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La delusione di Luca Gardelli

La delusione di Luca Gardelli
Un servizio di altissimo valore non può rinunciare a un processo di miglioramento continuo sul piano etico
di Luca Gardelli

Gardelli-lucaErano i primi giorni di giugno di circa quindici anni fa quando con un amico stavo arrampicando sulla cresta sud del Piz Popena nel gruppo del Cristallo. Previsioni ottime, arrampicata piacevole, poi nel primo pomeriggio il tempo mutò rapidamente e a circa 300 metri dalla vetta si scatenò un temporale con fulmini e grandine di un’intensità inaudita.
Completamente vulnerabili sul filo della cresta rocciosa, allontanammo tutta l’attrezzatura metallica e fummo schiaffeggiati da pioggia, fulmini e grandine per oltre mezz’ora.
Al termine del temporale si concretizzò quindi la nostra esperienza con il Soccorso Alpino che, venuto a conoscenza della nostra difficile situazione, intervenne con l’elisoccorso e in hovering ci ricondusse a valle.

 

Monte Cristallo e Piz Popena dal ponte Rudavoi
Gardelli-1-cristallo-e-piz-popena-dal-ponte-rudavoi.jpg-w=595Da quel giorno iniziai a riflettere sul valore di questo servizio e maturai il desiderio di poter un giorno fornire il mio piccolo contributo ad alpinisti in difficoltà, o comunque frequentatori della montagna in genere. Mi sembrava del tutto naturale e necessario dedicare parte del mio tempo ed energie per aiutare altre persone che come me vivevano nella montagna uno spazio ricco di emozioni e che purtroppo a volte si trovavano nella necessità di essere aiutati come era accanto a me.

Una necessità che esprimeva, attraverso un’azione di volontariato, ciò che di più nobile può rappresentare per un alpinista abituato a vivere con intensità esperienze ed emozioni in montagna.

Iniziò quindi il mio percorso formativo nel Soccorso Alpino, con entusiasmo e serietà, e con la crescente consapevolezza che dedicare parte del proprio tempo in modo gratuito al prossimo, costituisce un indiscutibile arricchimento personale. Era il riconoscimento, in una società come quella attuale che spesso conduce in modo fuorviante a considerare l’individuo come elemento destinato alla ricerca egoistica del proprio interesse e piacere, che il desiderio di felicità cui siamo chiamati forse trova maggior realizzazione quando esso viene condiviso in maniera più estensiva possibile e soprattutto si esprime attraverso un donarsi gratuitamente.

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Con “delusione” viene definito un sentimento di amarezza che scaturisce dal constatare che la realtà non corrisponde alle aspettative; dal latino [delusio], che è dal verbo [deludere] prendersi gioco. L’etimologia ce la descrive come un’amara ironia: una chiave interessante con cui guardare quel sentimento di tristezza, sfumato di rabbia, che nasce quando vediamo disattese le nostre aspettative, quando la realtà non corrisponde a ciò che credevamo, o speravamo.

Gardelli-Soccorso_Alpino_logoNel tempo, la mia esperienza nel Soccorso Alpino, pur nel ricordo di tante cose positive, mi ha condotto a sperimentare direttamente, mio malgrado, questo sentimento.

Progressivamente, notando con sorpresa comportamenti anomali in un contesto di volontariato che dovrebbe manifestare come unico movente lo spirito di servizio per la collettività, mi sono spesso interrogato sul motivo per cui una massiccia dose di autoreferenzialità in alcuni componenti dell’associazione potesse coesistere con gli alti valori che questo servizio esprime. Sia ben chiaro: non credo nel modo più assoluto che esercitare il ruolo di volontario significhi farsi carico unicamente di fatiche e sacrifici. E’ legittimo ritenere che la soddisfazione debba costituire un elemento irrinunciabile, ma il modo attraverso il quale esso va ricercato ed espresso dovrebbe, a mio avviso, essere caratterizzato da estrema sobrietà e sensibilità.

In una qualche occasione, di fronte a episodi di manifesto protagonismo ed esibizionismo, ricordo di aver scritto a tutta la mia Stazione di appartenenza che “non esiste più grande soddisfazione per il proprio operato al di fuori di quella che si può coltivare nel proprio intimo la sera spegnendo la luce prima di addormentarsi, senza quindi cercare la luce dei riflettori”.

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Presi atto purtroppo che tale dicotomia era presente e neanche tanto circoscritta.

Ingenuamente credetti che un contesto operativo, in cui la necessità di migliorarsi trova il presupposto nella totale apertura al dialogo e confronto nel rispetto reciproco, potesse ospitare le mie riflessioni. Così non è stato e oggi il motivo per cui sono qui a testimoniare la mia esperienza va cercato nella sprezzante e aggressiva reazione a questo mio atteggiamento di trasparenza e serietà che credo nel tempo di aver rappresentato.

Di fronte a questa consapevolezza e alle difficoltà crescenti nell’appartenenza a una realtà che esprimeva forti contraddizioni e che credevo in questo senso fosse solo locale, più volte mi sono domandato se abbandonare il Soccorso Alpino. La scelta di rimanere era dettata da un obbligo morale legato alla necessità di testimoniare qualcosa di differente al comune sentire e che forse un giorno avrebbe trovato terreno fertile per dare origine a un cambiamento. Tutto ciò senza presunzione di verità nel merito ma sempre nel tormentato dubbio introspettivo, unicamente espresso su un piano di ragionevolezza e buon senso che alimentava semplicemente una richiesta di dialogo.

Gardelli-L'equipaggio%20AM%20tiene%20il%20Briefing%20pre-volo%20ai%20volontariL’epilogo della mia esperienza nel Soccorso Alpino è legato a una vicenda a cui, a distanza di mesi, ancora oggi mi trovo a riflettere con immutato stupore.

La questione ebbe origine banalmente da una richiesta di approfondimento che avanzai su una attività che la Stazione Monte Falco, cui appartenevo, si apprestava a svolgere.

Questa attività (pulizia di un muro), così come richiesto formalmente per iscritto dal Comune di Premilcuore, fu oggetto di una mia segnalazione per la verifica di conformità alle finalità indicate nello Statuto CNSAS.

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Prima dell’intervento del Presidente Nazionale con il quale egli chiese l’avvio del procedimento disciplinare nei miei confronti (il Presidente Baldracco mi accusò di essermi rifiutato di partecipare a un evento e di aver sporto denuncia all’AUSL!?), in ogni approfondimento da me richiesto a tutti i livelli del CNSAS o non mi furono fornite risposte, o queste furono espresse in modo poco chiaro (non si parlò di Statuto, né di “Protezione Civile”, né di “addestramento”), tanto più che il Capostazione comunicò la programmazione dell’evento senza allegare la consueta “notifica” di addestramento.

Successivamente alla mancanza di risposte ai miei quesiti, dopo settimane e nell’imminenza dell’evento già programmato, richiesi informalmente un parere all’AUSL.

Tale richiesta era conforme a questo percorso di approfondimento, così come lo fu la condotta degli Ispettori che telefonicamente avanzarono richieste di informazioni e fornirono suggerimenti, poi recepiti sia dal Sindaco che dal Capostazione.

L’evento fu così annullato in quanto ritenute fondate le perplessità dell’AUSL, che erano anche le mie.

In seguito, il Presidente Regionale SAER in occasione di un’assemblea di Stazione appositamente convocata, richiese la votazione della mia inidoneità attitudinale, che fu decretata da una nutrita maggioranza dei volontari.

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Questo processo nei miei confronti, perché ritenuto responsabile di aver richiesto dei chiarimenti, mi sembrò un po’ forte, quanto meno in una associazione in cui il confronto dovrebbe essere favorito anche come elemento a tutela della sicurezza reciproca. La percezione da parte dei volontari di appartenere a una associazione in cui invece ogni dubbio che si solleva può determinare emarginazione e intimidazione (se non si rientra nelle giuste “simpatie”), non credo sia favorevole alla sicurezza e alla prevenzione di eventuali errori.

Gardelli-solidarietaTutto ciò per quanto riguarda il metodo, “il come”, se vogliamo.
Per quanto riguarda invece il merito della questione, “il perché”, indicai che:

  • l’attività di pulizia di un muro difficilmente si può ritenere tra i compiti del CNSAS così come stabilito dallo Statuto;
  • al punto c) dell’art. 2 dello Statuto si parla sì di “attività di Protezione Civile” ma in riferimento specifico a “interventi di ricerca e soccorso in caso di emergenze o calamità”, casi molto differenti da quello in esame;
  • nel caso infatti di Premilcuore, a seguito degli accertamenti che condussi attraverso accesso agli atti, il Comune dichiarò che non erano stati prodotti atti specifici per l’attivazione di attività di Protezione Civile, ma esplicitò che genericamente essa poteva rientrare in un programma generale di prevenzione;
  • in altri casi genericamente richiamati, la partecipazione del CNSAS a eventi di Protezione Civile rientrava invece in specifiche attivazioni o accordi a livello regionale o nazionale;
  • in aggiunta, sussistono dubbi normativi fondati in materia di sicurezza in cui, come segnalato nell’intervento informativo degli Ispettori dell’AUSL, questa tipologia di attività anche se esercitata in regime di volontariato, non possa comunque essere oggetto di deroghe in relazione alla specificità, richiedendo DPI (Dispositivi di Protezione Individuale) da lavoro e formazione specifica;
  • sostenere infine che questo contesto (come fu espresso formalmente dalla Delegazione Regionale) poteva trattarsi di un addestramento mi sembra un’acrobazia che, mi sia consentito, tra persone serie andrebbe evitata e lasciata a una dialettica da bar (vogliamo raccontare che calarsi da un muro eventualmente con una barella Kong ripulendo un muro, per tutta la sua estensione, da erbe infestanti costituisce attività funzionale all’addestramento?) Questo fu il quadro sintetico che originò la richiesta da parte del Presidente Nazionale di attivare un procedimento nei miei confronti e che condusse il Presidente Regionale a chiedere alla Stazione la votazione della mia inidoneità, tra l’altro con un esercizio non previsto dal regolamento che attribuisce questa funzione al Capostazione. Una richiesta di inidoneità che fu volutamente espressa in modo generico ma che neanche troppo velatamente, come risulta da quanto scritto dal Delegato, si può ritenere strettamente connessa alla vicenda di Premilcuore.

Pier Giorgio Baldracco
Gardelli-baldracco_pier_giorgio_cnsas2_86281A questo punto, nonostante il mio attaccamento a questo servizio (per i valori che esso esprime) mi abbia motivato a sopportare nel tempo svariate criticità e, da ultimo, il peso di questa controversia, dichiarai che mi sembrava improbabile che si potesse pensare a un mio reintegro nella Stazione Monte Falco. Si doveva infatti prendere atto che era stato consentito che il clima fosse stato volontariamente deteriorato anche in seguito ad attacchi offensivi ed oltre il limite della decenza come quelli che ricevetti via email ad opera di alcuni volontari, senza che nulla fosse osservato da alcun responsabile.

L’esito del procedimento fu la mia esclusione dal Soccorso Alpino.
Non ci sono dubbi sul fatto che questa vicenda possa fornire numerosi spunti di riflessione. Se in questa circostanza (e forse in quante altre meno note) il Soccorso Alpino ha dato dimostrazione di compattezza e decisionismo, probabilmente sussistono molte perplessità che lo abbia fatto esercitando serietà, onestà e rispetto di fronte alla giustizia e alla verità. Tutto ciò con l’obiettivo di non affrontare con chiarezza e trasparenza un tema scomodo ma fondato, considerando prioritaria l’eliminazione di un fastidioso volontario. Un volontario che ponendo un problema concreto affinché fosse spiegato come affrontarlo, è stato ritenuto egli stesso “il problema”, da eliminare quindi senza troppe spiegazioni.

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Mi ha stupito questo metodo, non tanto per gli attori che l’hanno interpretato a livello locale: mi ha stupito appurare che questa linea era condivisa sia a livello regionale che a livello nazionale, in un susseguirsi di acrobazie intellettuali inenarrabili.

In una delle mie dettagliate memorie difensive che ho prodotto nel corso del provvedimento disciplinare che ha condotto alla mia esclusione, esposi quanto segue: “Scrivo pertanto queste ultime note con il peso della consapevolezza che le energie andrebbero spese per ben altre cose più utili. Ma del resto la necessità di scrivere queste note è conseguente all’affermazione dell’onestà, la serietà e il rispetto, come valori non negoziabili e che costituiscono premesse irrinunciabili soprattutto quando si vuol svolgere un servizio di volontariato come quello intrepretato dal CNSAS”.

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Come è possibile che un’associazione che ha come obiettivo il servizio verso persone in difficoltà possa assumere atteggiamenti come quelli documentati negli atti prodotti nei miei confronti? E’ da ritenersi giustificato in ogni sua condotta colui che adoperandosi per il bene della collettività, esercita uno stile non rispettoso di altri valori in ambiti differenti dal soccorso operativo? Io credo che a queste domande, la risposta possa essere una sola: in ogni contesto sociale non ci si può ritenere idonei, anche se tecnicamente preparati, se come premessa non esiste una piattaforma di valori non negoziabili a cui mai ci si può sottrarre.

E neppure si può mantenere il silenzio di fronte a fatti di illegittimità e ingiustizia quando se ne viene a conoscenza. Quando gli dissi che uno stimato alpinista si era interessato al mio caso, un amico mi chiese: “Ma lui che c’entra?”. Risposi che “… lui c’entra come c’entrano tutte le persone serie che, venute a conoscenza di comportamenti illegittimi, decidono di non stare in silenzio, anche se l’illegittimo non li colpisce direttamente nei propri interessi.

Altrimenti siamo destinati al declino, ad una società fatta di personaggi come Razzi…”fatti li cazzi tua” (Crozza docet)…”.

Ora, il Soccorso Alpino come componente del variegato contesto del volontariato, costituisce nel nostro paese un tassello importante e di alto livello. Ogni giorno la sua azione rappresenta un elemento irrinunciabile nel nostro complesso sistema. Vorrei augurare al Soccorso Alpino una crescita non solo tecnica, ma soprattutto dal punto di vista dei valori che ogni volontario dovrebbe interpretare e che coloro che assumono ruoli di coordinamento dovrebbero veicolare. Senza questo presupposto possono sicuramente essere salvate tante vite umane, ma il futuro che regaliamo ai posteri non sarà certo quello di una società viva e solida umanamente.

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Daniele Chiappa, un nome da non dimenticare

Il nome di cui qui si fa memoria, viene rievocato riproducendo per intero il lungo articolo pubblicato sull’Annuario 2008 del CAI di Bergamo.

Una vita spesa tutta per la montagna
di Renato Frigerio

La nostra vita incrocia talvolta, anche se raramente, persone stupende che, alle loro doti specifiche e alle loro qualità morali, abbinano un’istintiva capacità comunicativa, in grado di trasmettere luminosamente la bellezza dei loro ideali e di facilitarne la condivisione. Ce le troviamo accanto magari nella familiarità della frequentazione e dell’amicizia, mentre ne avvertiamo però in certo modo la loro superiorità: ma è solo quando di colpo ci vengono a mancare che comprendiamo pienamente la gravità della loro perdita.

Così è successo con la morte del nostro Daniele Chiappa, e così si capisce l’esplosione delle attestazioni di stima, di simpatia, di affetto che si è diffusa in tutta la città e che ha contribuito a riempire per più giorni le pagine di tanti giornali, non appena è pervenuta la tristissima notizia.

Si è scritto davvero tanto di lui, magari anche in forma ripetitiva, nel timore di aver tralasciato qualche cosa di importante che ci era sfuggito quando ancora lo frequentavamo. Ma adesso, a distanza del tempo immediato in cui il dolore, colpendoci con più forte intensità, riesce ad annebbiarci la mente, vogliamo ritornare a lui con animo più disteso e sereno. Intendiamo soprattutto ricordarlo in modo un po’ diverso, anche se sarà inevitabile ripetere qualcosa che è già stato detto.

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Per iniziare ancora una volta almeno con un cenno alla passione che ha dominato la sua esistenza, pensiamo possa essere utile e significativo ricorrere allo stralcio di un articolo che, in quanto preparato per presentare una sua serata che non poté mai aver luogo, non fu di conseguenza pubblicato. Questa serata era stata programmata nell’ambito di un ciclo impostato come incontro A tu per tu con i grandi dello Sport e per lui, che interveniva invece in veste di relatore sul Soccorso Alpino, era stata fatta un’eccezione, considerandolo come figura simbolica, vero campione, di una associazione in cui operano volontari valorosi e audaci. Si pensa ancora con malinconia a quella serata, che era stata anche da lui tanto attesa, e che non fu mai fatta: programmata per il 10 aprile 2008, era stata rinviata al 15 maggio proprio a causa delle condizioni fisiche di Daniele, non pensando certamente a una evoluzione drammatica in questo senso. Si era tanto sperato che il suo intervento fosse ancora possibile e costituisse anzi il segno di un promettente miglioramento, ma la sua forzata rinuncia ci tolse definitivamente l’illusione di poterlo rivedere a entusiasmare il pubblico con i suoi racconti.

Si scriveva comunque, tra l’altro, nell’articolo a proposito di quell’appuntamento inusuale e all’apparenza incoerente con l’impostazione del ciclo: “Anche se nella serata adesso programmata non mancheranno gli incontri A tu per tu, anche se ne sarà protagonista uno che cose grandi ne ha fatte tante in campo alpinistico, tuttavia ad emergere questa volta non sarà un ammirato campione, bensì qualcosa di diverso, che può giustificare la messa in discussione della linea di impostazione. A tener banco nel salone di Sirtori interverrà infatti l’immagine di una meritevole istituzione di volontariato, quella che svolge il suo impegno nelle operazioni del Soccorso Alpino, un’immagine che verrà comunque resa concreta dalla persona che di diritto viene riconosciuta come il simbolo dell’istituzione stessa e che, per l’occasione, si presenta circondato da uno stuolo di altri che, come volontari o professionisti, hanno prestato e continuano ad offrire in questo arduo compito una collaborazione ammirevole. Ci riferiamo a quel Daniele Chiappa che, a Lecco e non solo, è conosciuto troppo bene per dover ora tracciare ripetitivamente un suo ritratto. Basterà ricordare che, come alpinista, il Ciapìn è entrato nel novero dei più grandi quando, a 23 anni, facendo parte della spedizione dei Ragni al Cerro Torre, ne raggiungeva vittoriosamente la vetta, con la cordata di Casimiro Ferrari, salendo l’inviolata e terribile parete ovest: una conquista che da sola qualifica per sempre chi nutre ambizioni alpinistiche. Come operatore nel Soccorso Alpino, si butta a capofitto nell’organizzazione già quando ha compiuto da poco i sedici anni, e ne sale velocemente tutti i gradini gerarchici, dove ormai gli manca solamente il prestigio della presidenza nazionale.

L’alpinismo, la montagna e il Soccorso Alpino appunto rappresentano le sue più forti passioni, tutte abbracciate con tale intensità da uscirne trasformato in una specie di simbolo. In questa luce è pertanto atteso il suo intervento, richiesto da Sergio Longoni per un incontro che, prendendo spunto da lui, si rifletterà ancora più intensamente sul contenuto del libro che ha appena pubblicato, apparso con il titolo Nell’ombra della luna. Inevitabilmente, ma anche intenzionalmente, la figura di Daniele Chiappa dominerà lo svolgimento della serata, appunto perché, come personaggio duplicemente simbolico, gli ideali da lui rappresentati non potranno prescindere dal suo aspetto biografico, tutt’altro che scialbo e inconsistente”.

A differenza di quanto poteva lasciare intendere quest’ultimo periodo dell’articolo, Daniele ci ha lasciato un ben scarno curriculum della sua estesa e valida attività alpinistica e meno ancora ha dettagliato la sua biografia. Le poche notizie che leggiamo in tal senso nel suo Nell’ombra della luna, ci consentono però di immaginare molto di più di quanto lì ha scritto. Pensiamo che allo stesso modo possa viaggiare l’immaginazione seguendo il percorso circoscritto da quelle poche date dove per lui si concentrano gli eventi più significativi, quelli gioiosi come quelli dolorosi, i successi e gli importanti riconoscimenti.

Daniele Ciapìn Chiappa in vetta al Cerro Torre
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Nato a Lecco il 28 ottobre 1951, ultimo di sette figli, cresce in una famiglia di modeste risorse economiche, ma dotata di una identità dignitosa e ancorata fortemente ai principi religiosi tradizionali, cui ancora Daniele si riferirà con fiducia e speranza nel periodo terminale della sua malattia. Il suo rapporto con la montagna si instaura ben presto in modo chiaro e naturale, in questo certamente condizionato anche dal fatto che il fratello Roby Ciapùn è un alpinista appassionato ed affermato. È comunque sorprendente che ad arrampicare inizi quando è ancora un ragazzino di tredici anni: in quanto a precocità non è da meno neanche per il Soccorso Alpino, essendosi preso il privilegio di caricarsi sulle spalle la sua prima barella a soli sedici anni. La sua attività in montagna è fitta e importante, come quando nel 1971 affronta la spericolata via Philipp-Flamm sul grande diedro della parete nord-ovest di Punta Tissi del Civetta: questa volta però un drammatico volo di oltre 70 metri gli fa sentire da vicino il gelido soffio della morte. Se la cava invece con la semplice, se pur dolorosa frattura del piede destro e del ginocchio sinistro. Il suo talento di arrampicatore non sfugge comunque agli ambienti competenti lecchesi, che nel 1972 gli conferiscono l’ambito onore dell’ammissione al prestigioso Gruppo dei Ragni della Grignetta.

Il 13 gennaio 1974 si aggiudica un traguardo di importanza storica con la conquista della vetta del Cerro Torre per l’inviolata parete ovest, nella leggendaria spedizione dei Ragni. L’anno successivo è gratificato di uno tra i riconoscimenti più ambiti e qualificanti, l’ammissione all’Accademico del Club Alpino Italiano. Il 1975 è l’anno in cui dovrà soffrire una tragedia tristissima, il cui ricordo costituirà un tormento che non lo abbandonerà per il resto della vita. Anche perché si sentirà sempre responsabile della morte di quel caro amico, un ragazzo di soli diciotto anni, con il quale aveva affrontato in cordata il tentativo di aprire una difficile via sulla Sud del San Martino. Quel volo, quello schianto, tutto quel sangue non potranno più cancellarsi dalla sua mente. Nel 1978 partecipa come socio fondatore a costituire il Gruppo alpinistico lecchese Gamma, dove condenserà il suo impegno alpinistico e la sua differenziata collaborazione nel segno della continuità della straordinaria tradizione cittadina. Nel 1983 un banale incidente sul lavoro gli procura gravi conseguenze che compromettono la pratica dell’alpinismo sui livelli da lui intesi, per cui gradualmente abbandona l’arrampicata, per dedicarsi con sempre maggior intensità e dedizione al Soccorso Alpino. Qui è davvero impossibile riassumere in date e cifre la quantità delle cose superlative che ha realizzato in venticinque anni di un impegno incredibile, portando tanto di suo, grazie anche a un’esperienza pluriennale valorizzata da un’accorata passione e da un’intelligenza non comune. Se le innovazioni da lui apportate, se i miglioramenti da lui attuati sui procedimenti e sulle attrezzature in uso non possono essere conteggiati e descritti, fortunatamente ognuno cui oggi vi ricorre o ne beneficia, sa che a lui si deve riconoscere il giusto merito. D’altro canto, il ricordo del suo impegno responsabile e della sua estrema dedizione continueranno a trasmettere un esempio stimolante. Ci sembra quasi che tale ricordo lui stesso, forse presagendo ormai vicino il tempo in cui non avrebbe più risalito i ripidi sentieri della montagna per correre verso una vita che supplicava di venire salvata, lo abbia indicato come un testamento nel suo libro che parla di storie di Soccorso Alpino.

Giuliano Maresi, Daniele Chiappa e Walter Bonatti
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Ma già adesso che, come dire, l’abbiamo da poco perso di vista, sono molti quelli che, avendolo conosciuto ed essendogli stati amici, trovano conforto a ritornare a lui con il pensiero pieno di nostalgia e cercano in qualche modo di ritrovarlo là dove trascorreva in compagnia del suo gruppo di appartenenza i pochi attimi di libertà dai suoi numerosi impegni: è così che interpretiamo le prime testimonianze che pervengono ai Gamma e che consideriamo come un anticipo di una sua possibile ricostruzione biografica. Scorrendo alcuni di questi ricordi e riflessioni scritte, è possibile individuare nella loro successione i suoi diversi aspetti con chi l’ha visto muovere i primi passi sulla via dell’alpinismo, con chi gli è stato compagno nell’avventura dell’arrampicata, con chi invece ne ha condiviso l’impegno di far crescere l’organizzazione del Soccorso Alpino, e con chi infine, guardandolo in certo modo dall’esterno, è rimasto come folgorato dalla sua passione e dalla sua forte capacità organizzativa.

Lo rivede allora in questo modo Dino Piazza: “La prima volta che l’ho incontrato è stato quando ha frequentato la scuola di roccia del Gruppo Ragni. Claudio Corti e io siamo stati i suoi primi istruttori per cinque uscite: ci siamo conosciuti là e subito siamo diventati amici. La sua voglia di imparare ci ha contagiato con il medesimo entusiasmo che si vedeva in lui. Lo abbiamo messo alla prova, e lo abbiamo visto reagire alla fatica, senza lamentarsi mai: abbiamo subito capito che la sua passione per la roccia e la montagna era davvero grande. La stessa cosa risultò chiara qualche anno più tardi con Casimiro Ferrari, che lo volle con sé nella spedizione al Cerro Torre, scegliendolo poi per la squadra dei quattro che avrebbero raggiunto la cima. Dopo quella fantastica impresa, quelle poche volte che mi capitava di incontrarlo non mancavo mai di chiedergli: “Ti ricordi ancora del Cerro Torre?”. La risposta era immancabilmente la stessa: “Tutti i giorni, e questo mi aiuta a risolvere i problemi che sorgono nella vita: una grande esperienza, una grande conquista”.

Giorgio Spreafico va ad indagare per trovare il fondamento su cui ha costruito la serietà del suo impegno e il suo senso di responsabilità: “Più di ogni altro lecchese della sua generazione, Daniele aveva colto appieno il senso profondo e, in qualche modo, il dovere della testimonianza. Ciapìn era un contemporaneo vero, con le mani e i piedi affondati nel nuovo, ma era anche un reduce. Veniva dalla stagione in cui i ragazzi dovevano crescere in fretta, e infatti crescevano bruciando le tappe, corazzandosi alle difficoltà della vita, prendendosi pedate nel sedere e caricandosi in spalla responsabilità.
Bambini-uomini, che non a caso erano presto pronti a vivere anche la montagna più dura ed estrema, dalla quale i coccolati giovani dei nostri giorni girano larghi. Di quel mondo e delle stagioni memorabili che sono seguite, Daniele è stato dunque un testimone credibile e instancabile. Non camminava per questo con la testa rivolta all’indietro. Il suo era un richiamo costante all’identità, alla necessità di sapere chi si era stati per conoscersi davvero e per decidere consapevolmente cosa si voleva diventare. E lui non perdeva occasione per svelare la gioia che la montagna gli aveva regalato, convinto che lo spot fosse vincente per dare continuità a una tradizione certo da innovare, ma in primo luogo da non lasciare colpevolmente inaridire. Tutto spiegato con l’impegno in prima persona e con una generosità toccata con mano da centinaia di alpinisti, in primo luogo, ma non solo, lecchesi”.

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Sul tema dell’arrampicata a parlarne, tra gli altri, è Gianni Stefanon, che con lui si era legato per aprire una via quando Daniele era poco più che ragazzino: “Era il 7 luglio 1968, ero in fermata dopo il terzo tiro di una via nuova in Grigna, contento perché le difficoltà erano finite, ma nel recuperare le corde queste avevano mosso alcuni sassi e uno era caduto, andando a colpire il mio compagno, 45 metri sotto. Alcuni giorni dopo, il Giornale di Lecco scriveva: “Sullo spigolo SSW della Mongolfiera in Grignetta è stata aperta una via dedicata a John e Bob Kennedy. In quattro ore di effettiva arrampicata, da Gianni Stefanon e Daniele Chiappa (16 anni), entrambi del C.A.I. Belledo, ecc. ecc.”. Seguiva una sintetica cronistoria e descrizione della salita. Quello che aveva fatto più notizia era proprio la giovane età di Daniele, che arrampicava già da tre anni ed aveva una gran voglia di fare strada in montagna. Daniele mi era stato indicato dal fratello Roby, con il quale alcuni mesi prima avevo tentato invano la stessa via, lodandone contemporaneamente la bravura, la determinazione e la fame di nuove esperienze. Le circostanze imprevedibili della vita hanno poi diviso le nostre strade, impedendoci di frequentarci come ci sarebbe piaciuto. Pure a distanza di tanti anni, io me lo ricordo bene Daniele: allora piuttosto irriverente, a volte sfrontato nei confronti dei compagni più anziani.
Si attirò certamente anche delle antipatie, ma crescendo maturò e venne fuori l’uomo dallo spirito buono, il suo altruismo fu esercitato in particolare con l’attività pluriennale svolta a favore del Soccorso Alpino. La sua capacità organizzativa è stata più volte riconosciuta. La sua voglia di conoscere, d’inventare, di affrontare nuovi problemi e sfide, di migliorare e maturare, in una parola di crescere è stata una costante nella sua esistenza fino all’ultimo, e questo finale tragico ce lo ha confermato come uomo coraggioso, che non si dà per vinto e che continua a lottare fino a quando le forze glielo permettono. Oggi, a così poco tempo dalla sua partenza, un senso di commozione mi prende quando penso a tutte quelle volte che l’ho incontrato sulla mia strada
”.

Sandro Pellegatta è la persona che più gli è stato vicino nell’impegno che ha dedicato al Soccorso Alpino e che con lui ha decisamente collaborato per far nascere a Lecco il Centro Operativo dal CNSAS In una ipotetica lettera che indirizza direttamente al Paradiso, dove immagina un Daniele ancora attento alle cose di quaggiù, Pellegatta lascia trasparire l’alta considerazione che gli riservava e manifesta in chiari termini i meriti e la parte preponderante di Daniele nella trasformazione del Soccorso Alpino: “…Verso la metà degli anni ottanta, quando tu eri vicepresidente nazionale del CNSAS, insieme a Gino, al sottoscritto e pochi altri vagheggiavamo circa l’istituzione di una organizzazione che avrebbe dovuto coordinare sul territorio provinciale il servizio di urgenza ed emergenza sanitaria con il supporto di elicotteri medicalizzati. I più benevoli ci consideravano pazzi. I vari enti di Soccorso sanitario gestivano i loro orticelli in una logica tutta italiana del vivi e lascia vivere. Anche il Soccorso Alpino, a quei tempi, non era tanto diverso. Tu, che sei sempre stato avanti almeno due decenni nell’ideare ed immaginare scenari che ora fanno parte delle quotidianità, andavi regolarmente “in bestia” affrontando queste problematiche con personaggi che, al massimo, arrivavano ad immaginare ciò che avrebbero dovuto fare la settimana successiva. L’incidente aereo della Conca di Crezzo segnò comunque una svolta. In quella sera piovosa dell’ottobre 1987…, tu, da un posto di fortuna al Bione, a Lecco, dirigevi con ferma determinazione le operazioni di terra ed aeree. Finita la vicenda, dopo un lucido esame di tutto ciò che aveva funzionato e ciò che non aveva funzionato, giungesti alla conclusione che bisognava, senza indugio, costituire un Centro Operativo per il Soccorso Alpino, organizzato in modo da fronteggiare gli interventi non solo sulle montagne lecchesi, ma sulle montagne di tutto il territorio provinciale. Apriti cielo! Le varie stazioni del CNSAS insorsero, vedendo pregiudicati i loro interventi territoriali da una squadra proveniente da Lecco. Ovviamente era un falso problema. Grazie a te, nacque il Centro Operativo di Lecco del CNSAS. Altri seguirono a ruota in Lombardia, in Piemonte, nel Veneto, in Trentino Alto Adige ed infine anche in diverse località dell’Appennino. Non era ancora abbastanza: negli anni ottanta il supporto degli elicotteri per gli interventi in montagna era garantito dal S.A.R. di stanza a Linate. Quanti interventi, quante esercitazioni: e tu che pretendevi sempre il massimo per garantire l’eccellenza negli interventi. Ma non bastava ancora: ci volevano elicotteri medicalizzati, con un equipaggio formato da un medico rianimatore e da un paramedico. Anche quel servizio vide la luce: e i cittadini ora ringraziano”.

La lettera prosegue con un lungo elenco di altre, progressive e importanti iniziative, per le quali i cittadini ancora ringraziano: pur non conoscendo quanto il tutto è costato a Daniele, che per amore del suo Soccorso Alpino ha sacrificato tanto della sua vita, giungendo perfino a trascurare sovente la sua vita privata e i suoi affetti più cari.

Ci manca ancora di ascoltare chi Daniele ha avuto modo di incontrare in un breve tratto della sua vita, al di fuori degli ambiti suoi propri, in una conoscenza in certo modo tangenziale, eppure sufficiente per far sorgere simpatia e ammirazione. È il caso di Luca, un giovane universitario, che non ha esitato a testimoniare quanto sia stato affascinato dalla figura carismatica di Daniele: “Ho avuto la grandissima fortuna, grazie all’amicizia di papà, di essere stato spesso presenza indiscreta al fianco di Daniele, non come persona di montagna, ma vicino al mondo della montagna, che tanto permeava la sua figura, le sue azioni, i suoi discorsi. Durante queste frequentazioni ho maturato progressivamente la consapevolezza che avrei potuto apprendere molti insegnamenti che mi sarebbero serviti, crescendo, nella vita quotidiana. E così è stato. Daniele, uomo dalle indiscutibili e riconosciute capacità organizzative coniugate con la sua genuina determinazione nel sentirsi sempre e comunque parte di una squadra, era un leader indiscusso, un trascinatore, un innovatore, un comunicatore. Nonostante ciò non si è mai innalzato in modo superbo per ambizione personale. Aveva una capacità innata di tramutare in realtà le sue idee innovative, con ferma determinazione e spesso contro il comune pensare. Era in grado di catturare gli entusiasmi delle persone affinché le energie venissero accelerate e proiettate nel risultato finale. Gli appassionanti racconti del Cerro Torre, della Grande Cattedrale del Baltoro, l’epopea dell’Elisoccorso, le storie di Soccorso Alpino – narrazioni intercalate dalle immancabili espressioni nel vernacolo di Laorca – sono diventati oggetto di lezioni in prestigiosi master universitari, perché tutti potessero trarre insegnamento da esperienze così significative. La dimensione e la grandezza di Daniele sono misurabili dalle tracce che ha lasciato nell’ambiente alpinistico e nel mondo del volontariato. Ma Daniele ha lasciato un segno indelebile anche in tutti quanti hanno avuto semplicemente la fortuna di conoscerlo. Sono quei valori incarnati da un “grande uomo” che ha sempre agito lontano dal clamore, che non si è mai fermato di fronte a nulla, e di cui sentiamo già una grande mancanza”.

Daniele se n’è andato nella mattinata melanconica del 30 agosto 2008: una data che mai più potrà passare nell’indifferenza, per chi ama la montagna, perché la montagna quel giorno è stata privata di un uomo generoso e altruista, che per lei non si è mai risparmiato, che per lei ha speso qualcosa di sé ogni giorno della sua vita.

Roby Chiappa e Nicoletta Favaron durante le riprese del film Passi scolpiti nel vento. Foto: www.mfilmproject.com.
Chiappa-Ciapin-riprese-del-film-Photo-courtesy-Danielechiappa.it_

 

Alcuni ricordi
Lo Scarpone n° 10, ottobre 2008:
Privilegiati… – questo diceva degli uomini del Soccorso alpino Daniele Chiappa – il soccorso alpino… è un’attività affascinante, interessante, gioiosa. Ogni missione è diversa dall’altra, sullo sfondo c’è sempre l’avventura, anche quando tutto sembra appartenere alla più piatta routine.
Come dicono i francesi, noi siamo
amateurs specialistes, dilettanti specializzati. La nostra è un’attività che si ammanta di eroismo, suscitiamo ammirazione, perfino invidia. L’attività di chi si dedica agli anziani, ai poveri cristi del Cottolengo è invece ben altra cosa: oscura, sconosciuta, sommersa”.

Dopo essere stato a lungo responsabile tecnico del 118 di Como, come Consigliere nazionale del CNASAS girava scuole, sedi del CAI, circoli per parlare di sicurezza in montagna, di quanto poco basti a evitare una disgrazia. Le sue strigliate lasciavano senza fiato.
Perché se io dico ‘mettetevi il casco’ i ragazzi che arrampicano mi mandano a quel paese. Dicono che fa sudare, che dà fastidio. Beh, glielo faccio vedere io che cosa succede a un ragazzo di vent’anni che cade senza protezione, ne ho dovuti fotografare parecchi e vi assicuro che viene voglia di voltarsi dall’altra parte”.
E’ davvero un’attività gioiosa il soccorso alpino, come sosteneva Chiappa? Con le dovute eccezioni. Ed è stato proprio Daniele a raccontarlo in un esemplare libro uscito alla fine del 2007, quando il suo corpo era già minato dal male.

Chiappa-libro-chiappa

In questo testamento morale il suo sguardo di tecnico, ma anche di uomo sensibile al quale il destino non ha mai risparmiato colpi bassi, si posa su una serie di disavventure alpine traendone preziosi ammaestramenti. Da tempo chi lo conosceva e lo stimava si attendeva questo libro di testimonianze (Nell’ombra della luna. Storie di soccorso alpino – Casa editrice Stefanoni, Lecco, 335 pagine, 13,50 euro).
E forse la più affascinante e sentita delle storie è quella che riguarda un caparbio Ciapìn diciannovenne respinto malamente dalla Civetta. Un’esperienza terribile che avrebbe spento ogni velleità alpinistica in qualunque altro comune mortale. Non certo in un uomo come lui, nato con le ali dentro. Così c’è da augurarsi che siano in tanti a leggere queste pagine da cui c’è molto da imparare, scritte con stile disincantato e diretto. Pagine importanti, il più bel regalo che Ciapìn ci ha lasciato. A ringraziare l’angelo delle Grigne, il giorno delle esequie a Lecco, c’erano moltissime persone. E tutte con gli occhi lucidi, Walter Bonatti compreso.

www.intraigiarun.it (15 ottobre 2008):
Fa piacere segnalare questo libro (Nell’ombra della luna. Storie di soccorso alpino) e nel contempo ricordarne l’autore che ho avuto il piacere di conoscere in occasione di Cerro Torre Dance, una sua serata tenuta a Piacenza e che ho raccontato per i lettori di intraigiarùn.
L’ho rivisto a un anno di distanza, sempre a Piacenza, in occasione dell’inaugurazione della nuova sede della Sezione del Club Alpino piacentino. Ricordo che quando gli ho chiesto come stava ha scosso la testa e fatto un gesto con la mano, come a dire “lasciamo perdere…”.

Ricordo in particolare il suo sorriso triste. Non sembrava più lo stesso di un anno prima…
In seguito ho saputo che il suo calvario, purtroppo, era già iniziato.
A me piace ricordarlo come l’ho conosciuto nel dicembre 2006, pieno di energia, ricco di entusiasmo e felice di raccontare al pubblico del “suo” Cerro Torre: [Ora è un cinquantacinquenne, con i capelli spennellati di bianco, così come la barba, che dietro agli occhialini con montatura leggera muove due occhi vivaci, ancora pieni di entusiasmo quando racconta dell’avventura al Cerro Torre.
Una delle cose che ricordo del Torre è la fame che ho patito. Bestia, che fame! – dice con la tipica cadenza lombarda – Io non ho fatto la guerra, ma là credo di avere patito quello che ho sentito raccontare da quelli che l’hanno fatta. Per fortuna che c’erano le pecore laggiù in Patagonia: quante che ne abbiamo mangiate! E per fortuna che c’erano”.
Poi racconta di avere realizzato la sua proiezione in occasione della ricorrenza dei trent’anni della salita e ne appare visibilmente soddisfatto.
Mi piace perché ci sono tutte le vecchie immagini di più di trent’anni fa, ma le ho montate con le moderne tecniche digitali e ci ho messo una colonna sonora altrettanto moderna e mi pare di avere ottenuto proprio un bell’effetto. Dev’essere così perché hanno cominciato a richiedermela da più parti ed ho fatto quaranta serate da allora. Questa di stasera è la quarantunesima ed è la prima volta che esco dalla Lombardia, anche se di poco”.
Gli chiedono se ritiene che sarebbe cambiata la sua vita se quella loro salita fosse stata riconosciuta (da subito e fino in cima) come la prima del Cerro Torre.
Credo proprio di sì – risponde con serenità in cui si avverte tuttavia una punta di giustificato rammarico – guarda com’è cambiata quella di Lacedelli e Compagnoni dopo il K2, per esempio, vuoi non pensare che sarebbe cambiato nulla solo per noi?

Ma i Ragni non hanno mai voluto spingere sull’acceleratore del dubbio nei confronti di Cesare Maestri e io mi ritengo soddisfatto di essere arrivato in cima come seconda cordata e a soli 22 anni”.]
Brano tratto da: “Incontri: Daniele Chiappa e Giorgio Spreafico” – intraigiarùn.it.

Passi scolpiti nel vento
(da Montagna.TV, a cura di Valentina d’Angella)
Il film, un docu-racconto lungo 19 minuti in Full HD, per la regia di Nicoletta Favaron e Maurizio Camponovo, è frutto di un intenso lavoro di riprese e interviste durato quattro mesi e terminato nel febbraio 2012. La trama si sviluppa davanti al focolare della baita del Falco, sul monte San Martino di Lecco, che Daniele Chiappa frequentava abitualmente e dove aveva contribuito alla costruzione di una piazzola per l’elicottero. Le mani segnate dal tempo del proprietario Pino Perossi sfogliano il libro di Chiappa, mentre le immagini scorrono raccontandone il personaggio.

Sono pochissime le immagini che ritraggono Daniele Chiappa dal vivo. Il suo instancabile lavoro per rendere la montagna più sicura e per salvare vite umane è rimasto spesso “nell’ombra”, e viene raccontato nel film attraverso passi del suo libro, ricostruzioni simili ad una fiction e interviste a personaggi chiave della sua storia: fra gli altri, il figlio Federico e il fratello Roberto Chiappa, presidente del Gruppo Gamma, gli alpinisti Ermanno Salvaterra e Fabio Valseschini, figure del Cnsas come Gian Attilio Beltrami, o personaggi come Sandro Pellegatta e il comandante Sergio Ainardi del SAR.

Incredibili le immagini del soccorso notturno che fanno da sfondo ai passi del libro raccontati dalla voce narrante. “Il ragazzo nella barella sembra essersi addormentato – recita uno di questi – forse il caldo e la presenza degli uomini del soccorso lo hanno tranquillizzato. Beato lui, perchè nella squadra che sta sputando l’anima per lui, di tranquillo non c’è proprio nessuno”.

Il fiato è sospeso e i brividi scorrono nelle vene, guardando le il procedere nel buio dei soccorritori, che con il loro gesto salvano una vita. Ed è proprio qui che nasce il titolo del film. “E’ stato difficile trovarlo – racconta la Favaron – l’ispirazione ci è venuta proprio quando abbiamo girato le immagini del soccorso notturno al Nibbio, ai Piani dei Resinelli. C’erano le orme dei soccorritori illuminate dalla luna, il vento si è alzato creando un vortice di nevischio: abbiamo pensato che Daniele sembrava essere lì con noi”.

Trailer di Passi scolpiti nel vento

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Montagna: territorio di libera scelta

Il 12 aprile 2015 su montagna.tv (con il titolo Incidenti in montagna e soccorsi a pagamento: lettera aperta di un maestro di sci abruzzese) è stata pubblicata un’interessante lettera aperta del maestro di sci e accompagnatore di media montagna Paolo De Luca, abruzzese di Pietracamela.

Il testo della lettera è leggibile integralmente qui, ma a noi interessa farne un riassunto e discutere due particolari punti.

La lettera trova il suo perché in un episodio riferito dallo stesso De Luca. Con un amico medico è in una bella giornata di sole sulla cresta ovest del Gran Sasso d’Italia, sopra alla Sella del Brecciaio, quando scorge in un punto abbastanza esposto un uomo e una donna in difficoltà. I due chiedono alla coppia se hanno bisogno d’aiuto: la donna era stata presa da una crisi di panico e piangeva. La risposta data dall’uomo è stata: ”Grazie, non abbiamo bisogno di aiuto. Se la mia compagna non si riprende chiamerò l’elicottero per farci riportare al parcheggio. Tanto è gratis, e potremo vedere il Gran Sasso dall’alto”.

Questa risposta la dice lunga sia sulla preparazione tecnica di certa gente che sulla superficialità con cui viene considerato il lavoro del Soccorso alpino. E l’episodio ha spinto De Luca a mettere su carta le sue riflessioni in proposito.

Paolo De Luca
De Luca-foto-Paolo-De-Luca_articoloLa lettera, dopo l’ovvia considerazione che vi è un’eccessiva “sopravvalutazione delle proprie capacità e una scarsa valutazione del percorso che si vuole intraprendere e dei relativi rischi”, e dopo l’elenco dei più elementari consigli da non trascurare mai, entra nel vivo della questione dicendo:

Consigli a parte, da più fronti si invoca una legge in grado di arginare l’impennata di incidenti in montagna. Attualmente, infatti, non esiste una normativa con regole specifiche per la sicurezza dello sciatore-alpinista, dell’alpinista, dell’escursionista e più precisamente per gli sport di avventura. A mio avviso, innanzitutto si potrebbe modificare la Legge 363/2003 sulle norme di sicurezza e di prevenzione infortuni per lo sci di discesa e fondo estendendola anche allo sci alpinismo, all’escursionismo, all’alpinismo. Così come nell’attuale Legge si stabiliscono precise regole sulle piste da sci, anche nel caso di escursioni e arrampicate in montagna è necessario fissare regole più stringenti. Una soluzione potrebbe essere quella di stipulare una polizza assicurativa per le attività sportive: credo ci siano formule che coprono escursioni impegnative e probabilmente anche vie ferrate (sicuramente non arrampicate di alto livello). Nella maggior parte dei Paesi europei è prevista un’assicurazione per questo genere di attività: con circa 20-30 euro l’anno si è coperti in caso di infortunio”.

Poi passa ad altra questione, suggerendo che “bisognerebbe far pagare per intero al cittadino le operazioni di salvataggio in montagna”. Per De Luca così facendo si proverebbe a “responsabilizzare coloro che decidono di avventurarsi in montagna senza una preliminare valutazione del percorso e delle proprie capacità”. Lamentando che in Abruzzo il soccorso sia completamente gratuito, De Luca fa seguire l’analisi abbastanza circostanziata relativamente alle altre regioni. Per questo rimandiamo al nostro post http://www.alessandrogogna.com/2015/02/06/soccorso-a-pagamento/, e aggiungiamo che le considerazioni di De Luca sono condivisibili nella misura in cui è realmente affidabile il controllo su quanto “seria” sia stata la richiesta di soccorso, onde poter quantificare l’importo del “ticket”.

In ultimo, la considerazione finale: “Gli introiti (dei ticket) ovviamente non vanno nelle tasche del Soccorso Alpino ma in quelle del sistema sanitario nazionale. Il CNSAS percepisce finanziamenti pubblici per i soccorsi in montagna per circa 10 milioni di euro l’anno, tra Stato ed enti autarchici locali quali Regioni, Province, Comuni. A questo punto, un aspetto da risolvere è quello di stabilire se l’organizzazione CNSAS formata da volontari è opportuno riceva finanziamenti pubblici invece di utilizzare squadre di professionisti altamente specializzati già esistenti nel Corpo Forestale dello Stato (Soccorso Alpino Forestale), Carabinieri, Polizia, Guardia di Finanza (Soccorso Alpino Guardia di Finanza), Vigili del Fuoco (Speleo Alpino Fluviale), Esercito (Alpini) a cui eventualmente destinare quelle somme aumentando l’efficacia dei soccorsi. A tal proposito è da dire che la tempestività negli interventi è maggiore da parte dei professionisti, visto che i volontari devono lasciare il lavoro e non sono in continua attesa e disponibilità per le emergenze”.

Il contributo di De Luca è indubbiamente ben appoggiato su notizie documentate e su considerazioni di buon senso, a parte i primi punti, quelli sottolineati in neretto. Su questi punti occorre essere molto chiari.

Una futuribile “patente” di alpinismo…
De Luca-indexNon si possono paragonare l’attività alpinistica e quella d’avventura allo sci di pista. Le piste sono a pagamento dunque devono essere ben regolamentate. Sugli altri terreni montani deve vigere il criterio di libera scelta e di responsabilità, come è sempre stato finora. Non possiamo accettare che l’intera attività alpinistica venga regolamentata anche di poco. L’individuo che sceglie l’avventura lo fa a suo rischio e pericolo e perciò deve avere la libertà di un campo in cui muoversi a livello decisionale e progettuale, quindi di responsabilità. Se così non fosse la sua sarebbe un’attività sportiva regolamentata in cui poi come effetto immediato si rincorrerebbe un’irraggiungibile sicurezza e in cui la ricerca del colpevole supererebbe ogni limite di buon senso, con gran gaudio di avvocati e assicuratori.
Occorre essere fermi su questo punto almeno tanto quanto occorre essere tutti noi collaborativi a un’informazione più incisiva, proprio per evitare scelte sbagliate di alpinisti improvvisati.
Se dobbiamo parlare di modifiche alla Legge 363/2003, pensiamole nella direzione opposta, quella della completa libertà unita alla crescita morale e responsabile dell’individuo.

Quanto alla polizza assicurativa, ognuno è ovviamente libero di stipulare ciò che crede. Di sicuro vi possono essere consigli a farlo. Ma mai e poi mai la polizza deve diventare obbligatoria. La polizza imposta si trova sullo stesso sentiero liberticida che abbiamo qui sopra cercato di evitare e denunciare.

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Soccorso a pagamento?

Nota di Alessandro Gogna e Carlo Zanantoni

Il Corriere della Sera, 2 febbraio 2015, dedica un articolo ai costi del Soccorso Alpino, incluso l’intervento dell’elicottero. Questi sono totalmente a carico del Servizio Sanitario Nazionale, cioè per nulla a carico della persona soccorsa, in tutte le Regioni, ma con tre eccezioni importanti: Veneto, Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta. Anche in Piemonte si sta pensando di addossare un costo alla persona soccorsa. In Lombardia il provvedimento è già pronto ed è al vaglio della Commissione Sanità; è però limitato ai casi non gravi, cioè a soccorsi richiesti per motivi che non siano di vera emergenza sanitaria.

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Ci sembra opportuno stimolare una discussione su questo punto – anche allargando un po’ il discorso come faremo – premettendo che in linea generale siamo d’accordo. Sembra strano detto da noi, cioè da parte di chi ha promosso la creazione dell’Osservatorio per la Libertà nell’Alpinismo (per chi non lo sapesse, l’Osservatorio si propone la difesa della libertà di affrontare i rischi dell’alpinismo).

Il motivo è, sostanzialmente, che la principale obiezione che la collettività solleva nei confronti dell’Osservatorio è legata alla ricaduta sulla società dei costi del soccorso e delle conseguenze sanitarie. Sulle spese sanitarie l’Osservatorio sostiene che è ragionevole farle sostenere dalla comunità, perché tali spese sono ridicole rispetto a quelle generate da tante altre forme di libertà che la società accetta. Ma sulle spese del soccorso un discorso di questo genere non vale, tanto più che con un costo modesto un’assicurazione le può coprire, a cominciare dell’iscrizione al CAI, che porta alla copertura di tali spese fino ad un massimo di 25.000 Euro. Dunque ci sembra giusto porle a carico dell’assistito; osserviamo però che questo massimale viene spesso superato, sicché ci limitiamo a suggerire che il CAI dovrebbe agire nei confronti delle società di assicurazione per ottenere a prezzi ragionevoli coperture più elevate di quelle attuali. Ci risulta infatti che tali società, considerando il numero relativamente poco elevato di coperture richieste in questo campo, non perdano tempo a considerare con la dovuta attenzione la possibilità di una riduzione delle polizze, che con gli alti numeri diventerebbero più appetibili. E gli alti numeri si avrebbero quando gli alpinisti sapessero che le spese sono a loro carico.

Naturalmente sarà importante che, anche in Lombardia, vengano attentamente valutate le differenze enormi che ci possono essere tra un incidente e l’altro, oltre che tra un incidente e una semplice richiesta di essere prelevati a mo’ di taxi. I ticket a carico degli individui soccorsi dovrebbero essere modulati sulla maggiore o minore necessità del soccorso e maggiore o minore gravità dell’incidente.

Usciamo ora dal tema proposto dal Corriere per estendere le considerazioni al più vasto tema dei costi sanitari degli incidenti alpinistici; desideriamo infatti non perdere occasione per misurarci con l’opinione corrente nel pubblico, critico nei confronti di chi affronta volontariamente un rischio. L’uomo della strada ammira Messner ma critica chi, a modesto livello, cerca libertà ed emozione nella sua attività alpinistica. È difficile fargli apprezzare gli aspetti culturali e formativi di questo impegno, per lo meno tramite queste poche righe; limitiamoci dunque a dire che i costi sanitari di eventuali incidenti sono risibili nei confronti di quelli dovuti alle tante libertà che la società civile ci consente. La prima reazione quasi istintiva di tanti alla notizia di un incidente: “E chi paga? Noi” dovrebbe far posto al ragionamento che ora si è fatto; tradisce semplicemente, in molti casi, il fastidio verso il “diverso”, male inserito in questa società “sicuritaria” che si va creando e rafforzando.

Per quanto riguarda i rischi per i membri del Soccorso, chiediamo a loro, finalmente, di far più spesso capire all’uomo della strada che anche loro sono alpinisti e quindi affrontano il rischio per solidarietà. E chiediamo ai loro capi di non insistere così spesso sulla critica a chi ha incidenti in montagna con un tono che li fa apparire come ridicoli incoscienti.

Ma dopo questo appello ritorniamo al discorso sui costi: sarebbe bello se il CAI potesse tacitare anche le indebite critiche suddette ottenendo che sia disponibile per chi pratica l’alpinismo un’assicurazione per le spese mediche a costi non proibitivi, che potrebbe includere morte e invalidità (di cui fino ad ora qui non si è parlato). Per gli istruttori essa è già disponibile.

Riassunto della situazione:

Costi del soccorso
Tutti a carico ASL (nessuno paga) in tutte le regioni ESCLUSE Veneto, Trentino, Val d’Aosta e forse fra poco Piemonte e Lombardia.
I soci CAI sono coperti fino a un massimo di 25.000 EURO

Spese mediche
A carico ASL

Polizza infortuni
Per i soci CAI: solo in attività sociale.
Per istruttori: anche in corso di attività propria.
A: morte 55.000 EURO, invalidità 80.000 / B: tutto raddoppiato se si pagano 3,80 (!!!!) Euro in più.

Chi è interessato, in questo documento in pdf, può avere informazioni sulle assicurazioni disponibili in ambito CAI.