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Pratiche di resistenza

Il brano che segue costituisce il paragrafo 6 del Capitolo 3 di Universitaly, la cultura in scatola, Laterza 2016, l’ultimo saggio di Federico Bertoni.
Il libro è un’analisi dura e spietata, ma costruttiva, dei mali dell’Università italiana. Bertoni parte da una constatazione-domanda: “Perché un luogo di elaborazione e di trasmissione della conoscenza diventa uno straordinario concentrato di stupidità, in cui l’automazione frenetica delle pratiche svuota di significato le azioni quotidiane?”.

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La presentazione di retrocopertina recita: “Mutazioni antropologiche, narrazioni egemoni, logiche del potere e disegni politici più o meno occulti. Drogata da un falso miraggio efficientista, l’università sta svendendo l’idea di cultura e la ragione stessa su cui si fonda, ostaggio passivo e consenziente di indicatori astrusi, procedure formali, parole vuote che non rimandano a nulla e che si possono manipolare in base a interessi variabili – eccellenza, merito, valutazione, qualità, efficienza, internazionalizzazione. Serve una diagnosi lucida per denunciare le imposture e cercare gli ultimi punti di resistenza. Il libro parte da casi concreti e da un’esperienza maturata sul campo. Senza alcun rimpianto nostalgico per la ‘vecchia’ università ma con uno sguardo disincantato, si rivolge a chi ha una percezione vaga del presente, spesso distorta da stereotipi e pregiudizi. Quel che ne emerge è al tempo stesso un racconto, un saggio di critica culturale e un testardo gesto d’amore per il sapere, l’insegnamento e un’istituzione che ha accompagnato il progetto della modernità occidentale”.

Chi fosse maggiormente interessato può leggere la recensione di Repubblica.it

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2016/05/29/non-riduciamo-il-sapere-a-un-utile-dimpresa54.html.

Tra i vari capitoli che strutturano il libro, abbiamo scelto di riprodurre qui quello dedicato a “ciò che si può e si deve fare” per non peggiorare la situazione e mirare a un netto cambio di direzione.

Noi di Gognablog, che in genere ci occupiamo di montagna, di outdoor, di ambiente e di libertà, abbiamo ritenuto che questo illuminante paragrafo riferito all’Università si possa facilmente riferire alla nostra intera società e dunque, se si ha orecchio per intendere, anche ai mali che affliggono la frequentazione della montagna e la nostra stessa esperienza alpina.

Lasciamo al lettore attento trovare le numerose analogie e le situazioni in cui ci si può facilmente riconoscere.

Pratiche di resistenza
di Federico Bertoni

Torniamo allora nella cella di Edmond Dantès, luogo particolarmente adatto alle circostanze. La sfida era trovare le crepe, le faglie, i punti in cui la perfetta fortezza congetturale non coincideva con la fortezza vera. Incalzati dalla vecchia domanda, «che fare?», è giunto il momento di provare almeno a immaginare qualche via di fuga. Così bussiamo alle pareti della cella, chiamiamo, parliamo attraverso lo spessore del muro. Ci sono voci, c’è ancora qualcuno là fuori. Altri spazi, intercapedini sghembe, corpi di prigionieri che guardano con occhi curiosi. Poi da qualche parte il cielo, i gridi dei gabbiani, il rumore del mare, il profilo della costa e l’alone ronzante della città, dove la gente vive e muore e non ha la minima idea che qualcuno sia rinchiuso qui dentro.

In realtà non si tratta di fuggire (ossia di «farsi i fatti propri», opzione molto congeniale all’antropologia accademica). Bisogna solo tentare di rendere questo luogo più abitabile. Immaginare spazi diversi, ridisegnare i percorsi, destabilizzare le forze e i vettori che orientano sempre le stesse azioni, gli incontri prevedibili, i vicoli ciechi. Se una forma di resistenza è ancora possibile, va studiata e praticata all’interno della fortezza, non contro e tantomeno fuori. Io amo l’università, sono fiero e felice di farne parte. Se la critico duramente è perché mi tormenta vederla ridotta così, nel quadro di un più ampio degrado politico e culturale in cui lo sfaldamento delle istituzioni educative sembra funzionale a un obiettivo che voglio contrastare in tutti i modi. Reclamerò sempre il diritto di contestare in modo radicale le cose che non condivido, anche attirandomi il biasimo di chi dirà che non faccio «critica costruttiva», anche quando il mio ateneo adotterà provvedimenti disciplinari appellandosi al «Codice etico e di comportamento» approvato qualche tempo fa, in cui si legge un controverso (ma poi neanche troppo: ormai tutto passa in cavalleria) articolo 15:

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L’Università richiede a tutti i componenti della comunità di rispettare il nome e il prestigio dell’Istituzione e di astenersi da comportamenti suscettibili di lederne l’immagine. […] L’Università richiede a tutti i componenti della comunità di mantenere un comportamento rispettoso delle libertà costituzionali, del prestigio e dell’immagine dell’Istituzione, anche nell’utilizzo dei social media“.

A parte le solite spie linguistiche che ho evidenziato in un’altra occasione, per cui la più antica università del mondo occidentale non pensa di avere una dignità o al limite una reputazione da difendere, ma un’immagine, come se fosse una soubrette costruita dalla società dello spettacolo, mi chiedo se il vero danno per l’istituzione provenga da chi denuncia le politiche sbagliate e non piuttosto dalle politiche stesse. Il mio romanzo è uno specchio, diceva Stendhal: «ora riflette ai vostri occhi l’azzurro dei cieli, ora il fango dei pantani». Non potete accusare l’uomo che lo porta: «il suo specchio mostra il fango e voi accusate lo specchio! Accusate piuttosto la strada dov’è il pantano, e più ancora l’ispettore stradale che lascia imputridire l’acqua e formarsi i pantani».

L’atteggiamento che vorrei incarnare non è dunque il rifiuto ma la responsabilità; non la figura di chi sputa nel piatto in cui mangia, ma di chi è pronto a segare il ramo su cui sta seduto. Perché non solo amo questa istituzione, ma rivendico la mia complicità organica nell’essere parte del sistema. Non mi chiamo fuori, come credo dimostrino tante cose raccontate in questo libro. Ma proprio da qui, dall’interno, voglio introdurre un differenziale strategico e tentare di oppormi a ciò che sembra ineluttabile, perché se c’è una cosa che ho imparato dai miei studi e dalla mia formazione politica è che nel mondo umano, salvo i bisogni primari, non c’è nulla di “naturale”: tutto ciò che ci circonda – e soprattutto ciò che sta dentro di noi, nelle nostre menti, nei nostri gesti automatici e inavvertiti – è storicamente e socialmente costruito, prodotto di scelte e interessi contingenti, e dunque si può cambiare. Ebbene sì, cara signora Thatcher: «there is alternative».

Alla fine delle Città invisibili, Italo Calvino vira i dialoghi di Marco Polo e Kublai Khan su una tonalità sempre più cupa. L’evocazione delle città perfette, «terre promesse visitate nel pensiero ma non ancora scoperte o fondate», lascia il posto all’incubo delle città distopiche e infernali, quell’«inferno dei viventi» che – dice Polo – non si dà in un futuro mitico o congetturale ma è già qui, intorno a noi, è «l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme».

Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

E’ dunque con questa minima attrezzatura strategica che si può tentare di reagire. Se una delle astuzie del sistema sta nel manipolare in modo insensibile e capillare le forme della percezione e la pragmatica dei gesti quotidiani, finché il negativo diventa normale e non lo vediamo più, bisogna contrapporre alla microfisica della bêtise una microfisica di piccoli gesti resistenti, tecniche e pratiche che, rispetto alla vita universitaria, si possono distribuire schematicamente in quattro sfere d’azione: politica, amministrazione, ricerca, didattica. Parto dunque dallo spazio generale della politica, per quel poco di agibilità che ormai concede, e con qualche ironia provo a ricalcare un modello collaudato: il decalogo. Ovviamente non sono comandamenti ma consigli, suggerimenti che rivolgo innanzitutto a me stesso, o forse semplici strategie posturali per risollevare un po’ l’orizzonte percettivo di chi vive piegato nello «stato di minorità».

  1. Non aver paura. La piramide del potere che ho descritto si regge su un assunto psicologico fondamentale: la paura. Intimidazione e ricatto, come in altri ambiti sociali, sono abituali strumenti di governo. Spesso purtroppo con ricadute pratiche effettive, tanto più gravose quanto più ci si trova in basso nella scala dei ranghi feudali, resa ancora più solida e gerarchica dalla Legge Gelmini con l’introduzione di figure di ricercatori a tempo determinato. A volte però la minaccia è più gridata che reale, ed è qui che c’è un possibile spazio di interposizione, perché il potere si regge proprio sull’arrogante certezza che chi sta in basso non reagirà, avviluppato nella massima più fasulla di tutti i tempi, quella di don Abbondio: il coraggio uno non se lo può dare.
  2. Prendi la parola. La recente stretta autoritaria ha svuotato sempre più il nesso organico tra linguaggio e politica. Ormai la gente è letteralmente terrorizzata solo all’idea di aprire bocca. Non solo gli spazi del dissenso, ma anche quelli della semplice espressione di sé vengono sistematicamente controllati. E questo quindi uno dei primi nessi da ricucire. La postura emotiva viene dal punto precedente, e le forme sono molteplici: parla, esponi la tua opinione; intervieni quando vedi qualcosa che giudichi sbagliato; se puoi scrivilo in pubblico, anche sui «social media»; alza la mano nelle ultime sedi deliberanti se vedi approvare nel silenzio generale un provvedimento che non condividi, di’ la tua, e se necessario vota contro. Una volta si chiamava democrazia.
  3. Parla con loro. Resistere all’inesorabile svuotamento della politica, all’università e altrove, significa ricostruire il senso di una comunità e di un orizzonte condiviso. C’è solo un modo per combattere quel devastante sentimento di solitudine di cui ho parlato: spezzare la convinzione paranoica di essere gli unici ad avere certe idee, mentre il resto del mondo suona come l’orchestra del Titanic e naviga euforico verso l’abisso. Dunque cercare innanzitutto i propri simili, che saranno molti più del previsto, persone con storie diverse ma che mettono lo stesso impegno nel lavoro, credono in una certa idea di cultura, vivono frustrazioni analoghe, e che magari guardano la realtà presente con gli occhi della vera politica: immaginarla altrimenti. Poi allargare il cerchio comunicativo, mobilitare l’opinione e la forza di reazione, aprire un vero canale di comunicazione con i colleghi della scuola, cercare di uscire anche dai muri dell’accademia per far capire a tutti che il degrado di questa istituzione riguarda tutti, non solo ricercatori e docenti. Sono i motivi primari per cui ho scritto questo libro. C’è ancora moltissimo da fare.
  4. Non farlo. Nella sfera amministrativa il discorso è più delicato. Un docente universitario, Renzi permettendo, è un funzionario pubblico che ha doveri istituzionali ben precisi, anche quelli nei confronti di una macchina amministrativa che può non condividere ma alla quale è legato da una serie di obblighi, peraltro regolati da un apparato giuridico intricato e non sempre univoco. Credo che l’unica possibilità sia una forma di intelligenza strategica e congiunturale: discriminare i compiti fondamentali (primi fra tutti quelli didattici) da quelli posticci e spesso pretestuosi; respingere le ingiunzioni burocratiche che appaiono particolarmente stupide, inutili o dannose; e dunque opporsi, rallentare, al limite non collaborare, anche adottando la divisa scettica e minimalista del Bartleby di Herman Melville: «preferirei di no». Tecnicamente si chiamano «forme di lotta diverse dallo sciopero», tra cui rientra appunto la «non collaborazione». Esempio semplice e attuale, di cui ho ampiamente parlato: la valutazione. Se non condividi un sistema e soprattutto la sua pragmatica, puoi e devi combatterne l’applicazione: così ti rifiuti di selezionare le tue pubblicazioni per l’esercizio nazionale di valutazione (Vqr); non dai la tua disponibilità come revisore; e quando ti accuseranno di danneggiare il tuo dipartimento e tutta l’istituzione, risponderai con la forza delle idee. Al cliché che qualcuno ti cucirà addosso, «nessuno mi può giudicare», obietterai rovesciando uno degli slogan più diffusi e pericolosi, ossia meglio una cattiva valutazione che nessuna valutazione. E tu, testardo, dirai di no: se non c’è una buona valutazione, allora nessuna valutazione.
  5. Non abituarti. Una fondamentale pratica di resistenza può svilupparsi negli interstizi funzionali del sistema, approfittando della natura stessa dei meccanismi governamentali, che in genere non sono coercitivi ma persuasivi: per funzionare hanno cioè bisogno di consenso, magari non unanime ma maggioritario; devono essere assimilati, fatti propri, trasformati in categorie percettive e operative pressoché automatiche. La forma di resistenza sarà dunque «un’opposizione reticolare di disinnescamento, smascheramento e anche boicottaggio di norme e prassi per lo più interiorizzate, ossia in primo luogo un condiviso lavoro su di sé». Se cominciamo a smontare certe procedure, considerandole non ovvie ma strane, addirittura in contrasto con i nostri due fondamentali comandamenti istituzionali, cioè studiare e insegnare, allora forse l’università potrà fare davvero quello per cui viene finanziata (anche se sempre meno e sempre peggio) con denaro pubblico.
  6. Rallenta. Nell’ambito della ricerca, le pratiche di resistenza si possono esercitare contro gli effetti distorsivi imposti dai sistemi di contabilizzazione, smercio e accumulazione indiscriminata dei «prodotti». L’incremento forzato del volume produttivo, il ritmo di lavoro sincopato e frenetico, l’idea di un «rigore metodologico» con cui finalizzare meccanicamente un obiettivo chiaro a un risultato facilmente misurabile, snaturano l’essenza stessa della ricerca e della scoperta scientifica, non solo in campo umanistico ma anche e forse ancor più nell’ambito delle scienze naturali. Con questi criteri, probabilmente, molte grandi scoperte nella storia dell’umanità non sarebbero mai state fatte. La ricerca è fatta anche di spreco, intuizioni casuali, punti morti, false piste e sentieri interrotti, e soprattutto della curiosità con cui ci si mette in viaggio senza intravvedere chiaramente la meta finale. Se non ci ostiniamo a credere in questo, e dunque a pubblicare un po’ meno, impegnarci in lavori di ampio respiro, seguire strade meno battute, infischiarcene di indici e parametri, la catastrofe cognitiva sarà inevitabile. Non ci saranno più scoperte da fare e conoscenze da condividere, ma solo merci da vendere al miglior offerente.
  7. Smaschera. Una forma di resistenza più elaborata consiste nell’architettare espedienti, anche in forma di beffa mediatica, per smascherare la stupidità del sistema che governa il mercato intellettuale della ricerca. Cito solo un caso celebre, quello di Ikc Antkare, uno scienziato inesistente, creato dal nulla attraverso articoli generati da un software automatico e una sapiente manipolazione degli indici di calcolo delle citazioni, divenuto in breve tempo lo studioso più produttivo e influente della sua disciplina. Secondo calcoli attendibili, il suo h-index sarebbe superiore a quello di Einstein.
  8. Gioca al rialzo. Nell’insegnamento, le pratiche di resistenza sono ancora più spicciole e quotidiane. L’azione primaria è disinnescare l’equazione tra l’estensione a una più ampia “massa” di studenti e l’abbassamento della qualità, errore molto frequente e indotto dalla natura stessa della riforma Berlinguer. Si possono fare ottime lezioni, anche “difficili”, in un’aula con centinaia di persone dalla provenienza più svariata. L’esperienza contraddice in pieno il luogo comune: gli studenti non rifiutano i contenuti complessi, ma solo il modo confuso e generico di esporli. Anzi apprezzano il tentativo di portarli un po’ più in alto del previsto, di far capire che esiste qualcosa di meglio cui possono ambire, non solo i migliori ma tutti quanti, anche se non è formulato a chiare lettere negli «obiettivi formativi» dell’insegnamento. A volte ovviamente non funziona, si sbaglia il tiro, loro non rispondono o semplicemente non capiscono; ma il gesto decisivo è giocare al rialzo, dar loro fiducia, e crescere insieme.
  9. Non trattarli come clienti. Si può resistere anche a certi meccanismi aberranti che regolano il funzionamento quotidiano della consumer oriented corporation. Il rispetto per gli studenti non ha nulla a che fare con il precetto secondo cui «il cliente ha sempre ragione». Posso violare una clausola mercantile ma fare qualcosa di buono per la conoscenza, ad esempio contestando nei fatti il concetto stesso di credito in quanto unità di calcolo del tempo, senza temere di ricevere un punteggio negativo alla voce «il carico di studio dell’insegnamento è proporzionato ai crediti assegnati?». Nel mio campo, tra l’altro, questa contabilità ha sostanzialmente causato l’estinzione di interi autori o generi letterari (ormai chi avrebbe il coraggio di fare un corso su Proust?). Così l’anno scorso me ne sono infischiato: per la laurea triennale ho progettato un corso sul romanzo ottocentesco, genere mediamente molto ponderoso, e pur facendo una minima selezione per campioni ho messo insieme un programma di più di tremila pagine di romanzi, cui si aggiungevano i testi critici. Risultato? Gli studenti erano ancora più numerosi dell’anno precedente, hanno seguito con estrema attenzione (perfino le lezioni sui Promessi sposi!) e nessuno si è lamentato della mole.
  10. Insegna il dissenso. Combattere questa università dei numeri e del mercato significa anche strappare l’insegnamento a una logica di mera fornitura di servizi dietro compenso per restituirlo alla sua natura conflittuale, di interazione dialettica con un’alterità. Lo suggeriva anche Bill Readings: abitare le rovine significa ridisegnare la «scena educativa», costruire una «comunità del dissenso» in cui il paradigma pedagogico non sia fondato sulla trasparenza e sulla pura trasmissione delle informazioni ma sul confronto, sulla contraddizione, sul dialogo non conciliante, sull’eterogeneità dei soggetti e dei pensieri, sulla natura stessa degli studenti in quanto soggetti (temporaneamente) resistenti ai ruoli sociali, agli inquadramenti professionali e alla tradizione culturale che li precede. Il nostro primo dovere di insegnanti non è compilare griglie ed eseguire procedure formalizzate ma sviluppare il senso critico, insegnare a decostruire i meccanismi ideologici che ci governano, fornire gli strumenti per mettere in discussione il nostro stesso sapere, facendo capire agli studenti che tutto ciò che succede nei recessi segreti del castello accademico li riguarda da vicino, e riguarderà i loro figli. La posta in gioco è molto alta. Non possiamo fallire.

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Federico Bertoni insegna Teoria della letteratura all’Università di Bologna. È membro della Giuria dei Letterati del Premio Campiello e presidente dell’Associazione di Teoria e Storia Comparata della Letteratura. Autore di saggi di critica e di teoria letteraria, dedicati in prevalenza alla narrativa europea tra Otto e Novecento, ha pubblicato tra l’altro: Il testo a quattro mani. Per una teoria della lettura (La Nuova Italia 1996 e Ledizioni 2010); Romanzo (La Nuova Italia 1998); La verità sospetta. Gadda e l’invenzione della realtà (Einaudi 2001); Realismo e letteratura. Una storia possibile (Einaudi 2007). Ha inoltre curato l’edizione critica di Teatro e saggi in Tutte le opere di Italo Svevo (edizione diretta da Mario Lavagetto, “I Meridiani” Mondadori 2004).

Per una biografia più completa si rimanda a https://www.unibo.it/sitoweb/federico.bertoni/cv.

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Il CAI e la società

Il CAI e la società
di Silvia Metzeltin Buscaini
(tratto da Vertice 29, CAI Valmadrera, per gentile concessione)

Mi ritrovo di nuovo in un ginepraio. Mica m’infilo in ricostruzioni storiche: nella ricorrenza del 150° ne abbiamo già avute a sufficienza. Anche se è vero che per capire qualcosa del nostro presente non possiamo ignorare la storia tradizionale, oggi mi viene da lasciar perdere quel passato ufficiale: per giusto o sbagliato che fosse, che nei rispettivi contesti sociali accompagnassero il CAI motivi quali Dio e la Patria, l’alpinismo eroico e le Alpi al popolo, tutto questo mi sta ormai stretto. Di riflesso, perfino recenti disquisizioni teoriche come quello sulle nuove identità montanare, per non parlare dell’introduzione dell’orso e dell’affare Dolomiti Unesco, mi paiono in qualche modo già superate.

Traversata dello Hielo Patagonico Sur. Disegno tratto da La montagna illustrata di Gino Buscaini
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Dunque: cerco di rivolgermi all’oggi presente, a quella realtà immediata in cui vivo, senza peraltro capirci molto, così come credo che poco a loro volta ci avessero capito i nostri predecessori, perché di solito le cose si capiscono solo a posteriori e non mentre siamo immersi nella loro evoluzione.

Il CAI e la società? Pur trascurabili molecole, il CAI siamo ognuno di noi e anche la società siamo noi.

Non ce ne accorgiamo, ma siamo come agenti nel rapido fluire dell’evoluzione di ambedue e al momento non vedo qualcosa di stabilizzato da analizzare, neppure in contrapposizione. Men che meno considerando l’attuale dinamica accelerata di cui tutto sembra sfuggirci di mano, non solo la comprensione dell’alpinismo e del CAI, ma soprattutto la comprensione del divenire sociale.

A questo punto delle mie perplessità, mi è giunto in soccorso inaspettato, durante una di quelle conversazioni gradevoli a cena conclusa, in cui si spazia dall’esistenza di Dio alle vicende del quotidiano, scivolando sulle vicissitudini della scuola, il progetto di un simpatico docente di Psicologia, progetto che ha rintuzzato la mia avversione a certe tendenze di massa oggi più che mai in voga.

Mentre io cercavo di spiegare il programma del nostro corso di Studio della Montagna dell’Università dell’lnsubria, in collaborazione costruttiva con il CAI, adatto ad offrire anche apertura di orizzonte esistenziale ai giovani, lo psicologo mi spiega che, con colleghi, lui sta impostando un corso universitario per “imparare a gestire il futuro”, dato che i giovani sono disorientati di fronte ai cambiamenti epocali e non sanno come affrontare la vita. Lo vedi anche tu, mi dice: come fanno questi ragazzi a pensare al futuro, se non trovano lavoro e non possono sposarsi e pagare il mutuo per la casa? È stato sufficiente per rinverdire la mia predisposizione libertaria, quella della mia passione alpinistica, quella della mia relazione anche con il CAI e la società. Ci siamo: sono in pista per una reazione.

È certamente vero che un disorientamento epocale spinge molti, giovani e meno giovani, a non prendere più iniziative, a diventare rinunciatari. Si accettano le imposizioni di modifiche e adeguamenti frenetici, di cui spesso non sappiamo neppure cogliere il senso, che ci coinvolgono nostro malgrado a qualunque età e in qualunque ambito. II CAI non fa eccezione.

Illustrazione alla guida Dolomiti di Brenta. Disegno tratto da La montagna illustrata di Gino Buscaini
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Ma chi si ferma è perduto. A quanto pare, è proprio così, tanto nell’evoluzione degli organismi come in quello delle culture. I biologi spiegano che la “Regina Rossa” di Alice incalza, che la ricerca sugli antibiotici è sempre in ritardo perché il nuovo batterio è già mutato un’altra volta sotto i nostri occhi. Ci salveremo con la fuga in avanti?

E di questo confuso impasto in movimento caotico, di cui risulto essere formata oggi io stessa, CAI e società compenetrati, cosa posso fare e pensare? Ciò che mi pareva valido ieri, per oggi è già obsoleto, quando non rivelatosi chiaramente fuori tiro. In ogni caso, non è più adeguato alla frenetica contingenza. I miei recenti richiami accorati contro una frequentazione “mordi e fuggi” della montagna, di cui noi alpinisti siamo diventati campioni esemplari, mi appaiono pateticamente inutili. Inviti a considerazioni sociali riguardanti la vita delle popolazioni di montagna? Altrettanto malinconicamente disattesi. Mi sfugge il fine della rincorsa, ammesso che sappia trovare consenso alla rincorsa stessa.

Naturalmente sento di essere ancora alpinista, ma neppure io lo rimango come lo sono stata. L’alpinismo cambia e anch’io mi muovo nel tempo, nonostante metta in azione i freni derivati dall’esperienza e dall’indole incline all’autonomia. Tuttavia anche precorrere i tempi non funziona sempre. Anni fa avevo perfino approvato con entusiasmo anticipatore alcuni sviluppi dell’arrampicata che allora vennero stigmatizzati come eresia nel mondo alpinistico, prima di venire poi tranquillamente praticati dagli stessi detrattori. Però penso di sapermi ora distanziare dalle posizioni drastiche di un tempo, tentando di considerare in ottica più consona con gli sviluppi degli avvenimenti. In questo contesto, poiché riguarda proprio un CAI e la capacità di modificarsi con i tempi, vi ripropongo la rilettura del breve riassunto della vicenda Bonatti, presentato congiuntamente dal CAI Varese e Università dell’lnsubria durante la manifestazione in omaggio alla sua memoria. Una piccola rivisitazione della storia.

Qui mi pare giusto puntualizzare qualcosa che spesso trascuriamo quando ci riferiamo al CAI: un conto è la Presidenza Generale del CAI con i suoi organi centrali sul piano nazionale, altro conto sono le singole sezioni sparse sul territorio. È ovvio che le implicazioni economiche e politiche di una sempre più difficile conduzione nazionale lascino poco spazio a considerazioni sull’alpinismo e a iniziative per lo sviluppo sensato della frequentazione della montagna. Ci basti pensare ai rifugi obbligati a trasformarsi in alberghi in quota, agli intralci burocratici che stanno disincentivando il generoso volontariato spontaneo, ai contenziosi con guide alpine, con altri professionisti a vario titolo e con il soccorso in montagna. Eppure, se consideriamo i trascorsi 150 anni della sua storia, il CAI aveva anche saputo intervenire e mediare in situazioni nazionali complesse. Per quanto riguarda le guide alpine, ricordo il mio stupore negli anni Cinquanta: a me ragazzina spiegarono che le guide alpine in Italia non erano considerate come categoria professionale specifica, bensì inserita in un contenitore generico insieme a venditori ambulanti e prostitute. D’altra parte, se fino a trent’anni fa il CAI dalle molte anime aveva l’interesse di fregiarsi dell’alpinismo come bandiera e gli alpinisti stessi anche di punta se ne fregiavano a loro volta, oggi il CAI deve fare i conti con cambiamenti epocali. L’alpinismo è uscito dalla sua nicchia romantica, è diventato in gran parte attività commerciale e gli alpinisti di punta molto mediatizzati mi paiono spesso più lavoratori dello spettacolo che aventi un legame con il mio modo di andare per monti da “alpinista normale” – normale di una volta.

Il maltempo sta arrivando sul Paine Grande. Disegno tratto da La montagna illustrata di Gino Buscaini
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Non so bene come possa agire oggi un CAI sul piano nazionale in tale difficile contesto. Strizzare l’occhio a escursionismo di massa e ambientalismo, cercare di porsi come riferimento generale anche dove ha ormai perso il senso di appartenenza, divenendo una specie di onesto “club di servizi”? Potrebbe però anche diventare un mediatore autorevole nel dirimere contrasti tra interessi contrapposti che gravitano intorno all’ambiente alpino, potrebbe esprimere il rigore di attendibilità nell’informazione di settore, ma temo che non ne abbia né i mezzi né la statura. Che riesca a rappresentare gli “alpinisti normali” – vecchi e nuovi – mi pare sempre più aleatorio, dovendosi chinare a troppe istanze esterne, che con una pratica libera e responsabile dell’alpinismo virtuale hanno poco a che vedere.

Il CAI non ha saputo opporsi con efficacia a nessuna delle regolamentazioni e divieti che sul piano giuridico stanno ostacolando la libera frequentazione della montagna: si vede che anche il nutrito gruppo di “parlamentari amici della montagna” non deve avere molta dimestichezza con la pratica dell’alpinismo. Fatemi commentare che quando a un funerale ascolto la per me stucchevole invocazione di lasciar andare un alpinista morto per le ipotetiche montagne del paradiso, penso che prima bisognerebbe difendere il diritto degli alpinisti ancora vivi di andare liberamente sulle montagne reali della nostra terra. Ma devo riconoscere di essere stata perdente di persona nel mio impegno internazionale sulla questione e so quanto sia ingrato esporsi per obiettivi non mercantili. Ora non mi aspetto che qualche opportunistica iniziativa ufficiale, diplomatica e tardiva, abbia esiti oltre la facciata.

Insomma: per tornare al mio interrogativo dubbioso, anch’io sono molecola del CAI, ma di quale CAI? Beh, dalla sua espressione nazionale oggi mi sento lontana. Essa mi appare così invischiata nel rincorrere le trasformazioni dalla società senza imprimerle qualche innovazione significativa, da farmela ritenere di scarso interesse nella corsa esistenziale in cui io pure mi trovo trascinata.

Tuttavia, esiste un altro CAI, che è quello multiforme delle sezioni. Nonostante gli intenti degli operatori del vertice nazionale, a volte più zelanti del necessario, alcune sezioni sfruttano il grado di libertà rimaste nel tentare vie nuove. Mi viene da pensare che qui torni utile la sindrome della “Regina Rossa”, e cioè che ci si debba industriare nel fuggire in tempo all’incalzare delle pastoie burocratiche, comportarsi da microrganismo mutante prima che le autorità inventino l’antibiotico di turno per neutralizzare le iniziative. Vorrei fare un paragone tra gli intralci posti all’Alpinismo Giovanile, che in molti casi ne ha segnato il declino, e la felice disattenzione per i Gruppi Senior, sfuggiti allo zelo dei legislatori per una messa sotto tutela. Così nei Gruppi Senior, nel solco di residuati dell’Alpinismo Eroico che cercano di salvare la propria autonomia, confluiscono allegri i nuovi pensionati, ancora esenti da divise e certificati.

Ogni evoluzione è caotica e creativa dalla sua stessa essenza. Quando si cerca di prevederla, di attenersi a un modello, si sbaglia quasi sempre, semplicemente perché non si può. Così oggi posso immaginare un CAI delle sezioni in cammino intraprendente verso qualche sviluppo originale, che forse con il mio alpinismo privato e con quello tradizionale avrà solo poco a che vedere ma che saprà essere innovatore, a costo di imboccare anche qualche vicolo cieco. Penso alla nostra collaborazione aperta tra CAI Varese e Università dell’lnsubria. Penso al merito di irradiazione culturale cittadina del Palamonti della Sezione di Bergamo, coraggioso esempio di capacità imprenditoriale, che nella sua visione sociale va oltre il successo associativo. Penso alla Sezione di Riva del Garda che si è dedicata a coinvolgere soci e cittadinanza per la creazione di un Parco Fluviale, non per recintarlo rinchiudendoci un orso, ma per sottrarlo alla speculazione edilizia e salvarlo per la libera frequentazione responsabile di chiunque. Penso alle iniziative locali delle piccole Sezioni di montagna, le quali offrono attività che coinvolgono in forma congiunta i residenti e i turisti, dai giochi per ragazzi alle facili escursioni, alle mostre e alle serate di cultura. E se poi al loro interno si creano gruppi che si differenziano, perché no? Meglio se distribuiti un po’ in grotta, un po’ in bici è un po’ in canoa e un po’ ad arrampicare, che tutti insieme ammassati sulla stessa cima.

Torre Trieste, disegno a matita di Gino Buscaini realizzato per Silvia nel 1962. Disegno tratto da La montagna illustrata di Gino Buscaini
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CAI e società? Trovo in questo possibile tipo di evoluzione un seme comunitario di partecipazione intelligente, flessibile, adatto alle singole realtà. Dove sezioni del CAI e società civile inventano iniziative e collaborano oltre gli steccati giuridici, è possibile intravedere un futuro costruito della realtà di chi a qualunque titolo si senta legato all’ambiente della montagna.

Inoltre non è detto che proprio in questa fattiva ottica rinnovatrice, in fuga dalle pastoie burocratiche e da timorose chiusure mentali, non rimanga nelle Sezioni anche uno spazio per mantenere il meglio delle nicchie romantiche di un tempo. Una nicchia per gli alpinisti “non omologati”, per quelli di ieri, come eravamo io e altri come me, e per quelli di oggi che pur diversi aspirano ancora a qualcosa di simile: quelli che arrivano al CAI in cerca di rapporti privilegiati, di occasioni per esperienze autentiche, di qualche sogno privato da nutrire e realizzare, di desiderio di affermazione e riconoscimento tra pari, di condivisione della passione un po’ irrazionale è un po’ esclusiva. Non è detto che costituiscono solo elementi di disturbo: possono anche costituire un volano, una riserva di energia. Loro stessi possono poi rendersi conto che, per quanto individualisti, vi trovano campo e opportunità per una visione comunitaria alla quale collaborare. Avrei dovuto spiegarlo anche all’amico docente di psicologia…

Credo di essere una molecola CAI-società un po’ di questo tipo. Mi auguro che, nel turbine epocale che ci trascina, il CAI delle sezioni mantenga gli spazi perché anche i “diversi” di oggi vi trovino interesse e accoglienza: rimango irriverente verso le omologazioni e verso una esistenza da protocollo. Continuo a essere grata per aver trovato a suo tempo nel CAI una nicchia per il mio alpinismo, e continuo a ritenere più saggio e felice appassionarsi a una vita di ascensioni che inseguire rassegnata un mutuo per la casa, magari indirizzatavi da un insegnamento universitario per impostare “la gestione del proprio futuro”. E per concludere, una considerazione economica: dopo tutto, una tessera del CAI costa molto meno di un corso di psicologia.

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Daniza, a sipario chiuso

Dopo le interminabili polemiche avvampate la scorsa estate sulla vicenda dell’orsa Daniza, ormai a sipario chiuso, Barbara Chiarenzi prova a riconsiderare l’intera problematica suscitata dall’abbattimento del plantigrado. Problematica ben lungi dall’essere risolta, anzi.

Barbara Chiarenzi gestisce i progetti di conservazione di Oikos in Italia. Nata nel 1967, dopo la laurea in Biologia si è occupata di gestione della fauna alpina — principalmente mammiferi. Da libera professionista, collabora con molti enti attivi in questo campo: parchi, Province, associazioni. Ma, dal 1998, la sua ”carriera” è corsa parallela a Oikos: un rapporto che negli anni si è fatto sempre più stretto. Lì Barbara, in qualità di Responsabile Ambiente per l’Italia, trova molto gratificante lo scambio di esperienze, il lavoro di squadra, a fianco di altre persone che condividono fino in fondo non solo gli obiettivi di ciò che fanno — la loro mission — ma anche il modo per raggiungerli.


Daniza, a sipario chiuso

di Barbara Chiarenzi

Ora che i riflettori si sono spenti, che non si sente più parlare di “mamma orsa” o “bestia feroce”, mi sento di poter esprimere qualche opinione in merito alla “faccenda Daniza”.
Io non ero presente. Ma la sensazione forte è che si siano commessi alcuni errori tecnici, e molti, moltissimi errori strategici, in particolare sugli aspetti mediatici.

Barbara Chiarenzi
Daniza-photoIn realtà sono convinta che la conservazione dell’orso si giochi tutta lì. C’è chi sostiene che non ci sia più l’ambiente naturale per l’orso ma in realtà nasconde l’incapacità di accettare l’orso. Tutte le specie montane sono in crescita, cervi, camosci, persino le vipere (che condividono con i lupi l’onta di essere considerati dei “paracadutati”). Gli animali stanno semplicemente riprendendosi i luoghi che noi stiamo abbandonando. Spazio per gli orsi, ecologicamente parlando, ce n’è.

L’unico ambiente in cui l’orso non ha spazio è nella nostra testa: sulle Alpi ci siamo abituati al nostro “parco giochi”, sicuro e protetto, e non vogliamo essere disturbati dagli eventi naturali mentre giochiamo.

Da Daniza, appunto.

Le pressioni mediatiche sono infatti forti: l’attuale economia montana spinge a non avere un ulteriore elemento di disturbo, quali gli orsi, tanto più se “fanno gli orsi”.

Trovare il giusto equilibrio non è facile e sicuramente ancora più difficile se, come in Provincia di Trento, non si ha una ferma convinzione politica nel sostenere una linea di sviluppo sostenibile. E quindi, a cascata, non si è neanche definita una “strategia di crisi” quando gli interessi, di sviluppo da una parte e di conservazione dall’altra, si scontrano.

Nel caso di Daniza ci sono state pubbliche dichiarazioni che prima ne decretavano la soppressione, poi ritrattavano e ne volevano invece la cattura e la detenzione. Comportamenti contradittori che fanno dubitare nella capacità delle amministrazioni di gestire la cosa pubblica e fare le adeguate valutazioni.

A questo aspetto fa da contrappunto la mancanza di una solida base scientifica che indirizzi le scelte gestionali e le valutazioni di merito.

Mi verrebbe da dire, da biologa della conservazione, che manca una attenta valutazione della genetica e delle dinamica di popolazione, ad esempio, i trend di crescita unitamente ad una valutazione del grado di consanguineità, da cui poi desumere una stima degli effetti a livello di dinamica di popolazione nel sottrarre una femmina riproduttiva.

Troppo tecnico? E’ comunque quello che si fa per altri elementi naturali che, quando si manifestano, chiamiamo calamità: alluvioni, valanghe, frane, persino per i terremoti. Si tratta di una valutazione del rischio e una stima degli scenari possibili che si possono verificare con le relative azioni da intraprendere.

A mio avviso Daniza (e tutti gli orsi alpini con lei) fa parte, in tutto e per tutto, degli elementi naturali.

Quindi per me il nodo non è tanto se sia stato giusto decidere di catturala, piuttosto che di abbatterla: in entrambi i casi Daniza sarebbe stata rimossa dalla popolazione di orsi delle Alpi. Pertanto la domanda è più a monte: Daniza andava lasciata in pace o andava rimossa? Il suo comportamento è socialmente accettabile/tollerabile o meno?

La risposta che mi do è “No”.

Orsa con cuccioli Daniza-Orsa-con-cuccioli-Photo-courtesy-Corpo-Forestale-dello-Stato-1180x663

A fronte del fatto che esiste un habitat naturale in grado di sostenere una popolazione alpina di orso, non vedo infatti al momento un “habitat sociale” che sia disposto ad accettarne i rischi che vadano un po’ oltre la tolleranza nei confronti di qualche pecora mangiata e alcuni apiario rovesciati.

La nostra società, a tutti i livelli, è in questo momento disponibile a una fruizione solo mediata, magari solo informatica, certamente non diretta, di certi fenomeni naturali. Siamo interessati agli animali selvaggi, ma che essi se ne stiano buoni buoni in un habitat che non dev’essere il nostro. L’orso Yoghi ha permeato di sé un’intera generazione e ci piace vedere l’orso con questo filtro. In effetti non siamo disponibili al rischio di un incontro, a parte chi con telefonino schierato non sa neppure a che rischio si sta esponendo.

L’amministrazione non vede di buon occhio fenomeni che non siano riconducibili a una qualunque responsabilità: e in definitiva anche noi siamo stati trasformati.

Di questa immensa trasformazione culturale e sociale, sicuritaria, garantista all’eccesso per tutte le responsabilità e in fuga da ogni imprevisto, la conservazione dell’orso in Italia dovrà tener conto, se vorrà avere un futuro.

L’uccisione di un orsodaniza_morta.jpg.pagespeed.ic_.VdW_VohFqCUltime notizie (dal quotidiano Trentino)
L’11 febbraio 2015 il gip di Trento Carlo Ancona ha riaperto il caso Daniza. Ha depositato il provvedimento con il quale ha respinto la richiesta di archiviazione dell’inchiesta sulla morte dell’orsa durante il tentativo di cattura. Il giudice ha riconosciuto che la ricostruzione della Procura è corretta, ma ritiene che si possa configurare la responsabilità del veterinario che ha preparato la dose per narcotizzare Daniza. Il giudice osserva che si possa configurare una reponsabilità per il reato di maltrattamento di animali. Si tratta di una contravvenzione per la quale è sufficiente una condotta colposa. La Procura aveva escluso anche questa contravvenzione dal momento che aveva ritenuto che il veterinario avesse comunque agito in un quadro normativo chiaro, ovvero le operazioni di cattura dell’orsa rientravano in un caso previsto dalle norme e anche dai protocolli. Il giudice, però, osserva che il protocollo prevede la possibilità di catturare gli orsi problematici, non di ucciderli. Per questo il giudice ordina alla Procura di iscrivere il veterinario sul registro degli indagati. La Procura aveva osservato che l’ordinanza è stata adottata seguendo il piano di azione per la conservazione dell’orso bruno sulle Alpi. Però, allo stesso tempo, il veterinario non ha avuto «un’adeguata capacità di contrastare in modo efficace la complicanza della narcosi sostanziatasi nell’ipossiemia indotta dall’uso della medetomidina. Nel momento topico si è verificato un inappropriato approccio da parte del veterinario».