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Eccesso di soccorso

Dal 20 agosto 2016 lungo il tracciato dell’Alta Via numero 7 risultava dispersa Janna Schneider, 39 anni, di Münster (Renania Settentrionale-Vestfalia, Germania). Dopo la conferma da parte dei parenti della donna sulle sue intenzioni di percorrere proprio quell’itinerario, i soccorritori si sono trovati alle 8 di mattina del 21 agosto al rifugio Carota: dopo essersi divisi in squadre, i soccorritori sono stati trasportati nelle zone di ricerca dall’elicottero del SUEM di Pieve di Cadore e da quello dei Vigili del Fuoco. Le ricerche non hanno avuto purtroppo esito, sono passate settimane nelle quali è stato ritrovato il cellulare della donna e si è stabilito che era sua l’auto con targa tedesca parcheggiata al rifugio Dolada, a Pieve d’Alpago.

Joanna Schneider. Foto: cortesia CNSAS
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Il 12 settembre a seguito di richiesta dei familiari, un elicottero privato con a bordo una guida alpina, componente ed ex capostazione del Soccorso alpino dell’Alpago, aveva effettuato una nuova perlustrazione lungo l’Alta Via numero 7, concentrando l’attenzione sulla ferrata Costacurta del Monte Teverone: alcuni escursionisti avevano infatti detto di aver visto qualcosa di giallo. Il soccorritore si è fatto sbarcare all’uscita del percorso attrezzato e, dopo un tratto, si è calato fino a vedere 40 metri più sotto la macchia gialla, non apparsa chiaramente durante il sorvolo. Si trattava di un coprizaino. Continuando a scendere con le corde è stato ritrovato il marsupio contenente gli effetti personali della ragazza e il sacchetto della paleria di una tendina. In un canalone, a fondo valle, è stato avvistato infine il corpo, proprio ai piedi del monte Teverone.

Il corpo della Schneider è stato recuperato il 13 settembre alle ore 14. Ed è proprio di quest’operazione che qui vogliamo parlare, al di là quindi della tragedia e delle modalità nelle quali questa è avvenuta. Pubblichiamo qui una lettera aperta dei presidenti del CNSAS Veneto e Friuli-Venezia Giulia, rispettivamente Rodolfo Selenati e Vladimiro Tedesco.

Eccesso di soccorso
di Vladimiro Tedesco e Rodolfo Selenati
“Con il ritrovamento del corpo senza vita di Janna Schneider si chiude con l’epilogo peggiore una storia che ci ha coinvolto fin dal principio, come le tante, troppe, con le quali, soprattutto d’estate, ci confrontiamo. Ricerche che durano giorni, che ci avvicinano sempre più emotivamente a chi è scomparso, alle quali cerchiamo di dare il massimo, mettendo a disposizione la profonda conoscenza del nostro territorio, le tecniche operative richieste in ambienti così severi e rischiosi, la volontà di essere utili al prossimo e di portare aiuto a chi ne ha bisogno.

Non siamo soliti esprimere giudizi sull’operato degli enti che, come il CNSAS, si prodigano nelle emergenze con la nostra stessa finalità – salvare vite umane – e con i quali collaboriamo attivamente, ognuno per la propria parte di competenza istituzionale. Oggi però non possiamo esimerci dall’esprimere la nostra profonda amarezza di fronte alla conclusione di questa vicenda.

Sulla ferrata Costacurta del monte Teverone
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I Servizi regionali del Soccorso alpino e speleologico del Veneto e del Friuli-Venezia Giulia, a differenza di quanto succede ogni giorno – spesso decine di volte al giorno – per una competenza delegata dalla legge dello Stato italiano, oggi (13 settembre, NdR) non hanno potuto ultimare l’intervento di recupero del corpo di Janna, completato con un elicottero dei Vigili del fuoco e con personale dei Vigili del fuoco provenienti da Bologna.

Dopo il rinvenimento degli effetti personali della giovane donna ieri sera, questa mattina alle 8 erano pronti a decollare gli elicotteri sia dal Bellunese che dal Friuli, con personale del Soccorso alpino di Alpago e Valcellina disponibile in piazzola. Personale volontario, lo ricordiamo, con preparazione e formazione certificate dalla Scuola Nazionale del CNSAS, riconosciuta da specifiche leggi dello Stato e delle nostre rispettive Regioni. Personale che ha assoluta familiarità con tecniche operative che non hanno, e non possono avere, paragoni di sorta su quei terreni impervi e ostili, oltre ad avere profonda conoscenza del territorio e dei suoi pericoli.

Vogliamo ancora una volta rimarcare il fatto che le competenze primarie degli interventi di soccorso in montagna, ivi incluso il recupero delle salme, è del CNSAS, in quanto lo Stato ci ha attribuito questo ruolo in modo inequivocabile. Il quotidiano e stretto rapporto con i Servizi Sanitari Regionali da anni permette di effettuare innumerevoli interventi nelle condizioni più estreme, frutto di una continua formazione reciproca che porta gli operatori ad essere pronti a risolvere le più variegate tipologie di emergenze in territorio impervio ed ostile e ad essere a disposizione della Protezione Civile nei momenti in cui è necessario il nostro supporto.

Possiamo inoltre immaginare i costi di un elicottero che non parte dal Friuli o dal vicino Bellunese, ma addirittura da Bologna. In più, oltre ad allungare i tempi di recupero dato il lungo trasferimento, viene a mancare una risorsa da impiegare su eventuali incidenti di competenza dei Vigili del fuoco, che potrebbero verificarsi nella loro zona di provenienza. Chi interverrebbe? Il CNSAS no di certo, non avendone la titolarità. L’intervento di individuazione e recupero si è concluso poco prima delle 14. Squadre a piedi avrebbero impiegato meno tempo. Speriamo vivamente che questo tipo di iniziativa non sia replicata e ci auguriamo non sia frutto esclusivo della ricerca di visibilità su competenze non proprie.

Il presidente del CNSAS Veneto, Rodolfo Selenati
Il presidente del CNSAS Friuli-Venezia Giulia,
Vladimiro Todesco”

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Abruzzo: sempre più vicini al soccorso alpino a pagamento

A seguito del nostro post http://www.alessandrogogna.com/2015/11/06/abruzzo-soccorso-alpino-a-pagamento-ed-rc-obbligatoria/, vi aggiorniamo sulle novità relative alla proposta di legge che riguarda il Soccorso Alpino in Abruzzo.

Abruzzo: sempre più vicini al soccorso alpino a pagamento
di Francesca Marchi
(già pubblicato il 20 maggio 2016 su http://www.ilcapoluogo.it/2016/05/20/soccorso-alpino-a-pagamento-gustav-thoeni-legge-necessaria/)

“E’ un momento storico per la montagna abruzzese”, questo il commento corale dopo la presentazione della proposta di legge sul soccorso in quota a pagamento che porta la firma dei consiglieri regionali del Partito Democratico, Pierpaolo Pietrucci e Luciano Monticelli. La legge, con molta probabilità, sarà tale entro l’estate. Dopo Veneto, Trentino e Valle d’Aosta e Lombardia tocca all’Abruzzo. Si discute da tempo se far pagare un servizio che costa alla collettività migliaia di euro e non sempre viene utilizzato in maniera opportuna. Ad accendere i riflettori sull’iniziativa, presentata a Fonte Cerreto nell’hotel Cristallo, un testimonial d’eccezione: il campionissimo Gustav Thoeni che sta trascorrendo questi giorni in Abruzzo insieme alla moglie Ingrid per sottolineare l’importanza e l’innovazione del progetto di legge. “Vi porto il saluto dalla mia montagna. Questa è una zona molto bella, si potrebbero fare grandi cose che agli imprenditori locali potrebbero fruttare economicamente” – questo il primo commento del vincitore di quattro Coppe del Mondo. Sulla proposta di legge ha detto: “In alcune regioni del nord questa legge esiste già, per chi vive la montagna è necessaria. Ci sono assicurazioni che si possono fare per coprire le spese ed è giusto che sia previsto il pagamento in caso di mancata necessità dell’intervento: non è possibile mettere a repentaglio la vita dei soccorritori e anche la propria per imprudenze e leggerezze!”. 

Pierpaolo Pietrucci, Gustav Thoeni e Luciano Monticelli
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Tante foto, strette di mano, la giacca della scuola di Sci di Assergi ricevuta in dono dal direttore Luigi Faccia e subito indossata, poche battute che rimarcano la sua riservatezza, non a caso viene spesso definito come il “Re silenzioso della valanga azzurra”. Ma Thoeni ha messo da parte il suo essere schivo per questo evento, non ha saputo dire di no all’amico Paolo De Luca, Maestro di Sci e Accompagnatore di media Montagna di Pietracamela, che è anche fra i consulenti che la Regione ha interpellato per la redazione di questo progetto di legge, grazie a lui il campione di Trafoi è in Abruzzo. Pierpaolo Pietrucci ha illustrato i punti principali del progetto di legge che istituisce in Abruzzo una Rete Escursionistica Alpina Speleologica e Torrentistica (REASTA). “Questa è una svolta per la nostra montagna che va vissuta 365 giorni l’anno. La proposta di legge cristallizza e sancisce l’importanza che stiamo dando alle aree interne. C’è un investimento di 350mila euro per la creazione di un archivio di sentieri, percorsi, vie ferrate e di arrampicata, tratturi, itinerari free ride, piste ciclabili e di mountain bike e altri che consentono attività escursionistiche, alpinistiche, speleologiche e torrentistiche. E’ prevista la manutenzione dei sentieri e dei percorsi, oltre che le attività di formazione e informazione che saranno condotte attraverso strutture come le scuole, le scuole di sci, gli operatori turistici”. La proposta di legge contiene anche una misura che attiva una compartecipazione alle spese del soccorso in caso di imperizia degli utenti. “E’ importante educare le persone alla montagna – ha detto Monticelli – è riduttivo dire solamente che gli elicotteri si alzano per recuperare chi va in montagna in ciabatte, questa proposta prevede molto di più”. Luigi Faccia, maestro di sci e vicepresidente del Collegio regionale, ha ribadito: “La regione è stata molto sensibile e ci ha ascoltati. E’ una proposta di legge che si allarga anche alla regolamentazione dei fuori pista, quindi va a completare anche lo sci alpino”. La proposta di legge è frutto di un lavoro di squadra e di diversi tavoli tecnici a cui hanno preso parte tutti gli operatori della montagna: Guide alpine, il 118, rappresentanti CAI, Maestri di sci, Squadre di Soccorso Alpino della Guardia di Finanza, Forestale e della Polizia.

Luciano Monticelli
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Cosa prevede la proposta di legge?
La REASTA (Rete Escursionistica alpinistica speleologica teorrentistica Abruzzo) consta di 15 articoli. Il documento è finalizzato alla disciplina, alla promozione e tutela del turismo montano, in relazione alle funzioni ed ai valori sociali, culturali, ambientali, didattici e di tutela del territorio, per uno sviluppo sostenibile ed economico dell’Abruzzo, con la manutenzione, il recupero, la conoscenza, la salvaguardia del territorio, delle specificità locali naturali e culturali. Questi obiettivi si pongono, tra gli altri, come risorsa allo spopolamento di alcune aree della regione con la manutenzione, il recupero, il censimento, attraverso la valorizzazione, dei sentieri e dei percorsi degli itinerari escursionistici, delle Vie ferrate, delle vie alpinistiche, delle vie di arrampicata sportiva, dei tratturi, delle ippovie, delle piste mountain biking, delle grotte e dei torrenti, che ne favoriscano una corretta e consapevole fruizione. In pratica, si tratta della promozione del turismo montano attraverso il corretto esercizio di ogni attività escursionistica, alpinistica, speleologica e torrentistica regolata dalla presente proposta di legge. Insomma, è indispensabile responsabilizzare i fruitori delle aree interne dopo aver dato loro gli strumenti necessari per la loro fruizione quali informazione, formazione e nel caso di imperizie, il pagamento delle prestazioni di soccorso. Gli interventi di soccorso ed elisoccorso di carattere sanitario, comprensivi di recupero e trasporto, devono considerarsi, dice la REASTA, come prestazioni a carico del Servizio Sanitario Nazionale se effettuati nei limiti di quanto disposto dall’art. 11 del decreto del Presidente della Repubblica del 27 marzo 1992. Le centrali operative dei SUEM 118 verificano e certificano la sussistenza o meno del carattere sanitario degli interventi. Gli interventi di soccorso ed elisoccorso di carattere non sanitario, comprensivi di recupero e trasporto, qualora non sussista la necessità di accertamento diagnostico o di prestazioni sanitarie presso un pronto soccorso, sono soggetti a una compartecipazione alla spesa a carico dell’utente trasportato, se richiesto da quest’ultimo o riconducibile ad esso. La compartecipazione è aggravata qualora si ravvisi un comportamento imprudente. La classificazione degli interventi di soccorso e recupero in ambiente montano, impervio o ostile ed ipogeo a titolo di soccorso sanitario o non sanitario, urgente o non urgente, è attribuita dalla Sala Operativa 3 Regionale Emergenza Urgenza 118, che effettua l’intervento in coordinamento con l’equipe di soccorso sanitario e il Corpo nazionale Soccorso Alpino e Speleologico dell’Abruzzo.

Pierpaolo Pietrucci
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Più sicurezza in tutte le stagioni

Da sabato 12 marzo a domenica 20 marzo 2016 si è svolta a Milano la manifestazione Mount City-Montagne a Milano, con una fitta serie di eventi.
Uno di questi, nella splendida sede di Palazzo Marino, è stato il convegno Più Sicurezza in tutte le stagioni.

Roberto Serafin (http://www.mountcity.it/): “Dolores De Felice e Antonio Colombo che coordinavano con grande competenza a Palazzo Marino la conferenza sul tema Più sicurezza in tutte le stagioni, hanno dato la parola via via a Lorenzo Craveri che ha insegnato a leggere le previsioni meteorologiche, a Umberto Pellegrini che ha spiegato come “nascono” le previsioni del tempo, a Elio Guastalli, soccorritore e profeta della sicurezza in montagna, che vorrebbe veder fallire il Soccorso alpino, a Riccardo Marengoni che ha offerto suggerimenti per camminare in sicurezza, a Matteo Bertolotti che ha parlato della formazione degli alpinisti nelle scuole del CAI, a Martino Brambilla che ha raccontato della sua esperienza nell’alpinismo giovanile del CAI, alla rifugista Elisa Rodeghiero che ha riferito della funzione dei rifugi come indispensabili presidi anche per l’integrità fisica di chi va in montagna. Infine un protagonista dell’alpinismo di tutti i tempi, il veterano Alessandro Gogna, ha posto un sigillo al convegno dilungandosi sulla “bestemmia del no limits”. “La nostra”, ha detto Gogna, “è una società strana, perché come si fa a vivere questa schizoide contrapposizione tra il non avere limiti (o comunque predicare di non averli) e contemporaneamente insistere su una sicurezza quasi maniacale in tutto ciò che facciamo?”.

Il pubblico di Palazzo Marino in occasione dell’inaugurazione dell’evento MountCity-Montagne a Milano. Foto: RobertoSerafin/MountCity
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Dei vari interventi sopra elencati abbiamo scelto quello di Elio Guastalli.

Dai soccorsi possibili alla cultura della prevenzione
(gli interventi del Soccorso Alpino e Speleologico e la volontà di farlo fallire)
di Elio Guastalli

Parto facendo qualche piccola osservazione. Perché, vivendo nel soccorso alpino ormai da molti anni, ho un dubbio: non so se tutti hanno ben chiari alcuni aspetti, alcuni compiti, ai quali il Soccorso Alpino e Speleologico del CAI è chiamato. Sessanta anni fa il soccorso alpino è nato come un’associazione di mutuo soccorso. In sessanta anni sono cambiate tante cose, è cambiato il mondo. Soprattutto le nostre abitudini, le mie e le vostre comprese.

Dico questo perché in seguito tornerò su questo piccolo ma non trascurabile concetto.

Oggi il Soccorso alpino non è più, da tanti anni, un’associazione di mutuo soccorso. Oggi c’è molto altro. E da anni. Oggi il CNSAS svolge un compito di pubblico servizio. E’ un onore per il Soccorso alpino, è un onore per il Club Alpino Italiano, ma è un compito pesantissimo, veramente di grandissima responsabilità. C’è questa, ma non solo, legge dello Stato che interessa il soccorso alpino, ma non solo: attraverso una serie di altri provvedimenti, anche restrittivi, convenzioni, e anche tramite i presîdi sanitari delle Regioni al Soccorso alpino sono assegnati dei compiti molto precisi.

Il CNSAS è sostanzialmente una struttura operativa al servizio dei Sistemi sanitari d’urgenza e d’emergenza. Da qui derivano degli obblighi che portano il soccorso alpino a fare confrontandosi con una serie di strutture che chiedono e chiederanno sempre di più, a esempio, precisione ed efficienza negli interventi.

Dunque vi è un impegno grande, che non so se è realmente percepito da tutti. In un mondo sempre più difficile in cui nessuno, o quasi, accetta ancora certe condizioni, tipo quella di legare l’incidente che ha subito a una sorta di casualità. E’ molto più facile vedere la gente arrabbiarsi e fare denuncia. In questo clima, ben diverso da quello di trent’anni fa, il soccorso alpino è sottoposto a una pressione ben maggiore, la stessa cui sono sottoposte le Unità di Servizio Sanitario.

Dico questo perché in tempi recenti, come soccorso alpino, abbiamo visto, e a volte subìto, apprezzamenti anche esagerati. I tecnici del soccorso alpino non sono eroi, sono settemila persone, per la maggior parte volontari con qualche professionista guida alpina, che fanno questo per spirito di solidarietà e passione per l’alpinismo e la montagna. Dunque lo spirito è rimasto quello di un tempo, quello del mutuo soccorso.

A volte quindi si parla dei tecnici come di eroi un po’ fuori dal tempo. A noi piacerebbe una valutazione un po’ più serena e tranquilla.

Fatta questa premessa, per illustrare l’attività del soccorso alpino, vi mostro alcuni numeri, pochi ed elementari,  scarni perché nonostante una lunga storia oltre un secolo nessuno di noi vuole avere l’ambizione di parlare di dati statistici.

Elio Guastalli
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Da questi dati si possono comunque evincere e percepire aspetti e fatti che negli incidenti si ripetono.

Il soccorso alpino e speleologico, da qualche anno e in Italia, ha un numero che si attesta attorno ai settemila interventi. In questa tabella vedete le percentuali per cause d’incidente e per attività.

La caduta, seguita dal malore, fa la parte del leone. Nell’ambito delle attività è l’escursionismo il principale responsabile. L’incapacità di percezione del pericolo è in ogni caso alla base della maggioranza degli incidenti.

Queste percentuali sono comunque approssimative, e in più disquisire sul 6% piuttosto che sul 7% non ci porta da nessuna parte. Le cause sono quelle, anche se estendiamo l’analisi agli anni precedenti.

I soccorsi speleo sono pochi, per fortuna, perché comunque rimangono i più complicati e possono durare anche cinque o sei giorni.

Potremmo curiosamente osservare quanto incida la ricerca dei funghi. Questa ricerca è uno dei compiti del soccorso alpino, come pure del CAI. Una ricerca che deve portare alla prevenzione. Come i soccorsi alpini del mondo condividono le tecniche per una sempre maggiore efficienza, supportata in gran parte dall’elisoccorso, così la prevenzione dev’essere altrettanto condivisa.

C’è poi la domanda: il soccorso alpino è sempre possibile? O in qualche caso è troppo rischioso e qualcuno deve prendere la decisione se tentarlo o meno? Qui si entra nell’ambito della consapevolezza personale. Va detto con chiarezza che in presenza di casi disperati ben difficilmente il risultato può essere del tutto positivo, cioè il recupero della persona ancora in vita.

Laura Posani, presidentessa della storica Società Escursionisti Milanesi che ha organizzato MountCity, l’evento in programma a Milano dal 12 al 20 marzo. Foto: Roberto Serafin/MountCity
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Si sono verificati casi, ma rimangono casi. Nella maggior parte degli eventi considerati a poca speranza, il risultato non sarà mai soddisfacente. E, quand’anche lo sia, dobbiamo considerare che il risultato a quel punto non è conseguito soltanto dalla grande efficienza ma anche da una buona dose di fortuna. Quindi non tutti i soccorsi sono possibili se non modificando il livello di consapevolezza del soccorritore rispetto a quelle condizioni e a quelle dinamiche.

Il rischio è soprattutto quello di affidarsi troppo al tecnicismo. Affidarsi al tecnicismo vuole dire dimenticare il resto, cioè che oggi andiamo sempre più di corsa, che ci sono pericoli ineliminabili (che nessuno di noi ha la presunzione di eliminare) che richiedono riflessione sul nostro comportamento. La prevenzione passa necessariamente attraverso questa consapevolezza, che quindi dev’essere aumentata, incentivata.

L’amico e compianto Daniele Chiappa, tra i primi a rivoluzionare il soccorso in visione moderna, diceva sempre che con la prevenzione si sarebbe potuto “far fallire il soccorso alpino”, nel senso di farlo diventare del tutto inutile o quasi, con il minor numero di interventi possibile.

La prevenzione si deve fare mirando alla sicurezza come obbligo morale, mirando alla libertà perché la libertà è complementare al nostro andare in montagna in quanto sollecita la nostra attenzione e la nostra sensibilità. La libertà di comportarci bene però, perché solo così possiamo essere responsabili di noi stessi, dei nostri compagni e di coloro che ci aspettano a casa.

Con questo spirito è nato il progetto Sicuri in montagna, proprio mirando non al tecnicismo ma alla persona, senza mai aver detto che la montagna è sicura. La montagna non è sicura, ma le persone hanno l’obbligo morale di frequentarle cercando la massima sicurezza, non fidandosi completamente di qualunque aggeggio e di qualunque tecnica per non dimenticarci delle nostre scelte auto-responsabili.

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Al di fuori del convegno Più sicurezza in tutte le stagioni, e per restare in argomento, all’intervento di Elio Guastalli facciamo seguire l’interessante relazione (aprile 2016) di Maurizio Dellantonio, neoeletto presidente nazionale del CNSAS.

Per il 2015, i dati statistici confermano una sostanziale stabilità rispetto all’anno precedente. In questo ultimo triennio, il numero degli interventi per anno è pressoché identico e le modeste variazioni sono del tutto ininfluenti sul panorama generale per poter cogliere qualche tendenza o nuova indicazione. Si conferma invece la mole delle missioni di soccorso che mediamente è di quasi 20 interventi al giorno, portati a termine su tutto il territorio nazionale. Si registra anche un’attività più intensa in periodi che fino a qualche anno fa erano considerati stagioni morte per il turismo: questo sta ad indicare una fruizione più diversa e variegata del mondo alpino.

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Negli ultimi dieci anni, il numero di interventi è passato gradualmente dai 5568 del 2006 ai 7153 del 2014, con un picco nel 2011, quando le operazioni di soccorso furono addirittura 8299; una tendenza che ha comportato anche un conseguente maggiore impegno di operatori e tecnici, dovuto all’aumento delle persone soccorse.

Sono stati più di trentamila (31.383) i soccorritori del CNSAS (Corpo nazionale soccorso alpino e speleologico) impegnati nel corso del 2015 in oltre settemila interventi, in tutta Italia, per un totale di circa 145.000 ore.

Dall’esame in dettaglio dei numeri, i 7005 interventi del 2015 sono stati compiuti in prevalenza durante i mesi estivi: 980 a luglio, 1277 in agosto, quando aumentano i frequentatori della montagna; cifre inferiori invece per i mesi di aprile (358), maggio (370), novembre (300) e dicembre (368).

Nella maggior parte dei casi, le persone soccorse presentano ferite non gravi (2662 – 37,3%) oppure sono illese (2320 – 32,5%); i feriti gravi sono stati 1265 (17,7%), quelli che si trovavano in condizioni molto gravi o in imminente pericolo di vita, con le funzioni vitali compromesse, sono stati 421 (5,9%); i decessi sono stati 429 (6%), i dispersi 49 (0,7%).

I maschi sono il 71% (5106), le femmine il 29% (2040), un dato che si ripresenta abbastanza costante nel tempo. La fascia d’età più coinvolta negli incidenti è quella fra i 50 e i 60 anni (1106), seguita da quella fra i 40 e i 50 (1040), poi 60-70 (874), 20-30 (834), 30-40 (830), 70-80 (594), con numeri inferiori per i ragazzi tra i 10 e i 20 anni (576) e i bambini fino a 10 anni (165), mentre sono state 185 le persone soccorse oltre gli 80 anni. Solo il 6,2% (445) è iscritto al CAI: nel 93,8% dei casi (6071 persone) non ci si avvale dei vantaggi che l’iscrizione comporta, in termini di copertura assicurativa e di attività di formazione e informazione sulla prevenzione del rischio in montagna.

I cittadini italiani sono l’80,5% (5753), seguiti da tedeschi (554 – 7,8%), francesi (94), austriaci (82) e svizzeri (62), che insieme arrivano al 3,3%; il 5,7% (406) è costituito da altri cittadini europei, quelli provenienti da una trentina di nazioni differenti sono il 2,7% (195).

Le ragioni per cui si richiede soccorso sono connesse alle attività praticate: la caduta prevale di gran lunga, con 2353 casi (32,9%), seguita da malore (900 – 12,6%), un dato quest’ultimo in stretto rapporto con l’invecchiamento generale della popolazione.

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La perdita di orientamento (846), accanto a incapacità (561), ritardo (284) e sfinimento (170), indicano che oltre un quarto degli interventi (1861 – 26,1%) potrebbero essere evitati con un’attenta programmazione degli itinerari e la consapevolezza delle proprie capacità escursionistiche, alpinistiche o sportive; la mancata consultazione preventiva dei bollettini meteorologici è invece stata la causa di 311 operazioni, avvenute in condizioni atmosferiche critiche. L’ambiente montano è lo scenario prevalente (43,2%), seguono l’ambiente ostile e impervio (21,7%) e le piste da sci (10%); l’ambiente rurale e antropizzato equivale allo 0,7%.

L’escursionismo (2877), lo sci in pista (755) e l’alpinismo (439) sono le attività durante le quali accade il maggior numero di infortuni; lo sci-alpinismo corrisponde a 169 casi (2,4%), 132 le ferrate, 128 l’arrampicata. I cercatori di funghi che hanno chiesto aiuto o che è stato necessario recuperare sono stati 315, un numero legato anche all’andamento stagionale della raccolta.

La richiesta dell’elicottero è avvenuta in 2843 casi (89,3% appartenenti al Sistema sanitario nazionale); a bordo, accanto all’équipe medica, è sempre presente il Tecnico di Elisoccorso (T.E.) del CNSAS. Nei restanti casi, emerge quanto sia fondamentale la collaborazione con le altre realtà coinvolte nel sistema dell’emergenza nazionale, come Vigili del Fuoco (77 mezzi), Union Alpin Dolomit (65), Protezione civile (53), Polizia di Stato (12), Corpo Forestale (11), Guardia di Finanza (5), Carabinieri (2), Esercito (2), Marina (2).

L’elicottero è quindi ampiamente utilizzato ma, nonostante l’utilizzo di tecnologie avanzate, ci sono situazioni in cui la competenza delle squadre territoriali è fondamentale: i soccorritori del CNSAS sono in grado di raggiungere chi ha bisogno di aiuto in qualsiasi condizione, ovunque, di giorno e di notte, in ogni momento dell’anno, grazie a una elevata selezione, a una formazione continua, alla meticolosa conoscenza dei posti e soprattutto all’insostituibile spirito di dedizione e solidarietà che li contraddistingue.

Il CNSAS non è una normale associazione, ma un Corpo nazionale, che affonda le proprie radici sul territorio e il lavoro dovrà proseguire sul modello di un federalismo maturo, consapevole e autonomo che è stato la nostra forza in questi anni”.

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Le tariffe del Soccorso Alpino in Lombardia

Il 20 novembre 2015 è stato approvato in Regione Lombardia il DGR n. X/4340 (successivamente pubblicato nel BURL il 25 novembre 2015): si tratta del Piano Tariffario in applicazione della legge regionale 17 marzo 2015 n. 5, Disposizioni in materia di interventi di soccorso alpino e speleologico in zone impervie, recupero e salvataggio di persone infortunate o in situazioni di emergenza.

Chi vuole visionare il documento in versione integrale lo trova qui.

Saltando i richiami, le prese d’atto e le acquisizioni di parere favorevole, noi ci limitiamo a riportare il contenuto dell’Allegato A, intitolato: Piano Tafiffario in applicazione della legge regionale 17 marzo 2015 n. 5, Disposizioni in materia di interventi di soccorso alpino e speleologico in zone impervie, recupero e salvataggio di persone infortunate o in situazioni di emergenza.

“Di seguito si riporta la definizione delle quote di compartecipazione alla spesa a carico dell’utente trasportato per interventi di soccorso e di elisoccorso in ambiente impervio o ostile, comprensivi di recupero e trasporto, nei casi in cui non sussista la necessità di accertamento diagnostico o di prestazioni sanitarie presso un Pronto Soccorso.

Quota di compartecipazione alla spesa
La quota di compartecipazione alla spesa, tenuto conto della normativa regionale, è così definita:

– Mezzo di soccorso di Base (ambulanza di tipo A con soccorritori certificati di cui un autista) Euro 56,00

– Mezzo di soccorso Intermedio (infermiere e autista/soccorritori certificati) Euro 70,00

– Mezzo di Soccorso Avanzato (ambulanza di tipo A con autista/soccorritore certificato, medico e infermiere Euro 115,00

– Squadra a terra del CNSAS Euro 95,00

– Elisoccorso (equipaggio di volo, medico, infermiere e tecnico di elisoccorso del Soccorso Alpino) Euro 1.500,00

TariffeSoccorsoAlpinoLombardia-AREU


Ulteriori indicazioni:
1) Quota massima esigibile Euro 780,00 per evento.

2) La quota oraria di compartecipazione a carico dell’utente viene parametrata ai minuti di effettivo impegno della risorsa così come rendicontato dalla Sala Operativa Regionale Emergenza Urgenza (SOREU) che gestisce l’evento.

3) Riduzione del 30% a favore dei residenti in Lombardia (sui singoli costi orari e sulla quota massima esigibile).

4) Incremento del 30% in caso di comportamento imprudente (sui singoli costi orari e sulla quota massima esigibile).

Note:

  • La compartecipazione alla spesa è esigibile quando la richiesta di soccorso proviene dall’utente o è riconducibile allo stesso.
  • La verifica della sussistenza delle condizioni che prevedono la partecipazione alla spesa da parte della persona soccorsa spettano alla competente Sala Operativa Regionale Emergenza Urgenza in coordinamento, se intervenuto, con il medico dell’equipe di soccorso sanitario.
  • La definizione di comportamento imprudente è a carico del CNSAS e viene effettuata secondo parametri definiti da CNSAS e comunicati ad AREU.
  • Nei casi in cui l’intervento venga effettuato dal solo personale CNSAS (senza coinvolgimento di personale sanitario) nulla è dovuto allo stesso in quanto tale attività è già finanziata dalla Regione Lombardia tramite apposita convenzione tra AREU e CNSAS.
  • La quota è relativa al singolo trasporto e non al numero delle persone trasportate.
  • Il calcolo dei tempi che determinano la quota esigibile parte dal momento dell’attivazione della risorsa da impiegare.
  • Nel caso in cui il costo imputabile risultasse complessivamente inferiore ai Euro 50 non si procederà all’addebito dell’importo.
  • La gestione amministrativa della pratica (fatturazione, incasso, …) è in carico alla Azienda Ospedaliera sede della SOREU che ha gestito l’evento.
  • Gli introiti derivanti dall’applicazione della norma sono a beneficio della Regione.
  • In caso di compartecipazione alla spesa da parte dell’utente di altra regione l’importo per la compensazione della mobilità addebitato alla Azienda Sanitaria/Regione di residenza viene ridotto di una cifra pari all’importo versato dall’utente”.
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La tabella dei conti del CNSAS

La tabella dei conti del CNSAS
di Riccardo Innocenti assieme ad Alessandro Gogna

Leggiamo nella sezione Pubblicazioni, sottosezione Trasparenza e Bilanci del sito del CNSAS (Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico) una lettera del presidente Pier Giorgio Baldracco con la quale si dà notizia della pubblicazione del bilancio 2014. Un lettera che pare rispondere all’onda dello scontento che attraversa buona parte del mondo del soccorso alpino volontario. Si tratta per ora di brusii e bisbigli che seguono alcune pubbliche prese di posizione (ma anche qualche indagine in corso dell’autorità giudiziaria) riguardanti non certo la qualità tecnica della macchina organizzativa, o tanto meno l’efficienza e i risultati, bensì alcuni episodi di gestione “personalistica”, in taluni casi anche “autoritaria”.

Il nostro blog non è certo estraneo a questo fermento. Vedansi:
http://www.alessandrogogna.com/2015/03/17/il-soccorso-alpino-ha-unaltra-faccia/ (17.03.2015)
http://www.alessandrogogna.com/2015/03/19/cai-e-sasl-rispondono-a-riccardo-innocenti/ (19 marzo 2015)
http://www.alessandrogogna.com/2015/03/26/la-banale-irrequietezza-di-un-inattuale-purismo/  (26.03.2015)
http://www.alessandrogogna.com/2015/03/27/i-documentati-dubbi-di-riccardo-innocenti/  (27.03.2015)
http://www.alessandrogogna.com/2015/06/09/la-delusione-di-luca-gardelli/  (9.06.2015)
http://www.alessandrogogna.com/2015/06/19/risposta-a-luca-gardelli/  (19.06.2015)
http://www.alessandrogogna.com/2015/10/29/quale-volontariato-per-il-cai-di-domani/  (29.10.2015)
http://www.alessandrogogna.com/2015/11/30/diventare-tecnico-di-elisoccorso/  (30.11.2015)
http://www.alessandrogogna.com/2015/12/14/le-grane-del-soccorso-alpino-lombardo/  (14.12.2015)

Leggiamo ora attentamente la comunicazione del presidente del CNSAS che trovate in originale a questo link:
http://www.cnsas.it-content/uploads/2015/11/BIL_CEE_2014.pdf

 

Premessa al bilancio consuntivo 2014 del CNSAS
di Pier Giorgio Baldracco
Con questo primo passo (il neretto è nostro, NdR), il CNSAS Nazionale, allo scopo di garantire la massima trasparenza amministrativa e gestionale interna, ancorché secondo prassi consolidata questo da sempre avvenga, ha deciso di dare pubblicazione del proprio bilancio consuntivo direttamente sul sito pubblico e in ottemperanza alla 4°direttiva CEE.

Ricordando in premessa che già allo stesso viene data ampia pubblicità, non fosse per il fatto che viene formalmente approvato dall’Assemblea Nazionale attualmente composta dai rappresentanti delle 20 regioni Italiane dei rispettivi Servizi Regionali/Provinciali e da 4 rappresentanti del Club Alpino Italiano, rammentiamo, anche, che nessun obbligo di legge corre rispetto al fatto di darne pubblica evidenza.

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Abbiamo deciso di effettuare tale iniziativa per il fatto di aver recentemente assunto la personalità giuridica, per singole richieste pervenute da parte di alcuni nostri soci ed, indubbiamente, anche per le indirette pressioni che talvolta qua e là si scorgono nell’etere. Infine, ma è stato il nostro volere primario, lo abbiamo fatto ritenendo che un’Associazione che riceve finanziamenti pubblici detenga un dovere certamente maggiore di altri soggetti di dare contezza di dove queste risorse vengano impegnate e con quale efficacia rispetto alla delicata mission istituzionale che dobbiamo saper correttamente interpretare nel primario interesse dell’utente.

Se questo è il Bilancio come CNSAS Nazionale, corre l’obbligo anche ricordare, che come Direzione del CNSAS abbiamo provveduto a fare una precisa ricognizione rispetto alle risorse ordinarie a vario titolo trasferite da Enti ed Amministrazioni Pubbliche ai vari livelli regionali del CNSAS.

Ebbene la cifra mediata sullo storico dei bilanci/rendicontazioni ha generato un valore pari a 14,9 milioni di euro (comprensivi degli stanziamenti statali 2014 per il CNSAS Nazionale) su base annuale. Molto lontana, dunque, dai 43 milioni vagheggiati nell’etere in un’occasione o dai 22 in un’altra circostanza, sempre nell’etere. Ancora più lontani dai 300/350 milioni di euro comparsi addirittura su qualche blog di sfaccendati Archimede incapaci, parimenti, di accertare il proprio costo rapportandolo magari ad altri modelli organizzativi europei.

Cifre del tutto ed evidentemente provocatorie come è diversamente emerso invece, dalle cifre certificate, quindi reali che sopra abbiamo riportato con attenzione.

Ben vengano, dunque, questi input poiché ci danno, da una parte, la concreta opportunità per dimostrare quanto realmente costiamo rispetto alla pluralità dei servizi resi, dall’altra di verificare e paragonare quanto costano altri servizi (diversi dal CNSAS), davvero lontani da costi standard accettabili in un paese che ama troppo spesso definirsi normale.

Passiamo ora a offrire un altro strumento di analisi che non può che legarsi a quanto sopra riferito.

Cucciolo di Bloodhound
TabellaCostiCNSAS-cucciolo2

Facciamo allora solo due conti, affermando che se tutte le Stazioni del CNSAS in Italia dovessero essere forniti di tutti gli automezzi necessari per non impiegare il più delle volte quelli dei volontari…, se a tutto il personale CNSAS dovessero essere forniti tutti dispostivi di protezione individuale e l’attrezzatura diversa necessaria all’attività ed il più delle volte acquistata dai singoli volontari… e ristorate tutte le spese vive direttamente sostenute dagli stessi (soprattutto nelle regioni meno istituzionalizzate) per attività di soccorso e per le varie attività formative, si perverrebbe ad una cifra stimata per larghissimo difetto di oltre 12,5 milioni di euro per il solo CNSAS Nazionale Mi pare ancora più chiaro ora… quanto “non” costi il CNSAS.

Ecco questi sono i numeri e questi sarebbero i cosi detti costi standard del CNSAS Nazionale: era ora di dirlo senza alcun tentennamento… Se passiamo, invece, a verificare altri numeri che pochi ricordano, cioè l’apporto del CNSAS offerto all’utenza per compiti e doveri di legge e per le proprie finalità d’istituto, possiamo rappresentare come la nostra organizzazione abbia offerto al nostro territorio, alle sue comunità ed all’utenza turistica un valore di n. 31.527 interventi di soccorso per n. 33.343 persone soccorse e con l’impiego di n. 149.414 volontari impiegati (dati 2008/12). Più vicini a noi, nell’ultimo biennio sono sati effettuati n. 14.251 interventi di soccorso per n. 13.874 persone soccorse con l’impego di n. 46.831 volontari.

Valori questi che crediamo diano la cifra di cosa sia e faccia il CNSAS e di cosa siano e facciano quei Volontari. Certo …anche di quanto costano.

 

Il documento prosegue con l’esposizione del Bilancio al 31 dicembre 2014 (Documento 1).

Considerazioni sulla premessa
Il Presidente ricorda che al bilancio consuntivo viene data “ampia pubblicità” ma non ci fornisce alcun esempio di questa. Anzi, la motiva sostenendo apertamente che la “pubblicità” è data dall’approvazione formale in ambito di Assemblea Nazionale. Ma da chi è composta l’Assemblea Nazionale? Dai rappresentanti delle 20 regioni italiane dei rispettivi Servizi Regionali/Provinciali e da 4 rappresentanti del Club Alpino Italiano!

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A nostro avviso il fatto che l’Assemblea Nazionale approvi il bilancio annuale è un’autocertificazione. Essendo poi il CNSAS una sezione del CAI, il fatto che siano presenti quattro rappresentanti del CAI (nominati con mandato triennale dal Comitato Centrale di Indirizzo e di Controllo del CAI) non aggiunge nulla alla credibilità e non collabora per nulla alla gestione corretta.

Sempre nell’ottica di un dignitoso controllo della contabilità del CNSAS, andiamo a vedere chi predispone i bilanci annuali preventivi e consuntivi. Lo Statuto recita che la predisposizione del Bilancio preventivo e consuntivo, nonché il controllo delle spese previste dal bilancio, spetti al Consiglio Nazionale del CNSAS.

Detto Consiglio Nazionale “è costituito dal Presidente nazionale, da due Vice presidenti nazionali e da sei Consiglieri, nominati dall’Assemblea Nazionale, di cui tre al proprio interno, uno su proposta del Coordinamento speleologico e due eletti su una lista di almeno cinque soci proposti dal Presidente Nazionale, secondo quanto definito dal Regolamento generale del CNSAS”.

Di fronte a una tale composizione del Consiglio dobbiamo concludere che, nell’ambito del CNSAS, l’autoreferenziazione delle doppie cariche è davvero la regola.

Cane da macerie a Onna (AQ). Foto: ANSA/SCHIAZZA/DRN
200904006 - ONNA - L'AQUILA - DIS - TERREMOTO: L'AQUILA; AD ONNA ALMENO 24 VITTIME. Soccorritori al lavoro con i cani specializzati nella ricerca di persone sotto le macerie, questo pomeriggio a Onna (L'Aquila). Ventiquattro bare di legno allineate in un campo: questa l'immagine che si e' presentata a quanti si sono avvicinati questo pomeriggio ad Onna, piccolo centro in provincia dell'Aquila dove secondo i sopravvissuti nelle vie principali non esiste piu' un edificio in piedi. Sotto le macerie si cercano numerosi altri dispersi. ANSA/SCHIAZZA/DRN
L’ultima parte della premessa è dedicata a quanto “non costi” il CNSAS. Baldracco fa un conto tutto suo. Dice: “Se a tutto il personale CNSAS dovessero essere forniti tutti dispostivi di protezione individuale e l’attrezzatura diversa necessaria all’attività ed il più delle volte acquistata dai singoli volontari… e ristorate tutte le spese vive direttamente sostenute dagli stessi (soprattutto nelle regioni meno istituzionalizzate) per attività di soccorso e per le varie attività formative, si perverrebbe ad una cifra stimata per larghissimo difetto di oltre 12,5 milioni di euro per il solo CNSAS Nazionale”.

Ammessa e non concessa la veridicità e la coerenza di quest’affermazione, allora noi ci permettiamo scherzosamente (ma non troppo) di andare oltre nell’assurdo e aggiungiamo: visto che, secondo lo stesso Baldracco, il bilancio del Nazionale sta alla somma dei regionali/provinciali (prendendo per buona la somma di 14,9 milioni indicata dallo stesso Presidente) come 1 sta a 4,25, allora si arriverebbe a realizzare che, se il “non costo” del nazionale è di oltre 12,5 milioni (per largissimo difetto), il “non costo” dell’insieme regionali/provinciali sarebbe la bellezza di oltre 53,125 milioni (per larghissimo difetto). Per un totale di oltre 65,625 milioni di euro!

Se questo è un modo per giudicare la generosità dei volontari siamo davvero sbigottiti, anche se nessuno in effetti ne ha mai dubitato.

Se invece, e sempre per scherzo, il CNSAS dovesse essere messo in vendita, sappiate che il valore globale sarebbe di oltre 81,525 milioni (sempre per larghissimo difetto)!

Considerazioni sul Bilancio del CNSAS Centrale
Il CNSAS è un’associazione ed è una sezione nazionale del CAI. A livello centrale ha da poco acquisito la personalità giuridica. Sul territorio opera attraverso i Servizi Regionali o Provinciali (Trentino e Alto Adige). Tutti questi Servizi hanno una loro autonomia associativa. Alcuni hanno personalità giuridica, altri no. Tutti hanno i loro “Bilanci”.

Diciamolo subito. IL CNSAS e i suoi Servizi Regionali e Provinciali non hanno l’obbligo giuridico di fare un Bilancio. Tanto meno di farlo seguendo la IV direttiva CEE che viene citata come ottemperata da Baldracco.

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Peraltro la IV Direttiva CEE, datata 1978, è stata recepita (insieme alla VII Direttiva) con il Decreto Legislativo 9 Aprile 1991, n. 127, modificando l’intero assetto normativo contenuto nel Codice Civile in materia di bilancio di esercizio delle società per azioni.

Ma il CNSAS non è una società, quindi con il bilancio targato IV direttiva CEE non c’entra nulla. Accorgersi ora di dover pubblicare un bilancio targato IV direttiva farebbe pensare che ci si è accorti in ritardo di circa 25 anni di fare una cosa che non è mai stata fatta.

Ma su questo il CNSAS ha ragione. Non lo doveva fare in questi anni e non lo deve fare ora.

Infatti il CNSAS ha sempre prodotto fino ad ora un Rendiconto. E’ quello che viene portato negli organi dell’Associazione. Ed è quello che viene approvato. E’ sempre quello che viene fatto vedere ai rappresentanti che il CAI nomina nell’Assemblea Nazionale del CNSAS per controllare quello che il CNSAS fa. Questi rendiconti non hanno mai avuto una libera diffusione. Se la pubblicazione del Bilancio 2014 è stata il “primo passo“, possiamo prevedere che il secondo sia la pubblicazione del Rendiconto?

Siccome il 95% dei soldi rendicontati è denaro pubblico parrebbe cosa buona e giusta dare massima trasparenza all’uso che se ne fa. Trasparenza: parola magica che, se non si riempie di contenuti, è alquanto vaga.

La notizia buona è che per la prima volta sul sito del CNSAS si parla di trasparenza. E si pubblicano dei dati. Quella cattiva è che quei dati – così come sono stati aggregati e pubblicati – non dicono nulla. Anzi… omettono tanto.

Baldracco nella sua lettera già alla prima riga fa riferimento alla trasparenza. Certo il bilancio dovrebbe essere trasparente: rappresenta il fondamentale documento informativo sulla dinamica “aziendale” e ha rilevanza soprattutto ai fini esterni. Ma se non si è obbligati a presentarlo, se lo si fa si dovrebbe seguire almeno quella rappresentazione veritiera e corretta che tende a esprimere il concetto indicato nella IV direttiva come “quadro fedele”: traduzione dell’espressione inglese del true and fair view.

Invece quello che il CNSAS rende pubblico, cioè accessibile a tutti tramite internet, è un documento redatto in forma abbreviata in cui si capisce veramente poco. Anche un addetto ai lavori non capisce un granché. Sembra che si sia scelto di pubblicare qualcosa solo per tacitare i molti che chiedevano trasparenza.

Ma se si ha già un Rendiconto approvato dagli organi competenti perché non pubblicarlo? Magari perché il Rendiconto dà più informazioni di quelle del Bilancio redatto in forma abbreviata secondo la IV direttiva CEE.

E siccome il CNSAS non lo pubblica, lo pubblichiamo noi (grazie a qualche informatore di buona volontà).

Ecco qui il Rendiconto approvato del 2014 (Documento 2).

Bloodhound
internet - bloodhound -
Chiariamo subito che il Rendiconto segue la logica del Cash Flow, mentre il Bilancio quello della competenza economica. Per collegare le cose tra di loro ci vorrebbe tutta la contabilità analitica e il piano dei conti. Ma in mancanza di queste due cose fondamentali vediamo cosa emerge da un confronto tra i due documenti facendoci una domanda semplice.

Come spende i soldi pubblici il CNSAS Centrale?

Iniziamo con il dire che il CNSAS Centrale nel 2014 ha incassato 2.439.939,00 euro di fondi pubblici.

Per salari e stipendi ha speso 250.437 euro; 852.096,51 euro se ne sono andati in assicurazioni varie. Per il programma informatico di anagrafica dei volontari Arogis ha speso 32.061,73 euro. Per pubblicare le notizie del CNSAS, anche sul giornalino Il Soccorritore, sono andati via 34.542,12 euro. I circa 30 istruttori della Scuola nazionale tecnici alpini hanno speso, da soli, 231.308,45 euro.

Il Coordinamento speleo e la Scuola nazionale tecnici speleo hanno speso insieme 134.355,58 euro.

Gli Istruttori della Scuola Forre hanno speso solo 19.399,70 euro.

Bloodhound
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I cani molecolari, quei bei esemplari di Bloodhound (anche chiamato Chien de St. Hubert), che fanno tanta bella presenza in televisione, sono costati in tutto 27.845,19 euro. I cani da macerie solamente 7.856,63 euro.

I viaggi dei componenti della direzione e del consiglio hanno avuto spese per 48.269,17 euro. I viaggi dei componenti dell’assemblea sono costati solo 23.259,43 euro.

Le autovetture che compongono la flotta del CNSAS solo per assicurazione, bollo e manutenzione sono costate 35.902,57 euro. La gestione della Skoda “presidenziale”, incluso il carburante, 4.647,09 euro.

Apprendiamo pure che il CNSAS, oltre ai 2.439.939,00 euro di fondi pubblici, riceve dalla Protezione Civile circa 600.000 euro per il triennio 2014–2016, a condizione che li spenda tutti in progetti fatti con la Protezione Civile. Cosa che nel 2014 è stata fatta spendendo 92.540,83 euro.

La Protezione civile ha anche finanziato nel 2014 un piano di formazione secondo il Dpr 194/2001. In questa maniera sono arrivati altri 115.554,23 euro.

Nel Bilancio 2014 è riportato alla voce “Totale valore della produzione” la bella cifra di 3.737.818 euro. Insomma a livello centrale il CNSAS, nel 2014, ha introiti per quasi 4 milioni di euro.

Chi è curioso può confrontare il Rendiconto del CNSAS del 2014 (Documento 2) con il Rendiconto del 2013 (Documento 3). Così può rendersi conto come variano le spese su due documenti omogenei.

Nel 2013 la Direzione e il Consiglio avevano viaggiato di più: 62.201,68 euro. Le assicurazioni erano costate molto di meno: solo 331.843,01 euro. La Scuola nazionale tecnici alpini ha speso praticamente la stessa cifra anche nel 2014: 231.472,59 euro. Mentre il Coordinamento speleo e la Scuola nazionale tecnici speleo hanno speso insieme molto di meno: 104.774,25 euro. Certo anche i cani molecolari non hanno scherzato con 57.974,03 euro mentre i cani da macerie hanno avuto spese solo per 354,60 euro. Le spese per i materiali nel 2013 sono state di ben 204.336,40 euro.

La Protezione civile nel 2013 ha finito di erogare tutti i 600.000 euro previsti per il biennio 2012/2013 mentre il CAI Centrale ha contribuito con ben 150.000 euro al progetto dell’App GeoResQ.

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Dal confronto dei rendiconti del 2014 e 2013 ci si rende conto che il CNSAS aveva in mente di comprarsi una sede di una certa importanza, visto che nel 2013 aveva accantonato per l’acquisto dell’immobile 370.000 euro in un fondo apposito. Anche se ospitato nella sede del CAI Centrale a Milano, praticamente gratis, il CNSAS ambiva ad avere una sede di rappresentanza di esclusiva proprietà. Sempre da acquistare con i fondi pubblici. Un progetto che si è arenato e cui sembra si sia rinunciato nel 2014. Infatti il fondo viene ridotto a 100.000 euro, con cui a Milano si compra ben poco, e i 270.000 euro vengono spostati al fondo di riserva ordinario. Preoccupazioni per il futuro ci devono essere se nel fondo rischi futuri vengono messi 500.000 euro.

Insomma, dal Rendiconto ci si fa un’idea più chiara delle spese. Ma per essere trasparenti ci vuole il piano dei conti e la contabilità analitica. Facciamo un esempio: gli istruttori della SNATE sono una trentina. 230.000 euro all’anno diviso trenta fa 7.700 euro. Ma qui siamo al concetto della media del pollo di Trilussa. Se io mi mangio un pollo e tu nulla, in media ognuno di noi ha mangiato mezzo pollo.

Con la contabilità analitica si può vedere che Tizio ha incassato 30.000 euro di rimborsi all’anno mentre Caio solo 500 euro.

Questa è la trasparenza vera. Quella sostanziale. Non basta parlare di trasparenza per assolverla. Bisogna praticarla con i dati più dettagliati possibile.

Comunque rimane il dato di fatto che invece di pubblicare il Rendiconto del 2014, che ha una serie di voci abbastanza chiare, in nome della trasparenza si è pubblicato un Bilancio, redatto in forma abbreviata conforme a una direttiva CEE che il CNSAS non deve applicare, in cui si dice il meno di nulla e si continua a non capire come il CNSAS spende i soldi. Questo è l’attuale concetto di trasparenza del CNSAS.

Considerazioni sui bilanci dei CNSAS regionali/provinciali
Per ora abbiamo parlato solo del CNSAS Centrale; ma gli altri Servizi regionali e provinciali che rendiconti/bilanci hanno? Baldracco nella sua lettera parla di “una cifra mediata sullo storico dei bilanci/rendicontazioni” che ha generato un valore di 14,9 milioni di euro su base annuale. Se togliamo i quasi 4 milioni di euro degli stanziamenti statali del CNSAS centrale si deduce che i servizi regionali e provinciali incassano almeno altri 11 milioni di euro.

Ma di questi soldi, della loro ripartizione e di come vengono spesi, si brancola veramente nel buio. Trasparenza zero.

Ai servizi regionali e provinciali i finanziamenti arrivano principalmente in due maniere:

  1. Contributi diretti dalla Regione o Provincia.
  2. Corrispettivi da parte della ASL o dei 118 Regionali per i servizi del personale impiegato nell’elisoccorso.

Ci saremmo aspettati di trovare una tabellina con le 20 regioni italiane e a fianco di ciascuna le due colonne. Una con gli importi dei contributi 1) e una con quelli 2). A questi importi si dovrebbero aggiungere i contributi più diversi: donazioni, corrispettivi per servizi resi, vendita di gadget e spille, ecc.

Niente di niente. Eppure questa è la trasparenza evocata dal presidente Baldracco. Siccome Baldracco non ha steso la tabellina, proviamo a farlo noi.

Modellino di auto del Soccorso Alpino
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Cominciamo prendendo a esempio la Lombardia.

Dal rendiconto CNSAS del 2014 veniamo a sapere che c’è un rendiconto extracontabile che riguarda il Servizio regionale CNSAS Lombardia e l’AREU Lombardia. L’AREU Lombardia è un’Azienda Sanitaria che dal 2008 ha il compito di promuovere l’evoluzione del sistema di emergenza e urgenza sanitaria territoriale.

Dal Bilancio dell’AREU 2014 (Documento 4) sappiamo che il CNSAS Lombardia ha preso dall’AREU Lombardia 3.600.000,00 euro ( vedi pagg. 2, 193 e 300).

Perché nel rendiconto del CNSAS nazionale ne sono rendicontati solo 1.017.134,06 (vedi terzultima pagina del Documento 2)? Di cui ben 720.471,81 euro sono i soldi andati ai tecnici di elisoccorso per le turnazioni che hanno effettuato.

La vicenda della Lombardia è singolare. Basta pensare che fino a poco tempo fa c’era una società, una SRL, che in nome del Soccorso Alpino faceva contratti con l’AREU e quindi incassava i corrispettivi contrattuali. Poi qualcuno ha pensato che non era una cosa che andava bene. Ma siccome il Servizio regionale lombardo del CNSAS non può prendere direttamente i contributi dall’AREU per un servizio di fatto contrattuale, il contratto lo fa il CNSAS Nazionale, che incassa il danaro per rigirarlo a quello lombardo. Non a caso la Guardia di Finanza sta indagando da tempo su queste vicende.

Ricapitoliamo: in Lombardia l’ASL dà al CNSAS 3.600.000 euro. La Regione dà un suo contributo diretto per attrezzature e altro di 1.200.000 euro. Ci sono poi altre entrate minori. In tutto parliamo di quasi cinque milioni di euro.

E in tutte le altre regioni italiane cosa succede?

L’unica regione che non dà finanziamenti al Servizio regionale del CNSAS è la Calabria.

Cane da macerie
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Tutte le altre versano cifre variabili. Alcune regioni sono veramente trasparenti, come il Piemonte che non ha problemi a pubblicare (Documento 5) che il finanziamento regionale è di 550.000,00 euro l’anno. Ci sono anche servizi regionali del CNSAS particolarmente fortunati, come quello del Veneto che oltre a incassare contributi annui tra i 400.000 e i 650.000 euro ha avuto la fortuna di avere, nel 2015, altri 200.000 euro per acquistare la sede di proprietà.

Insomma i canali di finanziamento sono tanti. Anche i prenditori (tranne i soccorritori calabresi) sono tanti.

Chi rendiconta il flusso di tutti questi soldi? Certamente non la trasparenza mostrata da Baldracco. Per non parlare dei servizi regionali che, sui loro siti, non accennano minimamente al bilancio e ai soldi che entrano.

Poi, una volta entrati i soldi, si spendono. E qui sarebbe veramente utile capire come si spendono. A chi vanno? Quale è l’entità dei rimborsi spesa? Se è normale considerare rimborsi spesa cifre di 300 euro giornaliere come diaria, perché alcuni hanno decine di rimborsi spesa e altri nulla? Chi sono i volontari rimborsati e chi i volontari veramente gratuiti?

Conclusione
Nella tabella che segue (Documento 6) sono riportati i dati che si possono desumere da atti pubblici, bilanci, e notizie di stampa. Il lavoro di raccolta dati, possiamo garantirvi, è stato estremamente difficile. Abbiamo dunque una visione parziale, perciò la tabella qui proposta non pretende di essere la verità finale ma solo uno strumento per avere, prima o poi, una lucida visione dei conti. Quindi una tabella cui non dovremmo provvedere noi ma che dovrebbe essere stilata dallo stesso CNSAS. Nell’ottica di questa verità necessariamente approssimata abbiamo inserito, in mancanza sporadica di dati relativi al 2014, alcuni dati pertinenti al 2013 o 2015.

TabellaContiCNSAS-definitiva

Come si può vedere, molte caselle, anche di regioni importanti, sono purtroppo vuote. Per esse non esiste alcuna pubblicazione reperibile pubblicamente. E’ vero che avremmo potuto riempirle con dati ufficiosi in nostro possesso o reperibili per vie traverse, ma non lo abbiamo fatto.

Da notare anche che talune Regioni (la Lombardia, per esempio) danno in più un loro contributo diretto per attrezzature e altro. Ci sono poi altre entrate minori. Che non abbiamo introdotto in tabella.

Con i dati a nostra disposizione (ma per varie ragioni non pubblicabili) utili a integrare la presente e incompleta tabella possiamo tranquillamente affermare che i ricavi totali del CNSAS (nazionale, regionale e provinciale) raggiungano quell’importo di 22 milioni di cui in altro post di questo Gognablog si parlava e che lo stesso Baldracco cita.

In nome della trasparenza, questa tabella dovrebbe essere integrata (e, dove necessario, corretta) dallo stesso CNSAS Nazionale, con il livello di dettaglio maggiore possibile.

Alla fine, ci sono tre semplici domande:

1) Quanti soldi prende tutto il CNSAS (nazionale, regionale e provinciale) a qualsiasi titolo ogni anno?

2) Quanti soldi spende tutto il CNSAS (nazionale, regionale e provinciale) a qualsiasi titolo ogni anno?

3) Come vengono distribuiti i soldi spesi?

Quando il CNSAS risponderà a queste domande con conti chiari e dati da cui si evincano i finanziatori e i prenditori, allora potremo iniziare a parlare di trasparenza.

Aggiungiamo che pure il CAI, e non solo qualche socio o privato cittadino, dovrebbe esigere che a queste domande vengano date risposte esaurienti.

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Obbligati al rimborso del soccorso perché senza pile?

Obbligati al rimborso del soccorso perché senza pile?

Il Cascatone del Pisgana è una maestosa colata glaciale in ambiente davvero selvaggio. Con la base posta a circa 2100 m è raggiungibile da Pontedilegno in due orette di avvicinamento. Alta circa 250 metri, per l’esposizione a nord-ovest presenta spesso ghiaccio perfetto nella più grande esposizione. Le difficoltà sono di III, 3. Vedi Scala difficoltà su Cascate di Ghiaccio e Dry tooling per le cascate di ghiaccio.
Il 20 dicembre 2015 due amici di Vestone (BS), vista la bella domenica e l’assenza di neve, hanno deciso di avventurarsi nella risalita di questa bella cascata. Delle previste sette lunghezze di corda necessarie, tre sono andate regolarmente. Poi a più di 100 metri dal suolo, qualcosa è andato storto e gli alpinisti si sono trovati in seria difficoltà, tanto da dover richiedere un aiuto esterno. Non erano infatti più in grado di proseguire né di tornare indietro: nel frattempo la temperatura cominciava ad abbassarsi e il buio sopraggiungeva.

Cascatone del Pisgana. Foto: Michele Cisana
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Verso le 17 la macchina dei soccorsi si è così messa in moto. Dopo l’avvicinamento con i fuoristrada all’area dove i due erano bloccati e un’ora e mezza di cammino, gli uomini del soccorso della V Delegazione Bresciana del CNSAS hanno cominciato a loro volta la scalata sulla ripida parete di ghiaccio per prestare soccorso ai malcapitati e riportarli a valle.

Durante le manovre di calata i due giovani, seppur visibilmente intirizziti, hanno collaborato con i soccorritori. Vista la complessità delle operazioni e le molte ore passate al gelo dai due alpinisti, sul posto è intervenuto anche un elicottero di soccorso della Rega, abilitato al volo notturno e partito dalla Svizzera.

L’intervento è durato molte ore ed ha richiesto l’ausilio di una ventina di soccorritori, appartenenti alle stazioni di Soccorso Alpino di Ponte di Legno, Temù ed Edolo, oltre ad una squadra del Soccorso Alpino della Guardia di Finanza.

Le operazioni di soccorso si sono concluse soltanto a notte inoltrata, fortunatamente senza gravi conseguenze per i due alpinisti.

Non sono ben chiare al momento le cause della loro impossibilità di proseguire o di calarsi.

Un classico intervento da soccorso alpino, nel senso che in casi del genere è richiesta elevatissima specializzazione e doti alpinistiche non comuni – osserva Pierangelo Mazzucchelli, delegato della V Zona Bresciana, che aggiunge: – le nostre squadre intervenute erano composte perciò da personale professionalmente preparato grazie anche ai numerosi corsi che svolgiamo durante l’anno, e tutti hanno dato il massimo. Bisogna tenere conto che hanno veramente operato in condizioni estreme: al buio hanno risalito, e poi ridisceso, per quattro tiri, più di 100 metri, una cascata di ghiaccio.

Abbiamo raggiunto i due ragazzi in difficoltà soltanto verso le 21 – spiega invece la guida alpina Guido Salvettidopo averli rincuorati ed esserci accertati delle loro condizioni, piano piano li abbiamo calati fino alla base della cascata.

E’ importante osservare che la ricognizione dell’elicottero del Rega è durata soltanto un quarto d’ora per evitare possibili incidenti.
Salvetti spiega: – Via radio attraverso la centrale operativa, abbiamo fatto allontanare il velivolo perché era troppo elevato il rischio che il rumore dei motori e delle pale facesse staccare qualche pezzo di ghiaccio. L’elicottero è atterrato in uno spiazzo poco distante e quando siamo giunti alla base della cascata ha preso a bordo i due giovani trasportandoli a Pontedilegno.


In virtù della recente legge, i due alpinisti – se il loro comportamento sarà giudicato imprudente – dovranno versare un ticket a parziale rimborso dei costi di soccorso, «amplificati» dalle tariffe orarie applicate dal Rega. La spesa della spedizione di salvataggio di domenica si aggira sui 6 mila euro.

Dice Guido Salvetti: – Cascate come questa che hanno tempi di avvicinamento molto lunghi, certamente non sono da sottovalutare le poche ore di luce a disposizione perché l’oscurità cala presto e, prevedendo di far tardi, quello che non dovrebbe mancare nello zaino, naturalmente assieme a corde, moschettoni, piccozze e ramponi, sono delle lampade frontali, in modo da poter rientrare autonomamente anche in condizioni di totale buio.

Per la cordata di Vestone si sta annunciando un ticket «salato».

Considerazioni
A proposito della libertà di avventura, di cui spesso trattiamo in questo Blog, risulta ogni giorno più evidente che per poter avere dei “colpevoli” non occorre affatto una legge che prescriva degli obblighi: infatti basta che un comportamento possa essere ritenuto imprudente (o simili).

Così non è necessario l’obbligo del kit da ferrata: chi avrà un incidente e verrà sorpreso senza le attrezzature “canoniche” dovrà sopportare le conseguenze giudiziarie di questa sua scelta anche senza una legge apposita.

Allo stesso modo la legge non prescrive (per ora) la pila nello zaino ma la prescrive o consiglia (c’è differenza?) l’uso alpinistico, il quale finisce per essere… legge. Anche, sempre a esempio, il Google Maps Trek non lo prescrive la legge (per ora): quando qualcuno che non ne è dotato si perderà, che cosa (di giuridico) gli succederà?

Sul Cascatone del Pisgana. Foto: Michele Cisana
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Le grane del Soccorso alpino lombardo

2008. Riccardo Riva è capostazione del Soccorso di Mandello. Giacomo Arrigoni è capostazione di Lecco. Decidono di unire le due stazioni di Mandello e di Lecco e dar vita a un’unica Stazione delle Grigne, dietro presa di posizione del Consiglio di Zona della Delegazione Lariana. Il compianto Daniele Chiappa era stato il promotore di questa operazione, da anni, e riuscì a vederla, poco prima di morire (30 agosto 2008).

Daniele Chiappa aveva posto le basi per una migliore definizione di procedure e tecniche, in accordo con il Sistema Sanitario di Regione Lombardia.

Arrigoni diventa capo-stazione delle Grigne, Riva è il vice.

Giacomo Arrigoni
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Vogliono fare per migliorare. Sanno che la loro Stazione Grigne è la parte forte della XIX Delegazione Lariana, guidata da Gianattilio Gianni Beltrami (lo farà per 23 anni), quella che fa più interventi in un anno. Quindi vogliono premere perché la Delegazione Lariana abbia più peso nel Consiglio del Soccorso lombardo. E vogliono fare in modo di ottenere una migliore gestione del finanziamento pubblico.

Se la Regione Lombardia decide di rifare tutte le giacche dei soccorritori, non è che un presidente regionale o un delegato possono decidere che Montura è la marca giusta. E’ una decisione che deve essere presa più collegialmente con il coinvolgimento dei volontari.

Se la regione Lombardia stanzia 100 e a ottobre si è speso 80, non si deve correre a spendere gli altri 20.

Non si può dire a un fornitore: ho 100 disponibili, fammi un preventivo. Bisogna invece prendere un consulente, che dirà che quel lavoro vale 60, e a quel punto si fanno fare tre preventivi da tre fornitori diversi.

Basta gestione verticistica. E’ vero che ai volontari poco importa, ricevono la giacca a vento e sono contenti così. Ma una tale gestione non può funzionare a lungo. Infatti l’ambiente è diventato facile “preda” delle guide alpine, gli elisoccorritori per eccellenza. Non è stata data ai volontari l’opportunità di diventare tali. Fior di alpinisti preparati sono stati messi in un angolo. Per citarne uno, Enrico Lanfranconi, dopo 30 anni di servizio, si è visto escluso dalla possibilità di fare un corso. C’erano molti ammessi ai corsi, che però poi venivano regolarmente dichiarati non idonei. Il cerchio così si è ristretto, con un notevole risultato per le guide: “se in quella giornata c’era il cliente, questi aveva la precedenza; in mancanza del cliente, si pareggiava con l’elisoccorso”. Il gruppo operativo si è ridotto a sole guide alpine, un cerchio ristretto in cui prendere ogni decisione.

E non stiamo parlando solo della XIX Delegazione Lariana: il problema è comune alle altre delegazioni operative del CNSAS lombardo: V Bresciana, VI Orobica, VII Valtellina – Valchiavenna, XIX Lariana, IX Speleologica.

La sede regionale lombarda del CNSAS è a Pescate, quindi è molto comodo per il presidente Barbisotti e per Beltrami prendere assieme decisioni. Decisioni che venivano poi ufficializzate, ma la procedura non era adeguata a una corretta gestione di danaro pubblico.

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La Delegazione Lariana, quando a capo c’era ancora Daniele Chiappa, aveva costituito la Società Soccorso Lombardia Service S.r.l., un’entità privata collegata: serviva per far transitare i soldi della Regione e pagare gli elisoccorritori. Il problema infatti era la regolarizzazione di questi pagamenti. Essendo richiesta la loro presenza e disponibilità giornaliera era evidente che non potevano farlo per puro volontariato e quindi senza essere pagati nel rispetto della legge vigente. E allora si doveva trovare una formula che consentisse questo pagamento in modo più regolare.

All’inizio non giravano tanti soldi, l’elisoccorso era fatto ancora da una maggior parte di volontari non pagati.
Poi le cose sono cambiate nettamente, e la gestione è mutata, creando parecchi malumori. Si parlava apertamente della mancanza di pezze giustificative e di gestione “allegra”. E’ chiaro che ad alcuni la soluzione piaceva sempre meno.

Beltrami ricorda: “La S.r.l. pagava anche gli istruttori “impegnati in un ciclo di addestramento continuo per tenere aggiornati i tecnici ma anche il personale sanitario del 118 presente sull’elisoccorso. Anche quest’altra attività, molto qualificata, non poteva a sua volta essere svolta a livello di volontariato”.

Ma, agli occhi di molti volontari, non reggeva che Gianni Beltrami, delegato della Delegazione Lariana e volontario della Stazione Grigne potesse essere pienamente sodale con l’amministrazione della Soccorso Lombardia Service S.r.l. Il conflitto d’interesse era evidente, perciò è continuamente attaccato.

L’atmosfera si fa incandescente. Nell’ottobre 2010, durante la giornata di formazione avvenuta al Resegone, un istruttore si accorge che una delle due corde alla quale sono appesi tre volontari è fortemente rovinata, in gergo addolorata. Scoppia un vero e proprio caso, sono chieste giustificazioni in merito e nel frattempo la corda “incriminata” sparisce. Ed è così che 29 uomini del Soccorso Alpino decidono di depositare un esposto in magistratura per furto e sabotaggio. Tra di essi non c’è Beltrami. A quel tempo il responsabile tecnico della Stazione Grigne è Fabio Lenti. Questi viene coperto e sostituito da Giambattista Gianola.

All’inizio del 2011, dopo molti anni di appartenenza alla Stazione delle Grigne, forse proprio per non rispondere a domande cui non può dare risposte, Beltrami decide di trasferirsi nella Stazione della Valsassina.

Tra l’altro, subito dopo il fattaccio delle dimissioni (che vedremo tra poco), torna alla Stazione Grigne e, con la proposta di Giuseppe Rocchi attuale capostazione, le cambia il nome in Stazione di Lecco.

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Lenti era anche responsabile tecnico del CNSAS lombardo, quindi responsabile dei corsi di formazione dei volontari (Corsi di TSA, tecnico soccorso alpino). La sensazione è che a questi corsi si accettavano solo alcuni. E le location erano sempre dove per alcune persone era più conveniente farli. I volontari, magari con un’anzianità di 30 anni, erano esacerbati.

Ma è anche vero che le guide alpine non sono sufficienti, da sole, al fabbisogno di certi weekend o della stagione estiva. I volontari sono dunque ancora necessari.

Ecco dunque il perché otto volontari della Stazione Grigne il 4 marzo 2012 consegnano lettera di dimissioni a Giacomo Arrigoni, presidente della suddetta stazione. Si tratta di Riccardo Riva, Christian Meretto, Valerio Corti, Marco Madama, Vasco Lanfranconi, Giulio Rompani, Mario Barelli e Marco Clozza.

Questi, nella lettera di dimissioni, evidenziano tra le altre cose: “il perdurare di continue prevaricazioni su regole statutarie e su leggi sul volontariato e nuove convenzioni da parte della ‘catena di comando’. Si fanno i nomi di Piergiorgio Baldracco (presidente nazionale), Danilo Barbisotti (responsabile regionale) e Gianni Beltrami. Costoro hanno innescato una vera e propria bomba destinata a scoperchiare il più classico dei vasi di Pandora.

Beltrami dichiara (Lecconotizie.com, 10 marzo 2012): “Sono due anni che ne stiamo discutendo. Gli otto dimissionari hanno una loro visione e una determinata teoria che è diversa da quella che hanno i 250 uomini della delegazione Lariana e i 1100 a livello regionale. Non avendo trovato seguito alle loro aspettative, che sono in netto contrasto con tutto il resto dell’associazione, gli otto volontari in questione hanno deciso di dimettersi e le loro dimissioni sono state accettate. Da parte degli organi istituzionali e dei vari consigli di delegazione nazionali e regionali c’è piena compattezza e riteniamo che quello che i dimissionari sostengono non corrisponda a verità. Dispiace sempre quando si perdono delle persone, ma è altrettanto vero che se non si riesce a trovare sintonia forse è meglio salutarsi”. Poi Beltrami getta acqua sul fuoco: “Quello che è accaduto non è nulla di eclatante. Ci sono già stati dei precedenti, quindi non ne farei un dramma”.

Ma l’acqua sul fuoco si rivela essere altra benzina. I dimissionari contestano che le loro dimissioni ‘siano state accettate‘, sostenendo che in realtà la Stazione delle Grigne ha respinto con una votazione le dimissioni (che poi si sono rivelate irrevocabili).

Emerge pure che, alcuni giorni prima delle dimissioni, ai Volontari della stazione delle Grigne sia pervenuta un’altra lettera di dimissioni, quella del vice di Beltrami (Alessandro Spada, ndr), giunta dopo l’ennesima critica di alcuni che, come riporta la missiva, gli contestavano ‘di non aver fatto nulla per far rispettare statuto e regole dell’associazione, programma di delegazione compreso‘. I volontari dimissionari commentano: “Se per Beltrami, come ha sempre dichiarato ‘quello che è successo non è nulla di eclatante‘, allora a fronte di più raccomandate e messaggi di posta elettronica certificata inviate a tutti gli organi istituzionali interni, sarebbero dovute pervenire altrettante risposte”.

Gianni Beltrami
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Alessandro Spada dichiara a Lecconotizie.com (13 marzo 2012): “E’ vero, ho presentato le mie dimissioni circa tre settimane fa. Poi il Consiglio di zona (Delegato, Vice-delegati e i sette capostazione, ndr) le ha rifiutate confermandomi e rinnovandomi piena fiducia”.

Pochi giorni dopo, altro colpo di scena all’interno della XIX Delegazione del Soccorso Alpino: Giacomo Arrigoni, capo della Stazione Grigne di Lecco, rassegna in modo irrevocabile le dimissioni dal suo incarico.

Due o tre mesi dopo le dimissioni, Riva, Clozza e altri sono chiamati negli uffici della Finanza. I verbali sono depositati dal giudice.

La Guardia di Finanza fa visita alla sede del Soccorso Alpino di Pescate, dove preleva, assieme ad alcuni faldoni, anche dei pc. Due le ipotesi che si fanno sul motivo per cui le Fiamme Gialle si sono mosse: o è stato depositato un esposto in Procura oppure è arrivata direttamente alla Finanza una denuncia, ma l’ipotesi più accreditata sembra essere la prima.

Non è stata una sorpresa il blitz della Finanza, ce lo aspettavamo – commenta senza scomporsi il responsabile della IXX Delegazione Lariana Gianni Beltrami – a seguito delle polemiche che ci sono state davamo per scontato che sarebbero potute arrivare visite di questo tipo, quindi la cosa non ci ha sorpreso e non ci sono problemi di alcun tipo perché è tutto regolare”.

E’ ovvio che si sospetta che sia stato proprio qualcuno degli otto dimissionari a far scattare il blitz. Ma tutti questi smentiscono seccamente. Beltrami: “Non sappiamo ancora nulla su chi possa aver compiuto un’azione simile, ma è evidente che ci sono alcune persone che non vogliono bene al Soccorso…”.

Appare in ogni caso ovvio che a distanza di qualche mese dai bisticci interni la Finanza accenda i riflettori sul CNSAS lombardo, presieduto da Danilo Barbisotti, e sulla Soccorso Lombardia Service S.r.l., di cui amministratore unico è ancora lo stesso Barbisotti.

Barbisotti e tutti i Delegati lombardi del periodo 2008-2010 sono raggiunti da avviso di garanzia. Lecconotizie.com del 1 agosto 2012 ne dà regolare informazione, informando l’opinione pubblica anche delle dimissioni di massa di quasi cinque mesi prima.

Nello stesso momento giunge notizia che la S.r.l. è stata messa in liquidazione. “Sia ben chiaro – precisa Beltrami – che questa decisione è stata presa prima dei controlli della Finanza nella sede di Pescate del CNSAS. Infatti, il suo smantellamento è stato deciso in seguito a uno studio che abbiamo commissionato all’Associazione Biagi, la quale ci ha informati che, essendo quella dell’elisoccorritore una mansione talmente particolare e specializzata, costante, programmata e non saltuaria, può essere pagata direttamente dal Soccorso. E così, siccome mantenere una S.r.l. ha dei costi elevati, abbiamo deciso di chiudere la società”.

Ad agosto 2012 inizia la lunga attesa dei risultati delle indagini delle Fiamme Gialle, mentre il presidente lombardo Barbisotti in una nota stampa fa sapere: “Il Soccorso alpino lombardo ha sempre presentato i bilanci all’assessorato alla Sanità della Regione, che li ha sempre approvati. Ogni singola voce è stata documentata, come avrà modo di verificare la Guardia di Finanza. Le fatture emesse dalla S.r.l. sono il mero costo dell’attività di elisoccorso e della attività dei formatori. La società non ha mai distribuito utili, i membri del Cda non hanno mai ricevuto un emolumento, né un rimborso spese e i bilanci sono sempre stati a disposizione dei soci”.

Danilo Barbisotti (a sinistra) e Alessandro Spada
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La nota continua: “Tutte le figure professionali sono state “pagate” in esecuzione di contratti o lettere di incarico per mansioni realmente svolte. Un’attività di controllo è sempre stata svolta prima di ogni pagamento. Tutti gli obblighi contributivi e assicurativi sono stati assolti e le imposte versate. Il presidente Danilo Barbisotti ha sempre fornito il suo tempo all’organizzazione gratuitamente sacrificando famiglia e lavoro. Esser presidente di una associazione di circa 1000 volontari, che effettua più di 1000 interventi all’anno, non è facile, come pure riuscire a ricoprire questo incarico solo con il proprio tempo libero, non potendolo destinare a svaghi o altre attività”.

Due anni dopo, il 30 giugno 2014, a Barbisotti è comunicato dalla Guardia di Finanza il procedimento a suo carico come presidente della Soccorso Lombardia Service S.r.l., in liquidazione. Girano voci su alcuni particolari delle voci di spesa, famosa quella sui treni di gomme delle auto del soccorso, rinnovati assieme ai treni di altre auto.

Marco Arrigoni, guida alpina e fratello di Giacomo, era assunto dalla delegazione regionale lombarda del CNSAS. Con l’intervento della Finanza, egli ha dovuto dare le dimissioni da volontario per poter tenere il lavoro.

Sembra anche che la fase istruttoria sia già arrivata a 1500 pagine. Nessun comunicato ufficiale è stato mai diramato, nonostante la decisione (verbalizzata) di Consiglio, per informare degli avvisi di garanzia a Barbisotti e ai cinque presidenti di Delegazione. Nessuna spiegazione dei compensi ai volontari sulle piste di sci, nessuna delucidazione sui fidi bancari fino a 250.000 euro.

Dopo 23 anni Gianni Beltrami ha lasciato la XIX  Delegazione Lariana e al suo posto è entrato Antonio Fumagalli, già capostazione del Triangolo Lariano. Il vice delegato è Salvatore Zangari, che succede ad Alessandro Spada, ora vice presidente regionale, che in precedenza aveva ricoperto il ruolo di capostazione per Dongo.
La XIX Delegazione Lariana è ancora parecchio inquieta. Attualmente è costituita dalle stazioni di Dongo (Giorgio Airaldi), Lecco (Giuseppe Rocchi), Lario Occidentale-Ceresio (Lorenzo Peschiera), Pavia oltrepo (Claudio Garlaschelli), Triangolo Lariano (Alberto Redaelli), Valsassina-Valvarrone (Fabio Paruzzi) e Varese (Antonio Bucciol).

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Diventare tecnico di elisoccorso

Diventare tecnico di elisoccorso
di Fabrizio Pina, Guida alpina Maestro di alpinismo, volontario Tesa (Tecnico soccorso alpino) del CNSAS, dal 2005 presso la Stazione Triangolo lariano, XIX Delegazione

In Europa il servizio di elisoccorso è la punta di diamante del sistema di gestione delle emergenze. L’eliambulanza è un elicottero che contiene presidi medico sanitari gestiti da medico e infermiere. Il pilota e il tecnico di volo sono preposti alle operazioni aeree e infine un tecnico di elisoccorso gestisce la sicurezza a terra dell’equipe sanitaria e partecipa attivamente alle operazioni aeronautiche speciali previste per le operazioni di soccorso.

Fabrizio Pina
DiventareTecnicoElisoccorso-Pina, Fabrizio
In Italia, a seconda delle regioni, il servizio di elisoccorso è differentemente organizzato.

Ci sono situazioni regionali in cui il servizio è in capo a corpi come Vigili del Fuoco. In questo caso tutti i componenti dell’equipe sono inquadrati come dipendenti pubblici.

In molte regioni la sanità struttura direttamente il servizio di elisoccorso: indìce una gara d’appalto riservata alle ditte aeronautiche che forniscono quindi i velivoli e il relativo personale.

E’ il caso della Lombardia: in questo caso pilota e tecnico di volo sono dipendenti della ditta aeronautica che ha vinto l’appalto del servizio di elisoccorso. Medico e infermiere che salgono a bordo sono dipendenti della pubblica sanità, mentre il tecnico di elisoccorso viene fornito dalla “libera associazione nazionale di volontariato senza fini di lucro, sezione nazionale
del Club alpino italiano” denominata CNSAS (Soccorso Alpino), mediante le proprie strutture regionali o provinciali, sulla base di una convenzione con la Pubblica Sanità (art.5bis comma 1b, legge 26/2010).

Chi opera nel Soccorso Alpino è a tutti gli effetti un membro di un’associazione di volontariato riconosciuta dallo Stato Italiano come preposta alla prevenzione e alle operazioni di soccorso in montagna.

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Il tecnico di elisoccorso è un volontario dilettante, dove per volontario si intende colui che fa qualcosa senza percepire in cambio denaro e dilettante sta per “non professionista”. Infatti il TE (Tecnico di Elisoccorso) non è una professione regolamentata in quanto non esiste un albo professionale di riferimento ed allo stesso tempo quando un TE “lavora” per il soccorso alpino in un contesto di equipe di elisoccorso non è inquadrato come dipendente; di fatto però percepisce un compenso relativo alla prestazione effettuata malgrado sia un volontario.

Nonostante vi sia un rapporto subordinato ad un’organizzazione, tipico del lavoro dipendente, il tecnico di elisoccorso del Soccorso Alpino non è assunto. Alcuni tecnici fatturano utilizzando un codice iva generico, altri utilizzano contratti CoCoPro oppure fac simile. Di fatto, dell’equipe che lavora sull’eliambulanza, il TE è l’unico a non risultare lavoratore dipendente dell’organizzazione a cui fa riferimento ma bensì risulta un lavoratore autonomo che partecipa ad operazioni aeronautiche speciali che lo espongono ad altissime responsabilità penali e civili nei confronti delle persone con cui interagisce. Si spera che le coperture assicurative che dovrebbero tutelarlo siano adeguate. Si spera…

Il tecnico di elisoccorso del Soccorso Alpino è quindi una figura con un piede nel mondo del volontariato ed un piede nel mondo del professionismo.

I tecnici di elisoccorso del Soccorso Alpino hanno di solito un’altra professione e si dedicano a tempo perso (circa due o tre volte al mese) a partecipare a turni di durata giornaliera presso le basi di elisoccorso. A tempo perso quindi intervengono in delicate operazioni aeronautiche che prevedono l’utilizzo di operazioni speciali come sbarco ed imbarco in hovering e verricello. A tempo perso intervengono con l’eliambulanza del servizio sanitario regionale in situazioni di emergenza su terreni alpini quali pareti rocciose, cascate di ghiaccio e ghiacciai per prestare soccorso.

Durante alcuni fine settimana, a tempo perso, partecipano ad addestramenti a volte valutativi.

A tempo perso; poiché ognuno dei TE ha il proprio lavoro: chi idraulico, chi falegname, chi impiegato, chi veterinario e chi Guida alpina dedica una parte del proprio tempo al soccorso e viene così ingaggiato ogni tanto (Tra i 20 e i 30 turni all’anno) a fare il tecnico di elisoccorso.

Come detto precedentemente il Tecnico di Elisoccorso non è una professione in quanto non esiste un albo professionale e non esiste una scuola a libero accesso che formi tecnici di elisoccorso.

Il soccorso alpino forma la propria figura di elisoccorritore e sulla base di convenzioni con le aziende sanitarie regionali lo inserisce nell’equipe di elisoccorso.

Come avviene la formazione del tecnico di elisoccorso del Soccorso Alpino? Il volontario del Soccorso Alpino riceve la formazione che il soccorso alpino impartisce utilizzando i propri istruttori. Partecipa alle operazioni di soccorso a terra in squadra come volontario nella misura in cui è stato formato. Il volontario che intraprende una carriera tecnica nell’associazione parte da “Operatore di Soccorso Alpino OSA” per diventare “Tecnico di Soccorso Alpino TESA” fino a raggiungere la qualifica più alta di “Tecnico di Elisoccorso TE”. Tutti e tre i livelli prevedono periodi di formazione e periodi di esame erogati tramite istruttori del soccorso alpino che sono qualifiche interne all’associazione. Non sono titoli professionali riconosciuti dallo Stato come può invece essere quello di Guida alpina.

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Che poi tanti istruttori siano Guide alpine è vero. Ma il soccorso alpino quando opera in ambito formativo, formalmente non incarica il professionista Guida alpina, ma bensì il volontario Sig. Mario Rossi. Spesso, l’organizzazione non apprezza il fatto che l’istruttore si firmi Guida alpina ma allo stesso tempo trae grandi vantaggi nel momento in cui l’istruttore incaricato alla formazione ed alla redazione dei programmi formativi sia un professionista.

Il vantaggio è duplice: qualità nell’operato ed assunzione delle responsabilità. Di fatto le Guide alpine sono presenti nel soccorso alpino e rivestono un ruolo importante soprattutto al vertice degli organi tecnici come la Scuola Nazionale Tecnici (SNATE) in cui ad oggi sono presenti solo Guide alpine; ma questo titolo formalmente non viene riconosciuto.

Il volontario del Soccorso Alpino che desidera diventare tecnico di elisoccorso deve fare domanda alla propria stazione di appartenenza ed alla delegazione. E’ a discrezione del delegato e del capo stazione inviare il candidato alle prove di selezione per accedere al corso Tecnici di elisoccorso.

E’ chiaro che l’accesso al corso sia vagliato da prove tecniche che si basano sul principio di meritocrazia, ma per accedere a queste è necessario avere il parere positivo personale di due soggetti fisici privati il cui ruolo nel Soccorso Alpino è più politico che tecnico. E’ un filtro iniziale che decide sulla base di quanto il volontario partecipi alla vita della stazione. Il problema è che in questi casi anche la simpatia piuttosto che la scomodità di una persona possono influire sul giudizio iniziale: non è possibile provare il contrario.

Se il soccorso alpino fosse un’associazione privata che opera esclusivamente con se stessa non ci sarebbero problemi. Ma in realtà il soccorso alpino è coinvolto in una convenzione con le ASL regionali che vivono sulla base di soldi pubblici. Lo stesso soccorso alpino riceve finanziamenti pubblici per organizzare i suoi corsi tra cui anche quelli di elisoccorritore.

Il giudizio personale di due soggetti privati influenza in maniera imprescindibile la partecipazione ad un corso organizzato con risorse pubbliche per formare volontari retribuiti che a tempo perso vengono inseriti in una equipe di elisoccorso che vive sui soldi del contribuente, cioè le tasse che tutti noi paghiamo. Questa è la risposta italiana in un contesto europeo che si basa sul professionismo nell’elisoccorso.

Se una Guida alpina, unico professionista (Legge n.6/89) a poter accompagnare su terreno alpino con tecniche ed attrezzature alpinistiche, volesse diventare elisoccorritore (mansione retribuita con soldi pubblici) deve passare attraverso il giudizio privato di capo stazione e delegato del Soccorso Alpino.

Quindi il veterinario e l’elettricista, se hanno il benestare di capo stazione e delegato possono accedere alle selezioni per elisoccorritori. La guida alpina certificata dallo Stato italiano ad accompagnare chiunque su qualsiasi terreno che viene ritenuta non idonea da capo stazione e delegato (figure politiche e non tecniche), ovviamente per motivi che esulano dalle capacità tecniche, non passa.

E’ difficile dimostrare che i motivi personali non possano mai influenzare il giudizio di delegato e capo stazione.

Quindi il falegname promosso dal parere positivo del capo stazione e del delegato accede ad una selezione per un corso di circa 15 giorni che lo abilita ad accompagnare medico ed infermiere su terreno alpino con tecniche ed attrezzature alpinistiche… La Guida alpina che ha frequentato un corso riconosciuto dallo stato italiano di 120 giorni distribuiti in 4 anni che lo abilita all’accompagnamento di chiunque, su qualsiasi terreno ed in maniera esclusiva, se viene bloccato dal parere personale di capo stazione e delegato non passa, e non può partecipare alle selezioni e di conseguenza al corso e quindi, in qualità di professionista ad una mansione retribuita con i soldi pubblici versati dai contribuenti, come successo a me ad inizio del 2015 nella Stazione del Triangolo lariano – XIX Delegazione.
Queste sono le mie considerazioni, ormai è tempo che si prenda la strada del riconoscimento della figura professionale di Guida alpina nell’ambito CNSAS, per i miei colleghi Guide che operano all’interno con grande professionalità, che in futuro possano operare con la stessa, ma da professionisti riconosciuti!

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Abruzzo: Soccorso Alpino a pagamento ed RC obbligatoria

Abruzzo: Soccorso Alpino a pagamento ed RC obbligatoria

Se causato da imperizia o equipaggiamento inidoneo, anche in Abruzzo si pagherà il soccorso in montagna. E’ notizia di metà settembre 2015.

Con una modifica alla legge regionale 24 del 2005, il legislatore abruzzese consente il fuoripista sempre e comunque, anche in caso di alto rischio valanghe e perfino in zone dove le slavine eventualmente staccate incombano sulle piste a valle, purché si sia in possesso dell’attrezzatura di soccorso e di una apposita polizza.

E’ vero che la macchina dei soccorsi che si mette in moto in casi di emergenza è fatta di personale specializzato e mezzi equipaggiati, e il tutto ha costi spesso non trascurabili. Ma la preoccupazione di alcuni è che ci sia il rischio che l’obbligatorietà comporti una lievitazione dei costi delle polizze RC, oggi molto contenuti.

Luigi Faccia, direttore della scuola di sci Assergi-Gran Sasso commenta: “Tutto quel che liberalizza e apre nuovi mercati è positivo“.

Agostino Cittadini
AbruzzoSoccorsoAlpinoObbligatorio-agostinoCittadini

Sul versante delle guide alpine, che rivendicano anche la paternità del provvedimento, Agostino Cittadini, presidente delle guide d’Abruzzo, dice: “Con le dovute precauzioni, quindi con l’equipaggiamento di rito, come l’ARTVA, quella dei fuoripista è una libertà di cui l’escursionista gode in molte zone, anche in molte regioni alpine… L’aggiunta della responsabilità civile deve aprire la strada al soccorso a pagamento, come già avviene sulle Alpi o in Svizzera… Paghiamo già la sanità, ma quando il soccorso è dovuto a imperizia e non è di tipo sanitario il discorso è diverso… Oggi si consiglia di farsi la tessera al CAI proprio perché include una assicurazione, tra l’altro di carattere europeo“.

Anche Pierpaolo Pietrucci, consigliere regionale del Pd e firmatario della proposta di modifica legislativa, è sicuro della bontà del provvedimento perché “se vuoi andare sulla Direttissima del Gran Sasso con le infradito, allora paghi“.

Ferdinando Lattanzi di Abruzzo Mountains Wild, quanto è favorevole al pagamento di un soccorso per imperizia, altrettanto è scettico sull’obbligatorietà dell’assicurazione:

L’assicurazione di Responsabilità Civile per il fuoripista, che non serve a pagare il soccorso bensì gli eventuali danni provocati a terzi, costituisce una limitazione alla libera circolazione delle persone all’interno del territorio nazionale.

Posso capire che nell’ambito stradale, dove la probabilità di incidente e di danno a terzi può essere alta, devi premunire gli automobilisti obbligandoli ad assicurarsi, ma il free ride è una pratica che tendenzialmente fanno persone esperte. Qual è il principiante che si avventura nello scialpinismo? Se si fa una statistica, a essere soccorsi sono essenzialmente gli escursionisti della domenica sulla Direttissima…

Non so di nessuna regione dove esiste una cosa del genere. In Francia ci sono cartelli che ti avvisano che è a tuo rischio e pericolo. Non si può costringere chi va a farsi una passeggiata fino al Sassone o a Monte Cristo (brevissime gite, citate da Lattanzi proprio per la loro semplicità e popolarità, NdR) a stipulare un’assicurazione.

Ferdinando Lattanzi
AbruzzoSoccorsoAlpinoObbligatorio-ferdinandoLattanzi

Sulle nostre montagne e soprattutto sulla Vetta Occidentale di Corno Grande circolano più sprovveduti d’estate che d’inverno, stagione in cui chi si avventura in montagna un minimo di preparazione ce l’ha. A dimostrazione di ciò basterebbe contare il numero di soccorsi nelle stagioni, uno sprovveduto che in estate fa rotolare un sasso sulla Direttissima alla Cima Occidentale di Corno Grande può provocare danni gravissimi visto l’enorme afflusso di persone su quella via, ma non è obbligato ad assicurarsi.
Mi sembra che il motivo che ha ispirato i politici a proporre questa norma sia stato soprattutto quello di evitare tutte le polemiche sorte intorno ai divieti dello scorso inverno e lavarsi le mani dicendo in pratica andate dove vi pare, provocate le valanghe che vi pare, non ci interessa se moriranno delle persone, l’essenziale è che siete assicurati per cui noi non siamo tenuti a vigilare affinché gli incidenti non avvengano.
Spero che il Governo impugni questa norma, come è capitato anche ad altre leggi regionali dell’Abruzzo: sarebbe comunque il caso di raccogliere le firme per una petizione contro questa proposta di legge che, se approvata, costituirebbe uno sciagurato precedente.
Mi piacerebbe sapere in quale altra Regione vige l’obbligo di assicurazione visto che una mia ricerca in tal senso non ha dato nessun risultato
”.

Per leggere su Ferdinando Lattanzi, clicca qui.

AbruzzoSoccorsoAlpinoPagamento-OMF-Summer-07

 

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Quale volontariato per il CAI di domani

Tra due giorni si terrà a Firenze il 100° congresso del Club Alpino Italiano. E questa volta il tema è Quale volontariato per il CAI di domani. Qui il programma.

E’ sicuramente un tema di grande attualità e merita un palcoscenico così importante.

Pur essendo molto lodevole e interessante l’iniziativa dei tre forum http://congresso.cai.it/Contenuti.aspx?p=9 (associato al gruppo di lavoro Volontariato nel CAI di oggi), http://congresso.cai.it/Contenuti.aspx?p=10 (associato al gruppo di lavoro Volontariato nel CAI di domani) e http://congresso.cai.it/Contenuti.aspx?p=11 (associato al gruppo di lavoro Associazionismo e Servizi), dall’esterno non sembra che il modo in cui è organizzato il congresso (tavole rotonde preimpostate e relatori già designati) possa favorire un proficuo scambio di idee nuove, che vengano veramente dalla base dei soci: un’orchestra simile sembra più a favore di linee d’indirizzo che i vertici politici del CAI hanno già delineato da tempo e probabilmente hanno in mente di sviluppare nel futuro. In linea con le proposte di modifica alla Legge 266/1991 e alla Legge 74/2001.
Di queste, si ricorda che la prima legge regola il volontariato organizzato e istituisce delle strutture per lo sviluppo e la crescita del volontariato su base regionale (i Centri di Servizio per il Volontariato), che forniscono gratuitamente alle Organizzazioni di Volontariato servizi nel campo della promozione, della consulenza, della formazione, della comunicazione e molti altri; e la seconda elenca le disposizioni per favorire l’attività svolta dal Corpo nazionale Soccorso Alpino e Speleologico.
Dalle pagine di questo blog auspico che siano tenute in debito conto le istanze della base, quali a esempio quelle espresse in un recente documento elaborato dai Direttori Scuole Alpinismo Lombarde, oppure quelle già esposte in http://www.banff.it/cai-volontariato-in-pericolo/ del 12 agosto 2015.

 

Quale volontariato per il CAI di domani
di Riccardo Innocenti

Il tema del volontariato mi è caro. Mi considero un volontario. Sono socio del CAI da oltre trent’anni e come istruttore d’alpinismo faccio volontariato impartendo da vent’anni lezioni agli allievi dei corsi senza ricevere alcuna retribuzione.

All’interno del CAI tutti dovrebbero essere volontari. Anche coloro che fanno parte del Corpo Nazionale del Soccorso Alpino e Speleologico. Una sezione nazionale del CAI con ampia autonomia. Ma tutti i volontari del Soccorso Alpino lo sono veramente?

In quest’ultimo anno sono venute alla luce alcune vicende che mi fanno interrogare sul termine volontario e se questo possa essere applicato a tutti i componenti del Soccorso Alpino. E sulle attività che i volontari del Soccorso Alpino fanno o dovrebbero fare.

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Illuminante è stata la storia di un volontario emiliano che è stato cacciato dal soccorso alpino perché si è rifiutato di pulire dalle erbacce un muro stando appeso alle corde. E’ la vicenda di Luca Gardelli (http://www.alessandrogogna.com/2015/06/09/la-delusione-di-luca-gardelli/).

Ho letto con interesse lo scritto di risposta (del 15 giugno 2015) a firma del Presidente del Soccorso Alpino dell’Emilia-Romagna Danilo Righi (http://www.alessandrogogna.com/2015/06/19/risposta-a-luca-gardelli/). Righi fa un ampia dissertazione, scomodando anche la categoria dell’etica, per non chiarire le domande più semplici che ogni lettore si è posto.

E’ legittimo e lecito per il Soccorso Alpino intervenire su richiesta di un Comune per ripulire un muro come una ditta che deve adempiere a un contratto?

E’ giusto espellere dal Soccorso alpino un volontario che non ha adempiuto ciecamente all’ordine impartito e ha sollevato una serie di dubbi e posto domande a cui nessuno ha risposto?

Dato che Righi non risponde io propongo il mio punto di vista.

L’attività che era stata proposta non è di competenza del Soccorso Alpino. Può essere eseguita “ufficialmente” solamente da aziende che hanno le necessarie certificazioni di legge. Infatti non è stata più eseguita e l’Azienda Sanitaria Locale ha dato parere negativo sul fatto che un’attività del genere fosse eseguita nella maniera e nei modi in cui il Soccorso Alpino intendeva compierla.

Gardelli è stato cacciato dal Soccorso Alpino, e la sua cacciata è stata eseguita seguendo scrupolosamente tutta la normativa interna in tema, solamente perché pensando con la sua testa, ed essendo un bravo cittadino, si è rifiutato di fare una cosa illegittima. Benché gli fosse stata ordinata attraverso il sistema gerarchico funzionale (di stampo paramilitare) che è proprio del Soccorso Alpino.

Questa vicenda ci da l’occasione per chiederci una semplice cosa: quali sono le attività del Soccorso Alpino?

Certo non quello di lavorare come una ditta edile su corda per ripulire un muro. Anche se Righi cerca di farci credere che quella è un attività da Soccorso Alpino. Il Soccorso Alpino del CAI dovrebbe essere un’associazione di volontari che salva le persone in Montagna, in Grotta e in tutti gli ambienti ostili. Dovrebbe!

E veniamo a che cosa è il volontariato: il tema del congresso di Firenze del CAI.

Il volontariato è una cosa che si fa gratis, al massimo con un rimborso delle spese vive sostenute. E quando i lettori pensano al volontariato credo che il 99% di loro pensi al volontariato nella stessa maniera.

Invece il Soccorso Alpino ha un enorme disponibilità di fondi:
A livello centrale il CNSAS riceve dal CAI una parte dei fondi pubblici statali. Nel 2013, 1.405.170 Euro di cui 1.255.099 Euro come fondi pubblici e 150.000 Euro come contributo del CAI.

Ognuno dei 21 servizi regionali/provinciali del Soccorso Alpino riceve dalla propria Regione/Provincia fondi di importi diversi. Da qualche decina di migliaia di euro a qualche milione di Euro. Complessivamente le Regioni Italiane erogano ai servizi regionali del CNSAS fondi per oltre 20 milioni di Euro (ho aggregato i dati consultando tutti i bilanci pubblici delle 20 regioni italiane).

I servizi regionali del Soccorso Alpino stipulano dei contratti di servizio con le Aziende Sanitarie Locali per far salire i tecnici di elisoccorso sugli elicotteri del 118, che è il servizio di emergenza sanitaria nazionale. Per ogni contratto ricevono altri fondi per pagare fino a 350 euro al giorno i tecnici di elisoccorso e per pagare i servizi della struttura del soccorso alpino.

Una legge dello Stato, la n. 162 del 18.2.92 e la circolare dell’INPS n. 60 del 04.03.1993 garantiscono ai volontari del Soccorso Alpino un particolare status che li differenzia da tutti i volontari italiani della protezione civile. Se i volontari CNSAS sono lavoratori dipendenti hanno diritto di assentarsi dal lavoro per esercitazioni e soccorsi e il datore di lavoro deve corrispondergli lo stesso lo stipendio che può successivamente farsi rimborsare dall’INPS. Nel 2013 l’INPS ha speso per questi rimborsi 240.103 Euro. Se i volontari CNSAS sono lavoratori autonomi possono chiedere al Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale il rimborso per ogni giornata impiegata in esercitazione e soccorsi di 74 Euro al giorno. Nel 2013 il Ministero ha rimborsato 322.540 euro.

Quindi le entrate dirette del Soccorso Alpino sono in totale di oltre 22 milioni di Euro annui. Sono moltissimi soldi per una struttura di volontariato. Non viene data pubblicità ai bilanci, sia del CNSAS centrale che dei servizi regionali, che non sono pubblicati sui siti e non sono sottoposti al controllo del CAI. Il Soccorso Alpino è diventato “un’entità” paragonabile ad una media azienda in cui tutto avviene in maniera autoreferenziale. Non ci sono controlli esterni. Il Soccorso alpino si controlla da solo. Da solo giustifica l’impiego di decine di milioni di euro di fondi pubblici.

Il Nelson Mandela Forum di Firenze, sede del prossimo 100° congresso nazionale del CAI
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Per fare un esempio, si evince dal bilancio del CNSAS 2013 che un gruppo di 37 persone che fanno gli istruttori nelle due scuole nazionali tecniche del CNSAS hanno ricevuto in un anno 254.068,77 Euro a fronte di diarie giornaliere di 366 Euro cadauna e di rimborsi di tutte le spese sostenute per il loro impegno. Compensare con 366 Euro, più il rimborso spese, al giorno dei “volontari” è sicuramente singolare.

Analogamente chi svolge il compito di tecnico di elisoccorso sugli elicotteri dei 118 regionali riceve fino a 350 Euro al giorno.

Il Presidente del Soccorso Alpino Pier Giorgio Baldracco ha affermato che il 5,5% dei 7.000 volontari del Soccorso Alpino riceve una retribuzione. Questa retribuzione quindi riguarda circa 400 persone. E’ corretto chiamare volontario chi riceve una retribuzione?

In questa maniera si è trasformata quella che era una nobilissima attività di volontariato in un attività ottimamente retribuita per un nutrito gruppo di fruitori. Bastano cinque giorni di “servizio volontario” al mese per costituire un vero stipendio. Un’attività del tutto analoga viene svolta dai Vigili del Fuoco con i nuclei Speleo Alpino Fluviale (SAF) che stanno a bordo degli elicotteri dei VVFF, ma per tutto il mese. Ma che non vengono compensati con cifre del genere, bensì con quello di un onesto stipendio di dipendente statale.

In Italia esistono diverse entità pubbliche che si occupano di soccorso alpino:
La Guardia di Finanza opera con il SAGF (Soccorso alpino della Guardia di Finanza) e gli elicotteri del corpo. Fanno parte del SAGF militari specializzati nel soccorso in montagna anche con l’ausilio di unità cinofile per ricerca e valanghe. Vi sono 26 stazioni del SAGF dalle Alpi all’ETNA;

I Vigili del Fuoco operano con i nuclei SAF (Soccorso Alpino e Fluviale) e gli elicotteri del corpo. Gli operatori SAF sono specializzati nelle tecniche di soccorso in montagna e sono capillarmente presenti in tutte le province italiane;

Il Corpo Forestale dello Stato ha istituito il Soccorso Alpino Forestale (SAF) per favorire le operazioni di soccorso in montagna che opera con tre stazioni in Italia e in stretta sinergia con il Centro Operativo Aereomobile del Corpo che mette a disposizione gli elicotteri necessari all’intervento;

L’Esercito Italiano tramite il Comando Truppe Alpine mette a disposizione numerosi nuclei di militari specializzati nel soccorso in montagna e soprattutto nel soccorso sulle piste da sci;

La Polizia di Stato e i Carabinieri hanno personale specializzato nel soccorso sulle piste da sci;

Tutte le Forze Armate italiane (Esercito, Aereonautica, Marina e Carabinieri) mettono a disposizione elicotteri per il trasporto di personale specializzato per effettuare soccorsi in montagna.

Tutti questi enti pubblici hanno soccorritori professionisti che vengono retribuiti allo scopo. Da quando “i volontari” del CAI hanno stipulato convenzioni con le ASL e con i 118 ogni richiesta di soccorso è dirottata sui “volontari” lasciando praticamente disoccupati tutti gli altri. E le convenzioni con le ASL sono profumatamente rimborsate.

E’ compito del Soccorso Alpino fare convenzioni con le ASL? Il Soccorso Alpino è obbligato a fare queste convenzioni? NO! Lo fa liberamente. Proponendosi come interlocutore contrattuale a dei soggetti, le ASL che hanno bisogno di alcuni servizi. Ma facendo così di volontariato non c’è più niente.

IL CNSAS interpreta l’art 80 della legge 27 dicembre 2002, n. 289 a proprio esclusivo favore. La norma dice che al CNSAS è di norma attribuito il soccorso in montagna, in grotta, in ambienti ostili e impervi e che al CNSAS spetta il coordinamento dei soccorsi in caso di presenza di altri enti o organizzazioni, con esclusione delle grandi emergenze o calamità. Attraverso questa norma il CNSAS (volontari) vorrebbe coordinare tutti i Corpi dello Stato (professionisti) deputati al soccorso. Questa situazione genera una contrapposizione funzionale tra chi il soccorso lo fa di mestiere e per questo è pagato dallo Stato e chi lo fa per volontariato.

Foto: Soccorso Alpino Valdostano
Ayas

Il 29 marzo 2015 Giovanni Busato, in passato Vicepresidente del Soccorso Alpino del Veneto, si è espresso, con un commento (ore 16.22) all’articolo http://www.alessandrogogna.com/2015/03/27/i-documentati-dubbi-di-riccardo-innocenti/, sostenendo che per avere professionalità bisogna pagare i volontari. Ma se li paghiamo che volontari sono??

Lo Stato versa al Soccorso Alpino una somma non irrilevante. Le regioni molto di più! E la Lombardia è tra le prime anche in questo campo!

Leggendo gli atti dei documenti riportati nel sovracitato articolo (http://www.alessandrogogna.com/2015/03/27/i-documentati-dubbi-di-riccardo-innocenti/), il 30 marzo 2015 un anonimo mi ha inviato una missiva con tradizionale busta spedita via posta ordinaria all’indirizzo del mio legale (che mi rappresenta e tutela in un contenzioso giudiziario con il Soccorso Alpino del Lazio e nazionale) con allegati due verbali secretati del Soccorso Alpino Lombardo.

Già la stampa (e pure la magistratura) si era occupata e si occupa di vicende che riguardano quel consesso. Qui alcuni link:

10 marzo 2012: http://www.lecconotizie.com/attualita/terremoto-nel-soccorso-alpino-si-dimettono-8-volontari-54107/

13 marzo 2012: http://www.lecconotizie.com/attualita/soccorso-alpino-i-dimissionari-sputano-fuoco-54642/

16 marzo 2012: http://www.lecconotizie.com/attualita/soccorso-alpino-altra-bomba-anche-arrigoni-si-e-dimesso-55045/

20 marzo 2012: http://www.lecconotizie.com/montagna/soccorso-alpino-beltrami-i-nodi-sono-arrivati-al-pettine-55613/

Ma ce ne occuperemo anche noi nel prossimo futuro.

Se si ha buona pazienza di leggere i verbali (Allegato1 e Allegato2), e se questi sono autentici e non sono una burla, data la fonte anonima, ci si rende conto di quanto il Soccorso Alpino Lombardo si è dato da fare per prendere i soldi dalla Regione Lombardia, atteso che la legge impedisce di prenderli sic et simpliciter. Serve un altro ente che li prende e poi te li gira. Anche il Soccorso Alpino ha le sue scatole cinesi…

I lettori di questo blog si chiederanno: organizzare scatole cinesi per prendere milioni di euro in fondi pubblici è la vera attività del Soccorso Alpino? E anche questa è un’attività di volontariato?

Probabilmente se lo dovrebbero chiedere anche tutte le migliaia di volontari del soccorso alpino che fanno i volontari senza prendere un euro… Quelli sono veri volontari anche se inquadrati in una struttura che se sollevi la manina e poni qualche domanda scomoda a cui rispondere ha delle bellissime procedure per cacciarti in maniera democratica come è successo a Luca Gardelli. Un cittadino onesto che non voleva fare cose illegittime e ha fatto l’obiettore. L’obiettore del Soccorso Alpino ha un’unica strada davanti… diventare un ex!

Ma è questa la strada che il CAI intende seguire quando parla del volontariato nel futuro?

Perché il CAI non controlla quello che fa il Soccorso Alpino? Perché il Presidente Generale del CAI Umberto Martini non si accorge dei milioni di euro che arrivano nelle mani dei volontari del Soccorso Alpino per fare attività di volontariato? Ma il CAI lo deve controllare il Soccorso Alpino? E se non lo controlla commette una mancanza?

Oppure, è questo che il CAI vuole per il futuro? Il volontariato pagato come in Lombardia o per i 400 operatori del soccorso alpino che, per affermazione diretta del loro Presidente Baldracco, prendono una retribuzione?

Sarebbe bello che le tavole rotonde del 100° congresso del CAI affrontassero questo argomento.

E sarebbe bello sapere che impalcatura contrattuale ha escogitato il Soccorso Alpino lombardo per incassare i fondi pubblici dato che le leggi dello stato non sono state modificate e quei soldi non li potevano incassare direttamente. E chissà come li prendono ora dato che hanno stipulato una nuova convenzione che arriva fino al 2016.

Nel frattempo qualcosa si muove. Nel Lazio, dal 2015, in caso di intervento in ambiente tipicamente montano o impervio, il 118 chiama i Vigili del fuoco (professionisti del soccorso) e non il Soccorso Alpino (volontari del soccorso).

Comunque, per evitare fraintendimenti sui verbali che mi sono arrivati in busta anonima, ho presentato alla competente Procura un’articolata denuncia.