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Voglia di ripido

Siamo felici di presentare al nostro pubblico l’ultimo lavoro di Igor Napoli, uno degli ultimi esemplari viventi della specie “hippyens-montanus”, incallito ricercatore, inventore e catalogatore di nuove linee di discesa: è il secondo volume di Voglia di ripido, riedizione aggiornata (valli Stura, Grana, Maira, editore Vividolomiti, collana Mountain Geographic). Il primo volume (dal Monte Antoroto alla Testa del Claus) era uscito nel maggio 2013 con l’editore Soletti. Il terzo e ultimo volume (valli Maira, Varaita e Po) uscirà a settembre 2016. In tutto, sono 1000 pagine di belle foto e itinerari scelti di scialpinismo ripido, dall’inizio delle Alpi sino al Monviso. Molte delle linee descritte sono l’espressione della vulcanica e incredibile attività dei protagonisti che in questa disciplina hanno raggiunto i massimi livelli; ma l’intendimento generale dell’opera rimane sempre e comunque quello di trattare itinerari eterogenei, significativi dal punto di vista estetico e alla portata di una cerchia di sciatori la più ampia possibile.

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Voglia di ripido
di Igor Napoli

Varie componenti spingono gli appassionati di montagna a cimentarsi nell’uno o l’altro itinerario: alla base ci possono essere motivazioni estetiche, istinti pseudosuicidi, sete di conoscenza, ricerca del sensazionale, masochismo, desiderio di far parlare di sé… Non ci sono regole, per fortuna, solo massima libertà. Se uno vince, non necessariamente un altro perde, come invece succede in altri sport…

Guardando certe foto di montagna a volte capita di vedere posti talmente ripugnanti e schifosi che per scherzo viene da pensare “chissà come potrebbe essere passare di lì”, ma solo così, per giocare con la fantasia e poi godere di essere rimasti a casa, davanti al fuoco. Ma poi invece ci sono altre giornate in cui quelle stesse minchiate che avevi pensato solo per gioco, in modo del tutto zen (nel senso che le avevi pensate a mente vuota, senza scopi e senza – in definitiva – pensarle veramente) ti si rivoltano contro e allora per un istante incominci a credere che quel barlume di idea che avevi buttato lì per lì, in realtà potrebbe anche avere un senso… il pensiero incomincia a roderti ogni giorno di più… sei già entrato nel tunnel e la frittata è fatta.

 

C’è un giardino incantato di fiori di cristallo:
è il regno della luce e del silenzio.
Non sta proprio dietro l’angolo: a volte trovarlo richiede sforzo…
Nel giardino incantato il gelo, il vento e la neve creano spettacoli
di perfezione e armonia che riempiono di pace.
Quando riesco a trovarlo sto così bene che non vorrei più andare via.
Ma non si può stare lì tutta la vita.
Allora vorrei che quella pace mi accompagnasse per sempre
e capisco che se tutta la gente si portasse dentro
anche solo una minima parte di quell’estrema semplicità,
gran parte dei problemi che ci tormentano
svanirebbero.

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Mai un fiocco di neve cade in un posto sbagliato (massima zen)”
Riaccingermi a rieditare Voglia di Ripido I è un po’ come rientrare in rifugio, al caldo e in buona compagnia, dopo essere stato due ore fuori a spalare neve…

Sembra di riprendere le fila di un discorso temporaneamente interrotto. E’ un mix di sensazioni contraddittorie: da una parte il forte stimolo a ricominciare questo viaggio invernale nelle mie montagne e dall’altra, nessuna voglia di farmi possedere per l’ennesima volta dal macchinario diabolico che ho davanti.

Mi vengono in mente i momenti balordi e difficili in cui, con l’esperienza nulla dello scrittore principiante, con le diapositive stipate in una scatola da scarpe e con i “sacri itinerari” salvati uno ad uno con religiosa cura nei floppy-disk del vecchio computer “Atari”, vagavo tra gli editori della provincia di Cuneo.

La prima tappa dal banfone che mi fumava sempre in faccia dicendo di volerne stampare 6-7000 copie: mi fece andare avanti e indietro un sacco di volte, senza mai concludere un tubo di niente; seconda tappa da quello “triste dentro” che lo avrebbe pubblicato anche subito, ma rigorosamente in bianco e nero, per spendere meno; anzi, no, a detta sua “a tre colori”, perché i titoli li avrebbe stampati in rosso…

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A volte è più facile scrivere un libro che trovare uno che te lo pubblichi senza volerne approfittarne troppo.

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Alla fine capitai a Dronero, dall’editore L’Arciere, che si dimostrò più umano degli altri, anche se mi impose una conditio sine qua non di 300 copie prenotate (e ovviamente pre-pagate dal sottoscritto) prima di partire con la stampa. Così andai a destra e a manca a promuovere un libro che ancora non esisteva…

Quando finalmente uscì Voglia di Ripido I, per fortuna piacque subito tanto, per l’argomento e per le fotografie; un po’ meno per il prezzo, oggettivamente sproporzionato, che però non avevo deciso io. Quelle cose le stabiliscono gli editori…

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Ancora non sapevo che quello era il primo libro del genere in Italia. In pochi anni il volume andò in esaurimento.

In questi otto anni, intanto, sono successe diverse cose.

Per quanto riguarda me, è cambiata la prima cifra.

E quando dal 4 passi al 5, non sempre ti riesce ancora tutto così bene come quando le decine erano solo 2 o 3… Magari nella testa i pensieri continuano a frullare leggeri, ma poi, quando devi passare dalla teoria ai fatti, sempre più spesso vai a scontrarti con realtà fatte di ginocchia che bruciano, schiene irrigidite e insicurezze psicologiche ad esse collegate… Per fortuna lo scialpinismo non è fatto solo di Lurousa e Forcelle. Anche la Bisalta ha dei segreti da svelare… E come lei, un sacco di altri posti.

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In Voglia di Ripido I ero consapevole di aver gettato alcune pietre nello stagno. Pubblicando foto di pareti e montagne che nessuno aveva ancora percorso in sci, avevo per così dire “cissato la maraja (Slang piemontese che sta per “stimolato la gioventù”)” fornendo qualche idea in più per stimolare a nuove mete. Diversi giovani raccolsero la palla al balzo e portarono avanti le fila del discorso.

I risultati non tardarono ad arrivare: Mario Monaco, Andrea Schenone, Eraldo Viada, Federico Varengo, Gigio Gagliardi, Diego Fiorito, Giorgio Bavastrello, Roby Garnero ed altri signori del ripido si divertirono a distruggere pseudo-miti di pareti e canali che nel libro avevo indicato come “sfide per il futuro…” e inseguendo autonomamente i propri progetti personali continuarono a collezionare nuove e importanti discese, al punto che un aggiornamento sembrava quasi indispensabile.

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In realtà ho sempre pensato che un bravo scialpinista non dovrebbe basarsi unicamente su una lista preconfezionata di itinerari, per decidere dove andare. Le gite più belle sono quelle che ognuno si inventa seguendo i propri istinti, il proprio senso creativo e le proprie esperienze.

Non è assolutamente vero che “ormai si è fatto tutto”, che non c’è più spazio per discese nuove… Ogni inverno ha un po’ una sua storia particolare: a seconda di dove il vento ha tirato di più, certi angoli di montagna possono essersi riempiti di neve in posti dove non avremmo mai più immaginato che potesse accadere… ed ecco, come per incanto, un nuovo passaggio per i nostri sci… Bisognerebbe avere la fortuna di essere al posto giusto nel momento giusto… In realtà, spesso non lo veniamo neanche a sapere, perché non abbiamo il dono dell’ubiquità, perché quel giorno dobbiamo lavorare, o più semplicemente, perché quando c’è tanta neve, per ovvi motivi di sicurezza, è molto meglio non esserci.

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Forse questo aspetto è ciò che rende lo sci ripido un’attività unica.

Ma come in tutte le cose, può capitare di farsi prendere così tanto da tale disciplina da dimenticare tutto il resto, per pensare solo più a dove e come andare a ficcare i piedi appena possibile…  “Fanta-sci”…  Troppo tardi, sei stato preso dal vortice e difficilmente riuscirai a liberartene, fintanto che un giorno forse vedrai che hai speso un sacco di energie in azioni spesso ripetitive e di incerta utilità, importanti solo per te, e l’immagine che vuoi che gli altri abbiano di te, all’interno di un ristretto giro di persone…

Ma fuori di lì?

 

Voglia di ripido volume II – Scialpinismo e sci ripido in Val Stura, Grana, Maira di Igor Napoli
SKU: 978-88-99106-15-7
(avec des notes techniques en français) (tecnhiken auf deutsch bekannt)
78 itinerari di sci ripido e scialpinismo dal Malinvern alla Roccia Blancia
Itinerari e immagini selezionate, per la guida più completa sulla montagna invernale e lo scialpinismo ripido nelle Alpi sudoccidentali. Un libro per continuare a sognare e un punto di riferimento per gli appassionati.
ISBN: 978-88-99106-15-7
Prezzo di vendita: 26,55 €
Prezzo di listino: 29,50 €
Sconto: -2,95 €

Indice volume II

Indice volumi I, II e III (in ordine alfabetico)

Igor Napoli
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Da Julius Kugy ai giorni nostri – 2

Da Julius Kugy ai giorni nostri – 2 (2-4)
(quale il futuro dell’alpinismo in Friuli Venezia Giulia?)
a cura di Francesco Leardi
(ripreso dall’Annuario del CAAI 2014-2015, per gentile concessione)

Puntate precedente e seguenti:
http://www.alessandrogogna.com/2016/05/05/da-julius-kugy-ai-giorni-nostri-1/
http://www.alessandrogogna.com/2016/05/05/da-julius-kugy-ai-giorni-nostri-3/
http://www.alessandrogogna.com/2016/05/05/da-julius-kugy-ai-giorni-nostri-4/

Il 25 e 26 maggio 2013 si è tenuto a Trieste, nella sede della Società Alpina delle Giulie, il Convegno di primavera del Gruppo Orientale del CAAI. Il tema era Da Julius Kugy ai giorni nostri: quale il futuro dell’alpinismo in Friuli Venezia Giulia?

Le relazioni, in ordine di intervento sono state di Spiro Dalla Porta Xidias, Mauro Florit con Stefano Zaleri, Roberto Simonetti (tutti CAAI Orientale) e Peter Podgornik (Slovenia).

Data la particolare natura della relazione di Florit e Zaleri, che per loro stessa ammissione non hanno voluto parlare degli alpinisti più famosi e attivi, abbiamo ritenuto opportuno integrarla con uno scritto di Stefano Michelazzi, estraneo al Convegno.


L’alpinismo triestino dagli anni ’80 a oggi
di Mauro Florit e Stefano Zaleri

Mauro Florit, nato il 18 giugno 1962, arrampica dal 1978 ed è Accademico dal 1994. Ha al suo attivo centinaia di salite in tutto l’arco alpino e una cinquantina di vie nuove, soprattutto nelle Alpi Carniche e nelle Alpi Giulie, con diverse invernali e ripetizioni di prestigio. Stefano Zaleri, classe 1967, vive a Trieste da sempre, ed è Accademico dal 2013. Da molti conosciuto col soprannome di Calcetto, con il quale già da “piccolo” si firmava nei libri delle ascensioni nei rifugi. Ha iniziato ad arrampicare a sedici anni, nel 1983, dopo un corso di roccia alla Scuola Emilio Comici. In 30 anni di attività ha compiuto più di 700 ascensioni di cui una trentina di vie nuove, 4 invernali (3 prime), vie di ghiaccio e cascate, una decina di spedizioni/viaggi alpinistici. Nel suo curriculum ricorda “con affetto” la Maestri al Torre, salita nel 1987 a 20 anni. Primo viaggio, primo monte importante, prima volta in un campo base vicino agli alpinisti che contano…
Il loro è un intervento brillante legato a un periodo di certo molto vicino a quello attuale, di sviluppo tecnico-sportivo e ricco di contenuti umani e aneddoti carichi di un ironia veramente coinvolgente. Con un gruppo di arrampicatori di altissimo livello alpinistico e sportivo.

Non è facile né siamo in grado di proporre un dettagliato e completo resoconto dell’alpinismo nella città di Trieste da Cozzolino ai giorni nostri. Parlare di alpinismo e di alpinisti per noi due è difficile, è più facile salire una montagna che raccontare di averlo fatto. Fare poi un’analisi di salite fatte da alpinisti che sono anche degli amici è un lavoro imbarazzante per chi lo fa ed anche per chi lo legge.

Nasce quindi l’idea di provare a raccontarvi qualcosa in un modo diverso.

Quindi non vorremmo parlare degli accademici triestini che sono o sono stati attivi in questo periodo (Marino Babudri, José Baron, Maurizio Fermeglia, Mauro Florit, Mauro Petronio, Roberto Priolo, Ariella Sain, Erik Švab, Roberto Valenti, Stefano Zaleri), tutti personaggi di cui si conosce già il valore accademico, ma invece di pochi giovani appassionati che, ognuno nel proprio campo, hanno saputo dare qualcosa di originale, portando un’innovazione fondamentale soprattutto nell’approccio alle varie discipline.

Per preparare questa piccola relazione ci siamo confrontati con la visione più personale che ogni alpinista ha della sua attività. Quando siamo andati a parlare con i diretti interessati abbiamo trovato fondamentalmente due categorie: quelli disponibili a raccontarsi, e magari questo ci è costato qualche bicchiere, ma è sempre il metodo migliore per far scorrere meglio le parole, ed altri estremamente riservati che vivono in modo del tutto autonomo il loro alpinismo. Questi ultimi quindi non compaiono in questo scritto, la loro assenza afferma in modo forte la spiccata individualità della nostra attività, dimostra ancora una volta che scalare le montagne è una filosofia di vita in cui ogni scalatore è e deve essere assolutamente libero: libero di scalare, di rischiare, di raccontare o meno agli altri quello che ha fatto.
Dopo Enzo Cozzolino e fino alla fine degli anni Settanta, a Trieste c’era un buon numero di alpinisti in attività che ripetevano i grandi itinerari. Era il periodo delle vie in artificiale con i primi timidi, ma audaci, tentativi di forzare la libera. Due visioni opposte che hanno convissuto per un certo tempo.

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Questi alpinisti si allenavano nelle due principali falesie a pochi chilometri dalla città di Trieste: la Val Rosandra e la Napoleonica.

In Val Rosandra si arrampicava con la corda su vie attrezzate con chiodi, cunei di legno e filo di ferro sulle clessidre; ambiente e attrezzatura molto simili a quelli che si trovavano sulle grandi salite in montagna. La mentalità era puramente alpinistica, si arrampicava fino al sesto grado e, dove non si passava in libera, si chiodava usando le staffe per superare i passaggi senza grandi problemi etici. Un’importante cordata di artificialisti di questo periodo era formata da Luciano Cergol e Roberto Giberna. Grazie a loro sono state aperte difficili vie nella Valle. Tra le loro più importanti realizzazioni locali ci sono le vie Ospo ’77 e Fungo Magico del 1978 sull’imponente strapiombo di Ospo in Slovenia. Le vie di circa 200 metri sono state superate con difficoltà di A3 e chiodatura mista chiodi e spit messi con il trapano, ma non a batteria bensì trascinandosi dietro una lunghissima prolunga di 200 metri che lo collegava a un generatore posto alla base.

La leggenda narra che gli artificialisti, prima di affidarsi a quel nuovo oggetto che era lo spit, ne avevano piantati un paio sulle rocce della Napoleonica e ne avevano testato la tenuta collegandoli con una corda a una jeep americana di colore giallo lanciata a tutta velocità lungo la strada…

In Napoleonica, o come viene chiamata dai locals, la Napo, nello stesso periodo si stava compiendo la metamorfosi iniziata con Cozzolino. Gli arrampicatori che avevano creduto in lui non usavano martello, chiodi e staffe, a loro bastavano solamente magnesio e scarpe da ginnastica, i “Superghini” (la mitica calzatura ora tornata di moda). Si racconta che qualche bizzarro personaggio provava a manomettere anche delle scarpe da calcio tagliando con il seghetto i tacchetti e attaccandovi sotto la mitica suola di Airlite. Ovviamente orgoglioso delle modifiche apportate, raccontava che il risultato era strepitoso… In quel periodo si facevano i “passaggi”, spesso alti, e la caduta anche da tre/ quattro metri era la normalità, come anche le fratture delle caviglie! Oggi nello stesso posto non si fanno più i “passaggi” ma si fa “boulder” con comodi “crash pad” che i vecchi passaggisti userebbero solo per distendersi a riposare. Così nascevano i passaggi detti della L, del Cordino blu, della Spigheta e molti altri. Nel 1974 Giorgio Ramani, personaggio chiave dell’evoluzione in Napoleonica, sale la storica X de Ramani, il ramo sinistro di una esile fessura a forma di X. Un passaggio valutato oggi 7a scala boulder. Molti altri passaggi, anche più difficili, sono stati fatti nei decenni successivi ma la performance di Ramani è stata e rimane una pietra miliare ai vertici europei per il periodo. Gli anni ’80 sono stati fondamentali per il cambiamento tra il vecchio e il nuovo. Tra l’impossibile e il possibile. Tra l’eroico e il divertente…

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Nel 1981 Marco Zebochin rimaneva affascinato dalle immagini e dalle storie dei libri di Yvon Chouinard. Osservava attentamente le fotografie per individuare i materiali necessari alla nuova avventura e dopo aver assoldato i più coraggiosi e inconsapevoli dei suoi amici apriva, in zona Sappada, la prima cascata: le Tre grazie. Il suoi punti di forza erano un paio di piccozzini Pek, dei primordiali chiodi a percussione Wart Hog e le mitiche “virigole” (il cui uso più adatto è stappare qualche bottiglia di vino). Con questo primitivo equipaggiamento compie una trentina di nuove salite. Non lo fermava niente, neanche la dolorante tumefazione delle nocche alla fine di ogni giornata in parete. Una volta aperte le danze altri ghiacciatori si cimentarono nella nuova avventura. Nello stesso anno Tullio Ferluga e Sergio Serra aprivano la difficile Spada di Damocle nel gruppo del Mangart. Una cascata in ambiente, lunga e difficile, impegnativa ancora ai giorni nostri. Negli anni a venire si salirono quasi tutti i flussi principali e si attrezzarono a spit le soste delle cascate più classiche che inevitabilmente sono diventate oggi fondamentali per i corsi di alpinismo. Ovviamente i tempi e i materiali si sono evoluti rapidamente fino alle importanti performance di Mauro Bubu Bole che ha primeggiato per anni su ghiaccio, dry tooling e nelle gare.

 

Ritornando a Trieste e agli anni Ottanta, dopo l’esperienza delle vie in artificiale e dell’evoluzione della tecnica sviluppata in Napoleonica, la nuova generazione aveva bisogno di idee e di spazi nuovi. Da una gita sul lago di Garda fatta da un gruppo di fuoriclasse locali nacque il futuro dell’arrampicata moderna a Trieste. Andarono a esplorare le nuove falesie di Arco, alla Spiaggia delle lucertole si confrontarono con le nuove vie sportive. Non ritornarono vincitori. Al contrario capirono che la loro preparazione doveva migliorare, e di molto. La loro mentalità doveva aprirsi e scacciare i tabù imposti dai vecchi alpinisti. Nel 1984, al ritorno da questa esperienza, Andrea Arci Varnerin e Marco Sterni aprirono in val Rosandra Tipi da spiaggia, la prima via sportiva moderna, attrezzata dall’alto con gli spit messi a mano. È l’inizio della nuova epoca, e Arci ne fu il promotore indiscusso. Dopo di lui tanti aprirono e attrezzarono sistematicamente vie nuove. Venne anche deciso di richiodare la quasi totalità dei vecchi itinerari storici. La val Rosandra si riempì di nuovi arrampicatori, scheletrini dalle spalle larghe, dai vestiti attillati e colorati. Da quel momento tutti, giovani e vecchi, si vollero chiamare “climber”, e tutti si distrussero i talloni con le nuove scarpette, le Supergratton! In poco tempo si attrezzarono altre falesie, la Costiera, Ospo, la Napoleonica e molto altro. Oggi Trieste, insieme alle zone slovene vicine al confine, offre sicuramente uno dei migliori centri d’arrampicata. Il livello tecnico medio generale si è elevato molto e i giovanissimi dei giorni nostri trovano la migliore espressione in Stefano Varnerin e Gabriele Sbisighin Gorobey al quale manca poco, e glielo auguriamo, per salire il suo primo 9a.

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Da sempre gli alpinisti sono andati a sciare d’inverno con discrete basi tecniche e di conoscenza. Ma è sempre all’inizio degli anni ’80 che i più volonterosi incominciarono un lungo percorso per portare l’attività ai massimi livelli. Ai soliti giovani frizzanti però non bastava macinare metri di dislivello. Dovevano fare qualcosa di più. Ai fratelli Paolo e Marco Sterni viene quasi naturale scendere per canali sempre più ripidi e trovano in Mauro Bubu Bole un altro compagno sufficientemente spericolato. Dopo di loro arriva Mauro Rumez che è stato uno dei più grandi sciatori estremi italiani. Dai canaloni delle Dolomiti e delle Alpi Giulie passa alle pareti rocciose che, solo occasionalmente innevate, consentono con difficoltà estreme la discesa con gli sci. Realizza 115 discese estreme, di cui 37 prime discese, lungo tutto l’arco alpino; sui monti Tatra, sull’Alto Atlante in Marocco, sui monti del Nord Epiro in Grecia e sulle Alpi neozelandesi. Muore nel 1999 a 36 anni travolto da una valanga nel gruppo dell’Ortles, mentre sta effettuando una discesa.
Nel passaggio attraverso tutti i cambiamenti che abbiamo detto, si sono formati degli alpinisti seri e preparati che hanno contribuito all’accrescimento di tutta una comunità. Anche di questi faremo solo alcuni nomi, nel rispetto di chi non ha voluto apparire e scusandoci anticipatamente con chi abbiamo dimenticato.

Stefano Caliceto Zaleri
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Mauro Bubu Bole, che tutti ben conoscono. Alpinista poliedrico che ha spaziato dallo sci estremo all’arrampicata sportiva, dal dry tooling alla libera delle grandi vie artificiali. È riuscito ad ottenere sempre risultati eccellenti in ogni disciplina. Ma per noi Bubu è principalmente un amico simpatico e, come si dice a Trieste, decisamente “sonà”. Durante una festa in Napoleonica, a tarda notte dopo moooolte birre, ha salito la via dello Scudo, un buon 7a, con appesi all’imbrago due ingombranti e pesantissimi cassonetti pieni di immondizia e sotto una folla di primitivi alterati che facevano tifo da stadio per incitarlo. Ci è riuscito. Ci è riuscito anche durante altre feste, con appese canoe, pagaie, damigiane e altri oggetti di vario tipo. Bubu non scala più, e dopo aver fatto Rally, oggi gira il mondo con la passione del kitesurf.

Mauro Rumez
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Marco Zebochin, ne abbiamo parlato prima. Un eterno Peter Pan sempre pieno di entusiasmo. Oltre ad essere il precursore dell’arrampicata locale su ghiaccio, arrampica da sempre anche su roccia. Ha aperto una ventina di vie attrezzate sia a chiodi, sia con spit. Sul Velebit in Croazia, a Varassova in Grecia, in Pakistan, all’Ala Daglar in Turchia, Tesnou in Algeria, Wadi Rum in Giordania. Sebbene ora sia un po’ datato, non molla mai.

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Lucio Piemontese, memoria storica dell’alpinismo locale degli ultimi quarant’anni. Valido scialpinista. Ha aperto una ventina di itinerari su roccia nelle Alpi Giulie, Carniche e Dolomiti, ha al suo attivo anche prime invernali di canaloni ghiacciati. Continua tuttora ad arrampicare e ad aprire nuovi itinerari coinvolgendo giovani compagni.

Stefano Staffetta, per gli amici Staffo, è il fidato compagno di cordata di Erik Svab. Arrampicatore di alto livello che ha saputo portare l’alta difficoltà della falesia nelle ripetizioni dei più difficili itinerari alpini, come la seconda ripetizione di Donnafugata alla Torre Trieste, o la prima ripetizione di L’Alfa e l’Omega sulla parete nord della Torre Orientale delle Meisules, o la prima ripetizione della la via Patrick Berhault alla Torre Trieste aperta da Bubu. Marco Tossutti e Alessandra Canestri. Un’altra coppia nella vita e nell’attività alpinistica. La loro passione principale è salire le alte cime della terra. Dopo aver fatto esperienza sul Huascaran in Perù, l’Island Peak in Nepal e l’Aconcagua, incominciano a pensare all’Himalaya. Nel 2002 salgono il Cho Oyu, poi seguono il Gasherbrum 2, l’Everest e il Broad Peak.

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Ma il primo alpinista del FVG a salire un Ottomila è stato Dušan Jelinčič che già nel 1986 sale il Broad Peak e in seguito il Gasherbrum 2, mentre ancora prima, nel 1977, Toni Klingendrath e Umberto lavazzo salgono il McKinley lungo un itinerario parzialmente inedito.

Il nuovo è rappresentato da Gabriele Sbisighin Gorobey, giovane fuori classe che pratica varie discipline, dall’arrampicata indoor alle gare boulder, dall’arrampicata sportiva al deep water. Ha anche accompagnato Bubu per la prima libera di Donnafugata. Si dedica anche all’apertura di difficili itinerari moderni saliti dal basso con l’uso del cliff ed etica rigorosa. In arrampicata sportiva ha salito due vie di 8c+ e liberato vie che presentavano originariamente delle prese incollate per riportarle alla versione naturale, rivoluzionando e diffondendo una corretta etica nell’apertura delle vie di alta difficoltà.

Poi dobbiamo ricordare le meteore. Tanti sono stati i giovani promettenti che sono apparsi sulla scena lasciando a bocca aperta l’ambiente alpinistico e che per vari motivi hanno dovuto o voluto abbandonare l’attività quasi subito.

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Ragazzi con una marcia in più e al di sopra di tutti che con disarmante semplicità facevano quello che a noi costava impegno e allenamento continui. Tra questi Livio Pastore e Giampi Furlan. Nel 1987 succedeva che Ivo Kafol, al rifugio Vazzoler, dopo un temporale mattutino e ormai persa la giornata, saliva quattro vie sulla Torre Venezia da solo, su per la Tissi, giù per la Andrich, su per la Ratti e giù per la Castiglioni; il tutto in poco più di due ore. In conclusione abbiamo visto come la storia alpinistica della città di Trieste degli ultimi trent’anni sia stata ricca di personaggi che hanno saputo eccellere nelle varie specialità. Anche se, come nel resto dell’arco alpino, la tendenza porta ultimamente a un abbandono delle salite alpinistiche di stampo classico per privilegiare quelle dove l’alta difficoltà si combina con protezioni più affidabili. Questo non è, a parer nostro, la “morte dell’alpinismo” ma un inevitabile cambiamento ed evoluzione della nostra attività.

La poca attenzione dei giovani verso l’alpinismo classico è anche dovuta alla mancanza di informazione. Può sembrare un’affermazione azzardata nell’era di internet ma è proprio la facilità del reperimento di informazioni preconfezionate sui principali siti specializzati a distogliere da un attento studio della storia alpinistica. Uno studio che, se attuato, porta in sé la voglia di conoscere e quindi ripetere le salite dei nostri padri.

Un ulteriore contributo
di Stefano Michelazzi
Se è vero com’è vero che Trieste è una città con una storia unica alle spalle, una città ricca di contraddizioni che convivono apertamente (illustrate ampiamente seppur prosaicamente nelle opere poetiche di Umberto Saba), cosmopolita fino al midollo ma allo stesso tempo, se non se ne comprendono le dinamiche di vita, sciovinista senza ritegno, anche questo sciovinismo è la maschera di un atteggiamento goliardico e canzonatore, quasi un’esca per catturare i polli da “remenar” (prendere in giro… la “Remenada” è uno degli “sport” più in voga in città senza distinzione di ceto o appartenenza…) . Come dicevo, non è semplice comprenderne le dinamiche di vita se non la si vive completamente. Una storia antica di snodo privilegiato verso e da oriente, di secoli di intreccio culturale e di privilegio anche nei ruoli di un Impero mitteleuropeo che la vede quasi come l’apice della cultura anche a discapito delle sue due capitali, rendono Trieste una vera e propria unicità a volte troppo stretta a volte estremamente magnanima.

E’ chiaro che in un retroscena culturale come questo (io ormai manco da quindici anni e mi dicono che le cose siano piuttosto cambiate di questi tempi…), anche l’alpinismo abbia delle caratteristiche che si diversificano da qualunque altro ambito. Già il solo esistere di un’attività come l’alpinismo, in termini così ampi e di indubbia valenza su scala internazionale (uno tra tutti Emilio Comici e non serve dire altro…) è qualcosa di estremamente particolare per una città di mare…

Due sezioni, diverse, autonome e per certi versi sempre in concorrenza, del Club Alpino Italiano sono un’anomalia, come appunto anomalo è il modo di fare alpinismo in questa città.

Ma non basta… diverse lingue sono presenti sul territorio, il tedesco è quasi del tutto scomparso (i miei nonni parlavano anche quello…) ma rimangono italiano e sloveno che convivono a volte bene, a volte male e definiscono due ceppi culturali diversi e quindi oltre ai vari CAI operano sul territorio anche realtà di lingua slovena completamente autonome (il citato Dušan Jelinčič è membro della comunità slovena). Insomma una giostra multicolore!

Non mi dilungo oltre, perché ci vorrebbero pagine e pagine per tentare di descrivere e portare a comprensione uno stile di vita che a volte sfugge pure ai triestini…!

In questo “marasma” va da sé che orientarsi sia difficile: perciò che Florit e Zaleri abbiano scritto un report con diverse lacune storiche, anche piuttosto grosse, è ampiamente giustificato ma, già che ci siamo e ci viene reso possibile, tentiamo almeno in parte di colmarle.

Parto dalla mia categoria, le Guide Alpine, delle quali a Trieste, strano ma vero, ce ne sono moltissime. In attività vera e propria che io sappia, siamo in 4,  più 2  Aspiranti Guida. Fino al 2013 c’era anche Icaro De Monte che ci ha lasciati prematuramente ma che credo non serva presentare (in suo nome è attivo da un paio d’anni un progetto di formazione alpinistica per ragazzi che lui stesso aveva ideato).

Tra questi colleghi va citato sicuramente Aldo Michelini che alpinisticamente ha un’attività di tutto rispetto a partire dalle sue realizzazioni sul massiccio dell’Antelao, poco note purtroppo, forse a causa della difficoltà di avvicinamento alle pareti. Almeno 12 salite sulla liscia parete ovest, aperte quasi tutte in compagnia della moglie Laura Ortolani eccetto la prima, Ma perché te ga roto i fiori?, che aprì in compagnia di Sergio Serra nel 1985, via certamente all’avanguardia per stile e difficoltà. Tanto per citare una sua salita ormai divenuta una grande classica sportiva: Anton aus Tirol, sulle pareti del Mur de Pissadù (Sella).

Paolo Sbisà, altro collega che divide la sua attività tra Trieste ed il Cadore dove opera per la maggior parte dell’anno con all’attivo innumerevoli salite in ogni dove…

E ci sono anch’io… Stefano Michelazzi… fuoriuscito dall’ambiente cittadino da ormai 15 anni ma con un’attività precedente su Alpi Carniche, specialmente, e Giulie. Apro tra il ’92 ed il ’97 dieci nuove salite su roccia ed una su ghiaccio e misto. In Dolomiti circa 60 nuove salite e qualcosa anche aldilà dei terreni abituali. Le solitarie (free-solo) sono state uno stile che mi ha preso parecchio negli anni che furono, aprendo anche alcune nuove vie in questo stile… Oggi mi sono calmato un po’… Attualmente vivo nel bresciano operando come Guida Alpina a tempo pieno su tutto l’arco alpino e se mi viene chiesto, anche al di fuori.

Sergio Serra, già citato, fu un alpinista esplorativo come pochi. Su ghiaccio fece diverse prime salite, specie su cascata, che in quegli anni stava emergendo come attività. Esplorò i Tatra nei primi anni ’80, quando vedere un occidentale da quelle parti era cosa rarissima, scalando sia roccia che ghiaccio e portando a casa diverse prime anche con gli sci. Spesso da quelle parti lo accompagnava Paolo Pezzolato El Fossile allora giovanissimo che nel 1984 assieme ad un altro triestino, Maurizio Fermeglia, accompagnò Franco Perlotto nella prima salita italiana del Dihedral Wall (VI 5.9 A3+) su El Capitan in Yosemite!

El Fossile, attivissimo in speleologia (altra grande tradizione triestina) ha esplorato in lungo e in largo la Paklenica tracciando numerosi itinerari ed è lo scopritore e valorizzatore di altri numerosi siti di arrampicata in Croazia che per un lungo periodo ha frequentato in compagnia della compagna Sara Gojak e di alcune zone semi-dimenticate delle Carniche come quella del Volaja dove le sue salite sono oggi delle super-classiche. In Croazia sono due figure di spicco per quanto riguarda la loro attività.

Pochi anni prima era attivo anche Marco Corrado Morgan, seguace della filosofia di Cozzolino, che spesso liberava tratti artificiali senza immaginare che di lì a pochi anni questo sarebbe diventato la nuova sfida dell’alpinismo…

Anche più “antico” (classe 1939), ma ancora in attività sia alpinisticamente che come Guida, è Armando Corvini, autore di alcune prime in Dolomiti negli anni ’50 e ’60, poi emigrato in Australia.

Armando guidò diverse spedizioni himalayane, inserito in team australiani e di nazionalità mista, scalando tre l’altro il Pumori lungo la cresta sud-est nel 1988 e l’Ama Dablam  lungo le creste sud e sud-ovest nel 1994. A causa di quest’ultima perse tutte le dita dei piedi. Come detto continua ancora nell’attività di Guida Alpina accompagnando gruppi anche su cime himalayane!

Di “meteore” durate qualche stagione o anche meno ce ne sono state ma scriverne diventerebbe un calvario, più che altro reperire le notizie…

Un team invece che non si può certo definire “meteora” è composto da Marino Babudri e Ariella Sain, con centinaia di vie nuove alle spalle e di ripetizioni di tutto rispetto.

Una coppia che ha girato in lungo e in largo le Carniche, terreno un po’ di scoperta e ri-scoperta della libera negli anni ’80, per friulani e triestini, le Giulie e le Dolomiti.

Di donne alpiniste come si può notare non ne mancano a Trieste, anzi spesso ci sono state formazioni di cordate femminili, anche quando questo era una rarità assoluta…

Tra quelle donne che ho già ricordato nelle righe precedenti vorrei citare ancora Giuliana Pagliari, ben conosciuta nelle scuole del CAI locale con un’intensa attività alpinistica su roccia e ghiaccio e anche con gli sci.

Tra gli sciatori alpinisti certamente Mauro Rumez ha segnato tappe che pochi sono stati in grado di emulare, basti pensare alla discesa integrale del West Rib con variante Wickwire sul Denali, ma tra gli esploratori instancabili non va dimenticato Matteo Moro con all’attivo innumerevoli nuovi itinerari in sci e diverse guide scialpinistiche tra Austria, Italia e Slovenia che sono diventate un must per chi organizza le proprie uscite sulle nevi non battute…!

Sicuramente mi è scappato qualcuno… e me ne spiace… ma essere da tanti anni ormai fuori dall’ambiente triestino qualche vuoto di memoria me lo causa…

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Most insane ski line ever

Most insane ski line ever
(la più pazza discesa in sci di sempre)

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Questo video è un frammento del film Days of my youth (Il tempo della mia giovinezza), girato nell’arco di due anni da Alan Watts, che racconta l’esperienza di chi ha costruito il proprio stile di vita proprio su questo sport.

Uno dei principali protagonisti è Cody Townsend (http://www.codytownsend.com/), attualmente uno dei più bravi campioni dello sci estremo. In questo filmato si condensa in una manciata di minuti il nuovo livello raggiunto in questa disciplina da Townsend. E il teatro dell’impresa è l’Alaska Tordrillos Mountain Range.

Di fronte a questo genere di imprese ci si stupisce a tal punto da perdere per un momento la cognizione sulla limitatezza dell’uomo.

Per un’intervista (in inglese) a Cody Townsend clicca su http://www.travisrice.com/line-of-the-year-the-crack-qa-with-cody-townsend/

COdy Townsend in the Tordrillo mountains Alaska with matchstick productions.

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La Vela Bianca

La Vela Bianca
di Carlo Crovella
(monografia scialpinistica del Sottogruppo Ramière-Roc del Boucher, Alta Val di Susa)
Foto dell’Autore

Carlo Crovella, istruttore di scialpinismo della SUCAI Torino, ha compilato la monografia scialpinistica del sottogruppo Ramière-Roc del Boucher: si tratta dell’importante displuviale che divide la Val Thuràs dalla Valle Argentera (Alta Val di Susa-Piemonte). Nell’ambito della sua attività esplorativa e di indagine bibliografica (che abbraccia l’arco alpino quasi per intero), Crovella nutre per questo sottogruppo un particolare interesse, anche per motivazioni affettive e personali.

La monografia, intitolata La Vela Bianca, è costituita da un pdf, distribuito fuori commercio, comprendente commenti, foto illustrative, informazioni di complemento e, soprattutto, la presentazione-descrizione di 35 itinerari scialpinistici (sia di stampo “classico” che “ripido”), alcuni noti da tempo, altri di recente frequentazione.

La Vela Bianca è il primo numero di una nuova collana online, i Quaderni di Montagna (settembre 2015), compilata esclusivamente per interesse culturale e con l’obiettivo di divulgare la conoscenza delle montagne.

Carlo Crovella
VelaBianca--04
Per richiedere il pdf gratuito dell’intera monografia, inviarne richiesta all’indirizzo mail: [email protected], con oggetto “La vela Bianca”, con nome e cognome citati nel testo e con la dicitura GognaBlog. L’autore spedirà il pdf personalmente a ogni richiedente.

La crisi generale della carta stampata ha definitivamente chiuso il ciclo delle speranze di poter sopravvivere di montagna scrivendone. Non resta che mettersi il cuore in pace e scrivere gratuitamente per il web. Si dà alimento alla propria passione evitando le illusioni e soprattutto il sangue amaro.

Qui è leggibile il CV di Carlo Crovella, con le esperienze editoriali nel settore della “montagna”. Di professione è economista e scrive articoli su tali temi come free lance per conto di siti online oppure di istituzioni bancarie per le loro pubblicazioni accademiche.

Ha fatto parte (sempre come collaboratore esterno) del CDA (Centro Documentazione Alpina) fin dagli anni ’80, ma anche oggi continua a scrivere sistematicamente articoli di montagna.

L’originalità di questa pubblicazione comporta una recensione “originale”. Pertanto, subito dopo aver indicato come e dove ci si può procurare la monografia La Vela Bianca, abbiamo optato per una presentazione che comprendesse una stringata introduzione, l’indice degli itinerari e la descrizione di uno di essi, assai rappresentativo.

L’elenco degli itinerari è raggruppato per fasce omogenee di difficoltà, in modo tale che ogni lettore può sapere già dove indirizzare le sue scelte (la numerazione invece dipende dalla descrizione in senso orario partendo dalla Ramière per “scendere” lungo la Val Thuràs e tornando di nuovo alla Ramière, dopo aver “risalito” la Valle Argentera).

L’itinerario scelto è invece il numero 22, “rappresentativo” delle nuove tendenze dello scialpinismo, cioè ancora canoni classici, ma al limite superiore (OS): come tutti gli altri, è corredato da alcune info logistiche.

Val Thuràs: sullo sfondo la Ovest del Boucher (al cui limite destro si trova La Vela Bianca)
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Introduzione
Nell’ambito delle Alpi Cozie centrali, in corrispondenza della Punta Ramière 3303 m, dalla cresta di confine si stacca un’importante displuviale che penetra per una decina di km in territorio italiano e divide marcatamente due valli interne: la Val Thuràs a occidente e la Valle Argentera a oriente. Questo sottogruppo esalta le caratteristiche morfologiche delle Cozie centrali: d’estate la parte superiore dei loro fianchi è composta da mobili pietraie arroventate dal sole. Ma con la neve, la scenografia cambia radicalmente. Se il manto è stabilizzato, questi valloni offrono delle vere gemme scialpinistiche, dalle gite “classiche” e note da tempo, agli intinerari “moderni” (cioè di recente scoperta, ma con caratteristiche tradizionali), fino alle discese di sci ripido. E spesso fanno sognare: qualche anno fa, mentre camminavo distrattamente sul fondovalle, l’improvvisa scoperta di una linea di discesa sul versante ovest del Boucher mi ha letteralmente “folgorato”. L’ho chiamata “La Vela Bianca” per la sua forma triangolare che (seppur al rovescio) ricorda una vela spiegata. Oltre alle intriganti discese di sci ripido (alcune delle quali sono ancora dei cantieri aperti), la “ricchezza” scialpinistica di questo sottogruppo è assicurata dalla folta presenza di itinerari, che, pur offrendo caratteristiche di “rara” bellezza, sono ancora compresi nei canoni dello scialpinismo tradizionale. Tali percorsi (alcuni con difficoltà BS, ma più spesso OS) risultano affrontabili da una vasta platea di scialpinisti “classici”: tuttavia una volta di più si sottolinea che gite di questo impegno richiedono un’adeguata preparazione tecnico-fisica ed un manto nevoso assolutamente assestato.

Bibliografia di principale riferimento per il gruppo:
E. Ferreri, Alpi Cozie centrali, CAI-TCI, Milano 1982;
R. Aruga-C. Poma, Dal Monviso al Sempione, Edizioni CDA, Torino 1974;
R. Barbiè-J.C. Campana, Dal Monviso al Colle del Moncenisio, Blu Edizioni, Torino 2004;
R. Aruga, Scialpinismo fra Piemonte e Francia, Edizioni CDA, Torino 1999;
M. Grilli, Dalle Alpi Liguri alla Val Susa, Grafica LG, Torino 1991.

Valle Argentera: il Vallonetto (o Peronetto) sovrastato dalla triagolare parete NE del Boucher e dalla “gobbetta” del Gran Roc (all’estremo limite destro della nuvoletta)
VelaBianca--02


Cartografia essenziale
:
IGM 1:25.000, Foglio 66 I SE, Colle di Thuras: garantisce una precisa rappresentazione del terreno (specie alle quote superiori, perché l’antropizzazione ha sensibilmente modificato le sezioni sottostanti), ma contiene numerosi errori di toponomastica, che riguardano in particolare le vette in questione (spesso confuse fra di loro!);
Fraternali 1:25.000, Scialpinismo in Val di Susa, con itinerari e info schematiche;
IGC 1:25.000, N. 105, Sestriere-Claviere-Sansicario-Prali.

Avvicinamento stradale (da Torino)
Autostrada per il Fréjus-uscita Circonvallazione di Oulx- S.S. per Cesana e poi Bousson. Si oltrepassa anche Sauze di Cesana e, a un tornante, si imbocca il bivio verso il Pont Terrible (1642 m: da qui sono calcolati i dislivelli, salvo diversa indicazione). La strada fino al ponte 1912 m, in fondo alla Valle Argentera (anche detta Valle della Ripa), viene sgomberata dalla neve verso il 20-25 maggio, ma in stagioni poco nevose si riesce a salire in auto almeno fino a Brusà del Plan 1816 m, a volte anche oltre. Dall’estate 2015 si paga un pedaggio di 3 euro (non è chiaro se, in futuro, sarà applicato anche in altre stagioni: può darsi invece che venga introdotto il divieto di transito, ad esempio 1/11-30/4).

Punti di appoggio
Per la ricettività in zona: Azienda di Soggiorno di Cesana, 0122-89202.
Assitenza tecnica e riparazione materiale: Alta Quota (Cesana), 0122-89210.

Indice
(road map operativa per lo scialpinista)

1) Percorsi “classici” (noti da tempo)
1a) Di impegno medio (BS)
Punta Ramière per la normale dalla Val Thuràs (itin. n. 2)
Punta Marìn, versante ovest (itin. n. 4)
Cima del Pelvo dalla Val Argentera (itin. n. 27)
Punta Serpentiera dalla Valle Argentera (itin. n. 28)
Punta Ramière per la normale dalla Valle Argentera (itin. n. 33).

1b) Classificati difficili (OS)
Punta Ramière per la cresta sud-ovest e discesa per il versante sud (itin. n. 1)
Punta Serpentiera, versante ovest (itin. n. 8, sovente concatenato con l’itin. n. 9)
Cima del Pelvo, versante sud (itin. n. 9, sovente concatenato con l’itin. n. 8)
Cima del Pelvo, versante ovest (itin. n. 10)
Punte della Clapiera, versante Ovest (itin. n. 11)
Roc del Boucher, versante sud (itin. n. 14)
Gran Roc, versante nord (itin. n. 21).

2) Percorsi di più recente “scoperta”
2a) Di impegno medio (BS)
Merlo Basso dalla Valle Argentera per il Vallone Platte (itin. n. 30)
Punta Ramière per il Canalone nord-est (itin. n. 35) – Nota: BS tendente all’OS.

2b) Classificati difficili (OS)
Punta Ciatagnera, versante sud (itin. n. 12)
Gran Roc, versante est (itin. n. 22)
Punta dui Cucu (toponimo proposto), versante est (itin. n. 23).

3) Percorsi di sci ripido e/o estremo (discese già effettuate)
Roc del Boucher, versante ovest, via classica (itin. n. 15)
Gran Roc, versante ovest (itin. n. 17)
Monte Furgòn, versante sud-ovest (itin. n. 19)
Monte Furgòn, versante nord-ovest o nord-nord-est (itin. n. 20)
Roc del Boucher, versante nord-est (itin. n. 24)
Punta Ramière, parete nord (itin. n. 34).

4) Cantieri aperti
Punta Ciatagnera, versante ovest (itin. n. 13)
Roc del Boucher, versante ovest, pendio triangolare detto “La Vela Bianca” (itin. n. 16)
Punta Muta, versante sud-sud-ovest (itin. n. 18)
Roc del Boucher, versante est-sud-est dal Vallone Renaud (itin. n. 25)
Punta Ciatagnera, versante est dal Vallone Guccie (itin. n. 26).

5) Itinerari citati per completezza sistematica, ma privi di un autonomo interesse sciistico
Punta Marìn, versante sud-sud-est (itin. n. 3)
Punta Tre Merli, versante sud (itin. n. 5)
Punta Serpentiera, versante sud (itin. n. 7)
Punta Serpentiera, cresta nord-ovest (itin. n. 28)
Punta Serpentiera, canale sud-est e cresta est-sud-est (itin. n. 29)
Punta Tre Merli, cresta sud-est (itin. n. 31)
Punta Marìn, versante nord-est (itin. n. 32).

L’itinerario si sviluppa lungo il severo Vallonetto o Peronetto: evidente il salto di roccia a metà percorso
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Itinerario n. 22
Gran Roc 3121 m, per il versante est (Valle Argentera), lungo il Vallone detto Vallonetto o Peronetto
Si tratta di un itinerario che rappresenta in pieno la tendenza dello scialpinismo negli ultimi venti anni circa. Siamo al livello più elevato degli itinerari “tradizionali”, un passo prima dello sci ripido. La difficoltà OS va affrontata con le giuste condizioni e l’adeguato materiale (oltre alla dotazione scialpinistica: ramponi, piccozza e casco).

Classificazione: OS. Dislivello: 1479 m. Bibliografia: CAI-TCI (itin. n. 682 b, descrizione estiva); Montagne 360 (febbraio 2014), articolo dell’autore.
Itinerario di recente scoperta (circa 15-20 anni fa), ma che sta avviandosi a conquistare il ruolo di ambita superclassica. La continuità dei pendii (pur restanto entro i canoni “tradizionali”), la sciata super-gratificante e l’ambiente decisamente severo giustificano ampiamente tale blasone, ma richiedono un’approfondita capacità di valutazione delle condizioni nivologiche.

Dal Pont Terrible si segue la strada del fondo valle fino a poco prima (1800 m circa) che inizi l’ampio pianoro di Brusà del Plan. Si svolta a destra e s’imbocca l’evidente strettoia basale del vallone detto Vallonetto (Peronetto in altre carte), che più in alto si apre. Lo si risale, cercando i passaggi migliori in funzione delle condizioni. Il salto roccioso a metà vallone viene normalmente superato risalendo il ripido pendio tutto a sinistra (destra orografica) e tornando in centro al vallone sopra la bastionata stessa. In alternativa (ma quasi sempre con inevitabile uso dei ramponi) si può risalire uno o l’altro dei due canali che rigano la bastionata. Sopra detto salto, ma ancora sotto la conca dove si trovava il Ghiacciaio del Boucher, si vira decisamente a destra, puntando infine alla cresta divisoria con il Gran Vallon (che raggiunge il Gran Roc da nord, altro stupendo itinerario noto da tempo). La si raggiunge in prossimità della vetta con un ultimo ripido pendio-canale che può imporre l’uso dei ramponi. Attenzione che su alcune carte l’itinerario tracciato gira erroneamente verso il Colletto Brusà, percorrendo poi la successiva cresta che invece non è molto sciistica. Se si arriva a tale colle, conviene piuttosto scendere sul lato opposto, collegandosi al tratto superiore del Gran Vallon (itinerario tradizionale).

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Jean Afanassieff fumava le Gitanes blue

Jean Afanassieff fumava le Gitanes blu
di Emilio Previtali (da http://emilioprevitali.blogspot.it/, 17 gennaio 2015)

Jean Afanassieff aveva un nome che sembrava finto. Leggerlo e ricordarlo esattamente quel nome, scriverlo correttamente, era già un impresa. Una avventura. Era più facile ricordarsi dei suoi capelli lunghissimi, castani, lisci.

Negli anni ’80 avere i capelli lunghi per essere un climber o un alpinista — un certo tipo di climber e di alpinista — era indispensabile o almeno così mi pareva. Io negli anni ’80 ho avuto tra i tredici e i ventitré anni, gli anni più belli della vita, quelli in cui diventi quello che poi sarai per sempre. Edlinger aveva i capelli lunghi. Berhault aveva i capelli lunghi. Reinhold Messner aveva i capelli lunghi e ce li avevano i britannici Doug Scott, Chris Bonington, Peter Boardman. Jean-Marc Boivin, il mio idolo assoluto, aveva i capelli lunghi. Tutti quelli cui avrei voluto somigliare avevano i capelli lunghi e un po’ in disordine. Allora anche io mi ero fatto crescere i capelli lunghi. Compatibilmente con mia madre, li tenevo abbastanza in disordine.

afanassieff-krDH-U10401448444947twH-700x394@LaStampa.itJean Afanassieff però era diverso. Intanto aveva dei capelli lunghissimi, più lunghi di tutti gli altri, quasi da donna, curati e poi aveva quel nome che sembrava finto. Afanassieff. Sembrava che nello scriverlo ci fosse stato un refuso o un errore, nessuno sembrava ricordarlo davvero quel nome, ma io avevo imparato a riconoscerlo sulle riviste di alpinismo e a tenerlo a mente. Era così affascinante quel rincorrersi di consonanti e di vocali. A-fana-ssieff, in fondo non era difficile da memorizzare. Sapevo che quando mi imbattevo in quel nome ci sarebbe sempre stata sempre la certezza di venire a sapere qualcosa di straordinario, di innovativo, di rivoluzionario dal punto di vista alpinistico.

Jean Afanassieff si è fatto conoscere con una serie lunghissima di salite solitarie in velocità nel massiccio del Monte Bianco, salite che poi nel tempo, seguendo le sue tracce, sarei andato a vedere o a ripetere così come si va a visitare un tempio, un luogo in cui si sente la necessità di essere mettendosi al cospetto di qualcun altro, alla ricerca di se stessi. L’intero inverno del 1977 Afanassieff lo trascorse sciando a Bugaboos, in Canada (un altro luogo che in seguito sarei andato a conoscere) e nel 1978 fu il primo francese in vetta all’Everest, in autunno, insieme a Nicolas Jaeger e Kurt Diemberger. La sua fu la 72esima salita della montagna.

Nicolas Jaeger fu un’altro personaggio fondamentale nel mio diventare uomo. Alpinista e fisiologo contribuì in modo determinante a conoscere i meccanismi dell’adattamento dell’essere umano all’alta quota, trascorse sessanta giorni a 6768 metri in vetta all’Huascaran, tempo in cui scrisse un libro che si intitola Carnet de solitude, “Solitudine” nell’edizione italiana. Bellissimo. Giunto in vetta all’Everest Jaeger si accese e fumò una Gitane, una delle stesse sigarette che fumava anche Edlinger. Se mai avessi iniziato a fumare un giorno, avrei fumato delle Gitanes, ma non divaghiamo adesso.

Afassanieff: assieme alla prima salita francese dell’Everest compì nello stesso giorno anche la prima discesa di un 8000 con gli sci, partendo da quota 8300. Un exploit assoluto, non soltanto per l’epoca. Infischiandosene delle collezioni di 8000, Afassanieff tornò in seguito altre tre volte all’Everest, per il versante nord. Nel 1979 fu escluso dalla spedizione nazionale alla Magic Line del K2. Accadde per via di alcune dichiarazioni scomode dopo la spedizione nazionale dell’anno prima e per via del suo carattere piuttosto naïf, Afassanieff non mandava certo a dire quello che pensava. Restare escluso da una spedizione perché hai detto quello che pensi. Dire quello che pensi sempre, anche se non conviene. Anche se ti tagliano fuori. A me sembrava grandioso, anzi è grandioso, lo penso tuttora. Una cosa di cui andare orgogliosi, non è importante se nel frattempo ti perdi qualcosa.

In seguito Afassanieff sarebbe diventato un documentarista o, come si dice oggi, un filmmaker. Uno che si prende cura di raccogliere e di raccontare delle storie. “Certi mi considerano un alpinista, certi un regista, mi rendo conto di essere un personaggio complicato, difficile da inquadrare. Io sono stato alpinista e sciatore in una vita precedente e oggi, nella mia nuova vita, anche se ancora pratico l’arrampicata e lo sci per piacere personale, mi considero un autore. Il mio mestiere e la mia passione è quella di raccontare delle storie attraverso i miei film”.

Jean Afassanieff se n’è andato qualche giorno fa, a 61 anni per un male incurabile. Non ho mai avuto la fortuna di incontrarlo di persona ma la sua storia, la sua vita, mi hanno sempre ispirato. Se penso a uno cui avrei voluto assomigliare, uno che mi ha fatto sognare, uno di cui vorrei ricalcare la traccia (parlo come alpinista e come sciatore ma anche come autore e come appassionato di storie da raccontare), penso a lui, a Jean Afanassieff. Buon viaggio, Maestro. Adieu.

Per più ampia documentazione su Jean Afanassieff vedi wikipedia (in francese).

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Emilio Previtali: to inspire others

   To inspire others
dalla serata di Emilio Previtali con Alt(r)i Spazi, 1 aprile 2015

La simpatia di Emilio investe il presentatore, deborda dal palco e si riversa sul pubblico come un fiume… con la potenza di un fiume non violento dal quale è bello farsi trasportare.

Un uomo che ha girato il mondo delle montagne, le ha salite, soprattutto le ha discese, nei modi più fantasiosi, praticamente tutti quelli che si conoscono… e sempre con la stessa bravura e leggerezza, così come te lo racconta lo ha fatto.

Previtali_fullUno che non dice mai “io, io…”, e neppure lo sottintende. Eppure, cazzo, sta parlando di sé. Come fa? Con la leggerezza: “Nessun altro rumore se non il respiro e le mie pelli di foca che scorrono sulla neve leggera”. Un uomo che agisce zen (e non per nulla il suo libro preferito è quello di Eugen Herrigel, Lo Zen e il Tiro con l’Arco).

Già dal titolo Quella del signor Miura e altre storie sembra che Emilio non voglia parlare di sé. E ti narra di una spedizione al McKinley (Denali) con uno squinternato gruppo di freerider che in tutta evidenza (dal film) non aveva neppure la metà della sua esperienza alpinistica, conclusa con la discesa a telemark del Rescue Gully e dell’Orient Express Couloir.

Dopo le splendide immagini dell’Alaska, Emilio sorprende il pubblico raccontando che nel gruppo (che si era visto misto e ben dotato di piacevoli esemplari femminili) lo chiamavano “Italian stallion”… lui protestava la più assoluta ignoranza di come fosse nato il nomignolo, che ovviamente a sua moglie (presente in sala) andava un po’ indigesto. Ma se una persona è sincera, ed Emilio lo è, dovrebbe esserlo sempre, no?

Dal racconto della spedizione alle Svalbard sembra che il gruppo sia andato in gita come noi potremmo farlo in Val Formazza, con la stessa importanza data all’amicizia e al gruppo.

Geniale e autentico personaggio del mondo della montagna, Emilio Previtali persegue ancora oggi l’avventura e la ricerca dei propri limiti attraverso arrampicata, snowboard, corsa, mountain bike, alpinismo in tutti gli angoli del mondo, per poi tornare ad allenarsi alla Cava di Nembro, più ricco eppure ancora il bimbo capace di sognare, sfidare se stesso, rimettersi sempre in gioco e cercare di restare in sintonia con la propria visione delle cose.

Per un alpinista l’arrivo in vetta è il successo – dice Previtali – la vetta mancata è il fallimento, per un freerider questo concetto è superato, l’esperienza nella sua totalità è l’obbiettivo, arrivare in cima fa piacere a tutti, ma tra arrivare in cima e fare una discesa mediocre e mancare una cima per buttarsi su una discesa favolosa, io scelgo la seconda opzione”.
Anche perché, ci spiega, il “successo” non è un qualcosa di assoluto e prestabilito: “il successo è ciò che TU decidi che sia”.

Uno dei pezzo forti della serata di Emilio Previtali è la proiezione di un estratto dal film The Man Who Skied Down Everest, un documentario su Yuichiro Miura, l’alpinista giapponese che sciò sull’Everest nel 1970 utilizzando un paracadute per frenare la discesa (di quelli di una volta, rotondi).

Miura, partendo dalla Fascia Gialla (Yellow Band), scese il versante ovest del Colle Sud per 2.000 metri di dislivello in due minuti e venti secondi, poi cadde rovinosamente per circa 400 metri, riuscendo miracolosamente a fermarsi prima dell’inizio di giganteschi crepacci.

L’eccezionale filmato è preceduto dalle bellissime discese che Emilio fa nei boschi dell’Hokkaido, poi dalla visita all’anziano Yuichiro Miura. Un signore con il viso da bambino e un’età di circa 80 anni (nacque il 12 ottobre 1933). Possiamo vederlo con la gentile figlia, con l’unico sci rimastogli dopo la caduta sull’Everest: con ricordi che ne costruiscono naturalmente il volto. Perché, pensate che Miura, miracolato, se ne sia stato buono buono in seguito?
Il 23 maggio 2013, all’età di 80 anni, è divenuto la persona più anziana ad aver raggiunto la cima dell’Everest, da lui già raggiunta altre due volte, il 22 marzo 2003 all’età di 70 anni e il 26 maggio 2008 a 75 anni.

Emilio Previtali a tallone libero sulle nevi neozelandesi
previtali-0002Come presentatore sono stato tutto il tempo incerto sul come provocare il suo irruente umorismo, gli ho chiesto di quel suo scritto (un post dal Nanga Parbat invernale) che mi aveva colpito assai, dove faceva distinzione tra dividere e condividere, manifestando la sua antipatia per quella “condivisione” che in realtà, riferendosi ai dibattiti dei social, non è una divisione oggettiva di un bene, perché in effetti si sta parlando di un bene virtuale. Dunque, dopo una condivisione, chi è ricco rimane ricco, chi è povero rimane povero. Non si può dividere lo zero…

E ancora Emilio non aveva scritto quello splendido post su Facebook in cui lo vediamo, in un centro commerciale di Orio al Serio, assistere ai risultati dell’espianto di due palme.

La sala si sbellica letteralmente dalle risate per almeno un minuto buono di fronte alla scena di come si viaggia in Pakistan, nel filmato a documento dell’avventura al Nanga Parbat dell’inverno 2013-2014, assieme a Simone Moro, suo vecchio compagno di scuola.

Si cammina una volta sola sulla Luna” è il suo insegnamento sulle “azioni eroiche” che non possono e non devono essere “serial”. Di discesa dal Shisha Pangma per Emilio ce ne può essere una sola e corrisponde con una filosofia di lunga vita.

Emilio, negli anni anche fondatore e direttore della rivista FREE.rider è oggi “penna” fra le più seguite fra tutti gli appassionati di montagna, sci e avventura a contatto con la natura. Lo merita, perché sostiene che per scrivere serve follia e massimo controllo di sé. To inspire others.

previtali-0001Emilio Previtali in breve (da Uomini & Neve, Martino Colonna e Francesco Perini, Edizioni Versante Sud, 2013)
Emilio Previtali
è nato a Bergamo il 5 maggio 1967.

Le sue spedizioni più importanti
2011
The North Face Denali Experiment Expedition 6194 m – cima e discesa a telemark di Rescue Gully e Orient Express Couloir.

2005-2007 Shisha Pangma 8027 m, parete nord, 3 spedizioni, discesa in snowboard da 7600 m.

2002 Cho Oyu 8202 m, parete nord, discesa con lo snowboard da 8000m, prima discesa della The Poland Route, cresta nord-ovest, 55° da 7200 m.

2001 Pik Lenin 7134 m, discesa in solitaria in snowboard attraverso una nuova linea per la parete nord.

Premi
2007
EUBEA European Best Event Award – Miglior evento europeo con basso budget con Shisha Pangma Snowboard Expedition.
2004-2005 Migliore Freerider Italiano – On Board Italy Snowbox Award.

Editoria
2000/2008
Direttore di FREE.rider magazine.
Fondatore ed editore della rivista Soul Rider.
Editore del The North Face STORY.teller yearbook.

Altro
27 volte finalista Ironman.
Maestro di Snowboard.
Ha partecipato al Camel Trophy come membro del team italiano.

Sponsor
The North Face, Scott, Orthovox.

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Abbiamo fatto eliski in Canada… ma siamo felici?

 Abbiamo fatto eliski in Canada… ma siamo felici?
di Marcello Cominetti (pubblicato su marcellocominetti.blogspot.it il 19 febbraio 2013)

Calma, calma, mica sono andato in Canada a sciare perdendomi anche solo qualche giorno di Dolomiti in una stagione bella come questa…

Non è infatti di eliski in Canada che voglio parlare, ma di chi ci va.
E’ vero, generalizzare è troppo facile, ma lo farò ugualmente, anche se so benissimo che tra chi va in Canada a fare eliski ci sono ottimi sciatori appassionati.

Eliski nelle Canadian Rockies
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Questo scritto delirante prende spunto dal fatto che sempre più numerosi freerider, prima di venire a sciare fuoripista con me, scrivono tra le loro credenziali che hanno sciato in Canada usando l’elicottero. Premetto che non sono né pro né contro l’eliski in generale perché molto dipende da dove lo si fa: può essere molto remunerativo o molto stupido, ma non è di questo che voglio parlare.

Le più acclamate compagnie nordamericane di eliski hanno da anni messo a punto una formula, quasi sempre vincente, che permette a uno sciatore medio neppure troppo allenato di inanellare molti metri di dislivello in discesa (vertical feets) per aggiudicarsi gadget come giacche a vento, occhiali a maschera, berretti e guanti con su ricamata la prestigiosa dicitura “25.000, 45.000… vertical feets”. A parte il fatto che questi “riconoscimenti” sono a pagamento e non sono neppure a buon mercato, la cosa che più mi meraviglia sono i personaggi che li ottengono e che poi li sfoggiano con orgoglio snobbando il più delle volte chi non li ha.

Alberto De Giuli in azione lungo la diretta dei Ciamurch-Sella-Dolomiti

Eliski-Canada-DEGiuli-CiamurchOra, io faccio la guida da trent’anni e ne ho viste di tutti i colori, belli e brutti, ma parlando di sci “libero” mi ricordo che nelle nostre Dolomiti nei primi anni ’80 accompagnavamo fior di sciatori giù per canali ancor oggi considerati belli ripidi.

Ho avuto la fortuna di lavorare nelle Dolomiti con i francesi della scuola di sci estremo fondata da Patrick Vallençant di Argentière/Chamonix e portavamo gruppi di sciatori nei canali Holzer e Joel al Pordoi o allo Staunies sul Cristallo, nella Val Scura del Sassongher, solo per fare qualche esempio, quando questi canali venivano scesi rarissimamente e da pochi specialisti.

Il ripido era di moda in Francia e i miei colleghi d’oltralpe chiamavano la Val Mesdì del Sella Val Merdì, perché la trovavano noiosa e improponibile a chi si iscriveva a degli “stages di sci estremo”.

Ma ancora oggi, quando le previsioni meteo annunciano copiose nevicate, i miei amici di Chamonix, Verbier e del Monterosa vengono a sciare qui appena fa bel tempo. Sarà che le Dolomiti sono un terreno per il fuoripista tutt’altro che banale? E che noi guide alpine di queste montagne, abituati al ripido e con la corda sempre pronta nello zaino, non siamo così malaccio?

Siamo forse arrivati in ritardo su molte cose ma di certo non c’è terreno che ci impensierisca più di tanto.
Questo tanto per darvi un’idea. Stop.

Mattia Maldonado a telemark in Val Chedul
Eliski-Canada-MaldonadoOggi se qualcuno mi dice che ha fatto eliski in Canada so già che è un turista danaroso appesantito dal benessere e spaventato mortalmente dall’incertezza; che è stato messo comodo su un elicottero che lo ha depositato in cima a una discesa perfetta e che l’elicottero lo ha poi raccolto in fondo non appena la pendenza non gli consentiva più di scivolare a valle per portarlo in cima a un’altra discesa perfetta. Un beverone a base di cocacola per idratarsi e un paio di sci “fat” (come lui) ai piedi, per rendere il tutto fattibile et voilà, lo sciatore si sente invincibile e pronto ad affrontare ogni pendio.

Ma non nelle Dolomiti, dove ci sono le rocce, le pareti da aggirare, qualche metro a scaletta da fare e magari anche qualche metro in cui bisogna darci dentro con le braccia per spingere un poco o fare un po’ di lisca di pesce fino al pendio successivo.
Pochi giorni fa uno mi ha detto seccatissimo perché doveva risalire circa tre metri di dislivello in salita: “sono venuto a sciare in discesa!”
Certo è che con tutti quei caschi, paraschiena, occhialoni e accessori d’ogni foggia e peso, uno si muove pesantemente. Sciando fuoripista raramente si soffre il freddo. E’ uno sport, quindi ci si scalda.
Meglio essere leggeri, ma vaglielo a dire…
Insomma, se tra le credenziali che uno sciatore esibisce nel suo curriculum c’è l’eliski in Canada io tremo e mi dico: oddio cosa potremo fare senza cacciarci nei guai?
E’ come se uno mi dicesse che per scelta usa solamente uno sci, che ha lo zaino pieno di sassi o comunque qualcosa che lo impedisca terribilmente.
Certo tutta quella polvere, le tracce perfette, l’elicottero, i sigari cubani, i riconoscimenti a pagamento e tutti i soldi che uno deve sborsare per una settimana bianca come quella, rendono sicuramente soddisfatti quei personaggi che apprezzano questo modo di vivere la montagna d’inverno.

La felicità, però, è un’altra cosa.

Eliski in Canada
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Andreas Fransson – Happy Winter

Da quando l’alpinista svedese Andreas Fransson è scomparso il 29 settembre 2014, vittima di una valanga sul monte San Lorenzo, nella Patagonia cilena, il film Happy Winter, girato da Bjarne Salén è diventato un omaggio allo spirito avventuroso di questo grande sciatore visionario. “Amo andare in montagna, i doni che mi regala la natura… a volte mi piacerebbe darle qualcosa in cambio. La gratitudine rende più felici, e abbiamo tanto di cui essere grati trascorrendo il nostro tempo in montagna“.

Fransson era da tutti conosciuto come uno dei più bravi sciatori estremi del mondo. Alpinista estremamente capace, forte e veloce come pochi, è riuscito a compiere nel 2011 l’audace prima discesa della parete sud del Denali, un exploit che ha coronato una sua breve ma straordinaria permanenza in Alaska. Però, ciò che l’ha reso famoso in tutto il mondo, è stata la sua capacità di vedere oltre, di individuare e provare linee ritenute impossibili oppure nemmeno prese in considerazione. La sua discesa della rampa Whillans sull’Aguja Poincenot in Patagonia nel 2012 è l’esempio calzante, una sciata definita da lui stesso come sicuramente il limite di quello che sarebbe riuscito a fare. Per il suo carisma e per la sua figura di spicco a Chamonix (la sua seconda casa) ma anche per tutto il mondo della montagna, la morte di Fransson è stato un durissimo colpo per il mondo dell’alpinismo in generale ed in particolare per quello svedese che nel novembre del 2013 aveva già dovuto affrontare il lutto del suo caro amico, il 32-enne Magnus Kastengren.

Andreas Fransson
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Andreas Fransson e il canadese JP Auclair sono stati travolti dalla valanga sul Monte San Lorenzo e trascinati per almeno 700 m: gli altri due componenti del gruppo, gli svedesi Bjarne Salén e Daniel Ronnbak, sono rimasti illesi.

Andreas Fransson assieme a JP Auclair
Banff3-Fransson-Auclair-26557Il 37-enne Auclair, nato a Quebec, era un fortissimo free skier, considerato uno dei più bravi sciatori del Canada. Famoso anche per la sua interpretazione dello sci urbano, immortalato nel film All.I.Can, il talento di Auclair era stato notato anche dal National Geographic che l’anno scorso l’aveva nominato come uno dei candidati per il suo prestigioso premio Adventurers of the Year.

Andreas Fransson
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Intervista ad Andreas Fransson dopo la prima discesa con gli sci della parete sud del Denali (Mount McKinley) (l’intervista è apparsa su Planetmountain il 21 settembre 2011)
Il risultato più significativo del 2011 nella catena centrale dell’Alaska“. Sono queste le parole che l’alpinista statunitense Colin Haley ha utilizzato per descrivere la prima discesa della parete sud del Denali, effettuata all’inizio di giugno 2011 dallo sciatore svedese Andreas Fransson.
Per due anni la discesa di quei 3400 m era stata un pensiero costante per il 28-enne svedese e comprensibilmente la notizia ha suscitato grande clamore. Come d’altronde anche il fatto che, subito dopo, Fransson ha salito la via Cassin con il suo compagno svedese Magnus Kastengren in 33 ore, prima di scendere con gli sci lungo il couloir Messner sulla parete ovest del Denali. Tra le tracce che lascia a Chamonix e i boulder che chiude a Fontainebleau, Fransson ha trovato il tempo per condividere con noi quella prima discesa lungo la selvaggia parete sud della più grande montagna dell’America Settentrionale.

Ciao Andreas, parlaci della tua Alaska.
Beh, sono andato sul Denali per sciare la parete sud. Sembrava la migliore sfida, la miglior avventura su questa montagna. Non è una discesa difficile, ma le dimensioni sono molto grandi e si inizia ad una quota abbastanza elevata. Direi almeno due, forse tre volte più alta di tutto quello che avevo fatto in precedenza.

Ti sei acclimatato su Orient Express. Due volte.
La parete sud è molto impegnativa. Per farla è necessario in primis acclimatarsi, poi essere fortunati con le condizioni, ed essere consapevoli che ci si espone ad un alto livello di pericolo oggettivo per lungo tempo. Iniziare la discesa è impegnativo psicologicamente e può sembrare qualcosa di molto grande se in precedenza non hai fatto un sacco di grandi discese. Orient Express non è una discesa molto difficile. Come la Gervasutti sulla parete est del Tacul forse, ma tre volte più grande e a quasi 6000 metri. Volevo soltanto arrivare il più alto possibile nel minor tempo e questo era il modo più facile per guadagnare quota e poi scendere rapidamente. In realtà l’ho fatto 2 volte e mezza.

Ci racconti come ti sei sentito, là in alto, in quegli attimi prima di sciare la Sud?
Ero davvero felice perché il tempo era così buono e per quanto potevo vedere, la discesa sembrava in condizione. Avevamo avuto tempo davvero brutto, con forti venti che avevano distrutto alcune sezioni della parte inferiore, ma in verità mi aspettavo condizioni peggiori anche nella parte alta. Ero felice perché avevo la possibilità di scendere, soprattutto perché avevamo un programma fitto e sapevo che non avrei avuto molte altre possibilità. Sul Denali abbiamo imparato che molte persone vengono qui con un sacco di sogni e progetti, ma pochi riescono a realizzare quello che speravano.

Il versante sud del Denali (Mount McKinley) con il tracciato della discesa
Banff3-8448Che ci dici della discesa in sé?
La discesa mi è sembrata facile, ma poi ho trovato un po’ di ghiaccio, così ho subito traversato arrampicando. Per tutto il tempo sentivo che faceva caldo e ho costantemente dovuto prendere in considerazione l’opzione di fermarmi ed aspettare. Poi, quando hanno iniziato a cadere giù i sassi, non c’ho pensato troppo, ho scelto quella che era l’opzione più intelligente: sono rimasto fermo per sei ore prima di continuare la discesa.

Come la valuti?
Beh, se stiamo cercando un grado, direi probabilmente attorno a 5.4 E5, ED, dipende poi come la interpreti. Per dare un’idea prendendo per esempio le discese qui attorno a Chamonix… due pareti nord del Aiguille du Plan, una sopra l’altra, seguite dal Nant Blanc, Couturier o Cordier. A seconda delle condizioni…

Sei mai stato a queste quote in precedenza?
No. L’ho vissuto come un test per vedere se mi piace questo tipo di spedizione, e come funziona il mio corpo in quota. Funziona direi, abbastanza. Con l’andar del tempo mi sentivo sempre più debole, ma questo era probabilmente causato da tutte le cose che ho fatto e anche dal sovrallenamento.

Sì. Quello che ha colpito molti non è stata tanto la discesa della parete sud, ma il fatto che hai fatto un sacco di altre salite una dopo l’altra, quasi senza riposo tra l’una e l’altra.
In inverno scio, corro ed arrampico 4-5 volte alla settimana e aggiungo un mix di alpinismo e sci alpinismo. Per essere uno sciatore penso che mi alleno un sacco, ma a fine spedizione ero abbastanza esausto. Dopo la Cassin il mio polso da fermo registrava 85 battiti, quando normalmente è intorno a 45-55. Ma sapevo di poter stare in Alaska per poco tempo e volevo fare tutto quello che mi ero prefissato. Però, quando sono a casa non uso questa tattica. Detto questo, con questa esperienza del Denali sono molto motivato a portare il mio allenamento ad un livello superiore.

Quindi ci sono altri progetti per l’alta montagna?
Beh, come ho detto, sono andato al Denali per vedere se mi piacevano le spedizione e come avrei retto. Sono abbastanza contento dei risultati, quindi naturalmente sto considerando le mie possibilità. Se riesco a trovare l’aiuto necessario dai miei sponsor farò sicuramente qualcosa. Ma non è la quota in sé che mi attrae, sono le linee più tecniche. Non mi piace semplicemente camminare nella neve.

In Alaska sei arrivato e hai fatto tutto quello che volevi fare… Come te lo spieghi?
La mio percentuale di successo nelle prime discese è attorno al 25%… Solitamente quando affronto una sfida, torno indietro. Mi piace un sacco tentare, anche quando le condizioni non sono perfette, perché a valle non sai mai come stanno veramente le cose… Mi piace salire, non ho affatto paura di fallire e credo che sia questo il motivo per cui arrivo anche a sciare un sacco di cose buone.

Da solo o con qualche altro?
Mi piace sciare da solo, perché mi porta più vicino alla montagna e fa sicuramente più paura. Ma… se avessi sempre un buon partner andrei con lui. E’ solo che è estremamente raro trovare persone che sanno davvero sciare ed arrampicare, sono in forma e accettano lo stesso livello di rischio. Preferisco quindi andare da solo piuttosto che dover aspettare per ore. Detto questo, ci sono alcuni bravi ragazzi là fuori come David Rosenbarger, Morgan Salén, Xavier de le Rue, Tobias Granath, Maxime Turgeon, Colin Haley, Felix Hentz, Davide Capozzi, Te Crew, Rèmy Lecluse, Giulia Monego, Greg Collins e molti altri ancora…

La scena a Chamonix sembra particolarmente fervente…
Penso che ci sia un forte aumento dello sci estremo da parte di bravi e superbi sciatori che vogliono portare il loro freeride ad un livello superiore. Ma lo sci estremo sulle grandi linee, o l’apertura di nuove linee, è ancora un affare molto limitato. Questo probabilmente perché l’accettazione del rischio, del tutto personale, deve per forza essere alta, devi davvero saper sciare e deve avere tutte le competenze di un bravo alpinista.

Un’ultima domanda: il momento peggiore?
Sicuramente la cosa peggiore è stata camminare dal campo base al campo base avanzato con le grandi slitte. Dopo questo, anche il campeggio invernale e il freddo pungente dell’Alaska non mi sembravano poi così male.

Concludiamo questa intervista con il video della discesa, girato da Andreas Fransson. Per usare le parole dell’inglese Will Sim (che era sul Denali nello stesso periodo e che assieme a Jonathan Griffith ha salito la cresta Cassin in meno di 15 ore): “le riprese della discesa della parete sud non sono eccezionali… ma questa è la discesa vera. Cruda, al limite del possibile, devi “leggere tra le righe” tra quello che non riesci a vedere, cioè, non giochi con la macchina da ripresa quando lotti per vedere quel bagliore di luce alla fine del tunnel”

Andreas Fransson intervistato dalla radio cilena dopo la discesa dell’Aguja Poincenot
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Intervista ad Andreas Fransson dopo la prima discesa con gli sci della rampa Whillans all’Aguja Poincenot, massiccio del Fitz Roy in Patagonia (l’intervista è apparsa su Planetmountain l’11 ottobre 2012)

La discesa dell’impressionante rampa Whillans all’Aguja Poincenot (19 settembre 2012) fa quasi impallidire tutte queste discese per le difficoltà tecniche e l’esposizione. Fransson è stato accompagnato dal suo amico Bjarne Salén fino al crepaccio terminale, poi ha proseguito da solo, salendo l’esposta rampa per sciare “uno dei pendii che più mi hanno messo alla prova”. Questo è quello che ci ha raccontato:

Andreas, prima di tutto: perché questa linea?
Sono sempre alla ricerca di linee speciali che si distinguano da tutte le altre e quando, qualche anno fa, il mio amico Colin Haley me l’ha fatta notare, da subito ha catturato il mio interesse. Si tratta di una linea ovvia e Colin diceva che era una delle più assurde discese al mondo. Ora, col senno di poi, lo credo anch’io. E’ più ripida che qualsiasi altra cosa che io abbia mai sciato in precedenza e offre l’esposizione più estrema che si possa immaginare: non è un canalone, ma una rampa che pende verso fuori. Sicuramente è stata il limite di quello che posso fare.

Ci racconti della salita?
Mentre salivo sono rimasto stupito di quanto fosse ripida. E poi, a circa metà, c’erano soltanto 20 cm circa di neve sulle placche… questo mi ha spaventato un po’, anche se sapevo che sarebbe stato più facile con gli sci ai piedi che con i ramponi.

Quindi anche la salita è stata un momento difficile.
Sì, per me la salita è stata una vera e propria battaglia mentale. Sapevo che dovevo scendere di lì e questo mi ha davvero segnato. Sentivo che per riuscirci avrei dovuto mettere insieme, in quel preciso momento, tutto quello che avevo imparato fino ad allora nella vita. Ma il fatto è che, al di là di questa paura, ho comunque sempre avuto la sensazione che ci sarei riuscito, ed è per questo che ho continuato a salire. E’ diventata una sorta di prova, su come affrontare le illusioni della paura e dei dubbi. Suppongo che sia per questo che questa discesa significhi così tanto per me.

Come ti sei preparato per qualcosa di così grande?
Tutto quello che ho fatto finora, in termini di discese tecniche, ha preparato la strada per questa discesa. Prima di iniziare a salire il canalone d’ingresso non avevo alcuna idea che sarebbe stato così spinto. Se l’avessi saputo, beh forse sarebbe stato ancora più difficile!

Questa può sembrare una domanda stupida: sei salito e hai sciato la rampa, ma hai evitato la cima. In discese estreme come queste, quanto è importante raggiungere la vetta?
Hmmm, dipende. Quando è possibile sciare dalla vetta, allora è ovvio che la linea inizi dalla cima. Ma in questo caso sarebbe stato “artificiale” salire fino in cima alla Poincenot, scendere in doppia per alcune centinaia di metri, per poi iniziare la discesa. Penso quindi che la cosa più importante sia essere chiari con sé stessi – e gli altri, se si parla con i media – su cosa e come si è fatto in una certa discesa.

Allora raccontaci adesso della discesa …
Beh, allora il primo pendio era ripido e con buone condizioni di neve, forse attorno ai 50°. Poi c’era un tratto più ripido che ho fatto in dérapage per alcuni metri, e poi ho sciato un po’. A circa metà strada la neve era diventata una crosta ghiacciata e ho dovuto usare il mio bastoncino da sci per creare dei gradini. Questa, tra l’altro, era anche la sezione più ripida. Poi diventava più facile, ma ancora molto ripida. Quando ho raggiunto la neve facile ero così esausto mentalmente che mi sono legato ad un ancoraggio che avevo trovato durante la salita. Ho tirato fuori la corda e mi sono calato, al massimo per 10 metri, giù per una sezione più facile. In quel punto ero davvero fuori di testa. Ma poi, quando mi sono reso conto che la sezione più in alto era stata molto, ma molto più difficile, allora mi sono fermato, ho rimesso la corda nello zaino e sono riuscito a scendere fino in fondo.

Qual era il tuo stato d’animo? al 100% lucido? O forse eri in una sorta di trance?
Sì, penso che si potrebbe definirla così. In realtà mi basta semplicemente dire che sono totalmente concentrato su quello che sto facendo. Questo, e niente di più: la montagna esige tutto da me, e io devo darle tutto quello che ho, altrimenti non mi permetterà di uscire dall’altra parte.

I rischi…
Come sempre quando fai lo sci ripido rischi la vita. Ma non l’avrei fatto se non avessi avuto una totale fiducia in me stesso, che sarei stato in grado di riuscirci. Ovviamente questo è molto soggettivo e non credo che si possa parlare di statistiche a questo punto. O la fai, o non la fai. Per tutta la mia vita sono stato alla ricerca di una linea che mi richiedesse il massimo assoluto e adesso l’ho trovata. Non ho bisogno di andarci nuovamente. Ora è arrivato il momento per altri obiettivi.

Allora cosa cerchi nelle tue discese?
Voglio una sfida. Una bella linea è difficile da trovare, e quindi questa già di per sé è una sfida. Poi la discesa può essere davvero ripida, e anche questa è una sfida. Oppure può essere lunga, molto remota, sciata facendo da guida ad un amico o anche qualcosa di più facile ma sciato con un buon stile. Insomma, mi piacciono le sfide e queste mi hanno sempre dato qualcosa in cambio.

Sappiamo però che hai avuto un incidente piuttosto serio tempo fa …
Sì, si potrebbe dire che sono andato dall’altra parte e poi sono tornato di qua. Credo che tutto si riduca alla propria filosofia di vita, di ciò che si vuole fare con la propria vita. Sono profondamente contento per quello che ho adesso, e che posso fare le cose che amo di più. Nel letto d’ospedale, dopo l’incidente, sono riuscito a sentire veramente l’importanza di vivere la propria vita in pieno. E questa è la mia maniera di farlo. Detto ciò, devo ammettere che ogni giorno sono anche accompagnato dal pensiero di cambiare la mia vita per seguire altri sogni.

L’ultima domanda: Denali e Whillans, due sfide apparentemente completamente diverse… o forse no?

A modo loro entrambe erano sfide molto grandi. La maniera in cui sono state eseguite erano molto diverse, ma entrambe sono diventate la realizzazione di un sogno, un sogno che sapevo fin dall’inizio che sarei riuscito a realizzare, ma dovendo affrontare un sacco di illusioni lungo la via di riuscita. In questo senso entrambe mi hanno aiutato a ridurre il divario tra visione e realtà.

I due video dell’Aguja Poincenot

HAPPY WINTER
(Svezia, 2013, 8 min)
Regista e Produttore: Bjarne Salén
Casa di produzione: EndlessFlowFilms

La gratitudine per i doni della natura, per la montagna e per la vita stessa è il filo conduttore di questo film, che vede la discesa della parete nord del Pain de Sucre 3607 m (Aiguilles de Chamoix- Envers du Plan), realizzata da Andreas il 4 giugno 2013. Nonostante non si tratti di una prima discesa, è senza dubbio una tra le più belle linee del mondo, con linee verticali da brivido. Più di sei mesi e diversi tentativi sono serviti per riuscire a riprendere questa discesa: complici le condizioni eccezionali della primavera 2013, il 4 giugno si è rivelato il momento ideale.

Riportiamo un breve estratto di un’intervista rilasciata a Outside Magazine nel novembre del 2012

Nel film Tempting Fear hai detto: “La ricerca dell’avventura fa parte della natura umana e in alcune persone è forte la tentazione di testare le proprie possibilità e i propri limiti.” Puoi spiegarci meglio?
Penso che sia proprio della nostra condizione umana essere curiosi. La paura, nelle sue diverse forme, ci tiene lontani dall’esplorare le possibilità che la vita ci offre. La cosa più saggia che penso di poter fare è prendere la via con uno spirito giocoso, giocare con la laura, con la vita, con l’amore, con il sesso, con le montagne, anche con la morte. Saper giocare è saper valorizzare le cose. Il vero problema è la noia.

Sul tuo blog hai cercato di definire la parola “valore” nella vita. Che cosa nella tua vita ha valore?
Quello che ha valore può cambiare a seconda dei periodi ma se dovessi dirlo ora, dal profondo del cuore, ecco che cosa conta per me: essere capace di giocare al gioco che amo giocare e condividerlo con le persone che amo. Essere libero, il più possibile, ma allo stesso ricordarmi sempre che non è possibile cucinare nulla se non chiudiamo lo sportello del forno. Mangiare buon cibo, bere buon vino. Vedere lo spirito dei luoghi che visito e ricordarmi sempre che infondo, tutto è solo un gioco.

Andreas Fransson e il suo grande amico Magnus Kastengren. Il 3 novembre 2013, circa alle 9.30, i due iniziano la discesa con gli sci dalla vetta del Mount Cook 3724 m, Nuova Zelanda, per il versante occidentale, ma dopo pochissimo Kastengren cade fatalmente
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Davide Terraneo

Davide Terraneo
di Giacomo Rovida

Dopo l’intervista a Saro Costa ho ricevuto apprezzamenti e critiche, alcune cattive altre più costruttive.
Volevo lasciare un messaggio e forse l’ho fatto in maniera troppo spinta ma sono contento così, è stato uno sbaglio ma ho potuto imparare.
Ho capito soprattutto che non puoi far sempre felici tutti, che devi prendere una linea, una “strada”, un filo che collega il lavoro che stai facendo.

Ho riflettuto a lungo, ho cercato di guardare ogni punto di vista, di ascoltare qualunque consiglio e ho maturato dentro di me la consapevolezza di cosa volevo fare.

Mi piacerebbe attraverso queste interviste lasciarvi qualcosa, qualcosa che vada oltre il semplice curriculum dell’intervistato; mi piacerebbe darvi un input, una spinta, lasciarvi con qualche quesito, con qualcosa che vi apra la mente verso il nuovo.

L’altra decisione che ho preso è di lasciare maggiore spazio ai “giovani”, a quei ragazzi che girando per le montagne stanno scrivendo belle pagine di alpinismo.
Mi piacerebbe riuscire a presentarveli uno per uno, con le loro peculiarità e il loro modo di andare in montagna.

Ho deciso di scrivere queste poche righe per evitare fraintendimenti: chiunque verrà intervistato non è il più forte, quello con il curriculum più lungo, quello più famoso.
Sono sicuro che oltre a un grado, a una montagna, a una prima salita ci sia qualcosa di più e io vorrei cercare di scovarlo e raccontarlo, tutto qua, niente di più.

Terraneo-profilo

Oggi infatti vi presento Davide Terraneo, Gerry per gli amici.
Negli ultimi anni sta scrivendo delle bellissime pagine di sci ripido, una disciplina che sta prendendo sempre più piede e che richiede capacità fisiche e mentali altissime.
Gerry è un ragazzo umile e giovane e sta portando avanti un’esplorazione nelle Alpi Centrali cercando di lasciare le sue tracce su pareti sempre nuove.

C’è altro da dire? Forse sì, forse no. Le parole non vanno sprecate e io ne ho già usate molte.

Leggete l’intervista e, se vi va, provate a sognare. Sognate come sogna Davide dopo ogni discesa guardando la parete dietro di lui. Alla fine cosa ci resta se non un sogno?


Iniziamo dalle presentazioni (chi sei? Dove vivi? Cosa fai nella vita?)
Ciao, mi chiamo Davide Terraneo, ma tutti mi chiamano Gerry. Ho 27 anni e vivo a Cantù. Sto finendo l’università (Ingegneria Civile Strutturista presso l’Università degli studi di Pavia), sono da poco un collaboratore della rivista Skialper e amministro insieme al mio amico Emiliano il gruppo su facebook “Mercatino dello sciatore”.

Quando hai iniziato a sciare? E ad avvicinarti allo sci ripido?
Ho iniziato a sciare se non ricordo male in 4a o 5a elementare. Ho iniziato a Madesimo, sciavo molto poco a causa degli impegni che avevo con la pallacanestro, ma ad ogni anno che passava la cosa mi coinvolgeva sempre di più. A 16 anni ho iniziato (rigorosamente con sci da pista, manco sapevo cos’era il freeride) a sciare tutti i canalini del Groppera. A 21 anni la mia prima esperienza sul ripido vero è stato il Couloir Gervasutti alla Tour Ronde, me lo ricordo come se fosse ieri, era sabato 28 febbraio 2008 e avevo scarponi da pista, un paio di K2 Seth Vicious da 189 cm e i Marker Baron, le pelli non le avevo e quindi le avevo noleggiate (ovviamente piccole strette e vecchie) e a tornare poi su al Col des Flambeaux ero sfinito.
L’anno successivo ho cambiato attrezzatura alleggerendomi un po’ e l’incontro con Mattia (Varchetti) e Pietro (Marzorati) ha dato inizio ai giochi.

Davide Terraneo scende la Nord-ovest del Céngalo, con la mitica Nord-est del Badile sullo sfondo (foto Alberto de Bernardi)
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Qual è la cosa più difficile nello sciare una parete ripida?
La cosa più difficile secondo me è andare nel momento giusto. Il momento giusto è composto da due aspetti: un aspetto è legato alla parete stessa, ci devono essere le giuste condizioni climatiche e nivologiche sia sulla parete che nell’avvicinamento ad essa, e l’altro aspetto è legato alle proprie capacità psico-fisiche, che devono essere al top in quel determinato momento.

Tu e i tuoi compagni avete esplorato molto le Alpi Centrali (mi vengono in mente la discesa del Pizzo del Ferro oppure il canale nord-ovest della Forcola di Sciora): perché pensi siano così poco frequentate? Hanno qualcosa da invidiare a massicci più famosi come quello del Monte Bianco?
Le Alpi Centrali sono luoghi scomodi. Spesso si deve partire dal fondovalle con sci e scarponi nello zaino, e gli avvicinamenti non sono mai semplici. Ma penso che la scarsa presenza di informazioni su internet sia il fulcro di tutto ciò. L’anno successivo alla nostra ripetizione del canale nord-ovest della Forcola di Sciora c’è stata una decina di visite in meno di due mesi, ed è un canale che è alla vista di tutti, perché quando si passa dal paesino di Bondo è impossibile non vederlo. Noi lo abbiamo notato andando a fare scialpinismo in Engadina e dopo averlo sbinocolato un paio di volte dalla strada ci siamo andati. Per le altre due discese, la Nord-ovest del Pizzo del Ferro e la Nord-ovest del Céngalo, la musica cambia un po’. Sono linee nascoste che prevedono avvicinamenti pericolosi. Il bosco dell’Albigna con la presenza di neve è veramente un postaccio. Il ghiacciaio del Céngalo seppur piccolo è un posto abbastanza agghiacciante e unito ai crolli degli anni passati e alla parete nord-est del Badile che scarica sempre qualcosa ai primi raggi del sole, non invogliano molte persone a frequentare questi posti.

A livello tecnico e di ingaggio sono discese che non hanno nulla da invidiare a quelle del massiccio del Monte Bianco, sono ambienti selvaggi e assolutamente non frequentati nella stagione fredda. Certo, di qua ce ne sono 3 di opzioni e di là 300, basta pensare alle possibilità del solo bacino d’Argentière. Il Monte Bianco è e rimarrà per sempre il top per tutte le attività alpinistiche e lo sci. Però tutti sappiamo che è molto frequentato, c’è a chi questa cosa piace e a chi no.

Davide Terraneo, ski ripido sulla Nord-est della Grivola, subito dopo il traverso (foto Andrea Bormida)
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Sempre rimanendo nelle Alpi Centrali hai sciato la parete simbolo: la Nord del Disgrazia(prima ripetizione dopo la discesa di Bianco Lenatti). Come è nata l’idea di andare a provare quella discesa? Immagino sia stata un’avventura incredibile, è andato tutto bene o avete avuto qualche “momento no”, qualche piccolo intoppo?
La prima volta che ho sentito parlare della Nord del Disgrazia era il 2009, e stavo salendo al Piz Palù assieme ai miei amici, che mi dicevano che il gestore della Marco e Rosa (il mitico Bianco) l’aveva scesa con gli sci. Qualche anno più tardi è comparso un video su youtube di quella discesa e da allora è scattato il meccanismo in me. Ad aprile 2013, dopo aver saputo della discesa di Bruno Mottini sulla Nord del Roseg, ho iniziato subito a pensare a questa parete, che in linea d’aria non è tanto distante. Dopo due settimane con qualche precipitazione io Matteo Tagliabue (Teo Taglia) e Mattia (Mattia Varchetti), ci siamo presentati a Chiareggio alle 17.30 e come muli abbiamo raggiunto il bivacco Oggioni alle 23.30 di sera sotto una luna piena da favola e completamente soli. Un’esperienza bellissima. Il giorno dopo è filato tutto liscio, temperature e neve erano perfetti. La successiva risalita all’Oggioni e la discesa poi fino al rifugio Porro in 40 cm di neve marcia sono stati il colpo di grazia per le nostre gambe. Ma è giusto così, le cose vanno guadagnate.

Davide Terraneo sta battendo traccia sulla Nord del Disgrazia (foto Matteo Tagliabue)
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Una domanda più riflessiva… credo che il momento più bello sia guardare la parete dopo averla sciata, avere la sensazione di sentirsi al sicuro. Nonostante i rischi e le paure perché continui a sciare pareti e canali ripidi? Cosa trovi in quel momento in cui sei fuori dal pericolo e guardi le tue tracce che “dipingono” la parete?
Concordo pienamente con quello che hai scritto. Voltarsi a guardare le proprie tracce a fine discesa è probabilmente il momento più bello, non in quanto conquistatori di qualcosa, ma perché abbiamo le chiappe finalmente al sicuro. Tutte le tensioni svaniscono, come accade in tutte le avventure in montagna con i propri amici. Continuo a sciare queste pareti perché mi piace molto il gesto tecnico della curva su certe pendenze, mi piacciono le curve controllate, fatte bene, con calma e una in fila all’altra. C’è chi prova adrenalina con la velocità o con cliff e drittoni, io preferisco provarla cosi. E poi penso che sia l’anello che chiude il cerchio: scendere con gli sci dalla parete che prima si è salita con ramponi e piccozze. Per me questo è il massimo che posso avere da tutte le attività legate alla montagna.

Lo sci ripido si basa molto sul “carpe diem”, sull’aspettare il momento giusto e poi andare. Qual è l’allenamento migliore? Quando capisci di essere “pronto”?
Per l’allenamento fisico non penso ci sia un’unica ricetta. Bici corsa palestra scialpinismo va bene qualsiasi cosa, basta usare le gambe. Per l’allenamento psicologico trovo molto aiuto nell’arrampicata (visto che non si può sciare tutto l’anno purtroppo), che mi aiuta sempre a mantenere la calma e la concentrazione. Poi nella prima curva si è sempre abbastanza impietriti, anche con tutto l’allenamento al mondo. Le prime volte faticavo tanto a passare dall’assetto di salita a quello di discesa, perché magari stai quattro ore con uno scarpone largo che poi subito dopo diventa stretto oppure agganci gli sci, hai pellato per ore alzando il tallone e adesso il tallone è fisso, e subito ti trovi a fare una curva su un pendio ripido ed esposto senza riscaldamento. Sono cose che magari che dall’esterno sembrano banalità invece possono creare dei problemi se non si è un po’ abituati. Non amo mai a inizio stagione partire sempre con discese difficili, mi piace arrivarci gradualmente verso aprile-maggio. Ma questo è un mio “difetto”, a ogni stagione ci metto sempre un po’ a carburare.

Davide Terraneo (a ds) fuori dalla funivia (Entrèves), con Mattia Varchetti dopo la discesa della Nord della Tour Ronde
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Hai avuto dei “miti”? dei personaggi che ti hanno ispirato?
Io penso che i miti nella vita siano i pionieri (e non vale solo per la montagna). Poi sono capaci tutti di imitare e scopiazzare. I veri miti sono quei personaggi famosi degli anni ‘70 e ‘80 che noi tutti conosciamo, senza citarne nomi e cognomi. I personaggi che mi hanno ispirato non sono di certo loro. Vedere foto di Stefano De Benedetti che scia la Delmastro-Pol sulla Nord-ovest della Roccia Viva più che ispirare, crea terrore. Nell’estate 2006 mi è capitato di stare a Courmayeur qualche giorno e volevo salire con le funivie sul Bianco a fare il turista. Guardando gli orari delle tariffe sul sito internet delle funivie, mi sono imbattuto in foto spettacolari di canali, ecc. Erano i ragazzi di snowhow. it, Davide, Francesco, Jimmy e Stefano. Loro sono stati la mia ispirazione. Loro che sciavano quei canali che tanto mi ricordavano quelli del mio Groppera. È da lì che è nato tutto ed è per questo che poi le prime uscite sono avvenute in quel massiccio.

Quali sono i tuoi prossimi progetti, hai altri sogni in particolare?
Uno c’è l’ho ma non te lo posso dire… Scherzi a parte, purtroppo in questo sport viviamo di sogni che non dipendono solo da noi. Per quanto possiamo allenarci e dedicarci alla disciplina, certe volte ci vuole qualche botta di fortuna da parte di Madre Natura. Ma l’importante è sciare. Quest’estate con diversi amici sono andato più volte ad Alagna, ho preso la funivia, e mi sono fatto dei bellissimi giri verso la capanna Margherita e le varie cime li intorno, in totale armonia (l’ultimo il 23 di agosto). Mi sono divertito tantissimo e penso che lo rifarò più che volentieri.

In questo periodo un tema caldo è l’eliski, che opinione hai a riguardo? E riguardo alla nuova legge che prevede obbligo di ARTVA-pala-sonda?
La mia posizione in tema eliski è la seguente: non pratico eliski e non mi dà fastidio fare scialpinismo e sentire un elicottero nei paraggi. Certo ci vogliono delle regole ferree, e non all’italiana, per gestire la faccenda. Non è un tema facile e non penso che questo sia il luogo adatto per parlarne.

Per la legge sugli ARTVA, ecc., idem come sopra. Va affrontata in altre sedi e non mi sento di esprimere un mio giudizio nero su bianco in un’intervista.

Monviso – Couloir Coolidge, Davide Terraneo appena sotto la Corda molla (foto Matteo Tagliabue)
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Il numero degli sciatori “ripidi” è aumentato notevolmente negli anni, su alcune discese del Monte Bianco si contano spesso decine di sciatori (mi viene in mente la Mallory): è migliorata la tecnica o sono migliorati gli sci che permettono a sempre più persone di poter osare discese al limite?
Il vero problema del sovraffollamento è nato da facebook e i vari siti dove si recensiscono le gite. Sono loro a causare queste cose, che a mio giudizio sono inconcepibili. Non penso che in 4-5 anni la gente abbia imparato a sciare meglio. La tecnica non è migliorata, anzi è peggiorata. Anche qua è successo la stessa cosa con il fuoripista e lo scialpinismo, con attrezzature più facili, leggere e performanti sono arrivati un po’ tutti, anche chi non ha una tecnica adeguata. La differenza con l’arrampicata è che chi non ha una tecnica adeguata o il grado, certe vie non le farà mai. Qua le cose non stanno cosi, c’è molta gente, anche famosa, che si cimenta in discese che non sono minimamente alla sua portata… eppure arriva in fondo sulle proprie gambe. Penso in generale che tutte le attività in montagna siano svolte al giorno d’oggi da molte persone con troppa superficialità, leggerezza e poco rispetto.

Ti senti più vicino al mondo del freeride o ti senti di più un alpinista? La “conoscenza alpinistica” aiuta nel ripido?
Mi sento sciatore. Che sia freeride o skialp o ripido va sempre bene tutto… basta che non sia fondo! Certo bisogna anche essere alpinisti per affrontare pareti con un certo margine di sicurezza, ma non è strettamente necessario. Io ho iniziato ad arrampicare proprio per questo (e adesso mi piace molto a differenza di anni fa). Mi sono avvicinato alla montagna con gli sci e poi mi sono completato con tutto il resto.

Quale pensi sarà il futuro di questo sport? Alcuni stanno mischiando la velocità e la fluidità del freeride al ripido (Sam Anthamatten, Xavier de la Rue) pensi sia possibile su ogni parete?
E’ uno sport senza futuro, dato che già il limite massimo è stato raggiunto dai pionieri e già Toni Valeruz ha inserito il concetto di velocità nelle sue discese.

Anthamatten è un alieno. Già prima che uscissero gli ultimi film girava (e gira ancora) un video dove scia la Nord del Breithorn con una sicurezza e una padronanza mostruose. La cosa poi si è evoluta ed è sfociata in questo tirar linee sul ghiaccio e seracchi che personalmente non mi piace. Come non mi piace lo stile di De la Rue, alla fine arriva in cima e sceglie le gite affidandosi alle competenze di altri e questo vuol dire togliersi una bella fetta di lavoro sporco. Poi anche lui è un alieno a livello tecnico e questo non si discute, ma per me conta di più lo stile di come si affronta tutto, salita, discesa ma soprattutto la programmazione dell’itinerario.

Davide Terraneo in partenza all’alba per la discesa della Nord del Disgrazia, dietro è il bivacco Oggioni. (Foto Matteo Tagliabue)
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Un’ultima domanda: una volta le pareti venivano sciate con la neve dura, primaverile. Adesso molti aspettano la neve fresca. E tu? La neve fresca non comporta maggiori rischi?
Ho fatto discese sia con polvere profonda sia su neve molto dura. Il rischio di sluff, placche e accumuli quando c’è molta neve è un problema serio. Se uno sluff di neve ti prende su pendenze elevate ti tira giù, non ci sono storie. Sciare su neve morbida aiuta un po’ di più dal punto di vista psicologico, ma se uno sa curvare sulla moquette curva benissimo anche sul duro. In genere a nord si trova sempre neve più bella, ma quando si affrontano le altre esposizioni, bisogna tener conto che si troverà della neve trasformata, dura, crostosa, ecc. Quindi bisogna saper affrontare anche questo tipo di nevi. Per i miei gusti personali la neve migliore è la polvere pressata, o in primavera quei 4-5 cm di neve rigelata, ammorbidita poi al mattino dal sole.

E ora permettimi, caro Giacomo, di approfittare di questa chiacchierata per ricordare Matteo Tagliabue ed Enrico Broggi, scomparsi tragicamente in Perù il 30 maggio 2014.

Enrico era un ragazzo buonissimo, disponibile e simpatico. Non l ‘ho mai visto una volta arrabbiarsi con nessuno, aveva sempre il sorriso sulle labbra e la sua casa era sempre aperta a tutti. L’ho conosciuto tardi e non abbiamo condiviso molto insieme, ma la sua bontà mi ha subito colpito. Teo… Teo… Teo per me era più di un fratello, se fosse stato donna evidentemente saremmo già sposati (e anche divorziati). La montagna è venuta solo dopo tra di noi, il liceo, le vacanze insieme d’estate, le feste in piscina da imbucati e le discoteche, ne abbiamo combinate di tutti i colori. L’alpinismo ci ha unito ancora di più e in quasi tutte queste avventure è stato mio compagno. Non penso che ci sarà un’altra persona al mondo che potrà mai colmare il vuoto che ha lasciato in me. Ciao Teo, ciao Enrico, ciao amici miei.

LISTA DI ALCUNE DISCESE di DAVIDE Gerry TERRANEO:
Monte Bianco, Tour Ronde – parete nord.
Arolla, Pointe de Vignettes – couloir est
Forni, Gran Zebrù – canale delle Pale Rosse
Val di Susa, Rocciamelone – parete sud
Brenta, Cima Tosa – canalone Neri
Orobie, Pizzo di Coca – parete ovest
Mont Velan – couloir Centrale
Presanella – parete nord, via Grandi
Busazza – parete nord, via Pfeiffer Reif
Bondasca, Forcola di Sciora – canale nord-ovest, prima ripetizione
Bondasca, Pizzo Céngalo – parete nord-ovest, probabile prima salita e prima discesa in sci
Monte Disgrazia – parete nord, prima ripetizione
Albigna, Pizzo del Ferro Orientale – parete nord-ovest, prima discesa in sci
Monviso – couloir Coolidge Integrale (una sola doppia)
Gran Paradiso – parete sud, Stairway from Heaven
Becca di Gay – parete nord, prima ripetizione
Grivola – parete nord-est, Via Crétier
Monte Rosa, Lyskamm Orientale – parete nord, via Neruda/Welzenbach

Davide Terraneo a bomba nel canale nord-ovest della Sciora con Badile e Céngalo sullo sfondo (foto Matteo Tagliabue)

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