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Robert Jasper

Robert Jasper
di Silvia Benetollo (per gentile concessione di altitudini.it)

Robert Jasper (nato il 15 aprile 1968 a Waldshut-Tiengen, Germania) è cresciuto nella Foresta Nera, e ha iniziato giovanissimo a scalare, principalmente nella Schlüchttal e nello Jura. Già a vent’anni aveva portato a casa più di 100 tra le vie considerate tra le più difficili delle Alpi, ma è del 1991 la sua prima grande impresa, quella che lo rende famoso: la scalata, in un solo anno, delle pareti nord dell’Eiger, del Cervino e del Grandes Jorasses.
Predilige le ascensioni in solitaria perché, dice, la solitudine in parete gli permette di scavare dentro se stesso e di conoscersi meglio. Ma le Alpi sono solo il punto di partenza per una serie di notevoli imprese su tutte le montagne del mondo.

Robert Jasper
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In Patagonia, Jasper mette a segno quella che probabilmente è la quarta ascensione del Cerro Standhardt, il più piccolo nel gruppo del Cerro Torre ma che presentava ancora sfide irrisolte; sempre in Patagonia, sale in stile alpino il Cerro Torre per la via Maestri in sole 16 ore e mezza, mentre nel 2005 è la volta del Cerro Murallon, dove aprirà una nuova via, Via col vento, assieme a Stefan Glowacz, che gli vale il Piolet d’Or.
Il Cerro Murallon è una cima remota e difficile, e prima della spedizione di Jasper e Glowacz era stata scalata ufficialmente una sola volta, nel 1984 da una spedizione italiana: infatti, nel 1961 gli alpinisti Jack Ewer ed Eric Shipton erano arrivati alla cresta sommitale pensando di aver raggiunto la cima, ma poiché si trovavano in mezzo a una tempesta, non riuscirono nemmeno a stabilire con certezza dove si trovavano. Anche Jasper e Glowacz non hanno avuto vita facile sul Cerro Murallon. In quei momenti di difficoltà estrema, racconta Jasper, il sentimento che prevale non è l’ammirazione per i luoghi e la natura selvaggia, ma piuttosto l’istinto di sopravvivere. La bellezza del posto e dell’impresa la si vede dopo, quando tutto è concluso e può essere osservato a mente fredda e alla giusta distanza.
Mi ha colpita molto questa affermazione di Jasper, perché mi sono sempre chiesta come vivono e quali sensazioni provano questi atleti che si trovano, per loro scelta, ad affrontare condizioni estreme, spesso ai limiti della sopravvivenza. E mi sono resa conto con stupore che si tratta della stessa sensazione che spesso mi sono trovata a vivere anche io, nel mio piccolissimo, durante certe escursioni in Dolomiti per me lunghe ed estenuanti, che non riuscivo ad apprezzare quando ero immersa fino al collo nella fatica e nelle difficoltà, e che poi invece ho amato tantissimo. Fatte le dovute proporzioni, e considerando sempre le caratteristiche personali di ognuno, sottoposti allo stress e ai pericoli un alpinista estremo e una semplice escursionista vivono sensazioni simili. E questa cosa è stata per me davvero un’epifania.

In Himalaya Jasper ha meno fortuna: pur raggiungendo ottimi risultati, le spedizioni nel Gharwal e sul Nuptse 1 devono essere interrotte a causa del maltempo e del vento forte, lo stesso che nel 1997 si è portato via dalla cima del Nuptse 1 lo sloveno Janez Jeglič.

La famiglia Jasper
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Ma probabilmente è l’Eiger ad attirarlo di più, la montagna che gli offre l’avventura appena fuori della porta di casa e che gli permette di confrontarsi con le grandi spedizioni del passato. Anzi, la famosa Nordwand sembra essere un’ossessione per la famiglia Jasper, dato che anche la moglie Daniela su questa parete ha aperto ben 4 vie. Assieme sull’Eiger Robert e Daniela aprono una delle vie più difficili delle Alpi, Symphonie de Liberté: mille metri di sviluppo, roccia ghiacciata, temperature invernali anche in piena estate, frequenti cadute di massi. Sono proprio queste le peculiarità che fanno della Nordwand una delle pareti più difficili e allo stesso tempo più affascinanti per gli scalatori di tutto il mondo: l’esposizione fa sì che la neve e il ghiaccio siano da mettere in conto anche nei mesi più caldi, salvo poi trasformarsi in cascate nelle ore centrali del giorno, e le frane costituiscono un pericolo costante.

Proprio questi fattori, uniti al maltempo, determinarono il fallimento delle prime spedizioni sull’Eiger. Vale la pena ricordarle. Gli alpinisti Karl Mehringer e Max Sedlmeyer iniziano la scalata l’11 agosto 1934. Durante il primo giorno i due salgono velocemente sulle rocce alla base della Nordwand, ma dopo il primo bivacco il ritmo di salita cala paurosamente, probabilmente per la stanchezza. Le frequenti scariche di massi li costringono a bivaccare nuovamente, ma intanto il tempo peggiora. Una violenta tempesta porta neve e ghiaccio in parete, coprendo di nuvole la sorte dei due alpinisti. Vengono avvistati per l’ultima volta nella mattinata di sabato 14 agosto, dopodiché su di loro cala definitivamente il sipario. I corpi vengono portati giù dalle valanghe, e verranno recuperati molto dopo dalle squadre di ricerca.
La seconda spedizione, nel 1936, non fu molto più fortunata. Era composta da due esperti alpinisti bavaresi, Toni Kurz e Andreas Hinterstoisser, che avevano preparato la salita della Nordwand scalando la parete nord della Cima Grande di Lavaredo, e gli austriaci Willy Angerer e Edi Rainer, molto meno qualificati per affrontare un’impresa del genere. Partirono il 18 luglio, alle 2 del mattino, riuscendo quel giorno a salire un buon tratto. Ma la notte successiva il tempo cambiò repentinamente e di nuovo la nebbia nascose la vista degli alpinisti agli osservatori appostati a Kleine Scheidegg. Passò un’altra notte. Ciò che accadde nel terzo giorno di scalata non è mai stato chiarito: gli alpinisti dapprima avanzarono lentamente, poi si fermarono, e alle 5 del pomeriggio furono visti scendere, portando un ferito. Bivaccarono nuovamente in parete. Il giorno dopo, verso mezzogiorno, un addetto alla ferrovia dello Jungfraujoch si sporse dallo Stollenloch (la finestra di collegamento con la galleria della ferrovia interna all’Eiger), e sentendo che gli alpinisti si stavano avvicinando rientrò per preparare del tè. Due ore dopo, non vedendoli arrivare, andò nuovamente a controllare: questa volta quello che sentì furono grida di sofferenza. Telefonò quindi alla stazione Eigergletscher, dove venne approntata una squadra di soccorso. Gli alpinisti vennero raggiunti il giorno successivo, ma a quel punto l’unico rimasto vivo era Toni Kurz: Rainer era morto assiderato, Hinterstoisser era caduto e Angerer pendeva strangolato dalla corda. Dopo sei ore passate a cercare di liberare le corde per calarsi giù verso i soccorritori, proprio quando era sul punto di compiere un’impresa epica, Toni Kurz reclina la testa, apre le braccia e muore, schiantato dalla fatica.
La parete nord dell’Eiger rimane inviolata fino al 1938, quando due cordate, una tedesca e una austriaca si trovarono in parete e decisero di mettere insieme le forze. Tra loro c’era Heinrich Harrer, divenuto poi noto per le sua permanenza in Tibet.
Da allora la Nordwand è stata scalata numerose volte e diverse sono le vie che conducono alla cima. Una di queste è la cosiddetta Direttissima dei Giapponesi, che sale diritta e senza esitazioni nel settore di centro-destra della parete. Fu aperta con un ultimo attacco di cinque giorni da una spedizione giapponese (Hirofumi Amano, Takio Kato, Yasuo Kato, Susumu Kubo, Satoru Negishi e la dottoressa ventisettenne Michiko Imai, dal 15 luglio al 15 agosto 1969). La salita fu concepita come un test per l’equipaggiamento, in previsione di una spedizione nel Karakorum, e all’epoca fu molto criticata per via dei 1300 metri di corda e dei 250 chiodi a pressione lasciati in parete. La spedizione portò con sé durante la scalata ben 1000 kg di materiale. Tuttavia, la determinazione e l’abnegazione dimostrata dai giapponesi durante la scalata in condizioni avverse suscitò l’ammirazione generale. Tra l’altro, a giudicare dalle foto che si sono scattati in parete, in un bivacco precario e in mezzo alla tormenta, sembra proprio che si siano parecchio divertiti.
Questa è la via che Robert Jasper e l’amico svizzero Roger Schäli hanno deciso di ripetere in libera. Hanno atteso il momento giusto, senza farsi prendere dall’entusiasmo, scegliendo con cura il periodo in cui sono meno frequenti le cadute di massi e più improbabile il maltempo. E in tre giorni hanno portato a termine la loro missione. Dice Robert: “Ho imparato ad aspettare la giornata giusta, il momento giusto, il partner giusto: solo in simili condizioni ed equipaggiati dell’indispensabile, è possibile spostare il limite dal possibile all’impossibile.

Il termine che più spesso Jasper ha utilizzato durante la serata conclusiva di IMS è ‘emotional’. Non c’è dubbio che, nell’attività alpinistica di Jasper non sia solo la prestazione, la performance atletica a essere al centro dell’attenzione; il fattore emotivo ha infatti un ruolo importantissimo. Dopo svariate imprese su montagne extraeuropee, Jasper è convinto che le Alpi possano dare ancora molto in termini di avventura. E stando all’emozione che trasmette al pubblico durante la sua conferenza, non possiamo che essere d’accordo con lui.


La Direttissima dei Giapponesi rotpunkt
a cura della Redazione

La via Direttissima dei Giapponesi supera con una linea pressoché verticale la difficilissima parete (la Rote Fluh) che sovrasta la famosa Fessura difficile dei primi salitori della Nord, per poi continuare sempre dritta fino in cima. La via è stata liberata superando difficoltà in libera fino all’8a all’interno di una vera avventura alpinistica.

Robert Jasper e Roger Schäli
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Un sogno lungo sei anni è finalmente stato coronato dal 28 al 31 agosto 2009: Robert Jasper e Roger Schäli sono riusciti nella rotpunkt dei 1880 m della via. La direttissima, gradata al tempo della prima ascensione del 1969 di VI e A2 (in stile himalayano), ha ora una valutazione 8a, M5, (X- UIAA);

Robert Jasper aveva messo le mani sulla via già nel 1991 ma aveva dovuto ritirarsi per quelle micidiali scariche che hanno reso tragicamente famoso e unico l’Eiger. Mentre dal canto suo Roger Schäli si era legato nel 2003 all’altro asso svizzero, Simon Anthamatten, ma anche loro dopo 1000 metri di parete si erano dovuti arrendere ai pericoli oggettivi. Insomma, l’Eiger richiede sempre la consueta dose di costanza e determinazione…

Il 2009 è stato l’anno giusto, ma non prima però di aver speso un altro paio di tentativi frustrati dalle pessime condizioni meteo. Da considerare anche il pessimo stato dei chiodi a pressione piantati 40 anni prima dai giapponesi. Dal secondo nevaio in su la via è molto esposta a caduta sassi. La qualità della roccia sulla Rote Fluh è buona e ci sono molti vecchi chiodi a pressione, mentre nella sezione alta della via la qualità della roccia non è buona e ci sono poche possibilità di proteggersi. Bisogna mettere le protezioni mobili e attrezzare le soste, tranne su alcune soste nella Rote Fluh che sono state rispittate.

Robert Jasper durtante la prima libera della Direttissima dei Giapponesi all’Eiger. Foto: Franz Walter
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La Direttissima dei Giapponesi in libera
di Robert Jasper
28 agosto 2009. Circa metà delle prese sulla Rote Fluh sono bagnate. Arrampichiamo e lottiamo spingendoci verso l’alto. Due dei tiri più difficili sono parzialmente bagnati e ci vogliono un paio di tentativi per salirli in libera. Con dita bagnate e congelate tengo una piccolissima presa dopo l’altra, le mie scarpette strette scivolano perché non sento più le dita dei piedi. Ciecamente faccio i movimenti che avevo imparato a memoria, senza sentire il mio corpo.

Vado avanti solo grazie alla mente che mi svela riserve d’energia che non conoscevo. Al terzo tentativo riesco finalmente – per un soffio – a liberare il tiro chiave. Ce la possiamo fare! Il giorno successivo il meteo è brutto e trascorriamo il tempo aspettando nella nostra piccola tenda nello Stollenloch. Come dalle previsioni la pressione si alza durante il pomeriggio e il tempo migliora durante la notte. Questa è la nostra chance.

Il 30 agosto partiamo nel cuore della notte, seguendo la luce delle nostre lampadine frontali. Velocemente saliamo il secondo nevaio che è di ghiaccio vivo coperto con detriti e ci immettiamo sull’enorme muro sovrastante che ci incute paura. Ora tutto diventa difficile: ci aspetta il “Pilastro rotto”, con roccia marcia dappertutto con quasi nessuna possibilità di piazzare delle buone protezioni, e con pochi chiodi arrugginiti lasciati dalla spedizione giapponese, per lo più colpiti svariate volte dai sassi.

Il fischio dei sassi che cadono attorno ci riportano a tutte le famose storie dell’Eiger… per noi quest’avventura è quasi eccessiva. Poco prima della Cengia centrale – il nostro terzo bivacco – le scariche si intensificano. Un sasso grande come un pugno centra il mio casco e quasi lo rompe. Per fortuna riesco a stare in piedi e a non cadere. Stanchi piantiamo la tenda. I sassi continuano a cadere durante tutta la notte e più di una volta la nostra tenda viene sfiorata. Tentiamo di riposare i nostri nervi. Un po’ di cibo e da bere, poi dentro i sacchi piuma. Nonostante la tormenta riusciamo a recuperare per il giorno successivo.

Come nei giorni precedenti Roger ed io ci alterniamo per salire da primi, e riusciamo a procedere velocemente. Sul Pilastro Sphinx Roger lotta come un Samurai e chiude il conto con uno dei tiri artificiali di A2, che ora è un difficile 7b.

Dopo alcuni tiri molto alpinistici e dei traversi terribili riusciamo finalmente a raggiungere l’ultimo nevaio. Lì ad attenderci c’è una sorpresa: troviamo un vecchio zaino inglobato nel ghiaccio e, poiché avevamo soltanto due chiodi da ghiaccio, lo utilizziamo per attrezzare una buona sosta. Con tutta probabilità è lo zaino lasciato da Jeff Lowe*.

Salutati dagli ultimi raggi di sole scappiamo dall’infinito buio della parete nord. Ci abbracciamo, sollevati, sulla cima. E’ fatta.

* Nota (da Planetmountain.com): tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo del 1991 con un incredibile ed estenuante salita durata nove giorni l’americano Jeff Lowe aveva tracciato in solitaria una nuova via sulla parete nord del Eiger. Dopo aver superato difficoltà estreme e al limite delle sue forze un elicottero ha eseguito un audace salvataggio, strappandolo dalla cresta ovest immediatamente sotto la cima dell’Eiger. La via di 60 tiri è gradata VII, 5.10, A5 e questa salita testimonia l’indiscusso talento, abilità e determinazione di Lowe.

La parete nord dell’Eiger con la via Heckmair (1938, fucsia); la Direttissima di John Harlin (1966, rossa); e la Direttissima dei Giapponesi (1969, gialla)
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La storia del Cervino – parte 6

La storia del Cervino – parte 6 (6-6)

Dopo un tentativo del 18 e 19 luglio 1989 con François Martigny, il 9 agosto 1992 Patrick Gabarrou, questa volta con Lionel Daudet, termina Aux amis disparus, a destra della Piola-Steiner. Si tratta di una grande via che risolve il settore destro del Naso di Zmutt nel punto più breve e strapiombante.

Il 19 luglio 1992, Hans Kammerlander e Diego Wellig, vorrebbero chiudere un’epoca salendo e scendendo in 23 ore e mezza le quattro creste classiche del Cervino. La loro fatica è ammirevole, ma non desta particolare emozione.

Hans Kammerlander (a sinistra) e Diego Wellig di notte nel loro concatenamento. Foto: Dario Ferro
Hans Kammerlander e Diego Wellig in salita notturna durante il concatenamento al Cervino
Che invece è suscitata dalla francese Catherine Destivelle quando questa decide di ripetere il grande exploit di Walter Bonatti nelle stesse condizioni e a distanza di quasi trent’anni: da sola e d’inverno. L’impresa le riesce dal 10 al 13 marzo 1994 e di questa parlerà tutto il mondo.

L’arrivo in vetta di Catherine Destivelle
Arrivo in vetta di Catherine Destivelle, 10 marzo 1994, da p. 183 di Whymper, Carrel & Co.

La nuova mania della velocità produce un ulteriore record il 17 agosto 1995, quando il valdostano Bruno Brunod abbassa notevolmente il record di Bertoglio di salita e discesa dal Cervino: 3 ore e 14 minuti, sempre per la cresta del Leone.

Bruno BrunodBruno Brunod detiene il record di salita e discesa del Cervino, da Cervinia a Cervinia per la cresta del Leone, in 3 ore e 14 minuti (17 agosto 1995). Il precedente record era di Valerio Bertoglio (4 h e 16', 10 agosto 1990). ARCHIVIO IN ROSSO.
Il 14 agosto 2000 il figlio di Marco Barmasse, Hervé, sale con Patrick Poletto lo scudo di roccia tra la cresta De Amicis e la via Casarotto-Grassi. La via viene battezzata Per Nio, massimo VI+. Questa è solo la prima di una serie di esplorazioni che compirà Hervé Barmasse sul suo Cervino.

L’inossidabile Patrick Gabarrou non è ancora pago di avventure sul Naso di Zmutt. Salendo Aux amis disparus aveva notato una linea possibile subito a sinistra, elegante, estrema. E così ritorna con Cesare Ravaschietto e dal 31 luglio al 2 agosto 2001 apre Free Tibet, altro capolavoro che attende ripetizioni. Ma la parete ha ancora spazio per un’altra grande linea, quella scelta dai tedeschi Robert Jasper e Rainer Treppte: dal 22 al 26 agosto 2001 riescono su Freedom, a sinistra della Diretta Piola-Steiner e a destra della Gogna-Cerruti.

Gabarrou e Ravaschietto tornano al Cervino ancora una volta: ma sul versante meridionale, dove scovano una linea di arrampicata sul Picco Muzio, a sinistra del Pilier dei Fiori e a destra della via di Knez (I tre moschettieri). L’indeterminazione di quest’ultima potrebbe far pensare a qualche sovrapposizione. In ogni caso Padre Pio prega per tutti (15 e 16 agosto 2002) ha l’aria d’essere una possibile via gettonata in futuro.

Massimo Farina
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Hervé Barmasse, il 4 ottobre 2002, firma la prima solitaria (e 3a ascensione) della via Casarotto-Grassi al Pic Tyndall. Poi il 19 marzo 2004 con Massimo Farina ripete Padre Pio prega per tutti in prima invernale. L’anno dopo, 25 ottobre 2005, è ancora da solo sulla via Deffeyes della parete sud (1a solitaria). Il 6 aprile 2007 è da solo sulla via del padre (Barmasse-Cazzanelli-De Tuoni) sulla parete sud.

Sulla Sébastien Gay Memorial Route
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Il fenomeno Ueli Steck il 14 marzo 2006 sale da solo sulla Bonatti in 25 ore. Questo è uno dei primi exploit cui ci abituerà lo svizzero. Per esempio quello del 13 gennaio 2009, quando sale la via Schmid in un’ora e 56 minuti! E’ curioso osservare che Steck, giunto all’altezza della non distante Spalla, ha traversato rapidamente fino alla cresta dell’Hörnli per liberarsi dello zaino che avrebbe poi recuperato in discesa. Tornato indietro con il solo apparecchio fotografico, ha poi continuato per la via Schmid fino alla vetta. Questo gli è certamente costato qualche minuto in più, oltre a qualche polemica su una manovra che invece, secondo me, era perfettamente lecita.

I fratelli svizzeri Samuel e Simon Anthamatten nella primavera 2008 salgono una via nuova sull’estrema sinistra del Naso di Zmutt, a sinistra anche della Gogna-Cerruti e con uscita a sinistra della variante dei Giapponesi.

La grinta di Jean Troillet impegnato nella prima ascensione della Sébastien Gay Memorial Route
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Il forte himalayista svizzero Jean Troillet (10 Ottomila al suo attivo), assieme ai francesi Martial Dumas e Jean-Yves Fredriksen, dal 17 al 19 giugno 2009 apre una nuova via sulla parete nord del Cervino, a sinistra della Bonatti e a destra della via dei fratelli Schmid. Il 61enne alpinista francese aveva iniziato la via tre anni fa con Sébastien Gay, ma all’epoca i due erano stati costretti a tornare indietro per le cattive condizioni della parete. Purtroppo poche settimane più tardi Gay è morto in un tragico incidente di speedflying, e ora l’indistruttibile Troillet è tornato in parete per concludere il progetto per dedicarlo proprio al compagno scomparso: Sébastien Gay Memorial Route.

La prima sezione della nuova linea di 500-600m s’infila con un tracciato diretto tra la storica via dei fratelli Franz e Toni Schmid e la grande via aperta da Bonatti in solitaria nell’inverno del 1965. Dopo i primi 400 m di difficile terreno verticale al limite dello strapiombante, la nuova via raggiunge la via dei fratelli Schmid per poi ripiegare a sinistra verso la cresta.
La via inizia molto ripidamente” – spiega Troillet – i primi 400 m sono quasi strapiombanti. Bisogna vedere il lato positivo: questo ci ha permesso di proteggerci dalle scariche di sassi. Abbiamo bivaccato in parete su un’amaca. Poi, come si fa sull’Eiger (per le difficili vie moderne della Rote Fluh, NdR), non c’è bisogno di raggiungere la cima quando si inaugura una via nuova. E così abbiamo tagliato sulla Spalla. Il grado di questa via? Abo. Che sta per abominevole“.

Il problema di questo nuovo itinerario è che di certo va a sovrapporsi, in gran parte almeno, alla vecchia via dei Cecoslovacchi di Destra, neppure nominata da Troillet.

Patrice Glairon-Rappaz. Foto: Paulo Robach
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Dal 19 al 22 gennaio 2010, con quattro bivacchi, i francesi Patrice Glairon-Rappaz e Cédric Périllat hanno messo a segno la prima ripetizione (nonché prima salita integrale e prima invernale) di Aux amis disparus (1200 m, VII, A3), la via aperta nel 1992, nel settore più strapiombante del Naso di Zmutt, da Partrick Gabarrou e Lionel Daudet.

Patrice Glairon-Rappaz mette a segno questo colpo dopo epiche salite invernali come la Serge Gousseault sulla Nord delle Grandes Jorasses (13-18 gennaio 2000, con Stéphane Benoîst), la Superintegrale di Peutérey (19-28 febbraio 2003, con Benoîst e Patrick Pessi) e la Directe de l’Amitié ancora sulla Nord delle Grandes Jorasses (31 gennaio-6 febbraio 2006, con Benoîst e Paulo Robach). La salita è stata favorita dalla roccia pulita ma ostacolata dal grande freddo e dal vento. Per niente banale anche il finale dell’avventura: un’intera giornata per tornare a valle lungo la cresta dell’Hörnli. «Questa via – ha commentato Glairon-Rappaz – oltre al fatto di svolgersi su una delle più emblematiche e meravigliose montagne delle Alpi, racchiude tutte le specialità dell’alpinismo, restando un punto di riferimento sia per le difficoltà sia per l’impegno complessivo».

Gli stessi, l’anno dopo, dall’8 all’11 marzo, fanno la seconda invernale (e prima invernale in stile alpino) della Gogna-Cerruti al Naso di Zmutt.

Il 13 marzo 2010 Marco ed Hervé Barmasse hanno aperto una nuova difficile via sulla parete sud del Cervino, 1220 metri che risolvono uno dei “problemi” della grande parete della “Becca” già tentato da molte cordate. Questa via segue una linea naturale, quella di un couloir che solca e divide in due la parete sud del Cervino e che termina all’Enjambée, a 200 m dalla vetta per una lunghezza complessiva di 1220 m. “E’ una linea già tentata da mio padre 24 anni fa – racconta Hervé – e da altre cordate negli anni successivi. Giancarlo Grassi sulla rivista Lo Scarpone aveva descritto questa via come una delle ultime grandi salite delle Alpi, il suo sogno nel cassetto. Non mi dilungo sui gradi M, anche perché le valutazioni dipendono spesso dalle condizioni nelle quali si affronta una via. Credo che sia molto difficile, con protezioni molto distanti – 4 ogni 60 m in alcuni tiri – resa ancor più dura dalla qualità della roccia, che preferisco definire “di difficile interpretazione” per non dire “non buona”, e poi anche se di couloir si tratta, di ghiaccio non ne abbiamo quasi mai trovato”.

Il 9 aprile 2011, dopo 4 giorni in parete e 3 bivacchi, Hervé Barmasse ha raggiunto la cima del Picco Muzio aprendo una nuova via lungo i 700 m del grande pilastro della parete sud, una bellissima piramide che, se si sa ben guardare, si staglia prepotentemente nella fantastica giungla di roccia della parete sud del Cervino. E’ la prima tappa di una trilogia di esplorazioni sulle Alpi che vedrà Barmasse anche sul Monte Bianco e sul Monte Rosa.

Il progetto (oltre alla assoluta verticalità e l’accentuata zona strapiombante finale) aveva un grande punto di domanda: la non proprio buona qualità della roccia che contraddistingue il Cervino. Ergo la sua inaffidabilità. Oltre a questo c’era da aggiungere l’avvicinamento: quei 400 m dell’erto canale di neve (esposto a tutte le scariche di massi del mondo) che porta alla base del pilastro.
Quel 9 aprile, in vetta al Picco Muzio, Hervé ha trovato ad attenderlo quello che lui definisce “il mio maestro”, suo padre. Con lui poi ha affrontato la discesa e l’ultimo bivacco. Non ce l’aveva proprio fatta Marco Barmasse ad aspettare a casa. Non ce l’aveva fatta a pensare a tutto quello che cadeva, o poteva cadere, sulla testa del figlio… in effetti quel pilastro di 700 m fa veramente impressione, e non solo per la roccia marcia.

Ancora nel 2011 registriamo due nuovi record di velocità: il primo sulla cresta dell’Hörnli, da Zermatt a Zermatt (Andreas Steindl, 2 ore e 57 minuti, 23 agosto) e il secondo, incredibile, sulla via Bonatti (Patrick Aufdenblatten e Michael Lerjen-Demjen, 7 ore e 14 minuti, il 27 settembre).

Ancora nel 2011, il 4 ottobre, Robert Jasper e Roger Schaeli in 16 ore e mezza, hanno compiuto la 2a ascensione e 1a RP della Sébastien Gay Memorial Route, (1000 m, F5/A2, 90°), sulla parete nord. Jasper ha così completato il suo progetto di realizzare delle prime salite in libera su tutte e tre le grandi Nord delle Alpi: Eiger, Cervino e Grandes Jorasses. Nel 2003 con Markus Stofer, era stata la volta di No Siesta sulle Grandes Jorasses (M8) e nel 2010, con Schaeli, aveva salito sulla Nord dell’Eiger la Harlin Direttissima con uscita sulla Heckmair (1880 m, M8). Jasper e Schaeli hanno salito i primi difficili 400 metri della Sébastien Gay (con una valutazione di M8), poi hanno continuato per la Schmid  e sono usciti sulla più difficile via di Michal Pitelka (via dei Cecoslovacchi di Sinistra). A metà della via hanno trovato attaccata a un chiodo una cassettina di legno. Successivamente hanno scoperto che si trattava delle ceneri di Sébastien Gay, portate sulla via dal team dei primi apritori dell’itinerario a lui dedicato.

L’arrivo in vetta di Kilian Jornet Burgada
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L’estate del 2013 è caratterizzata dall’exploit di Kilian Jornet Burgada che sale da Cervinia il Cervino e ritorna in sole 2 h, 52’ e 02”. La rilevanza mediatica di questo evento è stata quasi esagerata. Segno che sempre meno si apprezza la fantasia e sempre più si applaude il mero exploit atletico.

Ancora Hervé Barmasse il 13 marzo 2014 concatena d’inverno le quattro creste del Cervino.

Nel frattempo la nostra montagna è teatro di altre imprese. Dopo le ripetute discese (da parte di Toni Valeruz e Jean-Marc Boivin) della parete est (partendo dalla cengia sotto alla Testa), ecco il 17 aprile 2014 la discesa del Canalone Penhall sulla Ovest: Davide Capozzi, Julien Herry e Francesco Civa Dano (i primi due in snowboard, il terzo in sci). Come pure (7 giugno 2014) il promo volo dalla vetta con tuta alare (Géraldine Fasnacht e Julien Meyer).

E siamo così al 2015: il 22 aprile la guida svizzera Dani Arnold abbassa di 10’ il record sulla Schmid: 1h 46’.

Dani Arnold. Foto: Visualimpact.ch/Christian Gisi
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Secondo voi la storia è finita? Oggi ricorre il 150° anno dalla salita di Whymper e compagni. Ma sul Cervino la storia non finirà mai…

Alcune tabelle:
Cronistoria del Cervino (1857-2015)
Cronologia della via Schmid (fino al 3 luglio 1962)
Cronologia delle prime 6 ascensioni invernali della via Schmid
Cronologia delle prime ripetizioni della via Bonatti
Cronologia via Gogna-Cerruti (1969-2014)

Dani Arnold abbassa il record di Steck sulla Nord del Cervino. Foto: Visualimpact.ch/Christian Gisi
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