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Ron Fawcett, Jerry Moffatt e Johnny Dawes

Ron Fawcett, Jerry Moffatt e Johnny Dawes: tre protagonisti dell’arrampicata inglese a confronto
di Maurizio Oviglia

Nel 2005, grazie al Club Alpino Accademico Italiano, fui invitato a partecipare al meeting della BMC in Galles. Per me fu un’esperienza davvero illuminante, non solo perché ebbi la fortuna di arrampicare nelle più belle falesie del Galles e stringere amicizia con alcuni tra i più forti climber inglesi – oltre che bere una birra con personaggi come Geoff Birtles e Lindsay Griffin (si difendono piuttosto bene anche al pub!) – ma soprattutto perché il mio concetto dell’arrampicata in Inghilterra cambiò radicalmente.

Le copertine delle tre autobiografie in italiano
Oviglia-biografie(foto-copertine)E’ evidente che toccare con mano è molto diverso che farsi un’idea sui “sentito dire” o sulle foto di qualche rivista, questo lo so bene… Piuttosto mi sono reso conto che noi “europei del sud” abbiamo un’idea molto vaga di ciò che è successo (e succede) sulle falesie inglesi, spesso viziata da nazionalismi e luoghi comuni, anche ora che nell’era della comunicazione globale le cose dovrebbero essere più nitide. Ad esempio, avevo sempre sentito dire che in Inghilterra le rocce fossero poche, di altezza insignificante e di bassa qualità. Ebbene, dopo aver arrampicato in Galles ho davvero dovuto ricredermi! Oppure, forse di riflesso al fenomeno dell’Hard Grit, che gli inglesi fossero soliti provare le vie con la corda dall’alto e superarle da capocordata solo una volta sicuri di non cadere. Ho sentito più di un arrampicatore italiano commentare: eh, ma così son capaci tutti! Anche questo è un luogo comune che si è rivelato infondato, considerato che alla prova dei fatti il 90 per cento degli scalatori inglesi scala a vista, per ovvie ragioni leggermente sotto il suo livello massimo. Ma questo non vuol dire che, come spesso succede ai nostri arrampicatori tradizionali, gli inglesi non vadano mai al limite e considerino il volo un’eventualità assolutamente da evitare. Anzi! Ho visto con i miei occhi normali climber della domenica volare dieci metri su uno stopper piazzato nell’ardesia!

La copertina dell libro di Johnny Dawe in lingua originale
Oviglia-johnny_dawesDopo questa prima esperienza mi è rimasta la voglia di saperne di più. Così, alla prima occasione, son tornato in Inghilerra altre due volte, accompagnato dall’inglese naturalizzato sardo, Peter Herold. Con lui siamo stati sul grit del Peak District visitando le falesie più famose, e poi in un viaggio successivo sul calcare di Pembroke. Ho avuto la possibilità di incontrare arrampicatori storici di Sheffield che avevano scalato con talenti quali John Allen, nomi da noi decisamente sconosciuti ma importantissimi nell’evoluzione della scalata libera europea. Guardando con i miei occhi le linee di cui avevo sempre sentito parlare (nei primi anni Ottanta ero uno dei pochi abbonati a Mountain), ho provato un riverenziale timore e ammirazione per le vie di quei tempi, rendendomi davvero conto di quanto fosse avanti l’arrampicata in Inghilterra negli anni ’60, ’70 e ’80. E, soprattutto, di quanto fosse diverso il loro concetto di arrampicata tradizionale rispetto al nostro! Grazie a Peter, riuscimmo persino a contattare Ron Fawcett e Johnny Dawes, che mi concessero un’intervista per l’annuario UP, di cui ai tempi ero capo-redattore. Durante un suo viaggio in Sardegna, poi, ebbi l’onore di conoscere ed arrampicare di persona con Johnny Dawes, che nel frattempo era divenuto per me un vero mito, le cui innovazioni nel campo della tecnica di arrampicata riuscivo a stento a quantificare. Un po’ sovrappeso ed invecchiato, Johnny stava uscendo da un brutto periodo della sua vita. In Inghilterra era appena stata pubblicata la biografia di Jerry Moffatt e anche lui stava quasi pensando di mettersi a scrivere per raccontare la sua incredibile vita… Non sapeva da dove cominciare, e pareva davvero si stesse cimentando con la salita più dura della sua carriera!

Johnny Dawes oggi (Foto: Maurizio Oviglia)Oviglia-dawes-fotoOviglia
Purtroppo la mia vita quotidiana è diventata così frenetica, divisa tra roccia e monitor, da non trovare più il tempo di leggere i libri “di carta” come un tempo. Non ho mai avuto l’abitudine di “divorare” un libro dietro l’altro, mi piace leggere lentamente, fermandomi a riflettere e metabolizzando le parole poco a poco. In poche parole, a me un libro dura mesi, se non anni! Tuttavia, appena ho saputo che la casa editrice Versante Sud aveva tradotto in italiano le biografie dei tre personaggi chiave dell’arrampicata inglese degli anni ’70/’80, le ho subito acquistate. Ron Fawcett, Jerry Moffatt e Johnny Dawes erano finalmente nello scaffale della mia libreria, anche se dovevo ancora leggerli! Per fortuna ci sono le spedizioni extraeuropee: qui trovo l’ideale momento di stacco che mi permette di concedermi alla lettura, e i tre volumi mi hanno dunque accompagnato nei miei viaggi: Moffatt in Patagonia, Fawcett in Venezuela e Johnny Dawes in Nepal…

Jerry Moffatt oggi e ieri
Oviglia-Jerry_MoffatQuando ho chiuso l’ultimo dei tre libri, ho sentito la necessità di scrivere una recensione classica, evidenziandone pregi e difetti. Ma ero lontano da casa, e non ho potuto farlo subito, dunque sono stato costretto ad aspettare… A freddo, nuovamente davanti al monitor, oggi mi mancano le parole. Preferirei forse che queste mie righe fossero un invito a conoscere una parte della storia dell’arrampicata poco nota, perché conoscerla in un’attività che non è solo sportiva come la nostra, è importante. Da questo punto di vista ho trovato illuminanti le parole di Dawes: “Sul continente i chiodi a espansione venivano usati liberamente, ma in Gran Bretagna i pigri e gli svitati che vivevano del sussidio di disoccupazione erano abbastanza numerosi da far nascere una fusione del nuovo atletismo con l’edonismo vecchio stile. Una specie di età del rock ‘n roll, con tutta la sua anima”. Oppure, in un altro passo del libro, che non riesco più a ritrovare per citarlo nelle esatte parole di Dawes, che la storia dell’arrampicata inglese era una delle tante, comunque una storia importante, e che pertanto meritava di essere raccontata.

Voglio comunque spendere due parole sui tre libri, tre biografie così simili ma allo stesso tempo così diverse. Tre personaggi che hanno vissuto la stessa storia, grosso modo negli stessi anni, da protagonisti, amici e nemici allo stesso tempo, spesso divisi e combattuti tra competizione, ambizione e amicizia.

Ron Fawcett nella prima salita on sight di Master’s Edge (courtesy Fawcett)
Oviglia-RonFawcett-prima salita(on sight)diMaster's Edge(courtesyFawcett)Il libro più motivante è stato per me quello di Jerry, veramente travolgente. Era dai tempi di Reinhard Karl che non rimanevo così coinvolto in un libro di arrampicata! Quando lo chiudi senti veramente crescere in te la voglia di partire, ma non verso le falesie inglesi, ma piuttosto in direzione di qualunque cosa ti porti verso i tuoi personali limiti! Jerry è stata veramente una star dell’arrampicata mondiale, ma non esattamente allo stesso modo in cui Edlinger lo è stato per i francesi!

Il libro di Ron sul profilo della narrazione è invece decisamente meno accattivante, ma racconta con rigore storico il suo percorso di uomo e di climber, dagli umili inizi osteggiati dalla famiglia alla vergogna dei furti smascherati, sino al riscatto e alle luci della ribalta: il primo arrampicatore sponsorizzato del mondo! E’ un libro che tutti gli appassionati di storia dell’arrampicata moderna dovrebbero avere in libreria! Interessantissimi sono poi gli intrecci tra la storia inglese e quella californiana: è davvero un peccato che John Bachar non abbia avuto il tempo di tenere una penna in mano!

Ron Fawcett negli anni ’80
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Ron Fawcett oggi
Oviglia-JC-9971Com’era prevedibile la biografia di Johnny è risultata la più complessa e imprevedibile ma, almeno per quanto mi riguarda, di gran lunga la più affascinante! Nonostante alcune traduzioni decisamente improbabili, a cominciare dal titolo (l’originale Full of myself è bellissimo e poteva a mio avviso rimanere non tradotto), diversi passi del libro risultano davvero geniali! Quando abbiamo intervistato Johnny per Up, Peter mi diceva che era veramente difficile seguirlo nei suoi ragionamenti! Tra un’elucubrazione e l’altra, si esibiva in uno dei suoi classici numeri: stare in equilibrio su un battiscopa di 1 cm aprendo le anche, con la faccia schiacciata sul muro… Ma a parte una vita decisamente “spericolata” (rimangono memorabili alcune descrizioni mozzafiato di tentativi al limite e cadute al suolo), è buffo scoprire che nel 1981 la via più dura del mondo si trovava forse sul muro di una casa, ovviamente senza protezioni… L’arrampicata è davvero un caleidoscopio che in ogni epoca offre incredibili sorprese. Le biografie come queste gettano spesso una luce diversa sulla storia e finiscono per mettere in discussione quanto acquisito, in un ambiente spesso ancora dominato dalla retorica dell’Alpe nonostante le nostre “rivoluzioni” culturali degli anni Settanta. E allora grazie a Jerry, Ron e Johnny per aver trovato la forza di raccontarci la loro incredibile vita!

 

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Flash di alpinismo 7

Flash di alpinismo
Citazioni, impressioni e immagini – parte 07 (7-13)
di Massimo Bursi

Ego
Certo, sono uno stronzo egocentrico, ma avere un ossessione non è una cosa facile da condividere con qualcuno (Marc Twight).

Cosa c’è di peggio del carattere di un alpinista?
E’ noto che gli scalatori sono esseri bugiardi ed inaffidabili, pur di andare ad arrampicare si inventano qualsiasi bugia con il proprio partner, lasciano i propri bambini parcheggiati in campeggio per qualche ora, sperando che tutto fili senza intoppi e gli arrampicatori non facciano ritorno a notte.
Si potrebbe spiegare questo concetto con una uguaglianza: scalatore uguale essere egocentrico, focalizzato solo sui suoi obiettivi e sul proprio noioso curriculum di vie.

Questa definizione è un dato di fatto: basta salire un sabato sera in un qualsiasi rifugio delle Alpi ed ascoltare le conversazioni di questi intraprendenti uomini delle arrampicate: io, io, io, io…

I protagonisti della sfida alla montagna potrebbero avere un piccolo problema fisico, che ne so… un taglietto al dito o un dolore alla spalla che sta rovinando la stagione, ma che non li fermerà, anzi sono disposti ad andare da qualsiasi specialista e spendere una fortuna pur di avere il fisico perfetto.
Sono tutti ossessionati.
Tutti hanno almeno una via che avrebbero voluto fare e che per una qualsiasi ragione non hanno mai fatto e si trasforma in ossessione.
Ad esempio, la mia ossessione si chiama diedro Philipp-Flamm al Civetta: quel fine settimana che dovevo andare a farlo c’era un banale impegno. Purtroppo ho perso l’occasione per sempre! Ora tutti a casa mia conoscono la mia ossessione.

Un compagno di vita scalatore, è il peggior errore che una donna possa commettere.

Curiosa immagine di Claudio Barbier in Belgio a Freyr. Claudio Barbier è stata una personalità controversa e molto egocentrica del panorama alpinistico europeo degli anni sessanta: totalmente centrato su se stesso e sul suo gesto arrampicatorio, formidabile ripetitore, non riuscì ad affermarsi come scalatore che abbia aperto nuovi itinerari.
Leggendo i suoi scritti si ha l’impressione di una personalità romantica ma disturbata.
Flash-130

Il parco giochi
Le Alpi nel cuore dell’Europa rappresentano un’oasi di contraddizione che si contrappone allo scarso fascino delle città opulente riproponendo le cose grandi: la fatica ed il pericolo (Eugene Guido Lammer).

Lammer ripropone il tema della fatica e del pericolo come la benzina dell’alpinista. Quello che uccide non è il pericolo, ma la vita piatta ed opulenta della pianura.
Gli scalatori fuggono dalla pianura; in montagna hanno paura della verticalità e non vedono l’ora di finire la propria salita per tornare in pianura e mescolarsi con gli uomini di pianura.
Gli scalatori, come gli uomini in generale, sono un insieme caotico di contraddizioni e le vicine Alpi non ci aiutano a scioglierle.

Ora le Alpi sono un grande parco giochi: d’estate fai alcuni tiri di corda e poi torni in corda doppia, d’inverno ti puoi divertire sulle cascate di ghiaccio o a scendere con lo snowboard. Ed ogni giorno migliaia di persone partono con i propri scarponcini da trekking d’estate o con le racchette da neve in inverno, per ritagliarsi la propria avventura.
Un’avventura con tanti pericoli o con pericoli controllati, ma sempre un’avventura in un grande parco giochi.

L’uomo ha sempre bisogno di un parco giochi. L’uomo pensa di esplorare spazi sterminati, ma quando dall’aereo vedi le cordate muoversi come formichine sulle creste, da una parte all’altra delle Alpi, allora capisci che il grande orizzonte e che l’ignoto sono semplicemente quello che il tuo sguardo non riesce a vedere.
Ognuno si ritagli il proprio parco giochi: un masso per il boulderista, una falesia per il falesista, una parete per lo scalatore, una valle per chi cammina, un’intera montagna per chi chiamano alpinista.

Alla fine sono tutti bambini che giocano al parco giochi.

L’ultimo, alla sera, chiuda il cancello!

Sull’Half Dome in Yosemite si trova questa particolare e stretta cengia chiamata del ringraziamento divino (Thanksgiving God). Pascal Etienne, ripreso in questa immagine, non sembra convinto del gioco che sta facendo.
Flash-129Allenamento inglese
Il miglior allenamento era andare al pub, bere 3 birre e parlare di arrampicata (Ron Fawcett).

Ron Fawcett, assieme a Pete Livesey, alla fine degli anni ’70, ha rivoluzionato il mondo dell’arrampicata inglese ed europea, introducendo il concetto di allenamento specifico ed intensivo per l’arrampicata.
Ron Fawcett, affermava che non poteva arrampicarsi sulle Alpi poiché se incappava in una perturbazione non poteva stare bloccato per il cattivo tempo per due o tre giorni, senza arrampicare, rischiando quindi di perdere la forma fisica.
Row Fawcett arrampicava in continuazione e quando arrivava in falesia arrampicava in cordata o da solo, dalla mattina fino a sera compiendo decine e decine di vie estreme in solitaria.
In un’epoca in cui gli scalatori si confrontavano ancora sulle grandi pareti, lui preferiva giocare sulle pericolose falesie inglesi o scendere in Verdon, al sud della Francia, per percorrere splendidi itinerari di calcare perfetto.
Eppure l’allenamento migliore avveniva al pub!

Se sei un forte scalatore, non prenderti troppo sul serio!

Ron Fawcett in arrampicata in Verdon. Alla fine degli anni Settanta l’arrampicata inglese era sicuramente avanti rispetto all’arrampicata del resto dell’Europa.
Flash-128A vista
Anche per quest’anno questa via l’ho fatta “a vista” (riferita da Emanuele Kinobi Pellizzari).

Chi va ad arrampicare spesso mitizza i grandi scalatori, le loro imprese e le loro gesta.
Ecco quindi una scalata a vista: ti avvicini alla parete, la vedi e la scali pulito, senza toccare i chiodi e senza altri sotterfugi: così nasce un’impresa da rivista.
Purtroppo per il concetto stesso di arrampicata a vista, tu non puoi ripetere serialmente una scalata a vista” sulla stessa parete più volte: è una contraddizione tautologica.
Quindi se tu vai sempre ad arrampicare nella stessa falesia e conosci i passaggi chiave a memoria non puoi più parlare di arrampicata a vista.

Proviamo ad allargare un po’ il concetto di arrampicata con stile: sei riuscito ad arrampicare bene? Hai fatto il passaggio con stile? Sei passato anche quest’anno a vista? E sia così!
Io rivendico il diritto che queste definizioni, quali l’arrampicata a vista, valgano non solo per i grandi, ma possano essere estese ed allargate anche per i peones dell’arrampicata che devono potersi divertire con queste definizioni che suonano così bene quando arrivi al bar a ordinare la birra.
Al diavolo le definizioni che vogliono porre ordine a questa caotica matassa di idee che c’è intorno all’anarcoide mondo dell’arrampicata.

Viva l’arrampicata a vista con cadenza annuale ed ogni volta che tu lo desideri.

Ivan Guerini in dialogo con una farfalla. Pochi capiscono quello che Ivan Guerini diceva e scriveva, ma il messaggio che ne derivava era che l’arrampicata era qualcosa di grande, di bello e di complesso da non potersi ridurre in un insieme di regole e definizioni. Il periodo libertario durò poco e tutto si ridusse a codificare un insieme di regole per uno nuovo sport fisico.
Flash-127La scomparsa del mito
C’è una luce buia sul ghiacciaio (ignoto ammiratore di Hermann Buhl riferendosi ai fulmini durante una notte di temporale).

L’alpinismo ha alimentato la lettura dei grandi volumi classici dell’alpinismo o i best-seller di montagna hanno creato nuovi alpinisti?
Quanti ragazzini hanno letto questi libri di salite epiche o di vite al limite di grandi alpinisti?
Quanti lettori di Hermann Buhl si sono lanciati su qualche via solo per ripetere le sua gesta. Quanti hanno letto o sognato sui volumi di Walter Bonatti?
Questo periodo è finito.
Per fortuna!

Internet ha seppellito tutto questa pseudo-letteratura.
Oggi l’informazione viaggia in rete e il ragazzino brufoloso, che ti ripete la via che tu cerchi di salire, ha studiato il video su YouTube e conosce i trick del passaggio.
Tu con le tue conoscenze pseudo-letterarie dei tempi eroici ti senti superato. Tu rimani a terra terrificato dai ricordi di terribili descrizioni di passaggi magari sotto una tempesta. Tu hai i miti in testa che ti spaventano.

Intanto gli altri si muovono veloci senza gli spettri del passato.
Tu guardi al passato e loro guardano al futuro.
Anche loro hanno i loro miti, ma sono più leggeri, non sono codificati su libri polverosi, sono agili e mutevoli come il web.
Internet ha ucciso le riviste di montagna.
Internet ucciderà anche i libri di montagna?
Internet ucciderà anche il mito alpinistico?

Se la citazione iniziale non ti dice nulla, hai già la risposta al quesito di cui sopra.

Sostituiamo i miti del passato con nuovi miti. Ad esempio Andy Holzer scalatore austriaco cieco dalla nascita, lui è un vero esempio di tenacia, perseveranza, passione ed entusiasmo. Lui arrampica dove la media degli scalatori fatica!
Flash-126Mani
Meglio un grande appiglio in una piccola mano che un piccolo appiglio in una grande mano (Claudio Barbier).

Il segreto dello scalatore sta anche nelle sue mani. In ogni caso le mani subiscono le conseguenze di anni di scalate.
La prima cosa da fare quando si entra in un rifugio è quella di osservare le mani di questi avventori.
Raramente ci si sbaglia poiché come si dice le mani tradiscono il mestiere.
Le mani tradiscono gli anni di attività, l’allenamento, le ore di freddo in parete e le lunghe sessioni alla trave.
L’uomo comune o della strada è sempre meravigliato che “noi si arrampichi” a mani nude e senza guanti. Chissà perché arrampicare a mani nude è considerata una cosa così strana. A volte mi chiedono se uso le ventose o i rampini.

A tutti sarà capitato la sensazione di abbandono quando si arrampica in inverno e le mani si congelano: sebbene tu veda gli appigli grandi e facili, le mani non ubbidiscono ai comandi del cervello e si muovono e prendono gli appigli in maniera meccanica, senza avere la giusta sensibilità. In questo modo si perde fiducia, magari non si cade, ma ci si deve fermare.

Un’altra orrenda sensazione è quando senti che le mani si aprono e non fanno più presa sulla parete rocciosa. Alla fine di un lungo tiro continuo senti che le forze vengono meno e con il fiatone, cerchi di accelerare, poichè sai che è solo questione di tempo prima di cadere.

Le mani racchiudono i segreti di uno scalatore.

Le mani di uno scalatore, specie dopo una salita in fessura granitica, sono particolarmente provate. Bende e nastri di cerotto sono usate per proteggerle dalle rocce più taglienti ma spesso i risultati non sono soddisfacenti.
Flash-125La filosofia del guerriero
La paura è il primo nemico naturale che il guerriero deve superare lungo la strada verso la conoscenza (Carlos Castaneda).

Non permettere che i draghi della tua mente abbiano il soppravvento e ti spaventino. Arrampica sempre concentrato e motivato, ma con la mente leggera. Non è facile.
Lo scalatore può essere paragonato ad un guerriero che prepara le sue armi, studia l’avversario e il terreno di battaglia e solo alla fine scende in campo, mettendo in gioco tutto sé stesso.
Non è facile diventare guerriero delle rocce ed agire con freddezza: ma questo è il segreto degli scalatori che riescono a compiere molte scalate vicino al proprio massimale.
Seguire il percorso di apprendimento del guerriero ed aumentare la propria consapevolezza è un’arte che nessuno ti insegna.
Il guerriero deve aumentare la propria forza: la capacità di agire, di impiegare energia in situazioni inaspettate e ancora fiducia, coraggio, mettersi alla prova, affrontare il rischio.
Non significa allenarsi di più; significa preparare la propria mente e condizionare il proprio subconscio, la parte nascosta della mente, per l’azione della scalata.
Gli insegnamenti del viaggio del guerriero – l’apprendimento –  di Don Juan Matus, sciamano indiano Yaqui, a Carlos Castaneda, antropologo misterioso, sono forse una chiave misteriosa per prepararsi all’azione.
Arno Ilgner ha applicato la lezione di Castaneda all’arrampicata, creando di fatto un metodo da lui chiamato rock warrior’s way.

Se vuoi migliorare, devi necessariamente intraprendere la via dell’apprendimento della mente.

Alex Honnold sulla famosa cengia chiamata Thanks giving God dell’Half Dome. E’ in solitaria e senza corda. Alex Honnold è noto per le sue scalate estreme solitarie. Lui è sicuramente un guerriero delle rocce. Lui sicuramente arrampica bene, ma a differenza di altri fuoriclasse, riesce ad arrampicare bene anche senza corda poiché riesce ad aumentare la propria concentrazione all’azione quando gli serve.
Flash-124

Compartimenti stagni
Mi piace arrampicare per piacere, ma non mi piace farlo per denaro. E’ lo stesso approccio che uso nel sesso.

Tanti scalatori si chiedono perché non trasformare la propria passione in un lavoro: chi vorrebbe lavorare in un negozio di attrezzatura alpinistica, chi fare la guida e chi in un centro di arrampicata indoor.
In realtà queste sono solo scorciatoie per cercare di risolvere un problema temporaneo: trovare un lavoro.
Ben presto si delineano nuovi ostacoli: cresce il senso di frustrazione, s’insidia la noia della ripetitività quotidiana, cosicchè lo scalatore guerriero si ripresenterà con tutto il suo carico d’insofferenza.
La soluzione migliore è svolgere un qualsiasi lavoro, possibilmente che ti dia soddisfazione, lavorando non troppo e guadagnando non poco, per poi potersi dedicare all’arrampicata.
Il vero rischio è quello di non eccellere né nel lavoro, né nell’arrampicata.  

Non compiere l’errore di trasformare il tuo piacere in un dovere.

Vito Plumari, il “vecchiaccio”, impegnato nel bouldering al Camp 4 in Yosemite. Un personaggio particolare, il “Don Juan” dell’arrampicata, parafrasando un famoso personaggio di Carlos Castaneda. Per lui, Pierluigi Bini e gli altri amici della casa cantoniera del Sella tra i quali Luisa Iovane ed Heinz Mariacher l’arrampicata era puro ed assoluto piacere.

Flash-123Arrampicata ribelle
L’arrampicata è una espressione individuale e che non è sopportabile da coloro che si ritengono portavoce dell’etica (Warren Harding).

Questa frase di Warren Harding, scalatore pioniere dello Yosemite Valley, ci dà l’idea dirompente dell’anarchia in cui può, anzi deve, sfociare l’alpinismo.
Noi non vogliamo regole almeno nell’arrampicata, anche l’idea stessa di un’etica ci disturba e toglie spontaneità al nostro gioco.
L’arrampicata, come la musica rock, è nata come espressione libera del corpo e della mente, è un modo estremo di sublimare le difficoltà della vita.
Cerchiamo di non imbrigliare l’arrampicata con regole, etiche, classifiche, imposizioni. Quando si cerca di imporre tutto questo, il movimento è nella fase decadente, mentre nella parabola ascendente la creatività è sufficiente per alimentare la passione.
Arrampicata significa salire liberamente la roccia.
Le regole sono in più, sono sovrastrutture dell’uomo.

Arrampica ascoltando la canzone Musica Ribelle di Eugenio Finardi: nulla sarà più come prima!

Warren Harding all’uscita, in solitaria, di Dawn Wall al Capitan nel 1970. Personaggio controverso dell’arrampicata, grande amante della bottiglia, ma convinto assertore della massima libertà anarchica della dimensione dell’arrampicata. Warren Harding è stato il primo salitore del Capitan nel 1958.
Flash-122Divertimento
Il più grande alpinista è quello che si diverte di più (Alex Lowe).

“Dai che non siamo qui per divertirci” tipica frase spesso udita in falesia, dove si alternano un capocordata troppo inutilmente preso dal proprio ruolo ed un secondo di cordata rilassato, che pensa solo a divertirsi. In fin dei conti chi ha ragione?
Perché non divertirsi sempre e comunque?
L’alpinismo non è una fede, né un lavoro.
Il grande alpinista cerca di divertirsi sempre e comunque.
Con questo spirito potrai accettare di dormire in rifugi puzzolenti e di svegliarti alla mattina presto per raggiungere una parete su cui divertirsi.
Purtroppo abbiamo dovuto aspettare che qualche americano ce lo insegnasse, perché noi europei ci siamo invaghiti di un concetto di alpinismo di conquista, di sofferenza e di machismo.
E’ fondamentale che un americano come Alex Lowe ci ricordi che dobbiamo anche divertirci.

Vai in rifugio e chiedi chi sia il più grande alpinista. Ti accorgerai che il divertimento non è contemplato.

Divertimento è anche camminare su una fettuccia tesa (slackline) sopra un laghetto con lo sfondo del Cervino come sta facendo Heinz Zak.
Flash-121

continua

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