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La più lunga delle vie

La più lunga delle vie (The longest way)
di Sandy Allan

Estratto da In Some Lost Place di Sandy Allan, racconto della prima salita della Mazeno Ridge al Nanga Parbat. Allan ha portato a termine l’ascensione lunga sette miglia assieme a Rick Allen nel 2013, dopo parecchi tentativi andati a vuoto negli anni precedenti, realizzando così una delle vie più impegnative mai salite sull’Himalaya.
(traduzione di Luca Calvi)

Sulla Cresta Mazeno
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Il vento ululava e soffiava spingendo il piumino contro il mio corpo fin quasi a strapparmelo di dosso e facendomi arrivare in faccia il pulviscolo ghiacciato che pungeva come fatto d’aghi le porzioni di pelle che avevo lasciato esposte. Il fascio luminoso che proveniva dalla mia frontale andava a trafiggere la notte, nera, un arco di luce tra temperature gelide.

Piccoli, brevi scorci rubati attraverso gli occhiali protettivi mi rivelavano la grandiosità della sottostante parete Rupal, il più alto salto verticale al mondo. Non ero altro che un puntino che si stava muovendo assieme ad altri cinque puntini lungo un traverso al di sopra di un vuoto minaccioso.

Piazzavo le punte anteriori dei ramponi nel ghiaccio con la massima precisione possibile e giocavo delicatamente d’equilibrio su piccole cenge rocciose. Incastravo le mani, avvolte nelle moffole, all’interno di fessure incrostate di neve, oppure andavo a piazzare la punta della piccozza dentro fessurine più strette, tirando poi sul manico per riuscire a guadagnare qualche centimetro, oppure andavo ad arpionare qualche piccola cengia rocciosa, facendo stridere il metallo contro la roccia, un rumore che era pieno della nostra determinazione.

Nonostante l’altitudine e i venti ostili ci stavamo muovendo in modo efficace, con la costante progressione di una squadra dall’obiettivo ben preciso. Avevamo lasciato le tende da bivacco all’una di notte e la luce del giorno stava iniziando a farsi largo da dietro il profilo delle montagne, all’orizzonte. Fu in quel momento che arrivammo al primo pronunciato salto che si ergeva a ostacolo per la nostra via verso la vetta del Nanga Parbat. Attorno a noi, le vette, altissime, andavano accendendosi con i primi raggi di sole. Sopra le nostre teste, infine, si palesò l’aspro profilo di una cresta eccezionalmente lunga e ripida. Non c’era nulla di semplice o di noioso, bensì una continua scalata tecnica ad altissima quota, interrotta da due pareti verticali con cenge e rampe nevose di minor inclinazione. La vetta troneggiante era lì, a dominare sulle nostre ambizioni, a mantenere il mistero su ciò che c’era sopra di noi, a mettere alla prova la nostra fiducia, a minacciare le nostre speranze. Rimaneva ancora tantissimo da salire.

Sulla Cresta Mazeno
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Due del nostro gruppo, Cathy O’Dowd e Lhakpa Nuru Sherpa decisero a quel punto di tornare sui propri passi, un po’ demoralizzati, sopraffatti dalla fatica e pronti ad ammettere la sconfitta. Diedero prova di essere obiettivamente risoluti mentre ci stavano comunicando la loro decisione, una risolutezza che mi rimase impressa, dopodiché li salutai e feci loro gli auguri quando si voltarono per iniziare la loro discesa verso il campo. Li osservai brevemente mentre scendevano e potei notare con un colpo d’occhio quanto fossimo già saliti tutti assieme.

Di fronte a Cathy e Nuru che stavano scendendo faccia alla montagna, si stagliava l’obiettivo apparentemente sconfinato che stavamo tentando di salire, la Mazeno Ridge. Sembrava protrarsi senza soluzione di continuità, toccando una lunga serie di otto vette separate, tutte al di sopra dei settemila metri, estendendosi per circa dieci chilometri. Si tratta della cresta himalayana più lunga mai salita a quell’altitudine, e lì, in sei, avevamo passato nove giorni ad aprirci pazientemente la strada, attendendo seduti il passare del maltempo, lottando nella neve profonda e raggiungendo infine una specie di intaglio sulla cresta prima dell’ascesa finale verso la vetta, il Mazeno Gap (Colle Mazeno). Questo aveva significato una progressione media di un chilometro scarso al giorno. Per l’estenuante salita finale verso la vetta, dunque, ci trovavamo di fronte ad altri tre chilometri e 1.300 metri di dislivello da salire.

La Mazeno Ridge e il Nanga Parbat
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Rimasti in quattro continuammo a salire, divisi in due cordate da due, con la volontà di andare avanti e di portare a termine quella maestosa ed intoccata cresta verso il cielo. Io ero legato con il mio vecchio compagno di cordata Rick Allen. Nel passato avevamo vissuto assieme una miriade di avventure, avevamo anche già scalato assieme il Nanga Parbat in un’altra occasione, precedentemente, e avevamo l’esperienza di due vite vissute alle spalle. Ma che diavolo ci stavamo a fare noi, signorotti di mezz’età e abbondantemente nella cinquantina, lì ad affrontare di petto condizioni meteo per nulla favorevoli, lì a spingere al limite i nostri fisici, il tutto mentre la maggior parte dei nostri coetanei si era già avviata tranquillamente alla pensione?

I nostri amici sherpa Zarok e Rungdu scelsero una linea parallela su un delicatissimo terreno misto di roccia e neve. Partimmo così per una sorta di salita in parallelo lungo una parete rocciosa molto ripida e friabile, facendo di tutto per evitare i massi che ogni tanto si staccavano e cadevano come schegge di granata. I massi staccatisi andavano a sbattere contro la parete e rimbalzavano prendendo nuove traiettorie, sibilando nell’aria durante la caduta. Continuammo verso il Merkl Notch e un’altra parete rocciosa che portava verso la vetta sud.

Lenti, sempre più lenti nell’aria che andava rarefacendosi, ci fu presto chiaro che non avremmo avuto il tempo per sormontare quell’ostacolo così difficile e poi oltre questo continuare l’ascensione lungo i canalini nevosi fino a raggiungere la nona cima più alta al mondo. Sempre più abbattuti ed esausti, non ci restava altro che girare i tacchi e fare dietro-front. Era arrivato il nostro turno di ammettere la sconfitta. Avevamo ormai quasi toccato la quota degli ottomila metri, ma era ormai troppo tardi, faceva troppo freddo ed eravamo troppo spossati per continuare.

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La nostra conversazione, fatta stando in piedi e immobili, fu amichevole, breve e realistica. A un certo punto, però, sentii una sorta di amaro in bocca: due di noi erano davvero tentati di insistere e andare avanti mentre gli altri due volevano tornare indietro. Sapendo fin troppo bene che se avessimo continuato con l’arrivo della notte ci saremmo trovati esausti e intrappolati a ottomila metri senza fornello, senza cibo e senza tendina, a prevalere furono il buonsenso e l’istinto di sopravvivenza collettiva. Zarok e Rangdu comunicarono di essere ormai fuori gioco, che sarebbero scesi e non avrebbero fatto altri tentativi.

Io e Rick facemmo il punto della situazione: non avevamo nessun piano ingegnoso e anche se testardi e propensi a continuare non eravamo in alcun modo dell’avviso di poter diventare martiri della causa di questa scalata. In qualità di capo-spedizione, dopo aver ascoltato quanto detto dagli Sherpa, non feci altro che riconoscere che la cosa migliore da fare era dirigersi verso il basso, ritirarsi a gruppo unito ed andare ad aspettare per vedere cosa ci avrebbe riservato il futuro. Facemmo quindi dietro-front, demoralizzati, ma consci del fatto che ci avevamo provato e che la ritirata fino al posto da bivacco sarebbe stata tutt’altro che una passeggiata.

Per guadagnar tempo proposi di prendere una scorciatoia, traversando una semplice rampa nevosa fino ad un piccolo intaglio dove una cengia stretta e indefinita andava a dividere la parete rocciosa che avevamo salito in precedenza. Al di sopra e al di sotto della cengia c’era un salto verticale. Scendevo da primo, utilizzando la piccozza per attaccarmi alle piccole cenge e andando a piazzare le punte dei ramponi sulla roccia friabile e incrostata di neve. Gli altri scendevano poco convinti, sollevando continui dubbi sulla saggezza da me usata per la scelta della via e chiedendosi di continuo se la stessa si sarebbe poi rivelata più dura o più semplice.

La cengia continuava. Su un passaggio breve, ma assolutamente strapiombante, piazzai l’attrezzo appena sopra la mia testa, facendo perno sulla picca e tenendomi al manico. Mi abbassai, quindi, cercando di andare a piazzare i miei goffi scarponi da alta montagna e le punte anteriori su una minuscola protrusione rocciosa. La mia speranza era quella di riuscire da lì a spostare il peso del corpo ed arrivare fino ad una cengia un po’ più ampia, ma la becca sotto sforzo uscì dalla fessura e io feci un volo, col risultato che la roccia rotta andò a strappare il tessuto dei miei pantaloni in piumino. L’aria si riempì di piume d’oca della miglior qualità e io, in preda all’ipossia, respirai a pieni polmoni riempiendomi così la bocca di piume.

Rick Allen e Sandy Allan in vetta al Nanga Parbat
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Quasi soffocando riuscii a sputarle fuori dalla bocca, ormai già disidratata. Continuavo a puntellarmi con le gambe contro la roccia mentre Rick teneva la corda tesa per fermare la mia caduta. Dopo essermi rimesso in una posizione migliore e dopo aver ricominciato a respirare meglio ripartii per il traverso discendente a trentacinque gradi, passando la corda su piccole scagliette rocciose. Se fossi caduto nuovamente ci sarebbe stata in questo modo la possibilità che la corda andasse a incastrarsi nelle scaglie rocciose riducendo la caduta e impedendomi di trascinare con me il mio compagno di cordata giù per la parete verticale. La scalata si stava dimostrando dura e mentre ero lì a ripulire dalla neve le piccole cenge e cornici in cerca di fessure ove poter piantare la becca della piccozza, il mio corpo esausto era sempre più piegato a causa dello stress. Stavamo scalando senza sosta ormai da quattordici ore in quello che era il nostro undicesimo giorno consecutivo ed il decimo passato a una altitudine attorno ai settemila metri.

Una volta fuori da quella difficile cengia rocciosa trovammo una rampa nevosa alla vista ripida ma non difficile. Continuammo a traversare per un periodo che a noi sembrò durare ore. Legando assieme le corde con due doppie ci calammo fino ad un’altra fascia rocciosa da dove una facile rampa nevosa sembrava doverci portare finalmente al nostro posto da bivacco. Ci fermammo per un po’, ci preparammo poi delle piazzuole sulla neve a colpi di scarpone e ci riposammo, bevendo l’ultima acqua rimastaci nelle borracce. Eravamo spossati, completamente svuotati e io non vedevo l’ora di andare avanti. Ci dividemmo ciò che era rimasto del cibo che avevamo negli zaini e ci rilassammo un po’.

Tra di noi parlavamo e scherzavamo e questo ci fede riprendere fiducia, così decidemmo di ripartire. Toccava a Zarok andare da primo e lo vidi partire tranquillo, quasi con noncuranza. Poi, mentre camminava nella neve profonda, lo vidi inciampare con i ramponi contro lo scarpone, perdendo l’equilibrio e andando a cadere lungo il ripidissimo pendio. Tra lui e Rangdu era rimasta a terra sulla neve un po’ di corda libera, così Zarok continuò a cadere, iniziando a scivolare lungo il pendio a velocità sempre maggiore.

Vidi Rangdu piantare i piedi e poi conficcare la piccozza nella neve, pronto a tenere la caduta. Alla fine gli anelli di corda libera terminarono e il tratto di corda tra i due si tese con Rangdu che cercò di resistere alla tensione per essere invece strappato via e lanciato in aria allo stesso modo di un tappo da una bottiglia di champagne.

Rangdu fu sparato giù per il pendio, arrivando a superare Zarok mentre ambedue scivolavano verso il basso rovesciandosi in continuazione senza più controllo. Durante la loro discesa, poi, Zarok superò nuovamente Rangdu, sembrava quasi che stessero facendo una gara di velocità. Sotto i due c’erano i seracchi e gli icefall spaventosamente contorti e verticali della parete di Diamir. Come due siluri i due sherpa stavano seguendo una traiettoria mortale verso l’aspro orlo del precipizio ghiacciato sotto di loro. Ancora pochi metri e sarebbero stati lanciati nello spazio, da dove poi sarebbero precipitati verso il fondo della valle, parecchie migliaia di metri più sotto. Non ci sarebbe stata nessuna possibilità di sopravvivere. Io e Rick non potevamo far altro che guardare, con orrore.

Rick Allen scende dalla parete Diamir
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Qui s’interrompe l’estratto (numero 125 della rivista Climb) del racconto di Sandy Allan. L’infinita Mazeno Ridge è una cresta lunga oltre 10 km che divide due pareti eccezionali, la Diamir e la Rupal, e che attraversa otto cime sopra i 7000 m. Uno straordinario itinerario, difficile e bellissimo, che fino ad allora, nonostante i numerosi tentativi, non era mai stato percorso per intero fino in cima al Nanga Parbat.

Protagonista dell’impresa è un fortissimo piccolo team composto dallo scozzese Sandy Allan, l’inglese Rick Allen e l’alpinista sudafricana Cathy O’Dowd, insieme a tre sherpa: Lhakpa Rangdu Sherpa, Lahkpa Nuru Sherpa e Lakpa (Zarok) Sherpa. Dopo aver stabilito il campo base a metà giugno a 4900 m e dopo il consueto periodo di acclimamento, i tre sono partiti il 2 luglio per il tentativo finale, nonostante condizioni meteo “non ideali”, con provviste per 8 giorni che, se necessario, avrebbero potuto bastare per 10 giorni. Da quel momento in poi il mondo alpinistico li ha seguiti grazie a twitter e aggiornando la progressione direttamente su una mappa 3D attraverso un SPOT Satellite Messenger. Il 4 luglio è arrivata la conferma che i 3 alpinisti e i 3 sherpa hanno raggiunto quota 6800 m sulla cresta e che hanno bivaccato ma che il tempo stava purtroppo peggiorando. Poi un un messaggio audio che colloca la spedizione in piena cresta, sette notti dopo essere partiti da Campo Base. La voce della O’Dowd sembra forte e nel messaggio conferma: “siamo assolutamente ancora qui, arrampichiamo ancora, facendo buoni progressi. Siamo lenti a causa della neve fresca ed alcune complicate sezioni di roccia, ma abbiamo tutta la pazienza per concludere la cresta, poi vedremo cosa riusciamo a fare…”.

Già in partenza la discesa era programmata per la parete Diamir, già salita da Allan e Allen nel 2009. I due, infatti, hanno già una lunga storia con questa montagna e questa cresta, basti pensare che già nel 1992 Sandy Allan faceva parte di una spedizione, guidata dall’alpinista britannico Doug Scott, che aveva raggiunto 3 delle 8 cime, Pt. 6880, Pt.6825 e Pt.6970 della Mazeno Ridge prima di essere costretta a scendere. L’anno successivo Scott è tornato per fare da capo spedizione di un altro tentativo che ha fruttato altre due vette la Mazeno Spire 5600 m c. e la Mazeno West Peak 5700 m c. Per quanto riguarda Rick Allan, con il polacco Wojciech Kurtyka anche lui aveva tentato l’infinita cresta: era il 1995 e alla terza cima anche loro si erano dovuti arrendere.

L’11 luglio, dopo 9 giorni di stile alpino per superare le 8 cime a livello di 7000 m, i pinnacoli, le creste, i saliscendi infiniti di questa eterna, difficile e altissima cresta, sono i primi a concludere la Mazeno Ridge abbassandosi al Mazeno Gap.

Sandy Allan e Rick Allen al campo base del versante Diamir dopo la storica impresa
sandy allan and rick allen

Poi tre successivi tweet, forse postati per errore da chi gestiva per l’alpinista sudafricana Cathy O’Dowd il social network, fecero parecchia confusione sui reali progressi delle cordate… In realtà queste erano alle prese con un primo tentativo. I sei, ripartiti il 12 mattina, proseguono sulla cresta. Alle 9.45 Cathy O’Dowd e Lahkpa Nuru Sherpa fanno dietro-front, tornando alla tendina del bivacco 7160 m. Gli altri quattro continuano, per arrestarsi però a duecento metri dalla vetta. Segue la ritirata qui raccontata da Sandy Allan che vede anche la rovinosa caduta di Lhakpa Rangdu e Lakpa Zarok. I due riescono fortunosamente a fermarsi e raggiungere con i due britannici il bivacco 7160 m.

Il giorno dopo, 13 luglio, sempre via twitter, arriva la notizia che la spedizione si divide: Cathy O’Dowd e i tre sherpa iniziano la discesa della parete Diamir verso il Campo Base: Sandy Allan e Rick Allen restano per effettuare un altro tentativo alla vetta.

Da qui in poi le notizie sono ancora più confuse, la situazione non è delle più semplici, dopo una “galoppata” così impegnativa e così tanti giorni in quota gli alpinisti sono sicuramente provati e, come non bastasse, ormai viveri e gas per sciogliere la neve e procurarsi l’acqua sono quasi esauriti. A questo punto le comunicazioni dalla spedizione si arrestano. Il “poco” che si riesce sapere è dal tour operator a cui si appoggia la spedizione che, il 16 luglio, conferma che Cathy O’Dowd e i tre sherpa sono arrivati sani e salvi alla base per poi spostarsi a Chilas. Infine, il twitter conclusivo della O’Dowd: “Il 15 luglio, alle ore 18.12, Rick e Sandy hanno raggiunto la cima! Il 19 luglio sono arrivati salvi al Campo Base. Tutti sani e in forma!”.

Si conclude così nel miglior modo possibile questa lunghissima e grandissima avventura che tutto il mondo dell’alpinismo ha seguito con il fiato sospeso. 18 giorni sul Nanga Parbat, in puro stile alpino e completa autonomia, per la riuscita sulla Cresta Mazeno, uno dei grandi sogni di questo tempo. Realizzato da due forti vecchi bastardi (come li ha definiti Cathy O’Dowd nel suo messaggio audio del 12 luglio).

La storia dei tentativi sulla Mazeno Ridge
(secondo www.mazenoridge.com (oggi sito soppresso)
1979 Un team francese effettua un primo tentativo. Bloccati dal brutto tempo, riescono soltanto a salire la prima cima della Mazeno 6880m
1992 Doug Scott guida una spedizione internazionale che include Sandy Allan. Falliscono ma salgono tre cime sulla cresta.
1993 Doug Scott ritenta, senza successo.
1995 Una spedizione internazionale che include Rick Allen (ed anche il polacco Wojciech Kurtyka e l’australiano Andrew Lock) riesce ad attraversare le prime tre cime della Mazeno Ridge – circa metà strada al Colle Mazeno – ma poi scende. Arrivano fino al terzo Mazeno Peak (6970m)
1997 Wojciech Kurtyka tenta un’altra volta con Erhard Loretan. Ancora una volta raggiungono circa metà cresta, ma lo fanno in un giorno e mezzo.
2004 I primi alpinisti a raggiungere il Colle Mazeno: gli statunitensi Doug Chabot e Steve Swenson attraversano tutte le cime della Mazeno, salendo per primi le cime Peak 7060, 7120 (Mazeno Peak), 7100, e 7070, ma, stremati, scendono per la via Schell. Report della salita sul sito The American Alpine Club 2005.
2005 La guida alpina svizzera Jean Troillet e i suoi compagni Claude – Alain Gailland e Frédéric Roux tentano, senza successo.
2008 I tedeschi Luis Stitzinger e Joseph Lunger salgono dal lato del Diamir sotto il Diarmirai Peak e continuano fino al colle. Neve profonda e la mancanza di provviste li costringe a scendere direttamente lungo la via Messner sulla parete Diamir.
2011 Gli alpinisti baschi Alberto Zerain e Juan Carlos ‘Txingu’ Arrieta tentano la Mazeno Ridge dal lato Diamir. Salgono 1800m di una via nuova ma non raggiungono la cresta.

Intervista di Montagna.Tv a SandyAllan e Rick Allen:
http://www.montagna.tv/media/2813/i-titani-della-mazeno-ridge-intervista-a-sandy-allan-e-a-rick-allen/

Sandy Allan
E’ nato nel 1955 e ha cominciato a scalare nel 1975 nelle Alpi. Il suo “palmares” conta numerose ascensioni in Himalaya: la parete sud del Pumori, la cima ovest del Lhotse e la Muztagh Tower. Ha inoltre fatto diversi tentativi di rilievo come la cresta nord-est dell’Everest e la parete nord-est del Kalanka. Sandy lavora come guida alpina e accompagna i suoi clienti sul Bodga Feng peak in Ciina, sull’Ama Dablam, sul Cho Oyu e sull’Everest.

Rick Allen
E’ nato nel 1954. E’ andato in Himalaya per la prima volta nel 1980, l’anno seguente  ha realizzato la prima ascensione del Kirti Stambh in India e nel 1984 ha scalato la parete sud del Ganesh II in stile alpino. Nel corso della sua vita ha compiuto più di 20 spedizioni, ha scalato l’Everest e realizzato la prima ascensione della parete nord del Dhaulagiri. Dopo aver effettuato  numerose ascensioni nel Tajikistan, ha dato vita a un ufficio guide sul posto. Lavora come responsabile della sicurezza e dell’ambiente e ad oggi vive in Australia.

L’impresa al Nanga Parbat premiata dal Piolet d’Or