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In vetta a tutti i costi!

  In vetta a tutti i costi!
di Stefano Michelazzi

Ricordo ancora quel 6 maggio del 1976.
Ricordo ciò che provai, pur abitando a Trieste dove il sisma si sentì fortissimo ma causò pochissimi e ridicoli danni.
Ricordo bene le immagini dei giorni a seguire. Le immagini di un Friuli dove si andava la domenica a giocare sui prati che non esisteva più.
Ed era stato meno forte di questo…

Il 25 aprile del 2015 rimarrà un ricordo indelebile e un trauma che nessuno e niente potrà cancellare.

25 aprile 2015: tra le immagini che scorrono in internet della nostra festa italiana a un certo punto cominciano a scorrere immagini di una catastrofe.
Con le panzane e le bufale che sono di moda attualmente, al primo momento mi chiedo se non siano immagini farlocche.
Poi ne vedo sempre di più, arrivano notizie da diverse pagine di notiziario e la festa non ha più importanza, anzi vedendo quelle foto mi sento quasi a disagio per aver festeggiato…

Il Campo Base dell’Everest dopo la valanga del 25 aprile 2015. Foto: Azim Afif, via Associated Press

Vetta-Costo-EVEREST-Azim Afif-Associated PressUn terremoto così forte non è in memoria. Si paragona, si assimila, ma con dati poco certi con supposizioni antiche, lì in quell’angolo sperduto di estremo oriente del quale si conoscono soltanto i percorsi turistici di moda, sanno soltanto che tutto è crollato o sta crollando, che il vicino di casa è scomparso tra le macerie, che una mamma cerca il suo bambino che non troverà mai più, che un altro bambino si riterrà fortunato di essere rimasto orfano…

Ma non basta… Un’altra scossa di poco più lieve spacca un’altra volta il Paese delle montagne, un’altra mazzata a un popolo che già di per sé si regge in piedi a malapena.

Nepal, Patria della cima più alta del mondo. Sagaramāthā (Dio del cielo), questo il nome nepalese di quello che noi occidentali conosciamo come Monte Everest.

E qui, al campo base che accoglie le spedizioni che arrivano da tutto il mondo per tentarne la salita, gli alpinisti presenti vengono travolti da un’immensa valanga che lascia sul terreno 18 morti.
Altri alpinisti rimarranno feriti o scompariranno a causa di frane e smottamenti in altre zone del Paese che stavano esplorando.
Alla fine il conto sarà di una ventina di morti tra le vittime della comunità alpinistica.

Vetta-Costo-kath

I riflettori dei media dove si puntano in una situazione come questa? Di che si parla nei notiziari prima di ogni altra cosa?

Sono oltre seimila ad oggi i morti stimati tra la popolazione ed un conto preciso alla fine risulterà pressoché impossibile, vista la particolare strutturazione antropica del Paese, dove esistono villaggi non contemplati sulle mappe e dove raggiungere molte zone è reso quasi impossibile dalle condizioni franose del terreno, dove alcuni villaggi sono stati letteralmente fagocitati da enormi voragini e non ci sono sopravvissuti, come spiega l’inviato di Repubblica in questo servizio:
http://video.repubblica.it/dossier/terremoto-in-nepal/l-inviato-ritorno-al-medioevo-nel-nepal-rurale-interi-villaggi-inghiottiti-dalle-frane/199157/198207?ref=HREA-1

Dove si posano i riflettori dunque?
Per due giorni i notiziari occidentali non fanno altro che trasmettere le immagini della valanga caduta sul campo base, raccontare dei reduci del campo1, che sono in difficoltà a scendere, parlare della ventina di morti tra gli alpinisti come se fosse quella la tragedia…

Tutte le vittime di una catastrofe hanno pari dignità perciò in molti cominciano a chiedersi quale dignità abbiano quei seimila e più a paragone della perdita tra gli alpinisti…

Da più parti si comincia a discutere e contestare questa situazione che mette in ombra la reale tragedia per illuminarne una piccola porzione. I social network fanno rimbalzare nella rete le proteste verso questa differenziazione tra morti di serie A e di serie B.

Marco Confortola dal campo del Dhaulagiri assicura che lui e i compagni stanno bene e che si arrangeranno a scendere, troveranno il modo, sono alpinisti, lo sanno fare. Non vogliono elicotteri, sanno della tragedia e gli elicotteri servono a chi ne ha veramente bisogno, i morti e feriti in tutto il Nepal!
http://www.laprovinciadisondrio.it/stories/Cronaca/confortola-rassicura-dal-nepal-sto-bene_1117520_11/

Tanto di cappello a lui e ai suoi compagni! Alpinisti di certo!

Al Campo Base dell’Everest intanto gli elicotteri cominciano i loro voli per trasportare a valle i superstiti, e dall’Alto Adige arriva la voce tonante e incazzata di Reinhold Messner:
“La vera emergenza – dice il Re degli ottomila all’Ansa – non è sull’Everest. Gli alpinisti dovrebbero essere in grado di badare a se stessi. Tutti ora parlano dei morti sull’Everest, ma il vero dramma si sta svolgendo nella Kathmandu Valley e nelle altre vallate, dove ci sono migliaia e migliaia di morti e dove manca di tutto”.
http://altoadige.gelocal.it/bolzano/cronaca/2015/04/27/news/tragedia-nepal-messner-contro-i-soccorsi-di-serie-a-e-serie-b-1.11316898

Per noi italiani, per noi alpinisti italiani, il suo sbotto è una liberazione!
La stampa non segue molto le voci di chi non sia pubblicamente accreditato e finora non ha dato peso al “rumore” di chi contestava questa situazione.
Messner libera tutti questa volta!

Almeno da noi, almeno un po’, la “musica” cambia e il peso maggiore viene dato alle notizie della vera, immane, tragedia che ha sconvolto quel piccolo pezzo di terra, al quale molti di noi sono affezionati, per averlo visitato, per averlo sognato o per essere ancora prigionieri del sogno.

Le grandi Nazioni non ci stanno facendo una bella figura, questo è certo! L’aiuto dedicato dai governi è veramente poca cosa, solo il Regno Unito fa qualcosa di più, gli altri poco o molto poco e l’Italia ha troppo da pensare alle beghe di campanile. La stima degli aiuti è penosa:
http://www.internazionale.it/notizie/2015/04/28/il-punto-sulle-vittime-e-i-soccorsi-in-nepal

Gli italiani invece, il popolo italiano, si mobilita immediatamente. Sa bene il popolo italiano che cosa sia un terremoto. Guide Alpine, negozi specializzati o meno, associazioni di vario genere (e mi scusi qualcuno se l’ho dimenticato), organizzano raccolte di beni di prima necessità per convogliarli il prima possibile e aiutare con quel poco che diventa tanto, fin troppo… non si riesce più a spedire i convogli al momento e si faranno altre spedizioni nelle settimane a venire.

Beh, non siamo molto ben rappresentati (a tutti i livelli…), ma rimaniamo “brava gente”…

 

E fin qui, la nostra cultura occidentale già ci fa una magra figura (molto magra…!), ma non è finita.
No! Siamo o non siamo colonialisti per tradizione?
Più di SEIMILA morti (finora) a noi che importano?

Le spedizioni commerciali o meglio le agenzie che di questo commercio si interessano, fanno leva sul governo nepalese (che già più volte ha dimostrato di mantenere funzionari corrotti) e fanno sì che gli Sherpa siano già al lavoro per bonificare il campo base ed i campi alti della normale all’Everest e a piazzare le corde fisse, per quegli aspiranti salitori da operetta, che stanno aspettando di passare le loro ferie e non possono neanche immaginare di non realizzare quello per cui hanno pagato. SEIMILA morti (e più di sicuro…) che se ne stiano buoni-buoni, loro e i sopravvissuti e magari qualche rimasuglio di zaino o di giacchetta in pile, quando scendiamo glieli buttiamo, spacciandoli per un grande gesto di carità umana. Ci facciamo anche i selfie con i bambini sporchi di terra che fanno tanto colpo da noi in occidente…

Tutto questo squallore è facilmente trovabile in internet su diversi siti. Eccone alcuni:
http://www.myrepublica.com/society/item/20095-expedition-to-everest-to-continue-ice-fall-obstruction-being-removed.html (link in seguito rimosso, NdR)
http://www.nepalmountainnews.com/cms/2015/04/27/utm-mountaineers-in-everest-to-continue-climb/
http://m.setopati.net/news/6361/

Naturalmente la quasi totalità di alpinisti “normali” sta tornando a casa. Per tutti valgano le parole dell’inglese Adrian Hayes che dal Makalu fa sapere che tutti e 7 i team ai piedi della montagna (circa una trentina di persone) hanno deciso di tornare a casa: “I fattori e le ragioni sono diverse – scrive l’inglese -, in primo luogo relative alla morale e all’etica che c’è nel continuare la scalata mentre così tanta devastazione si è verificata nel Paese, e il rispetto per i desideri dei nostri sherpa, alcune famiglie dei quali sono state colpite. Chiaramente per tutti noi che abbiamo messo tanto tempo, energia e soldi nella spedizione è una grande delusione. Per me, che avevo un doppio obiettivo e che dopo il Makalu volevo andare al Lhotse, cancellato perché condivide il campo base con l’Everest, è addirittura una doppia delusione. Ma passa totalmente in secondo piano nel momento in cui la si mette in prospettiva e si considera la tragedia del Nepal. È solo una montagna dopo tutto. E tutto succede per una ragione…”.

Così scrive il New York Times:
(http://www.nytimes.com/2015/04/26/world/asia/everest-climbers-killed-as-nepal-quake-sets-off-avalanche.html)
“Buona parte del bilancio economico del Nepal è dato dal turismo, con in testa la salita all’Everest come massima attrazione.
Malgrado la ricchezza generata dagli scalatori della famosa cima costituisca soltanto una parte relativamente piccola dell’economia del Paese, questa rappresenta uno dei pochi modi di guadagnarsi la vita in Nepal.
Gli scalatori stranieri pagano le agenzie di professionisti e le guide occidentali qualcosa come 100.000 dollari per farsi accompagnare nella salita.
Gli Sherpa sono assoldati a circa 125 dollari a salita trasportando i bagagli (peso pro capite fissato a 20 libbre – circa 10 kg).
Le agenzie pagano al governo nepalese migliaia di dollari a scalatore per ogni licenza e queste tasse fruttano al governo dai 3 ai 4 milioni di dollari annui.
In tutto questo si inserisce anche l’indotto con alberghi, ristoranti e schede telefoniche oltre al supporto per gli escursionisti.”

Sembra quasi vero…

Ci vuole poco a fare i conti da questa stima e capire chi ci guadagna e chi è sfruttato. Schiavi in casa loro, mi verrebbe da definirli.

Appare ovvio che se nessuno ha interesse a sviluppare un’economia che abbracci anche altri settori, le popolazioni locali con i pochi mezzi a disposizione accettino di buon grado di venire sfruttati pur di sopravvivere e la descrizione del NYT non appare altro che una giustificazione nei confronti degli sfruttatori, disegnandoli come benefattori…!

Sul chi siano gli sfruttatori, poi, appare chiaro allo stesso modo…

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In questo momento, il Nepal ha bisogno di aiuti umanitari che nel minor tempo possibile bonifichino la situazione disastrosa. In seconda battuta di aiuti per ricostruire.

Gli interessi economici travestiti da carità, non faranno altro che rendere un Paese, già malandato prima del terremoto, ancora più economicamente dipendente dalle organizzazioni commerciali e ancora di più in balia di funzionari criminali e senza scrupoli.

Credo che la comunità alpinistica italiana debba prendere una posizione ben netta su questa situazione. Gli elicotteri servono ad aiutare la popolazione devastata dal sisma, non a portare ricchi pancioni, viziati in gita di piacere!

Diversi alpinisti italiani, ma non solo italiani, hanno denunciato e continuano a denunciare questa situazione di colonialismo post-moderno, in un frangente come questo sarebbe ora di darsi da fare per rimediare almeno dove e come possiamo.

L’appello, che lancio da qui, è di far pressioni al nostro governo affinché contesti a livello diplomatico questo ignobile e squallido stato di cose. Contestando e contrastando laddove possibile le salite alpinistiche, dirottando gli aiuti sulle necessità delle popolazioni e non su quelle dei turisti senza scrupoli!

Collegio Guide Alpine italiane, Club Alpino Italiano e qualsiasi associazione che di montagna si interessi in questo momento devono sentirsi in dovere di sensibilizzare l’opinione pubblica e quella politica. Non cambieremo il mondo, ma di sicuro ci sentiremo meno sporchi e consci di aver agito per scopi umanitari!

Famosa foto della colonna di aspiranti summiters all’Everest. Foto: Ralf Dujmovits
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Alpi Apuane: il divieto più lungo

Sulle Alpi Apuane, il 21 giugno 2013 si verifica una scossa di magnitudo 5.2 che, con epicentro in Lunigiana tra Fivizzano e Casola, provoca, oltre alla paura della popolazione, qualche danno agli abitati e quattro contusi.
I giorni dopo vi è uno sciame sismico con altre scosse via via più deboli. Qualcuno segnala che dalla parete nord del Pizzo d’Uccello si è staccato qualche blocco di roccia.

Dal 4 luglio 2013 nel comune di Fivizzano (provincia di Massa-Carrara) è in vigore l’ordinanza n. 320 del Sindaco Paolo Grassi che vieta, in via cautelativa e fino alla verifica dei sentieri e arrampicate della zona Pizzo d’Uccello e dell’intero comprensorio Apuano/Valle di Vinca, la pratica dell’arrampicata e la fruizione dei sentieri presenti all’interno del territorio comunale e facenti parte del Parco Regionale delle Alpi Apuane.

Il versante sud del Pizzo d’Uccello

Il PIzzo d'Uccello dal M. Contrario , Alpi Apuane

L’ordinanza fa seguito a una relazione tecnica firmata dal geologo Paolo Cortopassi secondo la quale nella zona sono state identificate aree potenzialmente instabili. Per il sindaco dunque, accertato lo “stato di pericolo”, scatta l’interdizione per tutti “fatto salvo l’accesso… da parte di guide alpine professionistiche e/o equipollenti purché iscritte che per la natura della loro qualifica si assumono ogni grado di responsabilità”.

L’ordinanza dispone “altresì che le Guardie Parco dell’Ente Parco Regionale delle Alpi Apuane con sede in Massa, Via Simon Musico 8, esaminino tutti i percorsi escursionistici interdetti dalla presente ordinanza al fine di verificare l’agibilità degli stessi”.

Una breve indagine storica ci informa che la zona non è per nulla esente da fenomeni sismici: basterà ricordare il terremoto del 1920 con magnitudo stimata di 6.5 che provocò centinaia di morti fra Fivizzano, Barga e Castelnuovo Garfagnana. Risalendo alcuni secoli addietro si arriva al 1481 con il terremoto di Barga (Garfagnana), per il quale la magnitudo stimata è di 5.8.
E nel 1985 vi fu un’evacuazione prudenziale di molti abitati della zona a seguito di una scossa di magnitudo 4.6.

Per questi precedenti tutti i comuni di Garfagnana e Lunigiana dal punto di vista della zonazione sismica sono classificati nella zona “2”. Quindi niente di inaspettato.

In otto mesi dal luglio 2013 non si sono verificati altri fenomeni. Se anche qualche crollo ci fosse stato, ciò è comune a tutte le montagne, purtroppo.

Non siamo a conoscenza se le guardie del Parco Regionale abbiano o meno provveduto all’esame dei percorsi escursionistici o delle vie ferrate: di certo nulla di ufficiale è stato fatto sui percorsi alpinistici del Pizzo d’Uccello. Perché dunque questa staticità? Perché proibire a tempo indeterminato? E infine, perché proibire?

La parete nord del Pizzo d’Uccello

Paola .... e parete nord del Pizzo d'Uccello. 14-06.1998

A me risulta che detti percorsi siano frequentati con la stessa frequenza di prima, la gente se ne infischia delle ordinanze oppure ragionevolmente pensa che siano divieti inutili?

Con tutto il rispetto per la sollecitudine dimostrata a vietare, non certo seguita da altrettanto puntiglio nel controllo o in opere di sicurezza, non era meglio limitarsi a un consiglio generico di prestare attenzione, forse più attenzione del solito?
Non era meglio puntare finalmente sulla responsabilità del singolo, il quale deve essere debitamente informato dei pericoli ma deve anche poter decidere in autonomia e consapevolezza, per farlo crescere come cittadino e non come suddito?

Che cosa spinge un amministratore a dichiarare inagibile un percorso per un periodo si spera non infinito? Ci domandiamo se ha mai riflettuto questo amministratore sulla convinzione comune che là dove c’è un divieto c’è sicuramente un pericolo, quindi là dove non c’è alcun divieto significa che non v’è pericolo alcuno. Assecondare con i divieti questa convinzione significa essere davvero responsabili dei possibili errori e delle possibili disgrazie.
Oppure si vieta tutto e per sempre.

Ma ci sono anche altri vizi sostanziali in questa ordinanza, che non è certo la prima a presentarli. Una per tutte valga quella del Sindaco di Livigno (ord. n. 34 del 24 aprile 2012 – Prot. 8504 cat. II/1 fasc. 10, successivamente revocata con ord. n. 48 del 16 maggio 2012), ai sensi della quale «dalla data odierna e fino alla revoca della presente, all’interno del territorio comunale di Livigno (SO), è vietato lo sci fuori pista in ogni sua specialità, ad esclusione delle guide alpine italiane e straniere abilitate (art. 4 della Legge 2/1/1989, n 6 ”Ordinamento della professione della guida alpina” e degli artt. 20-26 ”Regolamento regionale 6/12/2004 n. 10” ) e delle persone accompagnate dalle stesse, sotto la responsabilità delle medesime guide alpine».
Pur senza voler approfondire, si può qui notare “ictu oculi” come il divieto della libertà di circolazione sul “fuori pista” sia qui da una parte generalizzato (non riferita cioè soltanto ad alcune zone circoscritte ad “alto rischio”) e privo di un termine certo (così che, in carenza di una tempestiva azione da parte del Sindaco, il divieto ben sarebbe potuto permanere anche quando le presunte condizioni di pericolo fossero materialmente venute meno), e dall’altra parte finisca per mettere in atto una discriminazione fra gli utenti “esperti” della montagna prevedendo una deroga al divieto esclusivamente per le guide alpine (e le persone da questi accompagnate) e non già per tutti i soggetti dotati di idonea (o analoga) preparazione tecnica (si pensi all’alpinista esperto e che, tuttavia, non abbia la qualifica di ‘guida’). Questa sarebbe la vittoria dei “pezzi di carta” sulla vera esperienza e sul buon senso.

Castello della Verrucola a Fivizzano (MS)

AlpiApuane-Fivizzano-Verrucola (2)

Postato il 23 febbraio 2014

Aggiornamento del 29 maggio 2015: il divieto di accesso è stato revocato con ordinanza del Comune di Fivizzano del 28 maggio 2015.