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Il ticket di Goloritzé

Il 26 luglio 2016 sulla pagina facebook Comune di Baunei – Santa Maria Navarrese appariva la notizia che dal 1° agosto 2016 il sentiero di accesso alla famosa Cala Goloritzé sarebbe stato percorribile solo a pagamento. Nella data indicata l’esperimento, come lo stesso Comune lo ha definito, ha avuto inizio.

Il 29 luglio c’è stata un’operazione congiunta fra uomini della Polizia Municipale di Baunei e del Corpo Forestale della BLON di Arbatax: all’alba, dieci persone, tutte di nazionalità straniera, sono state sorprese a bivaccare nell’arenile di Goloritzé. A tutti è stato contestato il mancato rispetto dell’Ordinanza Comunale sull’Uso turistico del territorio comunale e quindi a tutti è stata elevata contravvenzione.
E’ curioso che ancora oggi (3 ottobre), sul sito ufficiale del Comune, non ci sia traccia della delibera 34 del 25 luglio 2016, giorno in cui la maggioranza del Consiglio comunale ha votato il Progetto sperimentale Goloritzé. Su facebook, il 2 agosto 2016, la chiede anche Gianluca Piras: “Dove posso trovare la delibera 34 del 25/07/2016? E non mi dite nel sito istituzionale, perché lì non si trova”.

Noi crediamo che, a prescindere dalle ragioni ambientali e dalle necessità di finanziamenti del Comune di Baunei, a distanza di un bel po’ di settimane si possa tentare di fare una ricapitolazione di quest’esperimento, in se stesso utile quanto pericoloso. Vi invitiamo a commentare, lo spazio apposito qui sotto è aperto a chiunque.

Il “la” di partenza lo diamo riportando per intero quanto apparso su facebook il 26 luglio.

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Il ticket di Goloritzé
a cura di Comune di Baunei – Santa Maria Navarrese
26 luglio 2016

Nella seduta di Consiglio Comunale del 25 luglio 2016 la maggioranza ha votato compatta il Progetto sperimentale Goloritzé che, in virtù della maggioranza qualificata dei due terzi, è ora esecutivo.
Il gruppo di minoranza, che già aveva disertato la seduta della commissione usi civici convocata il 18 luglio scorso, nella quale l’unico assente risultava proprio il consigliere Antonello Murgia, ha votato contro.
La linea di indirizzo approvata è quella di concedere in gestione in via sperimentale, per un periodo di tre mesi, dal 01 agosto al 31 ottobre 2016, ai sensi dell’art. 67 del Regolamento Comunale per l’esercizio degli Usi Civici, il percorso trekking per la spiaggia denominata “Cala Goloritzé” all’associazione di scopo Club di Prodotto Supramonte di Baunei in modo da garantire:
– la vigilanza e il controllo tramite operatori all’ingresso del sentiero e in spiaggia;
– il parcheggio custodito all’ingresso del sentiero;
– i servizi igienici minimi alla partenza e al rientro dalla caletta;
– la pulizia del sentiero e della spiaggia inclusa la raccolta differenziata;
– la sistemazione di cartellonistica informativa e regolamentare.

Il sentiero sarà fruibile in ingresso dalle 7.30 fino alle 16.30 di ogni giorno.
In questa fase sperimentale è stato stabilito il pagamento di un ticket di ingresso per i servizi offerti di € 6,00 a persona adulta ed € 3,00 ridotto.
Non pagheranno il biglietto d’accesso i bambini da 0 a 6 anni, mentre i bambini da 6 a 10 anni pagheranno il biglietto ridotto.
Riduzioni previste anche per gruppi accompagnati da guide alpine e guide ambientali regolarmente iscritte nell’albo regionale delle Guide Ambientali e per i gruppi accompagnati dalle guide che aderiscono al Club di prodotto Supramonte di Baunei.
Non pagherà il ticket neanche chi, dopo una bella nuotata raggiungerà la spiaggia, una volta lasciata l’imbarcazione oltre le boe di delimitazione della cala, considerato che l’accesso alla spiaggia alle imbarcazioni è vietato. Tutto nel pieno rispetto dell’art. 1, comma 251 della Legge n. 296/2006 e della giurisprudenza in materia come di recente la sentenza del T.A.R. Sardegna, Sez. II, 12 giugno 2013, n. 205/2013.
Sarà possibile acquistare il biglietto negli infopoint, all’ingresso del sentiero ed eventualmente anche in spiaggia.
Nella stessa seduta è stato approvato lo schema di “Disciplinare per l’affidamento di servizi connessi alla fruizione ambientale e turistica del percorso trekking per la spiaggia denominata “Cala Goloritzé’”.

Sardegna, Supramonte di Baunei, Cala e Aguglia Goloritzé

Ai fini di garantire l’applicazione di questo modello di gestione di un bene di altissimo pregio ambientale e naturalistico e per dare completezza all’attività sperimentale di gestione del sentiero, verrà emendata l’ordinanza sindacale n° 14 del 24.06.2016 – Uso Turistico del Territorio Comunale, affinché si preveda:
– divieto assoluto di ingresso alla cala Goloritzé via mare;
– possibilità di rientro via mare solo dopo le ore 16.30 esclusivamente per itinerari complessi facenti parte di pacchetti escursionistici di visita guidata del Supramonte;
– chiusura del traffico veicolare volto al raggiungimento della Cala Goloritzé e altre destinazioni limitrofe dalla strada denominata “Strada Comunale Ginnirco”, posizionando una sbarra di limitazione alla circolazione all’altezza del Coile Irbiddotzili, ad esclusione degli utilizzatori della strada per gli altri usi consentiti, compresi gli usi civici.
Con l’aumento delle presenze turistiche che si è avuto in questi anni, l’Amministrazione comunale di Baunei ha constatato che gli accessi alla spiaggia di Cala Goloritzé sono praticamente incontrollati e che causano persistenti problematiche derivanti da bivacchi ripetuti e non autorizzati, dall’abbandono di rifiuti, da danneggiamenti del sito, dal verificarsi di piccoli incendi, dalla situazione a volte critica (denunciata da diversi fruitori) sullo stato igienico sanitario, dalla circolazione di veicoli su vie sterrate minori utilizzate per raggiungere più velocemente la caletta con conseguente danneggiamento delle strade stesse a discapito delle persone che devono accedervi per attività legate ai diritti di uso civico.
Le suddette criticità contrastano con gli obiettivi di buona gestione del territorio e con i dettami normativi e regolamentari in materia, tra cui la tutela dei valori ambientali e paesaggistici, le norme igienico-sanitarie, il regolamento d’uso del demanio civico, nonché con l’economia locale mirata a uno sviluppo sostenibile per la tutela e la valorizzazione di detti beni.
Per questi motivi si ritiene ormai improcrastinabile regolamentare gli accessi al sistema sentiero-cala Goloritzé, garantirne il continuo controllo e vigilanza, nonché la manutenzione e il risanamento da rifiuti e danneggiamenti, in modo da garantire la massima qualità ai tanti visitatori che scelgono Cala Goloritzé come destinazione turistica.

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Tavolara (Hermaea Insula)

Tavolara (Hermaea Insula)
di Giuliano Stenghel (Sten)

L’isola di Tavolara è un immenso scoglio di roccia calcarea, poggiato su un basamento di rocce granitiche; si erge per quasi seicento metri con pareti verticali e falesie dolomitiche che strapiombano sul mare blu turchese; una montagna in mezzo al mare ricca di vegetazione. La sua mole condiziona tutto il panorama della costa nord-orientale della Sardegna.
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Leggende e misteri narrano di quest’isola, dove convivevano pirati e reali con la famosa – ormai estinta – specie delle capre dai denti d’oro, allo stesso modo dei topi e ragni giganti, delle foche monache, degli asinelli bianchi e altre specie. Meta di re e letterati, di poeti e naviganti, e di uomini potenti e ricchissimi, luogo di tanti naufragi, ma anche di una piccola comunità che viveva di pastorizia, di pesca e successivamente estraendo la calce dai numerosi e ancora ben visibili forni. Poi, interessi di vario tipo hanno diviso l’isola in tre parti, la più bella addirittura off limits. E ciò purtroppo non è leggenda. Peccato!
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Speriamo che qualcuno si mobiliti per liberare al più presto questo posto tra i più belli al mondo.

Infatti, questa piccola isola che dovrebbe essere il più minuscolo regno del mondo, ufficialmente è “frazione” di Olbia, in gran parte di proprietà della famiglia Marzano, anche se una zona è stata espropriata dalla NATO, e della famiglia Bertoleoni (“re di Tavolara”) che gestisce i ristoranti.
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Tavolara, un posto unico, magnifico, che merita di essere visitato. Chiunque s’avventura lungo i sentieri che dal ristorante – punta d’approdo dei battelli o delle imbarcazioni – s’intrecciano lungo la costa e sullo Spalmatore di Terra, non può fare a meno di godere dei profumi del mirto, del rosmarino e delle tante specie di piante, alcune endemiche. Ma l’isola è prima di tutto una montagna che ammalia, soprattutto gli alpinisti. Salire in vetta a punta Cannone (565 metri) non è facile, anzi: i diversi percorsi e purtroppo poco segnalati e difficilmente individuabili e i tratti in cui bisogna arrampicarsi seppur servendosi di una ferratina o di un percorso con corde fisse, necessitano di una buona esperienza in montagna e di un’attrezzatura adeguata oppure di una guida alpina. Da poco è stata aperta la Via degli Angeli: un percorso con alcuni brevi tratti attrezzati che s’inerpica lungo la cresta che da Punta La Mandria sale fino a Punta di Lucca (550 metri circa) per proseguire su Punta Cannone. Itinerario alpinistico molto impegnativo che si può raggiungere seguendo il sentiero delle calchere lungo la costa.

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L’alpinismo su Tavolara si è sviluppato prevalentemente negli anni Settanta sulla parete nord-nord-ovest, grazie a Bodo Habel e altri fortissimi rocciatori tedeschi che hanno aperto le prime vie di estrema difficoltà. Proprio loro hanno portato la Croce in vetta, poi da qualcuno divelta. Prima di loro le salite erano su itinerari più facili e per cacciare.
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Con tutte le montagne del mio Trentino, perché mi sono lasciato sedurre e ammaliare dal fascino di un posto tanto lontano? Di preciso non lo so, ma le forme cariche di mistero di quello scoglio in mezzo al mare mi hanno completamente catturato. E non è soltanto questo, c’è di più, c’è qualcosa che provo dentro, che ho avvertito sin dal principio, una strana sensazione ed emozione, come se qualche forza misteriosa mi avesse chiamato in quei luoghi. Senz’altro ha contribuito la Croce in vetta che ora non c’è più…
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Quando sentii parlare di Bodo Habel e conobbi la sua storia mi feci persuaso di un cammino che doveva proseguire. Bodo era un cittadino tedesco volato da poco in cielo e che anni prima, con alcuni amici, aveva portato sulla cima della Tavolara una Croce, in seguito strappata via con forza. Ma non è tutto, dopo che avevo acquistato la mia casetta in Sardegna, venni a sapere che per una fortuita combinazione era situata proprio nelle vicinanze dell’abitazione di quel signore tedesco. Pensando a quegli avvenimenti tanto insoliti: “Il caso… è tutto così strano e straordinario. Sarà forse che lui stesso dal cielo, mi abbia voluto guidare in quel posto: di fronte all’isola rocciosa della Tavolara e per adempiere a un incarico?”. Inoltre: ”Nulla accade per caso, insomma dovevo mettere una cosa al posto di un’altra, dovevo sostituire la Croce divelta con la statua di una Madonna?”.
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La Tavolara, una montagna in mezzo al mare, con pareti scoscese sulle quali ci si può avventurare soltanto con una certa esperienza alpinistica e mentalità esplorativa. Se non fosse per il mare, sembrerebbe una delle nostre montagne, con giganteschi pilastri di roccia grigia in alto e, in basso, ripide falesie con grandi grotte. Rocce vive, inquietanti e ardite nelle forme, spettacolari per l’intensità dei colori. Questa piccola isola mi ha stregato a tal punto dal trasformare le mie vacanze, invece dell’assoluto riposo, un libro da leggere, magari qualche nuotata in un mare da sogno in continue arrampicate su pareti vergini e da brivido. Nei miei spostamenti vedo le spiagge con tante persone che sono lì tutto il giorno, sdraiate che si riposano, poi si bagnano e si riposano ancora, dormono… Allora mi viene spontanea una domanda: “Ma quanto dormono questi?”. Forse sono io che sono sbagliato, io che sono sempre in movimento. Spesso ripenso a una frase scritta sulla trave del rifugio Brentei nel gruppo del Brenta: “Non è riposo il riposo, ma mutar fatica alla fatica è riposo”. Insomma, per riposare, si può cambiare genere di fatica.
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Sull’isola di Tavolara ho provato delle sensazioni indescrivibili, immerso in una natura intatta, ho percepito qualcosa di nuovo, di diverso: una strana impressione, come se lasciata l’affollata spiaggia dell’attracco, si varcasse una porta immaginaria che conduce in un’altra dimensione. Infatti, chi si avventura su queste rocce, avverte una sensazione di solitudine ed è cosciente della pericolosità e delle eventuali conseguenze che comporterebbe un incidente di percorso. Nonostante ciò, amo questo grande scoglio, con rocce di bianco calcare a strapiombo e con una vegetazione unica e rara: un insieme di colori che si riflettono nel mare. E che mare! Non è una montagna per tutti, anzi la sua peculiarità la rende un posto dove è ancora possibile scrivere delle belle pagine di alpinismo, aprire nuove vie fuori dal giro dei grandi e più conosciuti massicci, ma non per questo meno difficili e pericolose.
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Ma, a mio parere, il versante sud-est è il più bello e interessante per la moltitudine di possibilità alpinistiche che offre. Si raggiunge via mare e la scogliera è un muro a picco che s’innalza dapprima per 250 metri per poi degradare dolcemente fino alla cresta sommitale. Una bastionata che si tuffa nel mare, lavorata da immense grotte che formano caratteristici, quanto invitanti, strapiombi e s’allunga a oriente per chilometri, originando un paesaggio dall’aspetto selvaggio, grandioso, incantevole. Qui la falesia è prevalentemente magnifica: lavorata e levigata dal tempo, dal vento e dal salmastro del mare che si fonde con la roccia così impervia. Rocce solide, bianche e giallastre, variamente maculate di marron scuro: un calcare dolomitico che all’alba si colora di rosa. Qui l’ecosistema è dominato dallo spettacolo di una natura prevalentemente intatta. Su queste falesie, ricche anche dal punto di vista faunistico, nidificano molte specie di volatili e in particolare i gabbiani. Il paesaggio offre scorci e contrasti unici e indimenticabili: un insieme che colpisce l’anima. Che posto sublime!
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Ricordo la prima volta che ho scalato questo versante: una giornata splendida di primavera, sulla barca il silenzio era quasi irreale ma quando, con i miei compagni, abbiamo messo le mani sulla pietra, all’improvviso si è scatenato un trambusto impressionante, centinaia di gabbiani in allarme gridavano e volavano sopra le nostre teste, uno spettacolo inquietante e per noi la paura che gli uccelli ci attaccassero per difendere i loro piccoli nei nidi. E’ difficile spiegare il paradiso di questo immenso scoglio lungo quasi sei chilometri. L’alpinista che vi ci si avventura non potrà non rimanere colpito dalla luce e dai colori: il blu trionfa dappertutto nel mare e nel cielo. Ciononostante per guadagnarsi l’attacco di molte vie ci vuole un’imbarcazione, inghippo che con il tempo e soprattutto con l’aumento d’interesse di chi vorrà scalarla, sono certo, si potrà risolvere. Alcune vie sul tratto di falesia vicino a punta La Mandria si possono già raggiungere via terra arrampicando sul traverso, per ora di oltre mille metri, che ho aperto a pelo d’acqua e dedicato a mia moglie Nicoletta.
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Estate 2013: immerso nella natura intatta dell’isola di Tavolara vivo delle sensazioni indescrivibili. Sono solo ai piedi di questa immensa scogliera in procinto di attraversarla a pelo d’acqua, allo stesso modo del traverso dedicato a Serenella sul lago di Garda. La parete è bellissima, di quelle che non ho mai visto: quasi sempre verticale o addirittura strapiombante. L’arrampicata si rivela costante, con tratti lisci e con piccoli, minuscoli appigli per le dita e appoggi per i piedi: nonostante ciò sono tranquillo in un ambiente sicuro, piacevole e divertente, consapevole che nella peggiore delle ipotesi, in caso di caduta, mi rinfresco in acque turchesi e cristalline. Mi sento agile nei movimenti e soprattutto percepisco che il mio corpo è ancora vivo sul verticale, in piena sintonia con la parete, anzi, motivato dal fatto di essere su un terreno vergine e in procinto di aprire un traverso quasi infinito: una nuova via che dedicherò a mia moglie Nicoletta. Provo l’emozione di una roccia fantastica, di un mare unico, dei colori, dei suoni delle onde che s’infrangono, del caldo riflesso del sole e il dolce sussurro del vento: insomma la gioia e la libertà di un piccolo paradiso in terra. La strana sensazione di scrutare la scogliera, a volte così levigata, e cercare di proseguire con il corpo in perfetto equilibrio sulle punte dei piedi, e accarezzare la roccia alla ricerca della più piccola rugosità che mi permetta di cambiare posizione, di trovare il modo di abbinare armonicamente mani e piedi nella sequenza giusta. Tanta la concentrazione e la determinazione nel riuscire a combinare ogni mossa, come in una partita di scacchi. Mi sforzo di comprendere, percorrere e capire dove passare, provo forti emozioni e grandi soddisfazioni e nulla conta se non la conquista di un pezzo di parete. Su un tratto per me impossibile mi lascio cadere e a nuoto raggiungo la grande grotta della “Cattedrale”. Al suo interno è l’agognata ombra e la Madonnina che, con Mariano, abbiamo poggiato per Juani, un ragazzo paralizzato e pochi mesi fa miracolosamente guarito: un posto da sogno dove è bello stare soli a meditare e pregare. I miei occhi si perdono sulla volta strapiombante dove, pochi giorni fa con Massimo, abbiamo aperto una via molto bella e rifletto sulla mia passione che ancora mi spinge a scalare le montagne, a continuare a salire, lasciandomi dietro migliaia di appigli ed emozioni, senza rimpianto, ma con la consapevolezza che ogni difficoltà, ogni piccola asperità mi aiuterà a crescere. Rimango a lungo seduto sulle rocce in ombra e poi mi convinco di proseguire nella mia scalata. In un tratto privo di appigli mi lascio trasportare dalla roccia in alto e ritorno con la mente alla concentrazione e alla consapevolezza di non poter più cadere. Su è giù, perdendo così la dimensione dello spazio e del tempo. All’improvviso il sole scompare e la parete entra in ombra, poi si alza il vento e il mare si fa increspato. Lo stesso mare che poco fa era una lavagna nella magia di mille luci e infondeva tanta tranquillità, ora è scuro, mosso, inquieto come il mio animo. La furia delle onde che s’infrangono sulla scogliera crea spruzzi altissimi che m’investono come per mostrarmi che non sono io che domino la natura, bensì il contrario. Mi guardo attorno alla ricerca di qualche imbarcazione per un passaggio fino al punto d’attacco ma, purtroppo, non c’è anima viva. Ispeziono le rocce sovrastanti per un’eventuale scalata libera lungo l’alta scogliera: dovrò superare duecento metri di rocce verticali e poi una lunga arrampicata fino in cresta. Come in tante altre situazioni limite cerco una soluzione, ma ogni situazione è diversa e mi rendo conto che devo fare una scelta: nonostante la roccia bagnata, in alcuni tratti scivolosa, e le onde che disturbano i movimenti, decido di ritornare in arrampicata. Sono stanco morto e ho tanta sete. Su un tratto difficile gli schizzi delle onde mi aggrediscono mettendo a dura prova il mio equilibrio, le dita stringono delle piccole rugosità, carico di peso una minuscola asperità e… scivolo, ruzzolando in mare. Tra le onde la solitudine e una forza che mi vuole scaraventare contro la roccia tagliente; non mi resta che nuotare in mare aperto con tutte le forze in corpo e in direzione della grotta della “Cattedrale”. Sono un buon nuotatore, ma credo che mai nella vita mi sono trovato a sguazzare con tanta fatica e impegno per galleggiare. Finalmente raggiungo la grande spelonca e dopo essere riuscito a risalire sulla roccia mi sdraio sfinito dieci metri sotto la statua della Madonna. Ora non so più come fare e mi viene spontanea una preghiera. Fortunatamente il vento cala e il mare si tranquillizza. Mi riporto all’esterno dell’anfratto e il mio sguardo si perde sull’infinita scogliera. Il mare è ritornato liscio come l’olio e riflette tutti i colori del tramonto. E’ una sera calda d’agosto quando ricomincio a scalare. Le gambe non mi reggono più dalla fatica e le braccia mi fanno male. Per l’ennesima volta mi trovo a scegliere: roccia o acqua? E mi lascio cadere. Colgo una sensazione strana di benessere: sto veramente bene nell’acqua così tranquilla, tutti i muscoli si stano rilassando e mi abbandono. L’ambiente è tutta un’altra cosa e avverto una serenità interiore, l’opposto dell’ansia che avevo con il precedente bagno nel mare mosso. Nuotando lentamente a dorso nella pace di questo momento che prelude alla notte, mi viene da chiudere gli occhi e addormentarmi.
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Sul sentiero, nella solitudine della sera, mi perdo in un cielo pieno di stelle che si sono improvvisamente accese formando tante costellazioni e la luna piena, argentea che si specchia con un lungo cono di luce sul mare piatto e lo ricopre con il suo chiarore. In questo ambiente da sogno, è bello stare solo con la natura e farmi prendere dai pensieri e dai ricordi: tanti i sogni realizzati o infranti, il calore di forti emozioni provate, moltissime le gioie e le soddisfazioni, altrettanto l’entusiasmo, ma anche le delusioni e un’infinità di lacrime. Ma ancora desideri nel cassetto che mi fanno lottare affinché i miei sogni divengano realtà. In alto, l’ombra di Punta Cannone si staglia nel cielo, maestosa, imponente e incomparabile. M’incute timore e mi riporta indietro nel tempo, a quando muovevo i primi passi sulla roccia. Sono passati oltre quarant’anni e sono ancora qui che cammino… spesso sul verticale: è una passione, forse la ricerca di certi valori, di sicuro qualcosa di essenziale della mia vita. Una stella cadente attraversa la volta celeste e mi ricorda che è la notte di San Lorenzo: la notte in cui le stelle si staccano dal firmamento. Si dice che quando se ne vede una precipitare in cielo si può esprimere subito un desiderio e si realizzerà. Chiudo gli occhi e…”.

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Accompagnare in Sardegna

Ogni regione italiana ha evidentemente le sue caratteristiche geografiche e culturali e in ciascuna di esse si è sviluppato uno stato di fatto più o meno disordinato nell’ambito delle professioni di guida alpina e di accompagnatore.

Un’analisi della situazione, assai impegnativa, richiede una ricerca regione per regione. Abbiamo optato di iniziare con la Sardegna.

Un caso particolare
Il recente caso delle indagini sulla via ferrata del Cabirol a Capo Caccia è l’esempio lampante di come la situazione sia per certi versi insostenibile.

Noi crediamo che l’autore della ferrata, Corrado Conca, abbia operato al di fuori della legge perché a dispetto di un’accurata ricerca presso le istituzioni non siamo riusciti a trovare alcun documento che provasse ad aggirare i vincoli del Parco o la classificazione a rischio franosità che caratterizza l’intera zona di Capo Caccia. Qui non è in discussione quanto i geologi hanno asserito, per quel che ci riguarda possono anche aver preso una cantonata. Conca invece sostiene che “la ferrata del Cabirol è sicura” (vedi http://www.sardegnaoggi.it/Cronaca/2016-04-29/32263/Capo_Caccia_la_replica_dellesperto_Nessun_pericolo_la_ferrata_del_Cabirol_e_sicura.html). In quell’articolo (di Andrea Deidda) Conca è definito “guida escursionistica, già istruttore di speleologia, torrentismo e arrampicata”. E, in quanto “padre” del percorso che abbraccia le falesie di Capo Caccia, “è stato lui a progettare e realizzare la Ferrata del Cabirol ed è lui ad accompagnare ogni anno centinaia di persone a scoprire panorami mozzafiato”. Conca non deve convincere noi, deve semplicemente rispettare la legge.

Al di là di una specifica “legalità del percorso”, con quell’affermazione Deidda e Conca dimostrano di non riconoscere la legge 6/89, attualmente vigente, e neppure vi fanno cenno, preferendo declassare la ferrata a percorso a “difficoltà non di carattere alpinistico”. Non solo dunque non conoscono o ignorano le normative ma anche dimenticano tutta la tradizione più che centenaria su ciò che le vie ferrate rappresentano…

La prova di quanto diciamo è in questo film (trasmesso a suo tempo dalla trasmissione Linea Blu di RAI1), più precisamente al minuto 3’40”.

Scrive in proposito Stefano Michelazzi (con il quale non possiamo che essere d’accordo): “Eddai che da questi nuovi pionieri delle montagne riceviamo tutti una lezione su ciò che significa gradi, difficoltà, assicurazioni, ecc. Praticamente noi alpinisti non abbiamo mai capito una mazza di cosa stiamo facendo perché ora arrivano i nuovi messia a spiegarci che un cavo fisso al quale ci si ancora non è alpinismo ma semplice escursionismo… e pensare che dal 1869, quando venne attrezzata sul Grossglockner la prima via ferrata, eravamo certi che fosse un percorso alpinistico ma… non sapevano allora  che per poter accompagnare clienti su di un percorso alpinistico 150 anni dopo si sarebbe dovuto essere obbligatoriamente Guide Alpine. Perciò oggi, se cambiamo da alpinistica a escursionistica la definizione delle ferrate, si può accompagnare anche senza essere Guide Alpine! Ma guarda là che bell’escamotage…! Ma allora sarebbe il caso di avvisare le aziende produttrici che moschettoni, imbraghi e quant’altro non sono attrezzature alpinistiche ma soltanto escursionistiche…

V’è poi l’ulteriore considerazione che, anche se si è “istruttori” di arrampicata, l’accompagnamento non può essere svolto come professione perché a questo è attualmente abilitata solo la figura di Guida Alpina. Siamo tutti in attesa dell’emendamento alla legge 6/89 (vedi http://www.banff.it/riordino-nelle-professioni-di-guida-alpina-e-accompagnatore/).

Siamo partiti dall’attualità e da un caso particolare per giungere a esprimere qualche idea/proposta di carattere generale.

Alcune idee generali
In generale si può dire che quello che serve in Sardegna è una somma di figure che possano accompagnare lungo percorsi scoscesi dove si usano le mani (quindi si arrampica) e ci si cala (come il Selvaggio Blu, per esempio), siano in grado di realizzare brevi assicurazioni, insegnino e accompagnino arrampicata sportiva su monotiri e multipitch, insegnino e accompagnino nelle forre e sulle vie ferrate.

Cominciamo col dire però che tutte le figure indicate non avranno mai significato se non verranno azzerate (o almeno fortemente ridimensionate) le attività a pagamento che attualmente svolgono le varie associazioni sportive dilettantistiche (UISP, FASI, ecc.) che offrono ai non possessori di titoli a livello nazionale la possibilità di esercitare attività.

Come primo passo si potrebbe:

– eliminare la possibilità di poter percepire denaro a livello personale da parte degli associati (attualmente la cifra si aggira sui 7.500 euro all’anno, esentasse): con la motivazione che se i soci di una qualunque associazione (non rientrante nella 6/89) accompagnano qualcuno possono farlo solo a titolo completamente gratuito. E’ comprensibile che in questo caso le associazioni farebbero grande resistenza (con conseguenze oscillazione di voti politici e amministrativi): in alternativa, si potrebbe limitare il “rimborso spese” a una cifra irrisoria tipo 1.000 euro annuali, oppure a un tot per ciascun corso o evento organizzato (tipo 300 euro forfetari all’istruttore per rimborso del corso o dell’evento organizzato).

– obbligare a inserire in ogni locandina o comunicazione (anche quelle via mail) ai soci che “l’attività non va a sostituire quella delle figure abilitate professionalmente dalla legge 6/89” (comunque questa venga aggiornata tramite l’emendamento);

– sopra una certa cifra obbligare all’apertura di una partita IVA meno agevolata di quella delle figure riconosciute;

– aumentare decisamente la multa di abuso di professione di guida alpina/canyoning/accompagnatore di media montagna, partendo da un minimo per esempio di 30.000 euro. In questo caso occorre valutare assieme a un legale come si possa fare in modo che la 6/89 emendata s’inserisca nell’art. 348 C.P. per aumentare le sanzioni già previste in via generica.

Capo Caccia. Foto: Camping Village Torre del Porticciolo – Alghero
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Per tutte le figure
Obbligatoria l’assicurazione dei partecipanti a qualsiasi tipo di attività e naturalmente la RC di tutte le figure professionali.

Numero massimo limitato di partecipanti per istruttore e accompagnatore, comminando pene severe nel caso in cui questo numero non venga rispettato.

Obbligatorio un corso aggiornamento ogni tot anni per mantenere la qualifica.

Più in particolare, in riferimento all’emendamento
Che l’Accompagnatore di Media Montagna diventi una figura nazionale e non più regionale e sia abilitata all’accompagnamento su neve”:

Legiferata dalla Regione Autonoma Sardegna esiste già una legge regionale attinente le professioni turistiche (LR n.20/18-12-2006) attraverso la quale è stata istituita la figura della Guida Ambientale Escursionistica (GAE) che in pratica si sovrappone a quella dell’Accompagnatore di Media Montagna ma con criteri di selezione probabilmente più severi (laurea in materie ambientali, conoscenza di due lingue, ecc.). Questa legge non indica in maniera precisa se la GAE può accompagnare o meno su neve: perciò in qualche modo lo permette, almeno sul Gennargentu, l’unico luogo dove la neve ha una certa persistenza sull’isola, sebbene per pochi mesi all’anno.

In questo senso quello che la legge dovrebbe fare per prima cosa è assorbire le figure già riconosciute presenti in registri ed elenchi dalle leggi regionali. In secondo luogo dare dei criteri di qualità minimi della figura (un corso base con le materie che deve conoscere).

In quest’operazione, meglio lasciare una certa autonomia alle Regioni di adattare la figura di Accompagnatore di Media Montagna (AMM) alle specificità regionali.

Permettere a chi è laureato in materie scientifiche ambientali (agronomi, geologi, naturalisti, biologi, ecc.) di evitare alcune materie del corso AMM in quanto già seguite dagli specifici corsi di laurea.

Sempre al riguardo della figura dell’AMM e osservando la tipologia dei sentieri e percorsi, è evidente che anche in Sardegna è facile sconfinare… Su Selvaggio blu, per intenderci, ogni tanto bisogna fare delle sicure. Se non ci sono degli spit, che fa l’AMM? Aspetta che arrivi una guida alpina o un Maestro di Arrampicata che gli piazzino due chiodi e un cordino per fare una sosta, oppure se la fa da solo? Oppure vietiamo Selvaggio blu all’AMM?

E’ evidente che l’ambito di operatività dell’AMM deve essere un po’ ampliato, al di là del discorso neve.
Che sia istituita la nuova figura di Guida canyoning”:
In Sardegna la maggior parte delle gole non presenta scorrimento idrico (dove in pratica si tratta di buttare giù delle comuni doppie senza bisogno assoluto di utilizzare le tecniche standard del torrentismo) e solo alcune hanno un flusso d’acqua tale da poterlo equiparare a quelle presenti in nord Italia.

Il Maestro di Arrampicata dovrebbe essere abilitato ad accompagnare anche in forre in cui però non siano necessarie le tecniche standard di torrentismo che si applicano in genere quando lo scorrimento idrico è elevato. Sostanzialmente accompagnare in forre V7 (escludendo ovviamente la presenza di cascate e portata e considerando solo le difficoltà legate all’arrampicata e calata su corda) e A1 massimo. Vedi scala difficoltà http://www.gulliver.it/help/scala_canyoning.php.

A una figura ben più completa e specializzata sul canyoning, come appunto la Guida canyoning tratteggiata dall’emendamento, sarebbe riservato in più l’accompagnamento e l’insegnamento della progressione con difficoltà V7 A7.
Che sia istituita la nuova figura del Maestro di arrampicata”:
Il Maestro di Arrampicata sarà autorizzato a livello nazionale ad accompagnare e insegnare la progressione in via ferrata e arrampicata sportiva, quindi sulle ferrate, sentieri attrezzati e su monotiri e multipitch attrezzati per l’arrampicata sportiva, quindi con grado di difficoltà al massimo S1. Ma ci sono itinerari, solo apparentemente meno impegnativi, che sfuggono a queste classificazioni. E’ facile sconfinare.

Il Maestro d’Arrampicata sarà formato dalle Guide Alpine e gli dovranno essere insegnate tante cose che esulano dallo sportivo vero e proprio, compresa l’abilitazione a costruire ex-novo ancoraggi per corda doppia. Per non parlare delle necessarie nozioni sull’etica dell’arrampicata e sulle norme e rispetto ambientale, con qualche cenno di legislazione ambientale e approfondimenti su base regionale su questo tema.

Sarebbe anche apprezzato, come di sicuro anche in altre regioni, che questa figura possa, volendolo, continuare il suo percorso come Guida Alpina, riconoscendole quanto già fatto fino a quel punto, onde abbreviarle e renderle meno costoso l’iter.

La Scala del Cabirol per raggiungere la Grotta di Nettuno, Capo Caccia
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In generale
La legge 6/1989 dice chiaramente che l’attività di guida alpina è rivolta “comunque laddove possa essere necessario l’uso di tecniche e attrezzature alpinistiche”.

La legge 4/2013 è abbastanza vaga. Dice in pratica che vengono ritenute libere quelle attività non legiferate e non rientranti in albi e ordini, ecc. Ma questo non vuole dire però che ci si possa inventare una professione superspecifica come a esempio un fantomatico Accompagnatore sulle dune delle spiagge della Calabria. Logico che questa figura non si troverebbe in nessuna legge, ma a ben vedere potrebbe invece rientrare probabilmente nella figura della Guida Ambientale Escursionistica (riconosciuta in alcune Regioni Autonome con leggi ad hoc).

Il punto cruciale è proprio chiarire cosa si intende quando si parla di tecniche e attrezzature alpinistiche. Esiste una lista ufficiale a riguardo da qualche parte?

Occorrerebbe sancire che:

– l’attrezzatura che viene utilizzata è definibile tale se è stata omologata come attrezzatura alpinistica da un organo nazionale o superiore (UIAA, CE);

– le tecniche che sono utilizzate sono equiparabili a quelle presenti nei manuali di arrampicata e alpinismo, sia in quelli per i praticanti semplici che per i soccorritori (CNSAS, ecc.).

Segnaliamo due link che sollevano il problema:
http://www.guidealpine.it/attenzione-agli-abusivi-del-canyoning.html
http://www.loscarpone.cai.it/news/items/abusivi-del-canyoning.html


Attrezzatura e chiodatura
Oggi in Sardegna chi è abilitato legalmente al lavoro su corda può realizzare fisicamente l’attrezzatura di una via ferrata o di vie di arrampicata sportiva (commissionate da enti pubblici). Indipendentemente dalla presenza di un progetto. Ciò che succede è che si salti infatti la fase del progetto.

Ma è giusto che un grafico, o un idraulico o un bagnino possano PROGETTARE una via ferrata e itinerari di arrampicata sportiva per enti pubblici?

Si tratta di percorsi che invece richiedono studi tecnici preventivi (soprattutto per le vie ferrate), esperienza nella scelta dei materiali (cementante, metallo, tipo di strutture da utilizzare, ecc.). In certi casi (vengono in mente i ponti “tibetani”) dovranno esserci valutazioni e calcoli che ricadono nelle competenze di un ingegnere o simili.

Attrezzatura delle vie ferrate e tracciatura di itinerari sportivi (almeno quelli che sono commissionati da enti pubblici) dovrebbero dunque essere riservate a figure ad hoc, in questo momento purtroppo non ancora contemplate nell’emendamento della 6/1989.

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Le indagini sulla via ferrata del Cabirol (Capo Caccia)

Aperte le indagini a Capo Caccia, Alghero (SS), sulla Via Ferrata del Cabirol

Le associazioni ambientaliste  Gruppo d’Intervento Giuridico Onlus e Mountain Wilderness Italia hanno richiesto delucidazioni in merito alla realizzazione della Via Ferrata del Cabirol e di alcuni itinerari di arrampicata sportiva presenti all’interno del Parco Regionale di Porto Conte. Tale decisione è scaturita dopo avere appreso che l’area presenta il massimo livello di pericolosità di frana e che la costruzione della via ferrata, che attraversa un’area protetta, è avvenuta su iniziativa privata.

Alla richiesta di informazioni agli enti preposti, tra cui la Commissione Europea e il Ministero dell’Ambiente, della Tutela del Territorio e del Mare, le due associazioni fanno seguire una richiesta di eventuale adozione di provvedimenti finalizzati alla salvaguardia dell’incolumità dei frequentatori e dei valori ambientali e paesaggistici.

Siamo preoccupati non solo per la salvaguardia delle specie ma anche per l’incolumità delle persone” sottolinea Mountain Wilderness “ci siamo chiesti come fosse possibile progettare questi percorsi in un’area indicata come a rischio molto elevato di frana e ci allerta il fatto che ancoraggi come quelli utilizzati sul posto siano stati causa di incidenti, non solo in Sardegna”.

Capo Caccia
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Secondo la documentazione raccolta dalle associazioni l’area occupata dagli itinerari è classificata nel contesto di Natura 2000 come Sito di Interesse Comunitario e Zona di Protezione Speciale e ciò prevede una serie di tutele, in particolare per quanto riguarda le piante e gli animali.

Alcuni degli uccelli più rari d’Europa come Grifoni, Falchi pellegrini e l’Uccello delle Tempeste, sono di casa a Capo Caccia e vengono indicati dalla Comunità Europea come “specie prioritarie” in quanto rare o a rischio di estinzione.

Difficili da raggiungere, le pareti sono scelte per nidificare proprio per la loro inaccessibilità e la loro frequentazione da parte dell’uomo può portare all’abbandono dei piccoli e alla creazione di nidi altrove.

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La frequentazione dei percorsi attrezzati, da gennaio/febbraio fino all’estate, disturba il periodo di riproduzione delle specie.

Per queste ragioni il Ministero all’Ambiente indica le attività sportive legate alle pareti come una potenziale minaccia per l’avifauna selvatica mentre il Club Alpino Italiano ha deciso dal 1990 di non acconsentire alla costruzione di nuove vie ferrate. Vedi Approfondimento Normativo.

Alle volte ci viene da pensare che un’attività che si svolge in ambiente sia un’attività che lo vive con rispetto“ continua Mountain Wilderness “ma questo è vero solo quando chi la pratica adatta le proprie azioni alle esigenze della Natura e non viceversa. Solamente allora possiamo parlare di sport sostenibili.

Mountain Wilderness incoraggia la frequentazione dell’ambiente solo quando questo non venga considerato una palestra o un parco giochi. E’ favorevole a una valorizzazione del territorio che sia davvero rispettosa delle normative ambientali e della sicurezza, privilegiando perciò itinerari che per loro caratteristica non si adeguino alle esigenze sportive, lasciando così intatta l’essenza naturale del luogo.

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Ricostruzione dei fatti
Sulla base di una prima ricerca su internet è facile individuare l’itinerario su www.ferratacabirol.it. Nel sito è indicato che la via ferrata è stata costruita (Storia di un apertura) su iniziativa privata.

E’ possibile inoltre osservare che gli interventi di chiodatura e modifica del percorso sono stati incrementati nel corso degli anni.

In Manutenzione della Via Ferrata, viene indicato che gli ancoraggi sono di acciaio inox, talvolta AISI316 e talvolta AISI304 (sono note in bibliografia rotture di ancoraggi di quest’ultima tipologia in prossimità di ambiente marino).

12 settembre 2009, viene accompagnata l’equipe di Linea Blu lungo la Via Ferrata https://vimeo.com/6545896.

3 ottobre 2014, il Comune di Alghero aggiudica i lavori di mitigazione del pericolo di frana a causa della segnalazione di blocchi pericolanti, (aggiudicazione n.758 del 3-10-2014) nel tratto di costa compreso tra la Scala del Cabirol e il Semaforo.

13 marzo 2015 viene fatto precipitare un grande blocco di roccia che è risultato proprio sopra il tracciato della la Via Ferrata. Quanti altri blocchi come questo ci saranno lungo il percorso? Di chi potrebbero essere le responsabilità in caso di incidente?

Il 21 novembre 2015 (http://video.gelocal.it/lanuovasardegna/locale/capo-caccia-il-gigante-di-roccia-precipita-in-mare/40012/40110) un gruppo di equilibristi buca con il trapano le rocce della parete appoggiata (in cui sono presenti anche decine di ancoraggi di arrampicata sportiva) per inserire alcuni ancoraggi per tendere una corda. L’inserimento degli ancoraggi è avvenuto senza autorizzazione del Parco e senza avere effettuato una eventuale Valutazione di Incidenza Ambientale. I turisti vengono denunciati dal Corpo Forestale e di Vigilanza Ambientale.

23 novembre 2015: le associazioni LIPU e WWF emanano un comunicato stampa (http://www.algheroeco.com/slackline-capo-caccia-wwf-e-lipu-daccordo-con-la-denuncia/) in cui approvano l’operato del CFV.

Le associazioni asseriscono nell’articolo che “Le associazioni ambientaliste WWF e Lipu ricordano che l’area interessata dalla perfomance di slackline è un’area particolarmente protetta inserita nel Sito di Interesse Comunitario e Zona di Protezione Speciale per la presenza di flora endemica e la nidificazione di uccelli rari o a rischio di estinzione come l’uccello delle tempeste, le berte maggiori, il gabbiano corso e il falco pellegrino.”

Gennaio 2016. In occasione di una ripetizione della Via Ferrata da parte di membri della Mountain Wilderness viene osservata una coppia di Falco pellegrino in prossimità della parete della ferrata e osservati alcuni dettagli tecnici come la tipologia di materiale diverso utilizzato e i diametri del cavo di acciaio (linea vita) di dimensioni diverse. Nasce il dubbio che l’itinerario sia stato omologato.
Sia lungo il percorso, nei ripiani in parete, della Via Ferrata che poco prima di raggiungerne l’attacco, sono stati osservati degli itinerari di arrampicata sportiva che prevedono decine e decine di ancoraggi e alcuni attacchi con catene (http://www.corradoconca.it/index.php?option=com_content&view=article&id=20:qatsi&catid=2& Itemid=101&lang=it).

In questa fase il Gruppo d’Intervento Giuridico Onlus (GRIG) e MW aspettano che gli enti dicano come è la situazione dal loro punto di vista (esiste un progetto depositato e approvato? Esiste una valutazione di incidenza ambientale approvata? Esiste l’autorizzazione della comunità europea, del parco e del comune?). Dopo queste risposte si potrà ricorrere a denuncia circostanziata.
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Sito di importanza comunitaria – SIC “Capo Caccia (con le Isole Foradada e Piana) e Punta del Giglio”IndaginiViaFerrataCabirol-itb010042_a4-vert

Zona di protezione speciale – Z.P.S. “Capo Caccia”. Foto Benthos, C.B., S.D., archivio GrIG.IndaginiViaFerrataCairol-zps-itb013044-capo-caccia

 

Link correlati:
Rischio di frana sulla Via Ferrata del Cabirol
http://notizie.alguer.it/n?id=46370

Drammatica caduta del blocco di roccia pericolante sulla Via Ferrata del Cabirol, il video
http://video.gelocal.it/lanuovasardegna/locale/capo-caccia-il-gigante-di-roccia-precipita-in-mare/40012/40110

Buca le falesie del Parco Regionale di Porto Conte. Slackliner denunciato!
http://www.algheroeco.com/slackline-capo-caccia-wwf-e-lipu-daccordo-con-la-denuncia/
http://lanuovasardegna.gelocal.it/alghero/cronaca/2015/11/21/news/alghero-buca-le-falesie-di-capo-caccia-per-fissare-la-fune-equilibrista-denunciato-1.12484270?refresh_ce oppure file in pdf.

Alleghiamo anche i segg. documenti:
Legge Regionale 26 febbraio 1999, n. 4
Istituzione del Parco naturale regionale “Porto Conte”.
(Documento del 16/10/2012 11.22.25, autore: Regione Autonoma della Sardegna);
Statuto del Parco
Statuto adottato con Delibera del Consiglio Comunale di Alghero N° 21 del 5.5.2000, resa esecutiva dal Provvedimento del CO.RE.CO. N° 1769/021 del 21.6.2000, e approvato con Delibera della Giunta Regionale N° 40/46 del 12.10.00, resa esecutiva dalla Determinazione del Direttore Generale dell´Assessorato Difesa Ambiente N° 3065/V del 6.12.00 Modificato con deliberazione del Consiglio Comunale n.8 del 13.01.2015
(Documento dell’11/05/2016 12.54.22, autore: Azienda Speciale Parco di Porto Conte);
Disciplinare delle guide del Parco
Disciplinare della attività della “Guida ed educatore ambientale del Parco Naturale Regionale di Porto Conte e della foresta demaniale di Porto Conte”
(Documento del 16/10/2012 11.22.52, autore: Azienda Speciale Parco di Porto Conte).

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Il quiz di Prosecco Way

Il quiz di Prosecco Way

Nel marzo 2015 Corrado Pìbiri fa un giro di ricognizione alla parete ovest-nord-ovest del Monte Gutturgios. Siamo nella valle di Lanaitto, al margine settentrionale del Supramonte, nelle vicinanze di Tiscali. Una parete di circa 200-250 metri di bellissimo calcare presenta ancora la possibilità di belle linee di salita.

Nel 2004 Lorenzo Nadali, con Andrea Calvo, vi aveva aperto Brutti, sporchi e cattivi, un capolavoro d’intuito. Proprio di fronte è la grande parete sud di Monte Uddé, quella della mitica Tempo Reale di Marco Bernardi e di tante altre vie ben più moderne, quelle di Nadali, Dal Pra e Lecis.

Pìbiri si rivolge al settore destro, circa 300/400 metri a destra della via di Nadali. Camminando alla base della parete, in corrispondenza di uno dei pochi punti scalabili (tutta la fascia bassa della parete è alquanto liscia per una ventina di metri), con somma sorpresa trova una vecchia scritta realizzata con il martello: Prosecco Way.

ProseccoWay-Pibiri-scritta 2
Nessuno ne sa nulla.
Purtroppo è pomeriggio inoltrato, l’indomani è brutto tempo. Sembra roba vecchia… La parete, a occhio e croce, sarà alta più di 250 mt.
Pibiri non demorde, torna il 9 maggio 2015 con l’amico Simone Pireddu con l’intenzione di ripeterla, più che altro per chiarire il mistero di una via mai da alcuno conclamata.

Su Prosecco Way, Monte Gutturgios
ProseccoWay-Pibiri-P1070568Queste le sue osservazioni, durante la ripetizione:
– le soste sono attrezzate con un solo fix da 8;
– le piastrine sono di quelle artigianali tipiche degli anni ’80 (vedi foto);
– in quel periodo non esistevano i trapani, perciò sembra strano che abbiano forato a mano per mettere i fix;
– i fix sono assolutamente inutili perché posizionati sempre vicino a grossi alberi;
– la via si ferma alla fine del quinto tiro sotto uno scudo decisamente ostico. Se fino a lì si è nell’ambito del quinto grado, sullo scudo si preannuncia almeno un 6c+;
– cosa ancora più strana, alla S5 arriva da sinistra un’altra via, chiodata bella distante a fix inox Raumer, e tutto muore lì.

Dalla S5, Pìbiri e Pireddu decidono di evitare lo scudo e di uscire a sinistra, terminando così la via.

Su Prosecco Way, Monte Gutturgios
ProseccoWay-Pibiri-ProseccoWay-11225462_967920663259438_3929054179128732478_nQui di seguito la relazione:
Prosecco Way, parete ovest-nord-ovest del Monte Gutturgios (valle di Lanaitto, Oliena).
Primi salitori fino alla S5, ignoti.
Prima probabile ripetizione: Corrado Pibiri e Simone Pireddu, 9 maggio 2015.
Sviluppo: 360 metri circa.
Materiale: NDA, 10 rinvii, friend fino al 2 BD, nut, fettucce.

ProseccoWay-Pibiri-P1070567Si attacca nell’unico punto debole della fascia alla base della parete, su dei conglomerati.
Dapprima verticalmente poi leggermente in obliquo verso dx su ottima roccia con un po’ di vegetazione. S1 su un fix e albero (40 metri, IV).
Verticalmente per una paretina splendidamente lavorata e articolata, poi qualche alberello di troppo fino alla S2 su un fix e albero (40 metri, IV).
Sempre verticalmente su roccia fantastica fino a una bella rampa che corre verso dx. Circa a metà della rampa si prosegue sulla sx, su placca, fino alla S3 con cordone su grosso albero (45 metri, IV).
In obliquo sulla sx e poi dritti su roccia verticale. Ci si sposta leggermente sulla dx su una bella fessura, si supera un piccolo avancorpo e si giunge alla S4 su un solo fix posto al margine dx di un grottino. Preferibile far sosta 4 metri più in basso su un grosso albero (30 metri, V-).
Si prosegue sulla placca a dx del grottino (chiodo) su roccia un po’ più verticale e meno articolata. Si costeggia sulla sx un grosso ginepro secco e dopo un’ultima paretina verticale (chiodo) si arriva alla S5 (un solo fix): anche qui è preferibile far sosta tre metri più a sx dove c’è la possibilità di avere due punti di sosta (40 metri, V).
Da qui in poi non sono più state trovate tracce di passaggio: la stima è che gli apritori abbiano interrotto la salita alla S5.
In obliquo verso sx verso un evidente diedro sotto a degli strapiombi gialli. Si sale su una roccia fantastica sul diedro verticale e molto articolato (lasciato un chiodo). Uscire sulla sx e allestire la S6 su un comodo terrazzino (45 metri, V+).
Pochi metri in verticale e si esce sulla cresta che si percorre verso dx. S7 su albero (30 metri, III).
Si prosegue sull’evidente filo di cresta per altri 90 metri (un passo di III+) fino a S9, su albero, in vetta.
Discesa a piedi verso sud, poi sulla parete ovest-nord-ovest lungo la “scala” Su Piggiu de Sant’Elene in alcuni tratti attrezzata con spezzoni di corda e cavi d’acciaio.

ProseccoWay-Pibiri-Prosecco Way e mistero a sxNon è abitudine di questo blog pubblicare o comunque promuovere nuovi itinerari: altre sono le sedi adatte. Ma in questo caso abbiamo fatto un’eccezione, pensando che potremmo essere fortunati a giungere a conoscenza dei nomi dei primi salitori, non solo di Prosecco Way, ma anche dell’itinerario subito a sinistra (che Pibiri si è comunque ripromesso di andare a ripetere…).

ProseccoWay-Pibiri-Su piggiu de Sant'Elene

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Oltre a Selvaggio Blu

Oltre a Selvaggio Blu
L’Anello Boladina-Ferrata di Goloritzé

Sebastiano Cappai è felice: dice che il 1° aprile 2015 non verrà più ricordato come sa die de sas brullas (il giorno delle burle), ma come il giorno in cui a Baunei è risorto S’Iscalone de Boladina. Ed erano ben 100 anni che mancava all’appello.

S’Iscalone de Boladina. Foto: S. Cappai
Anello-Boladina-Ferrata-2Questa importante opera di ingegneria pastorale permetteva un comodo transito a uomini e animali sino ai primi del ‘900. Dalle regioni di Cuccuru Albu, Piredda, Serra Maore, Serra ‘e Lattone si scendeva sino a Goloritzé, dove era possibile reperire preziosa acqua: dopo la sua distruzione causata da una rovinosa frana, non era stato più praticato.

Poi, in tempi ben più recenti (cominciando dal 1987), Mario Verin e Peppino Cicalò riescono a coronare il sogno di collegare tra loro i sentieri esistenti, le tracce e i frequenti salti rocciosi al fine di percorrere nel modo più logico possibile il tratto di costa sarda tra Baunei e Cala Sisine. Nasce così Selvaggio Blu, un percorso tra i più meravigliosi e amati al mondo.

Selvaggio Blu evita, nel suo terzo giorno di percorso, il tratto immediatamente vicino al mare tra Cala Goloritzé e Punta Mudaloru. In pratica evita completamente il bosco di Ispuligidenie, Punta Ispuligi e Cala Ispuligidenie (anche chiamata Cala Mariolu). Non che la coppia sardo-fiorentina non vi fosse passata, anzi. Ma i due avevano giudicato alcuni tratti non compatibili con il resto: per omogeneizzare era necessario “ferrare” qualche tratto.

Da Punta Salinas uno sguardo sull’Aguglia, sulla Cala Goloritzé e sul tratto di costa verso Cala Ispuligidenie
Panorama su Aguglia di Goloritzé, Supramonte di Baunei, giro di Punta Salinas e Cuile IrbidossiliNel 2001 Sebastiano Cappai e amici avevano aperto (tra l’altro in senso contrario a Selvaggio Blu) il percorso denominato Trek delle 7 Cale, con l’obbiettivo di percorrere la costa senza staccare mai lo sguardo dal mare. Ma le notevoli difficoltà non hanno fatto decollare questa idea, rimasta quasi lettera morta.

Lo stesso Cappai riconosce: “la realizzazione dell’ultima tappa del Trek delle 7 Cale mi aveva portato al confronto con uno dei territori più ostici di tutto il Supramonte, i precipiti canaloni di sabbioni misti a ghiaia che costituiscono l’entroterra che circonda le tre cale di Goloritzé. Ho dovuto spesso scavare per ottenere delle labili tracce dove posizionare una parte della suola degli scarponi, ed infatti le ripetizioni di questa tappa si contano sulle dite di due mani poiché molti passaggi risultavano impossibili da proteggere”.

Sulle tracce loro, anche Antonio Cabras della Coop Goloritzè, e i ragazzi della Explorando Supramonte si erano affannati alla ricerca di un passaggio logico. Ma avevano ceduto di fronte al tabù del tratto ferrato.

Finché nel maggio del 2013 Luca Gasparini e Marcello Cominetti (guida alpina), individuarono un punto, probabilmente già individuato dai predecessori, che con poco più di 30 m di arrampicata risolse il collegamento tra i sentieri per poter unire Cala Goloritzé a Cala Ispuligidenie, senza quindi risalire la gola di Boladina e percorrere la Serra e’ Lattone.

Il tratto di arrampicata, però, era tutt’altro che facile, sicuramente impraticabile per un escursionista anche esperto, quindi nel giugno del 2014 Marcello Cominetti, con Mario Muggianu e Claudio Calzoni della Explorando Supramonte-Grotta del Fico (coadiuvati da Nicola Collu), hanno attrezzato il famoso passaggio proprio sotto al Culu ‘e Saltu con 30 m di cavo e qualche gradino. Utilizzando alcuni tronchi in ginepro per rendere più agevole il passaggio in onore alle tradizioni pastorali locali, ora il tratto verticale è percorribile con kit da via ferrata (consigliato) e presenta una difficoltà tecnica non superiore a quella originaria del resto dell’itinerario Selvaggio Blu pur essendo di estrema spettacolarità per la notevole esposizione dei passaggi che però sono ben assicurati.

Marcello Cominetti: “Non nascondo che nell’attrezzare questo passaggio ci siamo posti molti interrogativi di carattere “etico” legati prima di tutto alla condizione unica che gode questo eccezionale territorio dal punto di vista estetico e ambientale, e in secondo luogo all’essenza che il sentiero Selvaggio Blu si è guadagnato negli anni, grazie proprio alle prerogative di poc’anzi. Crediamo di avere fatto un buon lavoro aprendo una possibilità senza offendere nulla e nessuno ma consapevoli del fatto che per preservare totalmente un luogo sarebbe meglio non andarci. Ci auguriamo che i frequentatori futuri siano intelligenti e rispettosi come lo sono quasi sempre stati da queste parti, sicuramente sostenuti e intimoriti da una natura così prepotentemente bella”.

In rosso, il tracciato della Via Ferrata. Da Cala Coloritzé (a sin.) si sale per le frane di Su Ledere ‘e Goloritzé, poi si traversa fino al ben riconoscibile spigolo di 30 m della Via Ferrata. In giallo, il tracciato della Variante alta. Foto: S. Cappai
Anello-Boladina-Ferrata-5Ora Su Ledere ‘e Goloritzé è meno impervio di prima ma resta ben lungi dal potersi considerare un normale sentiero, semplicemente perché non lo è affatto. A dispetto del tratto ferrato, conserva tutta la sua problematicità.
Questo percorso, che ormai possiamo chiamare Ferrata di Goloritzé, si propone come variante a Selvaggio Blu, aprendo la percorrenza del lungo tratto costiero tutto sospeso sul mare di Ispuligi fino ai grottoni che precedono Bacu Mudaloru, in corrispondenza della calata in corda, dove i due itinerari si ricollegano.

Lo spigolo di 30 metri della via Ferrata
Anello-Boladina-Ferrata-3E siamo giunti così al 1° aprile 2015 quando viene sistemato l’ultimo tassello nel Bacu Boladina. Questa volta il gruppo è nutrito: oltre a Sebastiano Cannas, sono presenti Gianni Cannas, Sergio Soro, Matteo Cara, Roberto Ciabattini, Italo Chessa, Mario Calaresu, Enzo Battaglia e naturalmente i padroni di casa, Giampietro Carta (Trekking Margine), Salvatore Piras (Salinas Escursioni) e Sandro Murru (Explorando Supramonte-Grotta del Fico).

Sullo lo spigolo di 30 metri della via Ferrata
Anello-Boladina-Ferrata-4Il Bacu Boladina è precisamente quello che Selvaggio Blu risale allo scopo di evitare Su Ledere ‘e Goloritzé. La “resurrezione” de S’Iscalone de Boladina permette di scendere senza l’uso della corda per il Bacu Boladina fino a confluire al Bacu Goloritzé e all’omonima e famosa cala (quella con l’Aguglia di Goloritzé).

Tra i tanti possibili collegamenti che S’Iscalone de Boladina consente, uno in particolare risulta molto accattivante: permette infatti di realizzare un bellissimo anello che include la Ferrata di Goloritzé.

L’anello Boladina-Ferrata prevede di raggiungere in auto dal Golgo la sella di S’Arcu‘e Piredda 425 m. Da qui alla sella di S’Arcu‘e Su Tesaru. Si scende ora per il vallone chiamato Bacu Boladina (superando il recentemente ricostruito S’Iscalone de Boladina), poi si raggiunge Cala Goloritzé. Da qui si prosegue per l’impegnativa Su Ledere e quindi si traversa fino allo spigolo di 30 metri della Ferrata. Si prosegue ora (per le tracce del Trek delle 7 Cale) sino ad intersecare l’evidente sentiero turistico, recentemente ristrutturato, che risale ripido da Cala Mariolu sino alle creste di Serra ‘e Lattone poste a quasi 600 metri di quota.

Superato lo spettacolare Iscalone di Ipuligidenie posto sotto l’arco di roccia omonimo si giunge alle creste sommitali raggiungendo ancora il tracciato di Selvaggio Blu. Seguendolo a sinistra si discende raggiungendo gli antichi ovili di S’Arcu ‘e Su Tesaru e la sella di S’Arcu‘e Piredda da cui si è partiti.

S’Iscalone de Ispuligidenie
Anello-Boladina-Ferrata-S'Iscalone de IspuligidenieL’iniziativa non ha mancato di sollevare questioni di vario genere. Tra le reazioni più significative riporto integralmente quella di Mario Verin:

Premessa
Sono assolutamente contrario alle vie ferrate.
Quando con Peppino Cicalò aprimmo
Selvaggio Blu negli anni ’80 avevamo un’idea diversa e, in accordo con l’allora sindaco di Baunei, pensavamo a un sentiero percorribile da tutti senza l’utilizzo di corde.
Oggi il contesto è cambiato, il fascino di
Selvaggio Blu è anche la sua difficoltà, fortemente voluta dalle guide del luogo che non lo vogliono segnare in nessun modo. Tuttavia, in contraddizione con questo intento, sono stati attrezzati alcuni tratti con corde fisse e catene (a mio avviso senza necessità).

La Via Ferrata
Conosco, anche se non l’ho ancora percorsa, la variante aperta dall’amico Marcello Cominetti, guida alpina di grande esperienza, il primo a condurre escursionisti su Selvaggio Blu già dagli anni ’80, quindi un grande conoscitore della zona. Ne avevamo parlato più volte, perché anch’io e Peppino Cicalò l’avevamo valutata e a suo tempo scartata perché considerata troppo pericolosa. Mantengo tuttora questa convinzione in quanto la nuova ferrata attraversa una zona di grosse frane (Su Ledere ‘e Goloritzé). E anche da un punto di vista estetico, a parte la suggestiva esposizione iniziale, trovo che sia poco interessante, perché si inoltra dentro un bosco e lo percorre per 3 km, perdendo uno dei tratti più belli e panoramici di Selvaggio Blu, la cresta di Serra e’ Lattone.  

Boladina
Il
passaggio di Boladina (circa 15 metri di parete, IV grado) fino a oggi veniva affrontato solo in salita dagli escursionisti che percorrevano Selvaggio Blu. È pericoloso, in quanto l’intaglio della parete è l’imbuto di un canale che scarica sassi. Il fatto di velocizzare la salita ripristinando l’antica scala fustes (tronco di ginepro gradinato) è dunque positivo, anche perché è un punto dove già oggi ci si affolla e si può perdere molto tempo se ci sono più gruppi. Quello che invece a mio avviso è negativo, è che lo scopo dichiarato per cui è stata ripristinata la scala fustes di Boladina (S’Iscalone de Boladina) è quello di affrontare il passaggio nei due sensi, cioè scendere dall’alto su Goloritzé e fare l’anello con la nuova ferrata. Questa situazione diventa molto pericolosa per chi è in basso e non può in alcun modo prevedere se c’è qualcuno sopra che sta scendendo.

Il mio timore, in entrambi i casi, è che si prenda poco in considerazione la sicurezza.

Per approfondimenti, oltre a consigliare la lettura de Il libro di Selvaggio Blu, di Mario Verin e Giulia Castelli, Edizioni Enrico Spanu, 2013, riportiamo qui in integrale il documento di Sebastiano Cappai sull’Anello-Boladina-Ferrata.

S’Arcu de Ispigedidenie
Anello-Boladina-Ferrata-Arco Ispuligidenie

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La Pietra dei Sogni

Trentatré anni dopo la serie di viaggi al Sud che mi permise di scrivere Mezzogiorno di Pietra, sono finalmente riuscito a mettere mano ai ricordi di quegli anni e di quelli successivi, con l’idea di inserirli nello scorrere del tempo.

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PdSDa protagonista con i miei compagni, il nostro gruppo tenne la scena per un certo periodo, poi altri se ne appropriarono con energia, portando avanti la ricerca con uguale dedizione e la stessa possibilità di errori.

Luigi CutiettaPalermo, tavola rotonda di Alp, 4.11.06, Luigi CutiettaCi furono anni di ricerca, di miglioramento sportivo, di discussioni sul come e con quali mezzi, ancora oggi di certo non risolte.

Lorenzo Nadali e Lucia CeronLorenzo Nadali e Lucia Ceron in sosta a m.te Oddeu, Dorgali, giugno 98Intanto ci lasciavano Roby Manfrè, Gabriele Beuchod, Ornella Antonioli, Oskar Brambilla e Lorenzo Castaldi, cui voglio dedicare questa fatica.

Francesco del FrancoUn protagonista di Capri, Francesco del Franco in calata dalla Steger (foto L. Ferranti, 2010)La vastità del territorio, la quantità di lustri e l’iperbolico aumento degli appassionati hanno creato un terreno di gioco tra mare e montagna per un grande numero di giocatori, giovani e meno giovani, seguire le partite dei quali è stato laborioso quanto entusiasmante.

Oskar Brambilla ed Elena Gogna, 19971997.05 Cala Fuili OskarBrambilla ed Elena , A. GognaNell’illusione, talvolta così forte da essere quasi reale, che l’occuparmi delle avventure altrui e lo scavare nei piccoli misteri fosse l’unico modo valido per non poltrire nei ricordi personali. Prendendomi la libertà di dare il giusto peso a imprese ben note e di bandiera, riequilibrandolo con quello delle dimenticate o quasi ignote, senza inchinarsi ad alcuna moda.

Un’illusione che porta a credere, maliziosa tentazione, che anche per noi “anziani” il sogno non sia ancora finito: e che la Pietra dei Sogni sia come quella filosofale.

Lorenzo Castaldi sulla sesta e ultima lunghezza di Eco sospeso (1a ascensione) alla Torre Attesu (Bruncu Nieddu, Lanaitto)L. Castaldi sulla 6a e ultima L di Eco Sospeso (1a asc), via di salita all'inviolataTorre Attesu di Fruncu Nieddu (Lanaitto). 31.03.2002

 

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Ettore Cavalli

Ettore Cavalli fotografa ufficialmente dal 2007 quando al rientro da una “stagione” da “bagninolavapiattigiardiniere” investe tutto il ricavato per la sua prima macchina fotografica digitale. Nulla di che, una Lumix fz20, che però gli diede le prime soddisfazioni. Foto a insetti, fiori, animali e tutto quello che riguardava le materie universitarie che studiava al tempo, scienze naturali. Pian piano allarga l’inquadratura e si concentra su paesaggi. Timidamente prova a fare ritratti, sempre legati alle tradizioni e al folklore della Sardegna. Da buon isolano è in maniera maniacale legato ai “suoi paesaggi” e si trova molto spesso a fotografare Sardegna in giro per il mondo. La ricerca di una Sardegna che sta scomparendo con l’arrivo della globalizzazione. Globalizzazione quella povera però, quella dove il pastore fa tosare le pecore ai neozelandesi perché più veloci ed economici rinunciando così a importantissimi riti di aiuto tra pastori e parenti. Ma anche questa è trasformazione, un cambiamento che va raccontato.

Completamente autodidatta e completamente digitalizzato, ha avuto la fortuna però di conoscere e accompagnare grandi fotografi da cui “ha attinto come una spugna”. Attualmente collabora con diverse riviste di viaggio e aziende con progetti vari e internazionali.

Questo è ciò che ho potuto farmi raccontare da Ettore, che conclude con un sibillino “Di più non so”. E siccome sente il desiderio di ringraziarmi, lo fa alla maniera sarda, “Deu ti du paghiri”.

www.ettorecavalli.it
www.facebook.com/ettorecavallifoto

Sant’Antonio
Cavalli-Sant'antonio_IMG_8108Sant’Antonio
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Sant’Antonio
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Sant’Antonio
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Sant’Antonio
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Sant’Antonio
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Sant’Antonio
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Sant’Antonio
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Miniere del Sulcis
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Miniere del Sulcis
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Corsa degli Scalzi, Cabras
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s’Acchixedda, Guasila
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s’Acchixedda, Guasila
Cavalli-s'acchixedda-GuasilaJ69A7118Cavalli selvaggi
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Processione dei Misteri – Iglesias
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Processione dei Misteri – Iglesias
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Processione dei Misteri – Iglesias
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Processione dei Misteri – Iglesias
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Processione dei Misteri – Iglesias
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Maschere di Carrasegare
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Maschere di Carrasegare

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Maschere di Carrasegare
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Maschere di Carrasegare
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Macello
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s’Ardia di Sedilo
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s’Ardia di Sedilo
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Regata di Is Fassonis
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postato il 2 settembre 2014

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Cani e Porci

La strada sembra che continui. Più che altro, come finora non si è visto dove in realtà si stesse dirigendo, è difficile pensare che possa avere una fine. Fermo l’auto in mezzo alla macchia. Da almeno due ore, scosse dalle continue curve dell’Orientale Sarda prima e del vallone del Golgo dopo, Petra ed Elena si agitano. Incapaci di star legate alla cintura, lamentano caldo, fame, sete, nausea e pipì senza un ordine preciso. Nessuno dei miei familiari sembra comprendere perché siamo venuti fin qui: panorama non c’è, spiaggia neppure, e neppure bar e giochi per bambini. In più, non c’è nessuno.

La linea di Cani e Porci sulla Parete di Orronnoro si svolge sull’evidente linea di fessure a destra della parete gialla
La linea di fessure della via Cani e Porci (Canes ispe Porcos), 1a asc. Scogliera di Oronnoru. 4.05.1997Io so invece che la strada va solo un po’ più avanti a un ovile, a parte la deviazione, già passata, per la Còdula di Sisine. Siamo a Ololbizzi, in pieno cuore del Supramonte di Baunei. Moglie e figlie ora dovranno tornare da sole a Su Cologone. «Questa è una bella fregatura, caro Ale», mi apostrofa la consorte, «non credevo che fosse così distante. E adesso come faccio da sola?».

Già, distante. Era proprio quello che volevo, andare, spingermi distante. Vedere ciò che avevo visto tanti anni fa, una parete sfumata all’orizzonte, un miraggio senza nome. La mancanza di punti di riferimento è una costante, in Sardegna. Naturalmente non per i pastori, che conoscono le loro zone sasso per sasso. E questa mancanza determina la sensazione di essere veramente lontani.

E’ circa l’una di pomeriggio. Per allungare il commiato, mangiamo qualcosa accanto alle porte spalancate dell’auto. Petra ed Elena corrono intorno, la più piccola inciampa nei sassi ma si rialza sempre senza piangere. Oskar si dà da fare col materiale d’arrampicata e con la sua sciarpa. Visto il peso e il volume, per questa volta rinuncia alla sua coperta di lana. Abbiamo con noi poco più di cinque litri d’acqua e due bottiglie di cannonau. Saranno sufficienti (specialmente il cannonau)?

A Bibi basta dare un’occhiata al deserto che ci circonda e alla nostra eccitazione per capire che questa volta il progetto dev’essere proprio emozionante. Era da tanti mesi che desideravo una cosa così. «Vai, e goditela», mi sussurra all’orecchio. Poi facciamo le fotografie, con Elena che vuole indossare uno zaino più grande e più pesante di lei.

Non voglio correre il rischio di tornare indietro senza neppure aver trovato la parete, come già mi è successo. Questa volta ho con me l’apparecchio satellitare Magellan 2000: ho preso le posizioni che m’interessavano sulle tavolette dell’IGMI e le ho inserite in memoria. Può venire anche la nebbia, può cessare qualunque forma di sentiero, ma alla base della parete questa volta arriviamo.

Seguendo verso nord un buon sentierino con qualche sbiadito bollo rosso, raggiungiamo un ovile abbandonato, tre o quattro costruzioni con i caratteristici tetti a cono fatti di tronchi di ginepro. Due cani da caccia ci stanno seguendo da Ololbizzi. Il satellitare dice che ci siamo. Il terreno, calcareo e accidentato, ricoperto di fitta vegetazione, lascia a malapena intravvedere dove è la profondità in corrispondenza del mare. Lasciati per terra gli zaini, compiamo una serie di ricognizioni per capire da che parte si scende verso il mare e, una volta che saremo riapparsi quassù, da che parte capiremo di essere. Alla fine ci decidiamo a scendere: superata una vecchia rete metallica messa lì per impedire agli animali di andare a fracassarsi sui dirupi, infiliamo un ripidissimo canalone di ghiaia e roccette, invaso da tronchi d’albero e rami. Ci troviamo così nel fitto di uno splendido bosco di lecci: Orronnoro, a picco sul mare e chiuso da una superba parete rocciosa. Con la nuca snodata all’indietro diamo una prima occhiata al muro verticale e strapiombante che ci sovrasta, ma siamo troppo sotto e non riusciamo ad avere una visione d’insieme. Vediamo però che l’unica possibile via di salita, senza dover stare qui più giorni, è sulla destra, dove la parete è anche più alta, circa 250 metri. Sotto uno strapiombo a caverna scopriamo alcune piccole vaschette scavate nella pietra: sono piene d’acqua. Così ci buttiamo a bere, assieme ai cani, assetati come noi. Lasciati gli zaini alla base, scendiamo diritti verso il mare nel bosco. Sappiamo che prima o poi dobbiamo incontrare il percorso Selvaggio Blu, una serie di vecchi sentieri divisi da qualche salto di roccia che da qualche anno le guide sarde percorrono con i gitanti. Selvaggio Blu unisce, in vari giorni, Pedra Longa a Cala Sisine. Incespicando nel ripido sottobosco arriviamo alla traccia, che seguiamo orizzontalmente verso sud fino ad arrivare a un costolone roccioso sul quale sale il sentierino con due tornanti. Da qui possiamo vedere bene la parete e le nostre osservazioni concludono che l’unica via possibile era quella che già avevamo individuato.

Stancamente risaliamo alla base della falesia, beviamo ancora nelle vaschette. I due cani si accoccolano vicino a noi. Propongo di fare almeno il primo tiro e Oskar accondiscende di malavoglia. Una fessura giallastra, un tetto decisamente in fuori, una splendida arrampicata su gocce fino alla sosta. Per oggi basta. Riscendo.

È quasi buio, i cani capiscono che qui l’accoglienza non è così calorosa e ci lasciano. Poco dopo, mentre ci diamo da fare per accendere un fuoco con delle sterpaglie e tronchi secchi di ginepro, ecco un branco di maialini selvatici che, grugnendo, vanno a dissetarsi al solito posto. Una via per cani e porci, pensiamo.

La serata scivola tranquilla, senza luna e senza rumori. Solo la luce di un battello che ronza sul mare verso le 22, mentre qualche uccello notturno emette lugubri canti regolari e distanziati. Le nostre provviste comprendono solo pecorino, pane carasau, acqua e vino. Chiacchierando fa presto ad arrivare mezzanotte, così ci sdraiamo vicino al fuoco per prendere un po’ di sonno.

Oskar Brambilla sulla prima lunghezza di Cani e Porci (5 maggio 1997)
Oskar Brambilla sulla 1a L di Cani e Porci (Canes ispe Porcos), 1a asc. Scogliera di Oronnoru. 4.05.1997
Attacchiamo alle 6.45 e in breve siamo sopra alla prima sosta. Una fessura strapiombante e gialla non impedisce a Oskar di raggiungere brillantemente un terzo tiro che, toccando a me, son ben contento sembri più facile. Giunto in sosta il sole mi colpisce e incomincia subito a scaldare in maniera eccessiva. Sul mare ristagna una pesante velatura di umidità. Il camino dopo si rivela assai bello, alla faccia delle previsioni: difficile ma di bella roccia grigia e non faticoso. Ormai fa proprio caldo, non riesco a vedere il mio compagno e mi lascio andare a divagazioni malinconiche su quanto siamo lontani. Ancora quella sensazione di lontananza che ti prende quando stai fermo, quando aspetti. Un leggero senso di nausea che poi sparisce, come per incanto quando devi muoverti. «Mi fermo qui dentro, così sono all’ombra!» mi urla Oskar. Da secondo devo appendermi lo zaino in cintura. Proseguo per altra fessura e camino, una bella arrampicata fino a una più arcigna fessura gialla e strapiombante. Oskar l’affronta con decisione, anche se comincia a sentire gli effetti di una disidratazione preoccupante. Forse è colpa del cannonau della sera prima… In più le scarpette praticamente nuove gli torturano i piedi. Ugualmente riesce a concludere questa lunghezza in libera (ma gli ultimi facili metri li farà a piedi nudi…). Ormai siamo sotto all’ultima parete. Soltanto una fessura appena accennata (e prevedibilmente abbastanza cieca) solca questo muro compatto e larghissimo. Sembra un po’ abbattuto, ma è un’illusione che scompare subito. Per mia fortuna riesco a salire con il corpo in ombra questi 50 sudatissimi metri finali. Giunto sull’orlo della falesia, ormai assicurato a un ginepro, assicuro Oskar che nel frattempo si è cotto al sole. Ho una sete bestiale, mi sento debole e ho tanto sonno da addormentarmi quasi. Però, ce l’abbiamo fatta: e questo ci dà una gioia profonda.

Oskar Brambilla sulla seconda lunghezza di Cani e Porci (5 maggio 1997)
Oskar Brambilla sulla 2a L di Cani e Porci (Canes ispe Porcos), 1a asc. Scogliera di Oronnoru. 4.05.1997
Carichi delle nostre corde e ferri tintinnanti ci avviamo pesanti alla ricerca dell’ovile del giorno precedente. Lo troviamo al massimo della canicola, nascondiamo tutto e scendiamo leggeri per il canalone alla base di Orronnoro. Prosciugate le vaschette e aggredita l’ultima bottiglia d’acqua, raccogliamo le nostre robe e risaliamo verso l’altopiano. Il sudore ci cola negli occhi e ce li fa bruciare. In cima, ci riprendiamo tutto quello che avevamo celato in un buco nel calcare. Più o meno alle 17.30 siamo a Ololbizzi. Il telefonino da qui non «tira», come previsto. E da qui al ristorante Golgo sono 8 km.

Dopo circa 4 km di sofferenza e di sole ancora a picco, un manipolo di motociclisti austriaci che scende a Ololbizzi ci crostifica di polvere il sudore in faccia. Li malediciamo, tranne poi pensare che dovrebbero fare dietro front assai presto… e dunque potremmo chiedere un passaggio!

Continuiamo svogliatamente a camminare, quand’ecco che le nostre speranze si avverano. Li sentiamo avvicinarsi, ci mettiamo praticamente in mezzo alla sterrata. O ci prendono su o ci mettono sotto. Ci facciamo lasciare nei pressi del ristorante del Golgo, che guadagnamo anchilosati.

Il nostro ingresso è poco trionfale. Sporchi, sudati, stanchi ci accasciamo su una panca. Da lì finalmente posso avvisare Bibi.
– Guarda, sono le sette… io partirei verso le otto, così le bambine sono “mangiate” e crollano immediatamente.
– Va bene, ti aspettiamo qui verso le dieci e mezza.
– Ho un po’ paura, ‘sto Supramonte di notte…
– Ma no, dai… sembra selvaggio ma non è così terribile! – cerco d’incoraggiarla.

Subito dopo arrivano le prime Ichnusa, i pastori-gestori sono curiosi di sapere chi siamo e cosa abbiamo fatto.
Silvano Tegas non vuole crederci.
– Orronnoro? Non è possible… Nessun… (voleva dire “continentale”), nessun turista è stato mai fin là.
– No, no, proprio Orronnoro… – e inizio a descrivergli per filo e per segno il percorso per arrivarci, comprensivo di bivi, cuili e ometti. Alla fine lo convinciamo, abbiamo superato il primo esame.
– Bravi, bravi… e com’era, difficile?
– Insomma… – non volevamo sbilanciarci.

Un terzo giro di birre arriva senza alcun ordine da parte nostra. Il discorso scivola su Selvaggio blu, appare subito chiara la loro contrarietà.
– Ah, noi abbiamo cancellato i segni, distrutto i segnali, nascosto quelle poche fonti… – si vanta Silvano.
– Perché non volete che la gente faccia Selvaggio blu?
– Perché vogliamo che nessuno si perda, che nessuno sporchi. E se si perdono poi bisogna andare a prenderli…

Con dolcezza zittisco Oskar che di sicuro se ne sarebbe uscito con qualche battuta infelice. Capisco che qui ci vuole grande diplomazia, in fondo cercano un confronto, hanno bisogno di una buona ragione per permettere ad altri l’uso del proprio territorio. E’ fin troppo evidente che vorrebbero essere loro gli unici a gestire, a guidare, a prendere i soldi dai turisti. Ma soprattutto: se lo fa qualche altro pastore, con più iniziativa, siccome lo odio, devo rendergli la vita difficile.

Alessandro Gogna sulla quinta lunghezza di Cani e Porci
A. Gogna sulla 5a L di Cani e Porci (Canes ispe Porcos), 1a asc. Scogliera di Oronnoru. 4.05.1997
Prendo il discorso alla lontana, dico che il Supramonte di Baunei e la sua costa sono praticamente l’ottava meraviglia del mondo, che loro dovrebbero ritenersi fortunati per essere nati in un posto così, che non può essere conosciuto solo da pochi, prima o poi lo sarà da molti, che arriveranno da tutto il mondo.
Perché impedire a quei pochi che ci sono adesso di transitare tranquilli? Quando poi saranno loro, e nessun altro, a dire e scrivere quanto è meraviglioso qui!

– L’ospitalità è una vostra bella caratteristica. Siete famosi al mondo per essere ospitali, e dovete continuare a esserlo. Sì, certo, qualcuno è maleducato, qualcuno sporcherà, qualcuno si perderà, qualcuno non capirà nulla di voi e della vostra terra… ma pensate a quanti altri invece vi saranno riconoscenti, vi conosceranno un po’ di più e vi vorranno bene. Vale la pena nascondere ogni traccia per impedire che bussino alla vostra porta? Perché mai avete messo in piedi questo stupendo ristorante, se non per chi subisce il richiamo di Selvaggio blu? Insomma, con l’ostruzionismo si va poco lontano…
– Beh, effettivamente qui deve muoversi ancora qualcosa, altrimenti…
– Certo… e da quando ha cominciato a muoversi qualcosa?
– Ah, sicuramente da quando Manolo e Gogna hanno salito l’Aguglia di Goloritzé!
– Bene, mi fa piacere – calo il mio asso – perché Gogna sono io.

Oskar Brambilla sulla sesta lunghezza di Cani e Porci
O. Brambilla sulla 6a L di Cani e Porci (Canes ispe Porcos), 1a asc. Scogliera di Oronnoru. 4.05.1997A quel punto Silvano esplode in un moto di gioia, come se avesse atteso anni di fare la mia conoscenza. Arrivano altre Ichnusa, vedo impartire ordini per la cena.
– Siete nostri ospiti!
Dopo affettati vari, ci portano consistenti assaggi di Ladeddos, di Strangulaus e di Macarrones de busa. Al cinghiale in umido cominciamo però a dare i primi segni di cedimento. Ci coccolano infine con le dolci Sebadas e i raffinati Culurgiones di ricotta farciti con la Sapa (vino cotto). Tutto questo aggiunto alla stanchezza e ad altre birre (per fortuna abbiamo rifiutato gentilmente di assaggiare vini) ci ha fatto raggiungere il livello di guardia.

Quasi alle 23 arriva Bibi, stravolta. Le bimbe continuano a dormire nel retro dell’auto, non una ammucchiata sull’altra, ma ciascuna sul suo sedile.
– Com’è andata la “traversata” sull’Orientale Sarda? – chiedo. Anche Silvano è sbalordito che una “continentale” così fascinosa, da sola e con due figlie piccole se ne arrivi da Su Cologone a quell’ora.
– Ma… bene… avevo solo paura, ma non è successo nulla… anche quando (ed era già buio pesto) ho visto un pazzo con gli occhi fuori che sgambettava verso i miei fari su sci corti a rotelle…
– Sarà stato un tedesco!
– Oh, sì. Ce n’è di matti, in giro…

Verso mezzanotte, un po’ malfermo sulle gambe e dopo quasi lacrimevoli addii o arrivederci, mi metto al volante. Domani sera abbiamo il traghetto.

La parete di Orronnoro (vista da Cani e Porci), teatro di successive imprese
Dalla via Cani e Porci (Canes ispe Porcos), 1a asc verso la parete est di Oronnoru. Scogliera di Oronnoru. 4.05.1997

postato il 20 agosto

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Percorsi inutili 5

Percorsi inutili 5 (5-5)
2008

Durante la vacanza del 2008 fui più impegnato a scrivere che ad arrampicare. Mi ero portato i documenti originali della lunga storia di Severino Casara, prestatimi da Italo Zandonella Callegher: così passavo ore e giorni a scrivere, cercando una luce nell’affascinante mistero della vicenda del Campanile di Val Montanaia. Ne nacque il libro La verità obliqua di Severino Casara, opera che per la verità ebbe un successo inversamente proporzionale alla fatica impiegata per scriverla.

Petra a Tavolara
Isola di Tavolara, PetraLe giornate scorrevano veloci, specie dalle undici di mattina in poi quando nessuno era in casa, perché le donne erano tutte al mare, anche se Alessandra non aveva potuto, quell’anno, essere della partita.

Per la verità, avevo una distrazione, quella di uccidere le centinaia di mosche. Un vecchio nastro giallo appeso al soffitto non era più appiccicoso da tempo, era lì forse ancora dall’anno prima e non lo avevamo sistemato noi. Nessuno lo aveva tolto solo per lo schifo che incuteva, con i suoi rinsecchiti cadaveri di mosca.
Avevo affinato tre tecniche di esecuzione, c’era quella di massa con un giornale, quella individuale con lo schiacciamosche a rete e quella sadica, di pura abilità, con un coltello.

In assenza delle donne, la cucina, sede del mio ufficio, aveva le finestre rigorosamente chiuse. Esercitavo le esecuzioni subito, in modo da poter lavorare in pace. Quando poi Guya e le ragazze tornavano dalla spiaggia, più o meno alle 18, le finestre venivano riaperte, costringendoci quindi ad altre esecuzioni. La più interessata alla mia abilità era Elena, che comunque mi descriveva come uno psicopatico, specie quando facevo lo show di segare in due la mosca con un colpo netto di coltello. Ma anche lei imparò a dare il colpo con lo schiacciamosche mirando a un punto leggermente più spostato nella stessa direzione del muso della mosca, in modo da anticiparne la fuga. Il tocco artistico risiedeva anche nel colpetto inferto con la giusta velocità, senza provocare cioè lo spappolamento dell’insetto ma soltanto la sua rapida morte.

Eccezioni a questa routine furono la discesa a canyoning del rio Petrisconi con Elena e Petra (1 luglio) e l’annuale gita a Tavolara (4 luglio). Ogni volta che andavamo là ricordavo la bella salita della cresta sud-est, fatta con Guido Daniele e Marco Marrosu il 23 agosto 2000. Paolo Giusto ci aveva gentilmente dato un passaggio in barca da San Teodoro, eravamo saltati sugli scogli e avevamo afferrato l’evidente cresta pensando d’essere i primi. Ma nel punto che poi risultò essere il più difficile della via occhieggiava un chiodo arrugginito. Negli anni seguenti venni a sapere di almeno altre due ripetizioni dopo la prima dei tedeschi.

Quanto alle serate nella Morgenstern by night Guya e io ne sapevamo sempre meno. Le adolescenti al proposito erano mute come tombe. Milo aveva preso la patente, dunque c’era più autosufficienza. Ma occorre dire che Markus non concedeva così spesso l’auto al figlio. C’era più tranquillità rispetto all’anno precedente, accontentata qualche volta la bramosia di uscita notturna, e constatato il livello qualitativo della frequentazione dei locali di San Teodoro, per fortuna il desiderio aveva perso la sua forma più acuta.

Alessandro Gogna e Guido Daniele sulla cresta sud-est di Tavolara (Punta Lucca), 23.08.2000
Isola di Tavolara, G. Daniele assicura A. Gogna su cresta sud-est, 2a asc. 23.08.2000

Ancora una volta Elena e io ci accordammo per un’uscita di primissimo mattino alla Rocca de su Ballizzu, questa volta per fare una via nuova a destra di Mamma Drago. Senza pietà la svegliai alle 4.30, sapendo perfettamente che non aveva dormito che una o due ore, dopo la  Morgenstern soirée. Ricordo una gran bella arrampicata e il tentativo di salire direttamente un muro estetico, che però mi respinse e che dovetti aggirare a destra per un camino. In cima, avevamo aperto le Narici del Porco (9 luglio).

In arrampicata sulla parete ovest della Rocca de su Ballizzu, Narici del Porco, 9.07.2008
Sardegna, Monte Sempio, da S3 parete ovest Narici del Maiale

In arrampicata sulla parete ovest della Rocca de su Ballizzu, Narici del Porco, 9.07.2008
Sardegna, Monte Sempio, parete ovest, tentativo via diretta

L’11 luglio raggiunsi Marco Marrosu e una delle sue fidanzate, Barbara Idda. Mi aspettavano sotto al Monte Limbara, in Gallura, dove Marco era di casa. Lui aveva appena pubblicato una monografia del gruppo, ma innumerevoli erano ancora le possibilità di nuovi percorsi.
Quella volta ci rivolgemmo al Monte Biancu. Dapprima salimmo il bellissimo sperone sud-ovest (Tiro bollente) della Quota 1041 m, addossata al Monte Biancu, solo per accorgerci che in cima non c’era mai stato nessuno. Dopo una laboriosa discesa e traversata al corpo principale del monte, attaccammo lo sperone sud-ovest del Monte Biancu che si lasciò salire senza opporre grandi resistenze, anche se per poco, nel superare slegato un facile passo in spaccata, non precipitai. Non successe solo perché fui agile come un gatto a fermarmi: i due mi avevano visto e si erano spaventati, forse più di me. Ma non è il caso che qui racconti le ragioni psicologiche di un simile incidente mancato. Di certo non dimentico.

Gruppo del Limbara (Gallura), Monte Biancu e cresta sud-ovest. A sinistra è la Q. 1041 m
Sardegna, Limbara, Monte Biancu da sud
Gruppo del Limbara (Gallura), Q. 1041 m con il tracciato di Tiro bollente, 11.07.2008
PercorsiInutili5-Tiro-Bollente

Gruppo del Limbara (Gallura), Monte Biancu con il tracciato sulla cresta sud-ovest
Unicode
2009
E arriviamo a quella che poi si è rivelata essere l’ultima vacanza di quel genere, un miscuglio di arrampicate e di vita in famiglia con adolescenti femmine e bagnanti, temperato dalla saltuaria presenza del Re del Pelo.

Sa Rocca de Ballizzu, Marco Marrosu su 2a lunghezza di No Traversi per Barbi
sa Rocca de Ballizzu, M. Marrosu su 2a lunghezza di No Traversi per Barbi sa Rocca de Ballizzu, M. Marrosu su 2a lunghezza di No Traversi per Barbi , Sardegna

Con lui andammo subito (28 giugno) alla Rocca de su Ballizzu, dove avevo adocchiato una linea che non avrei potuto affrontare solo con Elena. Ne venne fuori un bellissimo itinerario, con qualche rude fessura, No traversi per Barbi. In discesa, nell’ombreggiato canale di detriti e blocchi, pensavo che era la quarta volta che passavo da lì e mi domandavo se ce ne sarebbe stata una quinta: perché quello era davvero un bel posto. Ma era come se sentissi che si stava chiudendo un altro capitolo.
Nel caldo feroce del mezzogiorno andammo a fare un giretto nell’assolata distesa di massi di sa Conca de su Demoniu:  sembrava di essere su Marte.

La sera ci fu la gradita visita di mio nipote Paolo Cerruti, che lavorava da anni in Lussemburgo. Arrivò con la fidanzata Manuela, che per la verità non suscitò immediate simpatie nel nostro covo di vipere.
Il giorno dopo, assieme a Elena, li portai alla prima vasca del rio Petrisconi, mentre Guya con Alessandra e Petra andava a timbrare il cartellino su qualche spiaggia.
Dopo i tuffi di rito ci rivolgemmo alla Punta Maggiore, la cima più alta del Monte Nieddu, dove arrivammo abbastanza provati per l’impietosa calura.
Al ritorno eravamo così accaldati dal non poter resistere un minuto di più, perciò tornammo alla vasca.

Il giorno dopo arrivò Costanza Sicola, andammo a prenderla all’aeroporto di Olbia. Di un anno più giovane di Elena, Costanza è la figlia dei nostri amici Paola e Giovanni.

Il primo di luglio il nostro gruppone al gran completo noleggiò un gommone a Porto San Paolo. Andammo a Tavolara in otto e facemmo il bagno proprio alla base delle verticali pareti del lato nord-est.

Sa Rocca de Ballizzu, Marco Marrosu sulla 4a lunghezza di No traversi per Barbi
sa Rocca de Ballizzu, M. Marrosu sulla 4a lunghezza di No traversi per Barbi sa Rocca de Ballizzu, M. Marrosu sulla 4a lunghezza di No traversi per Barbi , Sardegna

Partiti Paolo e Manuela, in assenza di Marco Re del Pelo e privato dell’impegno della Verità obliqua di Severino Casara, nella sola compagnia delle solite moriture mosche, confesso che un po’ mi annoiavo. Ma la spiaggia sarebbe stata anche peggio.

Il 3 luglio salii da solo sulla cresta nord-est dei Punteddoni, una delle tante mete esplorative ma di ripiego che mi ero ritagliato per i momenti di solitudine. In seguito convinsi Elena e Costanza a seguirmi in un’uscita arrampicatoria. Per la seconda la grande novità era di scalare su un terreno mai percorso da nessuno, per la prima c’era l’orgoglio di portare l’amica a fare una cosa del genere. Ma la sera prima era arrivato Damiano.

Era già da qualche tempo che Milo, bello e impossibile, raccontava alle “rapite” di un suo amico di Olbia, l’ormai mitico Damiano. Uno la cui bellezza risplendeva come il sole, uno che aveva ai suoi piedi l’intera popolazione femminile della sua città, uno che al supermercato la cassiera lo lasciava passare senza pagare.
Milo era stato bravissimo a creare un’attesa spasmodica, e quando finalmente comunicò loro che l’amico stava arrivando, l’eccitazione salì a livelli spasmodici. Ma l’incontro fu una delusione cocente. Io sospetto che Milo lo abbia fatto apposta, un modo raffinato per prenderle per il culo.

– Damiano… un mostro! – ricorda Petra.
– Piccolino… gracilino… brutto! E ve la ricordate la cresta da punk? – rincara Elena – eravamo così gasate… e invece… poi, visto il livello intellettuale,  voi, tu e Alessandra, me l’avete lasciato a me e Costanza e ancora una volta voi “grandi” siete andate a sentire musica con Milo.
– E di cosa parlavate, tu e Damiano?
– Ci eravamo sdraiati là fuori sull’erba, la musica era quella dei Tokyo Hotel.
– Beeeh, che schifo! – è il commento di Petra.
– E’ lì che ho capito che me lo avevate rifilato. Mi diceva che lui prima ne aveva tre di creste… a tinte diverse. “Mmmmm… bello” dicevo io. “Mi sono accorto che così piaccio anche di più” continuava lui incapace di riconoscere il mio totale disinteresse (e qui Elena imita la cadenza sarda). Dopo  un momento di silenzio mi chiede “Hai visto che le stelle si sono mosse… non sono più come prima, ayo!”. E io: “Beh, la terra gira… e sembra che le stelle si spostino”. E lui: “Ah, già che la terra gira… qualche volta me ne dimentico!”.

Dopo una notte molto breve trascorsa nel camion in abbandono, tra fetidi materassi, topolini impertinenti e con le prodezze di un’altra gattina, Pigra, alle cinque di mattina del 5 luglio svegliai Elena e Costanza e le riportai in casa per un minimo di colazione.
Portai i due corpicini in piena catalessi fino a sos Pantamos e da lì le condussi barcollanti fin sotto alla parete di Punta sos Pinos, dove ci attendeva un bell’itinerario nuovo che, non so perché, le due vollero chiamare Tarzan sugli specchi. Questo si svolge tra Percorso inutile a sinistra e la via del Muschietto a destra.

Punta sos Pinos, ultima lunghezza di Tarzan sugli specchi
sa Rocca de Ballizzu, via Tarzan sugli Specchi, 5a lunghezza sa Rocca de Ballizzu, via Tarzan sugli Specchi, 5a lunghezza , Sardegna

Il 7 luglio mi avviai da solo verso la zona della Punta Joanne Russu, con partenza per il sentierino dal Pilastro Marragone. Volevo verificare una volta per tutte i sentieri e le tracce, ma volevo anche salire il pilastro nord-ovest della Quota 634 m, il rilievo a occidente della cresta ovest della Punta de lu Casteddacciu. Siccome ero da solo preferii salire sul versante ovest della Quota 634 m e poi, individuata l’uscita dello sperone, calarmi alla base su una corda sola di 60 metri. La base era un posto bellissimo, tra grandi querce. Riposai al fresco qualche minuto poi attaccai ad arrampicare lo sperone che, osservato prima in discesa, non poteva offrirmi sorprese più di tanto. Un’arrampicata piacevole, sulla quale lasciai due o tre cordoni, e che chiamai Un mondo senza mosche. Uscito dal terreno verticale continuai fino alla sommità, poi scesi sul versante opposto. Cominciava a fare caldo, il sole alle nove di mattina era già feroce. Stringendo i denti mi avviai per una macchia non folta verso la base della cresta ovest della Punta de lu Casteddacciu, che volevo salire integralmente. Cosa che feci, a dispetto del calore. Scesi per il canalone di detriti a sud-ovest, recuperai la bottiglia che avevo lasciato là piena di ghiaccio e acqua, bevvi fin quasi all’ultima goccia (di ghiaccio non ce n’era più), poi mi avviai al ritorno. Piuttosto che affrontare l’invincibile macchia del versante meridionale della Quota 634 m preferii risalire sulla cima di questa e riscendere a ovest, per lo stesso percorso di poche ore prima in senso opposto.
Ora il caldo era da allucinazione: mi ritrovai sul sentierino per Marragone con la strana sensazione di essermi perso. In certi punti facevo fatica a sentirmi dove realmente ero, solo la ragione mi diceva che non potevo essere altrimenti che lì. Fino a che, nel punto più critico, non successe l’incidente. Saranno state quasi le undici, i grilli facevano un concerto assordante. Io camminavo nella macchia cercando di sentire sotto i miei piedi quello che era rimasto del sentiero: sentii una fitta lancinante nel posteriore della caviglia sinistra. Mi fermai, abbassai la calza bucata e vidi che un corpo estraneo mi era entrato nella carne. Una spina enorme! Cercai di espellerla spremendola un poco, ma ero scomodissimo in quell’operazione e rinunciai.

Mi asciugai la fronte imperlata di sudore e bevvi le ultime gocce di acqua. Provai a camminare e per fortuna il dolore risultò sopportabile. La scarica di adrenalina mi riportò alla realtà geografica di dove ero e da quel momento, fino all’auto, non ebbi più alcun dubbio sul dove dirigermi.

Giunto a casa, Guya e le altre stavano ultimando i preparativi (creme, lozioni, ecc) per andare alla spiaggia. Quell’anno, sapendo della presenza di Costanza, avevamo portato due auto. Non dissi nulla e le lasciai partire. Quando fui solo mi dedicai con calma alla caviglia. Si intravvedeva un gonfiore nerastro, come se mi fosse entrato un bastoncino di più centimetri. Provai a premere verso il basso, a spremere. Sentivo solo dolore e l’oggetto non si muoveva, come se avesse avuto delle pinne che gli impedivano di scorrere verso l’esterno.

Chiamai Falk, per vedere se una mano diversa dalla mia poteva fare qualcosa. Il povero Falk, gentilissimo e premuroso, non riuscì a fare nulla più di me, e neppure Milo. Decidemmo di andare all’ambulatorio di Padru, che trovammo chiuso e che avrebbe riaperto (forse) alle tre. A quel punto Falk e io andammo a San Teodoro in cerca della Guardia medica. Dopo un’attesa di mezz’ora finalmente una dottoressa ci ricevette. Anche lei provò a estrarre lo spinone, senza successo. Concludendo con:
– Noi non siamo autorizzati agli interventi chirurgici… dovete andare all’ospedale di Olbia.

Arrivammo al nuovo ospedale di Olbia che ormai erano le 16, lì aspettammo al pronto soccorso un’irragionevole tempo. Solo alle 17.30 fui esaminato da un medico in piena regola. Mi portarono in una sala, mi fecero una  iniezione di antidolorifico e finalmente incisero la mia caviglia con il bisturi, asportando un mostruoso oggetto di  4 mm di spessore e 35 mm di lunghezza, nero e dotato di alucce unidirezionali. Una vera e propria arma. Quando uscii dalla “sala operatoria” Falk cominciava a essere preoccupato e aveva avvisato suo padre del perché della sua assenza. Una volta messomi al volante per tornare a Biasì feci una telefonata in cui avvisai Guya del mio calvario medico.

Ne seguì una settimana non di convalescenza ma quasi. E’ chiaro che non potevo fare nulla, mi erano vietati la sabbia, il mare e ovviamente la camminata e l’arrampicata. Alla sera dovevo sempre assistere alle uscite notturne delle ragazze. Il Re del Pelo ebbe pietà di me e venne ancora una volta a trovarci. Mi scarrozzò due o tre volte con la sua Panda 4×4 a Punta de Torriga, al Nodo Murrai, alla Jana di Monte Sempio e foresta di Usinavà-sos Rios. Andammo anche a sa Conca de Locoli, vicino a Siniscola, dove c’erano dei suoi amici speleologi.

Petra e Alessandra, ore 21
Biasì 2009 , Sardegna, 07.2009, Petra e Alessandra Thiele

Insomma, questo fu il 2009. L’incidente sembrava chiudere un intero e glorioso periodo. Anche il nonno della spiaggia non era più lo stesso: se il primo anno faceva le capriole, quell’estate non le faceva più…
Una mattina c’era un forte vento, i bagnanti erano scomparsi. Sulla spiaggia, addossate a un muretto, Guya, Alessandra, Petra ed Elena si erano convinte di poter resistere. Era uno degli ultimissimi giorni ed erano in cerca dell’abbronzatura perfetta. Il muretto era accanto a un bidone della spazzatura, di quelli ripieni che straripano rifiuti. Però, con l’aria che tirava, non c’era pericolo di cattivi odori. Dopo una decina di minuti di raffiche e di mulinio di sabbia, ecco che il bidone si rovesciò e il contenuto andò a insozzare la povera Petra che era quella sdraiata più vicina a lui.
– Beh, forse è il caso che ce ne andiamo a casa…!

Il mattino dopo accompagnammo Alessandra alla stazione ferroviaria di Olbia. Avrebbe iniziato un lungo viaggio per raggiungere suo padre a Carloforte. Senza ritardi né contrattempi, e neppure attese, la tradotta durò ben nove ore. Noi proseguimmo per la Grotta di Nettuno (Capo Caccia) e quindi per il mesto imbarco a Porto Torres.

Per tutta la vacanza lo sport più praticato da Falk e Milo era stato quello di gettare nella stanza delle ragazze, tramite la finestra aperta, delle enormi cavallette che, anche se innocue, seminavano il terrore. Giunte a casa loro, aprendo le valigie, se ne trovarono dentro le ultime due, ancora vive!

Cala Girgolu e Tavolara
Cala Girgolu

Gita a Tavolara: il Capo, Guya, Alessandra ed Elena
Tavolara: A. Gogna, Guya, Alessandra, Elena

FINE

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