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Avventura è

Sono accovacciato in cima ai 3222 metri del Blanc Giuir (Gran Paradiso) e cerco di ripararmi a malapena dal vento che da circa tre ore mi inti­rizzisce. Poco lontano da me, anche lui chiuso in freddolosa me­ditazione, Popi ha reclinato il capo sullo zaino e a occhi chiusi attende che il sipario di nebbia e a tratti di nevischio si dis­solva per poter scorgere la grandiosa barriera di montagne a poca distanza da noi.

Siamo saliti fin quassù con gli sci, l’ultimo tratto a piedi, per fotografare una delle vedute più emozionanti, ma ora temiamo di aver perso il nostro tempo, di dover tornare. Quando si lavora occorre rispettare dei tempi e dei costi: sem­bra che il Blanc Giuir ci costerà caro, per questo non molliamo la presa e aspet­tiamo anche oltre il ragionevole.

Salendo al Blanc Giuir in una giornata diversa dalla nostra
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Ben presto una sensazione fastidiosa si fa largo, ci sembra che quest’attesa non ci faccia imparare niente, lontani da una sere­nità irraggiungibile. È proprio il momento più brutto di tutte le avventure, la fatica. Fatica di pensare, di salire, di aspettare, di ricominciare da capo.

Avventura è fatica, fantasia, incognita e un pizzico di competi­zione.

Il vocabolario recita che avventura è “avvenimento di solito strano, unico o singolare” e, per estensione, “impresa che attrae anche se rischiosa”. Molte altre definizioni le son state date, a tal punto da autorizzarci a ritenere che il concetto di avventura sia mutevole non solo nello spazio ma anche nel tempo.

Inoltre “avventura”, come tutto ciò che è soggettivo o vissuto dall’individuo, assume toni e sfumature diverse per ciascuno di noi. Però si può concordare che, sempre e per chiunque, avventura si possa tradurre in esperienza.

C’è chi sostiene che avventura è uscire dalle tracce, trovare nuovi sentieri: quindi avere intuizioni, lavorare molto di fanta­sia per vedere dietro l’angolo, ol­tre le azioni e gli oggetti consueti, senza però dimenticarsene. Dobbiamo sa­per sognare ad occhi aperti senza perdere di vista la realtà.

Nella ricerca del nuovo spesso invece si rincorrono i record ad ogni costo, in affannosa selezione o minuziosa ragioneria dell’intentato. La contabilità, l’amministrazione e i computer tendono a sminuire l’aspetto umano. È l’esage­razione, quasi la mitizzazione di un aspetto particolare dell’avventura. Se si per­dono di vista gli aspetti generali, minimizzando il soggettivo e l’umano e con­centrandosi esclusivamente sugli aspetti tecnici, si abdica a favore di un’attività sterile.

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L’atteggiamento verso l’avventura dei “giovani esploratori” sof­fre di velato mili­tarismo: le squadre di adolescenti e bambini inventano giochi bellissimi, intes­suti di quello spirito d’avven­tura che, così genuino e necessario a quell’età, costringerebbe l’adulto a rinunciare a molta della sua fantasia individuale, con esiti che potrebbero sfiorare il ridicolo.

Uscire dalle tracce è sicuramente eccitante ma non bisogna dimenticare la modestia: spesso si crede di fare qualcosa di nuovo che, con un po’ di do­cumentazione, si sarebbe rivelato subito già conosciuto, già praticato.

Infine, nella ricerca ossessiva della novità, si finisce per es­sere molto più inte­ressati a ciò che gli altri possono dire della nostra avventura, e quindi in defini­tiva alla loro considerazione maggiore o minore, che non all’apertura delle no­stre porte inte­riori a tutto ciò che di positivo può insinuarsi in noi per con­sentirci un’esperienza vera.

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L’avventura è senza dubbio al di sopra della storia e della cro­naca: ci può es­sere, e grande, anche se nessuno la registra, la tramanda o la esalta. Ci può essere anche piccola, chiusa nel no­stro intimo.

C’è chi identifica l’avventura con il pericolo che è insito nell’incognita; siamo sommersi da produzioni letterarie, da fu­metti, da film e da trasmissioni televi­sive che esibiscono il pe­ricolo come spettacolo. Si pretende, a volte con suc­cesso, di vendere allo spettatore in poltrona un’avventura che lo ecciti. Ma emozioni di questo tipo possono essere solo superficiali e i­nutili perché non lasciano alcuna traccia in profondità. In defi­nitiva nello spettatore cedono presto il posto a indifferenza e noia; il protagonista subirà invece frustrazione e squili­brio.

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La morbosa e generale attenzione al pericolo come ingrediente principale è un preoccupante sintomo di povertà dell’avventura stessa. Quando la comuni­cazione tra uomo e natura si riduce, i contenuti di un’impresa seguono la stes­sa sorte: pericolo e com­petizione assumono un’importanza esagerata.

La competizione vera e propria infatti è la baldanzosa maschera di un’avven­tura a volte inesistente: le gare si possono fare sol­tanto in un’ambiente ormai addomesticato, dove la natura non può dirci nulla perché neppure le prestiamo attenzione. Una gara au­tomobilistica tanto è ricca di competizione e pericolo, tanto è povera di avventura. È ora di far chiarezza sulla differenza tra avven­tura e rischio, troppi scribacchini e troppi uomini di comu­nicazione hanno rica­mato a loro piacimento.

Limitarsi a vedere l’azione sotto la luce della competizione ci porta ad un con­sumo ripetitivo: è senza senso volersi spingere sempre più lontano in relazione agli altri, perché ci sarà sempre qualcuno che andrà più lontano di noi e con lui anche una parte di noi stessi si allontanerà dal nostro essere.

Sforziamoci di imparare a vivere l’avventura per noi stessi, sen­za raffrontarci ad altri. Il nostro vissuto è un’esperienza unica e ci appartiene, ma è altrettanto vero che le nostre esperienze ci arricchiscono solo se le viviamo nella giusta disposizione d’animo: non possiamo gettare via delle occasioni così belle.

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A seconda delle nostre possibilità, ma soprattutto a seconda della nostra disponibilità, una semplice passeggiata nei boschi può diventare la grande Esperienza della nostra vita.

Uno squarcio, seguito da un altro, ci si apre davanti, ormai son­necchianti e scossi da brividi. Ma dovremo tornare ugualmente, questa è la decisione di un Gran Paradiso che in tutto il giorno non abbiamo visto, di una Becca di Gay imbronciata e di un livido Becco Meridionale della Tribolazione che si è conces­so per pochi frenetici secondi.

Se noi eravamo saliti nel candore di vaste distese di neve prima­verile, Marco e Franco sono tornati molto più avanti in stagione, quando le nevi ormai disciolte hanno rivelato giganteschi rovinii di blocchi e sassi: al di sopra, le pareti rossa­stre della grande muraglia del versante meridionale del Gran Paradiso sono lì al sole, proprio davanti. Forse anche loro, immobili da tempi geolo­gici, si chie­dono cosa siamo venuti a cercare: ma creste così brillanti e nitide, slanci di rocce così trionfali, colori di montagna così serale ed estiva, possono darsi la nostra stessa risposta?

“Oggi tutti parlano di avventura. Avventura è una parola presente ormai in ogni discorso. Effettivamente le si attribuiscono troppi significati, spesso perdendo di vista quello vero (Walter Bonatti)

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Il viaggio istintuale per non si sa dove e quando

Il viaggio istintuale per non si sa dove e quando

Ferma restando la libertà di interpretare e di vivere un viaggio a seconda delle tendenze e dei caratteri individuali, vorrei qui soffermarmi sulla particolare angolatura di un punto di vista non scientifico e sulle opportunità da questa offerte all’esperienza generale nell’ambito di quei periodi di vita che noi chiamiamo “viaggi”.

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Per inciso, nella grande categoria del viaggio, accanto alle traversate, alle esplorazioni e alle immersioni nell’acqua o nelle culture diverse dalla nostra, includo quello alpinistico, dove tra un inizio e una fine succedono (o possono facilmente succedere) cose in ambiente naturale che possono cambiarci la vita stessa.

Personalmente sento una punta d’intima ribellione quando tecnica e scienza invadono oltremodo questo campo di avventura esperibile. Mi ribello cioè al “travel engineering”, la visione razionale del viaggio che vorrebbe “ottimizzare” le energie e il tempo impiegati.

L’ingegneria di viaggio programma i nostri spostamenti in base a curiosità e caratteristiche ambientali già esperite da altri, in funzione di avere la possibilità di toccare con mano il numero più grande possibile di meraviglie naturali, artistiche o culturali, per permettercene la documentazione fotografica e subito dopo passare ad altro fenomeno, nell’affannosa e continua rincorsa degli “highlights of the tour” resa possibile da spostamenti tattici ben studiati e ottimizzati, con un occhio particolare ai costi.

L’esempio opposto a questo particolare tipo di viaggio, ho già scritto e detto in più di un’occasione, è quello offerto dallo scrittore britannico Bruce Chatwin (1940-1989): quello che a tal punto si domandava Che ci faccio qui? da indurre i curatori a intitolare in tal modo l’ultimo suo libro, postumo.

Che errasse in Patagonia, o al seguito di Indira Gandhi, o alla ricerca dello yeti o in un quartiere malfamato di Marsiglia, Chatwin era sempre in viaggio e “osservava ogni esperienza con lo sguardo penetrante di chi, a partire da qualsiasi cosa, vuole andare il più lontano possibile”. Come se ogni fatto vissuto o luogo visitato non fosse un punto di arrivo da collezionare assieme ad altri, bensì un punto di partenza per il vero viaggio, quello per il non si sa dove e quando.

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Occorre porsi in particolare atteggiamento per essere ricettivi alla Chatwin; occorre umiltà, pazienza e fiducia che il nostro stesso destino sarà influenzato dalle cose che vedremo e vivremo. Occorre essere carichi di quella particolare fiducia che ciascuno di noi è molto propenso a richiedere agli altri e purtroppo molto meno disposto a concedere. Occorre affidarsi all’istinto, nella fiducia che sarà lui a governare la barca mentre procediamo nell’esperienza. Riconoscere la relazione, potenzialmente sempre feconda, tra la nostra intimità e quella altrui, tra il nostro sentire e l’ambiente che ci circonda.

Questa fiducia istintuale è l’unico passaporto per la responsabilità del viaggio, cioè dell’esperienza responsabile che abbiamo scelto intimamente e al di fuori delle suggestioni turistiche: non “fruitori”, ma attori responsabili e liberi.

La sicurezza fornita dal travel engineering è la principale nemica di questa libertà e della nostra responsabilità. L’ingegneria di viaggio ci rende soggetti paganti di un consumo passivo, come se il nostro viaggio non fosse nulla di più che una proiezione cinematografica in 3D.

Essere liberi e responsabili nel nostro viaggio istintuale vuole soprattutto dire essere esposti agli imprevisti. Nulla più dell’imprevisto è mal sopportato dall’ingegneria di viaggio. Nel necessario amore per l’imprevisto si delinea il robusto legame tra istinto-fiducia-imprevisto che costituisce il tessuto connettivo dell’avventura liberamente scelta e vissuta. Dove il limite è dato dalla nostra stessa accettazione di non poter programmare fatti, avvenimenti ed emozioni. Dunque, se si rispetta questo limite, si impara a essere davvero liberi.

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Per chi volesse sapere di più al riguardo del travel engineering (dal sito dell’Avalco Travel, http://www.avalcotravel.com/):

Le recenti NORME ISO 21101, 21102, 21103 (il set completo è disponibile dal 2014) sono rivolte al turismo d’avventura.
Esse suggeriscono criteri generali per la gestione dell’attività, con particolare riferimento a: pianificazione della stessa, competenza di guide e istruttori, comunicazioni interne ed esterne, informativa ai partecipanti, gestione delle emergenze e degli incidenti.
Inoltre trasmettono alcuni concetti importanti, tra cui:
– la necessità di documentare le procedure gestionali critiche per la qualità e la sicurezza dei servizi offerti;
– la necessità di effettuare periodicamente una ri-valutazione di rischi dell’attività e del relativo sistema di gestione;
– l’importanza della cultura e della pratica del miglioramento continuo.
Non entrano nel merito della valutazione e trattamento dei rischi, dato che per questi valgono le disposizioni delle norme ISO 31000 e 31010, oltre che quelle specifiche eventualmente esistenti per il settore di attività.
Alcune direttive nazionali nel settore Outdoor – Sport – Avventura sono in effetti disponibili da tempo in alcuni paesi, specialmente quelli di lingua inglese. Citiamo, in particolare:
-> le HB 246 della Nuova Zelanda, sulla Gestione dei Rischi, del 2010 ma pubblicate inizialmente nel 2004 come HB 8669;
-> le BS 8848, pubblicate la prima volta in UK nel 2007, sulla organizzazione di programmi di “turismo d’avventura” all’estero.
Queste norme, periodicamente aggiornate, sono spesso utili nella pratica e si dovranno idealmente integrare con le più generali e recenti ISO 21101.
Avendo la valenza di direttive facoltative (“guidelines”), esse non sono obbligatorie per legge. Ciò lascia la libertà all’operatore di adottarle, del tutto o solo in parte, secondo le proprie esigenze e, possibilmente, anche nell’interesse degli utenti.

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Evoluzione dell’alpinismo 3

Evoluzione dell’alpinismo 3 (3-3)
(scritto alla fine degli anni Ottanta)

Puntate precedenti:
http://www.alessandrogogna.com/2016/09/20/evoluzione-dellalpinismo-1/
http://www.alessandrogogna.com/2016/09/20/evoluzione-dellalpinismo-2/

Fino agli anni ‘80
Proprie degli anni ‘30 erano le polemiche tra «occidentalisti» e «orientalisti». I primi praticavano un alpinismo su montagne assai più alte, ricoperte di neve e di ghiaccio, dalle pareti raramente verticali e strapiombanti; i secondi arrampicavano sulle Dolomiti, su pareti molto più impressionanti ma che però gli occidentalisti chiamavano «paracarri». Riccardo Cassin proveniva dalla scuola dolomitica ma, in possesso di tecnica eccezionale e di coraggio leggendario, riuscì ad aver ragione del massimo problema occidentale senza mai averlo visto, senza mai aver neppure dato un’occhiata al gruppo del Monte Bianco. Egli salì con i compagni Gino Esposito e Ugo Tizzoni a piedi da Courmayeur al rifugio Torino (la funivia non c’era ancora), discese il ghiacciaio fino alla Cabane du Requin e lì chiese al custode dove erano le Grandes Jorasses. Quello rispose, un po’ infastidito, «c’est par là!».

Cesare Maestri
20th March 1963: Italian mountaineer Cesare Maestri, known locally as 'The Spider of the Dolomites', stops for a refreshing drink of mineral water on his way up the Lavarado 'Death Peak', in Northern Italy. (Photo by Keystone Features/Getty Images)

Mentre nell‘alpinismo italiano e tedesco nell‘immediato dopoguerra si avvertiva un certo vuoto, sia per le ragioni dette in precedenza, sia per le tragiche morti di Gervasutti, Boccalatte, Comici, Ercole Esposito avvenute in montagna e di Ratti, Castiglioni, Alvise Andrich in guerra, l’alpinismo francese cominciava a vivere il suo splendido periodo. Gaston Rébuffat, Edouard Frendo, Lionel Terray, Louis Lachenal e in pratica gli uomini del futuro Annapurna, primo ottomila conquistato dall’uomo, con umiltà e semplicità affrontavano subito le prime ripetizioni dei grandi itinerari d’anteguerra e poi con rigore sistematico risolvevano nel gruppo del Bianco i più grandi problemi che la tecnica di allora permetteva di affrontare. Su questa linea positiva agivano anche l’austriaco Hermann Buhl del primo periodo e in tono dolomitico Erich Abram e Otto Eisenstecken.

Ma la componente romantica dell’alpinismo era troppo radicata: nel sensibile vuoto della fine anni ‘40 non si trovò di meglio che mitizzare i migliori esemplari di alpinisti, e l’umanizzazione dell’alpinismo venne ancora rimandata. In quel periodo si poté accostare alla figura della guida alpina il personaggio professionista: Walter Bonatti, Cesare Maestri, René Desmaison sono i più conosciuti esponenti. Il professionista cerca di ottenere un utile dalla sua attività, imponendosi all’attenzione del grosso pubblico ma ancora una volta distanziandolo da un’universale comprensione di questo fenomeno, per questo inteso dai più come attività riservata a pochissimi uomini eccezionalmente dotati.

Walter Bonatti
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Il mito Bonatti ha invaso il mondo ed è rimasto intatto anche dopo la rinuncia del grande monzese a continuare il grande alpinismo. Ciò avvenne nel 1965, dopo la conquista invernale solitaria di una via nuova sulla Nord del Cervino. Gli italiani gli resero la vita dura, mentre all’estero la sua figura è amatissima. Nel 1961 vi furono delle amare polemiche dopo che Bonatti tornò con il suo cliente da una settimana di atrocità sul Pilone Centrale del Monte Bianco: erano morti di stenti quattro grandi alpinisti e Bonatti fu accusato di omissione di soccorso e di supremo egoismo. Ma tutto ciò si sciolse come neve al sole, perché il tempo conserva solo la verità.

In contrapposizione a questo fabbisogno di mito si sviluppò un alpinismo tecnologico, che in alcuni casi, con l’inserimento dell’elemento economico, portò addirittura ad un’involuzione. Le salite effettuate con tecnica artificiale esasperata (esempio quella dei tre sàssoni Peter Siegert, Gerd Uhner e Rainer Kauschke d’inverno sulla direttissima della Nord della Cima Grande di Lavaredo, 17 giorni di parete, gennaio 1963), pur suscitando grande impressione nel pubblico, in realtà stavano riducendo il margine di impossibile che dev’essere sempre in ogni vera avventura. Con i chiodi e i trapani si sarebbe potuto scalare qualunque cosa, perciò occorreva limitare i mezzi per poter continuare l’avventura alpinismo.

Hermann Buhl
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L’alpinismo tecnologico è nato prima fuori dalle Alpi e poi vi fu importato. I grandi problemi logistici di una salita himalayana imponevano all’inizio una grande organizzazione, dai portatori ai campi alti e all’ossigeno. Nell’himalaysmo era più difficile l’espressione del singolo o della cordata. Organizzazione e collettività prevalevano sul coraggio dei singoli. Ecco perché alpinismo tecnologico. Con la conquista delle maggiori montagne del mondo si è migliorato continuamente il concetto di organizzazione, perché l’uomo era pronto a salirle già fin dal tempo di George H. L. Mallory e Andrew C. Irvine, che morirono sull’Everest nel 1924. L’uomo era pronto psicologicamente e fisicamente. Perciò si doveva procedere in due maniere: da un lato a montagne sempre più difficili e inaccessibili si opponevano migliori attrezzature e più quattrini, dall’altro si migliorava la «meccanica», con più razionale acclimatazione e una logistica di movimento che tendeva a portare sherpa e portatori il più in alto possibile.

Nel 1953 fu salito l’Everest da una spedizione britannica. In cima, il 29 maggio, arrivarono il neozelandese Edmund Hillary e lo sherpa nepalese Tenzing Norgay. Essi usarono le apparecchiature a ossigeno, oltre ad aver usufruito di tutta la logistica della spedizione. Lo stesso tipo di organizzazione fu necessaria per la conquista del K 2. Le prime esplorazioni a questa bellissima vetta del Karakorum, la seconda montagna del mondo, risalgono al 1909, con la spedizione del Duca degli Abruzzi. Dopo vari tentativi americani, Ardito Desio riuscì nel 1954 con gran dispendio di mezzi e di uomini ad aggiudicarsi la conquista del più difficile Ottomila della terra. Protagonisti finali furono Achille Compagnoni e Lino Lacedelli, che fornirono il necessario sforzo eroico per concludere ciò che era stato ben organizzato dal principio.

René Desmaison
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Dopo la conquista dell’Everest, del K2 e degli altri Ottomila, si passò alle pareti difficili: le più evidenti e belle sono ormai quasi tutte salite, perciò da un po’ di anni ormai si è verificata in Himalaya, Karakorum e Patagonia un’inversione di tendenza. Ormai vi sono cordate che superano all‘alpina le più difficili pareti. E questo ha portato a una centuplicazione del numero totale di alpinisti che hanno almeno un’esperienza extraeuropea.

Mentre si avverte un certo cambiamento nell‘impostazione ideologica dell’alpinismo, le motivazioni romantiche hanno prodotto la massima espressione: Reinhold Messner. Egli, grazie a doti veramente eccezionali fisiche e psichiche, unitamente all’esigenza della società dei consumi di creare il mito massimo, si è imposto all’attenzione mondiale con una serie impressionante di grandiose realizzazioni alpine ed extraeuropee.

Il numero di alpinisti attivi oggi è enorme se paragonato agli anni ‘70 e siamo in pieno boom escursionistico. A tutto ciò si aggiungano le spettacolari imprese dei giovani «superman» come Christophe Profit che salì nel giro di sole 24 ore le Nord del Cervino, dell’Eiger e delle Grandes Jorasses (con il trasporto in elicottero per le trasferte). In questo contesto ecco nascere il free climbing e l’arrampicata sportiva, nuove discipline che, quanto a numero di praticanti, contendono ormai il primato all’alpinismo.

Reinhold Messner
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Le sponsorizzazioni della sicurezza
Sono quegli aiuti dati ad alpinisti, più spesso a guide alpine, per addomesticare qualunque tipo di itinerario. È uno «sfruttamento» delle attività sportive, assieme alle asfissianti proposte di itinerari «scelti». Ma mentre la proposta turistica si limita a cavalcare la pretesa necessità del pubblico che gli venga confezionata una serie di «pacchetti», perché si ha sempre meno tempo di leggere e quindi di scegliere di propria testa, la sponsorizzazione della sicurezza va oltre, spingendosi a modificare la filosofia base del fenomeno alpinismo. La sicurezza è in via di diventare una vera ossessione, gli sponsor fanno loro questa «necessità» e modificano non solo il terreno ad uso e consumo dei nuovi trend, ma anche il punto di vista sull’ambiente naturale e selvaggio. Una via storica e quindi necessariamente malchiodata e insicura deve prima o poi, in questa logica, essere richiodata e assimilata alle proposte omogenee di un’arrampicata «sicura». Una via, già spittata in apertura, deve essere prima o poi richiodata, rispettando o meno quella che era la chiodatura originale. Lo sponsor fa l’occhiolino al neofita e al praticante e dice: hai visto come sono bravo? Io penso al tuo divertimento e alla tua sicurezza. Guarda che belle vie ti ho preparato o ripreparato. Queste sono belle… Le altre sono pericolose… fanno schifo.

È spalancata la strada ai giardini pubblici con apertura al pubblico controllata (orari diurni e vigili). La folla abitudinaria prende il posto della follia sregolata. Potenza della pubblicità: alla fine sarà competizione su chi prepara meglio le vie, con buona pace per l’avventura vera e per la creatività.

Christophe Profit e Bruno Detassis
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L’evoluzione in noi
Ma evoluzione non è solo arrampicare meglio o usare meno mezzi tecnici o risolvere di volta in volta gli «ultimi problemi». Evoluzione significa soprattutto miglioramento o, se si vuole, maggiore qualità d’espressione. Chi è abituato a visitare luoghi diversi sa quanto siano significative le impressioni e le atmosfere che vi regnano. Oggi più che in passato si fanno spedizioni o ci si spinge a visite intercontinentali: la maggior parte degli alpinisti e degli arrampicatori è notevolmente sensibile all’impronta di un luogo. Molto meno diffusa è la capacità di percorrere le stesse sensazioni tramite lunghi viaggi culturali e spirituali in epoche alpinistiche diverse. Evoluzione non è solo Scuola di Monaco, Epoca d’Oro del Sesto Grado, Ritorno ai Monti, Alpinismo Californiano, Nuovo Mattino, Free Climbing, Arrampicata Sportiva, Rotpunkt e On Sight a ogni costo. Evoluzione è più un accadimento soggettivo che oggettivo e quindi evoluzione può significare anche staticità e tradizione. Scegliamo una qualunque bella giornata d’estate e saliamo piano lungo lo Steinerne Rinne, nel Kaisergebirge (uno dei luoghi più antichi di conoscenza alpinistica): all’inizio saremo oppressi dalle muraglie grigiastre, poi con dolcezza sempre più inebriati da questo meraviglioso mondo di pietra fino a che anche i nomi più difficili da pronunciare non ci saranno più ostili. L’atmosfera sarà particolare, una perfetta fusione di sole ed ombra, silenzio, storia e amore per la propria terra. Se vogliamo cercare il nuovo, lo troveremo. E se lo vorremo, anche l’antico è lì, a facile portata di mano e di mente. E questa convivenza, questo equilibrio, qui palpabili ma altrove assai rari, saranno la nostra evoluzione.

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Evoluzione dell’alpinismo 2

Evoluzione dell’alpinismo 2 (2-3)
(scritto alla fine degli anni Ottanta)

Puntata precedente: http://www.banff.it/evoluzione-dellalpinismo-1/

Ai primi del ‘900 nacquero i principali club alpini «accademici», i club dei senza-guida. Mentre l’alpinismo cittadino era sul nascere, alcune guide realizzarono le grandi conquiste del quarto e del quinto grado. Occorre qui citare Antonio Deo Dimai, Angelo Dibona, Tita Piaz, Émile e Adolphe Rey, soltanto tra gli italiani, stirpe di montanari ormai del tutto evoluti, senza più niente a che fare con la guida del passato. Mentre questi uomini semplici agivano, realizzando le più grandi imprese d’anteguerra, il significato che oggi l’alpinismo ha per i più s’andava delineando: Guido Rey disse «Io credetti e credo la lotta con l’Alpe utile come un lavoro, nobile come un’arte, bella coma una fede» e questo motto ancora oggi figura all’interno della tessera di ciascuno dei 320.000 soci del Club Alpino Italiano. Alpinismo quindi come elevazione spirituale, come ascesi, come avvicinamento a Dio.

Le due più importanti figure fino al 1914 furono Hans Dülfer e Paul Preuss. Il primo continuò quell’alpinismo teso all’estremo che Mummery aveva iniziato, praticando un’attività notevolissima nelle Dolomiti con l’introduzione continua di tecniche, che non lo separavano dal progresso generale della civiltà occidentale: solo dopo Dülfer si adoperarono correttamente corda, chiodi e moschettoni. Il secondo continuò invece sulla linea di Winkler e portò l’alpinismo al confine estremo dell’eroismo ascetico; il «Cavaliere della Montagna» che passando solitario di vetta in vetta, disprezzando ogni forma di assicurazione con la corda, inseguiva un ideale di perfezione utopica. Un continuo autosuperamento che lo portò all’autodistruzione. Mentre infatti Dülfer morì in guerra sul fronte francese, Preuss cadde mentre tentava una scalata solitaria nelle Alpi austriache, nel 1913.

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Quando oggi l’uomo della strada dice che gli alpinisti sono tutti pazzi non sa di essere giustificato, oltre che dall’ovvia considerazione che l’alpinismo è pericoloso, anche dal credo di uno tra i più importanti di essi: Eugen Guido Lammer. Questi non sosteneva soltanto la «lotta con l’Alpe», la voleva anche ben ricca di privazioni e di sofferenze, per una montagna ancora più purificatrice e sublimante.

La prima guerra mondiale chiude un’epoca, ma le radici idealistiche erano ben profonde e sopravvissero, influenzando l’alpinismo del sesto grado.

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Il diffuso pan-nazionalismo in Italia e Germania favorì un allargamento dell’alpinismo a tutti gli strati sociali. Si annullò la distinzione tra guide e dilettanti, anche i cittadini iniziarono ad intraprendere la carriera di guida, come Emilio Comici. Questo processo portò ad un balzo in avanti dell’alpinismo estremo e sportivo, con quelle prime salite che, per indubbia superiorità, vennero definite di sesto grado. Non a caso i tedeschi e subito dopo gli italiani primeggiarono in questa battaglia che si servì dell‘individuo per affermare una presunta superiorità nazionale o razziale. Di lingua tedesca, Roland Rossi, Otto Herzog, Hans Steger, Emil Solleder, Fritz Wiessner, Leo Rittler, i fratelli Franz e Toni Schmid, Willy Welzenbach, Walter Stösser e tanti altri; in Italia, subito dopo, Renzo Videsott, Emilio Comici, Luigi Micheluzzi, Celso Gilberti. A queste posizioni non si adeguavano l’alpinismo britannico e francese. Il primo aveva abbandonate le Alpi ai tempi dell’alpinismo esplorativo ed ora si riaffiancava con l’immutato spirito di Mummery attraverso l’esempio di Thomas Graham Brown che in tre anni condusse un’accanita e minuziosa esplorazione del più temibile e grandioso versante del Monte Bianco, la Brenva. Il secondo, dopo un inizio incerto, finalmente assumeva personalità: Armand Charlet e Maurice Fourastier, guide, l’uno nel Bianco e l’altro nel Delfinato, esplicavano una carriera che per la loro intrinseca semplicità ed umanità avrà così grande rilievo nel futuro sviluppo dell’alpinismo francese, privo di complessi, di rivincite e di deformazioni ideologiche.

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Nel frattempo si delineavano gli «ultimi problemi». In Dolomiti la Cima Ovest di Lavaredo, nelle Occidentali la parete nord delle Grandes Jorasses e ancor più la parete nord dell’Eiger. Valligiani, intellettuali, operai, studenti: tutti o quasi gravitavano attorno ai problemi che il sestogradismo precedente aveva lasciato insoluti. Attilio Tissi, Alvise Andrich, Raffaele Carlesso, Giovan Battista Vinatzer, Gino Soldà, Riccardo Cassin, Giusto Gervasutti, Gabriele Boccalatte, Vittorio Ratti, Mario Dell’Oro, Nino Oppio, Ercole Esposito, Bruno Detassis, Ettore Castiglioni, tra gli italiani; Mathias Rebitsch, Peter Aschenbrenner, Anderl Heckmair, Fritz Kasparek, Rudolf Peters, Ludwig Steinauer, austriaci e tedeschi; Raymond Lambert, Pierre Allain, Lucien Devies di lingua francese.

Fritz Kasparek e Sepp Brunhuber. Archivio Mokrejs
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L’italiano Domenico Rudatis fu il massimo teorico dell’alpinismo come sesto grado. L’identificazione del sesto grado con l’alpinismo portò ad un prevalere del fattore atletico le cui conseguenze furono positive per i risultati ma forse negative per lo sviluppo generale. L’analisi ch’egli conduce sulla performance che la cordata compie su terreno vergine ed estremo mira ad una continua ed esasperata esaltazione dei valori eroici. Se questo ha spinto i giovani a sempre più osare, d’altra parte ha costretto l‘alpinismo nei limiti in cui anche oggi si dibatte: limiti che sono dati dalla nausea di un continuo autosuperamento e dalla ricerca impellente di nuove idee per cui esso possa cessare di essere isolato.

Emilio Comici e Fosco Maraini sulla Cima Piccola di Lavaredo. Archivio de Il Gazzettino
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L’epopea si chiude con la conquista della Nord delle Grandes Jorasses e della Nord dell’Eiger, ambedue nel 1938, poco prima della seconda guerra mondiale. Termina con queste due splendide imprese l’alpinismo di marca nazionalista, tanto è vero che nell’immediato dopoguerra subentrò un breve periodo nell’alpinismo tedesco e italiano di stasi e di ricerca di nuove forme di espressione che in molti casi troveranno sfogo nel tecnicismo. Insito nella conquista di quelle due grandi pareti nord era lo sbandamento, come sempre succede quando s’ottiene qualcosa a lungo desiderato. La vittoria arrise alle cordate più realiste. La parete nord delle Grandes Jorasses era già stata teatro di una corsa per la prima salita dello sperone Croz, dove s’impegnarono cordate austriache, italiane, francesi e svizzere quasi mai in collaborazione. Il successo arrise agli austriaci Rudolf Peters e Martin Meier. Invece sullo sperone Walker furono le cordate italiane e francesi a contendersi la vittoria, che toccò a Cassin e compagni.

Sull’Eiger, dopo una serie impressionante di disgrazie mortali, i tentativi si succedevano convulsi, all’impronta quasi del fanatismo. Vi riuscirono Heckmair e Kasparek, con Ludwig Vörg e Heinrich Harrer.

(continua)
Puntata seguente: http://www.alessandrogogna.com/2016/09/20/evoluzione-dellalpinismo-3/

Attilio Tissi. Archivio Tissi
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Evoluzione dell’alpinismo 1

Evoluzione dell’alpinismo 1 (1-3)
(scritto alla fine degli anni Ottanta)

L’uomo è sempre stato incapace di dare una spiegazione naturale a tutti quei fenomeni che maggiormente si manifestavano a lui: così le grandi distese marine, così i luoghi alti e scoscesi, così le alte vette ghiacciate. Il suo atteggiamento quindi fu di paura e adorazione, trasferendo nel mito una spiegazione allora impossibile. Ben si comprende come i monti fossero considerati abitazione delle divinità e quindi fosse ritenuto sacrilego oltre che inutile il tentativo di salirli. In tempi meno lontani, nell’epoca medioevale, la diffusione del cristianesimo avrebbe dovuto sfatare la credenza dei miti politeistici, ma l’orrore e la paura per i luoghi solitari e inaccessibili erano troppo ben radicati nell’animo dell’uomo: folletti, gnomi, streghe e anime dei morti erano i temibili abitatori delle montagne. Figure e personaggi che ritroviamo In tutte le leggende e fiabe popolari. Occorreva un totale rinnovamento della cultura, del pensiero o dell‘arte per un’inconscia ribellione ad una filosofia aristotelica e dogmatica che lasciava poco spazio al nuovo desiderio di sapere. È significativo che un uomo come il Petrarca, proiettato per molti versi nel Rinascimento, sentisse il desiderio, e lo realizzasse, di salire il Mont Ventoux. Assistiamo così nel Rinascimento alla conquista dello Sconosciuto, con la scoperta di nuove terre, con i nuovi studi scientifici, e con lo sviluppo del pensiero filosofico.

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Dopo la pausa barocca e secentesca dobbiamo attendere l‘ulteriore sviluppo illuministico per assistere in una atmosfera di lucido razionalismo e nel rinnovamento sociale della rivoluzione francese ad un primo interesse scientifico per le Alpi. Questo viene subito rivolto alla vetta più alta d’Europa.

Michel Paccard
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Gli scienziati Horace-Bénédict De Saussure e Michel Paccard organizzarono vere e proprie spedizioni al Monte Bianco con lo scopo non solo di raggiungerne la vetta, ma anche di trarne deduzione di carattere scientifico per i loro studi. La vetta fu conquistata più di duecento anni fa, nell’agosto 1786 dallo stesso Paccard con il cacciatore di camosci Jacques Balmat. Non possiamo però negare in questi tentativi una componente di amore per l’avventura che assumerà in seguito una parte di primo piano.

Jacques Balmat conduce Michel Paccard colpito da oftalmia
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Possiamo immaginarci in qualche modo le difficoltà che i due dovettero superare? È molto distante quel tempo. Oggi ci sono il tunnel del Monte Bianco e la funivia, qualche rifugio dà riparo per la notte e gli elicotteri possono evacuare gli infortunati. In vetta, possiamo sfruttare le tracce nella neve di quelli che vi sono saliti i giorni prima. Eppure, ignorando le condizioni di allora, qualche storico si è impegnato a discutere su chi per primo arrivò in vetta! Ce le immaginiamo due persone così diverse, con abiti settecenteschi, correre negli ultimi metri per superarsi a vicenda?

Qui si pone una differenza di atteggiamenti nei confronti della montagna: il valligiano, cacciatore, avvezzo alle fatiche e alla pratica dei luoghi montani, che soleva spingersi fino alle soglie dei ghiacciai, conservava ancora il terrore per quel mondo lucente, ma anche tenebroso e sconosciuto; lo scienziato cittadino invece, forte del suo sapere illuministico, non aveva inibizioni ed era solo intimorito dalle più evidenti difficoltà tecniche. Così assistiamo ad una alleanza storicamente positiva e nuova tra il fermento rinnovatore e la tradizione. La figura della «guida alpina», già con Balmat, assume un ruolo di secondo piano, non creativo ma al servizio del cliente. Pur spettando alla guida il merito fisico di conquistare la meta, è il cliente che ha il merito morale di avere ideato l’impresa, considerando anche che una tale distinzione era favorita dalle evidenti differenze dei due ceti sociali. Ciò non impediva la messa in luce di alcune grandi guide: è chiaro che senza l’opera di un Balmat, di un Michel Croz, o di Jean-Antoine Carrel, Michel Innerkofler, né il Monte Bianco, né il Cervino, né la Grande di Lavaredo sarebbero stati conquistati in quegli anni. Occorreva però, come si è detto, una spinta creativa da parte di uomini culturalmente preparati come Felice Giordano, Edward Whymper, Horace Walker, John Ball, Paul Grohmann, Quintino Sella, William A. B. Coolidge e tanti altri. Questi, provenienti da una condizione sociale particolarmente agiata e favorevole, in un contesto storico in cui la nobiltà era ancora tenuta a perpetuare la propria tradizione e il positivismo stava nascendo, furono i propulsori e i rappresentanti di un alpinismo che si poneva come fine la conquista delle maggiori vette delle Alpi, senza che ancora comparisse quello spirito idealistico e individuale che caratterizzerà la fase romantica. Il dialogo uomo-montagna era dunque ristretto alla classe privilegiata, nella quale era nobile emergere. Il primo sintomo di cambiamento ci è dato dalla magnifica ribellione di Carrel che si oppone al dominio creativo di Whymper nella conquista del Cervino, anche se la figura di Giordano influenzò non poco quest’impulso alla disobbedienza al «signore» inglese.

Paul Grohmann
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Whymper lottò per alcuni anni per raggiungere la vetta del Cervino. Fu il vero ideatore e protagonista di quella titanica impresa. Fece molti tentativi, sia dalla parte svizzera che da quella italiana. La guida che più lo aiutò fu appunto Jean-Antoine Carrel, assieme al quale Whymper nel 1864 aveva raggiunto una considerevole altezza sulla montagna. Ma l’estate dopo Carrel rifiutò l’ingaggio, per tentare dalla parte italiana con altre guide. Whymper si rivolse allora agli svizzeri e con essi riuscì a conquistare la cima il 14 luglio 1865. Carrel vi riuscì solo il 17 luglio, ma per la via nuova italiana. Fino all‘ultimo momento Carrel e compagni non seppero dell’avvenuta conquista: solo in cima ebbero la sgradita sorpresa di vedere la bandiera piantata…

Nel secolo XIX maturò i] fenomeno romantico nato in opposizione al positivismo: individualismo, eroismo, mito trovano una concreta applicazione nello scalare le montagne, là dove l’uomo può elevarsi sopra la sua normale condizione e proiettarsi in una dimensione ideale. L’alpinismo dava dunque la possibilità, sebbene non ancora a tutti, di materializzare quei sentimenti di contemplazione e di ardimento individuale, peculiari caratteristiche del romanticismo.

Horace Walker
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Ancora oggi l’alpinismo risente di questa impostazione romantica: essa inizia subito dopo la conquista delle ultime maggiori vette (Cervino nel 1865, Grandes Jorasses nel 1868). Da quel momento lo scopo non è più raggiungere la vetta ma salirvi per una via più difficile: è evidente un maggiore desiderio di lotta e di vittoria su se stessi piuttosto che sulle naturali difese della montagna.

Si riconoscono tre correnti: A) alpinismo senza guide, B) alpinismo eroico, C) alpinismo sportivo. Naturalmente questa distinzione è più che altro semplificativa, è da precisare che essa non fu pienamente reale e le tre correnti furono talvolta indipendenti, ma molto spesso armonicamente fuse. In ogni caso affermazione e diffusione dell‘alpinismo romantico furono graduali.

Georg Winkler
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A) Il distacco della guida e quindi dalla tradizione fu la manifestazione più evidente del passaggio all’individualità. L’alpinista ora vuole affiancare alla parte ideativa e creativa il desiderio personale di lotta e di avventura, realizzando con i propri mezzi il proprio ideale romantico. Questa corrente non sorse in contrasto con le guide, ma i rapporti tra gli uni e gli altri furono impostati sulla base di una buona convivenza; tant’è che in quel periodo assistiamo alla realizzazione di notevolissime imprese alpinistiche con cordate composte da senza-guida e guide, in cui anche queste ultime assumevano un ruolo ideativo oltre che risolutore. È l’epoca dei fratelli Giuseppe e Giovan Battista Gugliermina, di Luigi Vaccarone, Cesare Tomè; degli Emil Zsigmondy, Ludwig Purtscheller tra gli stranieri.

B) La figura di Georg Winkler incarna fedelmente l‘ideale eroico che nella cultura tedesca, dalla quale tra l’altro sorse il movimento romantico, era molto più sviluppato che non per esempio nel romanticismo inglese o italiano. Esasperazione dell‘individualismo, sfida cosciente alla morte, autosuperamento: tutto questo nel furore che spinse Winkler, solo, con la sua audacia leggendaria, sulla torre del Vajolet che oggi porta il suo nome, nel 1887. È da sottolineare come nell’alpinismo romantico la contemplazione debba essere solitaria e sia premessa fondamentale all’azione; l‘uomo dunque è direttamente portato ad una solitudine interiore che inevitabilmente avrà la conseguenza di dividerlo sempre di più dalla realtà di tutti i giorni.

In arrampicata sulla Punta dei Tre Scarperi, 1894. Da Richter, Erschliessung in der Ostalpen
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C) L’atteggiamento migliore e più simpatico della fase romantica è strettamente legato alla figura di Albert Frederick Mummery, vero innovatore dell’alpinismo inglese ed europeo. Egli è sì spinto da un desiderio di avventura e di lotta ma, dotato di notevole humor, sdrammatizza quegli aspetti eroici così evidenti nelle altre personalità; dopo imprese di altissimo livello che sono veri capolavori di fantasia creativa abbinata a lucida capacità risolutiva, egli poté pubblicare un libro che dissacrava certi valori, prevedendo l’inevitabile declassamento a «passeggiate per signore» delle sue più dure scalate. Eccolo dunque giungere sulla vetta del Grépon e sturare una bottiglia di champagne appositamente portata come sua abitudine, smitizzando le privazioni fisiche di cui sembrava che l’alpinismo non potesse fare a meno. Egli fu il primo a praticare e diffondere quindi l’alpinismo sportivo, cioè un controllo, una disciplina con premesse romantiche che però non si disinseriva dal contesto sociale.

(continua)

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Zero the Hero 2

Zero the Hero 2
di Andrea Corradi
(tentativo di interpretazione e commenti, pubblicato su Climbing pills, 6 agosto 2011)

Per l’articolo Zero the Hero di Gian Piero Motti si rimanda alla puntata precedente.

Ma perché Zero the hero, che c’entra? Perché Zero è un viaggiatore stralunato, come ciascuno di coloro che si mettono in cerca, e si affida più alle sensazioni che all’intelletto. E soprattutto perché Zero ha una strana predilezione per trovare eroi nelle persone e va in cerca di essi adorando il Cock pot pixie, senza sospettare che egli stesso, Zero, è l’eroe che va cercando (http://www.planetgong.co.uk/).

Zero the hero è ciascuno di noi, che alla fine della sua ricerca scoprirà che la verità – la sua verità, quella maledetta pagina bianca che all’inizio appare come un inspiegabile interrogativo – sta dentro di sé.

Fonti
Larghe parti della descrizione di Gian Piero Motti sono prese dal bel ritratto che gli ha scritto Carlo Caccia su Intraisass: http://www.intraisass.it/ritratto02.htm
Domando perdono fin d’ora all’autore per avere lavorato di taglia e cuci il suo pezzo.

Gian Piero Motti – I Falliti (e altri scritti) – Vivalda editore (collana I licheni)

Per la parte musicale:
http://it.wikipedia.org/wiki/Gong_%28gruppo_musicale%29
http://it.wikipedia.org/wiki/Mitologia_Gong
http://www.ondarock.it/rockedintorni/gong.htm
http://www.planetgong.co.uk/

Commenti
Roberto
(buzz | 06/08/2011)
Stranamente, anche a me che ho vissuto gli anni dei Gong e della loro teiera volante, è venuto in mente immediatamente uno scrittore di fantascienza, ma è Robert Sheckley.
Leggere parti di suoi libri con la musica dei Gong è diciamo… un po’ fuori dai normali canoni sensoriali: era una delle attività preferite, mia e di un gruppo di amici, di un certo periodo della mia vita. In particolare mi ricordo il romanzo Options.. in cui l’astronauta (di cui non ricordo il nome) partiva per cercare qualcosa di preciso e quindi si perdeva in un mondo irreale, incontrava strane creature… ricordo un’amica che insisteva per vedere in alcune parti di questo libro proprio dei riferimenti alla flying teapot…
Ma nel merito… penso che la tua chiave di lettura sia giusta. Fa parte del percorso di molti in quel periodo, cercare la propria strada, una sorta di espansione senza limiti prefissati; così come la delusione successiva, quando i limiti divennero evidenti, i nostri, prima di tutto.
L’alpinismo, perché quello era ciò che Motti faceva, ma poteva essere qualsiasi altra cosa, è un’attività umana e in quanto tale è grande e meschina nello stesso tempo, quanto possono esserlo gli uomini.
Abbandonare la casa che brucia senza farsi domande, ovvero non chiedersi dove si sta andando, ma lasciare semplicemente quello che sentiamo non appartenerci, per poi ritrovarsi nuovamente in una casa che brucia… questo può essere insopportabile.

 

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Zero the Hero 1

Zero the Hero
di Gian Piero Motti
(pubblicato originariamente su Rivista della Montagna n. 42 – dicembre 1980)

Riprendiamo l’articolo di Gian Piero Motti, il più controverso e certamente il più criptico. Nella seconda puntata, a cura di Andrea Corradi, pubblicheremo un’analisi e una serie di commenti.

Qui sotto trovate le foto delle quattro pagine di cui è composto l’articolo, e più sotto ancora il testo (per comodità di lettura)

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Pratiche di resistenza

Il brano che segue costituisce il paragrafo 6 del Capitolo 3 di Universitaly, la cultura in scatola, Laterza 2016, l’ultimo saggio di Federico Bertoni.
Il libro è un’analisi dura e spietata, ma costruttiva, dei mali dell’Università italiana. Bertoni parte da una constatazione-domanda: “Perché un luogo di elaborazione e di trasmissione della conoscenza diventa uno straordinario concentrato di stupidità, in cui l’automazione frenetica delle pratiche svuota di significato le azioni quotidiane?”.

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La presentazione di retrocopertina recita: “Mutazioni antropologiche, narrazioni egemoni, logiche del potere e disegni politici più o meno occulti. Drogata da un falso miraggio efficientista, l’università sta svendendo l’idea di cultura e la ragione stessa su cui si fonda, ostaggio passivo e consenziente di indicatori astrusi, procedure formali, parole vuote che non rimandano a nulla e che si possono manipolare in base a interessi variabili – eccellenza, merito, valutazione, qualità, efficienza, internazionalizzazione. Serve una diagnosi lucida per denunciare le imposture e cercare gli ultimi punti di resistenza. Il libro parte da casi concreti e da un’esperienza maturata sul campo. Senza alcun rimpianto nostalgico per la ‘vecchia’ università ma con uno sguardo disincantato, si rivolge a chi ha una percezione vaga del presente, spesso distorta da stereotipi e pregiudizi. Quel che ne emerge è al tempo stesso un racconto, un saggio di critica culturale e un testardo gesto d’amore per il sapere, l’insegnamento e un’istituzione che ha accompagnato il progetto della modernità occidentale”.

Chi fosse maggiormente interessato può leggere la recensione di Repubblica.it

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2016/05/29/non-riduciamo-il-sapere-a-un-utile-dimpresa54.html.

Tra i vari capitoli che strutturano il libro, abbiamo scelto di riprodurre qui quello dedicato a “ciò che si può e si deve fare” per non peggiorare la situazione e mirare a un netto cambio di direzione.

Noi di Gognablog, che in genere ci occupiamo di montagna, di outdoor, di ambiente e di libertà, abbiamo ritenuto che questo illuminante paragrafo riferito all’Università si possa facilmente riferire alla nostra intera società e dunque, se si ha orecchio per intendere, anche ai mali che affliggono la frequentazione della montagna e la nostra stessa esperienza alpina.

Lasciamo al lettore attento trovare le numerose analogie e le situazioni in cui ci si può facilmente riconoscere.

Pratiche di resistenza
di Federico Bertoni

Torniamo allora nella cella di Edmond Dantès, luogo particolarmente adatto alle circostanze. La sfida era trovare le crepe, le faglie, i punti in cui la perfetta fortezza congetturale non coincideva con la fortezza vera. Incalzati dalla vecchia domanda, «che fare?», è giunto il momento di provare almeno a immaginare qualche via di fuga. Così bussiamo alle pareti della cella, chiamiamo, parliamo attraverso lo spessore del muro. Ci sono voci, c’è ancora qualcuno là fuori. Altri spazi, intercapedini sghembe, corpi di prigionieri che guardano con occhi curiosi. Poi da qualche parte il cielo, i gridi dei gabbiani, il rumore del mare, il profilo della costa e l’alone ronzante della città, dove la gente vive e muore e non ha la minima idea che qualcuno sia rinchiuso qui dentro.

In realtà non si tratta di fuggire (ossia di «farsi i fatti propri», opzione molto congeniale all’antropologia accademica). Bisogna solo tentare di rendere questo luogo più abitabile. Immaginare spazi diversi, ridisegnare i percorsi, destabilizzare le forze e i vettori che orientano sempre le stesse azioni, gli incontri prevedibili, i vicoli ciechi. Se una forma di resistenza è ancora possibile, va studiata e praticata all’interno della fortezza, non contro e tantomeno fuori. Io amo l’università, sono fiero e felice di farne parte. Se la critico duramente è perché mi tormenta vederla ridotta così, nel quadro di un più ampio degrado politico e culturale in cui lo sfaldamento delle istituzioni educative sembra funzionale a un obiettivo che voglio contrastare in tutti i modi. Reclamerò sempre il diritto di contestare in modo radicale le cose che non condivido, anche attirandomi il biasimo di chi dirà che non faccio «critica costruttiva», anche quando il mio ateneo adotterà provvedimenti disciplinari appellandosi al «Codice etico e di comportamento» approvato qualche tempo fa, in cui si legge un controverso (ma poi neanche troppo: ormai tutto passa in cavalleria) articolo 15:

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L’Università richiede a tutti i componenti della comunità di rispettare il nome e il prestigio dell’Istituzione e di astenersi da comportamenti suscettibili di lederne l’immagine. […] L’Università richiede a tutti i componenti della comunità di mantenere un comportamento rispettoso delle libertà costituzionali, del prestigio e dell’immagine dell’Istituzione, anche nell’utilizzo dei social media“.

A parte le solite spie linguistiche che ho evidenziato in un’altra occasione, per cui la più antica università del mondo occidentale non pensa di avere una dignità o al limite una reputazione da difendere, ma un’immagine, come se fosse una soubrette costruita dalla società dello spettacolo, mi chiedo se il vero danno per l’istituzione provenga da chi denuncia le politiche sbagliate e non piuttosto dalle politiche stesse. Il mio romanzo è uno specchio, diceva Stendhal: «ora riflette ai vostri occhi l’azzurro dei cieli, ora il fango dei pantani». Non potete accusare l’uomo che lo porta: «il suo specchio mostra il fango e voi accusate lo specchio! Accusate piuttosto la strada dov’è il pantano, e più ancora l’ispettore stradale che lascia imputridire l’acqua e formarsi i pantani».

L’atteggiamento che vorrei incarnare non è dunque il rifiuto ma la responsabilità; non la figura di chi sputa nel piatto in cui mangia, ma di chi è pronto a segare il ramo su cui sta seduto. Perché non solo amo questa istituzione, ma rivendico la mia complicità organica nell’essere parte del sistema. Non mi chiamo fuori, come credo dimostrino tante cose raccontate in questo libro. Ma proprio da qui, dall’interno, voglio introdurre un differenziale strategico e tentare di oppormi a ciò che sembra ineluttabile, perché se c’è una cosa che ho imparato dai miei studi e dalla mia formazione politica è che nel mondo umano, salvo i bisogni primari, non c’è nulla di “naturale”: tutto ciò che ci circonda – e soprattutto ciò che sta dentro di noi, nelle nostre menti, nei nostri gesti automatici e inavvertiti – è storicamente e socialmente costruito, prodotto di scelte e interessi contingenti, e dunque si può cambiare. Ebbene sì, cara signora Thatcher: «there is alternative».

Alla fine delle Città invisibili, Italo Calvino vira i dialoghi di Marco Polo e Kublai Khan su una tonalità sempre più cupa. L’evocazione delle città perfette, «terre promesse visitate nel pensiero ma non ancora scoperte o fondate», lascia il posto all’incubo delle città distopiche e infernali, quell’«inferno dei viventi» che – dice Polo – non si dà in un futuro mitico o congetturale ma è già qui, intorno a noi, è «l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme».

Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

E’ dunque con questa minima attrezzatura strategica che si può tentare di reagire. Se una delle astuzie del sistema sta nel manipolare in modo insensibile e capillare le forme della percezione e la pragmatica dei gesti quotidiani, finché il negativo diventa normale e non lo vediamo più, bisogna contrapporre alla microfisica della bêtise una microfisica di piccoli gesti resistenti, tecniche e pratiche che, rispetto alla vita universitaria, si possono distribuire schematicamente in quattro sfere d’azione: politica, amministrazione, ricerca, didattica. Parto dunque dallo spazio generale della politica, per quel poco di agibilità che ormai concede, e con qualche ironia provo a ricalcare un modello collaudato: il decalogo. Ovviamente non sono comandamenti ma consigli, suggerimenti che rivolgo innanzitutto a me stesso, o forse semplici strategie posturali per risollevare un po’ l’orizzonte percettivo di chi vive piegato nello «stato di minorità».

  1. Non aver paura. La piramide del potere che ho descritto si regge su un assunto psicologico fondamentale: la paura. Intimidazione e ricatto, come in altri ambiti sociali, sono abituali strumenti di governo. Spesso purtroppo con ricadute pratiche effettive, tanto più gravose quanto più ci si trova in basso nella scala dei ranghi feudali, resa ancora più solida e gerarchica dalla Legge Gelmini con l’introduzione di figure di ricercatori a tempo determinato. A volte però la minaccia è più gridata che reale, ed è qui che c’è un possibile spazio di interposizione, perché il potere si regge proprio sull’arrogante certezza che chi sta in basso non reagirà, avviluppato nella massima più fasulla di tutti i tempi, quella di don Abbondio: il coraggio uno non se lo può dare.
  2. Prendi la parola. La recente stretta autoritaria ha svuotato sempre più il nesso organico tra linguaggio e politica. Ormai la gente è letteralmente terrorizzata solo all’idea di aprire bocca. Non solo gli spazi del dissenso, ma anche quelli della semplice espressione di sé vengono sistematicamente controllati. E questo quindi uno dei primi nessi da ricucire. La postura emotiva viene dal punto precedente, e le forme sono molteplici: parla, esponi la tua opinione; intervieni quando vedi qualcosa che giudichi sbagliato; se puoi scrivilo in pubblico, anche sui «social media»; alza la mano nelle ultime sedi deliberanti se vedi approvare nel silenzio generale un provvedimento che non condividi, di’ la tua, e se necessario vota contro. Una volta si chiamava democrazia.
  3. Parla con loro. Resistere all’inesorabile svuotamento della politica, all’università e altrove, significa ricostruire il senso di una comunità e di un orizzonte condiviso. C’è solo un modo per combattere quel devastante sentimento di solitudine di cui ho parlato: spezzare la convinzione paranoica di essere gli unici ad avere certe idee, mentre il resto del mondo suona come l’orchestra del Titanic e naviga euforico verso l’abisso. Dunque cercare innanzitutto i propri simili, che saranno molti più del previsto, persone con storie diverse ma che mettono lo stesso impegno nel lavoro, credono in una certa idea di cultura, vivono frustrazioni analoghe, e che magari guardano la realtà presente con gli occhi della vera politica: immaginarla altrimenti. Poi allargare il cerchio comunicativo, mobilitare l’opinione e la forza di reazione, aprire un vero canale di comunicazione con i colleghi della scuola, cercare di uscire anche dai muri dell’accademia per far capire a tutti che il degrado di questa istituzione riguarda tutti, non solo ricercatori e docenti. Sono i motivi primari per cui ho scritto questo libro. C’è ancora moltissimo da fare.
  4. Non farlo. Nella sfera amministrativa il discorso è più delicato. Un docente universitario, Renzi permettendo, è un funzionario pubblico che ha doveri istituzionali ben precisi, anche quelli nei confronti di una macchina amministrativa che può non condividere ma alla quale è legato da una serie di obblighi, peraltro regolati da un apparato giuridico intricato e non sempre univoco. Credo che l’unica possibilità sia una forma di intelligenza strategica e congiunturale: discriminare i compiti fondamentali (primi fra tutti quelli didattici) da quelli posticci e spesso pretestuosi; respingere le ingiunzioni burocratiche che appaiono particolarmente stupide, inutili o dannose; e dunque opporsi, rallentare, al limite non collaborare, anche adottando la divisa scettica e minimalista del Bartleby di Herman Melville: «preferirei di no». Tecnicamente si chiamano «forme di lotta diverse dallo sciopero», tra cui rientra appunto la «non collaborazione». Esempio semplice e attuale, di cui ho ampiamente parlato: la valutazione. Se non condividi un sistema e soprattutto la sua pragmatica, puoi e devi combatterne l’applicazione: così ti rifiuti di selezionare le tue pubblicazioni per l’esercizio nazionale di valutazione (Vqr); non dai la tua disponibilità come revisore; e quando ti accuseranno di danneggiare il tuo dipartimento e tutta l’istituzione, risponderai con la forza delle idee. Al cliché che qualcuno ti cucirà addosso, «nessuno mi può giudicare», obietterai rovesciando uno degli slogan più diffusi e pericolosi, ossia meglio una cattiva valutazione che nessuna valutazione. E tu, testardo, dirai di no: se non c’è una buona valutazione, allora nessuna valutazione.
  5. Non abituarti. Una fondamentale pratica di resistenza può svilupparsi negli interstizi funzionali del sistema, approfittando della natura stessa dei meccanismi governamentali, che in genere non sono coercitivi ma persuasivi: per funzionare hanno cioè bisogno di consenso, magari non unanime ma maggioritario; devono essere assimilati, fatti propri, trasformati in categorie percettive e operative pressoché automatiche. La forma di resistenza sarà dunque «un’opposizione reticolare di disinnescamento, smascheramento e anche boicottaggio di norme e prassi per lo più interiorizzate, ossia in primo luogo un condiviso lavoro su di sé». Se cominciamo a smontare certe procedure, considerandole non ovvie ma strane, addirittura in contrasto con i nostri due fondamentali comandamenti istituzionali, cioè studiare e insegnare, allora forse l’università potrà fare davvero quello per cui viene finanziata (anche se sempre meno e sempre peggio) con denaro pubblico.
  6. Rallenta. Nell’ambito della ricerca, le pratiche di resistenza si possono esercitare contro gli effetti distorsivi imposti dai sistemi di contabilizzazione, smercio e accumulazione indiscriminata dei «prodotti». L’incremento forzato del volume produttivo, il ritmo di lavoro sincopato e frenetico, l’idea di un «rigore metodologico» con cui finalizzare meccanicamente un obiettivo chiaro a un risultato facilmente misurabile, snaturano l’essenza stessa della ricerca e della scoperta scientifica, non solo in campo umanistico ma anche e forse ancor più nell’ambito delle scienze naturali. Con questi criteri, probabilmente, molte grandi scoperte nella storia dell’umanità non sarebbero mai state fatte. La ricerca è fatta anche di spreco, intuizioni casuali, punti morti, false piste e sentieri interrotti, e soprattutto della curiosità con cui ci si mette in viaggio senza intravvedere chiaramente la meta finale. Se non ci ostiniamo a credere in questo, e dunque a pubblicare un po’ meno, impegnarci in lavori di ampio respiro, seguire strade meno battute, infischiarcene di indici e parametri, la catastrofe cognitiva sarà inevitabile. Non ci saranno più scoperte da fare e conoscenze da condividere, ma solo merci da vendere al miglior offerente.
  7. Smaschera. Una forma di resistenza più elaborata consiste nell’architettare espedienti, anche in forma di beffa mediatica, per smascherare la stupidità del sistema che governa il mercato intellettuale della ricerca. Cito solo un caso celebre, quello di Ikc Antkare, uno scienziato inesistente, creato dal nulla attraverso articoli generati da un software automatico e una sapiente manipolazione degli indici di calcolo delle citazioni, divenuto in breve tempo lo studioso più produttivo e influente della sua disciplina. Secondo calcoli attendibili, il suo h-index sarebbe superiore a quello di Einstein.
  8. Gioca al rialzo. Nell’insegnamento, le pratiche di resistenza sono ancora più spicciole e quotidiane. L’azione primaria è disinnescare l’equazione tra l’estensione a una più ampia “massa” di studenti e l’abbassamento della qualità, errore molto frequente e indotto dalla natura stessa della riforma Berlinguer. Si possono fare ottime lezioni, anche “difficili”, in un’aula con centinaia di persone dalla provenienza più svariata. L’esperienza contraddice in pieno il luogo comune: gli studenti non rifiutano i contenuti complessi, ma solo il modo confuso e generico di esporli. Anzi apprezzano il tentativo di portarli un po’ più in alto del previsto, di far capire che esiste qualcosa di meglio cui possono ambire, non solo i migliori ma tutti quanti, anche se non è formulato a chiare lettere negli «obiettivi formativi» dell’insegnamento. A volte ovviamente non funziona, si sbaglia il tiro, loro non rispondono o semplicemente non capiscono; ma il gesto decisivo è giocare al rialzo, dar loro fiducia, e crescere insieme.
  9. Non trattarli come clienti. Si può resistere anche a certi meccanismi aberranti che regolano il funzionamento quotidiano della consumer oriented corporation. Il rispetto per gli studenti non ha nulla a che fare con il precetto secondo cui «il cliente ha sempre ragione». Posso violare una clausola mercantile ma fare qualcosa di buono per la conoscenza, ad esempio contestando nei fatti il concetto stesso di credito in quanto unità di calcolo del tempo, senza temere di ricevere un punteggio negativo alla voce «il carico di studio dell’insegnamento è proporzionato ai crediti assegnati?». Nel mio campo, tra l’altro, questa contabilità ha sostanzialmente causato l’estinzione di interi autori o generi letterari (ormai chi avrebbe il coraggio di fare un corso su Proust?). Così l’anno scorso me ne sono infischiato: per la laurea triennale ho progettato un corso sul romanzo ottocentesco, genere mediamente molto ponderoso, e pur facendo una minima selezione per campioni ho messo insieme un programma di più di tremila pagine di romanzi, cui si aggiungevano i testi critici. Risultato? Gli studenti erano ancora più numerosi dell’anno precedente, hanno seguito con estrema attenzione (perfino le lezioni sui Promessi sposi!) e nessuno si è lamentato della mole.
  10. Insegna il dissenso. Combattere questa università dei numeri e del mercato significa anche strappare l’insegnamento a una logica di mera fornitura di servizi dietro compenso per restituirlo alla sua natura conflittuale, di interazione dialettica con un’alterità. Lo suggeriva anche Bill Readings: abitare le rovine significa ridisegnare la «scena educativa», costruire una «comunità del dissenso» in cui il paradigma pedagogico non sia fondato sulla trasparenza e sulla pura trasmissione delle informazioni ma sul confronto, sulla contraddizione, sul dialogo non conciliante, sull’eterogeneità dei soggetti e dei pensieri, sulla natura stessa degli studenti in quanto soggetti (temporaneamente) resistenti ai ruoli sociali, agli inquadramenti professionali e alla tradizione culturale che li precede. Il nostro primo dovere di insegnanti non è compilare griglie ed eseguire procedure formalizzate ma sviluppare il senso critico, insegnare a decostruire i meccanismi ideologici che ci governano, fornire gli strumenti per mettere in discussione il nostro stesso sapere, facendo capire agli studenti che tutto ciò che succede nei recessi segreti del castello accademico li riguarda da vicino, e riguarderà i loro figli. La posta in gioco è molto alta. Non possiamo fallire.

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Federico Bertoni insegna Teoria della letteratura all’Università di Bologna. È membro della Giuria dei Letterati del Premio Campiello e presidente dell’Associazione di Teoria e Storia Comparata della Letteratura. Autore di saggi di critica e di teoria letteraria, dedicati in prevalenza alla narrativa europea tra Otto e Novecento, ha pubblicato tra l’altro: Il testo a quattro mani. Per una teoria della lettura (La Nuova Italia 1996 e Ledizioni 2010); Romanzo (La Nuova Italia 1998); La verità sospetta. Gadda e l’invenzione della realtà (Einaudi 2001); Realismo e letteratura. Una storia possibile (Einaudi 2007). Ha inoltre curato l’edizione critica di Teatro e saggi in Tutte le opere di Italo Svevo (edizione diretta da Mario Lavagetto, “I Meridiani” Mondadori 2004).

Per una biografia più completa si rimanda a https://www.unibo.it/sitoweb/federico.bertoni/cv.

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Escursione che fai, volo che osservi

Parlare di rocce, o meglio di geologia, in relazione all’avifauna può apparire strano dal momento che siamo abituati ad associare gli uccelli all’elemento “aria”. In realtà la presenza di una specie piuttosto che di un’altra in un determinato ambiente è dovuta alia morfologia del terreno. Proprio come accade per tutte le forme di vita che popolano il nostro pianeta.

Birdwatching in Alta Savoia
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Escursione che fai, volo che osservi
di Luca Giraudo
(già pubblicato su Alpidoc n. 92)

La geologia, per chi va in montagna, dovrebbe essere “pane quotidiano” e non quella branca della scienza sovente ritenuta ostica da chi non è specialista: qualsiasi sentiero, via di roccia, panorama sono intrinsecamente legati alla geologia, che proprio nelle montagne si manifesta in tutta la sua evidenza; il sentiero percorre una valle, attraversa un pendio, ha un fondo roccioso e o pietroso… tutto questo dipende dalla geologia, ovvero dalla natura delle rocce e da come queste si trasformano sotto l’effetto degli agenti atmosferici. Anche la nostra vita quotidiana dipende in buona misura dalla geologia, poiché sono le rocce, i sedimenti, le forme del paesaggio che hanno influenzato la nostra esistenza, da quando i nostri antenati vivevano in grotta a quando hanno iniziato a costruire i primi villaggi, sulle alture o a fianco dei fiumi, nelle pianure o su pareti strapiombanti. Ancora oggi, nel momento in cui progettiamo una casa, una strada, un ponte, dobbiamo fare i conti con la geologia.

Adulto di aquila reale. Foto: Michelangelo Giordano
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Fringuello alpino. Foto: Michelangelo Giordano
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Balestruccio (rucarol). Foto: Michelangelo Giordano
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Ed è così anche per le altre forme di vita vegetali e animali, che non hanno la nostra capacità di modificare il territorio: per loro la geologia è alla base di tutto. Le piante si sono adattate al tipo di suolo, alcune addirittura sono tipiche delle rocce sedimentarie, altre di quelle cristalline. Talune crescono solo su suoli molto profondi, altre solo su pietraie instabili, sulle quali non hanno concorrenza.

Parlare di uccelli e di geologia, tuttavia, potrebbe apparire strano: associamo i primi all’elemento “aria”, non tanto alla roccia. Pensiamo al loro volo come all’estrema capacità di staccarsi dal suolo, di superare le montagne, sorvolare pianure e colline. In realtà proprio in ambiente montano gli uccelli sono influenzati dalla morfologia del terreno, dal fatto che alcuni pendii rocciosi bene esposti creano, con il calore del sole, delle correnti ascensionali. Se consideriamo inoltre che anche loro, prima o poi, devono posarsi, devono costruire un nido, devono nutrirsi, scopriamo che anch’essi sono legati al territorio in modo molto stretto. E da qui in poi l’argomento si fa interessante. Pensiamo all’aquila reale, un grande rapace che ogni escursionista ha già visto almeno una volta durante le gite in montagna. Tutti sanno che l’aquila reale è una specie montana, vive per tutto l’anno e per tutta la sua vita in montagna, nidifica su cenge affacciate su pareti strapiombanti, caccia marmotte e piccoli di camoscio nelle praterie alpine, sorvola senza sforzo qualsiasi rilievo montuoso. O, almeno, questa è la nostra esperienza alpina. Perché se andiamo, per esempio, in Scandinavia, scopriamo che la stessa specie abita le foreste planiziali e la tundra, e nidifica su grandi conifere. Non possiamo dire, quindi, che l’aquila reale sia una specie di montagna, ma possiamo dire che, a seconda degli ambienti in cui vive, può adattarsi anche alle alte quote, alle rocce e all’habitat montano in ogni stagione. Anche perché, qui nell’Europa Meridionale, gli unici ambienti che hanno ancora una sufficiente disponibilità di prede e luoghi dove nidificare sono quelli alpini.

Culbianco. Foto: Michelangelo Giordano
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Gracchio alpino. Foto di Francesco Panuello.
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Pispola. Foto di Francesco Panuello.
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Biancone. Foto: Michelangelo Giordano
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E che dire del picchio muraiolo, la “farfalla delle rocce”? Questa sì che è una specie legata alle falesie, estate e inverno. Nidifica in fessure ad altitudini comprese fra i 1000 e i 3000 metri, si ciba di insetti e ragni che vivono in questi ambienti apparentemente inospitali, scende di quota in autunno per passare i mesi invernali alla ricerca delle sue prede, nascoste negli anfratti delle falesie di bassa valle oppure nelle crepe delle vecchie case di montagna. È una specie specializzata, che ha eletto la geologia verticale quale suo habitat ideale.

È interessante notare che ci sono altre specie che un tempo erano legate strettamente alle falesie. Il balestruccio – chiamato rucarol in dialetto locale – prima dell’avvento dell’uomo moderno nidificava esclusivamente in falesia, mentre oggi nidifica essenzialmente sotto i cornicioni e i balconi delle nostre case. Ha saputo, in sostanza, sfruttare al massimo l’opportunità di trovare molte prede, mosche e altri insetti, che sono più abbondanti negli ecosistemi umani, e ha fatto di necessità virtù: da secoli nidifica là dove trova il cibo e non deve quindi spostarsi dalle falesie ai centri abitati. E così fa il rondone. Entrambi, al termine dell’estate, migrano verso l’Africa, loro terra d’origine, per poi tornare da noi in primavera.

Il Frisson, primo baluardo orientale del Massiccio cristallino dell’Argentera. Foto: Luca Giraudo
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Il Pian del Valasco. Foto: Luca Giraudo.
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I Laghi di Fremamorta, dove la componente minerale è dominante. Foto: Luca Giraudo
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A dir la verità, il rondone sovente utilizza per la nidificazione le falesie, soprattutto quelle a picco sul mare, ma è anche un ospite “rumoroso” e gradito dei nostri cieli estivi e dei nostri sottotetti. Come abbiamo visto, invece, il balestruccio ha quasi del tutto abbandonato il suo habitat di nidificazione primigenio, e solo in qualche vallata costruisce il suo nido di fango e saliva sulle rocce di una parete. Mentre, ad esempio, la rondine montana ha mantenuto fede al nome che le abbiamo dato, perché nidifica soprattutto sulle falesie alpine e occasionalmente nei villaggi di montagna.

Quando pensiamo alle montagne non possiamo non pensare alla pernice bianca. Un esempio estremo di adattamento al connubio montagna-clima, tanto che, sulle Alpi, la possiamo considerare un relitto glaciale, ovvero una specie che ha raggiunto le nostre latitudini meridionali durante i periodi glaciali ed è rimasta sui rilievi più alti e più freddi una volta che i ghiacciai si sono ritirati. Oggi è una delle specie maggiormente a rischio di estinzione sulle Alpi, a causa della sua estrema specializzazione all’inospitale clima invernale delle Alpi, il quale, però, con l’innalzamento delle temperature, sta cambiando. E siccome la pernice bianca vive già sulle sommità delle montagne, con l’aumento delle temperature non troverà più l’habitat per vivere, perché i salici nani e le ericacee d’alta quota non potranno colonizzare alcun pendio oltre le cime dei monti. In questo caso tanta specializzazione sta diventando un limite alla sua sopravvivenza.

Morfologie glaciali nella Valle delle Meraviglie. Foto: Luca Giraudo
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Il Vallone del Lauzanier, scavato su rocce sedimentarie. Foto: Luca Giraudo.
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Molte sono le specie di uccelli e molti i loro stili di vita. Può essere interessante perciò soffermarci sulla preferenza che alcune specie dimostrano per certi tipi di rocce e per gli ambienti che si creano su di esse. Tutti conosciamo le vallate delle Alpi Marittime, il severo Massiccio dell’Argentera, con i suoi pendii ripidi, rocciosi, quasi privi di vegetazione. Così come conosciamo le verdi praterie degli altipiani sedimentari delle valli Stura, Grana e Maira, con i loro morbidi rilievi solcati da alte e scabrose falesie. Ebbene, i due tipi di rocce, di origine cristallina o sedimentaria in senso lato, comportano anche l’evoluzione di diversi tipi di suolo e, quindi, di vegetazione. Ben lo sanno i pastori, che da secoli solcano le alpi estive pascolando pecore e vacche, negli ambienti più severi e poveri le prime, nei pascoli pingui le seconde.

Le rocce sedimentarie, tendenzialmente più friabili, evolvono in suoli più profondi e quindi più ospitali per le piante e, di conseguenza, per gli insetti. E per i loro predatori, gli uccelli in particolare. Ci sono specie come il culbianco, il fringuello alpino e il gracchio corallino che abitano le Alpi con massime densità sui rilievi di origine sedimentaria, mentre sono quasi assenti nelle vallate scavate negli gneiss e nel granito, proprio perché le loro prede sono ben più abbondanti sul calcare, dove i suoli sono più ricchi di invertebrati. Il gracchio corallino, poi, è un’altra specie ben adattata alla montagna, dove nidifica in colonie composte da diverse coppie utilizzando cavità nella roccia. Ed è anche legato alle attività di alpeggio: là dove i bovini arricchiscono il terreno con le loro deiezioni e il suolo è più morbido, il gracchio infila il suo lungo becco scarlatto alla ricerca di lombrichi, larve di insetti, ragni. Abbiamo iniziato parlando dell’aquila reale, fino a qualche decennio fa il più grande rapace alpino sopravvissuto alle persecuzioni umane. Oggi possiamo parlare anche di due altri grandi veleggiatori, due avvoltoi legati alla geologia in senso più o meno stretto: il gipeto e il grifone. Osservarli oggi in montagna non è più così raro: anzi, in alcune zone è un evento che si ripete ogni giorno.

Maschio di pernice bianca in piumaggio estivo mimetico. Foto di Francesco Panuello.
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Femmina di pernice bianca in abito invernale. Foto di Francesco Panuello.
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Picchio muraiolo. Foto: Michelangelo Giordano.
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Montagne e gipeto rappresentano un binomio indissolubile. Pirenei, Alpi, Himalaya, Corsica, catene montuose dove questo avvoltoio vive da millenni e sulle quali ha saputo evolversi arrivando a sfruttare in modo magistrale ogni bava di vento e le più inaccessibili risorse alimentari. Vola con l’agilità di un falconiforme sfiorando i pendii alla ricerca di carcasse di ungulati selvatici, delle quali è l’unico che sa utilizzare le ossa, ricche di proteine, e che senza di lui rimarrebbero per anni a calcinare al sole. Tuttavia, nemmeno per lui le montagne sono tutte uguali. Si è infatti visto, attraverso alcuni studi, che preferisce i massicci montuosi sedimentari, ricchi di ampie cenge, sulle quali può costruire il suo grande nido. E nidifica con preferenza in quei settori dove sverna il più grande ungulato alpino, lo stambecco, una risorsa alimentare non trascurabile durante i lunghi inverni alpini.

Ma se il gipeto, reintrodotto negli ultimi trent’anni, ha saputo ricolonizzare le Alpi utilizzando le risorse disponibili in natura, diversamente è andata per il grifone, enorme avvoltoio che segue le greggi al pascolo e che, reintrodotto anch’esso, oggi fa il pendolare dalla primavera alla tarda estate fra i Pirenei, la Bassa Provenza e le Alpi Francesi, al seguito delle decine di migliaia di pecore che salgono in montagna durante la bella stagione. Parliamo di circa 1500 grifoni che ogni estate, fra giugno e ottobre, frequentano le vallate e approfittano della mortalità naturale di migliaia di ovini. In realtà la specie non è legata alle Alpi in senso stretto, sebbene nidifichi in falesia, perché la sua lunga stagione riproduttiva non combacia con la breve estate alpina. Infatti i grifoni della Provenza iniziano a deporre le loro uova in dicembre e allevano i loro giovani fino a fine luglio, facendo la spola fra le Alpi e i loro nidi. Ad agosto gli adulti sono seguiti in alpeggio dai nuovi nati e la popolazione alpina aumenta di dimensione. Il rapporto che questo avvoltoio ha con la geologia è però mediato dall’attività umana, perché seppur numerosi, gli ungulati selvatici non potrebbero sostituire in quantità gli ungulati domestici. Ed entrambi, uomo e animale, ne traggono vantaggio: il primo elimina le spese legate allo smaltimento delle carcasse, il secondo provvede a eliminare in tempi brevissimi potenziali fonti di malattie e zoonosi.

Falco pecchiaiolo in migrazione. Foto: Michelangelo Giordano.
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Falco pellegrino in allarme. Foto: Michelangelo Giordano.
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Gipeto adulto. Foto: Michelangelo Giordano.
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Le Alpi, le montagne in genere, sono per molti aspetti legate al volo degli uccelli, sia perché, come abbiamo visto, lungo i loro pendii si creano le condizioni termiche per lo sviluppo di correnti ascensionali, che i rapaci, ma anche le rondini montane e i rondoni, sanno sfruttare egregiamente, sia perché costituiscono di volta in volta una barriera alle migrazioni o un ambiente ricco dove sostare. Le Alpi Occidentali, per esempio, sono sorvolate ogni anno da circa dieci-quindicimila rapaci migratori che in tarda estate si dirigono verso lo Stretto di Gibilterra, provenienti dall’Est Europeo.

Il falco pecchiaiolo, simile alla poiana, transita sulle Alpi Marittime e Cozie a fine agosto, con picchi migratori di tremila individui in un giorno solo. Questo rapace insettivoro è diretto verso l’Africa, dove troverà anche nei mesi invernali le prede di cui si nutre. La rotta che attraversa l’Italia Settentrionale, evidenziata grazie agli studi degli ultimi venticinque anni, passa attraverso le vallate e porta gli uccelli a scollinare sui passi alpini ai confini con la Francia, da dove proseguiranno verso ovest. Se le condizioni meteorologiche sono particolarmente favorevoli, i pecchiaioli transitano a 4000 metri e oltre, scomparendo alla vista; se invece le correnti ascensionali sono più localizzate, allora i rapaci si radunano in grandi stormi e volano a poche centinaia di metri dalla creste, costituendo per molti appassionati uno spettacolo emozionante. Transitati i rapaci, in ottobre possiamo invece osservare gli stormi di migliaia di tordi, tordele e cesene, fringuelli, frosoni, lucherini che arrivano dalle regioni del Nord. Si fermeranno durante l’inverno cibandosi sui sorbi montani, sulle betulle o gli ontani verdi. In questo caso il loro legame con la geologia è in realtà indiretto, perché è più legato al fatto che sulle Alpi sopravvivono ambienti boscati che una volta erano presenti anche a bassa quota e che oggi sono stati soppiantati dai nostri insediamenti o dall’agricoltura intensiva.

Grifone in volo. Foto di Francesco Panuello.
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Le rocce, apparentemente inerti, sono in realtà il supporto a tutte le forme di vita che oggi conosciamo. E gli uccelli, sebbene siano animali legati all’aria, non possono fare a meno di esserne influenzati. Conoscerne le abitudini, saperli individuare e distinguere, permette di comprendere un po’ meglio la complessa rete di legami che unisce tutti gli esseri viventi con il territorio in cui vivono, un territorio influenzato dalle rocce, a loro volta fonte di storie antichissime che hanno coinvolto minerali, piante e organismi marini nelle trasformazione del paesaggio stesso.

Gli uccelli, fortunatamente, sono gli animali che più facilmente possiamo osservare, in tutti gli ambienti. E più facilmente ci possono raccontare storie interessanti.

Birdwatching invernale in Valle Maira. Foto di Luca Giraudo.
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Luca Giraudo ha iniziato a interessarsi di ornitologia nel 1986. Da allora ha partecipato a numerosi progetti di monitoraggio sugli uccelli, collaborando ad atlanti regionali e nazionali e a programmi internazionali.
Lavora da più di dieci anni al progetto di reintroduzione del gipeto, coordinato a livello piemontese dal Parco Naturale Alpi Marittime, del quale è dipendente dal 1993.
Ha ottenuto il brevetto da Accompagnatore Naturalistico nel 1992 e dal 2015 ha il brevetto da Accompagnateur Moyenne Montagne francese e l’Agrément Merveilles per accompagnare nella zona regolamentata delle incisioni rupestri.
Occasionalmente propone escursioni e viaggi a tema ornitologico e naturalistico.
Nei prossimi mesi organizzerà alcune escursioni alla scoperta degli uccelli alpini e dell’ambiente in cui essi vivono durante la bella stagione; inoltre ha in programma alcuni corsi di avvicinamento al birdwatching e all’osservazione della natura.
Per partecipare sono sufficienti una buona dose di curiosità, un binocolo e il desiderio di imparare insieme a lui.
Ulteriori informazioni disponibili sul sito www.lookingaround.it.

Luca Giraudo rilascia un gipeto
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Le valli malate

Le valli malate
(e ci limitiamo alla Svizzera…)

André Siegfried scrisse nel suo libro La Suisse démocratie – témoin che “la pianura è essenziale economicamente, ma la monta­gna lo è psicologicamente“.

Su venti cittadini svizzeri solo uno è un montanaro vero e pro­prio che riesce a vivere dell’economia dei pascoli: e questa pro­porzione tende lentamente a diminuire. Pastori e alpigiani hanno ancora quel ruolo “psicologico”? È ben vero che i costumi tradi­zionali sono il soggetto più raffigurato in milioni di cartoline e che questo non succede solo in Svizzera. Anche in Tirolo avvie­ne la stessa cosa. È una manifestazione esteriore di quanto e come il cittadino abbia interiorizzato la montagna e i montanari.

Ma se si pensa che sono stati loro a identificare e spesso a ga­rantire l’unità della Confederazione, allora non se ne può fare a meno: Wilhelm Tell, vestito di giacca in pelle, è simbolo dell’u­nità e così è raffigurato nel monumento ad Altdorf. È simbolo della venerazione, tradizionale e profonda, che gli svizzeri por­tano al paesaggio e alla civiltà alpina. Non è sufficiente rifar­si a Jean-Jacques-Rousseau e alla ricerca della natura incorrotta dell’uomo o al romanticismo che trovava quanto cercava proprio in quelle Alpi che fino ad allora erano state tenute ai margini del­la cultura. Infatti le radici del rispetto per le montagne sono ben anteriori.

Johann Jakob Scheuchzer, nel suo Histoires naturelles de la Suis­se, aveva scritto nel 1705: “L’alpigiano è di solito un uomo one­sto e retto, colmo di semplicità antica e franchezza elvetiche, nella sua vita e nelle sue azioni; indossa un rude buon giaccone e zoccoli…, come i tedeschi antichi“.

Ci sono testimonianze dell’interesse per quest’uomo alpino perfino nel Rinascimento. Dunque aveva ragione Siegfried, la montagna, psicologicamente, è essenziale. D’altra parte il montanaro corre il rischio di diven­tare un pezzo da museo. Se gli accordi della Convenzione delle Alpi si limitassero alla creazione di parchi e di “riserve” pro­tette sarebbero votati a un sicuro fallimento.

Dal Niederhorn (Prealpi Bernesi) panorama su Eiger, Moench, Jungfrau e Oberland Bernese. Foto: Marco Milani
Dal Niederhorn (Prealpi Bernesi) panorama su Eiger, Moench, Jungfrau e Oberland Bernese, Svizzera

Proprio qui nel cuore delle Alpi svizzere abitate, dove sembra che il declino sia più lento e le condizioni di vita migliori, si hanno le reali misure del fenomeno che minaccia l’intero ambiente alpino. Son proprio le regioni in apparenza più protette dal loro isolamento a essere le più sconvolte da una serie di trasforma­zioni morali e materiali, umane e geografiche. Il problema della montagna pastorale è intimamente legato a quello delle comunità sociali. In passato l’economia del villaggio era chiusa: tutto si produceva lì e tutto lì si vendeva. Il turismo e gli scambi com­merciali con i prodotti della pianura, più competitivi, hanno ri­voluzionato questo modo di vivere. L’industrializzazione ha atti­rato emigranti, la meccanizzazione delle colture ha diviso i pae­si dove si poteva lavorare con le macchine e dove no. E dove le macchine non potevano arrivare c’è stato l’abbandono. Il limite medio delle colture di montagna continua ad abbassarsi, anche se sono state costruite le strade necessarie. È aumentata la dipen­denza dai sussidi governativi o regionali. Perfino nel suo stesso villaggio di appartenenza l’alpigiano è andato in minoranza, perché il turismo ha spostato tutti i termini dell’economia e delle attività. Gli studenti delle scuole secondarie ogni giorno affrontano il costo di lunghe trasferte e l’alloggio nelle città di studio è carissimo. I giovani cercano di sposarsi al di fuori del paese e, una volta trasferiti, conservano legami sempre più deboli con il loro mondo originario. A casa si sentono traditi ed è questa la causa di un malcontento per principio. Chi è rimasto spesso si lascia invadere da una sorda disperazione perché vede il proprio bilancio familiare troppo legato alle fluttuazioni di mercati lontani. E questo è un colpo troppo duro alla decantata fierezza montanara.

Se la tradizionale mucca pezzata scomparisse, assieme ai bei qua­dretti di prati e boschi, ci sarebbe una diminuzione d’interesse per il turismo. I pascoli abbandonati in breve tendono a diventa­re boscaglia e brughiera. Alcuni esperti vedono un valore ecolo­gico nell’abbandono dell’agricoltura alpina, considerando cosa del tutto positiva il ritorno della vegetazione.

Si discute molto se il bosco incolto sia o non sia il miglior difensore del suolo. Di certo però l’abbandono di queste aree, e quindi della loro storia e cultura, non va incontro al bilancio ottimale tra uomo e natura. Se l’uomo non è più custode della sua terra, moltissime usanze diventano inutili, cambia tutto un vivere sociale. La mo­derna agronomia non sempre può comprendere questi valori, anche quando in maniera illuminata cerca di andare incontro alle esigenze globali di un territorio e di una comunità in declino.

Richard Weiss, nel 1957, scriveva sulla rivista Les Alpes: “Si comprende che lo scoraggiamento di chi viveva al limite delle terre accessibili all’uomo non lascia che una via d’uscita: la partenza per regioni più clementi. Non sono né i più cattivi né i più incapaci a fare questo. L’aiuto ai montanari, anche se neces­sario per ragioni sociali e umane, favorisce spesso la fuga. Be­nessere, telefono, traffico e soprattutto le strade, che costano, spingono alla valle e ne rafforzano il richiamo. Non vorrei che queste osservazioni facessero torto all’assistenza alle comunità, ma bisogna comprendere che ci sarebbe un solo mezzo per non farli partire: mostrargli, al posto dell’idolo materialista, un fine più elevato che gli renda uno scopo di vita… Ma possiamo noi, in virtù di un idealismo, pretendere che l’uomo attuale rinunci al benessere, proprio noi che ne siamo favoriti? L’alpinista ri­fugge la pianura e tende a elevarsi su montagne più o meno ino­spitali. Ma lo fa per qualche giorno o qualche settimana e per il suo piacere. Dopo ritorna alla sua automobile, al suo bagno e al suo letto. Può darsi, se la tecnica progredirà al ritmo attuale, che vedremo nascere il bisogno d’una ascesa seria e durevole, in un qualche monastero di montagna come quelli del Tibet. Chissà? Ma non possiamo domandare al montanaro di resistere per questi motivi quasi religiosi all’attrazione di uno standard di vita su­periore al suo“.

Attualmente in Svizzera circa 40.000 aziende agricole di montagna beneficiano di una politica agraria unica al mondo, che si basa sulla limitazione delle importazioni, su provvedimenti per l’esportazione e la garanzia dei prezzi. Assai importante è il sistema dei pagamenti diretti, introdotto nel 1959 e da allora sempre più allargato. Per miglio­rare il reddito dei contadini, solo nel 1989 sono stati erogati dai governi cantonali più di un miliardo di franchi (di cui più di 750 milioni alle aziende agricole di montagna). Ma il reddito dei montanari continua a raggiungere a malapena il 70% di quello dei contadini di pianura. Negli ultimi anni si sta delineando una nuova politica: i pagamenti

diretti sono giustificati come alternativa all’aumento dei prezzi (non giustificabile dal mercato) perché necessari a un miglioramento del reddito, il quale a sua volta porta a raggiungere gli obiettivi della poli­tica agraria; oppure per indennizzare metodi di produzione e di gestio­ne rispettosi della natura e dell’ambiente, nonché la cura del paesag­gio e l’insediamento in zone remote. Solo così si potrà fronteggiare la supremazia del meccanismo dei prezzi e la tendenza non più tollera­bile ad aumentare la produzione. Il pagamento diretto, assieme a quel­l’attaccamento alla propria terra che nessuna teoria economica potrà mai spiegare, è il più valido aiuto per andare incontro a coloro che altrimenti ricorrerebbero ad attività accessorie (il lavoro in fabbrica).

In vetta al Niederhorn, Prealpi Bernesi. Foto: Marco Milani
In vetta al Niederhorn, Prealpi Bernesi