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I cannoni dei 3000

Sci alpino: i casi di Val della Mite e di Col Margherita (Moena) impongono una inversione di tendenza.
L’essenza stessa di ciò che realmente sono le montagne, unita agli effetti dei cambiamenti climatici, richiede alla comunità politica di impedire ogni spreco energetico, ogni velleitaria fuga in avanti e suggerisce sobrietà, intelligenza, rispetto degli ambienti naturali, specie all’interno di un parco nazionale.

Ormai il limite del buon senso è stato invece ampiamente superato, invadendo il territorio del tragicamente ridicolo. Gli impianti d’innevamento artificiale sono sempre più numerosi, più potenti e a quote sempre più elevate.

E’ del 31 agosto 2016 la notizia che la giunta della Provincia di Trento ha accordato (il giorno prima) il via libera ai cannoni sparaneve per innevare la pista della val della Mite, servita dalla nuova funivia Pejo 3000. Sarà senza dubbio l’impianto d’innevamento artificiale più elevato in Trentino: perfino in Marmolada e in Presena i cannoni si fermano attualmente ben al di sotto dei tremila metri.

Il clima sta cambiando? La giunta provinciale alza il tiro.

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Gli impiantisti di Pejo 3000 sono terrorizzati che si ripeta una stagione drammatica come quella dell’inverno scorso, così povera di precipitazioni che la moderna funivia che sale da Tarlenta ai Crozi Taviela (dove c’era una volta il rifugio Mantova 3073 m, da non confondere con il rifugio Mantova al Vioz 3535 m) entrò in funzione solo a febbraio (per un paio di giorni alla settimana) mentre la pista della val della Mite fu aperta agli sciatori solamente il 3 marzo.

Lassù, se la neve manca, o se è poca, i problemi per sciare sono enormi: il terreno è caratterizzato dalla presenza di massi più o meno grandi, per poter scendere con gli sci di neve ce ne vuole davvero molta.

E’ stato facile per i tecnici delle funivie, nella relazione sottoposta alla Provincia, dimostrare che la neve artificiale garantisce risultati migliori rispetto ai fiocchi naturali “che a quelle quote sono spesso leggerissimi, tanto che il vento li spazza da un versante all’altro rendendo inutili i lavori di battitura delle piste”.

Alla fine la Provincia ha dato il via libera al “più alto impianto d’innevamento del Trentino”, nonostante i dubbi avanzati già quattro anni fa, quando i cannoni sparaneve vennero autorizzati “solamente” fino a 2500 metri di quota: «Non sono emersi problemi dal punto di vista tecnico e ambientale, considerati anche i buoni risultati d’inserimento paesaggistico ottenuti con l’impianto realizzato finora» ha detto l’assessore Mauro Gilmozzi. Valutata l’incidenza ambientale, il nulla osta è arrivato anche sentito il parere di un Parco Nazionale dello Stelvio da poco privato di qualunque potere e rigorosamente a gestione ripartita tra Trentino, Alto Adige e Lombardia.

Certo che il freddo – fondamentale per i cannoni – a quelle quote non dovrebbe essere un problema. Ma l’acqua? Sono 170 mila i metri cubi d’acqua che gli impiantisti contano di utilizzare per creare – a inizio stagione – un fondo di circa 40 centimetri di neve artificiale che farà da base per i fiocchi naturali. Nessuna esitazione dunque a rifornirsi dalle sorgenti e dai laghetti, canalizzandoli e prosciugandoli completamente.

In più, al posto del vecchio rifugio diruto, c’è il progetto di realizzare a 3073 m un nuovo rifugio d’altissima quota, proprio alla stazione d’arrivo della funivia. Così lo scavo per le condotte dell’innevamento artificiale servirà anche per ospitare l’acquedotto e la fognatura che collegheranno la nuova struttura con la rete già esistente presso il rifugio Doss dei Cembri.

Il comunicato stampa di Mountain Wilderness
(2 settembre 2016)
Quanto sta avvenendo nel settore dello sci alpino in tutte le Alpi è a dir poco disarmante. Nessun ente pubblico cerca risposte sensate e lungimiranti alla crisi dello sci alpino, nonostante i dati di questa industria siano allarmanti. Un fatto sembra incontestabile: sta diminuendo il numero degli sciatori in tutta Europa, sia per la crescente scarsità e volubilità del mantello nevoso, sia perché praticare questo sport è divenuto estremamente costoso e sempre meno alla portata delle famiglie del cittadino medio. Nell’arco alpino in questi ultimi 50 anni la temperatura media è aumentata più del doppio di quanto avvenuto sul resto del pianeta e le precipitazioni scarseggiano sempre più.

Saggezza imprenditoriale e riflessione politica vorrebbero che il turismo invernale puntasse su altre proposte più dolci e durature.

Innanzi tutto è necessario investire in pratiche sportive meno energivore, evitare lo sperpero della risorsa idrica, mantenere integri gli spazi aperti e non ancora antropizzati. Invece anche in Trentino, provincia che nel nome dell’autonomia vorrebbe porsi all’avanguardia in tema di difesa ambientale, si percorrono strade rivelatesi ovunque fallimentari. Si costruiscono enormi bacini idrici arrivando a sconvolgere paesaggi e foreste di alta quota (si superano ormai comunemente i 100.000 metri cubi di invaso), si porta l’innevamento artificiale fino a quote impensabili come avviene in val della Mite, nel parco nazionale dello Stelvio. Una recente concessione provinciale permetterà di raggiungere con gli impianti di risalita i 3.000 metri di quota, mentre contestualmente si aprono nuove, inutili e distruttive piste in ambiti pregiati come a Passo San Pellegrino (Moena) con la nuova pista La Volata: una direttissima che solo una minoranza di sciatori sarà in grado di affrontare. Per costruirla si stanno demolendo a suon di cariche di dinamite interi costoni di roccia e si stanno invadendo gli ultimi spazi liberi a disposizione della pernice bianca e del gallo forcello.

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Senza contare la distruzione di una secolare pineta di pino cembro che arricchiva di fascino l’intero versante. In tutti i casi citati quest’opera di distruzione è sostenuta non solo dall’avvallo politico delle comunità locali e della Provincia Autonoma, ma anche da sostanziosi contributi pubblici che vengono investiti in società private i cui bilanci mostrano, anno dopo anno, deficit sempre più pesanti. Ma perché preoccuparsi? Quei debiti vengono ripianati regolarmente con l’intervento pubblico.

Riguardo agli impianti fognari e d’innevamento artificiale previsti a Pejo 3000 va ricordato che si tratta di infrastrutturazioni difficilmente compatibili con i valori su cui si fonda un Parco Nazionale. Un’area protetta acquisisce il suo senso quando riesce a dimostrare, anche all’esterno, che è possibile, attraverso il lavoro teso all’intelligente conservazione dei beni naturali, alla tutela e alla riqualificazione della biodiversità, alla protezione dei paesaggi identitari, costruire sviluppo, innovazione e cultura, fuori dai desueti modelli di sfruttamento mercantilistico che tanti danni hanno arrecato alle vallate alpine.

Mountain Wilderness si attendeva dal Trentino una inversione di tendenza riguardo agli indirizzi politici del turismo invernale. Sui versanti settentrionali dell’arco alpino, a esclusione di aree ormai devastate, da anni si propongono modelli e scelte che puntano sulla mobilità alternativa, che tendono a massimizzare il risparmio energetico, che riportano i beni naturali, la fauna selvatica, le specificità locali, l’agricoltura di montagna in tutte le sue connessioni a essere motori primari di uno sviluppo reale, libero dagli schemi del passato. Nelle Alpi italiane sembra che questi processi non vengano nemmeno presi in considerazione. In Trentino poi si raggiunge il massimo dell’ipocrisia quando si preannunciano nuove prospettive per il turismo (come quelle contenute nel progetto TURNAT) e poi nei fatti, giornalmente, le scelte della politica e dei territori le smentiscono.

Anche nelle Province autonome e nelle Regioni non è venuto il momento di ripensare le scelte e di investire in una progettualità più sobria, alternativa e culturalmente responsabile, cercando di recepire, se non gli allarmi ormai consolidati dai dati del mondo scientifico, i messaggi etici profusi con continuità dal Sommo Pontefice? La monocultura dello sci alpino appartiene al passato.

E’ tempo di voltare pagina!

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La Corona Imperiale

La Corona Imperiale

La settimana bianca è un’istituzione degli ultimi decenni, bellissima perché a giusta distanza dalle ferie estive e dalle follie natalizie ti fa riscoprire il senso dello stare in famiglia con i bambini, in un bel posto, tra le montagne. E, se devo esprimere una preferenza, Saas Fee è proprio adatta a una settimana bianca. Il fatto che la circolazione agli automezzi sia vietata, al di là del piccolo disagio dell’arrivo e della partenza con i bagagli, si rivela presto vincente. Il villaggio rimane comunque turistico e moderno, senza quell’aria di antico che siamo ancora abituati a sognare, ma è bello camminare nella stradina principale e sbirciare nei negozi luminosi o per le viuzze più interne. Al mattino presto ogni tanto capita di udire qualche muggito dalle stalle sotto alle abitazioni, mentre l’oscurità lascia pian piano la conca che s’arrossa in alto sulle creste e sulle pareti di ghiaccio a canne d’organo del Dom e del Täschhorn. Nell’aria si sente il profumo della legna nei camini appena riaccesi.

Saas-Fee
Saas Fee

La giornata scorre scandita da discese su pista, una dietro l’altra senza mai fermarsi né mai ripetersi, con dislivelli importanti. Per i bambini, un’emozione continua, dal trenino sotterraneo alla grotta di ghiaccio con la riproduzione della caduta degli alpinisti in un crepaccio, dalla breve ma aerea passeggiata alla cima della Quota 3460 m, nel vento che ti spazza via, fino alle prime divertenti escursioni fuori pista.

Non è la prima volta che vengo da queste parti. Sull’Allalinhorn avevo portato alcuni clienti bresciani, una delle rare occasioni in cui esercitai il mestiere di guida alpina in senso classico. La sera seguente avremmo raggiunto la Britanniahütte e da lì avremmo fatto, per l’Adlerpass, la traversata su Zermatt. Poi saremmo andati alla Schönbielhütte, senza sapere che, il giorno dopo ancora, il cattivo tempo avrebbe interrotto la nostra Haute Route per Arolla fermandoci con una violenta bufera al Col de Valpelline e facendoci tornare a Zermatt.

Dalla vetta dell’Allalinhorn la superba serie di Quattromila del Vallese sembrava un po’ più a portata di mano, come sempre quando si è su una cima e non sotto alle grandi pareti. L’emozione dell’aver raggiunto la vetta, la gioia della fatica terminata per quel giorno, la soddisfazione di aver fatto una bella cosa insieme facevano possibile ogni progetto, ogni voglia di scalare altre montagne. Alphubel, Täschhorn, Dom e Lenzspitze verso nord, Strahlhorn e Rimpfischhorn verso sud erano le montagne più vicine. Ma dietro a queste ecco il Monte Rosa ancora più gigantesco, e poi i Lyskamm, i Breithorn, fino al Cervino. A ovest la Dent Blanche, l’Obergabelhorn, lo Zinalrothorn e il Weisshorn, solo per citare i più importanti, chiudevano la cosiddetta Corona Imperiale.

Il Feegletscher cominciava proprio in quel momento a essere animato da veloci puntolini che aumentavano sempre più di numero, fino a diventare un piccolo formicaio che più s’infittiva più s’allontanava dal nostro mondo di silenzio e di vento: ciò che lì appariva davvero significativo era l’immensità delle montagne alla nostra altezza, la Corona Imperiale appunto.

Alba con il teleobiettivo da Saas Fee verso la vetta dell’Allalinhorn
Alba con il teleobiettivo da Saas Fee sulla vetta dell'Allalinhorn

Pensai quanto sarebbe stato bello progettare una grande traversata, ma quel pensiero non andò oltre. E altri lo realizzarono. All’inizio del 1986 i due più forti alpinisti svizzeri del momento, André Georges ed Erhard Loretan si accordarono per il concatenamento invernale di queste 38 vette, delle quali 30 di 4000 metri. Georges aveva già tentato due volte, con Michel Siegenthaler, nel 1983 e 1984. Una valanga all’Adlerpass per poco non aveva ucciso quest’ultimo. Al bar della stazione di Sion, il 12 febbraio 1986 Loretan aspettò per tutto il giorno e inutilmente il compagno Georges, bloccato dalla polizia per questioni di servizio militare. Loretan racconta in Les 8000 rugissants che il carnevale era finito la sera prima, che si era da poco tolto il costume da indiano, che il calumet della pace gli bruciava ancora in gola, l’acqua di fuoco era scorsa a fiumi e i bisonti stavano galoppando sul suo scalpo. Dopo due giorni di bel tempo persi, i due riescono finalmente a partire il 14 da Grächen. La loro impresa durò 19 giorni, di cui solo 7 di bel tempo e 3 bloccati dalla bufera nei bivacchi fissi del percorso. Il cielo azzurro era diventato un optional, un «elemento decorativo». Il 4 marzo l’avventura si concluse a Zinal. I giornali avevano inneggiato all’impresa, i puristi gridato allo scandalo, il club alpino parlato di «gloria personale». «A me rimane nel cuore un episodio che occulta tutte le critiche: durante la giornata di riposo al Teòdulo, la più vecchia guida di Zermatt, la più famosa, nata con il secolo (1900), Ulrich Inderbinen, ancora attivo, è venuta a darci il suo incoraggiamento. Il resto sono chiacchiere da salotto».

Questa è soltanto una delle vicende che una terra grande e bella come il Vallese può raccontare, quando non si vada là solo per il semplice divertimento di trovare centinaia di km di piste a propria disposizione. L’incontro di uomini e montagne ha fatto la storia che noi non potremo mai sapere e che dovremo accontentarci di conoscere un pezzetto qua e là. Tutto ciò si respira tra queste montagne, magari non le più alte delle Alpi ma di certo le più concentrate e ricche di fascino.

Fascino che rischia di essere altamente compromesso dalle follie del marketing. Un esempio? Era il marzo 1999 e in un comunicato stampa diffuso dall’ufficio turistico di Saas Fee lessi testualmente: «Nella sua nuova linea di comunicazione, Saas Fee cambia il look ed evolve nella sua coscienza turistica. Per essere precisi, si tratta della riscoperta dei valori del turismo antico… stabilendo il proprio sviluppo a lungo termine con l’accettazione di cinque visionari principi guida. Il turismo non è più considerato da un punto di vista meramente materiale, ma si connette ai cinque livelli di spirito, cuore, intelletto, emozione e corpo. Con riferimento al best seller Le profezie di Celestino queste cinque idee fondamentali saranno il motivo-guida del turismo». Eccone il riassunto: «1) Saas Fee, la magia della natura… a livello corpo, la vacanza è percepita come il risveglio dalla vita di ogni giorno… il soggiorno è bello quando vi si può trovare il significato della propria vita… mentre i locali provvedono agli spazi e all’incontro con altra gente; 2) Saas Fee, qualità di vita per ospiti e abitanti… il livello cuore è determinato dal comune battito nell’unione delle aspirazioni; 3) Saas Fee mantiene le promesse… il livello intelletto cresce mentre si offre un servizio davvero professionale e a prezzo giusto e mentre si raccomanda all’ospite di arrivare con la mente sgombra e rilassata; 4) Saas Fee, ritmo, gioia di vivere e sensualità… il livello emozione è assicurato dalla felicità degli ospiti… l’abbondanza di energia vitale rende la gente aperta ed altruista; 5) Saas Fee s’impegna allo sviluppo sostenibile e a propria misura… il livello corpo si esprime nella facile scelta di un luogo libero dalle auto».

Curling a Saas Fee. Foto: Sandro Vannini
Curling a Saas Fee (Vallese, Svizzera)

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Oltre la Streif

Oltre la Streif

L’area era già abitata nel IX secolo a. C., e oggi Kitzbühel è oggi uno dei più importanti comprensori turistici del mondo. Il villaggio, citato nelle fonti storiche per la prima volta nel 1165 con il nome di Chizbuhel, siccome era situato in posizione assai favorevole sulla linea commerciale tra Venezia e la Baviera, ottenne nel 1255 il diritto di tenere un mercato e in seguito, nel 1271, fu elevato al rango di città dal duca di Baviera Ludovico II. Il periodo di prosperità non s’interruppe né con l’annessione al Tirolo del 1504 né con le altre vicissitudini storiche: ma ecco che alla metà del XIX secolo arrivarono i primi villeggianti, attratti dalla particolare posizione tra i verdi prati di Kitzbühel, dallo scenario delle vette del Kaisergebirge e dalla forza curativa dei fanghi dello Schwarzsee, il bel laghetto alle porte dell’abitato. Nel 1892, Franz Reisch, che in seguito doveva diventare sindaco di Kitzbühel, colpito dalla lettura di un libro norvegese sullo sci, si fece spedire il primo paio di sci dalla Scandinavia. Già l’anno successivo Reisch sperimentava sulle nevi del Kitzbüheler Horn le sue incredibili «scarpe da sci» lunghe 2,30 metri, suscitando tra gli amici valligiani reazioni di stupore, ammirazione e scetticismo. Era l’inizio: già nel 1894, un cospicuo lotto di «legni» scandinavi equipaggiò i più volonterosi ed entusiasti e la diretta conseguenza furono il primo campionato di sci di Kitzbühel e il fulminante avvio della disciplina, al seguito dei quali iniziarono i primi soggiorni dei turisti in inverno, desiderosi e curiosi del nuovo divertimento sulla neve. Le vertiginose discese dell’Hahnenkamm divennero una leggenda, l’attività dello sci club di Kitzbühel (fondato nel 1902) era frenetica e diede luogo ai miti di Christian Pravda, Anderl Molterer, Ernst Hinterseer, Hias Leitner, Hansi Hinterseer fino a quello di Toni Sailer; per non parlare dello specialista di combinata nordica Klaus Sulzenbacher e dei fondisti Maria Theurl e Markus Gandler, per un totale di 47 medaglie (di cui 18 ori) solo nelle gare olimpiche e di Campionato del Mondo. E perfino una particolare pista, la Streif, ancora oggi è, tra le varie competizioni di Coppa del Mondo, forse la vittoria più ambita.

Kitzbühel
sciare a Kitzbühel

La personalità di Kitzbühel mi ha colpito improvvisamente, all’ingresso della colorata e viva principale via della cittadina, la Vorderstadt. Circondato da una folla di turisti tra i quali parecchi italiani, mi sembrava d’essere a Cortina o in qualche altro posto esclusivo del genere. Ma le case erano così diverse, e pure le torri che le dominavano, e le chiese. Iniziai una visita accurata di tutti i punti d’interesse, dalla chiesa parrocchiale con il suo cimitero a quella di «Unsere lieben Frau» e quella di S. Caterina; poi l’Hotel Goldener Greif ed il suo portale gotico, la Hinterstadt, la casa di Toni Sailer, la Pulverturm, anche i monumenti moderni come la Fontana dei Camosci o quello ai Combattenti per la Libertà. L’impressione di amore per la propria città domina su tutto, anche sugli oggetti non bellissimi. Ma è una sensazione valida e determinante solo per chi non è in attesa dell’inverno e dei suoi divertimenti. Sembra infatti che la maggior parte della gente sia lì sapendo che «dopo» ci si diverte. Le montagne al di sopra di Kitzbühel paiono essere immerse nel sonno estivo: tutto è aperto, gli impianti di risalita, gli alberghetti, i panorami che solo con un occhio di sole diventano grandiosi. Tutto funziona, poco vive, come se l’inverno e la neve fossero una droga di cui nessuno può fare a meno.

Una coppia di austriaci, con il loro cane quieto e rispettoso, è seduta sulla piatta ed erbosa vetta dello Zweitausender, a contemplare nebbie e nubi che ingrigiscono le valli sottostanti, inutile proseguire verso occidente, verso il Grosser Rettenstein fino alle montagne del Gerlos Pass. Non si vedrebbero altro che nubi e montagne d’erba spenta. A Kitzbühel è l’ora del sonnellino, dopo il pranzo di mezzogiorno che la pensione completa non perdona mai, prima del passeggio nella Vorderstadt con gli scarponcini comprati la mattina nel più bel negozio di articoli sportivi. Qui invece è tutto grigio, anche dentro di me.

L’arrivo della Streif. Foto: Albin Niederstrasse
Kitzbuehel, Tirolo, Streif, competizione di sci,

La grande estensione delle Kitzbüheler Alpen, con zone solitarie ed altre troppo frequentate, è un bell’esempio di colonizzazione. Le voglie, prima di conquista poi di sfruttamento, hanno portato a una presenza invasiva ed eccessiva dell’uomo sulle nostre montagne. L’inserimento dei bivacchi di quota è emblematico di questo processo: se inizialmente i bivacchi erano sporadici e radi punti di appoggio per l’alpinista, ora ve ne sono talmente tanti, che c’è da essere felici quando un bivacco, per la sua decrepitezza crolla e nessuno si cura di risistemarlo o di metterne un altro. Ma soprattutto l’asservimento allo sci è spia di una libertà finita. Raramente i club alpini dei paesi europei si sono opposti al proliferare degli impianti. In Italia, in molte sezioni del CAI, ci sono gli ski-club, il cui scopo non è quello di conoscere e difendere la montagna, bensì quello di andare la domenica sulle piste di sci, incentivando così l’economia degli impianti di risalita e favorendo il fiorire di progetti che imitano i vari Monterosaski o Superski Dolomiti. Perché il CAI non si pone il problema dell’incompatibilità con quelle sezioni, che nulla hanno da condividere con lo spirito dell’associazione e con lo statuto? Fino a quando all’interno dei club alpini vi saranno queste contraddizioni, essi non potranno insegnare niente a nessuno, e se dobbiamo parlare di etica della montagna, penso sia opportuno gettare la prima pietra.

Queste le mie riflessioni, mentre un’appassionata di parapendio attende il suo turno in vetta all’Hohe Salve: sono quasi le 17,30, la telecabina sta per chiudere, occorre decidere se volare o no. Più sotto un amico, dopo un decollo abortito, sta raccogliendo i vari pezzi del suo apparecchio e disponendoli con ordine nel sacco. Lei, bardata e paziente, aspetta. Poi rinuncia. Mentre il sole cala un’altra ragazza non sa che fare, parla con i suoi amici con il telefonino, chiede perfino a me consiglio, in un inglese stentato. Alla fine prende coraggio, e al sole ormai al tramonto, prende la rincorsa verso il vuoto di Westendorf. Le Kitzbüheler Alpen sono lì di fronte, dorate. Anche dentro di me è l’oro della solitudine e della pace.

Decollo in deltaplano dall’Hohe Salve, Kaisergebirge, Tirolo
Decollo in deltaplano dall'Hohe Salve, Kaisergebirge, Tirolo

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Un glaciale lenzuolo di morte

Un glaciale lenzuolo di morte

I primi studi sistematici sui ghiacciai dell’Adamello-Presanella risalgono agli anni ’20 allorché vennero catastati 93 apparati glaciali di cui 66 nell’Adamello e 27 nella Presanella. A signi­ficativa testimonianza del perdurare della fase di regresso, quando nel 1962 il Comitato Glaciologico Italiano pubblicò il suo Catasto dei Ghiacciai Italiani, i ghiacciai della regione erano scesi a 79 di cui 54 nel massiccio dell’Adamello e 25 in quello della Presanella. Nel 1991 la nuova edizione del Catasto dei Ghiacciai Lombardi ad opera del Comitato Glaciologico Lombardo faceva riscontrare qual­che sorpresa. Dei 18 ghiacciai dati per estinti, qualcuno aveva ripreso forma e attività a causa delle notevoli precipitazioni nevose e di annate più fredde nel periodo fine anni ’70 primi an­ni ’80. Sono ricomparsi ad esempio il Ghiacciaio Triangolo in Val Miller così come quello del Cristallo alle pendici settentrionali del Corno omonimo. La successiva fase di clima caldo sta facendo però scomparire di nuovo questi apparati anche se in molti casi essi sopravvivono riparati da una spessa coltre di pietrisco e materiale morenico. Comunque questo periodo vede ancora una fase di regresso stabilita principalmente da una perdita di spessore e dall’accentuarsi della tendenza degli apparati glaciali a suddi­vidersi in nuclei minori e separati fra loro. Solo il nucleo cen­trale del Pianalto ha dato solo piccoli segni di cedimento, forse anche a causa del maggior tempo di risposta agli influssi cli­matici che hanno simili grandi masse glaciali.

Ghiacciaio del Presena, copertura con teli bianchi di materiale isolante della coltre nevosa
Ghiacciaio del Presena, copertura con teli bianchi di materiale isolante della coltre nevosa (probabilmente da spostare)

Sul Ghiacciaio del Presena si realizzò un comprensorio sciistico che, in esercizio anche d’estate, svolgeva la sua grande funzione in abbinamento con gli impianti del Tonale, via via potenziati nel tempo. Oggi la notevole riduzione del bacino glaciale e la sua predisposizione a smagrire proprio in corrispondenza dell’inizio dell’impianto a ski-lift, con conseguenti enormi problemi di manutenzione non solo estiva, ha determinato una riflessione seria se continuarvi l’attività o rinunciare. Ma la presenza dell’impianto a fune del Passo Paradiso e il collegamento essenziale con le piste del Tonale hanno convinto i responsabili a tentare l’impossibile per tenere in piedi il Presena. Così in luglio e agosto dei primi anni di questo secolo, con frenetico andirivieni di gatti delle nevi a impianto chiuso, si è assistito ad una scena mai vista prima: la copertura integrale delle linee degli ski-lift, delineate da neve prima riportata e poi compressa, con una serie di lenzuola sintetiche, il cui colore bianco dovrebbe limitare lo scioglimento estivo. Queste, oltre a non servire a nulla, sono state lasciate in luogo.

Ghiacciaio del Presena, i teli bianchi posti l’estate precedente
Ghiacciaio del Presena, copertura con teli bianchi di materiale isolante della coltre nevosa (probabilmente da spostare)

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Come ho “imparato” a sciare

Come ho “imparato” a sciare
(dal mio diario)

Il giorno dopo l’infruttuoso tentativo alla cresta SSE del Birillo (Monte Gropporosso) vado a sciare. Alle 4.10 sono già in piedi. Esco di casa con gli sci sulle spalle e mi metto ad aspettare il “30”. Gli sci non sono miei, mi sono stati prestati da Luciano Simonetti in attesa che i miei, da lui mandati a Bolzano per riparazioni, arrivino. Infatti ne ho comprato un paio di buona marca, austriaci e usati. Nuovi costerebbero sulle 40.000 lire. E invece così li pagherò, rimessi a nuovo, sulle 15.000. In complesso un buon affare. Ma per ora sono a Bolzano, così Luciano me ne ha prestato un paio.

Ho appuntamento a Limone Piemonte con Marco Ghiglione: lui m’insegnerà i primi rudimenti. Oggi è venerdì 27 dicembre 1963, il treno festivo non c’è. Dovrò fare un sacco di cambi. Parto alle 5.50 per Savona, io sono dentro, seduto sul seggiolino accanto alla porta della carrozza e cerco di non far cadere gli sci appoggiati alla parete. A Savona, cambio. Attacco discorso con un altro sciatore. Il treno ora è di quelli a nafta. Appena oltrepassato l’Appennino al Colle di Cadibona, ci caliamo in una fitta nebbia che però dopo un po’ scompare lasciando vedere un paesaggio innevato e con il cielo sereno. Con sei minuti di ritardo, alle 8.50 arriviamo a Mondovì. Qui tanti con gli sci scendono, evidentemente destinati a Frabosa o a Lurisia. Noi invece continuiamo fino a Cuneo per prendere un altro treno, anche questo un po’ in ritardo. Oltrepassato Borgo San Dalmazzo e Vernante, entriamo in val Vermenagna e alle 9.14 siamo a Limone. Non ricordo il nome della Pensione nelle cui vicinanze è casa di Marco.

– Tanto Marco a quest’ora chissà dove è – mi dico – meglio che io vada a sciare per conto mio!

Il biglietto di ritorno, Limone-Genova
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Seguendo altri, mi avvio alla cieca e mi ritrovo alla Seggiovia del Sole. Qui vedo che la gente si mette gli sci e io li imito. Ma non sono capace di mettermeli. Meno male che in quella arriva Marco che mi ha visto da lontano. Lui è senza sci, dice di essere un po’ stanco per aver sciato ieri sulle piste del Cross come un dannato. Arriviamo a un campetto un po’ prima di quello del Maneggio. Mi fa mettere gli sci, mi fa camminare un po’, mi fa scendere un poco in linea retta. Siccome non so frenare, cado. Poi m’insegna a salire “gradinando” e a “lisca di pesce”. Questo secondo modo mi rimane un po’ indigesto. Comincio a scendere a spazzaneve, ma combino poco di buono. Sarò stanco ancora da ieri?

Alle 13 andiamo a casa sua, m’invita a mangiare e a passare la notte lì. Mangiamo assieme alla madre. Il padre, Elio, sta sciando. Dopo mangiato arriva la famiglia Carbone, loro parenti, con padre, madre, figlia e figlio: gente molto simpatica. Poi Marco e io torniamo a sciare. Lui prende la Seggiovia del Sole e io continuo verso il Maneggio. Faccio ancora un po’ di esercizio, e vedo intanto che c’è un sacco di coda agli skilift. Io salgo a piedi, faticando come un mulo, poi comincio a scendere: ogni 15-20 metri prendo di quelle sberle sulla neve che non so come ho fatto a essere ancora vivo. Ma non mi perdo di coraggio e continuo a salire e scendere fino alla nausea, in un campo d’azione di un centinaio di metri.

Quando sono davvero stufo e ben contuso ritorno a casa di Marco, mollo gli sci e vado a telefonare a mia mamma per dirle che stasera non torno. A casa non risponde nessuno, così devo tornare alla cabina dopo un po’. Espletato questo dovere, torno a casa di Marco dove finalmente incontro anche il simpatico papà di Marco.

Si mangia in allegria, si gioca a carte, si va a dormire. Mi addormento subito (e lo credo, dopo le due giornate trascorse) e mi sveglio alle 9 del giorno dopo, assieme agli altri. Dopo colazione, via di nuovo a sciare.

Gli scarponi da sci dei primi anni ’60
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Torno di nuovo al Maneggio e, con grinta cattiva, compro un biglietto da 5 corse e mi rivolgo allo skilift piccolo. Mi metto in coda e, dopo più di venti minuti, afferro il piattello e me lo tengo saldamente sotto il sedere per tutta la salita. Dopo due cadutine iniziali, incredibile, riesco a fare un curvone in discesa, sulla neve dura, a spazzaneve. Bello contento, continuo a scendere in linea retta e, a un piccolo avvallamento, cado. Riparto e riesco a frenare a spazzaneve prima di sbattere contro un tizio. Rifaccio un’altra coda bestiale e poi scendo senza mai cadere! E così di seguito, con qualche caduta, esaurisco il mio bonus di cinque corse. Incoraggiato, compro altre cinque risalite per lo skilift grande. In cima, mi si presenta un pezzo di discesa fuori dalla mia portata. Il bilancio è di tre cadute, ma quando arriva sulla pista che ho fatto prima cinque volte, allora me la cavo meglio. Allorché riprendo la sciovia, vedo che molta gente si stacca prima dell’arrivo, per evitare il primo pezzo. Mi sembra una buona idea. E con quest’accorgimento esaurisco anche queste corse.

Sono le 14, penso sia ora di andare a mangiare. Vado in casa Ghiglione, ma non c’è nessuno. Marco, dal ristorante di sotto, mi vede e mi chiama. Le mie imprese destano qualche impressione: per aver messo gli sci la prima volta ieri mattina, pare non sia poco aver fatto oggi dieci skilift senza rotture d’ossa.

E allora, dopo pranzo, Marco e io prendiamo la Seggiovia del Sole arrivando in cima alla Punta Buffe. Ci mettiamo gli sci (Marco ha un paio di Caravelle 36) e proseguiamo verso la partenza dello skilift seguente su un sentiero faticosa per via della presenza di sterpi. Incrociamo suo padre, il sig. Elio, e finalmente Marco prende lo skilift dell’Alpetta. Io lo aspetto qui e gironzolo. Rivedo il padre, tornato perché aveva dimenticato qui la giacca a vento.

A forte velocità arriva Marco, con la sua classe di Campione di Liguria categoria juniores di slalom (ma forse era discesa libera, forse slalom gigante, non so). Insieme scendiamo verso la Punta Buffe, per una pista diversa da quella di prima, faccio una caduta rovinosa dove Marco scende a uovo magnificamente. Purtroppo io devo scendere con la seggiovia: dall’alto li vedo scendere assieme, bravissimi.

Dopo i saluti, vado alla stazione a prendere il treno delle 17.56, rimango in piedi nell’ultimo vagone. Solo a Borgo San Dalmazzo posso sedermi. A Fossano scendo e mi concedo un punch e un panino. A Ceva arrivo poco prima delle 21, mi bevo una birra al bar, mi vedo un po’ di Giocondo alla televisione, poi finalmente alle 21.30 riparto su un bell’elettrotreno per Savona. Mi addormento, appena in tempo per scendere alle 22.28. Al bar bevo un altro punch e aspetto il direttissimo per Genova, sul quale schiaccio un altro bel pisolino. Arrivo a casa a mezzanotte e mezza.

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Di viaggio ho speso, per andare e tornare, 3.240 lire. Un po’ troppe. Però il 19 gennaio comincerà a funzionare il “treno della neve”: questo non solo è diretto, ma costa andata e ritorno solo 1.710 lire. E per di più, su esibizione del biglietto ferroviario, si ha diritto a sconti su skilift e seggiovie. Per Mondovì e ritorno costa solo 1.030 lire, cui bisogna aggiungere la corriera per Lurisia, Artesina e Frabosa (altre 300-500 lire). Questi sono i miei progetti mentre mi addormento. E se un giorno volessi andare a Monesi, c’è una corriera che parte da Genova alle 4.40 di notte e costa, andata e ritorno, solo 1.800 lire.

Il 4 gennaio 1964 parto per il campo scout invernale. In realtà è stato un campo solo per definizione, visto che abbiamo dormito e mangiato in un convento di suore.

Sono costretto a partire con gli stessi sci di una settimana fa, perché i miei non sono ancora arrivati da Bolzano. Ho con me perfino un sacco letto imbottito, stile militare, prestato da un cugino. Faccio il viaggio assieme a Ennio Remondino, Orazio Carbone ed Ernesto Parodi, l’ex maestro dei novizi rover. Arriviamo a Limone in orario, in una giornata magnifica. Andiami al convento, attesi dalle suore. Normalmente è un asilo infantile che nella stagione invernale funziona anche da piccola pensione. Infatti, non siamo soli: ci sono altri con gli sci. Sistematici in camera, di fretta usciamo verso la neve, cioè al Maneggio. Orazio ed Ernesto mettono gli sci per la prima volta, Ennio è circa sul mio stesso piano. Ci abboniamo alle solite cinque corse dello skilift grande e, con la mia solita esuberanza, comincio a cadere a ripetizione. Ennio invece, più calmo, è più prudente e non cade quasi mai.

La Seggiovia del Sole, Limone Piemonte
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In una caduta più violenta delle altre spezzo entrambi i bastoncini! Sono costretto a noleggiarne un paio. Poi perdo altro tempo per una noia meccanica agli attacchi, incontro la sig.ra Ghiglione e sigg. Carbone. Altre chiacchiere e altro tempo perso. Quando torno a sciare sono arrabbiatissimo, così riesco anche a investire una poveretta che si trova sulla mia linea. Pace. Per fortuna non le faccio nulla… Poi, con Orazio ed Ernesto, vado a mangiare. Loro si sono dati da fare per tutta la mattina. Arriva anche Ennio.

Sono stato troppo impulsivo, non ho imparato un gran che questa mattina. Mi riprometto di fare diversamente questo pomeriggio. Mangiamo poco e male, quindi eccoci ancora al Maneggio. Ennio ed io prendiamo dieci corse dello skilift grande, che però poco dopo si arresta per un guasto. Siamo costretti a salire su quello piccolo. Nelle discese cerco di non farmi prendere dalla velocità e di curvare come si deve, qualche miglioramento lo vedo. Alle 17.30 sono ancora lì, me ne vado per ultimo. Ho fatto anche qualche discesa senza mai cadere!

Dal convento usciamo per andare in paese al bar. All’ora di cena ci ritroviamo al convento, poi ci ritiriamo in stanza a parlare della Carta di Clan. Poi è l’ora delle risate, perché prendiamo in giro quelli della stanza accanto agitando loro lo spauracchio dell’ossido di carbonio. In realtà gli invidiamo la stufa a carbone.

Il giorno dopo Ernesto riparte per Genova; noi andiamo alla messa domenicale, facciamo colazione. Quando stiamo per andare a sciare ecco arrivare il capogruppo Edilio Boccaleri, con Ugo Galdi e Luciano Ferroni. Ugo è stato negli alpini sciatori e va anche su roccia. Si sistemano nella nostra stanza, poi andiamo tutti assieme al Campetto del Principe. Ugo ed Edilio ci fanno un po’ scuola, ma non mi sembra che la teoria sul campetto mi serva a molto. Per fortuna si stufano anche loro, così andiamo alla sciovia del Principe.

Luciano rinuncia a salire, Ennio e Orazio cadono a metà salita. Rimaniamo Ugo, Edilio ed io. Dalla Casetta Rossa prendiamo la pista n. 3 che porta, per la valle di San Giovanni, a Campo Principe. C’è pochissima neve. Scendo alla meno peggio, guidato con pazienza da Ugo. Faccio ancora tante cadute, principalmente perché mi lascio prendere dalla velocità. Ripresa la sciovia con Ugo, mi succede di incrociare gli sci e cado rovinosamente. Aspetto che Ugo scenda da me, poi assieme raggiungiamo Orazio che era lì ancora dalla corsa precedente. Continuo a non vedere miglioramenti.

Su ancora, con Edilio, Orazio e Ugo. Alla Casetta Rossa ci raggiunge anche l’amico Marco Ghiglione, tornato da Sestrière dove era iscritto a una gara di qualificazione nazionale, rimandata però per scarsità di neve.

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Ora giù di nuovo. marco, che scende da dio, impreca contro di me, dandomi dell’assassino ogni volta che non vede il mio peso a valle o per altri errori. Non mi arrabbio: so che lo fa apposta a esasperarmi, perché vuole che impari. Ma per colmo di scalogna in quella discesa sono davvero pietoso. Arrivati in fondo, risalgo ancora con Marco e Ugo. Però loro scendono per la n. 2, mentre io mi rifaccio per la terza volta la n. 3. Poi vado a mangiare.

Al pomeriggio sono ancora con Marco sulla Seggiovia del Sole. All’arrivo della seggiovia ne approfitto per incamminarmi verso la vetta della Cima Buffe 1531 m, cosa che non avevo fatto la volta scorsa. Non sapevo neppure esistesse una Cima Buffe. Poi andiamo agli skilift. prendiamo il primo e arriviamo circa a 1700 m. Ci siamo tutti ad eccezione di Luciano e Marco che hanno proseguito per l’Alpetta con l’altra sciovia.

Scendiamo per la pista Panoramica, che poi farò altre due volte. Qualcosa imparo e il morale mi si raddrizza un po’. Ci perdiamo tutti di vista. Sta arrivando sera e alla Seggiovia del Sole siamo rimasti Marco, Ennio ed io. E’ quasi scuro, ma noi cominciamo a scendere lo stesso. In certi punti la pendenza è superiore alle mie possibilità di spazzaneve, quindi sono costretto a scendere a derapage. Cado molte volte, come Ennio.

Sono avanti, vicino alla Casetta Rossa. Marco è dietro perché aspetta Ennio. Questi prende un sasso e cade. Uno sci si stacca e scivola veloce per duecento metri, fino a Marco che riesce a fermarlo. Non vedo niente di tutto questo, poi però vedo Marco con lo sci di Ennio in mano. Il poveretto sta scendendo a piedi. Per non perdere tempo, dato che ormai ci si vede pochissimo, Marco mi comanda di scendere per conto mio. Scendo ancora per la n. 3: non vedo più nulla, solo il bianco della neve. Vado piano, perciò riesco a non cadere e arrivare a Campo Principe. Arriviamo al convento a notte fatta. La suola del suo sci ha un solco enorme di una quindicina di centimetri. Ceniamo, cantiamo, arriva da Frabosa Sergio Bione, così siamo in sette. Ci addormentiamo sfatti.

Il 6 gennaio, dopo la messa dell’Epifania, filiamo di nuovo su a Pian del Sole. Marco non l’abbiamo visto, Luciano ha preferito il Maneggio. Con Ugo ed Edilio salgo fino all’Alpetta, la giornata è splendida e da qui il panorama è bellissimo. La discesa non è un fiasco, ma ci manca poco. Non starò a farla lunga, dunque dico solo che dopo la rifaccio, continuo per la pista Aerea fino a Pian del Sole, risalgo lo skilift e mi faccio la Panoramica. Qui mi prendo la botta più forte di tutte, che riesce a spaventarmi. Quindi di nuovo all’Alpetta e giù ancora a Pian del Sole, poi ancora all’Alpetta, giù tutto a spazzaneve senza mai cadere fino al primo skilift e da lì a Pian del Sole con la Turistica. Anche quest’ultima mi viene bene. Con Edilio torno alla Seggiovia del Sole, e da lì ci buttiamo giù su Limone. Faccio abbastanza bene anche la pista del Sole, senza cadere e senza derapage. Dalla Casetta Rossa scendo per la pista n. 3. Sono le 14.30: al convento mangiamo molto, beviamo molto e paghiamo poco. In stato di leggera ebbrezza vado a restituire i bastoncini. Ennio, Orazio e io torniamo in treno, gli altri in auto. Il viaggio per Genova, in dormiveglia, dura 3 ore e 55’.

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La nuova minaccia alla Marmolada

Guido Trevisan è nato a Noale (VE) il 5 settembre 1976. Laureato in ingegneria per l’ambiente e il territorio a Padova, è gestore del rifugio Pian dei Fiacconi dal 1 gennaio 2001. Papà di due figli e alpinista per passione.

La nuova minaccia alla Marmolada
di Guido Trevisan

Sono Guido Trevisan, gestisco il rifugio Pian dei Fiacconi da quindici anni: ho preso in gestione questo posto, assieme all’amico e allora socio Sergio Rosi, quando era ai minimi storici per tutta una serie di motivi tra cui il mancato interesse politico locale e provinciale a sviluppare questa parte di Val di Fassa. Dopo tre anni di affitto abbiamo comprato e ristrutturato. E personalmente ho investito TUTTO in questa avventura, semplicemente perché è un posto splendido e perché mi piace. E ci credo.

Sono cambiate molte cose, gli affari vanno meglio, la clientela è tornata e questa nicchia dolomitica ha continuato a tenere un’aura di romanticismo, un posto un po’ fuori dal tempo, in particolare d’inverno quando lo sci di massa non arriva quassù perché “c’è solo un impianto”, dicono.

Stamattina leggo sui quotidiani Trentino e L’Adige che la giunta provinciale ha adottato in via preliminare il programma per gli interventi “per uno sviluppo sostenibile della Marmolada” e che il documento “disegna il futuro della Regina dal punto di vista ambientale e turistico”.

Guido Trevisan, custode del rifugio Pian dei Fiacconi
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Sono rimasto inorridito a leggerlo:

– di ambientalista e sostenibile non c’è niente in quel progetto visto che prevede la stazione di arrivo a monte della funivia in mezzo al ghiacciaio in un punto attualmente vergine, il Sass Bianchet, visibile da tutti i lati, con conseguente antropizzazione di un’altra zona oggigiorno pulita (ricordiamoci che a 500 metri di distanza c’è già la stazione a monte della funivia che sale dal Veneto);

– le decisioni, chiaramente politiche, non hanno minimamente tenuto conto del parere del comune di Canazei e tanto meno di noi operatori;

– non ha neppure una giustificazione economica visto che, arrivando sotto la cima, i turisti “estivi” preferiranno ancora salire dal lato Veneto in modo da arrivare in cima e godere del panorama a 360°;

– inoltre a titolo personale vedermi passare un impianto sopra la testa che poi scarica i turisti 50 metri sopra al rifugio mi sa tanto di presa in giro perché in estate nessuno torna in giù 50 metri per andare al rifugio sotto ed in primavera, anziché allungare la stagione, me la accorcia visto che quando la neve in basso comincia a scarseggiare la pista di rientro verrebbe chiusa.

Non mi interessa che mi scarichino i turisti fuori dalla porta del rifugio ma neppure mi piace sentirmi preso in giro su ciò in cui credo e leggere tanta ipocrisia di chi usa queste parole “sviluppo sostenibile” e “ambientalismo” solo per giustificare scelte politiche a noi tenute oscure”.

 

La vicenda
a cura della Redazione

Questo lo sfogo di Trevisan, che fa ecco all’accorata telefonata da lui fattami il 15 settembre. Per me è come un fulmine a ciel sereno e mi dedico subito a una ricerca sull’argomento, che riproduco qui sotto.

Già nel giugno 2013 si era avuta notizia di un nuovo piano della Provincia autonoma di Trento per il ghiacciaio della Marmolada. Il documento era stato inviato alla Regione Veneto, alla Fondazione Dolomiti Unesco e agli interlocutori locali: la giunta provinciale contava di approvarlo entro il termine della legislatura.

E’ di questi giorni il via libera della giunta provinciale. Il documento ricalca le linee del piano presentato a giugno 2013:

– smantellamento dell’attuale impianto “Graffer” e nuovo impianto in due tronchi: dalla diga del passo Fedaia al Pian dei Fiacchi (cabinovia a otto posti o seggiovia quadriposto) + collegamento con il Sass Bianchet, alcune centinaia di metri sotto Punta Rocca (funivia bifune senza piloni intermedi);

– smantellamento dell’impianto Passo Fedaia-Sass de Mul (quello andato distrutto dall’incendio del 27 ottobre 2012) e rifacimento dell’impianto Sass de Mul-Seràuta, con ripristino ambientale di tutte le infrastrutture obsolete presenti sul ghiacciaio.

Dal Sass Bianchet si potrebbe usufruire di due ski-weg di collegamento in discesa verso Punta Seràuta e verso il Sass del Mul.

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In questo modo, secondo il piano, non ci sarebbe ampliamento dell’area sciabile o la realizzazione di nuove piste sul ghiacciaio, perché non verrebbe aperta alcuna pista per scendere da Sass Bianchet al Pian dei Fiacchi (“paradiso” dunque dei freerider). Se si scende solo fino al Sass de Mul si può salire sul previsto impianto (Vascellari) Sass de Mul–Seràuta; se invece si scende giù fino al Passo Fedaia, allora occorrerà arrivare fino a Malga Ciapela per risalire in vetta con le funivie.

Per brevità, non entro nel merito di ciò che dice il piano a proposito del problema parcheggi e delle frequenti chiusure invernali della strada di collegamento Pian Trevisan-Diga del Fedaia. Tralascio anche di dire quanto “ingegnoso” sia il previsto utilizzo estivo della pista Pian dei Fiacconi-Diga del Fedaia da parte degli appassionati di downhill. E sorvolo anche sull’inutilità di insistere sulla “novità” di un percorso ciclo-pedonabile attorno al lago di Fedaia e sull’ovvio e doveroso interessa da riservare alle vestigia della Grande Guerra.

Naturalmente per le aree sciabili si continuerà a concedere agli impiantisti, come già ora succede, di preservare il manto nevoso con l’utilizzo dei teli geotessili.

Il piano, non appena sbandierato il via libera della giunta provinciale, è stato duramente contestato.
Ciò che è notevole in questa protesta è il fatto che, ben lungi dal rifiutare qualsiasi altra invasione umana sul ghiacciaio, la popolazione di Canazei e limitrofi vorrebbe che il collegamento si prolungasse fino a Punta Rocca, facendosi scudo “ambientale” del fatto che Sass Bianchet è ancora “vergine”, dunque meglio andare a costruire manufatti e stazione d’arrivo laddove i danni sono già abbondantemente presenti!

In salita da Pian dei Fiacconi verso Punta Rocca
Salita alla vetta della Marmolada di Rocca con panorama su Sassolungo e Sella (manifestazione Mountain Wilderness)

Silvano Parmesani (sindaco di Canazei): «Non siamo per nulla soddisfatti e lo faremo sapere alla giunta provinciale, fiduciosi di trovare ascolto. Pare infatti che in questo piano i veneti (con gli impianti che arrivano in vetta) siano tenuti in considerazione più dei trentini. Come se il nostro progetto fosse poco rispettoso della nostra Regina».

Elena Testor (procuradora del Comun general de Fascia): «Il previsto arrivo del nuovo impianto in località Sass Bianchet invece che a Punta Rocca, penalizza pesantemente tutta la skiarea che risulterebbe monca di un collegamento indispensabile al fine di creare un comprensorio sciistico di un certo interesse. Non di secondaria importanza è poi l’impatto ambientale. L’agonizzante ghiacciaio della Marmolada verrebbe pesantemente intaccato in un punto alquanto delicato e ancora vergine».

L’arrivo della funivia Malga Ciapela-Punta Rocca in una foto aerea da sud
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Ancora più duri i toni del consigliere provinciale dell’Union autonomista ladina (UAL), Giuseppe Detomas: «Tale progetto è nel modo più assoluto inaccettabile, sia sotto il profilo del merito che anche nel metodo… Valutiamo tale piano impattante sotto il profilo ambientale per gli interventi previsti, poiché sul versante veneto è previsto un nuovo impianto, mentre per il Passo Fedaia si impone di limitare la nuova stazione di arrivo alla località intatta e integra dal punto di vista ambientale di Sass Bianchet. Appare invece facilmente intuibile, anche osservando le cartine, che con un minimo ulteriore prolungamento si potrebbe arrivare direttamente a Punta Rocca, dove sono già presenti strutture e piste da sci, senza nuovi interventi invasivi… Con tale piano di sviluppo Canazei e l’intera Valle di Fassa rimarrebbero per l’ennesima volta penalizzati, vedendo nascere un impianto “monco” in quanto privo del collegamento realmente funzionale oltre che necessario». E aggiunge: «In realtà il piano risponde alle esigenze di sfruttamento da parte veneta che, in barba agli aspetti ambientali, con il nuovo impianto del Sas de Mul andrebbe a introdurre un ulteriore ampliamento dell’offerta sciistica e quindi a promuovere nuovi accessi di sciatori e nuovi passaggi su quel versante che comunque, si ricorda, insiste sul territorio di competenza trentina».

Non diverso infine il giudizio di Luca Guglielmi, segretario politico dell’Associazione Fassa, secondo il quale «l’arrivo di un ipotetico impianto di risalita e Sass Bianchet a poche centinaia di metri da Punta Rocca, è poco incisivo: di fatto taglierebbe in tronco la possibilità di uno sviluppo a 360° gradi del massiccio stesso».

Anche Aurelio Soraruf, gestore del rifugio Castiglioni al Passo Fedaia, è di questo parere: «C’è un altro piano, quello elaborato dla comune di Canazei… La Provincia deve capire che quella di arrivare a Punta Rocca non è la richiesta di una parte politica, ma dell’intera rappresentanza valligiana… Un piano che tra l’altro tiene in seria considerazione i singoli rifugi (non come questo, che passa sopra al rifugio Pian dei Fiacconi, tagliandolo completamente fuori dal circuito)… Ugo Rossi (presidente della Provincia di TN, NdR) ha ripetuto che dobbiamo avere buoni rapporti di vicinato col Veneto. Ma possibile che questi buoni rapporti dobbiamo pagarli solo noi fassani? Il fatto è che Mario Vascellari ha urgenza che Trento gli dia il via libera per fare il nuovo impianto in territorio trentino, se no ci rimette: e i suoi interessi contano molto più dei nostriLa funivia del Sass Bianchet è costosa, troppo corta e non serve al turismo estivo. Insomma, non sta in piedi economicamente e nessuno investirà un euro per realizzarla. Invece gli investitori privati ci sono, ma per arrivare fino in cima, a 700-800 metri dalla Punta, dove la stazione di arrivo si potrebbe fare senza problemi».

Luigi Casanova, portavoce di Mountain Wilderness, ha fatto parte del Comitato di coordinamento scaturito dall’Accordo di programma del 2002, firmato quattro anni fa con lo storico “nemico”, l’impiantista Mario Vascellari delle Funivie Marmolada srl, un accordo ancora oggi indigesto ai fassani sul futuro della montagna e del suo ghiacciaio: «Il nuovo impianto Pian dei Fiacchi-Sass Bianchet andrebbe a incidere su un territorio ambito dallo sci alpinismo. Lasciamolo in sospeso, quel secondo tronco ipotizzato dalla Provincia. Anche perché per fare tutto il resto, ossia per gettare le fondamenta del rilancio della Marmolada, serviranno dieci anni… Le «fondamenta» sono tutte le altre azioni previste dal Piano preliminare approvato lunedì 14 settembre: la messa in sicurezza della strada che arriva a Passo Fedaia, la riqualificazione dell’area del passo con la messa in sicurezza della pista ciclabile, la costruzione di parcheggi meno invasivi, la riqualificazione dei rifugi e alberghi che finora sono rimasti fermi e la sostituzione della bidonvia tra Passo Fedaia e Pian dei Fiacconi con una seggiovia quadriposto, la sentieristica e i centri informativi… Per fare tutto questo ci vorranno almeno dieci anni e solo alla fine si potrà ragionare di ciò che eventualmente manca. Ma comunque non si potrà arrivare a Punta Rocca, perché nella sella dove arriva oggi la funivia di Vascellari non c’è posto, bisognerebbe sbancare, ossia smontare l’arrivo di importanti vie alpinistiche che hanno fatto la gloria della Regina delle Dolomiti, andando con le ruspe a 3.250 metri. E a quel punto Dolomiti Unesco non avrebbe più senso, avrebbe fallito la sua mission in tutti i sensi».

Lo stesso Casanova si permette un piccolo sfogo con la nostra Redazione: «Cosa si imputa a Mountain Wilderness? Di aver seguito la Marmolada anche dal punto di vista politico, in Provincia, e di aver concordato, nel 2005-6 un piano di sviluppo importante, del valore di 50 milioni di euro, bocciato dal comune di Canazei perché non prevedeva l’arrivo di una funivia ulteriore a Punta Rocca. La provincia ovviamente non ha reso disponibili i 50 milioni. Da allora la Marmolada è in piena decadenza, con responsabilità dirette dei rifugisti locali, a partire da Aurelio Soraruf, l’urlatore principale.
Dopo la nostra vittoria 2010 in Cassazione, contro lo sfregio al ghiacciaio da parte della Società di Mario Vascellari, ho avviato (praticamente in modo personale) un percorso di condivisione che ci ha portati a un documento (2012) che, qualora venisse attuato, risolverebbe gran parte dei problemi di abbandono del versante settentrionale della Marmolada. Ad alcuni soci di Mountain Wilderness trentina questo accordo non va bene perché vogliono vedere MW contro tutti e tutto, sempre arrabbiata e incapace di risolvere, sempre perdente come quasi tutto l’ambientalismo nazionale, ormai superato. Una posizione legittima, ma occorre tener presente che oggi tutti i politici fassani vogliono Punta Rocca e che a loro di Dolomiti UNESCO nulla importa. Dalla nostra parte abbiamo la provincia di Trento e Vascellari. Nell’accordo con Vascellari sta scritto che qualora una delle due parti non condivida un progetto tale idea viene cassata. Vi pare poca cosa?».

Considerazioni
L’affermazione dell’assessore provinciale Carlo Daldoss nell’approvazione finale di giunta, «Abbiamo dato priorità alla tutela ambientale, con un piano rispettoso di questa montagna», è secondo me risibile, anche perché per l’ennesima volta è utilizzata una formuletta ormai trita e ritrita.

Se la giunta provinciale ritiene che, per essere credibile non certo solo da un punto di vista ambientale, basti fare quest’affermazione, siamo come al solito ai confini della realtà di buon senso.

Se gli estensori del piano credono, sempre con l’obiettivo della credibilità, che basti l’istituzione della navetta da Pian Trevisan alla Diga e che il non aggiungere piste sia sufficiente a preservare un ambiente “tipo” montagna; se reputano che davvero servano a qualcosa per un futuro equilibrio accettabile l’obbligo di battere le piste lungo la linea di massima pendenza (la modalità più “rispettosa” per il ghiacciaio) e il divieto di “importare” neve dal ghiacciaio: beh, allora fingono di ignorare che durante i mesi di marzo e aprile (quando dovrebbero essere al massimo delle loro potenzialità) l’utilizzo degli impianti della Marmolada (in rapporto alla loro attuale capacità) è dell’11%. Per non parlare dei mesi invernali, in cui questo rapporto, a causa delle condizioni ambientali certo più severe di altre aree dolomitiche e fassane, si riduce ancora.

Fingono di ignorare che 300-450 sono gli sciatori giornalieri necessari per rendere economicamente sostenibile un nuovo impianto. Comunque non collegato al ben più esteso e frequentato sistema piste-impianti della valle di Fassa.

E queste argomentazioni sono del tutto valide anche nell’altrettanto deprecabile ipotesi che l’idea di Sass Bianchet venga prima o poi abbandonata in favore di un prolungamento a Punta Rocca.

Il rifugio Pian dei Fiacconi   NuovaMinacciaMarmolada-rifugio

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Il Vallone delle Cime Bianche

Sono stati i milanesi Laura e Giorgio Aliprandi, i più illustri studiosi della cartografia storica delle Alpi e assidui frequentatori della zona, a riproporre la questione del progettato impianto sciistico di collegamento della Valle d’Ayas con la Valtournenche. Se ne parla da quarant’anni, ma nel 2014 il pericolo di un prossimo inizio lavori è cresciuto di parecchio.

L’11 aprile 2014 Legambiente aveva diffuso questo comunicato via ANSA:
Un’idea insensata da ogni punto di vista… L’area interessata rappresenta l’ultimo vasto spazio senza impianti di accesso al versante sud del Monte Rosa. Né la destra orografica, perennemente sotto valanga, né la sinistra orografica, susseguirsi di altopiani, si prestano per lo sci da discesa. Le infrastrutture di trasporto sarebbero poi di una lunghezza tale da richiedere investimenti e scassi ambientali colossali, del tutto insostenibili… Quello dello sci da discesa è un mercato ormai maturo che richiede semmai di qualificare i servizi a supporto dei vasti domaines skiables esistenti, di saper rispondere alla domanda crescente di pratiche sportive di nicchia e ‘skipass-free’ (ciaspole, sci alpinismo, nordic walking, passeggiate sulla neve) e di non compromettere la possibilità di sviluppo di un’offerta diversificata adatta a tutte le stagioni… La Valle d’Aosta presenta piuttosto una vera e propria emergenza di accessibilità turistica e non necessita certo di nuovi insostenibili caroselli di piste e impianti in quota“.

Laura e Giorgio Aliprandi
CollegamentoAyasCervinia-AliprandiA questo comunicato seguirono le solite polemiche. Tra i vari interventi abbiamo scelto quello di Antonio Carrel, guida alpina ed ex-sindaco di Valtournenche:
Gli ambientalisti sulla pelle degli altri
di Antonio Carrel

Mi riferisco alla lettera di Legambiente relativa al possibile collegamento funiviario tra la Val d’Ayas e Breuil-Cervinia attraverso il Colle delle Cime Bianche.

C’è da rimanere sconcertati da quanto dicono questi signori che si nascondono dietro a una sigla che per me rappresenta l’intolleranza pura. Innanzi tutto non mi risulta che lo sci da discesa sia in regresso; magari qualcosa qui nella nostra regione, ma non certamente negli altri paesi alpini dove il turismo invernale sciistico risentirà anch’esso della crisi, ma ha ancora milioni di praticanti.

Questi signori dicono che gli impianti di risalita sono quasi tutti passivi e la Monterosa Ski subirà la scure delle partecipate. Ma allora cosa dobbiamo fare? Chiudere tutti gli impianti e di conseguenza le stazioni che per mezzo di essi vivono, oppure cercare di incrementare i passaggi in modo da portare i bilanci almeno in pareggio? Chissà che gioia per questi signori, e magari per i loro figli, poter passeggiare a Cervinia, Ayas o Gressoney senza vedere più nessuno, salvo qualche pazzo valligiano rimasto lassù a “seminar patate o a mungere mucche”! È vero che adesso ci sono più persone che praticano le ciaspole, lo sci di fondo e le passeggiate (è anche l’ora!), ma chissà perché questi signori sono quasi tutti stranieri e di italiani se ne vedono molto pochi. La stessa cosa succede per le Alte Vie, dove nonostante una certa frequenza, i partecipanti sono quasi tutti esteri. Se continuiamo di questo passo i nostri pochi giovani che lavorano nel turismo se ne andranno vendendo le loro attività (se ci riescono) perché le stagioni invernali si restringono sempre di più e in quelle estive ormai è quasi il fallimento.

E’ molto comodo fare gli ambientalisti sulla pelle degli altri, magari restando seduti in comode case di fondo valle, con lo stipendio fisso di dipendenti vari, regionali e non. Dovrebbero provare anche loro a rimboccarsi le maniche e a darsi da fare per cercare i clienti e lavorare 15/16 ore al giorno, il tutto poi senza ottenere i risultati meritati. È vero che le partecipate sono in massima porte finanziate con denaro pubblico, ma permettono comunque a un sacco di gente di campare; vedi proprietari di alberghi, bar, ristoranti, B&B, impianti di risalita e non dimentichiamo poi tutti i dipendenti che vi lavorano. Guarda caso tutti questi signori pagano anche le tasse! Forse sono anche questi i soldi che permettono di foraggiare gli impianti. Secondo gli esperti, un milione investito negli impianti di risalita produce un indotto sette volte superiore. Vorrei aggiungere tante altre cose, ma la lettera diventerebbe troppo lunga e termino qui, sperando che il futuro riservi ai nostri figli cose migliori e ci dia anche più gente con la testa sulle spalle”.

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Il 16 settembre 2014 La Stampa Montagna, a firma Enrico Martinet, titola La super-funivia che regalerà la sciata infinita. Dopo un discutibilmente scherzoso inizio in cui si dà la “responsabilità” del collegamento alla voglia di cappuccino che notoriamente hanno i turisti e gli sciatori d’Oltralpe, Martinet ci spiega che per ottenere i 530 km di piste c’è un master plan, voluto con forza da Zermatt. Sarebbe il terzo carosello sciistico al mondo, in attesa che si concretizzi una nuova stazione sciistica in Colorado, annunciata come un’enormità e destinata a essere la regina, scalzando l’attuale che è canadese.

Subito dopo Martinet dà conto dell’opposizione, cita Legambiente e il fotografo naturalista del National Geographic Stefano Unterthiner: «Una pazzia».

Ma poi fa parlare il progettista Enrico Ceriani, laureato in Scienze Forestali, che dice: «Il tecnico ha il dovere di non fare danni irreversibili. Ciò che ipotizziamo ha un danno limitato all’ambito paesaggistico, ma con il tipo di funivia prevista, due tronconi con stazione centrale, e campate lunghe con pochi piloni non sconvolgiamo il territorio. Nessuna strada è prevista e noi stessi abbiamo sottolineato come sia improponibile, proprio per l’impatto ambientale, una pista di sci nella parte più bassa, mentre in alto l’intervento sarebbe comunque limitato con un tracciato non più largo di 20 metri».

L’articolista prosegue informandoci che i piloni saranno in numero tra 4 e 5 e il modello della funivia sarebbe il moderno «3S»: cabine da 35 posti. Con un costo intorno ai 65 milioni. Del progetto fanno parte le tre società dei comprensori sciistici (Zermatt, Cervino e Monterosaski) che hanno introiti annuali di 918 milioni. Ancora Ceriani: «L’investimento potrebbe essere sostenuto dalle funivie, così come la gestione senza interventi pubblici».

Il 19 novembre 2014 Mountcity.it pubblicava l’accorata lettera degli Aliprandi, un testo che cerca di fare chiarezza sulla reale importanza del Vallone delle Cime Bianche, quello interessato dal progetto:

Il vallone delle Cime Bianche è anche chiamato vallone Cortot in quanto da esso trae origine il famoso “ru”(canale) costruito in epoca medievale che porta le acque dal ghiacciaio di Ventina sino al Col di Joux con un percorso di circa 25 km. Il vallone, attualmente incontaminato, è percorso da un’antica via di comunicazione, detta via del vino o Krämerthal dai mercanti gressonari, che consentiva in epoca medievale il passaggio delle merci dal bacino della Valle d’Ayas a Zermatt , tramite il colle del Teodulo.

Questo territorio è stato recentemente protagonista di articoli sulla stampa (vedi La Stampa 16/9/2014 e La Vallée notizie 30/8/2014 e 27/9/2014) in quanto c’è il progetto di unire mediante funivia la valle di Zermatt al comprensorio sciistico del Monterosa Ski, cioè le valli d’Ayas, di Gressoney e di Alagna Valsesia, costituendo in tal modo un grandioso “domaine skiable” con 530 km di piste.

Il colle delle Cime Bianche che da Ayas permette di raggiungere la valle di Zermatt, tramite il colle del Teodulo è il punto strategico per consentire questo passaggio. Per la verità gli articoli che abbiamo letto non spiegano bene quale sarebbe il percorso di questa nuova funivia. Un fatto è certo: che gli Svizzeri sono interessati a questo collegamento che con ogni probabilità partirà da Zermatt.

Il progetto di unire Zermatt alla Val d’Ayas non è recente poiché già quaranta anni fa era stato proposto un grandioso sistema di funivie che avrebbe unito Ayas alla Svizzera, passando non solo dalle Cime Bianche ma anche dalla Gobba di Rollin. Il progetto a quei tempi era stato sottoposto al Consiglio Comunale di Ayas che l’aveva ricusato il 30 maggio 1974 con queste parole: “Il Consiglio Comunale delibera di essere contrario ad ogni tipo di intervento che comporti massicci interventi finanziari ed ulteriore aumento rilevante dell’insediamento edilizio” (come risulta dal testo di F. Fini Il Monterosa, Zanichelli, 1979, p. 158-159).

Attualmente il problema si è ripresentato limitatamente al colle delle Cime Bianche che sarebbe inglobato nel comprensorio sciistico di Zermatt e del Monterosa Ski. Giustamente si è osservato che il progetto, se attuato, sarebbe un oltraggio a questo territorio tuttora incontaminato e ancora libero da moderne infrastrutture.

Tuttavia, secondo noi, il problema dell’impatto ambientale non si limita al solo vallone Cortot ma va visto in un’ottica più ampia. Questo nuovo impianto funiviario di portata turistica internazionale sarebbe un’attrazione tale da condizionare tutto l’ecosistema della Valle d’Ayas: come conseguenza ci sarebbe la necessità di aumentare la capacità ricettiva alberghiera, di creare nuovi parcheggi con ovvi sbancamenti di terreno e sconvolgimento del paesaggio. Da ultimo la rete viaria della Valle d’Ayas non sarebbe in grado di reggere questo nuovo flusso turistico.

Chi nella stagione estiva non sarebbe attratto dall’andare in giornata da Champoluc a Zermatt per ammirare la parete est del Cervino? I tour operator avrebbero buon gioco a proporre questa possibilità. L’alta Valle d’Ayas perderebbe così la sua identità e diventerebbe un luogo senza anima al servizio della modernità (e il paragone con la vicina Cervinia è d’obbligo). Comprendiamo che gli interessi economici coinvolti sono enormi e sono a favore di chi vuole la funivia: si avrebbe un aumento notevole del valore dei terreni edificabili e delle strutture ricettive già esistenti.

Il cartello apparso nel 1974
CollegamentoAyasCervinia-cartelloSiamo legati alla Val d’Ayas, che frequentiamo da cinquant’anni, da vincoli affettivi e anche culturali e il pensiero che possa trasformarsi in una valle di turismo non residenziale ci amareggia. Ci sembra pertinente a questo punto riportare quanto espresso dal Consiglio Comunale di Ayas il 30 maggio 1974: “Ritenuto che il Comune di Ayas debba scegliere un modello di sviluppo che, pur non frenando la crescita e il benessere, dia tuttavia la possibilità alla popolazione residente di controllarne gli effetti…”. Sagge parole e ci auguriamo che il buon senso dimostrato dagli amministratori di Ayas quaranta anni fa sia ancora presente e non venga condizionato da fattori economici che in questo progetto sono prevalenti.

Un referendum tra gli abitanti di Ayas sarebbe la soluzione più democratica per accettare o rifiutare questo sconvolgimento ambientale”.

 

La Stampa Aosta del 30 novembre 2014, a firma Stefano Sergi, titola Collegamento in funivia tra Cervino e Monte Rosa: un referendum per decidere e sostanzialmente riprende la lettera degli Aliprandi pubblicata da Mountcity.it dando valore all’idea del referendum.

CollegamentoAyasCervinia-1

Nel frattempo scopriamo che era stato creato su Facebook un profilo intitolato Quelli che vogliono il collegamento da Valtournenche a Champoluc – Squadra sportiva, che assomma a oggi 14 febbraio 2015 la bellezza di 858 “mi piace”.

La serietà della questione non ci fa sbellicare dalle risate, però per alleggerire le nostre fondatissime preoccupazioni vale la pena di sfogliare quanto scritto da questi signori:

15 novembre 2012
A quando il progetto? meglio spenderli lì che gettarli in quelle fabbriche che dopo 2 anni chiudono.

8 agosto 2012
Zermatt guarda verso il Monterosa
di Rino Galeno (Neveitalia)
A nord del Cervino va di moda guardare verso Sud. Sono sempre di più quelli che tra i visitatori di Zermatt decidono di attraversare il confine per visitare le piste di Cervinia e Valtournenche. Una volta gli sciatori attraversavano il confine per gustare il pranzo nei ristoranti italiani di Cervinia, oggi lo fanno soprattutto perché attraversare la frontiera sugli sci è una moda, una delle principali attrazioni che caratterizzano le località alla moda.
Secondo Christoph Bürgin, presidente del villaggio alpino di Zermatt, costruire qualche cosa che vada oltre i 300 Km di piste di Zermatt/Cervinia/Valtournenche e si estenda verso il comprensorio italiano del Monterosa Ski manderebbe in visibilio i frequentatori di Zermatt e potrebbe creare intorno al Cervino e al Monterosa il primo carosello di piste in Europa con un’offerta di piste intorno ai più bei 4000 delle Alpi senza uguali al mondo.
Lo studio potrebbe prevedere un collegamento ferroviario tra la valle di Ayas e Zermatt che passi per Saas Fee e di una cabinovia che attraversi il Lyskamm. Al di sopra delle Alpi hanno già investito 400 mila franchi in questo studio e si pone l’accento sulla sostenibilità del progetto. Il costo dell’impianto di collegamento in quota sarebbe di circa 30-40 milioni di franchi, una cifra non impossibile visto che Zermatt negli ultimi dieci anni ha investito nello sviluppo del comprensorio oltre 350 milioni.
Del resto fino a qualche anno fa anche dal lato italiano si parlava insistentemente di un collegamento ferroviario Monterosa Walser Express che mettesse in comunicazione sciistica il Monterosa e il Cervino attraverso un collegamento ferroviario tra Macugnaga – Monte Moro e lo Schwartzberghorn. Un secondo tratto avrebbe poi messo in comunicazione Macugnaga con Alagna passando sotto il Turlo lungo la linea del “Grande Sentiero Walser”, che oggi collega tutte la vallate di quell’etnia, dal Vallese fino al Voralberg.

9 agosto 2012
Stefano Cerutti: Aspettiamo con trepidazione!
Andrea Barabino: E vai!

23 gennaio 2013
Vincenzo Di Ciancia: Sarebbe il top…

9 luglio 2013
Sergio Viot: Magari!!!

10 luglio 2013
Stefano Gorret: Unico sistema per rilanciare l’area italiana! Sarebbe un sistema intelligente di mobilità alpina e sviluppo culturale. Si potrebbero fare tanti passi avanti pur sempre rispettando l’ambiente (la telecabina che attraversa il Lyskamm è discutibile).

7 aprile 2014
Collegare Cervino e Monte Rosa? Ci pensa una società canadese.
Con un ribasso del 37% la società canadese Ecosign Mountain Resort Planners Ltd di Whistler (British Columbia/Canada) si è aggiudicata l’appalto per la realizzazione dello studio urbanistico ambientale e dell’analisi degli effetti territoriali e socioeconomici dell’integrazione dei trasporti tra Zermatt, Valtournenche, Ayas e Gressoney.

Il valore dell’appalto era di 149.485,31 euro ed è stato aggiudicato a 94.175,75 euro. Il master plan – che comprenderà le soluzioni per possibili collegamenti con gli sci, a piedi e stradali – dovrà essere consegnato entro fine dicembre 2014. Successivamente sarà portato all’esame dei quattro Comuni, che dovranno decidere quali scelte adottare e cercare i relativi finanziamenti.

3 settembre 2014: Ma questi ecologisti… andranno al lavoro in bici e non useranno i cellulari?
Ma!!!!!!! O solo per gli altri?

4 settembre 2014: Le strade, le super strade, le circonvallazioni sono sempre state osteggiate, ma ora con il senno di poi… forse dovevamo farlo da…

30 ottobre 2014: Ecologista… SEMPRE… contro lo sviluppo turistico… MAI!

4 dicembre 2014
Franco Carrozza: Ioooooo lo vorreo…!

4 dicembre 2014
André Tamone: Anche iooo!

4 dicembre 2014
Quelli che vogliono il collegamento da Valtournenche a Champoluc: Noi della Valtournenche tutti!

4 dicembre 2014
Quelli che vogliono il collegamento da Valtournenche a Champoluc: Anche a Zermatt!

14 dicembre 2014
André Tamone: Anche ad Ayas molti lo vogliono! Anche Gressoney e Alagna! Ma anche in giro per la Valle d’Aosta tutti lo vogliono!

6 dicembre 2014
Marco Batti: Sarebbe bellissimo!

7 dicembre 2014
Quelli che vogliono il collegamento da Valtournenche a Champoluc: János Szent-Halny Keresztes, sei un disfattista senza saperlo… immagino che del turismo non te ne frega un bel niente!

7 dicembre 2014
Luca Mancianti: Il discorso chiaramente non è legato solo al collegamento dei comprensori, ma alla riqualificazione totale dell’offerta, a partire dalla ricettività, i megacomprensori dati alla mano, sono al giorno d’oggi, tempo di crisi, gli unici che generano attrazione internazionale e nazionale… gli italiani che più di altri hanno meno disponibilità da spendere preferiscono farlo in comprensori all’avanguardia che garantiscono certi standard, la spesa è più elevata ma poi nemmeno più di tanto…
A livello sportivo abbiamo le piste più belle del mondo, abbiamo il versante alpino baciato dal sole e nella sua interezza… va sfruttato conservando la bellezza… l’hanno capito BENE in Alto Adige oramai da anni… ripeto!!

7 dicembre 2014
Enrico Albano: Mi spiegate perché sulle piste più belle del mondo da anni e anni non vengono mai organizzate gare di Coppa del Mondo? I valligiani sono come i liguri: hanno tra le mani un patrimonio enorme ma non lo sanno sfruttare. Offrono costi altissimi e pochissimi servizi. E lo dico da frequentatore di entrambi i luoghi da oltre 40 anni. E da favorevole al collegamento. Il futuro sono i grossi comprensori ben gestiti, con offerta variegata e con auto ferme in garage…

10 dicembre 2014
János Szent-Halny Keresztes: Se la cultura e la competenza delle gestioni locali fosse stata diversa, in altre parole se si fosse in Canada o in Svizzera con i loro risultati, sarei favorevole al collegamento. In Alto Adige arrivano a proibire lo sci fuori pista quindi lasciamo perdere, e comunque là ci sono altri assistiti furbetti… Ma con i fatti alla mano di 60 anni di industria del turismo montano in generale e specialistico alpinistico e invernale in Ayas e dei suoi 34 anni di Comprensorio, non mi fido. Quindi disfattista lo dite in famiglia vostra. Capre.

13 gennaio 2015
Carlo Degli Innocenti: E’ vero, io sono genovese ma più che i valligiani direi i valdostani, che non paiono proprio maestri nel saper trattare la gente che porta loro denaro. Infatti i genovesi vanno in posti come Sestrière o Salice d’Ulzio che nulla hanno a che vedere con la montagna, ma sono di moda e sono stati venduti bene e quindi pronti ad esser sfruttati dalle pecore. Ritengo che il collegamento, se ben fatto, possa far si che specialmente il turismo straniero possa scoprire vari posti, semplicemente sciando e magari soggiornando anche per una sera in uno dei posti che ha potuto vedere. E’ certamente un turismo diverso dal turismo italiano caciaroso del week end che arriva in un posto, in auto, per poi ripartire la sera, senza portare alcun valore aggiunto alla località che non va nemmeno a visitare; va li perché c’è neve e quindi può sciare (male) e mangiare il panino a mezzogiorno. Certamente uno o due impianti possono avere un certo impatto ambientale ma ritengo che, nella fattispecie, sia un prezzo da pagare. A quel Keresztes che invece scrive come depositario della verità assoluta e si permette anche di insultare gli altri, che non la pensano come lui, non rispondo nemmeno.


Considerazioni finali
Possiamo dolerci e compatire queste frasi, questi pensieri: non di meno sono opinioni di cittadini come noi. Non dobbiamo smettere di operare perché l’intelligenza l’abbia vinta sugli egoismi e sulla cecità di visuale verso il futuro.

L’impressione che tutto questo agitarsi dipenda soprattutto dalla segreta speranza che l’aggressività economica svizzera contagi la nostra palude stagnante si fa ogni giorno più forte.
La certezza che gli svizzeri di sicuro non ci regaleranno nulla è la nostra arma più forte in questa vicenda tra ricchi e poveri. Alla fine questo apparirà chiaro anche a chi adesso va spargendo sicurezze.

Il vallone delle Cime Bianche si allunga verso il colle omonimo
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Resta il fatto incontrovertibile che la progettata funivia tra Zermatt e la Val d’Ayas rappresenta una minaccia per il paesaggio del meraviglioso vallone delle Cime Bianche e dell’alta Val d’Ayas. Saint Jacques diventerebbe certamente un gigantesco posteggio di auto o, nel caso si mettessero delle navette, un agglomerato di case senza senso. L’attuale comprensorio del Monterosa Ski è già invasivo a sufficienza, con piste per tutti i livelli e siamo contrari a un ulteriore allargamento. Vorrebbe solo dire trasformare la valle in un cantiere per parecchie stagioni, con disagi per i residenti e per i turisti, nonché alla fine avere un carosello che darà il colpo definitivo a ciò che di poco compromesso a sud del Monte Rosa è ancora rimasto.

L’idea del referendum, indubbiamente democratica, a mio avviso non è da appoggiare. Non tanto perché potrebbero vincere i sì agli impianti, quanto perché da tempo stiamo aspettando un segnale da parte delle Amministrazioni di abbandono del facile sentiero che ti porta direttamente al baratro per scegliere invece un’erta difficile e faticosa verso la salvezza. Da tempo aspettiamo uno sguardo al futuro che superi l’anno in arrivo.

Non dimentichiamo che la nostra terra non è un’eredità dei nostri antenati, bensì un prestito fattoci dai nostri figli (non ricordo chi lo ha detto…).

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Il famigerato Colletto Verde di Clavière

Il famigerato Colletto Verde di Clavière
Il famigerato Colletto Verde di Clavière, in alta Valsusa, ha colpito ancora.

Era a sciare sulle montagne che conosceva bene Tommaso Martinolich, un ragazzo di Chieri (TO) che a 14 anni è morto il 4 gennaio 2015 dopo una rovinosa caduta.

La pista numero “100” parte dal Colletto Verde, che segna il confine tra Italia e Francia: da quota 2600 metri permette il rientro nell’area sciistica di Clavière-Monti della Luna per gli sciatori che arrivano dal versante francese di Montgenèvre. E proprio in quel giorno la pista era stata riaperta. Negli anni scorsi su questa pista “nera”, o meglio negli immediati dintorni, sono purtroppo successi altri incidenti mortali. Ma questa volta non si tratta della solita valanga provocata.

Tommaso Martinolich
Quattordicenne-113030597-343d3271-98a5-4ec9-b5eb-63b0b5382757Il tratto iniziale è privo di vegetazione, data la quota elevata: solo rocce fuori dal tracciato nel primo tratto particolarmente ripido e impegnativo, adatto agli sciatori esperti. Chi non se la sente di affrontarlo, può aggirare il ripido grazie a un passaggio alternativo e iniziare la discesa alcune centinaia di metri più in basso percorrendo così una pista “rossa”, la “100 bis” che in seguito si ricongiunge alla «pista nera» quando questa si fa più dolce in vista di alcune casermette abbandonate poco prima della capanna Gimond.

Proprio quest’estate la società Vialattea che gestisce gli impianti del comprensorio sciistico aveva portato alcune modifiche al tracciato originario della pista, proprio per aumentare la sicurezza di quel tratto di discesa lungo quasi 3 km che porta gli sciatori alla partenza della seggiovia Gimont. Una discesa che non viene quasi mai battuta perché i gatti delle nevi faticano ad arrampicarsi su quelle pendenze. Ma che tuttavia viene ben delimitata con una serie di paletti, proprio per evitare che gli sportivi escano inavvertitamente fuori dal tracciato.

La cronaca
E’ stata la scarsità d’innevamento a tradire Tommaso che, conoscendo bene quella pista, durante la discesa si è allontanato dal percorso tracciato e ha superato i paletti per avventurarsi in qualche salto fuori pista. Ma proprio durante un salto è atterrato in modo scomposto, battendo violentemente la testa contro una roccia che affiorava dal manto nevoso. È questa la prima ricostruzione fatta dai poliziotti del commissariato di Bardonecchia, che indagano sulla vicenda.
L’incidente è avvenuto verso le 15, sotto gli occhi dei genitori e di altri familiari. È possibile che la neve ghiacciata gli abbia fatto prendere velocità e perdere il controllo degli sci, che sono andati distrutti nell’urto. Indossava il casco, ma questo non è servito a salvargli la vita. Ha battuto la faccia e torto il collo. Sono stati proprio i familiari i primi a soccorrerlo e a dare l’allarme al 118, mentre sul luogo dell’incidente arrivavano anche gli addetti delle piste. Tommaso era incosciente ma respirava ancora quando l’elicottero del 118, che era fermo a Torino, si è levato in volo. Ma in quota c’era molto vento, vento contrario, che ha rallentato il viaggio. Mentre sulla pista si attendevano i soccorsi, il ragazzo ha avuto un arresto cardio-respiratorio. Nel gruppo c’era una dottoressa, che lo ha ventilato e massaggiato per tutto il tempo, finché i sanitari non lo hanno intubato e caricato sull’elisoccorso. Ma le condizioni dell’adolescente erano disperate. Troppo lontano l’ospedale infantile Regina Margherita di Torino, l’elicottero lo ha portato alla più vicina struttura, l’Ospedale Agnelli di Pinerolo, dove i medici del pronto soccorso hanno fatto di tutto per stabilizzare i parametri vitali. Ma il filo di speranza cui tutti erano appesi si è spezzato un paio d’ore dopo.

Il Colletto Verde di Clavière
Quattordicenne-DOSCTUYA4120-krRB-U10401281334606eh-700x394@LaStampa.itL’indagine
Il fascicolo sulla morte di Tommaso, che abitava a Chieri e frequentava l’istituto alberghiero Colombatto di Torino, è stato aperto dal pm di Torino Raffaele Guariniello, che valuterà se vi siano responsabilità nell’accaduto.

Guariniello ha inviato la Polizia giudiziaria della Procura di Torino sulle piste da sci di Clavière per un sopralluogo. A quello che verrà riportato dai poliziotti, si aggiungeranno le testimonianze dei parenti di Tommaso, presenti al fatto.

Il fascicolo per il momento non contiene nomi di indagati, né reati. Il pm vuole fare chiarezza su quanto accaduto, vuole capire se la pericolosità del canalone in cui si è consumato il dramma, di fianco alla pista “100” del Colletto Verde, era ben segnalata. Nel caso di “segnalazione insufficiente”, i responsabili degli impianti sciistici potrebbero dover rispondere di omicidio colposo per la morte del ragazzo.

I commenti
Vittorio Salusso, direttore tecnico della Sestrières Spa, esclude che il fondo fosse in brutte condizioni: «Le piste “100” e “100 bis” erano state bene tracciate e battute. In quota la neve in pista è ancora molto buona e abbondante». Nessun pericolo, quindi? «No, le condizioni erano perfette e anche la giornata era buona, solo il vento poteva dare fastidio, ma all’ora della tragedia c’erano un bel sole e un’ottima visibilità».

Quali sono, allora, le cause della sciagura? Qualcuno si sbilancia: «Molti ragazzi per esibirsi abbandonano la pista per andare a cercarsi qualche salto a pochi metri del tracciato. Una pratica vietata ma spesso usuale, che questa volta purtroppo è finita in tragedia».

Il pm Guariniello, con la consueta sollecitudine, ha aperto l’inchiesta e ne seguiremo gli sviluppi. Naturalmente, di fronte alla tragedia e ancora “a caldo”, è difficile fare commenti di ogni genere, ma una prima annotazione occorre pur farla: segnalazioni sufficienti o meno, risulta difficile ritenere che i gestori della pista debbano essere incriminati. Lo sci è uno sport abbastanza pericoloso. Se si va fuori pista lo è anche di più. È solo questo che bisogna sapere, e non è riempiendo le stazioni turistiche di cartelli che si eviteranno altre disgrazie.

Per fare un esempio, in Italia qualunque postazione panoramica è dotata di balaustra protettiva, più o meno solida e invasiva: ma non risulta che in Islanda, dove questo non succede affatto, la percentuale di incidenti sia superiore alla nostra.

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In rosso le funivie pubbliche

Spending review, in rosso anche le funivie pubbliche
di Luigi Franco (tratto da www.ilfattoquotidiano.it, 5 settembre 2014)

Nella lista delle partecipate stilata dal commissario Carlo Cottarelli ci sono oltre 60 aziende che gestiscono impianti di risalita, da Trento Funivie a Skiarea Valchiavenna e Monterosa spa. Le perdite complessive superano i 16 milioni di euro. Secondo l’esperto pesano i costi degli impianti d’innevamento artificiale e la decadenza complessiva del modello, che ormai si regge solo grazie ai clienti stranieri.

FunivieinRosso-piste-da-sci1266709859“Il modello del turismo invernale va rivisto, altrimenti si rischia di buttare via altri soldi pubblici”. È netto Giorgio Daidola, docente di Economia e gestione delle imprese turistiche all’università degli Studi di Trento nonché maestro di sci. Per niente stupito che nella lista delle partecipate pubbliche stilata dal commissario alla spending review Carlo Cottarelli siano finite oltre 60 aziende di gestione di impianti di risalita, gran parte delle quali in rosso. In base ai dati pubblicati sul sito revisionedellaspesa.gov.it, riferiti al 2012, le perdite complessive, sottratti gli utili delle poche società in attivo, superano i 16 milioni di euro. Solo per fare qualche esempio Skiarea Valchiavenna, che in Lombardia gestisce gli impianti del comprensorio di Madesimo, ha registrato un risultato negativo di 1,1 milioni nel 2012 e di 760mila euro nel 2013, Trento Funivie ha perso 1,2 milioni nel 2012 e 480mila euro nel 2013 per portare gli sciatori sul Monte Bondone mentre per la società del comprensorio valdostano di Gressoney-Champoluc, Monterosa spa, il rosso è stato di 1,3 milioni nel 2012 e di 2,1 nel 2013. Numeri che forse colpiscono chi per uno skipass sborsa ogni volta anche fino a 40-50 euro, ma non gli esperti del settore.

“Gli impianti di risalita molto spesso non danno utili”, spiega Daidola, “ma permettono a tutto l’indotto di vivere. In passato alcuni gestori di funivie e seggiovie chiedevano un canone agli alberghi della zona”. Non mancano certo alcuni casi fortunati di stazioni in utile, come per esempio gli impianti dell’Alta Badia, nelle Dolomiti, che portano gli sciatori in cima alla famosa pista Gran Risa. Buoni risultati che valgono per tutto il Dolomiti Superski, il grande comprensorio che si sviluppa tra Alto Adige, Trentino e Veneto. Più spesso, però, “gli impianti hanno perdite fisse, in molti casi ripianate dagli enti pubblici azionisti non si sa bene perché”.

Dietro le perdite anche i costi per la neve artificiale
Le perdite, secondo il docente, sono causate soprattutto dall’evoluzione che il turismo sciistico ha avuto negli anni: “Un’evoluzione demenziale. Si è creato il bisogno di sciare anche quando non c’è neve, in tutto il periodo da dicembre a marzo. E gli impianti di innevamento artificiale incidono sui costi anche per il 40%”. Cosa che ha innescato un circolo vizioso, secondo il ragionamento di Daidola: l’aumento dei costi fissi è stato in parte trasferito sul prezzo degli skipass, cosa che ha contribuito a diminuire il numero degli sciatori. Risultato, un ulteriore incremento delle perdite. Queste, come detto, vengono ripianate dal pubblico, che interviene anche per finanziare la costruzione degli impianti e l’innevamento artificiale attraverso società che tra gli azionisti hanno gli enti locali. Così tra i soci di Skiarea Valchiavenna ci sono la comunità montana della valle, il comune di Madesimo e la provincia di Sondrio, l’azionista principale di Monterosa spa è la finanziaria regionale Finaosta mentre Trento funivie spa è partecipata dal Comune e dall’agenzia provinciale Trentino sviluppo.

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Crisi generalizzata per il turismo invernale
Succede così dappertutto? “In altri paesi”, risponde Daidola, “ci sono casi di stazioni in cui si è sviluppato un modello di tipo ‘corporate’: una stessa società gestisce sia gli impianti di risalita che le strutture ricettive. I primi sono in perdita, mentre le seconde guadagnano. Tale modello da noi non ha avuto fortuna”. “In Italia l’intervento del pubblico c’è sempre stato. E ora c’è ancora più di prima, perché sono aumentati gli investimenti necessari per la costruzione degli impianti, i costi di gestione e i costi per l’innevamento artificiale”. Per quanto sia difficile generalizzare, secondo Daidola l’intervento pubblico spesso è da censurare: “L’unica argomentazione per giustificarlo, usata da chi è a favore, è che così si consente lo sviluppo di un’economia che nella zona va a vantaggio di tutti”. Un’argomentazione che per il docente permetterebbe però di giustificare qualsiasi tipo di investimento. “La verità è che si è sviluppato un turismo invernale che non ha più alcuno sbocco, non ha futuro. In seguito alla diminuzione dei flussi, tutto il turismo invernale è in crisi, non solo le aziende che gestiscono gli impianti. In Val di Fassa e a Madonna di Campiglio, che sono il cuore del Trentino, il tasso di occupazione delle camere durante l’anno ormai è del 30-35% e buona parte degli alberghi è in perdita”.

Un modello da ripensare. E senza soldi pubblici
Motivo della crisi? “Lo sci moderno è arrivato a un epilogo”, risponde Daidola. “Siamo di fronte a un prodotto che si è sviluppato nella seconda metà del secolo scorso, ha avuto la sua fase di maturità e oggi è in decadenza. Lo dimostra il fatto che l’età media degli sciatori italiani è aumentata e i giovani sono poco attratti dallo sci di discesa per gli alti costi ma anche perché la sciata su neve artificiale è meno appagante. Il turismo invernale ormai si regge sui clienti stranieri e la lotta è per accaparrarsi i flussi provenienti da paesi come Russia e Polonia, dove il turismo invernale di massa è considerato ancora una novità”. La soluzione per il professore è una: “Va rivisto il modello del turismo invernale, che deve tornare a essere meno legato alla tecnologia, con costi meno esorbitanti, più sostenibile e più rispettoso dell’ambiente. Se non si capisce questo, tutti i soldi pubblici investiti sono mal spesi”. L’intervento pubblico, aggiunge Daidola, dovrebbe essere ridotto. “E bisogna smettere di costruire impianti nuovi”. In Trentino, solo per fare un esempio, sono stati fatti nell’ultimo periodo diversi investimenti sugli impianti a bassa quota, come Folgarìa: “Una scelta che si scontra con l’aumento delle temperature, follia pura”. Il rischio, per il docente, è quello di ripetere gli errori fatti con Monte Bondone oltre dieci anni fa: “Si è voluto portare questa stazione sopra a Trento al rango delle grandi stazioni delle Dolomiti, con la costruzione di alberghi e strutture. Ma il risultato è stato un flop, sarebbe stato meglio rendersi conto che il Bondone doveva rimanere semplicemente la stazione della città di Trento. Invece si sono buttati via un mare di soldi pubblici e privati”.

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postato il 6 novembre 2014