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Go aid a pitch 03

Go aid a pitch 03 (3-4)
di Gabriele Canu

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Selvaggio Blu, Day 0 – Blu Moon (Prologo)
“ogni zaino dev’essere massimo 15kg, altrimenti vi tocca pagare di più!”. Aereoporto di genova, ore 15. Comincia così, da buoni liguri – con bagagli all’aria per spostare i pesi e per bagagli a mano dei bei sacchetti della coop – l’avventura di 4 loschi liguri in terra sarda. Ad attenderci nella Terra Promessa, un signore con un cartello con scritto “Gapclimb”. E vi ho già detto tutto, anche considerato che riconoscere 4 scapestrati in partenza per questa avventura, vi assicuro, non era impresa sì ardua. Dopo un viaggio di 2 ore con le schiene ben incollate ai sedili – scopriremo come alcuni sorpassi possano essere ben più pericolosi della permanenza plurigiornaliera in ambiente ostile – eccoci sbarcare a Santa Maria Navarrese, 8 di sera in pieno centro (…) città (…). Fontanella! Bene, riempiamo le taniche da 15 e 10 litri, e via verso la partenza. Inutile dire che, giunti alla partenza – un deserto piazzale dal tetro aspetto – scopriamo a malincuore il colore dell’acqua: gialla, forse un po’ arancione… non male, per essere l’acqua dei giardini dove giocano i bimbi! Ancora non siamo partiti, e già siamo alla prima decisione strategica… prendiamo coraggio, svuotiamo tutto, e ci fidiamo di un ipotetico punto di raccolta acqua “quasi certo”… a tre orette da qui. Un’ora a rifare gli zaini, un panino, una birra, e poi… e poi parte qui, dopo tempo che lo aspettavamo, il nostro “Selvaggio Blu”. Sappiamo che sarà una grande avventura, questa volevamo… e ora siamo qui, pronti, sicuramente felici di esserci anche se forse un minimo “intimoriti” da quel che potrà essere. Ma siamo stati noi ad aver voluto venire qui, l’abbiamo studiato bene e preparato, e ora che sono le dieci di sera, che abbiamo gli zaini in spalla, che siamo pronti a partire… beh, non sapremo cosa ci aspetterà… ma siamo pronti ad andare a vedere! Il cielo è terso, una bella stellata, e non fa neanche freddo… si parte! … è notte fonda ormai, ma bellissimo, questo lunghissimo sentiero che traversa mezzacosta un centinaio di metri sopra il mare! Andiamo via bene, veloci, fa fresco e camminare così quasi non pesa, e poi, finito il “prologo”, siamo alla -vera- partenza del percorso… e dopo aver camminato un’altra oretta, siamo al rifornimento d’acqua… che per fortuna c’è! Due a riempire le taniche e potabilizzarle, gli altri due a cercare la traccia per il giorno dopo e un buon posto dove passare la nostra prima notte… e tra mille risate, e un po’ di stanchezza, verso l’una e mezza le stelle ci danno la buonanotte… il prologo è finito: che l’avventura abbia inizio!

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Selvaggio Blu, Day 1 – Persi nel Blu
“tappa di non difficile individuazione”. Il team Gap mette subito le cose in chiaro: … chi sei tu, o omo, a mettere limiti alle nostre capacità di perderci?! … giammai! Così, illuso il nostro mistificatore non sbagliando una virgola sulla prima delle due tappe del selvaggio contro cui ci prenderemo a schiaffi oggi, non facciamo che un’oretta della successiva tappa prima di cominciare a non distinguere nemmeno un sentiero da uno stradone delle dimensioni pari al Grande Raccordo Anulare, e cominciare pertanto, seduti sconsolati su una pietra, a girare la cartina in tutti i versi possibili, autoconvincendoci di essere sulla Laurentina, e di avere a fianco il monte ginnircu. Resta un mistero capire come il ginnircu possa distinguersi da tutte le altre collinette a fianco, di eguali forme e quote, metro più, metro meno. Distinguere il ginnircu dal Su runcu nieddu, vi assicuro, non è come distinguere il Medale dal Fitz Roy… Fatto sta che, persi per persi, troviamo un’anima viva, un pastore della zona, e chiediamo con candida gioia, “… scusi, per porto quau?!”… un po’ come essere in piazza dei miracoli a pisa e chiedere informazioni per il colosseo. Tra l’altro, come chiederlo non all’APT, quanto piuttosto ad un individuo camuffato da pastore sardo, ma con l’accento più intorno al rumeno andante. La risposta “… per di là”, è tutto dire. Ore a ravanare nella fitta vegetazione, finché, tornando all’ovile (… che di solito è un modo di dire, ma qui no!) troviamo il vero pastore, che con accento sardo doc, ci illumina: “ah, porto quau?! Ci si arriva da ovunque!!!”. Essì, certo. Io e andre rimaniamo allibiti nel sentire tutte le spiegazioni dei vari itinerari per giungere a destinazione, e ubriachi di indicazioni, torniamo dai soci… ovviamente non ricordandoci nemmeno più se il “recinto di legno con cancelletto” è sull’itinerario 1,2,3,4… né tantomeno dove si collochino “i resti di un ovile abbandonato e distrutto”, e per giunta se siano prima o dopo della “straducola verso sinistra che poi scende e si prende l’altra discesa verso i resti di un ovile che si passano a destra, poi a sinistra, prima di prendere un’altra straducola da sinistra a destra”. Insomma, praticamente il pastore ci aveva fatto una bella supercazzola come fosse Antani, per giunta con scappellamento a destra… e noi ancora stavamo a ringraziarlo!!! E vabbè, via, si naviga “a vista” (… sì,

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vabbè, ‘a voglia, vedersi lì in mezzo a quella vegetazione!), finché, traversa traversa, giungiamo sul bordo di un grosso canale. Fortuna che da piccoli i nostri quattro bipedi avevano letto tutti i manuali delle giovani marmotte, e infatti concordarono tutti e quattro: “… ma certo, questo non può che essere bacu mudaloru!”. E poco dopo, concordarono che in effetti, vada per il possibile errore di taratura dell’altimetro, vada la pressione che andava cambiando, ma se l’attraversamento del bacu era dato a quota 170, e noi eravamo a quota 630, qualcosa in quel vecchio biplano a motore… e qui altro che amaro montenegro, qui di amaro c’è solo l’infinita discesa: 2h abbondanti per ben 400 metri di dislivello. Però! Fatto sta che a quota 200 nulla, 180, 170, 160, 130, 110… e i nostri quattro eroi, sconsolati e senza la minima idea di dove si siano cacciati, e con il buio sopra le loro teste, e nel cuore un’emozione, decidono per la soluzione finale: dritti per il bacu fino al mare, poi, domattina, se ne riparla!
… e non so come raccontarvi i restanti 100 metri di dislivello (e ottomilaquattrocento di sviluppo o giù di lì!), in un ambiente simil foresta tropicale: la lotta con l’alpe, qui portata ad una più congrua lotta con la giungla mediterranea ha inizio, dopo 10 ore di cammino è quello che ci vuole, si lotta, lo zaino si impiglia ovunque, si suda, ci si avvinghia alle liane, si sfondano muri di arbusti prendendo la rincorsa, si cammina a quattro zampe… ormai vale tutto! … ma a un certo punto, ore dopo, Mich penetra la notte stellata con un urlo: “IL MAREEEEEEEEEEE!!!!”. Per tutto questo tempo, da qualche ora a questa parte, non facevamo che chiederci dove fossimo finiti. Non era passato che un giorno, ed eravamo già abbrutiti, vestiti strappati, sguardo stravolto, schiena distrutta… e non avevamo la minima idea di dove fossimo. Poi, mentre Mich e Ricky iniziano le pratiche per accendere un bel fuoco per chiudere questa giornata, io e Andre scendiamo alla caletta pochi metri sotto, guida alla mano… “però, questa foto ci assomiglia…” – “c’è anche la placca liscia a destra, gli alberi lì…” – “… siamo a Porto Quau, ga!!!”.

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A questo punto inseriamo la presentazione che Gabriele fa dell’amico Ricky:

Ricky giunge al GAP dopo una lunga preparazione atletica; interi tiri da rinvio a rinvio, seguendo l’arte del mitico Richard (l’unico uomo al mondo a tirare TUTTI i rinvii della INPS a Pianarella TRANNE UNO!). In grado di addormentarsi due volte nel giro di quattro giorni su due soste di due vie diverse. Noto per il suo eclettismo, passa dalle grotte, alla mountain bike, al curling, alle gare di pentathlon acrobatico, il tutto nella stessa giornata, e la sera passa da chiaretta. Effettivamente nell’elenco fatto manca la scalata, ma fatta come la fa lui può tranquillamente rientrare nelle quattro attività menzionate. Ex maratoneta, ex ammaestratore di girini, ex campione di UNO (autore tra l’altro della prima solitaria invernale di un torneo del noto gioco da tavola), attualmente pare abbia la tendenza a sopravvivere inventando gare di mountain bike, e si dice che le organizzi in modo tale che almeno uno si sperda per le colline del finalese per dare alla gara un brivido finale. Il tutto mentre tutti ormai mangiano e bevono e se ne battono i maroni del poveraccio disperso, salvo il medesimo individuo, i vvff, i carabinieri, la questura, il comune di finale; inoltre ha la tendenza a distruggersi le caviglie sfracellandosi su lunghi rettilinei pianeggianti. Da consumarsi preferibilmente entro il 20 ottobre 2011.
NDA: per dovere di cronaca, in seguito a dura contestazione ricevuta a mezzo sms dall’interessato, si precisa che il sig. Richard, in arte Richard, si ritiene “certo di aver tirato TUTTI i rinvii sulla INPS, anche quelli sull’imbrago di chi mi aspettava in sosta”….
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Selvaggio Blu, Day 2 – … ma il cielo è sempre più Blu!
Ancora increduli dell’essere giunti a Porto Quau senza nemmeno aver capito se eravamo nella regione giusta – fatto confermato solo dall’accento del pastore di cui al Day One – eccoci al risveglio per una tappa che, almeno questa!, non dovrebbe crearci troppi problemi, giungendo nella splendida Cala Goloritzé… un deja-vu per tre quarti del gruppo. E in effetti, quattro minuti dopo essere partiti, ga è già disperso nelle fresche frasche sarde, ma dopo una lotta corpo a corpo con enormi corbezzoli, ha la meglio e torna sulla retta via… scuoiato come un cinghiale, ma ancora in grado di intendere e di volere. Non riusciamo a perderci nemmeno nella discesa di un enorme bacu – cosa sulla quale avremmo potuto scommettere oro! – e poi, risalendo, le patetiche scene per riempire le nostre taniche ormai a metà, con un meraviglioso seppur pericolante canale di scolo poggiato su un albero che porta la poca acqua piovana che riesce a strappare all’arido terreno dentro una grossa tanica. Inutile descrivere il colore dell’acqua… lo lascio alla vostra fervida

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immaginazione. In compenso l’opera di potabilizzazione sembra andare a buon fine, nonostante il colorito un po’ smorto… e noi sopravviveremo. Forse!Poco dopo, dopo averci regalato scorci stupendi su tutto ciò che sarà di noi nei prossimi giorni, la natura si vendica con noi ingrati e ci piazza davanti la ripidissima e durissima risalita – incredibile come 400 metri di dislivello possano essere così massacranti! – che ci toglie ogni energia, sembra sempre lì sta sommità, invece si sale, si sale, si sale per pietraie ed enormi distese rocciose lavorate dall’acqua e dai millenni… finché non giungiamo laddove non c’è più da salire, dopo cinque o sei ore, sotto il sole e con gli zainoni – chi più, chi meno – a schiacciarci la schiena. Lo svacco è massimo, siamo contenti di essere qui, siamo nei tempi, vicini a un bellissimo ovile, il meteo è dalla nostra… e ormai da qui è solo discesa. Ahhhh, già già, bella bella la discesa su sto tipo di terreno e con sti zaini…!! Rischiamo di perderci proprio qui sul più bello, ma un attento sguardo alla carta (sì, vabbè, dai, si fa per dire) ci riporta sulla retta via, e dopo otto ore, finalmente su una mulattiera degna di tal nome, giochiamo a chi riconosce per primo l’Aguglia… ed eccoci qui, Porto Quau-Cala Goloritzé è in saccoccia, sono le due e mezza… è presto, e possiamo rilassarci (?!?) in vista delle prossime due tappe, la prima la più ostica e facile da disperdere, la seconda… beh, quinta e sesta tappa da unire, altrimenti altro che traghetto Olbia-Genova, martedì sera!… ma prima di andare a nanna, c’è andre che aveva un sogno: salire sull’Aguglia – per lui la prima volta! – durante queste folli giornate… sono quasi le tre, ga ha visto la roccia e non capisce più niente, le scarpette – e solo quelle, e solo le sue! – nello zaino ci sono… e perché non dare una mano agli amici per realizzare un sogno? “Dai andre… presto che è tardi!!”.

Selvaggio Blu, Day 2 – Easy Gymnopedie
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Selvaggio Blu, Day 2 – Easy Gymnopedie
… e così, anche quest’idea malsana l’abbiamo realizzata! … come dire, scalare l’aguglia dopo 8 ore e mezza di avvicinamento con lo zainetto da 20 chili ti dà tutta una soddisfazione diversa… ma che voglia di scalare! … e così, la giornata è bella, non fa freddo… ma ci son solo due ore di luce! … ma ga, senza zainetto in spalla e con le sue inseparabili katana (i 450 grammi portati più volentieri sulle spalle) ai piedi, dopo aver racimolato un po’ di moschettoni singoli e ghiere li centellina quanto può lungo i tiri, andre con le scarpe da trekking non perde un colpo, e così… di nuovo qui, questa volta a goderci il tramonto!… bella l’aguglia, bellissima, un “missile” stampato in questa cala splendida… andre è felice, ci teneva a salire quassù… ed eccoci qua! … e ora è il momento di scendere… c’è da far legna, accendere il fuoco, preparare cena, riordinare… è lunga prima di nanna! … domani si torna a scarpinare, niente più tacchette, buchi, reglettes… d’altra parte – e questo penso si fosse capito – … non siamo mica qui per divertirci!!

Selvaggio Blu, Day 3 – Impegnativo Blu
Ed eccoci qui. Chi l’avrebbe mai detto, il giorno prima metà team poco prima del tramonto era nel punto più alto della cala, l’altra metà – sfiorando l’ibernazione – era nel punto più basso, immersi nelle stupende acque blu di questo luogo magico… La splendida alba dalla cala è un momento imperdibile, ormai in compagnia di un simpatico cagnetto, che da ieri alle 3 ci tiene compagnia. Ci facciamo prendere – e come, no?! – dalla voglia di una bella sboulderata su un masso nella cala… la tentazione di farsi male in maniera idiota proprio alla vigilia della tappa più impegnativa del percorso, è troppo grande… Ma è ora di finirla con questi stupidi momenti poetici… è il momento di tornare a scarpinare! Ogni volta che rimettiamo lo zaino sulle spalle, è come guardare dritto in faccia il nostro avversario sul ring senza aver sentito suonare l’inizio dell’incontro… ma la prima mezzoretta facile facile ci aiuta a prendere confidenza, sinché non sbattiamo dritti contro un muro di una quindicina di metri che si frappone al nostro cammino… e finalmente anche le corde che ci portiamo sulla schiena da una ventina d’ore si impregnano di un loro significato! Certo è che trovare degli spit in una cosa “selvaggia” non lascia indifferente ga, che non può che esimersi dall’ignorare un vetusto spit e passare un cordinetto intorno a un alberello. Ciò che è selvaggio, lasciamolo tale! Certo salirci con venti chili sulle spalle regala emozioni, quarto grado o cosa sia, ci rendiamo presto conto che “divertirsi” è un’altra cosa… ma son sicuro che si poteva capire anche senza averci una cassapanca sulla schiena! Il muretto successivo, quartopiù secondo la guida, invece è corto, sprotetto e… quartopiù “d’altri tempi”. In compenso, la caduta è di quelle consigliate

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dai migliori ortopedici. ga evita spiacevoli inconvenienti (e una visita medica onde decidere cosa fare dei resti delle sue vertebre sacrali) scalando senza zaino, e così pure gli altri. Tranne mich, diavolo d’un purista!!! La traccia ora riprende tranquilla ed evidente (… diciamo “ovvia“, và là…), salvo che non riusciamo a trovare, nell’ordine: “un’enorme grotta”, “i resti di un ovile”, “una mulattiera che incrocia la nostra traccia”. Vabbè, oh, non avremo una buona vista, ma qualche altra buona qualità la avremo! (… ?!?) E via di cartine, relazione, altimetro, bussola per poi capire… che non ci abbiamo capito niente. Ma l’istinto la fa da padrone, e quando mich dice “per di qua, miei prodi!”, nessuno ha il coraggio di controbattere… probabilmente per stanchezza, di sicuro non per fiducia nel socio. Incrociamo in breve una mulattiera ben segnata, e dopo poco rischiamo di prendere una testata contro un’enorme ovile. E fin qui ci siamo. “… dove sarà facile trovare due grosse taniche sempre ben rifornite durante l’anno d’acqua piovana”. E certo. Ben rifornite quasi come il cestello del gusto limone in una gelateria in centro livigno il 4 gennaio, verrebbe da dire. Ma noi – che lo ricordiamo a chi si fosse messo all’ascolto soltanto adesso – non siamo polemici, facciamo finta di nulla, e dopo una litigata d’altri tempi tra ga e ricky (l’acqua comincia a scarseggiare…!), possiamo riprendere a perderci. E non ci facciamo mancare niente: dopo pochi minuti stiamo scendendo lungo un bellissimo sentiero, ben segnato per giunta… ma qualcosa comincia a non corrispondere, quote, versante… uhmmmmm… e dopo un breve summit tecnico (giusto il tempo tecnico di capire che siamo quattro babbei… si risale. Giungiamo a un enorme ometto di pietre ormai all’ora di pranzo, e non abbiamo di meglio da fare che disquisire – stavolta in maniera lievemente più seria – sull’acqua. 12 litri in 4 per due giorni e mezzo. Ma è il momento di far gruppo, e dunque ga se ne esce con la sua teoria (riportata da chissà quale fonte): “le taniche ‘sembrano’ mezze vuote. Ma in realtà sono piene, interamente piene. Per un terzo di acqua, e per due terzi di aria!”. Lasciati basiti (e inorriditi) i ¾ del gruppo, si può ripartire. Sembra incredibile quanto queste idiozie possano ridare morale; e infatti, chiaramente non succede. A ridare conforto al team Gap, sono i segnavia… vagamente rari, un po’ tipo cercare gli spit sulle vie –a spit!- di koller. Di qui in poi troviamo tutto, una pietraia infame, Mich rotolanti, discese ghiaiose, paretoni strapiombanti, traversi di qui, traversi di lì, frane di lì, dirupi di là, boschi sospesi ripidissimi… e infine una calata. Poi bellissime ed enormi grotte una dopo l’altra, a due passi dal blu, e quando stiamo ormai quasi a fine tappa, un bel regalo: un otre e un fustone di acqua limpida raccolgono lo stillicidio di due stalattiti. Non possiamo negarlo; siamo felici di essere qui, abbiamo trovato l’acqua! … ora sta solo a noi, portare a termine la nostra avventura! … a chiudere la giornata, lunga e faticosa, saranno due notizie: la prima è che la bomboletta del gas è tristemente mancata all’affetto dei suoi cari; la seconda è che il trust di cervelli di un informatico e di un medico ha in serbo una soluzione che ciccio mcgyver dovrebbe solo che inchinarsi…

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Selvaggio Blu, Day 4 – Sbattone Blu
E fu sera, e fu mattina. La giornata di ieri ci ha spappolato le risorse mentali e fisiche – dura st’avventura, di testa e di fisico! – ma oggi siamo davvero carichi… meglio così, non possiamo concederci errori e dobbiamo andare a mille: tappe 5 e 6, totale 10h30, impegnative e ora la stanchezza comincia a farsi sentire. Ma ora comincia a esserci il “gruppo”, quello spirito per cui oggi, partenza con le frontali, ci porterà di sicuro a Cala Sisine, a qualunque ora del giorno o della notte. Arriveremo perché siamo un gruppo, e perché vogliamo arrivarci! Sembra quasi di partire per una grande via delle Alpi, invece siamo “solo” qui, a 100 metri dal mare, a 10 km dalla civiltà. A piedi. Eppure siamo “dispersi”. Per esserne sicuri, cominciamo a non trovare le tracce dopo 50 metri; ma la retta via è subito ritrovata. Ci troviamo a passare in enormi grottoni a cielo aperto, e poi, un piccolo buco. Albeggia, è un’altra giornata stellare, e noi con le frontali ci infiliamo in questa grotta, strepitosa, stalattiti appese a forma di enormi sciabole incombono sulle nostre teste, e un otre e una tanica, a raccoglierne lo stillicidio, ci danno il segnale: arriveremo – vivi, per giunta! – a Cala Sisine! … ma piantiamola lì con tutto st’entusiasmo… mancano ancora due giorni interi. Troviamo la prima calata e guardiamo i tempi “grandi, raga, questo è andare! siamo in anticipo di 50 minuti sulla tabella di marcia!!!”. Essì, certo. Non fosse che il sacro testo riporta un patetico errore di stampa… “contrordine, raga… siamo in ritardo di dieci minuti…” – “ma bravi lo stesso…”. Quattrocento chilometri (e mezzo) di traverso, e giungiamo a un murettino di III (…); è tardi, ce la sentiamo tutti, non tiriamo fuori la corda e, a turno, troviamo tutti lungo: e son soddisfazioni, eh! Poi stiamo sette-otto ore a interpretare l’espressione “compiere un semicerchio in senso antiorario” (?!), ma dopo averlo fatto e aver sbattuto un paio di volte la testa contro un masso di ciclopiche dimensioni, andiamo a intuizione, e forse fu per gioco o forse per amore, troviamo un ometto a portar conforto alle nostre teorie, e allora via, di corsa, su e giù per le scale “i fustes”, e ora c’è l’amletico (ed etico!) dubbio: siccome tutti qui si perdono, molti preferiscono la variante facile che segue una mulattiera. E anche noi, essendo strettissimi con i tempi, oggi non possiamo rischiare di perderci una volta. Infatti, ignorata a piè pari la variante senza una votazione ma direttamente con un solo sguardo, ci perdiamo DUE volte… oh, che l’etica sia etica! La prima volta sbagliamo totalmente cengia; peccato, era troppo una figata! La seconda, ci troviamo per i primi due segnavia, sbiaditi e lontanissimi; e poi è caccia all’ometto. Dispersi nella macchia come quattro pellicani nel petrolio, la lotta è impari, ometti ovunque, vegetazione fitta, rovi, liane, pietraie, tutto nel giro di un metro quadro. Scandagliata la zona, un urlo di Andre indica la fine delle ostilità: un evidente (…) segno blu si è palesato! Da lì, tutto facile, “in breve svettare” (!?!) e trovare la comoda mulattiera. Ah, ah? Di vette nemmeno l’ombra, di mulattiere non ne parliamo… boh?! Dopo una ravanata cosmica durata quella sporca mezza dozzina d’ore, troviamo un abbozzo di mulattiera, che si interrompe ogni 3×2… miii, sta tappa non finisce mai! … finirà quando decidiamo di essere arrivati alla fine, con un piccolo dettaglio: il bellissimo e grande ovile, non c’è. Ohhhh, vabbè, ma che palle che siete, stiamo mica a fare i puntigliosi. Magari è stato abbattuto dalle Belle Arti, oppure era un abuso edilizio mai condonato, insomma, noi mica siamo così precisi, se un enorme ovile non c’è, probabilmente la guida non è abbastanza aggiornata! Tappa 2, ore 12.30 si riparte. Ritardo accumulato: 1 ora. Stanchezza accumulata: lasciamo perdere. Qualche sbiadito e raro bollo blu ci porta in breve al bellissimo passaggio tra due pareti alte 20 metri, un piccolo canyon

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già visto in fotografia che ridà fiducia al nostro operato. Due calate vanno via veloci, e in breve siamo nel bellissimo e immenso bosco sospeso. Siamo in ritardo! Troviamo la traccia più facilmente di quanto pensavamo, e dopo aver detto “mich, siamo in ritardo: pensaci tu!”, ci ritroviamo poco dopo a pentircene amaramente, attraversando il bosco a una velocità folle! Siamo carichi a mille, e attraversato tutto il bosco, diamo uno sguardo all’ora: alla fine della calata eravamo in ritardo di 30 minuti, alla fine del bosco… in anticipo di 50 min sulla tabella di marcia! Riprendiamo a correre, rischiamo comunque di far notte e c’è ancora da scalare e far doppie (… e perdersi!)… ma per fortuna ormai non sentiamo più nulla, ormai ci siamo caricati a molla e nulla può più fermarci… salvo un segno blu di troppo che ci porta fuori strada, in vista dell’enorme cala sisine, a girare come 4 cretini su e giù per scarpate. Ma alla fine è fatta, nervi a pezzi ma un’ultima calata e gli ultimi dieci minuti a piedi ci consegnano al tramonto su cala Sisine… e, come alla fine del primo giorno sul Pesce, con lore sulla grande cengia con le grandi difficoltà alle nostre spalle, ci abbracciamo di gioia… siamo veramente stravolti, sfiniti, sfibrati… ma ora, qui e adesso, sappiamo che abbiamo tra le mani il “nostro” selvaggio blu… domani, come all’ultima tappa del giro d’italia, sarà ‘solo’ la passerella finale… e con i ricordi e le istantanee di una giornata straordinaria a tenerci compagnia… buonanotte!

 

Selvaggio Blu, Day 5 – Selvaggi Blu
… ed eccoci qui. L’alba su Cala Sisine è un momento straordinario… è un po’ come la firma a un’avventura stupenda, che oggi si concluderà a Cala Fuili, con il ritorno alla civiltà, alle macchine, al porto, ai fast food, ai centri commerciali. Sono passati solo 4 giorni, certo. Ma quattro giorni di un’intensità e di una pienezza davvero rara, ci sembra di essere dispersi da un mese. Cosa raccontare di questa tappa? … poco. Questa è davvero poco più di una passeggiata su sentieri ben segnati, cominciamo a intravedere la mano dell’uomo in tanti piccoli accorgimenti a cui non eravamo più abituati, gli zaini sono più leggeri (…), lo spirito pure, anzi, ci lasciamo senza troppi problemi prendere da un po’ di stanchezza… e di voglia di casa, dai, diciamocelo… è il momento di tornare! Solo brevi istantanee di questa giornata, dall’alba, alla dura risalita degli ottocento metri di dislivello al primo mattino, all’infinita discesa verso Cala Luna, con le caviglie doloranti, le ginocchia che chiedono pietà, all’incontro ravvicinato di ga con un rametto di discrete dimensioni dritto sul viso – fortuna che ci siamo portati dietro un quasi medico… – l’incontro con altri due ragazzi passati poco prima di noi per le stesse tracce e con lo stesso spirito, e poi via, ancora l’infinito traverso verso Cala Fuili, al quale giungiamo, quasi increduli e in condizioni devastanti, intorno all’una. Dopo la foto di rito per i Selvaggi Blu, rimane solo un’ultima idiozia per concludere veramente nel modo più stupido… ci son le scalette che salgono all’asfaltata che porta a cala gonone e poi alla civiltà, ma a fianco c’è uno sperone roccioso con tante viette… e due tiri facili e senza ferramenta per arrivare a sostare, cordone sulla ringhiera… proprio dove finisce il selvaggio e ricomincia la civiltà. Sta calando il sipario… dopo cinque incredibili giorni, il (nostro) Selvaggio Blu… finisce qui!

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Selvaggio Blu, Day 5 – Conclusione
“Non è vero. Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto:”Non c’è altro da vedere”, sapeva che non era vero. La fine di un viaggio è solo l’inizio di un altro. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in Primavera quel che si era visto in Estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre  (José Saramago)”.

… è stato grandioso. Un’avventura vera, di quelle che non si dimenticano. Da quando siamo atterrati a cagliari e finiti a Santa Maria Navarrese, è iniziato un viaggio di cinque giorni intensissimi, pieni, bellissimi. Ci hanno accompagnato un sole stupendo, quattro zaini stracolmi, un ambiente da lasciare senza fiato. E senza fiato lo siamo rimasti lungo le durissime salite, gli infiniti traversi, la terribile macchia mediterranea sarda. Abbiamo lottato con i mughi, con i corbezzoli, con gli arbusti. Abbiamo strappato tutti i vestiti, abbiamo strisciato per non aggrovigliarci nella vegetazione, corso per non farci sorprendere dal buio. Abbiamo perso la retta via mille piccole volte, e solo tre o quattro un po’ più seriamente, abbiamo vissuto il momento del suicidio della bomboletta del gas, ma ci siamo ingegnati e abbiamo cenato lo stesso. Abbiamo visto albe infuocati e tramonti straordinari, talvolta rischiato di linciarci per un po’ di tensione, ma insomma, eravamo semplicemente ‘noi’… nel bene e nel male, nei nostri lati positivi e in quelli negativi, ognuno con il suo modo di vedere le cose, ma uniti da una voglia di vivere una vera avventura nello stile più ‘pulito’ possibile. Abbiamo condiviso emozioni che ci porteremo sempre dentro, visto posti di una bellezza talmente profonda da non poter essere descritti a parole, vissuto bivacchi meravigliosi, sognato persone lontane. Insomma, è anche difficile trovare le parole per descrivere quest’avventura… forse, in realtà, questi cinque intensissimi giorni abbiamo semplicemente VISSUTO. E altrettanto semplicemente… indimenticabile.

Il racconto si conclude con un sibillino PS: … e non la vogliono capire….

Data: 23-27 novembre 2012

(continua)

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Il ticket di Goloritzé

Il 26 luglio 2016 sulla pagina facebook Comune di Baunei – Santa Maria Navarrese appariva la notizia che dal 1° agosto 2016 il sentiero di accesso alla famosa Cala Goloritzé sarebbe stato percorribile solo a pagamento. Nella data indicata l’esperimento, come lo stesso Comune lo ha definito, ha avuto inizio.

Il 29 luglio c’è stata un’operazione congiunta fra uomini della Polizia Municipale di Baunei e del Corpo Forestale della BLON di Arbatax: all’alba, dieci persone, tutte di nazionalità straniera, sono state sorprese a bivaccare nell’arenile di Goloritzé. A tutti è stato contestato il mancato rispetto dell’Ordinanza Comunale sull’Uso turistico del territorio comunale e quindi a tutti è stata elevata contravvenzione.
E’ curioso che ancora oggi (3 ottobre), sul sito ufficiale del Comune, non ci sia traccia della delibera 34 del 25 luglio 2016, giorno in cui la maggioranza del Consiglio comunale ha votato il Progetto sperimentale Goloritzé. Su facebook, il 2 agosto 2016, la chiede anche Gianluca Piras: “Dove posso trovare la delibera 34 del 25/07/2016? E non mi dite nel sito istituzionale, perché lì non si trova”.

Noi crediamo che, a prescindere dalle ragioni ambientali e dalle necessità di finanziamenti del Comune di Baunei, a distanza di un bel po’ di settimane si possa tentare di fare una ricapitolazione di quest’esperimento, in se stesso utile quanto pericoloso. Vi invitiamo a commentare, lo spazio apposito qui sotto è aperto a chiunque.

Il “la” di partenza lo diamo riportando per intero quanto apparso su facebook il 26 luglio.

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Il ticket di Goloritzé
a cura di Comune di Baunei – Santa Maria Navarrese
26 luglio 2016

Nella seduta di Consiglio Comunale del 25 luglio 2016 la maggioranza ha votato compatta il Progetto sperimentale Goloritzé che, in virtù della maggioranza qualificata dei due terzi, è ora esecutivo.
Il gruppo di minoranza, che già aveva disertato la seduta della commissione usi civici convocata il 18 luglio scorso, nella quale l’unico assente risultava proprio il consigliere Antonello Murgia, ha votato contro.
La linea di indirizzo approvata è quella di concedere in gestione in via sperimentale, per un periodo di tre mesi, dal 01 agosto al 31 ottobre 2016, ai sensi dell’art. 67 del Regolamento Comunale per l’esercizio degli Usi Civici, il percorso trekking per la spiaggia denominata “Cala Goloritzé” all’associazione di scopo Club di Prodotto Supramonte di Baunei in modo da garantire:
– la vigilanza e il controllo tramite operatori all’ingresso del sentiero e in spiaggia;
– il parcheggio custodito all’ingresso del sentiero;
– i servizi igienici minimi alla partenza e al rientro dalla caletta;
– la pulizia del sentiero e della spiaggia inclusa la raccolta differenziata;
– la sistemazione di cartellonistica informativa e regolamentare.

Il sentiero sarà fruibile in ingresso dalle 7.30 fino alle 16.30 di ogni giorno.
In questa fase sperimentale è stato stabilito il pagamento di un ticket di ingresso per i servizi offerti di € 6,00 a persona adulta ed € 3,00 ridotto.
Non pagheranno il biglietto d’accesso i bambini da 0 a 6 anni, mentre i bambini da 6 a 10 anni pagheranno il biglietto ridotto.
Riduzioni previste anche per gruppi accompagnati da guide alpine e guide ambientali regolarmente iscritte nell’albo regionale delle Guide Ambientali e per i gruppi accompagnati dalle guide che aderiscono al Club di prodotto Supramonte di Baunei.
Non pagherà il ticket neanche chi, dopo una bella nuotata raggiungerà la spiaggia, una volta lasciata l’imbarcazione oltre le boe di delimitazione della cala, considerato che l’accesso alla spiaggia alle imbarcazioni è vietato. Tutto nel pieno rispetto dell’art. 1, comma 251 della Legge n. 296/2006 e della giurisprudenza in materia come di recente la sentenza del T.A.R. Sardegna, Sez. II, 12 giugno 2013, n. 205/2013.
Sarà possibile acquistare il biglietto negli infopoint, all’ingresso del sentiero ed eventualmente anche in spiaggia.
Nella stessa seduta è stato approvato lo schema di “Disciplinare per l’affidamento di servizi connessi alla fruizione ambientale e turistica del percorso trekking per la spiaggia denominata “Cala Goloritzé’”.

Sardegna, Supramonte di Baunei, Cala e Aguglia Goloritzé

Ai fini di garantire l’applicazione di questo modello di gestione di un bene di altissimo pregio ambientale e naturalistico e per dare completezza all’attività sperimentale di gestione del sentiero, verrà emendata l’ordinanza sindacale n° 14 del 24.06.2016 – Uso Turistico del Territorio Comunale, affinché si preveda:
– divieto assoluto di ingresso alla cala Goloritzé via mare;
– possibilità di rientro via mare solo dopo le ore 16.30 esclusivamente per itinerari complessi facenti parte di pacchetti escursionistici di visita guidata del Supramonte;
– chiusura del traffico veicolare volto al raggiungimento della Cala Goloritzé e altre destinazioni limitrofe dalla strada denominata “Strada Comunale Ginnirco”, posizionando una sbarra di limitazione alla circolazione all’altezza del Coile Irbiddotzili, ad esclusione degli utilizzatori della strada per gli altri usi consentiti, compresi gli usi civici.
Con l’aumento delle presenze turistiche che si è avuto in questi anni, l’Amministrazione comunale di Baunei ha constatato che gli accessi alla spiaggia di Cala Goloritzé sono praticamente incontrollati e che causano persistenti problematiche derivanti da bivacchi ripetuti e non autorizzati, dall’abbandono di rifiuti, da danneggiamenti del sito, dal verificarsi di piccoli incendi, dalla situazione a volte critica (denunciata da diversi fruitori) sullo stato igienico sanitario, dalla circolazione di veicoli su vie sterrate minori utilizzate per raggiungere più velocemente la caletta con conseguente danneggiamento delle strade stesse a discapito delle persone che devono accedervi per attività legate ai diritti di uso civico.
Le suddette criticità contrastano con gli obiettivi di buona gestione del territorio e con i dettami normativi e regolamentari in materia, tra cui la tutela dei valori ambientali e paesaggistici, le norme igienico-sanitarie, il regolamento d’uso del demanio civico, nonché con l’economia locale mirata a uno sviluppo sostenibile per la tutela e la valorizzazione di detti beni.
Per questi motivi si ritiene ormai improcrastinabile regolamentare gli accessi al sistema sentiero-cala Goloritzé, garantirne il continuo controllo e vigilanza, nonché la manutenzione e il risanamento da rifiuti e danneggiamenti, in modo da garantire la massima qualità ai tanti visitatori che scelgono Cala Goloritzé come destinazione turistica.

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I Sentieri di Selvaggio Blu

I Sentieri di Selvaggio Blu

A 51 m sul livello del mare, in una piazzetta senza nome della parte alta del paese di Santa Maria Navarrese, precisamente vicino al ristorante il Pozzo, è stato apposto un cartello segnalatore (vedi figura 1) che si comprende subito essere parte di un sistema segnaletico da pochi mesi esposto in tutta la provincia sarda dell’Ogliastra.

Dalla grafica accattivante, il cartello incuriosisce anche chi non intende muoversi da lì: per chi invece si sta accingendo a un’escursione esso diventa immediatamente oggetto di studio.

Mario Verin e Alessandro Gogna perplessi al cospetto del cartello. Foto: Giulia Castelli
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Mario Verin, Giulia Castelli ed io non facciamo parte di queste due categorie: in realtà riteniamo di conoscere a sufficienza il bellissimo territorio circostante Santa Maria, il sentiero per Pedra Longa nonché i sentieri di Cima di Pittaine 450 m c., Monte Scoine 647 m e Monte Oro 667 m. Dunque, osservando con attenzione il cartello, vorremmo ritrovare almeno alcune di quelle che sono le nostre certe conoscenze.

Anzitutto l’intestazione: BA003. Una sigla che, senza allegato elenco BA001, BA002, BA004, non significa nulla. Si presuppone che quello cui BA003 si riferisce sia il ben visibile titolo BAUNEI │Baunei Locorbu – Pedra Longa.

Ma a questo punto l’osservatore si preoccupa e medita: “Ma io sono qui a Santa Maria… come si pone Santa Maria in questo titolo/cartello?”.

Una risposta sembra essere data al fondo del cartello: un asterisco rosso indica il fatidico “Voi siete qui”. Qui, dove? Lo so io che sono a Santa Maria, il cartello non me lo dice. Se invece che questo cartello, posto in un paese, si prendesse in osservazione per esempio quello anch’esso relativo al BA003 (vedi figura 2) si vedrebbe che il cartello nella sezione inferiore è uguale identico a quello della figura 1 con la sola differenza dell’asterisco rosso, posto effettivamente in un altro punto.

Ora, siamo noi a sapere che il cartello della figura 2 è posto al Passo di Uttolo, sulla carrozzabile Baunei-Pedra Longa: il cartello non ce lo dice affatto. E un viandante, con a disposizione solo il cartello, non potrebbe mai saperlo. Inevitabile la sensazione d’essersi perso…

Ma proseguiamo l’analisi. Sotto al titolo è una breve descrizione dell’itinerario. Veniamo a sapere che l’itinerario BA003 inizia nella parte alta del borgo turistico di Santa Maria Navarrese. Ah, dunque siamo a Santa Maria! Finalmente sappiamo dove siamo. Al termine di una breve ma precisa descrizione dei primi minuti di itinerario “il sentiero conduce rapidamente sulla Cima di Pittaine a c. 500 m sul livello del mare (non è più di 450 m)”. tanto rapidamente non può essere, visto che si tratta di almeno 400 m di dislivello…

Figura 1
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Proseguendo si raggiunge Coile Locorbu, che si caratterizza per un punto di vista panoramico dal quale la vista spazia sull’intero promontorio di Capo Bellavista”. Citare Coile Locorbu senza dire che questo è anche un valico, tra Monte Oro e Monte Scoine, significa non avere idea di quanto si sta scrivendo. Citare Capo Bellavista (che è quello della lontana Arbatax) significa che sta scrivendo non ha a cuore le esigenze di chi dovrebbe leggere e almeno capire qualcosa.

Ma la descrizione continua: “Terminato il periplo di Monte Siccone (quando l’abbiamo iniziato? Sarà giusto pensare che “Siccone” stia per “Scoine”?), che tocca i 647 metri (allora sì, Siccone è Scoine), si può osservare il centro del paese di Baunei, per poi concludere il percorso in località Genna Intermontes”.

Figura 2
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La descrizione, che ci dice che stiamo vedendo Baunei, indica che siamo nel punto più a nord-ovest dell’intero periplo: come mai un attimo dopo si “conclude” a Genna Intramontes (che abbiamo già oltrepassato in salita, all’inizio della “strada panoramica” di Santa Maria, nel punto più a sud-est del periplo, 174 m, ma queste sono tutte informazioni che stiamo dando noi ora). Come si congiungono i due punti secondo il cartello? Mistero.

Il Monte Oro e il Monte Scoine dal Passo di Uttolo
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Inizia ora l’esame della sezione centrale del cartello, quella con i disegnini dell’omino che cammina e soprattutto con il simbolo della mountain bike. Viene indicata una “pendenza massima” dell’87%. Che tradotto in gradi si approssima molto ai 45°! Questo è probabilmente corretto, ma allora non si spiega come lo stesso cartello valuti “media” la difficoltà cicloviaria! Viene poi indicata ina “pendenza laterale”, che possiamo presumere essere quella di una strada/sentiero inclinata, non orizzontale. Altri misteri.

Il Monte Scoine dalla vetta del Monte Oro. In primo piano la Sella Locorbu.
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Ma ora però arrivano i misteri più agghiaccianti: i segni bianco-rossi indicano un orario di 1h40’ per la Pedra Longa (nominata solo nel titolo) e di 4h40’ per il Coile Duspiggius, mai nominato in descrizione!

A questo punto è la rinuncia a capire da parte di qualunque volonteroso. La terza sezione del cartello, quella inferiore, riporta un disegnino schematico, a tratti di vario colore, con dei numeri qua e là. Ci sono, sulla destra, altri numeri (anch’essi in colore diverso) che dovrebbero essere delle quote. Nella confusione totale di questo cartello, le quote sono numeri con la virgola, come se davvero ci interessasse sapere che si tratta di una quota di 276,7 m o un’altra di 553,5 m. Viva la precisione dove non serve a nulla!

Ma la cosa più incredibile è che si comprende subito che i numeri accanto al tracciato non sono quote: e non si capisce cosa siano!

A questo punto notiamo una dizione su fondo verde, a metà tra la sezione centrale e quella inferiore, che ci dice di “scaricare le app degli itinerari su www.percorrendologliastra.it”.

Dunque l’Ogliastra bisogna girarla con lo smartphone, altrimenti a casa o in spiaggia! Allora scarichiamo l’app, con logiche imprecazioni.

Finalmente appare l’elenco degli itinerari BA (che sta per Baunei): sono sette. Con la ricerca dell’itinerario BA003 appare la schermata http://www.percorrendologliastra.it/itinerari/baunei-baunei-locorbu-pedra-longa/, dove finalmente capiamo che i numeri accanto al tracciato sono i “punti d’interesse”. Cliccando sul numero una breve audioguida in tre lingue ci vorrebbe spiegare cosa stiamo vedendo, ma le poche parole che si ascoltano non danno sostanzialmente alcuna informazione, soprattutto sul dove siamo.

Con l’aiuto dunque dell’app, alcuni misteri si chiariscono, che ne richiamano però altri. E i misteri di base s’infittiscono:
1) Cosa sono quelle quote in metri con virgola?
2) Se l’itinerario parte da Santa Maria, come mai il titolo è BAUNEI │Baunei Locorbu – Pedra Longa?
3) Che c’azzecca Coile Duspiggius?

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Questo incubo ha una fine solo se si rifiuta di indagare oltre. Chi volesse percorrere i sentieri del Supramonte di Baunei acquisti senza paura la Guida ai Sentieri di Selvaggio Blu, di Mario Verin, Giulia Castelli e Antonio Cabras. Sono 24 euro ben spesi, che ci fanno dimenticare le tristezze dei cartelli dell’Ogliastra. Vi sono descritti 41 itinerari e 2 trekking, con mappe 1:15.000.

Le descrizioni sono perfette, nel limite del possibile. Perché la grande difficoltà degli autori, ma di chiunque si accinga a colossali lavori del genere, è di esprimere in parole il senso di vera e propria navigazione che è necessario in questi luoghi, senza alcun punto di riferimento visibile e soprattutto logico nell’arco di chilometri o, se volete, di ore. Navigare istintualmente nella macchia, o al fondo di valloncelli dei quali a volte non si comprende la direzione (la bussola schizza di qua e di là a volte in poche decine di metri), il senso di salita o discesa e neppure la situazione topografica tra i rilievi. Perdersi è praticamente da mettere in conto e non una volta sola. Un aiuto fondamentale lo dà il GPS, strumento qui indispensabile se si vuole almeno avere la speranza di non perdersi completamente (in un terreno che molto spesso non è coperto dal segnale telefonico e che richiederebbe l’uso del telefono satellitare).

La lettura attenta delle descrizioni degli itinerari della guida, unitamente all’uso del GPS, riducono il pericolo di dover chiedere aiuto a gran voce. Il consiglio, per chi vuole andare a questo genere di avventura, è di non sottovalutare alcunché e di iniziare dai sentieri meno complessi per farsi un’idea.

Mario Verin nella discesa del bacu Esone, uno degli itinerari più impegnativi della Guida ai Sentieri di Selvaggio Blu (il n° 40)
Sardegna, Supramonte di Baunei,  discesa del Bacu Esone, canyoning,

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Oltre a Selvaggio Blu

Oltre a Selvaggio Blu
L’Anello Boladina-Ferrata di Goloritzé

Sebastiano Cappai è felice: dice che il 1° aprile 2015 non verrà più ricordato come sa die de sas brullas (il giorno delle burle), ma come il giorno in cui a Baunei è risorto S’Iscalone de Boladina. Ed erano ben 100 anni che mancava all’appello.

S’Iscalone de Boladina. Foto: S. Cappai
Anello-Boladina-Ferrata-2Questa importante opera di ingegneria pastorale permetteva un comodo transito a uomini e animali sino ai primi del ‘900. Dalle regioni di Cuccuru Albu, Piredda, Serra Maore, Serra ‘e Lattone si scendeva sino a Goloritzé, dove era possibile reperire preziosa acqua: dopo la sua distruzione causata da una rovinosa frana, non era stato più praticato.

Poi, in tempi ben più recenti (cominciando dal 1987), Mario Verin e Peppino Cicalò riescono a coronare il sogno di collegare tra loro i sentieri esistenti, le tracce e i frequenti salti rocciosi al fine di percorrere nel modo più logico possibile il tratto di costa sarda tra Baunei e Cala Sisine. Nasce così Selvaggio Blu, un percorso tra i più meravigliosi e amati al mondo.

Selvaggio Blu evita, nel suo terzo giorno di percorso, il tratto immediatamente vicino al mare tra Cala Goloritzé e Punta Mudaloru. In pratica evita completamente il bosco di Ispuligidenie, Punta Ispuligi e Cala Ispuligidenie (anche chiamata Cala Mariolu). Non che la coppia sardo-fiorentina non vi fosse passata, anzi. Ma i due avevano giudicato alcuni tratti non compatibili con il resto: per omogeneizzare era necessario “ferrare” qualche tratto.

Da Punta Salinas uno sguardo sull’Aguglia, sulla Cala Goloritzé e sul tratto di costa verso Cala Ispuligidenie
Panorama su Aguglia di Goloritzé, Supramonte di Baunei, giro di Punta Salinas e Cuile IrbidossiliNel 2001 Sebastiano Cappai e amici avevano aperto (tra l’altro in senso contrario a Selvaggio Blu) il percorso denominato Trek delle 7 Cale, con l’obbiettivo di percorrere la costa senza staccare mai lo sguardo dal mare. Ma le notevoli difficoltà non hanno fatto decollare questa idea, rimasta quasi lettera morta.

Lo stesso Cappai riconosce: “la realizzazione dell’ultima tappa del Trek delle 7 Cale mi aveva portato al confronto con uno dei territori più ostici di tutto il Supramonte, i precipiti canaloni di sabbioni misti a ghiaia che costituiscono l’entroterra che circonda le tre cale di Goloritzé. Ho dovuto spesso scavare per ottenere delle labili tracce dove posizionare una parte della suola degli scarponi, ed infatti le ripetizioni di questa tappa si contano sulle dite di due mani poiché molti passaggi risultavano impossibili da proteggere”.

Sulle tracce loro, anche Antonio Cabras della Coop Goloritzè, e i ragazzi della Explorando Supramonte si erano affannati alla ricerca di un passaggio logico. Ma avevano ceduto di fronte al tabù del tratto ferrato.

Finché nel maggio del 2013 Luca Gasparini e Marcello Cominetti (guida alpina), individuarono un punto, probabilmente già individuato dai predecessori, che con poco più di 30 m di arrampicata risolse il collegamento tra i sentieri per poter unire Cala Goloritzé a Cala Ispuligidenie, senza quindi risalire la gola di Boladina e percorrere la Serra e’ Lattone.

Il tratto di arrampicata, però, era tutt’altro che facile, sicuramente impraticabile per un escursionista anche esperto, quindi nel giugno del 2014 Marcello Cominetti, con Mario Muggianu e Claudio Calzoni della Explorando Supramonte-Grotta del Fico (coadiuvati da Nicola Collu), hanno attrezzato il famoso passaggio proprio sotto al Culu ‘e Saltu con 30 m di cavo e qualche gradino. Utilizzando alcuni tronchi in ginepro per rendere più agevole il passaggio in onore alle tradizioni pastorali locali, ora il tratto verticale è percorribile con kit da via ferrata (consigliato) e presenta una difficoltà tecnica non superiore a quella originaria del resto dell’itinerario Selvaggio Blu pur essendo di estrema spettacolarità per la notevole esposizione dei passaggi che però sono ben assicurati.

Marcello Cominetti: “Non nascondo che nell’attrezzare questo passaggio ci siamo posti molti interrogativi di carattere “etico” legati prima di tutto alla condizione unica che gode questo eccezionale territorio dal punto di vista estetico e ambientale, e in secondo luogo all’essenza che il sentiero Selvaggio Blu si è guadagnato negli anni, grazie proprio alle prerogative di poc’anzi. Crediamo di avere fatto un buon lavoro aprendo una possibilità senza offendere nulla e nessuno ma consapevoli del fatto che per preservare totalmente un luogo sarebbe meglio non andarci. Ci auguriamo che i frequentatori futuri siano intelligenti e rispettosi come lo sono quasi sempre stati da queste parti, sicuramente sostenuti e intimoriti da una natura così prepotentemente bella”.

In rosso, il tracciato della Via Ferrata. Da Cala Coloritzé (a sin.) si sale per le frane di Su Ledere ‘e Goloritzé, poi si traversa fino al ben riconoscibile spigolo di 30 m della Via Ferrata. In giallo, il tracciato della Variante alta. Foto: S. Cappai
Anello-Boladina-Ferrata-5Ora Su Ledere ‘e Goloritzé è meno impervio di prima ma resta ben lungi dal potersi considerare un normale sentiero, semplicemente perché non lo è affatto. A dispetto del tratto ferrato, conserva tutta la sua problematicità.
Questo percorso, che ormai possiamo chiamare Ferrata di Goloritzé, si propone come variante a Selvaggio Blu, aprendo la percorrenza del lungo tratto costiero tutto sospeso sul mare di Ispuligi fino ai grottoni che precedono Bacu Mudaloru, in corrispondenza della calata in corda, dove i due itinerari si ricollegano.

Lo spigolo di 30 metri della via Ferrata
Anello-Boladina-Ferrata-3E siamo giunti così al 1° aprile 2015 quando viene sistemato l’ultimo tassello nel Bacu Boladina. Questa volta il gruppo è nutrito: oltre a Sebastiano Cannas, sono presenti Gianni Cannas, Sergio Soro, Matteo Cara, Roberto Ciabattini, Italo Chessa, Mario Calaresu, Enzo Battaglia e naturalmente i padroni di casa, Giampietro Carta (Trekking Margine), Salvatore Piras (Salinas Escursioni) e Sandro Murru (Explorando Supramonte-Grotta del Fico).

Sullo lo spigolo di 30 metri della via Ferrata
Anello-Boladina-Ferrata-4Il Bacu Boladina è precisamente quello che Selvaggio Blu risale allo scopo di evitare Su Ledere ‘e Goloritzé. La “resurrezione” de S’Iscalone de Boladina permette di scendere senza l’uso della corda per il Bacu Boladina fino a confluire al Bacu Goloritzé e all’omonima e famosa cala (quella con l’Aguglia di Goloritzé).

Tra i tanti possibili collegamenti che S’Iscalone de Boladina consente, uno in particolare risulta molto accattivante: permette infatti di realizzare un bellissimo anello che include la Ferrata di Goloritzé.

L’anello Boladina-Ferrata prevede di raggiungere in auto dal Golgo la sella di S’Arcu‘e Piredda 425 m. Da qui alla sella di S’Arcu‘e Su Tesaru. Si scende ora per il vallone chiamato Bacu Boladina (superando il recentemente ricostruito S’Iscalone de Boladina), poi si raggiunge Cala Goloritzé. Da qui si prosegue per l’impegnativa Su Ledere e quindi si traversa fino allo spigolo di 30 metri della Ferrata. Si prosegue ora (per le tracce del Trek delle 7 Cale) sino ad intersecare l’evidente sentiero turistico, recentemente ristrutturato, che risale ripido da Cala Mariolu sino alle creste di Serra ‘e Lattone poste a quasi 600 metri di quota.

Superato lo spettacolare Iscalone di Ipuligidenie posto sotto l’arco di roccia omonimo si giunge alle creste sommitali raggiungendo ancora il tracciato di Selvaggio Blu. Seguendolo a sinistra si discende raggiungendo gli antichi ovili di S’Arcu ‘e Su Tesaru e la sella di S’Arcu‘e Piredda da cui si è partiti.

S’Iscalone de Ispuligidenie
Anello-Boladina-Ferrata-S'Iscalone de IspuligidenieL’iniziativa non ha mancato di sollevare questioni di vario genere. Tra le reazioni più significative riporto integralmente quella di Mario Verin:

Premessa
Sono assolutamente contrario alle vie ferrate.
Quando con Peppino Cicalò aprimmo
Selvaggio Blu negli anni ’80 avevamo un’idea diversa e, in accordo con l’allora sindaco di Baunei, pensavamo a un sentiero percorribile da tutti senza l’utilizzo di corde.
Oggi il contesto è cambiato, il fascino di
Selvaggio Blu è anche la sua difficoltà, fortemente voluta dalle guide del luogo che non lo vogliono segnare in nessun modo. Tuttavia, in contraddizione con questo intento, sono stati attrezzati alcuni tratti con corde fisse e catene (a mio avviso senza necessità).

La Via Ferrata
Conosco, anche se non l’ho ancora percorsa, la variante aperta dall’amico Marcello Cominetti, guida alpina di grande esperienza, il primo a condurre escursionisti su Selvaggio Blu già dagli anni ’80, quindi un grande conoscitore della zona. Ne avevamo parlato più volte, perché anch’io e Peppino Cicalò l’avevamo valutata e a suo tempo scartata perché considerata troppo pericolosa. Mantengo tuttora questa convinzione in quanto la nuova ferrata attraversa una zona di grosse frane (Su Ledere ‘e Goloritzé). E anche da un punto di vista estetico, a parte la suggestiva esposizione iniziale, trovo che sia poco interessante, perché si inoltra dentro un bosco e lo percorre per 3 km, perdendo uno dei tratti più belli e panoramici di Selvaggio Blu, la cresta di Serra e’ Lattone.  

Boladina
Il
passaggio di Boladina (circa 15 metri di parete, IV grado) fino a oggi veniva affrontato solo in salita dagli escursionisti che percorrevano Selvaggio Blu. È pericoloso, in quanto l’intaglio della parete è l’imbuto di un canale che scarica sassi. Il fatto di velocizzare la salita ripristinando l’antica scala fustes (tronco di ginepro gradinato) è dunque positivo, anche perché è un punto dove già oggi ci si affolla e si può perdere molto tempo se ci sono più gruppi. Quello che invece a mio avviso è negativo, è che lo scopo dichiarato per cui è stata ripristinata la scala fustes di Boladina (S’Iscalone de Boladina) è quello di affrontare il passaggio nei due sensi, cioè scendere dall’alto su Goloritzé e fare l’anello con la nuova ferrata. Questa situazione diventa molto pericolosa per chi è in basso e non può in alcun modo prevedere se c’è qualcuno sopra che sta scendendo.

Il mio timore, in entrambi i casi, è che si prenda poco in considerazione la sicurezza.

Per approfondimenti, oltre a consigliare la lettura de Il libro di Selvaggio Blu, di Mario Verin e Giulia Castelli, Edizioni Enrico Spanu, 2013, riportiamo qui in integrale il documento di Sebastiano Cappai sull’Anello-Boladina-Ferrata.

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Ricordi Selvaggi e Blu

Non appena Guya e io riceviamo l’invito, e dopo aver dato un occhio al programma e risposto entusiasti di sì, mi torna a memoria la festa che organizzammo in campagna, all’inizio della Val Tidone. Era il mio sessantesimo compleanno, e volevamo avere con noi un centinaio dei nostri migliori amici, per un evento mangereccio, alcolico e danzante. In una cornice di prati e boschi e ambientata in una vecchia cascina riadattata, la festa ebbe successo e tutti riguadagnammo a fatica le nostre case: alcuni, prudentemente, il mattino dopo. Al clou della serata, verso mezzanotte di un freddo e piovigginoso sabato d’ottobre, un centinaio di persone si agitavano al suono rock delle varie band più blasonate, mentre il catering insisteva a porgere calici sempre più traditori. La fine serata invece fu verso le 6.00, quando ormai il bar era passato ai cappuccini e alle brioches e due o tre coppie sfinite e irriducibili si trascinavano in trance al suono dilatato di Knocking On Heaven’s Door, versione Guns N’ Roses (12 minuti e 53 secondi).

Per dare l’idea…

Cuile Irbidossili, 5 aprile 2012: Mario Verin controlla i purcedduSupramonte di Baunei, giro di Punta Salinas: Cuile Irbidossili, spiedo di porceddu

 

SelvaggioBlu-17955Ma torniamo all’invito: questa volta si tratta del settantesimo compleanno di Mario Verin, che proprio ai primi di aprile 2012 ha, assieme alla moglie Giulia, posto la parola fine alla monumentale documentazione del “sentiero” Selvaggio Blu con la pubblicazione del Libro di Selvaggio Blu. E nel frattempo fa anche i suoi settanta annetti… Doppia occasione dunque per invitare, da ogni parte d’Italia, una marea di amici a Santa Maria Navarrese. Con il nostro numero già dalla prima sera occupiamo ogni disponibilità libera e aperta del paese, dall’albergo al B&B, dalle camere al campeggio. Il mattino dopo è prevista una bella gita al belvedere di Salinas, quello a strapiombo sul mare dell’Aguglia di Goloritzè, con seguente ulteriore camminata verso il cuile Irbidossili nei pressi del quale un piccolo esercito di pastori, tutti amici di Mario, hanno preparato un pranzo leggendario, dove gli otto maialini allo spiedo sono solo una parte del pantagruelico menù di specialità locali.
Sarà la nostalgia dei miei sessanta anni (la festa è stata fatta nel 2006), ma il vedere come Mario e Giulia hanno organizzato questo ritrovo mi provoca una punta d’invidia assieme al proposito, per gli eventuali settanta miei, di fare altrettanto: puntare cioè sulla natura e sullo stare assieme piuttosto che sulle danze scatenate (tra l’altro magari nel 2016 chi ne avrà più la forza?).
Polle gigantesche di cannonau annaffiano i piatti su cui la gente si avventa con poco decoro. Una fame bestiale è il risultato delle tre ore di cammino. Prima delle musiche e dei canti di rito, ci sono anche un po’ di parole. Antonio Cabras, uno dei capi dei pastori, forse il più intraprendente, inizia un discorso partendo dagli anni ’80. Giunto verso i ’90, Franco Bellotti si accorge che erano già passati dieci minuti e interviene, da buon romano: – Ao..! Anto-nio…! e mo’ quanno ce arivamo ar 2000…?
Dopo le grappe i ricordi si annebbiano un poco, la gente rotola verso il Golgo ebbra di ginepro e accecata di calcare.

Il Libro di Selvaggio Blu (Edizioni Enrico Spanu, 24×24 cm, 176 pagine, 29,90 euro) ha avuto un bel successo ed è stato ristampato. Ha ottenuto bellissimi riconoscimenti internazionali e fior di recensioni.

Giulia Castelli con il suo mitico foulard arancio si sporge sulla scoglieraSelvaggioBlu-485f8_221669E’ la storia, ovviamente illustratissima, di un sentiero tra i più belli e impegnativi del Mediterraneo. Fu proprio Verin, che oltre a essere grande fotografo è anche alpinista e socio del Club alpino accademico italiano, a idearlo e ad aprirlo tra il 1987 e il 1988 insieme con l’amico Peppino Cicalò, un architetto nativo dell’isola.

La storia di “Selvaggio Blu” s’inizia in realtà a metà degli anni Ottanta del secolo scorso con l’arrivo in Ogliastra degli alpinisti del “continente”. Nel 1981 Alessandro Gogna e Maurizio “Manolo” Zanolla aprono la prima via d’arrampicata sulla Aguglia di Goloritzè, un monolito di calcare alto 140 metri a picco sul mare. L’escursionismo si affaccia sulle riviste nazionali con Jacopo Merizzi che nel 1985 firma su Airone un trekking da Cala Luna a Baunei, percorrendo Codula Sisine.

Quella di Peppino Cicalò è una sua vecchia idea, coltivata assieme al fratello Piero fin da quando erano ragazzi: partire a piedi da Pedra Longa e raggiungere Cala Sisine seguendo il bordo della falesia.

Il belvedere di Punta Salinas e l’Aguglia di Goloritzè

SelvaggioBlu-17956“La sfida è interessante”, racconta oggi Verin nelle pagine del libro appena uscito, “le vertiginose pareti sul mare, il carattere roccioso del Supramonte, l’orizzonte blu del golfo che si confonde col cielo colpiscono la mia immaginazione. Partiamo in tre, con Piero che ci accompagna per un primo tratto…”. Ma poi rimangono in due a percorrere valli rocciose e incassate, ginepraie che ti portano a salti di roccia imprevisti, in un orizzonte ristretto che, pur aprendosi a volte in panorami grandiosi, per lo più tende a imprigionare qualunque tentativo di navigazione terrestre in terreno selvaggio.

Filo conduttore è l’itinerario in quattro tappe da Pedra Longa a Cala Sisine, nato collegando antichi sentieri di pastori a vertiginosi passaggi d’arrampicata, che accompagna il lettore alla scoperta del Supramonte e delle sue scogliere a picco sul mare. In appendice una scheda tecnica con il tracciato gps riportato su una carta DEM offre una descrizione dettagliata e le informazioni necessarie per affrontare il percorso nella sua versione originale e più impegnativa. Oggi, 2014, Mario e Giulia hanno accompagnato al libro una splendida cartina 1:15.000 che certamente andrà a ruba.

Qui potete leggere e scaricare l’introduzione a Il Libro di SELVAGGIO-BLU.

Un filmino di Daniele Geremia su Selvaggio Blu

Oggi il nome ‘Selvaggio Blu’”, spiegano Giulia e Mario, “viene usato in senso generico per indicare i trekking in Ogliastra. Ognuno interpreta il sentiero a modo suo e sono pochissime le guide che lo propongono nella versione integrale, così come era stata tracciata dagli autori. Dopo 25 anni a Baunei c’è ancora chi lo ama e chi lo odia, chi ne prova invidia e chi lo vorrebbe proteggere. Tutti hanno una storia da raccontare. Ma Selvaggio Blu è uno solo, questa è la sua storia”.

Ancora oggi ci sono polemiche sul come preservare questa costa e questo entroterra dell’Ogliastra dalla furia del turismo. Ricordo ancora le discussioni con i pastori al riguardo, parlo del 1997, quando ancora tra loro c’era chi si affannava a smantellare gli ometti, nascondere le poche fonti e cancellare i rari bolli di vernice. Mi auguro che la simpatica veemenza con la quale difendevano la propria terra e i propri diritti sia ugualmente forte nei confronti di chi, prima o poi, vorrà costruire, facilitare, colonizzare.

Mario Verin su Selvaggio BluSelvaggioBlu-c5baa_221670Mario Verin è considerato uno dei più autorevoli fotografi italiani di paesaggio e di montagna. Nato a Firenze nel 1942 è stato un alpinista di altissimo livello, accademico e istruttore della Scuola Centrale del Club Alpino Italiano. La passione per la natura e la montagna lo ha portato a esplorare nuovi itinerari in zone sconosciute del Sahara e del Medio Oriente, a salire montagne inviolate e ad aprire nuove vie d’arrampicata sulle Alpi. Ha pubblicato reportage fotografici sulle più importanti riviste geografiche italiane, tra le quali Airone, Meridiani, Bell’Italia, National Geographic, Alp, Geo. Ha collaborato con riviste di outdoor francesi e tedesche. Insieme alla giornalista Giulia Castelli Gattinara, sua moglie, è autore di numerosi libri fotografici. Ha partecipato a edizioni straniere per le case editrici White Star, Geo-Solar e lavorato con i ministeri del turismo di diverse nazioni. Ha inoltre vinto prestigiosi premi internazionali tra cui due menzioni speciali al Mountain Film Festival di Banff (Canada) ed è stato selezionato alla Biennale Internazionale d’Arte di Venezia per le sue immagini sul deserto libico. www.marioverin.it

Giulia Castelli Gattinara, giornalista, ha iniziato la sua formazione come corrispondente del Giornale dell’Arte. Insieme al marito Mario Verin ha viaggiato in tutto il mondo specializzandosi in reportage naturalistici, geografici e archeologici con un’intensa attività esplorativa nel Sahara, nel Medio Oriente e in Perù. Ha collaborato con le migliori riviste italiane del settore, scrivendo per  Airone, Meridiani, Alp, GEO, Il Venerdì di Repubblica, Specchio della Stampa, D Donna, Tutto Turismo, Quark, Ligabue Magazine, In Viaggio, Bell’Italia, Week-End Viaggi e il mensile francese Grands Reportages. Ha seguito diverse missioni archeologiche italiane all’estero, tra cui quella dell’Università di Roma “La Sapienza” nel deserto libico diretta da Fabrizio Mori, la cui esperienza è stata raccolta nella guida Libia – arte rupestre del Sahara (edizioni Polaris 1998). Ha collaborato con l’editore Touring per gli aggiornamenti delle guide verdi. Tra i libri pubblicati: Libia, L’arte del deserto (Yachting Library 2006); Wadi Ram-Giordania (Les Cultures 2007), Perù 100 – 100 Perù (Les Cultures 2011). E’ membro dell’associazione  Neos-Giornalisti di Viaggio Associati.

In vetta alla Torre di Orida (Niger), 2 febbraio 2007: Bernard Amy, Giulia Castelli, Mario Verin e Dario MantoanDjado (Niger), Torre di Orida, vetta, Amy, Castelli, Verin, Mantoan

postato il 23 maggio 2014