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Il Canalone della Morte

Riceviamo da Luciano Ratto, [email protected], il primo alpinista a conquistare tutti i Quattromila delle Alpi e fondatore con Franco Bianco del Club 4000, un documento inerente gli incidenti mortali accaduti sul Grand Couloir du Goûter, sulla normale francese del Bianco, comprensivo delle possibili soluzioni.
Al fondo, come quasi di consueto, abbiamo aggiunto delle considerazioni. Una riflessione del tutto personale che forse si distacca dalla visione corrente.
Luciano Ratto. Archivio Ratto

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Il Canalone della Morte
(La roulette russa sul Monte Bianco)
di Luciano Ratto (agosto 2015). Foto (salvo diversa menzione) della Fondation Petzl

1 – Lo scandalo del Goûter
Paura sul Monte Bianco: valanga sfiora 15 alpinisti nel canalone del Goûter: questo titolo, su La Stampa VdA del 21 agosto 2015, dà notizia dell’ultimo atto di una incredibile commedia che per poco non si è tramutata in tragedia, dopo una penosa altalena di ripetute aperture e chiusure del Refuge du Goûter a seconda delle condizioni del percorso di accesso, e di un discutibile intervento delle autorità francesi che ne hanno “vietato” (sic!) l’accesso.

E così, ancora e sempre, come ogni anno, il canalone del Goûter è comparso alla ribalta. Fino a quando? Fino a quando assisteremo a questo scandaloso spettacolo?

Sorprendente è la conclusione di questo articolo dal quale apprendiamo che il sindaco di Saint-Gervais, signor Jean-Marc Peillex, appena informato dell’accaduto, si è limitato a dire che la situazione è ora nella norma, perché fa abbastanza freddo… e pertanto il Refuge du Goûter rimane aperto e la via è percorribile!…”. Cose da non credere! Ma di quale “norma” parla questo sindaco? Per lui la “norma” è che in quel famigerato canalone si debba continuare inesorabilmente a rischiare la vita?

Solo nel 2014 abbiamo assistito alla folle impresa che ha sfiorato la tragedia di uno pseudo-alpinista americano che ha messo a repentaglio la vita di due suoi figli di 9 e 11 anni durante una salita del Monte Bianco per cercare di conseguire un discutibile record. E, ancora una volta, l’ineffabile sindaco di Saint-Gervais, Jean-Marc Peillex, non nuovo a esternazioni anche esagerate, si dichiarò indignato“, e  affermò che “qualcuno deve dire basta a queste assurdità”, facendo benissimo a denunciare quel padre incosciente e vanaglorioso, ma che avrebbe anche dovuto chiedersi se non si sentiva colpevole pure lui per la mancata soluzione di questo gravissimo problema che si trascina da troppi anni.

CanaloneMorte-600px-Mont_Blanc-Gouter_route-via-normale-francese-fonte-it_wikipediaorgQuesto episodio, al quale i media hanno dato molto risalto (http://www.alessandrogogna.com/2014/07/29/il-guinness-della-stupidita/), si è svolto nel corso della salita al Refuge du Goûter, base di partenza per raggiungere la vetta del Bianco. Questa via è considerata la più agevole dal versante francese e non presenta grandi difficoltà tecniche dal rifugio alla vetta, ma è pericolosissima nel tratto di salita al rifugio perché si deve attraversare un canalone nel quale cadono frequenti frane e slavine. Perciò tra le vie “normali” del Bianco questa è certamente la più rischiosa ma, purtroppo, la più frequentata.

L’attraversamento del Grand Couloir du Goûter
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Su questo canalone, in cui si è verificata la caduta dei due bambini, fortunatamente trattenuti dal corrimano fisso, molto si è scritto in passato; mette conto leggere su una pubblicazione intitolata Le insidie della montagna questa frase: nel canale del Goûter si concentra gran parte degli incidenti più gravi del Monte Bianco, e lo scritto così continua: circa la metà degli incidenti si verifica nei 100 metri dell’attraversamento del canale, ed un terzo sulla cresta, ecc.

L’attraversamento di questo canalone è un assurdo azzardo che si traduce in una vera e propria roulette russa: ecco perché la definizione di “canalone della morte” che gli è stata data.

 

2 – Il Grand Couloir del Goûter
Il Grand Couloir del Goûter, si trova sul versante settentrionale del Monte Bianco, lungo la cosiddetta via “normale” del Monte Bianco (che, a causa di questa situazione, tanto “normale” non è) che si sviluppa sul versante ovest dell’Aiguille du Goûter. Questa via che parte dal Refuge de la Tête Rousse per raggiungere il Refuge du Goûter e di lì il Bianco, è di gran lunga la più frequentata tra le quattro vie del Bianco (tre francesi ed una italiana) e perciò, ogni anno è percorsa da moltissimi alpinisti in salita ed in discesa.

L’attraversamento del Grand Couloir du Goûter
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Questo canale ha inizio dalla cresta dell’Aiguille du Goûter, è alto circa 800 m, e bisogna attraversarlo nel suo tratto inferiore su una lunghezza di 70 metri per raggiungere, sul versante sinistro orografico la cresta che conduce al rifugio.

Il problema di questo canale è che la roccia in cui si trova è marcia ed è coperta da pietre e massi instabili di dimensioni anche notevoli pronti a cadere, a volte messi in movimento involontariamente da altri alpinisti impegnati nella fasi di salita o di discesa, e, anche se la sua inclinazione non è accentuata (40/45°), le pietre, rotolando, coinvolgono porzioni sempre maggiori di roccia, provocando vere e proprie frane, causando molto spesso gravi incidenti ai malcapitati alpinisti che lo attraversano.

Per rendere un po’ più sicuro questo canalone, a inizio della stagione estiva, le guide alpine di Saint-Gervais posizionano un cavo teso tra le due sponde, che avrebbe lo scopo di offrire una assicurazione; troppo spesso però gli alpinisti non utilizzano questo mezzo di sicurezza, confidando nella buona sorte…

Assembramento prima della traversata
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3 – Criticità del Couloir del Goûter
La pericolosità di questo canalone fu segnalata fin dai primi salitori del Bianco lungo questa via, nel 1861, eppure, da oltre due secoli, in esso si verificano incidenti che solo da 25 anni (dal 1990) sono stati rilevati. Li si può evidenziare con le seguenti statistiche elaborate dalla Fondation Petzl in collaborazione con la Gendarmerie de Haute Montagne di Chamonix:

tra il 1990 e il 2011 sono stati registrati 291 alpinisti soccorsi in 254 incidenti, che hanno causato 74 morti e 180 feriti: 12 all’anno in media, di cui 4 morti e 8 feriti!

Nonostante le forti variazioni tra gli anni, il numero delle vittime è stabile sul lungo termine con un leggero aumento nell’ultimo decennio. E in tutti gli anni precedenti quante sono state le vittime? Qualcuno ne ha tenuto il tragico conto?

E’ questo un vero e proprio bollettino di guerra.

In quest’anno 2015, proprio mentre sto scrivendo questo documento, da giugno a fine agosto, i morti sono già cinque, per non parlare dei feriti, e la stagione alpinistica non è ancora terminata.

In nessuna località del mondo e in nessun gruppo alpino, compresi i territori degli 8000, si è mai verificato, non occasionalmente, ma sistematicamente, regolarmente, puntualmente ogni anno, una serie di incidenti con morti e feriti come in questi pochi metri di canalone. E ciò, sorprendentemente, sotto gli occhi di tutti, nella massima indifferenza delle autorità amministrative della regione, del mondo della montagna, dell’opinione pubblica e dei media. Ormai queste morti “non fanno più notizia” se non nella cronaca spicciola dei quotidiani locali e perciò sono considerate alla stregua di incidenti stradali di poco conto.

Il canalone in un periodo asciutto
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Senza esagerazioni, è questo uno scandalo che dovrebbe essere denunciato sul piano internazionale con grande evidenza perché non riguarda solo il mondo dell’alpinismo, e che si presta a severe riflessioni d’ordine etico sulla responsabilità di chi è responsabile di questo stato di cose…

Di fronte a questi dati tragici e terrificanti si rimane allibiti e increduli:
– che la grande Francia, maestra di civiltà, che dispone di risorse e professionalità di alto profilo, sia finora rimasta inerte;
– che in tanti anni le autorità francesi comunali e regionali non siano state capaci di trovare che una soluzione molto precaria, con la posa di un cavo in corrispondenza dell’attraversamento del canale; è questo cavo che ha salvato i due bambini, ma non altri alpinisti;
– che l’opinione pubblica, formata soprattutto dai parenti delle vittime di questo scandalo, non abbia reagito in alcun modo;
– che nessuno (magari il Club Alpino Francese e gli altri club alpini europei ) abbia mai pensato a un’azione legale (magari istruendo una vera e propria “class action”) per omicidio colposo, in appoggio ai familiari delle vittime nei confronti della Municipalità di Saint Gervais, della Prefettura della Regione Rhônes-Alpes, e del Governo francese.

 

4 – Osservazioni di alcuni esperti
Come detto, questo scandalo è noto da molti anni. Già i primi salitori, a metà ‘800, segnalarono la pericolosità della salita su questa via. In diversi libri-guida, monografie sul Bianco, articoli e riviste, si è ripetutamente segnalato il forte rischio; si legga al riguardo:

– nel libro Tutti i 4000: l’aria sottile dell’alta quota (Vivalda Editore), a pagina 50, queste parole: “… Riteniamo che questo sia il percorso più pericoloso e mortale di tutte le Alpi“;

Lucien Devies e Pierre Henry, autori della prestigiosa Guida Vallot dedicata a La chaine du Mont Blanc, vol 1°, del 1973, hanno espresso questo giudizio perentorio: “… C’est un des lieux le plus meurtriers des Alpes, trés frèquenté et abordé par des incompétents, il est facile mais dangereux et exposé. La traversée du couloir est raide et en même temps trés exposée aux chutes de pierres… Techniquement cette voie est facile, mais le danger est grand, meme avec les aménagements récents”. Non occorrono altre parole, salvo l’osservazione che non sono solo gli “incompetenti” a subire il bombardamento ma anche gli esperti, guide comprese.

– Mario Vannuccini, in I 4000 delle Alpi, ha scritto: “L’attraversamento del Gran Couloir è la parte più delicata dell’ascensione al Monte Bianco. Attenzione alle scariche di sassi, molto frequenti e pericolose in questo tratto! Conviene transitarvi il più velocemente possibile e uno alla volta”.

– Martin Moran, in The 4000m Peaks of the Alps, ha annotato: “… Esiste un serio, oggettivo pericolo di caduta massi nell’attraversare il Grand Couloir, dove si sono verificati innumerevoli incidenti”.

– Helmut Dumler e Willi Burkhardt, nel libro Il nuovo quattromila delle Alpi, del 1990, e nel successivo Il grande libro dei quattromila delle Alpi, del 1998, così hanno scritto: “… La massa degli alpinisti che salgono si fermano prima della traversata del couloir attrezzato con le corde. Qui, soprattutto nel pomeriggio, scricchiolano e si staccano le pietre. Sulla successiva costola gli alpinisti che salgono o scendono costituiscono un pericolo costante per gli altri. In alcuni giorni gli elicotteri del servizio di soccorso non si arrestano per un momento. CI SI CHIEDE PERCHE’ NON SIA ANCORA STATO CREATO UN PERCORSO ATTREZZATO SULLA COSTOLA ADIACENTE.

L’attraversamento del canalone
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5 – Scopo del presente documento
A questo punto ritengo necessario precisare che questo problema mi appassiona perché negli anni scorsi sono salito più volte sul Monte Bianco su percorsi diversi, ma, scendendo, ho sempre evitato la via del Goûter di cui conoscevo la pericolosità.

Senonché, in un’occasione in cui io e il mio compagno fummo sorpresi da una forte bufera, fu gioco forza scendere obtorto collo proprio lungo questa via; giunti in vista della famigerata traversata assistemmo, con il cuore in gola, a una tragedia: una enorme frana di grossi massi travolse in pieno un gruppo di tre alpinisti polacchi due dei quali se la cavarono seppur feriti gravemente, mentre il terzo fu investito in pieno e morì dissanguato perché gli era stata quasi strappata una gamba e i soccorsi, per le pessime condizioni meteo, non arrivarono in tempo.

Fu da quel giorno che decisi di battermi per cercare di contribuire, con i miei modesti mezzi, a porre rimedio a questa situazione assurda: scrissi numerose lettere e articoli di tono “forte” che essendo “politicamente scorrette”, perché tiravo in ballo le autorità francesi, pochi giornali e riviste presero in considerazione.

Quest’anno ho dedicato più tempo a documentarmi al riguardo e ho scoperto che a questo angosciante problema hanno dedicato studi seri e approfonditi due importanti istituzioni francesi fondate di recente:

– la Coordination Montagne (www.coordination-montagne.fr/), di Grenoble;
– la Fondation Petzl (www.fondation-petzl.org), di Criolles.

Fonte: Coordination Montagne
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La Coordination Montagne, fondata nel gennaio 2012, raggruppa molte associazioni ed enti che operano nel mondo della montagna, e indirizza la sua attività all’informazione e prevenzione. In tale ambito, nel 2012, in collaborazione con la Fonfazione Petzl, ha pubblicato, in dieci lingue, un utilissimo fascicolo tascabile intitolato La salita del Mont Blanc: un’impresa da alpinisti indirizzato a tutti i candidati al “tetto delle Alpi”: si tratta di un insieme di indicazioni su come prepararsi per affrontare questa salita, come attrezzarsi e informarsi, quali vie seguire, quali pericoli evitare e come agire in caso di incidenti; due intere pagine sono dedicate a come attraversare il canale del Goûter, a beneficio delle migliaia di alpinisti che lo affrontano ogni anno.

Nel mese di maggio 2014 l’Association Chamoniarde di Chamonix e la Coordination Montagne, con il sostegno della Fondation Petzl, hanno aperto il sito www.climbing-mont-blanc.com allo scopo di estendere la campagna di informazioni.

La Fondation Petzl, fondata nel 2006, ha lo scopo di “condividere il successo dell’azienda con l’ambiente con il quale interagisce, e a tal fine si impegna in una riflessione sull’accesso al Monte Bianco, una delle cime più belle e tra le più visitate al mondo il cui accesso impone uno studio su come renderlo più sicuro con una azione preventiva. E’ certo che il rischio zero non esiste in quanto il canalone del Goûter è solo un piccolo tratto del percorso per raggiungere la vetta del Bianco, ma ci si può proporre, con una maggiore informazione, almeno di assicurare una maggiore sicurezza agli alpinisti che lo frequentano”.

Di fronte alla cattiva immagine che questo canalone procura all’alpinismo in generale, la Fondation Petzl vuole perciò risvegliare le coscienze e avviare una riflessione approfondita su cosa si può fare al riguardo, lanciando un messaggio più chiaro sui pericoli che si corrono e offrire un contributo al miglioramento della sicurezza del canalone sulla via normale del Monte Bianco da Saint-Gervais.

Ricordiamo qui che le quattro vie classiche di accesso al Monte Bianco sono: la via di Saint-Gervais passando per il canalone del Goûter, la via dei Grands Mulets, la via dei Trois Mont Blanc da Chamonix, e la via italiana dal rifugio Gonella, denominata via del Papa.

Perciò, dato che le vie normali al Bianco sono frequentate ogni anno da un numero altissimo di persone, stimato in media tra i 35.000 e i 40.000, la Fondation Petzl, nel 2010, ha presentato ai professionisti della montagna delle proposte orientative.

Tutti si sono dichiarati d’accordo circa la necessità di trovare una soluzione per limitare il pericolo nell’attraversamento del canalone, senza pregiudicare il valore del sito e le intrinseche difficoltà del percorso facilitandone l’accesso, seguendo le direttive date dal Presidente della fondazione, Paul Petzl.

Nel corso di questa indispensabile concertazione, le guide alpine hanno presentato delle fotografie attestanti la presenza di massi di grande taglia (fino a 50 tonnellate) sulla sommità del canalone. Questa documentazione ha permesso di precisarne le traiettorie e la loro “energia di caduta”, ponendo in evidenza che una eventuale passerella aerea sospesa a 25 metri di altezza (come si era pensato di attuare) potrebbe essere colpita dal 3% di tali massi e pertanto si dovrebbe posizionarla a 35 metri, il che però sarebbe incompatibile con la preservazione del sito.

Il contributo della Fondation Petzl si è perciò orientato inizialmente verso lo studio di una galleria di diametro limitato (2 metri) percorribile a piedi e adattabile al terreno. Altre iniziative sono state considerate: ricerca di un itinerario alternativo più sicuro, miglioramento dell’informazione sul rischio di questa via, migliore conoscenza delle altre vie, ecc.

Questo famigerato canalone è da tempo riconosciuto come pericoloso, tanto che a volte è stato chiamato il “braccio della morte” per il conto altissimo che presenta agli alpinisti che vogliono raggiungere la cima del Bianco lungo questa via.
L’elevata esposizione ai crolli su questo passaggio lo rende particolarmente pericoloso in piena stagione estiva, perché viene travolto da frane frequenti, il che è stato confermato da due studi commissionati dalla Fondation Petzl denominati “accidentologia” e “caduta di massi”:

– “accidentologia”: la gendarmeria di alta montagna di Chamonix e la Fondation Petzl hanno studiato le operazioni di soccorso organizzate tra il 1990 e il 2011 al fine di meglio conoscere la realtà degli incidenti avvenuti nel percorso tra i due rifugi, le varie circostanze e le vittime. Si è accertato che la metà circa degli incidenti ha avuto luogo durante la sola traversata, che è stato definito un vero “punto nero” della salita al Bianco.

– “caduta di massi”: nell’estate del 2011, dal 20 giugno al 18 settembre, una società di ingegneria geotecnica, ha condotto uno studio statistico sulle frane per identificare i fattori che possono aggravare o ridurre il rischio. Durante questo periodo di osservazioni i tecnici hanno trascorso 42 giorni sul campo, e hanno fatto moltissime osservazioni sui 754 eventi provocati da “massi cadenti” allo scopo di:
– in primo luogo specificare il pericolo rappresentato dalle rocce e massi che cadono;
– in secondo luogo studiare i rischi associati in funzione dell’affollamento del sito;
– e infine individuare quali soluzioni potrebbero ridurre o eliminare il pericolo.

Impressionanti sono le molte fotografie e i filmati registrati proprio nel momento del verificarsi delle frane durante questa “campagna”.

Il versante dell’Aiguille du Goûter in un periodo di secca
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Inoltre sono state osservate 363 persone in situazioni difficili, vale a dire persone che erano nel canalone quando si è verificata una frana e che avrebbero potuto essere o sono state colpite dai massi. Con poche eccezioni, questo numero è direttamente correlato al numero di frane osservate. Si è verificato inoltre che:

le cadute di massi possono verificarsi in qualsiasi momento del giorno o della stagione, ma si sono osservate forti variazioni legate alle condizioni meteorologiche;

– i momenti più pericolosi sono nelle ore più soleggiate della giornata e della stagione, con temperature positive e aria secca (umidità <50%). Tali periodi generalmente corrispondono alle più alte presenze di alpinisti nel canalone.

In base alle rilevazioni effettuate nell’estate del 2011, il numero dei passaggi annuali in questo canale è stato stimato in media tra i 17.000 e i 17.500, di cui 7.300 – 7.500 in salita e 9.700 – 10.000 in discesa.

Estrapolando la percentuale media registrata durante il periodo di osservazione, si può stimare per l’intera stagione che circa un migliaio di persone abbiano dovuto affrontare massi in caduta nella traversata del canalone.

 

6 – Soluzioni possibili
Su come risolvere il difficile problema di mettere in sicurezza la salita al Refuge du Goûter sono state studiate molte misure, misure che però devono mirare a rendere il percorso più sicuro ma – come già detto – in nessun caso a renderlo più facile tecnicamente così da indurre in errore i candidati sul minor impegno fisico e mentale che richiede l’insieme della salita al Monte Bianco lungo questa via.

La priorità dovrebbe essere data alla informazione e alla prevenzione. Occorre perciò:

Sul piano della prevenzione:
– diffondere le informazioni già disponibili (bollettini meteo, guide turistiche, opuscoli informativi,ecc), indicazioni delle guide alpine, dei responsabili del soccorso, dei gestori dei rifugi;
– considerare un nuovo percorso più sicuro;
– predisporre dei ripari e rinforzare i cavi lungo la traversata.

Sul piano tecnico si sono esercitati in molti, compreso l’autore di questo documento, ad avanzare proposte. Ecco qualche possibile soluzione prospettata da diversi autori:
1 – “blindare” almeno la parte alta del canalone con versamento, tramite elicotteri, di centinaia di metri cubi di cemento a pronta presa che “saldino” le pietre sul terreno;
2 – montare barriere di protezione in ferro e/o cemento armato, su più punti del canalone; queste due prime soluzioni sono difficilmente realizzabili per il pericolo conseguente al dover operare “dentro” il canalone stesso. Inoltre sarebbero poco accettabili sul piano del rispetto ambientale;
3 – stendere un ponte tibetano sopra il canalone (1a ipotesi Petzl): praticabile, magari montandone due in parallelo onde evitare intasamenti tra cordate in salita e discesa; il costo è accettabile e il tempo di realizzazione è breve. La Petzl stessa però la valuta impraticabile perché si è calcolato che, per essere al di fuori della traiettoria dei massi e delle pietre più grandi, questa passerella aerea dovrebbe essere alta più di 35 m da terra, cosa impossibile da realizzare in quel sito;
4 – scavare una galleria sotto il passaggio chiave (2a ipotesi Petzl, su suggerimento delle guide di Saint-Gervais): si è pensato a un tubo in acciaio di due metri di diametro percorribile a piedi e adattato all’ambiente. E’ questo un progetto molto impegnativo, rischioso, molto costoso, con tempi lunghi di attuazione, ma che avrebbe il vantaggio di uno scarso impatto sull’ambiente. Su questa ipotesi di soluzione si è però scatenato un acceso dibattito sul web;
5 – attrezzare una via sulla costola destra orografica del canalone (1a ipotesi Ratto): era questa la proposta di Dumler e Burkhardt, citata anche nel presente documento, e che peraltro è suggerita come “variante 192” anche dalla Guida Vallot, a pagina 111: questa variante si presenta nel suo insieme, secondo la Vallot, della stessa difficoltà (PD) della solita via, ma è assolutamente sicura e porta sulla cresta Payot all’altezza dei Rochers Rouges da cui facilmente si raggiunge il Refuge du Goûter. Alpinisticamente – a mio avviso – parrebbe perfino più interessante dell’attuale. Questa nuova via potrebbe essere messa in sicurezza, su indicazione delle Guide Alpine di Saint-Gervais con impiego di imprese locali, con un’ottica – oserei dire – da “modello ferrata”, attrezzandola perciò con cavi, fittoni, corde, scale, protezioni varie. Ritengo che potrebbe essere realizzata in poco tempo (qualche mese di lavoro) e con spesa contenuta. Comunque tra tutte le soluzioni ipotizzabili sarebbe senza dubbio la meno costosa e la meno impattante sull’ambiente naturale. Inoltre importa osservare cha sarebbe in linea con i principi orientativi dettati da Paul Petzl, Presidente della Fondation Petzl;
6 – impiantare un’ovovia (2a ipotesi Ratto): con stazione di partenza alla Tête Rousse, e stazione di arrivo sulla cresta nei pressi del Refuge du Goûter. Inutile dire che questa soluzione sarebbe la più radicale e la più costosa come impianto e come manutenzione e richiederebbe alcuni anni per essere realizzata, ma non è scartabile a priori impugnando motivi di rispetto ambientale perché qualunque soluzione venga adottata sarà inevitabilmente sempre, in qualche misura, a scapito dell’ambiente.

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7 – Conclusione e piano operativo
A parte le considerazioni sopra esposte, ritengo che, vista l’importanza e la delicatezza dell’opera, sarebbe opportuno (a prescindere dalle soluzioni sopra finora ipotizzate) lanciare un bando di concorso, rivolto a studi di progettazione e a imprese di costruzione di tutta Europa, per vagliare la validità di quanto prospettato e per risolvere tecnicamente il problema della sicurezza eventualmente con nuove soluzioni sperimentate in situazioni analoghe.

Per i finanziamenti, vista l’internazionalità degli alpinisti che fruiranno di questa nuova sistemazione del percorso al Bianco, si potrebbe fare ricorso a fondi dell’Unione Europea.

A questo punto è opportuno sottolineare che obiettivo prioritario nella decisione di risolvere, una volta per tutte, questo annoso problema non è il costo della soluzione che sarà adottata ma la salvaguardia delle vite umane; è questo un imperativo categorico cui tutto deve essere subordinato: salvare una sola vita giustifica qualunque spesa che si debba sostenere e anche che si chiuda un occhio, una tantum, se, per motivi di necessità, si dovesse provocare qualche ferita all’ambiente.

Se un rimprovero si può, anzi si deve fare, agli amici francesi è quello di essere arrivati al terzo millennio senza aver ancora risolto un problema noto da almeno due secoli.

L’attraversamento del Grand Couloir du Goûter
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In occasione della costruzione del nuovo avveniristico, ipertecnologico Refuge du Goûter, peraltro costosissimo (7 milioni di euro?), con una modesta frazione di questo importo si sarebbe potuto mettere in sicurezza il percorso di salita e discesa al rifugio stesso.

Ora non si deve più perdere altro tempo: occorre chiedere alle autorità competenti (Sindaco e Prefetto) di procedere in questo modo:
– da subito porre delle barriere insormontabili che impediscano in modo categorico l’entrata nel famigerato canalone; se occorre presidiandolo con una presenza fissa di gendarmi;
– provvedere a un accurato e approfondito primo “disgaggio” del percorso sulla destra orografica del vallone (variante 192 della Vallot), fin sulla Cresta Payot;
– attrezzare velocemente questa via e metterla in sicurezza con cavi, corde, scale, nicchie e ripari, e con adeguati segnavia;
– provvedere a dare comunicazione di queste decisioni a tutto il mondo alpinistico con adeguati mezzi informativi.

 

Considerazioni
di Alessandro Gogna
Il saggio di Luciano Ratto tocca punti di indiscutibile interesse. Accanto all’urgenza di ripensare la totalità della salita di questa via “normale”, si pongono questioni di ordine etico e libertario, oltre che ambientale. Con la consapevolezza che finora nessuno dei numerosi articoli apparsi sul web a questo proposito (il documento di Ratto è stato diffuso a fine settembre 2015) ha affrontato la questione in questi termini. Tutti si sono limitati a sollecitare le soluzioni, sgomenti di fronte alla gravità dei fatti.

Che il Canalone della Morte sia uno dei posti al mondo più soggetti a incidente è fuori discussione: ma la causa di ciò risiede soprattutto nell’altissimo tasso di frequenza, ultimamente aumentato vieppiù con la costruzione del nuovo Refuge du Goûter. La “normalità” che cita il sindaco di Saint-Gervaise fa riferimento al fatto che in quel periodo le temperature erano mediamente fredde, dunque la pericolosità del canalone non era ai livelli massimi. Il sindaco ha fatto un inopportuno ragionamento statistico, concludendo che la via può rimanere “aperta” quando il pericolo è, per dire, 50 e deve essere chiusa quando è 100. Tutto ciò è ridicolo, le condizioni sulla montagna variano di minuto in minuto. Divieti e permessi rischiano d’essere obsoleti in un battito di ciglia. E io rimango della mia opinione, per fortuna condivisa non da pochi, che non ci dovrebbero mai essere divieti, come pure non dovrebbero esserci mai i tanto ventilati e mai attuati “numeri chiusi”. Ripeteremo alla nausea che ciascun alpinista o pseudo-alpinista deve imparare ad assumersi la piena responsabilità delle sue azioni. E che, se al posto del divieto, ci fosse un avviso tipo la “bandiera rossa” delle spiagge, ci sarebbe di sicuro una maggior crescita di responsabilità, anche in individui stupidamente refrattari o poco esperti.

Mi rifiuto di pensare che le autorità amministrative della regione o l’opinione pubblica siano indifferenti, penso invece con forza che l’esitazione di esse sia più che altro dovuta alla sensazione d’impotenza che ha una qualunque amministrazione di fronte a fenomeni, come quello dell’alpinismo, che sfuggono a regolare qualificazione. Soggetti molto di più alla decisione dei singoli e molto di meno alle regole, anche quelle del buon senso. Non confondiamo l’indifferenza presupposta col “non fare notizia” con l’esitazione di fronte al dibattito che ciascuno vive dentro di sé. La tragedia del “non fare notizia” è comune a migliaia di altri fenomeni planetari: ma io ritengo che la notizia debba essere comunque data, non solo quando il padrone morde il suo cane, ma anche quando, più normalmente, il cane morde il suo padrone. Davvero sono responsabili i giornalisti e gli amministratori che, per motivi anche bassamente opportunistici, non danno il giusto rilievo alle tragedie del Canalone della Morte? O non è più giusto pensare sempre che l’alpinista, e solo lui, è il vero responsabile? Davvero è così moralmente obbligatorio “mettere in sicurezza” quel canalone snaturandolo quindi in modo radicale? Davvero pensiamo che sia più etico dare la possibilità di una salita più sicura a chiunque piuttosto che richiedergli una maggiore esperienza? Davvero pensiamo che la salita al Monte Bianco sia una cosa così importante?

Gli altri non hanno il diritto di impedire l’azione dell’alpinista, possono solo consigliarlo ed eventualmente soccorrerlo. E anche quando gli facilitano la strada con corde fisse o quant’altro cadono nell’errore di favorirgli la convinzione che in fin dei conti tutto sia stato messo in sicurezza.

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La guida alpina Alberto Bianchi ha giustamente segnalato sul sito facebook dell’Osservatorio della Libertà in montagna (29 settembre 2015) l’esistenza di questo genere di cartellonistica di tempi ormai lontani, commentando: “Questo è un cartello per la sicurezza sul lavoro del tempo andato; oggi si predica l’esatto opposto! Sostituendo “la macchina” con “il terreno” l’avvertimento calzerebbe a pennello anche a chi vuole muoversi libero in montagna; ma anche in questo campo oggi si afferma la filosofia opposta“.

Per queste considerazioni rifuggo dalle invocate “severe riflessioni d’ordine etico sulla responsabilità di chi è responsabile di questo stato di cose”. Come rifuggo da ogni tipo di “azione legale (magari istruendo una vera e propria “class action”) per omicidio colposo”.

Divieti, responsabilità e certificazioni di sicurezza vanno a braccetto con l’aumento esponenziale delle cause legali, con l’intrusione sempre maggiore del diritto e delle assicurazioni in un mondo che vorremmo più “nostro”, più alpinistico.

Sono invece pienamente d’accordo nel condannare la scelta di ricostruire in modo avveniristico e spettacolare il Refuge du Goûter senza prendere neppure in considerazione i problemi che una maggiore frequenza di accesso ha portato e porterà, con l’inevitabile crescita del tasso di gravi incidenti. Non si è fatto nulla né per “mettere in sicurezza” né per dissuadere senza divieti. Il rifugio è stato costruito, ha comportato costi spaventosi e… lo show must go on!

Piano piano arrivo anche io a ciò che secondo me occorrerebbe fare in concreto.
Nessun divieto, nessun numero chiuso. Dimentichiamo soluzioni sciocche o improponibili come ovovia, ponte tibetano, tunnel sotterraneo. Dimentichiamo le “barriere insormontabili che impediscano in modo categorico l’entrata nel famigerato canalone; se occorre presidiandolo con una presenza fissa di gendarmi“.

Si deve invece scoraggiare nel modo più incisivo possibile la frequentazione di quella via “normale”: con video, cartelli e agitando ogni possibile spettro di paura e di morte. Aumentando le tariffe del trenino, dell’accompagnamento guida e dei pernottamenti in rifugio. Sì alla revisione dei corrimano e degli ancoraggi, ma no al disgaggio (che per me è come mettersi a scopare il mare).

Infine, sì alla costruzione di una via ferrata che salga sullo sperone di sinistra, parallelo al canalone. Detto da me, contrario a ogni genere di via ferrata… Ma quando ci vuole ci vuole. E in ogni caso non parlare mai di “piena sicurezza” della variante.

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Il Kit da ferrata non dev’essere obbligatorio

Il Kit da ferrata non dev’essere obbligatorio

Sul numero di settembre della rivista Montagne360 (organo ufficiale del Club Alpino Italiano), a firma Federico Bernardin, è uscito l’utile articolo La sicurezza sulle vie ferrate (pagg 54-57).

L’utilità di tale articolo, anche per il grande numero di appassionati cui è rivolto, è indubbia. Il testo non si dilunga, è essenziale e dà le giuste informazioni necessarie, al fine di percorrere una ferrata in ragionevole sicurezza. Inoltre, precisa giustamente “che la ferrata non è un gioco e non è costruita per esserlo”.

Chi volesse leggere il testo integrale, per comodità lo trova qui.

Via ferrata Tomaselli, San Cassiano, val Badia. Foto: ladinia.it
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Considerazioni
Nel testo non ci sono inesattezze, dobbiamo però far notare una piccola dimenticanza e non possiamo rinunciare a due considerazioni che il testo stesso provoca.

La dimenticanza riguarda l’uso dei guanti. In assenza di questi, dire che “fastidiose escoriazioni possono avvenire per strofinamento della pelle delle mani sul cavo della ferrata” non è sufficiente: occorre mettere in risalto che non infrequentemente la mano incontra refoli d’acciaio dovuti a usura e cattiva manutenzione. Questi, al di là delle escoriazioni, possono provocare vere e proprie ferite.

Prima considerazione. Nel sottotitolo, probabilmente a responsabilità della redazione più che dell’autore, è scritto che “le vie ferrate permettono anche ai meno esperti di affrontare difficoltà alpinistiche”. Questo non è corretto, perché le ferrate permettono solo di affrontare le difficoltà delle ferrate!

Occorre stare attenti all’uso dei termini, e cercare di mantenere ben distinti due ambiti che, già dalle differenti radici filosofiche, non possono essere mescolati se non con pericolosi fraintendimenti.

Le “difficoltà alpinistiche” sono proprie dell’alpinismo, attività che favorisce l’esperienza personale nell’ambiente selvaggio della montagna, vive di fantasia e di creatività più che di gesti atletici. L’aspetto ludico è decisamente in minoranza al confronto con l’aspetto romantico, spirituale e psichico.

Al contrario, le vie ferrate sono espressione di gesto atletico su terreno verticale, escludono creatività e fantasia e vivono piuttosto epidermicamente il gusto adrenalinico che il vuoto può offrire.

Ciò che voglio dire è che un I° grado (il primo scalino della Scala UIAA) è alpinisticamente molto più difficile e impegnativo di una ferrata atletica che ti fa sputare molta più fatica.

Seconda considerazione. L’articolo ingenera una fastidiosa sensazione, non nuova peraltro e già provata in altre occasioni. Sembra che pure il CAI (che non è un produttore o venditore di materiali o tecniche) continui a ripetere lo stesso errore, cioè quello di fare intendere al pubblico per obbligatorio l’uso (e in una certa maniera) di certi materiali (nella specie, il kit da ferrata, oltre al casco).

Il testo non afferma chiaramente l’obbligatorietà. Ma il tono è un po’ ambiguo e alla fine il complesso dell’articolo non lascia dubbi al lettore (a dimostrarlo basterebbe osservare che l’uso dei guanti è invece espressamente qualificato come “non obbligatorio”).

Immaginiamo ora che questo articolo capitasse in mano (e per la legge di Edward Murphy accadrebbe di sicuro) a un Giudice in occasione del giudizio su un infortunio senza apposito kit o per uso diverso dal previsto.
Anche il Giudice si nutrirebbe della perniciosa confusione sugli obblighi del produttore (che ci sono) rispetto a quelli dell’utilizzatore (chi impedisce di andare senza kit o diversamente attrezzati, magari a persone esperte?). Il tutto è vieppiù consolidato malamente tramite il parallelo con le norme sull’infortunistica del lavoro.

Nell’articolo è presente anche l’azione, sempre pubblica, di inibizione “morale” a carico di coloro che non usano il kit o pensano ad alternative (esordio dell’articolo: quelli “alle prime armi” che vengono “dissuasi“).

Questi scritti formalizzano degli obblighi dei quali poi chiunque potrà essere chiamato a rispondere legalmente (ricordiamo il recente caso della sentenza di Cassazione che ha ritenuto definitivamente responsabile la Scuola di alpinismo Silvio Saglio (SEM-Milano) per un lieve incidente di parecchi anni fa.

Non sto discutendo la buona fede di Bernardin e del CAI, ma non vorrei che in quest’ambito continuassimo imperterriti e incoscienti a non considerare che, come minimo, è necessario precisare sempre che si può anche scegliere di agire con auto-responsabilità (la responsabilità tout court è inutile prendersela o dire che uno se la prende: tanto te la danno le leggi e gli altri).

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Falesie certificate?

Nel marzo scorso usciva su Planetmountain.com una molto interessante intervista ad Angelo Seneci che qui riprendiamo integralmente.

Ci permettiamo di obiettare che, a nostro avviso, i motivi per cui, secondo lo stesso Seneci, “non c’è spazio per una normazione da parte delle istituzioni o di organismi di normazione (tipo CEN)” sono gli stessi per cui siamo contrari all’adozione di label (tipo checked crag) che rendano riconoscibili le falesie sulle quali sono stati operati interventi di particolare e accurata rilevanza.

L’effetto dei label “di aiutare i praticanti nella scelta delle falesie, ma anche di facilitare l’investimento pubblico, che potrebbe vedere definiti i limiti della propria responsabilità e potrebbe proteggerla con una polizza” è altamente nocivo perché, sempre a nostro avviso, si abbasserebbe in maniera assai pericolosa il livello di guardia e di responsabilità dei singoli.

La frase di Seneci “Peraltro alcuni recenti incidenti suggeriscono che questa assuefazione alla sicurezza garantita stia contaminando anche i più esperti” farebbe supporre che anche a lui la suesposta nostra considerazione non sia estranea.

Angelo Seneci
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Arrampicata in falesia, è il momento della scelta. Intervista ad Angelo Seneci
(postata su Planetmountain il 19 marzo 2015)

Prima di affrontare l’argomento su chi, come, in quale misura e perché dovrebbe interessarsi della “sicurezza” delle falesie attrezzate per l’arrampicata sportiva, mi piacerebbe fare un salto indietro a quando tutto è nato, cioè agli inizi o quasi dell’arrampicata sportiva. A metà degli anni ’80 eri una giovane Guida alpina ma anche un arrampicatore che aveva scelto Arco, anzi il campeggio di Arco, come la sua casa. Qual era l’approccio all’arrampicata in falesia in quel periodo?
Mi fai fare un salto temporale, stiamo parlando di anni luce fa, e non solo perché sono passati trent’anni ma perché l’arrampicata è cambiata completamente da allora. Ma forse è giusto che ricordiamo un percorso, anche personale, attraverso cui l’arrampicata si è evoluta in quello che è adesso, non faccio valutazioni se si tratti di una evoluzione o involuzione, registro un dato e non mi addentro in valutazioni sull’etica, queste le riservo ad aspetti un po’ più fondamentali della vita.
Fino alla metà degli anni ’80 mi ero dedicato, anche come guida alpina, soprattutto all’alpinismo, con le sue regole e dinamiche, che tuttora apprezzo anche se non pratico più, e tuttavia è chiaro sono cosa completamente diversa dallo sport arrampicata, non solo per il terreno d’azione. Poi sono arrivato ad Arco ed ho scoperto un territorio che da subito ho immaginato potesse trasformarsi non solo in una grande palestra a cielo aperto ma in un grande parco giochi dell’arrampicata. Uso appositamente il termine parco giochi perché troppe volte viene usato in termini negativi, quasi che uno spazio attrezzato per giocare possa essere qualcosa di disdicevole.
L’arrampicata in falesia allora muoveva i suoi primi passi in modo autonomo dall’alpinismo, questa battaglia per l’autonomia ci portava spesso a sentirci diversi, a farne una ragione di vita, spesso una filosofia totalizzante, e questo portava ad isolarci dal mondo “normale “, incapaci di interagire con le istituzioni politiche, sportive, economiche… insomma ci si isolava in una torre di avorio che ha contribuito a fare per lungo tempo del climbing una attività di nicchia, decisamente élitaria. Il problema è che ancora in molti, e soprattutto tra gli opinion leader, la vivono in questo modo. Pur a parole rifuggendo la guerra con l’alpe, la sfida al pericolo e parlando di valorizzazione del gesto, in realtà avevamo trasferito a bassa quota, le stesse dinamiche: si arrivava così a ridicole guerre per bande tra chi chiodava più o meno lungo, i terribili run-out facevano a volte la difficoltà della via, come anche il primo chiodo altissimo. Insomma, eravamo in un altro mondo dall’arrampicata sportiva come è concepita adesso dalla maggioranza dei climber.

Quale era il concetto di “rischio” e “sicurezza” e quindi di attrezzatura della falesia in quegli inizi? E quando si è cominciato ad usare il termine arrampicata sportiva per diversificarlo dalle attività alpinistiche?
Come dicevo l’arrampicata allora cercava una sua strada autonoma, ma non era ancora veramente “sportiva”, spesso la distanza tra le protezioni faceva lo stile della via, faceva parte della difficoltà. Richiodare modificando il posizionamento delle protezioni sembrava un attentato ad un’opera d’arte. Rivendico di non aver mai fatto parte di questo partito, mi è sembrato sempre un po’ stupido rischiare la pelle su una parete di poche decine di metri, solo per non compromettere l’autostima di qualcuno, avere attrezzato una parete non può arrogarti il diritto di proprietà, ammesso tu non l’abbia acquistata. Ripeto qui stiamo parlando di uno sport, non entro nel merito dell’arrampicata sulle grandi pareti o l’alpinismo dove sfida all’ignoto ed alla natura possono avere un senso.
Sportiva l’arrampicata lo diventa solo con la nascita delle competizioni, dove la quota rischio viene eliminata del tutto. Su quelle prime falesie attrezzate per le competizioni ci si confronta la prima volta con le problematiche della sicurezza e responsabilità. Dietro la competizione c’erano organizzatori privati ed enti pubblici, per la prima volta si potevano individuare soggetti responsabili in caso di incidente, soggetti che ovviamente potevano venire perseguiti ed a cui si sarebbero potuti richiedere i danni.

In arrampicata su Cato/Zulu (6b+) a Nago
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Le prime gare di arrampicata (Bardonecchia e subito dopo il Rock Master di Arco) hanno modificato qualcosa?
Evidentemente le gare hanno iniziato a modificare il metro di giudizio, la sola performance atletica diventava la misura della capacità… ma questa è storia assodata. Fu solo una conseguenza di uno sport che nasceva e cercava un nuovo metro di confronto. Tuttavia questa è solo la prima trasformazione del climbing e forse nemmeno la più determinante.

Come direttore sportivo del Rock Master hai ideato e realizzato se non la prima, una delle primissime pareti artificiali per l’arrampicata, quella che ha fatto nascere il Climbing Stadium di Arco ed ha fatto la storia delle competizioni di arrampicata. Era il primo seme di quelle che sarebbero diventate le palestre di arrampicata indoor?
La parete artificiale che realizzammo nel 1988 per il 2° RockMaster fu una delle prime strutture artificiali per arrampicata e sicuramente la più complessa ed imponente struttura dell’epoca. Le strutture artificiali erano allora e lo rimarranno ancora per il decennio successivo mosche bianche nel panorama dell’impiantistica sportiva. Ma sarà proprio la loro diffusione il secondo elemento a completare la rivoluzione dello sport climbing.

Appunto, cosa ha comportato il boom dell’arrampicata nelle palestre indoor negli anni 2000? Indoor e falesia sono due mondi separati?

A partire dalla seconda metà degli anni ’90 e soprattutto con il nuovo millennio le strutture artificiali sono diventate in molte aree d’Europa elementi comuni nelle palestre scolastiche, palazzetti dello sport, e poi nelle grandi sale dedicate. L’urbanizzazione dell’arrampicata ne ha determinato la mutazione genetica, dando il via ad una nuova cultura di questo sport. Il primo e macroscopico effetto è stato portare a contatto con questa disciplina milioni di persone che non lo avrebbero mai provato, per i quali sarebbe rimasto solo uno sport estremo per quei “pazzi” a mani nude, quello che i vari spot televisivi mostravano dell’arrampicata e in tanti nel mondo del climbing si premunivano di continuare a tramandare, ed in parte cercano tuttora. I nuovi arrivati sono persone che vivono l’arrampicata solo come una sana e appassionante attività sportivo ricreativa da praticare a scuola, dopo lavoro, nel week end. Ovvio che questo mondo non esprime più una filosofia di vita comune, anche se alcuni tratti rimangono come trama di fondo. Le sale di arrampicata sono ormai diventate il nuovo polo di aggregazione, ma anche gli incubatori di una nuova cultura dello sport climbing.

Prima di continuare puoi darci dei “numeri” di questo fenomeno indoor, ma anche di quello dell’arrampicata sportiva in falesia? Quanti sono i climber nel mondo, quanti in Europa, in Italia? Se batti questa frase su internet ne leggi di tutti i colori, ovviamente tutto sta dove metti il limite. Chi è il climber?
Per prima cosa mi pongo una domanda: chi è lo sciatore? consideriamo sciatori quelli che vanno una settimana all’anno in settimana bianca? cinque week end all’anno? Ovviamente sì, comperano attrezzatura, abbonamenti agli impianti, scendono per le piste. Lo stesso parametro va applicato all’arrampicata, eppure alcuni potrebbero inorridire se chiami climber qualcuno che scala venti 5b all’anno. E’ per questo che stimo a 3/4 milioni, e penso di essere conservativo, il numero dei climber in Europa, se poi andiamo a cercare di valutare quanti hanno provato l’arrampicata almeno una volta i numeri sono di ordine ben superiore. L’arrampicata non è più uno sport estremo di élite ma una attività sportivo-ricreativa aperta a tutti.

La falesia di Massone
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Come sei arrivato a questi dati?
Da alcuni anni sono consulente per enti pubblici e privati per piani di sviluppo turistico centrati sull’arrampicata e l’outdoor, valutare il mercato in termini di domanda e offerta è quindi un elemento fondamentale. Tuttavia i dati non erano disponibili e in effetti non è facile reperirli, proprio perché per arrampicare non si paga un biglietto, ovvero non si pagava… e qui ci vengono ancora in aiuto le strutture artificiali, soprattutto le sale dedicate. Incrociando i dati della frequentazione, del tasso di utilizzo da parte del singolo, il numero di impianti, i dati sul mercato delle attrezzature dedicate, in numeri degli associati dei vari club, ed ovviamente confrontatomi con altri esperti – siamo arrivati a questi numeri, con la Germania a fare da leader dove il climber sono stimati attorno ai 700.000 (c’è chi si spinge ad oltre il milione), in Italia possiamo pensare a 250/300.000. Ti faccio solo un esempio nell’area di Monaco di Baviera le cinque maggiori sale indoor mettono assieme circa 70/80.000 singoli utilizzatori (non entrate).

Veniamo al punto. Alcuni recenti incidenti in falesia, anche gravi, hanno stimolato un acceso dibattito sul tema della “sicurezza” in falesia. Per farla breve: il mondo dell’arrampicata sportiva sembra dividersi tra la “libertà” (ricerca delle falesie, delle linee e conseguente chiodatura) che ha sempre caratterizzato l’arrampicata outdoor e la necessità di adottare sistemi controllati di gestione delle falesie, soprattutto per quanto riguarda la loro “sicurezza” e manutenzione nel tempo. Voi ad Arco – con il Comune di Arco – già alla fine degli anni ’80 avete attuato un grande piano per la gestione di alcune falesie, cosa vi ha ispirato e perché l’avete fatto?
Il merito di questo progetto, di cui sono stato promotore con mia moglie – Michela Giovanazzi – nei primi anni ’90 è stato quello di vedere avanti di oltre 15 anni: capire che l’arrampicata sportiva avrebbe potuto trasformarsi compiutamente in una attività sportivo-ricreativa ed una risorsa economica per il territorio solo se fossimo riusciti a proporre terreni di gioco accettabilmente sicuri, organizzati. Mi piace ricordare un modo di dire che avevo in quel periodo per convincere gli amministratori pubblici: inventare il Beach Climbing. Beach Climbing non tanto per la location, ma come modus vivendi. Per il Garda Trentino erano quelli gli anni del boom del wind surf volevo fare ripercorrere all’arrampicata quella strada, dai primi surfer che scendevano dal Nord Europa con il loro scassati Westfalia, ai giovani e famiglie che dieci anni dopo affollavano le spiagge con le tavole e le notti di Torbole e Riva del Garda. Solo così potevamo fare dell’arrampicata una risorsa turistica, e devo dire che è stata una scommessa vinta, basta fare un giro a Nago Bassa, Muro dell’Asino, Massone, Baone o ai Massi di Prabi e del Gaggiolo. Vinta soprattutto perché le amministrazioni pubbliche ci hanno creduto ed investito. Fin dall’inizio è stata chiara la scelta ci sarebbero state le falesie “pubbliche” – veri e propri impianti sportivi naturali – e le falesie “wild” attrezzate dagli appassionati e non soggette a nessun controllo pubblico.

In arrampicata sulle falesie di Arco. Foto: Leo Himsl
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Puoi esporci le linee guida essenziali e l’evoluzione nel tempo del modello “Arco e Garda Trentino” applicato alle falesie di arrampicata? Qual è il suo futuro?
Ovvio che arrivare a tutto questo non è stato immediato, ci sono voluti anni e soprattutto amministrazioni pubbliche capaci di una visione a lungo termine, oltre al Comune di Arco devo ricordare il Servizio Ripristino e Valorizzazione Ambientale della Provincia di Trento, trent’anni fa non era facile immaginare la strada che avrebbe preso questo sport. Dai primi climbing park degli anni ’90, che ricordo con piacere hanno fatto parlare di Arco tutte le riviste internazionali, al piano generale delle falesie del 2000, fino al 2009 con la nascita del progetto OutdoorPark Garda Trentino. Questo progetto vede Ingarda – Azienda di Promozione Turistica dell’ambito – farsi promotrice e regista di un tavolo di lavoro permanente per lo sviluppo del turismo outdoor a cui siedono le sei amministrazioni della sponda trentina del Garda, la Provincia di Trento oltre alle associazioni di riferimento. In questo ambito oltre a stabilire piani e modalità di attrezzatura e ri-attrezzatura della nuove falesie è stato definito anche un protocollo comune di controllo delle stesse. Le 13 falesie già attrezzate dalle amministrazioni pubbliche e quelle che in futuro si aggiungeranno ed entreranno a fare parte dell’OutdoorPark sono identificate dal logo del progetto, a garanzia per gli utenti di incontrare un definito standard di attrezzatura. A questo si affianca un accordo con la Provincia di Trento – Servizio per il Sostegno Occupazionale e Valorizzazione Ambientale – e la Comunità di Valle che mettono a disposizione tutto l’anno una squadra di operatori, per gli interventi di pulizia e sistemazione di accessi ed aree al piede delle pareti. Solo queste falesie sono oggetto di promozione da parte dell’ente pubblico. Incarico a professionisti per l’attrezzatura, controllo e manutenzione regolare, corretta informazione e promozione, sono questi elementi che garantiscono non solo gli utenti ma anche gli enti che hanno finanziato gli interventi.

Quali sono le caratteristiche che devono avere le falesie per rientrare nel piano? Inoltre, pensate che sia un modello da estendere a tutte le falesie del vostro territorio?
Come dicevo prima le falesie inserite nel piano sono tredici, contro le oltre 40 esistenti nell’ambito del Garda Trentino (non conto qui l’area della Gola, Valle di Gresta e Cavedine che fanno parte di altri ambiti turistici). Proprio perché debbono avere precisi standard non tutte le falesie possono rientrare nel progetto. Requisito essenziale è che insistano su terreno pubblico o il proprietario sottoscriva un accordo di libero accesso su un lungo periodo: diversamente non sarebbe possibile un investimento pubblico. Viene poi verificata la presenza di pericoli esterni non eliminabili o non controllabili nel tempo – esempio classico una falesia sottostante barre rocciose con importanti rischi di caduta sassi, ecco la risposta a chi si chiede perché mai si sia investito sulla richiodatura di aree come San Paolo o Swing Area. Dal 2011 le nuove falesie attrezzate sono soggette anche ad una verifica geologica per evidenziare macro instabilità – da sanare o che possano limitare l’uso della parete. Infine ci sono valutazioni di carattere economico, che mi rendo conto ad alcuni possano risultare incomprensibili o sgradite, ma il mondo risponde a requisiti di redditività che peraltro trovo giusti: stiamo investendo soldi pubblici e questo investimento deve portare un ritorno all’intera comunità non ad una ristrettissima cerchia. Ecco perché la scelta negli ultimi 5/6 anni è stata di orientare gli investimenti sulle falesie “facili”. Ed ancora valutazioni di tipo logistico (pressione eccessiva su una area, possibilità di parcheggio e mobilità), ecco perché a volte si trascurano aree evidenti ma dove un aumento di traffico comporterebbe problematiche e magari si sceglie una nuova parete per spostare i flussi.

I risultati di questa gestione, quali i successi e quali le criticità?
Il successo è reso evidente dall’elevata frequentazione, per la stragrande maggioranza concentrata sulle falesie dell’Outdoor Park Garda Trentino: ritengo che si possano stimare in almeno 150. 000 gli arrampicatori che ogni anno frequentano le nostre pareti. Tuttavia non tutti gli obbiettivi che ci eravamo dati sono stati raggiunti, ovviamente ci sono a volte problemi in termini di risorse economiche, altri di carattere burocratico: pur importantissima risorsa l’arrampicata non è sola al mondo e deve confrontarsi con esigenze e sensibilità diverse. Le principali difficoltà permangono nella gestione dei flussi e dei parcheggi – su cui stiamo lavorando con l’ipotesi di parcheggi di testata localizzati vicino ai principali assi viari e accesso alle falesie con shuttle o a piedi, o ancora la difficile gestione dei servizi igienici, per cui stiamo provando nuovi sistemi dry o bio, ma che al momento non è ancora risolta. Nei confronti dell’attrezzatura il piano prevede di continuare nell’opera di ribilanciamento dell’offerta – con l’obiettivo nei prossimi anni a raddoppiare il numero degli itinerari fino al 6a che entrano nell’Outdoor Park Garda Trentino.

Veduta sulla Valle del Sarca dal Castello di Arco
Dal Castello di Arco sulla Valle del Sarca e i Colodri

 

E’ esportabile questo modello Garda Trentino e quali sono le realtà territoriali che secondo te possono o dovrebbero prenderlo in considerazione?
Ovviamente nessun modello è esportabile tout court, deve essere adattato alla realtà locale. Il modello Garda Trentino può essere un riferimento per destinazioni turistiche che vogliano fare dello sport outdoor e dell’arrampicata una risorsa economica. Voglio sottolineare ma qui il discorso diventa lungo che un simile progetto per essere sostenibile deve essere inserito in un piano di sviluppo integrato del turismo outdoor sostenuto da una azione coordinata di pubblico e privato, ben difficilmente avremo ritorni interessanti limitandoci a finanziare l’attrezzatura delle falesie. In Italia vedo grandi possibilità di sviluppo, sono moltissime le aree di arrampicata di grande pregio, espresso o potenziale, soprattutto sulle basse e media difficoltà. Spesso ritengo non siano riuscite a decollare proprio per l’assenza di questa visione, con i climber locali che puntano ad ottenere finanziamenti per il proprio giardinetto e/o non sono capaci o non vogliono giocare sul tavolo della politica ed amministrazione, che ovviamente hanno i loro tempi e modalità. Ma sono possibili anche altre approcci: penso ad una associazione, una società sportiva che addotti una falesia, ottenga un contributo pubblico o privato per la attrezzatura e ne garantisca nel tempo controllo e manutenzione, come peraltro è già avvenuto in alcune situazioni. E’ innegabile come lo sport arrampicata abbia un forte appeal sulle giovani generazioni, non richieda enormi investimenti per la attrezzatura delle pareti naturali, e possa diventare quindi una opzione interessante di investimento sul lato sociale dello sport per gli enti pubblici. Anche qui però dobbiamo parlare di progetti sostenibili e interessanti per una larga base e quindi strutture medio- facili. Certamente una amministrazione sarà scarsamente interessata ad investire per venti atleti che scalano oltre il 7b, mentre lo potrebbe essere per una falesia dove esistono spazi dove avvicinare i giovani. Chiaro che anche in questo caso è necessario uscire dall’approccio naif che spesso caratterizza le richieste di contributo e presentare progetti circostanziati. D’altronde sarebbe pericoloso per una amministrazione elargire contributi alla cieca – ad un’associazione o gruppo di appassionati per chiodare una falesia – fuori da qualsiasi pianificazione sia in termini progettuali che di garanzia di manutenzione nel tempo. Su chi ricadrebbe la responsabilità in caso di incidente dovuto a materiale non idoneo o deteriorato?

Ma allora chi si occupa degli itinerari di alto livello?
Forse prima sono stato un po’ drastico, perché c’è necessità di ribilanciare l’offerta. Tieni in conto che dai dati che abbiamo dalle grandi sale europee l’80% degli utenti arrampica sotto il grado 6, mentre nella maggior parte delle aree di arrampicata la disponibilità di itinerari di questo livello non supera il 40%. Voglio ricordare che anche ad Arco abbiamo riattrezzato alcune aree di alto livello – Massone / Abissi. Si tratta ovviamente di bilanciare gli investimenti, per creare uno spazio che sia in sintonia con la domanda. Ma poi si possono ricercare sponsorizzazioni da parte di aziende, che peraltro alcuni già percorrono, ovvio che anche qui occorre presentare un progetto interessante e giustificabile.

Così non rischiamo, come dicono gli oppositori alla “omologazione delle falesie”, di compromettere lo sviluppo di nuove falesie, dove mancano i finanziamenti o dove non è possibile intervenire per problemi legati alla proprietà, alla limitata sicurezza della parete, all’assenza di una associazione di riferimento o ente che voglia assumersi la responsabilità. Cioè non rischiamo di compromettere lo sviluppo dell’arrampicata?
Certamente se siamo troppo radicali in questa direzione lo scenario che hai ipotizzato potrebbe essere concreto. Dobbiamo trovare una strada che ci permetta di fare convivere le due realtà: falesie “certificate” e falesie ” non certificate”. Se ci pensi anche vent’anni fa era chiaro a tutti che arrampicare sul alcuni tiri voleva dire rischiare l’osso del collo, mentre su altri potevi permetterti di volare senza paura. Tutta la community lo sapeva, il tam tam spargeva la voce rapidamente, eravamo quattro gatti, ma soprattutto eravamo più o meno in grado tutti di valutare l’attendibilità di un ancoraggio o lo stato di usura di un punto di calata. L’enorme allargamento del numero di utenti e soprattutto l’arrivo degli urban climber, che sono stati introdotti all’arrampicata e la praticano per la maggior parte del tempo nelle sale indoor ha cambiato la situazione. Sulle strutture artificiali si delega la sicurezza, non sto a valutare se è un bene o un male, è un dato di fatto, peraltro esteso anche ad altri contesti della vita: alle norme CE, al costruttore dell’impianto, al proprietario, ovvio che ci si rapporti allo stesso modo in contesti naturali simili – le falesie attrezzate. Peraltro alcuni recenti incidenti suggeriscono che questa assuefazione alla sicurezza garantita stia contaminando anche i più esperti. Alla base di tutto ritengo sia fondamentale una corretta informazione. E’ evidente che ci sono falesie che possono garantire un alto livello di sicurezza e falesie il cui livello deve essere apprezzato dai climber, che debbono averne la capacità. Falesie quindi dove la sicurezza è affidata a terzi e falesie dove dovrò farmi carico di verificarla personalmente o comunque arrampicare sapendo che mi espongo a un più alto livello di rischio.

La Spiaggia delle Lucertole (Tòrbole)
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Quindi come facciamo a distinguere questi due tipi di falesie?
Un’opzione potrebbe essere quella di un “label” “checked crag” che renda riconoscibili le prime, da riportare nelle bacheche, nelle guide, sulle relazioni. Questo avrebbe l’effetto non solo di aiutare i praticanti nella scelta delle falesie, ma anche di facilitare l’investimento pubblico, che potrebbe vedere definiti i limiti della propria responsabilità e potrebbe proteggerla con una polizza, ed anche stimolare, a fronte di una nuova possibilità – il label – promozionale. Non trascurerei nemmeno l’effetto positivo per chi realizza e pubblica guide e relazioni che avrebbe una potente e riconosciuta modalità disclaimer. D’altronde è quello che abbiamo fatto ad Arco e nel Garda Trentino.

Stai guardando un po’ troppo avanti?
Chiaro che non ci arriveremo domattina, ma se non affrontiamo il problema rischiamo che il ripetersi di incidenti risvegli l’interesse di qualche magistrato che normi, nei fatti, con qualche sentenza, magari con sensibilità diverse e conoscenze limitate, con conseguenze deleterie. Il primo problema che si pone è la definizione degli standard di sicurezza minimi per una “checked crags”, ma ancora prima chi li definisce. E’ ora che le istituzioni del climbing facciano la loro parte e creino un’autoregolamentazione prima che qualcun altro si dia da fare causando danni irreparabili allo sport arrampicata. Non ritengo ci sia spazio per una normazione da parte delle istituzioni o di organismi di normazione – tipo CEN. Le strutture naturali presentano così tante variabili da risultare quasi impossibili da normare nei termini classici, inoltre una normazione di questo tipo richiederebbe tempi talmente lunghi da non essere in grado di rispondere al problema in tempi accettabili ed in ogni caso questo non esclude un processo nazionale autonomo.

Quindi chi dovrebbe prendersi il carico “normativo”?
Ritengo che nessuna delle istituzioni coinvolte nell’arrampicata – FASI, CAI, UISP, GUIDE ALPINE, sia in grado attualmente di affrontare da sola questo problema, alcune hanno competenze, altre importanza istituzionale e diffusione capillare, ma tutte scontano una visione limitata al proprio ambito. Bene sarebbe si costituisse a breve un tavolo di lavoro, con la partecipazione paritetica di tutti, in grado di dare vita a un organismo che possa prima definire questi standard, poi gestirne la diffusione e la promozione e possa poi esserne il garante.

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La bestemmia del no limits

In queste ultime decadi c’è un forte accostamento tra la pretesa che possiamo chiamare del no limits (vecchio motto di un orologio famoso, perché è proprio in quei primi anni Ottanta di ottimismo reaganiano che tutto è incominciato) e la pretesa sicurezza, completa al 100%.

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La nostra è una società strana, perché come si fa a vivere questa schizoide contrapposizione tra il non avere limiti (o comunque predicare di non averli) e contemporaneamente insistere su una sicurezza quasi maniacale in tutto ciò che facciamo?

Il no limits è ciò che gli inglesi chiamano attitudine al risk taking (attitudine ad assumersi rischi); invece l’essere “sicuri” (una condizione che non esiste mai, quasi per definizione) è probabilmente assimilabile all’over confidence, altra espressione inglese per dire stra-confidenza in noi stessi o, meglio, nei mezzi di cui disponiamo per aumentare la nostra sicurezza.

I limiti ci sono per tutti, ciascuno ha i suoi, ogni gruppo di individui ha i suoi. Questo dev’essere chiaro. Non si può dire il contrario, non si può scherzare (o semplicemente esagerare a uso marketing). No limits è una vera e propria bestemmia, è un’iperbole pari a quella di chi paragona l’essenza della massima divinità a quella suina. Chi tutti i giorni profferisce questa bestemmia è l’apparato pubblicitario, il marketing in generale.

Quando per esempio si voleva promozionare l’ultima APP per GPS, la frase che io udii al Festival di Trento (quindi in una sede assai competente, per di più) fu, testualmente: “perché così, finalmente, anche il signor Rossi potrà andare ovunque voglia, in piena sicurezza”.

Questo, tradotto, significa che per il signor Rossi non ci saranno più limiti. Vuole dire predicare una gigantesca falsità alle migliaia di signori Rossi, allo scopo che questi comprino questo “dannato” oggetto… che non è importante qui sapere se funziona, o se non funziona.

Ecco l’accostamento che vi dicevo, tra no limits e sicurezza.

Dany Kiwi Meier, Zurs. Foto: Roberto Trabucchi
Fuoripista, Dany Kiwi Meier, snowboard, ZursMa davvero la sicurezza si può comprare? Non credo. E non te la possono neppure regalare. Qualunque oggetto di cui noi ci dotiamo è in grado di darci un servizio, più o meno utile o più o meno superfluo: ma non ci può garantire la sicurezza. Questa la si ottiene invece (ma sempre solo parzialmente) con la modestia, grande impegno, tanta fatica, talvolta con dolore, in molti anni di esperienze. Questi sono gli elementi catalizzatori del rinforzo di ogni sicurezza individuale. Così è sempre stato e sempre sarà, ce lo dice anche il buon senso.

In un momento storico come questo, in cui quasi sembra di ravvisare una maggiore importanza delle parole rispetto ai fatti, credo sia essenziale fare estrema attenzione alle parole che usiamo. Le magnifiche iniziative del Club Alpino Italiano comprese nel marchio “Montagna sicura” sono indubbiamente lodevoli, contribuiscono alla consapevolezza degli appassionati, sono vive e di successo, varie ed efficaci. Con le sezioni “Sicuri in falesia”, Sicuri sulla neve”, ecc. Ma hanno un peccatuccio originale che ne vizia il messaggio: il nome, “montagna sicura”. Anche qui si vogliono i signori Rossi? Non credo il CAI voglia questo. E dunque, perché (come ormai sostengo inutilmente da mesi) non cambiare quel nome aggiungendo semplicemente un “più”? “Montagna più sicura”.

Riflettiamoci. Noi stiamo dando importanza alle parole. Queste volano, vanno a maggior velocità dei fatti. Dunque abbiamo bisogno di precisione: non possiamo “bestemmiare” una montagna sicura quando sappiamo perfettamente che non potrà mai esserlo, neppure in una percentuale che vi si avvicini più di tanto: noi sappiamo questo, mentre i destinatari del messaggio non lo sanno e prendono purtroppo alla lettera quanto asserito.

E il cambio di nome non deve passare in sordina, al contrario dev’essere manifesto, come a sottolineare un’evoluzione nel linguaggio, una nuova presa di coscienza da parte del sodalizio.

Sono convinto che tanti più mezzi noi dispieghiamo per aumentare la nostra sicurezza, aggeggi comprati, tecnologie APPlicate, informazioni in tempo reale (nell’illusione di una sicurezza quasi totale), tanta meno importanza noi finiamo per dare a quella sicurezza che io chiamo interiore, quella da quasi tutti oggi trascurata. Nessuno può fare business sulla sicurezza interiore, ecco uno dei motivi (ma non è il solo) per cui non se ne parla. Però a mio avviso è, e resta, la prima dotazione di sicurezza che abbiamo a disposizione.

Vi faccio un esempio: prendiamo uno di questi matti (vabbè, matto lo sono stato anch’io…) che oggi va a fare il free solo, arrampicare su grandi pareti da soli, slegati, senza corda e senza imbrago. Mi viene in mente Alex Honnold, ma ancor prima tanti altri, tra i quali l’austriaco Hans Jörg Auer che sale il Pesce sulla Sud della Marmolada. Bravura e preparazione infinite, determinazione, ambizione. Il successo planetario. Ciò che colpisce è la concentrazione che gli deve essere stata necessaria, quella condizione (che non si ottiene certo in poco tempo) di spirito che gli intima di andare, nella certezza che, almeno in quell’occasione, non gli potrà succedere nulla.

Prendiamo lo stesso scalatore, dotiamolo di compagno, corda, mezzi e tecniche di sicurezza. Facciamogli fare la stessa salita. Per lui sarà un’autostrada, una danza, un motivetto fischiettato! E quella concentrazione della volta precedente? Non necessaria, quasi inutile, dunque accantonata. Buona per la prossima volta. Ecco ciò che voglio esprimere: più mezzi e tecniche = meno concentrazione (sicurezza interiore).

Maurizio Giordani in free solo su Tempi Moderni, parete sud della Marmolada

Giordani solo su Tempi ModerniQuesto ovviamente non significa che sia giusto trascurare i mezzi e le tecniche. Mi guardo bene anche solo dal pensare che l’ARTVA non sia necessario! Fa parte ormai della nostra cultura, assieme a pala e sonda. E anche all’air-bag!

Non è che bisogna dire no a questi strumenti. C’è solo da non avere eccessiva fiducia in essi. La maggior parte di questi sono mezzi di sicurezza passiva. L’ARTVA comincia a essere utile quando ormai l’incidente è avvenuto. Non confondiamo la maggior probabilità di essere estratti dalla valanga con la minor probabilità di incappare in essa!

Le previsioni meteorologiche sono ben altra cosa rispetto a solo 30 anni fa. Quando c’è alta pressione sulle Azzorre siamo tranquilli… Ma quando la meteo è incerta, abbiamo una considerevole percentuale di gente che fa attività in montagna, confidando nella cosiddetta “finestra” di bel tempo. Se avessimo previsioni del tutto inaffidabili, nessuno parlerebbe di “finestra”, qualcuno in più starebbe a casa.

Questo discorso porterebbe assai lontano, il mio scopo non è quello di convincere ma è solo quello di fornire dei bagliori di verità alternativa. Dunque sì alle informazioni, alle tecniche e alla strumentazione: ma senza diventarne schiavi o fanatici, senza attribuire loro maggiore importanza di quanta ne riserviamo al nostro istinto.

Ciò di cui prima di tutto dobbiamo dotarci è la modestia di fondo che ti dà il senso del limite, esattamente contro l’imperversare del no limits. Questa volta, decisi! Avere il senso del limite è una manifestazione di umiltà, di ricettività all’esempio e all’insegnamento degli altri, amici e non amici. E’ manifestazione di “amore” per la montagna perché c’è il rispetto per essa, che ti può dare indifferentemente gioia o dolore.

Umiltà vuole dire capacità di dare fiducia, dunque dare amore. Se c’è una cosa che quasi tutti noi facciamo malvolentieri è proprio il dare fiducia. E’ raro che lo facciamo. La diamo se siamo innamorati, quindi in una condizione di amore. E quanto al dare fiducia a noi stessi, alla totalità di noi stessi?

Non credo che un individuo convinto d’essere il “migliore” in qualche cosa sia un qualcuno che si dà molta fiducia. In realtà dà molta fiducia al suo corpo e alla sua volontà cosciente, ma poca all’intero se stesso.

E invece è essenziale dare fiducia alla totalità di noi stessi. Le azioni che noi compiamo nella giornata, le reazioni, le battute, le decisioni sono solo per il 10, massimo il 15%, governate dalla nostra coscienza. Il resto è determinato da scelte che avvengono nelle nostre profondità, proprio come succede al galleggiamento degli iceberg. E’ importante dunque, accettando la molto incompleta conoscenza di noi stessi, dare grande fiducia a ciò che ci dirige nel bene e nel male. E’ l’unico valido sistema per fare in modo che le nostre scelte profonde coincidano con la nostra sicurezza.

Pensate solo a questo: l’amore è selettivo. O sì o no. Lasciamo fuori per un momento (e solo per chiarezza) la possibilità di compromessi, l’amore di “convivenza”. L’amore è l’unico strumento per cui o è sì o è no. Ma allora ne consegue che è proprio l’amore che ci aiuta nei momenti di pericolo, perché ti dice rapidamente o sì o no. Ti scarta come ciarpame le statistiche di cui siamo invasi, le probabilità numeriche, le possibilità all’80%, al 60%, quando non al drammatico 50%. Ne fa piazza pulita in un microsecondo. O sì o no. Perché è questo che richiede il pericolo che stiamo affrontando. Decidere, e in fretta, quello che dobbiamo fare. Non cazzeggiare con le statistiche.

Fuoripista a Ischgl, Tirolo
Ischgl, Silvretta, Tirolo, fuoripistaDotiamoci di amore, perché è selettivo. Facciamoci permeare, senza avere vergogna di essere meno scientifici di altri. Avere dalla parte nostra l’istinto.

Il riconoscimento del limite (e dunque l’umiltà e l’amore) è l’unico passaporto per la vera responsabilità, la sola “carta” che ce la può permettere.

Un individuo responsabile è davvero libero (nel senso dell’essere dotato di libero arbitrio): perché non è libero chi “fa quello che vuole”, ma è libero chi fa dopo aver scelto. Gli individui sono responsabili perché hanno scelto, per questo sono liberi. Il limite non divide ciò che è possibile da ciò che non lo è: perché è soggettivo. Prima di tutto devi riconoscerlo tu. Sei tu che lo riconosci, dunque sei tu a valutare e a decidere. Ecco la scelta, quella scelta che ti rende responsabile e libero.

Occorre mettersi deliberatamente in modalità di ricerca. Ma occorre anche sapere cosa cercare, come quando vai per funghi in un bosco o in un esame chimico si cercano determinate sostanze con precisi test. E la ricerca è umiltà, perché impone di riconoscere che non si sa abbastanza.

C’è anche il caso particolare di chi è dominato dall’adrenalina. Costui ogni tanto fa anche grandi imprese, che occorre rispettare, ma l’adrenalina è amore corrotto, praticamente droga. C’è troppo risk taking, troppa predisposizione al rischio, con la conseguenza di avere una responsabilità tendente a zero che non ti fa crescere.

Ben più moderato e salutare è l’amore per l’imprevisto. Chi ha letto i libri di Bruce Chatwin sa cosa voglio dire. Davvero emozionante è la genialità con la quale Chatwin ci ha raccontato le sue avventure di viaggio. Questo mostro sacro del Novecento mica faceva viaggi con le agenzie che oggi parlano di travel engineering… quello partiva, non sapeva neppure quando tornare o se sarebbe mai tornato. Chatwin ci ha insegnato l’amore per l’imprevisto, con risultati grandiosi per la letteratura.

Non è che dobbiamo essere tutti dei Chatwin, ma è purtroppo vero che oggi nessuno desidera e ama l’imprevisto. Al contrario, deve andare tutto come previsto. Però l’amore per il non programmato favorisce l’istinto, lo allena, gli dà importanza. La parte nascosta di noi ha bisogno di riconoscimenti, non ne può più d’essere continuamente calpestata da modalità razionali.

Una slavina travolge uno sciatore in Engadina. Quella volta è andata bene. Foto: Marco Milani

Marco Spataro travolto da valanga in EngadinaCome l’animale sente o fiuta il pericolo, anche noi dobbiamo ritrovare questa primitiva dimensione istintuale, riappropriarci di quell’attitudine persa.

Con cultura davvero minima dal punto di vista scolastico, individui nati in montagna sono diventati, proprio per la loro attitudine istintuale, grandi guide tra i più eccelsi alpinisti. Dei veri e propri geni di montagna che hanno portato i loro clienti a scalare per 30-40 anni senza che mai gli fosse successo nulla. Uno come Angelo Dibona, tanto per fare un solo nome.

Ecco a cosa porta l’istinto, la prima arma che abbiamo quando siamo in pericolo o subito prima.

Vediamo alcuni esempi, alcune situazioni tipo, in cui l’istinto ci potrebbe aiutare più d’ogni altra cosa, smantellando i filtri che nel frattempo la nostra mente si è costruita. Filtri conoscitivi che viaggiano nella nostra psiche alla velocità della luce, che quindi non abbiamo tempo di riconoscere, ma che solo dopo poche ore tranquillamente siamo in grado di rifiutare:

overconfidence. La straconfidenza. L’ho sempre fatto… almeno altre venti volte… cosa ci sarà mai questa volta di diverso?

fissazione sull’obiettivo. La cima è lì… saranno neanche 100 metri… sta per venire giù un uragano ma non importa, ci siamo così vicini…

riconoscimento personale o di gruppo. La competizione tra gruppi o individui per un riconoscimento anche piccolo, banale. Il non darla vinta agli altri. Non mi farò mica fare le scarpe da quello là… non ci faremo mica fregare da quelli là…

aura dell’esperto. Il dio del gruppo, il più figo. Questo è il rapporto che c’è tra le pecore e il cane. Non si può abdicare dal nostro personale giudizio solo perché c’è qualcuno che (solo probabilmente) è più esperto di noi.

visione egoica. Per me è facile… dunque lo è anche per loro. Non è necessariamente proprio degli egoisti, anzi. Uno sprazzo di pensiero che ti fa prendere la decisione sbagliata.

occasione rara. Condizioni così non le vedo da vent’anni… e magari non le vedrò mai più… dobbiamo andare per forza! Però, se ti è venuto questo dubbio, un motivo ci sarà… magari c’è qualcuno che non sta bene, magari è già tardi… Un’occasione rara non va colta necessariamente.

il calendario. La nostra società c’impone di calendarizzare la nostra attività. I corsi di scialpinismo per esempio: uscita del corso il 10 gennaio al monte Qualunque. Ritrovo al pullman alle 5.30. Tutti si ritrovano, qualcuno sa bene che probabilmente c’è pericolo 3. Si dormicchia fino alla fine del viaggio, si scende, occorre prendere una decisione. Fa freddo. Beh, intanto andiamo a prendere il caffè. Beh, intanto cominciamo ad attaccare le pelli e a metterci gli scarponi, poi vediamo. Beh, cominciamo a fare i primi cento o duecento metri… e così il gruppo parte. Questo è esattamente quello che succede. E le cose non è che cambino in presenza di buoni istruttori o buone guide. Anche loro si lasciano prendere da questo infernale meccanismo di gruppo. Dunque facciamo pure la calendarizzazione, ma poi non dobbiamo seguirla manco fosse l’undicesimo comandamento del Sinai. Se quel giorno non è prudente andare, o se non è possibile in quella località una gita davvero alternativa, basta, non si parte e si va tutti all’osteria. E gli scarponi li lasciamo sul pullman!

Dobbiamo prendere decisioni, più o meno rapidamente, sia sugli sci che su roccia o ghiaccio, ma anche su un sentiero. Per la decisione occorre avere le informazioni, quelle scritte in una guida, quelle degli amici, i propri ricordi; occorre avere i bollettini meteo; al limite vanno bene anche i consigli del contadino.

Mai però prenderle per oro colato e soprattutto diffidare di ogni tipo di statistica, di quei giochini con le percentuali di successo o di pericolo. Non stiamo giocando al totocalcio.

Statistiche e informazioni devono sottostare e non precedere il nostro istinto, che dobbiamo coscienziosamente esercitare. Quello che una volta si chiamava “prudenza”, ciò che prima abbiamo chiamato umiltà e anche amore. Amore anche per l’imprevisto, perché l’imprevisto è magico. Stiamo parlando della magia della montagna, ciò che ci attrae e ci porta avanti.

Allorché alleniamo l’istinto è perché dimostriamo di dare fiducia all’inconscio, cioè la parte di noi che davvero ci governa e che in definitiva ha potere su di noi di gioie e dolori, di vita e di morte. Al contrario di altri governi, questo è l’unico a essere sempre “forte”. Data l’indiscutibilità dei suoi decreti, meglio far parte del consiglio dei ministri che dell’opposizione… e ricordiamoci che se davvero il nostro inconscio, per qualche lontano motivo, è davvero malato in profondità, un malato terminale, allora il modo di farci morire lo trova comunque, a dispetto di qualunque ossessiva forma di sicurezza.

Così ci si dovrebbe presentare all’appuntamento con i pericoli
Stubaital, Parco degli ucelli rapaci

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Nuovo Bidecalogo Punto 12. Sentieri, sentieri attrezzati e vie ferrate

Il Nuovo Bidecalogo del CAI, approvato a Torino il 26 maggio 2013, dedica il Punto 12 ai sentieri, sentieri attrezzati e vie ferrate. Potete consultare il documento finale e la presentazione del past-president Annibale Salsa, i due documenti sui quali ho lavorato per esprimere un mio parere sul Punto 12.

Sentiero attrezzato nelle Dolomiti di Sesto
Bidecalogo12-news_205_800x600Punto 12 (Sentieri, sentieri attrezzati e vie ferrate)
Sostanzialmente questo Punto 12 è uno dei meglio riusciti dell’intero Nuovo Bidecalogo.
Viene subito detto che lo Stato, risconosciuta l’importanza dei sentieri anche per finalità turistico-escursionistiche, ha demandato al CAI il compito di provvedere al loro tracciamento e manutenzione. Ma, in quest’ambito, sono prese subito le distanze dal tracciamento di nuovi itinerari, dall’ampliamento di quelli esistenti e soprattutto dalla proliferazione di sentieri attrezzati e vie ferrate “che spesso perseguono obiettivi estranei a un corretto spirito sportivo nell’affrontare le difficoltà” andando al contrario verso un’attività escursionistica non più a “debole impatto ambientale”.

In sostanza è giustamente riaffermata “l’importanza della rete sentieristica italiana, come bene di cultura e di pubblica utilità“, ma al contempo è detto con la giusta forza che “gli itinerari alpini, privi di manufatti, offrono esperienze indimenticabili… e dunque il CAI è, e resta, contrario all’installazione di nuove vie ferrate e/o attrezzate“.

Ma si va giustamente oltre, inseguendo quindi una visione moderna, meno colonizzatrice della montagna, affermando che il CAI “si adopera, ovunque possibile, per dismettere le vie ferrate esistenti, con la sola eccezione di quelle di rilevante valore storico”.

Una lieve critica va fatta alla dichiarazione (per fortuna non ribadita nella sezione “Il nostro impegno”) che “il CAI si adopera per la messa in sicurezza di particolari passaggi lungo itinerari molto frequentati“. Questa è contraddittorio con quanto asserito in precedenza, cioè sostanzialmente con la conclamata volontà di scoraggiare progressivamente il ricorso ad attrezzature di qualunque tipo. Questo passaggio andrebbe riscritto con una frase del tipo “il CAI si adopera per la manutenzione delle attrezzature già in essere su particolari passaggi lungo itinerari molto frequentati”. Annibale Salsa sottolinea: “… è scattata una moratoria, con invito a ridurre di numero, a ridimensionare o a cancellare nuovi progetti“.

Passando alla parte di impegno pratico, è detto che il CAI s’impegna affinché “le proprie Sezioni” si astengano dalla realizzazione di nuovi manufatti, con ciò lasciando intravvedere un certo scollamento tra le direttive di un CAI Centrale e le sue Sezioni. Scollamento che, almeno in questo caso, non dovrebbe esserci, pena l’inutilità di quanto affermato in linea teorica. Ci dovrebbe cioè essere più energia in questa direttiva.

Anche perché il problema non riguarda solo la costruzione di nuovi itinerari, ma pure la manutenzione di sentieri esistenti e soprattutto (assai più costosa) la manutenzione delle vie ferrate. Che il CAI permette e sottolinea per motivi di sicurezza, raccomandando solo la “totale rimozione dei residui nelle fasi di smantellamento e/o di rifacimento di opere preesistenti”.

In effetti dovrebbe risultare scontato che, in presenza di un itinerario attrezzato (sentiero o via ferrata), le posizioni possibili sono solo due: o lo smantellamento (totale) o la manutenzione a pieno titolo. Non ci può essere via di mezzo, proprio per questioni di sicurezza.

Uno spettacolare passaggio della via ferrata della cresta ovest del Koppenkarstein (Dachstein, Austria)
Bidecalogo12-klettersteig-am-dachstein-seilbruecke-am-westgrat-auf-den-koppenkarstein-

vedi Nuovo Bidecalogo del CAI Punto 11 (precedente)

vedi Nuovo Bidecalogo del CAI Punto 13 (successivo)

 

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Il giusto mix delle due sicurezze

L’intervista che segue mi è stata fatta da La Repubblica in occasione del convegno La sottile linea di confine tra sicurezza percepita ed effettiva in montagna, Finalborgo (SV), 28 febbraio 2015.


– Cosa si intende per L’illusione moderna della sicurezza globale, nel sottotitolo del convegno?

L’aggettivo “moderna” si riferisce al fatto che nei secoli scorsi nessuno si è mai illuso che una qualunque azione in mezzo alla natura più o meno selvaggia potesse essere “sicura”, né al 100% né in percentuali che vi si avvicinassero più di tanto. Si ha invece l’impressione che la nostra attuale civiltà da una parte spinga verso una cultura “no limit”, dall’altra freni ponendo spasmodica attenzione alla sicurezza. La sicurezza non si compra e non viene regalata. La si ottiene gradualmente con l’esperienza, con la fatica, con modestia e moderate esposizioni al rischio. Sono dell’opinione che quanto maggiore è la sicurezza esterna di cui disponiamo (aggeggi, ammennicoli, dispositivi di ogni genere) tanto inferiore sarà la sicurezza interna che sviluppiamo. Occorre perciò saper mixare abilmente le due sicurezze: è questo il processo che porta alla auto-responsabilità e quindi alla libertà di scelta.

Foto: Tourismusverband Stubai Tirol
Stubaital, alpinisti– Cosa intendete per “gestire il senso del limite nella frequentazione della montagna”?

Dicevo prima che il “no limit” è una manifesta tentazione della nostra civiltà attuale, schizoide se si considera la pretesa di far coesistere “assenza di limite” e “sicurezza”. Dobbiamo perciò difenderci da questa suggestione e considerare che il nostro limite è il nostro passaporto verso responsabilità e libertà. Gestire quest’avvertenza è il compito dell’individuo, ma anche della società. Non è tanto importante predicare che abbiamo tutti dei limiti quanto cercare di convincere che il limite in fin dei conti gioca dalla nostra parte.

– Il concetto di rischio è qualcosa con cui l’alpinista, e in generale chi frequenta la montagna, deve per forza fare i conti. Come va affrontato?
Sapendo che v’è un limite ben preciso, anche se variabile nel tempo e nelle condizioni e negli individui/gruppi, abbiamo coscienza di esporci comunque a un rischio. Ciò che era scontato, e lo è sempre stato nei secoli passati, oggi l’illusione di un mondo sicuro ne impedisce l’attuazione ai più. Essere consci di rischiare non significa rischiare di più, anzi è vero il contrario.

– A livello generale – parlo dell’opinione pubblica, dei gitanti della domenica, degli sciatori per un giorno – manca invece la reale capacità di riconoscerlo, e di trattarlo nel modo giusto. Come si dovrebbe affrontare il problema, a livello pratico e anche culturale?
Un elemento lo si riconosce quando lo si “cerca”. Gli esami medici ricercano nel sangue precise sostanze o percentuali. Per avere un’informazione però bisogna cercarla. Avere nel proprio atteggiamento questa ricerca. Il riconoscimento del rischio deve sfruttare prima di tutto il nostro istinto (oggi abbastanza trascurato) poi le informazioni esterne. Purtroppo chi non ha alcun allenamento all’istinto deve appoggiarsi solo sulle informazioni esterne. A livello pratico e culturale bisogna insistere su questo allenamento, ma si deve partire già dalla famiglia e dalle scuole elementari, con un atteggiamento di vita che di certo gli allievi non possono assorbire da genitori e maestri che ne sono privi (o ne sono stati privati). Altro che nozionismo!

– Pensi che i media affrontino nel modo giusto il tema?
I media sono lo specchio purtroppo assai fedele della società. Il movimento culturale che dovrebbe portare alla gestione individuale del limite è al momento assai “carbonaro”. La cultura ufficiale gli è contro, fino a che la montagna sarà “assassina”, fino a che si crederà di risolvere tutto con divieti e sanzioni e fino a che si darà spropositato potere ad avvocati e giudici pensando di avere diritto al risarcimento per qualunque sinistro si sia subito. No, i media non stanno affrontando nel modo giusto questo tema, ma non è colpa loro. E’ colpa nostra.

Cima di Pino Sud, 1a ascensione parete est, A. Gogna sotto al tetto, 29 agosto 2005. Foto: Matteo Sgrenzaroli
Cima di Pino Sud, 1a ascensione parete Est, A. Gogna nei tiri difficili sotto al tetto– Della querelle eliski cosa ne pensi? E dei bikers sui sentieri? E in generale su tutte le forme di attività outdoor che fanno vivere la montagna in maniera molto, molto poco “ortodossa”?

Non posso fare di ogni erba un fascio. L’eliski è una piaga perché inquina il rispetto che tutti dovremmo avere per la montagna come bene comune. Altra piaga è lo scorrazzare con mezzi motorizzati (motoslitte, trial, enduro, ecc) su valli e sentieri. Pur essendo vero che un turismo motorizzato, proprio per i vincoli cui è sottoposto, può essere meno chiassoso e invasivo di quello pedestre (quando questo è praticato da dissennati e maleducati), rimane il fatto che questo tipo di giochi sono il sintomo di una società malata e incapace di divertirsi serenamente senza l’uso di toys. I divieti sono del tutto inutili per scoraggiare queste tendenze: anche qui è la società che deve iniziare un processo di “guarigione” rinunciando alla spremitura del pus dagli sfoghi cutanei.

– La gente di montagna ha già le sue leggi, scritte e non. A livello normativo, in Italia, pensi si potrebbe fare di più per tutelare monti e montanari?
La gente di montagna non esiste più in quanto tale. Il mondo moderno si può dividere in metropolitano e non metropolitano. Le leggi di un tempo, scritte o no, siamo tutti noi a doverle recuperare, riconsiderare, cittadini e non cittadini. Se per livello normativo s’intende smetterla di considerare cittadini di serie A e B, allora sì, si può fare di più! Non dimentichiamo che a livello governativo la montagna è stata per decenni trascurata almeno quanto lo sono state le periferie metropolitane, dove il disagio è evidente.

– Cosa ha da insegnare, la montagna, e cosa chi non la frequenta pensi non riesca proprio a capire chi la vive?
L’utilità della frequentazione della montagna è individuale quindi, per sommatoria, anche sociale. C’è chi si adopera per aiutare giovani disadattati, drogati e semi-delinquenti a trovare motivazioni personali tramite la montagna e lo splendido ambiente che tutti affascina. Chi non ha questi problemi sa bene quanto sia importante e rigenerante poter vivere in una dimensione naturale: deve solo procedere nell’esperienza del riconoscimento del limite. Chi in montagna c’è nato deve smetterla di considerarsi un figlio di un dio minore, questo atteggiamento non porta lontano né lui né chi è nato in città.

– Mi fai un quadro dello stato di salute dell’alpinismo internazionale, ma anche nazionale? È un mondo in evoluzione? In meglio? In peggio?
L’alpinismo mondiale non potrebbe vivere un momento migliore. Ci siamo liberati della stampa e dei media che qualche decade fa ci stava con il fiato sul collo e che adesso è del tutto non interessata alle grandi imprese, tranne rari quanto inopportuni episodi incendiati dai social. E’ il momento di apprezzare ciò che di bello succede (centinaia di grandi avventure ogni anno di cui poco si parla) e di prendere le distanze da modi di frequentare la montagna perniciosi o potenzialmente tali (spedizioni commerciali, attrezzature a ferrata di itinerari vecchi e nuovi, competizioni sci alpinistiche e podistiche spettacolarizzate oltremodo). L’evoluzione passa attraverso la rinuncia alla competizione. Devono essere rivalutati gli altri generi di obiettivi, con la competizione imperante l’obiettivo è sempre uno solo, vincere. La moltitudine di obiettivi individuali è la futura ricchezza.

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Aziende e sicurezza

 Aziende e sicurezza

Dal 20 al 22 febbraio 2015 si è svolto a Rjukan, Norvegia, l’annuale meeting Rjukan Icefestival, un’iniziativa che ormai ha superato la ventina di edizioni.

La manifestazione è stata funestata nell’ultima giornata dalla tragica caduta mortale della guida alpina valtellinese Pietro Biasini, evento che tanto dolore e sgomento ha provocato in chiunque lo conosceva.

Pietro Biasini
Aziende-media-Pietro.Biasini

Rjukan è un centro di circa 6000 abitanti nel sud della Norvegia, con rilievi che arrivano a 1883 m. Nel 1978 gli scalatori norvegesi Marius Morstad e Bjørn Myrer Lund vi scalarono la prima cascata di ghiaccio, Rjukanfossen. Da lì partì l’interesse per questa località, che è diventata oggi uno dei centri più popolari per gli appassionati di tutto il mondo, con oltre 190 cascate scalabili. E’ del 1993 la prima edizione del festival che, partito in sordina e limitato ai locali, oggi è internazionale.

Negli anni ci sono state le partecipazioni di scalatori ben noti, come Franz Fisher, Carlos Wagner, Tomaz Humar, Will Gadd, Harry Berger, Ines Papert, Kristen Reagan, Robert Caspersen, Trym Sæland, Gøran Kropp, Nick Bullock e molti altri. Tutti hanno contribuito a portare nuove tecniche sempre più aggiornate, con il loro esempio pratico e le belle conferenze serali.

Il 17 febbraio 2009 due partecipanti al festival caddero dalla sosta della 4a lunghezza di Bølgen. Uno di essi non sopravvisse. Nel 2014 si era sfiorata la tragedia con un incidente che avrebbe potuto avere gravi conseguenze. Nel 2015 è ri-successo, questa volta alla guida alpina italiana. Ragazzi di tutto il mondo erano lì tutti assieme per chiacchierare, scambiarsi esperienze, provare nuovi materiali e assistere alle serate. La facilità con la quale lì s’incontrano persone piacevoli è la forza di questo meeting. Non ci voleva proprio.

La presenza degli sponsor è abbastanza ingombrante, specie nell’area Krokan, facilmente accessibile. Altoparlanti, pubblicità, musica ad alto volume. Le ultime novità in fatto di materiali destano grande interesse, con marche come Black Diamond, Petzl e Grivel. L’idea è quella di far provare ciò che si vuole, le ultime piccozze, le viti da ghiaccio di ultima generazione, i ramponi.

E’ evidente che su una cascata di ghiaccio l’equipaggiamento è di assoluta importanza. Con gli ultimi attrezzi anche scalatori mediocri possono raggiungere risultati notevoli. Il progresso tecnico in questo campo ha fatto miracoli, fin dai tempi delle prime punte frontali dei ramponi (Grivel, 1929).

Tutto questo merita attenzione, perché enfatizzare troppo il progresso spesso porta a una diminuzione della vera sicurezza. Le grandi aziende condizionano i consumatori sussurrandogli abilmente i vantaggi del rinnovare spesso la dotazione individuale comprando a caro prezzo le ultime novità. Ma quando questa morbosa attenzione al materiale, in uno sport potenzialmente pericoloso, sostituisce i dettami fondamentali per una pratica “sicura”, beh allora occorre riformulare nuovi indirizzi.

Possiamo parlare di “effetto superman”, proprio come succede a Clark Kent quando si mette in costume e magicamente acquista i super-poteri. Succede che essere dotati di equipaggiamento che ci fa sentire bravi porta a sentirci invincibili, anche se la realtà è ben differente.

Aggiungete il mitragliamento di immagini delle riviste, di dvd e di clip da you-tube dove si vedono i migliori fare cose mai viste con quell’equipaggiamento. E’ quasi consequenziale che, almeno a un certo livello, lo scalatore medio e il principiante si sentano autorizzati ad aspirare a vie non proprio alla loro portata.

Rjukan Icefestival 2014, settore Krokan
OLYMPUS DIGITAL CAMERAPotrebbe sembrare stupido, la maggior parte sa quanto allenamento e fatica i più bravi abbiano dovuto fare per essere tali. Ma per taluni non è così, e l’equazione miglior materiale = miglior scalatore è per costoro quasi assiomatica. Dopo tutto viviamo in un mondo mediatico, dove però il messaggio costante “compra questo per avere questi vantaggi” si sta rivelando il miglior passaporto alla tragedia.

Non vedo avvisi da parte dei costruttori e venditori riguardo a questo pericolo, non necessariamente riservato ai principianti. Mi riferisco a quello che gli americani chiamano “health warning”. Oggi non ci sono più pacchetti di sigarette senza questo tipo di avvertimenti, che richiamano a una responsabilità. Ma non voglio dire che siano necessari messaggi tipo quello che vedete qui sotto nel foto-montaggio.

Attenzione: scalare può essere pericoloso. Pensa se hai le capacità per farlo in sicurezza
Aziende-media-ice-climbing-Petzl_1024x768

Di certo però sarebbe bene che le aziende aiutassero a promuovere quegli aspetti di quest’attività (o di altre similari) che riguardano le capacità tecniche e tattiche assolutamente necessarie. Sarebbe una loro responsabilità morale.

Non vorrei neppure che venissero intensificate, in manifestazioni come quella di Rjukan, le misure per una sicurezza imposta e sorvegliata. Non è così che si educa. Finito il festival tutto sarebbe come prima.

Nessuno sostiene che le aziende siano responsabili per gli incidenti. Tutti i praticanti sanno che l’attività è a proprio rischio. Ma certamente il linguaggio promozionale e pubblicitario dovrebbe insistere di più sui pericoli e meno sulle qualità del nuovo prodotto: questo sarebbe un comportamento responsabile di chi, alla fine dei conti, comunque spinge a praticare un’attività potenzialmente pericolosa.

Certo non è attrattivo pubblicare statistiche di incidenti o cose del genere. Però parlare delle tecniche necessarie sarebbe giusto e anche gradito dagli utenti. Sarebbe così difficile o costoso per le aziende dire “allora, andate con questi viti da ghiaccio, ma se non siete sicuri di ciò che fate andate là a scalare X con qualcuno che ti mettiamo a disposizione per farti imparare e migliorare”. Sarebbe bello che le aziende devolvessero una parte degli utili per accrescere le capacità e l’esperienza del principiante. Organizzando workshop gratuiti. E ciò lo si potrebbe promuovere anche e soprattutto nell’ambito dei festival.

Di certo aiuterebbe a sviluppare confidenza in quelli che non soffrono di “sindrome da superman” bensì di sindrome “mancanza di confidenza”. I consigli gratuiti e l’assistenza alla lunga ripagherebbero le aziende dell’iniziale e necessario investimento economico.

Sarebbero queste le novità obbligatorie a un festival per essere davvero brillante e responsabile. Non avrebbero evitato la morte di Pietro Biasini, che non aveva certo bisogno di alcun consiglio dalle aziende, ma avrebbero nobilitato l’intera manifestazione. Per essere davvero coerenti con ciò che loro stessi hanno scritto nella loro presentazione: “la ragione principale per questo evento no-profit è sempre stata quella di radunarsi, socializzare e imparare sempre di più al riguardo di una scalata su cascata più difficile e più sicura http://www.rjukanicefestival.com/ “.

Aziende-media

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Un alpinismo non più da prima pagina

Un alpinismo non più da prima pagina

intervista di Erika Varesi ad Alessandro Gogna (apparsa su L’Orsaro, n. 6, 2014, con il titolo La nostra montagna, principi e valori)

Se guardiamo agli articoli sui giornali, alle discussioni, all’evoluzione degli accadimenti, parlare di montagna ci porta necessariamente sempre più di frequente a confrontarci, e a dover fare i conti, con aspetti della vita in senso lato. In realtà non una novità, ma l’alta frequentazione della montagna, l’uso e l’abuso che se ne fa di essa, lo sviluppo delle tecnologie hanno reso più evidente l’evolversi di una mentalità che anche all’interno della montagna cerca di definire leggi e regolamentazioni, invadendone contemporaneamente gli spazi e in parte trasformandola in un bel parco giochi. Alessandro Gogna, alpinista che ha segnato la storia degli ultimi decenni, lo sa bene, oggi che tra le diverse attività, ha preso a cuore le sorti della montagna e di chi la frequenta. Non c’è solo il discorso “sicurezza e libertà”, ci sono anche l’ambiente, la qualità del nuovo alpinismo e il come l’alpinismo continui ad esistere.

«Nel mondo a noi circostante oggi tutto tende a fondare il benessere sulla nostra sicurezza, parzialmente imposta o posta come unica importanza – esordisce Gogna durante la nostra intervista – I francesi parlano di société sécuritaire. Fin da piccoli siamo spinti a evitare i pericoli e a evitarli soprattutto con metodi e strumentazioni che sono acquistabili o imposti dalla legge. Nella mia attività cerco di dimostrare che esiste una relazione precisa tra sicurezza, responsabilità, libertà».

Forse è una questione di società che, come ha creato un codice della strada, un codice civile e penale, una società religiosa con i suoi precetti, ora cerca di regolamentare quella parte di noi che vorrebbe invece poter usufruire di libertà, autodeterminazione e di scelta. «Ma perché oggi in primo piano ci sia la montagna non lo so. Però sì, c’è una sempre più un’eccessiva ricerca del colpevole, come nella società».

Alessandro Gogna, 67 anni fa (con la mamma Fiammetta)
A. Gogna e la madre Fiammetta Amej Gogna, bagni Monumento di Genova, 1948 (?). Foto: S. Del Boccio

Quali sono le conseguenze per chi va in montagna?
«Se oggi una guida alpina porta un cliente in posti che conosce a menadito, può essere penalmente rilevante il fatto che, in caso di incidente, la guida non avesse avuto con sé il gps. È una follia: la guida alpina non avendo il gps è colpevole. Qualcuno potrebbe avere il sospetto che dietro possa esserci lo zampino commerciale, ma stento a pensare che tutto questo trambusto culturale, questa società sécuritaire sia dovuta solo all’aspetto economico. Il problema arriva con una citazione in giudizio. Una seria preoccupazione per le guide alpine, ma anche per gli accompagnatori dilettanti e professionisti».

Già, come per gli accompagnatori delle Scuole del CAI.
«Racconto un fatto. All’interno del CAI SEM di Milano un allievo dopo essere stato portato su una ferrata ed essere stato vittima di un infortunio (l’allievo nel percorrere una scala perse la presa su di un piolo e scivolò per la lunghezza del cordino cui era assicurato, poco più di un metro, riportando una frattura al piede, ndr) fece causa alla scuola. Sinceramente sono contrario al fatto che il CAI porti gli allievi sulle ferrate – ma a parte questo che rientra in un altro discorso come l’eliski, e quindi fa parte delle comodità – il CAI SEM è stato citato in giudizio e ha perso la causa 17 anni dopo l’accaduto. Era il 1995 e nel 2012 in Cassazione è arrivata la sentenza definitiva definendo il CAI colpevole. Questi sono i rischi, in una società che sempre più spinge a far causa contro qualcuno per qualsiasi cosa accada, con lo scopo di farsi risarcire, assistendo a denunce e richieste di danni che sono assurde persine nella loro impostazione».

Prima hai portato l’esempio del gps: consideri indispensabile oggi la tecnologia?
«lo distinguo il materiale in due: quello sempre più evoluto che mi permette una miglior prestazione, tipo una piccozza, materiale avanzato e che ha la sua funzione, la sua ragione di esistere in una progressione più efficace che prima non c’era. Poi, c’è il materiale per la sicurezza, una bella cosa: dobbiamo sapere che esiste e dobbiamo imparare ad usarlo; ma può essere dannoso, specialmente per chi non ha una grandissima esperienza di montagna inducendo a pensare che con quell’attrezzatura, quella strumentazione si possa essere già a posto».

Cosa vuoi dire sicurezza in montagna?
«Ricordo il famoso manifesto del CAI, parliamo di 35 anni fa: “montagna severa” con il disegno di una vecchia guida. Oggi invece si parla di una “montagna sicura”. Nessuno vuole una montagna insicura, il pericolo ad ogni costo, ma parlare di montagna sicura prevede e sottolinea che ci possa essere una montagna sicura, basta che tu lo voglia. Ma non esiste la montagna sicura. C’è una montagna più o meno sicura, ma non sicura. È già sbagliata la definizione. Pensiamo a tutte le frasi fatte: le guide che ti portano in piena sicurezza, l’itinerario che è stato rimesso a posto, come dicono i tedeschi “saniert”, risanato come se prima fosse marcio. Sono tutte cose che sottolineano la volontà di un ordine razionale apollineo, come se noi potessimo sempre prevedere tutto il rischio e nullificarlo. Questo a beneficio anche delle società di assicurazione… C’è il rischio gravissimo secondo me di dare meno importanza alla propria sensibilità, alla propria intuizione, alla propria capacità di distinguere nei confronti, per fare affidamento solo su quelle che sono le sicurezze indotte tramite strumentazione, consigli, informazioni, internet, anche divieti, tutto».

Ecco il nodo cruciale: la libertà di scelta e il diritto all’autodeterminazione.
«L’individuo oggi si trova nella condizione di fare scelte che non sono dovute alla sua esperienza, ma rispondono a ciò che gli è stato messo intorno. Non solo in montagna. Le scelte non sono personali ma di altri e questo vuoi dire che la nostra responsabilità e la nostra autocoscienza diminuiscono. Questo ha una valenza ancora più importante quando si va ad analizzare cosa vuoi dire libertà. C’è chi pensa che libertà sia fare quello che si vuole, lo non penso questo. Quella è la libertà del bambino non della persona adulta. La libertà c’è solo ed esclusivamente se prima c’è stata un’analisi – anche in mezzo secondo se necessario – precisa di quello che si sta facendo. Nel momento in cui si fa una scelta possiamo definirci responsabili, e questo investe diversi aspetti: l’obiettivo tuo, ciò che ti porti con te, i tuoi compagni, i tuoi compagni in quel momento. La responsabilità è molto complessa ma anche molto importante e se viene utilizzata prendendo tutti i punti di vista che sono in nostra conoscenza, allora siamo uomini liberi. Se invece ci lasciamo prendere dall’adrenalina, dalle forti emozioni questa non è libertà, è un’altra cosa. Non devo essere attratto da una visione adrenalinica della vita perché non può durare».

Alessandro Gogna e Roger Schaeli
NonPiùPrimaPagina-Orsaro-c9366833e84586239c12affc265433a2Due anni fa tu stesso sei stato fondatore dell’Osservatorio per la libertà in alpinismo e in montagna. Cosa è successo in questi 24 mesi?
«L’Osservatorio è nato proprio dalla considerazione che la società sta andando verso divieti, regolamentazioni,, imponendo con una legge e con una sanzione una decisione che invece dovrei essere io a prendere. Questo è il punto chiave. Continuiamo a sostenere che un divieto posto da un’amministrazione viene emanato per tutelarsi. Ma è proprio così impossibile parlare di consiglio e non di divieto? Solo così verremmo trattati da adulti e non da bambini o cittadini di serie b. Per me è essenziale. Tanto più che questi divieti dovrebbero essere fatti almeno in modo intelligente. Nel comune di Fivizzano dopo il terremoto di giugno 2012, l’amministrazione promulgò il divieto di frequentazione di tutta la zona comunale delle Alpi Apuane che insiste su quel territorio. Lì non poteva andarci nessuno… tranne le guide alpine e le guide del parco delle Apuane con i loro clienti. Questa ribadisco è follia. Il terremoto risparmia la guida alpina e anche i suoi clienti? Mi sono informato: a maggio di quest’anno il divieto era ancora valido. Tutti ormai se ne fregano, ma il divieto c’è».

L’alpinismo è fallito. Lo ha detto Messner nel giorno del suo 70° compleanno. Sei d’accordo?
«Messner è il migliore del mondo e questo non si discute, un uomo di grande capacità analitica, ma questa affermazione non posso accettarla. Anche Bonatti lo disse in un articolo del 1975. Entrambi si sono trovati a cadere in questo errorino… Seriamente, come si può dire una cosa del genere? Guardate solo cosa succede ai Piolets d’Or – una manifestazione che personalmente mi fa venire i brividi perché secondo me nessuno dovrebbe andare a vincere un premio da nessuna parte sull’alpinismo. Ma chi fa i Piolets d’Or cosa sta facendo alpinismo d’avventura o gioca? Steve House non ha giocato sul Nanga Parbat sul Rupal, accanto alla via di Messner, fatta in stile alpino».

Come spieghi però che le grandi conquiste di soli pochi decenni fa avevano un valore storico e etico molto più forte di grandi imprese compiute oggi? Colpa delle sponsorizzazioni? Di una comunicazione sempre più immediata e non riflessiva? Di un numero maggiore di alpinisti? O davvero ormai è stato tutto fatto?
«È verissimo, l’alpinismo non va più in prima pagina. Ci andava negli anni ’70 – ’80 un po’ negli anni ’90. Ma se non c’è più quest’interesse morboso, questo eroismo a tutti i costi, allora vuoi dire che non c’è più l’avventura? Questo è sbagliato. Basta vedere cosa stanno facendo i giovani, cose incredibili un tempo impensabili, e le stanno facendo con minor dispendio di mezzi, in uno spirito di ecologia totale, senza spedizioni di mille portatori, senza elicotteri… Solo perché non ne parlano i giornali non esiste? A me non spiace francamente che l’alpinismo non vada più in prima pagina. Sono cambiate sì delle cose, ma che venga negata la sua esistenza, no».

Recentemente sei stato invitato a intervistare Hervé Barmasse che nel marzo scorso ha compiuto il primo concatenamento invernale delle quattro creste del Cervino. Tua invece la prima assoluta al Naso di Zmutt nel 1969. Cosa vuoi dire per te confrontarti con gli alpinisti di oggi?
«I protagonisti sono loro. Sarebbe un errore mettersi in un’altra dimensione di rapporto. Se solo mi sfiorasse il dubbio che noi vecchi queste cose le abbiamo già viste, le facevamo meglio, devo essere preso e allontanato. Io posso dire di avere una conoscenza».

C’è un alpinismo che si fa per sé e un alpinismo che si fa per gli altri? È forte la competizione tra alpinisti o è una costruzione per il pubblico?
«La competizione c’è e c’è sempre stata. Prendiamo l’esempio classico del Cervino, era il 1865: si sono scannati fintanto che l’hanno salito questo Cervino. È stata una competizione tra Whymper e Carrel che non si è più vista dopo uguale. La competizione è una componente dell’alpinismo, anche dell’alpinismo d’avventura. Detto questo però se diventa solo competizione si compie un passaggio culturale che è di grave importanza: si sposta l’attenzione tra l’uomo e la montagna a quello che è il rapporto tra gli uomini, e la montagna va necessariamente in secondo piano, diventa sfondo. Si rende la montagna palcoscenico delle gesta. L’alpinismo tradizionale non vuole questo, vuole un rapporto paritetico».

Guardiamo un po’ alla storia dell’alpinismo: quali sono secondo te i grandi nomi?
«Ce ne sono un’infinità. I primi che mi vengono in mente Cassin, Yvon Chouinard; Chouinard è tutt’ora un grande, una persona di grandissima apertura, quello che per primo ha individuato il tema ambientale e che ha cercato di portarlo in azienda con Patagonia. Poi Angelo Dibona, maltrattato dal fascismo perché nato in territorio austro-ungarico; Dibona non è mai diventato nessuno ma invece di morire povero in canna come è morto avrebbe dovuto morire serenamente e in modo consono a quello che ha dato all’alpinismo mondiale: dal 1908 al 1914 e poi dopo la guerra ha fatto cose per le quali io lo definisco il Messner di allora, su roccia e su ghiaccio; vedere come è stato trattato dal fascismo, l’oblio in cui è stato messo è indegno. Questi sono personaggi che mi hanno sempre colpito, ma ce ne sono tanti altri: Joe Brown, Don Whillans, Charlie Porter. Anche donne, Catherine Destivelle per esempio, ma ce ne sono tantissime che hanno fatto o fanno cose incredibili. Riempirei dei volumi di nomi… Dülfer, Piaz, Mummery…».

Cosa apprezzi e cosa rimpiangi di più nell’alpinismo di ieri e di oggi?
«Quello che rimpiango di più è la gioventù! Che dire… Sono stato a una conferenza stampa di Matteo Della Bordella, recentemente tornato da questa impresa in Groenlandia con due suoi amici: sette giorni di canoa, altri due per arrivare all’attacco, campo base, quattro giorni di salita, la discesa, qualche altra salita, ancora otto giorni di kayak per arrivare al primo villaggio. Il tutto in mezzo all’orso bianco; e loro tre in un posto fuori dal mondo. Vedere Matteo mi ha fatto impressione. Vedere questo ragazzo anche un po’ emozionato, negli occhi e nella voce gioia e entusiasmo per quello che aveva avuto la fortuna di fare: è quello che noi dobbiamo aspettarci adesso dalla nostra vita. Bisogna lasciarsi contagiare da questo entusiasmo. Poi la montagna è cambiata per quello che l’abbiamo fatta cambiare noi».

Prima di terminare, cosa rende forte un alpinista?
«lo credo sia la sua umiltà, il fatto di rapportarsi con la montagna nella maniera giusta; e in qualche modo è l’esercitare questa forma di responsabilità e di rapporto con il pericolo che lo fa vincente».

Alessanro Gogna, oggi
NonPiùPrimaPagina-Orsaro-Alessandro-Gogna-Photo-courtesy-grivel.com_

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Le ragioni del “No eliski” non sono quelle della sicurezza

Le ragioni de No eliski non sono quelle della sicurezza
Le fotografie sono di Jacob Balzani Lööv

Il 29 marzo 2015, come programmato, si è svolto in val Vannino il raduno NO eliski in Val Formazza – né altrove sulle Alpi.
Erano presenti 59 persone persone che, presa la seggiovia da Valdo, hanno poi proseguito con gli sci e le ciaspole, per tutta la val Vannino fino al rifugio Margaroli. Qui, dopo le foto, è stato firmato da tutti i partecipanti il libro del rifugio, a testimonianza di un passaggio silenzioso e rispettoso verso la montagna e tutti i suoi ospiti. Hanno aderito, tra i tanti, le Guide Alpine Alberto Paleari e Marco Tosi (quest’ultimo assente per via di una gara di scialpinismo), Mountain Wilderness Italia e Svizzera e le sezioni CAI Est Monterosa (ad eccezione di Macugnaga e Formazza).

L’eli-divertimento e l’eli-abuso sono condannabili ovunque li si pratichi”. Lo ribadisce ora Carlo Alberto Pinelli, presidente di Mountain Wilderness, in una lettera aperta al ministro dell’Ambiente e a quello di Trasporti. Questa lettera è l’ennesima denuncia della mancanza di una vera regolamentazione a livello nazionale sull’eliski. Nel 1988, l’allora presidente della Commissione Tutela Ambiente Montano (TAM) del CAI, Bruno Corna, protestava contro la colonizzazione motorizzata delle montagne italiane. Subito dopo ci furono le manifestazioni di Mountain Wilderness, in Valgrisenche e altrove. Trento e Bolzano, già dal 1996, hanno vietato questa pratica sulle loro montagne; la Valle d’Aosta ha regolamentato; in Francia l’eliski è vietato senza eccezioni.

Salita al Clogstafel
Formazza2-Val Vannino
Dal lontano 1988 siamo ancora in attesa di una legge dello Stato. Contro ad essa ci sono ovviamente gli interessi economici, ma anche opinioni. Una per tutte, quella di Guido Azzalea, presidente delle guide valdostane: “D’estate un elicottero – ironizza – vola regolarmente dentro un parco nazionale per portare su e giù viveri e immondizia dai rifugi: un animale non vede la differenza tra questo e un elicottero che fa eliski o anche soccorso (intervista di Montagna.TV)”. Appunto: d’estate! Non d’inverno o di prima primavera quando gli animali sono stremati dal lungo periodo di neve e freddo, senza pascolo.

Alberto Paleari guida il gruppo con la bandiera di Mountain Wilderness, 29 marzo 2015
Momenti della marcia contro l'Eliski in Val Vannino.

La manifestazione in Val Vannino è stata del tutto pacifica, senza alcun tipo d’incidente verbale con gli oppositori. Qualcuno ha proseguito fino al Lago Sruer, o anche fino al Passo di Nefelgiù. E’ da sottolineare l’affiatamento dei partecipanti, l’entusiasmo di scialpinisti e ciaspolatori in rappresentanza di parecchi CAI piemontesi e lombardi. Da segnalare anche la presenza del delegato piemontese di Mountain Wolderness, Toni Farina, da lungo tempo sulla breccia delle lotte ambientaliste.

Eppure i segni di possibili polemiche c’erano già dai giorni precedenti. La Repubblica di Torino titolava (27 marzo), sull’onda emotiva del grave incidente di eliski a Cesana che ha visto la morte di due sciatori Mathieu Ricchi e la guida alpina Luca Prochet: “Dopo l’incidente di Cesana arriva in Regione la grana dell’eliski”.

Salita in Val Vannino, 29 marzo 2015
Formazza2-Val VanninoL’articolo denuncia che, data l’assenza di regolamentazione, “soprattutto sulle vette di confine regna l’anarchia. E le società francesi, cui in patria l’attività è severamente vietata, offrono i loro servizi per depositare sciatori sui versanti piemontesi”.

Veniamo a sapere che l’assessore regionale all’Ambiente Alberto Valmaggia prende tempo e promette che la Regione si occuperà del problema. Ma già a gennaio c’era stata la lettera aperta a Chiamparino (vedi nostro post), con annessa raccolta di firme, dell’avvocato torinese Matteo Guadagnini che chiedeva proprio a Chiamparino un intervento sul tema. L’articolo concludeva con la frase “L’incidente di ieri versa altra benzina su un tema già infuocato”.

Sempre La Repubblica di Torino, il giorno dopo 28 marzo, accentuava i toni emotivi sulla questione con il titolo “Val Thuras, il contratto shock dell’eliski: “Accetto tutti i rischi compresa la morte“.

Oltre ai particolari della dinamica dell’incidente, veniamo a sapere (a firma di Federica Cravero) dell’apertura d’inchiesta per omicidio colposo del pm Raffaele Guariniello, ma anche di particolari come la liberatoria firmata prima del volo.

Salita in Val Vannino, 29 marzo 2015
Formazza2-ValvanninoLoov

Perché stiamo riferendo di questi articoli? Perché riteniamo che siano assai pericolosi per la causa dell’abolizione dell’eliski. Nessuno dei partecipanti alla manifestazione del 29 marzo approvava che si facesse confusione in questo modo. “No agli avvoltoi”, diceva Alberto Paleari.

Mai e poi mai si vorrebbe che la regolamentazione dell’eliski o il divieto di pratica venissero ottenuti con lo spettro della sicurezza, per questioni cioè che si scontrerebbero immediatamente con la libertà di andare in montagna. Voglio far notare che secondo questa logica, se è pericoloso l’eliski oggi allora domani lo sarà tutto il fuoripista.

Nella lettera di Carlo Alberto Pinelli prima citata c’è un passaggio pericolosissimo: “Eppure una lunga serie d’incidenti” – osserva Pinelli – avrebbe dovuto indurre il legislatore a prendere in considerazione interventi urgenti. Tali incidenti si sono intensificati durante la corrente stagione, come puntualmente i media hanno riportato. Anche qualora non si reputasse opportuno quel divieto generalizzato che noi continuiamo ad auspicare, non è più procrastinabile una rigorosa regolamentazione del settore, orientata in primo luogo verso la sicurezza, ma anche verso il rispetto dell’ambiente”.

In effetti la stagione 2014-2015 è stata segnata da tragedie eliski come quella di Valgrisenche, oppure di Livigno, oppure ancora come quella di Cesana Torinese. Disgrazie sulle quali occorre sempre meditare.

Ma, a nostro parere, guai se si arrivasse a regolamentazione o divieto solo sull’onda di queste tragedie, con l’obiettivo di evitarne altre. Sarebbe la più grave sconfitta che gli oppositori dell’eliski potrebbero subire. Non si può difendere l’ambiente con l’abdicazione alla libertà. Sempre nella logica per cui la responsabilità dovrebbe sempre averla vinta sul divieto per questioni di sicurezza. Il divieto è per i bambini, non per gli adulti responsabili. Anche se la strada è assai lunga…

Alcuni dei partecipanti alla dimostrazioni

“I love eliski”
di Alberto Paleari
La manifestazione contro l’eliski in Val Formazza di domenica 29 marzo si è svolta in un modo tranquillo e civile, senza polemiche, senza incidenti e senza neanche un discorso ufficiale: tutti sapevano perché erano lì e non c’era bisogno di parlarsi addosso. 59 partecipanti hanno firmato il libro del rifugio Margaroli per testimoniare le loro convinzioni, altri se ne sono dimenticati e hanno continuato a salire verso i passi del Lebendun e del Nefelgiù. Erano rappresentate quasi tutte le sezioni del CAI della provincia e molte del varesotto e del milanese, oltre che alle sezioni italiana e svizzera di Mountain Wilderness.

Mi è stato chiesto di spiegare le nostre ragioni di oppositori all’eliski, così come i sindaci di Macugnaga e Formazza hanno spiegato le loro la settimana scorsa; penso però che al posto di tanti discorsi bastino due fotografie.

Formazza2-Copia di no eliski 009
Alla partenza della seggiovia del Sagersboden abbiamo trovato lo striscione messo dai sostenitori dell’eliski (I love eliski) che c’è nella prima fotografia;

Foto di gruppo sopra al rifugio Margaroli.
invece nella seconda fotografia (no eliski), scattata nei pressi del rifugio Margaroli, ci sono gli striscioni dalle persone contrarie.

I sostenitori dell’eliski non si sono accorti di aver messo il loro striscione dietro ai bidoni della spazzatura. Probabilmente i bidoni non li hanno nemmeno visti.

I sostenitori del “no eliski” si sono fatti fotografare in un bel posto con lo sfondo grandioso delle montagne innevate della Scatta Minoia.

Nelle due fotografie sono rappresentate due sensibilità diverse, due concezioni del mondo diverse, due progetti di mondo diversi, due futuri diversi. Quale dei due futuri preferite per le nostre montagne?

Un po’ di rassegna stampa:
La Repubblica, Torino, 30 marzo 2015:
http://torino.repubblica.it/cronaca/2015/03/30/foto/in_formazza_contro_l_eliski_sulle_montagne_piemontesi-110829139/1/#1

La Stampa, 31 marzo 2015
Formazza, in sessanta al raduno contro l’eliski

Siti vari:

 

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Black box

Black box, resoconto di una scalata futuribile
di Giuseppe Popi Miotti

I bollettini non lasciavano dubbi: bello stabile per dieci giorni, temperature fra i 18,22 e i 23,6 gradi. Ieri le sei ore e venticinque minuti di leggera brezza da sud-est dalle 12.10 alle 18.15 sono state rispettate al secondo anche se è un caso: di solito ci sono scarti anche superiori al minuto. Le previsioni del tempo sono ancora ben lungi dalla precisione, ma vien da chiedersi come facevano gli alpinisti del passato quando i bollettini meteo o non c’erano o erano più che altro un terno al Lotto.

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Dopo una notte tranquilla nel sacco a pelo auto riscaldante della Mountainsoft, ho fatto una parca colazione e ho attaccato la vertiginosa parete del Prisma Eterno.

La muraglia, alta più di 2700 metri, appare all’occhio come una struttura quasi aliena; è un immenso parallelepipedo grigio scuro, composto da un coacervo di stratificazioni orogenetiche ove gigantesche bande di calcari e scisti che si sbriciolano al solo sguardo, intercalano fasce di granito e di gneiss compattissime, sulle quali solo le più raffinate tecniche di arrampicata artificiale consentono la progressione, seppur precaria.

Questa mostruosa struttura emerse durante la “Terza guerra patagonica”, dopo che una serie di intensi bombardamenti nucleari aveva sciolto la spessa coltre glaciale dello Hielo Continental e strappato la copertura granitica al Cerro Fitz Roy, mettendo a nudo il Prisma. La parte superiore è solcata da cascate d’acqua che sono spesso gelate e creano ulteriori problemi allo scalatore. Quando è caldo si devono affrontare difficilissimi passaggi su roccia fradicia e leggermente strapiombante, quando è freddo si deve porre mano a piccozze e ramponi, agganciati a patine di giaccio dello spessore di pochi millimetri e quasi improteggibili.

E’ nella memoria di tutti la sfortunata impresa dei due che tentarono la prima ripetizione. Un persistente freddo aveva permesso ai flussi ghiacciati di prolungarsi moltissimo verso il basso e gli scalatori, rinunciando alla ritirata, anzi, parendo loro un’occasione propizia, si avventurarono lungo di essi per ben 23 improbabili lunghezze di corda. Quando, al sedicesimo giorno di fatiche, erano quasi in cima all’ultimo verticale tiro e sentivano di aver vinto la loro scommessa, un repentino cambio delle temperature sciolse la sottile patina cui erano aggrappati con le inevitabili conseguenze. La “Via del lungo addio” è stata la prima a essere stata aperta sulla parete e si sviluppa per 65 lunghezze di corda con difficoltà minime di IX grado e A6+/GR/GRM+; senza contare le famose cascate di ghiaccio terminali: 90° continui per centinaia di metri. L’ambizione di compierne la terza ripetizione mi rodeva da mesi e mesi e aveva raggiunto livelli insopportabili, al punto che, non trovando compagni, dopo non poche titubanze mi ero deciso di tentare in solitaria. Ero ben allenato ed equipaggiato, ma ero anche spaventato a morte e per tranquillizzarmi almeno un poco, mi ero imposto di rischiare il meno possibile, mettendo in conto anche la ritirata al minimo segno di cedimento mio o del tempo. La sera, ai piedi del monolite avevo nuovamente passato in rassegna le attrezzature. Le scatole nere, preziosa invenzione che segnala ogni tipo di condizione potenzialmente pericolosa nei materiali, dicevano che tutto era a posto: usura delle pedule 0,5%, resistenza della lega di nut e friend 99,99%, fettucce e cordini al 95%, corde al 100% e così pure l’imbragatura; lo stesso valeva per piccozze, ramponi e chiodi; così almeno pareva.

Avevo dunque attaccato sereno, seguito dall’amico ronzio del drone di controllo che riprendeva ogni mia mossa rimandando le immagini al Centro di Coordinamento del Soccorso alpino, un’avveniristica struttura che, grazie a decine di migliaia di antenne, telecamere e processori, controlla le mosse di tutti gli alpinisti e gli escursionisti.

Si è inoltre deciso che il sistema CCSA+drone sarà messo a disposizione anche dei cercatori di funghi e dei cacciatori, portando la copertura di sicurezza al massimo oggi possibile. Al secondo giorno di scalata avevo già guadagnato circa duecento metri di dislivello. Dopo le micro fessure dei “Capelli d’Angelo”, dove avevo dovuto sfoggiare tutta l’audacia e l’abilità di artificialista estremo, mi ero avventurato lungo la “Fessura pulsante”, una spaccatura liscia, muschiosa e ‘off-width’ che solca la parete strapiombante per 110 metri. In pratica si tratta di una specie di camino-fessura svasato dove il corpo non può entrare del tutto, ma che, al tempo stesso, è troppo largo per poter incastrare la spalla. Il nome della fessura riporta all’ansimare e al batticuore che scatena la sua salita. Sulla microscopica cengia spiovente al termine di questo allucinante passaggio, recuperati i grossi sacchi con l’attrezzatura, acqua e i viveri per 20 giorni, avevo iniziato il lunghissimo “Traverso delle sfoglie”. Come avrete forse intuito si tratta di una traversata che percorre verso sinistra, in leggera salita, una delle tante stratificazioni della parete. In questo caso si scala lungo una nera banda di Scisti del Devoniano, talmente friabili e sottili che sembrano proprio gli strati di una sfoglia di pasticceria. Complessivamente la traversata si sviluppa per 10 lunghezze di estrema difficoltà e delicatezza: inoltre, cosa assai spiacevole, al suo termine si sono guadagnati solo 22 metri di dislivello. I punti di sosta sono più teorici che reali; i chiodi, infatti, tengono un po’ solo grazie al fatto che sono infilati nelle stratificazioni orizzontali, ma la pietra è talmente tenera che entrano (ed escono) usando la sola forza delle mani. Appigli e appoggi sono spioventi e spesso coperti da un velo di umidità che trasuda dalle pieghe della roccia: il superamento di questo tratto costituisce solo il primo dei purtroppo numerosi punti chiave della salita, oltre a essere un passo di non ritorno. Sotto i piedi dello scalatore la parete rientra di molti metri formando una sorta di enorme concavità talmente estesa che per tornare a toccare la roccia occorrerebbe una calata unica di 320 metri. Ero alla terza lunghezza di questo traverso marcio e precario; l’ultimo chiodo, un rurp messo male, era a 25 metri da me quando, con sibilo acuto e sgradevole, la “Scatola Nera delle fibre sintetiche” mi avvertiva che la corda aveva raggiunto un’usura del 42% (limite di sicurezza superato), l’imbrago aveva 4 punti di debolezza nelle cuciture, i 3 rinvii a disposizione erano inutilizzabili.

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Pochi minuti dopo si è fatta sentire anche la “Scatola Nera dei metalli non acciaiosi” avvertendo un problema nelle camme dell’unico friend che sarebbe andato bene nella fessura che avevo faticosamente raggiunto. Mi sono guardato attorno smarrito. Ma come? Ieri le Scatole Nere dicevano che tutto era in ordine! Che stava succedendo? Per fortuna – avevo pensato – il localizzatore GPS inserito in ogni Scatola Nera e anche la nuova App del Soccorso alpino per smart phone GeoRef, avrebbero consentito di attivare l’allarme ed in breve questa avventura si sarebbe conclusa felicemente.

Per maggiore sicurezza mi ero anche appena fatto iniettare sotto pelle il nuovissimo microchip ‘ultima chance3′ e poi potevo contare anche sul fidato drone di sorveglianza globale: ero in una botte di ferro. In ogni caso era meglio dare retta alla tecnologia e arrestare la salita. Inizialmente avevo pensato di calarmi lungo la concavità sotto i miei piedi usando il cordino di kevlar da 400 metri che avevo portato in emergenza, ma anche per il kevlar i segnali della Scatola Nera indicavano problemi: non avrebbe retto uno sforzo oltre misura. Dunque non c’era altro da fare che trovare un posticino comodo il più possibile e attendere. Trovata una posizione sopportabile, avevo immediatamente pensato di avvertire casa che tutto era a posto, ma sfortunatamente, cercando di sistemarmi al meglio in attesa dei soccorsi, un movimento brusco mi aveva fatto perdere il telefono. Tuttavia, come ben sapete, se la posizione di uno scalatore rimane inalterata per oltre 30 minuti, il dispositivo di soccorso viene immediatamente attivato dai sensori sparsi un po’ ovunque nelle attrezzature, a meno che non siano resettati grazie a un mini trasmettitore che riporta la conta del tempo di sosta a zero. In questo caso non mi restava altro che far trascorrere pochi minuti e ben presto sarei stato recuperato. In quel momento anche la Scatola Nera del drone ha cominciato a segnalare qualche disturbo al velivolo. Che diavolo poteva esserci? Aveva un’autonomia garantita di tre giorni e a mio parere c’era ancora tempo per sostituire le batterie. Comunque, per precauzione l’avevo richiamato e una volta afferratolo gli avevo dato una rapida verifica, trovando conferma che se problema c’era non era legato all’esaurimento energetico. Non riscontrando altri difetti l’avevo fatto ripartire, sebbene la Scatola Nera continuasse a suggerirmi che non era il caso; il marchingegno aveva finalmente individuato il problema e, a suo dire, il perno di un rotore stava indebolendosi a vista d’occhio. Tornato a librarsi alla mia altezza il drone aveva però ripreso la sua posizione, fissandomi con l’inquietante occhio sferico e vacuo della sua telecamera. Avevo appena finito di pensare che una volta tanto la tecnologia stava mostrando i suoi limiti che, con un sibilo sferzante, sono stato pericolosamente sfiorato da una delle eliche staccatasi in seguito al cedimento del famoso perno, come predetto dalla Scatola Nera. Dannazione – avevo pensato – sarebbe il colmo lasciarci la pelle a causa di un aggeggio che dovrebbe garantire la sicurezza. Che avrebbero scritto sulla mia lapide? Forse… «Sfuggito alle insidie dell’alpe, a cadute di pietre e a valanghe, vincitore delle più impervie pareti, saliva fra gli Eccelsi colpito da un’elica assassina.» Che vergogna! Comunque sarebbe stata una morte meno vergognosa di quella di quel tale di cui lessi l’epigrafe tempo fa. Sicuramente apparteneva a quello sparuto gruppo di scalatori che, elevandosi a depositari di ancestrali etiche, propugnavano l’abbandono di qualsiasi tecnologia di sicurezza in montagna, comprese le più elementari, come il telefono cellulare o il cosiddetto ARTVA, da usarsi d’inverno e ancora oggi quasi insostituibile, a ben centovent’anni dalla sua invenzione. Appeso alla mia sosta in attesa dei soccorsi ero tornato con la mente a qualche anno prima, quando in una giornata livida, ancora solcata dai lampi post atomici, ero salito fra i torrioni ormai cadenti delle Grigne. Aggirandomi fra i calcari, cercavo invano qualche profilo noto. La Guglia Angelina? il Sigaro Dones? l’Ago Teresita? Nulla, nulla; le rocce erano annerite… vetrificate… cambiate anche nei colori. Fra il pietrame emergevano i frammenti, a volte leggibili, delle centinaia di lapidi che, in una macabra collana divenuta folklore, decoravano un tempo le basi dei torrioni. Fra due blocchi più grossi ne avevo scorto una delle più recenti, forse messa pochi giorni prima della catastrofe. Mancavano alcune parti, ma si decifrava benissimo. Diceva: «Emilio C… 2002-2025. Non aveva la Scatola Nera, l’App del Soccorso alpino, il telefono cellulare, il Microchip ‘ultima chance’. E’ MORTO DA UOMO LIBERO!».

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Pazzo rivoluzionario! – avevo pensato – e pazzi esaltati i suoi amici che lo celebravano come un eroe martire. Per fortuna, dopo il Conflitto, con l’instaurazione del nuovo Governo globale, gente come quel tal Emilio C… era quasi scomparsa, grazie ai severi controlli della WMP (World Mountain Police) che imponevano il rispetto delle normative sulla sicurezza. Chiunque affrontasse una gita o una scalata doveva possedere almeno sei apparati di localizzazione e comunicazione, doveva disporre di materiali certificati e testati dal GMTDC (Global Mountain Tools and Devices Commitee) rinnovati annualmente o sottoposti a verifica periodica, avere il certificato medico settimanale e copia dell’elettrocardiogramma giornaliero. Comunque, devo ammetterlo, le pur farneticanti teorie di quegli estremisti mi affascinavano.

Immerso in queste elucubrazioni e sottilmente irretito dal conflitto etico che nonostante tutto mi tormentava facendomi sentire come Jeckill e Hide, non mi ero accorto che l’efficiente macchina dei soccorsi si era messa in moto e mi aveva raggiunto. Alle mie spalle quello che si stava avvicinando non era un drone, ma il più moderno velivolo di soccorso mai visto sui monti. E adesso finalmente lascerò questa ributtante parete nera. Ora che la salvezza è vicina guardo con terrore ciò che mi circonda e non riesco a trattenere un brivido. Come ho potuto pensare di sfidare il Prisma Eterno? Vedo velivolo fermarsi sopra la mia testa e poco dopo un lucente verricello con tanto di soccorritore mi viene calato dall’alto. Lentamente l’uomo mi raggiunge e con abili manovre mi aggancia alla salvezza. Non resta che risalire verso la carlinga. Il vuoto si fa ancor più assoluto e fra lo speranzoso ed il fatalistico guardo verso l’alto il sottile filo d’argento che si assottiglia fino a scomparire nel velivolo. Un piccolo strattone ed eccoci proiettati lontani dalla muraglia rocciosa per iniziare la lenta ascesa. Ad un tratto la Scatola Nera del mio “angelo” sbraita. Ho un groppo alla gola, ma lui mi tranquillizza dicendo che il cavo ha ancora due calate di margine e non corriamo pericoli.

Finalmente entro nella spaziosa cabina del nuovo elicottero del Soccorso alpino, un quadrirotore a sei turbine dotato di ogni strumento di sicurezza. Due medici e un’infermiera si prodigano somministrandomi un calmante e controllando i miei dati vitali. Tutto sembra OK e mi sto rilassando quando con un sibilo la scatola nera collegata ai rotori indica un malfunzionamento futuro possibile. Il pilota si consulta e poi, sereno, ci relaziona sui fatti: una pala del rotore posteriore di destra dovrebbe cedere fra sei gironi esatti, ma per ora gira a meraviglia. Non ha finito di parlare che parte anche la Scatola Nera di una turbina e poi, in uno stonato coro, ululano almeno altre dieci Scatole Nere. La meno preoccupante è quella della suola di una scarpa dell’infermiera che sta raggiungendo l’usura massima consentita dalle norme CEE. Ognuno passa all’azione per verificare la veridicità delle segnalazioni e il grado di pericolosità possibile poi, dopo lunghi minuti di suspense, ogni aggeggio cessa il suo canto, riportando un po’ di pace nella cabina. Ora è tutto finito: posso volare sicuro verso casa dove racconterò della mia incredibile avventura. Ma… che succede? Questo gracchiare è diverso dagli altri suoni emessi dalle Scatole Nere. E’ inconfondibile. Ci guardiamo tutti smarriti: la SCATOLA NERA delle Scatole Nere annuncia che fra pochi secondi tutte le sue “dipendenti” e poi anche lei si spegneranno causa l’usura dei circuiti 45rt128/xcv e 763/11Lw…
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