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L’equilibrio del gigante

L’equilibrio del gigante

Una montagna che sa poco di alpinismo, quella di chi c’è nato ai piedi, quella che non sa di gradi e spaventa ancora tanto, almeno quanto affascina.
Una montagna che è vita di tutti i giorni, perché la si abita ma, meglio ancora, perché è lei ad abitare noi.
Una montagna giusta e ingiusta, che permette di innamorarsi in una notte di bufera e che fa da trama in un tessuto comune di vita e di amicizie, tutte ugualmente legate al suo severo equilibrio.

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L’equilibrio del gigante, di Luca Frisoni, è grosso modo il racconto di quattro giovani, due uomini e due donne, con il contorno di alcuni personaggi minori ma del tutto essenziali, come il cane Arturo, il gatto Semola, il custode di rifugio Roby, l’ostessa Gina e qualche altro. Perfino l’ansimante utilitaria Geppa.

Anche se raccontato in terza persona, si comprende fin da subito che il protagonista è Sergio, un uomo di cui non si sa l’età e non si conosce il lavoro: un uomo di cui si scoprono solo i sentimenti, giorno per giorno, gioia dopo gioia, dolore dopo dolore, ira dopo ira. Un uomo che tratta le emozioni sue non diversamente da come tratta quelle altrui.

Centrato così sulle emozioni, il viaggio del lettore si svolge solo apparentemente un po’ in paese, un po’ in montagna nei pressi del Monviso, un po’ nella baita della Partia d’Amount, un po’ al rifugio Jervis: tempo e spazio sono così secondi ai sentimenti da essere presenti solo di nome, mentre di fatto scompaiono in un unico racconto che, anche formalmente, li ignora. Sergio, Renato, Lena e Caterina si muovono nel grande teatro del cuore, che qui solo per caso ha la forma della montagna e che di certo non ha coordinate spaziali né temporali. Anche quando sono citati i nomi reali, di luoghi e di persone (per esempio Gian Carlo Grassi).

Volutamente violentata anche la sequenza degli avvenimenti, come se all’autore non interessasse la cesura tra passato e presente: perché “il tempo dicono, ma quel tempo non serve per dimenticare, solo a dilatare l’assenza rendendola insopportabile”. Fino a ritrovarsi a sperare spesso che non ci sia un futuro perché si sente che ciò che si è sofferto o gioito è talmente grande da non far apparire accettabile una qualunque continuazione.

I continui flash di vita emotiva, divertenti o tragici non importa, nascono da una ridda di situazioni, si travestono da dialoghi e da fatti: diventano poesia nel momento in cui il linguaggio della prosa non basta più. In ogni pagina si cela, e dopo un po’ il lettore l’attende come la sorpresa che si sa esserci, almeno un accostamento di parole insolito, un accoppiarsi poetico dei significati letterali, che diventano fuochi d’artificio se trascritti in rapida serie. Dove anche le parole dialettali hanno dignità di poesia a se stante, perché la ripetizione dei gesti solitari o di coppia o di gruppo si nutre della grande capacità di raccontare se stessi fino in fondo, in quella ricerca infinita che può essere alimentata solo da una sensibilità estrema e dalla coscienza delle proprie radici.

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Il vuoto di Dio

Il vuoto di Dio
(recensione a Chiamami Jack di Carlo Crovella)

La trama narrativa di Chiamami Jack è quella di un giallo: un romanzo giallo di strano genere, perché privo del morto. La prima cosa che con quest’opera Carlo Crovella ci dimostra è che, per avere l’interesse del lettore in una vicenda misteriosa, non sempre è necessaria la vittima di un crimine violento, anzi.

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Non c’è il morto, ma c’è pur sempre l’adulterio, con la variegata compagnia delle possessive emozioni che in genere lo accompagnano. Nonché le reazioni, in chi lo pratica e in chi lo subisce.

Piazza Castello a Torino
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In questo libro c’è poca montagna: natura e avventura montane rimangono sullo sfondo di una vicenda che si svolge tra Venezia e Torino, forse più nella città lagunare che in quella piemontese.

Venezia
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Nel contrasto tra una visione della città sabauda formale e militaresca e dei suoi abitanti, riservati e diffidenti, e quella della città dei Dogi, frizzante, leggera, puttanesca e dei suoi abitanti scanzonati e gaudenti, il racconto va nella direzione di dimostrare come, decidendo di adottare una seconda personalità, un individuo talvolta (se è fortunato) riesce a “crescere”, a diventare quello che davvero è, abbandonando molti aspetti di quella personalità costruita e perennemente in difensiva della quale si era ammantato in precedenza.

La Becca di Nona
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In questa storia sono acuti, quindi interessanti, i riferimenti a quell’ingegneria sociale che tende a costruire o a disfare, in tempi assai rapidi, personalità inserite nei social. Un twit può cambiare una vita.

Naturalmente non possiamo dire di più sulla trama, perché come sempre si rischierebbe di rovinare gli effetti a sorpresa: i colpi di scena non sono molti ma sono decisi. Il lettore s’immedesima sempre di più nei pochi personaggi del plot e sempre più spesso si domanda coma andrà a finire.

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In questa naturale curiosità di come “finirà” s’inserisce, lieve ma pronunciato, il pensiero dell’autore per il quale ciascuno alla fine agisce allo scopo di “riempire” il “vuoto di Dio”. I diversi personaggi si trovano tutti, chi prima o chi dopo, a considerare l’ineluttabilità di una realtà fino a quel momento solo intravista, chi durante un’escursione assai panoramica (il vuoto di Dio che si vede dalla vetta della Becca di Nona sulla Valle d’Aosta), chi nel bel mezzo di una vita sociale senza tregua (il vuoto di Dio tra aperitivi, congressi e dongiovannismo spinto), chi tradendo il partner senza neppure sapere il perché (il vuoto di Dio del post coito), chi ancora tradendo perché innamorato improvvisamente (il vuoto di Dio nella contemplazione dell’Altro). Un vuoto cui nessuno può sfuggire.

L’epilogo è sulla parete sud della Marmolada, dove si dimostra che ci sono situazioni nelle quali non è più vero l’assioma pirandelliano Uno, nessuno, centomila.

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Paura di niente, quelli di Erto

Paura di niente, quelli di Erto
di Giorgio Bertone

Qualche estate fa si chiacchierava, all’ombra della grande montagna, di libri. Con parecchi amici, tra cui Alessandro Gogna, grande alpinista genovese da tempo trasmigrato. Gira che ti rigira spuntò dal bosco il nome di Mauro Corona. Di cui non avevo letto manco un rigo. Mentre Gogna ne parlava, scuotevo sottilmente la testa, forse alludevo senza volere all’antico principio deontologico di ogni lettore di professione: “Non l’ho letto e non mi piace”. Ma Gogna ne parlava così bene…

Giorgio Bertone
Corona-Bertone_full“Allora, Alessandro, tra tutti i libri di Corona, dimmene uno”. L’ombra del bastone, fu la risposta.
Il giorno dopo ero in valle a comprarlo. Appena vidi che era un Oscar Mondadori marchiato a tondo come un manzo “Best sellers” (2005), ricominciai a dubitare. Alle due di notte l’avevo finito. M’era caduto addosso come il soffio della valanga. Qualche settimana dopo, un amico che saliva solo solo a un bivacco oltre i tremila, se lo prese in prestito. Al suo ritorno: “Ma come hai fatto, lassù, solo, a leggere un simile racconto tutto brividi e cupe persecuzioni?”, gli chiesi. “C’erano gli stambecchi, e poi è una fiaba bellissima”. Era vero, la storia tremenda e disperata di Severo Corona detto Zino, uomo perduto dalla strega Melissa che lo rotola sulla china della violenza e della follia irredimibile, lassù sulle coste ripide e nevose di Erto, sopra il Vajont e dintorni, non risponde a nessuna moda dell’idillio montano o del solito “rustico” letterario. E neppure alla sua antifrasi. C’è sotto un fibra potente che ti scuote e un mondo antico recuperato con tenacia da matto metodico. C’è poi dentro, incastonata come una gemma, la storia della piccola Neve, la bambina trasparente che non patisce il freddo: un riscatto dal male che tiene stretta la Terra?

Poi, dopo tanti altri libri (Storie del bosco antico, 2005; Le voci del bosco, 2008, per dire con i titoli che l’autore si sa costruire come personaggio)”, a Neve è dedicato tutto un romanzo di 800 pagine filate: Storia di Neve (Mondadori). Che dico? A lei sono dedicate le mani, la pelle, le ossa, la mente, la faccia scavata dai suoi stessi scalpelli di scultore di Mauro Corona, che mentre si macera sui suoi 13 quaderni narrativi, ne fa una breve cronaca in corsivo: quasi l’avventura di un eremita border line, tra entusiasmi e depressioni, tra vino e letteratura. Un calvario esaltante. Già scrutando di sbieco la mole del romanzo e le prime pagine, il lettore si fa furbo: ma qui Corona vuol misurarsi con i grandi! Addirittura con il capolavoro di Garcia Marquez. E da buon ertano, duro come la pietra e duttile come certi legni, ha la forza e il muso di dircelo chiaro, dopo un bel po’ di pagine: una saga tipo Cent’anni di solitudine “fatte le debite, anzi stradebite distanze”; tra una citazione di Borges, che c’entra e non c’entra, e una di Artaud che invece c’entra, eccome, e il lettore farà bene a mettere in tasca come la chiave di casa: “Nessuno ha mai scritto, dipinto, fatto musica e altro se non per uscir di fatto dall’inferno”. Come c’entra, per altro verso, un’altra citazione da anonimo: “E come ebbe a dire un ingegnere del Vajont: che Dio ce la mandi buona”.

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E nel nome dell’inferno mignon o extralarge che ognuno si porta dentro in gran segreto nell’inferno generale di qui, Corona si tira su le maniche e affronta la sua selva oscura. Dopo tre notti di letture di fronte a un mare furioso di libeccio, affascinati di pagina in pagina, sconvolti, ammirati, delusi, irritati, ammaliati dal tanto fiele e dal poco miele dolcissimo, si può persino lasciar perdere ogni tassonomia critica, fregarsene e abbandonarsi al più sfrenato relativismo. Magari dire che un Corona vale dieci Gabo. Urlare: leggetelo tutti. Portatevelo in un luogo solitario e vivete le ore. Tutti tranne uno: Ermanno Olmi. Che, se lo legge, gli viene un colpo apoplettico. Oppure che, sì, facciamo pure a pugni. Tanto materiale incandescente forgiato e scolpito in tal modo, – la storia principale di Felice Corona Menin, il padre di Neve, che sfrutta le doti miracolistiche della piccola vendendo miracoli fasulli e uccidendo via via uno per uno i complici e i pericolosi testimoni del marchingegno escogitato per ingannare e far soldi e oro, fino alla distruzione di tutto, l’apocalissi finale – tanto materiale “lavorato a mano” avrebbe potuto anche patire lo scalpello e la lima dell’editing con beneficio terapeutico. Eh sì! Vaglielo a proporre, l’editing. Capace di tirare fuori la manera, Corona, l’ascia da boscaiolo. E poi va bene così com’è.

La storia fa il suo giro. Fa i suoi giri ripetuti, come quelli del mulino dove Felice Corona macina le ossa e i crani degli assassinati fino a ridurli in polvere che mischia alla farina per il pane di quelli di Erto che se lo mangiano, cannibali inconsapevoli. E a nulla vale che ci sia Neve, Neve che alla nascita, nel 1919, sta per ore nel gabbiotto del cane seminuda, perché non teme il freddo, Neve che ha la pelle trasparente come vetro e che in mezzo alla pancia mostra il volto vecchio e terribile della strega Melissa, – per dire che il male è inseparabile dal bene e dire poi dell’ìmpari, iniqua divisione, dello sbilancio tra i due regni, il male eccedendo di tanto, di troppo -. Neve che si scioglie in acqua tutte le volte che avvicina il suo amore, il ragazzo Valentino, finché tentando di stare vicina per pochi secondi all’impossibile amato, tutta quanta si liquefarà. Due, almeno, i momenti grandi, che si stampano nella mente del lettore solitario e notturno. La descrizione dell’inferno come regno delle montagne trasparenti. L’inferno è tutto vetro-ghiaccio eterno, illuminato da una luna morta. E dopo l’acqua ghiacciata, ecco il fuoco: le descrizioni dei falò di S. Floriano e S. Simon, precisati anch’essi nei minimi particolari anche tecnici, legna e uomini, tutti una razza. Con l’antico rito delle vecchie del villaggio che si ritagliano le unghie dei piedi e le mettono in una scodella da buttare nelle fiamme del falò. Rito propiziatorio o resa agli ultimi passi della vita? E una vecchia strega che piomba dentro il falò da una teleferica per fascine di legna, – descritta con un realismo che più concreto e preciso non si può -, costruita da Nani Martin detto la Gazza, perché camminava come un uccello sulle funi delle teleferiche che costruiva più che a regola d’arte, con un’abilità da mago. E poi mille episodi: il vecchio Lidio, amico di Neve, perfetto analfabeta, che legge in continuazione un libro non per decifrarlo ma per narrare a se stesso tutte le storie possibili.

Erto nuova
Erto
Altro che Cent’anni: in fatto di onomastica non c’è genealogia di Aureliano Buendia che tenga, né Ursula, né Santa Sofia de la Pietad. E poi, se si vuole continuare a tener duro, il romanzo di Marquez è il regno della metafora, quello di Corona il regno della comparazione: “la foiba comunica con il Vajont come il tubo di grondaia con il tombino”, “la strega Sentina, con due gambe storte che con tre si poteva fare una ruota”. Al “realismo magico” del colombiano farà da dirimpettaio un concretismo naturalistico che sorregge il noire fiabesco, come una struttura perfetta di listelli sotto un orrido Personaggio da processione. La minuta conoscenza della costruzione, fattura, uso e abuso degli attrezzi, delle cose, del corpo degli alberi e degli animali e degli uomini, non ha eguali. Solo che poi Corona ci dà sotto con il grand-guignol. In quel paese di fuorilegge, dove anche i preti rischiano l’osso del collo, dove regna la vendetta a usura (“non occhio per occhio, ma occhi per occhio”), in quel paese di “povera gente impiantata come spine su costoni magri e ripidi”, in quella valle primitiva e aspra dove il tempo si è fermato e la maledizione principale è che forse Erto era un paradiso e “lassù non lo sapevano”, con una fantasia ultrasudamericana, Corona costruisce la sua macchina feroce, episodio dopo episodio, efferatezza dopo efferatezza, “copa” questo e “copa” quell’altro, spruzzi di sangue a raggera per effetti speciali da western all’ertana, con soluzioni sceniche macabre a volte ben alleviate dal tono di conto fabulistico e dallo stile similpopolano.

Erto vecchia
Erto
Ciocca triste e fera? O piuttosto l’impuntarsi capronesco e incupito di chi non può più accettare né esprimere la bontà o la felicità che gli sta dentro? Teste Artaud? Così l’autore si butta a capofitto nel suo gotico rusticano e alpestre da saga nordica, tanto da far sospettare una schidionata di leggende locali (con tanto di canzoni, filastrocche, proverbi), salvate dal diluvio dell’oblio non per via di un Bene qualsivoglia ma di un Male onnipresente, e rivissute sulla propria pelle come una questione personale e privata, privata come una vendetta. E perciò usa un finto parlato semidialettale che lo ficca ancor più nell’identificazione in quel maledetto paradiso di Erto. Mentre nella sua Macondo Marquez, usando un linguaggio quasi astratto e intellettuale, si stacca con ironia e conquista un nuovo tipo di epica. E ciò va detto non per fare confronti impossibili, né per abbassare l’uomo di Erto nel confronto con l’uomo di Macondo. Ma per dire che “Storia di Neve” non è soltanto il miglior omaggio a “Cent’anni di solitudine” che sia stato scritto su questo porco mondo nel quarantesimo anno della sua traduzione in Italia (era uscito pochi mesi prima). Per dire che la storia di Neve e dei suoi terribili e mirabolanti compaesani è un libro potente e fantastico, che non teme confronti. Paura di niente, quelli di Erto.

Beppe Grillo e Mauro Corona
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postato il 27 gugno 2014