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Le luci del rifugio

Le luci del rifugio
d
i Chiara Baù
(già pubblicato il 10 luglio 2016 su Imperial Bulldog)

Il buio totale! Eccomi prigioniera di una dimensione che mai mi era appartenuta.

Ho trascorso mesi sotto i cieli stellati dei rifugi alpini, intere nottate sotto le stelle in mezzo al mare. Qualsiasi condizione atmosferica ci fosse ho sempre trovato una fonte di luce, una stella, il chiarore della nebbia, o della neve. Mai mi ero accorta di tale fortuna, ormai era come fosse qualcosa di scontato, fino all’altra sera, quando improvvisamente mi sono trovata in balia dell’oscurità totale. Complice di ciò? Un evento molto banale… Ero nella mia stanza da letto, a Milano,verso sera.

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Nell’alzare a mano la tapparella, per prendere aria, si è spezzata la corda oramai usurata… è bastato metterci un po’ più di forza e, proprio come la saracinesca di un negozio si è chiuso tutto. Neanche un piccolo spiraglio di luce. La stanza è diventata all’istante una sorta di scatola nera. Una sensazione stranissima e totalmente innaturale.

Ciò che mi ha salvata da quegli istanti di buio totale e chiusura è stato un qualcosa di altrettanto banale. Quand’ero piccola, già avida e desiderosa di vedere le stelle, avevo trovato un fantastica stratagemma per la mia stanza priva di stelle.

Ebbene sì, avevo comprato delle piccole stelline adesive fatte di un particolare materiale luminescente per cui, durante il giorno si caricavano della luce solare per poi diventare luminose di notte… Non crederete al risultato… Incantevole. Il mio soffitto si trasformava immediatamente in una volta planetaria.

Non trascorrendo più tanto tempo a casa avevo dimenticato questa fantastica soluzione. Dopo i primi attimi di buio ho visto la stanza che pian piano si arricchiva come per magia di piccole stelline e quella sensazione di disagio del buio era sparita. Il sogno di una bambina mi aveva salvato dall’oscurità totale. Non solo!!

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Ho appena visto al cinema il film tratto da “Il libro della giungla “ di Rudyard Kipling, e come dimenticare la bellissima canzone The bare necessity (lo stretto indispensabile)? Un’allegra melodia dove vengono decantate le necessità dell’orso Baloo con Mogly!!!! Eccone un breve estratto del testo:

“Lo stretto indispensabile”
Ti bastan poche briciole / Lo stretto indispensabile / E i tuoi malanni puoi dimenticar / In fondo basta il minimo / Sapessi quanto è facile / Trovar quel po’ che occorre per campar! / Mi piace vagare / Ma ovunque io sia / Mi sento di stare / A casa mia! / Ci son lassù le api / Che il loro miele fan per me / Se sotto un sasso poi guarderò / Ci troverò le formiche / Un po’ io me ne mangerò! / Vicino a te quel che ti occorre puoi trovar / Lo puoi trovar / Ti bastan poche briciole / Lo stretto indispensabile / E i tuoi malanni puoi dimenticar / Ti serve solo il minimo / E poi trovarlo è facile / Quel tanto che ti basta per campar…”.

Mi accorsi che le stelle, quelle fatidiche luci, facevano parte di quel “Minimo indispensabile” che aleggiava sopra di me… e di cui avevo bisogno. Mai come in quell’istante di buio totale nella mia stanza mi erano mancate. Mai ne avevo avvertito così ardentemente la presenza.

Se il mio planetario per i primi anni di vita era una stanza con stelline a stickers, ben presto tutto ciò non mi poteva bastare… feci di tutto per dormire mesi e mesi sotto un vero cielo stellato dove anche nel mio caso la costellazione di riferimento non poteva che essere quella dell’orsa maggiore con la stella polare. Presi così a lavorare nei rifugi alpini, scegliendo quelli ubicati il più in alto possibile. Uno dei più affascinanti è senz’altro il rifugio Re Alberto, sotto le Torri del Vajolet, in Trentino, la cui proprietaria e mia grande amica si chiama Valeria.

Il duro lavoro in un rifugio veniva sempre ricompensato dallo show in prima serata che iniziava al tramonto per poi terminare all’alba.

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Una serie di ombre davano vita all’anima delle montagne, specchiandosi l’una sulla parete dell’altra. La dolomia, una roccia sedimentaria apparentemente insignificante, costituita principalmente dal minerale dolomite, chimicamente un carbonato di doppio calcio e magnesio si tingeva di rosa regalando a noi del rifugio e agli alpinisti uno spettacolo incantevole, un’altra “bare necessity”.

Come poter fare a meno di tutto questo? E in un’epoca come la nostra dove qualsiasi cosa si paga, tutto ciò era gratis.

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Pian piano le ombre si allungavano, lasciando gradualmente avanzare la notte. Luci e ombre giocavano rendendo vivo un ambiente che apparentemente sembrava statico e immobile.

Il biglietto da pagare per tale spettacolo? Tre ore di cammino!!!

E per favore, eliminare il wifi non solo dal telefonino ma dalla testa… collegandosi con ciò che veramente contava in quel momento, dedicando la propria attenzione a quelle luci che misteriosamente ogni sera comparivano apparentemente a pochi metri dalle cime delle montagne, in realtà anni luce. Ricordo che ancora prima di ordinare una birra, sorseggiandola in compagnia delle montagne, molta gente entrava al rifugio e la prima cosa che veniva chiesta era la famigerata “password” del wifi, questa maledetta parola senza la quale sembra che non si vada più da nessuna parte… Dimenticatela e accederete a file ben più ricchi ed entusiasmanti, l’aria libera!

A quella quota non esistono né password, né chiavi delle stanze, spesso l’acqua calda è un optional, spesso addirittura l’acqua non c’è perché capita anche questo nei periodi estivi quando non piove. Tutto è regolato dalla natura e quindi esattamente come su una barca in mezzo al mare bisogna centellinare e risparmiare ogni singola goccia. Mai come lassù si capisce veramente il valore di avere l’acqua!

La sera dopo aver sparecchiato, pulito e rassettato la sala dove gli alpinisti avevano abbondantemente cenato si preparava l’allestimento per le colazioni, ultimo compito del giorno. Quando tutto era debitamente sistemato iniziava lo spettacolo. Finalmente si distoglieva lo sguardo dal libretto delle ordinazioni, tra una minestra di verdure e uno strudel, per essere direzionati verso il cielo dove il menù era assai più vasto, senza nulla togliere alla bellezza e bontà di una polenta coi funghi.

Ma ricordo che le stelle ci rubavano ogni sera almeno venti minuti di totale estraneamento. Ogni sera rimanevamo estasiate perché non ci si abitua mai a tale bellezza.

A 2600 metri, come protetto e custodito dalle Torri del Vajolet, il rifugio Re Alberto è immune dall’inquinamento luminoso e permette di scrutare e ammirare tutte quelle stelle che normalmente in una città si possono vedere solo all’interno di quella cupola meravigliosa che è il planetario.

Così dopo una giornata di lungo lavoro uscivo dal rifugio e mi sentivo un po’ come il piccolo principe nella seguente citazione: “Mi domando”, disse il piccolo principe ”se le stelle brillano perché un giorno ciascuno possa ritrovare la propria” (Piccolo principe: cap. XVII, p. 81).

Tra la Via lattea e le stelle infinite, ogni sera sembrava una sfilata. E che traffico! Tra aerei, luci misteriose, probabili Ufo, satelliti, ci si perdeva in quell’osservazione senza confini.

In tutti i rifugi alpini c’è un’usanza, nonché obbligo, di fare silenzio alle dieci di sera. Molti escursionisti si alzano verso le sei di mattina. Il pericolo dei temporali estivi spinge a iniziare molto presto le escursioni in modo da non incorrere in situazioni veramente pericolose soprattutto a causa dei fulmini.

Così alle dieci di sera si spengono tutte le luci, a parte una, che timidamente dà sempre vita al rifugio. Si tratta di una sorta di piccolo faro, utile agli escursionisti che per un motivo o per l’altro arrivano tardi al rifugio, un punto di riferimento fondamentale nella notte alpina.

Dal tramonto all’alba, oppure in giorni di scarsa visibilità, il gestore del rifugio avrà cura di tenere accesa all’esterno questa luce.

L’ambiente intorno al rifugio sembra inospitale, quasi lunare, motivo per cui le Dolomiti sono denominate “Monti Pallidi”. In realtà ‘e proprio in questo giardino di rocce che si nascondono fiori in grado di sopravvivere alle condizioni più severe e impervie.

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Il re di tutti i fiori presenti tra le rocce è senz’altro il papavero giallo di montagna (Papaver alpinum L. subsp. rhaeticum) che appare come una piccola luce sul ghiaione dato l’intenso colore dei suoi petali. In quota non abbondano gli insetti impollinatori; le piante d’alta montagna si adattano a questa carenza generando fiori particolarmente colorati e quindi visibili con maggiore facilità.

Non è pertanto casuale la vistosità e la grande bellezza cromatica delle corolle floreali delle piante d’altitudine.

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Molti di noi sono estasiati di fronte alla bellezza e all’appariscenza di certe specie, eppure ciò che attrae il nostro occhio è invece fondamentale per la sopravvivenza di molte piante. La vivace colorazione permette in effetti di non sprecare nemmeno un istante nei pochi giorni favorevoli. La stagione estiva in montagna è molto piovosa, occorre quindi sfruttare la presenza degli insetti nei pochi momenti di stabilità atmosferica. Tornando al papavero si tratta di una pianta perenne che presenta fiori gialli singoli con 4 petali settori che formano una corolla tonda. La forza di tale fiore è incredibile se si pensa che deve resistere alle condizioni più estreme della quota e delle radiazioni ultraviolette.

Ma le piante d’alta quota hanno imparato a difendersi e al tempo stesso a sfruttare la radiazione solare. I nocivi raggi ultravioletti sono tanto più penetranti quanto più si sale d’altitudine a causa della rarefazione dell’aria e della carenza d’umidità nei giorni tersi. I fiori hanno imparato a difendersi dalle radiazioni nocive ancora una volta sfruttando colorazioni sgargianti; i pigmenti colorati hanno infatti potere assorbente nei confronti delle radiazioni nocive. Al tempo stesso l’intensa radiazione solare è spesso fondamentale per la riproduzione, permette infatti la produzione di grandi quantità di zuccheri sfruttati dalle piante per generare radici fitte e profonde in grado di garantire un solido ancoraggio e soprattutto un adeguato approvvigionamento d’acqua.

Simile nel fogliame e nel portamento al rosso papavero dei campi, ha però vistosi fiori giallo oro che sbocciano tra luglio e agosto punteggiando di colore soprattutto gli instabili ghiaioni calcarei dove questa specie riesce a insediarsi e prosperare grazie al robusto apparato radicale e alla tolleranza nei confronti di temporanei seppellimenti ad opera del materiale detritico franante verso valle. Notevole è infatti l’estensione delle sue radici, ragione per cui è una pianta che agisce come fissatore nelle zone caratterizzate da detriti mobili.

La presenza di ghiaioni, pietraie e colate detritiche rende assai difficile la presenza di piante per via del continuo rotolamento di pietre o del ruscellamento superficiale delle acque. Le piante rischiano continuamente d’essere sepolte dalle rocce o d’essere trasportate via dal movimento dei detriti. Nonostante ciò alcune specie vegetali definite “glareofite” sono specializzate nel sopravvivere in questi particolari ambienti.

Esistono le cosiddette “glareofite migranti” che si avventurano sui pendii più instabili. L’emissione di getti striscianti in grado di radicare è una garanzia per la pianta: in caso di seppellimento legato allo spostamento dei detriti essa può infatti rigenerarsi a breve distanza (i cosiddetti “occhi dormienti”) dando la sensazione di una migrazione della stessa.

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Altre specie dette “stabilizzatrici” o “glareofite fissanti” come il papavero di montagna presentano un sistema radicale complesso (spesso un robusto rizoma ramificato e flessuoso) in grado di penetrare molto profondamente nel terreno sino ad ancorarsi saldamente al substrato con l’effetto di stabilizzare il pendio vincendo la sollecitazione meccanica determinata dai piccoli ma continui movimenti del pietrame. La pianta è inoltre in grado di ricercare in profondità l’acqua e il nutrimento al contrario assente sulla superficie dei ghiaioni.

E’ affascinante vedere come dei fiori apparentemente fragili abbiano tale forza di vivere e sopravvivere.

Lassù non ci si preoccupa dei crolli della borsa o delle oscillazioni dello spread. L’unico crollo che può destare preoccupazione e interesse è dato dallo sgretolamento di parti di roccia. Di notte spesso sentivo il rumore dei sassi che cadevano. Infatti nelle fessure si infiltra l’acqua e con i cicli di gelo e disgelo si arriva al collasso delle rocce. Ma anche questo fa parte della natura.

Le provviste al rifugio vengono portate inizialmente dall’elicottero, ma sarà poi la teleferica a fare il grosso del lavoro, così quasi ogni giorno, tempo permettendo, da valle viene caricato il pane fresco e tutto l’occorrente per preparare piatti deliziosi per chi riesce ad arrivare al rifugio. E gustare qualcosa di goloso e succulento dopo ore e ore di cammino come dice una nota pubblicità “Non ha prezzo” .

A volte durante le ore di pausa osservavo le persone durante la salita al rifugio quasi incredule nel vedere come le provviste venissero portate su da una sorta di carrucola.

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Ho letto che in alcuni hotel in Giappone le receptionist e molte persone dello staff alberghiero sono state sostituite da robot. Per fortuna questo nei rifugi alpini non succederà mai, perché lassù tutto è un po’ come una volta, si vive di quel calore umano che mai alcuna macchina potrà sostituire. La fatica, la complicità, la comprensione e la tanta pazienza sono gli ingredienti dell’ambiente del rifugio. Ma è soprattutto la semplicità che rende questo ambiente unico nel suo genere.

Quindi se siete nel vero spirito del rifugio non chiedete di fare una doccia, se proprio non vi è indispensabile, a quella quota non serve perché l’aria è talmente pulita che non si sentono gli odori. Non chiedete una stanza singola perché nei rifugi esistono le camerate dove si condivide tutto.

Chiara Baù e Valeria Pallotta
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Perché niente ha senso in un rifugio se non viene condiviso.

Tante ore insieme, una moltitudine di persone, una mole enorme di lavoro, almeno quando c’è bel tempo. A volte si prega che piova per avere un po’ di respiro e leggere qualche libro di fianco alla stufa…

Lo staff si compone, nel caso del rifugio Re Alberto, di un mix di laureate, chi in scienze naturali, chi in lingue… e ogni giorno c’è qualcosa da imparare. Dai fulmini, dai colori delle nuvole che sfrecciano durante i temporali sopra il rifugio, da un soccorso improvviso di persone colpite da un fulmine durante qualche ascensione sulle Torri del Vajolet, vere padrone del rifugio. Si sbucciano le patate e si immergono i piedi nel piccolo laghetto adiacente, e si accolgono al rifugio persone provenienti da tutto il mondo.

La cosa più bella? Sarà banale, ma ricordo che augurare la buonanotte agli escursionisti la sera era un rituale per me significativo ed emozionante.

Tempo di andare a dormire… domani prevedono bel tempo. Tempo di riposare per essere pronti a vedere una nuova alba e soprattutto a scaricare la teleferica e dare pane fresco agli escursionisti. La sera nuove luci al rifugio.

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Certificazione ambientale ai rifugi

La Capanna Osservatorio Regina Margherita è di proprietà della Sede Centrale del Club Alpino Italiano, anche se è stata data in gestione alla Sezione di Varallo. E’ posta in vetta alla Punta Gnifetti (Monte Rosa) 4554 m.

Di solito i rifugi hanno la funzione di base d’appoggio per le ascensioni. In questo caso invece siamo di fronte a un vero e proprio punto di arrivo, cima di un monte assai alto e meta a sé per la notte in quota che vi si può passare.

La Capanna Osservatorio Regina Margherita è visitata ogni anno da numerosi alpinisti e scialpinisti. Foto: Archivio CAI Varallo

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Le difficili condizioni ambientali (basse temperature, forti raffiche di vento, minor pressione atmosferica, possibilità di scariche elettriche, approvvigionamento, trasporto materiale, ecc.) creano interessanti opportunità di ricerca in diverse materie, dalla medicina alle scienze della terra e alla meteorologia. Da qui il nome Capanna (come rifugio per gli alpinisti) e Osservatorio (come struttura di supporto per le ricerche scientifiche).

La Capanna Regina Margherita è raggiungibile dal Passo dei Salati in circa 6 ore di percorso su detriti e ghiacciaio. Dalla Svizzera, sono 6 ore dalla Monte Rosa Hütte lungo il Grenzgletscher. Visto l’ambiente d’alta montagna ed il terreno di tipo alpinistico su cui si svolge il percorso di salita alla Capanna, è auspicabile che i meno esperti si facciano accompagnare da una guida alpina.

L’inaugurazione del primo edificio fu del 1893. Furono 50 i metri cubi asportati con la dinamite per spianare la vetta e ospitare la costruzione di 9,68 x 3,60 metri in legno di larice d’America. Nel 1899 fu aggiunta la torretta destinata ad osservatorio meteorologico. Dopo tale intervento, per alcune decine di anni la struttura del rifugio non subì ulteriori sostanziali modifiche.

Nel 1978 la Sezione di Varallo, su incarico della Sede Centrale, provvide a demolire il vecchio rifugio, che mostrava evidenti segni di logoramento, e diede inizio ai lavori per la nuova capanna (l’edificio attuale), la quale fu inaugurata il 30 agosto 1980.

Nel 1997 sono stati completamente rifatti e messi a norma l’impianto elettrico ed il sistema antincendio. Infine, nel 2006 il rifugio è stato dotato di un nuovo generatore, in grado di soddisfare l’intero fabbisogno energetico (sia termico che elettrico), è stato adeguato l’impianto elettrico ed è stato aggiunto un terrazzo sul lato nord per agevolare le operazioni di carico-scarico del carburante.

La Capanna, costruita in legno di larice americano e abete, ha una capacità di 70 posti letto, corrente a 220 V, collegamento internet, biblioteca. Il periodo di apertura va da metà giugno a metà settembre. Per il resto è in funzione il locale invernale per 19 persone.
Compresi balconi e terrazzi, il rifugio è lungo 31,35 metri, largo 9,40 e alto 7,50 metri. I locali sono disposti su 3 livelli. E’rivestito all’esterno da lamiere di rame (come in una gigantesca gabbia di Faraday).

La gestione di un rifugio così particolare deve essere ben coordinata per contenere gli sprechi, che non sono altro che costi economici e ambientali.
Il personale del rifugio è doppio, con turni bisettimanali.
E’ solo l’elicottero, ben coordinato con altri rifugi della zona per evitare viaggi a vuoto, a garantire l’approvvigionamento e lo smaltimento.
Il fabbisogno energetico del rifugio è garantito da un generatore elettrico Perkins da 64 kWp alimentato a gasolio. Un regolatore del numero di giri dell’alternatore, permette di modulare la potenza erogata (e quindi il consumo di combustibile) in funzione delle reali necessità.
Il generatore fornisce anche l’energia termica necessaria a riscaldare il rifugio, grazie ad uno scambio di calore tra il circuito di raffreddamento del motore (acqua glicolata) e l’aria convogliata all’interno del rifugio (nella sala da pranzo) dal sistema di ventilazione (una pompa centrifuga alimentata dal medesimo generatore).
Alcuni pannelli fotovoltaici servono ad alimentare un set di batterie (collegato anche al generatore principale) per l’illuminazione di emergenza (10 punti luce con tensione a 24 V), il telefono di emergenza (ponte radio) ed il sistema wi-fi per il collegamento internet. E’ inoltre presente un generatore di emergenza da 5 kW.
Assai complicata ma efficiente è la produzione di acqua per fusione di neve, sono allo studio sempre migliori accorgimenti per risparmiare energia in questo processo.
La cucina a gas è alimentata con bombole di GPL. I liquami organici dei WC sono convogliate in appositi contenitori che, stoccati all’esterno del rifugio, saranno poi avviati a smaltimento tramite elicottero. Ogni tipo di rifiuto viene differenziato.

La Cresta Signal da un balcone della Capanna Regina Margherita. Foto: Laura Pelosi/K3

Balcone piu' alto d'Europa = Capanna Margherita Punta Gnifetti 4.559 mt Monte RosaLa Capanna Regina Margherita, con il supporto tecnico del Dipartimento di Scienze Merceologiche dell’Università di Torino, ha ottenuto nel 2002 la certificazione ambientale UNI EN ISO 14001.
Simone Guidetti, dell’Ufficio Tecnico Ambiente del CAI Sede Centrale, ci aiuta a comprendere questo grande risultato:

I requisiti essenziali per ottenere questo tipo di certificazione sono i seguenti:
– la definizione di una politica ambientale, con obiettivi chiari. Nel caso della Capanna Margherita tali obiettivi consistono essenzialmente nella riduzione e raccolta differenziata dei rifiuti, nel corretto smaltimento dei reflui organici, nella razionalizzazione dei consumi energetici ed idrici, nella gestione ottimale del trasporto materiale;
– l’implementazione di un sistema di gestione ambientale (SGA) “aperto”, ovvero che si rinnova in un’ottica di “miglioramento continuo”. Tale sistema prevede la “standardizzazione” delle procedure ed il monitoraggio dei risultati mediante l’adozione di un manuale;
– un esame (“audit”) da parte di un ente terzo, accreditato, che verifica la conformità ai requisiti necessari stabiliti dalla norma.

Gli obiettivi di politica ambientale sono stati così definiti:

Interventi in programma nel breve periodo
– riduzione a monte dei rifiuti, tramite una scelta di prodotti ecosostenibili (con minor imballaggi) e conferimento in piattaforma ecologica dedicata in modo da ridurre le distanze di trasporto (in accordo con il comune di Alagna);
– piccolo compattatore per ridurre il volume dei rifiuti e permettere un deposito temporaneo in rifugio di un maggior quantitativo;
– lavastoviglie che permetterà di utilizzare unicamente piatti in ceramica e bicchieri e posate in vetro e metallo, senza far uso di plastica o carta, con un minor consumo di acqua rispetto al lavaggio a mano (sul medio periodo si prevede anche l’installazione di un separatore di grassi). Le poche stoviglie non in ceramica saranno in mater-bi (plastica biodegradabile);
– fornello elettrico “portatile” a 3 fornelli, di “emergenza” in caso di guasto della cucina a gas e utile per preparare qualcosa di semplice, risparmiando sul GPL;
– alcuni dispenser di detergente a base alcolica, che permetteranno agli ospiti di lavarsi le mani senza uso di acqua;
– riparazione e potenziamento dell’impianto solare termico in modo da aumentare il contributo di energia rinnovabile nella produzione di acqua;
– collegamento del generatore al sistema di produzione dell’acqua.

Interventi in programma nel medio-lungo periodo
– ulteriori agevolazioni per le attività di ricerca scientifica, tramite un possibile allungamento dell’apertura stagionale del rifugio, maggior semplicità di prenotazione, eventuali nuove partnership e collaborazioni con gli istituti di ricerca;
– utilizzo di biodiesel (miscela olio vegetale – gasolio tradizionale) per il cogeneratore;
– eventuale sperimentazione di impianti a fonte rinnovabile (solare FV e parco batterie di ultima generazione, micro-eolico per utenze specifiche, ecc.);
– realizzazione di una pagina web dedicata, con informazioni in tempo reale sulla capanna, le attività ed i progetti di ricerca, ecc.”.

La certificazione ambientale della Capanna Margherita, secondo rifugio al mondo ad aver ottenuto tale riconoscimento, è stata recentemente rinnovata. Foto: Simone Guidetti

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Conclusioni
La politica ambientale necessaria al conseguimento, e soprattutto al mantenimento della validità della certificazione ambientale UNI EN ISO 14001 favorisce un diverso modo di pensare, quello non più del semplice risparmio immediato di quattrini, bensì quello di mettere in primo piano la componente ambientale. Se ci si ritrova in quell’ottica, le idee buone e nuove non tardano ad arrivare, luogo per luogo, volta per volta.

Il Club Alpino Italiano, fondato nel 1863, è riconosciuto come “associazione di protezione ambientale” ai sensi del D.M. 20/02/1987. La Capanna Osservatorio Regina Margherita è ben oltre allo stadio di esperimento pilota, ormai. E una politica di questo genere dovrebbe essere avviata al più presto per tutti gli altri rifugi del CAI. Non è utopia, è stato dimostrato lassù, a 4554 metri.

Per maggiori informazioni:
Testo di Simone Guidetti, Ufficio Tecnico Ambiente del CAI Sede Centrale
http://www.caivarallo.it/
www.rifugimonterosa.it
www.aineva.it/pubblica/neve49/margherita.html
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