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La Corona Imperiale

La Corona Imperiale

La settimana bianca è un’istituzione degli ultimi decenni, bellissima perché a giusta distanza dalle ferie estive e dalle follie natalizie ti fa riscoprire il senso dello stare in famiglia con i bambini, in un bel posto, tra le montagne. E, se devo esprimere una preferenza, Saas Fee è proprio adatta a una settimana bianca. Il fatto che la circolazione agli automezzi sia vietata, al di là del piccolo disagio dell’arrivo e della partenza con i bagagli, si rivela presto vincente. Il villaggio rimane comunque turistico e moderno, senza quell’aria di antico che siamo ancora abituati a sognare, ma è bello camminare nella stradina principale e sbirciare nei negozi luminosi o per le viuzze più interne. Al mattino presto ogni tanto capita di udire qualche muggito dalle stalle sotto alle abitazioni, mentre l’oscurità lascia pian piano la conca che s’arrossa in alto sulle creste e sulle pareti di ghiaccio a canne d’organo del Dom e del Täschhorn. Nell’aria si sente il profumo della legna nei camini appena riaccesi.

Saas-Fee
Saas Fee

La giornata scorre scandita da discese su pista, una dietro l’altra senza mai fermarsi né mai ripetersi, con dislivelli importanti. Per i bambini, un’emozione continua, dal trenino sotterraneo alla grotta di ghiaccio con la riproduzione della caduta degli alpinisti in un crepaccio, dalla breve ma aerea passeggiata alla cima della Quota 3460 m, nel vento che ti spazza via, fino alle prime divertenti escursioni fuori pista.

Non è la prima volta che vengo da queste parti. Sull’Allalinhorn avevo portato alcuni clienti bresciani, una delle rare occasioni in cui esercitai il mestiere di guida alpina in senso classico. La sera seguente avremmo raggiunto la Britanniahütte e da lì avremmo fatto, per l’Adlerpass, la traversata su Zermatt. Poi saremmo andati alla Schönbielhütte, senza sapere che, il giorno dopo ancora, il cattivo tempo avrebbe interrotto la nostra Haute Route per Arolla fermandoci con una violenta bufera al Col de Valpelline e facendoci tornare a Zermatt.

Dalla vetta dell’Allalinhorn la superba serie di Quattromila del Vallese sembrava un po’ più a portata di mano, come sempre quando si è su una cima e non sotto alle grandi pareti. L’emozione dell’aver raggiunto la vetta, la gioia della fatica terminata per quel giorno, la soddisfazione di aver fatto una bella cosa insieme facevano possibile ogni progetto, ogni voglia di scalare altre montagne. Alphubel, Täschhorn, Dom e Lenzspitze verso nord, Strahlhorn e Rimpfischhorn verso sud erano le montagne più vicine. Ma dietro a queste ecco il Monte Rosa ancora più gigantesco, e poi i Lyskamm, i Breithorn, fino al Cervino. A ovest la Dent Blanche, l’Obergabelhorn, lo Zinalrothorn e il Weisshorn, solo per citare i più importanti, chiudevano la cosiddetta Corona Imperiale.

Il Feegletscher cominciava proprio in quel momento a essere animato da veloci puntolini che aumentavano sempre più di numero, fino a diventare un piccolo formicaio che più s’infittiva più s’allontanava dal nostro mondo di silenzio e di vento: ciò che lì appariva davvero significativo era l’immensità delle montagne alla nostra altezza, la Corona Imperiale appunto.

Alba con il teleobiettivo da Saas Fee verso la vetta dell’Allalinhorn
Alba con il teleobiettivo da Saas Fee sulla vetta dell'Allalinhorn

Pensai quanto sarebbe stato bello progettare una grande traversata, ma quel pensiero non andò oltre. E altri lo realizzarono. All’inizio del 1986 i due più forti alpinisti svizzeri del momento, André Georges ed Erhard Loretan si accordarono per il concatenamento invernale di queste 38 vette, delle quali 30 di 4000 metri. Georges aveva già tentato due volte, con Michel Siegenthaler, nel 1983 e 1984. Una valanga all’Adlerpass per poco non aveva ucciso quest’ultimo. Al bar della stazione di Sion, il 12 febbraio 1986 Loretan aspettò per tutto il giorno e inutilmente il compagno Georges, bloccato dalla polizia per questioni di servizio militare. Loretan racconta in Les 8000 rugissants che il carnevale era finito la sera prima, che si era da poco tolto il costume da indiano, che il calumet della pace gli bruciava ancora in gola, l’acqua di fuoco era scorsa a fiumi e i bisonti stavano galoppando sul suo scalpo. Dopo due giorni di bel tempo persi, i due riescono finalmente a partire il 14 da Grächen. La loro impresa durò 19 giorni, di cui solo 7 di bel tempo e 3 bloccati dalla bufera nei bivacchi fissi del percorso. Il cielo azzurro era diventato un optional, un «elemento decorativo». Il 4 marzo l’avventura si concluse a Zinal. I giornali avevano inneggiato all’impresa, i puristi gridato allo scandalo, il club alpino parlato di «gloria personale». «A me rimane nel cuore un episodio che occulta tutte le critiche: durante la giornata di riposo al Teòdulo, la più vecchia guida di Zermatt, la più famosa, nata con il secolo (1900), Ulrich Inderbinen, ancora attivo, è venuta a darci il suo incoraggiamento. Il resto sono chiacchiere da salotto».

Questa è soltanto una delle vicende che una terra grande e bella come il Vallese può raccontare, quando non si vada là solo per il semplice divertimento di trovare centinaia di km di piste a propria disposizione. L’incontro di uomini e montagne ha fatto la storia che noi non potremo mai sapere e che dovremo accontentarci di conoscere un pezzetto qua e là. Tutto ciò si respira tra queste montagne, magari non le più alte delle Alpi ma di certo le più concentrate e ricche di fascino.

Fascino che rischia di essere altamente compromesso dalle follie del marketing. Un esempio? Era il marzo 1999 e in un comunicato stampa diffuso dall’ufficio turistico di Saas Fee lessi testualmente: «Nella sua nuova linea di comunicazione, Saas Fee cambia il look ed evolve nella sua coscienza turistica. Per essere precisi, si tratta della riscoperta dei valori del turismo antico… stabilendo il proprio sviluppo a lungo termine con l’accettazione di cinque visionari principi guida. Il turismo non è più considerato da un punto di vista meramente materiale, ma si connette ai cinque livelli di spirito, cuore, intelletto, emozione e corpo. Con riferimento al best seller Le profezie di Celestino queste cinque idee fondamentali saranno il motivo-guida del turismo». Eccone il riassunto: «1) Saas Fee, la magia della natura… a livello corpo, la vacanza è percepita come il risveglio dalla vita di ogni giorno… il soggiorno è bello quando vi si può trovare il significato della propria vita… mentre i locali provvedono agli spazi e all’incontro con altra gente; 2) Saas Fee, qualità di vita per ospiti e abitanti… il livello cuore è determinato dal comune battito nell’unione delle aspirazioni; 3) Saas Fee mantiene le promesse… il livello intelletto cresce mentre si offre un servizio davvero professionale e a prezzo giusto e mentre si raccomanda all’ospite di arrivare con la mente sgombra e rilassata; 4) Saas Fee, ritmo, gioia di vivere e sensualità… il livello emozione è assicurato dalla felicità degli ospiti… l’abbondanza di energia vitale rende la gente aperta ed altruista; 5) Saas Fee s’impegna allo sviluppo sostenibile e a propria misura… il livello corpo si esprime nella facile scelta di un luogo libero dalle auto».

Curling a Saas Fee. Foto: Sandro Vannini
Curling a Saas Fee (Vallese, Svizzera)

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Il primo bivacco

IL PRIMO BIVACCO
(marzo 1965)

Natale 1964. Ci sono tre giorni di festa, non per me che studio e quindi non ho problemi, ma per Gianni Calcagno che lavora come magazziniere e fattorino in un negozio di elettro­domestici.

Abbiamo progettato di andare nelle Marittime e di salire la via Campia al Corno Stella, prima invernale; e per il giorno do­po, se non bivaccheremo sul Corno, si potrebbe fare la Sud della Punta Piacenza. È già un’impresa d’inverno raggiungere il rifugio Bozano: se per caso le condizioni non fossero buone, potremmo dirottare sul rifugio Questa, relativamente più como­do, per poi andare a «sbattere” (lessico Calcagno) su qualche Est della Cresta Savoia. Neppure parlare di automobile. Quelli che ce l’hanno son tutti a sciare.

Il Pian del Valasco. Sullo sfondo, Testa delle Portette, Testa del Claus e Cima della Lausa
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È ancora buio e la stazione di Piazza Principe ci fa tristezza. Il vapore bian­co esce da sotto i vagoni. I nostri zaini sono enormi e pieni anche di tante cose abbastanza inutili; li ammassiamo vicino alla ritirata, già ostruita da altri bagagli e dalla gente. Non sem­bra qui dentro che sia festa, la più bella dell’anno.

Sebbene indossiamo calzoni di lana, maglione, calzettoni e scarponi, abbiamo ugualmente freddo, e non vediamo l’ora che questo viaggio deprimente finisca.

Oltre il Colle di Cadibona una fitta nebbia ci fa pensare che il tempo in montagna sia bello. E difatti a Cuneo ecco sole e cielo azzurro. La corriera dopo Valdieri ci lascia al bivio per S. Anna. Sempre a piedi a Tetti Gaina, dove finalmente possiamo calzare gli sci, perché la strada fino alle Terme di Val­dieri è tutta bianca. Non viene mai sgombrata; alle Terme d’in­verno non abita nessuno. Portare gli zaini con gli sci sopra ci aveva già sfiancati e su neve appena decente arriviamo verso le 13 al paesino abbandonato.

Dopo un brevissimo spuntino ci dirigiamo verso il rifugio Questa. La decisione di adottare il programma di riserva è det­tata dalla neve fresca che renderebbe la salita al Bozano troppo faticosa. Ma dopo appena 500 metri di cammino Gianni non può più proseguire: il tendine della coscia sinistra gli impedi­sce di spostare avanti la gamba. Dopo alcuni tentativi rinun­cia, perché ha un dolore insopportabile. Piuttosto abbattuti tor­niamo alle Terme per riposare. Dopo lunga ricerca entriamo in un fienile dove ci sistemiamo con tutte le comodità che ci sono possibili. C’è pure un pagliericcio. Il guasto alla gamba non si decide a ripararsi da solo e così andiamo ad arrampicare sui mas­si vicini. L’arrampicare infatti esige movimenti diversi dal cam­minare con gli sci e così Gianni cerca di sciogliersi, senza appa­rente risultato. Saliamo di malavoglia pochi metri e poi tornia­mo nel fienile a dormire. Appena saliti nel nostro covo, che ci accorgeremo dopo breve permanenza quanto sia ventilato, freddo e tutto sommato poco riposante, Gianni si sdraia sul pagliericcio. Naturalmente non abbiamo fornello, perché conta­vamo di raggiungere il rifugio e servirci della cucina a gas. Per­ciò niente di caldo, e mentre Gianni tenta con dolore di muo­vere la gamba, io mastico stentatamente pane e formaggio. Ci vestiamo con tutti gli indumenti, spegniamo il fuoco, acce­so in una vecchia casseruola. Dopo due ore di sonno, ci alziamo alle tre, per partire un’ora dopo. Fa molto freddo e per scal­darci cerchiamo di filare il più possibile. Ma la neve è pesante e così arriviamo al Pian del Valasco alle 8 circa. Quattro ore per quattrocento metri di dislivello scarsi. Ci sor­prende la nebbia sul lungo pianoro. A circa 1900 metri di quota, al cartello che indica la via per il rifugio Questa, nevica. Le spalle sono a pezzi, deglutiamo una coramina-glucosio.

La Real Casa di Caccia del Valasco, oggi rifugio
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Con l’intento di arrivare presto al rifugio tagliamo spaventosi pendii di neve fresca. Gli sci affondano e con innumerevoli voltate da fermo arriviamo in zone meno ripide. Mancano anco­ra 270 metri e il rifugio non si vede. Siamo ormai in piena bu­fera, con raffiche di vento prolungate. Pensiamo che di qui, se continua tutta la notte, domani non scenderemo più: troppo pericoloso per valanghe. E Gianni dopodomani mattina deve la­vorare.

Così, dietro-front. Penosamente scendiamo i pendii ripidi, senza grandi cadute. Arrivati al Pian del Valasco la situazione peggiora. D’estate qui c’è un gran prato, solcato da rigagnoli e paludi. Ora è tutto solchi di neve profondi, che noi dobbia­mo aggirare. Con la visibilità nulla la cosa non è facile e ci costa due o tre cadute nell’acqua. Al bianco della neve che confonde tutto si aggiungono i fori tappati del passamontagna. Alle 17.30 entriamo nella Real Casa di Caccia, per un breve riposo. Finito il pianoro, in discesa andrà meglio. Così ripartiamo alle 18, ma alle 18.45 siamo a cento metri, dico cento, dalla Casa. Sembra di sciare sulla colla, in un mondo di colla, pasto­sa e bianca. Sull’orlo del pianoro, cerchiamo la zona di neve sotto la quale c’è la carrozzabile, eppure prima di fare un passo occorrono tre alzate di sci, al buio pesto. Disseppellia­mo il muretto della strada, scaviamo una fossa, la copriamo con gli sci e con un telo di plastica. Il primo nostro bivacco. Tra brividi e sussulti, tra ansie e timori, le ore passano e alle tre metto il naso fuori. Gianni ha mangiato tutta la notte dalla ge­lida frutta sciroppata ai croccanti finocchi freschi. Ha smesso di nevicare, ma noi siamo fradici dalla sera prima. Alle quattro siamo già in moto, per reagire. La discesa è bestiale. Gli sci sono sotto di 20 centimetri, una viscosità pari penso sia diffi­cile trovarla. Nel tentativo di tagliare le curve della strada, a volte finiamo in vere e proprie voragini, da cui ci vuole l’aiuto dell’altro per tirarsi fuori. Tagliamo i valangosi pendii del ver­sante sud del Monte Matto e alle 11 siamo alle Terme, dove ci accoglie un po’ di sole. Gli sci affondano ora 25 centimetri ed occorrono dalle tre alle cinque alzate di gamba per ogni pas­so sui 6 chilometri fino a Tetti Gaina. Alle 17.30 vediamo una luce e dando fondo alle poche energie alle 18 ci buttiamo sulla panca di un’osteria a trangugiare tè e latte. In tre giorni non abbiamo bevuto niente a parte un po’ d’acqua di torrente.

Una truna realizzata a regola d’arte… un po’ diversa dalla nostra
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Il padrone ci porta in auto fino a Cuneo dove parte un tre­no per Fossano. Ma arriviamo con 5 minuti di ritardo, allora spingendo a fon­do, imprecando contro la polizia che ci ferma per gli abbaglian­ti, arriviamo alla Stazione di Mondovì alle 20.30, con la statale in pessime condizioni dopo le nevicate in tutta Italia. Il tre­no dovrebbe passare, proveniente da Fossano, alle 20.42. Ma c’è qualcosa di strano in questa stazione, troppo poco movi­mento. Sarà mica una linea secondaria? Difatti in un lampo mi ricordo che la stazione è un’altra. Il tipo gentilissimo che ci ha portati fin qui lo abbiamo salutato… Disperati usciamo in piaz­za, con zaini, sci, bastoncini e corde a tracolla. Fermiamo uno scongiurandolo di portarci alla stazione. Ma non ha porta-sci. Meno male che una 500, munita di quell’importante accesso­rio, ci imbarca, ma quando ingrana la marcia, sono già le 20.42. In stazione entriamo travolgenti, sbattendo gli sci in faccia a tutti. Vediamo un treno, sentiamo il fischio del capo, apro una porta, dentro sci e bastoni, dentro anch’io, Gianni mi getta la sua roba mentre già rincorre la carrozza; poi si afferra ad una ma­niglia e così appeso non riesce ad entrare, perché lo zaino e la corda lo buttano in fuori. Un militare ed io lo tiriamo a forza.

Chiudo la porta, appoggiandomi poi con le spalle. Sì, è il treno per Savona. E da lì speriamo in una coincidenza per Genova.

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La Vela Bianca

La Vela Bianca
di Carlo Crovella
(monografia scialpinistica del Sottogruppo Ramière-Roc del Boucher, Alta Val di Susa)
Foto dell’Autore

Carlo Crovella, istruttore di scialpinismo della SUCAI Torino, ha compilato la monografia scialpinistica del sottogruppo Ramière-Roc del Boucher: si tratta dell’importante displuviale che divide la Val Thuràs dalla Valle Argentera (Alta Val di Susa-Piemonte). Nell’ambito della sua attività esplorativa e di indagine bibliografica (che abbraccia l’arco alpino quasi per intero), Crovella nutre per questo sottogruppo un particolare interesse, anche per motivazioni affettive e personali.

La monografia, intitolata La Vela Bianca, è costituita da un pdf, distribuito fuori commercio, comprendente commenti, foto illustrative, informazioni di complemento e, soprattutto, la presentazione-descrizione di 35 itinerari scialpinistici (sia di stampo “classico” che “ripido”), alcuni noti da tempo, altri di recente frequentazione.

La Vela Bianca è il primo numero di una nuova collana online, i Quaderni di Montagna (settembre 2015), compilata esclusivamente per interesse culturale e con l’obiettivo di divulgare la conoscenza delle montagne.

Carlo Crovella
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Per richiedere il pdf gratuito dell’intera monografia, inviarne richiesta all’indirizzo mail: [email protected], con oggetto “La vela Bianca”, con nome e cognome citati nel testo e con la dicitura GognaBlog. L’autore spedirà il pdf personalmente a ogni richiedente.

La crisi generale della carta stampata ha definitivamente chiuso il ciclo delle speranze di poter sopravvivere di montagna scrivendone. Non resta che mettersi il cuore in pace e scrivere gratuitamente per il web. Si dà alimento alla propria passione evitando le illusioni e soprattutto il sangue amaro.

Qui è leggibile il CV di Carlo Crovella, con le esperienze editoriali nel settore della “montagna”. Di professione è economista e scrive articoli su tali temi come free lance per conto di siti online oppure di istituzioni bancarie per le loro pubblicazioni accademiche.

Ha fatto parte (sempre come collaboratore esterno) del CDA (Centro Documentazione Alpina) fin dagli anni ’80, ma anche oggi continua a scrivere sistematicamente articoli di montagna.

L’originalità di questa pubblicazione comporta una recensione “originale”. Pertanto, subito dopo aver indicato come e dove ci si può procurare la monografia La Vela Bianca, abbiamo optato per una presentazione che comprendesse una stringata introduzione, l’indice degli itinerari e la descrizione di uno di essi, assai rappresentativo.

L’elenco degli itinerari è raggruppato per fasce omogenee di difficoltà, in modo tale che ogni lettore può sapere già dove indirizzare le sue scelte (la numerazione invece dipende dalla descrizione in senso orario partendo dalla Ramière per “scendere” lungo la Val Thuràs e tornando di nuovo alla Ramière, dopo aver “risalito” la Valle Argentera).

L’itinerario scelto è invece il numero 22, “rappresentativo” delle nuove tendenze dello scialpinismo, cioè ancora canoni classici, ma al limite superiore (OS): come tutti gli altri, è corredato da alcune info logistiche.

Val Thuràs: sullo sfondo la Ovest del Boucher (al cui limite destro si trova La Vela Bianca)
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Introduzione
Nell’ambito delle Alpi Cozie centrali, in corrispondenza della Punta Ramière 3303 m, dalla cresta di confine si stacca un’importante displuviale che penetra per una decina di km in territorio italiano e divide marcatamente due valli interne: la Val Thuràs a occidente e la Valle Argentera a oriente. Questo sottogruppo esalta le caratteristiche morfologiche delle Cozie centrali: d’estate la parte superiore dei loro fianchi è composta da mobili pietraie arroventate dal sole. Ma con la neve, la scenografia cambia radicalmente. Se il manto è stabilizzato, questi valloni offrono delle vere gemme scialpinistiche, dalle gite “classiche” e note da tempo, agli intinerari “moderni” (cioè di recente scoperta, ma con caratteristiche tradizionali), fino alle discese di sci ripido. E spesso fanno sognare: qualche anno fa, mentre camminavo distrattamente sul fondovalle, l’improvvisa scoperta di una linea di discesa sul versante ovest del Boucher mi ha letteralmente “folgorato”. L’ho chiamata “La Vela Bianca” per la sua forma triangolare che (seppur al rovescio) ricorda una vela spiegata. Oltre alle intriganti discese di sci ripido (alcune delle quali sono ancora dei cantieri aperti), la “ricchezza” scialpinistica di questo sottogruppo è assicurata dalla folta presenza di itinerari, che, pur offrendo caratteristiche di “rara” bellezza, sono ancora compresi nei canoni dello scialpinismo tradizionale. Tali percorsi (alcuni con difficoltà BS, ma più spesso OS) risultano affrontabili da una vasta platea di scialpinisti “classici”: tuttavia una volta di più si sottolinea che gite di questo impegno richiedono un’adeguata preparazione tecnico-fisica ed un manto nevoso assolutamente assestato.

Bibliografia di principale riferimento per il gruppo:
E. Ferreri, Alpi Cozie centrali, CAI-TCI, Milano 1982;
R. Aruga-C. Poma, Dal Monviso al Sempione, Edizioni CDA, Torino 1974;
R. Barbiè-J.C. Campana, Dal Monviso al Colle del Moncenisio, Blu Edizioni, Torino 2004;
R. Aruga, Scialpinismo fra Piemonte e Francia, Edizioni CDA, Torino 1999;
M. Grilli, Dalle Alpi Liguri alla Val Susa, Grafica LG, Torino 1991.

Valle Argentera: il Vallonetto (o Peronetto) sovrastato dalla triagolare parete NE del Boucher e dalla “gobbetta” del Gran Roc (all’estremo limite destro della nuvoletta)
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Cartografia essenziale
:
IGM 1:25.000, Foglio 66 I SE, Colle di Thuras: garantisce una precisa rappresentazione del terreno (specie alle quote superiori, perché l’antropizzazione ha sensibilmente modificato le sezioni sottostanti), ma contiene numerosi errori di toponomastica, che riguardano in particolare le vette in questione (spesso confuse fra di loro!);
Fraternali 1:25.000, Scialpinismo in Val di Susa, con itinerari e info schematiche;
IGC 1:25.000, N. 105, Sestriere-Claviere-Sansicario-Prali.

Avvicinamento stradale (da Torino)
Autostrada per il Fréjus-uscita Circonvallazione di Oulx- S.S. per Cesana e poi Bousson. Si oltrepassa anche Sauze di Cesana e, a un tornante, si imbocca il bivio verso il Pont Terrible (1642 m: da qui sono calcolati i dislivelli, salvo diversa indicazione). La strada fino al ponte 1912 m, in fondo alla Valle Argentera (anche detta Valle della Ripa), viene sgomberata dalla neve verso il 20-25 maggio, ma in stagioni poco nevose si riesce a salire in auto almeno fino a Brusà del Plan 1816 m, a volte anche oltre. Dall’estate 2015 si paga un pedaggio di 3 euro (non è chiaro se, in futuro, sarà applicato anche in altre stagioni: può darsi invece che venga introdotto il divieto di transito, ad esempio 1/11-30/4).

Punti di appoggio
Per la ricettività in zona: Azienda di Soggiorno di Cesana, 0122-89202.
Assitenza tecnica e riparazione materiale: Alta Quota (Cesana), 0122-89210.

Indice
(road map operativa per lo scialpinista)

1) Percorsi “classici” (noti da tempo)
1a) Di impegno medio (BS)
Punta Ramière per la normale dalla Val Thuràs (itin. n. 2)
Punta Marìn, versante ovest (itin. n. 4)
Cima del Pelvo dalla Val Argentera (itin. n. 27)
Punta Serpentiera dalla Valle Argentera (itin. n. 28)
Punta Ramière per la normale dalla Valle Argentera (itin. n. 33).

1b) Classificati difficili (OS)
Punta Ramière per la cresta sud-ovest e discesa per il versante sud (itin. n. 1)
Punta Serpentiera, versante ovest (itin. n. 8, sovente concatenato con l’itin. n. 9)
Cima del Pelvo, versante sud (itin. n. 9, sovente concatenato con l’itin. n. 8)
Cima del Pelvo, versante ovest (itin. n. 10)
Punte della Clapiera, versante Ovest (itin. n. 11)
Roc del Boucher, versante sud (itin. n. 14)
Gran Roc, versante nord (itin. n. 21).

2) Percorsi di più recente “scoperta”
2a) Di impegno medio (BS)
Merlo Basso dalla Valle Argentera per il Vallone Platte (itin. n. 30)
Punta Ramière per il Canalone nord-est (itin. n. 35) – Nota: BS tendente all’OS.

2b) Classificati difficili (OS)
Punta Ciatagnera, versante sud (itin. n. 12)
Gran Roc, versante est (itin. n. 22)
Punta dui Cucu (toponimo proposto), versante est (itin. n. 23).

3) Percorsi di sci ripido e/o estremo (discese già effettuate)
Roc del Boucher, versante ovest, via classica (itin. n. 15)
Gran Roc, versante ovest (itin. n. 17)
Monte Furgòn, versante sud-ovest (itin. n. 19)
Monte Furgòn, versante nord-ovest o nord-nord-est (itin. n. 20)
Roc del Boucher, versante nord-est (itin. n. 24)
Punta Ramière, parete nord (itin. n. 34).

4) Cantieri aperti
Punta Ciatagnera, versante ovest (itin. n. 13)
Roc del Boucher, versante ovest, pendio triangolare detto “La Vela Bianca” (itin. n. 16)
Punta Muta, versante sud-sud-ovest (itin. n. 18)
Roc del Boucher, versante est-sud-est dal Vallone Renaud (itin. n. 25)
Punta Ciatagnera, versante est dal Vallone Guccie (itin. n. 26).

5) Itinerari citati per completezza sistematica, ma privi di un autonomo interesse sciistico
Punta Marìn, versante sud-sud-est (itin. n. 3)
Punta Tre Merli, versante sud (itin. n. 5)
Punta Serpentiera, versante sud (itin. n. 7)
Punta Serpentiera, cresta nord-ovest (itin. n. 28)
Punta Serpentiera, canale sud-est e cresta est-sud-est (itin. n. 29)
Punta Tre Merli, cresta sud-est (itin. n. 31)
Punta Marìn, versante nord-est (itin. n. 32).

L’itinerario si sviluppa lungo il severo Vallonetto o Peronetto: evidente il salto di roccia a metà percorso
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Itinerario n. 22
Gran Roc 3121 m, per il versante est (Valle Argentera), lungo il Vallone detto Vallonetto o Peronetto
Si tratta di un itinerario che rappresenta in pieno la tendenza dello scialpinismo negli ultimi venti anni circa. Siamo al livello più elevato degli itinerari “tradizionali”, un passo prima dello sci ripido. La difficoltà OS va affrontata con le giuste condizioni e l’adeguato materiale (oltre alla dotazione scialpinistica: ramponi, piccozza e casco).

Classificazione: OS. Dislivello: 1479 m. Bibliografia: CAI-TCI (itin. n. 682 b, descrizione estiva); Montagne 360 (febbraio 2014), articolo dell’autore.
Itinerario di recente scoperta (circa 15-20 anni fa), ma che sta avviandosi a conquistare il ruolo di ambita superclassica. La continuità dei pendii (pur restanto entro i canoni “tradizionali”), la sciata super-gratificante e l’ambiente decisamente severo giustificano ampiamente tale blasone, ma richiedono un’approfondita capacità di valutazione delle condizioni nivologiche.

Dal Pont Terrible si segue la strada del fondo valle fino a poco prima (1800 m circa) che inizi l’ampio pianoro di Brusà del Plan. Si svolta a destra e s’imbocca l’evidente strettoia basale del vallone detto Vallonetto (Peronetto in altre carte), che più in alto si apre. Lo si risale, cercando i passaggi migliori in funzione delle condizioni. Il salto roccioso a metà vallone viene normalmente superato risalendo il ripido pendio tutto a sinistra (destra orografica) e tornando in centro al vallone sopra la bastionata stessa. In alternativa (ma quasi sempre con inevitabile uso dei ramponi) si può risalire uno o l’altro dei due canali che rigano la bastionata. Sopra detto salto, ma ancora sotto la conca dove si trovava il Ghiacciaio del Boucher, si vira decisamente a destra, puntando infine alla cresta divisoria con il Gran Vallon (che raggiunge il Gran Roc da nord, altro stupendo itinerario noto da tempo). La si raggiunge in prossimità della vetta con un ultimo ripido pendio-canale che può imporre l’uso dei ramponi. Attenzione che su alcune carte l’itinerario tracciato gira erroneamente verso il Colletto Brusà, percorrendo poi la successiva cresta che invece non è molto sciistica. Se si arriva a tale colle, conviene piuttosto scendere sul lato opposto, collegandosi al tratto superiore del Gran Vallon (itinerario tradizionale).

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La bolla dell’eliski

La bolla dell’eliski
di Ivan Borroni, vicepresidente del Comitato Scientifico Liguria, Piemonte, Valle d’Aosta del Club Alpino Italiano
(questo articolo è apparso nel n. 90 di Alpidoc e lo riproponiamo per gentile concessione)

Dopo una lunga pausa (di riflessione?), le montagne cuneesi tornano oggetto delle “attenzioni” di operatori e imprenditori dello sci (pista ed eliski). Si prospettano iniziative che dovrebbero, come ovvio, rendere danaro sonante agli investitori, ma anche produrre positive ricadute economiche per i territori interessati. Una canzone non nuova, anche se arrangiata in chiave più moderna, una specie di Io, tu e le rose riproposta a ritmo di rap. Alcune amministrazioni comunali, ciò che resta della Provincia e, naturalmente, l’Azienda Turistica Locale del Cuneese (sempre in prima fila nel sostenere e promuovere qualunque forma di turismo, montano e non, motorizzato), con contorno di politici locali di varia appartenenza, stanno esercitando forti pressioni a supporto di queste strategie davvero “innovative”.

Sembrano esser stati rimossi dalla memoria i tanti risultati fallimentari conseguiti dalla politica monocolturale dello sci pervicacemente praticata negli anni Sessanta e Settanta. In quegli anni, comunque più nevosi degli attuali, sulle Alpi Cuneesi e Torinesi fiorirono, con la promessa di mirabolanti risultati, tante piccole stazioni sciistiche (impianti di risalita e annessi scempi edilizi): un po’ di seggiovie e ski-lift (in genere di seconda e terza mano) e qualche “seconda casa” messa su al risparmio non si negavano a nessuno. Poi la crisi. Di buona parte di quelle strutture rimangono solo tristi scheletri abbandonati, alcune altre sopravvivono stentatamente in permanente rianimazione: l’evidenza è sotto gli occhi di chiunque voglia vederla (Viola, Garessio 2000, Bersezio, eccetera). Anche nelle stazioni “importanti” (nel Cuneese sono soltanto un paio, Limone e Artesina/Prato Nevoso) l’indotto sciistico soffre. Basta fare un giro a Limone per vedere gli orribili condomini risalenti al tempo della neve d’oro costellati da una miriade di cartelli “Vendesi”.

Limone Piemonte
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Inevitabile quindi che sul tema della nuova “bolla” sciistica, paradossalmente in fase di rigonfiamento proprio durante uno dei periodi di crisi economica più severi del dopoguerra, si vengano a scontrare due posizioni culturalmente, direi quasi antropologicamente, opposte: su di un fronte quella di coloro che continuano a credere nelle “magnifiche sorti e progressive” di un turismo da parco giochi, globalizzato e consumistico, a elevato impatto ambientale e consumo di territorio; sull’altro fronte quella di coloro che ritengono che il patrimonio più prezioso delle nostre Alpi, da valorizzare anche a livello di proposta turistica, sia quello ambientale e culturale (intendendo questo termine nella sua accezione più ampia). Di questa seconda opzione abbiamo un modello complessivamente virtuoso e vincente in una delle valli cuneesi considerata tra le più derelitte ancora in un recente passato: la Valle Maira.

Gli attuali impianti di Argentera
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Questo splendido distretto turistico, proprio per essere quello che meglio ha conservato la propria naturalità e identità, nel volgere di non molti anni è diventato il più conosciuto della provincia, apprezzato e frequentato a livello internazionale, assieme con le Langhe, pur in assenza di barolo e tartufi. Qui sì che si sono viste positive ricadute economiche sul territorio. Eppure la Valle Maira non ha impianti di risalita, ha una viabilità di altri tempi, ha pochissima edilizia “moderna”, non vi si pratica l’eliski; il motoescursionismo, che era diventato davvero invasivo, è stato ampiamente ridimensionato per la scelta controcorrente (inizialmente non facile) di qualche avveduto e intelligente amministratore, come il giovane sindaco di Canosio, Roberto Colombero.

Ma vediamo un paio di progetti incombenti sull’alta Valle Stura. Siamo solo all’inizio: altri ne seguiranno anche altrove. Progetto Argentera. Un passaggio tratto da Provincialnforma dello scorso 8 giugno 2015 lo descrive; non occorre aggiungere nulla alla testuale citazione per evidenziarne la portata: «La Provincia ha ospitato la presentazione del nuovo progetto di rilancio della stazione sciistica di Argentera… Lo studio, illustrato da Lorenzo Muller della società Chintana, prevede un investimento di 30 milioni per adeguare e aumentare gli impianti e una cifra non ancora quantificata per sistemare le strutture architettoniche degli anni ’70 e ’80. Il progetto, richiesto da alcuni possibili investitori stranieri che puntano su attività di fuoripista ed eliski per una clientela d’élite, prevede un piano di sviluppo che integra gli impianti con nuovi insediamenti turistici. Tra le proposte tre nuove seggiovie con arrivo a quota 2700 metri, insediamenti nella pineta a monte di Bersezio, la riqualificazione della base degli impianti, l’ampliamento dell’area sciabile dei vallonetti di Ferrere e l’area della Conca delle Lose».

Provincialnforma riferisce poi l’intervento dell’assessore al Turismo (ma ci sono ancora gli assessori provinciali?) che afferma: «Questa iniziativa va nella direzione di un turismo a misura d’uomo». Non so che cosa significhi esattamente, perché è evidente che ogni uomo ha la propria misura.

E veniamo al Progetto Vinàdio. Lo scorso anno il Consiglio comunale di Vinàdio ha approvato una richiesta per l’autorizzazione all’esercizio dell’eliski sul proprio territorio secondo un progetto presentato dalla Scuola Italiana Scialpinismo e Arrampicata Guide Alpine Cuneo in partnership con Helimonviso srl.

Secondo tale progetto il territorio comunale di Vinadio viene ripartito in tre settori: 1) Vallone di Riofreddo e Orgials; 2) Valloni Sauma e San Bernolfo (Vallone dei Bagni); 3) Vallone Ischiator. L’attività di eliski potrebbe svolgersi dal 1 dicembre al 31 marzo, con possibile prolungamento del periodo in relazione alle condizioni di innevamento (in pratica si farebbe eliski per oltre cinque mesi, da tutto dicembre almeno a tutto aprile/inizio maggio), per quattro giorni alla settimana (da lunedì a giovedì, dalle 8.30 alle 14.30), con massimi di 12 giorni di attività al mese, 30 voli giornalieri nell’intera area (10 per settore) e presenza in contemporanea di 25 sciatori (5 gruppi).

La Cima sud di Ischiator. Foto: Alefoto.it
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Il WWF, in rappresentanza anche di altre associazioni ambientaliste, ha presentato ricorso alla Regione contro la concessione, con la motivazione che detto progetto, approvato in Comune, è in contrasto con la normativa europea sulle aree protette della Rete Natura 2000. In particolare l’articolo 16, comma 1, lettera C della LR n. 19 del 29/6/08 (applicativa del DPR 357/97, di recepimento delle Direttive comunitarie Habitat e Uccelli) recita: «Nei siti Natura 2000 è fatto divieto di decollo, atterraggio e sorvolo a quote inferiori a 500 metri dal suolo con veicoli a motore per finalità turistico/sportive, salvo diversa prescrizione prevista dal piano di gestione o specifica deroga condizionata dall’espletamento della procedura di incidenza».

Il 16 gennaio 2015 il competente ufficio regionale ha accolto il ricorso presentato dal WWF in quanto il progetto di Helimonviso interessa più aree protette della Rete 2000, ribadendo il divieto di volo su queste aree e intimando alla società proponente di attivare l’iter di valutazione di incidenza previsto dalla legge e inadempiuto. La società ha quindi prodotto un proprio studio di incidenza, ma la Regione lo ha ritenuto “incompleto e del tutto inadeguato”, invitando a eseguirne uno integrativo che analizzi correttamente tutti gli aspetti naturalistici non considerati.

Per il momento la situazione è questa. È il caso di precisare che sull’alta Valle Stura incidono ben tre SIC (Siti di Interesse Comunitario) e una ZPS (Zona Protezione Speciale), in pratica tutte le parti superiori delle valli laterali fanno parte del complesso di aree protette della Rete Natura 2000, quindi, in mancanza dell’espletamento dell’iter di valutazione d’incidenza, non possono essere rilasciate concessioni di volo né, tantomeno, licenze per la realizzazione di infrastrutture (vedi impianti di risalita), il che vale anche per il Progetto Argentera.

Questi fatti dimostrano come l’istituzione della rete comunitaria di aree protette (SIC e ZPS) non sia un inutile orpello burocratico, come molti hanno sostenuto, ma un utile strumento a difesa dell’ambiente, in particolare dove manchino adeguate normative locali regolanti l’attività di eliski, come in Piemonte.

A questo punto aggiungiamo un’altra dolente nota. Nel contesto del Cuneo Montagna Festival si è tenuta una tavola rotonda promossa da Alpidoc: Montagne e motori: gioie o dolori? Nel dibattito la parte del leone l’ha fatta il tema caldo dell’eliski. L’ulteriore dolente nota cui mi riferisco è rappresentata dall’intervento del cuneese assessore regionale alla Montagna, Alberto Valmaggia, che ha stroncato le speranze di diverse associazioni, tra le quali il CAI, che avevano ripetutamente avanzato richieste e petizioni affinché la Regione si decidesse a legiferare in materia.

«Non credo che ci si possa riuscire in questa legislatura – è stata la laconica e deludente comunicazione – e comunque se ne occuperebbe l’assessorato al Turismo, se l’intenzione è quella di equiparare l’eliski agli impianti di risalita». Lo stesso assessore alla Montagna ha pure ricordato che furono già avanzate due proposte di legge in materia, nel 1985 e nel 1992, restate lettera morta. Viene il maligno sospetto che manchi del tutto la volontà politica di risolvere il problema. Attualmente è depositata una proposta del Movimento 5 Stelle di divieto assoluto di esercizio dell’eliski senza se e senza ma, che naturalmente non ha nessuna chance di essere approvata.

In conclusione, vorrei invitare gli amministratori locali della montagna a ben valutare costi (non solo ambientali) e benefici dell’apertura dei loro territori alla pratica dell’eliski, perché correrebbero il rischio di perdere 100 per guadagnare 10. Non c’è dubbio infatti che la maggior parte dei sempre più numerosi frequentatori della montagna invernale con mezzi tradizionali (sci da fondo e alpinismo, racchette da neve) diserterebbe vallate un tempo oasi di tranquillità trasformate in campi di atterraggio e decollo di elicotteri per il sollazzo di una ristretta cerchia di sciatori “d’élite” (?).

A questo proposito ripropongo le frasi conclusive della Mozione per l’esclusione dell’eliski dallo sviluppo turistico piemontese presentata dall’associazione CAI Le Alpi del Sole e approvata dall’Assemblea dei Delegati delle sezioni CAI piemontesi lo scorso 29 marzo 2015: «… vengano monitorate le situazioni in cui le Amministrazioni locali permettono o favoriscono lo sviluppo di un turismo invasivo nei confronti dell’ambiente in modo che le escursioni con le racchette da neve, con gli sci, con la bicicletta, a piedi, le arrampicate e i trekking, organizzate annualmente dalle sezioni del CAI si svolgano lontano da quelle aree compromesse da ogni forma di invasione motorizzata».
Ivan Borroni

 

Sempre nello stesso articolo citato di Alpidoc, ci piace riprendere un box dal titolo Impianti obsoleti: un problema a carico della collettività:
Secondo Mountain Wilderness Francia, gli impianti legati agli sport invernali rappresentano una buona metà delle installazioni obsolete presenti sulle montagne d’Oltralpe, su un totale di più di 3.000 “relitti” censiti a oggi dall’associazione, ma in continuo aumento a causa del regolare abbandono delle installazioni turistiche in quota, spesso opera di pianificatori del territorio affetti da mania di grandezza che non hanno fatto i conti con i cambiamenti climatici. Dal 2001, anno in cui MW ha iniziato l’opera di “pulizia”, grazie a 29 cantieri e 80 giornate di lavoro da parte di 1.300 volontari, circa 350 tonnellate di materiale sono state smantellate e portate a valle. Ne hanno beneficiato in particolare la zone dal Parco del Mercantour, con 172 tonnellate di “rifiuti” evacuati dai settori della Vésubie, della media e alta Tinée, dell’Ubaye e della Roya. Per evitare ulteriori danni, in Francia è stata avanzata una proposta: rilasciare la concessione di nuove autorizzazioni e gli eventuali finanziamenti pubblici solo dietro adeguate garanzie finanziarie in grado di assicurare il ripristino del sito una volta terminato lo sfruttamento degli impianti. E da noi che si fa?
Fonte: www.montagnes-magazine.com/actus-amenagements-abandonnes-doit-nettoyer-montagne

Upega: quel che resta di uno skilift costruito (ahimé, non in materiale biodegradabile…) alla fine degli anni Sessanta. Foto: Enrica Raviola.
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Una normale uscita del corso

Torre Castello e Rocca Provenzale sono belle guglie di quarzite sulle quali tante volte sono andato ad arrampicare. Sullo Chambeyron, ancora più sopra, non ci ho mai messo piede, ma tanto tempo fa ero stato partecipe di un’uscita del corso di scialpinismo della Sezione Ligure del CAI: nel programma figurava la salita della Cima Sautron. Stiamo parlando del 1965 e, dati i 50 anni passati, per non correre il rischio di raccontare cose distorte dal tempo, sono andato a rileggermi i vecchi diari, allo scopo di riferire come una gita, che doveva essere una lezione di corso, un momento di aggregazione (gita sociale) e in definitiva, un’esperienza, si rivelò invece un disastro di disorganizzazione personale nel quale trionfò un generale spirito di competizione del “tutti contro tutti” ed annegò miseramente ogni tentativo di esperienza.

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Oggi penso che le competizioni, ma anche le corse non competitive, distolgono dal sentire la natura e l’ambiente che ci circondano. La serie di sguardi all’orologio ne è la dimostrazione più evidente. La maggior parte pensa che le corse tra amici o altre manifestazioni simili siano più giustificate e accettabili di altri agonismi perché, almeno per una parte di partecipanti, favoriscono il piacere dell’agire insieme. C’è differenza tra una partitella di calcio parrocchiale e una qualificazione nazionale. Ho sempre rifuggito qualunque competizione e ritengo che le gare siano dannose all’ambiente, perché la montagna si relega sullo sfondo. La maggior parte della gente vede la montagna come teatro di ambizione: lo so bene, perché era così anche per me. Agli ambiziosi è possibile ritagliarsi uno spazio con la ricerca, l’esplorazione, la conquista personale; mentre i meno dotati di fantasia non trovano più “novità” e quindi esauriscono i protagonismi nella competizione. Tutti siamo competitivi, ancor più i giovani con qualcosa dentro. Non mi sembra di aver mai posto la montagna sullo sfondo, l’ho sempre voluta al mio fianco come compagna ideale, anche nei momenti più competitivi. Credo anche che occorra lasciar fare, condannando gli eccessi organizzativi di qualche manifestazione e limitandoci a dare il nostro esempio. Chi sa di essere nel giusto deve guardarsi dal passare per fanatico.

A riprova di quanto dico, ecco il racconto originale di quella giornata (4 aprile 1965):

Una normale uscita del corso
(dal mio diario)
Dopo un bel bivacco (si fa per dire) nella macchina di Gianni Calcagno, sulla piazzetta di Acceglio in Val Maira, anch’io son pronto a partire con gli altri, usciti freschi freschi dall’albergo. E così in breve siamo al Lago del Saretto. Dopo veloci preparativi, nonostante il numero dei partecipanti a questa uscita del corso di scialpinismo, ecco che i primi si muovono, infreddoliti. Gianni e Lino Calcagno vanno con Maria Grazia alla Rocca Castello, noi con gli sci cerchiamo di raggiungere Giuseppino Grisoni, Carlo Morozzo e Giovanni Scabbia che, partiti primi, stanno già filando come treni. Sono solo e mi concentro nello sforzo di raggiungerli.

Monte Viraysse, canalino nord-est
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La giornata è splendida e si conferma sempre più tale di mano in mano che si sale verso il Colle Sautron. Questa uscita di corso, che è anche gita sociale, presto diventa una specie di gara. Ci sono tutti, gli atleti dello sci in salita della Sezione Ligure: Stefano Revello detto Marno, Antonio Cevasco, Giorgio Vassallo e Dino Romano. Per un momento m’illudo di poter, per un giorno, far parte della crema, poi mi devo arrendere di fronte al mio equipaggiamento raccogliticcio. Il cinghino delle pelli si rompe, non riesco più a stare al passo degli altri, mi devo fermare a confezionare con un po’ di spago una riparazione malfatta che durerà poco. Mi fermo ancora, rabbiosamente inveisco contro la mia cronica mancanza di denaro, il non poter essere dotato di un equipaggiamento come gli altri. Con le mani ghiacciate riparo ancora le mie povere cose, poi rialzo la testa e vedo gli amici così lontani da perdere ogni speranza. Al Colle Sautron arrivo quinto. Dietro è una serie sgranata di gruppetti, gli ultimi davvero allo sbando. Non sembra proprio l’uscita di un corso serio.

Non posso più proseguire con gli sci. Cerco di convincere i nuovi arrivati a proseguire a piedi, cerco di dimostrare loro che non si sfonda molto. In realtà mi stavo inserendo, senza volerlo, nella lotta interiore che ciascuno di loro stava affrontando. Continuare o no? Solo quel pazzo di Gogna può pensare di salire a piedi. Intanto i più decisi erano partiti. Scabbia, Marno, Grisoni, Vassallo, Romano e Cevasco. La mia idea di andare a piedi prende un risvolto imprevisto, il cambio di meta: Rita Corsi e Carlo Morozzo decidono di salire sul monte di fronte, il Viraysse. Renzo Conte e altri quattro o cinque scenderanno subito. Gianni e Margherita Pastine, con altri allievi, affrontano anche loro il canale di neve del Viraysse, non senza difficoltà. Io sono arrabbiatissimo, perché invece di salire alla Cima Sautron di 3166 m devo accontentarmi del Viraysse 2838 m. Per colpa di quelli che hanno preferito salire in sci! Preso da questo velenoso sentimento di impotenza, non mi accorgo neanche di raggiungere la vetta del povero Viraysse.

Tornati al colle, subito dopo scendo a stem e spazzaneve, insieme con Rita e Carlo, nel vallone, lungo, meraviglioso e su una neve magnifica. Cado più volte, ma non me la prendo. Sono qui per imparare. Ormai è passato mezzogiorno da un pezzo, siamo a quota più bassa e la neve di colpo cambia consistenza, gli sci affondano. Tutte le volte che cerco di voltare rischio di cascare con la faccia nella neve. Anche gli altri però ogni tanto si trovano sprofondati fino al collo. Mal comune mezzo gaudio.

Giunti al lago, ci riposiamo al sole. Ho i piedi doloranti, non vedevo l’ora di togliermi gli scarponi. I momenti belli dello scialpinismo sono pochi, pensavo. Mi consolavo pensando che quelli che dovevano scendere dalla Sautron avrebbero trovato condizioni ancora peggiori.

In attesa di Gianni, mi arrampico sui sassi circostanti con gli scarponi a punta quadrata. Poi finalmente scendiamo tutti ad Acceglio. Doveva essere la penultima uscita del corso, invece sarà l’ultima. Ormai i nomi da diplomare sono stati decisi: tra gli esclusi, Dellepiane, Martini, Fogliati, Fascioli ed un altro… Così i diplomati siamo Romano, Scabbia, Bisio ed io.

Una delle prossime sere a Genova ci sarà la consegna dei diplomi con tutte le formalità del caso, nonché la proiezione del filmino e delle diapositive del corso. Non diventerò mai uno sciatore bravo.

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Caduta in crepaccio allo Strahlhorn

Roland e Benjamin Spilthooren, d’Aix-les-Bains, sono padre e figlio. Assieme ad altri due amici, Francis e Isabelle, il 24 maggio 2015 hanno salito con gli sci uno dei più bei Quattromila del Vallese, lo Strahlhorn 4190 m.

In un particolare punto della discesa, con neve più gelata, Francis va avanti alla ricerca di una linea migliore, mentre gli altri lo guardano. Senza ovviamente staccarsi di molto dalla linea di salita. Lo seguono Isabelle e Roland e, cinque secondi dopo, anche Benjamin, ultimo. Proprio quando questi riparte, d’improvviso il vuoto gli si apre sotto ai piedi (sono le 11.41). La videocamera dell’uomo era in posizione “on”, così da riprendere l’incidente, la caduta e i tentativi di non precipitare ulteriormente nella voragine.

All’inizio la cosa non gli sembra grave, uno sci si è incastrato e Benjamin rimane ancora in bilico. Poi, dopo un movimento per disincagliarsi, è la caduta. Atterra su una specie di ponte di neve molle che attutisce il volo, poi scivola su una specie di toboga di ghiaccio, per un totale di 7-8 metri. Ora è sospeso in posizione veramente precaria sul nero vuoto di un baratro. Cerca di piazzare una vite da ghiaccio per ancorarsi e ci riesce. Nello stesso tempo urla con voce strozzata per chiamare soccorso.

Dopo 17 minuti si ferma lì un gruppetto, una guida svizzera appronta una carrucola di recupero, la manovra si svolge regolarmente, uno sci è perduto.

Dallo svolgimento delle scene sembra quasi che i compagni di Benjamin non si siano accorti della sua scomparsa. Il padre ha spiegato che si è accorto della mancanza del figlio 40 secondi dopo essersi mosso sulle tracce di Francis, quindi ben più in basso. C’è una gobba di neve che impedisce di vedere, tutti pensano che Benjamin abbia avuto un qualche problema agli sci e sia momentaneamente fermo.

Arriva però un altro sciatore, il gruppo gli domanda se ha visto qualcuno al di sopra, quello nega… Allora cominciano ad aver paura e rimettono su le pelli. Arriva un altro sciatore e anche quello conferma di non aver visto nessuno. Poi finalmente vedono del movimento in un punto, si capisce che c’è qualcuno in un crepaccio. Roland chiama il soccorso (sono le 11.53).

Si viene a sapere poi, ricostruendo i tempi con l’aiuto della telecamera, che il primo contatto tra infortunato e guida svizzera è alle 11.58. L’uscita dal crepaccio è alle 12.11, l’elicottero lo porta via (incolume) alle 12.30.

Dice Benjamin: “Beh, il bilancio è positivo, dal momento che ne sono uscito sano e salvo. Di fronte alla necessità mi sembra di aver applicato, anche se magari non alla perfezione, gesti e misure elementari. Penso che tutti si siano comportati come si deve e abbiano avuto un ruolo, gestendo correttamente la vicenda. Analizzando un po’, quando si è a più di 3000 metri di altezza, se sei in fondo a un crepaccio è molto stancante urlare per avere aiuto… penso che in futuro andrò in giro con un fischietto! Bisogna avere equipaggiamento in buono stato e saperlo usare: è essenziale. Una vite da ghiaccio, magari anche due. Una o due fettucce, dei moschettoni per fare degli autobloccanti. E naturalmente l’imbragatura. Anche la piccozza ho usato, e meno male che era una piccozza da ghiaccio”.

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Nuovo Bidecalogo Punto 14. Scialpinismo ed escursionismo invernale

Il Nuovo Bidecalogo del CAI, approvato a Torino il 26 maggio 2013, dedica il Punto 14 allo scialpinismo e all’escursionismo invernale. Potete consultare il documento finale e la presentazione del past-president Annibale Salsa, i due documenti sui quali ho lavorato per esprimere un mio parere sul Punto 14.

Punto 14 (Scialpinismo ed escursionismo invernale)
Siccome giustamente il CAI ritiene il contatto con la natura assai importante per la crescita e per l’equilibrio individuale, sia in estate che in inverno, “il CAI è perciò fermamente convinto che tali attività non debbano essere mai limitate mediante preclusione all’accesso delle aree naturali nel periodo invernale, anche quando tali limitazioni sembrerebbero indirizzate alla salvaguardia dellincolumità individuale. Auspica quindi che le diverse discipline sportive invernali in ambiente innevato possano sempre essere liberamente praticate appellandosi al senso di responsabilità e autodisciplina dei propri Soci nel perseguire gli obiettivi primari della sicurezza e del minimo impatto sullambiente”.

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Siamo assolutamente d’accordo. Ma perché quel “sembrerebbero”? Se si riflette, il verbo è corretto. Ma a una lettura appena un po’ superficiale sembra che vi possano essere limitazioni anche di altra natura, quando invece sappiamo che il punto dolente delle ordinanze che vietano un percorso sono SEMPRE basate sulla preoccupazione di avere incidenti in quel luogo (fatti salvi eventuali vincoli di tutela).

Cercando di essere più chiari, sostituirei con “anche se tali limitazioni sono indirizzate alla salvaguardia dellincolumità individuale”.

Ci sembra anche che in questo punto il CAI avrebbe potuto ribadire la sua contrarietà all’eliski e all’uso delle motoslitte: sarebbe stata la sede più adatta, non tralasciando di dimostrare come il rumore delle rotazioni e dei motori sia estremamente dannoso nel periodo invernale. Se procedendo a piedi o con gli sci “durante l’escursione dovrà essere rispettata la vegetazione in ogni sua forma, evitando in particolare di passare nel bosco in fase di rinnovamento e nei rimboschimenti per non danneggiare le giovani piantine con le lamine degli sci e con i ramponi delle racchette, specie quando la neve è polverosa e/o scarsa”, a maggior ragione qualunque mezzo motorizzato è da bandire.

Lo so che si potrebbe dare per scontato, ma scontato non è. Rimane il fatto che di questo nel Punto 14 non v’è traccia.

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La traccia del gigante

Non sappiamo se i due pezzi di formaggio – tenero e maturo, con un odore dalla forza di cento cavalli vapore – che Jerome K. Je­rome fa protagonisti in uno dei tanti aneddoti di “Tre uomini in barca” provenissero dal Beaufortin. Tut­tavia aroma e sapore di quello splendido formaggio indurrebbero a pensarlo. Tutti sappia­mo come andò a finire: i due pezzi furono seppelliti in una spiaggia e da quel giorno l’aria salubre, magico effluvio della sabbia, attirò tu­risti e ammalati di petto.

Formaggi come quelli descritti da Jerome appartengono infatti al­la fascia superiore della categoria, quella che in un mirabile ma deciso equilibrio di sapore e profumo ci inducono ad attribuirle virtù magiche e terapeutiche. Di questi formaggi si dice anche che “risvegliano i morti”.

30.03.1994, salita dal Refuge Presset al Col Est du Grand Fond, Beaufortin, Savoia
30.03.1994, salita dal Refuge Presset al Col Est du Grand Fond, Beaufortin, Savoia, Francia

Derivato da una millenaria cultura casearia, il Beaufort è al top fra i formaggi grassi di montagna; espressione massima di una fi­losofia del vivere che ha sempre tentato di concedersi il meglio con il difficile lavoro alpestre. Mangiarlo è sempre un pericolo per fegato e portafoglio perché, a differenza di tanti altri, non riesce a stancare il palato, con conseguenze intuibili.

Ma sensazioni forti richiedono forti “sacrifici” e, ben sapendo il rischio che corriamo, vi consigliamo di peccare, senza remore gastro finanziarie, e commuo­vervi gustando quest’opera d’arte, accompagnata da congrue dosi di vino rigo­rosamente rosso.

L’enorme bacino di neve riflette la luce violenta di mezzogiorno, senza mezzi toni, senza ombre: al fondo, il grande lago ghiaccia­to di Roselend rivela alcune azzurre fratture d’acqua. A nord o­vest, lontano, il massiccio del Monte Bianco vigila su un ondoso accavallarsi di montagne bianche. A ovest, più vicino, un bruno dente roccioso si alza deciso verso il cielo e nasconde la veduta verso l’Italia: è la Pierra Menta.

Già gli antichi viaggiatori, sulla strada che da Chambéry conduce al Piccolo San Bernardo, dai pressi del villaggio di Aime avevano osservato questo strano monolite, del quale si narrava una storia bellissima. Durante uno dei suoi numerosi viaggi al di qua e al di là delle Alpi il gigante Gargantua, per facilitarsi il pas­sag­gio della catena degli Aravis, con potenti manate scavò quello che oggi è il Col des Aravis: mentre così lavorava, Gargantua nell’impeto gettò lontano una scaglia rocciosa che, dopo un gran volo, andò a conficcarsi proprio nel punto più alto della regione del Beaufortin. Un’impresa titanica come altre sue, per esempio la costruzione del Cervino o lo scavo del Lago di Ginevra.

30.03.1994. In vetta alla Roche Parstire, Beaufortin, Savoia
In vetta alla Roche Parstire, Beaufortin, Savoia.La leggenda è viva ancor oggi: in una pizzeria di Beaufort cam­peggia un di­pinto a piena parete di come Gargantua creò la Pierra Menta; un contadino ci ha sorriso in maniera ambigua quando ci ha spiegato che i giganti buoni hanno costruito le montagne e da queste è nata e nasce la vita di tutti i giorni. Gli abbiamo dato ragione, anche perché sappiamo bene che la geologia non è riusci­ta a spiegare proprio tutto!

Eravamo partiti abbastanza presto dal Col du Pré, dove ci eravamo imbattuti in una cinquantina di bambini che, assistiti da maestre carine e simpatiche, stavano partendo per un’emozionante passeg­giata con le racchette da neve: pare che in Francia sia uno sport emergente. Ma avevamo dovuto lasciare la loro rumorosa allegria ben presto.

La Pierra Menta
Traccia-Gigante-La_Pierra_Menta_de_la_Roche_Parstire_alphaMi volto e osservo la scia creata dal nostro passaggio. Evane­scente, labile, senza vigore, come una creazione di oggi ci sem­bra senza futuro alcuno; perché forse le tracce nella neve dure­ranno lo spazio di un giorno, quando invece del gigante buono e amico degli uomini sono rimasti le opere e soprattutto il ricor­do. Gli artisti greci antichi, ben più vicini di noi alla leggen­da e alle gesta dei grandi eroi, raffiguravano gli dei e gli uo­mini con proporzioni assai diverse: un motivo di ciò può essere proprio la chiara coscienza di quanto piccole siano le nostre creazioni, quanto insignificanti se paragonate alle opere dei Ti­tani.

Dal Col des Verts verso la Pointe des Verts, il Mont Fleuri e la Tête Pelouse. Aravis, Savoia
Dal Col des Verts verso la pointe des Verts, il Mont Fleuri e la Tête Pelouse. Aravis, Savoia, Francia.

La Pierra Menta è l’elemento naturale più caratteristico e note­vole di tutto il Beaufortin, una regione nel cuore della Savoia con 2300 mucche di razza tarina, 5,5 milioni di litri di latte, 500 tonnellate all’anno di Beaufort, un formaggio locale in ven­dita solo qui. Di certo Gargantua, passando da queste parti, ag­giungeva anche il formaggio alla sua dieta che prevedeva già due mucche inte­re a colazione!

Pure la vicinanza ad Albertville e ai giochi olimpici non ha al­terato gli immensi pascoli e le foreste del Beaufortin, che d’in­verno diventa il paradiso dello sci di fondo.

Mentre lentamente traversiamo il lato occidentale del bacino di Roselend, la Pierra Menta è sempre là. È una sentinella contro il cielo, ben visibile sull’orlo del lato opposto del bacino: co­me una meridiana, la sua ombra si sposta sui pendii e a noi, che l’osserviamo muoversi in senso contrario al nostro, sembra che il tempo passi più in fretta del solito.

Mentre risaliamo gli ultimi pendii per il Col de Bresson il pano­rama si restringe assai, di pari passo con le nostre energie. Ma, giunti al colle, un altro orizzonte si apre sullo spartiacque al­pino e sul vallone della Balme, oltre il quale una tozza cima, la Pointe de Gargan, ci ricorda ancora la nostra guida leggendaria: si racconta che lassù vi sia la sua tomba, un enorme tumulo di sassi eretto al centro di una vasta depressione che i montanari del luogo chiamano la “Marmitta del Gigante”.

Il Refuge de Presset è piccolo ma accogliente e pulito: una bella sorpresa trovarlo in perfetto ordine, così accogliente dopo una salita così impegnativa. È magnifica la vista sulla Pierra Men­ta, che qui si mostra con le linee più eleganti, stagliate nella luce del tramonto.

L’ordinata successione di cime della Chaine des Aravis (da Q. 1840 m del M. Lachat de Chatillon). La più alta è la splendida Pointe Percée
L'ordinata successione di cime della Chaine des Aravis (da Q. 1840 m del M. Lachat de Chatillon). La più alta è la splendida Pointe Percée.

Domani saliremo ancora al Col du Grand Fond: l’arrivo al colle sarà proprio glorioso, il Monte Bianco apparirà nella luce del mattino, così terso, così lontano, così presente. Come arrivare su una vetta, la medesima emozione dei grandi spazi e delle gran­di vedute selvagge.

E, sempre domani, da lì scenderemo nella solitaria Combe de la Neuva fino al Cormet du Roselend e da qui ancora al lago e al punto di partenza.

Ma domani sarà altro giorno, rifaremo con gioia i gesti e il ne­cessario per poter vivere ancora una bella giornata nella purezza di queste montagne. Le prodezze di Gargantua, narrate da genti e generazioni diverse, si ripetono senza sosta e senza limite geo­grafico, moltiplicate per i fattori soggettivi e le peculiarità di ogni luogo: solo il loro censimento in terra francese ha già riempito decine di pagine di elenco. Potrebbero sembrare monotone solo a chi non guarda gli sce­nari sempre nuovi dove sono ambien­tate.

Sono invece testimonianze perfino necessarie a chi cerca senza requie di individuare le costanti umane spontanee, azioni ripetu­te più volte dai popoli crea­tivi alla naturale ricerca della per­fezione e dell’arte.

Anche chi traversa il Beaufortin con gli sci e si confronta con la solitudine delle proprie creazioni ripercorre l’incessante azione vitale della salita cui segue sempre una discesa. Con co­stanza e spontaneità.

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Il sogno di un Mezzalama con uso moderato di elicotteri

E’ di poche ore fa la conclusione del XX Trofeo Mezzalama, con la vittoria maschile della squadra italiana di Matteo Eydallin, Michele Boscacci e Damiano Lenzi (5h10’49”) e con quella femminile di Emelie Forsberg (svedese), Axelle Mollaret (francese) e Jennifer Fiechter (svizzera) (6h35’09”).

L’arrivo a Cervinia dei primi classificati Eydallin, Boscacci e Lenzi

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La preparazione di un evento come il Trofeo Mezzalama 2015 appena concluso richiede uno sforzo organizzativo del tutto senza confronti con ciò che era necessario al tempo delle prime edizioni. Anzitutto la spettacolarizzazione dell’evento esige la massima velocità degli atleti, quindi una pista altamente preparata da giorni e giorni di lavoro di guide alpine (e di elicottero). Sempre per la regola dello spettacolo facile e assicurato, giornalisti, fotografi e organizzatori raggiungono i posti di osservazione in elicottero, anzi spesso sostituiscono l’osservazione con il sorvolo; in ultimo, ma non certo meno importante, la sicurezza. I criteri per la sicurezza di atleti e spettatori hanno da tempo innalzato gli standard: per osservarli occorre un grande lavoro, con enorme dispendio di voli nei giorni immediatamente precedenti allo svolgimento della gara.

Molto si è detto e scritto sui disturbi che l’eliski provoca alla fauna, già debilitata dalla lunga stagione invernale, e sul fastidio che lo scialpinista prova nel dividere con altri la «sua» montagna. Ma le decine di migliaia di passeggeri che anche quest’anno hanno usufruito di un passaggio in elicottero per scendere con gli sci non sono dei nemici: sono un pubblico da educare. Le leggi non bastano da sole, anche perché talvolta sono aggirabili. L’eliturismo, su tutte le Alpi e in barba a tutti i divieti di atterraggio, permette il sorvolo di qualunque valle! Sono famosi quei voli di elicottero nella zona dell’Alpe d’Huez (in Francia), per raccogliere sciatori che erano saliti in funivia alle Grandes Rousses e che poi, scesi fuori pista sull’altro versante, avevano appuntamento con l’elicottero. La legge francese infatti proibi­va di portare in alto gli sciatori ma non di riportarli in basso! Oggi un evento pubblicizzato e documentato come il trofeo Mezzalama, il rally di scialpinismo più seguito di tutti, registra in vetta alle montagne del percorso la presenza di centinaia e centinaia di persone. Questa montagna diventa dunque un palcoscenico, uno sfondo teatrale sul quale si mostra lo spettacolo-competizione, con elicotteri che volano nel frastuono in ogni direzione. Sicurezza e ambiente non vanno assolutamente d’accordo, almeno se per sicurezza s’intende la riduzione della montagna a uno sfondo. La sicurezza in montagna è importante, ma ancora più importante è la sicurezza dentro. È la wilderness la miglior guardiana della nostra vera sicurezza. Eliski ed eliturismo sono un vizio.

Ma in montagna l’uso dell’elicottero va ben oltre l’eliski e l’eliturismo. L’elisoccorso ha modificato la pratica alpinistica e in alcuni gruppi montuosi l’ha perfino stravolta. L’avventura è una grande cosa, ma una vita umana salvata è più importante. Però ci sono gli abusi facili: i due elicotteri che intervengono per lo stesso infortunio, dove magari basterebbe un’autoambulanza. Sarebbe importante una regolamentazione. Ecco poi i voli di studio, per la conoscenza scientifica del territorio, come pure quelli per la manutenzione degli impianti radiotelevisivi e telefonici. Siamo abbastanza vigili sulle reali motivazioni di questi voli?

I rifugi alpini sono oggi costruiti, ristrutturati e soprattutto riforniti con l’elicottero, il che incentiva ogni genere di consumo. È vero che il rifugio svolge un servizio turistico, quindi sociale. Ma l’elicottero ne stravolge le funzioni. Si dice: ma la gente vuole un servizio efficiente. Ma più il servizio è efficiente, più la montagna è svenduta.

L’arrivo a Cervinia delle prime classificate femminile Forsberg, Mollaret e Fiechter

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Ci sono fotografi e documentaristi che fanno libri di montagna e film usando l’elicottero. Scorci, panorami vanno a solleticare la curiosità di chi ha visto poco delle montagne e crede di aver già visto tutto. Un panorama aereo di montagna non è immorale in se stesso. È immorale l’uso che se ne fa, il dare a un pubblico grezzo, e a poco prezzo, l’illusione di conoscere di più. Una veduta aerea è cattiva educa­zione. Perché eliminare subito il fascino del mistero di ciò che non si è visto ancora?

Ci sono pescatori che in primavera si fanno portare in elicottero sui laghetti ghiacciati. Per ore buttano le lenze in buchi da loro scavati nel ghiaccio e alla sera si fanno riprendere. Ci sono gestori di rifugi che organizzano voli di elicottero per liete serate in romantica baita alpina; ci sono feste e inaugurazioni di paese in cui le autorità scorrazzano per i ristretti cieli delle valli.

Ci sono stati alpinisti che per le loro imprese hanno usato l’elicottero come un taxi, a ciò incitati da una fetta consistente di pubblico e naturalmente da stampa e televisione. L’elicottero ha permesso riprese in diretta di queste imprese, con ciò trasformando l’alpinismo da leggenda creativa e catalizzatore dell’immaginifico ad attività banal­mente sportiva che si può vedere e vendere minuto per minuto alla moviola. La moviola è più forte. Se la televisione ti addormenta come un coglione, la moviola ti lobotomizza. C’è da dire che ci si può abituare anche alle immagini estreme, alla no limits. Ma il rischio di indigestione o di obesità diventa sempre più sensibile.

Infine, l’uso dell’elicottero più inaccettabile di tutti è quello legato ai film pubblici­tari. I voli sono autorizzati «per il bene della valle», ma chi ne trae vantaggio è solo il prodotto pubblicizzato. Le montagne fanno da sfondo sfolgorante alla tragedia di tutte le tentate vendite televisive.

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Emilio Previtali: to inspire others

   To inspire others
dalla serata di Emilio Previtali con Alt(r)i Spazi, 1 aprile 2015

La simpatia di Emilio investe il presentatore, deborda dal palco e si riversa sul pubblico come un fiume… con la potenza di un fiume non violento dal quale è bello farsi trasportare.

Un uomo che ha girato il mondo delle montagne, le ha salite, soprattutto le ha discese, nei modi più fantasiosi, praticamente tutti quelli che si conoscono… e sempre con la stessa bravura e leggerezza, così come te lo racconta lo ha fatto.

Previtali_fullUno che non dice mai “io, io…”, e neppure lo sottintende. Eppure, cazzo, sta parlando di sé. Come fa? Con la leggerezza: “Nessun altro rumore se non il respiro e le mie pelli di foca che scorrono sulla neve leggera”. Un uomo che agisce zen (e non per nulla il suo libro preferito è quello di Eugen Herrigel, Lo Zen e il Tiro con l’Arco).

Già dal titolo Quella del signor Miura e altre storie sembra che Emilio non voglia parlare di sé. E ti narra di una spedizione al McKinley (Denali) con uno squinternato gruppo di freerider che in tutta evidenza (dal film) non aveva neppure la metà della sua esperienza alpinistica, conclusa con la discesa a telemark del Rescue Gully e dell’Orient Express Couloir.

Dopo le splendide immagini dell’Alaska, Emilio sorprende il pubblico raccontando che nel gruppo (che si era visto misto e ben dotato di piacevoli esemplari femminili) lo chiamavano “Italian stallion”… lui protestava la più assoluta ignoranza di come fosse nato il nomignolo, che ovviamente a sua moglie (presente in sala) andava un po’ indigesto. Ma se una persona è sincera, ed Emilio lo è, dovrebbe esserlo sempre, no?

Dal racconto della spedizione alle Svalbard sembra che il gruppo sia andato in gita come noi potremmo farlo in Val Formazza, con la stessa importanza data all’amicizia e al gruppo.

Geniale e autentico personaggio del mondo della montagna, Emilio Previtali persegue ancora oggi l’avventura e la ricerca dei propri limiti attraverso arrampicata, snowboard, corsa, mountain bike, alpinismo in tutti gli angoli del mondo, per poi tornare ad allenarsi alla Cava di Nembro, più ricco eppure ancora il bimbo capace di sognare, sfidare se stesso, rimettersi sempre in gioco e cercare di restare in sintonia con la propria visione delle cose.

Per un alpinista l’arrivo in vetta è il successo – dice Previtali – la vetta mancata è il fallimento, per un freerider questo concetto è superato, l’esperienza nella sua totalità è l’obbiettivo, arrivare in cima fa piacere a tutti, ma tra arrivare in cima e fare una discesa mediocre e mancare una cima per buttarsi su una discesa favolosa, io scelgo la seconda opzione”.
Anche perché, ci spiega, il “successo” non è un qualcosa di assoluto e prestabilito: “il successo è ciò che TU decidi che sia”.

Uno dei pezzo forti della serata di Emilio Previtali è la proiezione di un estratto dal film The Man Who Skied Down Everest, un documentario su Yuichiro Miura, l’alpinista giapponese che sciò sull’Everest nel 1970 utilizzando un paracadute per frenare la discesa (di quelli di una volta, rotondi).

Miura, partendo dalla Fascia Gialla (Yellow Band), scese il versante ovest del Colle Sud per 2.000 metri di dislivello in due minuti e venti secondi, poi cadde rovinosamente per circa 400 metri, riuscendo miracolosamente a fermarsi prima dell’inizio di giganteschi crepacci.

L’eccezionale filmato è preceduto dalle bellissime discese che Emilio fa nei boschi dell’Hokkaido, poi dalla visita all’anziano Yuichiro Miura. Un signore con il viso da bambino e un’età di circa 80 anni (nacque il 12 ottobre 1933). Possiamo vederlo con la gentile figlia, con l’unico sci rimastogli dopo la caduta sull’Everest: con ricordi che ne costruiscono naturalmente il volto. Perché, pensate che Miura, miracolato, se ne sia stato buono buono in seguito?
Il 23 maggio 2013, all’età di 80 anni, è divenuto la persona più anziana ad aver raggiunto la cima dell’Everest, da lui già raggiunta altre due volte, il 22 marzo 2003 all’età di 70 anni e il 26 maggio 2008 a 75 anni.

Emilio Previtali a tallone libero sulle nevi neozelandesi
previtali-0002Come presentatore sono stato tutto il tempo incerto sul come provocare il suo irruente umorismo, gli ho chiesto di quel suo scritto (un post dal Nanga Parbat invernale) che mi aveva colpito assai, dove faceva distinzione tra dividere e condividere, manifestando la sua antipatia per quella “condivisione” che in realtà, riferendosi ai dibattiti dei social, non è una divisione oggettiva di un bene, perché in effetti si sta parlando di un bene virtuale. Dunque, dopo una condivisione, chi è ricco rimane ricco, chi è povero rimane povero. Non si può dividere lo zero…

E ancora Emilio non aveva scritto quello splendido post su Facebook in cui lo vediamo, in un centro commerciale di Orio al Serio, assistere ai risultati dell’espianto di due palme.

La sala si sbellica letteralmente dalle risate per almeno un minuto buono di fronte alla scena di come si viaggia in Pakistan, nel filmato a documento dell’avventura al Nanga Parbat dell’inverno 2013-2014, assieme a Simone Moro, suo vecchio compagno di scuola.

Si cammina una volta sola sulla Luna” è il suo insegnamento sulle “azioni eroiche” che non possono e non devono essere “serial”. Di discesa dal Shisha Pangma per Emilio ce ne può essere una sola e corrisponde con una filosofia di lunga vita.

Emilio, negli anni anche fondatore e direttore della rivista FREE.rider è oggi “penna” fra le più seguite fra tutti gli appassionati di montagna, sci e avventura a contatto con la natura. Lo merita, perché sostiene che per scrivere serve follia e massimo controllo di sé. To inspire others.

previtali-0001Emilio Previtali in breve (da Uomini & Neve, Martino Colonna e Francesco Perini, Edizioni Versante Sud, 2013)
Emilio Previtali
è nato a Bergamo il 5 maggio 1967.

Le sue spedizioni più importanti
2011
The North Face Denali Experiment Expedition 6194 m – cima e discesa a telemark di Rescue Gully e Orient Express Couloir.

2005-2007 Shisha Pangma 8027 m, parete nord, 3 spedizioni, discesa in snowboard da 7600 m.

2002 Cho Oyu 8202 m, parete nord, discesa con lo snowboard da 8000m, prima discesa della The Poland Route, cresta nord-ovest, 55° da 7200 m.

2001 Pik Lenin 7134 m, discesa in solitaria in snowboard attraverso una nuova linea per la parete nord.

Premi
2007
EUBEA European Best Event Award – Miglior evento europeo con basso budget con Shisha Pangma Snowboard Expedition.
2004-2005 Migliore Freerider Italiano – On Board Italy Snowbox Award.

Editoria
2000/2008
Direttore di FREE.rider magazine.
Fondatore ed editore della rivista Soul Rider.
Editore del The North Face STORY.teller yearbook.

Altro
27 volte finalista Ironman.
Maestro di Snowboard.
Ha partecipato al Camel Trophy come membro del team italiano.

Sponsor
The North Face, Scott, Orthovox.

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