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I FREDDI INVERNI DEGLI ALPINISTI TRENTINI

Nell’ambito delle manifestazioni di Campo Base, grande evento: I freddi inverni degli alpinisti trentini

Zambana (TN) 16 marzo 2014, ore 18
I maggiori protagonisti trentini dell’alpinismo invernale racconteranno le loro imprese.

Marco Furlani e Alessandro Gogna condurranno la serata, ma saranno gli alpinisti a raccontare. Saranno presenti Giorgio Cantaloni, Lino Celva, Valentino Chini,
Silvestro Franchini, Tomas Franchini, Mariano Frizzera, Maurizio Giordani, Aldo Leviti, Marco Pilati, Rosanna Manfrini, Ermanno Salvaterra: ma si attende l’adesione di altri ancora, non meno importanti.

Come tutte le attività umane anche l’alpinismo si sta globalizzando. Se si è in collegamento con i siti internet più informati, ogni giorno veniamo a conoscere nuove imprese nei più sperduti angoli del mondo.
Il benefico diluvio d’informazioni non deve però far dimenticare ciò che di grande è stato in precedenza.
Per creatività e capacità realizzativa, l’alpinismo trentino non è mai stato secondo a nessuno. Dalle Dolomiti alle Alpi, fino alle montagne più lontane, gli alpinisti trentini hanno saputo inventare nuove imprese, regolarmente giunte all’attenzione dei media del tempo.
Questo patrimonio oggi rischia di essere un po’ dimenticato, perché nel mondo globale il nuovo e recente tende a soverchiare il vecchio e passato, senza alcuna ragione logica.
Gli alpinisti trentini hanno saputo interpretare, e tuttora lo fanno, anche il gioco di salire le pareti più difficili nella stagione più rigida. Questa grande testimonianza, una vera e propria epopea, è il tema della nostra storica serata, alla presenza dei veri protagonisti: I freddi inverni degli alpinisti trentini.

Croz dell'Altissimo, 1a invernale della via degli Accademici, Lino Celva e Giorgio Giovannini, 1992 , foto Lino Celva

Croz dell’Altissimo, 1a invernale della via degli Accademici, Lino Celva e Giorgio Giovannini, 1992 , foto Lino Celva
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Falesie di arrampicata: Aree Clean

Così come esiste la divisione tra arrampicata sportiva e arrampicata trad, allo stesso modo dovrebbero esistere zone dedicate all’una e all’altra disciplina: oggi invece accade che lo spit sia imperante quasi ovunque nelle falesie italiane. Io aggiungerei che anche i centri di arrampicata indoor, per essere davvero evoluti e al passo con i tempi più moderni, dovrebbero dotarsi di aree in cui gli scalatori possano mettere loro stessi le loro protezioni.

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Come nacque la prima area clean (no bolting zone)
Ai primissimi anni del nuovo secolo, in occasione della redazione della quarta edizione della sua guida di arrampicata sportiva della Sardegna Pietra di Luna, l’accademico Maurizio Oviglia ebbe modo di confrontarsi (dapprima in modo piuttosto burrascoso) con alcuni scalatori sassaresi al riguardo di una falesia da lui chiodata a Santa Teresa di Gallura. Solo la discussione con Marco Marrosu e Lorenzo Castaldi di Sassari si è avviata a toni costruttivi, tanto che alla fine i tre personaggi coinvolti si ripromisero di trovare un accordo per la salvaguardia delle vie tradizionali in Gallura (di cui lo stesso Marrosu e Castaldi, in cordata spesso con Alessandro Gogna, erano gli autori).

Prima dell’uscita della guida (2002) giunsero quindi a un accordo scrivendo a chiare lettere nelle prime pagine del libro (con tanto di cartina) che in tutto il nord Sardegna, e nella fattispecie la zona nota geograficamente come Gallura, le vie spittate non erano gradite e che anzi, qualora ne fossero state aperte, esse avrebbero potuto essere oggetto di schiodatura.

Ma lasciamo parlare Oviglia: “Di fatto si trattava della prima proposta di Area clean (no bolting zone) in Italia e questo accordo, di fatto deciso solo a tre, fu in linea di massima rispettato, se si eccettuano alcune vie a spit (ormai corrosi) aperte a Capo Testa da Sandro Zilioli di Brescia, una via sul Monte Pulchiana aperta da scalatori di Lecco e una sulle torri di San Pantaleo aperta da un Istruttore CAI di Firenze. Posso dire che, considerate le premesse, è stato un successo forse anche, direte voi, dovuto al fatto che la roccia della Gallura non è particolarmente adatta all’arrampicata sportiva. Ma la Gallura è grande come metà Piemonte ed è un territorio pieno di roccia!”.

E’ possibile dichiarare “clean” altre zone?
Il prossimo anno 2014 uscirà la nuova edizione di Pietra di Luna dedicata alle vie lunghe e, per la prima volta dopo la guida CAI-TCI Sardegna (1997), vi saranno incluse un buon numero di vie tradizionali. Mentre Marco Marrosu è sempre attivo e agguerrito in questo senso, purtroppo Lorenzo Castaldi ha perso la vita per una scarica di ghiaccio sulla parete nord del Gran Zebrù. In Sardegna sono dunque rimasti in due (contro tutti?) a difendere questa idea?
Come si può facilmente immaginare in dodici anni sono emersi nuovi interessi e problematiche. Molti agriturismi e comuni in tutta Italia vedono di buon occhio l’attrezzatura di vie spittate e spesso sono sollecitati da personaggi di dubbio spessore alpinistico e culturale che sperano di trarne qualche utile economico. Vengono anche realizzate vie ferrate, spesso senza chiedere preventivamente parere a nessuno, e nemmeno a norma, in zone ad alto interesse ambientale.

Non deve essere un “muro contro muro”
“E’ giusto pensare che l’eventuale allargamento di zone clean o le nuove “nomine” d’ora in poi, per una questione di metodo e strategia, passino attraverso un processo di discussione e confronto piuttosto che attraverso una guerra di religione che, portando al muro contro muro, avrebbe effetti controproducenti” dice Giacomo Stefani, presidente del Club Alpino Accademico Italiano, da sempre favorevole al mantenimento di aree nelle quali sia possibile un’arrampicata “trad” (vedi organizzazione di due edizioni del Trad meeting in Valle dell’Orco). In effetti il CAAI si è sempre battuto contro il proliferare delle spittature selvagge e richiodature delle vie storiche (vedi documento della Presolana del 1999 e convegno del Passo Pordoi del 2007).

Occorre dunque cercare alleati, occorre che sempre più praticanti e appassionati condividano questa idea, prima di procedere ad altri “blitz”.
Sicuramente schierata pro le aree clean sarà l’Associazione Mountain Wilderness, ideatrice del concorso Clean Climbing appena concluso.

Il triste esempio di Salinella
Ricordiamoci che è più facile preservare che ripristinare.
Nell’ottobre 2011, in occasione del Climbing Festival di San Vito lo Capo,  avevo pregato pubblicamente di schiodare sei o sette monotiri che ai primi degli anni ’80 i Sassisti di Sondrio avevano aperto con scalata tradizionale a Salinella, la falesia più vicina e più comoda del comprensorio di San Vito. Di questi bellissimi monotiri c’era traccia storica nel mio libro Mezzogiorno di Pietra, che chiunque abbia scalato nel Sud Italia e nelle isole almeno ha sentito nominare. Responsabili dell’imponente lavoro di chiodatura a Salinella erano stati i fratelli inglesi Jim e Scott Titt, assieme agli austriaci Joseph Gstottenmair e Karsten Oelze e al catanese Daniele Arena: duecento le vie spittate.

Nessuno capì neppure cosa stavo dicendo. Ripetevo: “cosa possono importare 6-7 lunghezze su 200? Che danno possono avere i chiodatori, o gli utenti assatanati di spit, o ancora un’amministrazione comunale magari assetata di sempre più ingenti quantità di roccia arrampicabile in modo sportivo?”. Chiedevo semplicemente un po’ di rispetto della storia… perché neppure i nomi originali avevano conservato, proprio con l’intento di cancellare ogni traccia, di banalizzare. Ebbene, la proposta è stata accolta con sorrisetti sia dagli inglesi che dai siciliani, e le vie in questione sono ancora là, banalizzate.
Dunque il ripristino è assai improbabile, e in ogni caso un’azione di schiodatura non sarebbe certo condivisa.

FalesieArrampicata-rackCome procedere dunque?
Un ristretto comitato potrebbe stilare una carta delle zone in cui potrebbe essere vietato o limitato l’uso degli spit. Nel limite del possibile occorrerebbe anche l’appoggio delle istituzioni.

Oviglia (per la Sardegna): “Stabilire delle aree clean dove è totalmente proibita l’infissione di spit (ad esempio la recente area trad dedicata al clean climbing da me valorizzata sulla costa SW della Sardegna, in località Capo Pecora, che ha già catturato l’immaginazione e i favori di moltissimi climber europei… o altre aree della Gallura ad altra concentrazione di vie tradizionali o protette); poi altre aree in cui è proibito spittare nelle fessure, compresi i camini, e se si usano spit si deve farlo in modo parsimonioso e in apertura dal basso; e infine altre zone, chiaramente più estese, dove vige l’assoluto rispetto delle vie classiche esistenti. Una di queste potrebbe (dovrebbe) essere il Supramonte intero. Come è noto alcune vie classiche sono state spittate (Surtana, Lanaitto, Gonone) ma ora sta succedendo anche su vie che hanno fatto la storia dell’arrampicata italiana (ad esempio Tempo Reale di Marco Bernardi). E questo è veramente un grosso danno”.

Proviamo a spingere nelle zone dove l’arrampicata sportiva è in ritardo!

E poi comunicare, dibattere. L’esempio del Trad in Valle dell’Orco, le bellissime vie trad di Cadarese (Val Formazza), l’intero e splendido castello delle grandi vie dolomitiche dovrebbero essere testimonianza di un nuovo modo di pensare che affonda le radici nella tradizione. Maurizio Oviglia ricorda: “quando pubblicai la prima falesia clean sulla Rivista della Montagna nel 2001, Roberto Mantovani ricevette diverse lettere che mi accusavano di istigare i giovani al suicidio. Oggi però le cose stanno cambiando, c’è forse maggior rispetto, almeno la consapevolezza da parte degli sportivi di non essere gli unici ad avere diritti sulle rocce!.

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Clean climbing, trad climbing e new trad

Le perplessità nate dal titolo scelto per il concorso Clean Climbing (Mountain Wilderness e CAAI)

CleanClimbing-150Ben Kiessel sul tetto della Arrowhead Spire, prima ascensione clean. Valley of the Gods, Utah.

Il concorso a premi Clean Climbing 2013, organizzato da Mountain Wilderness e dal Club Alpino Accademico Italiano, appena concluso e appena nominati i vincitori, ha suscitato perplessità nel mondo degli arrampicatori per via della probabilmente non chiara filosofia alla base del concorso stesso.

Il bando del concorso infatti ammetteva l’uso sporadico di qualche spit, purché sistemati in arrampicata dal basso.

Ora, più d’un arrampicatore ha sollevato giustamente il quesito. Come si può parlare di clean climbing se si usano, e ovviamente si lasciano sul posto, degli spit?

L’accademico Maurizio Oviglia, invitato a partecipare alla giuria, ha preferito a suo tempo declinare, proprio perché non condivideva per nulla il titolo del concorso, più che la sostanza. Per lui “intitolare un riconoscimento al “clean climbing” e poi ammettere le vie con qualche spit è ridicolo” e probabilmente avrebbe esposto gli organizzatori al pubblico ludibrio degli inglesi.

Come si può infatti proporre un’iniziativa sul clean climbing e poi parlare di “prevalenza” di protezioni mobili? Allora vuol dire che è lecito anche usare altro! A Oviglia non era sembrata una buona maniera per partire, e per promuovere questa filosofia: e per questo non aveva ritenuto opportuno partecipare.

In effetti, in sede di definizione del bando, la cosa era stata dibattuta, non tutti erano d’accordo. Poi si è concluso che, quando le cose vengono dichiarate con chiarezza, tutto si può fare, almeno in questo tempo in cui si fa veramente fatica ad affermare l’esistenza di altre forme di arrampicata accanto allo stradominio dello spit e dell’arrampicata sportiva. Si è accettata la presenza dei chiodi, perché altrimenti si sarebbe eliminata tutta la regione dolomitica dal range delle partecipanze. Inolte si è preso atto che su tutto l’arco alpino e prealpino vi è abbondanza di vie a chiodatura tradizionale con la presenza qualche spit. Basta che nessuno si sogni di parlare di trad o di clean climbing per quelle vie, cosa c’è da obiettare?

A questo punto conviene andare a consultare Wikipedia per capire la differenza tra clean climbing e trad climbing. Non credo che Wikipedia abbia alcuna autorità in generale, ma in questo caso, date le definizioni, direi che sono state espresse sicuramente da persone competenti.

Traditional climbing, o trad climbing, è uno stile di arrampicata su roccia nel quale un arrampicatore o un gruppo di arrampicatori sistema il necessario materiale per proteggersi dalle cadute, per poi rimuoverlo dopo il passaggio. La definizione di trad climbing distingue dallo sport climbing (arrampicata sportiva), nel quale tutte le protezioni e gli ancoraggi sono fissati in antecedenza, di solito con calata dall’alto…

Comunque, gli spit usati  sono anch’essi considerati “traditional”, se e solo se piantati in arrampicata dal basso e da capocordata, specialmente nel contesto di placca granitica.

Prima dell’avvento dello sport climbing negli Stati Uniti negli anni ’80, e probabilmente anche prima in Europa, lo stile usuale di arrampicata libera era ciò che noi oggi chiamiamo “traditional”. Con delle differenze: nel trad climbing il capocordata sale la lunghezza di corda piazzando lui stesso i suoi dispositivi di protezione, ma prima degli anni ’70 questi dispositivi si limitavano ai chiodi, quando invece oggi per lo più consistono nell’uso combinato di dadi e di friend, e l’uso del chiodo è molto meno frequente.

CleanClimbing-dscn4946dBen Kiessel su Serendipity, prima ascensione clean. North Tower, Valley of the Gods, Utah.

Clean climbing è l’arrampicata su roccia che teorizza e mette in pratica le tecniche e l’attrezzatura che gli scalatori adottano allo scopo di non danneggiare la roccia. Queste tecniche risalgono almeno in parte agli anni ’20 e ancor prima in Inghilterra, ma il termine fu coniato negli anni ’70 solo quando si diffuse l’uso dei blocchetti da incastro (stopper, exentric) al posto dei chiodi da piantare con il martello, una pratica davvero dannosa per la roccia. La sostituzione, anche se non integrale, in Nordamerica si verificò nel giro di neppure tre anni.

A causa dell’evoluzione successiva di materiali e tecniche, il termine clean climbing si è trovato a occupare un ruolo non più centrale, certamente differente, nelle discussioni a carattere arrampicatorio, specie se lo paragoniamo al periodo di quattro decadi fa.

Dunque ha ragione Oviglia: occorre distinguere tra quella che è l’arrampicata tradizionale, come noi l’abbiamo conosciuta e sempre fatta sulle Alpi, e il clean climbing puro, termine un po’ vecchiotto anche se sempre valido. Si potrà perdonare a Mountain Wilderness la licenza di averlo usato, accettando che questa associazione privilegia i diritti delle rocce a quelle degli arrampicatori? C’è da aggiungere che, mentre la definizione di Wikipedia riporta che lo spit piantato dal basso non è ammesso nel clean climbing ma lo è nel trad, qualcuno ritiene che questo non sia vero: Maurizio Oviglia lo prova riferendo che oggi si comincia a parlare di “new trad”, la nuova etica per la quale lo spit, proprio sui muri e sulle placche più lisce e avare di fessure, non è ammesso. Il “new trad” è davvero inglese, parte da Pete Livesey: solo se si accettasse pienamente questo nuovo termine si potrebbero accostare i significati di “new trad” e clean climbing alla John Bachar.

Dunque il titolo del concorso probabilmente era erroneo, o almeno non chiaro in un alternarsi di filosofie vecchie e nuove. Comunque le vie di Stefano Michelazzi, lo scalatore che ha vinto, non hanno neppure uno spit: almeno nella premiazione quindi MW e CAAI hanno preso una posizione precisa, e lo si può leggere nella motivazione. Se ci sarà una prossima edizione questo equivoco dovrà scomparire. O cambiare il titolo o cambiare il bando.

postato il 5 gennaio 2014

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Ma quanto desideravamo il primo smartphone mountainproof?

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Gioisci, popolo:  dal 5 dicembre 2013 (e finalmente) “un nuovo modo di concepire la montagna grazie a Quechua Phone 5. In effetti eravamo tutti stufi di questa montagna così noiosa, non ci bastavano più la solitudine, il silenzio, la grandiosità. Volevamo tecnologia affidabile, volevamo delegare ancora di più le nostre già smagrite responsabilità.

“Chi pratica sport estremi e vive un rapporto simbiotico con la natura ha sempre avuto problemi a trovare un degno compagno di avventure Mobile”. Davvero? Ma siamo davvero sicuri che chi ha un rapporto simbiotico con la natura abbia bisogno di un Mobile a tal punto da non averne trovato uno finora che gli andasse bene?

Certo, “questo smartphone mountainproof è stato pensato per lunghi weekend di guadi e arrampicate, e prodotto da chi ha una lunga esperienza nella grande distribuzione di articoli per sport estremi”.

Finalmente un “solido compagno di viaggio”, un compagno che per soli euro 229,99 sarà così affidabile da non farti neppure sospettare la veridicità del famoso detto “Meglio soli che male accompagnati”.

Questo smartphone promette di “adattarsi alle condizioni più estreme e resistere agli urti (…), venire utilizzato tutto un week-end con monitoraggio GPS e 3G attivati (…), affrontare una violenta pioggia temporalesca durante le escursioni, cadere malauguratamente nella neve o ancora resistere alle tempeste di sabbia durante un trekking nel deserto”.

Questo device mountainproof ha tra i suoi strumenti il barometro, il gps, l’altimetro, e la bussola elettronica. E in più è proposto a un prezzo interessante e commercializzato in esclusiva nella più grande catena retail di attrezzatura sportiva, Decathlon.

Il messaggio pubblicitario ammicca senza incertezze agli sportivi e agli amanti della montagna che preferiscono non spendere cifre esorbitanti per un dispositivo, ma che vogliono con spirito di gregge arrivare a quel “nuovo modo di vivere la montagna” che un guru mai visto promette con insistenza, tipo Grande Fratello.

Quindi nessuna scelta personale, nessuna responsabilità di rischio auto-assunto: tutto facile per tutti, chiunque potrà fare ogni cosa. E non solo: “visti il prezzo e le caratteristiche, il Quechua Phone 5 potrebbe essere interessante anche per chi vive la propria vita cittadina allo scoperto dalle intemperie ed in costante movimento, ma non vuole scendere a compromessi tra giungla urbana ed i tipici limiti dei Mobile Device (delicatezza, pericolo di infiltrazioni di acqua e polvere, graffi, batteria limitata)”.

Insomma era ora! Qualcosa che ci avvicinasse la montagna a tal punto da non capire neanche più dove siamo per totale inadeguatezza del metro di misura, qualcosa che prometta di addomesticare distanze, dislivelli tramite grafici e simulazioni, che sostituisca la probabilità all’istinto, che annulli in pochi secondi secoli di storia liquidati come vecchio modo di concepire la montagna.

Perciò ci recheremo numerosi in quei “non luoghi” Decathlon a rendere omaggio con la nostra curiosità indotta e con il nostro obolo a questa nuova panacea universale, per protestare silenziosi contro la montagna noiosa, vecchia e anche un po’ pericolosa. Per rottamarla.

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Funzione dell’uomo sulla terra: ricerca di elevazione

L’umanità, nel corso della sua esistenza, non ha ancora saputo dare una risposta definitiva alla domanda “da dove viene l’universo, da dove veniamo noi?”. L’interrogativo è stato continuo nei secoli ed è tuttora assai incalzante, ma neppure le più avanzate teorie sul big bang né le fedi più intuitive e illuminate hanno potuto rispondergli senza dare spazio ai dubbi più disparati.

FunzioneUomo-guernicaGuernica di Pablo Picasso (1937)

Se non sappiamo chi siamo e da dove veniamo, ancora più nebulosa è la definizione del nostro obiettivo finale, sia come individui che come umanità.

Su questo punto, l’unica grande certezza che abbiamo è la nostra curiosità. Da secoli filosofie e religioni si affannano a ipotizzare quella che è la nostra “funzione”, dando per scontato che la “funzione” nobiliti la nostra esistenza. Davvero, non molleremo mai.

Non ci accontentiamo di sapere che un oggetto esiste, dobbiamo fare ipotesi sulla sua funzione. L’oggetto è nobilitato se serve a qualcosa. La funzione in definitiva è l’ascesi stessa, l’elevazione necessaria a chi come noi si sente sperduto nell’universo.

Lo sviluppo delle moderne teorie psicologiche ha dato un ulteriore contributo alla già enorme mole di concetti ed emozioni che si agita in noi come massa caotica.

L’umanità a suo modo si sente un po’ prigioniera nel suo ristretto ambito di “fruitrice” della Terra. Le menti migliori non cessano di vedere il futuro dell’umanità in chiave miglioristica ed elevata.

E’ stato merito della psicologia analitica junghiana se si è capito che l’elevazione dell’individuo passa attraverso la discesa agli inferi dei suoi propri contenuti inconsci, quindi attraverso il riconoscimento degli stessi suoi mondi “infernali” e profondi: quelli che, una volta riconosciuti e pienamente accettati, ci trasformano in esseri più completi.

Carl Gustav Jung chiamò questo sviluppo individuale “processo d’individuazione”, un iter faticoso che a ben vedere ha molto in comune con la meditazione buddista, con l’isolamento ascetico, con la ricerca alchemica del Graal.

Nel secolo XIX in Occidente si affermò la nuova filosofia romantica (unitamente alle varie forme d’arte a essa legate): una visione del mondo che vede contrapposti l’Io e la Natura, Conoscitore e Conosciuto. Ciò portò all’evoluzione del concetto di esplorazione, che da semplice curiosità per il mondo incognito propria dell’antichità evolve a rapporto dualistico con la Natura, specie quella selvaggia. Non ci si accontenta più di esplorare, ma ci si chiede come si può proteggere la Wilderness dal momento che ce ne siamo innamorati in tal modo.

L’alpinismo è figlio di tale Weltanschauung, è l’attività più limpidamente esplorativa che oggi possiamo praticare. E’ a tutti evidente come l’alpinismo, in quanto ascensione alla vetta, sia ottimo simbolo di ascesi.

L’idealismo romantico ha infatti e ovviamente riempito di significati il nostro alpinismo, colorandolo di “ascesi”, cioè miglioria, elevazione. Non si può essere davvero innamorati di qualcuno se non pensando che il rapporto con lui dia luogo a un’elevazione quasi “necessaria”.

Il processo d’individuazione, le cui meccaniche differiscono a seconda dei singoli individui, senza mai formule precise, permette l’allontanamento dalle sbarre della prigione in cui siamo nati. Questo processo ha bisogno d’una meta, altrimenti non è più individuazione ma semplice “fuga”. E qual è la meta dell’individuazione? Nient’altro che l’essere finalmente liberi di essere ciò che siamo.

In questo essere “liberi di essere” è il nostro scopo.

In questo processo l’alpinismo, uno dei tanti modi attivi per perseguire l’elevazione, incontra grandi ostacoli, alcuni evidenti, altri meno.

Le battaglie che occorre condurre per un alpinismo davvero utile alla nostra vera causa sono molte: e la regola fondamentale è che gli ostacoli non vanno semplicemente distrutti o rimossi, vanno “integrati”, proprio come vuole la ricerca analitica del profondo.

La deep ecology (Ecologia del Profondo) del grande filosofo e alpinista norvegese Arne Naess da pochissime decadi ci avverte sul nesso inscindibile tra conservazione della Natura e ricerca nelle nostre profondità tramite l’azione (per esempio quella alpinistica) o tramite il pensiero. Legame che ci porta diritti alla sensazione di essere finalmente liberi anche se non si è ratificato alcun documento ufficiale che ci spieghi cosa è l’Universo e chi o che cosa ci ha creati.

Oggi l’ostacolo principale all’elevazione, e quindi alla libertà, è costituito dalla società “sicuritaria”, una società che vorrebbe perseguire il massimo della sicurezza per tutti spacciando la “sicurezza integrale” come l’unico modo civile di vivere. Una società siffatta nega l’elementare diritto all’evoluzione, all’errore individuale, alla ricerca di una libertà che si può manifestare solo se conquistata, non “acquistata”. Una società che, se potesse, censurerebbe Guernica di Pablo Picasso perché pericoloso per la psiche o il Quarto Stato di Giuseppe Pelizza da Volpedo perché “minaccia all’ordine pubblico”. Una società che avalla l’Indice della Chiesa, più o meno coscientemente liberticida.

FunzioneUomo-quarto-statogggIl Quarto Stato di Giuseppe Pelizza da Volpedo (1901)

L’asservimento alla sicurezza fornita da altri o da altro da sé è un adagiarsi nelle mollezze del consumismo, un’abdicazione dalla ragione, una pigrizia che ci allontana dalla ricerca intellettuale, ma anche e soprattutto dall’azione e dalla presa di responsabilità di fronte a ogni genere di pericolo.

Come può esserci elevazione senza la sfida all’ignoto delle proprie debolezze o senza il seducente incontro con il Creato selvaggio? Come può esserci processo d’individuazione se tutti attorno a te ti sussurrano o ti ordinano di stare tranquillo e di goderti la vita così come è?

Nel momento in cui decido di compiere un’azione potenzialmente pericolosa per me o per i miei compagni devo prima di tutto essere certo che la mia sicurezza derivi da sensazioni interiori, non da attrezzature o tecniche e tecnologie. Queste devono svolgere un ruolo soltanto secondario, anche se non marginale.

Se, prima di iniziare l’azione, ci esaminiamo a fondo e scopriamo di non essere pronti, meglio rinunciare; ma se siamo pronti, allora è bene partire senza indugi, pieni di quella auto-responsabilità che ci permette di essere una sola unità con l’ambiente selvaggio. Il vero rapporto Uomo-Natura cui alla fine tende il Romanticismo, la libertà ritrovata dell’Uomo, nell’individuazione e nella contemporanea ascesi.

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L’unica sicurezza in montagna è la libertà di scegliere

Le misure di sicurezza esterne deresponsabilizzano l’individuo

Più uno si affida alle misure di sicurezza esterne, meno si affida alla sua sensibilità e alla sua soglia di attenzione. Questo, oltre a ledere la personale libertà di scelta, deresponsabilizza le persone rischiando, paradossalmente, di compromettere la sicurezza in modo ancora maggiore.
Questa la riflessione che ha fatto nascere la necessità di creare un “Osservatorio per la libertà in montagna”, riconosciuto dal CAI e presto anche dall’UIAA.

Qualche anno fa in Francia si sono accorti che la nostra società ha la tendenza a rendere tutto ciò che ci circonda “sicuro”, tanto che si parla di “société sicuritaire”. Da una parte Fino a un certo punto ciò è apprezzabile perché s’incoraggia un’attenzione molto più forte di un tempo verso la sicurezza, non solo a livello sportivo ma anche per esempio sul lavoro, nei locali pubblici e in altri campi. D’altra parte però è facile andare agli eccessi: pensare che la nostra sia una società sicura quando invece continua a non esserlo. Perché più uno si affida alle misure di sicurezza dalle quali è attorniato e meno si affida alla sua sensibilità personale e alla sua soglia di attenzione.

In montagna tutto questo è ancora più evidente. Tu puoi controllare finchè vuoi friends, corde, materiali, puoi avere gps, telefonini,  la segnaletica in ordine, notizie aggiornate sul meteo e sul percorso: tutti questi mezzi sono utili, magari necessari, ma non sufficienti. Se uno li prende come oro colato e pensa che possano sostituire la sua immaginazione personale, la sua intelligenza e la sua attenzione, è finita.

La libertà è il contrario di questo concetto. A mio modo di vedere la libertà è esprimersi, scegliere, eventualmente sbagliare. Ma se tu ti siedi e ti affidi ai mezzi e alle tecnologie, limiti la tua libertà evitando di fare delle scelte. Bisogna ricordarsi che la montagna è uno specchio di quello che hai dentro, lei rispetta solo la tua forza interiore, e non quella dei mezzi e tecnologie che usi.

 UnicaSicurezza-maurPetroglifo

La sicurezza più affidabile è quella interiore, determinata dalla presa di responsabilità e dall’aver fatto delle scelte. La “société sicuritaire” tende senza volerlo a deresponsabilizzare le persone. Se si riesce a vedere con chiarezza questa situazione allora appare evidente che dobbiamo ribellarci a questa progressiva deresponsabilizzazione.

Poi ci sono i problemi “concreti”, come le proibizioni e i tentativi di divieto cui abbiamo assistito negli ultimi anni. Parlo di decreti, ingiunzioni, ordinanze municipali che proibiscono la discesa di quel canalone perché è scesa una valanga, o che chiudono il Cervino perché è scesa una franetta, o chiudono il paretone di Arnad perché un istruttore di roccia è stato ucciso dal crollo di un masso, o iniziative assurde come quella del patentino per lo scialpinismo.

Queste problematiche vanno valutate caso per caso. Ecco perché è nato l’Osservatorio per la libertà in alpinismo e in montagna. Faccio degli esempi. Ad Arnad, dove a dispetto di sicurezza e spit è morto i suddetto istruttore torinese, il sindaco che aveva firmato la risistemazione della parete ha ordinato la chiusura. Anche i più fanatici sostenitori della libertà non possono qui dissentire, siamo tutti d’accordo sulla chiusura (breve) per condurre i necessari accertamenti, perché la parete è stata attrezzata dall’uomo. Ma la chiusura di un canalone non ha senso, perché l’uomo non c’entra con le sue condizioni di maggiore o minore pericolosità.

L’Osservatorio, nato il 19 maggio 2012 a Porretta Terme, è una piccola lobby culturale. Vogliamo far sentire la nostra voce, parlare ai convegni, richiamare l’attenzione della gente. Vogliamo intervenire nelle polemiche, per esempio quelle seguite alla frana del Pelmo che uccide i soccorritori, inviare comunicati stampa e pareri, darci da fare perché l’informazione venga corretta in un determinato senso.  Nel 2012 a Lecco c’è stato il convegno “falesia sicura” e noi abbiamo contattato gli organizzatori perché nel programma non c’era un intervento che dicesse che in falesia e in montagna la sicurezza al 100% non ci sarà mai… quando invece questo andrebbe detto a voce forte. Apprezziamo il loro lavoro.  Ma tutto dipende dal tono: può andar bene dire cerchiamo maggior sicurezza, ma non “saremo sicuri”. E’ necessario insistere sul margine di insicurezza che rimane, con chiarezza, non si può ipotizzare che il Sig.Rossi vada sicuro in montagna ovunque lui voglia. Scherziamo? Non è possibile. Dov’è la liberta del Sig.Rossi di avere un’avventura? Qui giochiamo con la vita delle persone, non dobbiamo pensare solo al marketing e alla responsabilità civile.

Per la société sicuritaire qualsiasi incidente deve sempre avere un responsabile o un capro espiatorio, è diventata la prassi. Una volta i prof portavano i ragazzini in gita, oggi è un’impresa impossibile, i professori hanno paura perché se si sbucciano un gomito i genitori fanno un casino mai visto. Gli incidenti succedevano 40 anni fa e succedono oggi, ma oggi c’è un accanimento terribile. Tutti coloro che lavorano in questo campo, dai professionisti ai volontari delle commissioni giovanili del Cai, dicono che si sta esagerando. Per questo per un amministratore diventa necessario chiudere le montagne, per salvarsi il culo, non per offrire sicurezza. Le chiusure non servono assolutamente a niente, la gente continua ad andare se vuole, non si risparmiano incidenti e comunque non è che l’amministrazione diventi migliore grazie alle chiusure. Se si vuole si può confezionare un cartello, “vi sconsigliamo di scendere di qua”; su un sentiero dismesso, va bene mettere un cartello tipo “qui andate a vostro rischio e pericolo”. Ma non “è vietato” come a voler eliminare ogni rischio: allora tutte le vie alpinistiche dovrebbero essere vietate.

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Sicurezza in montagna diventa “ipertecnologica”?

Carlo Bonardi, giurista:
Su “Montagne360°” di settembre 2013 – voce ufficiale del Club Alpino Italiano – ho trovato menzione in copertina, quanto a Soccorso Alpino, del fatto che “… la sicurezza in montagna diventa ipertecnologica.

La cosa, apparendo a prima vista riferita al Soccorso Alpino quale organizzazione, mi è parsa apprezzabile; ma, leggendo l’articolo interno (pagg. 10-11) ho constatato che il problema, al solito tenuto nascosto, è un altro.

Non si trattava infatti di evidenziare moderni strumenti del Soccorso Alpino ma di pubblicizzare – da parte della ditta produttrice ma anche del CAI e del Soccorso Alpimo medesimo – una nuova apparecchiatura, questo GeoResQ, che i singoli praticanti (non solo alpinistici: è per tutte le “persone che vanno in montagna per turismo e per praticare sport all’aria aperta”, e “per l’intero territorio nazionale”) potranno portarsi appresso e che potrebbe essere utile alla loro individuazione e al loro recupero nel caso in cui si perdano.

Nell’articolo si dice dei suoi vantaggi e pure di qualche ipotizzabile inconveniente (esempio: possibilità che “gli escursionisti, sentendosi più sicuri, diventino anche più imprudenti”; per cui neppure manca  – quasi come si fa sui pacchetti di sigarette – l’avviso/riserva:” … non potrà mai sostituire un’adeguata preparazione e pianificazione delle proprie gite in montagna”).

Non è la prima volta che il CAI, nelle sue varie articolazioni, ha a che fare con iniziative del genere (ricordo ad esempio sia il Congresso regionale delle scuole di alpinismo e sci-alpinismo a Crema del 2009, ove le meraviglie tecnologiche 3D-montanare venivano offerte alle Scuole medesime in promozione quasi-gratuita; sia l’incontro al Filmfestival di Trento del 2012, quando Alessandro Gogna lanciava strali verso simili strumentari, in una sede sponsorizzata proprio da chi ne produce); nè sarà l’ultima.

Devo ancora notare che, nonostante il lancio di alcuni allarmi (in genere vengono etichettati: da puristi), anche negli ambiti alpinistici più qualificati non solo la cosa sembra non provocare prese di posizione ma nemmeno alcun interrogativo critico, tanto che si può vederla procedere a gonfie vele, direi con l’aiuto di buoni quantitativi di denaro evidentemente somministrati pure alSodalizio (invito chi lo rappresenta ad esporci un pubblico chiarimento sull’argomento: chi ha pagato?).

Castello di Arnaz (Livinallongo), esercitazioni di soccorso
Esercitazione di soccorso sulle mura del Castello di Arnaz

Orbene, ecco il punto che continuo vanamente a rilanciare (fermo restando che non mi sogno di sostenere che tali aggeggi non possano essere utili e che ciascun praticante può fare quel che vuole): che succede se io, o la mia cordata, o il mio gruppo, o chiunque altro, non abbiamo l’aggeggio e ci perdiamo o corriamo il rischio di perderci (o simili)? Saremo legalmente colpevoli? Anche se direttamente una legge (per ora…) non lo impone?

Continuo a segnalare ciò che l’ultimo dei giuristi sa ma che dovrebbe essere  comprensibile a chiunque: quando un materiale od una tecnica divengono (o sono fatti diventare)prassi, specie in/da ambienti qualificati o che tali sono considerati dall’esterno (si ricordi che il C.a.i. è un ente pubblico e che soprattutto le sue Scuole hanno per legge la funzione di prevenzione degli infortuni nell’esercizio dell’alpinismo), finisce che diventano d’obbligo; e non solo per chi li voleva avere o li aveva, ma anche per tutti gli altri, compresi quelli che di tali enti non fanno parte.

Di talché un futuro scenario sarà quello di chi finirà in galera e dovrà pagare danni pure se all’uso di quegli aggeggi era contrario e pure a prescindere dal fatto se davvero servano oppure no.

Da tempo immemorabile ci sono il pensiero, la legge e la giurisprudenza per i quali, in tema di infortuni sul lavoro (vd. sotto sub B), “L’imprenditore è tenuto ad adottare le misure che, secondo le particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro” (così l’art. 2087 del codice civile del 1942, vigente); presto anche questa norma (qualcuno ne prenda nota, dai!) verrà invocata anche per/da alpinisti!

Concludendo su questo primo caso: che consapevolezza c’è nei vertici CAI (e, aggiungo, dei soggetti che praticano la montagna: CAAIGuide AlpineSoccorso Alpino, singoli, ecc.) di questo problema e della sempre maggior spinta – addirittura ad essi intranea – a fare sì che la pratica alpinistica diventi sempre meno libera?

Perchè di questo tema non si parla, e, anzi, viene censurato?

E’ ora che di queste cose i praticanti si avvedano; e che chi governa l’alpinismo cominci a rispondere!

Carlo Bonardi

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Alpinismo e libertà: le tesi della SAT in convegno a Malé (TN)

Al convegno erano presenti Claudio Bassetti, presidente SAT Organo centrale, Alessandro Gogna e Sandro Rossi, alpinisti, Luca Calzolari, direttore responsabile Montagne 360°, Martino Peterlongo, presidente Guide alpine collegio Trentino, Adriano Alimonta, presidente soccorso alpino trentino, Romano Stanchina, Servizio Turismo PAT, e Carlo Ancona, giudice del Tribunale di Trento.
Quanto assieme concordato dai relatori è espresso nella Relazione finale, documento che nella sua complessità impegna la SAT per il futuro in una precisa direzione e chiude degnamente il 119° congresso dell’associazione.
Relazione finale del convegno Alpinismo esplorazione e libertà
119° CONGRESSO SAT
Alpinismo, l’enciclopedia Treccani recita: “Attività sportiva consistente nell’ascendere le montagne ricorrendo a una specifica tecnica”.Per la SAT è molto altro, vediamo infatti quanto i fondatori, 140 anni fa, hanno declinato al primo articolo dello Statuto Sociale, che definisce anche il nome Società degli Alpinisti Tridentini:… (la SAT) è strumento di unione fra l’esplorazione sportiva dei monti e l’antica cultura delle valli ed ha per finalità:
a) l’alpinismo in ogni sua manifestazione;
b) la conoscenza e lo studio delle montagne, soprattutto trentine;
c) la tutela del loro ambiente naturale;
d) il sostegno alle popolazioni di montagna.
Anche dopo le varie modifiche subite nel corso degli anni dallo statuto queste definizioni sono rimaste immutate e sono tutt’ora condivisibili, attuali e ribadiscono la lungimiranza dei padri fondatori di SAT.Infatti il modo di andare per monti è ora sicuramente diverso rispetto a un passato anche prossimo, è fortemente cambiato negli approcci, nei tempi, nelle visioni, nella ricerca di mete, nella scelta dei mezzi. Ma se ci fermiamo a riflettere non ci risulta poi così differente, le sensazioni e visioni personali sono quelle di sempre.Dobbiamo notare che i padri fondatori non fanno cenno ad alcuna preoccupazione per la libertà: segno che a quel tempo non esisteva il problema.Oggi invece dobbiamo fare i conti con una società che impone ritmi, divora spazi, annulla distanze, ammalia con il no limits. Una società nemica del tempo dilatato, che non lascia assaporare le atmosfere, una società suadente che confonde esperienza con acquisto, nega il valore della poca o tanta fatica della montagna lenta e non competitiva.

, USA, America Settentrionale , casa fratello di Brady (Jake) , Albuquerque , Sandia Peaks

Sandia Peaks, Albuquerque, USA

Salire le montagne per una sfida più sportiva, controllando cronometro e cardiofrequenzimetro, con le scarpette ginniche e pantaloncini corti per tenere il fisico tonico e allenato, rientra più facilmente nei canoni accettati dalla società odierna: queste pratiche sono componenti dell’alpinismo e rientrano tra quanto recita il nostro statuto, proprio perché vogliamo declinare la parola alpinismo assieme a libertà.

Praticare l’alpinismo, a qualsiasi livello e forma, arrampicare in falesia, salire un Ottomila, fare una passeggiata o un’escursione, salire e scendere di corsa, andare a passo lento, d’estate come d’inverno, con sci o altro, studiare piante o minerali, spiare animali, ammirare panorami, confrontarsi con chi in montagna vive e lavora, è un appagamento per quanto ognuno si aspetta di ricevere dal suo praticare la montagna.

Alpinismo quindi come realizzazione delle aspettative personali, arricchimento interiore, piacere. Un alpinismo che si riappropri di un diritto fondamentale, quello dell’evoluzione individuale, oggi tendenzialmente trascurato o anche negato dalla società.

Esplorazione, sempre l’enciclopedia Treccani recita: “Cercare di scoprire, di conoscere quanto è sconosciuto o nascosto o quanto altri cerca di tenere celato, servendosi dei mezzi opportuni” . Questa bizzarra definizione va decisamente aggiornata.

Dopo il periodo delle grandi esplorazioni, da Marco Polo ad Amundsen, da Whymper a Bonatti, le biblioteche (come per esempio quella di SAT) sono piene di documentazione e testimonianze. Ciò permette di trovare una risposta alla domanda su cosa ha spinto tanti uomini a intraprendere simili avventure: è stata una prospettiva di vita, una scelta interiore, un desiderio di scoperta, una voglia di apparire, o un’idea di futuro? probabilmente un mix di tutto questo. E quanto il desiderio di libertà è stato motore per tutto ciò?

E ora cosa possiamo proporre come esplorazione in quest’epoca dove sembra sia stato tutto scoperto e conosciuto? Sicuramente vi saranno ancora in qualche angolo di mondo luoghi non ancora esplorati a fondo, ma questo è un capitolo che continua a essere per pochi.

La ricerca di prestazioni sempre più performanti, superamento di difficoltà alpinistiche impensabili fino a poco tempo fa, tempi di salite e concatenamenti di tutti i tipi e con tutti i mezzi, bici, sci, al limite della umana considerazione, è un modo di frequentare la montagna, ma non può essere considerata esplorazione e nemmeno può essere la sola aspirazione al nuovo.

Sulla base di queste considerazioni SAT rivolge la propria attenzione a tutti coloro che frequentano le montagne, soci e non soci: ci poniamo come obiettivo una ricerca che non si esaurisca nella logica dei record, che sia condivisibile e alla portata anche delle future generazioni, e questo non può essere che qualcosa di personale, intimo e spirituale, che non si limiti a una prestazione fisica. Ognuno di noi ricorda la sua prima cima, magari poco più di una collina: ma è chiaro in noi che quello è stato il primo passo che ci ha spinto e ci spinge verso altre mete, nella sensazione di aver fatto un enorme balzo avanti.

Questo dovrebbe essere per noi l’esplorazione, vivere come scoperta, come fatto unico e nuovo ogni salita, ogni escursione in luoghi mai visitati, o anche già noti, lasciarsi entusiasmare da quanto ci circonda. Usare il territorio in maniera sobria e intelligente, consapevoli che chi visiterà gli stessi luoghi dopo di noi ha il nostro medesimo diritto di trovarli integri e di entusiasmarsi.

Non perderemo mai l’entusiasmo e la voglia di guardare avanti, di trovare nuove mete grandi o piccole che siano, continueremo a crearci nuovi percorsi e situazioni dando tempo al tempo e respiro alla mente, un passo dopo l’altro; come dice Simone Moro, continuare a sognare e poi impegnarsi nella realizzazione.

Libertà, ancora dall’enciclopedia Treccani: “La facoltà di pensare, di operare, di scegliere a proprio talento, in modo autonomo”.

La libertà è un diritto essenziale di ogni uomo, l’alpinismo e la montagna sono una delle massime espressioni di libertà, perché le attività alpinistiche per loro natura non possono rispondere a regole prefissate come avviene negli sport classici. A regolamentare la nostra vita ci pensano già con molta efficacia e spesso con indiscutibile utilità e necessità i vari codici normativi. SAT individua la libertà come ricerca e conoscenza di sé e dei propri limiti, come espressione alta di chi sa mettere in gioco se stesso con la consapevolezza dei propri mezzi e con la conoscenza del terreno di sfida. Libertà è ricerca di evoluzione individuale che va di pari passo con l’aumento di responsabilità del singolo. Un terreno sul quale l’uomo si è sempre confrontato, con esiti diversi, ma senza il quale la vita sarebbe meno ricca, la letteratura più povera, la geografia dell’emozione una piccola collina.

Libertà come diritto
Potremmo partire da una citazione filosofica di John Stuart Mill: “Ogni vincolo in quanto vincolo è un male”. Ma può sembrare banale e anarchico, perché non rifuggiamo le regole ma le vogliamo declinate col buon senso. Il libero accesso alla montagna è un diritto ma solo se accompagnato da un lungo percorso di autodisciplina e auto responsabilità. Quando il nostro esercitare un diritto si confonde con la volontà prepotente e infantile di far ciò che si vuole questo va a scontrarsi con le altrui libertà, mette a rischio altre persone, limita i diritti di terzi, e quindi cessa di essere un diritto, trasformandosi in abuso. Libertà in montagna è quindi libertà di movimento ampliata dall’esercizio della responsabilità: che vuol dire preparazione,disciplina, consapevolezza del limite, e, solo secondariamente, raggiungimento di una prestazione. Libertà è anche quella di rinunciare, avere il coraggio di tornare indietro se i presupposti non sono sufficienti alla progressione: persino gli alpinisti di punta non dovrebbero limitare la propria libertà di scegliere per compiacere gli sponsor o per una qualsivoglia specie di sudditanza psicologica, soprattutto per la valenza di esempio di cui sono portatori. Il ruolo di tutti diventa di formazione, educazione e sensibilizzazione alla responsabilità.

Panorama su Aguglia di Goloritzé, Supramonte di Baunei, giro di Punta Salinas e Cuile Irbidossili
Panorama su Aguglia di Goloritzé, Supramonte di Baunei

Il rischio in alpinismo
Il rischio nasce dalla disparità tra uomo e montagna, come tra uomo e mare o uomo e deserti. Il rischio è elemento costitutivo dell’alpinismo e catalizzatore di libertà di scelta. Il rischio zero in montagna è una pura illusione che l’odierna società spaccia come raggiungibile. Il rischio in montagna va legato all’esercizio della responsabilità e la domanda che dobbiamo porci è: quale rischio mi posso permettere in questa situazione? La valutazione e la successiva accettazione del rischio è anche positivo elemento di opportunità e consente il percorso di evoluzione personale.

Dopo aver preso i dovuti accorgimenti per abbassare la soglia del pericolo, la consapevolezza del rischio aumenta la sicurezza globale. La consapevolezza del rischio può essere inquinata da una consistente “propensione” soggettiva al rischio, caratteristica di alcune persone, spesso inconsapevole e irrazionale. Propensione a volte esaltata dai media e dal mercato, confusa con la vera avventura.

Il diritto al rischio è valido solo quando è frutto di una scelta responsabile e rispettosa degli altri, nella consapevolezza che non esiste un diritto al soccorso sempre, comunque e in ogni condizione.

Sicurezza
Si è sicuri solo con il giusto mix di sicurezza interiore (preparazione e responsabilità) e di dotazione del corretto equipaggiamento e, se necessario, di altri strumenti tecnologici.

La sicurezza totale è una pura illusione, non esiste e non esisterà mai, né in alpinismo né in nessun’altra attività umana, e ogni alpinista sceglie liberamente e consapevolmente di prendersi carico della componente inalienabile di rischio legata al fare alpinismo. Se la componente di sicurezza soggettiva può essere aumentata (anche se mai totale) rimane comunque la parte legata all’imponderabile, sempre presente e mai eludibile. L’impostazione attuale della società è improntata alla cultura della sicurezza, la société sicuritaire, come scrivono i francesi. La società “sicuritaria” è anche il risultato di una motivazione positiva, ovvero l’idea che la società si faccia carico della sicurezza dei suoi membri. Sicurezza che è importantissima in tutti i luoghi, in tutte le attività dove le persone si trovano a lavorare, studiare, farsi curare, soggiornare, circolare. Esistono però spazi in cui l’individuo può e deve muoversi liberamente con la coscienza del rischio e dei propri limiti, con l’attenzione agli altri e all’ambiente in cui si muove: perciò, in quell’ambito, la cultura della sicurezza totale si manifesta in tutto il suo disvalore. La montagna è uno dei pochi spazi che consentono ancora l’espressione di una ricerca personale in cui si mette in gioco la dimensione della libertà della scelta. Questi spazi, questa libertà, questa dimensione non vengono però accettati dalla società sicuritaria. Scrive Annibale Salsa che oggi noi “assistiamo a un vero e proprio eccesso, un delirio della sicurezza” e continua “la ricerca della sicurezza è la psicopatologia della società moderna”.

Se però siamo concordi nel contrastare la diffusione a tutti i livelli di questa società sicuritaria dobbiamo prenderci le nostre responsabilità e agire di conseguenza. Questo in montagna significa limitare al minimo l’uso di installazioni fisse di progressione, nonché la messa in sicurezza delle vie di alta montagna, perché queste opere non devono essere usate come alibi per propagandare (anche a beneficio politico) una salita come “via sicura”, correndo il rischio di far accedere a quella cima anche alpinisti improvvisati e ottenendo magari il risultato contrario.

Va tenuto in debito conto che qualsiasi istituzione crei dei percorsi, sentieri, o attrezzi vie di salita o ferrate ha l’obbligo di mantenerle efficienti con la dovuta manutenzione per almeno dieci anni. Obbligo, peraltro, già sancito dalla legge.

Non utilizziamo mai nell’indicare percorsi, sentieri, vie ferrate, trekking e nelle escursioni guidate la frase “in assoluta sicurezza”.

L’equipaggiamento e le attrezzature tecnologiche sono validi supporti, ma non costituiscono da soli garanzia di sufficiente sicurezza: conoscenza, esperienza, buon senso e istintualità sono ancora alla base della responsabilità e quindi indispensabili.

Ricerca della responsabilità giuridica
Altro vizio della società moderna è la ricerca obbligatoria di un responsabile per ogni cosa che accade, anche se questa è accidentale e totalmente indipendente dai comportamenti umani. Ad esempio la caduta sassi in montagna esisterà sempre e non è né prevedibile né eludibile. Il modello statunitense di far causa contro qualcuno per qualsiasi cosa accada, con lo scopo di farsi risarcire, sta ormai radicandosi anche nella nostra società e nel mercato della sicurezza assistiamo a denunce e richieste di danni che sono assurde persino nella loro impostazione.Simili comportamenti non sono utili a nessuno, salvo agli avvocati: ingolfano i tribunali, e soprattutto mettono a dura prova la voglia dei volontari nel continuare a dedicare il proprio tempo libero per il bene della collettività: situazione ben avvertita anche da SAT (manutenzione sentieri, accompagnamento, alpinismo giovanile). Nei casi di contenzioso nei confronti di operatori di montagna è auspicabile che chi dovrà giudicare sia quantomeno assistito da esperti di montagna; alla stessa maniera i pubblici ufficiali che dovessero intervenire nelle indagini dovrebbero avere delle buone conoscenze in materia.

Media e comunicazione
Chi non pratica la montagna normalmente non si interessa di alpinismo se non in occasione di incidenti e tragedie che vengono riportate dagli organi di informazione molte volte in maniera non corretta, se non altro scrivendo certi titoloni a effetto. Nostro compito è fare informazione e controinformazione corrette sottolineando il valore sociale e culturale della pratica della montagna. Inoltre sul costo sociale di soccorso, recupero e cura di eventuali infortunati dobbiamo diffondere i veri numeri, evidenziando a esempio che il fumo e l’alcol hanno un costo sociale molto più elevato, così come la nutrizione non sana (vedi l’obesità dei bambini) e la mancanza di attività motorie soprattutto in età scolare.

Soccorso
I soccorritori sono dei volontari ai quali è demandato istituzionalmente il compito di intervenire in caso di bisogno; essendo la partecipazione a questo corpo una libera scelta, il soccorritore non si lagna quando lo chiamano per un intervento. I soccorritori accettano che chi va in montagna possa sbagliare, e non giudicano su quanto è successo, solo chi è sul posto può realmente sapere come si sono realmente svolti i fatti, salvo poi tentare un’indagine e con il positivo scopo di creare una casistica che possa tornare utile in seguito. I soccorritori sono essi stessi degli alpinisti, e spesso tra i migliori, e pertanto i rischi che corrono sono da loro accettati sia come professionisti che come volontari. Di certo la mancanza di responsabilità personale aumenta sempre più le richieste di soccorso da parte di escursionisti improvvisati o alpinisti che scambiano l’elicottero del soccorso per un taxi. Non deve passare l’idea che l’essere soccorsi è un diritto sempre e comunque.

Molino Ruatti (val di Rabbi) 18.10.2013. Alpinismo e Libertà, convegno SAT. Adriano Alimonta, Claudio Bassetti, Sandro Rossi, Martino Peterlongo (pres.AGAI Trentino), A. Gogna, Romano Stanchina, Luca Calzolari, Carlo Ancona, Sandro De Manincor

Molino Ruatti (val di Rabbi) 18.10.2013. Alpinismo e Libertà, convegno SAT. Da sinistra, Adriano Alimonta, Claudio Bassetti, Sandro Rossi, Martino Peterlongo (pres.AGAI Trentino), A. Gogna, Romano Stanchina, Luca Calzolari, Carlo Ancona, Sandro De Manincor.

Impegni istituzionali
SAT per dare senso e seguito a quanto enunciato deve mettere in campo tutte le proprie risorse costituite dalle Commissioni tecnico-scientifiche e Scuole che si avvalgono di collaboratori esperti e motivati, con valenze specifiche in ogni campo. Questi, se correttamente stimolati dagli organi politici interni, sono in grado di dare grande impulso a un movimento di opinione, a una maggior chiarezza di obiettivi pratici ma soprattutto all’assunzione di individuale responsabilità.

L’attività di SAT deve essere coordinata con le altre istituzioni, in modo particolare con il Collegio delle Guide Alpine e il Soccorso Alpino e Speleologico. Tale sforzo comune ha come obiettivi:

– indurre la consapevolezza, soprattutto nei meno esperti, che muoversi in montagna è esercitare il proprio diritto di libertà responsabile e non di libertà tout court;

– difendere il ruolo culturale delle libere pratiche di montagna in opposizione alla dominante cultura sicuritaria;

– sostenere il ruolo sociale delle pratiche di montagna tramite l’ideazione e realizzazione di progetti educativi e sociali;

– rilanciare il ruolo economico delle pratiche di montagna perché a pieno titolo fattori di sviluppo durevole dell’economia montanara, in quanto contribuiscono, per la loro forte immagine simbolica, alla promozione dei territori e al rispetto dell’ambiente;

– eliminare o almeno addolcire dal corpus di norme e regolamenti giuridici certe disposizioni poco meditate, non condivise e spesso dannose;

– adoperarsi in definitiva per favorire l’evoluzione e la vera crescita dell’individuo e della collettività.

Missione civile di SAT è perseguire questi obiettivi.

Missione etica è sfidare modelli imperanti e stereotipi e contrastarli con lo stesso spirito dei primi esploratori.

Male’ 11-20 ottobre 2013

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La distrazione di Yuan Yang