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Rischio, sicurezza e libertà

Rischio, sicurezza e libertà
di Francesca Colesanti
(pubblicato su In Movimento, maggio 2016)

Vi è un filo (una corda?) sottile ma forte che unisce il significato di libertà così come inteso dai «Nuovi Mattini» – libertà dall’ingombrante retaggio ereditato da una concezione eroica ed elitaria dell’alpinismo e voglia di avventura verso pareti inesplorate – e il diritto ad arrampicare a dispetto dei vincoli imposti da una società (mentalità) sempre più ossessionata dalla sicurezza.

La chiacchierata fra Alessandro Gogna, Gianni Battimelli ed Eva Grisoni – due reduci dei nuovi mattini e una «scalatrice del pomeriggio», come lei stessa si è autodefinita – prende le mosse da quel concetto di libertà sviluppato negli anni Settanta, si dipana attraverso le sale indoor e l’arrampicata come sport di massa, per arrivare inesorabilmente a un punto, che oggi appare cruciale: quello della sicurezza.

La sicurezza è un corollario della libertà o ne è l’antitesi? La volontà di rischiare può e deve restare una legittima aspirazione dei singoli nel momento in cui se ne assumono consapevolmente la responsabilità e le conseguenze, o deve invece essere contenuta entro limiti etici o legali stabiliti dall’esterno? L’avventura e la voglia di scoperta potrebbero essere soffocate dalla piovra dell’omologazione sportiva o la maggiore capacità tecnica acquisita grazie alla sicurezza delle falesie può invece esaltarle? E’ davvero auspicabile rendere più sicura la montagna per consentire a più persone di usufruirne, quindi renderla sicura per poterla sfruttare meglio?

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«I protagonisti dei Nuovi mattini, da Motti a Guerini a Miotti – racconta Gianni Battimelli – erano tutti fior di alpinisti. Che a un certo punto hanno detto una cosa che all’epoca era vista malino: arrampicare ha un suo valore in quanto tale e non è solo propedeutico all’alpinismo. In un certo senso quindi l’arrampicata sportiva è figlia di quell’epoca, anche se poi molti l’hanno considerata una figlia degenere. Oggi però si sta verificando uno strano paradosso, quasi tutti coloro che imparano ad arrampicare in un ambiente sicuro come quello della palestra indoor riescono dopo poco tempo a raggiungere difficoltà e capacità gestuali che ai tempi nostri erano proibitive. Il punto è che poi quei livelli gestuali non funzionano più in montagna, a meno di non aver compiuto un lungo percorso di esperienza. In ambiente si hanno necessità tecniche diverse, che non possono essere apprese in una sala o in una falesia super-equipaggiata. Quindi, paradossalmente, la palestra limita gli spazi di libertà a chi vorrebbe crearseli».

«Questo è vero – concorda Alessandro Gogna – ma il primo passo per la libertà è il rispetto della libertà altrui, anch’io vedo l’arrampicata sportiva più povera perché privata dell’avventura e della natura, a volte ridotta a puro gesto fisico, atletico. Ma se ad alcuni piace solo questo, va bene così. Il punto però è che sembra non valere più il contrario. Questo si rispecchia ad esempio nella produzione delle vie: la cosiddetta arrampicata plaisir è esattamente figlia della volontà di ridurre un ambiente – che senza determinati interventi sarebbe quello avventuroso della montagna o della parete – a un ambiente sportivo. Non parlo certamente dei monotiri in falesia, poiché le falesie sono per lo più dichiaratamente luoghi sportivi, mi riferisco invece agli itinerari multipitch o plaisir, che rappresentano un ulteriore passo avanti in questa direzione. Qui andiamo a toccare un terreno più delicato, perché si va oltre la sfera individuale – voglio rischiare o non voglio rischiare – toccando una programmazione di uso del territorio della quale si vedono le conseguenze in alcuni settori delle Alpi, dove certe montagne sono state già «sportivizzate» in questo modo. Questo è un fenomeno da non demonizzare ma cui prestare attenzione poiché l’esigenza (legittima) di rendere meno pericoloso il monotiro potrebbe trasformarsi nel tentativo (impossibile) di azzerare il pericolo, al fine dì sfruttare meglio la montagna. C’è proprio una differenza nell’atteggiamento di fondo verso quella che è la natura, la cosiddetta wilderness».

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«Credo che molto dipenda da un concetto fondamentale che è quello di accettazione del pericolo – aggiunge Eva Grisoni – Viviamo in una società in cui tutto deve essere messo in sicurezza. Girando per le falesie in tanti sottolineano il fatto che l’arrampicata è uno sport sicuro. Questo è un approccio radicalmente cambiato nel tempo: oggi pochi scalatori accettano su di sé il rischio. La maggior parte pretende di praticare uno sport sicuro, ed esige che gli apritori realizzino vie sicure, o si lamentano se le vie non sono protette adeguatamente. Proprio in quanto sport praticato da molti, ciò che prevale è la ricerca della sicurezza a discapito dell’ambiente. Quando chiedi a chi arrampica cosa prova, la risposta è quasi sempre “mi sento libero”. E non è una libertà da qualcosa ma una libertà dentro qualcosa. Ora invece a molte persone l’ambiente in sé interessa poco, interessa la via come percorso da realizzare, di cui fruire, dove andare a divertirsi. Agli alpinisti classici sicuramente piaceva andare ad arrampicare ma non era il divertimento in sé che cercavano nell’aprire itinerari sulle Alpi».

Gogna: «Vorrei riprendere il tuo discorso, soprattutto sul termine pretesa. Perché è vero che si tratta proprio di una pretesa del fruitore – climber o alpinista o arrampicatore che si voglia chiamare – che vuole che l’itinerario sia sicuro. Questa pretesa ha contagiato non solo i fruitori ma persino gli apritori di queste vie. Oserei dire che la morte della libertà è proprio la sicurezza. Forse è una frase un po’ tranchant, ma più aumentano la sicurezza e l’attenzione che viene dedicata alla sicurezza, tanto più la libertà di scelta delle proprie azioni viene ridotta. D’altronde dove c’è meno caos, meno “anarchia”, la libertà decresce».

Battimelli: «Libertà e sicurezza sono due parole legate ma conflittuali tra loro. Il trasferimento in montagna delle sicurezze che si trovano in falesia o in palestra è illusorio, oltre che pericoloso, esattamente come quando si parla di sport estremi in sicurezza: si dice qualcosa di insensato, perché non esistono. Va detto chiaramente che l’unico modo sicuro di praticare l’alpinismo o di fare dell’arrampicata, anche in falesia, è evitare di praticarlo. L’unico modo sicuro di fare dell’alpinismo è non farlo. Altrimenti bisogna essere consapevoli che si corrono dei rischi. Questa delega sistematica delle condizioni di sicurezza ad altri, rimettendo ad altri il compito di garantire le condizioni che ci permettano di essere sicuri è un grave processo di deresponsabilizzazione delle persone».

Due escursioniste sono morte oggi nel Lazio in due diversi incidenti in montagna. I principali consigli per affrontare la montagna in sicurezza (Fonte: Soccorso Alpino)

«E qui – prosegue Battimelli – il problema diventa quello della possibilità di fare ciascuno ciò che vuole: fino a dove è possibile mantenere quegli spazi di libertà per chi è disposto, consapevolmente, ad assumersi certi rischi. Temo che oggi sia sempre più difficile poter godere di questa libertà, che la nostra sia una libertà condizionata da tanti ma… Io mi sento meno libero di fare l’istruttore di alpinismo oggi di quanto non lo fossi tempo fa, e non penso affatto che non debbano esistere le sacrosante regole di sicurezza e che sia meglio andare tutti a rischiare la pelle. Mi preoccupa che certi spazi di libertà legati all’assunzione consapevole di responsabilità in proprio vadano piano piano riducendosi…».

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Va bene, ma come preservarli, questi spazi di libertà?

Grisoni: «Si può ancora essere liberi, ma le persone devono prendersela la libertà. Un conto è parlare della crescente quantità di gente che frequenta le palestre o le falesie, un conto è chi va a scalare in montagna, che esiste ancora e fa sicuramente meno chiasso della massa. Oggi l’arrampicata è uno sport di massa. Anche per questo il rischio viene visto come una cosa negativa, adesso più che in passato. Quello che stiamo vivendo adesso è non solo la messa in sicurezza dell’arrampicata, ma anche dello sport e della vita più in generale».

Gogna: «Nessuno può avere una formula. È vero che come ha detto Eva la libertà bisogna prendersela: c’è gente che lo fa ancora, forse meno di prima, ma non ne sarei nemmeno tanto sicuro. Vedi il crescente numero di persone che oggi salgono cascate di ghiaccio o praticano lo scialpinismo (che quanto a rischi è secondo solo alle salite himalayane), tutte persone che si assumono dei rischi. Dico però che viviamo in un’epoca in cui la parola ha una grossa importanza e faccio un esempio: il soccorso alpino ha lanciato questa iniziativa che si chiama “montagna sicura, falesia sicura”. Io combatto affinché questo slogan venga cambiato in montagna, o neve, “più” sicura. Perché il risultato al 100% non ci può essere e tanta gente non lo sa: per loro montagna sicura vuol dire senza alcun rischio».

Battimelli: «Secondo me c’è un equivoco di fondo, e riguarda la propensione al rischio. Io ritengo che sia falsa la contrapposizione che spesso viene affermata fra il tentativo dell’arrampicata moderna di eliminare il rischio e concentrarsi esclusivamente sulla difficoltà, e la propensione dei vecchi alpinisti a dare meno importanza al gesto atletico accettando però margini di rischio più alti, considerati spesso irresponsabili. Credo che fare un tiro di corda con poche protezioni in montagna necessiti di abilità tecniche tanto quanto come essere capace di fare un bloccaggio su un listello. Semplicemente si tratta di una competenza di tipo diverso: mentre la preparazione necessaria per tenere la reglette e superare un passo di 8a è sostanzialmente atletica e si ottiene con l’allenamento, il controllo mentale che serve per fare un tiro di corda non protetto è un fatto altrettanto tecnico che però richiede una maturazione e un’esperienza più lunga nel tempo. L’opposizione “vecchio alpinismo” versus “nuova arrampicata”, che corrisponderebbe a una “predisposizione al pericolo” versus un “gioco sportivo sicuro”, secondo me è in larga misura falsa: andrebbe spiegato e ribadito».

Ma correre del rischi significa farli correre ai soccorritori: è eticamente lecito?

Battimelli: «C’era uno splendido articolo di Pierre Chapoutot (alpinista francese degli anni Sessanta) che scriveva: “La risposta a questa domanda è stata data nel giorno stesso in cui alcuni alpinisti si sono trasformati in soccorritori, ed è un clamoroso Sì”.

Se il problema è il costo sociale di questa attività, ebbene è un costo che dobbiamo permetterci per garantire gli spazi di libertà. Questi vanno mantenuti perché costituiscono un valore. Il ragionamento di Chapoutot è lucidissimo e secco nelle conclusioni: il costo sociale del soccorso in montagna, che certamente esiste, è risibile rispetto al costo del soccorso ai milioni di vacanzieri della domenica, e neppure loro hanno necessità di muoversi in automobile. Torna il discorso della libertà e della responsabilità: sì, esiste un costo, ed è un costo che vale la pena pagare. Non tutto è monetizzabile».

Gogna: «Io aggiungerei che l’utilità dell’andare in montagna e dell’insegnare ad altri ad andarci assume via via una maggiore importanza sociale. Questa iper-sicurezza sta invadendo tutta la nostra società, da quando un bambino nasce fino alla morte, non riguarda solo l’arrampicata, è un’ossessione, una persecuzione a volte. L’alpinismo e anche l’arrampicata hanno invece una valenza sociale, sono davvero un’àncora di salvataggio e credo quindi che questa sia una strada da difendere».

Grisoni: «Scalare è un diritto di tutti. Gli sprechi sono altri, anche se capisco che dall’esterno qualcuno possa obiettare di non voler pagare i costi del mio divertimento. Ma allora vale lo stesso per chi fuma o chi corre in moto. Il discorso è molto delicato: se parliamo di libertà, impedire o limitare alcune attività outdoor potrebbe avere per conseguenza altri costi sociali, perché sono certa ad esempio che chi va in montagna vive una vita molto più sana della maggior pente della gente».

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Il rischio e la sua rappresentazione

Il rischio e la sua rappresentazione
di Ivan Guerini
(
riprese fotografiche dei disegni: Leonardo Tagliabue, ove non diversamente specificato)

Per completare queste mie impegnative riflessioni sul rischio (vedi http://www.alessandrogogna.com/2016/04/06/il-rischio-sentinella-invisibile-1/ e http://www.alessandrogogna.com/2016/04/06/il-rischio-sentinella-invisibile-2/) mi venne in mente di fare una ricerca iconografica che consentisse di vedere come questo fu rappresentato. Vi sono alcune opere che ruotano da sempre nell’immaginario collettivo degli addetti ai lavori e sono facili da rammentare: come lo scivolone mortale della comitiva di Edward Whymper sul Matterhorn (A) o Albert Frederick Mummery a corda libera nella fessura del Grépon (B). Per questo mi chiesi: saranno tutte lì? saranno tutte così? e pensai che sarebbe stato interessante osservare le trasformazioni figurative che la fisionomia immaginifica del rischio ha subito nel corso del tempo storico. Il fatto che nei cinque secoli passati siano esistiti libri pubblicati in un numero esiguo di copie, letti da un ristretto numero di interessati e che nel giro di qualche tempo si sono esauriti, mi fa pensare che qualche “scheletro nell’armadio” della cultura ci debba essere ancora e per saperne di più chiesi ad Angelo Recalcati, il raffinato antiquario di Itinera Alpina, il grande archivio da lui realizzato dove si possono trovare libri di tutti i tipi: antichi, introvabili e pregiati. Angelo è un “ragazzo” dal carattere deciso e dai modi garbati, a dir poco ottocentesco, che nella vita ha intrapreso un viaggio avvincente nel campo della scoperta di testi estinti che prima o poi, sovente in circostanze casuali, riesce sempre a incontrare lungo il suo cammino.

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La Tragica caduta in discesa dal Cervino in un disegno di G. Doré del 1865

Il suo studio è un suggestivo labirinto di testi impilati che formano strettoie tra le quali ci si sente sprofondati come in fondo alle forre di un quadro di Caspar Wolf (C) e si avanza con attenzione per non urtarli: segno inequivocabile che il contatto con la cultura richiede lucidità e attenzione.

Sugli alti scaffali, invece, ve ne sono altrettanti, addossati in forme e misure non proprio coincidenti, equilibri effimeri, che rammentano i blocchi rischiosamente traballanti delle cenge dolomitiche. Osservo che nel “nobile caos” della sala s’è liberata una seggiola che mi fa pensare a una “frana di testi” recente e di certo non grave dato che forma l’unico spazio in cui mi posso accomodare.

Mi dice: – Emmmh… la prima rappresentazione del rischio è in un libro di John Auldjo del 1827 che racconta d’una salita al Bianco compiuta a quel tempo dall’autore… poi c’è questo… l’altro libro che pone alla mia attenzione è Alpinismus in Bildern di Karl Lukan, che inizio a sfogliare una domenica piovosa, adattissima a consultare quella carrellata di illustrazioni decisamente lugubri, constatando che sarebbero più adatte a ispirare una fantasia funebre più che un temperamento assai poco “gotico” come il mio; pur essendo numerose e interessanti sono poco più d’una decina quelle adatte a evidenziare le sfumature del rischio che vorrei provare a commentare. Sarà dura! Perché è dai tempi del liceo che non lo faccio e questa volta mi trovo a farlo “da primo”, privo delle correzioni rassicuranti che la mia professoressa di Storia dell’Arte d’allora infliggeva alla mia incapacità introspettiva. Prima di cominciare mi è però stato indispensabile il supporto tecnico di Leonardo Tagliabue, un caro amico, anche di scalate, che si occupa di riprese e che ha fotografato egregiamente le figure dei quadri.

L’intento dei disegni dal Cinquecento all’Ottocento, col quale rappresentavano le avventure i pionieri, rimarca con tale “enfasi” le immagini dei rischi da far pensare ad una manovra pubblicitaria ante litteram, attuata dai protagonisti a favore di tutto ciò che si auspicavano potesse capitare, dato che i casi d’infortunio, allora come oggi, sono da sempre in proporzione al numero dei frequentatori, tanto quanto la lunghezza della vita è in proporzione al benessere e all’attenzione che le è posta (D).

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Disegno di Mummery del superamento della fessura chiave del GreponRischioRappresentazione-0001RischioRappresentazione-0005
A tu per tu con i rischi inerenti alle condizioni glaciali
La rappresentazione dei rischi che l’alpinista “prendeva di petto”, sfiorava o ignorava valicando ostacoli glaciali, è ben raffigurata nei disegni che commentano le peripezie dei pionieri impegnati nelle loro pericolose escursioni verso le maggiori altezze alpine. Decisamente significativa è la rocambolesca “gita glaciale” della comitiva di Mr. Erasmus Galton sul Monte Bianco del 1850, che balzella con posture clownesche dal sommo d’un seracco all’altro e che Mr. Jewitt commenta con ironico distacco (E).

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Tuttavia, per avere una visione d’insieme esaustiva delle difficoltà diversificate che comportano le condizioni glaciali, bisogna guardare i primi disegni realizzati in proposito da James Duffield Harding e Samuel Birmann nel libro Narrative of an ascent to the summit of Mont Blanc di John Auldjo che inizia con visioni “soft” di elevazioni glaciali addolcite da ampie vallate di lussureggiante vegetazione, per poi marcarne sempre più l’austerità con estetica a dir poco scenografica.

In Passage of a block of Ice in a crevice (F) ad esempio, vediamo i nove alpinisti di quella comitiva impegnati nell’attraversata di un gigantesco macigno di neve che fa da ponte sospeso su di un profondissimo crepaccio, che ben rappresenta come quella sagoma tondeggiante simile all’incombenza di un “pericolo stabilizzato” sia diventata “punto di passaggio”, impressionante ma non necessariamente rischioso, per il proseguimento della ascensione.

In Bridge of Snow where the Party breakfasted (G) ritroviamo tutti loro, seduti con noncuranza sopra un ponte di ghiaccio sinistramente incurvato sull’abisso, come fosse la bocca spalancata di un oracolo sorridente al destino degli individui ignari.

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In A dangerous Part of the Glaciers (H) ci appaiono divisi dalla profondità insondabile di un imprevisto, “porta invisibile” del rischioso passaggio che permetterà loro d’avanzare.

In Sliding down a Snow Hill (I) vedendo i nostri slittare gioiosi fino al ciglio del baratro che accompagna le loro peripezie fin dall’inizio ci fa pensare all’alpinismo come a un “gioco per adulti ancora ragazzini” ed ai rischi sfiorati come ad un panorama visto a distanza, sinonimo del fatto che il rischio è tale finché s’arresta all’orlo della possibilità di precipitare.

Nei dipinti di George Baxter: Quattro momenti dell’ascensione al Monte Bianco del 1853 (L) c’è un via vai di pionieri che si muovono con gran fervore tra seracchi e crepacci di ‘rilievi fantastici’ ed in loro possiamo riconoscere la scomparsa dell’impeto temerario a favore della disinvoltura tipica di chi ha ormai acquisito dimestichezza con ambienti prima temuti, ‘caduta del tabù’ che l’ambiente glaciale rappresentava a quel tempo. Come un ‘sogno del pericolo’ paragonabile ad uno struscio ‘marittimo’.

RischioRappresentazione-0004RischioRappresentazione-0007RischioRappresentazione-0008RischioRappresentazione-0009RischioRappresentazione-0010Tuttavia, in una delle prime foto che rappresentano quelle peripezie, realizzata dai fratelli Joseph e George Tairraz: Tra i Ghiacciai del Monte Bianco (M) si ricompone la fatidica “compagnia impegolata” che tanto caratterizzava i primi timidi approcci con gli ambienti severi e pertanto la “spigliatezza acquisita” torna a essere ridimensionata in modo quasi caricaturale.

Rischi sfiorati e affrontati su roccia
A commentare la percezione iniziale del rischio, ci pensa il disegno di Leopold Bode Die Alpenbraut (La sposa delle Alpi, 1864) che ritrae un cacciatore munito di balestra impegnato nella salita d’un fianco verticale, alle sue spalle la figura simbolica del rischio, “presenza angelica” protettiva dall’esposizione alla gravità e al timore del vuoto che potrebbero strappar via dalla vita (N).

RischioRappresentazione-0006Per quanto riguarda l’arrampicata vera e propria nel mondo verticale ci sono due disegni assai esplicativi in Vertical di Reinhold Messner. Il primo di questi, che non dà al soggetto alcuna speranza di riuscita, rappresenta ogni arrampicatore che s’è trovato suo malgrado a fare i conti con l’esaurimento della “capacità di proseguire”, arresto d’ogni necessità di perseguire intenti (O).

RischioRappresentazione-0013Nel secondo, l’omino che fuoriesce in “posizione orizzontale” da un masso che sbarra la fine d’un camino, ci da la sensazione d’essere in balìa dell’impossibilità di proseguire, alla quale si somma l’irreparabilità delle conseguenze in caso di caduta per via della corda libera e dell’assicurazione a spalla (P).

RischioRappresentazione-0012Pure in quello di Domenico Rudatis che illustra Ernani Faè e Alvise Andrich sulla fessura nord-ovest della Punta Civetta, nel 1934, ben risalta la precarietà delle posizioni che si assumono solo superando difficoltà sconosciute in pareti inesplorate (Q).

RischioRappresentazione-0011Nel disegno di Clinton Thomas Dent, in Mountaneering (1892) si nota come le posizioni rannicchiate proprie d’una progressione guardinga, caratterizzata da stabilità posturale, per il fatto d’esser simili a quelle impacciate da posizione insicura, non riescono del tutto a rassicurare né il secondo né il terzo di cordata. Così vediamo i timori dei secondi per i primi sostituirsi agli spaventi dovuti alla caduta di sassi (R).

RischioRappresentazione-0014Nelle prime foto che ritraggono arrampicatori impegnati su roccia (S) si è colpiti dal fatto che le impressioni per l’esposizione a una caduta irreparabile ed al vuoto d’una incerta direzione da seguire, risaltassero forse meglio nei disegni.

RischioRappresentazione-0015Così, la valenza mistica che il rischio aveva agli albori, quando il pensiero s’arrestava all’orlo imperscrutabile delle possibilità e al ciglio d’ostacoli impercorribili, cambiò radicalmente quando la “necessità di realizzare” sentieri e strade non si fermò più al cospetto degli ostacoli invalicabili (T).

RischioRappresentazione-0016Così da quel momento in poi, il rischio da avvisaglia indefinita divenne la sentinella che avverte della possibilità d’errare, cui si può soccombere o che si può evitare (U)!

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Lo spettro di Brocken terrorizza i sipravvissuti dopo la disgrazia del Cervino, disegno di E. Whymper del 1871

Indice bibliografico
Le Cattedrali della Terra
, Electa, Elemond Edizioni, 2000.
C – Caspar Wolf, Gole della Dala di Loéche (1774 -1777)
L – George Baxter, Quattro momenti dell’ascensione al Monte Bianco (1853)
M – Joseph e George Tairraz, Tra i Ghiacciai del Monte Bianco

Narrative of an ascent to the summit of Mont Blanc di John Auldjo, disegni di James Duffield Harding, schizzi di Samuel Birmann (1827)
F – Passage of a block of Ice in a crevice
G – Bridge of Snow where the Party breakfasted
H – A dangerous Part of the Glaciers
I – Sliding down a Snow Hill

Alpinismus in Bildern, di Karl Lukan, A. Shroll & Co, Munchen 1967
N – Die Alpenbraut (La sposa delle Alpi) di Leopold Bode (1864)
E,T – Gita avventurosa di Mr. Erasmus Galton sul Monte Bianco – incisioni su legno di Mr. Jewitt (1850)
Q – Alvise Andrich ed Ernani Faè sulla fessura nord-ovest della Punta Civetta, Domenico Rudatis (1934)
R – Clinton Thomas Dent in Mountaneering (1892)
B – fotografia di Albert Frederick Mummery al Grépon
A – Caduta dei compagni di Whymper sul Cervino, litografia, Gustave Doré (1875)
D – Gemalde von Erwin Merlet, olio (1920)
U – Lo Spettro di Brooken, xilografia, Edward Whymper (1870)

Verticalcento anni d’arrampicata su roccia, di Reinhold Messner
S – in parete sulla Sud del Dachstein
O – disegno a pagina 22
P – disegno a pagina 45

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Il rischio, sentinella invisibile – 2

Il rischio, sentinella invisibile – 2
di Ivan Guerini
(tratto da Annuario CAAI 2009, per gentile concessione)

 

Il rischio dell’incognita intatta
Confrontando però la tipologia d’effettuazione di quelle salite con la solitaria del Diedro Conforto in Marmolada compiuta da Heinz Mariacher nell’estate del 1979 senza averlo percorso in precedenza, ci si accorge di come in quest’ultima sussistano due difficoltà in più, l’incognita e l’imprevedibilità che impediscono di poter “addomesticare” le esperienze verticali e si tratta di impedimenti sostanziali mancanti nelle realizzazioni sopracitate.

Il fatto di rischiare non dipende dall’essere poco assicurati in cordata, autoassicurati o slegati da soli, forniti o del tutto privi di mezzi tecnici che in casi estremi si potrebbero utilizzare, ma soprattutto dall’incognita intatta che s’incontra affrontando una salita senza immaginare ciò che ci aspetta, di cui fanno ovviamente parte lo stato di compattezza e d’instabilità della roccia con le possibilità d’assicurazione a loro annesse e che riflettono inevitabilmente le capacità effettive degli arrampicatori.

Un tempo questo veniva espresso con considerazioni di questo tipo: Mi sono messo nei pasticci… Sono finito in un punto dal quale non riesco né a procedere né a retrocedere…

Oggi sappiamo che arrampicando a un certo punto si può udire una voce inevitabile come quella di una hostess di volo che ti indica d’essere entrato in un territorio dove sono incerti l’esito e la direzione da perseguire. Si tratta di situazioni che possono ricordare il racconto di Reinhold Messner in Ritorno ai Monti, davanti al passaggio chiave del Pilastro di Mezzo, enigma d’un punto cruciale che durante la prima ascensione di quell’itinerario suo malgrado si è trovato ad affrontare. Riflettendo sulle impressioni dell’autore di quella salita mi vien da pensare che quel passaggio, più che banco di prova d’un “rischio sfidato”, fu la pietra miliare d’un “limite di caduta” incontrato, attraversato e superato che, nella cinematografia di montagna, è ben rappresentato in Break on Through di Robert Carmichael. Dunque, nell’incognita intatta possiamo riconoscere un settimo elemento configurativo del rischio.

Dan Osman
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Sogno, Morte e Trasfigurazione
In un’intervista ad Hansjörg Auer, realizzata durante il Film festival di Trento, a proposito della sua solitaria integrale al Pesce in Marmolada compiuta in meno di tre ore (Hansjörg aveva già salito così anche Tempi Moderni), ci si accorge che raccontando egli nomina ripetutamente la parola “sogno”. Il fatto che i sogni per lui corrispondano a ciò che per molti sono veri e propri incubi o nella migliore delle ipotesi cimenti impegnativi all’estremo, invita a riflettere su ciò che i sogni rappresentano per gli arrampicatori in rapporto alle salite.

I sogni non sono un prodotto della volontà, ma sorgono inaspettati a liberare la mente dalle gioie e timori derivati dalle esperienze più forti, che ci hanno segnato proprio perché non immaginavamo di viverle. Dunque al sogno corrisponde soprattutto l’ignoto che unisce ciò che non ci si aspetta con ciò che di noi ancora non conosciamo.

Il fatto che Hansjörg Auer avesse salito il Pesce da solo dopo averlo percorso in precedenza in cordata e un giorno prima lo avesse addirittura disceso in doppia per studiarne i passaggi più impegnativi, e quindi si muovesse nell’ambito di una incognita ridimensionata, più che un sogno pare quasi la realizzazione d’uno stato ipnotico paragonabile al vuoto mentale della pratica meditativa Zen, la quale porta la psiche in condizioni di disancorarsi dagli stati emotivi.

Da taluni i sogni a “occhi aperti” sono ritenuti assai pericolosi perché anelano a realizzare nella realtà qualcosa che è a cavallo delle “esigenze fantastiche” di una “concretezza rischiosa”. Non a caso per la mitologia greca Hypnos (il Sogno) era fratello di Thanatos (la Morte) in quanto manifestazioni speculari, entrambe immateriali rispetto alla vita.

Mutuando il titolo inquietante della famosa opera di Richard Strauss Morte e Trasfigurazione, si potrebbe riconoscere anche nel rischio, in quanto “sentinella”, una potenzialità di trasfigurazione del decorso esistenziale, con le sue ripercussioni sulle esperienze di vita.

Quale fisionomia possiamo immaginare per la Morte, che trasforma in un istante gli individui nel ricordo che gli altri si portano dentro? lo scheletro alato nel film di Terry Gilliam Il Barone di Munchausen? il dialogo di Gassman con la “mietitrice della vita” ne L’armata Brancaleone di Mario Monicelli? la partita a scacchi di Max Von Sydow con la “signora del tempo” ne Il settimo sigillo di Ingmar Bergman?

In realtà i morti sono coloro che sono rimasti sconosciuti a chi non sa chi sono, e che tornano in vita nella psiche di chi si ricorda di loro: ciò che sarete voi noi siamo adesso… chi si scorda di noi, scorda se stesso…

 

Non parlare di Patrick Berhault (1957-2004) in un’analisi sul rischio sarebbe un errore imperdonabile, se si pensa che a motivarlo a intraprendere la “strada dell’alpinismo” fu proprio una strepitosa scivolata di 800 metri da una goulotte del Pelvoux, in Delfinato, dalla quale uscì per miracolo con la sola frattura del bacino. La seconda scivolata di 600 metri sulla parete del Taschhorn, causata dal crollo d’una cornice, gli fu invece fatale. Curioso è proprio il fatto che, dopo quella prima consistente esperienza di caduta, che a molti avrebbe fatto passare ogni voglia di recarsi in montagna, è seguita un’attività inarrestabile e sconfinata di ascensioni compiute in tutte le stagioni, la cui prerogativa sostanziale era l’incalcolabile e multiforme varietà di rischi e pericoli incontrati.

Durante la traversata delle Alpi (2000), gli capitò di trovare condizioni disagevoli su roccia più in autunno che in inverno, di affrontare difficoltà di misto che non aveva mai trovato, di uscire quasi in giornata da alte pareti invernali sulle quali preventivava di bivaccare e di considerare quasi come sentiero proprio il caso che inaspettatamente buttò all’aria tutta la sua pianificazione.

Di Patrick, l’infaticabile ragazzo dal fisico e dal carattere mediterraneo, si potrebbe dire che era il simbolo dell’’ammaestratore di rischi”, che conosceva e coi quali a un dato momento era certamente arrivato a dialogare ma, come accade a chi ha avuto tanto a che fare con l’istinto imprevedibile degli animali “feroci” e a un dato momento soccombe, anche a Berhault accadde qualcosa che proprio non immaginava d’incontrare.

Sono molti i casi di alpinisti solitari caduti più o meno prematuramente, ma a ben guardare pochi hanno commesso errori tecnici evidenti.

Derek Hersey (1957-1993) inglese trasferito in America dove viveva da “hippy” in una capanna piazzata su un albero, era assai stimato dagli arrampicatori statunitensi per l’etica delle sue solitarie integrali in Eldorado Canyon che affrontava da solo a vista sulle difficoltà massime che era in grado di salire in cordata (5.10 e 5.11) “exploit di grande volontà e auto-controllo che pochi hanno tentato di ripetere”. Fedele alle sue scelte etiche è deceduto precipitando in solitaria dalla Salathé-Steck al Sentinel Rock in Yosemite, pare a causa della pioggia che lo aveva sorpreso in parete – non si può dire che il suo modo d’arrampicare fosse pervaso da misticismo scriteriato.

Più appariscente ma meno limpido è stato Dan Osman (1963-1998), scalatore Navajo famoso per la spericolatezza delle sue solitarie integrali [5.11 e 5.12] e per le sue realizzazioni veloci a base di agilità e disinvoltura. Era anche specialista degli impressionanti salti nel vuoto noti come controlled free falling, che realizzava unendo più corde e dei quali deteneva il record (305 metri dalla Leaning Tower, Yosemite, lo stesso salto che gli sarebbe infine costata la vita per la rottura della corda per cause rimaste ignote). Dan fu duramente criticato sul web, forse per il fatto che i filmati delle sue salite ostentavano un atteggiamento spavaldo ed edonista, contaminato dalle moderne necessità mediatiche, che urtava la suscettibilità dei puristi, di coloro che trovano quelle difficoltà fin troppo impegnative già in cordata.

Anche del britannico Ben Heason, oltre alle difficilissime ripetizioni di vie in stile Hard Grit, colpisce la stridente continuità dello scalare in solitaria, slegato e senza conoscere i percorsi. Audace fin da bambino e abituato a controllare la paura che si prova spingendosi oltre i limiti fisici su itinerari al di sopra delle proprie potenziali capacità, in un’intervista afferma: “Quando caddi cercando di scalare un E6 a vista nel 1998, mi ruppi tutte e due le caviglie e assieme a loro la convinzione di essere invulnerabile“. Quell’esperienza lo portò a maturare l’idea di quanto fosse importante allenarsi per affrontare difficoltà anche più elevate “arrivando a rimanere calmo e spegnere le mie emozioni anche in situazioni audaci, per non lasciarsi condizionare dai pensieri di una possibile caduta“.

Mentre sto per concludere questa riflessione sul rischio, un amico mi informa della morte di John Bachar (1957-2009) formidabile arrampicatore della generazione successiva a Jim Bridwell, caduto da solo sulla falesia di Dike (Mammouth Lake). Negli anni Ottanta era considerato il più forte arrampicatore del mondo per i suoi concatenamenti in giornata (Capitan e Half Dôme in 14 ore con Peter Croft), e per i suoi leggendari runout. Bachar si schierò dichiaratamente contro lo spit, e in modo provocatorio, nel 1981, lanciò pubblicamente una sfida promettendo 10.000$ a chi fosse riuscito a seguirlo, da solo, per un giorno.

Come si possono interpretare le sue continue solitarie integrali? Forse a Bachar, considerato narcisista per le sua ostentazioni di bravura, non bastava più comunicare ad altri l’esempio delle sue realizzazioni eticamente ineccepibili ma avrebbe voluto sentirsi stimato anche dagli attuali arrampicatori che temono il carattere individualista dei solitari e il rischio che questi affrontano.

Dan Osman in free solo
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Considerando la sequenza storica delle sue imprese, vien quasi da pensare che sia stata proprio la provocatoria “sfida di Bachar”, alla quale tutti si erano probabilmente sottratti per non essere umiliati, a rivoltarsi contro di lui parandosi davanti all’improvviso, sotto la forma della fragilità esteriore di un appiglio spezzato o di quella interiore di uno mancato, una fragilità che lo ha fatto precipitare.

Le motivazioni di questi fuoriclasse sono complesse e variegate. Ma cosa li ha spinti a fare dell’esposizione al rischio una stabile ragione di vita?

Fatalismo e Fanatismo, trabocchetti della necessità d’approvazione
Per comprendere ancora meglio cosa induce ad attribuire al rischio la responsabilità degli incidenti, è necessario retrocedere a ciò che il rischio ha rappresentato alle origini della storia umana.

Ripercorrendo le fasi di questo processo vediamo che inizialmente rischi e pericoli sono visti come punizioni divine, che potremmo identificare in una cognizione sacrificale paleo-cristiana, seguite da quelle scaturite dalla pericolosità delle componenti naturali sconosciute del 700, trasformatesi nell’idea di conquista dell’800 e nella necessità di distinguersi del 900, approdando all’agonismo e antagonismo dei nostri giorni. Questi diversi aspetti nell’approccio con il rischio sono tuttora presenti e mescolati, e la cognizione sacrificale è ancora ben radicata. Possiamo intravederne le reminiscenze tanto nell’intento dell’alpinista di punta che cerca di mantenere lo standard del prestigio raggiunto quanto in un arrampicatore che s’arrabatta nel tentativo di crearsi una fama.

A metà anni ’70 tramite Gian Piero Motti si fece strada sulle pagine dell’Enciclopedia della Montagna l’interpretazione freudiana secondo la quale l’arrampicatore “purista”, inibito da traumi infantili, si costringe ad avere rapporti teneri e affettuosi (in arrampicata libera) con la Grande Madre che l’integrità della montagna rappresenta, mentre l’arrampicatore “trasgressivo”, violando (in arrampicata artificiale) questa imposizione, lotterebbe per ottenere la libertà.

Esibizionismo di John Bachar
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Nel 1983, quando Motti scrisse su Scandere la monografia sulla Rocca di Caprie, la purezza che la libera rappresentava non aveva più valore di “prigionia edipica”, bensì di cammino di riavvicinamento alla indipendenza, visualizzata dalla figura paterna. Questa si affiancava, e non contrapponeva, all’artificiale estrema, confermata dalle notizie delle prime salite in Yosemite dove sembrava si fosse andati oltre l’A5 con rischi elevatissimi di caduta invalidante o mortale (come dire che a taluni nemmeno la “bolla protettiva” citata da Valerio Folco è servita da paracadute). Per cui l’artificialista non può più essere considerato trasgressivo, poiché in condizione di “rischio indiretto”, cioè delegato alla tenuta dei piazzamenti, pari o addirittura superiore a quella del liberista puro. Rileggendo a distanza d’anni quelle analisi, mi accorsi che quel “ribaltamento di valori” si rivelava una “giustificazione dei limiti”, che poneva la valenza del rischio ancora al centro del problema interpretativo.

Le sviste progressive che hanno caratterizzato questa rotazione di valori ci rivelano come nella spinta stessa a salire sia insita una marcata necessità d’essere approvati, dalla Grande Madre Orientale o dal Padre Occidentale poco importa. Dunque “fedeli” e “laici” sono entrambi giostrati, consciamente o meno, dal simbolismo di quelle figure referenziali, che invitano ad accettare (ormai ero lì e allora sono andato avanti lo stesso) o spingono a negare (non mi sembrava così difficile) i propri limiti.

Ma l’alpinismo è davvero “nobile come un’arte, bello come una fede” come sosteneva Guido Rey? Nel periodo in cui veniva promossa su Alp l’operazione “granito sicuro” (che negando le Tavole di Courmayeur sosteneva la riattrezzatura a spit degli itinerari del Bianco) Camanni considerava che “appendersi allo spit include un atto di fede” (scrisse fede, non fiducia). Mi chiesi che tipo di fede lo spit rappresenti visto che si tratta di un riferimento saldissimo esattamente contrario al comune intento delle religioni, per le quali il “contatto col divino” può avvenire solo percorrendo una strada d’incertezza – e il fatto di “affidarsi passivamente” a un infisso concorre ad “inibire” e non certo ad “attivare” la consapevolezza degli individui, che non sta nel rischio “fine a se stesso” ma nella scelta responsabile d’affrontare l’incertezza.

Dal Dogma al Culto dell’Obbligo
Oggi la tipica “mentalità prevenuta” dell’uomo della strada, che vede da sempre alpinisti e rocciatori come individui dalla “mentalità spavalda”, s’è trasferita nella maggioranza degli arrampicatori. Senza andare tanto lontano la possiamo riscontrare nel marasma dei pareri che alcuni accademici hanno espresso sull’Annuario del CAAI 2007-2008; volendo visualizzarne in sintesi gli estremi potremmo definire: retro-etici quelli allineati a Manrico Dall’Agnola, che mette in conto con pacatezza cavalleresca, velatamente romantica, il “diritto al rischio” e pseudo-etici quelli che si allineano a Fabio Palma, che sostanzialmente ritiene, con “solo quattro spit in Wenden”, che il rischio sia adattabile alle capacità geo-tecniche di salita.

Ho l’impressione che l’ideologia degli infissi “a distanza obbligata”, per il fatto di promuovere regole selettive basate esclusivamente su mezzi tecnici “innaturali”, sia la testimonianza di un’antietica paradossale, per il fatto che non è possibile realizzare una “difficoltà obbligata” se questa è già insita nello stato di compattezza della natura verticale. Si può solo inventare una Difficoltà Alterata che, disancorata dal confronto con l’ordine naturale, si rivela illusoria rispetto alle possibilità effettive d’ognuno.

L’arrampicata geotecnica a “infissi distanziati”, cui oggi molti guardano come etica definitiva, è retaggio della trasformazione del fatalismo d’un dogma, che invita ad accettare conseguenze inevitabili, in fanatismo d’un culto, che spinge a obbedire ciecamente alle conseguenze. Ecco perché la dipendenza dal culto della sicurezza geotecnica, che assolve dalla responsabilità di rischiare, diventa un ottavo elemento configurativo del rischio.

John Bachar nella sua storica free solo di Butterballs (5.11c), Yosemite
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L’attribuzione del rischio al “capro espiatorio” della compattezza
II fatto di non aver approfondito a sufficienza la valenza del rischio nel corso del tempo, ha fatto sì che le componenti naturali di instabilità e compattezza della roccia venissero considerate come veri e propri capri espiatori, tracimati dal “pensiero religioso” a quello laico.

Se è vero che la roccia instabile è evitata poiché ritenuta esteticamente “brutta” per l’aspetto che mostrano le pareti con quel tipo di consistenza, l’attrattiva che quella compatta esercita è difficilmente evitabile per il fatto di essere garanzia di “saldezza degli appigli” e di “bellezza dei passaggi”.

Input di questo tipo hanno creato un malinteso portando a pensare che fosse possibile sradicare sempre più e meglio una situazione di rischio da un contesto come quello della natura verticale.

Questa concezione contraddittoria è occorsa a trasferire la “responsabilità” di rischiare dell’uomo alla “compattezza” della roccia, un vero e proprio alibi necessario a giustificare l’incapacità umana quando agisce in modo pericolosamente desensibilizzato – per certi versi simile a quello della categoria di escursionisti, arrampicatori e alpinisti che “agiscono” senza comprendere a fondo i luoghi nei quali si recano, poiché ci vanno solo per raccontare che hanno fatto o per dire d’esserci stati, piantando la bandierina delle realizzazioni sulla sommità delle proprie ambizioni (alla stregua di inquieti e insoddisfatti vacanzieri ai quali arrampicatori e alpinisti si sentono da sempre superiori). Pensare che sia possibile sradicare il rischio attrezzando il più possibile la natura verticale tramite stabilissimi infissi, rappresenta la realizzazione d’una idea di controllo insensata proprio perché non si può eliminare con la tecnica ciò che non è una “componente fisica” ma è un “elemento esistenziale” che si modifica costantemente nel corso delle esperienze e proprio per questo inestirpabile dalla natura verticale.

Patrick Berhault
Patrick BERHAULT La Grande Traversée des Alpes en 2001
L’idea che ha spinto ad attrezzare prima a spit e poi a infissi geotecnici i settori delle pareti con la scusa di renderle sicure e fruibili a una maggioranza di utenti, ha portato ad aumentare una certa possibilità di incidente, almeno quando queste siano soggette al pericolo ricorrente di caduta di massi. Ci si deve rendere conto che tante pareti non sono propriamente strisce di roccia circoscritte da spaziose radure, ma pareti che non potranno mai diventare sicure per via delle caratteristiche territoriali che le sormontano, come settori parzialmente instabili o boschi cedui soggetti a cedimenti e dislocazioni di pietre dopo giorni di piogge intense o di forte vento.

La frequentazione contribuisce a “pulire” una parete, ma personalmente, gli unici sassi che ho schivato anni addietro furono al seguito di cordate che salivano lungo gli itinerari classici “perfettamente attrezzati” sulle pareti del Sarca o sulle falesie “super equipaggiate” di Giazzima, Lariosauro, Pala del Cammello, Scudi di Val Grande e sopratutto dello Zucco dell’Angelone e dell’Antimedale.

Patrick Berhault
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Il fatto di assicurarsi a un’inamovibile fila di infissi, mette in condizioni di “non essere consapevoli” della possibilità di colpire o essere colpiti e illusoriamente “pone al riparo” dalla necessità di saper affrontare situazioni di emergenza.

Tuttavia, i rischi riguardanti i tracciati attrezzati non sono soltanto quelli dovuti a circostanze esterne che ci si auspica di evitare: ricordo una volta, alla sosta d’uno di questi, al momento in cui decidemmo di calarci ci accorgemmo che nessuno era assicurato. Alle soste di un itinerario poco ripetuto, dov’è necessario rafforzare i punti di fermata o lungo una parete mai percorsa dove questi vanno interamente realizzati, non sarebbe mai accaduto un fatto del genere, perché la costante d’una simile salita sarebbe stata un’attenzione completa, anche e soprattutto a questi aspetti. Ecco perché la “messa in sicurezza” della roccia non coincide affatto con l’eliminazione del rischio.

Prima o poi si dovrà considerare che il fatto di indurre a recarsi in montagna con quel tipo d’approccio rischia di essere l’abbaglio d’una pericolosa chimera: l’utopia di sentirsi protetti e alleggeriti dalle responsabilità grazie alla tecnologia. Si dovrà tener conto delle conseguenze talvolta gravi che questo comporta, per il fatto che incentivare per promuovere, nell’ambito di attività come l’arrampicata e l’alpinismo, significa spingere una maggioranza inconsapevole di incapaci all’orlo emulativo d’una minoranza di esperti spesso a loro volta poco consapevoli dei molteplici elementi che costituiscono il rischio.

Si può dunque riscontrare nella superficialità con cui si affrontano tracciati attrezzati, caratterizzati da rischio residuo non completamente eliminabile, un nono elemento configurativo del rischio, e nell’attenzione affievolita dall’abitudine di manovre scontate, un decimo elemento configurativo del rischio. Concludo questa mia analisi dicendo che la messa a fuoco dei vari possibili fattori che configurano il rischio non è un punto d’arrivo che ne ha imbrigliato definitivamente la valenza, ma solo l’identificazione momentanea di ciò che più ha dato un senso a questa serrata riflessione, il fatto d’aver scoperto un mosaico di elementi significativi dietro allo spauracchio indecifrabile che inizialmente ne schermava la fisionomia indefinita.

Volendo esser sinceri, crea un certo sgomento accorgersi che il rischio non è propriamente come una tormenta di neve che cancella le tracce del nostro passaggio, bensì una sentinella invisibile che ci accompagna nel percorso d’attraversamento dell’incognita per avvertirci quando la “geografia delle certezze” sta diventando “planimetria dell’imprevisto” di volta in volta mai uguale a se stesso.

 

 

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Nel 1999 Ivan Guerini ha concepito il marchio ZONE NO SPIT (o NO SPIT ZONE), per la preservazione della
Natura Verticale. Ivan si adopera perché questo marchio sia “storicizzato”, perché legato sapientemente alle pareti percorse e ancora da percorrere.

Si ritiene che anche questo post a sua firma debba riportare questo logo, nella speranza che stimoli una maggiore apertura di coscienza al riguardo della Natura vertica

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Il rischio, sentinella invisibile – 1

Il rischio, sentinella invisibile – 1
di Ivan Guerini
(tratto da Annuario CAAI 2009, per gentile concessione)

Ancora una volta Ivan ci regala un contributo di notevole valore, prendendo in considerazione una tematica con cui ciascuno di noi si deve confrontare ogni giorno ma che di rado viene analizzata razionalmente a fondo.
La trattazione che segue è un tentativo, incompleto e arbitrario finché si vuole, ma genuino, di definire delle categorie in cui ciascuno di noi può identificarsi o meno, una griglia nella quale è possibile riconoscere le proprie attitudini o tendenze a rischiare. Questo per riflettere sulle nostre reali motivazioni e sui fattori che ci hanno consentito certe salite, o su quante delle nostre vite abbiamo consumato per tornare indenni, se mai ciò sia davvero possibile, alla vita di tutti i giorni.
Anche se a Ivan piace considerare questo suo scritto più come una sorta di corda doppia per calarsi nell’argomento (Mauro Penasa).

Introduzione
La motivazione ad affrontare lo spinoso argomento del rischio e delle sue implicazioni deriva da quelle sue caratteristiche di scomodità, severità e inquietante parentela con gli incidenti, che sempre più hanno impedito, nell’ambito dell’azione in montagna, d’indagarlo a sufficienza, per quella sorta di tabù scaramantico che induce a evitare di pensarci, nel timore di snidarne la percezione, assopita nell’intimità dei pensieri in cui dimora. L’essere stato a torto relegato nell’ambito di responsabilità civili squisitamente soggettive, insieme al fatto d’aver attribuito, erroneamente, alla roccia compatta o instabile la responsabilità degli incidenti ha fatto sì che si fraintendesse la valenza del rischio.

Alex Honnold sulla Thank God Ledge della via Regular all’Half Dome. Foto: Jimmy Chin
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Trattando questo argomento potrebbe capitare di non essere compresi, visto che si parla di un “qualcosa di esistente ma non visibile”, ma proprio perché la sua descrizione può risultare astratta, a chi non ha una sensibilità interpretativa allenata a percepirne la consistenza effimera, ho ritenuto interessante approfondire i motivi che hanno indotto a fraintenderne il valore, analizzando gli elementi costitutivi che ne compongono la complessa fisionomia e penso che alla fine di questa lettura possa risultare difficile considerare il rischio solo un nemico.

Cos’è mai il rischio? È un “trabocchetto invisibile” in agguato sulle possibilità esistenziali, un crepaccio spalancato sul vuoto insondabile della predestinazione o scaturisce da limiti percettivi squisitamente soggettivi? Che si tratti di uno stato d’animo o d’un campanello d’allarme dell’istinto di sopravvivenza di chi è allenato a percepirlo o della pulsione autodistruttiva di chi sfida la propria “fragilità esistenziale”, il rischio e le sue implicazioni paiono procedere intatte nel tempo della storia, quasi come se un “sarto delle probabilità” le confezionasse a misura degli intenti d’ognuno.

Taluni, nel corso delle loro esperienze ne avvertono la consistenza sfuggente al pari di quella dei sogni che si sa d’aver fatto ma dei quali consciamente non ci si ricorda, altri ne danno per scontata la presenza ma non sentono la necessità d’interpretarlo per difficoltà o per timore d’affrontarne la valenza. Cominciai riflettendo sul perché la “parola” rischio fa così paura, dal momento che non è sinonimo d’un pericolo esterno e nemmeno è da ritenere fautore esclusivo di incidenti. Forse perché nel rischio noi intravvediamo una possibilità di mutazione degli eventi che non siamo in grado di prevenire. Tuttavia, quello che mi fece inizialmente davvero paura nell’analizzare il significato del rischio, fu l’invisibilità degli elementi che lo caratterizzano e ne rendono indefinita la fisionomia.

Ma il rischio potrà mai avere un’identità definita? Il fatto che concorra a farci sfiorare o incontrare situazioni più o meno gravose, fa sì che non sia poi così disgiunto dai pericoli coi quali entra in contatto, al punto che rischi e pericoli in certi casi risultano legati gli uni agli altri come gemelli siamesi, giostrati dalla fatidica inevitabilità degli incidenti che con ricorrenza avvengono.

Da cosa scaturisce? Da un cedimento nervoso della soglia d’attenzione, da un calo motivazionale dovuto a stanchezza, da una fragilità caratteriale che indebolisce la determinazione? Probabilmente scaturisce dal modo in cui mentalità diverse interagiscono con le caratteristiche territoriali e le condizioni ambientali, che taluni sono “spinti ad affrontare” ed altri “indotti a sfidare” per realizzare la salita di un itinerario.

Hansjörg Auer nella sua free solo del Pesce in Marmolada, 29 aprile 2007
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Cosa induce ad affrontarlo? Temo che siano molteplici i fattori che contribuiscono a rispondere a questo quesito: il fatalismo che lo mette comunque in conto, il fanatismo che induce a perseguirlo, l’ambizione che induce a negarlo con determinazione, l’agonismo per necessità d’affermazione sociale, l’antagonismo per necessità d’autoaffermazione individuale, l’inconsapevolezza per insensibilità percettiva, la superficialità per ignoranza, la necessità di affrontarlo per desiderio di conoscenza dell’ignoto.

Cosa indicano le sue conseguenze? La conseguenza d’un incidente non grave invita a riflettere sulla sua valenza esistenziale, sul perché si è caduti arrampicando o scivolando lungo un semplice sentiero o ci si è fatti male allenandosi. Ripensando alle implicazioni dei rischi considerai che le tracce lasciate sul corpo dagli incidenti non gravi rappresentavano una indicazione preziosa che valeva la pena di provare a interpretare. La premessa necessaria a intraprendere il cammino interpretativo che ha caratterizzato questo mio tassello di riflessioni sul rischio, parte dalla possibilità di incontrarlo anche per le “vie d’una città”, dove evitare può trasformarsi in incidente, affrontare permette di evitare, percepire può prevenire e abituarsi può essere fatale. La somma di queste possibilità sempre diverse rivela che la caratteristica principale del rischio è la versatilità che gli permette, a seconda dei casi, di intervenire sul decorso esistenziale.

L’identificazione del rischio
Al di là di ogni retorica ideologia di “lotta con l’alpe”, meno mutata di quanto si pensi (un tempo diretta a “vincere le pareti” sotto la “pioggia pericolosa” di sassi cadenti, oggi mirata a “vincere i monotiri”, muovendosi da uno spit all’altro sotto una “pioggia di sforzi traumatici”), in nessuna epoca storica l’alpinista ha mai desiderato prendere sassate in testa. Chi va in montagna, ovunque vada, in fondo si augura di realizzare il suo “senso vitale”… Che poi in montagna ci vada per soddisfare un inconscio desiderio di morte o viceversa che la morte vada a lui incontro per casualità o predestinazione, questo riguarda la vita di tutti i giorni.

Oggi l’alpinista incallito, di ritorno dalle proprie realizzazioni più o meno prestigiose, una volta ritrasformato in semplice cittadino di strada, è esposto a rischi ben maggiori che in passato. È curioso osservare come gli individui, consapevolmente o meno, continuino a rischiare in rapporto a condizioni dettate dal caso e come sussista un’analoga accettazione del rischio come fattore inevitabile, sia nelle mentalità laiche che in quelle religiose.

Qualche anno fa sulle pagine della Rivista della Montagna ci fu un’inchiesta in cui ci si chiedeva addirittura se il rischio fosse un fattore “negativo” o “positivo” nell’andare in montagna. Ripensando a quelle considerazioni, potrei dire che il rischio è un fattore formativo, ma solo nel caso in cui sia il timer percettivo che allerta permettendo di valutare gli estremi di ciò che si sta facendo, per modellare razionalmente le emozioni e superare situazioni disagevoli; viceversa è un fattore autodistruttivo quando diventa necessità dimostrativa. A questo proposito, la libera esplorativa può essere praticata con un certo margine di sicurezza soprattutto se non vi è contrasto tra il “desiderio d’affrontare” e la “necessità di dimostrare” di essere all’altezza, altrimenti è possibile trovarsi coinvolti dalla “necessità di rischiare” sull’orlo spiovente di risultati improbabili.

Il fatto d’aver riflettuto su questo argomento sfuggente e repulsivo mi ha dato la possibilità di capire un po’ meglio ciò che nel corso degli anni passati ho vissuto, di ripensare a coloro che, facendo male i conti, nel rischio sono malauguratamente inciampati, e magari d’interessare quelli che non ci hanno mai riflettuto di soffermarsi sul suo significato.

Il rischio attribuito
II “punto zero” del discorso non riguarda solo la mentalità di coloro che aborriscono alpinismo e arrampicata considerandoli attività fini a se stesse e (come sottinteso con ironia dal titolo arguto del libro di Lionel Terray Les conquérants de l’Inutile – Gallimard, 1961) del tutto inutili, ma pure quella di chi oggi ha la possibilità di praticare esperienze confezionate su misura per una mentalità tutelativa, prive quindi del contatto con le caratteristiche intatte della natura montuosa.

Da questi il rischio è considerato il pericoloso nemico della necessità di sentirsi sicuri, che li induce a ritenere rischioso non solo ciò che lo è potenzialmente, ma tutto quanto esula dalla loro capacità di controllo. Dal momento che si tratta di un giudizio teorico, non collegato a una reale esperienza, si tratta di rischio attribuito.

Il rischio indefinito
All’inizio del ‘900, in alpinismo e arrampicata il rischio era visto un tutt’uno col pericolo. Di conseguenza esisteva una predilezione descrittiva per le pareti soggette a scariche di sassi, il modo più esplicito per visualizzare l’incertezza che caratterizza la frequentazione degli ambienti montuosi più severi. Si trattava d’un’enfasi che dal secolo XVI al XIX vediamo sempre meglio rappresentata nelle xilografie e nei disegni a commento delle avventure dei pionieri, laddove rischi e pericoli sono talmente rimarcati da far sospettare una manovra pubblicitaria ante litteram attuata dai protagonisti a favore di tutto ciò che rappresentava il rischio. Possiamo quindi riconoscere nell’indefinibilità iniziale un primo elemento configurativo del rischio.

Modelli ricorrenti d’eroici contrasti
L’indefinibilità, che caratterizza la valenza del rischio agli albori, viene affrontata a “spada tratta” dall’azione mitica dell’Eroe.

Enrico Camanni, che assieme a Daniele Ribola, qualche anno fa, si occupò delle tre figure eroiche più significative della nostra storia alpinistica, Comici, Gervasutti e Castiglioni, successivamente in un intervento su Alp focalizzò l’attenzione dei lettori sulle figure mitiche di Eroe e Antieroe. Leggere quegli scritti permette di riflettere su come vi siano effettivamente modelli d’individui dagli opposti intenti, che paiono aver attraversato indenni le epoche storiche dalla mitologia greca ai giorni nostri. I due personaggi che egli individuò erano Manrico Dell’Agnola e Soro Dorotei, per la contrapposizione dei punti di vista.

Il primo ritiene che le caratteristiche più drastiche dell’alpinismo tradizionale (lunghi avvicinamenti, ambiente severo, maltempo, pericoli oggettivi) non siano controindicazioni, ma piacevoli punti a favore di una pratica positiva, e pertanto rispecchia la figura forte e passionale di un combattente che pare buttarsi fisicamente in un delicato corpo a corpo con le difficoltà rischiose.

Il secondo intende tenersi a debita distanza dal pericolo che non si sente in dovere d’affrontare, perché è convinto che non abbia più senso percorrere settori friabili, bagnati o esposti alla caduta di pietre, preferendo le difficoltà non rischiose con la determinazione tipica di chi è prudente e deciso a difendersi da tutto ciò che potrebbe nuocergli, domandandosi quanto costa alla società un morto in montagna e pensando alle conseguenze sociali di una famiglia lasciata orfana. Chi potrebbe dargli torto.

Hansjörg Auer
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Il vero dilemma, però, non consiste nel fatto che le due figure siano “arroccate su posizioni anacronistiche e inconciliabili”, divise da un conflitto insanabile nel quale non s’intravede alcuna possibilità di compromesso, bensì nella ragione dell’antico braccio di ferro che si ripropone immutato da un’epoca all’altra del tempo storico.

Siamo proprio sicuri che l’Eroe della mitologia fosse una figura in balia dei divertimenti del cinismo divino? Non è che invece fosse solo un “atleta esistenziale” che ci invitava a riflettere sulla possibilità di sopravvivere agli ostacoli della vita?

Ho l’impressione che i punti di vista opposti che generano le polemiche di sempre, scaturiscano sostanzialmente dalla pretesa di sostenere il diritto alla propria “grandiosità mitica” che l’Eroe difende a fatica e l’Antieroe rifiuta. Anche se la “grandiosità”, per definizione, come un’alba che la psiche delinea sul mondo, non può essere raggiunta o ottenuta ma solo visualizzata interiormente o negata esteriormente. Pertanto dobbiamo constatare come la conflittualità degli intenti perpetuata nella storia sia solo il secondo elemento configurativo del rischio.

Agonismo e Antagonismo, “gagliardetti” della necessità di distinzione
Successivamente, quando al rischio fu attribuita una valenza “soggettiva” per differenziarlo dal pericolo, le responsabilità dovute alle condizioni ambientali furono distinte da quelle delle scelte individuali sia di coloro che “accettano di agire in determinate condizioni” sia di chi “non sa valutare le proprie capacità in certe situazioni”. Ciò indusse a utilizzare il rischio come spauracchio per ridimensionare l’intento di coloro che invece proponevano un’etica di salita che “non rifuggiva” dal fattore rischio, “proteggendo” il concetto di salita con minimo utilizzo di artifici. Se è vero che una figura Eroica come Paul Preuss anteposta a quella di un Antieroe come Tita Piaz può apparire un facile esempio di ideologia suicida, tanto più che effettivamente Preuss morì in montagna, non si può affermare che le capacità del grande solitario fossero alterate dalla necessità scriteriata di definire a tutti i costi i punti fermi d’un etica che solo un’intelligenza priva di senso critico può ritenere protagonismo ideologico.

Come mi ha fatto notare argutamente Giovanni Rossi, sarebbe bene precisare che Piaz, il più fiero oppositore di Preuss a quell’epoca, nonostante il dissenso sui mezzi artificiali (benedetto il chiodo che salva una vita…) aveva grande stima di Preuss, e contribuì non poco al suo mito raccontando in modo molto spassoso di una sua ‘apparizione’ durante un’arrampicata artificiale: Quo vadis, Tita? (Tita Piaz, A tu per tu con le crode).

Ha senso scavare a fondo nelle motivazioni soggettive se poi queste vengono plasmate nell’intento di adattarle a un ambito sociale? Forse ha più senso considerare le possibili ripercussioni che da queste possono derivare. Qui si pone una considerazione sostanziale: non è che gli individui pervasi dalla necessità di approfondire un’etica che vorrebbero divulgare tendano, loro malgrado, a forzare le esperienze entro una “linea di principio” che risulta, in quanto tale, potenzialmente pericolosa?

La ragione della reazione provocatoria di Piaz all’etica di Preuss forse si potrebbe interpretare come un frainteso per il fatto che riconosceva al tentativo di delineare i punti sostanziali d’una possibile chiarezza, una sorta di “dittatura etica” che avrebbe potuto segregare le scelte di vita e il “senso di libertà” degli individui.

Se davvero Preuss avesse pensato di utilizzare le proprie capacità per promuovere la validità di regole intransigenti, più che rischioso per sé lo sarebbe stato per chi le avesse applicate senza averne interiorizzato il valore. Ma far rientrare forzatamente un intento in una teoria non è l’esatto opposto di ciò che attraverso le esperienze di vita si arriva a comprendere? Difficilmente chi ha un intento etico avrebbe interesse a realizzare un regolamento distruttivo.

Tuttavia, il confronto motivazionale dei due grandi pionieri ci permette di riconoscere nella necessità di distinzione un terzo elemento configurativo del rischio.

Alex Huber nella sua free solo della via Hasse-Brandler della Cima Grande di Lavaredo
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La necessità d’azzardo “baluardo” della finalità dimostrativa
II fatto di “osare” in montagna ha portato a pensare che vi fu chi pagò un grave tributo a causa della propria diversità di vedute in rapporto al periodo storico in cui viveva. Ma siamo davvero sicuri che i grandi liberisti del passato fossero figure in conflitto col contesto storico al quale appartenevano?

Non fu piuttosto quella foga di auto affermarsi per necessità di dimostrare ad altri che riguarda la tipologia di una certa mentalità di ogni epoca – la causa che produsse il perpetuarsi dei drammi (incidenti più o meno gravi, decessi) seppelliti dall’oblio della fruizione epocale?

Quando iniziai ad arrampicare con una certa assiduità alla fine degli anni ’60 era in corso lo schieramento etico tra le due opposte fazioni degli “artificialisti” e dei “liberisti”. Tra i più forti di questi si fece strada la tendenza a non utilizzare o addirittura levare i chiodi d’assicurazione ritenuti superflui, specie lungo gli itinerari più impegnativi delle pareti dolomitiche.

Questa tendenza di lì a qualche tempo contribuì ad indirizzare gli intenti di quella generazione a favore della libera e contro l’artificiale convenzionale, per praticare una libera a protezioni ridotte lungo gli itinerari ben chiodati. Era una tipologia di salita psicologicamente piuttosto severa proprio perché richiedeva una “rinuncia forzata” all’utilizzo degli ancoraggi che non veniva spontaneo applicare.

Come conseguenza, negli anni Settanta, la forza d’una “genuinità artificiosa” arrivò a spingere taluni, tra i quali lo scrivente, a salire slegati i quaranta metri del Sasso Remenno lungo itinerari non proprio banali, col rischio di rimbalzare accartocciati su qualche tovaglia apparecchiata alla base dai domenicali che, tra un boccone e l’altro, si guardavano bene dall’immedesimarsi nella “dimestichezza acquisita” di quei baldi giovani irrequieti.

C’è da dire che esempi d’affermazione sociale di questo tipo non riguardavano soltanto le “lotte maschili per il dominio territoriale”, ma accadevano anche quando questi entravano in “fibrillazione dimostrativa” all’arrivo della fanciulla più carina di turno e si scatenava una ridda rocambolesca di gesti teatrali nelle numerose salite necessarie a farsi notare.

A onor del vero va detto che, in quelle turbinose salite di gruppo che definirei “solitarie dimostrative“, vi era comunque una genuinità di fondo nella quale si poteva riconoscere una “necessità di esprimersi” simile per intento a quella della danza sperimentale. Ciò non toglie che nella necessità d’azzardo per finalità dimostrative possiamo riconoscere un quarto elemento configurativo del rischio.

Matt Bush in free solo
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Le spinte dei desideri e quelle dell’ambizione
Se è vero che l’esposizione al rischio è soggettiva (proprio perché insita nelle differenti modalità di vedute con le quali gli individui si rapportano a esperienze ogni volta diverse), mentre quella al pericolo dipende espressamente da condizioni naturali, è anche vero che il fatto di perseguire obbiettivi grandiosi espone ad una situazione in cui rischi e pericoli risultano amalgamati come “gemelli siamesi”, impossibili da visualizzare separatamente e difficili da contenere per via del raddoppiamento dell’incertezza.

Ben sapendo che il fatto di confrontarsi con ciò che è alla nostra altezza mette in condizione di essere pronti ad affrontare determinate situazioni, quando si arriva a negare l’evidenza degli stati d’animo più autentici, pur di fare a tutti i costi una salita, ci si espone senza riserve alla mercé d’un conflitto tra la “realtà effettiva” e la “visione ideale” dell’intento che ci si è prefissi; ne deriva una condizione dissociante che può rivelarsi estremamente rischiosa. Questa puntualizzazione occorre per evidenziare la distinzione tra le spinte del desiderio, che scaturiscono spontaneamente dall’attrattiva dei luoghi, da quelle della volontà d’ambizione, che scaturiscono dalla necessità di considerarli in funzione all’affermazione sociale. Sono spinte e motivazioni che perseguono intenti assai diversi, che la maggioranza degli alpinisti e arrampicatori non distingue o trascura forse perché non è interessata ad approfondire, al punto che in gran parte degli scritti riguardanti l’azione in montagna si considera come “grandissima passione” ciò che è invece “fortissima ambizione”.

Appare evidente come passione e ambizione altro non siano che i “resti” delle identità motivazionali dei modelli di Eroe è Antieroe che abbiamo precedentemente considerato e affiorano ricorrenti nelle motivazioni generazionali. Ripensare alla morte in roccia e su ghiaccio di valenti alpinisti come Ursella, Cozzolino, Gadotti, Reali, Lomasti, Bee, Pedrini, Vogler e Barbier, ci fa capire che morirono proprio in ciò che sapevano fare meglio e fa riflettere sulle sviste, i cali di motivazione, la stanchezza inconscia e il timore della perdita di prestigio che probabilmente li subissavano ed anche sulla pressione inconscia, certamente dovuta alla responsabilità d’essere sponsorizzati, come Casarotto e Grassi.

Il fatto, poi, che tutto ciò che è rischioso nella vita di taluni non è detto che lo sia in quella di altri, è un’ulteriore conferma di come rischio e pericolo giacciono amalgamati in latente attesa nel decorso esistenziale. A tal proposito mi vengono in mente i coniugi giapponesi Akiko e Mitsunori Shigi che il 18-19 gennaio 1979, in viaggio di nozze, hanno salito il gran canalone centrale della Brenva, grazie a una buona dose di distacco fatalista; sullo stesso versante non è toccata analoga sorte a Gianni Comino, consapevole della possibilità d’incontrare, all’altare simbolico di una sua importantissima esperienza, una sposa invisibile vestita di nero coi crisantemi in mano.

Pertanto nella contaminazione reciproca tra le spinte dei desideri e delle ambizioni si può riconoscere un quinto elemento configurativo del rischio.

Fessura perfetta a Indian Creek, Utah
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Il rischio dell’incognita ridimensionata
Si rischia di più in cordata o da soli? Quando si attribuisce una valenza d’incoscienza alle prestazioni dei “testimonial” più famosi dell’arrampicata contemporanea bisognerebbe sempre ricordare che il rischio affrontato da loro, più che effettivo, è appariscente e spettacolare.

Quando vediamo “rischiare slegati” Alain Robert sui grattacieli delle grandi metropoli, Dean Potter sul grattacielo di pietra del Nose al Capitan e Alex Huber sul palazzo vertiginoso della Hasse-Brandler alla Cima Grande di Lavaredo, possiamo ben comprendere come quel modo di salire faccia rabbrividire tanto l’uomo della strada quanto la maggioranza degli arrampicatori più agguerriti, tuttavia il loro mix di concentrazione e determinazione, disinvoltura e rapidità, ci rivelano che una “dimestichezza acquisita” fa più paura a chi la vede che a chi la pratica, proprio perché è contenuta nell’ambito della loro prevedibilità.

Chi la pratica è di certo consapevole che la soglia del rischio è “congelata emotivamente” dalla modalità di esecuzione della salita, nella riduzione del temibile intervallo pensiero-azione, come diceva sostanzialmente Henry Barber trattando del “control of mind” in un suo interessante articolo pubblicato, se non ricordo male, su Mountain Magazine o Ascent, che immagino tirasse le somme sui suoi circa 250 giorni annuali d’arrampicata. Da sempre all’arrampicata solitaria e alla conserva si è attribuito significato di massimo rischio, se però ci domandiamo come ha fatto il tal solitario, sulla tal difficile via a salire così veloce, ci accorgiamo che difficilmente avrà rischiato per impiegare un tempo breve. Probabilmente rischia davvero chi, a causa di rallentamenti emotivi, è indotto a salire “piano sul difficile” per il fatto di non essere all’altezza e a “sbrigarsi sul facile” per il panico d’essere in ritardo.

Due esempi significativi di questi tipi di salite potrebbero essere per la conserva: il Diedro Philipp-Flamm e la Solleder in giornata, di Manrico dall’Agnola con Alcide Prati e per la solitaria: il gran concatenamento Marmolada-Civetta-Agner realizzato da Marco Anghileri.

Indipendentemente dal valore notevole di tali prestazioni, realizzate in tal modo grazie alla proverbiale resistenza allenata degli autori, il fatto che si trattò del confronto con itinerari percorsi in precedenza e quindi memorizzati nello sviluppo e nelle caratteristiche di instabilità e di ubicazione delle prese delle difficoltà maggiori, ci permette di capire che un’incognita ridimensionata è comunque un sesto elemento configurativo del rischio.

(continua)

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Nel 1999 Ivan Guerini ha concepito il marchio ZONE NO SPIT (o NO SPIT ZONE), per la preservazione della
Natura Verticale. Ivan si adopera perché questo marchio sia “storicizzato”, perché legato sapientemente alle pareti percorse e ancora da percorrere.

Si ritiene che anche questo post a sua firma debba riportare questo logo, nella speranza che stimoli una maggiore apertura di coscienza al riguardo della Natura verticale.

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Pria Meüia – 2

Pria Meüia – 2
(dal mio diario)

Una sera stavo leggendo in biblioteca al CAI: ti vedo un tale, un mio ex-compagno di scuola delle elementari, Alberto Martinelli. Grandi saluti e “come va” e “come mai sei qui”, ecc. Torniamo verso casa assieme.

Gli parlo naturalmente del Campaniletto di Sestri, lui è curioso: capisco che gli piacerebbe andare a vederlo. Decidiamo di andare l’indomani, che è festa a scuola.

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Alberto è un tipo su roccia indubbiamente capace (un giudizio che ovviamente ho dato dopo un po’ di tempo), ma soprattutto in artificiale. Vuole fare il corso di roccia, come anche io del resto, e in complesso andiamo abbastanza d’accordo, anche se litighiamo sempre. Lui fa sempre il contrario di quello che dico io. Cosa che con Marco Ghiglione non succede.

Purtroppo Alberto non è un gran camminatore e preferisce le rocce comode da raggiungere a quelle scomode.

Il 17 ottobre 1962 vado dunque con Alberto alla Pria Meüia, arrivando alla base più o meno alla stessa solita ora. Ci cambiamo e cominciamo a salire. Non abbiamo niente, a lui ho detto che la corda non è necessaria.

Salgo per primo e supero il passaggio di III al solito scabroso modo.
– Vieni! – gli urlo. Lui mi segue in modo ancora più scabroso. Poi attacco lo spigolo sopra il terrazzino e lo supero con facilità, meravigliandomi che solo quattro giorni prima avevo dovuto fare i salti mortali per passare.

Alberto ha invece bisogno di molti incoraggiamenti, ma alla fine ce la fa. Gli ultimi passi, poi siamo in cima. Scendiamo subito, a lui sembra un calvario (a quel che dice), ma tutto alla fine si conclude senza danni.

Gli faccio vedere le altre vie e tra l’altro trovo anche il coraggio necessario per andare a prendere il chiodo che mi appartiene e che è piantato oltre lo spuntone strapiombante. Attraverso fino allo spuntone, mi ci siedo sopra e levo il chiodo. Poi torno indietro senza speciali difficoltà, accorgendomi che tutte le manovre fatte con Marco il 6 ottobre erano del tutto inutili: si passa agevolmente in libera!

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C’è anche una via, prima di IV poi di III, la 14c-14cI, che con Marco avevamo tentato inutilmente. Tenta Alberto e va più su di noi. Tento io, ma non supero Alberto.

A quel punto scaliamo un po’ sulle roccette vicine, mi sembra di destreggiarmi assai meglio di lui. Incalzati dal buio scendiamo ancora al Campaniletto, e da lì a Sestri e a casa. Nel frattempo abbiamo deciso di andare ad arrampicare in Bajarda, un massiccio roccioso a est della Punta Martin e stabiliamo di andare la domenica dopo, 21 ottobre, armati di tutto l’occorrente.

Torniamo al Campaniletto sabato 27 ottobre. Quando ci cambiamo alla base, per la prima volta indosso una tuta da ginnastica perché comincia a fare un po’ freddo. Saliamo in cima e questa volta scendiamo a corda doppia, dalla parte che avevamo tentato con Marco, quella dello spuntone strapiombante. Ho paura. Mi allaccio con il cordino di Marco per fare la discesa, con la tecnica collaudata al Masso del Ferrante (Bajarda) il 21 ottobre. Ma qui non sono pochi metri, e neppure sono spinto dalla necessità come mi era successo, sempre lo stesso giorno, nella maledetta fessura-camino della Cresta Settentrionale di Pietralunga. Questa volta è una calata nel vuoto, vado lentamente e poso i piedi sullo spuntone famoso. Da lì, con un bel balzo, fino alla base, distante un bel metro e mezzo dalla roccia. Poi tocca ad Alberto, stessa fifa e stessi timori. Nella discesa si strappa il maglione. Subito dopo risale in vetta per la via solita e mi assicura dall’alto mentre tento di fare la via di IV già tentata le altre volte. Arrivo al vecchio chiodo, da lì traverso bene fino allo spuntone, ci salgo su con i piedi. Da lì mi aggrappo agli appigli superiori e riesco a salire senza molta fatica. Mentre io esulto Albert scende ancora a corda doppia. Dopo essersi legato, invece di fare la 14b, quella che ho appena salito, si attacca alla 14cI, prima per lo spigolo sud-ovest, poi in parete sud. Attacca lo spigolo, annaspa un po’ ed è su una cengia. Poi è facile e mi raggiunge in vetta. Tocca a me ora scendere e ripetere lo stesso itinerario di Alberto. Poi ancora tocca a lui fare la 14b. Quando si stacca dallo spuntone strapiombante per sollevarsi, vola. Io lo tengo senza neppure accorgermene!

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Ora tentiamo di fare corda doppia dall’altra parte, versante est, dove ci sono 17 metri di dislivello e un vuoto ancora più pronunciato. Questa volta va lui per primo. Arrivato al punto in cui il vuoto si fa sentire, per fortuna vede che la corda non arriva in fondo, mancano due metri. Esita un po’, poi va giù. Io non lo vedo, quando vedo la corda agitarsi sento l’urlo “sono arrivato. Tocca a me. Però avevo dato a lui il mio maglione della tuta, perché il suo era del tutto squarciato sulla spalla. Così mi risolvo a scendere ugualmente con il suo “straccio”. Per un po’ tutto bene, poi la corda mi scivola sulla pelle della spalla. Stringo i denti dal dolore. Quando però arrivo al fondo della corda, non riesco a dondolarmi per raggiungere le rocce della base. Dopo due o tre mosse inutili, lo prego di aiutarmi, lui riesce ad afferrarmi e finalmente posso liberare la mia povera spalla.

Ormai è buio. Salgo per la via normale, levo i chiodi, butto tutto giù ad Alberto. Poi scendo in arrampicata, nell’oscurità quasi completa. Per fortuna conosco a memoria l’ubicazione degli appigli.

Finalmente anche Marco Ghiglione può venire al Campaniletto, e questo accade il 2 novembre 1962. Prima cosa, gli faccio fare la normale. Prima salgo io con la corda, poi lui mi segue, senza dovergli dare spiegazioni. Intanto io ripianto i chiodi in cima e butto giù la corda. Ci scappa una foto con l’autoscatto in vetta, poi lui scende a doppia sulla parete ovest. Io non posso fare uguale, ho ancora la spalla escoriata. Considerato che per lui è la prima volta, scende molto bene, dando prova di coraggio. Mentre scendo per la normale, lui la risale. Mi lego e lui mi assicura, ancora sulla 14b. E questa volta, è naturale, la faccio con molta più scioltezza ed eleganza. Quando sono in cima lui scende a doppia e fa quel che avevo appena fatto io, provando molta soddisfazione nel riuscire a fare ciò che avevamo tentato assieme più volte.

Scendo alla base e mi rilego, questa volta per lo spigolo sud-ovest integrale (14c). Arrivato alla cengetta del 14cI, non riesco a salire, non vedo appigli. Infatti quel tratto è di V grado. Rinuncio e raggiungo la cima per la variante più facile. Marco non tenta neppure di provare dove avevo fallito, preferisce scendere sulla Est, dove mi ero rovinato la spalla. Dato però che la corda di Marco è molto più lunga di quella di Alberto, arriva in fondo senza essere costretto a danze.

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Intanto comincia a far buio e mi tocca risalire per togliere il chiodo della doppia. E’ molto ben piantato, faccio una gran fatica a estrarlo. Esce che sembra una vite. Con molta prudenza scendo in arrampicata al buio.

Dopo cento giorni esatti dall’ultima visita alla Pria Meüia, il 10 febbraio 1963, eccomi là di nuovo. Da solo e in inverno. La giornata è abbastanza bella, ieri pioveva a dirotto. In realtà volevo venire qui anche ieri, ma poi ho preferito andare al cinema. Evidentemente nel cervello qualche rotella mi funziona ancora.

Alle 15.10 sono alla base del torrione. Mi cambio e vado all’attacco della parete sud, mai tentata da me. C’è un passaggio di V+ e A1. Non mi sogno neppure di riuscire, però esploro il terreno per la prossima volta. La roccia è bagnata per la pioggia di ieri, diventa viscida, torno indietro. Vado in cima per la normale. Ho fatto la “prima invernale personale” del Campaniletto di Sestri!

17 marzo 1963: corda l’abbiamo, chiodi no. Alberto ed io abbiamo intenzione di vincere lo spigolo sud-ovest, il famoso 14c. Euro Montagna: “Dalla base seguire il filo dello spigolo scarso d’appigli e in qualche punto leggermente strapiombante sino alla vetta (V grado)”.

Assicurato dall’alto da me, Alberto sale e questa volta s’impegna di più, rifiuta la facile deviazione a destra. Vedo gente che dalle Case Gianchetta ci guarda, senza contare un tale che ci sta osservando da un masso lì vicino. I “tira” e i “molla” si susseguono senza tregua. In quegli attimi si è tesi, pronti a tirare con tutte le forze il compagno nel caso questo voli. Non si batte ciglio.

Dallo spigolo Alberto si mette in spaccata fin quasi allo spuntone del 14 b. Ma sappiamo che non si può toccarlo… se si vuole seguire la via. Allora insiste e ce la fa! Arriva da me senza fiato. A mia volta, sempre con la corda dall’alto, provo: arrivo alla cengia di fuga, allora torno indietro urlando di darmi corda. Ma non è facile per nulla e non trovo appigli. Le gambe cominciano a tremarmi, ma resisto. Finalmente mi stabilisco su appoggi passabili. Da lì cerco di studiare il passaggio, ma siccome non vedo al di là dello spigolo, resto indeciso. Poi mi risolvo: con un’ampia spaccata metto il piede sinistro su un bellissimo appoggio; cerco qualcosa per le mani e trovo per la sinistra: ma non basta, se mi muovo cado. Così sposto la mano sinistra un po’ più a sinistra e la destra velocemente dove avevo la sinistra. Mi tiro su con un sospirone di sollievo. Ce l’ho fatta!

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Ci accorgiamo che siamo osservati anche dal Monte Gazzo. Sono ragazze! E allora vediamo di salutarle!

Intanto Alberto scende per la normale e si lega. Sale per tre metri fino alla cengetta, poi, come d’accordo, si butta nel vuoto. Lo tengo, pendola un po’ di qua e di là, poi si fa calare. Stesse manovre per me.

Frattanto quelle ragazze ci hanno incuriositi un po’ troppo, così decidiamo di salire al Monte Gazzo. In venti minuti siamo lassù, alle 17, facciamo con loro qualche discorso. Poi scendiamo assieme verso casa loro, alla periferia di Sestri. Scherziamo e ridiamo. Ci diamo i nostri numeri di telefono, entriamo a casa di una di loro a vedere la televisione. Poi, alle 18.45 ce ne andiamo. Facciamo una corsa disperata fino a Sestri centro e arriviamo a casa alle 19.55! Il limite di allarme casalingo.

Oggi abbiamo battuto il record della massima difficoltà (V grado), abbiamo fatto esperienza di pendoli, di voli e di ragazze.

Il 19 ottobre 1963 torno per l’undicesima volta al Campaniletto. In questi più di sei mesi ho fatto parecchia esperienza, anche nelle Dolomiti.
Purtroppo la cava è sempre in funzione, perciò la valle è sempre più appestata. Siamo in tre, Marco, io e Giorgio Gambaro. Dopo essermi legato, parto. L’obiettivo è salire da primo di cordata il 14b. Raggiungo lo spuntone strapiombante, mi ci siedo, mi alzo in piedi e poi, con numerose scorrettezze, salgo fino in cima. Da qui assicuro Giorgio che farà, guidato da Marco, la via normale. Per due volte devo cambiare di posizione la corda, poiché la normale fa quasi l’intero giro del torrione. Ma alla fine Giorgio arriva su sano e salvo.

Scendiamo tutti e tre a corda doppia.
Ci dedichiamo ora allo spigolo sud-ovest. Parte Marco e, prima ancora della deviazione a destra (variante 13cI), pianta un chiodo per sicurezza. Gli costa molta fatica, perché non è in posizione comoda. Poi cerca di continuare ma non progredisc molto perché è stanco morto. Allora salgo io, bello fresco, supero il chiodo e vado due metri sopra. Mi fermo. Non posso piantare nulla perché non ho il martello. Torno indietro esausto.

Facciamo altri due tentativi, poi rinunciamo.
Comunque possiamo farcela, dobbiamo migliorare la sicurezza fisica. La tecnica ce l’abbiamo (sic!) e sarà certamente per un’altra volta. Durante il viaggio in autobus, do i chiodi e i moschettoni a Giorgio, lui li darà a Marco e Marco a me. Questo per evitare di entrare a casa mia con il materiale.

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Il 26 ottobre è la volta di due neofiti, uno convinto da me, l’altro da Marco. Questi deve andare a scuola, molto incacchiato. L’avevo salutato, mentre mi dava la corda, nero. In piazza De Ferrari incontro Gianni Gambirasi. Sulla 37 per Piazza Principe mi dice che domani ci sarebbe da andare in gita ad arrampicare (in macchina!) con Giorgio Volta, un suo amico, valente in roccia. Naturalmente voglio essere con loro, stasera si vedrà. Mentre discorriamo, mi dice: – Sai che ho letto in questi giorni di un’ascensione, fatta credo nel 1958, sulla Nord della Grande di Lavaredo… lo sai che in certi punti avanzavano attaccati solo con le mani, i piedi del tutto inutili…

– Beh, non preoccuparti – gli dico io – tanto anche tu farai una cosa del genere oggi!
– Eehh?
– Ma no, ma no, sta tranquillo, non è difficile! – mi diverto a terrorizzarlo.

A Principe, seduti su una panchina sotto al monumento a Cristoforo Colombo, aspettiamo Gianni Cofrancesco, mio compagno di scuola, fanatico politicante, socialista, ciociaro di nascita e in complesso simpatico.

I due apprensivi fanno subito conoscenza (mal comune, mezzo gaudio) e si guardano con tristi sorrisi commiserativi. Scesi a Sestri, lungo la strada, i due nella sventura fanno amicizia, sentendosi morituri provano a consolarsi a vicenda. Logico che, quando vedono la Pria Meüia, per poco non vogliano tornare indietro.

Alla base dico loro di guardare bene quello che faccio. Salgo per la via normale. Gianni, il laziale, sale subito dopo. Arriva in cima più morto che vivo, ma nel complesso bene. Ha il sorriso sulle labbra. Lo stesso fa l’altro Gianni, il Gambirasi.

Il ciociaro, dandosi un po’ di arie: – Beh, credevo fosse peggio!
Adesso però mi vendico. Metto la corda attorno alla cima, sistemo il cordino attorno alla vita di Cofrancesco, poi gli unisco la corda. Lui si lascia fare tutto tranquillo, ma quando mi sente dire “Adesso vai giù”, sbianca non poco… e va giù. Non so come pensasse di scendere. Colmo della cattiveria, lo faccio scendere per il versante più alto.

La manovra con tre persone è complessa, ma alla fine siamo di nuovo tutti alla base del 14b.
Salgo per quella via. Il Gambirasi mi segue, toglie il moschettone dal chiodo e si accinge a proseguire verso lo spuntone.
– Sandro, non ce la faccio! – mi urla.
– Come, non ce la fai?
– Non so dove mettere i piedi!
– Te l’avevo detto che oggi avresti fatto qualcosa di simile!

Alla fine si decide e passa. Quando è in piedi sullo spuntone non trova appigli, allora lo tiro su quasi di peso. Stessa cosa per Cofrancesco.

Prima del buio mi faccio assicurare (dal basso) sulla 14cI, anche questa una novità, da primo. Più tardi beviamo qualcosa all’osteria delle Case Gianchetta. Purtroppo per la gita con Giorgio Volta non si è concluso nulla. Giorgio avrebbe dovuto lavorare per tutta la notte.

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Nell’ambito della mia scuola, il liceo scientifico Gian Domenico Cassini, oltre a me ci sono altri cinque soci CAI. So che uno di loro, Francesco Bavano, ha fatto il corso di alpinismo l’anno scorso. Peccato che i genitori non lo lascino venire con me. Oltre a due tizi che non conosco e che portano il distintivo, ci sono un certo Giuseppe Grisoni e quell’Alberto Poiré col quale ero stato alla Pietragrande il 31 ottobre. Poi faccio il censimento di quelli che avevo iniziato: Gambaro, Cofrancesco, Gambirasi… ma ecco che ne trovo un altro, un compagno di classe: Carlo Ventura (vedi  http://www.alessandrogogna.com/2015/01/06/listruttore-del-cai/ e http://www.alessandrogogna.com/2015/01/02/i-due-diavoli/ , NdR). Carlo è quello che ha dimostrato più entusiasmo, è stato lui a chiedermi se un giorno poteva venire con me, il contrario di quanto successo con gli altri.

25 gennaio 1964. Questa volta, sulla strada per le Case Gianchetta, non siamo infastiditi dallo “smog”. Proprio oggi hanno messo in funzione il “purificatore” nello Stabilimento Tassara. Questo è importante, sembra il primo impianto del genere in Italia.

Quando Carlo vede il Campaniletto, ne rimane estasiato. Ancor più quando ne raggiunge la base. Ho una corda nuova! Arrivati in cima, scendo per primo io per fargli vedere. Mentre scendo noto ben due chiodi sul 14b che prima non c’erano! Risalgo in vetta e lo aiuta a sistemarsi la corda per scendere. Arriva in fondo con il sedere tutto sbucciato, ma se la prende in ridere, anzi ridiamo come matti entrambi.

Tiro fuori i cordini e gli mostro i “prussik”. Carlo è veloce a imparare, saliamo e scendiamo per impratichirci.

Infine saliamo il 14b, cercando di togliere i due chiodi (chissà chi sono quegli scemi che li hanno messi…!): ma non ci riusciamo.

Il 24 gennaio Marco Ghiglione, allenandosi su una pista di Sestrière per la gara di discesa libera del giorno dopo, era caduto e si era fratturato il malleolo sinistro. Il tendine d’Achille si era sfilacciato. Due mesi per il gesso e molto di più per il tendine!

Il 1° febbraio 1964 Carlo e io arriviamo sotto al Campaniletto verso le 16. Abbiamo perso tempo a Sestri per comprare un martello, il mio l’avevo dimenticato a casa… Ci facciamo la normale, tanto per scaldarci un po’. Per lui è la seconda volta, la prima slegato.

Oggi l’obiettivo è lo spigolo sud-ovest: dopo averlo salito assicurato dall’alto da Alberto Martinelli (17 marzo 1963) e dopo averlo tentato con Marco, oggi forse è la volta buona.

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Raggiungo un chiodo che le volte scorse non c’era. Sto per agganciarlo quando Carlo mi avverte che ha bisogno di scaricarsi la pancia. Allora scendo, lui si scarica, poi risalgo. Oltrepassato il chiodo arrivo al punto di distacco della variante più facile (14cI). Qui comincia il difficile. Se avessi dei chiodi grossi, potrei metterne uno in una fessura. Ma non ne ho. Non ci sono fessure piccole per chiodi normali. O almeno non ne vedo. Perciò proseguo in libera, con la sola assicurazione del chiodo in basso, che tra un metro non servirà più a niente. Mi protendo in diagonale a sinistra. Ora il chiodo sotto non serve più, arriverei prima a terra. Mi sento precario, Carlo mi incita a piantare qualcosa. Dopo un metro e mezzo riesco a mettere un chiodo. Subito mi ci assicuro, concedendomi quindi un po’ di riposo. Questo spigolo strapiomba maledettamente, faccio fatica con le mani. Riparto e dopo poco mi ritrovo in cima!

Carlo riesce a salire con qualche volo… toglie anche il mio chiodo.

Ora Carlo vuole provare la via 14b (IV grado) da primo. Giunto al chiodo vecchio si accorge che balla. Evidentemente qualche maledetto domenica scorsa si è divertito a martellarlo. Così scende. Guardiamo anche il tratto superiore dello spigolo nord-ovest, una prima ascensione che vorremmo fare, avendo notato che non è citata nella guida di Euro Montagna. Vedo che vi si potrebbe mettere qualche chiodo, poi diventa buio e ce ne andiamo.

8 febbraio 1964. Quella via nuova ce l’ho in testa, mi accordo con Piersandro Carlon, mio compagno di scuola. Ha scalato nelle Dolomiti Orientali, precisamente nel Gruppo del Cavallo e sul Campanile di Val Montanaia.

Alle 15.55 siamo alla base del Campaniletto. Questa volta siamo attrezzati di tutto. Salgo la 14b senza assicurarmi a nulla, lui la trova difficile, ci mette un po’ prima di fare i passaggi. Devo dire che Carlo è venuto su meglio, più veloce. Però, quando si mette in piedi sullo spuntone, allora sale più in fretta di quanto aveva fatto Carlo. Forse per via della statura?

Teatralmente getto la corda alla base e gli dico di seguirmi per la discesa. Dapprima mi guarda spaventato, credendo di dover fare in discesa la via appena fatta in salita, poi quando vede la direzione che prendo si risolleva. E infatti mi segue davvero bene.

Ci prepariamo per lo scopo vero della nostra uscita: la via nuova. Pianto il primo chiodo: entra benissimo. Saliamo con la doppia corda, ne passo dentro una. Lui mi tiene di peso. Cerco di piantare un altro chiodo più su ma non ci riesco. Comincio a sentire la fatica. Sandro mi tiene per dieci minuti di sguito. Finalmente riesco a metterne un altro: il problema è che sono tutte fessure più grosse dei miei chiodi! Ci ballano dentro. Mi affido al secondo chiodo, ma dopo un po’ questo si sfila. Per fortuna in quel momento mi tenevo alla roccia. Ridiscendo. Poi risalgo e riesco a trovare una via d’uscita da questo tratto (qui è un po’ friabile), piantando un chiodo sulla destra. Ci attacco una staffa e salgo. Dopo un altro chiodo riesco a raggiungere il traverso della via normale. Qui decido di fare una sosta, è la prima volta che faccio una sosta in parete. Piersandro sale abbastanza velocemente, togliendo tutti i chiodi. Mentre si fa buio continuo verso la vetta per lo sconosciuto spigolo nord-ovest senza mettere alcun chiodo. Lui non mi segue.

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Ecco la relazione tecnica: “Si attacca 5 m a sinistra dell’inizio della via normale e si vincono 4 m in artificiale (A2 e V) fino a intersecare la normale. Da qui si continua per lo spigolo nord-ovest su roccia buona per 6-7 m (IV-) fino alla vetta”.

Pur essendo la mia prima via nuova, non posso dire di esserne molto soddisfatto. Sì, sono contento… ma mi manca qualcosa. Forse sono giunto alla conclusione che fino ad oggi non ho fatto nulla di importante…

 

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Pria Meüia – 1

E’ con tristezza che comunico al lettore che da parecchi decenni la Pria Meüia non esiste più, cancellata dalle cave di calcare.

Pria Meüia – 1
(dal mio diario, novembre 1962)

Rinnovo l’iscrizione al CAI e frequento la biblioteca. Mi capita in mano un libricino, «Palestre d’arrampicamento geno­vesi”, di Euro Montagna, e noto che vi si parla di uno spun­tone sopra Sestri Ponente, chiamato il Campaniletto di Sestri. «È un esile e curioso monolito di calcare dolomitico alto una decina di metri che sorge su «di un costolone scendente ad est del M. Spassoja, al di sopra delle Case Gianchetta… Per la sua forma bizzarra (più stretta alla base che alla parte superiore) questa guglia è conosciuta anche col nome di «Pria Meüia” (pietra matura), data la somiglianza con un frutto che raggiun­ta la maturazione sta per cadere dalla pianta. Fatta eccezione per la parete che guarda a nord la roccia è ovunque saldissima, come in una delle innumerevoli guglie della Grigna. La prima ascensione è di Federico Federici, il 30 luglio 1905, da solo”.

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1 luglio 1962. Alle 13.15 mi trovo alla fermata del B che porta a Sestri. Dopo Cornigliano guardo bene la valle per cui devo passare, poi scendo a Sestri. Invece di prendere la strada per Panigaro, scelgo quella per Borzoli, poi, siccome devo pas­sare sull’altra sponda del Rio Chiavagna, attraverso su un pon­te molto largo. A Panigaro ci sono le cave di calce. Questi luo­ghi sarebbero belli per natura, ma la mano dell’uomo li ha ro­vinati completamente con la costruzione dello stabilimento per lavorare la calce che si ricava dai vicini scavi. Il torrente è per­ciò pieno di acqua giallastra, l’aria è sottomessa al fumo e alle esalazioni pestilenziali. Questo è Panigaro… Giunto alle Case Gianchetta, vedo un roccione aguzzo, ma non penso sia il Cam­paniletto. Invece secondo le informazioni di un contadino lo è. Dopo sei o sette minuti sono alla base. Rimango esterrefatto di fronte a tanta magnificenza. Immaginarsi un torrione inclinato ad arco, con la prescrizione di scalarlo dalla parte strapiomban­te… Individuo subito la via, che è la 14b, ma non nutro molte speranze di successo. Arrampico per 2-3 metri fino a una cen­gia sul versante ovest, ma, spaventato, mi arresto e poi torno indietro. Ho fatto dunque solo un terzo di tutto il torrio­ne. Tento ancora due o tre volte ma la paura è troppo forte. Sono le 14.45 e non so cosa fare. Stare qui, neanche per idea, è inutile. Mi risolvo per un giro sui monti circostanti…

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6 settembre 1962… Ma è con Marco Ghiglione che torno al Campaniletto… Per quella stradaccia infernale camminiamo di buon passo dicendo spiritosaggini sui sestresi che vivono in quel letamaio… gli mostro orgoglioso il Campaniletto di Sestri che si erge lassù, tronfio. Non abbiamo nessuna speciale attrez­zatura, neanche un cordino. Solo calzoni corti e calzature di gomma. Ci cambiamo subito dopo aver oltrepassato le ultime case… Alla base ci rimettiamo in sesto, gli lascio il tempo di ammirare tale ammirabile bellezza, poi comincio. In un attimo sono al punto massimo raggiunto la prima volta e velocemen­te mi sposto a sinistra, aggrappato a una fessura. In un momen­to sono alla fine della cengetta inclinata e da lì salgo ancora mezzo metro. Non me la sento più di andare avanti e mi fermo. Sto guardando il maledetto passaggio e comincio a rimuginare come con un po’ di chiodi si possa passarlo. Basta raggiunge­re quello spuntone strapiombante e poi si è a posto. Mentre guardo, vedo un chiodo, piantato solidamente nella roccia. E­sultando, lo urlo a Marco, poi scendo. Sale lui: va mezzo me­tro più alto di me e naturalmente saggia il chiodo. Poi prova il passaggio: basta raggiungere lo spuntone… certo, ma come? Ecco, con una corda si sarebbe fatto un laccio, poi dal basso l’avremmo tirato! Certo ci vuoi la corda. Insomma, siamo im­potenti. Scende. Ritento io e raggiungo il suo punto massimo, ma non procedo oltre… Mentre scendiamo facciamo i progetti per la conquista. Quando si potrà torneremo con una corda, chiodi e moschettoni. Ed anche due cordini. Tutto sta a rag­giungere quello spuntone… Però, chissà se lo spuntone tiene! Allora decidiamo di far così: faremo il laccio, lo lanceremo allo spun­tone, poi prenderemo il capo della corda, andremo sulle rocce di fronte al torrione e tireremo a più non posso. Se verrà giù, pace, se terrà, bene, ci assicureremo…

7 settembre. Il giorno dopo sono ancora là, con Gianni Gras­silli. Ancora senza equipaggiamento. Salgo fino alla cengetta e fino al chiodo, poi fingendo meraviglia esclamo: – Ma qui c’è un chiodo! – Poi, sempre fingendo, lo tocco e dico: – Ed è anche solido! -. Mi spingo fin quasi a cavalcioni di uno spigoletto e con ciò batto il record di ieri; poi torno giù. Sale lui, si capisce con un po’ di circospezione: ma se la cava bene e vede il chiodo. Quando ha visto la via da fare, dà il suo pare­re. Secondo lui non è difficile, ma bisogna piantare un altro chiodo e avere della corda. Più che giusto, ma dove prendere la corda? Decidiamo di tornare alla fine di settembre, quando io sarò tornato dalla campagna. Frattanto lui cercherà amici, ecc. ecc…

Mi alleno nella marcia al campo sportivo di Genova Cornigliano (aprile 1962)
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5 ottobre. Con Marco acquistiamo due chiodi a punta (la parte che deve penetrare nella roccia è lunga tre centimetri) e un moschettone. È la prima volta che vediamo un chiodo per intero… Al momento di partire Marco non è riuscito a trovare la corda. Venerdì 5 ottobre è il primo giorno di scuola, diciamo di andare al campo sportivo di Cornigliano per allenarci alle gare di marcia. Quanto alla corda mancante, pazienza: ci ar­rangeremo con un cordino in vita e con un cordino da 8 mm di tre me­tri e qualcosa. Sull’autobus io progetto così: andrò su per pri­mo e mi attaccherò con il cordino al chiodo che c’è già; poi andrò più in là possibile e pianterò il primo chiodo, il meglio possibile, attaccandovi poi il moschettone nuovo. Poi farò passare la cordetta nel moschettone, legandomi con il nodo bu­lino. Farò un altro nodo con il capo pendente della corda e con l’anello del nodo bulino, in modo da fare un’altra asola. Poi tornerò indietro, toglierò il cordino dal chiodo vecchio e lo riattaccherò al chiodo da me piantato, avendo cura di togliere il moschettone che tiene la corda. Poi mi slegherò dalla corda, farò con essa un lancio e la getterò sullo spuntone. Tirerò e farò passare il capo nel moschettone dell’asola, cioè l’assicu­rerò ad essa. Poi mi toglierò l’asola e, attaccato alla corda, attraverserò fino allo spuntone. Da qui facilmente alla cima…

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Ci cambiamo d’abito e comincio immediatamente a salire. Giun­go al chiodo e mi ci assicuro con il cordino. Poi stando in piedi abbastanza comodamente cerco una fessura per il chiodo: pianto a destra e a sinistra, nessuna andava bene, il chiodo è troppo piccolo. Insomma non ce la faccio. Allora scendo e porgo il chiodo a Marco. Sale, si assicura con il cordino e pianta e ripian­ta: niente da fare. Scende, ma prima gli sfugge il chiodo di mano, che mi passa sibilando vicino alla testa. Per cercarlo perdiamo un sacco di tempo. Salgo di nuovo io e riesco a pian­tarlo decentemente; però ciò mi costa tanta fatica che scendo.
Allora sale Marco: attacca la cordetta al chiodo vecchio e la fa passare nel chiodo nuovo. Poi si assicura al chiodo nuovo con l’asola e fa il laccio. Lo lancia tre o quattro volte fallendo regolarmente il tiro, poi riesce ad ancorarlo allo spuntone, non molto sicuramente, però. Decidiamo che ci vuole un bastone per metterlo a posto e, in mancanza del bastone, scendo giù io a tagliare un ramo. Mentre sto torcendo un ramo per spezzarlo, guardo in alto e individuo una via di salita che mi sembra più facile di quella fino ad ora seguita. Porgo il ramo a Marco che mette a posto il laccio. Poi salgo e guardo la nuova via; più facile, mi sembra, ma verticale, con troppo vuoto sotto e per­ciò paurosa. Marco si toglie il cordino, se lo mette doppio alla vita e allaccia il moschettone alla corda; ci scorre sopra fino al chiodo da me piantato; si assicura bene alla roccia, sposta il moschettone e continua fino a che riesce ad abbrancare lo spuntone strapiombante. Ci vuole un bel po’ prima che si metta in po­sizione di sguardo; poi torce la bocca e dice che è difficile pro­seguire. Ed io che credevo che dopo lo spuntone sarebbe stato facilissimo! Decisamente ho preso una cantonata.

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Marco comincia ad essere stanco e torna indietro, ripetendo le stesse manovre. Tocca a me. Più o meno alla stessa maniera ripeto i suoi movimenti e con uno stile che farebbe abbaiare un gatto riesco a mettermi a cavalcioni dello spuntone. Senza tan­te cerimonie cerco di mettere i piedi dove ho il sedere: sono con la pancia alla parete e quindi in posizione precaria. Sotto di me sei metri di vuoto rientrante. Mi siedo di nuovo. Pianto l’altro chiodo in una fessuretta buona e pare che resista. Al­l’improvviso mi viene un pensiero: – Poi, come farò a scen­dere? – Inoltre comincia a far buio. Marco mi sconsiglia di proseguire ed io ben contento di ciò scendo. Cordini e chiodi rimarranno per il prossimo tentativo. È ormai buio pesto…

Ma il dubbio di aver sbagliato via mi è rimasto. Una sera torno al CAI e rileggo la guida. L’itinerario 14a è il più facile e non il 14b! Finora abbiamo seguito una via di IV, mentre la via normale è di III.

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13 ottobre 1962. Marco deve aiutare suo padre in negozio, così vado da solo. Mille pensieri si agitano in me: ce la farò a salire? e poi a scendere? Ma sì, ma no, però… Mi avvicino alla base e mi cambio con gesti automatici: attacco la pareti­na solita, arrivo al chiodo arrugginito. Da lì mi preparo al nuo­vo passo: con entrambe le mani mi aggrappo a un solo spun­tone-maniglia e poso il piede sinistro su una piccola piattafor­ma dello spigolo nord-ovest. Ma capisco che così non ce la farò. Torno indietro. Mi aggrappo con la sola mano destra a quello spuntoncino e poso il piede sinistro dove era prima. Così sono in equilibrio ma se mi sposto potrei cadere e fare un “volet­to” di sei o sette metri. Con la sinistra cerco appigli e ne trovo uno esilissimo. Tenendomi abbastanza tenacemente con la de­stra porto pian piano il piede destro vicino al sinistro e poi mi sposto con il corpo. Finalmente sono su terreno più facile. Sto fermo un poco, poi mi accingo a superare il nuovo ostacolo. Si tratta dello spigolo a nord, due metri di grossa paura. Poi è facile e in breve sono in cima. C’è un chiodo con un cordino per corda doppia, c’è vento. L’oltrepasso e sono sul masso terminale! È dal primo giorno di luglio che ci sto dietro e finalmente l’ho con­quistato. Da solo, per giunta!

Mi abbasso per il troppo vento e torno al chiodo. A grandi martellate, poco nobilmente, me ne impadronisco. Mai visti di così grossi! Me lo metto in tasca assieme al cordino e mi sporgo verso la base, per vedere la via che volevamo fare con Marco. Poi, comincio a scendere, molto emozionato.

Giunto allo spigolo di due metri da scendere, strisciando come un verme riesco a mettere i piedi sul terrazzino di sotto; e quando giungo sull’altro spigolo, aggrappandomi con le due mani a quel famoso spuntoncino, supero al volo il passaggio e mi ritrovo dall’altra parte. da lì scendo a terra, felice come solo gli alpinisti possono esserlo.

Poso tutto lì e, solo col martello, salgo di nuovo per togliere i chiodi e la cordetta del 5 ottobre. Riesco a togliere il laccio e il chiodo piantato per primo. Tento anche, con furiose martellate, di togliere il chiodo vecchio, ma non ci riesco, è troppo saldo. Scendo e considero che di mio ci ho lasciato solo quel chiodino oltre lo spuntone strtapiombante.

E’ ancora presto ma mi precipito giù a Sestri Ponente, prendo il 22 per andare a Rivarolo. Corro al negozio di Marco e gli mostro la mia preda. Il viso gli si illumina di gioia: mi chiede quando ci torneremo assieme. Poi lo saluto e con il 26 torno a casa.

(continua)

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Alex Honnold: riflessioni dopo la morte di Dean Potter

Alex Honnold: riflessioni sul rischio dopo la morte di Dean Potter
(tradotto da time.com del 28 maggio 2015)

Il 16 maggio 2015, nel parco nazionale dello Yosemite, Dean Potter e l’amico e compagno Graham Hunt sono rimasti vittime di un incidente di BASE-jumping con la tuta alare.

Ho appreso della tragedia quasi subito da un amico in comune e ho passato tutto il giorno dopo in stato di shock. Non ci volevo credere.

Dean, che aveva 43 anni, tra i climber degli States era stato per almeno 20 anni uno dei più conosciuti e dei più fantasiosi. La sua morte ha suscitato grande eco nell’informazione e sui social. Quasi tutti quelli che arrampicano hanno postato almeno qualcosa in omaggio a Dean, perché per tutti noi lui era davvero qualcuno. Eroe della mia adolescenza, era il simbolo di quanto di più fico c’è nel mondo dell’arrampicata.

Potter-9c8b251ac865012ff6215c5b0a33ea3fL’avevo visto per la prima volta in Masters of Stone V, un film della vecchia scuola di arrampicata che mostrava il suo nuovo stile nello scalare da solo le grandi pareti. Si vedeva un uomo dall’aria spavalda che scorrazzava sulle più grandi pareti dello Yosemite avendo con sé solo il minimo di equipaggiamento.

Io, che scalavo solo su plastica, pensavo che quello che faceva lui era impossibile e affascinante. Arrivai a conoscerlo gli anni dopo, in occasione di qualche serata o evento: poi, sebbene raramente ci fossimo legati assieme, lo vedevo spesso in giro. La notizia dell’incidente è stata una bastonata, solo poco tempo prima avevamo cenato assieme in Yosemite.

Alla sua morte ci sono state le reazioni più diverse, si è passati dal profondo rispetto per un uomo che ha influenzato come un gigante il suo sport al disprezzo senza controllo per uno che ha gettato via la sua vita, pronto a sperperare quel che abbiamo di più prezioso per la prossima adrenalinica avventuretta. Molti si sono chiesti che senso aveva, o quanta follia, il prendersi dei rischi simili. Questi pensano che Dean fosse posseduto da un egoismo mostruoso per dare un dolore così alla sua famiglia e agli amici. La critica più comune dice pressappoco “era suo dovere restare vivo, per gli altri”.

Questi commenti mi amareggiano assai, perché ignorano quanta concentrazione e quante energie Dean investisse nella sua arte.

Nessuno passa venti anni di vita a fare sport al limite se è un drogato di adrenalina. I più l’hanno solo visto arrampicare o volare nei filmini di YouTube senza avere la più pallida idea degli anni passati ad allenarsi. Dean aveva al contrario un atteggiamento riflessivo e prudente, affrontando le nuove imprese solo dopo averci pensato molto ed essersi preparato alla perfezione fisica e psichica.

Qualcuno ha argomentato che è immorale rischiare la vita, tralasciando che molti altri rischiano la vita tutti i giorni con diete e stili di vita pazzeschi.

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Avevo 19 anni quando mio padre è morto per un infarto. Aveva solo 55 anni e, professore universitario, conduceva uno stile di vita che si potrebbe definire del tutto tranquillo. Ma era sovrappeso, e le malattie di cuore sono un problema della nostra famiglia. Senza riguardo ai rischi che ci assumiamo, tutti noi consideriamo la fine come un evento che arriva troppo presto, anche se nella vita bisognerebbe prestare più attenzione alla qualità che alla quantità.

I suoi obiettivi erano quelli di un visionario, poco pratico e non realista. Dean era devoto alla sua ricerca. L’essere completamente dedicato a essa è ciò che gli ha permesso per quasi venti anni di praticare quegli sport. La sua morte mi ha ricordato che devo riflettere con molta attenzione sulle mie prossime scelte. Nell’arrampicata, ma anche in tutta l’avventura, c’è una costante tensione tra il voler spingersi verso l’ignoto e il non andare troppo in là. Il meglio che possiamo fare è riconoscere con molta cura quella sottile linea. Dean faceva le sue scelte a occhi ben aperti. Sapeva di correre rischi, ma lo stesso inseguiva i suoi sogni. Quanti di noi rimasti vivono con quel genere di intenti?

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Requiescat In Pace
di Emilio Previtali
(facebook, 22 maggio 2015)

Quando ho letto di Dean Potter sono rimasto male ma sapevo che il peggio doveva ancora arrivare. Sapevo che avrei dovuto leggere tutti quei RIP che non vogliono dire niente, di solito quando muore uno tra non dire niente e dire RIP, secondo me, è meglio non dire niente. Invece a tanti inspiegabilmente vengono sempre fuori quelle tre lettere lì, in maiuscolo. RIP. Fantasia. E va beh. Sapevo soprattutto che avrei dovuto fare i conti con il fatto che l’altro, l’amico di Dean, quello che se ne è andato con lui (aveva anche un nome, si chiamava Graham) sarebbe stato ignorato. Di lui quasi nessuno ha detto niente. Come non fosse esistito. Uno con cui ti butti di notte da una parete con una tuta alare non può che essere un tuo amico o qualcosa di più o del genere. Ehi, fratello, se sei amico di Dean, devi essere anche amico del suo amico. Una birra all’amico di Dean al bar, avresti trovato il coraggio di non offrirla? Per lui manco un RIP, hai speso. In questi giorni mi sono rifugiato nell’idea del cane che vola, in quelle immagini che ho visto qualche decina di volte sempre chiedendomi se al mio cane, alla Milla, piacerebbe fare una cosa del genere. Un volo insieme a me con la tua alare, le ho chiesto l’altro ieri: Milla, ti piacerebbe? Io e te soltanto. Lei mi ha guardato e leccato, credo volesse dire sì. O forse di no. Forse voleva dirmi Ma sei scemo? I cani non parlano. Non scrivono. Meglio così. Almeno quando muori non corri il rischio che vengano fuori con un RIP.

(NdR: Previtali è stato almeno parzialmente contraddetto grazie a questo articolo: http://www.outsideonline.com/1982461/remembering-graham-hunt)

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Werner Munter: cinico io? no, realista!

Werner Munter, svizzero di Arolla, è nivologo di caratura internazionale, guida alpina dal 1971 e inventore del famoso metodo 3×3 (vedi allegato, un pregevole lavoro del CAI e di Beppe Stauder: Munter-PRG02) e del Nivocheck, obbligatori nella formazione delle guide alpine svizzere e utili nel ridurre i casi di incidente da valanga attraverso una procedura di valutazione del rischio. La sua lezione è da anni ampiamente accettata e messa in pratica dalle scuole di scialpinismo e diffusa con tutti i mezzi. Al convegno di Trento Tutti matti per la neve (2 dicembre 2014) la sua relazione era molto attesa, e di certo non ha deluso.

Werner Munter
Werner Munter jpgIl numero di febbraio 2015 di Montagne360 ha ripreso il contenuto della relazione di Munter, facendo un lavoro lodevole. Purtroppo all’illuminato senso profondo di ciò che Munter comunica, nella stessa rivista seguono non uno, bensì due, articoli i cui titoli vanno in direzione opposta. Non mi stancherò mai di ripetere che l’iniziativa “Montagna Sicura” è valida e necessaria solo a patto che cambi il nome! La montagna non è MAI sicura, perciò al massimo possiamo dire  “Montagna più sicura”. E invece no, i titoli dei due articoli seguenti sono La montagna è “amica e sicura” anche d’inverno e Sicuri con la neve. E’ pur vero che leggendo gli articoli è più volte ricordato che la sicurezza al 100% non esiste, lo dice anche con molta chiarezza il presidente Umberto Martini. Ma cosa costerebbe modificare il logo? Nulla, e in più molti si chiederebbero perché è stato modificato, costretti quindi a riflettere sul significato.

Werner Munter: Il rischio non si elimina, ma si può gestire
a cura di Luca Calzolari (da Montagne360, febbraio 2015)
«In generale, quando parlo di un livello di rischio accettabile, di un giusto livello di rischio, molti prendono la mia affermazione per una provocazione. Ma attenzione: non esiste nessuna attività umana esente da rischi: persino il momento della nascita porta con sé un altissimo livello di rischio, e tutta la nostra vita è costantemente costellata di rischi. Di per sé, la vita stessa è pericolosa per la vita. Anche i lavori domestici sono molto pericolosi – e forse è proprio per questo che gli uomini cercano di evitarli…».

Ma qual è la differenza tra rischio e pericolo?
«Sono considerati spesso sinonimi» ha spiegato Munter nel corso della sua chiacchierata, «ma sono in realtà cose ben distinte. Quando ci esponiamo a un pericolo della natura, si corre un rischio, e gli alpinisti affrontano il rischio volontariamente. Con i nostri comportamenti, infatti, noi possiamo influenzare il livello di rischio. La mia personale formula di rischio è natura diviso uomo, o pericolo diviso comportamento, oppure potenziale di pericolo diviso per il prodotto di molti fattori di riduzione del rischio. Provo a spiegarmi: il potenziale di rischio varia in maniera esponenziale e raddoppia di grado di pericolo in grado di pericolo. Un pericolo debole, segnalato dai bollettini delle valanghe con il grado 1, ha un potenziale di rischio pari a 2; un pericolo moderato, di grado 2, ha un potenziale di rischio pari a 4; e un pericolo marcato, di grado 3, possiede un potenziale di rischio pari a 8. Ed ecco che così ho costruito la nostra bilancia del rischio. A questo punto faccio osservare che un pericolo marcato ha un doppio potenziale di rischio rispetto a un pericolo di grado moderato. I fattori di riduzione, però, sono in grado di dimezzare costantemente il rischio. Perciò, se su uno dei piatti della bilancia metto 3 gradi di pericolo, sull’altro devo controbilanciare con tre gradi di riduzione conseguenti al mio comportamento. La bilancia dev’essere sempre in equilibrio. La mia regola aurea dice che, tenendola in equilibrio con l’introduzione dei fattori di riduzione, possiamo affrontare lo stesso livello di rischio indipendentemente dal grado di pericolo. Il pericolo marcato, di grado 3, che ha un potenziale di rischio pari a 8, deve perciò essere controbilanciato da 3 fattori di riduzione; il grado 2, con potenziale 4, ha bisogno di 2 fattori di riduzione. Quello moderato, di grado 1, necessita invece di un solo grado di riduzione».

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Ma quali sono i fattori di riduzione che dobbiamo fare entrare nel gioco?
«Vanno studiati e ricordati a memoria: bastano 5 minuti per impararli. Si suddividono in tre classi diverse. La prima classe riguarda la rinuncia ai pendii più ripidi, e qui si ha riduzione del rischio solo se si opera una rinuncia. Se rimaniamo al di sotto dei 40° di inclinazione del pendio, godremo di un fattore di riduzione pari a 2. Se rimaniamo al di sotto dei 35°, il fattore di riduzione sarà pari a 4. Teniamo conto che, oltre i 30°, sono necessarie le inversioni e non è più possibile salire direttamente con le pelli di foca lungo la massima pendenza, e purtroppo questa è la pendenza giusta per il distacco delle valanghe a lastroni. I fattori di riduzione di seconda classe riguardano la rinuncia a determinate esposizioni dei pendii, e non valgono in caso di neve bagnata. Occorre rinunciare ai pendii esposti in tutta la fascia che va da nord ovest a nord, fino a nord-est, e in questo caso il fattore di riduzione è pari a 2. La rinuncia a pendii privi di tracce è ugualmente pari a 2. Nell’emisfero sud ovviamente l’esposizione da evitare va invertita. La terza classe di riduzione riguarda invece le dimensioni del gruppo e le distanze di sicurezza da adottare. Per gruppi minuscoli, di 2-4 persone, il fattore di riduzione può essere considerato pari a 2, e lo stesso può valere per gruppi più ampi, purché venga mantenuta la distanza di sicurezza. Ecco, questa è la paginetta da studiare e memoria. Una precisazione importante, che è bene ripetere: con pericolo marcato, di grado 3, vanno assolutamente evitati i pendii sopra i 40°. Per chi non è in grado di tenere a mente ciò che abbiamo appena detto, ho sviluppato un metodo semplificato che ho chiamato del sottobicchiere, perché la tabella sta comodamente sul sottobicchiere della birra e, una volta sul posto, il check richiede un minuto per prendere una decisione. I criteri? Sono gli stessi già visti ma, anziché parlare di fattori di riduzione, qui parliamo di bonus.

Se sto sotto i 40° di inclinazione (40° nel punto più ripido, beninteso, non dove esattamente ci si trova), ottengo un bonus; sotto i 35° guadagno 2 bonus. Se mi tengo lontano dai pendii esposti a settentrione (da nord-ovest a nord-est), ho un altro bonus (che non vale però in presenza di neve bagnata). Un altro bonus lo ottengo se affronto un pendio con tracce visibili, e un altro ancora se in salita tengo una distanza di almeno 10 metri dal compagno (e di più ancora durante la discesa). Con pericolo marcato di grado 3, devo almeno poter contare tre bonus, tra i quali è obbligatorio che compaia uno dei fattori di riduzione di prima classe (es., stare sotto i 40°). I punti non sono cumulabili. Con grado di pericolo 2, dovrò totalizzare almeno due bonus, raccolti in tutte le tre categorie: e questo vuoi dire che, se mi tengo sotto i 35° potrò avere buone possibilità anche sui versanti nord. Aggiungo ancora che, con pericolo molto forte, di grado 4, non siamo più in grado di valutare correttamente il rischio ed è giocoforza la rinuncia totale.

Di fronte a me c’è una fotografia con uno sciatore che scende su un pendio ripido, intorno ai 40°, non ci sono tracce sul pendio, la neve è asciutta, l’esposizione è a nord-est. Proviamo ad analizzare la situazione. Rispetto all’inclinazione del pendio, non abbiamo bonus. Non ci sono tracce, e quindi neanche in questo caso abbiamo bonus: rimane solo la possibilità di mantenere le distanze. In questo caso, il rischio qui diventa accettabile solo con grado di pericolo 1 dei bollettini della neve. Siamo di fronte a una delle combinazioni possibili più estreme. Ma sappiamo anche che, per fare determinate scialpinistiche, dobbiamo aspettare le condizioni ideali. I giovani oggi non sanno più aspettare: tutto e subito, adesso. Di recente in tivù ho sentito una madre che asseriva di non aver mai detto no al proprio figlio. Penso che quel ragazzo si sia trovato di fronte a una preparazione alla vita di basso livello. Ho pensato anche a un altro strumento, che tenesse conto delle combinazioni più pericolose. E alle tre combinazioni che sto per enunciare, bisognerebbe rinunciare in ogni caso, anche se si è degli esperti o dei locali. Le elenco: con pericolo di grado 2, si deve rinunciare ai pendii sopra i 40° nel settore nord e non tracciati; con pericolo di grado 3, bisogna evitare i pendii sopra i 40° su tutte le esposizioni; mentre con pericolo di grado 4, la rinuncia deve riguardare tutti i pendii sopra i 30°. Nei casi citati, siamo chiaramente in una zona rossa, di rischio, in cui la bilancia pende tutta da una parte. Ovviamente ognuno è libero di fare ciò che vuole, ma con gli strumenti elencati si sa che ci si trova in una zona a rischio.

Molti dicono che il mio metodo concede troppa libertà; una piccola parte ritiene invece che sia troppo selettivo: ma questo mi rallegra, perché vuol dire che ho trovato un buon equilibrio. Tenendo la bilancia in equilibrio, possiamo permetterci di fare 100.000 scialpinistiche e incappare una volta sola in un incidente mortale. Il numero, definito come case fatality rate, di 1 su 100.000 rappresenta la norma di sicurezza degli ingegneri tedeschi: dunque siamo di fronte a un rischio socialmente accettabile. Mi dicono che sono cinico: no, sono semplicemente realista. Il rischio zero non esiste.

Negli anni Ottanta avevamo una media di 16,7 morti per valanga ogni 170.000 utenti (1 morto ogni 10.000 utenti). Con l’introduzione del metodo di riduzione del rischio, abbiamo avuto 9,4 morti su 20.000 scialpinisti (1 ogni 200.000 utenti), e il case fatality rate si è dimezzato. Se ogni anno il nostro scialpinista tipo effettua cinque uscite, e se gli utenti sono 200.000, significa che abbiamo 1.000.000 di giornate di rischio e che la percentuale di 1 morto su 100.000 è socialmente accettabile».

Oggi il rischio è sottovalutato o, al contrario, sopravvalutato?
«Se si ritiene accettabile il rapporto 1:100.000, in Svizzera direi che il rischio è valutato in maniera corretta. Essendo 240.000 gli scialpinisti svizzeri che praticano regolarmente l’attività, dobbiamo aspettarci circa 12 morti per valanga ogni anno. E io accetto questa cifra, perché sono cinico. Non conosco con precisione i dati degli incidenti in Italia. Quello di cui ha bisogno lo scialpinista sono regole semplici; regole che ho proposto già vent’anni fa. Ricordo ancora una volta la mia regola aurea: grado di pericolo 3, tre fattori di riduzione del rischio; grado di pericolo 2, due fattori di riduzione del rischio; grado di pericolo 1, un fattore di riduzione. Basta saper contare fino a tre. Chi non è capace di contare fino a tre, di sicuro ha una scarsa capacità di sopravvivenza in montagna d’inverno. Ma sapete che vi dico? Che per anni abbiamo scavato buchi nella neve, analizzando e studiando gli strati che si erano depositati sul suolo, e poi a un certo momento mi è venuto in mente che il segreto della sicurezza non stava nella neve, ma nella testa delle persone. Dovevo scavare nella mia testa».

IL METODO DI RIDUZIONE DI WERNER MUNTER
Sia pure riprendendo alcuni concetti della sua ottima regola del 3X3, che impone la valutazione di tutti i fattori determinanti il rischio, l’autore si limita a considerarne solo alcuni dando poi ad essi un valore e, con una semplice formuletta, calcola il rischio residuo. Le variabili prese in considerazione sono il Rischio potenziale (Rp), ottenuto dando pesi ai gradi di pericolo indicati nei bollettini nivometeo o valanghe, nonché i Fattori di riduzione (Fr); questi ultimi riguardano 3 categorie:
1) inclinazione del pendio sul posto o nel punto dove è più ripido,
2) esposizione del pendio,
3) il gruppo e il comportamento; anche a questi fattori vengono assegnati dei pesi.
Il rapporto tra il Rischio potenziale e i Fattori di riduzione ci dà il Rischio residuo (Rr) che, se risulta inferiore o uguale a 1, può essere accettato. I valori da assegnare al Rischio potenziale ed ai Fattori di riduzione sono riportati nella tabella di Fig.1

Fig. 1
Munter-rischiotab1GDivengono inevitabili alcune considerazioni critiche.
Per quanto riguarda il Rischio potenziale bisogna dire che l’esame dei fattori determinanti l’evoluzione e il conseguente grado di consolidamento del manto nevoso viene demandato ai Bollettini valanghe escludendo con ciò ogni valutazione zonale e locale. Bisogna poi tenere conto che anche i migliori previsori valanghe possono commettere errori, in particolare quando per la previsione del pericolo di valanghe entrano in campo le previsioni meteorologiche.
Anche senza tenere conto dei possibili “errori” di previsione nei bollettini valanghe, bisogna correttamente considerare le caratteristiche strutturali dei contenuti dei bollettini stessi che sono sostanzialmente finalizzati a riportare, in un determinato periodo e in un determinato territorio (ovviamente molto più grande dell’area interessata da un tracciato scialpinistico) i concetti della Scala unificata del pericolo di valanghe come, per altro, si accennava all’inizio.

Da quanto sopra si desume che:
1) la diffusione (e, quindi, la probabilità di incontrare siti pericolosi) descritta nei bollettini non indica, con la necessaria precisione, i reali punti pericolosi da attraversare durante uno specifico itinerario (anche in situazioni di pericolo marcato sono possibili itinerari non pericolosi; di contro, in condizioni di pericolo moderato non si possono escludere realtà molto pericolose, sia pure molto localizzate);
2) l’utente deve quindi in ogni caso stabilire, di volta in volta, le reali condizioni di pericolo di fronte a cui si trova per pesare correttamente il Rischio potenziale; per fare ciò però deve per forza procedere ad un attento esame di tutti i fattori (magari applicando proprio la regola del 3X3!) e, a questo punto, la formula di riduzione diviene inutile.
Per quanto riguarda i Fattori di riduzione bisogna dire che ci troviamo di fronte ad alcune eccessive semplificazioni e schematizzazioni che portano a conclusioni spesso fuorvianti.

Si consideri l’inclinazione dei pendii:
1) anche disponendo di carte di dettaglio non è possibile stabilire se ci troviamo entro i 34° o siamo già ai 35°; si può stabilire solo con adatti strumenti di precisione e solo sul posto, ma allora potrebbe essere già tardi;
2) un pendio con inclinazione di 37°- 40°, caratterizzato da crosta da fusione e rigelo portante, è decisamente meno pericoloso di un pendio di 27°- 30° con lastrone soffice debolmente consolidato;
3) bisognerebbe anche considerare il tipo di percorso introducendo un fattore di riduzione per la sua posizione (dorsali e creste piuttosto che canaloni) e per la percentuale di siti potenzialmente pericolosi (canaloni, tratti esposti, pendii aperti sotto creste, ecc.) che in questi casi potrebbero anche aumentare il pericolo (per esempio: 0,2 – 0,5, nei casi di maggior probabilità di pericolo).

Si consideri l’esposizione dei pendii:
1) sia pure tenendo conto delle statistiche che indicano che il 60% degli incidenti avvengono sui versanti nord non si deve dimenticare che il 40% (e non è poco!) avvengono su versanti con le altre esposizioni e, quindi, non si deve mai escludere una corretta valutazione locale che non può dare luogo, a priori, ad un peso inferiore per esempio per i versanti sud; per esempio: con neve trasportabile, venti da nord e basse temperature, si possono avere situazioni di forte pericolo, anche prolungato nel tempo, anche a sud;
2) bisogna rilevare che molti tracciati hanno più esposizioni; in questo caso di quale esposizione si tiene conto?
Di quella in cui si valuta ci sia più pericolo (ma in questo caso si torna al problema del riconoscimento del pericolo stesso: dove si trova e di che tipo è?), oppure di quella predominante per lunghezza o dislivello (con il rischio di escludere proprio l’esposizione più pericolosa)?

Si consideri il fattore umano (gruppo e comportamento):
1) come si riconosce un pendio regolarmente percorso (in particolare dopo una nevicata)? Per la sua fama (ma questo non ci dice se sia stato frequentato di recente!)? Perché presenta tracce (quante? recenti?)?
2) la capacità di mantenere la distanza di sicurezza (ivi compresa quella che consente il contatto visivo e/o acustico) non può entrare nel computo della gestione del fattore umano: deve essere sempre presente, pertanto diviene inutile, oltre che contraddittorio, introdurre la distinzione tra “piccolo gruppo” e “piccolo gruppo che mantiene le distanze di sicurezza”; ancor più contraddittoria è la categoria del grande gruppo con distanze di sicurezza: se può esistere un piccolo gruppo senza distanze di sicurezza tanto più potrà esserci un grande gruppo senza comportamento di sicurezza;
3) sarebbe invece accettabile la sola distinzione tra grande e piccolo gruppo: anche in presenza di una buona capacità di mantenere la distanza di sicurezza è più difficile gestire un grande gruppo che un piccolo gruppo: maggiori probabilità di errori di comportamento e minori possibilità di controllo e recupero rapido degli stessi;
4) dovrebbero di contro essere considerate le condizioni fisiche, le capacità tecniche e le basi conoscitive dell’ambiente montano, elementi che invece non sono usati nella valutazione del gruppo e del comportamento.

Nato in Svizzera nel 1941, Werner Munter è Guida e istruttore dal 1971, vive attualmente nel Vallese vicino a Sion, nel cuore delle Alpi. Ha fatto parte della Commissione per la sicurezza dell’UIAA (che raggruppa le più importanti associazioni alpinistiche), e da tempo è collaboratore e consulente dell’Istituto Federale svizzero per lo studio della neve e delle valanghe (SLF di Davos), conosciuto ormai in tutto il mondo per le sue numerose conferenze e per i corsi di formazione sulla prevenzione del pericolo valanghe negli sport invernali. Autore pure di una guida delle Alpi Bernesi, sono particolarmente famose le edizioni dei suoi manuali sul rischio valanghe (Il rischio valanghe. Nuova guida pratica, 1992, e 3×3 Avalanches. La gestion du risque dans les sports d’hiver, 2003, pubblicati dal Club Alpino Svizzero).

Werner Munter

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Libertà fuori e dentro di sé

Libertà fuori e dentro di sé
(relazione di Alessandro Gogna al Convegno Nazionale del CAAI, Caprino Veronese, 11 ottobre 2014)

Lasciatemi partire un po’ da lontano, ma nemmeno poi tanto, partendo dal materiale che usiamo per andare in montagna, che si può grossolanamente dividere in due tipologie. C’è ovviamente anche il materiale che riesce a fare parte delle due tipologie, ma possiamo dividere in materiale per la progressione e quello per la sicurezza.

Sul materiale da progressione abbiamo fatto passi da gigante: senza volerli elencare (siamo partiti dalla corda di canapa…) in decenni e decenni di alpinismo c’è stato un grande progresso. Anche sul materiale per la sicurezza vi è stata evoluzione: dal semplice “otto” al gri-gri, poi al “reverso” e a tutti gli altri aggeggi esistenti per le varie manovre, fino ai nut e ai friend, attrezzi che comunque alla cordata non garantiscono tanto la progressione quanto la protezione, elevandone quindi il grado di sicurezza.

Più sicurezza riusciamo ad ottenere da attrezzatura perfetta, studiata, tecnologica (corde, telefonino, gps, ecc. ), insomma più sicurezza esterna abbiamo, di meno concentrazione interna noi disponiamo.

Ma perché? Cerco di spiegarmi con un esempio: prendiamo un solitario, di quelli che seguono il filone attuale e cioè il free-solo, dove non si ha nemmeno l’imbracatura (scarpette e basta), quindi privo di qualunque attrezzatura e dotato solo delle proprie capacità psico-fisiche e della propria esperienza. Questo individuo avrà un grado di concentrazione riferito alla sua azione sicuramente spasmodico, enorme, mentre invece se la stessa persona compie la stessa azione con tutta una serie di ausili (che poi è la normalità) che gli permettono maggiore sicurezza è chiaro che la concentrazione è minore se paragonata alla prima ipotesi.

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A questo proposito sarebbe molto bello (lo dicevo a Predazzo qualche giorno fa) se le scuole di alpinismo facessero provare agli allievi per un giorno, un’ora, un minuto le antiche attrezzature, facendoli arrampicare come si arrampicava una volta. Non per far risaltare la bravura di quelli di una volta, ma semplicemente per far capire in un flash cosa ha significato l’evoluzione.

E’ già stato detto precedentemente da Carlo Zanantoni che la sicurezza sta diventando una mania della società, “società sicuritaria”, cioè una società che impone tutta una serie di vincoli, suggerisce e vende una serie di dogmi che spingono tutti verso quella magica parola che è “sicurezza”.

Con questa parola si vorrebbe evitare qualunque esposizione a qualunque rischio.

Portando un esempio semplice, le mamme sono state le prime a recepire questo messaggio e a dire al bambino “non correre perché sudi…”, mia mamma non me l’ha mai detto, al massimo mi diceva “non andare in mezzo al fango perché dopo devo ripulirti…”, esortazione che ha ben altra filosofia.

Questo per dire che siamo in una società che ci spinge a stare seduti sulla sedia e vivere tutto virtualmente senza sperimentare quello che è la realtà.

Sugli alberi è naturale che i bambini continuino a salire, ed anche a cadere… facendosi anche male… perché questa è sempre stata la logica dell’infanzia… in questo modo si cresce, ci si crea una individualità, ti crei dei desideri senza essere sempre legato a un cordone ombelicale.

E poi c’è una “dimenticanza” pericolosissima: non viene evidenziato che non si dichiara che la sicurezza non è mai al 100%. Tutti parlano delle cose sicure, anche il CAI aveva fatto anni fa un manifesto con la dicitura “montagna sicura”.

“Montagna sicura”! No certamente, perché la montagna non sarà mai sicura, ognuno di noi potrà utilizzare ciò che vuole, esperienza, attrezzatura e conoscenze, ma l’incertezza su quello che è il tuo destino rimane ed è questo messaggio che deve passare alla società, mentre culturalmente avviene proprio l’opposto.

Se una ferrata è appena stata costruita con tutte le caratteristiche moderne di sicurezza, è “certificata”: una parola da temere assolutamente poiché gravemente pericolosa.

Purtroppo più sicurezza è disponibile e più (e gli avvocati che mi seguiranno lo spiegheranno meglio) vi sarà la ricerca del responsabile in caso di incidenti e qui non si parla della parola “responsabilità” in senso umano ma “responsabilità giuridica” e cioè quella responsabilità per cui sei passibile di giudizio, quindi con la possibilità di essere anche sanzionato e/o “punito”.

La responsabilità giuridica va letteralmente a braccetto con “sicurezza”.

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Non ho il tempo materiale per dimostrarlo, ma da un’analisi che ognuno può fare potrà dedurlo per conto suo.

Il “Signor Rossi” non può andare come e dove vuole in qualunque modo facendo ciò che desidera. Due anni fa al Festival di Trento si elogiava il GPS affermando che con esso si poteva realmente andare ovunque: ebbene, questa è pura follia, una bugia pubblicitaria che non ha fondamento reale, un inganno del marketing.

La certezza della totale sicurezza in presenza di questi ausili è pura utopia.

La verità e che se questo “Signor Rossi” vuole fare ciò che vuole deve prima farsi le sue esperienze diventando quindi “responsabile”. Non “responsabile giuridicamente” ma responsabile di ciò che lui stesso causa con le sue azioni.

Noi l’abbiamo fatto, in questa sala quasi tutti siamo Accademici, Guide Alpine insomma tutti con un background notevole di esperienze acquisite.

Non ci è stata regalata l’esperienza, non l’abbiamo comprata né trovata per strada ma solamente acquisita gradualmente e accresciuta nel tempo.

Pertanto la sicurezza indotta, e con tale termine intendo quella che si può comprare utilizzando i vari strumenti del mercato, quella che porta a una minore concentrazione, porta anche a meno responsabilità, con una diminuzione della responsabilità individuale inversamente proporzionale all’utilizzo intenso di tecnologia.

Attenzione, questo non significa che non bisogna utilizzare attrezzature esterne, non voglio estremizzare, sto solo cercando di portare l’attenzione su alcuni punti importanti.

Responsabilità. Prima abbiamo parlato di sicurezza ora affrontiamo il capitolo “Responsabilità”.

Cosa è la responsabilità, ma partirei col dire cosa non è.

Sicuramente non è tanto responsabile colui che va in montagna dominato dall’adrenalina, con il gusto del rischio a tutti i costi, della performance estrema tipo “o la va o la spacca”.

Questa persona potrà sicuramente fare delle cose pregevoli: però le farà correndo dei rischi notevoli, proprio perché schiavo di questo suo carattere, delle sue debolezze, di questa “malattia”.

La responsabilità la si acquisisce e questo tipo di alpinisti poco o nulla hanno fatto in questo senso. Evidentemente l’egocentrismo di queste persone, l’inflazione del proprio io oltre i livelli consentiti, portano a correre grossi rischi con una responsabilità tendente a zero.

Ed è quindi ora che per la prima volta pronuncio la parola “libertà” e giungo quindi al nostro tema.

La parola libertà non può esistere se non è connessa con la responsabilità.

Una persona responsabile che ha fatto le sue scelte è libera mentre una persona non responsabile potrà fare quello che vuole ma non è libera, poiché non è libero chi fa quello che vuole ma è libero chi ha scelto che cosa fare.

Credo addirittura, considerando che siamo in un consesso di Accademici, di persone che l’alpinismo l’hanno vissuto per una vita o lo vivranno per una vita, ebbene io credo che nel futuro si misurerà qui il prossimo alpinismo, che è sempre evoluto e cambiato nel tempo: lo si valuterà con la quantità di responsabilità che gli applicheremo, non esclusivamente sui gradi di difficoltà.

Questo significa quantità di libertà, infatti se una persona è responsabile vuole dire che ha scelto, ha scelto tra tante possibilità che aveva e le ha valutate in piena libertà. Anche se non le ha vivisezionate una per una, perché ognuno sceglie a suo modo e si può essere molto istintivi senza essere analitici. Ma della scelta v’è obbligo.

Ci sono parecchi filtri che confondono la lucidità della scelta.

Per esempio immaginatevi dei gruppi di scialpinisti che salgono verso una cima con condizioni non idonee e vedendo i primi che sono arrivati in vetta e affrontano già la discesa pensano “se sono saliti loro, possiamo farlo anche noi”. Questo è un filtro, poiché non è detto che un fatto vissuto da un altro prima di te aumenti la tua sicurezza, stai semplicemente facendo “il pecorone” dietro a qualcun altro, quindi non hai scelto, cioè non sei stato e continui a non essere libero.

Oppure prendiamo una cordata di due alpinisti che salgono a comando alternato: a un certo punto a uno dei due spetta un tiro che lui si accorge subito non essere alla sua portata. Magari lo sapeva anche prima, vi sono relazioni, informazioni e quant’altro per conoscere prima la difficoltà… ma ci prova lo stesso: e nel momento in cui ci prova, si trova in pericolo. Potrebbe anche rinunciare, ma non lo fa subito… e più sale più rischia di farsi del male.

Domanda: perché è andato su, quando invece avrebbe potuto dire al compagno “vai su tu, sei più forte, è meglio per entrambi” oppure dire “torniamo indietro, abbiamo sbagliato a scegliere questo itinerario”?

La famosa traversata della via Cassin alla parete nord della Cima Ovest di Lavaredo
Libertà DentroFuori-KL-Alpintipps-Westliche-Zinne_Cassin_CIMG6104Eppure andare solo perché è il suo turno nell’alternanza e perché non vuole apparire un codardo di fronte al suo compagno è una grande sciocchezza. Chiunque potrebbe dirglielo!

In quel momento la sua non è stata una scelta libera ma viziata dal filtro dell’emulazione, dal filtro del piccolo orgoglio che ognuno di noi ha.

Abbiamo parlato prima dell’istintivo, una categoria a me particolarmente simpatica, io credo di averne d’istinto, ma certamente meno di altre persone.

Uno che aveva un istinto grandioso era Angelo Dibona che andava ovunque, dal Delfinato alle Dolomiti, facendo prime ascensioni notevolissime, pazzesche, con clienti e in luoghi dove non era mai stato prima: era solo l’istinto a spingere questo grande personaggio.

Non vi erano calcoli e nemmeno materiali dietro queste salite e nemmeno quelle tecniche di sicurezza che comunque sono venute molti anni dopo.

Un altro personaggio che ho visto come istintivo è Manolo… ma ce ne sono tanti altri.

Poi vi sono le persone riflessive, e qui mi sento già più vicino, quelle che hanno bisogno di riflettere, valutare, leggere, confrontarsi e dopo di che decidono che cosa fare.

In entrambi i casi c’è libertà di scelta: il riflessivo perché ha fatto un’analisi mentre l’istintivo perché ha un dono. Quest’ultimo sarà in difficoltà solo quando quel “dono” gli verrà tolto. E quel dono è tanto meno in pericolo quanto il soggetto starà attento a non cadere in certe sicurezze, in certe ipersicurezze… tipo ”l’ho fatta duecento volte, cosa vuoi che mi succeda la duecentounesima”.

Avendo escluso le categorie degli egocentrici e degli adrenalinici, rimangono i riflessivi e gli istintivi: loro sono l’esempio della libertà che noi cerchiamo.

Spiro giustamente parlava prima di “ideale”, un valore estremamente importante che nella nostra società odierna sembra avere poco peso. Però è vero che l’ideale nella storia ha fatto progredire la vita umana, nel nostro caso l’alpinismo. E ritengo che non si possa cancellare così facilmente, l’ideale c’è, rimane nella persona che segue il suo istinto, una sua volontà. E anche il riflessivo, in certe regole che si è imposto di seguire, trova il suo spazio di libertà.

Nelle imprese alpinistiche si può fare una distinzione. Le imprese possono essere creative o possono essere nate da una competizione.

Faccio un esempio.

Georg Winkler che sale sulla sua torre omonima, da solo, a 17 anni, senza nessuno intorno. La torre non era certamente una meta di nessuno, probabilmente non aveva avuto nessun tentativo. Ebbene, quella è stata una impresa creativa, un’impresa della fantasia. Winkler ha visto una foto, un disegno e sulla base di questi dati scarni va e sale.

Ci sono stati tanti esempi creativi, mi vengono in mente Boardman e Tasker sul Changabang, gli è riuscita un’impresa incredibile per quel tempo, sono andati là e hanno fatto. Avevano certamente una grande esperienza, ma nessuno aveva in mente il pilastro ovest del Changabang.

L’esempio contrario che mi viene in mente è la Nord delle Jorasses. Certamente una grandissima impresa, poiché in questo contesto non vogliamo sminuire nulla. Ma a monte vi era una competizione, vedi la Nord dell’Eiger, competizioni incredibili durate per anni.

Si era già quasi arrivati alle soluzioni, perciò chi la risolve, pur bravissimo, deve anche dire grazie agli altri “competitors”: mentre nei casi di creatività il salitore non dovrà ringraziare nessuno.

Questo per introdurre la pericolosità della competizione, anche e soprattutto in termini di libertà.

Qualche tempo fa qualcuno voleva identificare l’alpinismo come competizione, ma se l’alpinismo è una forma d’arte, e lo è, e su questo siamo tutti d’accordo, l’accostamento non regge.

Se l’alpinismo fosse soltanto competizione, allora per fare la più grande impresa si potrebbero mettere insieme gli alpinisti per una gara. Allora occorrerebbe, per avere un opera d’arte, prendere cento pittori, metterli assieme in uno studio enorme e dire “mettevi lì e fate un’opera d’arte, così vediamo chi la fa più bella”.

Pura follia, perché il pittore ha bisogno della sua solitudine, della sua concentrazione e non della competizione con altri.

La competizione è pericolosa esattamente come quel famoso materiale del quale parlavo all’inizio, cioè il materiale per la sicurezza. Perché la competizione è quella situazione mentale in cui l’alpinista, o meglio l’individuo, non è più a contatto strettissimo con la natura e con la montagna, non ha più come partner la montagna, unico punto di riferimento, ma ha a cuore la volontà di vincere i suoi competitori. Se no, che competizione sarebbe?

Ciò è molto pericoloso, limitando l’istintività pone in situazione a rischio fisico. Ed è soprattutto è un fattore che limita la libertà di scelta, cioè la libertà che è in noi, di fare o non fare un’azione. La competizione è fuorviante perché allontana dalla montagna e da noi stessi.

Sono convinto che il rapporto tra la montagna e l’alpinista sia essenziale, dove la montagna fa sempre la parte del padrone, del più forte. Purtroppo certi alpinisti, in certi momenti, e chiunque di noi può essere ingannato, non si accorgono di modificare questo salto tra noi e la montagna, un dislivello che diminuisce se siamo in competizione con qualcuno, perché non interessa più la montagna, che diventa un semplice sfondo di palcoscenico e non più il partner. E nel momento in cui viene a mancare questo dislivello tra noi e la montagna viene meno quella scarica incredibile di energia, di forza, di bellezza e di arte che si ha invece quando realmente noi entriamo in contatto con la cosa più bella di una scalata, cioè l’inseguimento di quel nostro obiettivo che abbiamo scelto “liberamente”.

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No ai divieti

Incoscienza in montagna, una battaglia che non si vince a colpi di divieti
intervista ad Alessandro Gogna di Valentina d’Angella, apparsa su Montagna.Tv l’11 settembre 2014

L’alpinismo è il luogo della responsabilità individuale, e nel bene o nel male nessun cartello o divieto potrà sostituirsi alle scelte che deve prendere chi va in montagna. Per questo imposizioni esterne, divieti, sono del tutto inutili. Questo in sostanza il punto di inizio del ragionamento di Alessandro Gogna, con cui abbiamo parlato qualche giorno fa della questione emersa preponderante questa estate sulle imprudenze e i comportamenti inadeguati in alta quota. Il discorso di Gogna si è poi ampliato: un confronto col passato, la mediatizzazione, il riconoscimento della cultura di montagna come unica arma possibile, e infine il compromesso necessario oggi, che può passare anche attraverso certi tipi di avvisi informativi, ma non proibitivi.

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Qualche giorno fa i genitori di Jassim Mazouni, il ragazzo francese morto questa estate al Monte Bianco con Ferdinando Rollando, hanno fatto pubblico appello a una maggiore regolamentazione in montagna. Divieti, avvisi e segnaletiche: è così che si prevengono gli incidenti secondo te?

Io comprendo benissimo che perdere un figlio di 15, 16 anni deve essere una cosa pazzesca, terribile, e che quindi si cerchi in qualche modo di essere utile alla società, di far sì che non si dimentichi. Sono stato tra l’altro alla messa per Ferdinando qualche giorno fa, e c’erano anche i genitori di questo ragazzo che con lui erano molto amici. Ci sono tante motivazioni che si comprendono dietro una richiesta di questo genere. Devo dire però che, per quel che riguarda l’alpinismo, i divieti penso siano cosa del tutto inutile. Non possiamo applicare all’alpinismo un codice come quello stradale: voglio dire che se tu sei in giro in macchina troverai cartelli che regolano un’attività comune a tutti i cittadini di tutto il mondo. Ma l’alpinismo è proprio il posto in cui si dovrebbe esercitare la libertà di scelta, che passa anche attraverso gli errori, che possono portare anche tragedie e incidenti. Ma fanno parte del gioco. D’altra parte che cartelli si possono mettere, faccio per dire, al rifugio Gonella per chi sta salendo al Monte Bianco? “Attenzione ai crepacci”? È assurdo. Tutti devono sapere che ci sono crepacci. “Attenzione al brutto tempo”? Oggi abbiamo una meteo che rispetto a quello che era anni fa è davvero molto credibile. L’alpinismo è proprio il posto in cui uno deve essere responsabile, e non si può limitare questa responsabilità mettendo un cartello. La mia responsabilità di scelta è tanto più grande quanto meno sono i divieti imposti da altri. Se non ho divieti e non ho informazioni sono costretto matematicamente a informarmi e a crescere personalmente, formandomi quella dose di sicurezza che proviene dal mio sapere e non dal sapere altrui. Dopo di che, se si vogliono mettere cartelli si mettano pure, ma non cambieranno le cose.

Salita al Monte Bianco dal rifugio Gonella
NoaiDivieti-MontagnaTv-20110821185644Guide alpine e uomini del Soccorso denunciano sempre più spesso comportamenti irresponsabili, come di recente al Monte Bianco. Hai avuto anche tu, andando in giro in montagna, la percezione di una diffusa incoscienza?
Sì, questa percezione ce l’ho adesso e l’ho anche sempre avuta. Nei miei 55 anni di alpinismo non mi sembra di poter dire che un tempo la gente fosse più prudente. Credo che anche in passato ci fosse una buona percentuale di imprudenti, esattamente come c’è adesso. Solo che oggi questi casi li vedi ingigantiti dalle notizie. Se uno andava in giro slegato sul monte Bianco nel 1955 lo potevano vedere solo le guide del posto e la cosa finiva lì. Adesso invece la notizia fa il giro del mondo.

Quindi la vera differenza rispetto al passato è che oggi la montagna oggi è più mediatizzata?
Certo, è più mediatizzata, per cui la osserviamo di più, la condanniamo di più. Senza considerare che c’è gente che addirittura lo fa apposta. Prendi il caso del signore americano di questa estate: saliva il Bianco con i figli, erano legati, ma a un certo punto sono stati travolti da un distacco di neve. Li ha tenuti per fortuna, nessuno si è fatto male, sono tornati indietro e questo episodio, che poteva tranquillamente passar sotto silenzio, lui è andato a farlo vedere al mondo attraverso un filmino che ha dato alla tv. Salire con della neve del genere, lui e due bambini, di cui uno di 9 anni, per fare il record del più giovane in cima al monte Bianco… beh questa è follia, non è alpinismo. Certe persone si fanno prendere dal guinness, un fenomeno anche questo favorito dalla mediatizzazione.

In Francia si stanno prendendo dei provvedimenti per arginare comportamenti irresponsabili: la Guida nepalese al bivacco del Tête Rousse, gli interventi della gendarmeria, ecc. Cosa ne pensi?
Il sindaco di Saint Gervais è molto attivo in questo senso. Sicuramente credo alla sua buona fede, al fatto che voglia difendere i valori, la sicurezza, ed evitare che diventi una Disneyland. Dopo di che penso che l’effetto Disneyland non lo batti e non lo vinci con divieti e regolamentazioni. È diventato Disneyland perché c’è una mania comune di voler andare in cima al monte Bianco perché è la montagna più alta. Quindi bisognerebbe agire da un punto di vista culturale negli anni, facendo convegni, serate, scrivendo libri, facendo pensare la gente, ragionando su questa assurda corsa al record che deve passare per forza da queste che sono le montagne più alte del mondo, dal primato al monte Bianco come all’Everest, che alimenta una sconsiderata voglia di salire tipo quella che hanno i clienti di molte spedizioni commerciali in Himalaya. È una battaglia che va combattuta a livello di idee, di cultura, non a colpi di divieti che non portano niente.

L’interno pieno di rifiuti della Capanna Vallot. Foto: Paesieimmagini.it
NoaiDivietiMontagna.Tv-IMG_5154bisLa cultura però ha una semina lenta. Cosa possono fare allora le Istituzioni, le amministrazioni nell’immediato?
È vero, i ragionamenti, cambiare una cultura richiede anni. Il cambiamento però passa attraverso un salto di qualità che devono fare le amministrazioni e il cittadino. Il salto sta nel passare dal divieto al consiglio o all’avviso. Oggi le amministrazioni possono consigliare un cittadino a non fare qualcosa. Per esempio potrebbero esserci dei veri e propri bollettini, tipo quelli delle valanghe. Si potrebbero fare bollettini estivi che segnalino: “in questo momento sul monte Bianco ci sono tante persone”, oppure “la neve non è buona, è sconsigliata la salita”. Questo si può fare senza ledere la libertà di nessuno. Un cartello informativo quindi, un avviso intelligente, ben pensato, non un divieto. Può sembrare una contraddizione con quanto dicevo prima, ma non lo è: rimane valido il mio pensiero sugli avvisi, e cioè che più informazioni dai, meno dai la possibilità all’individuo di essere autonomamente responsabile. Ma sono anche d’accordo che un compromesso bisognerà pur trovarlo e non mi sento di dire non ci devono essere neanche avvisi, perché forse in questo momento potrebbe essere eccessivo. Un avviso ben fatto e in tempo reale potrebbe essere utile e sgraverebbe le responsabilità delle pubbliche amministrazioni, quindi potrebbe essere anche nel loro interesse. E’ un discorso complicato ovviamente, delicato, ed esprimere opinioni contrarie a chi sceglie la strada dei divieti nel tentativo di trovare soluzioni alle disgrazie in montagna può sembrare cinico e irrispettoso. Ma credimi, da parte mia non è assolutamente così… purtroppo di amici persi in montagna ne ho avuti fin troppi e ogni volta è sempre una grande sofferenza. Il pensiero di essere avvicinato ai cinici francamente non lo sopporto.

postato il 20 ottobre 2014