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L’Alpinismo è uno sport?

Le competizioni, ma anche le corse non competitive, distolgono dal sentire la natura e l’ambiente che ci circondano. La serie di sguardi al cronometro ne è la dimostrazione più evidente.
D’accordo, c’è differenza tra una partitella di calcio parrocchiale e una qualificazione nazionale.
La maggior parte pensa che le corse tra amici, o altre manifestazioni simili, siano più giustificate e accettabili di altri agonismi dichiarati, o mascherati, striscianti, perché, almeno per una parte di partecipanti, favoriscono il piacere dell’agire insieme. Personalmente è dal tempo dell’adolescenza alpinistica che rifuggo qualunque competizione e in più ritengo che le gare siano dannose all’ambiente, perché la montagna è costretta sullo sfondo.

SellaRonda Ski Marathon
AlpinismoSport-Sellaronda-Skimarathon

 

Mi guardo attorno e vedo che tanti vedono la montagna come teatro di ambizione. Una volta gli ambiziosi si ritagliavano uno spazio con la ricerca, l’esplorazione, la conquista personale; oggi, coloro che sono privi di fantasia non trovano più “novità” e quindi non gli rimane che esaurire il loro protagonismo nella competizione.

Tutti siamo o siamo stati un po’ competitivi, ancor più i giovani con qualcosa dentro. Credo però che sia importante non porre mai la montagna sullo sfondo, lasciandola invece al nostro fianco come compagna ideale.

Credo anche che occorra lasciar fare, condannando gli eccessi organizzativi di qualche manifestazione e limitandoci a dare il nostro esempio. Chi sa di essere nel giusto non vuole neppure passare per fanatico.

A vent’anni, nel 1966, scrivevo questa fantasia, senza immaginare quanto dovesse approssimarsi alla realtà:

L’Alpinismo è uno sport?
Qualunque sport, dal calcio alla pallanuoto, dal ciclismo alle bocce, ha le sue regole, istituite perché con esse si è vo­luto circoscrivere una particolare attività sportiva e distinguerla dalle altre.

Un passaggio del Misurina Ski Raid 2012
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Se queste regole non sono rispettate, gli effetti possono es­sere due: o la prova è nulla oppure rientra in un’altra categoria di sport. Non si può dire ciò dell’alpinismo, che non ha mai avuto regole fisse, ma è bensì in continua evoluzione.

Negli sport invece le regole sono semplici: tempo o stile sono i soli criteri di misura. Chi impiega meno, o chi è più aderente a uno stile ideale e perfetto, vince. Anche in alpinismo esiste lo stile, come pure il tempo. Esiste anche la smania com­petitiva, contro la montagna e contro gli altri, ma ciò non è sufficiente per affermare che l’alpinismo sia uno sport.

Dimostriamolo, senza fatica, per assurdo.

Il Lunarally di Pontedilegno
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Ognuno di noi, per quanto a volte si possa essere digiuni in materia, può confrontare le proprie idee sulla montagna e sul­l’alpinismo con le situazioni, sia pure un po’ caricate, ma co­munque ugualmente assurde, che si verrebbero a creare se l’a­zione dell’andare in montagna fosse caratterizzata solo dallo sti­le e dal tempo.

Questi dunque potrebbero giustificare da soli l’esistenza di un ipotetico «sport alpinistico». Fermo restando che lo sport alpi­nistico equivarrebbe a un qualsiasi altro sport, senza alcun i­deale aggiunto, ma nudo nella sua essenza atletica e ben deli­mitato nelle sue regole codificate, si potrebbero benissimo or­ganizzare le gare a cronometro. Non si avrebbe nessuna diffi­coltà, né tecnica né umana, specie con l’aiuto di un’organizza­zione sapientemente diretta nella classica direzione del ricavo economico.

I concorrenti dovrebbero partire con uguale materiale, pre­senti i giudici di percorso, di partenza e di arrivo. Potrebbe ve­rificarsi qualche spiacevole caso di squalifica per irregolarità; ci sarebbe anche il tempo massimo, oltre il quale gli atleti sareb­bero senz’altro eliminati dalle successive prove.

I giudici provvederebbero ad assegnare i premi ai vincitori, dopo un attento esame dei punti ottenuti e del tempo migliore. Da considerare nella dovuta importanza anche la sicurezza e la prudenza usata dai concorrenti. Alla base della parete ci sa­rebbero le squadre di soccorso, pronte con le barelle per even­tuali infortuni, come pure in vetta; e su tutto il percorso fiori­rebbero le installazioni di teleferiche modernissime per il pronto invio del ferito a valle racchiuso in speciali sacchi Grammin­ger. Ci sarebbero pure, abbarbicate alle cenge, ove possibile, speciali stazioni di ristoro.

Lo sport alpinistico sarebbe ammesso alle Olimpiadi e per i fanatici delle invernali ci sarebbero pure i Giochi alpinistici invernali. L’iniziativa olimpica non mancherebbe di favorire lo sviluppo dello sport alpinistico: la partecipazione infatti sareb­be assai vasta, visto che «alle Olimpiadi non importa vince­re; l’importante è partecipare». Va da sé che lo sport alpini­stico sarebbe ammesso al CONI e il CNSA (Commissione Na­zionale Scuole d’Alpinismo) assorbito.

I tempi sarebbero misurati al centesimo di secondo, i con­correnti dovrebbero partire con il numero sulla schiena e non avrebbero con loro chiodi, essendo già in posto quelli necessa­ri. La partenza e l’arrivo sarebbero misurati da una speciale cellula foto-elettrica, mentre i giornalisti in vetta, protetti da un apposito bivacco-stampa collocato dalla benemerita Fon­dazione Berti, batterebbero nervosamente i tasti della mac­china da scrivere per stendere il pezzo prima dell’ultima corsa della funivia.

Bardonecchia 1985: Jerry Moffat e Wolfgang Güllich

Bardonecchia 1985: Jerry Moffat e Wolfgang Guellich

Sulla vetta, o sulle staffe in mezzo alla parete, sarebbero di­slocati in gare particolarmente importanti gli operatori televisi­vi e i radiocronisti. Sui monti circostanti si provvederebbe alla sistemazione (tribuna o gradinata) del pubblico pagante, men­tre il servizio d’ordine non permetterebbe lo spettacolo ai por­toghesi e la polizia conterrebbe l’eccessivo entusiasmo dei tifo­si. Mentre sui piazzali adiacenti ai rifugi, ormai tutti serviti da un’ottima rete stradale, si adopererebbero i posteggiatori abu­sivi e non; elicotteri speciali sorvolerebbero la zona e le sue adiacenze per avvertire atleti e pubblico di eventuali perturbazioni atmosferiche.

Ai concorrenti sarebbe vietata ogni azione che potesse dan­neggiare i successivi: proibito schiodare, proibito spaccare gli appigli a martellate, otturare le fessure, bagnare la roccia con liquidi di qualsiasi genere, provocare frane; vietati gli urti, gli ostruzionismi, i catenacci. Prudenza nei sorpassi, anche se per­messi sia a sinistra che a destra. Vietato provocare e insulta­re gli arbitri.

A gara terminata si provvederebbe come di consueto al con­trollo antidoping. A giudizio della giuria se i tempi registrati possano o meno essere omologati nell’albo d’oro di ogni via.

Le guide a riposo potrebbero così impegnare il loro tempo facendo gli allenatori o massaggiatori, e gli anziani campioni, o gli incorruttibili accademici, coronerebbero la loro brillante car­riera da giudici o arbitri.

Nelle gare per solitari sarebbe severamente proibita ogni forma, anche elementare, di autoassicurazione; le atlete non do­vrebbero assolutamente indossare, in nessun caso, abiti succin­ti o comunque offensivi alla morale e alla “tipica” auste­rità dell’ambiente alpino.

Al di fuori delle competizioni si potrebbe anche assistere al puro esercizio di stile, all’essenziale estetica dell’arrampica­ta: atleti che amino concepire il passaggio come una serie di movimenti accordati da un fluire logico e leggero degli arti, che trascorrano i loro pomeriggi a salire e risalire su un masso, fare e rifare lo stesso passaggio, fino alla plastica perfezione del movimento, forza e grazia non disgiunti, in sobrio equilibrio.

Alla fine dell’esibizione, ultimo tocco, non mancherebbe il coro frenetico di battimani e strida da parte degli ammiratori.
(1966)

Bardonecchia 1985: Stefan Glowacz e Marco PedriniBardonecchia 1985, S. Glowacz, e M. Pedrini

 

 

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Villeggianti in gita

Il capitolo Villeggianti in gita è tratto dal bellissimo libro di Bepi Mazzotti La montagna presa in giro, pubblicato nella mitica collana Montagna della casa editrice L’Eroica nel 1936. Uno straordinario esempio di satira pungente, adorna delle bellissime illustrazioni di Sante Canciàn.

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di Giuseppe Bepi Mazzotti

Il villeggiante stagna nel fondo delle valli come l’acqua di una palude. La più breve salita gli fa venire il cardiopalma. Si lagna che il bosco — Eden d’ogni delizia e meta d’ogni escursione — non è mai abbastanza vicino. In certi paesi, per arrivare al bosco, bisogna attraversare il torrente; in altri la strada. Ce ne sono perfino di quelli, impossibili, dove per trovare il bosco bisogna rassegnarsi a discendere le scale.

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Della montagna ha un concetto limitato in alto dalle cime che vede dalla finestra, e in basso dalla strada principale del paese. Il resto non lo riguarda: tutti sanno benissimo che lui è venuto in montagna per riposare! Nessuna cosa potrà smuoverlo dalla sedia a sdraio: nemmeno la considerazione che qualche sgambata di dieci o quindici ore gli farebbe buttar via un poco dell’adipe che lo gonfia.

Bisogna dire però che una volta al mese (una maggiore frequenza preoccuperebbe come una irregolarità di ordine fisiologico) i villeggianti più giovani e vispi della colonia hanno l’audacia d’arrivare a un rifugio.

Giungono in comitive schiamazzanti, esilarati dalla leggerezza dell’aria e dalla fatica. Subito si affannano a scriver cartoline e timbrar molte carte (se non i vestiti o la faccia) col timbro del rifugio. Dicono di avere un appetito inverosimile, ma bevono l’aperitivo, e si lagnano se il pane è duro. Non hanno né equità né criterio: mentre considerano la loro passeggiata una rara prodezza, non pensano alla fatica che occorre per trasportare dal paese la cucina economica, o una cassetta di bottiglie di birra. Il rifugio è per loro una meta fornita d’ogni comodità: da dove sia giunta, che importa? Certo i rifugi vengono riforniti da angioli alati, come quelli che spargono rose sui soffitti del Tiepolo: se pensassero che quanto si vedono intorno ha stroncato schiene d’uomo e di mulo per ore e ore di strada, sarebbero meno esigenti. Non sanno spiegarsi invece come possa talvolta mancare il burro (non esservi burro in montagna!) o un bel canestro di pere mature e d’uva moscata.

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Quasi sempre mangiano all’aperto, seduti sull’erba o sui sassi: è meno confortevole, ma è lecito che ognuno provi almeno una volta la voluttà del disagio, specie quando consente di realizzare una notevole economia. Se sono costretti dal cattivo tempo, o da insufficienza di provviste, a consumare la colazione nella saletta del rifugio, fanno alte meraviglie sul conto steso a fatica dal custode; in generale un custode così buono e accomodante da arrivare a sopportarli senza mostrare fastidio.

Sono superficiali e un po’ bambini; ma, tranne l’inesperienza, non hanno gravi difetti: appena quel tanto di esuberanza giovanile che basta per renderli buffi, ma anche per farli perdonare.

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In generale sono molto egoisti. Non s’interessano del sacco enorme che il portatore depone in terra con disinvoltura, e degnano appena di uno sguardo i baffi spioventi di una vecchia guida. Talvolta qualcuno sente un po’ di rispetto per l’alpinista che tace in un angolo, e cerca allora di darsi un contegno; qualcuno dimostra ammirazione per la corda, e insieme un vago timore; ma sono pochi. C’è però anche qualche ragazzo che, giunto in paese, avrebbe voglia di tornare in montagna. Rivede la guida bonaria, l’alpinista silenzioso, e… — perché no? — vorrebbe provare una volta, così per curiosità, a farsi legare in cordata (ma se cadono gli altri — pensa — come farò a sorreggerli? E la corda si lancia forse in alto, a cavallo di una rupe, fin che si ferma in qualche modo miracoloso, e poi ci si arrampica per essa? Certo è così…); leva lo sguardo fin sulla vetta più alta che minaccia la valle, e già immagina di esservi giunto. E’ lassù: stringe in mano la corda come un bene proibito; e prova la nuova ebbrezza del vuoto e dell’altezza.

Chi ha immaginato di trovarsi una volta lassù, ritornerà. Per questo le gite in comitiva non sono sempre inutili: basterà che, fra i tanti, ve ne sia uno che arrivi a comprendere la montagna.

In quanto agli altri, saremmo dei belli egoisti se li invitassimo a starsene a casa: salgano! E saranno i benvenuti, specie se canteranno un po’ meno, e se avranno un po’ più di rispetto per le piccole case dell’Alpe.

Salgano: in montagna c’è sempre posto per tutti; ma cerchino intanto — se ci riescono — di lasciar meno cartacce unte attorno ai rifugi, e meno spiritosaggini sui registri.

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Arrampicata difensiva

Arrampicata difensiva

Partiamo dalla definizione di Medicina difensiva (da Wikipedia):
La medicina difensiva consiste nella pratica di diagnostiche o di misure terapeutiche condotte principalmente, oltre che per assicurare la salute del paziente, anche come garanzia delle responsabilità medico legali seguenti alle cure mediche prestate.
Il medico deve difendersi perché il numero delle denunce è cresciuto oltre il normale, ma l’80% di queste denunce poi risultano infondate e il paziente perde la causa.

Dettagli
Evitare la possibilità di un contenzioso medico legale è la motivazione principale del porre in atto pratiche di medicina difensiva. Molto comune negli Stati Uniti, con un’incidenza variabile tra il 79% e il 93%, la medicina difensiva viene praticata specialmente nella medicina di emergenza, nei reparti di ostetricia e in altri interventi specialistici ad alto rischio.

Tipologia
La medicina difensiva può essere positiva o negativa.

Un incubo ricorrente tra i medici
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La medicina difensiva positiva si attua con un comportamento cautelativo di tipo preventivo (assurance behaviour); in tal caso il comportamento cautelativo si esplica nel ricorso a servizi aggiuntivi non necessari (analisi, visite o trattamenti), atti a:
– diminuire la possibilità che si verifichino risultati negativi;
– dissuadere i pazienti dalla possibilità di presentare ricorsi;
– redigere documentazione, la quale attesti che il medico ha operato secondo gli standard di cura previsti, in modo da cautelarsi da eventuali future azioni legali.

Quando diritto e salute non coincidono
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La medicina difensiva negativa si pratica invece con l’astensione dall’intervento di cura (avoidance behaviour), che si manifesta nel caso in cui il medico eviti di occuparsi di determinati pazienti o di eseguire interventi ritenuti ad alto rischio.

Rimedi
La medicina difensiva è ritenuta un fenomeno da arginare nell’interesse del medico, del paziente e anche delle casse dello Stato: in Italia, infatti, la medicina difensiva pesa per oltre il 10% sulla spesa sanitaria. Tra i rimedi suggeriti, quelli di orientare la formazione degli studenti in medicina verso una maggiore attenzione al rapporto medico-paziente, rendere gli orari di lavoro meno stressanti, favorire il ricorso alla conciliazione in caso di errori medici.

Il ricorso a strumenti stragiudiziali per la risoluzione delle controversie è divenuto indispensabile anche allo scopo di evitare l’immediato ricorso all’Autorità Giudiziaria. Non a caso, il risarcimento del danno derivante da responsabilità medica rientra tra le materie per le quali, a partire da marzo 2011, è obbligatorio tentare preventivamente la mediazione civile.

 

Corsi di arrampicata difensiva
(liberamente tratto da Nonciclopedia, l’enciclopedia VM 18 e libera dai bambini)

L’arrampicata difensiva – detta anche arrampicata paraculo – è una particolare disposizione tattica con la quale si schierano al lavoro sempre più equipe d’insegnamento. Lo scopo non è tanto offrire prestazioni di elevato standard qualitativo all’allievo, quanto evitare il più possibile di prenderlo nel di dietro a seguito di denunce per supposta irresponsabilità. L’idea viene fatta risalire a Giovanni Trapattoni: catenaccio a oltranza per poi colpire spietatamente in contropiede. La messa in pratica è partita però dagli Stati Uniti d’America, che l’hanno esportata in tutto il mondo come omaggio gratuito in accompagnamento alla democrazia.

La stampa come sempre ci ricama sopra…
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Origini del fenomeno
Ci fu un tempo in cui l’operato dell’istruttore e l’istruttore stesso erano insindacabili e intoccabili: in falesia e in montagna tutti si alzavano in piedi e chinavano il capo al passaggio dell’arcigno distintivo di turno, ascoltandone in religioso silenzio il verbo infallibile. Le diagnosi erano inconfutabili e le prescrizioni erano sacre, da rispettare come i dieci comandamenti. In caso contrario si rischiava di essere zittiti con somma vergogna e di ricevere un clistere punitivo.

Bei tempi!

L’istruzione di massa ha favorito il declino di questa epoca. Le aumentate conoscenze della massa hanno fatto sì che si sviluppasse una maggiore consapevolezza, ma soprattutto che il numero di avvocati in circolazione aumentasse in maniera esponenziale. Tutta gente che aveva bisogno di lavorare in un campo che appariva saturo già da allora. Occorreva allargare il campo delle competenze, individuare nuovi bersagli: lo sport d’avventura era ancora un territorio in gran parte inesplorato. D’improvviso gli istruttori si resero conto che non potevano più trincerarsi dietro manovre e spiegazioni composte da termini tecnici noti solo agli addetti ai lavori. Ormai parole come prusik, marchand e lolotte erano alla portata anche di un coatto di periferia. La classe docente subì le prime condanne a seguito di errori particolarmente gravi, assicurando alla giustizia i responsabili di vari decessi o infortuni dovuti a negligenza e imperizia e riempiendo di quattrini le tasche dei parenti e dei loro avvocati.

E anche la televisione non scherza!
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Tutto bene, dunque?
No.
Gli studi legali si specializzarono in questo settore, i familiari degli allievi si riunirono in associazioni e le class action si diffusero come metastasi tumorali. La classe docente, sebbene patrocinata dai migliori principi del foro, scoprì di non essere più intoccabile e il panico si diffuse in breve tempo. Contemporaneamente il popolo aspirante alpinista, fino ad allora cornuto e mazziato, scopriva che rifare la facciata di casa, estinguere il mutuo, concedersi quel viaggetto alle Maldive, o semplicemente dimostrare di avercelo più duro degli istruttori, non era più un’utopia. Così le cause per malinsegnamento si estesero ad ogni minimo errore o incertezza: oggi come oggi un freno dissipatore, un guanto, una barretta energetica in più o in meno possono fare la differenza.

Pianificazione e attuazione
Tale situazione fa innescare un pericoloso circolo vizioso: l’operatore insegnante che perde la tranquillità sul lavoro è portato a commettere più errori e quindi a dibattersi in un numero sempre crescente di cause. Il problema è stato studiato con rigore altamente scientifico.

Al termine di accurate indagini, verifiche sul campo e simulazioni al computer, risulta evidente che non esiste una scappatoia efficace, se si esclude la soluzione finale per la casta avvocatizia, impraticabile per mere difficoltà tecniche. È stato perciò deciso di porre in essere una serie di accorgimenti atti a limitare al massimo i danni. Ciò ha condotto all’identificazione di due differenti approcci alla questione.

Arrampicata difensiva positiva
L’arrampicata difensiva positiva si attua con un comportamento cautelativo di tipo preventivo, che si esplica nel ricorso a servizi aggiuntivi non necessari (esamini, visite mediche o esercizi) atti a:

– Diminuire la possibilità che si verifichino risultati negativi (“La risonanza magnetica e l’elettroencefalogramma cui l’abbiamo sottoposta attestano con ragionevole certezza che il suo lieve tremolio di piede potrà scomparire in tempi brevi e senza lasciare esiti significativi”);

– Dissuadere gli allievi dalla possibilità di presentare ricorsi (“Ci ispiriamo a linee guida riconosciute e approvate in tutto il mondo. Vuole forse denunciare il mondo intero? E poi sappia che sono amico di Simone Moro”);

– Redigere documentazione che attesti che l’istruttore ha operato secondo gli standard d’insegnamento previsti, in modo da cautelarsi da eventuali future azioni legali (“Ho discusso il suo caso anche col Ministro dello Sport e con il CAAI: hanno entrambi convenuto che, con 647 pagine di documentazione, la sua lieve difficoltà nello “spallare” ha ricevuto tutte le attenzioni che meritava”).

Il fatto che questa pratica comporti un ingente spreco di risorse e soldi pubblici sembra non costituire un problema per nessuno, di conseguenza l’approccio positivo è gettonatissimo.

Arrampicata difensiva negativa
La negazione del problema è spesso una tattica vincente.

Esempio:
Lei avrebbe bisogno di un compagno che le faccia sicura come si deve… ma non posso farlo io, mi spiace (il difensivista altamente negativo)!
Perché? Lei è il miglior istruttore della città (un allievo perplesso)!
E intendo continuare a esserlo. Devo pregarla di andarsene. Mi lasci in pace (il catenacciaro negativo gioca di rimessa)!

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L’arrampicata difensiva negativa si pratica con l’astensione dall’intervento di docenza, che si manifesta nel caso in cui l’istruttore eviti di occuparsi di determinati allievi o dall’eseguire uscite ritenute ad alto rischio. Come fa l’istruttore a decidere di chi non occuparsi? Esistono più opzioni:

– Assenteismo: di volta in volta l’istruttore simulerà raffreddori, incidenti stradali, lutti familiari e quant’altro giustifichi un’assenza dalla Scuola all’improvviso;

– Documentazione: l’istruttore raccoglierà informazioni sull’allievo e i suoi familiari tramite investigatori privati, allo scopo di comprendere se si tratta di gente combattiva, cagacazzi e con conoscenze tra gli avvocati. In tal caso cederà volentieri l’allievo a un collega più sprovveduto;

– Ricerca: improvvisamente l’istruttore si accorge che la sua vera strada è l’accademia: sarà sempre impegnato in estenuanti viaggi all’estero per convegni, simposi, seminari che lo terranno a debita distanza dall’insegnamento sul campo.

Anche l’approccio negativo comporta un ingente spreco di risorse e soldi pubblici, ma anch’esso sembra funzionare egregiamente, quindi è gettonatissimo.

Spalle ben coperte, dunque?
Non sempre.

Infatti, se va male comunque?
Nonostante tutte le precauzioni, qualcosa va sempre storto e l’istruttore rischia di essere trascinato in tribunale. Per sua fortuna è obbligatorio tentare la mediazione civile prima di adire a vie legali. Una sorta di constatazione amichevole che mantiene pulita la fedina penale. A un certo prezzo. La classe docente si è organizzata proponendo alle parti lese dei pacchetti “tutto compreso” con i quali è possibile, a seconda del caso, comprarsi un’auto nuova, dotare di IPhone la famiglia e i parenti collaterali (compresi i più antipatici), affittare un attico a New York o trattare con disprezzo le commesse delle boutiques di Montecarlo. Ciò rende gli allievi felici e tranquillizza gli istruttori, che evitano la galera.

D’altra parte in galera ci finiscono sempre gli stessi coglioni.

Medice, cura te ipsum!
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L’esempio limite
L’istruttore più in pericolo è comunque colui che è anche medico: l’unione nella stessa persona di queste due qualifiche porta a rischi davvero esagerati.

Istruttore-medico di turno durante un uggioso turno pomeridiano al Policromuro di Arco: – Cos’è stato quel rumore?

Aiuto-istruttrice annoiata e demotivata: – Lo sloveno che sta facendo Stressami ha starnutito!

Istruttore-medico di turno improvvisamente preso dal panico: – Cosa? Presto, Gina, prepara subito l’aerosol con due fiale di beclometasone dipropionato, una di ambroxol, cinque gocce di salbutamolo e otto di ossitropio bromuro! E metti l’ossigeno a 8 litri al minuto! Poi, subito antibioticoterapia con ceftriaxone un grammo per tre endovena. Muoviti, non stare lì impalata!

Aiuto-istruttrice Gina che non intende rinunciare alla sua tranquillità: – Ehi capo, camomillati un attimo, eh!

Istruttore-medico che già si vede trascinato alla sbarra: – Seeee, camomilla! Il Rohypnol ci vorrebbe! Non mi distrarre che sto pensando! Dunque, ha starnutito… merda! Mmmm… uno starnuto può fargli partire un embolo… Gina, quando scende, iniziamo pure la profilassi antitromboembolica con EBPM a dosaggio massimo! Ah, dimenticavo… programmi in urgenza questi esami: emocromo, VES, PCR, PT, PTT, enzimi cardiaci, profilo renale ed epatico, emocoltura, urocoltura, rx torace, spirometria ed elettromiografia! Mmmm… quasi quasi richiedo una TAC. E anche una colonscopia!

Aiuto-istruttrice Gina, dannatamente pragmatica: – Ma capo, insomma… era solo uno starnuto!

Istruttore-medico di turno immerso nei suoi ottimistici progetti per l’avvenire: – Dillo! Dillo che mi vuoi vedere marcire in galera!

Conclusioni
Se si è allievi in Italia: meglio imparare all’estero.
Se si è istruttori in Italia: meglio esercitare in Nepal.

Ma è solo un’unghia incarnita…
– La prudenza non è mai troppa!

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Le ultime sacche di resistenza

Le ultime sacche di resistenza
di Gianfranco il nonno Valagussa

Nota dell’autore: gli asterischi individuano le categorie dove è ancora necessaria qualche bonifica, perché non tutti CAI, Guide, Soccorso fanno parte della ghenga.

Ebbene sì! Stavolta mi avete convinto. Bando alle ciance, la misura ormai da un pezzo era colma.

L’Isis dell’alpinismo deve essere sconfitta. Basta con gli integralisti che pensano all’alpinismo come condizione immutabile dell’andar per monti, al rispetto ambientale, al silenzio, a un’etica stantia che odora di vecchie foto ingiallite. Basta con le corde di canapa. Ma chi cavolo sono ‘sti Dibona, Piaz… Bonatti poi! Cose vecchie che soffocano il giusto sbocciare del nuovo. Chi osa fermare il progresso? Marrani traditori del futuro. Egoisti ed egocentrici, legati a tradizioni sorpassate. Avventura, sentimento… Ma che c… anche l’enrosadira magari dobbiamo garantirvi. Fottetevi, non riuscirete a fermarci! Le Guide Alpine*, certo non tutte purtroppo; il CAI*, vabbè ci sono sacche di resistenza negli Organismi Tecnici*, ma dovranno fare i conti con chi comanda; il Soccorso Alpino* dovrà occuparsi di turismo ed etica della montagna, di sicurezza per le masse, chi meglio dei nostri angeli custodi potrà organizzare il futuro della frequentazione della montagna?

Gianfranco Valagussa
UltimeSaccheResistenza-GianfrancoValagussa

Certo, c’è ancora chi è contrario all’uso dell’elicottero a fini turistici. Balle! Sono solo filosofi che nulla sanno dei problemi dei montanari, di chi vive lontano dalle comodità e che GIUSTAMENTE ne deve poter usufruire. Egoisti! Pensate sti …….. sono anche contro l’utilizzo del mezzo a motore per andare a caccia! Ma non saranno due borghesucci presuntuosi a impedirci di vivere la montagna come vogliamo e non sarà in loro potere decidere come spendiamo i nostri soldi. Eh sì, è questione di libertà. Ma non di quella falsamente compatibile con il rispetto, di chi poi? Sì, il film Everest mi ha allargato l’orizzonte. Anche se si dovrà migliorare l’organizzazione come evidenzia la pellicola, tutti hanno diritto di poter andare sul tetto del mondo. Il messaggio è chiaro e condivisibile. Certo, vedrete che con qualche mezzo sicuro e garantito da Guide di serie A*, CAI istituzionale* e Soccorso Alpino* veritur (garanzia UIAA ovviamente) riusciranno tutti a salire sul tetto (…) in modo sicuro.

E ora, e questo mi ha convinto, oltre a provocarmi una forte emozione e oltre ogni ragionevole dubbio, MONTE BIANCO. Sì, signori con la puzza sotto il naso, attempati difensori di un’etica alpinistica logorata dalla realtà, questo è il vero progresso difficile da far passare. Questa è la nuova vita dell’alpinismo insieme a bivacchi ultramoderni e futuribili contro la vostra repulsione a tutto ciò che è il giusto cambiamento, a vie ferrate per turisti, con la possibilità per chiunque di salire verso l’ignoto. Perché riservare un’emozione a pochi, e il diritto dov’è? E non vorremmo più nasconderci dietro motivazioni come “per la memoria della catastrofe” o “in ricordo del mio amico morto”. Perché nascondere il desiderio e la bramosia delle masse che anelano alla liberazione dalla schiavitù orizzontale? Giusto dare il mondo verticale a tutti! E Monte Bianco mi ha persuaso, adesso bisogna uscire allo scoperto. Basta nascondersi dietro a statuti ormai sorpassati dove si parla di etica, di ambiente e baggianate simili, basta abbassare la testa, siamo per lo sviluppo o no? Dobbiamo continuare a farci dire dai cittadini falsi ecologisti che non rinunciano ai motori come si vive in montagna? E no, boia d’un Giuda, alziamo la testa, vogliamo bivacchi disegnati da Renzo Piano o Fendi, elicotteri supertecnologici in grado di trasportare velocemente su cento cime solitarie chi lo voglia e nella massima sicurezza con una Guida o Maestro di sci al fianco. Autostrade per salire in quota con parcheggi ampi e comodi, percorsi per sportivi in mtb senza l’ingombro di flemmatici camminatori, piste per sportivi motorizzati con due, tre e quattro ruote. E poi, ci dispiace per i falsamente umili servitori del tempo passato, c’è l’aspetto economico che per i beceri moralisti conta niente, ma per dirigenti del CAI*, membri maggioritari delle associazioni sportive (Soccorso Alp,* Guide alp*, Accomp. di M.M*., Elicotteristi*), registi e organizzatori di reality sono il pane e non solo. La nuova era dell’alpinismo è cominciata. Avete poco tempo per aggiornarvi, in caso di chiarimenti chiamate le istituzioni alpinistiche di rito oppure direttamente la RAI.

Ma non cantiamo ancora vittoria! Perché ovviamente non si fa d’ogni erba un Fascio, vi sono ancora soggetti o pezzi di ogni singola organizzazione che rimangono spersi nei meandri dell’etica ambientalista, difensori della natura e del diritto alla vita di ogni essere vivente. Pusillanimi contro l’uso dei motori, alpinisti silenziosi, camminatori lenti, adoratori di tramonti e mondi colorati senza il dolce profumo dei tubi di scarico. Purtroppo in ogni singola organizzazione e istituzione permangono come un morbo indissolubile.

UltimeSaccheResistenza-esercito

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Gogna internato in clinica psichiatrica. Il medico “Troppi post”

L’alpinista e blogger Alessandro Gogna internato in clinica psichiatrica. Il medico: “Troppi post”
di Nando Zanchetta (post pubblicato su nandozanchetta.com il 16 settembre 2015, per gentile concessione)

Milano. Lunedì scorso l’alpinista Alessandro Gogna, stimato scrittore e coordinatore del seguitissimo blog sul suo sito banff.it (http://www.alessandrogogna.com/category/posts/), è stato internato in una clinica psichiatrica per gravi disturbi dovuti ai troppi post e alla dipendenza da social network.

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I primi sintomi del disturbo si sono manifestati la scorsa settimana, quando a pranzo con alcuni amici in un ristorante, apprezzando le trofie al pesto che stava mangiando, ha chiesto al cameriere dove fosse il bottone per mettere Mi piace e poi condividere.

Tornato a casa ha subito scritto un articolo sul suo blog dal titolo Bonatti, la Nord del Cervino e le trofie al pesto, nel quale affermava che prima di partire per Zermatt per la sua solitaria invernale, l’alpinista bergamasco avrebbe appunto mangiato per diversi giorni solo questo piatto e che la salita non dovrebbe essere considerata valida in quanto basilico e pinoli conterrebbero sostanze dopanti.

Subito dopo aver postato l’articolo nei 634 gruppi Facebook a cui è iscritto, Gogna, non ricevendo che pochi like, si è barricato nel suo appartamento armato di pialla e, dopo aver preso in ostaggio alcuni storici cunei di legno recuperati sul Civetta nel 1972, ha minacciato di darsi alle fiamme utilizzando i trucioli da essi ottenuti, qualora le autorità non avessero immediatamente cancellato la salita di Bonatti dagli annali.

Trofie, basilico e pinoli: sostanze dopanti, secondo Alessandro Gogna
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A questo punto sono intervenuti alcuni famigliari che, dopo aver cambiato le password di amministratore del suo blog e del suo account Facebook, lo hanno immobilizzato, messo in condizioni di non nuocere a se stesso e agli altri, e trasportato presso la più vicina clinica psichiatrica.

Il dottor Massimo Micalo che lo ha preso in cura, pur manifestando un cauto ottimismo, ha affermato che la terapia sarà lunga e difficile. «Dottor Zanchetta – ci ha detto lo psichiatra – la disintossicazione deve avvenire gradualmente e pertanto in questi primi giorni gli è stato consegnato in uso uno smartphone, seppure con accesso limitato e con molti siti bloccati. Potrà consultare i siti ufficiali del CAI, del Soccorso Alpino, il sito ufficiale di Chris Bonington e i cataloghi di chiodi storici dei musei di Reinhold Messner. Rigorosamente vietati invece la lista delle funivie del Superski Dolomiti e del MonteRosa Skirama, le foto dei chiodi a pressione di Cesare Maestri sul Cerro Torre, il sito 8a.nu e il blog di Caterina Balivo, che presto condurrà su RAIDUE il reality show Monte Bianco».

Nella seconda fase della terapia gli verranno invece proiettati alcuni film di eroiche storie dell’alpinismo, tra cui Cliffhanger, Assassinio sull’Eiger, La Montagna, con l’indimenticato Spencer Tracy e Mary Poppins, archetipo di libertà nei cieli e ispiratrice del moderno parapendio.

Nella terza ed ultima fase gli saranno consegnati dei libri da colorare con i profili di alcune montagne molto conosciute, tra cui Cervino, Tre Cime di Lavaredo ed Everest, associate ad alcuni oggetti come ad esempio souvenir delle piramidi di Giza in plastica, coppe di gelato, barattoli di marmellata. «Questo dovrebbe far regredire la sua malattia e riportarlo a uno stato di normalità nel quale dovrebbe tornare a riconoscere le montagne come montagne, gli sciatori come sciatori e i reality show come reality show» ha affermato il dottor Micalo.

La famiglia ha ricevuto moltissime attestazioni di vicinanza da parte di importanti personalità della montagna e dell’arte, tra cui Andy Warhol Jr. fondatore della nuova Pop-up art e autore dell’opera 101 Gogna Facebook Notifications, esposta al MoMA di New York, e ispirata proprio alle infinite liste di notifiche generate da Gogna.

Andy Warhol Jr: 101 Gogna Facebook Notifications, MoMA, New York, manifesto della nuova pop-up art
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Dal giorno del ricovero, molti utenti Facebook, non ricevendo più le oltre venti notifiche giornaliere provenienti da Gogna Official, Gogna Unofficial, I Ragni di Gogna, Gogna Moderna e Donne con le Gogne, credendo in un malfunzionamento del computer, hanno reinstallato l’applicazione Facebook, con gravi perdite di dati.

Scontri si sono registrati tra la polizia e gli attivisti dei movimenti NO BANFF, informati sull’accaduto sin dalle prime ore del mattino, che hanno sfilato con festeggiamenti e caroselli improvvisati davanti alle sedi del Club Alpino Italiano di tutta Italia. Tutto si è risolto con la rottura di qualche bacheca degli avvisi e con il furto di alcune corde di canapa in uso alla Commissione Gite.

I principali provider internet, pur esprimendo costernazione e vicinanza alla famiglia per la situazione dell’alpinista, hanno immediatamente annunciato un sensibile taglio agli investimenti e hanno cancellato gli ordini per gli upgrade hardware necessari allo stoccaggio di tutti gli articoli di Gogna, che ormai hanno raggiunto qualche miliardo di TeraByte. D’altra parte, a Wall Street  il titolo di Oracle, il software per la gestione della base dati di Gogna, ha perso in pochi minuti circa il 10% del valore, prima che la contrattazione venisse sospesa.

La nostra redazione augura ad Alessandro una pronta guarigione e auspica di poter presto rileggere le interessanti liste di regolamenti da lui pubblicate, gli interventi dei presidenti in 342 cartelle, le doverose e improcrastinabili controrisposte dei vicepresidenti vicari in 456 cartelle, i documenti programmatici della CNSASA (Commissione Nazionale Sali Alto Scendi Alticcio), le schede tecniche del CNSAS (Corpo Nazionale Sauvignon, Aglianico e Sangiovese), gli inviti ai cocktail del CAI-TAM (CAI Tutela Ambiente Mondano) e i comunicati stampa del CAGAI (non è una sigla).

Nell’attesa, non avendo nulla da leggere, i fedeli lettori del suo blog avranno finalmente tempo per andare in montagna.

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Il paese delle mille e una nozze

Troviamo sul Gazzettino, nel classico stile giornalistico-salottiero, la notizia riportata da Marco Dibona che a Cortina d’Ampezzo le nozze civili sono diventate itineranti: gli sposi possono scegliere la sede. Sposarsi all’aperto, invece che nell’austera aula del municipio, adesso a Cortina si può, grazie a un apposito regolamento approvato dal comune. E c’è anche il “pacchetto”: fiori, pranzo e musica.

A leggere il breve articolo che riportiamo qui sotto ci emozioniamo ben poco, anzi come al solito ci cascano sempre di più le braccia. La mercificazione montana tocca anche i matrimoni, nessun luogo si salva, nessun uomo. L’offerta per il momento include anche voletti in elicottero, ma io vorei andare oltre. Perché non mettiamo a menù anche l’elimatrimonio? Che cosa ci può essere di più esaltante, di più costosamente élitario, che una bella cerimonia di nozze in cima a qualche montagna, meglio se innevata? E’ o non è un’idea?

Pensate a quante rotazioni per portare su il sindaco (o chi ne fa le veci), gli sposi, i testimoni, i parenti, gli amici. Uno sballo! E senza guide alpine!

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Matrimoni da favola: pacchetti tutto incluso che oltre al luogo propongono soggiorni romantici e addobbi
Cortina, il paese delle mille e una nozze
La “perla delle Dolomiti” offre la possibilità di sposarsi davanti alle Tofane o su una pista da sci o in malga
di Marco Dibona (da Il Gazzettino di mercoledì 6 maggio 2015)

Sposarsi in montagna, davanti alla Tofana, oppure su una pista da sci, o in malga, al limitare di un pascolo incantato, davanti alle verdi acque di un laghetto alpino, o ancora allo stadio Olimpico. A Cortina arrivano da tutta Italia, molti anche dall’estero, per celebrare il matrimonio immersi nella natura, fuori dall’austera aula del municipio. E il Comune ha varato un regolamento apposito per offrire opportunità davvero uniche e indimenticabili. Così le nozze diventano un prezioso veicolo di promozione per il consorzio turistico, che propone pacchetti completi, nel verde brillante della primavera, nel bianco magico dell’inverno: dalle attività sportive e ricreative, abbinate alla cerimonia, sino a gastronomia, musica tradizionale, classica o folcloristica. A disposizione delle coppie, su richiesta, c’è pure il servizio di wedding planner, per curare ogni aspetto logistico e creativo. Nell’iniziativa sono coinvolti operatori locali che seguono con cura tutti i dettagli: inviti, menù, addobbi floreali, bomboniere, fotografo e accompagnamento musicale. La cerimonia può essere in grande stile o raccolta, sulla panoramica terrazza del rifugio da raggiungere in funivia, oppure nella radura nel bosco, per una cerimonia intima e discreta. L’offerta Romantic resort può comprendere gli sci ai piedi, la guida dei bolidi su una pista ghiacciata, il volo in mongolfiera o in elicottero, le evoluzioni con lo snowkyte, la vela appesa al vento. Per l’estate c’è la mountain bike sul sentiero, la discesa in gommone sul torrente, l’arrampicata in roccia o sulla via ferrata.

Paese1001nozzeSono già numerosi gli alberghi, i ristoranti, i rifugi alpini che hanno chiesto al comune di poter accogliere le cerimonie e la giunta ha concesso le autorizzazioni: è necessaria una sala idonea, con opportuni requisiti. Va comunque rispettata la forma, con la presenza del sindaco, di un suo delegato, oltre al gonfalone del comune, lo stemma della municipalità, a dare ufficialità al luogo. Fra i primi a mettersi a disposizione degli spo- sini c’è stato il rifugio Col Dru- scié, sulla cima panormica del colle, già scelto da diverse coppie. Lì sotto, nel bosco, c’è il Lago Ghedina. In montagna i rifugi Scoiattoli, alle Cinque Torri; Po- medes, sulla Tofana. Per la gastronomia, si va dalla tradizione ampezzana di malga Pezié de Parù alla ricercatezza di baita Fraina. Chi vuole respirare la gloria storica e sportiva di Cortina, sceglie lo stadio Olimpico, sede dei Giochi del 1956. Nei «romantic hotel» ci sono poi tante attenzioni particolari per gli sposini: dal piccolo pensiero floreale al servizio in camera, da speciali trattamenti nell’area benessere a indimenticabili cene a lume di candela. Se poi, malgrado tutto, nonostante l’incanto, le cose dovessero andare a finire proprio male, c’è la via d’uscita: proprio ieri la giunta comunale ha aderito alla norma nazionale per il divorzio breve ed economico. La richiesta, una rapida pratica, una marca da bollo e si è di nuovo liberi. Magari per altre, indimenticabili nozze.

Magari in elicottero…

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La canna bis del Frejus

La canna bis del Frejus
di Simone Bobbio

Vi immagino euforici dopo la realizzazione della prima canna. È il periodo giusto per questo tipo di cose, gli anni tra il 1974 e il 1980, quando in Italia e nel mondo intero regna un senso di libertà e spensieratezza. L’inaugurazione è una grande festa, la canna funziona in maniera stupefacente, tira che è un piacere. L’avete desiderata e voluta con tutte le vostre forze. Siete inebriati, leggeri e beati, vi sentite in armonia con il mondo, provate un senso di gioia e pace infinita, tutto va bene, tutto è in discesa. Siete progettisti, imprenditori, politici di vari orientamenti, amministratori e faccendieri, italiani e francesi. È la canna che vi unisce, i suoi effetti benèfici si spandono anche al di là della vostra stretta cerchia, ma solo voi godete appieno della sua magia che vi fa dimenticare le vecchie rivalità di appartenenza politica e professionale, di campanile, di confine.

Vi immagino come a una serata tra amici. La partenza è col botto, ci si diverte, si ride e si scherza, si mangia e si beve. Vivete un’epoca dell’abbondanza smisurata, con cui cercate di soddisfare la vostra insaziabile fame chimica.

Il tempo trascorre a scatti, la realtà si mescola con l’immaginazione prodotta dalle vostre percezioni psicoattivate. Ma dopo un po’, l’entusiasmo scema e il mondo esterno cerca timidamente di introdursi tra le vostre sinapsi, penetrando quella bolla di alterazione sensoriale che sorregge il vostro spirito. La compagnia si sta abbandonando a un generalizzato senso di torpore finché qualcuno salta su con un’idea: ci facciamo la seconda canna del Frejus?

Seconda canna del Frejus: crollo dell’ultimo diaframma, 17 novembre 2014
Canna-bis-timthumb.phpC’è qualche scettico: non è che poi si esagera un po’? Le risorse per farla ci sono o si troveranno, così come gli argomenti per convincere chi rema contro: la seconda canna darà a tutti un nuovo slancio per affrontare con più serenità il futuro. Tornerà a diffondersi il buonumore dei primi tempi per superare gli antagonismi, per rinsaldare il legame con i cugini francesi e continuare tutti insieme a buttarsi i problemi alle spalle.

E così, lo scorso 17 novembre 2014 veniamo a sapere dai giornali che i lavori per la realizzazione di questa benedetta seconda canna sono a buon punto. Accorrono il Ministro dei lavori pubblici e il Presidente della Regione: anche loro vorranno fare un giro a opera conclusa.

A noi, che osserviamo le cose dall’esterno, questa storia appare un po’ fumosa, di un fumo che crea quell’atmosfera di sballo e introiti economici per voi, ma danneggia l’aria che respirano tutti gli altri. Intanto, perché le vostre canne sono, non solo autorizzate, ma finanziate dallo Stato? Si tratta di uso terapeutico per alleviare le pene del moribondo Pil nazionale? E poi ci chiediamo perché non vi mettete d’accordo con i vostri amici che stanno progettando, a loro volta, una canna ancora più grossa e potente pochi chilometri più a valle? Di solito queste cose si fanno tutti insieme, si condividono: la canna deve girare.

Post scriptum
A leggere bene i fatti, sembra che lo schizofrenico delirio di onnipotenza con cui si realizzano certe grandi opere in Piemonte possa essere indotto da un’altra sostanza stupefacente, di colore bianco, catalogata come droga pesante.

1871: inaugurazione del traforo ferroviario
Canna-bis-mop_img.phpNOTE della redazione
Il traforo ferroviario del Frejus traffico nel 1871.
Lungo 12,870 km (6,8 km in Italia), il tunnel stradale del Frejus è entrato in servizio il 12 luglio 1980 causando la chiusura del servizio navetta di trasporto delle automobili nella galleria ferroviaria.
Alla presenza del Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti On. Maurizio Lupi, del Presidente del Piemonte Sergio Chiamparino, delle autorità francesi, dei vertici delle società SITAF,SFTRF e delle imprese costruttrici, delle maestranze tutte, è’ stato abbattuto alle 11.36 del 17 novembre l’ultimo diaframma che separava Italia e Francia del nuovo tunnel stradale del Frejus.
La cerimonia è stata benedetta dal vescovo di Susa Mons. Alfonso Badini Confalonieri.

L’attuale traforo stradale del Frejus
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