina Maggiore (Direttore del CAI): “Questa convenzione ci consente di muovere un altro passo concreto a supporto delle strategie di tutela e conservazione dell’ambiente montano, mission istituzionale del CAI”.

Nicola Lanzetta (Responsabile Mercato di Enel): “Abbiamo messo a disposizione del CAI consulenti preparati in grado di individuare la soluzione che si adatta meglio alle proprie esigenze. Crediamo molto nell’uso razionale dell’energia per questo abbiamo inserito nell’accordo la possibilità di individuare, assieme al CAI, soluzioni per migliorare l’efficienza energetica di sedi e rifugi, riducendo così i consumi di energia elettrica, sempre nel pieno rispetto dell’ambiente circostante”.

Considerazioni
Che il CAI assieme a Enel punti sull’energia rinnovabile è un intento che va nella giusta direzione. E’ giusto che sedi cittadine, ma soprattutto rifugi, bivacchi alpini e appenninici si preparino ad essere alimentati da energia pulita.

A denunciare uno dei più grandi problemi della società contemporanea, il riscaldamento globale, hanno già provveduto eminenti scienziati e le più grandi organizzazioni mondiali, dal WWF a Greenpeace passando per Legambiente, continuano a emettere segnali di SOS per l’aumento della concentrazione di CO2 nell’atmosfera.

Il rifugio San Leonardo al Dolo, Civago (RE)
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Occorre cambiare abitudini radicalmente e convergere verso l’utilizzo di energie rinnovabili e pulite.
Se gli Stati Uniti parlano del Clean Power Plan, programma che mira a ridurre le emissioni di gas serra del 32% entro il 2030, anche l’Italia deve correre ai ripari, e questo accordo è sulla linea giusta. Un gesto che dovrebbe mettere a freno i numeri da capogiro che, stando a quanto rivela l’Enel, parlano di un consumo annuo di energia elettrica pari a 1.100.000 kWh.
Una buona notizia dunque. Che però nulla ci dice riguardo alla tempistica. E sappiamo che senza un progetto ogni accordo rischia di diventare lettera morta.
Speriamo non sia questo il caso e che ci sia già da ora un team al lavoro.

Qualche molto ragionevole dubbio se lo pone Fabio Valentini (Mountain Wilderness): “Che i rifugi alpini smettano di utilizzare gli inquinanti e rumorosi gruppi elettrogeni a gasolio è di per sé una buona cosa; del resto piccoli generatori idroelettrici o impianti microeolici (ne esistono ad esempio ad asse verticale, visivamente poco impattanti http://www.greenstyle.it/pag/16432/minieolico-ad-asse-orizzontale-o-verticale), se ben inseriti nell’ambiente, possono risultare accettabili; naturalmente è utile anche il fotovoltaico/solare (http://www.infopannellisolari.com/380/pannello-solare-o-pannello-fotovoltaico-vantaggi-e-differenze.html), però acqua e vento girano anche di notte.

Altro discorso per quello che riguarda le sedi CAI, che sono in città e dunque utilizzerebbero l’energia di rete proveniente da rinnovabili.

Se l’ecosostenibilità di un rifugio porta a risultati come quelli visti nelle ultime realizzazioni (https://figliodellafantasia.wordpress.com/2013/08/09/e-il-green-building-arriva-anche-sul-tetto-del-mondo/), credo proprio che occorrerà stare attenti…”.

Aldo Cucchiarini, di La Macina Ambiente, commenta: “La notizia è in sé positiva, ma fa insorgere delle domande; dobbiamo intendere che il CAI si disimpegnerà (si fa per dire) in futuro dalle battaglie contro i parchi eolici sui crinali?

La nuova Monterosa Huette
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La vergognosa situazione del rifugio Croce di Campo

La vergognosa situazione del Rifugio Croce di Campo (Val Cavargna)
di Andrea Savonitto

Datato 21 luglio 2014, questo è il comunicato stampa che Andrea Savonitto ha diffuso nella speranza di smuovere le acque di una situazione asfittica.

Dopo dieci mesi di disagi pesantissimi dovuti al danneggiamento dell’impianto fotovoltaico, per un fulmine che ha colpito il rifugio a fine settembre 2013, a complemento di sei anni di inefficienze strutturali conclamate, ma ancor più al totale disinteresse da parte della proprietà Comunale di San Bartolomeo Val Cavargna, la situazione al Rifugio Croce di Campo è diventata insostenibile. Ciò nonostante la buona volontà del gestore, la guida alpina Andrea Savonitto, che per l’inverno passato si è dotato di un sistema sostitutivo in attesa della riparazione dell’impianto. Nessuno dal Comune è mai salito (non lo fanno da tre anni, quando furono costretti a farlo dal Tribunale di Menaggio!!) a controllare i propri impianti tecnologici. Né il Comune ha dato incarichi a ditte di competenza per le dovute riparazioni e/o manutenzioni. Anche l’impianto solare termico dell’acqua calda è fermo dall’inverno 2011/12, subito dopo l’ultima riattivazione (era fermo da tempo!) inefficace, a cura della ditta incaricata, a seguito di sentenza, e mai più ripristinato. Non c’è peraltro alcun libretto di manutenzione della caldaia a gasolio dell’impianto di riscaldamento, obbligatorio, e alcun tecnico si è più presentato per le manutenzioni periodiche. L’onere per l’efficienza degli impianti tecnologici in un contratto di affitto di azienda è per legge competenza della proprietà e questa deve designare delle ditte incaricate della manutenzione periodica. Inoltre tali ditte intervengono solo dietro richiesta scritta della proprietà. Per cui il gestore non può richiederne i servizi autonomamente. Se i fax non vengono mandati dal Comune, tutto prima o poi si ferma!
A ottobre 2013, dopo una sequela di raccomandate il Sindaco era stato convocato nello studio dell’avvocato Alessandro Mogavero di Como, che segue le istanze del Rifugio Croce di Campo, e lì si era impegnato ad attivare immediatamente le ditte di manutenzione… cosa a tutt’oggi non avvenuta. Durante l’inverno, come in tutti quelli precedenti, ci sono inoltre stati “i soliti tre mesi” di assenza di acqua, il che la dice tutta sull’efficienza delle strutture di un rifugio alpino nato male, costato oltre un milione di euro alla collettività. Non si comprende come mai a fronte di un simile patrimonio pubblico il Comune non si sia dotato di un’adeguata assicurazione sul fabbricato a copertura dei rischi da eventi naturali e non si accetta che ora i sinistri accaduti vengano scaricati come onere su una gestione, cui non competono, già provata dalle carenze, dalle inefficienze, dal malfunzionamento di un complesso di opere male eseguite come già ampiamente dimostrato, acclarate anche per vie legali. Il gestore già assolve i propri oneri gestionali pagando quanto gli compete nella osservanza delle normative: oneri fiscali, commerciali, camerali, assicurativi di responsabilità civile, di prevenzione sanitaria, di iscrizione ad Albi Regionali e di aggiornamento continuato alle normative e alle prassi richieste dagli enti preposti, comprese le “giornate perse” a dotarsi di certificazioni di qualità (qualità italiana e AICQ). Oneri assolti per un’attività che non si lascia operare secondo le sue precipue aspettative e potenzialità. Istigando nei fatti all’inosservanza di normative vigenti che come Gestione, come impegno civile, s’intende invece perseguire. In relazione poi alla causa del 2011, intentata dal gestore a seguito di continuate, inaccettabili nonché pericolose per la salute pubblica, “disfunzioni impiantistiche” e carenze amministrative… causa persa dal Comune, il Giudice di Menaggio aveva intimato allo stesso di produrre entro 15 giorni tutte le certificazioni di agibilità (antiincendio in primis) necessarie al rilascio della licenza comunale di esercizio della attività di rifugio alpino, oltre a compiere tutte le opere necessarie alla funzionalità normale e legale del rifugio Croce di Campo. Le opere iniziate nell’estate 2011 si sono interrotte a novembre 2011 col sopraggiungere della prima neve in quella stagione, e mai più riprese o completate successivamente. Nonostante i richiami, per non parlare degli obblighi assunti. Lavori incompiuti, abbandonati con muri divelti e macerie abbandonate, portoni antiincendio più fatti, cavi di messa a terra lasciati abbandonati per inciampare in mezzo al cortile, bivacco invernale fuori uso, pavimentazioni da eseguire, ecc. Un fulmine, ancora, a maggio nel 2012, aveva colpito la centralina della cappa di aspirazione, obbligatoria e indispensabile. La centralina veniva rimossa dal tecnico inviato dal Comune e, ad oggi, mai più riconsegnata in opera. Tuttora il rifugio è privo di licenza, di agibilità, di certificazione antiincendio e ciò continua a costituire un’inaccettabile pregiudizio all’operatività della gestione. Sono documentazioni imprescindibili a qualsiasi attività commerciale aperta al pubblico.

Il Signor Sindaco di questo pare non voler rendersene conto. Nonostante il “parere” di un giudice. Per la gestione questo significa “lavorare” in condizioni di palese irregolarità. Con dei rischi gestionali inaccettabili.

Andrea “Gigante” Savonitto
Croce di Campo-10628448_877075465657413_2828142802872672817_nSignifica non potere, ci mancherebbe, prendere personale in cucina dove ti può arrivare un fulmine e forzarsi a fare una gestione solitaria, per attenuare il più possibile il rischio, in un rifugio da 36 posti! Significano danni continuati, impossibilità a garantire un servizio decoroso, mancati incassi, impossibilità di accedere a servizi di società di “Booking on line”, indispensabili per qualsiasi struttura ricettiva odierna e attuale perché le società che forniscono questi servizi, giustamente, richiedono che le strutture ricettive che aderiscono siano a norma. Significa “fare brutte figure” ripetutamente. Significa non poter ospitare le colonie o il turismo scolastico con i minori (se “cade un bambino dal letto”, e può veramente succedere di tutto in un rifugio che non si riesce a capire come è fatto, le assicurazioni non pagano se le documentazioni non sono regolari). Queste attività di didattica con i gruppi erano state determinanti nella scelta e nel progetto stesso di gestione della guida alpina Andrea Savonitto, ma il Comune per tutto ciò pare non avere il minimo interesse… e accampa irragionevoli e improponibili pretese di canoni di affitto per una struttura ricettiva che MAI avrebbe potuto aprire in altro luogo civile, in queste condizioni.

Il gestore ha anche segnalato al Comune (doveva farlo?) la possibilità di accedere in questi anni a importanti finanziamenti regionali, ora scaduti, che consentivano risparmi sulle opere, dovute, fino al 50% a fondo perduto. Ma se non si fanno né i progetti né le richieste i soldi non vengono erogati. Poi è inutile lamentarsi e incolpare il Patto di Stabilità! A questo punto una nuova causa giuridica è inevitabile. Senza corrente in estate è impossibile lavorare e il gestore del rifugio Croce di Campo si vede costretto ancora una volta a rivolgersi al Tribunale.

Il “Gigante”, come è soprannominato Andrea Savonitto, è oltretutto un professionista molto noto e specialista in interventi di sviluppo alpinistico. Ne ha curati tanti, importanti, in Lombardia (dalla Valsassina alle Valli del Bitto, al Lago Maggiore… fino a Positano: per citarne alcuni). In questi anni ha messo a disposizione le sue capacità e le sue ampie relazioni; un valore aggiunto che il Comune non ha voluto in nessun modo assecondare. Come gestore assolutamente dedito, ha aperto il rifugio sempre e comunque in estate e in inverno… in qualsiasi condizione cercando di offrire un servizio agli appassionati di montagna. Comunque. Dando ragione di esistere a quel fabbricato enorme che per il Sindaco attuale poteva benissimo restare chiuso e abbandonato sul monte. Si è dedicato senza alcun aiuto o supporto “istituzionale”, nonostante tutto, a dotare il comprensorio dove sorge il rifugio di una segnaletica dei sentieri prima completamente assente in tutta la valle (una valle turistica?); ha proposto e segnalato a sua cura, facendo anche una guida scaricabile in rete, una Nuova Alta Via da Menaggio a Lugano (il Sentiero dei Gauni) con l’intento di valorizzare tutti i rifugi della valle; ha segnalato i resti dimenticati della Linea Cadorna sul Pizzo di Gino. Ha coinvolto altri professionisti attivi sul territorio per iniziative condivise di didattica alpinistica e naturalistica. Ha coinvolto il Collegio Regionale delle Guide Alpine lombarde per fare corsi di Formazione degli Accompagnatori del futuro, in Val Cavargna… e fatto importanti rilevamenti di incisioni rupestri sparse sul territorio intorno al Rifugio Croce di Campo. La Regione Lombardia ha poi prodotto uno studio sistematico e dei tabelloni esplicativi bilingui di ottima fattura da posizionare sul territorio nei vari Comuni interessati da incisioni rupestri. E i Comuni si sono impegnati per la loro infissione in quota dove previsti. Quelli del Rifugio Croce di Campo sono in Municipio a San Bartolomeo… da due anni! A prendere polvere.

Per ulteriori dettagli.

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Situazione al 13 agosto 2014 al Rifugio Croce di Campo
Diciamo che con il comune ci siamo incontrati e ho posto le mie condizioni che a parole hanno accettato… a giorni dovrebbe esserci la firma di un documento integrativo al contratto che prevede:
– azzeramento dei canoni pregressi;
– sistemazione da parte del Comune di tutti gli impianti (hanno fatto le analisi dell’acqua e domani vengono a sistemare l’impianto fotovoltaico);
– io concedo che il rifugio sia ridotto come capienza a 25 posti (non più 36), il che consente al comune un grande risparmio in termini di interventi di adeguamento e la non necessità di avere una certificazione antiincendio;
– altri lavori vari a totale carico del comune per l’agibilità;
– rilascio/consegna entro settembre 2014 di tutte le certificazioni e della licenza comunale;
– il canone resta invariato agli attuali 5000 €, e io inizierò a pagarlo da quando tutto sarà a norma certificato e il contratto viene rinnovato (ma lo è già di fatto) per altri 6 anni.

Morale: hanno calato le braghe su tutto (o quasi).

Chiaramente l’avvocato ha dato cinque giorni di tempo (già passati invano!) per la ratifica… minacciando l’invio immediato della causa già pronta… aspettiamo dopo ferragosto per vedere cosa succede!

Situazione al 14 agosto 2014 al Rifugio Croce di Campo
Fiat lux 2! Nuntio vobis gaudium magnum… dopo ben undici mesi l’impianto fotovoltaico rientra in funzione!!!! (Grazie al Comune di San Bartolomeo, a Pietro Nogara della Centro Omega… e alla nostra sacrosanta lotta (con Alessandro Mogavero).

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Situazione al 2 ottobre 2014 al Rifugio Croce di Campo
Dopo aver fatto il primo intervento di ripristino del sistema fotovoltaico (il 14 agosto 2014), poi del Comune, che verbalmente si era impegnato a risolvere tutte le questioni in sospeso (licenze, agibilità) e a fare tutti gli interventi necessari sugli impianti entro il mese di settembre, NON SI E’ VISTO PIU’ NESSUNO!

postato il 23 ottobre 2014