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La disponibilità a sbagliare

La disponibilità a sbagliare
(intervista)

Qual è l’esperienza che più ha segnato la tua attività di alpinista?
La prima ascensione al Naso di Zmutt del Cervino da me compiuta nel 1969 con Leo Cerruti è indubbiamente l’impresa che più mi ha dato il pieno appagamento delle mie aspirazioni d’avventura; la morte dello stesso Cerruti, avvenuta all’Annapurna mentre dormiva al Campo 2, è stata la tragedia che più mi ha fatto pensare ai reali pericoli dell’alpinismo. Da allora monitoro le mie motivazioni interiori: mi interrogo sulla mia serenità, in modo da prevenire incidenti che credo sempre provocati da un malessere psichico.

Discesa del Canalone del Gigio, Marmolada Pulita, 14 settembre 1988
A. Gogna, 14.09.1988, discesa del Canalone del Gigio, Marmolada Pulita 1988, Dolomiti.

 

Quale virtù ti attribuisci?
Ho sempre vissuto le cose belle della montagna senza limitarmi all’emozione per il successo: guardarsi dentro e inserire il proprio agire nell’attività di tutta la comunità alpinistica è un qualcosa in più che arricchisce senza dubbio un’esperienza. Evita pure l’eccessivo orgoglio.

E quale difetto ti riconosci?
Non aver mai voluto allenarmi. Trovavo l’allenamento fisico noioso e ho sempre snobbato la cura del muscolo. Oggi invece credo che, se non si eccede nel ritenerlo la cosa più importante, l’allenamento sia davvero necessario, non solo per rendere di più nell’attività, ma perché è un’ottima scuola psicologica.

Che cosa invidi alle precedenti generazioni? E alle prossime?
Invidio le enormi possibilità che avevano i padri e sono tentato di dispiacermi per le prossime generazioni: in ogni caso però credo che queste sapranno trovare, nella loro esperienza, tutte le motivazioni per un alpinismo in continua evoluzione di fantasia.

Che cosa rappresenta per te la montagna?
È un vero tempio religioso, in cui entrare in silenzio e con rispetto. A volte penso che il tempio non dovrebbe ospitare un certo tipo di «fedeli»: poi però mi dico che non ho alcun diritto di giudicare.

Ti preoccupa il futuro dell’ambiente alpino?
Sì, e molto. Turismo e relativa speculazione sono i nemici. La mercificazione cui l’ambiente alpino è soggetta è decisamente preoccupante per l’ecologia dell’ambiente come per l’ecologia dei frequentatori. Quando i frequentatori sono definiti “fruitori” occorre cominciare a preoccuparsi. Frequentatori e ambiente sono un binomio ormai indissolubile e ciò che è nocivo per gli uni lo è anche per l’altro.

Ci puoi indicare tre cose da fare subito per la sua salvaguardia?
a) un’attenzione maggiore da parte di tutti (media, gestori e frequentatori) ai danni provocati dalle infrastrutture turistiche, per arrivare a una pianificazione oculata e a lunga portata;
b) una progressiva autocritica dei frequentatori della montagna (perché ci vado, cosa voglio, quanto la montagna è sottofondo alle mie aspirazioni e quanto invece è protagonista della mia esperienza). Un corollario a queste meditazioni sarebbe il progressivo disinteresse per la competizione di qualunque tipo;
c) istituire una sorta di codice non scritto ma ben presente che imponga nella stesura delle relazioni di un’impresa il resoconto di come si è trattato l’ambiente che ne è stato teatro, per arrivare a un «bravo» collettivo che includa anche il rispetto ambientale.

E tre cose da non fare?
a) non andare tutti a far gite o ascensioni negli stessi posti solo perché non si ha voglia di documentarsi o solo per dire «anch’io ho fatto quello». Questo è valido anche e soprattutto per gli organizzatori di gite sociali;
b) non pensare mai in termini di «questo nessuno l’ha fatto prima», bensì in termini di «quanta gente prima di me ha fatto questo?»;
c) non pensare che sicurezza e ambiente possano andare sempre d’accordo. La sicurezza deve prima di tutto passare attraverso la nostra serenità poi, e soltanto poi, attraverso le strutture di sicurezza di cui avremo voluto dotarci (dal semplice cordino di assicurazione allo spit, dal semplice scrivere la propria destinazione sul libro del rifugio all’avere con noi il satellitare).

Sei d’accordo con chi parla di imbarbarimento e banalizzazione dell’alpinismo?
Non capisco in che senso si usi la parola imbarbarimento. Per la banalizzazione son d’accordo solo se consideriamo che il pericolo di banalizzazione è sempre stato presente in tutte le epoche. Banalizzazione si ha nel momento in cui si dà eccessiva importanza al nostro operato. Spesso la cronaca riporta di imprese come fossero chissà cosa, poi la storia fa giustizia: la storia è la migliore arma contro la banalizzazione.

Arrampicatori e alpinisti sono sempre due categorie da tenere separate?
Non necessariamente. Sì, se vogliamo capirci mentre ci scambiamo delle informazioni sulle varie attività; no, se vogliamo interpretare personalmente il nostro alpinismo/arrampicata senza seguire schemi di alcun tipo.

Che cosa distingue fondamentalmente un alpinista da uno che pratica sport in montagna?
La disponibilità a sbagliare. Negli itinerari d’alpinismo (facili e difficili) siamo liberi di sbagliare e di interpretare perché l’attrezzatura presente in loco non ci comanda cosa dobbiamo fare. Negli itinerari di arrampicata sportiva e nelle vie ferrate questa libertà non c’è perché l’attrezzatura presente esclude qualunque possibilità di variante. La disponibilità a sbagliare evidentemente incide sulla nostra sicurezza. Si è più sicuri quando si è disponibili a sbagliare che non quando si crede che ogni possibilità di errore sia esclusa. Ma nell’opinione comune sembra che sia il contrario.

Conferenza di A. Gogna a Castellanza, 8.04.2011


Quali nuovi exploit ti aspetti nel futuro?

Ho imparato a non fare più alcun tipo di previsioni.

È possibile coniugare tradizione e sviluppo?
In teoria certamente sì, è sempre stato fatto in passato; l’ostacolo maggiore a questo matrimonio è la velocità attuale dello sviluppo che crea sovrapposizione invece di accostamento alla tradizione.

C’è un messaggio che vorresti rivolgere ai governi dei paesi alpini?
Sì, quello di attuare al più presto le risoluzioni da loro stessi prese in sede di Convenzione delle Alpi, per sistemare molte cose ora negative.

Che cosa vorresti dire ai giovani che si avvicinano alla montagna?
Di fare quello che si sentono di fare, purché cerchino la loro strada e non seguano miti precostituiti. Io da bambino sognavo la montagna e la vivevo come parte di me, in seguito ho corso il rischio di metterla da parte mentre cercavo la gloria, poi di nuovo l’ho rivissuta e la vivo come un tempio sacro. Questa è stata la mia strada e non tornerei mai indietro.

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La montagna non perdona se la scambi per luna park

Nell’articolo seguente è un curioso misto di verità e banalità (uffa, questi infradito), ma quello che mi colpisce di più è che sia proprio Filippo Facci a censurare, con la sua peraltro assai divertente scrittura, le questioni daparco giochi.

Sul Reality Monte Bianco, di cui il Facci è stato partecipante (e quasi vincitore), sono state scritte e dette parecchie cose, ma per me il dato assolutamente più negativo è proprio quello “culturale“, l’avere proposto cioè a un pubblico vasto (comprensivo di non avveduti) l’idea che la montagna è interessante solo se vi si vince qualcosa e il suggerimento che degli incapaci in montagna (per definizione) possano cionondimeno competere, con la scusa che sono accompagnati da esperti. In quel programma la colpa difficilmente scusabile è stata anche delle Guide Alpine, perché accettando quel lavoro hanno contribuito a proporre tale cultura: per giunta inutilmente (si poteva escogitare altro) e violando la loro stessa (da sempre predicata) natura e funzione di tutori della prudenza (ora si dice: sicurezza) e dei veri valori dell’alpinismo.

In sostanza, proprio il Reality Monte Bianco è stato grande esempio di come la montagna si possa facilmente ridurre a parco-giochi.

 

La montagna non perdona se la scambi per luna park
di Filippo Facci
(pubblicato su Libero il 30 agosto 2016)

All’apparenza è una strage. Sulle Alpi ci vanno gli alpinisti ma anche i deficienti e i pazzi, dunque generalizzare è impossibile: questo andrebbe a detrimento dei bravi e dei preparati che pure calcolano ogni rischio (e tuttavia muoiono lo stesso, talvolta) mentre eleverebbe al grado di alpinisti anche gli sconsiderati che nessun monito potrebbe fermare, nessuna campagna informativa potrebbe persuadere: la vita è loro e la deficienza pure, inutile accanirsi. Poi, a far casino, ci sono stati i tre base-jumper italiani morti in una settimana (gente che sale le cime, si butta con una tuta alare e poi apre un paracadute) che ha fatto chiedere se il base-jumping fosse improvvisamente divenuto uno sport popolarissimo o se i base-jumper fossero giusto tre, e ora riposino in pace grazie al volo definitivo (Filippo Facci si riferisce a Uli Emanuele, Alexander Polli e Armin Schmieder, effettivamente morti nel giro di nove giorni, NdR). Insomma, un po’ di confusione è lecita, ed è sufficiente a far chiedere a qualcuno: tutto bene, lassù? Ma che vi mettono nei grappini?

Filippo Facci
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All’apparenza, anche in questi giorni, è una strage, Ieri altri tre morti in montagna. Già a metà agosto, sulle Alpi, erano già morti più di trenta alpinisti. I tre di ieri sono precipitati sul gruppo del Rosa dopo che il giorno prima ne erano precipitati altri tre, sempre sul Rosa. Qualcuno è caduto per quattrocento metri dal Pòlluce 4092 m e altri per ottocento dal Càstore, forse per il cedimento di una balconcino di neve (cornice) dal quale guardavano il panorama. Da quanto capito, erano tutti capaci e attrezzati e legati in cordata: se l’è cavata solo uno che era stato male e aveva chiamato l’elicottero da Zermatt, in Svizzera, lasciando soli i due compagni che poi sono morti. A memoria, poi, ricordiamo due inglesi sciammannati sul Cervino, una coppia tedesca, una guida alpina morta sul Monte Bianco (durante una bellissima giornata in cui c’era anche lo scrivente) e un altro sul Gran Combin in Svizzera. Poi un distillatore torinese caduto in un crepaccio sul Rosa, tre ancora sul Bianco per il crollo di alcuni seracchi (sono delle torri o pinnacoli di ghiaccio che si formano tra i ghiacciai) e poi un francese ucciso da una scarica di sassi sul Monviso. Senza contare i numerosi quasi-morti e gli incidenti sfiorati di cui non veniamo a sapere nulla. Sentite questa: il 22 agosto scorso, sotto la Capanna Carrel del Cervino, una cordata di alpinisti ha incontrato un 67enne che aveva incredibilmente trascorso la notte in parete (a 3800 metti di quota) perché il suo compagno l’aveva lasciato lì; il suo amico, cioè, era salito poco sopra alla Capanna e non aveva detto niente a nessuno, tantomeno alle guide presenti al rifugio: pensava che l’amico in qualche modo se la sarebbe cavata. Alla faccia della cordata. È rimasto vivo – portato giù in elicottero – solo perché aveva di che coprirsi e perché il tempo è rimasto stabile.

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Ecco, non è che in montagna sia esplosa un’epidemia di deficienza: è tutto ordinario e terribilmente normale, con la differenza che siamo molto più informati di prima. Sicuramente la deficienza ha sempre nuovi strumenti per spiccare: i bollettini meteo, per esempio, rispetto a un tempo sono divenuti molto più affidabili, perlomeno entro le 24-48 ore: non guardarli significa non avere alibi. Molti, poi, hanno scambiato il soccorso alpino per un taxi volante che ti venga a prendere quando sei stanco o ti fa male la caviglietta, motivo per cui le Regioni si stanno decidendo a far pagare (salati) i soccorsi non strettamente necessari: un po’ come il codice bianco al pronto soccorso. Va messo in conto che a un coefficiente fisiologico di deficienti si costruiscono spesso dei ponti d’oro: la fiammante e Iper-modema Skyway del Monte Bianco – che porta a 3500 metri frotte di turisti che spesso fanno ore di fila – ha prodotto anche un disperante fenomeno di autentici incoscienti che si avventurano sul ghiacciaio del Gigante in infradito, valicano i cancelli, portano i bambini a caso nella neve: non sapendo, colpevolmente, che la morte in un improvviso crepaccio è tra le più orribili e terribilmente frequenti. L’altro giorno una guida alpina valdostana di Sarre, Gianluca Ippolito, ha filmato una famigliola che saltava un pericoloso crepaccio in jeans e scarponcini: ma pare che i candidati suicidi, quel giorno, fossero almeno una cinquantina. Tutta gente che di cartelli e avvertimenti se ne frega e basta: il personale della funivia li avverte mentre salgono, glielo ripete alla stazione intermedia e ancora una volta all’arrivo. Non serve.

Anche tra i cosiddetti alpinisti, magari equipaggiati come per una spedizione sul McKinley, i geni non mancano: una decina di giorni fa il mitico rifugio Torino (Monte Bianco) è andato ai pazzi perché ha dovuto assistere feriti, dispersi e ritardatari che si erano avventurati senza consapevolezza, preparazione, capacità o allenamento: per poi magari pretendere che la funivia funzionasse anche oltre l’orario di chiusura. Gente che scambia la montagna per un parco giochi, per una palestra a cielo aperto, che scambia i rifugi per hotel stellati o per centri di pronto soccorso. Ah, una volta era diverso. O, forse, era diversamente uguale.

Alcune pillole (box nell’articolo di Facci)
630: è il numero dei soccorsi effettuati dal CNSAS, il Corpo nazionale soccorso alpino e speleologico, dall’inizio del mese di agosto fino a poco dopo Ferragosto di quest’anno. Un dato, fanno sapere, in linea con il 2015 quando, a fine mese, gli interventi sono stati 1238, e con il 2014, quando ne sono stati registrati 1299.
1400: è il numero degli uomini del soccorso alpino impegnati nelle operazioni. I dati ufficiali parlano di quaranta interventi al giorno, con una impennata nel periodo a cavallo di Ferragosto.
650: dallo scorso maggio a oggi l’elicottero del CNSAS si è alzato in volo 650 volte. 3.000, invece, le ore/uomo per i tecnici del soccorso alpino, che in questi giorni è impegnato anche nelle aree colpite dal sisma.

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Storie di Roccamorice

Cerchiamo di affrontare la querelle sulla risistemazione della falesia di Roccamorice con imparzialità e voglia di dar voce a tutte le parti che di solito ci contraddistinguono, anche se il risultato non è garantito.

Leggendo i post sulla pagina fb Arrampicare a Roccamorice e quelli sul profilo fb di Giordano Renzani, il lettore potrà trovare tutti i dettagli.

La Parete dell’Orso di Roccamorice
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Siamo convinti della buona fede del Renzani e dei suoi soci della banda del trapano, Marcello Ferrini e Romano Costantini: questi ragazzi stavano riattrezzando la falesia con soldi raccolti da amici e piccoli sponsor. Di certo però, nello svolgersi dei fatti, sono inciampati in qualche ingenuità che l’ormai ineludibile e “doverosa” pubblicazione immediata su fb di certo drammatizzava.

Marcello Ferrini, Giordano Renzani e Romano Costantini, la Banda del Trapano
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La diffida del Sindaco di Roccamorice, Alessandro D’Ascanio, a continuare i lavori di riattrezzatura è stata letta dal mondo dei social quasi a senso unico: l’interpretazione più diffusa è quella per cui il comune aveva già appaltato anni fa un “lavoro” alla guida alpina locale Giampiero Di Federico. Il lavoro, da quanto si dice e si vede sulle foto pubblicate, è stato fatto male, con materiale scadente ed è costato molto. Risistemare ora la falesia significava ammettere questo fatto e, per evitare problemi, il sindaco ora diffida i volontari. C’è chi aggiunge che, allorché la falesia fosse sistemata dai volontari, non ci sarebbe più necessità di appaltare altri lavori…

Queste però, occorre riconoscere a un esame attento, sono solo illazioni, più o meno credibili. Soprattutto per il semplice fatto che il materiale vecchio e scadente di cui è piena la falesia (e che ci è stato ampiamente documentato) non è stato reperito su alcuno di quei 59 itinerari a suo tempo commissionati a Di Federico nell’ambito di Scuola di Roccia, bensì sugli altri circa 250 aperti in varie epoche più o meno “antiche”.

Aggiungiamo che ci sembra davvero estremo che un sindaco giunga al punto di proibire a un volontario un’azione da tutti giudicata socialmente utile. Avrà avuto certamente delle ragioni che però non vengono esplicate. Dovesse in questi giorni verificarsi un sinistro per motivi di cattiva manutenzione, per lui sarebbero guai seri, dopo una tale diffida.

Vediamo perciò, nel dettaglio, come sono andate le cose, naturalmente dopo aver sentito a filo diretto tutte le parti interessate.

La vicenda
Nel Parco Nazionale della Maiella è il più grande sito di scalata dell’Abruzzo, e uno dei più grandi del Centro Italia. Assai frequentato, ha circa 300 vie di tutte le difficoltà e per tutti gli stili di scalata. La Parete dell’Orso è assai vicina al paese di Roccamorice (PE): da qui l’improprio uso di quest’ultimo nome per designare anche la falesia.
Le stagioni ideali per la sua frequentazione sono primavera e autunno, ma si scala anche nei pomeriggi d’estate e di inverno, se c’è il sole. In un anno, il numero di climber che si avvicenda su queste rocce è abbastanza cospicuo, e in ogni caso significativo per le ridotte possibilità di sviluppo di un centro come Roccamorice.

Il B&B Santo Spirito con lo sfondo della Maiella
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La valorizzazione della Parete dell’Orso a Roccamorice iniziò nel lontano 1984 (ma ancor prima con una isolata via nelle vicinanze dell’Eremo di Santo Spirito, ad opera di Giampiero Di Federico e di Giustino Zuccarini). Dopo le prime vie, dal 1984, la guida alpina Di Federico, assieme al Comune di Roccamorice, ideò un progetto di valorizzazione denominato Scuola di Roccia, accedendo a fondi comunitari.

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Il documentarista Sergio Di Renzo, oltre che autore della guida Arrampicare in Abruzzo, è stato il più attivo realizzatore di vie a Roccamorice, ma nel contempo ha realizzato un filmato, Roccamorice, che ben documenta la zona, le sue valenze culturali e storiche e le sue possibilità sportive.

Nell’ambito di Scuola di Roccia furono realizzate 59 vie sulla parete: assieme a Di Federico collaborarono il già citato Di Renzo, Biase Persico e la guida alpina Roberto Rosica. L’equipe scelse di non usare materiale inox (c’è chi dubita di questi, dicendo di aver visto fix inox spezzarsi di colpo) preferendo invece fix hilti a doppia espansione. Nel progetto rientrava la costruzione di un fabbricato come foresteria, ristorante e ufficio a servizio. Modifiche successive, interne al fabbricato, hanno portato alla realizzazione di un Bed&Breakfast (Santo Spirito B&B) con annesso ristorante (Macchie di Coco), opere di sostegno alla frequentazione della parete dell’Orso e dei sentieri agli eremi celestiniani e alle altre preziose mete della Maiella. La proprietà è comunale: il ristorante è ottimamente gestito dallo chef Pasquale Giardini e dalla consorte, Lucia, mentre il B&B e i 59 itinerari sono gestiti dalla guida alpina Giampiero Di Federico (3406650939), [email protected] www.montabruzzo.it.
Il complesso è raggiungibile (seguendo i cartelli “scuola di roccia”). Da Roccamorice (PE) si sale per 4 km circa; a un bivio si prende per Eremo di Santo Spirito e subito dopo (100 m) si gira a destra per il B&B Santo Spirito e il ristorante Macchie di Coco.

Biase Persico
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Roberto Rosica. Foto: Antonio Sanguigni
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Accanto all’opera di Rosica, Persico e Di Renzo, altri chiodatori aprirono nuovi itinerari, citiamo l’aquilano Alberto Rubini, fino a raggiungere un totale di itinerari che ormai si attesta intorno a 300. Per la maggior parte questi lavori si svolsero alla fine degli anni ’80 e negli anni ’90, senza alcun finanziamento e per la sola buona volontà dei protagonisti, storia del resto assai comune in tutte le falesie di arrampicata. C’era da aspettarsi che le condizioni generali dell’attrezzatura della parete, oggi, siano critiche. Per il tempo passato, ma soprattutto per la qualità del lavoro e del materiale. C’era da aspettarsi la forte necessità di una revisione.

Il 19 marzo 2016 quella che ancora non si chiamava la Banda del Trapano riattrezza la sosta di Atena, richioda Semele (5c), Chi non risica non rosica (6c) e Il gigione (7a). Il 20 marzo è la volta di Icaro (7b).

Il 23 marzo, Giordano presenta su fb una lista di 44 vie sulle quali sono da effettuare lavori urgenti; segue il 2 aprile la rinnovata sosta di Ape Maia e il 14 aprile la richiodatura di Poseidone. Nello stesso tempo i tre si attivano per la ricerca dei finanziamenti necessari, con qualche risultato: il 12 aprile con orgoglio pubblicano quest’immagine, la prima “fornitura”.

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La ricerca che non si conclude positivamente è quella condotta presso il Comune. Il sindaco gli risponde che, per ciò che riguarda la falesia, il referente è Di Federico, in quanto gestore dei famosi 59 itinerari. Verso la scorsa Pasqua, Di Federico è contattato via Messenger dal Renzani. Il dialogo si conclude (e questa per diretta testimonianza di entrambi) con la disponibilità a parlarne. Con una differenza d’interpretazione, però: mentre Di Federico si aspetta che Renzani e soci gli mostrino un disciplinare (cioè un complesso di disposizioni che regolano l’esercizio di un’attività) su cui lavorare assieme, questi pensano più che altro a un via libera, solo verbale ma sufficiente, alle procedure già in atto.

Il 17 aprile 2016 nasce la pagina di comunità FB Arrampicare a Roccamorice (animata chiaramente da Giordano Renzani) : il messaggio rivolto agli eventuali simpatizzanti è: “Aiutaci a risistemare la falesia più grande in Abruzzo. Se ami scalare ma vuoi farlo in sicurezza contribuisci anche tu”.

Il 21 aprile sono pubblicati due brevi video che documentano la situazione agghiacciante di alcuni ancoraggi:
https://www.facebook.com/romano.costantini/videos/10207943470657967/

https://www.facebook.com/romano.costantini/videos/10207943964710318/.

L’attività continua: 5 maggio, Bramhan richiodata; 17 maggio, nuova sosta di Baby (5b); 18 maggio, Betacam (6a), nuova sosta; 18 maggio, Apollo 11 e Bes (7a+), sostituita sosta.

Il 16 maggio, altro preoccupante video, questa volta sulla situazione dei moschettoni di sosta:
https://www.facebook.com/falesiaroccamorice/videos/1060871400638905/.

“Ricordatevi che è una grotta, non un WC” è la raccomandazione di Giordano Renzani, dopo l’operazione di pulizia della falesia
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A questo punto della vicenda si inserisce una notizia che, se in apparenza riguarda altro luogo, in realtà fa precipitare le cose.
Il 26 giugno Leonardo D’amario (con Nando Zanchetta) scrive che “alla falesia delle Gole del Sagittario una “protezione” è venuta via al semplice tendersi della corda tra l’assicurato è l’assicuratore (per fortuna era il primo rinvio)”. Si dà il caso che proprio in quella falesia fosse impegnato in prima persona proprio il Di Federico, il quale prontamente risponde: “la falesia di Anversa (Gole del Sagittario) non è ancora aperta al pubblico. I lavori sono in corso. I fittoni trovati ed estratti e posati sul tavolo sono stati messi nei fori senza alcun collante per verificare la moschettonatura ottimale di alcune vie, in vista di poterle poi fissare con resina. Pertanto si consiglia vivamente di non accedere ancora alla falesia prima del collaudo finale (sarebbe pericoloso). Peraltro c’è la sbarra che indica di non accedere. Pertanto prima di digitare (parlare) si prega di azionale il cervello”.
Renzani ribatte: “Comunque sia mi sembra materiale di pessima qualità, roba da ferramenta”!!!

Il tendicavo della discordia
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Di Federico non si scompone: “Ho sempre ritenuto pericoloso il tanto decantato fix in acciaio inox. Il fittone/tendicavo resinato che uso, a una prova che feci qualche anno si è rotto a una trazione di 4.817 kg. Figurarsi al taglio”.

Interviene Edoardo Fronterotta: “La certificazione “fai da te” non è riconosciuta da nessuno tranne che dall’inventore della cosa… non c’è nessun cartello o segnale che indichi i lavori in corso… la sbarra sta là da sempre e non indica nulla… un semplice cartello “lavori in corso” basterebbe”.

A dispetto di questo screzio, il 1° luglio i tre sono di nuovo operativi e inviano un ringraziamento speciale a Federico Di Felice e al gruppo Notte Fonda di Avezzano per il contributo materiale ed economico. Il 14 luglio Renzani scrive: “Continuate a sostenere il nostro lavoro, lasciate un contributo nei bussolotti dei bar di Roccamorice. Noi ce la metteremo tutta, un ringraziamento speciale a tutti voi!!”. E il 20 luglio, altro grazie di cuore ad Antonio Di Martino per il grande contributo materiale.

Il 19 luglio appare chiaro che qualcosa non sta marciando per il verso giusto. “Qualcuno vuole fermare la nostra messa in sicurezza!!!” è l’allarme. Il sindaco li convoca, loro disertano. D’Ascanio li va a incontrare alla base della falesia, gli ricorda che, al di là un qualunque finanziamento concesso o negato, c’è comunque bisogno di un disciplinare su cui concordare i lavori. In quell’occasione sembra siano volate parole un po’ grosse, non tali da far proseguire civilmente la questione. Da una parte si contesta il formalismo burocratico, dall’altra la “rabbiosa voglia di protagonismo”.

Spit “obsoleto”
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E così, proprio mentre anche la vecchia sosta di Avantino (5b) può andare in pensione, ecco formalizzata la diffida del 29 luglio, già anticipata a voce.

Arrampicare a Roccamorice scrive il 27 luglio: “Oggi il sindaco di Roccamorice ci ha intimato di interrompere la nostra opera di sostituzione delle vecchie protezioni pericolanti. In caso contrario ci denuncerà ai carabinieri. Forse è stata fraintesa la nostra intenzione che non vuole essere quella di sostituirci al Manutentore ufficiale incaricato dal comune, ma semplicemente vogliamo rendere sicure ALCUNE vie su cui arrampichiamo che presentano evidenti problemi dovuti alla vetustà delle protezioni che non sono mai state sostituite da decenni, e cioè da quando furono chiodate dagli originari apritori. Non è nostro compito giudicare il lavoro di manutenzione svolto fin ora né usurpare il ruolo di nessuno, noi vogliamo solo evitare di rischiare gravi infortuni, se non la vita, arrampicando. Voi tutti avete visto, anche grazie alle foto pubblicate su questa pagina, lo stato delle protezioni che abbiamo sostituito, non ci sembra aver commesso alcun reato. Forse il problema è che siamo in Italia, nel paese dove se fai qualcosa senza scopo di lucro, senza chiedere fondi pubblici, ti fai sicuramente qualche nemico pronto a usare tutti i mezzi per fermarti. NOI VOGLIAMO SOLO ARRAMPICARE IN SICUREZZA, CHI CE LO IMPEDIRA’ SI ASSUMERA’ LE SUE RESPONSABILITA’. Il Sindaco di Roccamorice ci ha detto che sono andate da lui decine di persone a lamentarsi della nostra attività, che poi non è assolutamente un’attività sistematica di manutenzione ma solo, ripeto, di sostituzione delle vecchie protezioni marce e ridotte all’osso. A questo punto invitiamo tutte le persone che ci seguono a sostenerci per far capire alle autorità che stiamo agendo solo per la nostra/vostra incolumità. Nel frattempo, per evitare polemiche, abbiamo comunque fatto un lavoro utile per tutti, abbiamo ripulito il sentiero di accesso alla falesia. Se anche questo è vietato, arrestateci”.

Segue una ridda di commenti, ne riportiamo solo alcuni:
Romano Costantini: “Infatti dovevamo chiedere un finanziamento, ungere gli ingranaggi e poi spendere i soldi per cazzi nostri come da anni si è fatto a Roccamorice (falesia). Finanziamenti su finanziamenti presi da un buffone incapace e incompetente che non ha mai fatto un cazzo nella sua vita, se non inculare il prossimo e inventare favolette nascondendosi dietro una patacca, immagino pagata. Manutentore di cosa? Di materiale artigianale? Avesse cambiato mai una sosta o uno spit in 30 anni di onorata carriera trascorsa sotto l’ombrellone al Giallon… Forse meglio così vista la sua esperienza e capacità nel chiodare (falesia Anversa). Purtroppo è vero, siamo in Italia, il paese dei balocchi, dei corrotti, degli incompetenti messi a gestire cose più grandi di loro solo perché si sono comprati una patacca. Ma andate a fanculo pagliacci”.

Simone De Laurentiis: “Quando finirà qualcuno degli acconsezienti di questo soggetto all’ospedale poi se ne renderanno conto di quale buffone gestisce tutto l’impiccio… ma d’altronde lui ha le sue vie chiodate DOC dove portare i clienti… Mi dispiace perché qualcuno ci dovrà andare di mezzo… Poi se partiranno le indagini nessuno più scalerà a Rocca…

Materiale nuovo e vecchio
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Stefano Di Marco: “Vivendo a Roma ho sempre sentito parlare di Roccamorice come un bellissimo posto dove arrampicare ma allo stesso tempo con il rischio concreto di farsi male a causa delle protezioni non a norma e del tutto usurate.
Adesso, che ci sono persone che stanno sistemando finalmente le vie mortali di Rocca, mosse dall’amore e dalla passione verso questa bellissima parete, verso la comunità dei climber, anche amici romani stanno tornando a frequentare la falesia generando cosi esternalità positive per tutto il territorio. Trovo assurdo che le autorità stiano intralciando il duro e faticoso lavoro di riqualifica fatto completamente gratuitamente!
Per una volta, un paese come Roccamorice ha l’opportunità di dimostrare che le cose nel nostro paese possono cambiare se si hanno le idee chiare e la voglia di fare, spero che chi di dovere non si faccia sfuggire questa preziosa occasione.
Forza ragazzi! Sono con voi!!!
P.S. Se esiste un Manutentore “ufficiale” delegato dal Comune di Roccamorice e lo stato della falesia e delle vie è completamente in stato di abbandono (fino a poco fa) come è possibile che il Comune stesso non si senta preso per il culo e non si mobiliti a risolvere questa situazione?
(Qui appare chiaro che nessuno è avvertito del fatto che un vero Manutentore della falesia non esiste, NdR)”.

Una garanzia!
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Marco Costantini: “La legge è chiara… Mi dispiace, ma è così… Sicuramente nessuno mette in dubbio la necessità di intervento e l’opera pia che state facendo… Ma state comunque andando contro la legge e i regolamenti del caso… Spero comunque che si risolva con un po’ di buon senso… A nessuno conviene aprire procedimenti penali… (Logicamente economicamente)”.

Arrampicare a Roccamorice: “Caro Marco, in Italia la legge non è affatto chiara, nel quadro legislativo non esiste la figura di chiodatore, o di chi può chiodare”.

Marco Costantini: “Ma non era meglio andare al comune e chiedere una riqualificazione della parete? Anche con fondi donati dal privato? Se tanto ci sta a cuore sta cosa..Non era meglio seguire una giusta procedura coinvolgendo le amministrazioni di competenza? Bho io sono d’accordissimo sul fatto che Rocca ha gravi disagi.. Ma le cose di iniziativa quando non ci competono portano sempre problemi.. Fare un bel progettino… Magari vi sta sul cazzo sempre il solito “tizio”? Ok nel progetto si fa il nome di qualcun altro...”.

Materiale recuperato da Roccamorice
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Arrampicare a Roccamorice: “Il bello è che ci siamo mossi così, il sindaco era favorevole, anzi disposto anche a darci dei soldi per il materiale. Di colpo questo misterioso retrofront!”.

Mario Bultrini: “La legge ancora non c’e, ma ci stanno lavorando. Si chiama progetto REASTA… Se dovesse passare questa legge, sarebbe la fine della libertà delle attività in montagna, attività da sempre fatte per passione, spirito di avventura e dedizione, senza fini speculativi…”.

Luca Bibez: “Grazie Mario. Ma ne approfitto per ribadire che non me ne frega una mazza se una legge considera un intervento di manutenzione abusivo se cambio una catena o sposto uno spit in una falesia che conosco e frequento. Qualcuno penserà che sono un egoista, io la penserò diversamente e punto. E la prossima volta che chiodo, lo faccio sapere tra 10 anni. Venitemi a censire. Piuttosto pago il canone RAI…”.

Ercole Di Donato: “Tutto o quasi tutto si può fare ma con educazione e rispetto, senza denigrare in modo così astioso e con livore, le persone, tra l’altro senza nominarle…”.

Arrampicare a Roccamorice: “Non sono le polemiche che ci interessano, sono sicuro che quando ne avranno la possibilità gli attori in gioco si chiariranno di persona. RIPETO A NOI NON INTERESSA DENIGRARE NESSUNO. VOGLIAMO SOLO ARRAMPICARE IN SICUREZZA”.

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Leonardo D’amario tenta di fare un po’ d’ordine: “Domande: La falesia e pubblica o privata? C’è un manutentore? Se c’è, fa manutenzione con soldi pubblici o privati? Se sono fondi pubblici, dov’è possibile vedere in modo chiaro e trasparente quanti soldi vengono stanziati per la manutenzione e ovviamente giustificati da fatture di acquisto di materiale certificato? Poi, e si e parlato di legge chiara, si può postare un link con questa legge?”.

Romano Costantini è particolarmente aggressivo nei confronti di Di Federico. Riferisce (senza citare il nome) che, al tempo del primo contatto, le parole di Di Federico furono “fate pure, poi a giorni salgo e ne parliamo”. E aggiunge: “probabilmente avrà capito che con noi non si mangiava e quindi è passato all’attacco. Ma tanto ha già perso prima di cominciare… Poi se le cose stanno così allora i lavori deve farli lui e non fare corsi abusivi da 300 € a botta per insegnare a chiodare per poi far fare il lavoro a ‘sti poveri fessi che lo seguono pure. O passare gruppi di clienti ad amici suoi non “PATACCATI” facendoli pagare per escursioni. Poi siamo noi gli abusivi… Ma chi è il re della valle?”.

Ercole Di Donato: “Scusa Romano Costantini, ma a chi ti riferisci? Abbi il coraggio di dire nome e cognome, oppure telefonare al bersaglio delle tue velenose critiche!”.

Marco Colazilli: “… Se è vero che qualcuno si è lamentato col sindaco è perché è stato sollevato un polverone, sono state offese persone e messo in dubbio professionalità. Sono amico sia del “Manutentore ufficiale” che di alcuni di voi e fa male vedervi scontrare anche perché l’obiettivo di tutti è quello di avere una falesia sicura, perciò siccome la birra a Rocca é buona, andatevene a fa una insieme e seppellite l’ascia di guerra… offro io!”.

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Laura Capone: “… Ragazzi, potete avere tutte le ragioni di questo mondo e lottare per una giusta causa. Ma in quelle poche righe, a mio parere, le avete sciupate tutte, con queste accuse diffamatorie, a prescindere da chi sia il “soggetto” preso a riferimento e dal comportamento avuto da quest’ultimo…”.
Romano Costantini: “Sbaglierò i modi… forse… Ma non accetto minacce da chi non sa o non vuole sapere di cosa si sta parlando. Una legge che fa morire le persone? No grazie! Vi ricordo che la falesia di Roccamorice è stata chiodata da persone non “titolate”. Quindi qui si fa manutenzione “ufficiale” su una falesia abusiva? Ammazza che coerenza!!!!! Ma non fatemi ridere. Purtroppo qui comanda il denaro altro che chiacchiere”.

Antony Castolo suggerisce ad Arrampicare a Roccamorice la massima trasparenza nella raccolta dei fondi e nel rendiconto delle spese. Arrampicare a Roccamorice in seguito a questa richiesta pubblica un rendiconto aggiornato al 31 luglio.

Il 29 luglio la pagina fb ClimbAdvisor – Climbing in Italy pubblica un appello scherzoso che riportiamo:
Roccamorice: il sindaco ha preso seri provvedimenti contro una banda di ragazzi, che da qualche tempo, armati di trapano, sostituiva le pluridecennali protezioni delle vie con altre nuove di acciaio inox, acquistate con i contributi di alcuni sostenitori. Pare che questi giovanotti abbiano dato fastidio a diverse persone, e che solo dopo una serie di lamentele circostanziate il sindaco abbia loro intimato di interrompere immediatamente la loro opera di riattrezzatura delle vie. Pare, invece, che al sindaco non sia giunta alcuna voce in sostegno di questi tre facinorosi (Giordano Renzani, Romano Costantini, Marcello Ferrini). Ora noi ci rivolgiamo a voi: se scalate a Roccamorice, o intendete andarci a scalare, prima o poi, scrivete al sindaco [email protected], e chiedetegli di provvedere urgentemente alla valutazione dello stato delle protezioni della falesia e ad una eventuale riattrezzatura. Oppure, in alternativa, di affermare che le protezioni che ci sono vanno benissimo così, e prendersi la responsabilità di far scalare la gente in quella falesia. Oppure di chiuderla, dando un colpo mortale all’economia della cittadina. Oppure di trovare una soluzione pacifica, facendo rientrare il lavoro di questi tre simpatici attaccabrighe in una attività istituzionale. Non state a guardare le loro faccette da romanzo criminale: sono dei figli di famiglia, bravi ragazzi. Hanno pure i capelli corti”.

Giampiero Di Federico
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A dispetto di questo appello, sempre il 29 luglio, è diffuso su fb un documento estratto da Undici proposte per Roccamorice, di Giampiero Di Federico, presentato alla cittadinanza il 21 aprile 2013. In quel documento, al punto 7, la guida alpina ricorda l’estrema necessità di provvedere alla manutenzione continua dell’attrezzatura della falesia, di cui tra l’altro prevede uno sviluppo fino a 600 vie. Naturalmente lo scopo del rispolvero di quel documento va nella direzione di dimostrare quanto il Di Federico sia “bifronte”: una rappacificazione e un definitivo chiarimento si allontanano sempre di più.

Sul sito di Nando Zanchetta https://nandozanchetta.com/ il 30 luglio esce il post Carpenteria d’Abruzzo: nuova chiodatura a Roccamorice. Uno scritto che, sia pur con il consueto e graffiante humor surreale, non getta certo acqua sul fuoco.

Continua la discussione su fb:
Lorenzo Di Tullio suggerisce “di segnalare le carenze manutentive con l’elenco delle vie che attualmente hanno una chiodatura fatiscente e fare un bel documento da presentare al comune (via PEC) e pubblicarlo in rete. A quel punto chiedere lumi sulla manutenzione ufficiale… insomma bisogna sollecitare il comune sulla pericolosità di un tot di vie...”.

Gli risponde pessimista Luca Bibez: “Caro Lorenzo, fai un elenco delle carenze, ma a nome di chi, di quale società di consulenza per la gestione pareti? Mi sembra chiaro che qui da un lato c’è la Legge (vedi Kafka), ovvero la burocrazia, la lentezza, l’ottusità, la malafede, l’incompetenza. E dall’altra c’è chi pratica l’attività, ama i luoghi, ama la vita: la propria e quella di chi viene e verrà a Roccamorice. Non vedo punti di incontro”.

Lorenzo Di Tullio: “Fai una segnalazione come una qualsiasi cittadino. Poiché il comune contesta proprio l’attività di chiodatura volontaria continuerà a diffidare tutti gli altri. Se invece si comincia a segnalare che ad esempio su 200 vie presenti una tot % è pericolosa documentandolo con foto o altro, forse qualcuno si pone la domanda sulla sicurezza… E’ comunque una pessima pubblicità!!! Forse la falesia verrà chiusa… può essere solo un bene in quanto ad oggi il Comune non reputa la manutenzione un problema di cui occuparsi o perché qualcuno gli dice che tutto è sicuro…”.

Antonello Di Giovine: “Se veramente e in maniera seria si vuole risolvere il problema, occorre esporre il problema in procura e adesso ancora meglio perché vi è una diffida ufficiale fatta dal sindaco quindi il procuratore al 99,9 % aprirà un indagine preliminare con la certezza che questa volta quelle vie saranno sistemate definitivamente… Se non si ha il coraggio di scrivere con carta bollata si continua a giocare a giro giro tondo. Ripeto: esposto con allegato diffida e un elenco di firme pronte ad assumersi la responsabilità… altrimenti chiacchiere da bar o da fb”.

Nel frattempo coloro che non sono stati diffidati continuano il lavoro: in agosto Romano Costantini richioda Videa (7b+) e Ficobus (6b+), anche se Franco Idea consiglia un po’ più di discrezione, per non rischiare di beccare altre diffide. Gli risponde Renzani: “Tutto vero ma il nostro lavoro va avanti grazie al sostegno di tutti i climber e non solo. Mi sembra giusto far vedere che i loro soldi finiscono in parete. Hanno diffidato me, siamo tante persone… Vediamo se diffidano tutti”.

Altra fornitura per Roccamorice
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Il 29 agosto Arrampicare a Roccamorice scrive: “… il “piano criminoso” di questi giovani non è quello di risistemare le poche vie di Roccamorice che sono loro rimaste da liberare (come farebbe qualsiasi climber di buon senso, ammesso che possa esistere un climber di buon senso), ma di attuare una vera e propria forma di disobbedienza civile. La matrice eversiva di questi gesti appare evidente, in quanto si tratta di una azione “attuata da un singolo individuo o più spesso da un gruppo di persone, che comporta la consapevole violazione di una precisa norma di legge, considerata particolarmente ingiusta, violazione che però si svolge pubblicamente, in modo da rendere evidenti a tutti e immediatamente operative le sanzioni previste dalla legge stessa” [cit. Wikipedia]. L’obiettivo di questa forma di lotta politica è “di evidenziare, mediante la propria disobbedienza, l’ingiustizia, a suo avviso palese, della norma di legge e le conseguenze che essa comporta” [cit. Wikipedia]. Purtroppo pare che esistano ancora giovani che non rinunciano a tenere la schiena dritta e a far valere le loro opinioni, giuste o sbagliate che siano, senza guadagnarci nulla e rischiando addirittura di pagare di persona. Cosa succederà a queste teste calde? Come reagiranno le istituzioni, colpite nella gestione del denaro pubblico, che è uno dei loro punti più nevralgici? Chi mai vorrà difendere questa banda di sovversivi? Ci sarà qualche scocciatore di giornalista che vorrà fare una inchiesta? Ci sarà qualche sciagurato che li difenderà? O questi ragazzi rimarranno soli? Vi terremo informati. Certo che mai ci saremmo aspettati, quando abbiamo fatto questa allegra pagina che doveva dare spunti per gite in montagna o fuori porta, e scalatine tranquille, di dovere raccontare di tali crimini. Eppure questa banda di scapestrati ci ha fatto trovare in mezzo a questa faccenda, e noi abbiamo deciso di non tirarci indietro e di fare la nostra parte. Non saremo scapestrati pure noi, che ci consideriamo tanto savi? Speriamo di no.
Firmato: Romano Costantini Giordano Renzani
”.

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Inox

Inox
di Marco Marrosu
(da facebook, 28 luglio 2016)

La crisi del tassello (spit fix) – l’ancoraggio adatto per le attività alpinistiche si spezza?
Durante la scalata ci attacchiamo come dei dannati agli ancoraggi delle vie ferrate e cadiamo su quelli delle vie di arrampicata. Domande del tipo “terranno? quando sono stati messi? chi li ha messi era una persona capace? sono ancora in buone condizioni?”… ve le siete mai fatte oppure vi siete fidati ciecamente credendo che siccome “sono là” allora tutto è in regola?

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Ormai da anni è assodato che anche ancoraggi apparentemente nuovi si possono rompere se di materiale non adatto alle condizioni chimico-fisiche del luogo dove vengono inseriti.
Una constatazione dovuta a diversi incidenti avvenuti in prossimità del mare non solo in Sardegna ma anche in altri Paesi, dove diversi arrampicatori sono sopravvissuti per miracolo.

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Grazie a un’inchiesta nata in seno al CAI si è scoperto che gli ancoraggi che si spezzavano (comunemente sul mercato e forniti dai maggiori produttori per la pratica dell’arrampicata) erano di acciaio AISI304 o comunque un acciaio non adatto. Ecco che quindi improvvisamente abbiamo tutti scoperto che c’è acciaio e acciaio e che nel nostro caso l’AISI304 non va bene. Un buon acciaio per carità, ma non adatto per le zone marine. In quelle condizioni infatti viene attaccato da cloruri che possono generare fenomeni corrosivi complessi nella parte interna del tassello o a contatto del bullone, facendolo spezzare sotto il peso di una persona o anche meno!!! Un pericolo subdolo perché il tassello sembra apparentemente nuovo.

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Peccato che quasi tutti gli itinerari della Sardegna siano stati attrezzati da “volontari” con materiali di questo tipo!!!
Alcune ditte produttrici, come la RAUMER, hanno ammesso l’errore e prodotto gli stessi ancoraggi finalmente in acciaio AISI316L (vedi foto), che attualmente è l’unico affidabile per attrezzare le vie di arrampicata sportiva e le vie ferrate. Finalmente del materiale sicuro e decente, anche se la ditta ha deciso di non produrre in quell’acciaio alcuni componenti delle ferrate come i gradini e i distanziatori dei cavi (tondini da carpenteria).

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A questa linea di ancoraggi infine la RAUMER ha voluto affiancarne un’altra definita AISI316L LINEA MARINA che è idonea per il posizionamento in presenza di aria ricca di salsedine e lungo la costa. Ha anche deciso di renderlo riconoscibile facilmente dagli altri incidendovi sopra le sue caratteristiche come “AISI316L “e “linea marina” (pesciolino stilizzato). Un materiale che costa un po’ di più ma che garantisce sicurezza e un veloce controllo visivo della qualità.
Tuttavia… si possono trovare ancora in commercio i più economici “vecchi ancoraggi”. Non so voi, ma penso che attrezzare ancora con questo vecchio tipo di acciaio non voglia dire “fornire un servizio gratis ai fruitori degli itinerari”.

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C’è anche chi si chiede: “Ma non è ancora più sicuro il titanio?”.  Sì, ci sono materiali ancora più sicuri come in effetti il titanio, ma il problema è la produzione su larga scala e il rapporto qualità/prezzo. Ricordiamoci che i tasselli che si usano in arrampicata, speleologia, ecc. vengono dall’edilizia (per calcestruzzo) e in questo settore ne vengono venduti molti di più di quelli per attività alpinistiche. Il risultato è che lo sforzo delle ditte è rivolto più verso le richieste del settore edile che verso quello alpinistico-speleologico. Ad ogni modo, per chi interessa approfondire, ecco un articolo che può chiarire molti dubbi.

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Rischio, sicurezza e libertà

Rischio, sicurezza e libertà
di Francesca Colesanti
(pubblicato su In Movimento, maggio 2016)

Vi è un filo (una corda?) sottile ma forte che unisce il significato di libertà così come inteso dai «Nuovi Mattini» – libertà dall’ingombrante retaggio ereditato da una concezione eroica ed elitaria dell’alpinismo e voglia di avventura verso pareti inesplorate – e il diritto ad arrampicare a dispetto dei vincoli imposti da una società (mentalità) sempre più ossessionata dalla sicurezza.

La chiacchierata fra Alessandro Gogna, Gianni Battimelli ed Eva Grisoni – due reduci dei nuovi mattini e una «scalatrice del pomeriggio», come lei stessa si è autodefinita – prende le mosse da quel concetto di libertà sviluppato negli anni Settanta, si dipana attraverso le sale indoor e l’arrampicata come sport di massa, per arrivare inesorabilmente a un punto, che oggi appare cruciale: quello della sicurezza.

La sicurezza è un corollario della libertà o ne è l’antitesi? La volontà di rischiare può e deve restare una legittima aspirazione dei singoli nel momento in cui se ne assumono consapevolmente la responsabilità e le conseguenze, o deve invece essere contenuta entro limiti etici o legali stabiliti dall’esterno? L’avventura e la voglia di scoperta potrebbero essere soffocate dalla piovra dell’omologazione sportiva o la maggiore capacità tecnica acquisita grazie alla sicurezza delle falesie può invece esaltarle? E’ davvero auspicabile rendere più sicura la montagna per consentire a più persone di usufruirne, quindi renderla sicura per poterla sfruttare meglio?

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«I protagonisti dei Nuovi mattini, da Motti a Guerini a Miotti – racconta Gianni Battimelli – erano tutti fior di alpinisti. Che a un certo punto hanno detto una cosa che all’epoca era vista malino: arrampicare ha un suo valore in quanto tale e non è solo propedeutico all’alpinismo. In un certo senso quindi l’arrampicata sportiva è figlia di quell’epoca, anche se poi molti l’hanno considerata una figlia degenere. Oggi però si sta verificando uno strano paradosso, quasi tutti coloro che imparano ad arrampicare in un ambiente sicuro come quello della palestra indoor riescono dopo poco tempo a raggiungere difficoltà e capacità gestuali che ai tempi nostri erano proibitive. Il punto è che poi quei livelli gestuali non funzionano più in montagna, a meno di non aver compiuto un lungo percorso di esperienza. In ambiente si hanno necessità tecniche diverse, che non possono essere apprese in una sala o in una falesia super-equipaggiata. Quindi, paradossalmente, la palestra limita gli spazi di libertà a chi vorrebbe crearseli».

«Questo è vero – concorda Alessandro Gogna – ma il primo passo per la libertà è il rispetto della libertà altrui, anch’io vedo l’arrampicata sportiva più povera perché privata dell’avventura e della natura, a volte ridotta a puro gesto fisico, atletico. Ma se ad alcuni piace solo questo, va bene così. Il punto però è che sembra non valere più il contrario. Questo si rispecchia ad esempio nella produzione delle vie: la cosiddetta arrampicata plaisir è esattamente figlia della volontà di ridurre un ambiente – che senza determinati interventi sarebbe quello avventuroso della montagna o della parete – a un ambiente sportivo. Non parlo certamente dei monotiri in falesia, poiché le falesie sono per lo più dichiaratamente luoghi sportivi, mi riferisco invece agli itinerari multipitch o plaisir, che rappresentano un ulteriore passo avanti in questa direzione. Qui andiamo a toccare un terreno più delicato, perché si va oltre la sfera individuale – voglio rischiare o non voglio rischiare – toccando una programmazione di uso del territorio della quale si vedono le conseguenze in alcuni settori delle Alpi, dove certe montagne sono state già «sportivizzate» in questo modo. Questo è un fenomeno da non demonizzare ma cui prestare attenzione poiché l’esigenza (legittima) di rendere meno pericoloso il monotiro potrebbe trasformarsi nel tentativo (impossibile) di azzerare il pericolo, al fine dì sfruttare meglio la montagna. C’è proprio una differenza nell’atteggiamento di fondo verso quella che è la natura, la cosiddetta wilderness».

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«Credo che molto dipenda da un concetto fondamentale che è quello di accettazione del pericolo – aggiunge Eva Grisoni – Viviamo in una società in cui tutto deve essere messo in sicurezza. Girando per le falesie in tanti sottolineano il fatto che l’arrampicata è uno sport sicuro. Questo è un approccio radicalmente cambiato nel tempo: oggi pochi scalatori accettano su di sé il rischio. La maggior parte pretende di praticare uno sport sicuro, ed esige che gli apritori realizzino vie sicure, o si lamentano se le vie non sono protette adeguatamente. Proprio in quanto sport praticato da molti, ciò che prevale è la ricerca della sicurezza a discapito dell’ambiente. Quando chiedi a chi arrampica cosa prova, la risposta è quasi sempre “mi sento libero”. E non è una libertà da qualcosa ma una libertà dentro qualcosa. Ora invece a molte persone l’ambiente in sé interessa poco, interessa la via come percorso da realizzare, di cui fruire, dove andare a divertirsi. Agli alpinisti classici sicuramente piaceva andare ad arrampicare ma non era il divertimento in sé che cercavano nell’aprire itinerari sulle Alpi».

Gogna: «Vorrei riprendere il tuo discorso, soprattutto sul termine pretesa. Perché è vero che si tratta proprio di una pretesa del fruitore – climber o alpinista o arrampicatore che si voglia chiamare – che vuole che l’itinerario sia sicuro. Questa pretesa ha contagiato non solo i fruitori ma persino gli apritori di queste vie. Oserei dire che la morte della libertà è proprio la sicurezza. Forse è una frase un po’ tranchant, ma più aumentano la sicurezza e l’attenzione che viene dedicata alla sicurezza, tanto più la libertà di scelta delle proprie azioni viene ridotta. D’altronde dove c’è meno caos, meno “anarchia”, la libertà decresce».

Battimelli: «Libertà e sicurezza sono due parole legate ma conflittuali tra loro. Il trasferimento in montagna delle sicurezze che si trovano in falesia o in palestra è illusorio, oltre che pericoloso, esattamente come quando si parla di sport estremi in sicurezza: si dice qualcosa di insensato, perché non esistono. Va detto chiaramente che l’unico modo sicuro di praticare l’alpinismo o di fare dell’arrampicata, anche in falesia, è evitare di praticarlo. L’unico modo sicuro di fare dell’alpinismo è non farlo. Altrimenti bisogna essere consapevoli che si corrono dei rischi. Questa delega sistematica delle condizioni di sicurezza ad altri, rimettendo ad altri il compito di garantire le condizioni che ci permettano di essere sicuri è un grave processo di deresponsabilizzazione delle persone».

Due escursioniste sono morte oggi nel Lazio in due diversi incidenti in montagna. I principali consigli per affrontare la montagna in sicurezza (Fonte: Soccorso Alpino)

«E qui – prosegue Battimelli – il problema diventa quello della possibilità di fare ciascuno ciò che vuole: fino a dove è possibile mantenere quegli spazi di libertà per chi è disposto, consapevolmente, ad assumersi certi rischi. Temo che oggi sia sempre più difficile poter godere di questa libertà, che la nostra sia una libertà condizionata da tanti ma… Io mi sento meno libero di fare l’istruttore di alpinismo oggi di quanto non lo fossi tempo fa, e non penso affatto che non debbano esistere le sacrosante regole di sicurezza e che sia meglio andare tutti a rischiare la pelle. Mi preoccupa che certi spazi di libertà legati all’assunzione consapevole di responsabilità in proprio vadano piano piano riducendosi…».

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Va bene, ma come preservarli, questi spazi di libertà?

Grisoni: «Si può ancora essere liberi, ma le persone devono prendersela la libertà. Un conto è parlare della crescente quantità di gente che frequenta le palestre o le falesie, un conto è chi va a scalare in montagna, che esiste ancora e fa sicuramente meno chiasso della massa. Oggi l’arrampicata è uno sport di massa. Anche per questo il rischio viene visto come una cosa negativa, adesso più che in passato. Quello che stiamo vivendo adesso è non solo la messa in sicurezza dell’arrampicata, ma anche dello sport e della vita più in generale».

Gogna: «Nessuno può avere una formula. È vero che come ha detto Eva la libertà bisogna prendersela: c’è gente che lo fa ancora, forse meno di prima, ma non ne sarei nemmeno tanto sicuro. Vedi il crescente numero di persone che oggi salgono cascate di ghiaccio o praticano lo scialpinismo (che quanto a rischi è secondo solo alle salite himalayane), tutte persone che si assumono dei rischi. Dico però che viviamo in un’epoca in cui la parola ha una grossa importanza e faccio un esempio: il soccorso alpino ha lanciato questa iniziativa che si chiama “montagna sicura, falesia sicura”. Io combatto affinché questo slogan venga cambiato in montagna, o neve, “più” sicura. Perché il risultato al 100% non ci può essere e tanta gente non lo sa: per loro montagna sicura vuol dire senza alcun rischio».

Battimelli: «Secondo me c’è un equivoco di fondo, e riguarda la propensione al rischio. Io ritengo che sia falsa la contrapposizione che spesso viene affermata fra il tentativo dell’arrampicata moderna di eliminare il rischio e concentrarsi esclusivamente sulla difficoltà, e la propensione dei vecchi alpinisti a dare meno importanza al gesto atletico accettando però margini di rischio più alti, considerati spesso irresponsabili. Credo che fare un tiro di corda con poche protezioni in montagna necessiti di abilità tecniche tanto quanto come essere capace di fare un bloccaggio su un listello. Semplicemente si tratta di una competenza di tipo diverso: mentre la preparazione necessaria per tenere la reglette e superare un passo di 8a è sostanzialmente atletica e si ottiene con l’allenamento, il controllo mentale che serve per fare un tiro di corda non protetto è un fatto altrettanto tecnico che però richiede una maturazione e un’esperienza più lunga nel tempo. L’opposizione “vecchio alpinismo” versus “nuova arrampicata”, che corrisponderebbe a una “predisposizione al pericolo” versus un “gioco sportivo sicuro”, secondo me è in larga misura falsa: andrebbe spiegato e ribadito».

Ma correre del rischi significa farli correre ai soccorritori: è eticamente lecito?

Battimelli: «C’era uno splendido articolo di Pierre Chapoutot (alpinista francese degli anni Sessanta) che scriveva: “La risposta a questa domanda è stata data nel giorno stesso in cui alcuni alpinisti si sono trasformati in soccorritori, ed è un clamoroso Sì”.

Se il problema è il costo sociale di questa attività, ebbene è un costo che dobbiamo permetterci per garantire gli spazi di libertà. Questi vanno mantenuti perché costituiscono un valore. Il ragionamento di Chapoutot è lucidissimo e secco nelle conclusioni: il costo sociale del soccorso in montagna, che certamente esiste, è risibile rispetto al costo del soccorso ai milioni di vacanzieri della domenica, e neppure loro hanno necessità di muoversi in automobile. Torna il discorso della libertà e della responsabilità: sì, esiste un costo, ed è un costo che vale la pena pagare. Non tutto è monetizzabile».

Gogna: «Io aggiungerei che l’utilità dell’andare in montagna e dell’insegnare ad altri ad andarci assume via via una maggiore importanza sociale. Questa iper-sicurezza sta invadendo tutta la nostra società, da quando un bambino nasce fino alla morte, non riguarda solo l’arrampicata, è un’ossessione, una persecuzione a volte. L’alpinismo e anche l’arrampicata hanno invece una valenza sociale, sono davvero un’àncora di salvataggio e credo quindi che questa sia una strada da difendere».

Grisoni: «Scalare è un diritto di tutti. Gli sprechi sono altri, anche se capisco che dall’esterno qualcuno possa obiettare di non voler pagare i costi del mio divertimento. Ma allora vale lo stesso per chi fuma o chi corre in moto. Il discorso è molto delicato: se parliamo di libertà, impedire o limitare alcune attività outdoor potrebbe avere per conseguenza altri costi sociali, perché sono certa ad esempio che chi va in montagna vive una vita molto più sana della maggior pente della gente».

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L’ascolto

L’ascolto
(argomenti sulla sicurezza)
di Lorenzo Merlo

Sicurezza nella relazione esprime una modalità di frequentazione dell’ambiente naturale, ma non solo, da integrare con la diffusa prassi di avvalersi di strumenti, studio, esperienza e normative.

Premessa. La sicurezza sussiste solo in quella modalità bidimensionale, algebrica, euclidea di concepire il mondo e la vita, ove tutti gli elementi sono immobili come in una fotografia. Nella modalità volumetrica (Bidimensionale e volumetrica sono termini coniati in merito alla ricerca ToFeelNotToKnow dedicata ai processi di conoscenza non cognitivi), fluttuante, dove in realtà innumerevoli elementi, diversi da loro stessi in ogni istante, anelano al loro scopo costringendo anche a modificare il nostro, la sicurezza non è più concepibile.

Queste righe dedicate alla sicurezza vorrebbero scongiurare il rischio di creare fazioni in contrasto; vorrebbero essere semplicemente propositive; vorrebbero solo invitare riflessioni personali, le sole che hanno il potere di provocare evoluzioni individuali.

Sono considerazioni dedicate a chi non ha avuto il tempo di riflettere sulla sicurezza, né sul linguaggio ordinariamente impiegato per parlarne né sulla conseguente realtà deterministica che ne scaturisce, ove oltre a credere di poter vendere, si può anche credere di poter comprare sicurezza.

Con le Guide in sicurezza; Professionisti della sicurezza; In totale sicurezza e divertimento sono formule tanto frequentemente impiegate per vendere sicurezza quanto inopportune in quanto fuorvianti. Ciò che a mio parere dovrebbe essere venduto e comprato è una specie di opposto, la garanzia dell’ineludibile rischio d’imprevisto.

La cultura analitica, esclusivamente bidimensionale, che ci ha cresciuti induce a concepire il problema della sicurezza nella sola dimensione tecnico-fisica, ci spinge a coltivare espedienti tecnologici (strumenti e equipaggiamento) e regolamentativi (leggi, restrizioni) come modalità unica per creare sicurezza. Ne sono scaturiti moniti-dogma noti a tutti, Se non hai artva-pala-sonda… Se non rispetti le regole… Il bollettino diceva 3… Sono formule che sottendono ad una sicurezza effettivamente raggiungibile, ammiccano all’idea che per ottenerla sia necessario acquisire saperi cognitivi (studio), empirici (esperienza), espedienti tecnologici (strumenti ed equipaggiamento), confermano l’inderogabilità di escogitare/ accettare/condividere/proporre restrizioni.

Dunque sapendo, esperendo, comprando, propugnando dogmi e legiferando riteniamo di fare il massimo per realizzare la miglior sicurezza. Un processo legittimabile e funzionale a produrre automi irregimentati, deprecabile e sconveniente se ci poniamo l’autonomia e la responsabilità di noi stessi e della realtà come scopo. Nel primo caso avremo persone che si muoveranno a misura di altro, nel secondo a propria misura.

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Ma allora come la realizza il camoscio? Il camoscio non fa esclusivamente riferimento a quanto ha già visto ed esperito, resta in ascolto, stima permanentemente, come l‘esploratore, non fa altro. Senza saperi, senza tecnologia, senza affidarsi ciecamente all’esperienza, senza rispettare divieti, il camoscio realizza la miglior sicurezza disponibile, eventualmente rinunciando. Serve esperienza per lasciare da parte l’esperienza, per sentirne l’invasività e la prevaricazione in occasione delle scelte.

L’atteggiamento sportivo/competitivo che la comunicazione mainstream ci induce a condividere e a considerarlo un valore assoluto quindi irrinunciabile, comporta di concepire la montagna, e ogni ambiente aperto, alla stregua di un campo sportivo ove esercitare la nostra passione.

Ma è accettabile ridurre la natura a campo da gioco? Abbiamo mai osservato le implicazioni che comporta? È per questa inopportuna concezione che tendiamo a produrre, condividere, promuovere e accettare regolamentazioni anche per i terreni aperti oppure lo facciamo per pigrizia e inconsapevolezza? Creare una regola è meno impegnativo che promuovere una cultura dell’ambiente, della relazione; una cultura non più solo codificata e codificabile, dedita a sancire il diritto al tempo libero e al libero edonismo.

Il campo da gioco è un dominio che implica la regola. Il campo da gioco è un ambito che induce, contempla e permette la replica di situazioni simili e limitate.

Trasferire la mentalità idonea al campo da gioco al contesto naturale, dove non ci sono righe immaginarie a delimitare alcun campo, o regole a limitare l’influenza delle variabili della natura, è la condizione di origine di molte nostre scelte… fondate sugli elementi dogmaticamente prescritti e considerati sufficienti a gestire la sicurezza in natura. Tuttavia è opportuno considerare che nella natura viva ciò diviene sconveniente, perché lì non ci sono campi delimitati, e il muoversi secondo decaloghi formulati da altri, la valorizzazione della sola esperienza e delle conoscenze e anche il solo rispetto del divieto alzano i rischi d’imprevisto.

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Che fare? Imparare dal camoscio è possibile disponendo della consapevolezza dell’ascolto.

«Il maggior ostacolo nel capire l’organizzazione vivente sta nella impossibilità di rendere conto di essa enumerando le sue proprietà; deve essere capita come unità (Humberto Maturana – Autopoiesi e cognizione – Marsilio, 1985)». Riconoscendo il proprio allineamento a flusso culturale razional-analitico, se ne possono prendere le distanze, si possono trovare alternative di carattere meno massifico, ripetitivo e autoreferenziale, più a misura personale, più creative, più idonee a cogliere l’unità. È attraverso il canale affettivo del sentire che nessuna madre e nessun bambino può sottoscrivere di essere due, di essere separata una dall’altro.

Con l’ascolto si possono riconoscere le difficoltà nascoste di qualcuno del gruppo, possiamo avvertire un cambio di direzione del vento, possiamo aggiornare le scelte appena prese, possiamo coniugare tutti gli elementi presenti in quell’ambito, non solo quelli quantificabili dalla nostra scienza e competenza, quindi stimare più opportunamente il terreno, i tempi, il pendio di neve, la colata ghiacciata. Possiamo sapere che oggi non sono concentrato, non sono adatto a stimare la situazione. Con l’ascolto possiamo essere uno. Possiamo coniugare ciò che abbiamo e sappiamo con l’istanza del momento.

Senza ascolto tendiamo ad affermare quanto sappiamo e crediamo, tendiamo a montare la tigre dell’esperienza fino all’arroganza di farla valere sopra tutto, fino a renderci determinati e così, ciechi, l’affermazione è un cancello che rinchiude l’ascolto in una cella senza finestre. Ascolto, saperi e norme dovrebbero convivere in pari dignità.

Con l’ascolto, diventa vero che ogni particolare contiene il tutto. L’ascolto è chiaroveggenza. Non tiene conto solo dei dati raccolti, include noi stessi, la nostra condizione, le nostre esigenze, intenzioni, aspettative, rende consapevoli le nostre pretese, illumina i nostri pregiudizi, straccia le vanità, azzera l’orgoglio, ammansisce la presunta superiorità, permette di raccogliere lo spunto buono dall’ultimo arrivato. L’ascolto implica la relazione non è affermazione brutale, è circolare non lineare, è apertura non chiusura, è evoluzione personalizzata non uniformata.

L’ascolto tende alla scoperta.

La storia ha spinto allo sviluppo del razionale, tralasciando di coltivare la dote dell’ascolto già in nostro possesso, già ordinariamente sebbene inconsapevolmente quotidianamente impiegato.

La condizione di chi vorrebbe più ascolto, oggi
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L’ascolto è allenabile ed è soggetto alla nostra condizione di armonia.

L’ascolto è una vibrazione sensibile a tutto, è disturbato dall’alimentazione, dallo stato di salute, dai farmaci, dai pensieri, dall’ambiente familiare, da quello contingente, dagli inquinamenti, dalle dipendenze siano vizi ordinari siano capitali, da valori edonistici, dalle pretese, da sentimenti ed emozioni.

Tanto più siamo preda di disturbi affettivi, fosse anche solo la semplice prestazione sportiva ovvero fossimo anche solo assoggettati alla nostra stessa vanità, tanto più la disponibilità a sintonizzarci sui canali dell’ascolto tenderà a ridursi.

Quale morale? Non si tratta di prediligere l’ascoltare in sostituzione all’avere e al sapere. Si tratta piuttosto di recuperare la dimensione dell’ascolto in quanto permette alle conoscenze che abbiamo di combinarsi creativamente, meno dogmaticamente, cioè più opportunamente allo scopo della sicurezza.

Chi condivide queste note, le può prendere in considerazione al fine di un cambio di paradigma del proprio pensare, del proprio comportamento. Se desideriamo una cultura che coltivi le doti che ha dimenticato, non sarà fatta da altri, dall’esperto, dal legislatore, dal professionista, dello specializzato, dovrà essere generata da noi. Per aggiornare quella stessa cultura che ci ha insegnato a delegare la salute, la cultura, la politica: nel bene e nel male ha bisogno di noi. E per farlo non è necessaria la laurea, ma il desiderio, l’intenzione, la ricerca, la bellezza di una visione più corrispondente a noi.

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«Nell’uomo come essere sociale, perciò, tutte le azioni, per quanto individuali come espressione di preferenze o rifiuti, influiscono costitutivamente sulle vite di altri esseri umani e, quindi, hanno significato etico (Humberto Maturana – Autopoiesi e cognizione – Marsilio, 1985)».

L’ascolto non è pensare, non è volere, né inseguire: è essere. Non è un’azione dell’io, delle sue intenzioni, aspirazioni e pretese, corrisponde al sé, quell’ente non vincolato dalle forme, non soggetto ai mutamenti, sempre disponibile con noi. Per arrivare al sé è necessario però considerare il pertugio dal quale guardiamo la vita e ripulirlo dai residui appiccicosi che l’io è maestro a creare.

«[…] Per questo sentiamo dire che noi esseri umani dobbiamo lottare e vincere le forze della natura per sopravvivere; come se questa fosse stata e fosse la forma naturale del vivere. Non è così!» […] «il desiderio di controllo è un desiderio di dominio che sorge dalla nostra mancanza di fiducia rispetto alla natura e rispetto alla nostra capacità di conviverci».

L’idea di dover controllare la Realtà dipende da un modo errato di considerare il mondo come se fosse un nostro possedimento […]. «quando si abbandona la nozione di controllo e si accetta la nozione di cooperazione o convivenza, appare il sistema, che finalmente riusciamo a cogliere». […] «nella nostra cultura occidentale siamo compenetrati dall’idea di dover controllare la natura perché siamo convinti che la conoscenza permetta il controllo; ma di fatto non è così: la conoscenza non porta al controllo. Se la conoscenza porta da qualche parte, è all’intesa, alla comprensione;[…]» «con l’idea di controllo siamo ciechi rispetto alla situazione in cui ci troviamo, perché tale idea sottende la dominazione che nega l’‘altro’ (Letizia Nucara – La filosofia di Humberto Maturana – Le Lettere, 2014)».

Bibliografia
Amadei, Gherardo – Mindfulness – Il Mulino, 2013;
Boero, Ferdinando – Economia senza natura, la grande truffa – Codice, 2012;
Barcellona, Pietro – Il sapere affettivo – Diabasis, 2011;
Grassani, Enrico – L’assuefazione tecnologica – Delfino, 2014;
Bateson, Gregory – “Questo è un gioco” – Raffaello Cortina, 1996;
Bateson, Gregory – Verso un’ecologia della mente – Adelphi, 1976;
Bateson, Gregory – Mente e Natura – Adelphi, 1984;
Calabrò, Paolo – Le cose si toccano, Raimon Panikkar e le scienze moderne – Diabasis, 2011;
Ceruti, Mauro – Il vincolo e la possibilità – Raffaello Cortina, 2009;
Demozzi, Silvia – La struttura che connette – ETS, 2011;
Emerson, Ralph Waldo – La semplice verità – Piano B, 2012;
Maturana, Humberto – Autopoiesi e cognizione – Marsilio, 1985;
Nucara, Letizia – La filosofia di Humberto Maturana – Le Lettere, 2014;
Pert, Candace Beebe – Molecole di emozioni – Tea, 2005;
Sclavi, Marianella – Arte di ascoltare e mondi possibili – Bruno Mondadori, 2003;
von Foerster, Heinz – Sistemi che osservano – Astrolabio, 1987;
von Foerster, Heinz e von Glasersfeld, Ernst – Come ci si inventa – Odradek, 2001.

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Più sicurezza in tutte le stagioni

Da sabato 12 marzo a domenica 20 marzo 2016 si è svolta a Milano la manifestazione Mount City-Montagne a Milano, con una fitta serie di eventi.
Uno di questi, nella splendida sede di Palazzo Marino, è stato il convegno Più Sicurezza in tutte le stagioni.

Roberto Serafin (http://www.mountcity.it/): “Dolores De Felice e Antonio Colombo che coordinavano con grande competenza a Palazzo Marino la conferenza sul tema Più sicurezza in tutte le stagioni, hanno dato la parola via via a Lorenzo Craveri che ha insegnato a leggere le previsioni meteorologiche, a Umberto Pellegrini che ha spiegato come “nascono” le previsioni del tempo, a Elio Guastalli, soccorritore e profeta della sicurezza in montagna, che vorrebbe veder fallire il Soccorso alpino, a Riccardo Marengoni che ha offerto suggerimenti per camminare in sicurezza, a Matteo Bertolotti che ha parlato della formazione degli alpinisti nelle scuole del CAI, a Martino Brambilla che ha raccontato della sua esperienza nell’alpinismo giovanile del CAI, alla rifugista Elisa Rodeghiero che ha riferito della funzione dei rifugi come indispensabili presidi anche per l’integrità fisica di chi va in montagna. Infine un protagonista dell’alpinismo di tutti i tempi, il veterano Alessandro Gogna, ha posto un sigillo al convegno dilungandosi sulla “bestemmia del no limits”. “La nostra”, ha detto Gogna, “è una società strana, perché come si fa a vivere questa schizoide contrapposizione tra il non avere limiti (o comunque predicare di non averli) e contemporaneamente insistere su una sicurezza quasi maniacale in tutto ciò che facciamo?”.

Il pubblico di Palazzo Marino in occasione dell’inaugurazione dell’evento MountCity-Montagne a Milano. Foto: RobertoSerafin/MountCity
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Dei vari interventi sopra elencati abbiamo scelto quello di Elio Guastalli.

Dai soccorsi possibili alla cultura della prevenzione
(gli interventi del Soccorso Alpino e Speleologico e la volontà di farlo fallire)
di Elio Guastalli

Parto facendo qualche piccola osservazione. Perché, vivendo nel soccorso alpino ormai da molti anni, ho un dubbio: non so se tutti hanno ben chiari alcuni aspetti, alcuni compiti, ai quali il Soccorso Alpino e Speleologico del CAI è chiamato. Sessanta anni fa il soccorso alpino è nato come un’associazione di mutuo soccorso. In sessanta anni sono cambiate tante cose, è cambiato il mondo. Soprattutto le nostre abitudini, le mie e le vostre comprese.

Dico questo perché in seguito tornerò su questo piccolo ma non trascurabile concetto.

Oggi il Soccorso alpino non è più, da tanti anni, un’associazione di mutuo soccorso. Oggi c’è molto altro. E da anni. Oggi il CNSAS svolge un compito di pubblico servizio. E’ un onore per il Soccorso alpino, è un onore per il Club Alpino Italiano, ma è un compito pesantissimo, veramente di grandissima responsabilità. C’è questa, ma non solo, legge dello Stato che interessa il soccorso alpino, ma non solo: attraverso una serie di altri provvedimenti, anche restrittivi, convenzioni, e anche tramite i presîdi sanitari delle Regioni al Soccorso alpino sono assegnati dei compiti molto precisi.

Il CNSAS è sostanzialmente una struttura operativa al servizio dei Sistemi sanitari d’urgenza e d’emergenza. Da qui derivano degli obblighi che portano il soccorso alpino a fare confrontandosi con una serie di strutture che chiedono e chiederanno sempre di più, a esempio, precisione ed efficienza negli interventi.

Dunque vi è un impegno grande, che non so se è realmente percepito da tutti. In un mondo sempre più difficile in cui nessuno, o quasi, accetta ancora certe condizioni, tipo quella di legare l’incidente che ha subito a una sorta di casualità. E’ molto più facile vedere la gente arrabbiarsi e fare denuncia. In questo clima, ben diverso da quello di trent’anni fa, il soccorso alpino è sottoposto a una pressione ben maggiore, la stessa cui sono sottoposte le Unità di Servizio Sanitario.

Dico questo perché in tempi recenti, come soccorso alpino, abbiamo visto, e a volte subìto, apprezzamenti anche esagerati. I tecnici del soccorso alpino non sono eroi, sono settemila persone, per la maggior parte volontari con qualche professionista guida alpina, che fanno questo per spirito di solidarietà e passione per l’alpinismo e la montagna. Dunque lo spirito è rimasto quello di un tempo, quello del mutuo soccorso.

A volte quindi si parla dei tecnici come di eroi un po’ fuori dal tempo. A noi piacerebbe una valutazione un po’ più serena e tranquilla.

Fatta questa premessa, per illustrare l’attività del soccorso alpino, vi mostro alcuni numeri, pochi ed elementari,  scarni perché nonostante una lunga storia oltre un secolo nessuno di noi vuole avere l’ambizione di parlare di dati statistici.

Elio Guastalli
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Da questi dati si possono comunque evincere e percepire aspetti e fatti che negli incidenti si ripetono.

Il soccorso alpino e speleologico, da qualche anno e in Italia, ha un numero che si attesta attorno ai settemila interventi. In questa tabella vedete le percentuali per cause d’incidente e per attività.

La caduta, seguita dal malore, fa la parte del leone. Nell’ambito delle attività è l’escursionismo il principale responsabile. L’incapacità di percezione del pericolo è in ogni caso alla base della maggioranza degli incidenti.

Queste percentuali sono comunque approssimative, e in più disquisire sul 6% piuttosto che sul 7% non ci porta da nessuna parte. Le cause sono quelle, anche se estendiamo l’analisi agli anni precedenti.

I soccorsi speleo sono pochi, per fortuna, perché comunque rimangono i più complicati e possono durare anche cinque o sei giorni.

Potremmo curiosamente osservare quanto incida la ricerca dei funghi. Questa ricerca è uno dei compiti del soccorso alpino, come pure del CAI. Una ricerca che deve portare alla prevenzione. Come i soccorsi alpini del mondo condividono le tecniche per una sempre maggiore efficienza, supportata in gran parte dall’elisoccorso, così la prevenzione dev’essere altrettanto condivisa.

C’è poi la domanda: il soccorso alpino è sempre possibile? O in qualche caso è troppo rischioso e qualcuno deve prendere la decisione se tentarlo o meno? Qui si entra nell’ambito della consapevolezza personale. Va detto con chiarezza che in presenza di casi disperati ben difficilmente il risultato può essere del tutto positivo, cioè il recupero della persona ancora in vita.

Laura Posani, presidentessa della storica Società Escursionisti Milanesi che ha organizzato MountCity, l’evento in programma a Milano dal 12 al 20 marzo. Foto: Roberto Serafin/MountCity
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Si sono verificati casi, ma rimangono casi. Nella maggior parte degli eventi considerati a poca speranza, il risultato non sarà mai soddisfacente. E, quand’anche lo sia, dobbiamo considerare che il risultato a quel punto non è conseguito soltanto dalla grande efficienza ma anche da una buona dose di fortuna. Quindi non tutti i soccorsi sono possibili se non modificando il livello di consapevolezza del soccorritore rispetto a quelle condizioni e a quelle dinamiche.

Il rischio è soprattutto quello di affidarsi troppo al tecnicismo. Affidarsi al tecnicismo vuole dire dimenticare il resto, cioè che oggi andiamo sempre più di corsa, che ci sono pericoli ineliminabili (che nessuno di noi ha la presunzione di eliminare) che richiedono riflessione sul nostro comportamento. La prevenzione passa necessariamente attraverso questa consapevolezza, che quindi dev’essere aumentata, incentivata.

L’amico e compianto Daniele Chiappa, tra i primi a rivoluzionare il soccorso in visione moderna, diceva sempre che con la prevenzione si sarebbe potuto “far fallire il soccorso alpino”, nel senso di farlo diventare del tutto inutile o quasi, con il minor numero di interventi possibile.

La prevenzione si deve fare mirando alla sicurezza come obbligo morale, mirando alla libertà perché la libertà è complementare al nostro andare in montagna in quanto sollecita la nostra attenzione e la nostra sensibilità. La libertà di comportarci bene però, perché solo così possiamo essere responsabili di noi stessi, dei nostri compagni e di coloro che ci aspettano a casa.

Con questo spirito è nato il progetto Sicuri in montagna, proprio mirando non al tecnicismo ma alla persona, senza mai aver detto che la montagna è sicura. La montagna non è sicura, ma le persone hanno l’obbligo morale di frequentarle cercando la massima sicurezza, non fidandosi completamente di qualunque aggeggio e di qualunque tecnica per non dimenticarci delle nostre scelte auto-responsabili.

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Al di fuori del convegno Più sicurezza in tutte le stagioni, e per restare in argomento, all’intervento di Elio Guastalli facciamo seguire l’interessante relazione (aprile 2016) di Maurizio Dellantonio, neoeletto presidente nazionale del CNSAS.

Per il 2015, i dati statistici confermano una sostanziale stabilità rispetto all’anno precedente. In questo ultimo triennio, il numero degli interventi per anno è pressoché identico e le modeste variazioni sono del tutto ininfluenti sul panorama generale per poter cogliere qualche tendenza o nuova indicazione. Si conferma invece la mole delle missioni di soccorso che mediamente è di quasi 20 interventi al giorno, portati a termine su tutto il territorio nazionale. Si registra anche un’attività più intensa in periodi che fino a qualche anno fa erano considerati stagioni morte per il turismo: questo sta ad indicare una fruizione più diversa e variegata del mondo alpino.

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Negli ultimi dieci anni, il numero di interventi è passato gradualmente dai 5568 del 2006 ai 7153 del 2014, con un picco nel 2011, quando le operazioni di soccorso furono addirittura 8299; una tendenza che ha comportato anche un conseguente maggiore impegno di operatori e tecnici, dovuto all’aumento delle persone soccorse.

Sono stati più di trentamila (31.383) i soccorritori del CNSAS (Corpo nazionale soccorso alpino e speleologico) impegnati nel corso del 2015 in oltre settemila interventi, in tutta Italia, per un totale di circa 145.000 ore.

Dall’esame in dettaglio dei numeri, i 7005 interventi del 2015 sono stati compiuti in prevalenza durante i mesi estivi: 980 a luglio, 1277 in agosto, quando aumentano i frequentatori della montagna; cifre inferiori invece per i mesi di aprile (358), maggio (370), novembre (300) e dicembre (368).

Nella maggior parte dei casi, le persone soccorse presentano ferite non gravi (2662 – 37,3%) oppure sono illese (2320 – 32,5%); i feriti gravi sono stati 1265 (17,7%), quelli che si trovavano in condizioni molto gravi o in imminente pericolo di vita, con le funzioni vitali compromesse, sono stati 421 (5,9%); i decessi sono stati 429 (6%), i dispersi 49 (0,7%).

I maschi sono il 71% (5106), le femmine il 29% (2040), un dato che si ripresenta abbastanza costante nel tempo. La fascia d’età più coinvolta negli incidenti è quella fra i 50 e i 60 anni (1106), seguita da quella fra i 40 e i 50 (1040), poi 60-70 (874), 20-30 (834), 30-40 (830), 70-80 (594), con numeri inferiori per i ragazzi tra i 10 e i 20 anni (576) e i bambini fino a 10 anni (165), mentre sono state 185 le persone soccorse oltre gli 80 anni. Solo il 6,2% (445) è iscritto al CAI: nel 93,8% dei casi (6071 persone) non ci si avvale dei vantaggi che l’iscrizione comporta, in termini di copertura assicurativa e di attività di formazione e informazione sulla prevenzione del rischio in montagna.

I cittadini italiani sono l’80,5% (5753), seguiti da tedeschi (554 – 7,8%), francesi (94), austriaci (82) e svizzeri (62), che insieme arrivano al 3,3%; il 5,7% (406) è costituito da altri cittadini europei, quelli provenienti da una trentina di nazioni differenti sono il 2,7% (195).

Le ragioni per cui si richiede soccorso sono connesse alle attività praticate: la caduta prevale di gran lunga, con 2353 casi (32,9%), seguita da malore (900 – 12,6%), un dato quest’ultimo in stretto rapporto con l’invecchiamento generale della popolazione.

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La perdita di orientamento (846), accanto a incapacità (561), ritardo (284) e sfinimento (170), indicano che oltre un quarto degli interventi (1861 – 26,1%) potrebbero essere evitati con un’attenta programmazione degli itinerari e la consapevolezza delle proprie capacità escursionistiche, alpinistiche o sportive; la mancata consultazione preventiva dei bollettini meteorologici è invece stata la causa di 311 operazioni, avvenute in condizioni atmosferiche critiche. L’ambiente montano è lo scenario prevalente (43,2%), seguono l’ambiente ostile e impervio (21,7%) e le piste da sci (10%); l’ambiente rurale e antropizzato equivale allo 0,7%.

L’escursionismo (2877), lo sci in pista (755) e l’alpinismo (439) sono le attività durante le quali accade il maggior numero di infortuni; lo sci-alpinismo corrisponde a 169 casi (2,4%), 132 le ferrate, 128 l’arrampicata. I cercatori di funghi che hanno chiesto aiuto o che è stato necessario recuperare sono stati 315, un numero legato anche all’andamento stagionale della raccolta.

La richiesta dell’elicottero è avvenuta in 2843 casi (89,3% appartenenti al Sistema sanitario nazionale); a bordo, accanto all’équipe medica, è sempre presente il Tecnico di Elisoccorso (T.E.) del CNSAS. Nei restanti casi, emerge quanto sia fondamentale la collaborazione con le altre realtà coinvolte nel sistema dell’emergenza nazionale, come Vigili del Fuoco (77 mezzi), Union Alpin Dolomit (65), Protezione civile (53), Polizia di Stato (12), Corpo Forestale (11), Guardia di Finanza (5), Carabinieri (2), Esercito (2), Marina (2).

L’elicottero è quindi ampiamente utilizzato ma, nonostante l’utilizzo di tecnologie avanzate, ci sono situazioni in cui la competenza delle squadre territoriali è fondamentale: i soccorritori del CNSAS sono in grado di raggiungere chi ha bisogno di aiuto in qualsiasi condizione, ovunque, di giorno e di notte, in ogni momento dell’anno, grazie a una elevata selezione, a una formazione continua, alla meticolosa conoscenza dei posti e soprattutto all’insostituibile spirito di dedizione e solidarietà che li contraddistingue.

Il CNSAS non è una normale associazione, ma un Corpo nazionale, che affonda le proprie radici sul territorio e il lavoro dovrà proseguire sul modello di un federalismo maturo, consapevole e autonomo che è stato la nostra forza in questi anni”.

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Ancora sulla via ferrata di Giorré

Qui di seguito gli aggiornamenti nella vicenda della via ferrata di Giorré. Per una cronistoria completa leggi http://www.alessandrogogna.com/2015/09/22/ancora-colpevoli-silenzi-sulla-ferrata-di-giorre/.

Il percorso della via ferrata di Giorré (in comune di Cargeghe, Sassari) interseca nidi e siti di specie dell’avifauna protette e l’area risulta, nel Piano di Assetto Idrogeologico (PAI), come un area a pericolosità e rischio molto elevato da frana. Inoltre, essendo alcuni ancoraggi arrugginiti alla base o mobili, Mountain Wilderness ha da tempo ipotizzato che ci sia un rischio di pubblica incolumità e che i lavori siano stati realizzati dai progettisti e realizzatori senza le prescritte autorizzazioni oppure non a regola d’arte.

Via ferrata di Giorré: la zona di passaggio tra la prima e la seconda falesia. Foto: http://www.ferratagiorre.it/
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Dopo le prime segnalazioni, il 17 novembre 2014  Mountain Wilderness onlus ha effettuato, presso la Procura della Repubblica e presso il Comando Carabinieri Tutela per l’Ambiente, denuncia  avente come oggetto il percorso turistico-alpinistico Via Ferrata Giorrè.

Primo a rispondere è stato l’Assessorato alla Difesa all’Ambiente che ha confermato il livello di pericolosità del PAI sollecitando il Servizio di tutela paesaggistica delle Province Sassari e Olbia-Tempio, e chiedendo delle prescrizioni e divieti sulla frequentazione per evitare il disturbo dell’avifauna. Prescrizioni e divieti che dovrebbero coprire parte del periodo invernale, la primavera e parte dell’estate ma che il Comune non ha mai attuato.

Nel frattempo il percorso è stato chiuso il 9 settembre 2015 con un’ordinanza prudenziale a causa di un masso pericolante. Il sito www.ferratagiorre.it dà attualmente notizia della chiusura temporanea “in via prudenziale”.

In data 28 dicembre 2015 l’Assessorato regionale degli enti locali, finanze e urbanistica (più precisamente la Direzione Generale della Pianificazione Urbanistica Territoriale e della Vigilanza Edilizia) risponde invitando il Comune di Cargeghe a trasmettere “apposita relazione nella quale si dimostri la coerenza dei titoli abilitativi relativi al progetto in questione con il piano di assetto idrogeologico (PAI). Nel caso si tratti di opera comunale rientrante nella fattispecie di cui all’art. 7, 1 comma, lett. C, DPR n. 380/2001 il Comune è tenuto a comunicare le indagini geologiche e geotecniche in forza delle quali si è addivenuti alla validazione del progetto”.

Il 5 gennaio 2016, la Direzione Generale del Corpo Forestale e di Vigilanza Ambientale comunica allo stesso comune che per parte sua “concorrerà nelle attività di verifica del rispetto delle disposizioni previste nell’Ordinanza Sindacale n. 35/2015 del Comune di Cargeghe”.

Il 17 marzo 2016, la Direzione Generale del Servizio Territoriale Opere Idrauliche di Sassari dichiara di non essere competente su ciò che invece è materia relativa all’amministrazione comunale, cioè l’ammissibilità degli interventi e la necessità di relazione di eventuali studi di compatibilità. Per ciò che riguarda invece l’autorizzazione preventiva, di cui all’articolo 61 del DPR 380, non risulta nel suo archivio alcun documento riguardante il progetto originario.

Il 4 aprile 2016, il Servizio difesa del suolo, assetto idrogeologico e gestione del rischio alluvioni comunica che “considerato che a questo Servizio non risulta alcuna richiesta di approvazione di uno studio di compatibilità relativo all’intervento in questione, di cui all’art. 23 delle Norme Tecniche di Attuazione del PAI, si invita codesto Comune a relazionare relativamente alla data di realizzazione, all’ubicazione e alle caratteristiche dell’intervento in questione e alle caratteristiche geologiche, geomorfologiche e geotecniche del versante da esso interessato. Si invita, altresì, codesto Comune a dare indicazioni rispetto alle modalità di intervento che si ritiene opportuno mettere in atto per risolvere l’oggettiva situazione di rischio da frana che caratterizza la situazione sulla quale insiste l’intervento in questione”.

 

Un passaggio sulla via ferrata. Foto: http://www.ferratagiorre.it/
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Considerazioni
Sono dunque mesi che il Comune di Cargeghe non risponde ai solleciti degli enti che richiedono la presentazione di un progetto della via ferrata; il comune nicchia ormai da oltre un anno non inviandolo. Dovrebbe essere ormai chiaro che hanno realizzato una via ferrata in un luogo cartografato non solo come a pericolo di frana molto elevato ma anche a rischio di frana molto elevato. In località come queste le norme tecniche dicono in maniera chiara che è possibile realizzare solo opere mobili e provvisorie. E una via ferrata non è né mobile né provvisoria.

In ogni caso le risposte insistono che le opere permesse richiedono la presentazione alla Regione di una relazione di un geologo e un ingegnere geotecnico. Questa relazione non è mai esistita, e ora c’è pericolo che venga presentata, in barba ad ogni divieto, dopo anni.

Speriamo non si cerchi di fare una specie di condono per coprire gli sbagli di tanti.

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Illudere è peccato

Illudere è peccato

Il Madesimo Freeride Festival comincia domani, 18 marzo 2016.
E ancora una volta ci tocca provare a riparare i danni che una comunicazione poco accorta può recare.

Mentre, a onor del vero, nessun appunto dobbiamo fare ai contenuti del sito ufficiale www.madesimofreeridefestival.it, siamo costretti invece a denunciare la promozione fatta all’evento su facebook:

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“Mica male: un metro e passa di #powpow nel weekend!!!
Per fortuna che al Freeride Festival ci sono i ragazzi di Mystic Freeride che pensano a noi con il loro camp… Un’esperienza di puro freeride a 360° in cui insegnano teoria e tecnica per affrontare al meglio la powder,
in totale sicurezza e divertimento“.

L’accenno (come da probabile richiesta marketing) alla sicurezza totale è sottolineato dal logo Investi in sicurezza che, in se stesso corretto, in questo abbinamento risulta distorto nel suo significato.

 

 

L’illusione (voluta o non voluta, in bona o in malafede) della totale sicurezza va denunciata in ogni occasione, lo sanno bene anche alcune guide alpine come a esempio Michele Comi, che a questo proposito ha scritto (su www.stilealpino.it):

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Cari amici, ogni volta che oltrepassiamo assieme il confine delle piste battute o affrontiamo un percorso scialpinistico, condividiamo l’incertezza di questi ambienti, ben consci che la sicurezza sta altrove. Per mestiere ed esperienza cerco di percepire al meglio ciò che accade, nell’intento di attivare la miglior protezione possibile e ritrovarmi a fine giornata a giocare sereno con i miei tre bambini.
Sempre più spesso proposte e iniziative legate alla montagna promettono “sicurezza” a chi vi partecipa. Il distintivo blu UIAGM (Unione Internazionale Guide di Montagna) mi autorizza ad esser il “gestore” del rischio nelle attività che si svolgono in un ambiente indefinito e mutevole come la montagna, ma purtroppo ancora non mi concede il dono dell’onnipotenza, tale da garantire “sicurezza totale e divertimento”.
Ammetto quest’umana “debolezza”, ma preferisco esser chiaro sin da subito: avventurarsi là fuori è tanto bello quanto denso di pericoli; esisterà sempre un rischio residuo, che di volta in volta andrà analizzato e compreso, per valutare in ogni circostanza se è accettabile oppure no“.

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La filosofia della paura

La filosofia della paura

Chi ha seguito questo Blog nei suoi molti articoli sul tema “libertà di scalare, libertà di sciare fuori pista, ecc.” ha certamente notato che più volte abbiamo asserito che l’ossessione della sicurezza condiziona la nostra libertà.

Per questo motivo abbiamo riportato le note che seguono, in margine alla pubblicazione di un libro del filosofo norvegese Lars Svendsen, La filosofia della paura, che riteniamo essenziale per la comprensione di come la nostra società si stia ritrovando nella misera condizione di perdita (parziale o totale) della libertà per l’ossessione di sentirsi al sicuro.

Lars Svendsen, La filosofia della paura (traduzione di Eleonora Petrarca), Edizioni Castelvecchi, Collana Le Navi, 2010
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Lars Svendsen fonda questo suo nuovo, polemico e intelligente pamphlet su una prospettiva liberale: è convinto che l’indesiderata e insensata cultura odierna della paura vada indebolendo la nostra libertà rinforzando sempre di più la società sicuritaria. È una convinzione che non possiamo non condividere.

Nella presentazione del sito dell’editore Castelvecchi si legge: «Crisi economica e terrorismo, influenze, criminalità, droga, pedofilia, hanno un elemento in comune: la paura che incutono. Spesso smisurata e contagiosa, questa paura è in grado di condizionare le nostre esistenze: spinge a minimizzare i rischi, a limitarsi – a non viaggiare, non uscire, non mangiare ciò di cui non si conosce l’origine, in breve, a non fidarsi – e ad accettare sempre più sofisticate forme di controllo pur di sentirsi “al sicuro”. Ma al sicuro da cosa? Le nostre vite sono talmente protette che possiamo permetterci di focalizzare l’attenzione su pericoli soltanto potenziali, che nella vita non si realizzeranno mai.
La paura è un sottoprodotto del benessere, e ha un potere tale che può, addirittura, «affascinare»: è questa la tesi sostenuta dall’autore nella sua battaglia contro quella che considera una delle principali limitazioni di libertà dell’uomo moderno. Attraverso documentati esempi, Svendsen sottolinea come il peso della paura dipenda soprattutto dal ruolo che noi le permettiamo di avere, e prospetta la possibilità di un futuro più vivibile attraverso il semplice recupero di valori come speranza, ottimismo fattivo, fiducia nelle capacità dell’uomo di risolvere problemi, migliorare se stesso e la società in cui (vorrebbe) vivere
».

Scrive Leonardo Caffo in www.mangialibri.com: «“L’unica passione della mia vita è stata la paura”, diceva Thomas Hobbes. Che poi uno lo ammetta è poco importante, il dato rimane: la paura è riuscita a colonizzare le nostre vite. L’11 settembre 2001 s’inserisce come evento terribile di un quadro già complesso, l’uomo sociale – oggi inserito nella categoria “sistema politico” – ha bisogno di protezione. Per ottenere questa protezione abbiamo accettato tacitamente di essere rinchiusi nel Panopticon, il carcere ideale progettato nel 1791 dal filosofo e giurista Jeremy Bentham, che grazie alla forma radiocentrica dell’edificio e a opportuni accorgimenti architettonici e tecnologici rendeva in grado un unico guardiano d’osservare (optikon) tutti (pan) i prigionieri in ogni momento, i quali non devono essere in grado di stabilire se sono osservati o meno, portando alla percezione di un’invisibile onniscienza, che li avrebbe condotti a osservare sempre e comunque la disciplina. Il problema in una situazione del genere non è tanto come viviamo ma perché abbiamo scelto di vivere così, da cosa dobbiamo essere protetti? La sicurezza di cui godiamo oggi è sicuramente meglio di uno stato di paura; ma se l’ossessione del rischio e la troppa protezione fossero un pericolo maggiore di tutti i rischi messi insieme? Questa domanda – e la riflessione dalla quale scaturisce – guidano il filosofo norvegese Lars Svendsen in un saggio che indaga come la società della paura abbia contribuito alla perdita delle condizioni di possibilità dell’uomo, anzi per dirla con Martin Heidegger “Nella paura si perdono dunque, di vista, le proprie possibilità”.
Percorrendo alcuni esempi noti come l’isteria che si scatena intorno ai vaccini per i neonati, il filosofo, getta le basi per una riflessione più profonda, che nel caso appena citato potrebbe essere sintetizzata come segue: la stessa tecnologia medica che ci guarisce ci rende più ansiosi
».

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Liberamente tratta da www.macrolibrarsi.it, riportiamo una breve panoramica del contenuto dei sette capitoli che compongono il libro.

Nel primo, La cultura della paura, Svendsen ricorda che la vita umana è sempre vulnerabile, e che quindi la paura è una reazione normale. Ciononostante, negli ultimi anni la ricorrenza di parole come “rischio” e “paura” è decisamente aumentata, nei media, con effetti fastidiosi: e questo a dispetto che “la reale pericolosità della maggior parte di certi fenomeni è sostanzialmente diminuita (p. 19)”. Cosa ha implicato tutto questo? Lo sviluppo dell’industria della “sicurezza”. Pericoli potenziali vengono mostrati come pericoli “attuali”. Qual è il paradosso? “Tutte le statistiche indicano che soprattutto noi occidentali viviamo nelle società più sicure che siano mai esistite, dove i pericoli sono ridotti al minimo e le nostre possibilità di dominarli sono al massimo (p. 24)”. L’età media è cresciuta, in una nazione come la Norvegia, di 23 anni in un secolo (dai 59 anni per le femmine e 56 per i maschi nel 1910 si è passati agli 82 per le femmine e 77 per i maschi nel 2010).

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Nel secondo capitolo, Cos’è la paura?, Svendsen spiega che la paura non è nata senza ragioni: è un fenomeno evolutivo, serviva a garantire adeguate condizioni di sopravvivenza e di riproduzione. Tuttavia, nella nostra specie ha un potenziale diverso da quello delle altre specie animali: siamo un animal symbolicum. Un pericolo avvertito – per quanto lontano un continente intero – viene percepito come una minaccia diretta (p. 36). La paura contiene sempre “una previsione, una proiezione del futuro, riguardante dolore, danneggiamento o morte” (p. 46); e assieme, come insegnava Tommaso d’Aquino, “ogni paura deriva dal fatto che amiamo qualcosa” (p. 48). Sostiene il filosofo norvegese che la paura stia diventando una sorta di visione del mondo, incentrata sulla consapevolezza della propria vulnerabilità. Questa visione del mondo potrebbe diventare un’abitudine. È un errore da combattere.

Nel terzo, Paura e rischio, Svendsen – meditando su Rumore bianco di Don DeLillo, spiega che “Un tratto di base della società del rischio è che nessuno è fuori pericolo, assolutamente tutti possono essere colpiti, a prescindere dal domicilio o dallo status sociale (p. 59)”. Caratteristica cardine di questa società, è che per dominare i rischi scegliamo mezzi peggiori del problema: “Si stima che circa 1.200 americani morirono dopo l’11 settembre 2001 perché avevano paura di prendere l’aereo e sceglievano quindi di prendere la macchina (p. 64)”. La SARS (Sindrome Acuta Respiratoria Grave) ha fatto 774 morti nel mondo: il panico da SARS è costato 23 milioni di euro. Con una spesa del genere, si poteva debellare – per dire – la tubercolosi. Dal mondo.

Lars Svendsen
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Nel quarto capitolo, L’attrattiva della paura, il filosofo prende in esame cosa spinga gli esseri umani a cercare nei libri, nei film o nei videogiochi proprio quel che li spaventa nella vita reale. “La spiegazione è semplice: queste esperienze in un modo o nell’altro ci danno un sentimento positivo e soddisfano un bisogno emotivo (p. 89)”.

Nel quinto, Paura e fiducia, Svendsen si ritiene convinto che in una cultura della paura in cui “la fiducia sembra diminuire molto, essa ha bisogno di una motivazione e di una giustificazione (…). La ragione di ciò è che una persona a cui si mostra fiducia formalmente farà del suo meglio per mostrarsene meritevole (p. 113)”. Secondo il filosofo, la paura e la sfiducia sono autoconservative: la paura è capace di disgregare la fiducia, spezzando i legami di solidarietà sociale e incrinando l’amore per l’alterità e per le diversità, in generale. Serve, quindi, avere un approccio di “fiducia ragionata” (p. 117).

Nel sesto capitolo, La politica della paura, Svendsen spiega che la lotta alle cause della paura produce, necessariamente, nuova paura (p. 142). Questo sesto blocco è quello sicuramente più politico e attuale: com’era facile e onesto prevedere, si concentra sull’attentato delle Torri Gemelle, sul suo significato reale e sulle sue non sempre sensate conseguenze (cfr. aggressione all’Irak).

Nel settimo capitolo, Oltre la paura, il filosofo sintetizza il senso del suo volume: “Dovremmo essere coscienti del fatto che la nostra paura non è un riflesso oggettivo della realtà e che ci sono grossi interessi a governarla. La paura è uno dei fattori di potere più importanti che esistono, e chi può governarla in una società terrà quella società in pugno (p. 144)”.

Lars Svendsen
Professore associato del Dipartimento di Filosofia dell’Università di Bergen e opinionista del maggiore quotidiano norvegese, Aftenposten. Autore di numerosi volumi e tradotto in una ventina di lingue, in Italia è conosciuto per i due libri editi da Guanda, Filosofia della Noia (2004) e Filosofia della Moda (2006).

La sceneggiatura di Minority Report, tratta dall’omonimo romanzo di Philip K. Dick, propone il tema classico del rapporto libertà-sicurezza e la sua possibile declinazione in una società della sorveglianza nella quale il sistema detiene informazioni complete sui comportamenti dei propri cittadini. Dando forma alla storia della Precrime e del suo capo operativo, il capitano Anderton, Dick si chiede quanto sia desiderabile una società in cui la Polizia può fermare il crimine prima che sia commesso, quale sia il prezzo da pagare in termini di libertà e giustizia e se, in definitiva, una vita nel sistema disegnato da Precrime possa ancora dirsi pienamente umana
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