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L’Alpinismo è uno sport?

Le competizioni, ma anche le corse non competitive, distolgono dal sentire la natura e l’ambiente che ci circondano. La serie di sguardi al cronometro ne è la dimostrazione più evidente.
D’accordo, c’è differenza tra una partitella di calcio parrocchiale e una qualificazione nazionale.
La maggior parte pensa che le corse tra amici, o altre manifestazioni simili, siano più giustificate e accettabili di altri agonismi dichiarati, o mascherati, striscianti, perché, almeno per una parte di partecipanti, favoriscono il piacere dell’agire insieme. Personalmente è dal tempo dell’adolescenza alpinistica che rifuggo qualunque competizione e in più ritengo che le gare siano dannose all’ambiente, perché la montagna è costretta sullo sfondo.

SellaRonda Ski Marathon
AlpinismoSport-Sellaronda-Skimarathon

 

Mi guardo attorno e vedo che tanti vedono la montagna come teatro di ambizione. Una volta gli ambiziosi si ritagliavano uno spazio con la ricerca, l’esplorazione, la conquista personale; oggi, coloro che sono privi di fantasia non trovano più “novità” e quindi non gli rimane che esaurire il loro protagonismo nella competizione.

Tutti siamo o siamo stati un po’ competitivi, ancor più i giovani con qualcosa dentro. Credo però che sia importante non porre mai la montagna sullo sfondo, lasciandola invece al nostro fianco come compagna ideale.

Credo anche che occorra lasciar fare, condannando gli eccessi organizzativi di qualche manifestazione e limitandoci a dare il nostro esempio. Chi sa di essere nel giusto non vuole neppure passare per fanatico.

A vent’anni, nel 1966, scrivevo questa fantasia, senza immaginare quanto dovesse approssimarsi alla realtà:

L’Alpinismo è uno sport?
Qualunque sport, dal calcio alla pallanuoto, dal ciclismo alle bocce, ha le sue regole, istituite perché con esse si è vo­luto circoscrivere una particolare attività sportiva e distinguerla dalle altre.

Un passaggio del Misurina Ski Raid 2012
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Se queste regole non sono rispettate, gli effetti possono es­sere due: o la prova è nulla oppure rientra in un’altra categoria di sport. Non si può dire ciò dell’alpinismo, che non ha mai avuto regole fisse, ma è bensì in continua evoluzione.

Negli sport invece le regole sono semplici: tempo o stile sono i soli criteri di misura. Chi impiega meno, o chi è più aderente a uno stile ideale e perfetto, vince. Anche in alpinismo esiste lo stile, come pure il tempo. Esiste anche la smania com­petitiva, contro la montagna e contro gli altri, ma ciò non è sufficiente per affermare che l’alpinismo sia uno sport.

Dimostriamolo, senza fatica, per assurdo.

Il Lunarally di Pontedilegno
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Ognuno di noi, per quanto a volte si possa essere digiuni in materia, può confrontare le proprie idee sulla montagna e sul­l’alpinismo con le situazioni, sia pure un po’ caricate, ma co­munque ugualmente assurde, che si verrebbero a creare se l’a­zione dell’andare in montagna fosse caratterizzata solo dallo sti­le e dal tempo.

Questi dunque potrebbero giustificare da soli l’esistenza di un ipotetico «sport alpinistico». Fermo restando che lo sport alpi­nistico equivarrebbe a un qualsiasi altro sport, senza alcun i­deale aggiunto, ma nudo nella sua essenza atletica e ben deli­mitato nelle sue regole codificate, si potrebbero benissimo or­ganizzare le gare a cronometro. Non si avrebbe nessuna diffi­coltà, né tecnica né umana, specie con l’aiuto di un’organizza­zione sapientemente diretta nella classica direzione del ricavo economico.

I concorrenti dovrebbero partire con uguale materiale, pre­senti i giudici di percorso, di partenza e di arrivo. Potrebbe ve­rificarsi qualche spiacevole caso di squalifica per irregolarità; ci sarebbe anche il tempo massimo, oltre il quale gli atleti sareb­bero senz’altro eliminati dalle successive prove.

I giudici provvederebbero ad assegnare i premi ai vincitori, dopo un attento esame dei punti ottenuti e del tempo migliore. Da considerare nella dovuta importanza anche la sicurezza e la prudenza usata dai concorrenti. Alla base della parete ci sa­rebbero le squadre di soccorso, pronte con le barelle per even­tuali infortuni, come pure in vetta; e su tutto il percorso fiori­rebbero le installazioni di teleferiche modernissime per il pronto invio del ferito a valle racchiuso in speciali sacchi Grammin­ger. Ci sarebbero pure, abbarbicate alle cenge, ove possibile, speciali stazioni di ristoro.

Lo sport alpinistico sarebbe ammesso alle Olimpiadi e per i fanatici delle invernali ci sarebbero pure i Giochi alpinistici invernali. L’iniziativa olimpica non mancherebbe di favorire lo sviluppo dello sport alpinistico: la partecipazione infatti sareb­be assai vasta, visto che «alle Olimpiadi non importa vince­re; l’importante è partecipare». Va da sé che lo sport alpini­stico sarebbe ammesso al CONI e il CNSA (Commissione Na­zionale Scuole d’Alpinismo) assorbito.

I tempi sarebbero misurati al centesimo di secondo, i con­correnti dovrebbero partire con il numero sulla schiena e non avrebbero con loro chiodi, essendo già in posto quelli necessa­ri. La partenza e l’arrivo sarebbero misurati da una speciale cellula foto-elettrica, mentre i giornalisti in vetta, protetti da un apposito bivacco-stampa collocato dalla benemerita Fon­dazione Berti, batterebbero nervosamente i tasti della mac­china da scrivere per stendere il pezzo prima dell’ultima corsa della funivia.

Bardonecchia 1985: Jerry Moffat e Wolfgang Güllich

Bardonecchia 1985: Jerry Moffat e Wolfgang Guellich

Sulla vetta, o sulle staffe in mezzo alla parete, sarebbero di­slocati in gare particolarmente importanti gli operatori televisi­vi e i radiocronisti. Sui monti circostanti si provvederebbe alla sistemazione (tribuna o gradinata) del pubblico pagante, men­tre il servizio d’ordine non permetterebbe lo spettacolo ai por­toghesi e la polizia conterrebbe l’eccessivo entusiasmo dei tifo­si. Mentre sui piazzali adiacenti ai rifugi, ormai tutti serviti da un’ottima rete stradale, si adopererebbero i posteggiatori abu­sivi e non; elicotteri speciali sorvolerebbero la zona e le sue adiacenze per avvertire atleti e pubblico di eventuali perturbazioni atmosferiche.

Ai concorrenti sarebbe vietata ogni azione che potesse dan­neggiare i successivi: proibito schiodare, proibito spaccare gli appigli a martellate, otturare le fessure, bagnare la roccia con liquidi di qualsiasi genere, provocare frane; vietati gli urti, gli ostruzionismi, i catenacci. Prudenza nei sorpassi, anche se per­messi sia a sinistra che a destra. Vietato provocare e insulta­re gli arbitri.

A gara terminata si provvederebbe come di consueto al con­trollo antidoping. A giudizio della giuria se i tempi registrati possano o meno essere omologati nell’albo d’oro di ogni via.

Le guide a riposo potrebbero così impegnare il loro tempo facendo gli allenatori o massaggiatori, e gli anziani campioni, o gli incorruttibili accademici, coronerebbero la loro brillante car­riera da giudici o arbitri.

Nelle gare per solitari sarebbe severamente proibita ogni forma, anche elementare, di autoassicurazione; le atlete non do­vrebbero assolutamente indossare, in nessun caso, abiti succin­ti o comunque offensivi alla morale e alla “tipica” auste­rità dell’ambiente alpino.

Al di fuori delle competizioni si potrebbe anche assistere al puro esercizio di stile, all’essenziale estetica dell’arrampica­ta: atleti che amino concepire il passaggio come una serie di movimenti accordati da un fluire logico e leggero degli arti, che trascorrano i loro pomeriggi a salire e risalire su un masso, fare e rifare lo stesso passaggio, fino alla plastica perfezione del movimento, forza e grazia non disgiunti, in sobrio equilibrio.

Alla fine dell’esibizione, ultimo tocco, non mancherebbe il coro frenetico di battimani e strida da parte degli ammiratori.
(1966)

Bardonecchia 1985: Stefan Glowacz e Marco PedriniBardonecchia 1985, S. Glowacz, e M. Pedrini

 

 

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Léon Zwingelstein

Léon Jean Zwingelstein
di Giampiero Assandri
(già pubblicato su http://www.lafiocavenmola.it il 23 maggio 2015)

Scusa se ti chiamerò Léon, o Leo, ma il tuo cognome è quasi impronunciabile per noi, qui a Sud delle Alpi, ostico come un diedro friabile, o come certe nevi crostose che si rompono all’improvviso ingoiando la punta di uno sci. Oppure Zwing, come riportato sulle didascalie delle poche foto in bianco e nero che ci hai lasciato e che il tuo biografo ha messo nel libro, a dimostrazione che stava parlando di una persona realmente vissuta e non di un fantasma.
Hai percorso le Alpi in sci, avanti e indietro, che se quelle tracce si potessero riportare sulla carta come oggi si fa col GPS, disegnerebbero una ragnatela fitta come la trama di un tessuto. Quasi sempre da solo, in un tempo remoto, quando la montagna invernale era frequentata da un manipolo di pionieri che indossavano giubbe militari o di lana infeltrita, occhiali da saldatore, scarponi di cuoio e sci di hickory. Solo, con il grande zaino sovrastato dal rotolo della tenda leggera autocostruita e con un fornello a benzina, stringendo tra le mani i bastoncini di bambù con grandi rotelle e tra i denti l’ultimo fico secco.
Oggi salirai – da solo – fino al colle, guarderai al di là della sella un’altra valle, e questa sera mangerai una zuppa d’avena alla luce del sole che tramonta dietro la linea rossa della tua amata Meije. Infilato nel sacco a pelo parlerai ancora una volta con la tua anima, che pare uscita dal proprio corpo – che poi è il tuo – e sembra voler stare ancora un po’ fuori dalla tenda a guardare la luna, col rischio che una folata più forte di vento se la porti via, mentre la notte insonne sembra non finire. Questo dialogo con te stesso senza parole da un po’ di tempo ti è naturale, come il passo sul pendio, e più lieve ti rende l’attesa della prossima alba, che arriverà a spazzar via il buio, gli incubi delle trincee e il peso di vivere i giorni come fanno gli altri.
Cos’hai tu da spartire, piccolo, tenace e solitario Leo, con il tuo berretto tondo e la giacca militare, col tuo incedere lento, lontano da tutti e da tutto, con questi corridori moderni di carne scolpita, attrezzati con sci di carbonio e tute acriliche multicolori? E perché ti ostini a stare ancora lassù, tra stelle, corvi e domande senza risposte, anziché tornare in fretta qui a valle, a bere un bicchiere di rosso Bordeaux di Provenza in questa osteria calda di vapori di cucina e di fiati, a fumare un sigaro tra quelli che cantano una vecchia aria di Chartreuse, a condividere una risata con i montanari, a dire una parola che getti un ponte sul vuoto di silenzio che ti separa dalla gente?
In fuga da ragazze d’altri, da coppie, famiglie, clan e club di ogni genere, hai portato sulle spalle la tua solitudine senza possibilità di redenzione, punteggiata dagli appunti ermetici del tuo vagabondare per monti, scritti su taccuini senza schizzi o mappe di tesori, senza rivelazioni esistenziali, pieni solo di date, nomi di cime, colli, rifugi e lettere puntate al posto di nomi e cognomi.

Léon Zwingelstein al refuge Dupuis il 6 marzo 1933
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Ci doveva essere una ragione
Ci doveva essere una ragione per quel vagare incessante – scrive Jacques Dieterlen – doveva essere accaduto qualcosa di drammatico, a motivare quelle imprese solitarie presentate dal loro autore con una scrittura concisa all’estremo. Spinto da questo interrogativo, dalla curiosità di scoprire cosa si celasse nell’anima di quest’uomo, l’autore inizia a mettersi sulle tracce (poche) di Zwing, domandando di lui a quelli che potevano averlo incrociato nelle valli, nei rifugi, nelle locande, senza ottenere altro che qualche risposta vaga, come di uno passato inosservato o ricordato solo per i suoi silenzi. “Le chemineau”, ossia il vagabondo, l’errante, l’uomo che non era riuscito, né a Grenoble né altrove, a mettere su radici, casa e famiglia, tormentato dalla perdita precoce dei genitori, dai ricordi delle notti terribili passate nelle trincee del fronte franco-tedesco delle Ardenne nell’aprile del 1918, a tentare di dormire sui cadaveri dei compagni morti e distesi nel fango, dalle nebbie infernali dei gas asfissianti al cloro e fosgene che gli tormentarono gli occhi per anni.
Dieterlen aveva a disposizione solo quei taccuini, qualche lettera inviata o ricevuta dai pochi amici, appunti su valanghe, costruzione di tendine superleggere, alimentazione, e la testimonianza diretta di due o tre amici: su questi pochi elementi ha ricostruito una storia, quella che il protagonista aveva volutamente oscurato, limitandosi a registrare i nomi di luoghi, le date e i tempi di percorrenza di ogni tappa, come i punti numerati da collegare nei disegni sulle riviste di enigmistica: e il disegno che viene fuori alla fine è una linea di 2000 chilometri continua e sinuosa sulla carta dell’arco alpino, che da Grenoble scende a Nizza, risale a Chamonix, percorre l’Engadina, i Grigioni, il Silvretta e ritorna indietro all’Oberland. Sembra quasi che Léon ritenesse le parole inadeguate a descrivere la montagna nelle sue forme e manifestazioni continuamente mutevoli, come pure le proprie impressioni ed emozioni. E che nulla esiste al di fuori dell’azione, la quale appartiene all’esperienza interiore individuale, indicibile e incomunicabile al mondo. Ne consegue che i pensieri e i dialoghi che accompagnano la grande traversata di Léon appartengono all’autore del libro, più che al protagonista, ma d’altra parte un biografo è sempre parte del personaggio che racconta. Bisogna comunque dare atto a Dieterlen di conoscere bene i luoghi che descrive, una conoscenza che gli derivava, almeno in parte, dall’aver ripercorso di persona la scia solitaria di Léon.

Zwing al Col du Chardonnet il 4 marzo 1933
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Grenoble
Zwing si stabilisce a Grenoble nel 1920, a ventidue anni, e si iscrive all’istituto superiore di Elettrotecnica. Si lascia alle spalle un’infanzia abbastanza agiata (era nato a Rennes il 16 ottobre 1898, figlio di un imprenditore), ma anche la perdita della madre e del padre intorno ai 15 anni e l’esperienza tragica della guerra di trincea e dei mesi di ospedale per gli effetti dei gas asfissianti. Grenoble era già allora una città vivace, popolata da studenti e turisti, desiderosi di riscoprire la normalità della pace. Circondata da ogni lato da montagne: a nord il massiccio della Chartreuse, a sud la catena di Belledonne e le Prealpi del Vercors, a est gli Écrins. Proprio su questo massiccio, nella sua prima escursione alla Tête de La Maye, presso La Berarde, si innamora per sempre della montagna e dell’Oisans in particolare. In quegli anni frequenta un gruppo di coetanei alpinisti, tra cui J. P. Loustalot, il trascinatore, carismatico ed estroverso, al contrario di lui, silenzioso e riservato. Si fa comunque benvolere per la sua affabilità, la precisione, la determinazione. Nel gruppo ci sono anche delle ragazze che fanno anch’esse salite impegnative, a dimostrazione di un’emancipazione femminile, almeno nelle classi più agiate. Il gruppetto fa base in una casa presso la Bastiglia, l’antica roccaforte di Grenoble, da cui si domina la città e dove i ragazzi passano le serate, programmano le escursioni del fine settimana, si allenano, stanno insieme, come si fa a quell’età. Ogni sabato pomeriggio la corriera li trasporta lungo le valli del Delfinato da cui salgono ai rifugi, impegnandosi in salite anche notevoli per quei tempi: la Sud della Meije per il Promontoire e il Glacier Carré, la salita delle Tours de Forges sul versante ovest del Moucherotte (24 maggio 1922) e la prima salita (per il versante ovest) della Pierra Menta (6 luglio 1922).

Il percorso di Zwingelstein del 1933. Da Le chemineau de la montagne
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La tenda gialla
Nel 1923 si laurea in ingegneria e cerca un impiego, senza molta fortuna e senza molta convinzione. Dopo un anno e mezzo trascorso a Lione, torna a Grenoble e riprende l’attività alpinistica che aveva temporaneamente lasciato. Nel 1926 compie, tra le altre, le salite alla Pointe Richardson, al Mont Gioberney, alla Tête de la Pilatte, a Les Bans, a la Meije, al col des Avalanches, al Mont-Aiguille, al Monte Bianco, poi la Vanoise con la Grande Casse, spesso da solo e con gli sci. Non gli interessano le difficoltà, quello che cerca è la permanenza in montagna, vivere in sintonia con il respiro della natura, del sole, dell’alternarsi del buio e della luce, della pioggia e del vento. Progetta e si costruisce da solo una tendina di appena 1.380 grammi, utilizzando tela di mongolfiera per la base e tessuto di paracadute impermeabilizzato con oli idrorepellenti per la parte superiore, senza paletti di sostegno, sorretta solo dai due bastoncini da sci. La sperimenta in ogni condizione di tempo e in quota, convincendosi che con quel riparo potrà far fronte, da solo, a qualsiasi percorso in tutta sicurezza. Quella sarà la sua dimora prediletta, mentre la stanzetta affittata al n. 13 di rue Bayard, nella parte vecchia di Grenoble, non avrà per lui altra funzione che quella di ospitarlo per il tempo necessario a progettare qualche itinerario, a riposarsi tra una salita e l’altra, a mettere a punto l’attrezzatura alpinistica, a risolvere le incombenze burocratiche.
Nel luglio del 1928, salendo all’Aiguille Verte, muoiono l’amico Loustalot e la sua giovane moglie Yvette, che avevano condiviso con Léon tante salite ed escursioni negli anni del gruppo della Bastiglia. Per Léon è un duro colpo, tanto che smette quasi del tutto di andare in montagna per due anni. Riprende nel 1930, salendo in prima invernale il Rateau, poi la Dent Parrachée. Da solo, nella primavera del 1932, con gli sci e l’inseparabile tendina bivacca sul ghiacciaio di Bonne Pierre e il giorno dopo valica il Col des Écrins e scende lungo il Glacier Blanc al refuge Caron. Il mattino seguente risale in sci il versante nord della Barre e lungo il ripido pendio sopra la crepaccia terminale e su placche verglassate raggiunge la vetta: Dieterlen, con la prosa aulica tipica degli anni Trenta, lo racconta così: “Enfin, dans un grand ébluissement de lumière, un étincellement féerique de cimes, de dents, de cretes endiamantées étendues autour de lui, d’un bout a l’autre de l’horizon, ivre de bonheur et comme transfiguré, il atteignit le point culminant de la Barre“. Sta di fatto che da lassù, contemplando verso oriente la distesa senza fine di cime e valli innevate, sente di potere e di dovere intraprendere un viaggio attraverso le Alpi: lo percepisce come un destino che è allo stesso tempo una liberazione e una condanna, come la scelta, unica, che gli è dato di fare.

Zwing sul versante est della Cime du Vallon
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Verso il mare
Sul suo diario scrive il 31 gennaio 1933: «Je viens d’achever mes préparatifs! Demain je vais me lancer dans la grande aventure, entreprendre ce long raid à ski auquel je songe depuis une dizaine de mois, le parcours entier des Alpes de Nice au Tyrol. Je dois entreprendre seul ce long raid (…) Quoi qu’il arrive, je veux atteindre le but fixé: je réussirai».

Il gran giorno è domani, 1° febbraio: Léon ha comunicato a pochissimi amici alpinisti le sue intenzioni, il programma di massima e la data di partenza. Le Philosophe lo incoraggia, le Reverend lo va a trovare qualche giorno prima e l’Escargot si offre di accompagnarlo nella salita della prima tappa da La Grave a Le Lauzet. Nella stanzetta disadorna sono sparsi gli oggetti necessari per il raid: in un angolo gli sci sciolinati con grafite, le carte topografiche infilate al sicuro in una tasca interna dello zaino con documenti e denaro, il compasso per tracciare l’angolo della direzione sulla carta, la tendina gialla arrotolata, i ramponi da sci, le pelli adesive (vedi nota) la piccozza, una cagoule, uno spezzone di corda, il fornello a benzina per cucinare e sciolinare, un pentolino, un sacco duvet e viveri (solo frutta secca, carne secca, farine, biscotti) per tre-quattro giorni, per un totale di circa 20 kg.
Come tante altre volte in passato, i due amici salgono sul primo autobus del mattino che da Grenoble li porta a La Grave, poi proseguono a piedi fino a Villar d’Aréne, dove calzano gli sci: “le case del villaggio sono coperte dalla coltre nevosa e un vento gelido soffia sollevando sui pendii una polvere cristallina che corre radente al suolo, come un fremito di seta argentea (Jacques Dieterlen)”. Seguendo i tornanti della strada coperta dalla coltre nevosa arrivano al Col du Lautaret: qui i due si separano con una stretta di mano e un augurio di bonne chance per Léon. L’Escargot rientra a Grenoble, mentre Léon prosegue in discesa fino a Le Lauzet, dove passerà la prima notte del raid, poi farà rotta verso Nizza.
Il 7 febbraio arriva a Nizza e da qui raggiunge in autobus Cannes, dove percorre con gli scarponi e gli sci sottobraccio, come un essere extraterreno che abbia sbagliato rotta e pianeta, tra gli sguardi allucinati della bella società, il viale centrale. Nella città di Cannes viene ospitato per qualche giorno da alcuni conoscenti e ne approfitta per curarsi da una congiuntivite, per rimettere a posto l’attrezzatura e per ritirare alcune lettere e una macchina fotografica inviatagli da un amico di Parigi. Si concede anche un paio di bagni al mare, poi all’alba del 12, quando i nottambuli rientrano alticci dalle balere, riparte verso il suo destino, direzione Chamonix.

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Contrasti
In tre tappe, passando per Saint-Étienne de Tinée, Saint-Paul-d’Ubaye e il Col de la Noire, raggiunge Saint Véran, due file di case allineate ai bordi della strada centrale, ancora sotto una spessa coltre di neve. Bussa a una porta ed un vecchio lo accoglie con calore, stupito di vedere arrivare qualcuno in quella stagione. Lo fa sedere, gli offre qualcosa di caldo da mangiare e un pagliericcio sopra la stalla. “Chi sarà mai quello strano individuo? una specie di Re magio? Sì, ha proprio l’aria di un santone, uno di quei personaggi in terracotta che vendono in Provenza da mettere nel Presepe… il santone montanaro, come ci sono l’arrotino, il pescatore, il cacciatore… E così, amico mio, venite da Nizza, già, da Nizza… e andate a Chamonix, da solo… poi pure in Svizzera… un viaggio davvero incredibile, porca miseria! E non è per divertimento di sicuro! Ma dice che non lo fa neppure per denaro e neanche perché qualcuno lo ha comandato! E dunque? (J. Dieterlen)”. Il vecchio non ha una risposta razionale e neppure Léon ce l’ha.
In due tappe, passando per il Col de Peas e per il Col de Gondrans arriva a Monginevro. Lì si stanno svolgendo le gare militari di sci alpino, c’è il mondo dello sci competitivo che sta diffondendosi, le feste danzanti negli alberghi di lusso, l’esibizione dei campioni sulle piste artificiali… una montagna artificiosa, modificata ad uso dei ricchi clienti cittadini che nulla sanno dell’alta quota, delle valanghe, della natura alpestre e sono lontani anni luce dalla vita semplice e autentica dei montanari che a Saint Véran lo hanno accolto come un fratello. Passa una giornata di sosta a Monginevro, tra musiche, manifesti, cori, fanfare… un gran circo dei divertimenti. L’indomani, 23 febbraio, parte all’alba, nel silenzio assoluto, senza rimpianti per quel luogo.
Nella cittadina ai piedi del Bianco ha un appuntamento con un amico scialpinista, Legrand, che ha già percorso l’haute route classica Chamonix-Zermatt e lo accompagnerà in questo tratto del raid, dal 3 al 14 marzo. Da Zermatt riprende il cammino solitario e raggiunge la capanna Bétemps (Monte Rosa Hütte) per salire la Dufour. A causa del maltempo è costretto a rinunciare sulla cresta finale, con il vento fortissimo che gli procura seri problemi al ritorno: deve togliersi più volte gli sci, non riesce a infilarsi né le moffole, né il passamontagna, né la cagoule e vaga per ore tra i seracchi. Nel semi delirio della tormenta, facendo appello alle ultime risorse fisiche e morali e invocando l’aiuto dell’amico defunto Loustalot (nella ricostruzione di Dieterlen) riesce a rientrare al rifugio. Riporta un inizio di congelamento alle dita delle mani, al naso, alle orecchie e allo zigomo sinistro e rimane tre giorni bloccato con pochi viveri. Il quarto giorno, 21 marzo, rinunciato ormai alla traversata diretta alla Britanniahütte, e dovendo scegliere tra morire di fame e rischiare di rimanere seppellito sotto una valanga a causa degli ottanta centimetri di neve fresca caduta, decide di tentare la discesa a Zermatt e se la cava. La brutta avventura passata sul Rosa ha l’effetto di infondergli la convinzione che una forza interiore riuscirà sempre a fargli superare qualsiasi avversità in montagna e una grande pace lo pervaderà per il resto del raid, anche durante la rischiosa e impegnativa tappa del 2 aprile per superare il Ghiacciaio di Rheinwald (per il Passo di Cadabi) fino a Hinterrhein, nei pressi del passo del San Bernardino. Finalmente il 6 aprile, in compagnia di un altro sciatore, varca il confine tra Engadina ed Austria e sale la Dreiländerspitze per il ghiacciaio di Fermunt e il giorno dopo il Silvrettahorn. Il 9 aprile è a Davos e come gli era già capitato al Monginevro, a Tignes, a Saint Moritz osserva il mondo rutilante degli “sportivi” eleganti, provenienti da tutta Europa, che nei loro impeccabili abiti alla moda affollano, strade, piste, negozi, sale da gioco e da ballo, un mondo dal quale rifugge appena possibile.

Zwing in vetta al Pic de l’Olan, 13 luglio 1934, prima della discesa fatale
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Perché fermarsi?
La traversata di Zwingelstein avrebbe potuto concludersi in Tirolo: anche così sarebbe stata un’impresa memorabile. Invece lui decise di non fermarsi a Galtür, in Austria, o a Davos, in Svizzera, ma di rientrare a Chamonix in sci, lungo un itinerario in parte parallelo a quello effettuato, spostato più a nord. Il ritorno poi non venne interamente completato com’era nella sua intenzione originaria, che prevedeva tra l’altro di salire il Monte Bianco, a causa del maltempo persistente. Così si “limitò” ad attraversare i gruppi del Silvretta e dell’Oberland (quest’ultimo in compagnia di un amico sciatore che attese per sei giorni campeggiando nella neve, dal 14 al 21 aprile a Ginanzalp, a 2000 metri, esplorando in sci, manco a dirlo, i dintorni, senza il peso del sacco). Dopo l’Oberland depose gli sci nei pressi del Grimselpass, il 1 maggio, e da lì raggiunse la stazione ferroviaria di Briga e rientrò a Grenoble. Scese dal treno frastornato dai rumori della città, dal caldo della bassa quota e dagli scorci urbani che aveva dimenticato, relegati nei recessi della memoria. E mentre la gente passeggiava in abiti quasi estivi, attraversò il centro cittadino con gli sci in spalla e il suo enorme zaino sormontato dall’inseparabile rotolo giallo della tenda: un piccolo marziano con la pelle scura e incartapecorita da raggi cosmici e ultravioletti, reduce da luoghi ignoti e inaccessibili agli esseri umani.
Aveva vissuto tre mesi nel mondo separato dell’alta quota (qualche anno fa, citando un libro di Carlos Castaneda, era in uso parlare di ” separate reality”), lontano da tutti salvo sporadici e occasionali incontri con guide, postiglioni, albergatori, montanari, cercando di prolungare il più a lungo possibile quella condizione di sospensione dal mondo reale, dalla quotidianità, insensata per lui, che lo aspettava a Grenoble. Trovo che vi sia una corrispondenza notevole, in questo suo “non voler tornare a terra”, con la decisione di un altro solitario, il navigatore Bernard Moitessier, quando, nel 1968, dopo aver terminato la circumnavigazione del globo in barca a vela, senza scalo e in solitaria, compiuta in quasi 8 mesi, anziché tornare a Playmouth, dove lo attendevano le televisioni, i giornalisti del New York Times, amici, famigliari e un premio di 5.000 sterline, mandò una comunicazione breve ed enigmatica: «Je continue sans escale vers les îles du Pacifique, parce que je suis heureux en mer, et peut-être aussi pour sauver mon âme», lasciando tutti quanti di stucco. La differenza tra i due solitari sta nel fatto che l’impresa di Moitessier fu divulgata da tutti i mezzi di informazione ed ebbe grande risonanza, mentre Léon se ne tornò nella sua stanzetta di rue Bayard, all’insaputa del mondo e perfino degli alpinisti, finché il libro di Dieterlen non lo fece emergere dall’anonimato.

Léon Zwingelstein morì con il compagno il 13 luglio 1934 mentre scendevano dal Pic de l’Olan. E’ seppellito nel cimitero di Grenoble.

A scuola ci spremevamo le meningi per trovare un bel finale al tema in classe, magari una considerazione intelligente, una riflessione matura, un insegnamento morale, a chiusura insomma di quanto descritto nel componimento di dubbia sufficienza. Qui, per concludere questa storia umana, filtrata dal tempo e dalle interpretazioni di Dieterlen e mie, mi sembra perfettamente adatta una massima del Mahatma Gandhi: “Qualunque cosa tu faccia sarà insignificante, però è importante che tu la faccia.

Cimitero di Saint-Roch, Grenoble
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Curiosità
Ritenevo che le pelli di foca adesive fossero comparse intorno agli inizi degli anni ’70, anche perché io, agli esordi del mio scialpinismo, utilizzavo quelle terribili con le fettucce laterali: invece ho scoperto che Léon le utilizzava già normalmente almeno qualche anno prima del raid del 1933, prima quindi che la ditta Montana le perfezionasse con colla più efficace, nel 1939. Anche gli sci con le lamine (avvitate) che utilizzò, erano per quei tempi una vera, radicale, innovazione.
Léon durante il suo raid si avvalse solo in pochi casi e per brevi tratti di fondovalle di mezzi di spostamento di linea (treni e autobus) o delle carrozze dei servizi postali trainate da cavalli nelle località non accessibili alle corriere (ad esempio, da Gondo al Passo del Sempione e da Splugen a Cresta nei Grigioni) e due volte utilizzò mezzi a fune: la funicolare da La Piora (Airolo) al Lago Ritom (tutt’ora in funzione) nella tappa di quasi cinquanta km da Airolo a Olivone e la funicolare di Parsenn, a Davos.

Il libro
Il mio libro di Dieterlen è quasi un cimelio: pagine ingiallite e fragili, ancora chiuse nella piegatura originale di quando il volume venne stampato e rilegato, nel 1950, da una tipografia francese su licenza del primo editore, Flammarion: per leggerlo ho dovuto prendere un coltello affilato e tagliare tutte le piegature lungo i bordi, segno che non era mai stato né letto, né venduto. Se l’avessi acquistato in una libreria antiquaria l’avrei pagato forse una cinquantina di euro, ma Amazon evidentemente lo ritiene un fondo di magazzino (quel che in effetti è) da smaltire e lo vende a soli 10 euro, anche perché nel 1996 è uscita la nuova edizione di Arthaud, molto più costosa. Sapevo dell’esistenza di questo libro da almeno trent’anni, perché citato in rari resoconti e articoli su alcune riviste e sul libro dei fratelli Odier. Le sue relazioni scarne sono state pubblicate su qualche rivista francese degli anni ’30 e un lungo articolo è stato pubblicato intorno al 1980, se la memoria non m’inganna, su un numero di Ski Rando, che non ho più ritrovato.

Gli epigoni di Zwingelstein
• la seconda traversata delle Alpi in sci fu realizzata da Walter Bonatti e Lorenzo Longo (14 marzo-18 maggio 1956) e dai fratelli Bruno e Catullo Detassis, Luigi Dematteis e Alfredo Guy nella stessa stagione: in 65 giorni fu percorsa tutta rigorosamente in sci e a piedi, da est (Tarvisio) a ovest (Col di Nava);
• Jean-Marc Bois, in solitaria, da Saint-Étienne de Tinée a Badgaastein, dal 30 gennaio al 25 aprile 1970;
• Kittl, Farbmacher, Hoi, Mariacher e Schettsi, austriaci, nel 1971, compirono la traversata in velocità con sci da fondo escursionismo e zaini leggerissimi, di soli 5 kg, utilizzarono però un pulmino e impiegarono 40 giorni, dal 21 marzo al 29 aprile, coprendo quasi 2.000 km;
• Angelo Piana e soci in tre stagioni (1975-1976-1977);
• I fratelli Hubert e Bernard Odier, dal 18 febbraio al 18 maggio 1979, da est a ovest;
• Paolo Tassi e Mauro Girardi nel 1996, in sci da telemark;
• Paolo Rabbia, di Savigliano, in solitaria: partito il 29 dicembre 2008 dal Margart, al confine con la Slovenia, ed arrivato sabato 28 febbraio a Garessio. Un totale di 1750 km in 62 giorni.
Nessuno però è stato così a lungo e ininterrottamente sulle Alpi in sci, percorrendole prima verso Sud e poi facendo andata e ritorno, e credo che nessuno, più di Zwingelstein, possa meritarsi l’appellativo conferitogli da Dieterlen di chemineau de la montagne.

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Bibliografia sul raid integrale delle Alpi
• Jaques Dieterlen, Le chemineau de la Montagne. Flammarion, 1938. Ristampato recentemente da Arthaud ( 1996);
• Léon Zwingelstein. Carnet de route – © Glénat, Grenoble 1989 • I taccuini originali, 62 pagine con 22 disegni di Léon a inchiostro nero, sono custoditi alla Bibliothèque Municipale de Grenoble;
• Paolo Gobetti, Annuario Dimensione Sci, 1987;
• Giorgio Daidola, Zwing, il vagabondo della montagna, articolo pubblicato sulla rivista on-line http://issuu.com/mulateroeditore/docs/skialper88/34
• Walter Bonatti, Le mie montagne. Riedizione, Milano, 1983 (un capitolo);
• Bernard e Hubert Odier, Tutte le alpi in sci. Dall’Austria al Mediterraneo. CDA -Torino, 1984;
• Marcel Kurz, Alpinismo invernale – le origini dello sci-alpinismo, I Licheni, Vivalda ed. 1994. Prima edizione in lingua tedesca, 1924;
• Autore? Articolo su Ski Rando (1980 circa).

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La bellezza diversa

La bellezza diversa

È un momento, dal fondo della Val Pusteria e dalla bellissima cittadina di Brunico, imboccare la Valle di Tures e quindi o la Valle Aurina o la Valle di Riva e ritrovarsi in mezzo a ghiacciate e alte montagne di carattere occidentale, così diverse dalle vicine Dolomiti. Questa è la valle che conduce dritta dritta alla famosa Vetta d’Italia (Glockenkarkopf), il punto più a nord del territorio italiano, come s’impara sui testi di geografia. Divide le Alpi Aurine, a nord-ovest, dalle Alpi Pusteresi, a est. Ma è solo una delle suddivisioni alpine possibili, visto che le Aurine sono la parte italiana delle Zillertaler Alpen e le Pusteresi sono costituite dalla parte italiana delle Deferegger Alpen e dal lembo occidentale della grande catena degli Alti Tauri. Questo ci conduce nel pieno del problema linguistico: i nomi italiani delle località sudtirolesi sono assolutamente accademici, a volte tradotti, a volte di fantasia. Nessuno li usa e pertanto credo siano inutili. Cominciamo a usare la parola Ahrntal al posto di Valle Aurina e proseguiamo con i bei paesi di Sand in Taufers (Campo Tures), Rain in Taufers (Riva di Tures) o Weissenbach (Riobianco). Scopriremo la diversa bellezza di questi posti più facilmente: anche lo sforzo che un italiano deve fare nel pronunciare quello che gli sembra uno scioglilingua faciliterà una piena comprensione di cosa sono queste valli e di come si pongono nella nostra storia.

Salendo al Magerstein (Sasso Magro), verso (da destra) Wildgall, Hochgall (Collalto), Lenkstein, Muklar Spitz, cui seguono Grosser e Kleiner Rotstein che inquadrano la più lontana nevosa cima del Rotspitz, Valle Aurina
Salendo al Magerstein (Sasso Magro), verso (da destra) Wildgall, Hochgall (Collalto), Lenkstein, Muklar Spitz, cui seguono Grosser e Kleiner Rotstein che inquadrano la più lontana nevosa cima del Rotspitz. Valle Aurina.

Sapevamo di una valle integra ma tutt’altro che sperduta, di montagne selvagge con il minimo di impianti di risalita e di escursioni primaverili di gran classe. Non si può partire senza consultare attentamente il bollettino della neve e delle valanghe, non ci sono gite per principianti, a meno che non siano accompagnati da una guida alpina del luogo.

Una bella mattina di sole (9 aprile 1999) calziamo gli sci alla fine del villaggio di Weissenbach. La neve si sta già rammollendo mentre intorno, nelle fattorie, il lavoro riprende: qua e là una sega, un martello che colpisce il metallo, un muggito. Veloci saliamo una stradina a stretti tornanti che ci porta attraverso un fitto bosco alla bella e bianca radura della Pichler Alm 1761 m: la malga è chiusa e il fruscio del nostro procedere nella neve sottolinea il silenzio di questi luoghi addormentati. Saliamo ora in un valloncello via via sempre più ripido, fino alla fine della vegetazione, per uscire su un ampio colle, il Gornerjoch 2277 m, che ci apre la vista a dismisura, in alto come siamo sulla Mühlwaldertal (Valle Selva dei Molini). La gita potrebbe finire qui, ma noi vogliamo coronarla con la facile salita alla vetta del Gornerberg, dalla quale l’orizzonte si allarga ancora. La discesa è per lo stesso itinerario, in alto su neve buona, in basso più sfatta. Abbiamo anche l’avvertenza di compiere una deviazione per vedere la bella Innerhofer Alm 1743 m, anch’essa nel letargo invernale.

Verso la vetta dello Schwarzenstein, 22 marzo 2000, Valle Aurina, Alto Adige. Foto: Marco Milani
Markus Neumayr e A. Gogna verso lo Schwarzenstein, 22.03.2000, Valle Aurina, Alto Adige

Dopo questa bella escursione vogliamo impegnarci più in alto, tra i ghiacciai del Rieserferner Gruppe. Il Rifugio Roma (Kasseler Hütte) è la base per una serie di tre o quattro splendide e classiche escursioni con gli sci. Lo raggiungiamo a fine pomeriggio dalla frazione di Epach, assai vicino a Rain in Taufers, con una ripida scarpinata nel bosco, per buon tratto con gli sci sullo zaino. Al rifugio, l’ospitalità del custode Arnold Seeber ci mette subito a nostro agio: anche se ci sono altre comitive, lui ha una parola e una battuta per tutti. Il mattino dopo è azzurro e frizzante, e la salita lungo il ghiacciaio Rieserferner non è mai noiosa, con belle vedute sul gigante del luogo, l’Hochgall e la sua parete nord. In cima al Magerstein siamo in molti a dividere l’esiguo spazio a disposizione, tutti raccolti attorno all’enorme croce dalla quale si vedono le Dolomiti intere, in un arco di visuale così ampio da dover girare pian piano la testa. Sorrisi, piccole gentilezze, qualche parola precedono un’entusiasmante discesa in una neve di qualità favolosa. Facciamo a gara con un gruppo di gente del posto per scegliere le linee più belle nel farci fotografare da Marco, e la più brava è Renate Seeber.

Marco Milani e Markus Neumayr in vetta allo Schwarzenstein, 22 marzo 2000, Valle Aurina, Alto Adige
Marco Milani e Markus Neumayr in vetta allo Schwarzenstein, 22.03.2000, Valle Aurina, Alto Adige

Una pesante nevicata ci rimanda, ancora inappagati, dall’Ahrntal a casa. E passa un anno prima di poter tornare, ma questa volta vogliamo salire subito sullo Schwarzenstein, una delle cime più alte della valle. Questa è una gita che impone il maggiore sforzo non nella giornata della vetta ma in quella dell’avvicinamento. In compagnia di una guida locale, Markus Neumair, il 21 marzo 2000 saliamo gli stretti tornanti della stradina che da St. Martin 1002 m porta al maso di Stalliler. Qui siamo ormai nella stretta e lunga valle del Rotbach: si comincia dolcemente nel bosco, poi però si sale sempre più ripidamente. L’allenamento quest’anno è abbastanza scarso, io sono stato operato di menisco al ginocchio destro due settimane fa. Occorre inserire una specie di pilota automatico e nello stesso tempo controllare sempre le condizioni dei pendii. Markus ci dice che sono meno pericolosi degli altri perché invasi dai cespugli di ontani nani e noi vogliamo credergli. In più, nella parte alta, l’esposizione della valle favorisce un surriscaldamento che, in unione al carico pesante che ci ritroviamo sulla schiena, ci fa arrivare abbastanza «cotti» allo Schwarzensteinhütte. Il colpo di grazia ci è dato dal custode Günther Knapp, che praticamente tiene aperto solo per noi: ci propina grandi limonate e bicchierini di grappa di sua produzione, poi ci fa mangiare un piatto caldo, poi ci costringe ancora a bere. Quasi ebbri, nell’euforia lo aiutiamo alla folle costruzione di un enorme igloo davanti al rifugio, che non sappiamo a cosa servirà mai. In serata, smaltita un po’ la sbornia, a fatica saliamo al vicino Tripbachsattel 3030 m, per inerpicarci al tramonto su una panoramica cresta in vista del Grosser Löffler (Monte Lovello) 3376 m. Il mattino dopo è trionfale, perché dopo essere risaliti allo Tripbachsattel, ci volgiamo allo Schwarzenstein (Sasso Nero), una facile salita interrotta soltanto da un breve pendio da risalire senza sci: e quando arriviamo in vetta, ancora una volta c’immergiamo in quella magia che ti riservano le Alpi quando le guardi essendoci dentro e subiamo volentieri quel dolce languore che ti danno le montagne che non conoscevi ancora.

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L’urlo della tormenta

L’urlo della tormenta

Attorno allo Zürichsee qualcosa ci ricorda che presto delicati colori avranno la meglio sull’inverno. È nell’aria. Ma noi pun­tiamo, dopo Glarus e Linthal, a una fine del mondo chiusa e co­perta di neve. L’accogliente albergo di Tierfehd e la gentilezza della padrona non cancellano la prima impressione di essere giun­ti al fondo di un sacco, senza spazio, tempo e riferimenti fisi­ci, così da sentire altrove la civilissima Svizzera dei telefoni e dell’elisoccorso. Siamo in un ombelico sprofondato nel ventre di un colosso. Dopo cena ripassiamo la lezione sulla cartina: me­tri di dislivello, pendii esposti alle valanghe, orari di parten­za, carichi sulle spalle, per rassicurarci che sia come le altre volte. Qui, nel cuore delle Alpi di Glarona, i valori delle pre­cipitazioni sono tra i più alti dell’intera Svizzera, fino a 3000 mm annui. Questo gruppo di grandi montagne si erge selvaggio a nord della valle del Reno Anteriore (quindi dei Grigioni) e a sud del Klöntalsee e del Walensee (quindi delle Prealpi Svizzere). Solo un valico stradale, il Klausenpass, collega la Linthal ad Altdorf: la regione è un massiccio intransitabile, difeso da ghiacciai e da bastionate enormi. Tremila metri dividono in al­tezza la vetta del Tödi dall’abitato di Linthal, e il peso di questa non comune imponenza supera muri e finestre, entra nelle stanze, imprime una curva ai tavoli e intacca le nostre pretese certezze.

Gruppo del Tödi, Svizzera. In salita verso il bianco Geissbuetzistock. Dietro è la mole scura del Tödi, sovrastata dal suo ghiacciaio pensile; a sin, il Bifertenstock. Foto: Marco Milani
In salita verso il bianco Geissbuetzistock. Dietro è la mole scura del Toedi, sovrastata dal suo ghiacciaio pensile; a sin, il Bifertenstock, Gruppo del Toedi, Svizzera

Fuori, una notte immota a sprazzi di luna avvolge il mondo incantato di una realtà separata e sospesa. All’alba, il senso d’immobilità gigantesca s’addensa e si raccoglie nei punti nevralgici del nostro casuale guardarci intorno. Nebbie pesanti, nuvole grevi, ci negano ogni parziale sollievo; lo stillicidio dell’acqua da una roccia scura, il rombo improvviso di una scari­ca di neve marcia che spazza un vicino canalone, il Limmerensee, sinistro lago artificiale che c’è ma non si vede: sono impulsi per registrare un dramma naturale in cui ogni apparente immobi­lità si azzera, nel perpetuo movimento delle cose che si attuano al di là della nostra partecipazione: vediamo solo dei grumi che si trasformano e ci sfugge il senso generale, attori disponibili ad imparare la parte proprio sul palcoscenico.

Gruppo del Tödi, Svizzera. Dalla vetta del Geissbuetzistock, verso il Chli Toedi, Piz Casarauls, Clariden, Bocktschingel, Tuefelsjoch, Tuefelstock, Speichstock, Gemsfairenstock. Foto: Marco MilaniDalla vetta del Geissbuetzistock, verso il Chli Toedi, Piz Casarauls, Clariden, Bocktschingel, Tuefelsjoch, Tuefelstock, Speichstock, Gemsfairenstock. Gruppo del Toedi, Svizzera

Soltanto alle baite di Altstafel il sole riesce a penetrare la cortina di nubi. I fondali sono montagne bianchissime e ripide, i pendii a meridione del Rotstock sono solcati da resti di valanga e ne promettono ancora. Non siamo neppure a metà del percorso per la Claridenhütte e siamo già stanchi. È strano sentirsi dei ma­nichini con una volontà propria e del resto “Non è di tutti con­vivere con tali meraviglie e passeggiare da mattina a sera nello smarrimento e nello stupore” (Victor Hugo). Alla fine del vallo­ne, ben al di fuori del suo caldo stagnante e dei suoi pericoli, incontriamo due che scendono. Mi chiedono delle condizioni della neve, io li avverto che giù la temperatura è alta, qualcosa po­trebbe scaricare. Mi ringraziano e partono come frecce: Martin e Marco mi raggiungono appena in tempo per scorgere una mostruosa colata di neve pesante che scivola lenta in direzione dei due puntini. Il primo è fuori, ma il secondo ce la farà? È difficile sciare veloci sui resti di slavine precedenti e così da lontano non son chiare le proporzioni. Un attimo dopo il passaggio del secondo, la scia è sepolta: nessun suono, solo vedere e sentire grande freddo dentro in assenza di emozioni. Nel pomeriggio arri­viamo al rifugio, in posizione finalmente aperta: l’anziana cu­stode si è tolta gli sci un attimo prima di noi. Da dove viene ora, da quanti giorni è qui? Avrà fatto una passeggiata da sola? Scambiamo qualche faticosa parola in tedesco e tanti sorrisi. Con curiosità accettiamo questi piccoli misteri. Le dimensioni reali del luogo si rivelano la mattina dopo, fredda e luminosa. Un im­menso ghiacciaio pensile si appoggia sulla larga vetta del Tödi, il confine tra roccia e ghiaccio è un seracco verticale di un centinaio di metri che corre a sciarpa su tutta la scura muraglia del monte, a suggello di grandiosità.

Gruppo del Tödi, Svizzera. La Planurahuette e l’Heimstock dominano la grande distesa bianca dell’Huefifirn. Sullo sfondo, lo Schaerhorn, il valico del Chammliluecke, Chammliberg, Chammlijoch e Clariden.La Planurahuette e l'Heimstock dominano la grande distesa bianca dell'Huefifirn. Sullo sfondo, lo Schaerhorn, il valico del Chammliluecke, Chammliberg, Chammlijoch e Clariden. Gruppo del Toedi, Svizzera

Saliamo il Clariden e il tempo si guasta. Poco prima della Planurahütte, una stupenda e colossale onda di neve creata dal vento si frange sulle rocce dell’Hintere Spitzalpelistock: è un solco a mezzaluna profondo decine di metri. Il vento diventa rabbia quando siamo al riparo. Planura… Jean-Jacques Rousseau scriveva “Un paese di pianura, per quanto sia bello, non lo fu mai ai miei occhi. Ho bisogno di torrenti, di rocce, di pini selvatici, di boschi neri, di monta­gne, di cammini dirupati ardui da salire e da discendere, di pre­cipizi ai miei fianchi che mi spaventino!“.

Nei pressi della Planura Huette, Clariden Pass, Clariden Alpen, Svizzera. Foto: Marco Milani
Nei pressi della Planura Huette, Clariden Pass, Clariden Alpen, Svizzera

Il giorno dopo ci barrichiamo. La tormenta è tale che è un’impresa raggiungere la toilette. Il custode ci assicura che lì è normale: a me sembra più dirompente che in Himalaya. Ma forse sto invecchiando e fa­cendo più grosse le cose, un po’ come cacciatori e alpinisti. Tra quattro pareti e sotto un tetto non è paura, è ammirazione per una natura che esplode: l’apparente immobilità era un lento pre­parativo a questo normale sconvolgimento. L’urlo della tormenta fa tremare i doppi vetri, s’insinua nelle fessure, entra nella mente e se ne impadronisce: giochiamo a carte, ma la tormenta qui dentro vince non solo perché ci tiene prigionieri. La mattina do­po rocce e neve sono rivestite di cristallo. Il profilo del Gross Windgällen è scolpito ai margini, il vento è forte ma in diminu­zione, la visibilità arriva lontano. Ci dirigiamo allo Cham­mlijoch, poi giù per la Iswandli, con neve perfetta, fino al Klausenpass e a Urner Boden.

Martin Trout e Marco Milani salgono dalla Planura Huette al Channlijoch, Clariden Alpen, Svizzera (9 aprile 1995)Martin Xxxx e A. Gogna salgono dalla Planura Huette al Channlijoch (9.04.1995), Clariden Alpen, Svizzera

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Tutti i colori del vento

Sapevo dell’uscita di Tutti i colori del vento, come pure sapevo che l’autore non avrebbe potuto sfogliarlo appena stampato: l’amico Giorgio Bertone è infatti mancato ai primi di gennaio di quest’anno 2016.

Quando ne ho ricevuto una copia dalla moglie Anna, l’ho presa in mano un po’ incerta, come mi succede ogni volta che esamino un libro che so postumo.

Perché leggere gli ultimi pensieri di qualcuno che stimi è un’emozione impagabile, l’unica in grado di alleviare un poco il dolore per la perdita.

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Questa volta Bertone racconta di un suo viaggio in barca da Port Stanley nelle Isole Falklands alla South Georgia, con lo scopo di ripercorrere il mitico Traverse di Ernest Henry Shackleton e compagni, dalla baia di Re Haakon (costa meridionale) alla stazione baleniera di Stromness (costa settentrionale).

Lo Schakleton’s Traverse è oggi meta di trekking che richiedono una grande preparazione, capacità e soprattutto rassegnazione in caso di molto probabile fallimento.

La traversata è stata ben documentata nel film del 2001 di George Butler Shackleton’s Antarctic Adventure, con protagonisti del calibro di Reinhold Messner, Stephen Venables e Conrad Anker: un follow-up di The Endurance: Shackleton’s Legendary Antarctic Expedition (2000), dello stesso regista.

L’avventura di Shackleton (da wikipedia)
Dopo il raggiungimento del Polo Sud da parte di Roald Amundsen e un mese dopo da parte di Robert Falcon Scott, l’unica conquista di prestigio che rimaneva era la traversata del continente antartico.

Conrad Anker, Reinhold Messner e Stephen Venables nel 2000, durante la lavorazione del film Shackleton’s Antarctic Adventure
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La spedizione Imperial Trans-Antarctic Expedition era partita da Londra il 1º agosto 1914, tre giorni prima che l’Inghilterra dichiarasse guerra alla Germania, con a bordo Shackleton e altri 27 uomini. La nave Endurance rimase ancorata a Grytviken (Georgia del Sud) per circa un mese e salpò diretta verso il mare di Weddell il 5 dicembre del 1914; il 10 gennaio 1915 la nave lo raggiunse, ma il 19 dello stesso mese rimase incastrata nel pack.

La nave, imprigionata nei ghiacci, andò alla deriva da 77° S a 61° S; il 21 novembre fu completamente distrutta dalla pressione del ghiaccio. Shackleton fece trasferire l’equipaggio sulla banchisa in un accampamento d’emergenza chiamato Ocean Camp, dove rimase fino al 29 dicembre quando tutti si trasferirono, trasportando al traino tre scialuppe di salvataggio, su di un lastrone di banchisa in quello che chiamarono Patience Camp.

Shakleton’s Traverse, l’itinerario seguito da Shakleton, Crean e Worsley per raggiungere un centro abitato e la salvezza
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Fino all’8 aprile 1916 rimasero sulla banchisa e quando questa iniziò a sciogliersi tentarono di raggiungere, a bordo delle scialuppe, l’isola Elephant. Dopo una navigazione molto difficile, raggiunsero la costa dell’isola il 15 aprile del 1916 (498º giorno della spedizione). Le probabilità di ritrovamento e soccorso erano nulle, quindi Shackleton decise di raggiungere, utilizzando la scialuppa in condizioni migliori (la James Caird), la Geogia del Sud (distante 870 miglia marine, circa 1.600 km) assieme a cinque uomini per cercare aiuto. Salparono il 24 aprile 1916 e riuscirono ad attraccare nella parte meridionale dell’isola (baia di Re Haakon) dopo 15 giorni di navigazione in condizioni meteorologiche abominevoli.

Sir Ernest Henry Shakleton
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Shackleton, assieme a Tom Crean e al fotografo Frank Worsley, riuscì in 36 ore ad attraversare 30 miglia di montagne e ghiacciai inesplorati della Georgia del Sud (fu il primo attraversamento dell’isola) per raggiungere la stazione baleniera di Stromness situata sulla costa settentrionale, dove giunsero il 20 maggio. Da lì Shackleton organizzò il soccorso dapprima dei tre uomini rimasti alla baia di Re Haakon, poi degli uomini rimasti sull’isola di Elephant che furono tratti in salvo, al quarto tentativo, il 30 agosto del 1916 col rimorchiatore cileno Yelcho.

L’impresa di Shackleton, che nonostante le incredibili traversie non perse nemmeno un uomo, fu per lungo tempo oscurata dall’attenzione dedicata alla quasi contemporanea sfortunata spedizione di Scott. Solo in epoca molto più recente le difficoltà incontrate nel 1964 dalla Combined Services Expedition che aveva l’obiettivo di esplorare la Georgia del Sud e la richiesta di evacuazione d’emergenza da parte di alcuni uomini dello Special Air Service britannico coinvolti nell’operazione Paraquet e rimasti bloccati dalle avverse condizioni meteo sul ghiacciaio Fortuna nel 1982 (evacuazione che costò ai britannici la perdita di due elicotteri Westland Wessex), fecero comprendere la reale portata della traversata effettuata da Shackleton.

Chi volesse approfondire la vicenda Shackleton può consultare l’apposito capitolo di wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Spedizione_Endurance, nel quale è presente anche la corposa bibliografia.

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Tutti i colori del vento
Un primo esempio di come le difficoltà ambientali di quelle lontane regioni possano condizionare qualunque volontà di successo piuttosto che attentissima programmazione, Bertone ce lo fornisce nelle prime pagine del libro quando racconta, durante la lunga traversata sulla barca Australis, l’impossibilità di transitare vicino, dato il tempo, alle famose Shag Rocks, curiosissimi scogli messi in fila nell’immenso oceano che emergono nel nulla dell’orizzonte: “Non li vediamo. La nostra rotta passa qualche decina di miglia più a sud di questi isolotti fantasma, un immenso dinosauro, della specie degli spinosauri con il dorso a cresta. Fare un bordo in più allungando la navigazione fino a quella scogliera, sarebbe pericoloso e inutile. Fuori la bufera ci avvolge come in un bozzolo. Visibilità ridottissima. Perciò siamo incollati alle foto su internet…”.

Lo stile di Bertone conduce il lettore nel meraviglioso mondo della fantasia, quasi lo costringe a fantasticare. Il suo scopo è quello di pennellare impressioni, come se il narratore esprimesse le sue sensazioni proprio nel momento in cui apprende informazioni nuove su ciò che lo circonda, talvolta con note di humor britannico-genovese sicuramente dovuto alla terra natia dell’autore ma anche alla compagnia di viaggio, una maggioranza inglese su lontane terre comunque suddite della Regina.

Un esempio tra tanti di questo humor? Allorché Bertone racconta la “riconquista” di Grytviken, il capoluogo della South Georgia, da parte delle truppe inglesi a spese degli occupanti argentini nella guerra lampo del 1982, scrive: “I marines erano poi sbarcati senza colpo ferire nella Baia. Del tutto superfluo l’assalto notturno delle forze speciali cui prudevano sempre le mani, che in prossimità della spiaggia, scorgendo delle ombre agitarsi, spararono a raffica. Non udirono, stranamente, il rumore dei proiettili rimbalzanti sulle rocce. Le esplosioni erano state infatti assorbite dal grasso adiposo degli elefanti marini maschi che stazionano a King Edward Point da secoli, sempre in rissa tra loro, e che ora sanguinavano per una causa a loro del tutto sconosciuta…”.

Le Shag Rocks
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Uno dei capitoli più belli del libro racconta di come Shackleton e il suo documentarista Worsley salvarono le immagini della spedizione, ma anche di come Scott, ormai certo di morire, fino all’ultimo scrive sul suo diario.

L’autore snobba dichiaratamente l’immagine e privilegia il testo. Che, a sua volta, è sempre essenziale, sia quando racconta fatti precedenti alla sua esperienza (la guerra delle Falklands piuttosto che l’avventura di Shakleton) sia quando tratteggia piccoli e grandi eventi del suo viaggio, oppure quando semina un aggettivo o un avverbio per dipingere il carattere di un compagno o del Capo.

Questo modo di scrivere è voluto, accurato: teso allo scopo di incuriosirci e farci lavorare di fantasia. Lo definirei understatement (attenuazione), ancora una volta britannico-genovese.

Un momento dello Shackleton Traverse. Foto: Giorgio Bertone
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Citando ancora l’autore: “Tuttavia le storie, gli aneddoti, le leggende, i filmati, le foto, i dati scientifici crescono nella narrazione degli uomini in proporzione al sentimento ansioso di ritrovare in un Continente intero la riserva reale e immaginaria dell’umanità. Dagli inizi del Novecento gli esploratori di prima, seconda e terza generazione hanno inventato, ognuno, itinerari, sfide, prove differenti con differenti regole, come cavalieri antichi che disdegnano norme precise universali, ma inventano regole proprie ed eleggono l’umanità a sponsor”.

Oggi è infatti assai difficile, se non si è originali, scrivere di un viaggio breve: per di più in un ambiente che trasuda avventura epica (Shackleton, Scott, ecc.) e comunque in un’epoca e in una cultura che risente della fondamentale lezione di Bruce Chatwin. Chi non ha letto In Patagonia o Che ci faccio qui? lo faccia in fretta… Direi che Bertone c’è riuscito, grazie alla sua essenzialità che ha fatto da passaporto.

Sentite cosa dice in proposito, evidentemente scrivendo di se stesso: “Né studioso di miti, né storico, il pellegrino senza nome conosce l’umiltà. Disfa la tela e la ritesse con diversa figura e composizione e inserimento di un filo esile che lo riguarda”.

Un momento dello Shackleton Traverse. Foto: Stephen Venables
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Bertone, nel suo viaggio, con la sua personalità e con il suo carisma, ha tenuto testa alla maggioranza britannica che lo circondava. Tra le altre scorribande culturali, leggete cosa scrive a proposito del Regno Unito e degli “odiati” argentini: “(La South Georgia è) una riserva naturale della biosfera che gli inglesi mantengono come il più selvaggio e ghiacciato dei giardini. Si sono permessi laggiù delle Riserve nazionali. Le Falklands sono invece una sorta di Riserva nazionalistica. Quando l’Inghilterra diventerà una Banca finanziaria unica in un unico grattacielo esteso per tutto il suo territorio, con i nuovi coolies multietnici nei sotterranei, ogni tanto qualcuno dei suoi abitanti britannici verrà a fare una visitina laggiù per riassaporare la fisionomia degli oggetti, delle vetture, dei relitti di nave, del colore del vento vero, delle old fashioned battles e dei volti dell’antico paese. E porgere sottovoce un saluto grato agli argentini, i migliori alleati di sempre…”.

E, poche righe sotto: “Quando chiacchiero di queste cose con gli inglesi, mi rispondono “What a curious theory”, che non sai mai se approvano, se rifiutano oppure sono in imbarazzo di fronte all’immagine paradossale dell’Argentina fedele alleato…”.

Giorgio Bertone
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Le cattedrali nel deserto

Le cattedrali nel deserto

Questa valle (la Valgrisenche) è come quella di Rhêmes lunga e stretta, di­retta da sud a nord ma con andamento alquanto sinuoso, e soprattutto di aspetto severo, finanche orrido, selvaggio, squallido. Nella parte inferiore, fin sopra il paese che ha pure nome Valgrisenche, è tutta a balzi, dirupi e forre, e poco appare di spazio coltivato, onde il viaggiatore ne riporta un’impressio­ne di tristezza cui non vale a dissipare qualche istante di più placido e sereno oriz­zonte. Nella parte superiore è un continuo succedersi di picchi e costiere, di ghiacci e morene, e le cui falde si disputano lo spazio i pascoli, le frane e i burroni ro­vinosi (C. Ratti – F. Casanova, Guida illustrata della Valle d’Aosta, Casanova, Torino, 1888)”.

Così la descrizione dei primi viaggiatori figurava una valle a­spra e severa, che le rovine del Castello di Montmayeur anche al­lora contribuivano ad incupire.

Eppure, grazie alla facilità di passaggio offerta dal Col du Mont, la valle era abitata già due secoli prima di Cristo: i Ceu­troni infatti, provenienti dalla Taren­taise, ne avevano occupato la parte alta e si erano stabiliti a Fornet.

Il rifugio Mario Bezzi
Accompagnatore Media Montagna Collegio delle Guide della Lombardia

Il canonico Pierre-Joseph Béthaz scrisse di un’usanza che sconfi­na con la leg­genda: siccome in valle non v’erano chiese, gli abi­tanti di Valgrisenche salivano fino al Col du Mont e là pregavano in unione con i fedeli di Villaroger in Val di Tigne. All’inizio della Messa una bandiera era issata sul campanile, ben visibi­le dal valico: poi, al termine della cerimonia, era ammainata. E an­cor oggi quel luogo vicino al Col du Mont si chiama Plateau de l’Eglise.

In seguito, sempre a causa dell’importanza strategica, tra il 1792 e il 1800, la valle fu teatro di guerra, con grandi devasta­zioni al territorio e danni enormi per gli abitanti.

Oggi l’impressione di cupa wilderness e di sanguinosi accadimenti del passato si è attenuata: belle montagne, bei boschi, prati e villaggi non la differen­ziano da altre valli dalle vicende più fortunate.

Ma al di là dell’aspetto superficiale, a un viaggiatore attento e sensibile, alcuni fatti macroscopici e molti piccoli particola­ri confermano il disagio antico.

Marco Milani, Popi Miotti ed io giungiamo alla fine di aprile 1994 a Bonne, l’ultimo dei paesini della valle. Si sente nell’aria una prima impressione strana, di ostracismo, quasi che il fatto di non appartenere al Parco Nazionale del Gran Paradiso ponesse la valle su un piano inferiore ad altre, per esempio alla vicina Val di Rhêmes.

La mancanza di impianti di risalita, a parte le inoffensive piste di Bénevy, impe­disce il confronto con la vicina Valle di La Thui­le: e non sono certo i brevi anelli di sci di fondo (Chez Carral) a far recuperare il distacco.

Ecco allora che si può creare negli abitanti un complesso di in­feriorità, una sensazione di abbandono e di esclusione che non è difficile da percepire.

Molto al di sopra di Bonne, buona base per la salita alla Testa del Rutor, c’era fino a qualche anno fa il rifugio Clea Scavarda: è bruciato, e di conseguenza nessuno è salito più al Rutor dalla Val­grisenche fino a che al suo posto non è stato costruito (nel 2005) il rifugio degli Angeli del Morion. Questa località è una delle preferite dell’eliski: coloro che da quelle parti si fanno depositare dall’elicottero scendono veloci e a Bonne si fermano qual­che mi­nuto al bar prima che il taxi o gli amici li riportino a valle. L’eliski non è mai stato fonte di vero reddito per i valligiani.

Il bacino di Beauregard
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Oltre a tutto ciò, la grande diga del bacino di Beauregard incom­be al di sopra: riusciamo a salire in auto i tornanti che portano al ciglio.

Il ciclopico sbarramento fu costruito nel 1952-53. Una volta col­mato, il bacino sommerse cinque villaggi, il più importante dei quali era proprio Fornet, con il suo aguzzo campanile. Dopo un breve periodo di utilizzo dei 70 milioni di me­tri cubi d’acqua, l’invaso venne notevolmente ridotto (due terzi in meno), a causa dei pericoli che la permeabilità del terreno creava. Ma intanto gli abi­tanti di questa parte alta della vallata erano stati co­stretti a emigrare, molti lontano. Al danno enorme si aggiunse la beffa terribile di rivedere, dopo solo pochi anni, riemergere buona parte delle case che avevano dovuto essere sa­crificate.

In salita dal rifugio Bezzi al Mont Vaudet, 27 aprile 1994. Foto: Marco Milani.
A. Gogna e G. Miotti in salita dal rifugio Bezzi al Mont Vaudet in vetta al Mont Joly, 27.04.1994, Valgrisenche, Valle d'Aosta

Sulla riva sinistra del lago, lungo e stretto e in questa stagio­ne praticamente asciutto e ghiacciato, corre in piano una strada carrozzabile ingombra di neve. Calzati gli sci, la percorriamo interamente fino al fondo del bacino, sette chilo­metri dopo.

I ruderi di Fornet sono la testimonianza di quanta stupidità e approssimazione abbiano governato in passato, una conferma lì da vedere di quanto siano pro­fonde le radici del dissennato sfrutta­mento del territorio che imperversa ancor oggi. Fornet è una pa­gina di dolore, ma soprattutto di vergogna. Questa è la prima cattedrale nel deserto, cioè un’opera gigante­sca quanto inutile, che mai servirà da luogo di culto e di reli­gione semplicemente perché nel deserto non v’è alcuna folla di fedeli.

Il crepuscolo ci sorprende giusto a Usellières, quando finalmente e pian piano cominciamo a salire per inoltrarci nella valle sem­pre più stretta dai fianchi ripidissimi. La notte arriva in bre­ve, continuiamo alla luce delle pile frontali, cia­scuno col suo ritmo, in pratica da soli. La luna deve ancora apparire, se ne intravvede il chiarore solo oltre la sommità dei versanti della valle, bastioni che ostruiscono ogni tentativo di sguardo lonta­no.

A ogni balza nevosa del fondo valle si spera di scoprire più chiarore, quan­do improvvisamente i riflessi di una luce gialla­stra appaiono sul versante orien­tale. Quella non è la luna, quel­le sono le luci del rifugio.

Il rifugio Mario Bezzi ci accoglie dunque con un accecante faro giallo tanto potente quanto inutile, anche se ci permette di spe­gnere le nostre pile.

Ci accorgiamo che il rifugio è stato di recente ampliato, prati­camente rifatto. L’architettura è di buon gusto, certi particola­ri sono assai piacevoli. Ma ciò che sorprende sono le dimensioni. In tutto siamo sette sciatori, oltre ai custodi che gentilmente ci accolgono nonostante l’ora tarda e ci servono la cena. Ma sala da pranzo, corridoi e più di tutto le numerose stanze testimonia­no una mania di grandezza con pochi paragoni.

Di primavera non credo siano molti a salire con le pelli di foca fin quassù, forse il lungo e noioso bacino di Beauregard non in­vita. In estate, quando si può arrivare in auto a Uselliéres, folle di gitanti si spingono a gite in giornata fino al rifugio, senza però fermarsi a dormire.

Fulcanelli
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A noi sembra la seconda cattedrale nel deserto. Questa è una val­le che ci offre grandi spunti di meditazione, perché accanto a un deserto Plateau de l’Eglise, che ancor oggi comunica fede e spirito, convivono almeno due orgogliose cat­tedrali senza miste­ri, a riprova evidente che “la Natura non apre a tutti, indistin­tamente, la porta del santuario (Fulcanelli)”. Nel gennaio 2012 il rifugio Bezzi è stato colpito e assai danneggiata da una valanga.

È inutile dilungarsi sul significato del termine “cattedrali nel deserto”; in Italia ben lo conosciamo, avendo un’esperienza che va da Gioia Tauro alle Alpi. Inutili colate di cemento, edifici sovradimensionati e superflui costellano il nostro paese arrivando persino nelle valli più remote. Non siamo favorevoli a questi e­sempi di modernità, eppure in Valgrisenche il rifugio Bezzi, che appartiene a quelle deprecate opere, ci è sembrato speciale.

A volte infatti le cattedrali nel deserto sono lì perché il pel­legrino vi giunga con stenti e fatiche trovandovi insieme pace di corpo e di spirito, al termine di un lungo cammino di penitenza.

E come fu lunga quella sera! Interminabile la strada che costeg­gia il lago arti­ficiale, in parte innevata e in parte no, così ogni tanto eravamo costretti a to­gliere e poi rimettere gli sci. Poi la strada sembrava salire, ma era un’illusione: ogni metro di dislivello si guadagnava a prezzo di numerose falcate in falso piano. Del rifugio nessuna traccia; te lo aspettavi oltre il go­mito che la valle compie più avanti e invece mai niente.

Il ritmo di camminata, la solitudine dei luoghi, il fruscio degli sci sulla neve dura e il peso degli zaini cominciavano a entrar­ti nella mente e ti sembrava di esse­re condannato a viaggiare per l’eternità. Poi infine, quasi castello disincantato, oltre un gobbone ecco il rifugio, grande, brillante, profumato di cibo e di legno: mai “cattedrale nel deserto” ci parve più tollerabile.

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Voglia di ripido

Siamo felici di presentare al nostro pubblico l’ultimo lavoro di Igor Napoli, uno degli ultimi esemplari viventi della specie “hippyens-montanus”, incallito ricercatore, inventore e catalogatore di nuove linee di discesa: è il secondo volume di Voglia di ripido, riedizione aggiornata (valli Stura, Grana, Maira, editore Vividolomiti, collana Mountain Geographic). Il primo volume (dal Monte Antoroto alla Testa del Claus) era uscito nel maggio 2013 con l’editore Soletti. Il terzo e ultimo volume (valli Maira, Varaita e Po) uscirà a settembre 2016. In tutto, sono 1000 pagine di belle foto e itinerari scelti di scialpinismo ripido, dall’inizio delle Alpi sino al Monviso. Molte delle linee descritte sono l’espressione della vulcanica e incredibile attività dei protagonisti che in questa disciplina hanno raggiunto i massimi livelli; ma l’intendimento generale dell’opera rimane sempre e comunque quello di trattare itinerari eterogenei, significativi dal punto di vista estetico e alla portata di una cerchia di sciatori la più ampia possibile.

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Voglia di ripido
di Igor Napoli

Varie componenti spingono gli appassionati di montagna a cimentarsi nell’uno o l’altro itinerario: alla base ci possono essere motivazioni estetiche, istinti pseudosuicidi, sete di conoscenza, ricerca del sensazionale, masochismo, desiderio di far parlare di sé… Non ci sono regole, per fortuna, solo massima libertà. Se uno vince, non necessariamente un altro perde, come invece succede in altri sport…

Guardando certe foto di montagna a volte capita di vedere posti talmente ripugnanti e schifosi che per scherzo viene da pensare “chissà come potrebbe essere passare di lì”, ma solo così, per giocare con la fantasia e poi godere di essere rimasti a casa, davanti al fuoco. Ma poi invece ci sono altre giornate in cui quelle stesse minchiate che avevi pensato solo per gioco, in modo del tutto zen (nel senso che le avevi pensate a mente vuota, senza scopi e senza – in definitiva – pensarle veramente) ti si rivoltano contro e allora per un istante incominci a credere che quel barlume di idea che avevi buttato lì per lì, in realtà potrebbe anche avere un senso… il pensiero incomincia a roderti ogni giorno di più… sei già entrato nel tunnel e la frittata è fatta.

 

C’è un giardino incantato di fiori di cristallo:
è il regno della luce e del silenzio.
Non sta proprio dietro l’angolo: a volte trovarlo richiede sforzo…
Nel giardino incantato il gelo, il vento e la neve creano spettacoli
di perfezione e armonia che riempiono di pace.
Quando riesco a trovarlo sto così bene che non vorrei più andare via.
Ma non si può stare lì tutta la vita.
Allora vorrei che quella pace mi accompagnasse per sempre
e capisco che se tutta la gente si portasse dentro
anche solo una minima parte di quell’estrema semplicità,
gran parte dei problemi che ci tormentano
svanirebbero.

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Mai un fiocco di neve cade in un posto sbagliato (massima zen)”
Riaccingermi a rieditare Voglia di Ripido I è un po’ come rientrare in rifugio, al caldo e in buona compagnia, dopo essere stato due ore fuori a spalare neve…

Sembra di riprendere le fila di un discorso temporaneamente interrotto. E’ un mix di sensazioni contraddittorie: da una parte il forte stimolo a ricominciare questo viaggio invernale nelle mie montagne e dall’altra, nessuna voglia di farmi possedere per l’ennesima volta dal macchinario diabolico che ho davanti.

Mi vengono in mente i momenti balordi e difficili in cui, con l’esperienza nulla dello scrittore principiante, con le diapositive stipate in una scatola da scarpe e con i “sacri itinerari” salvati uno ad uno con religiosa cura nei floppy-disk del vecchio computer “Atari”, vagavo tra gli editori della provincia di Cuneo.

La prima tappa dal banfone che mi fumava sempre in faccia dicendo di volerne stampare 6-7000 copie: mi fece andare avanti e indietro un sacco di volte, senza mai concludere un tubo di niente; seconda tappa da quello “triste dentro” che lo avrebbe pubblicato anche subito, ma rigorosamente in bianco e nero, per spendere meno; anzi, no, a detta sua “a tre colori”, perché i titoli li avrebbe stampati in rosso…

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A volte è più facile scrivere un libro che trovare uno che te lo pubblichi senza volerne approfittarne troppo.

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Alla fine capitai a Dronero, dall’editore L’Arciere, che si dimostrò più umano degli altri, anche se mi impose una conditio sine qua non di 300 copie prenotate (e ovviamente pre-pagate dal sottoscritto) prima di partire con la stampa. Così andai a destra e a manca a promuovere un libro che ancora non esisteva…

Quando finalmente uscì Voglia di Ripido I, per fortuna piacque subito tanto, per l’argomento e per le fotografie; un po’ meno per il prezzo, oggettivamente sproporzionato, che però non avevo deciso io. Quelle cose le stabiliscono gli editori…

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Ancora non sapevo che quello era il primo libro del genere in Italia. In pochi anni il volume andò in esaurimento.

In questi otto anni, intanto, sono successe diverse cose.

Per quanto riguarda me, è cambiata la prima cifra.

E quando dal 4 passi al 5, non sempre ti riesce ancora tutto così bene come quando le decine erano solo 2 o 3… Magari nella testa i pensieri continuano a frullare leggeri, ma poi, quando devi passare dalla teoria ai fatti, sempre più spesso vai a scontrarti con realtà fatte di ginocchia che bruciano, schiene irrigidite e insicurezze psicologiche ad esse collegate… Per fortuna lo scialpinismo non è fatto solo di Lurousa e Forcelle. Anche la Bisalta ha dei segreti da svelare… E come lei, un sacco di altri posti.

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In Voglia di Ripido I ero consapevole di aver gettato alcune pietre nello stagno. Pubblicando foto di pareti e montagne che nessuno aveva ancora percorso in sci, avevo per così dire “cissato la maraja (Slang piemontese che sta per “stimolato la gioventù”)” fornendo qualche idea in più per stimolare a nuove mete. Diversi giovani raccolsero la palla al balzo e portarono avanti le fila del discorso.

I risultati non tardarono ad arrivare: Mario Monaco, Andrea Schenone, Eraldo Viada, Federico Varengo, Gigio Gagliardi, Diego Fiorito, Giorgio Bavastrello, Roby Garnero ed altri signori del ripido si divertirono a distruggere pseudo-miti di pareti e canali che nel libro avevo indicato come “sfide per il futuro…” e inseguendo autonomamente i propri progetti personali continuarono a collezionare nuove e importanti discese, al punto che un aggiornamento sembrava quasi indispensabile.

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In realtà ho sempre pensato che un bravo scialpinista non dovrebbe basarsi unicamente su una lista preconfezionata di itinerari, per decidere dove andare. Le gite più belle sono quelle che ognuno si inventa seguendo i propri istinti, il proprio senso creativo e le proprie esperienze.

Non è assolutamente vero che “ormai si è fatto tutto”, che non c’è più spazio per discese nuove… Ogni inverno ha un po’ una sua storia particolare: a seconda di dove il vento ha tirato di più, certi angoli di montagna possono essersi riempiti di neve in posti dove non avremmo mai più immaginato che potesse accadere… ed ecco, come per incanto, un nuovo passaggio per i nostri sci… Bisognerebbe avere la fortuna di essere al posto giusto nel momento giusto… In realtà, spesso non lo veniamo neanche a sapere, perché non abbiamo il dono dell’ubiquità, perché quel giorno dobbiamo lavorare, o più semplicemente, perché quando c’è tanta neve, per ovvi motivi di sicurezza, è molto meglio non esserci.

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Forse questo aspetto è ciò che rende lo sci ripido un’attività unica.

Ma come in tutte le cose, può capitare di farsi prendere così tanto da tale disciplina da dimenticare tutto il resto, per pensare solo più a dove e come andare a ficcare i piedi appena possibile…  “Fanta-sci”…  Troppo tardi, sei stato preso dal vortice e difficilmente riuscirai a liberartene, fintanto che un giorno forse vedrai che hai speso un sacco di energie in azioni spesso ripetitive e di incerta utilità, importanti solo per te, e l’immagine che vuoi che gli altri abbiano di te, all’interno di un ristretto giro di persone…

Ma fuori di lì?

 

Voglia di ripido volume II – Scialpinismo e sci ripido in Val Stura, Grana, Maira di Igor Napoli
SKU: 978-88-99106-15-7
(avec des notes techniques en français) (tecnhiken auf deutsch bekannt)
78 itinerari di sci ripido e scialpinismo dal Malinvern alla Roccia Blancia
Itinerari e immagini selezionate, per la guida più completa sulla montagna invernale e lo scialpinismo ripido nelle Alpi sudoccidentali. Un libro per continuare a sognare e un punto di riferimento per gli appassionati.
ISBN: 978-88-99106-15-7
Prezzo di vendita: 26,55 €
Prezzo di listino: 29,50 €
Sconto: -2,95 €

Indice volume II

Indice volumi I, II e III (in ordine alfabetico)

Igor Napoli
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Aspetti diseducativi delle attività a motore in montagna

Aspetti diseducativi delle attività a motore in montagna

Il 28 novembre 2015, nel salone L. Torelli di Sondrio, si è tenuto il convegno Le alpi in inverno, conservazione della natura e attività turistiche: c’è spazio per tutti?, organizzato da Marzia Fioroni e Mario Vannuccini.
Abbiamo già pubblicato la relazione di Vincenzo Torti. Qui di seguito è la relazione di Alessandro Gogna.

 

Dico subito che il mio intervento non è ideato per trovare una soluzione mediatoria al problema dell’eliski, ma è pensato per convincere il più possibile di persone di alcune ragioni che portano all’assoluta contrarietà nei confronti dell’eliski, delle motoslitte e quindi nei confronti dell’uso dei motori in montagna, non solo invernale.

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Sono così contrario all’uso dei motori che addirittura, se un domani fosse approvato il divieto totale di queste pratiche, a me spiacerebbe.

Non ne sarei contento perché un divieto è un divieto. Sarebbe un raggiungere una mia meta senza in effetti raggiungerla. Perché la mia meta non è l’impedimento costrittivo delle attività a motore in montagna estiva o invernale: la mia meta è che nessuno le richieda più o, se volete, che nessuno ne abbia più bisogno e che tutti si dedichino alle altre pratiche di montagna.

Ecco, questo è il mio obiettivo. Se arrivasse una legge nazionale (o anche solo regionale) di questo tipo certo non la contesterei, ma non sarebbe il modo in cui avrei voluto raggiungere il risultato.

Perché un sentiero, un pendio innevato, un animale, un pino non sono prodotti. Vedere queste entità come prodotti è una visione aziendalistica della montagna. E non credo, dicendo questo, di rifiutare o di ostacolare l’economia di una valle o delle Alpi intere. So benissimo che la montagna è, e deve rimanere, fonte di reddito. Proprio perché è una fonte di reddito, deve restare tale anche per le prossime generazioni.

Quindi non stiamo parlando di prodotti, e non voglio usare questo linguaggio. In questo mio rifiuto, c’è un’altra parola che oggi si usa spesso: fruizione.

Prodotto richiama il supermercato, quindi l’acquisto. Fruizione richiama la completa passività di coloro che fanno un qualcosa: la passività rispetto ad altri. Passività nei confronti di coloro che hanno ideato quell’attività, o che l’hanno preparata per coloro che seguiranno passivi.

Fruizione: sostituirei con frequentazione o altri termini. In questo ci si può esercitare. Rimane che, quando sento fruizione a me vengono i brividi. Anche perché è proprio l’uso di prodotto e fruizione che ha portato all’uso di un’altra parola oggi diventata sospetta: sostenibile.

Sostenibilità sembra parola bella, utile, per un obiettivo concreto. Certo, il significato letterale è quello. In realtà però, essendo in Italia, sappiamo perfettamente che la parola sostenibile è un piede di porco per ottenere tutta una serie di concessioni e farle passare surrettiziamente anche in contesti in cui non ci azzeccano nulla.

Nel mio discorso vorrei dunque tralasciare questi termini, prodotti, fruizione e sostenibilità proprio perché essi educano alla passività dell’individuo.

Io credo che l’andare in montagna non possa e non debba essere un’attività passiva. Se lo diventa, anche la pericolosità aumenta. Bisogna essere attivi, non passivi. Prima, durante e dopo. Questo fa esperienza. E questo è vero per chiunque, a qualunque livello, professionista, accademico, dilettante, neofita e cercatore di funghi. Chiunque sia insomma appassionato di montagna.

Ma cosa significa essere “attivi”? Vuole dire saper reagire agli eventi, alle opportunità, alle scelte. Saper muoversi in un ambiente, dunque anche conoscere tutte le realtà che stiamo andando a toccare.

Eviterei dunque la passività. Non so quanto possa essere convincente quello che sto dicendo. So anche che posso risultare assai antipatico e supponente, presuntuoso.

Chi è costui che crede di poterci insegnare come si va in montagna, di far psicologia, filosofia, di discutere sui termini da tutti accettati?

Mi serve dunque ricordare ciò che ho detto all’inizio, cioè che non sono qui a mediare un bel nulla, solo a esprimere le mie opinioni, sapendo per fortuna di non essere certo l’unico a pensarla così.

Sì, è vero, non posso non aborrire la passività, che in montagna è solo deleteria. E’ deleteria per la nostra formazione d’esperienza e per il rischio aggiunto a livello personale o di gruppo.

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La motoslitta? Cosa ci può essere di più passivo?

L’eliski? Al di là del piacere epidermico della discesa, rimane il fatto che non fai la fatica di salire.

La ferrata? Un esempio a dir poco fantastico di quello che io intendo per passività. E’ vero che la ferrata richiede fatica, a volte un notevole impegno atletico: però sei passivo, perché non hai creato nulla, non hai avuto modo di esercitare alcuna fantasia al riguardo, non hai scelte di percorso. Sei un esecutore. Non devi muoverti neppure un centimetro al di fuori dell’itinerario, perché se lo fai sei davvero sciocco. Un metro a destra o a sinistra si trova ogni genere di grana. Sei passivo dall’inizio alla fine. In più c’è tutta una serie di procedure codificate, che sono effettivamente quelle da attuare, anche se non dovrebbero mai essere imposte per legge. Il kit è procedurato, come le manovre di assicurazione durante la progressione. Non ti è richiesto né concesso alcun tipo di deviazione creativa o comportamentale. Sei passivo.

Arne Næss
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Io mi sono formato sulle idee e sull’esempio di un grande filosofo e alpinista, il norvegese Arne Næss, diventato poi un simpatico vecchietto che è morto nel 2009. Næss nel 1950 era capo di quella spedizione che per prima salì il Tirich Mir, una montagna di quasi ottomila metri, la più alta dell’Hindu Kush. Se pensate che solo poco più di un mese prima era stato salito dai francesi l’Annapurna, il primo Ottomila a essere conquistato, per nulla più difficile del Tirich Mir, avete idea dell’impresa di questo filosofo-alpinista, che, tra parentesi, arrivò anche lui in vetta.

Næss è stato dunque alpinista di primo livello, ma è noto a livello mondiale per aver formulato le teorie dell’ecologia del profondo, la deep ecology.

Non è questa la sede per dilungarci sull’ecologia del profondo e sulla sua portata ideologica. Vi farò solo un esempio, tra l’altro suo, per capire la differenza tra ecologia ed ecologia del profondo.

Arne Næss diceva che, in presenza di un laghetto naturale e balneabile, l’ecologo direbbe: “Dobbiamo difendere la qualità naturale di questo laghetto, in modo che anche i nostri figli possano usufruirne (ecco ancora la parola fruizione, nota mia), nuotare, vedere la bellezza, ecc.”; mentre l’ecologo del profondo direbbe: “Dobbiamo difendere la qualità di questo laghetto, in modo che tutte le creature che l’hanno come habitat (pesci, alghe, piante, ecc.) possano vivere”. Non per mantenere artificialmente delle vite, bensì perché queste creature, anche più semplici di quelle umane, hanno lo stesso nostro diritto di vivere. Lo “stesso nostro diritto” non è da intendersi quantitativamente, ma qualitativamente. Cioè la ricerca della qualità di vita per gli animali e per le piante è importante tanto quanto lo è per noi.

Questa è la deep ecology spiegata con una piccola pillola. Consiglio chi è interessato di leggere qualcuna delle importanti opere di Næss.

Eliski in Nuova Zelanda
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E’ questo il nocciolo della questione. Non giustificherei oltre il mio no ai motori con argomenti ambientali. Altri prima di me, e con molta più autorevolezza, hanno esaurientemente parlato dei problemi della fauna nei confronti dei motori.
Ho solo voluto dire che per me l’ambiente è qualcosa di più di ciò che può fornirmi divertimento e serenità.

C’è chi vorrebbe impedire l’eliski appoggiandosi sull’ipotesi che questa pratica potrebbe essere (o è) pericolosa.

Mi è capitato di non firmare una petizione alla Regione Piemonte proprio perché questa si appoggiava sulla presunta pericolosità dell’eliski. Non vorrei mai che venisse approvata una legge di divieto d’eliski facendo riferimento al fatto che questa è un’attività “pericolosa”. Potrebbe essere un precedente giuridico di levatura tale da un domani rendere richiedibile e possibile il divieto tout court di fuoripista e anche di scialpinismo. Anche l’alpinismo potrebbe essere coinvolto in questa furia integralista.

Guai dunque a evocare la pericolosità dell’eliski, vera o presunta: è controproducente.

Non è il pericolo a fare la differenza. Questa la fa l’individuo che, dopo un po’ di anni di esperienza, riesce a crearsi una sua responsabilità, riesce a rispondere solo a se stesso. Ecco l’attività che dicevo prima (contrapposta alla passività). Ecco l’accettazione di limiti che scegliamo noi, non quelli che c’impongono gli altri. La responsabilità del singolo, o auto-responsabilità.

Il raggiungimento di questa condizione responsabile è l’unico mezzo per accedere alla magica parola libertà. La libertà ha bisogno che ci sia stata una scelta. Tu non sei libero quando fai ciò che vuoi, ma quando fai ciò che hai scelto, nell’ambito di alcuni paletti che tu stesso hai stabilito.

La libera scelta che abbiamo fatto costituisce l’essenza della nostra libertà, non come un capriccio di bambino.

Le attività a motore in questione hanno la caratteristica di diseducare alla vita. Siamo in un tempo in cui la figura paterna è assolutamente in crisi, da almeno un secolo. Questa crisi ha portato a molte tragedie e guerre, e non è certo finita. La crisi della figura paterna comporta nella famiglia di oggi l’assenza di un’autorità che sia in grado di indirizzare un giovane adolescente, maschio o femmina che sia, alla vita adulta, alla vita di chi si è staccato dal cordone ombelicale della madre, che per DNA resiste a questo distacco. Il padre dovrebbe staccare: con amore, ma con risoluzione. Dovrebbe indirizzare il ragazzo o la ragazza verso la vita adulta e dire francamente, come ho sentito per puro caso dire in un film recentemente, che la parola “facile” nel mondo degli adulti non esiste. E’ una parola solo per i bambini, che bisogna incoraggiare a imparare.

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Vuole dire che questa società odierna non è tanto adulta. Secondo la pubblicità, è tutto a portata di clic. Pare che con un clic ottieni ogni cosa, invece non ottieni nulla. Ci sono giovani che stanno lì ad aspettare di lavorare, senza idee, senza desideri. Perché dovrebbero avere desideri se sono nella realtà dei fatti è come fossero ancora nel caldo utero materno che soddisfa ogni desiderio?

Se qualcosa si presenta davvero facile, è bene approfittarne. Ci mancherebbe. Non sempre occorre lottare, talvolta ci è data la possibilità di sorridere, di rilassarci. Però mai dimenticare che non esiste vera gioia, o vera soddisfazione e felicità, se ciò che hai ricercato e desiderato non ha avuto una lunga storia di corteggiamenti, in genere faticosi, a volte sacrificanti.

E’ questo che fa la differenza. Ed ecco perché l’eliski è fuori dal mondo psicologico: perché non c’è corteggiamento, non c’è fatica.

C’è chi dice che il problema della montagna invernale è nel numero delle persone che la frequentano. Ammettiamolo e non concediamolo. La montagna è libera per tutti. Non possiamo pensare al numero chiuso. Sono profondamente contrario a ogni tipo di limitazione.

Allora cosa può fare la differenza? Il danaro? Vogliamo che la cresta dell’Hoernli al Cervino invece che mille euro costi cinque, o diecimila euro? Di certo la frequentazione ne sarebbe falcidiata. Sarebbe però solo riservata ai ricchi e preclusa ai poveri. Non mi sembrerebbe un rimedio corretto.

A me sembra che l’unico sistema sensato al fine di limitare l’iper-frequenza sia quello della fatica. Non imponendola, ma neppure togliendola!

Quella che c’è da fare, si fa.

I motori stanno invadendo la nostra vita. Ricordo che in montagna, oltre all’eliski, abbiamo l’elicaccia, l’eliminerali, l’elibike e tutto l’eliturismo. Dobbiamo in qualche modo difenderci da questa invadenza.

Qui di seguito vi riporto un esempio di come si può rispondere a quest’invadenza.
Il 12 novembre 2015, la guida alpina Miche Comi ha pubblicato su facebook un breve scambio epistolare sulla possibilità di realizzare un evento aziendale per VIP.

Michele Comi
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Ciao Michele, allora come anticipato per telefono il cliente vorrebbe un evento super esclusivo che gli dia la possibilità di instaurare un legame forte con possibili clienti. Dovrebbero essere circa 20-25 persone.
Arrivano sabato, si cena e poi la mattina di domenica attività outdoor con pranzo e poi rientro la sera a Milano. Periodo: un week end di marzo.

Ciao Stefania, questo è lo scenario della nostra esperienza sulla neve: il lago Palù. Il lago è a 2000 m, si ghiaccia completamente l’inverno e si raggiunge in mezz’ora di cammino lungo una traccia battuta, oppure lungo la foresta d’abeti disegnando un percorso ad hoc nella neve alta con le racchette da neve.
Sulle sponde si trova il Rifugio Palù, ottimo punto di arrivo e di ristoro dopo l’attività sulla neve (vedi foto allegata). Il rientro avverrà sempre a piedi.
L’attività sulla neve prevede:
– il raggiungimento del rifugio, dosando difficoltà e impegno in funzione dello stato di forma dei partecipanti;
– l’attivazione di un percorso di conoscenza di un ambiente alpino particolare, della neve e delle sue infinite trasformazioni;
– l’acquisizione di alcuni elementi basilari per orientarsi e muoversi nell’ambiente invernale innevato su queste alte montagne tra Valtellina ed Engadina.

Ciao Michele, il cliente si è fatto vivo ieri. Ha ribadito che vogliono qualcosa di estremamente vip ed esclusivo.
Loro avevano parlato di eliski ma è una cosa non fattibile perché richiede diciamo doti atletiche non indifferenti. L’escursione sulla neve è stata bocciata.
Non vogliono fare cose troppo faticose tipo sci o robe simili.
Che altro si può fare sulla neve di domenica mattina di esclusivo e lontano da zone con troppi turisti? Hai qualche idea? Non so, tipo gite in motoslitta, gite in elicottero?

Il Lago e il rifugio Palù
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Scusa Stefania, se il cliente crede che l’esclusività in montagna significhi proiettarsi in luoghi incantati in elicottero o in motoslitta ha le idee confuse.
Evidentemente vuol replicare la schiavitù in cui vive quotidianamente che ha la presunzione di essere libertà.
Vip ed esclusivo non significa facile finzione, ma compiere un’esperienza di conoscenza dell’identità di un luogo selvaggio (senza la necessità d’essere attività estrema). Certo in montagna d’inverno si sentirà il gelo sulle guance o il sudore gelarsi lungo la schiena, ma il fuoco del camino al rifugio farà presto dimenticare questi piccoli disagi conservando il miglior ricordo della giornata sulla neve.
Riguardo ai motori, terrestri e volanti, non posso quindi esserti d’aiuto. Anche senza ricorrere alle racchette è possibile raggiungere comodamente il lago Palù e assieme costruire al centro del lago un igloo, ognuno con il suo compito.
Hanno mai realizzato un igloo con le loro mani? E all’interno, in attesa del pranzo al vicino rifugio, stappato uno Vino Spumante V.S.Q. dalla Valtellina, messo al fresco direttamente nella parete del ricovero bianco? E gustato filetti di trota affumicata, più gustosa del miglior salmone selvaggio, pescata nelle acque che riposano sotto la superficie ghiacciata?
Scusa la franchezza. Un caro saluto. Michele
”.

Ecco, questo secondo me vuole dire esercitare la propria professione di guida alpina con piena dignità. Poter rispondere a fronte alta cose di questo tipo a richieste sciocche e invasive come quelle rivolte a Comi.

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Il codice penale e le valanghe

Il codice penale e le valanghe
di Alessandro Simoni e Filippo Romoli

Premessa
Le recenti riflessioni su La colpa, il diritto e l’alpe (parte 1 e parte 2) di Massimo Ginesi mettono in evidenza le difficoltà di comunicazione tra la cultura delle istituzioni giudiziarie e quella della comunità dei praticanti gli sport di montagna, oltre che gli infiniti problemi interpretativi che si pongono quando un incidente alpinistico viene incasellato nelle categorie del diritto. Ma sarebbe possibile disegnare un nuovo quadro legislativo che contemperi gli interessi in gioco meglio di come finisce per fare l’attuale giurisprudenza? A prescindere dall’(improbabile) esistenza di attori politici disposti a mettersi in gioco in una materia così intricata e schiava delle semplificazioni mediatiche, porsi questa domanda può essere un buon punto di partenza per un esercizio di pensiero razionale, e per non considerare il diritto come qualcosa di “scritto nelle stelle”. Certamente, non si può pretendere che i principi generali dei codici civile e penale vengano mandati all’aria per accomodare le peculiari esigenze degli alpinisti, e un progetto di legge ad hoc richiederebbe un grande sforzo di lavoro comune tra giuristi e tecnici delle attività di montagna. Ma una maggiore consapevolezza dei limiti dei testi legislativi, oltre che dei giudici, non fa comunque male. In questo intervento, dedicato a un pezzo di legislazione che di una cosa specificamente “alpinistica” – la valanga – fa menzione, si può vedere come alcuni problemi derivino da norme nate con certe caratteristiche per vicende quasi casuali, e comunque interne a una riflessione completamente distaccata – non fosse altro per l’epoca in cui ebbe luogo – dalla realtà sulla quale i tribunali si trovano oggi a dover giudicare.

Estratto dal documento originale, cui si rimanda il lettore più interessato.
Nessuno è così ingenuo da pensare che l’alpinismo si possa oggi svolgere in uno spazio di libertà paragonabile a quello dell’Ottocento o della prima metà del Novecento. Il nuovo contesto tecnologico, il numero di praticanti, il valore generalmente attribuito alla vita umana e la differente percezione del rischio creano una misura di controllo sociale e una normativizzazione prima impensabili, e che non è probabile tendano ad arretrare. Vi sono certamente tra paese e paese, anche solo rimanendo nell’arco alpino, differenze culturali (e giuridiche) non marginali, ma la tendenza di lungo periodo è chiara. Salva la possibilità (praticata da chi scrive nella misura del possibile…) di frequentare la montagna in contesti geografici in cui alle istituzioni ancora importi poco di cosa facciano gli alpinisti, è forse più saggio limitarsi a pretendere che la normativizzazione e la regolamentazione diretta e indiretta non si sviluppino in forme palesemente assurde.

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È su questo sfondo che ci permetteremo di portare l’attenzione su un ambito in cui il dato legislativo italiano appare oggi completamente disallineato rispetto alla realtà, imponendo una sorta di spada di Damocle sulla pratica di alcune forme di alpinismo, con aspetti di irragionevolezza che forse non sono facilmente percepibili dal giurista non alpinista seduto al proprio tavolo da lavoro, ma che gli apparirebbero subito evidenti se, folgorato dal fascino della montagna invernale, cominciasse a frequentarla lontano dalla stazione sciistica in cui la settimana bianca lo chiama con la famiglia ogni anno.

I dati normativi da cui partiamo per questa breve riflessione sono contenuti nel codice penale del 1930 attualmente vigente, il c.d. «codice Rocco».

L’articolo 426, inserito nel Titolo VI, dedicato ai «Delitti contro l’incolumità pubblica», nel capo primo sui «Delitti di comune pericolo mediante violenza», recita: «Chiunque cagiona un’inondazione o una frana, ovvero la caduta di una valanga, è punito con la reclusione da cinque a dodici anni»

L’art. 426 interessa come base di un’ulteriore figura di reato, che chiameremo per brevità «valanga colposa». Questo è previsto dall’art. 449, nel capo sui «Delitti colposi di comune pericolo», dove si stabilisce al primo comma che «Chiunque cagiona per colpa un incendio, o un altro disastro preveduto dal capo primo di questo titolo [ossia l’inondazione, la frana e la valanga], è punito con la reclusione da uno a cinque anni». Da notare come tutto ciò sia a prescindere dal verificarsi di un anche minimo danno a persone o cose.

Prima di spiegare perché tale costruzione appare oggi irragionevole, è utile rilevare come la formulazione recepita dal legislatore del 1930 differisca significativamente da quella contenuta nel progetto preliminare del 1927.

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Rimangono poi significative differenze tra le tipologie di «disastri». Mentre tipicamente l’inondazione o la frana comportano una qualche modifica dell’ambiente naturale (a prescindere da danni a persone o oggetti) in cui si verificano e una tendenziale occasionalità, ciò non è assolutamente detto per le valanghe, la cui «caduta», dopo precipitazioni nevose di rilievo, è in moltissimi luoghi con determinate caratteristiche un fenomeno ricorrente (e annotato nella cartografia specializzata), anche se l’esatto momento del suo verificarsi non è precisamente prevedibile.

Chi sceglie di muoversi in questo terreno aggiunge a tutte le incognite della montagna estiva quella delle valanghe, che non sono qui più ammantate dall’aura dell’occasionale disastro che tutto travolge come l’inondazione, ma diventano uno dei rischi legati all’ambiente.

È certamente vero che le attuali conoscenze nivometeorologiche consentono di valutare la pericolosità del manto nevoso con un’accuratezza neanche immaginabile negli anni ’20 e ’30, grazie ai numerosi strumenti a disposizione dell’alpinista minimamente informatizzato (studi scientifici dedicati, previsioni su siti specializzati, bollettini valanghe continuamente aggiornati, etc.), ma è altrettanto vero che un rischio residuo permane e non sembra destinato a essere eliminato, anche se ulteriormente ridotto, in futuro.

Occorre quindi partire dalla socratica consapevolezza dell’ignoranza che permane davanti alla complessità di un fenomeno spesso difficile da prevedere anche per i professionisti più qualificati. L’unico modo per evitare completamente gli incidenti da valanga rimane tuttora quello di rinunciare del tutto alla pratica dello scialpinismo, o delle altre forme di alpinismo invernale.

Quello che sembra essere tuttora distante dalla cultura dei penalisti mainstream è la comprensione della concreta dinamica degli incidenti da valanga che coinvolgono chi oggi frequenta la montagna invernale non antropizzata, in cui i fattori oggettivi di rischio generati dalla neve e dalle sue trasformazioni si intersecano con le scelte di chi decide di partire per un’escursione scialpinistica o un’altra esperienza di montagna invernale. Scelte su cui intervengono così tante variabili da creare un’enorme zona grigia in cui le valutazioni ex post di prevedibilità ed evitabilità dell’evento hanno una base oggettiva estremamente debole, che si confonde con un elemento puramente culturale o «antropologico», ossia l’individuale percezione di quanto rischio sia accettabile per un alpinista.

Tutto questo, va ricordato, in un contesto sociale in cui l’applicazione di norme di ogni tipo agli incidenti sopravvenuti nell’ambito di attività alpinistiche si svolge in un impressionante frastuono mediatico, con la costante ricerca di «responsabili» e il rifiuto di far rientrare nell’ambito del socialmente accettabile attività implicitamente rischiose.

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Se sommiamo il contesto sociale e culturale molto differente da quello degli anni ’30 ai succitati elementi naturalistici che distinguono la «caduta di una valanga» dalle inondazioni e dalle frane, la combinazione dell’art. 426 e dell’art. 449, introdotta sulla base di un ragionamento corretto in punto di sistematica normativa, appare oggi avulsa dalla realtà.

Come spunto di riflessione, si può ricordare come una norma simile sia assente in tutti i paesi dell’arco alpino, che pure storicamente si sono sempre confrontati dapprima con le valanghe e successivamente con la diffusione dell’alpinismo.

Se per via interpretativa è, forse, possibile compensare possibili aberrazioni applicative di una norma dal testo pericolosamente generico, si tratta comunque di sforzi che non garantiscono contro derive poliziesche. Come sovente ricordato da guide alpine e altri operatori, nei momenti di maggiore pressione mediatica a seguito di incidenti da valanga, non sono rari i casi di operatori di polizia alla ricerca di «notizie di reato» su «valanghe colpose» che fortunatamente non hanno cagionato danni. Un rischio di legal overkill che ha tra l’altro un effetto pratico assai dannoso in termini di prevenzione, in quanto il rischio teorico di sanzione, o anche solo di sequele giudiziarie, fa sì che i praticanti evitino di riferire gli incidenti da valanga quando non sia stato necessario l’intervento di squadre di soccorso.

Forse la «libertà di sbagliare e di essere padroni del proprio destino» muovendosi nelle montagne, di cui il Primo Levi alpinista era nostalgico, è una declinazione dell’idea di libertà meno evidente, e certamente estranea alla cultura maggioritaria. Forse la «giuridificazione» dell’alpinismo è un processo inarrestabile. Ma i due articoli del codice penale in cui ottantacinque anni fa si volle «tirar dentro» la valanga, sembrano solo aggiungere alle minacce della neve le minacce di un (incerto) diritto.

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La colpa, il diritto e l’Alpe… – parte 2

Massimo Ginesi ha 51 anni, va in montagna da 40, è stato istruttore di alpinismo del CAI per una quindicina d’anni e tecnico di soccorso e poi elisoccorso per quasi trentuno. Oggi dice d’essere solo uno che va in montagna. Nella vita, dal 1992 fa l’avvocato (si occupa essenzialmente di diritto immobiliare), collabora con il il Sole24ore e con diverse case editrici che si occupano di diritto e formazione e da quindici anni è Magistrato Onorario di Tribunale. Per undici anni ha fatto il vice procuratore della repubblica a Massa e da quattro anni ricopre il ruolo di giudice civile. Abita a La Spezia ed è particolarmente legato alle Alpi Apuane, anche se ha “giracchiato” un po’ per tutti i rilievi del paese.

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La colpa, il diritto e l’Alpe… – parte 2
di Massimo Ginesi
(qualche riflessione di “filosofia alpina del diritto”)

per leggere la parte 1, vedi qui.

Abbiamo esaminato nella prima parte i principi generali della responsabilità, resta ora da vedere, sempre con un approccio per quanto possibile pratico, come quei principi trovino applicazione nel quotidiano girovagare per rocce e ghiaccio.

Conviene a tal proposito richiamare le ipotesi generali della colpa generica: ovvero una condotta imprudente (faccio ciò che non dovrei), imperita (faccio male ciò che dovrei saper far bene) o negligente (non faccio ciò che dovrei) oppure non si è attenuta a prescrizioni previste in leggi, regolamenti ordini o discipline.

E’ necessario anche far riferimento ad altri due concetti di rilievo: la posizione di garanzia e l’esigibilità.

Sono concetti più da corridoi forensi e toghe che da valli, colli alpini e ramponi, per cui fra breve proveremo a comprendere come debbano intendersi e che conseguenze comportino quando si cerca di individuare responsabilità nella pratica degli sport montani.

Vale però la pena osservare, per chi invece intende avere un approccio più tecnico-giuridico, che di recente sono uscite diverse pubblicazioni che affrontano con molta accuratezza il tema della responsabilità penale e civile nelle attività connesse all’ambiente montano (per esempio, AA.VV. La responsabilità civile e penale negli sport del turismo – Vol. I – collana la Montagna – Giappichelli, Torino, 2013).

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Abbiamo già sottolineato la peculiarità dell’ambiente in cui si svolge l’attività alpinistica, uno di quei settori (fortunatamente) sino ad oggi sfuggito – se non per episodici, esecrabili e circoscritti fenomeni – ad una normativizzazione e codificazione delle condotte (di alcuni se ne è discusso anche qui sopra, http://www.alessandrogogna.com/2015/11/21/patentino-e-guida-alpina-obbligatori-in-abruzzo/).

Se ciò esclude per buona parte la riconducibilità a colpa specifica (ossia la violazione di norme di legge, regolamenti o usi), nella ordinaria attività non professionistica, lascia anche grandissimi interrogativi su quali confini dare a termini di negligenza, imperizia e imprudenza nella pratica di sport che si svolgono in ambienti e condizioni così peculiari.

A tali concetti si collegano, strettamente, i due presupposti che abbiamo evidenziato poco sopra ovvero l’esigibilità (cosa potevo pretendere da un determinato soggetto in una determinata situazione per non considerarlo colpevole e in base a quali parametri) e la posizione di garanzia – strettamente collegata al reato omissivo improprio previsto dall’art. 40 u.c. cod.pen. : “non impedire un evento che si ha l’obbligo giuridico di impedire equivale a cagionarlo” – che è riconosciuta a determinati soggetti (Stefania Rossi, Le posizioni di garanzia nell’esercizio degli sport di montagna, Diritto Penale Contemporaneo, 2013).

Chi arrivato sin qui stia per gettare la spugna per troppa giuridicità, consideri queste brevi premesse tecniche come un noioso zoccolo erboso per arrivare all’attacco. Lo zoccolo prevede ancora qualche fastidiosa e insidiosa roccetta giuridica e poi lo facciamo terminare: la Cassazione, anche di recente, ha affermato che la responsabilità ex art. 40 c.p. “presuppone la titolarità di una posizione di garanzia nei confronti del bene giuridico tutelato dalla norma incriminatrice violata, dalla quale deriva l’obbligo di attivarsi per la salvaguardia di quel bene; obbligo che si attualizza in ragione del perfezionarsi della c.d. situazione tipica. In presenza di tali condizioni la semplice inerzia assume significato di violazione dell’obbligo giuridico (di attivarsi per impedire l’evento) e l’esistenza di una relazione causale tra omissione ed evento apre il campo all’iscrizione penale, secondo la previsione dell’articolo 40 cpv. c.p. Cassazione penale, sez. IV, sentenza 05/09/2013 n° 36399.

Tradotto dal linguaggio aulico e oscuro dei giudici, che significa tutto ciò per chi arrampica (a Finale Ligure come sulla Est delle Grandes Jorasses)?

Significa che in caso di incidente potremmo finire davanti a un giudice che dovrà valutare:

la mia condotta positiva, ovvero ho fatto qualcosa che ha direttamente influito sulla causazione dell’evento: ho fatto cadere sassi, ho dato corda in maniera inadeguata tirando giù il mio socio, ho tagliato il pendio e fatto cadere una valanga, ho piantato male un chiodo che si è tolto, ecc., ho messo una fila di viti in una cascata che si sbottonata integralmente al momento del volo (caso realmente accaduto);

la mia condotta omissiva, ovvero ho omesso qualcosa che invece avrei dovuto fare: non ho passato alcun chiodo sul tiro, quando il mio compagno è volato non ho messo mano al discensore con cui lo stavo assicurando ma sono rimasto inerte a guardarlo, non ho portato una pila che mi consentisse di rientrare al buio e nel vagare per tutta la cresta Kuffner al Mont Maudit nel tentativo di ritornare al Col de la Fourche il mio socio è assiderato, ecc.

La valutazione di quel Giudice dovrà poi tener conto delle caratteristiche professionali, dei titoli e della esperienza dei soggetti, delle natura della gita, del rapporto che si instaura fra i due, delle concrete condizioni in cui la vicenda si è verificata: in taluni casi la posizione di garanzia è in re ipsa ed è stringente poiché si fonda sull’affidamento di un soggetto ad altra figura preposta a svolgere un determinato compito (guida/cliente, Istruttore allievo, Maestro di Sci/allievo); in tali ipotesi oltre al fatto di reato e alla responsabilità extracontrattuale per fatto illecito può sommarsi anche la responsabilità contrattuale che nasce dal rapporto fra i due; in altre ipotesi la posizione di garanzia è più labile e tutta da verificare oppure non esiste affatto e – per tali ragioni – la situazione processuale può essere ancora più insidiosa (cordata liberamente formata ma con un compagno più esperto, due istruttori che vanno ad arrampicare insieme per diletto, gruppo di scialpinisti con un paio di componenti esperti che scelgono il percorso, ecc.).

E come fa un signore che veste tutto il giorno la toga, che passa due terzi della sua vita su uno scranno con scritto sopra alla testa “la legge è uguale per tutti” e che pensa che Peuterey sia una marca di abbigliamento e Rochers Gruber una marca di cioccolatini tedeschi a decidere se sono o meno colpevole – alla luce di quanto abbiamo appena detto – in caso di incidente in montagna?

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Poiché è assai improbabile che ne abbia scienza propria (esistono pure giudici che sono valenti alpinisti), di solito chiede lumi. A chi? A un perito nel processo penale e a un Consulente Tecnico d’ufficio in sede civile, ovvero a qualche figura qualificata che gli esponga cosa si sarebbe dovuto fare e perché nel caso che è finito al suo esame. In tale ipotesi le parti possono nominare propri consulenti di parte che affiancano il consulente nominato dal giudice e lì, di solito, inizia il parapiglia, poiché mezzi che erano nati come forma di garanzia e di contraddittorio fra le parti – per le storture, la lentezza e la farraginosità sempre più marcata di questo paese – sono diventati leve di forza non sempre equilibrata all’interno del processo.

Non servirà dire che, solitamente, queste figure sono guide alpine, militari istruttori o tecnici del soccorso, ossia figure che hanno (ho dovrebbero avere) una lata competenza specifica e professionale della materia. E non servirà dire che, spesso, per le storture evidenziate, a seconda della parte assistita, i tecnici coinvolti suggeriranno soluzioni diametralmente opposte fra loro.

E’ evidente, da quanto sin qui detto, che è salubre – per quanto possibile – evitare di frequentare qualunque struttura burocratica di questo paese come gli ospedali e i tribunali (cosa che vi dirà qualunque medico o avvocato di buon senso), ma a volte non vi è proprio scelta e allora è utile comprenderne, almeno in maniera sommaria, i meccanismi.

Come si arriva dunque fin sotto la famosa (e ottimistica) scritta sulla legge e l’uguaglianza al fine di essere valutati per la propria condotta od omissione?

Dipende dai casi. Proviamo a esaminarli singolarmente.

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La cordata o la sciata libera

E’ l’incidente che accade alla cordata o al gruppetto di sciatori (alpinisti o freerider) composto da appassionati, quando ci scappa il morto o il ferito grave, appartenente o meno al gruppo suddetto.

Si tratta di due ipotesi procedibili d’ufficio (ovvero l’autorità intervenuta farà un rapporto alla Procura della Repubblica, che dovrà valutare la sussistenza di reati in capo ai sopravvissuti) e in tali casi, a meno di evidenti e manifeste negligenze, il fatto viene ascritto dalla autorità a disgrazia. Il procuratore potrà eventualmente, ove gli agenti di polizia giudiziaria intervenuta abbiano ravvisato elementi che potrebbero dar luogo a colpevolezza (corde consumate, manovre azzardate, condotte omissive evidenti) incaricare un tecnico che valuti la condotta dei soggetti coinvolti per comprendere se sussistano quei requisiti di prudenza, perizia e diligenza che escludano la sussistenza della colpa.

Tali indagini diventano spesso più combattute quando a dare impulso al procedimento vengono coinvolte le persone offese dal reato, ovvero il danneggiato o gli eredi del soggetto che ha avuto la peggio, che hanno facoltà di intervenire nel procedimento adducendo ulteriori elementi di prova e di sollecitazione delle indagini, magari suffragati da un tecnico di parte.

Il dolore e il denaro sono, purtroppo, due fra i peggiori consiglieri dell’animo umano e spesso spingono a cercare nella giustizia umana una ragione e una consolazione per eventi difficili da accettare.

Va opportunamente sottolineato che, nel caso di soggetti che stanno liberamente svolgendo attività ludico ricreativa (alpinismo, arrampicata, sci, ecc.), il giudice dovrà attenersi ad una valutazione della condotta di costoro rapportandola a quella che si dovrebbe pretendere da un alpinista di media capacità, per arrivare a capire se qualcuno dei soggetti coinvolti è sceso sotto quella soglia e ha integrato gli estremi della imprudenza, imperizia o negligenza.

Chiederà quindi a un esperto che cosa è successo e cosa invece si sarebbe dovuto fare affinché l’evento non si verificasse. Non servirà spendere molte parole per comprendere che questo giudizio a posteriori, ma fatto con prognosi ex ante (così dicono i giuristi, ovvero il tecnico deve immaginarsi nella situazione concreta e- seppur a posteriori – deve esprimere una valutazione su cosa avrebbe dovuto prevedere e fare colui che si trovava di fronte a un determinato contesto), è spesso impossibile da rendere in vicende di montagna.

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Le variabili in gioco (climatiche, emotive, tecniche) sono tali e tante che è assai improbabile che da quel giudizio esca una giustizia: un conto è stabilire mediante una consulenza quali sono le tegole più adatte a non far entrare acqua in un tetto o che misura dovevano avere i piloni per non far crollare il viadotto e un conto è stabilire cosa si doveva fare un certo venerdì alle ore 17.30 dopo dodici ore di arrampicata in mezzo alla bufera sulla Colton-McIntyre alle Grandes Jorasses.

Il caso della guida francese morta qualche anno fa insieme alla cliente poco sotto la vetta delle Grandes Jorasses lungo la normale dopo aver salito il Linceul è emblematico: la morte di entrambi ha evitato l’apertura del procedimento ma – posto che era plausibilmente ravvisabile una colpa della guida nell’aver scelto una finestra di sereno troppo breve sapendo di aver maltempo in arrivo già dalla sera – chi avrebbe poi potuto sindacare e decidere le scelte successive che hanno indotto i due a fermarsi al riparo di un sasso dove sono morti assiderati?

L’uomo (o l’alpinista) della strada risponderebbe al giudice e al CTU “vai, prova e poi dicci cosa avresti fatto tu”. E probabilmente non avrebbe, sotto il profilo pratico, etico e morale, neanche tutti torti.

Resta il fatto che il processo è una approssimazione che deve pervenire alla applicazione di un precetto sanzionatorio o alla emissione di una sentenza di condanna sulla base di una ricostruzione storico-fattuale in base a elementi acquisiti a posteriori e che, pertanto, deve basarsi su una serie di meccanismi istruttori che, per loro natura, non danno risultati esatti (tant’è che si sono spese infinite parole sulla verità processuale e la verità storica), che in molti casi sono ben lungi dal coincidere . I risultati sono ancor più imprevedibili e aleatori se si parla di accadimenti alpini, perché per quanto il perito nominato dal giudice sia saggio e conscio delle dinamiche delle diverse discipline, non potrà che trasferire una componente di ipoteticità e soggettività nella propria relazione per fattori che appaiono intuitivi a chiunque abbia frequentato la montagna in maniera meno che occasionale e che attengono alla scarsa riproducibilità di luoghi ambienti e situazioni in concreto accadute e ancor più variamente percepite.

Uno dei primi casi che arrivarono in Tribunale nei primissimi anni ‘80, per un incidente di questo tipo, accadde sul Pilone Centrale del Frêney dove due forti e giovani alpinisti si trovarono coinvolti in un incidente, in tempi ante telefonini; quello rimasto illeso lasciò il compagno a una sosta e scese a cercare soccorso che, purtroppo, arrivò tardi. I genitori dell’alpinista ferito e poi deceduto chiesero al giudice di valutare se la condotta del sopravvissuto era esente da responsabilità penale; il provvedimento dell’autorità giudiziaria fu nel senso di escludere ogni tipo di illeceità, alla luce del contesto, della assenza di nesso causale (se l’agente avesse posto in essere la condotta richiesta, l’evento sarebbe stato evitato?) e della situazione peculiare di grande complessità ambientale e tecnica. Ovvero il soggetto ferito sarebbe comunque probabilmente deceduto anche se il compagno fosse restato con lui e l’attesa dei soccorsi avrebbe pregiudicato anche le sue possibilità di salvezza né era esigibile, in quel contesto, una condotta diversa.

Sotto il profilo delle responsabilità, il caso del gruppo di liberi battitori – siano essi alpinisti, sciatori o climber – rappresenta l’ipotesi giuridicamente meno complessa, seppur suscettibile di infinite sfumature valutazione: il concetto di esigibilità dovrà essere valutato alla luce della esperienza dei soggetti coinvolti, della situazione concreta, del concorrere di situazioni di emergenza, della presenza di un leader di fatto della cordata (possiamo anche essere una cordata di libera formazione ma se – per mera ipotesi – il mio socio è Chris Sharma piuttosto che Ueli Steck – la valutazione del Giudice non potrà non tener conto di tutto ciò e di quello che era esigibile e medio per me e per loro). Il ragionamento vale, mutatis mutandis, anche per le altre discipline alpine.

Pensiamo alla grande tragedia del Frêney del 1961 che, per l’eccezionalità degli eventi (e, forse, anche per quell’aura di etica alpina cui si faceva riferimento nella prima parte) non condusse ad alcun procedimento, ma che può essere esemplificativa della fluidità delle valutazioni in questo campo: Walter Bonatti era all’epoca guida e valentissimo alpinista, Roberto Gallieni era abitualmente cliente di Bonatti seppur con un curriculum di grande valore e Andrea Oggioni era un fortissimo non professionista. Se un giudice volesse perdersi a comprendere chi doveva garantire chi e quali erano le condotte esigibili avrebbe da riflettere per tre vite…

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La posizione tipica dell’affidamento – Guida, Maestro, Istruttore
La materia è sterminata e la trattazione sarà necessariamente sintetica e assai schematica. I puristi del diritto sono pregati di non scandalizzarsi.

I meccanismi di valutazione generali del nesso di causalità e di valutazione delle condotte – nel loro apporto alla verificazione del fatto – sono identici al caso che precede.

Cambiano tuttavia – totalmente – i parametri di valutazione del Giudice relativamente alla caratteristiche della esigibilità che devo ritenere esigibile dal professionista o dal titolato.

In tali casi “le fattispecie penali più frequentemente ascritte alla guida alpina, allistruttore-accompagnatore CAI. e al capo gita (vale a dire omicidio colposo e lesioni colpose) si strutturano secondo il modello del reato omissivo improprio: laddebito di responsabilità si sostanzia, infatti, nel non aver impedito un evento che si aveva lobbligo giuridico di scongiurare. Ciò deriva dal fatto che nell’accompagnamento in montagna si rinviene un peculiare rapporto di “affidamento” tra accompagnato ed accompagnatore, che ingenera in quest’ultimo una posizione di garanzia rilevante ai sensi e per gli effetti dell’art. 40 c. 2 c.p. In realtà, sul punto, occorre distinguere tra accompagnamento professionale, esercitato notoriamente dalla guida alpina, e accompagnamento non professionale (associazionistico o volontario) che si manifesta in molteplici forme (accompagnatori/istruttori CAI qualificati, capogita, accompagnatore occasionale). Il principio di affidamento è, infatti, molto più marcato nel caso in cui laccompagnamento venga svolto da una guida alpina o da un istruttore CAI ed è, per contro, sostanzialmente escluso se si tratta di un accompagnatore per amicizia o cortesia; diversamente, nel caso del capo gita, la quota di responsabilità che lescursionista potrà dirottare sull’accompagnatore, pur sussistendo, sarà di gran lunga inferiore, poiché egli non ha a che fare con un garante professionista” (S. Rossi. op.cit.).

Che significa tutto ciò? Che nella valutazione della condotta del professionista il Giudice dovrà informarsi non già alla condotta esigibile dall’alpinista medio nello specifico contesto in cui è accaduto il fatto, ma alla miglior scienza ed esperienza del settore, secondo i principi della responsabilità professionale (principalmente elaborati dalla giurisprudenza con riferimento alla responsabilità medica).

In caso di evento dannoso (alla cordata, così come cagionato a terzi) si dovrà ritenere che al professionista o al titolato incombessero oneri specifici e precisi di prevedere dinamiche e condotte volte alla salvaguardia propria e dell’accompagnato, con una rapporto tipico di direzione in capo all’uno e di subordinazione in capo all’altro per quanto attiene alle scelte e alle iniziative, senza che – per questo – non residui in capo al cliente/allievo un obbligo di diligenza generica media.

In sostanza significa che per andare esenti da colpa la guida o l’istruttore dovranno dimostrare che hanno fatto tutto il possibile alla luce della situazione concreta, secondo lo stato della propria formazione professionale o tecnica, delle condizioni ambientali, dell’applicazione delle migliori scelte tecniche ed esperienziali con riferimento a quella casistica (ho scelto il Prusik o il Marchand, ho preferito scendere di conserva piuttosto che assicurato, ho fatto mettere il casco/ l’imbrago/ i ramponi al cliente/allievo, gli ho fato o meno metterei i coltelli oltre alle pelli di foca) per comprendere se in quella determinata situazione era da parte della guida evitabile e prevedibile quell’infortunio. In tal senso va osservato che le rare pronunce dei giudici sono assai rigide: con riferimento a un caso in cui la guida aveva condotto dei clienti a una gita di scialpinismo e costoro erano periti sotto una valanga la corte ha ritenuto assai rigidamente che era compito della guida prevedere il pericolo (per la natura del terreno ripido, scistoso e senza alberi e per le condizioni della neve): “La guida alpina ha lobbligo di vigilanza sugli allievi, gli insegnanti sono tenuti a vigilare sull’incolumità degli allievi nel periodo in cui si esercitano sotto la loro guida (Cass. pen. sez.IV, 19 febbraio 1991; Trib. Torino, 28 maggio 1994)”.

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Altra ipotesi più recente riguarda la guida condannata per omicidio colposo di un ragazzo morto lungo un torrente durante un’escursione organizzata, in cui il giudice ha ritenuto che la guida non avesse sufficientemente informato e vigilato sui propri accompagnati sì da prevenire eventuali comportamenti anche imprudenti o imperiti degli stessi (Cassazione, Sez. IV, sentenza 24 marzo 2003, n. 13323).

In tali ipotesi gioca un ruolo fondamentale l’affidamento e la competenza tecnica attestata dalla qualifica del soggetto agente: altro caso arrivato nelle aule di giustizia riguarda l’ipotesi di un istruttore che, lungo un tiro in forte diagonale, aveva passato solo due rinvii, facendo salire i due allievi contemporaneamente a pochi metri di distanza l’uno dall’altro (uno dei quali senza casco), i quali sono volati a metà tiro riportando l’uno la morte e l’altro gravi lesioni.

Se per le guide alpine quanto sin qui rappresentato ritengo costituisca pane quotidiano di riflessione, forse coloro che svolgono ruolo da istruttore non sempre hanno ben chiare le responsabilità che assumono e i guai grossissimi che rischiano quando si avventurano per montagne e falesie nelle allegre brigate dei corsi. Per la mia personale esperienza (da istruttore di alpinismo e tecnico di elisoccorso durata molti anni e oggi felicemente conclusa) non posso che far proprio il motto di un caro amico guida e fortissimo alpinista “in fondo in rapporto alle porcherie che si vedono fare per monti si verificano davvero pochissimi incidenti” (e potremmo aggiungere – per maggior fortuna – ancor meno processi…).

Ometto di affrontare tutte le problematiche, che pure sono state sviscerate dalla giurisprudenza, sull’esercizio di attività pericolosa, sulla responsabilità contrattuale nel rapporto negoziale fra guida/cliente e istruttore/scuola/allievo e quelle relative alla responsabilità penale per esercizio abusivo della professione contestata a due istruttori che accompagnavano allievi perché ci porterebbero troppo lontano e complicherebbero vieppiù l’esposizione.

Resta ancora da sottolineare che l’affidamento è presunto ove la prestazione titolata si svolga in maniera istituzionale (ossia si tratti di rapporto guida/cliente o istruttore/allievo che originano da contratto), mentre non sussiste necessariamente invece ove la gita o la salita si svolga tra persone che annoverano anche esperti non titolati: anche se c’è l’amico bravo che decide dove passare o guida il gruppo, costui non assume automaticamente una posizione di garanzia nei confronti degli accompagnati. In un caso, arrivato alle aule di giustizia, un gruppo di scialpinisti è rimasto travolto da una valanga e il giudice è chiamato a verificare sia la responsabilità penale per omicidio colposo di colui che ha staccato con la propria condotta imprudente (attraversamento del pendio) la valanga sia la concorrente responsabilità omissiva dell’esperto e anziano del gruppo che si ipotizzava – in virtù di tali caratteristiche – avesse assunto un obbligo di protezione e garanzia nei confronti degli altri e, per tale ragione, ne era stato chiesto dalla procura il rinvio a giudizio.

Si è già accennato che un accadimento può anche derivare da una serie di concause e, quindi, possono anche essere diversi i soggetti responsabili e le cui distinte condotte concorrono alla causazione dell’evento (nel caso di specie, secondo la ricostruzione della procura, aveva contribuito alla morte dei travolti dalla massa nevosa sia la condotta di colui che ne aveva materialmente causato il distacco sia quella omissiva di colui che non aveva previsto – in virtù delle sue conoscenze ed esperienza – la possibilità che si verificasse tale distacco passando in quel luogo). In tale ipotesi il giudice, mentre ha ritenuto sussistente la responsabilità dello scialpinista che ha concretamente staccato la valanga, ha ritenuto che non sussistesse posizione di garanzia del componente esperto poiché “per lassunzione di una posizione di garanzia, non basta essere il più esperto di un gruppo di escursionisti. È necessario che il soggetto abbia assunto, anche tacitamente, lincarico di guidare il gruppo, mettendo a disposizione le sue conoscenze e le sue capacità, e che i componenti del gruppo, trovandosi in una situazione di inesperienza e di incapacità rispetto all’attività intrapresa, abbiano deciso di svolgere quell’attività proprio per la presenza di una persona capace al loro fianco, cui si sono affidati, conferendogli poteri di guida, cura e direzione” (Giudice Udienza Preliminare Tribunale di Sondrio, 10 marzo 2005): nel caso di specie si era concretamente accertato che ciò non fosse accaduto.

Corte Suprema di Cassazione - Lettura della sentenza Mediaset
Vi sono ancora ipotesi in cui invece l’affidamento e la protezione del soggetto sono assoluti e vi è una presunzione totale di responsabilità del soggetto affidatario, come nell’accompagnamento di minori. Più volte i giudici hanno motivato le loro condanne facendo riferimento alla norma che prevede in capo al genitore, o all’insegnante per il periodo in cui il minore gli è affidato, la totale responsabilità per i danni cagionati dal minore stesso salvo che si provi di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno (art. 2048 cod.civ.: Il padre e la madre, o il tutore sono responsabili del danno cagionato dal fatto illecito dei figli minori non emancipati o delle persone soggette alla tutela, che abitano con essi. La stessa disposizione si applica all’affiliante. I precettori e coloro che insegnano un mestiere o un’arte sono responsabili del danno cagionato dal fatto illecito dei loro allievi e apprendisti nel tempo in cui sono sotto la loro vigilanza. Le persone indicate dai commi precedenti sono liberate dalla responsabilità soltanto se provano di non aver potuto impedire il fatto).

Nell’ambito della montagna tale disposizione è stata applicata spesso dai giudici alla disciplina dello sci, ove in capo al maestro che accompagna ragazzini quel non aver potuto impedire l’evento è stato inteso come un preciso dovere di controllare tutto ciò che non si può pretendere che un minore arrivi a verificare da sé, per quanto sia bravo ed esperto nella disciplina (Trib. Trento, Sez. distaccata Tione, 15 giugno 2001, n. 52: Laddove l’allievo è un soggetto minore occorre ricordare che vi sono ulteriori importanti regole di condotta che devono essere rispettate dal maestro: egli in particolare deve controllare personalmente i sistemi di sicurezza, la corretta taratura degli attacchi, la lunghezza degli sci e quella dei bastoncini; deve, poi, fornire una corretta informazione al genitore sul tipo di lezione che intende svolgere e sulle difficoltà del tracciato, anche in relazione alle condizioni atmosferiche della giornata).

Non sarà difficile trasferire i parametri espressi dal giudice trentino per lo sci al mondo dell’arrampicata e verificare quale e quanta attenzione richieda l’accompagnamento di minori ad arrampicare, sia che si rivesta la qualifica di guida, di istruttore o di semplice appassionato e quale configurazione stringente assumano i meccanismi della colpa in tali ipotesi. Meccanismi che attengono alla responsabilità penale e civile sia per i danni che il minore può subire (è ancora fresca una tragedia di cui si è discusso anche in questo blog e che non analizzeremo per rispetto di tutte le parti coinvolte e della vicenda giudiziaria ancora in corso) sia per quelli che – durante lo svolgimento della attività – il minore può cagionare a terzi (si pensi al ragazzino che ferisce altri perché si cala male da una sosta e urta l’arrampicatore sul tiro vicino, piuttosto che il minore che indossa male l’imbragatura o che – spiccozzando su per una cascata – provochi danno ad un altro iceclimber per uso improprio degli attrezzi: in tali casi l’accompagnatore potrà liberarsi dalla responsabilità per colpa solo dimostrando che quegli eventi travalicano non solo dalla sua possibilità di intervento concreto al momento del fatto ma anche dalla sua capacità di previsione).

Conclusione
Quanto sin qui esposto rappresenta solo una carrellata, veloce, superficiale e incompleta, delle mille sfaccettature che possiamo trovarci ad affrontare in montagna quando pretendiamo di definire il concetto di colpa e di delineare i confini nei quali inscriverla.

Tuttavia conoscere un poco le possibili evoluzioni patologiche delle situazioni, lungi dall’allontanarci dalla pratica delle attività, deve essere di stimolo a svolgerle con maggior accortezza e consapevolezza.

E il confronto su temi così delicati, che spesso giungono all’esame di soggetti che poco o nulla conoscono il mondo della montagna, può aiutare a creare una maggior consapevolezza e un più attento uso della giustizia sia in chi è chiamato ad applicare la legge che in coloro che – in tali compiti – forniscono ausilio come periti e consulenti.

Restano da esaminare ancora molti aspetti, a esempio l’emergente problema del deterioramento delle attrezzature delle falesie e le responsabilità connesse, la figura del chiodatore professionista e l’infinito e complesso mondo delle responsabilità nell’ambito del soccorso, che potranno eventualmente essere oggetto di futura trattazione.

NdR: sul medesimo argomento si può consultare saggio dell’avv. Daniela Messina.