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Libertà fuori e dentro di sé

Libertà fuori e dentro di sé
(relazione di Alessandro Gogna al Convegno Nazionale del CAAI, Caprino Veronese, 11 ottobre 2014)

Lasciatemi partire un po’ da lontano, ma nemmeno poi tanto, partendo dal materiale che usiamo per andare in montagna, che si può grossolanamente dividere in due tipologie. C’è ovviamente anche il materiale che riesce a fare parte delle due tipologie, ma possiamo dividere in materiale per la progressione e quello per la sicurezza.

Sul materiale da progressione abbiamo fatto passi da gigante: senza volerli elencare (siamo partiti dalla corda di canapa…) in decenni e decenni di alpinismo c’è stato un grande progresso. Anche sul materiale per la sicurezza vi è stata evoluzione: dal semplice “otto” al gri-gri, poi al “reverso” e a tutti gli altri aggeggi esistenti per le varie manovre, fino ai nut e ai friend, attrezzi che comunque alla cordata non garantiscono tanto la progressione quanto la protezione, elevandone quindi il grado di sicurezza.

Più sicurezza riusciamo ad ottenere da attrezzatura perfetta, studiata, tecnologica (corde, telefonino, gps, ecc. ), insomma più sicurezza esterna abbiamo, di meno concentrazione interna noi disponiamo.

Ma perché? Cerco di spiegarmi con un esempio: prendiamo un solitario, di quelli che seguono il filone attuale e cioè il free-solo, dove non si ha nemmeno l’imbracatura (scarpette e basta), quindi privo di qualunque attrezzatura e dotato solo delle proprie capacità psico-fisiche e della propria esperienza. Questo individuo avrà un grado di concentrazione riferito alla sua azione sicuramente spasmodico, enorme, mentre invece se la stessa persona compie la stessa azione con tutta una serie di ausili (che poi è la normalità) che gli permettono maggiore sicurezza è chiaro che la concentrazione è minore se paragonata alla prima ipotesi.

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A questo proposito sarebbe molto bello (lo dicevo a Predazzo qualche giorno fa) se le scuole di alpinismo facessero provare agli allievi per un giorno, un’ora, un minuto le antiche attrezzature, facendoli arrampicare come si arrampicava una volta. Non per far risaltare la bravura di quelli di una volta, ma semplicemente per far capire in un flash cosa ha significato l’evoluzione.

E’ già stato detto precedentemente da Carlo Zanantoni che la sicurezza sta diventando una mania della società, “società sicuritaria”, cioè una società che impone tutta una serie di vincoli, suggerisce e vende una serie di dogmi che spingono tutti verso quella magica parola che è “sicurezza”.

Con questa parola si vorrebbe evitare qualunque esposizione a qualunque rischio.

Portando un esempio semplice, le mamme sono state le prime a recepire questo messaggio e a dire al bambino “non correre perché sudi…”, mia mamma non me l’ha mai detto, al massimo mi diceva “non andare in mezzo al fango perché dopo devo ripulirti…”, esortazione che ha ben altra filosofia.

Questo per dire che siamo in una società che ci spinge a stare seduti sulla sedia e vivere tutto virtualmente senza sperimentare quello che è la realtà.

Sugli alberi è naturale che i bambini continuino a salire, ed anche a cadere… facendosi anche male… perché questa è sempre stata la logica dell’infanzia… in questo modo si cresce, ci si crea una individualità, ti crei dei desideri senza essere sempre legato a un cordone ombelicale.

E poi c’è una “dimenticanza” pericolosissima: non viene evidenziato che non si dichiara che la sicurezza non è mai al 100%. Tutti parlano delle cose sicure, anche il CAI aveva fatto anni fa un manifesto con la dicitura “montagna sicura”.

“Montagna sicura”! No certamente, perché la montagna non sarà mai sicura, ognuno di noi potrà utilizzare ciò che vuole, esperienza, attrezzatura e conoscenze, ma l’incertezza su quello che è il tuo destino rimane ed è questo messaggio che deve passare alla società, mentre culturalmente avviene proprio l’opposto.

Se una ferrata è appena stata costruita con tutte le caratteristiche moderne di sicurezza, è “certificata”: una parola da temere assolutamente poiché gravemente pericolosa.

Purtroppo più sicurezza è disponibile e più (e gli avvocati che mi seguiranno lo spiegheranno meglio) vi sarà la ricerca del responsabile in caso di incidenti e qui non si parla della parola “responsabilità” in senso umano ma “responsabilità giuridica” e cioè quella responsabilità per cui sei passibile di giudizio, quindi con la possibilità di essere anche sanzionato e/o “punito”.

La responsabilità giuridica va letteralmente a braccetto con “sicurezza”.

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Non ho il tempo materiale per dimostrarlo, ma da un’analisi che ognuno può fare potrà dedurlo per conto suo.

Il “Signor Rossi” non può andare come e dove vuole in qualunque modo facendo ciò che desidera. Due anni fa al Festival di Trento si elogiava il GPS affermando che con esso si poteva realmente andare ovunque: ebbene, questa è pura follia, una bugia pubblicitaria che non ha fondamento reale, un inganno del marketing.

La certezza della totale sicurezza in presenza di questi ausili è pura utopia.

La verità e che se questo “Signor Rossi” vuole fare ciò che vuole deve prima farsi le sue esperienze diventando quindi “responsabile”. Non “responsabile giuridicamente” ma responsabile di ciò che lui stesso causa con le sue azioni.

Noi l’abbiamo fatto, in questa sala quasi tutti siamo Accademici, Guide Alpine insomma tutti con un background notevole di esperienze acquisite.

Non ci è stata regalata l’esperienza, non l’abbiamo comprata né trovata per strada ma solamente acquisita gradualmente e accresciuta nel tempo.

Pertanto la sicurezza indotta, e con tale termine intendo quella che si può comprare utilizzando i vari strumenti del mercato, quella che porta a una minore concentrazione, porta anche a meno responsabilità, con una diminuzione della responsabilità individuale inversamente proporzionale all’utilizzo intenso di tecnologia.

Attenzione, questo non significa che non bisogna utilizzare attrezzature esterne, non voglio estremizzare, sto solo cercando di portare l’attenzione su alcuni punti importanti.

Responsabilità. Prima abbiamo parlato di sicurezza ora affrontiamo il capitolo “Responsabilità”.

Cosa è la responsabilità, ma partirei col dire cosa non è.

Sicuramente non è tanto responsabile colui che va in montagna dominato dall’adrenalina, con il gusto del rischio a tutti i costi, della performance estrema tipo “o la va o la spacca”.

Questa persona potrà sicuramente fare delle cose pregevoli: però le farà correndo dei rischi notevoli, proprio perché schiavo di questo suo carattere, delle sue debolezze, di questa “malattia”.

La responsabilità la si acquisisce e questo tipo di alpinisti poco o nulla hanno fatto in questo senso. Evidentemente l’egocentrismo di queste persone, l’inflazione del proprio io oltre i livelli consentiti, portano a correre grossi rischi con una responsabilità tendente a zero.

Ed è quindi ora che per la prima volta pronuncio la parola “libertà” e giungo quindi al nostro tema.

La parola libertà non può esistere se non è connessa con la responsabilità.

Una persona responsabile che ha fatto le sue scelte è libera mentre una persona non responsabile potrà fare quello che vuole ma non è libera, poiché non è libero chi fa quello che vuole ma è libero chi ha scelto che cosa fare.

Credo addirittura, considerando che siamo in un consesso di Accademici, di persone che l’alpinismo l’hanno vissuto per una vita o lo vivranno per una vita, ebbene io credo che nel futuro si misurerà qui il prossimo alpinismo, che è sempre evoluto e cambiato nel tempo: lo si valuterà con la quantità di responsabilità che gli applicheremo, non esclusivamente sui gradi di difficoltà.

Questo significa quantità di libertà, infatti se una persona è responsabile vuole dire che ha scelto, ha scelto tra tante possibilità che aveva e le ha valutate in piena libertà. Anche se non le ha vivisezionate una per una, perché ognuno sceglie a suo modo e si può essere molto istintivi senza essere analitici. Ma della scelta v’è obbligo.

Ci sono parecchi filtri che confondono la lucidità della scelta.

Per esempio immaginatevi dei gruppi di scialpinisti che salgono verso una cima con condizioni non idonee e vedendo i primi che sono arrivati in vetta e affrontano già la discesa pensano “se sono saliti loro, possiamo farlo anche noi”. Questo è un filtro, poiché non è detto che un fatto vissuto da un altro prima di te aumenti la tua sicurezza, stai semplicemente facendo “il pecorone” dietro a qualcun altro, quindi non hai scelto, cioè non sei stato e continui a non essere libero.

Oppure prendiamo una cordata di due alpinisti che salgono a comando alternato: a un certo punto a uno dei due spetta un tiro che lui si accorge subito non essere alla sua portata. Magari lo sapeva anche prima, vi sono relazioni, informazioni e quant’altro per conoscere prima la difficoltà… ma ci prova lo stesso: e nel momento in cui ci prova, si trova in pericolo. Potrebbe anche rinunciare, ma non lo fa subito… e più sale più rischia di farsi del male.

Domanda: perché è andato su, quando invece avrebbe potuto dire al compagno “vai su tu, sei più forte, è meglio per entrambi” oppure dire “torniamo indietro, abbiamo sbagliato a scegliere questo itinerario”?

La famosa traversata della via Cassin alla parete nord della Cima Ovest di Lavaredo
Libertà DentroFuori-KL-Alpintipps-Westliche-Zinne_Cassin_CIMG6104Eppure andare solo perché è il suo turno nell’alternanza e perché non vuole apparire un codardo di fronte al suo compagno è una grande sciocchezza. Chiunque potrebbe dirglielo!

In quel momento la sua non è stata una scelta libera ma viziata dal filtro dell’emulazione, dal filtro del piccolo orgoglio che ognuno di noi ha.

Abbiamo parlato prima dell’istintivo, una categoria a me particolarmente simpatica, io credo di averne d’istinto, ma certamente meno di altre persone.

Uno che aveva un istinto grandioso era Angelo Dibona che andava ovunque, dal Delfinato alle Dolomiti, facendo prime ascensioni notevolissime, pazzesche, con clienti e in luoghi dove non era mai stato prima: era solo l’istinto a spingere questo grande personaggio.

Non vi erano calcoli e nemmeno materiali dietro queste salite e nemmeno quelle tecniche di sicurezza che comunque sono venute molti anni dopo.

Un altro personaggio che ho visto come istintivo è Manolo… ma ce ne sono tanti altri.

Poi vi sono le persone riflessive, e qui mi sento già più vicino, quelle che hanno bisogno di riflettere, valutare, leggere, confrontarsi e dopo di che decidono che cosa fare.

In entrambi i casi c’è libertà di scelta: il riflessivo perché ha fatto un’analisi mentre l’istintivo perché ha un dono. Quest’ultimo sarà in difficoltà solo quando quel “dono” gli verrà tolto. E quel dono è tanto meno in pericolo quanto il soggetto starà attento a non cadere in certe sicurezze, in certe ipersicurezze… tipo ”l’ho fatta duecento volte, cosa vuoi che mi succeda la duecentounesima”.

Avendo escluso le categorie degli egocentrici e degli adrenalinici, rimangono i riflessivi e gli istintivi: loro sono l’esempio della libertà che noi cerchiamo.

Spiro giustamente parlava prima di “ideale”, un valore estremamente importante che nella nostra società odierna sembra avere poco peso. Però è vero che l’ideale nella storia ha fatto progredire la vita umana, nel nostro caso l’alpinismo. E ritengo che non si possa cancellare così facilmente, l’ideale c’è, rimane nella persona che segue il suo istinto, una sua volontà. E anche il riflessivo, in certe regole che si è imposto di seguire, trova il suo spazio di libertà.

Nelle imprese alpinistiche si può fare una distinzione. Le imprese possono essere creative o possono essere nate da una competizione.

Faccio un esempio.

Georg Winkler che sale sulla sua torre omonima, da solo, a 17 anni, senza nessuno intorno. La torre non era certamente una meta di nessuno, probabilmente non aveva avuto nessun tentativo. Ebbene, quella è stata una impresa creativa, un’impresa della fantasia. Winkler ha visto una foto, un disegno e sulla base di questi dati scarni va e sale.

Ci sono stati tanti esempi creativi, mi vengono in mente Boardman e Tasker sul Changabang, gli è riuscita un’impresa incredibile per quel tempo, sono andati là e hanno fatto. Avevano certamente una grande esperienza, ma nessuno aveva in mente il pilastro ovest del Changabang.

L’esempio contrario che mi viene in mente è la Nord delle Jorasses. Certamente una grandissima impresa, poiché in questo contesto non vogliamo sminuire nulla. Ma a monte vi era una competizione, vedi la Nord dell’Eiger, competizioni incredibili durate per anni.

Si era già quasi arrivati alle soluzioni, perciò chi la risolve, pur bravissimo, deve anche dire grazie agli altri “competitors”: mentre nei casi di creatività il salitore non dovrà ringraziare nessuno.

Questo per introdurre la pericolosità della competizione, anche e soprattutto in termini di libertà.

Qualche tempo fa qualcuno voleva identificare l’alpinismo come competizione, ma se l’alpinismo è una forma d’arte, e lo è, e su questo siamo tutti d’accordo, l’accostamento non regge.

Se l’alpinismo fosse soltanto competizione, allora per fare la più grande impresa si potrebbero mettere insieme gli alpinisti per una gara. Allora occorrerebbe, per avere un opera d’arte, prendere cento pittori, metterli assieme in uno studio enorme e dire “mettevi lì e fate un’opera d’arte, così vediamo chi la fa più bella”.

Pura follia, perché il pittore ha bisogno della sua solitudine, della sua concentrazione e non della competizione con altri.

La competizione è pericolosa esattamente come quel famoso materiale del quale parlavo all’inizio, cioè il materiale per la sicurezza. Perché la competizione è quella situazione mentale in cui l’alpinista, o meglio l’individuo, non è più a contatto strettissimo con la natura e con la montagna, non ha più come partner la montagna, unico punto di riferimento, ma ha a cuore la volontà di vincere i suoi competitori. Se no, che competizione sarebbe?

Ciò è molto pericoloso, limitando l’istintività pone in situazione a rischio fisico. Ed è soprattutto è un fattore che limita la libertà di scelta, cioè la libertà che è in noi, di fare o non fare un’azione. La competizione è fuorviante perché allontana dalla montagna e da noi stessi.

Sono convinto che il rapporto tra la montagna e l’alpinista sia essenziale, dove la montagna fa sempre la parte del padrone, del più forte. Purtroppo certi alpinisti, in certi momenti, e chiunque di noi può essere ingannato, non si accorgono di modificare questo salto tra noi e la montagna, un dislivello che diminuisce se siamo in competizione con qualcuno, perché non interessa più la montagna, che diventa un semplice sfondo di palcoscenico e non più il partner. E nel momento in cui viene a mancare questo dislivello tra noi e la montagna viene meno quella scarica incredibile di energia, di forza, di bellezza e di arte che si ha invece quando realmente noi entriamo in contatto con la cosa più bella di una scalata, cioè l’inseguimento di quel nostro obiettivo che abbiamo scelto “liberamente”.

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La chiusura del sentiero “Antermoia”

La chiusura del sentiero “Antermoia”
Per motivi di pubblica sicurezza il sindaco del comune di Rocca Piétore il 20 giugno 2014 ha emesso l’ordinanza n. 2015 in cui si fa divieto assoluto di percorrere il sentiero che dalla località “Dovich” porta a “Serauta” e viceversa. Qui di seguito il testo:

Il Vallone dell’Antermoia sorvolato dalla funivia Malga Ciapela-Punta Rocca
Marmolada, vallone d'Antermoia, dalla seconda stazione della funivia


IL SINDACO
Viste e considerate le condizioni del sentiero denominato “Antermoia” che dalla località “Dovich” porta a “Serauta” e viceversa, le quali non permettono di garantirne la percorrenza in condizioni di ordinaria sicurezza;

considerato quindi che occorre intervenire con ordinanza contingibile ed urgente per garantire la pubblica incolumità delle persone;
Visti gli articoli 50 e 54 del Testo Unico degli Enti Locali approvato con Decreto legislativo 18.08.2000 n.267 e successive modifiche ed integrazioni;
Visto l’art. 37 dello Statuto del Comune di Rocca Pietore in vigore;

O R D I N A
1) E’ ISTITUITO IL DIVIETO ASSOLUTO DI PERCORRENZA DEL SENTIERO DENOMINATO “ANTERMOIA” CHE DALLA LOCALITA’ “DOVICH” PORTA A “SERAUTA” FINO A QUANDO LO STESSO NON SARA’ RIPRISTINATO;

2) IL PRESENTE DIVIETO SARA’ RESO NOTO, OLTRE CHE CON LA PUBBLICAZIONE DELLA PRESENTE ORDINANZA, CON AVVISO PLURILINGUE DA ESPORRE ALLE DUE ESTREMITA’ DEL SENTIERO;

3) I contravventori alla presente ordinanza saranno puniti con la sanzione amministrativa pecuniaria da un minimo di € 25,00 a un massimo di € 500,00, salvo che il fatto non costituisca reato. Si applicano le procedure di cui alla Legge 24.11.1981, n.689.

Ordinanze come questa me ne arrivano sul tavolo quasi un giorno sì e un giorno no, abbiamo già affrontato l’argomento molte volte e nella maggior parte dei casi riteniamo non sussistano minimamente gli estremi per editti di questo tipo, adatti più a un pubblico medioevale che agli appassionati moderni di montagna.

In questo caso non vengono neppure spiegate le ragioni del pericolo, ma non solo. Non viene detto che il sentiero è sempre stato borderline tra un percorso escursionistico e un percorso d’avventura non segnalato in alcun modo.

Sul sentiero dell’Antermoia, rifiuti. Anno 1988.
Rifiuti sotto al Vallone di Antermoia, 11.09.1988. Marmolada pulita 1988, Dolomiti
Chi fino a oggi si fosse spinto a percorrerlo, come abbiamo fatto noi più volte ai tempi della bonifica della Marmolada, lo avrebbe sempre e comunque fatto a “suo rischio e pericolo”, come si suol dire.

Quindi, a meno che non si siano verificate frane, terremoti o altri disastri, questo “non sentiero” non è mai stato e continua a non essere una minaccia per la burocrazia comunale e le rivalse degli eventuali incidentati.

Non c’è mai stato nessuno che si è preso la paternità di quel “non sentiero”, quindi nessuno è responsabile. Dunque perché gettare fumo negli occhi con ordinanze retrive, ottuse, fintamente premurose dell’opinione pubblica? Viene per caso indicato un percorso ricostruttivo, un quando alla disponibilità? No.

Resta il divieto puro e semplice. Perché? Perché no, come dice Jannacci.

Ancora una volta ribadisco che al posto dei divieti e delle sanzioni si deve parlare o di eventuale ripristino d’urgenza (ma in questo caso di cosa?), oppure di “consiglio” di non percorrere, magari dando uno straccio di ragione.

Ma il linguaggio burocratico ha nel suo DNA questa evidente disparità tra cittadino e autorità, sempre più fastidiosa, iniqua, paternalista.

Sul sentiero dell’Antermoia, rifiuti. Ben visibile la Stazione Serauta. Anno 1988
Marmolada, vallone d'Antermoia, 1988

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Pericolo di morte a Kansas City

Riceviamo da Carlo Bonardi e volentieri pubblichiamo:
A Kansas City, lo spettacolare parco acquatico con lo scivolo più alto del mondo, si chiama “The Verrukt”. Si impiegano sette minuti per salire 264 gradini. La pubblicità parla di esperienza terrificante, di pericolo di morte, ecc.

Domanda: perché a qualcuno è concesso di invitare al “Pericolo di morte” (comunque in marchingegni simili qualche incidente mortale è già accaduto) e per altri va imposta e pubblicizzata la cosiddetta “sicurezza”? (vedere ad esempio art. 6 decreto Balduzzi – Ministero salute 24.4.2013, di cui adesso si sta parlando per certi tipi di certificati medici imposti per poter esercitare attività cosiddette “amatoriali”; analogamente per le note campagne “Sicuri in montagna”, ecc.).
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postato il 22 luglio 2014

 

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Sicuri sul Sentiero 2014

Sicuri sul Sentiero 2014
Occorre scongiurare il pericolo che il neofita s’intenda rivestito del titolo di “abile” alla montagna e ai sentieri.

La giornata del 15 giugno 2014, nell’ambito del progetto Sicuri in Montagna, vuole sensibilizzare tutti coloro che frequentano l’ambiente montano sui rischi che si presentano nella stagione estiva; è un appuntamento in varie località italiane con le Sezioni del CAI e con il Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico (CNSAS).

Ormai di consuetudine, quella del 15 giugno è la giornata nazionale di prevenzione degli incidenti tipici della stagione estiva; sentieri, ferrate, falesie e vie alpinistiche, grotte e canyoning, perfino la ricerca di funghi. Questi i temi d’interesse previsti per parlare di prevenzione a 360°.

Lo sforzo di comunicazione e informazione è grande ed evidente, vi sono coinvolti anche Enti ed Associazioni sensibili, le Scuole di Alpinismo del CAI oltre alle Commissioni e Scuole Centrali di Escursionismo e di Alpinismo Giovanile del CAI.
La speranza è che i tecnici del soccorso alpino, gli istruttori ed accompagnatori del CAI, le guide alpine presenti nelle diverse località fin dal mattino, unitamente al pubblico, diano vita a una serie di manifestazioni d’interesse pari a quello delle edizioni passate.

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Numeroso è il pubblico che frequenta sentieri e ferrate, dunque anche la necessità d’informazioni è grande, un vero e proprio bisogno.
Nella stagione estiva si concentra la maggioranza degli interventi di soccorso: in molti di questi incidenti si evidenzia, oltre all’inesperienza tecnica, la mancata o insufficiente percezione dei rischi, anche su terreno facile.

Se per terreno facile s’intendono zone di montagna dove normalmente non ci si lega in cordata, appare chiaro il perché sia proprio l’escursionismo a occupare sempre i primi posti delle statistiche degli interventi del Soccorso alpino.
Emblematica in questo campo è la casistica dei cercatori di funghi che ogni anno, irreparabilmente, fa registrare innumerevoli incidenti, nella maggioranza dei casi per scivolata.

Informazioni generali sono reperibili sui siti web: www.sicurinmontagna.itwww.cai.itwww.cnsas.it, ma il mio interesse si appunta sull’Elenco degli Eventi, per verificare se, nei circa 25 appuntamenti sparsi in tutta Italia, ci sia un qualunque accenno alla preparazione psicologica necessaria per una corretta frequentazione della montagna. Non c’è.

A mio avviso, se il lodevole scopo principale dell’iniziativa è “creare sensibilità, ovvero, accrescere la consapevolezza dei rischi e dei limiti personali accettabili nella frequentazione dell’ambiente montano ed ipogeo, soprattutto in quanti, lontani dal mondo del CAI o senza l’ausilio di una guida alpina, si avvicinano alla montagna in modo superficiale”, allora non si può prescindere da una premessa che sistematicamente invece viene trascurata. Anche in questa prima informazione lo è stata, anche nella locandina.

La premessa opportuna è: chiunque senza esperienza si avventuri in territorio montano dovrebbe essere avvertito non soltanto dei pericoli che corre e ovviamente informato sul come riconoscerli e affrontarli: dovrebbe essere anche avvertito che il maggiore responsabile di un incidente non è mai il caso abbinato a sfortuna, al contrario è proprio il diretto interessato. Questi, prima di apprendere e assimilare scolasticamente ogni (necessario) buon consiglio dei tecnici e delle guide alpine, dovrebbe interrogarsi su quanto siano sereni in quel momento lui e la sua compagnia, quanta tensione interiore si stia tentando di scaricare sul mondo naturale che, chissà perché, non solo è refrattario ma tende a restituire negativamente ogni energia male impiegata. Ogni nervosismo, ansia, rivalsa.

Nel fare questo abbiamo paura di invadere la libertà personale, o anche la sfera interiore? Ci facciamo delle remore perché “non si può andare a esplorare nell’intimo di un individuo”?
Niente paura, non siamo noi che dobbiamo scandagliare, è solo lui stesso che può e deve farlo. Se è avvertito, però.

Il singolo non può fare questa indagine interiore se in qualche modo lo si convince che, con un po’ di nozioni raffazzonate tramite sia pur bravissimi e volonterosissimi istruttori, lui si possa guadagnare il titolo di “abile” alla montagna e ai sentieri. Per cui alla fine tutto gli è dovuto, anche il soccorso.

postato il 12 giugno 2014

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Sicurezza e rischio: il tema educativo

Sicurezza e rischio: il tema educativo
di Sandro Aita (responsabile di zona capi scout Agesci) da L’Adige 25 marzo 2014

Ho letto con molta attenzione e condivisione l’articolo del direttore dell’Adige di domenica 23 marzo intitolato «L’ossessione della sicurezza “totale”», trovandovi interessanti spunti di riflessione. Quello trattato è un tema che ha implicazioni molto rilevanti, non solo per l’ambito esposto da Giovanetti relativo alle attività sportive in montagna (da cui l’articolo ha preso spunto, per le vicende di inchieste penali per incidenti, valanghe, ecc.): come ha bene accennato il direttore vi sono ampie ricadute di ordine sociale, economico, giuridico, ecc. che determinano una fitta rete di relazioni e conseguenze, spesso paradossali.

Il gruppo scout di Melfi sul Monte Pollino
SicurezzaRischio-Scout-patriarca pollino scout melfiUn aspetto mi preme segnalare, proprio legato al tema della «sicurezza» e del «rischio»: il tema educativo. Si tratta di una declinazione o conseguenza sempre più diffusa di un approccio «legalista» al modo di affrontare la vita, di far crescere i ragazzi oggi.

Le famiglie, la scuola, le agenzie educative in genere tendono, per varie ragioni (tutte «ragionevoli»…) a ridurre e tendenzialmente escludere ogni forma di «rischio» nelle attività ordinarie che vengono proposte ai ragazzi. Questi ultimi sono sempre più spesso «impacchettati» in attività preordinate e strutturate, dove la libertà d’azione è sempre più ridotta e le «cautele» sono estremizzate per evitare loro non già di «esplorare il mondo» ma di incorrere in potenziali incidenti, fonte di contenzioso legale e/o assicurativo, con ricadute pesanti sulle famiglie, le scuole e le altre realtà educative.

Si trascura così di agire da un lato sulla reale prevenzione del rischio, ossia sulla preparazione e l’organizzazione competente di chi si prende cura dei ragazzi (siano essi insegnanti o educatori in genere) e dall’altro lato si perde la potente e determinante esperienza di responsabilizzazione dei singoli e dei gruppi, dando loro la necessaria e calibrata fiducia, nei diversi ambiti operativi.

È infatti dimostrato che negare esperienze di «rischio» misurato e appropriato ai minori, in età ed esperienze individuali, pone i ragazzi a non sapersi poi rapportare positivamente con la realtà della vita.

Quando saranno grandi troveranno così ogni sorta di scusa o di timore per affrontare con la necessaria audacia le avventure belle e meno belle che la vita vera proporrà loro. Uno studio in tal senso è stato di recente pubblicato sulla rivista Internazionale del 20 dicembre scorso (dal titolo esortativo «Lasciateli giocare»), dove si dimostra, con dati alla mano, quanto la nostra società occidentale negli ultimi decenni si sia via via «impigrita» in modalità sempre più chiuse e prive della necessaria interazione col mondo naturale e relazionale. Quando si lasciando i bambini giocare tra loro, spontaneamente, e agendo in rapporto con i potenziali «rischi» del confronto con la diversità in genere (di ambienti urbani e naturali, di rapporti con i loro simili dove possano sperimentare esperienze giocosamente «paurose», capaci di misurare la loro crescita e preparazione alla vita…), si accresce infatti la loro capacità di gestire positivamente emozioni e relazioni anche stressanti, senza il rischio (quello sì, vero) di soccombere alla prima – reale – difficoltà che la vita vera proporrà loro.

La ricerca di emozioni «forti» che i ragazzi d’oggi trovano sempre più spesso in ambiti «estremi» (delle varie dipendenze oggi appunto sempre più disponibili, anche nel mondo del «virtuale») li espone così davvero a rischi per la salute individuale e sociale di estrema gravità e conseguenze di lungo termine, ben più pesanti e «costose» (anche in termini di spreco di risorse umane, della loro stessa esistenza), spesso devastanti.

Occorre allora riflettere, credo, sulla capacità della società e di ogni livello formativo (scolastico, famigliare, associativo, politico…) di cogliere questi segnali, interpretarli ed agire per evitare queste gravi conseguenze: di trasformare cioè in una società passiva e succube di logiche perverse di «legalismo» (dove alcune responsabilità del mondo giuridico e assicurativo non paiono secondarie) il tessuto sociale che sarà la classe dirigente di domani. La conseguenza potrebbe essere quella che già si prefigura: la deresponsabilizzazione diffusa e la stasi della chiocciola che per proteggersi dal mondo fa crescere oltre ogni limite ragionevole il proprio «guscio protettivo», restando soffocata dal proprio peso! Il movimento, il cambiamento sempre necessario deve essere ancora riconosciuto come valore e non costretto da logiche paradossali come quelle ora accennate.

L’audacia che è richiesta a ogni esperienza di vita in crescita evolutiva non deve quindi essere preclusa dal «pericolo di temerarietà», ossia del rischio di proporre attività inutilmente rischiose senza la necessaria preparazione.

Deve insomma essere tutelata la creativa esperienza della crescita attraverso «esperienze audaci» ed emozionanti, positivamente, che mettano alla prova i ragazzi, nel contesto organizzato e tutelato da adulti responsabili, che sanno però anche dare loro la giusta fiducia, nei tempi e nei modi opportuni: usando una nota metafora, la bicicletta con le rotelle, se è pure necessaria per l’apprendimento iniziale dell’abilità per condurre in sicurezza la bici, va poi liberata per tempo e lasciata alla responsabilità del bambino che deve presto, da solo, imparare a farne senza. Qualche ginocchio sbucciato all’inizio farà risparmiare, da grandi, conseguenze ben più rischiose ad adulti preparati dalla loro giovanile conoscenza del «rischio», vissuto allora come avventuroso gioco della vita, rischiosa fin dalla nascita ma con la quale occorre sapersi misurare e rapportare con preparazione adeguata, fin da piccoli! Un educatore di vasta esperienza, Robert Baden-Powell, fondatore del movimento e del metodo scout, raccomandava ai suoi ragazzi: «Ricordatevi del vostro motto Estote Parati (siate pronti); siate dunque preparati per eventuali incidenti, imparando in anticipo che cosa si deve fare nei diversi casi che vi si potranno presentare». E in un altro suo famoso detto ricordava che «Non esiste buono o cattivo tempo, ma buono o cattivo equipaggiamento!».

Questa citazione per segnalare quanto possa essere importante, per crescere armoniosamente, vivere fin da piccoli esperienze concrete di attività e di avventure, calibrate sulle diverse età e maturità, che allenino i ragazzini alla responsabilità, alla gestione dell’imprevisto, alla capacità di affrontare l’ignoto con maturità e competenza, senza attendere «tempi, luoghi, occasioni migliori»: la realtà della vita rischia di presentare il suo conto che nessun avvocato, giudice o assicuratore saprà garantire meglio dell’allenamento vissuto giocosamente fin da piccoli nell’affrontare le sfide (reali e non virtuali) della vita.

Sandro Aita Responsabile di zona capi scout Agesci

postato l’8 aprile 2014

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L’ossessione della sicurezza «totale»

Montagna vietata e divieti assurdi
L’ossessione della sicurezza «totale»
di Pierangelo Giovanetti (direttore del quotidiano L’Adige)
[email protected]
Twitter: @direttoreladige

La richiesta da parte della Procura di Torino di rinvio a giudizio per omicidio colposo nei confronti dei tre amici superstiti della vittima di una valanga durante un fuori pista, ripropone in maniera eclatante la questione della sicurezza.
O meglio, dell’ossessione alla sicurezza «totale» e obbligatoria, che è diventato uno dei miti ideologici oggi più di moda nella società dell’«assistenzialismo garantito» e del «rischio eliminato». Anche quando si va in montagna, si cammina su un marciapiedi, o soltanto quando si salgono le scale.
Non si spiegherebbero altrimenti l’aumento esponenziale di cause legali, richieste di risarcimenti verso tutto e verso tutti (specie se è un ente che può pagare), quando – magari per distrazione – si inciampa, attraversando la strada, o si scivola andando a fare visita a un amico.

OssessioneSicurezzaTotale-ladige.2014.03.23-1_Pagina_01La pretesa di una «société sicuritaire», come dicono i francesi, cioè di una società che si faccia carico ad ogni costo della sicurezza dei suoi membri, e che elimini l’alea del rischio nelle cose, sembra aver contagiato non soltanto la cultura generale, ma anche quella giuridica delle procure, se un ufficio quale quello del procuratore torinese Raffaele Guariniello in nome della sicurezza dovuta, chiede il processo per omicidio colposo, oltre che per valanga colposa, nei confronti degli amici superstiti di una disgrazia.

Come pure ha contagiato il legislatore, quando s’impone di prefissare per legge il divenire umano e ogni aspetto dell’imponderatezza della vita secondo dettagliate e prescrittive norme regolamentari, le quali rasentano a volte una psicopatologia della sicurezza, quasi un delirio deresponsabilizzante dell’individuo sulla base del teorema che è la società che deve garantire la sicurezza personale di ciascuno.
Per non parlare di politici, amministratori, ma soprattutto burocrati, che preferiscono stabilire divieti e vincoli ad ogni piè sospinto in maniera totalmente autoderesponsabilizzante per timore che possa succedere qualcosa di non pedissequamente previsto in ogni sua dinamica.

Evidente che la montagna è un ambito che non può rientrare in tale casistica di prevedibilità totale degli eventi. Perché, se si percorre il sentiero delle Bocchette sul Brenta, non si può escludere – né per legge, né per sentenza di tribunale – che si possa staccare un sasso e che possa cadere purtroppo addosso a qualcuno.

Così se si nuota in un lago, può accadere di incorrere in un pericolo, senza che l’addetto alle Spiagge sicure o gli amici di nuotata debbano venir incriminati per omicidio colposo in caso di annegamento. E così pure, se si allerta il Soccorso alpino e disgraziatamente uno dei volontari del soccorso soccombe sotto la neve, non può esistere l’ipotesi di responsabilità giuridica o di omicidio colposo per chi ha richiesto l’intervento.

La casistica in sede penale e civile al riguardo si sta arricchendo mese dopo mese in maniera impressionante, e porterà probabilmente di questo passo a ipotizzare l’abolizione stessa del Soccorso Alpino (perché espone a pericoli gli eventuali soccorritori); a rinunciare da parte di volontari o di associazioni alpinistiche come la SAT a garantire la manutenzione e il controllo dei sentieri o di via attrezzate e ferrate (perché qualcuno potrebbe infortunarsi, con conseguenze civili e penali); ma soprattutto ad evitare la compagnia in montagna, perché – se succede qualcosa – la responsabilità (e l’ipotesi di reato colposo) è di chi ti accompagna.

Non è un caso che la Società Alpinisti Tridentini nel suo ultimo congresso in val di Sole abbia posto la questione «ansia di sicurezza» come tema centrale del dibattito, discutendo se la montagna sia spazio di libertà o debba essere invece regolamentata (e impedita) se solo presenta margini di pericolosità o di rischio. Il tema è dibattuto anche oltralpe (vedi il forum di Grenoble e di Chamonix), come ha molto bene documentato l’antropologo ed editorialista dell’Adige Annibale Salsa. Ma la ricerca ossessiva della sicurezza ad ogni costo invade ormai tutti i campi del vivere sociale, con una conseguente smania di monetarizzazione di ogni evento, in una corsa al risarcimento che sta intasando i tribunali e – troppo spesso – trova supporto e incoraggiamento in molta giurisprudenza.

Oggi assistiamo al paradosso che non si ristrutturano vie di montagna perché equivarrebbe a dare a chi vi transita patente di sicurezza totale. Quindi si preferisce l’abbandono per lavarsi le mani da eventuali rischi. Come pure si frena la realizzazione e il riutilizzo di percorsi (per esempio la ciclabile lungo il Garda, fra Riva e Limone, sulla ex Statale) perché potrebbe succedere che qualche sasso si stacca dalla parete rocciosa. E invece di apporre il cartello: «chi percorre la strada, lo fa a suo rischio e pericolo» godendosi uno dei panorami più belli del mondo, si preferisce emanare divieti ed erigere cancellate, proibendo il passaggio.

Ora, non si tratta di rifuggire le regole, ma di declinarle con il buon senso. La montagna certamente richiede preparazione, esperienza, autodisciplina, consapevolezza dei rischi, prudenza. Ma non si può ipotizzare un determinismo meccanicistico della vita, che sterilizza ogni atto da eventuali rischi, imponendo l’obbligo di compiere solo ciò che è immune da ogni aleatorietà, addebitando per forza a un responsabile qualsiasi accadimento eventuale.

Così pure è giusto esigere la cura nella manutenzione delle strutture, la cartellonistica esatta nelle segnaletiche, l’assicurazione di forme di precauzione e di modalità di soccorso in caso di necessità. Ma ci deve essere un ambito di responsabilità personale lasciato alla libertà di ciascuno, sapendo anche che non esiste la pretesa e la certezza di essere soccorsi sempre, comunque e in ogni condizione. E soprattutto non esiste – e non deve esistere – la compensazione economica di ogni accadimento, di ogni eventuale conseguenza di una libera scelta.

Probabilmente anche tale ossessione alla sicurezza ad ogni costo è uno stadio ulteriore della pretesa tecnocratica e assolutista di controllare la vita in ogni suo determinarsi, che ha contagiato a quanto pare pure i tribunali, e rischia di tradursi in pericolosa giurisprudenza.
Pericolosa per il futuro della libertà della persona, ma anche per il destino di una società che rischia di finire prigioniera dei suoi deliri.

postato il 2 aprile 2014

 

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Una montagna di libertà

Una montagna di libertà
di Riccardo de Caria, avvocato

Nel mondo ultraregolamentato in cui viviamo, restano poche oasi di libertà. Una di queste è la montagna, anzi “era”, perché purtroppo il Leviatano, in persona del suo fido servitore Guariniello, è arrivato anche lì. Regolarmente, lo Stato con le sue varie articolazioni si ingerisce e si inserisce nel nostro portafoglio: preleva a sua discrezione, e ci dà direttive sempre più stringenti su come impiegare e come non quel poco che resta. Ma lo Stato-pitone stringe la sua presa su di noi estendendo la propria interferenza in qualunque sfera del nostro agire, anche quelle che con il portafoglio non hanno nulla a che fare, e così facendo perverte il diritto e l’ordine spontaneo, allargandosi sempre più.

In Valle Viola Bormina, nei pressi dell'Alpe Dosdé, da sinistra, Pizzo Dosdé, Cima sud dei sassi Rossi, Sasso Conca, Cima Lago Spalmo.

Ne è un esempio perfetto quel che sta accadendo appunto con riguardo a un tragico incidente verificatosi nel dicembre 2012 sulle nevi piemontesi: quattro amici sciavano fuori pista, ma purtroppo si staccò una valanga e uno di loro perse la vita. Una tragica fatalità, ma ora i pm torinesi del pool di Guariniello hanno chiesto il rinvio a giudizio dei tre superstiti per omicidio colposo.

A questa iniziativa ha risposto in maniera esemplare l’Osservatorio per la libertà in Montagna e Alpinismo, riconosciuto dal Club Alpino Italiano. Con molta educazione ma con estrema fermezza, in una lettera aperta che merita di essere letta per intero, ha tentato di spiegare al catone subalpino che cos’è l’alpinismo e quanto esso sia distante dallo sci su piste battute.

L’Osservatorio dà a Guariniello una straordinaria lezione di libertà, e perfino di diritto. La pretesa, tipica di tante e tante inchieste di Guariniello, di trovare sempre un responsabile di un evento infausto e una legge che s’adatti a fondare questo giudizio di responsabilità, finisce paradossalmente con il produrre maggiore irresponsabilità. La libertà, che dovrebbe essere il principio guida della nostra convivenza sociale e dei nostri codici, non può mai andare disgiunta dal suo corrispettivo, ovvero l’assunzione su di sé di tutte le conseguenze delle proprie libere azioni (il principio di responsabilità, per l’appunto).

Ciò implica che, se un’azione è stata liberamente determinata da un adulto, nella fattispecie il povero scialpinista deceduto, è necessario che quell’adulto ne porti su di sé le conseguenze. I quattro sapevano il rischio che correvano: naturalmente, se avessero coinvolto terzi incolpevoli, ne dovrebbero portare tutte le conseguenze. Ma la sciagura ha riguardato solo loro: purtroppo uno ha perso la vita, ma questa persona ha scelto volontariamente di andare fuori pista insieme agli altri tre, che non possono essere ritenuti responsabili della morte dell’amico per il solo fatto di essere sopravvissuti: avere avuto più fortuna (o anche più bravura) non può essere un titolo di colpa.

La questione che si gioca intorno a questa vicenda è di enorme importanza: il «delirio della sicurezza», autentica «psicopatologia della società moderna» (espressioni che l’Osservatorio riprende dall’antropologo Annibale Salsa), è solo l’ennesimo frutto avvelenato dello statalismo. Esso conduce all’idea che non possano esistere da un lato il caso fortuito (anche tragico, ahimé), dall’altro l’assunzione di responsabilità: occorre pianificare e regolamentare tutta l’esistenza umana, in modo che non ci siano spazi lasciati scoperti da una legge, e ogni azione possa essere sottoposta al vaglio di legalità di un magistrato. Non è ammissibile che uno compia liberamente un’azione rischiosa e ne paghi il prezzo: ci dev’essere qualcun altro responsabile, quanto meno di non averlo impedito, di non aver segnalato a sufficienza il pericolo, di non aver preso misure per evitare che altri si facessero male da soli.

Perseguendo con la forza della legge questa logica, Guariniello contribuisce all’infantilizzazione dell’uomo tipica dello stato moderno: non preoccupatevi di evitare voi i rischi, non preoccupatevi di informarvi prima di affidarvi alle cure di un metodo tutto da verificare (caso Stamina), non preoccupatevi di che cosa bevete (caraffe filtranti) o fumate (sigarette elettroniche); andate nel mondo incoscienti e beati, qualcun altro penserà a voi, alla vostra sicurezza, al vostro benessere.

Naturalmente, mentre molti pericoli siamo perfettamente in grado di valutarli da soli (se solo non ci disabituassero a farlo a suon di illusorio Pluriball guarinielliano), nessuno è in grado di valutare personalmente, a meno che non sia un esperto del ramo, attendibilità di un metodo di cura, pulizia di un filtro, tossicità dei liquidi delle e-cig. Ma per l’appunto esistono gli esperti, e forse sarebbe meglio che imparassimo a rivolgerci a loro un po’ più spesso, quando ciò è opportuno, anziché agire appunto da irresponsabili, e poi attaccarci alla toga di Guariniello.

Montagnadilibertà

Senza contare che questo uso mal concepito del diritto può anche far sì che determinate innovazioni non vedano mai la luce, o procedano a un passo molto più lento di quanto potrebbero. Come spiegò il prof. Gideon Parchomovsky, ospite nel 2009 della Stresa Lecture del compianto Alberto Musy, se le corti puniscono sistematicamente chi si allontana dal sentiero consolidato ad esempio in medicina o in un processo produttivo, dando sempre ragione al consumatore anche quando ha scelto consapevolmente di seguire il medico o il produttore avventurandosi su quel terreno (fuori pista, potremmo dire), l’incentivo ad innovare sarà molto ridotto: a seguire gli schemi non si rischia nulla, a sperimentare si rischia moltissimo, ma allora perché sperimentare una novità, che potrebbe attirare pesanti reprimende dai giudici?

L’inchiesta di Guariniello sugli sciatori è figlia di analoga tendenza a mettere al riparo gli individui dalle conseguenze delle proprie azioni e delle proprie libere scelte. Il risultato è un mondo di bambini, incapaci di badare a se stessi e sempre pronti a incolpare il prossimo o la società per le proprie disavventure. Non c’è dubbio, quello fuori dalla pista giusta è proprio Guariniello!

Riccardo de Caria, avvocato, Torino

Testo tratto dal quotidiano online Lo Spiffero, 28 febbraio 2014

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Giudizio per cause concernenti l’attività in montagna


Lettera aperta a Raffaele Guariniello
Procura di Torino

a tema: Giudizio in sede civile e sede penale per cause concernenti l’attività in montagna

Egregio dottor Raffaele Guariniello,
Le sottoponiamo le nostre riflessioni in fatto di giudizio in sede civile e sede penale per cause concernenti l’attività in montagna. Veda nell’allegato pdf.
Chiariamo subito che non Le scriviamo per auspicare una “giustizia speciale”, o “tribunale della montagna”, che conosca la materia e i principi di fondo evidenziati nella lettera.
Le scriviamo invece, come potremmo scrivere a qualunque altro magistrato, perché riteniamo che Lei personalmente debba essere messo a conoscenza della filosofia di coloro che reputano essenziale forma di libertà il muoversi su terreno di avventura montana.
Siamo a disposizione per qualunque chiarimento o anche per un incontro.
Grazie dell’attenzione

Per l’Osservatorio per la Libertà in Montagna e Alpinismo (riconosciuto dal Club Alpino Italiano), il portavoce Alessandro Gogna

Raffaele Guariniello
Il Pubblico ministero Raffaele Guariniello, il 14 dicembre 2010 a Torino, durante l'udienza del processo per il rogo all'acciaieria Thyssenkrupp, avvenuto il 6 dicembre 2007, in cui morirono sette operai. ANSA/DI MARCO
GIUDIZIO IN SEDE CIVILE E SEDE PENALE PER CAUSE CONCERNENTI L’ATTIVITA’ IN MONTAGNA
Libertà e consapevolezza
Esiste purtroppo la concezione che libertà significhi facoltà di vivere emozioni ed esperienze senza limiti, sminuendo l’esistenza di pericoli e rischi: è la concezione dell’odierno consumatore, per il quale la montagna non è più il luogo della formazione, del confronto con se stessi, ma quello del puro godimento rapido, effimero e garantito.

La libertà in alpinismo è cosa diversa: è facoltà di determinare in autonomia le scelte che ci riguardano, sia come singoli che come componenti di una collettività, ma con la consapevolezza del rischio che si corre e dei danni che possono derivarne ad altri.

La libertà è un diritto essenziale di ogni persona, l’alpinismo e la montagna sono una delle massime espressioni di libertà, perché le attività alpinistiche per loro natura non possono rispondere a regole prefissate come avviene negli sport classici. L’Osservatorio della Libertà in Montagna individua la libertà come ricerca e conoscenza di sé e dei propri limiti, come espressione alta di chi sa mettere in gioco se stesso con la consapevolezza dei propri mezzi e con la conoscenza del terreno. Libertà è ricerca di evoluzione individuale che va di pari passo con l’aumento di consapevolezza. Un terreno sul quale l’uomo si è sempre confrontato, con esiti diversi, ma senza il quale la vita sarebbe meno ricca, la letteratura più povera, la geografia dell’emozione una piccola collina. E senza del quale non avrebbe senso neppure il mito di Ulisse.

Libertà come diritto
Potremmo partire da una citazione di John Stuart Mill: “Ogni vincolo in quanto vincolo è un male” (1859). Detto così può sembrare banale e anarchico, ma noi crediamo di interpretare correttamente il pensiero di Mill quando affermiamo di non voler rifuggire le regole ma soltanto di volerle declinate col buon senso. Il libero accesso alla montagna è un diritto, ma ha dignità solo se accompagnato da un lungo percorso di autodisciplina e consapevolezza. Libertà in montagna è, dunque, libertà di movimento arricchita dall’esercizio della consapevolezza: che vuol dire preparazione, disciplina, consapevolezza del limite, e, solo secondariamente, raggiungimento di una prestazione. Libertà è anche quella di rinunciare, avere il coraggio di tornare indietro se i presupposti non sono sufficienti alla progressione.
Per questi motivi l’attività alpinistica è e deve rimanere libera, pura e consapevole, e non deve essere confusa con l’attività sportiva ispirata invece a criteri di pratica “sicura”.

Pericolo e rischio in montagna
I pericoli e i rischi vengono dalla disparità tra persona e montagna, come per mari e deserti. Sono elementi costitutivi dell’alpinismo e fondanti la libertà di scelta. Vanno legati all’esercizio della responsabilità e la domanda che dobbiamo porci è: quale rischio mi posso permettere in questa situazione? La valutazione e la successiva accettazione del rischio, oltre che aspetto costitutivo dell’esperienza alpinistica, sono elementi positivi e consentono il percorso di evoluzione personale.

Il diritto al rischio è valido solo quando è frutto di una scelta consapevole e rispettosa degli altri, sapendo che non esistono la pretesa e la certezza di essere soccorsi sempre, comunque e in ogni condizione.

Méribel, tre le due piste è il luogo dell’incidente a Michael Schumacher
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Sicurezza
Si è sicuri solo con il giusto mix di sicurezza interiore (preparazione e consapevolezza) e, se del caso, di dotazione di un adeguato equipaggiamento.
La sicurezza totale è una pura illusione della società assistenzialista e consumista, non esiste e non esisterà mai, né in alpinismo né in nessun’altra attività umana, e ogni alpinista sceglie liberamente e consapevolmente di prendersi carico della componente inalienabile di rischio legata al fare alpinismo. L’impostazione attuale della società è improntata all’ossessiva cultura della sicurezza, la société sicuritaire, come scrivono i francesi. La società “sicuritaria” è anche il risultato di una motivazione positiva, ovvero dell’idea che la società si faccia carico della sicurezza dei suoi membri. Sicurezza che è importantissima in tutti i luoghi, in tutte le attività dove le persone si trovano a lavorare, studiare, farsi curare, soggiornare, circolare. Esistono però spazi in cui la persona può e deve muoversi liberamente con la coscienza del rischio e dei propri limiti, con l’attenzione agli altri e all’ambiente in cui si muove: perciò, in questo ambito, la cultura della sicurezza totale si manifesta in tutto il suo disvalore. La montagna è uno dei pochi spazi che consentono ancora l’espressione di una ricerca personale in cui si mette in gioco la libertà della scelta. Questi spazi, questa libertà, questa intera dimensione non vengono però accettati dalla società sicuritaria. Scrive l’antropologo Annibale Salsa che oggi noi “assistiamo a un vero e proprio eccesso, un delirio della sicurezza” e continua “la ricerca della sicurezza è la psicopatologia della società moderna”.
L’equipaggiamento e le attrezzature tecnologiche sono validi supporti, ma non costituiscono da soli garanzia di sicurezza e non possono essere indiscriminatamente o acriticamente imposti: conoscenza, esperienza, buon senso e istintualità sono ancora alla base della consapevolezza e quindi indispensabili.

Differenza tra responsabilità e consapevolezza
In italiano, ma anche in altre lingue, la parola “responsabilità” ha un doppio significato. Nella prima accezione si riscontrano sostanzialità e sfumature che abbiamo cercato di esprimere usando la parola “consapevolezza”; nella seconda, troviamo un significato molto diverso, quello della responsabilità giuridica.

Consapevolezza e responsabilità giuridica sono dunque assai legate, anche se non sono la stessa cosa: la libertà è resa più significativa dal poter effettuare una scelta sapendo che si può essere chiamati a rispondere di essa, e di contro l’esercizio della libertà può abituare alla responsabilità delle proprie azioni.

Ha senso, allora, un luogo nel quale questa responsabilità possa venire in discussione, perché non basta il così detto “foro interiore”: se siamo responsabili nei confronti anche degli altri, allora bisogna che gli altri possano fare appello a questa nostra responsabilità. In Italia oggi (ma anche altrove) non è normale una giustizia “corporativa”, e cioè propria delle categorie interessate, quale ad esempio esisteva prima dell’età moderna; i probiviri del CAI si occupano solo di controversie interne all’associazione, ma non possono andare oltre e trattare di rapporti che non riguardano quella limitata materia. L’opinione pubblica, e prima ancora la Costituzione che afferma la necessità di un luogo ove possano essere fatti valere i diritti di ciascuno, confermano che non possono esistere “luoghi franchi”; ed allora non resta che la giustizia ordinaria quale luogo di tali possibili controversie.

Qui sembra che possiamo essere d’accordo, però attenzione: il punto è dove si pone il limite per un’azione legale nei confronti di un atto di cui l’alpinista è responsabile. Il concetto di consapevolezza si mescola fino a un certo punto con quello di responsabilità giuridica, e non deve essere giustificazione per una “punizione” per chi esagera.

Un “vizio” della società moderna è la ricerca “obbligatoria” di un responsabile per ogni cosa che accade. Ad esempio la caduta sassi in montagna esisterà sempre e non è eludibile. Il modello statunitense di far causa contro qualcuno per qualsiasi cosa accada, con lo scopo di farsi risarcire, sta ormai radicandosi anche nella nostra società e nel “mercato della sicurezza” assistiamo a denunce e richieste di danni che sono assurde persino nella loro impostazione. Simili comportamenti non sono utili a nessuno, salvo agli avvocati: ingolfano i tribunali, e soprattutto mettono a dura prova la voglia dei volontari nel continuare a dedicare il proprio tempo libero per il bene della collettività. Perché anche per loro le leggi tendono a essere interpretate in modo cieco, con il risultato di castrare qualunque buona iniziativa, per i giovani, per i diversamente abili, per i disadattati.

Valle di Lei, Madesimo

GiudizioperCause-MADESIMO (5)  fuoripista in val di Lei

La responsabilità giuridica
Quando si dice responsabilità si intende riconoscimento della colpa e punizione  per ciò che si è fatto; ma va subito detto che questo vale solo per quella penale, perché quella civile ha una vocazione distributiva e solidarista. Si ritiene che se qualcuno ha subito un danno, occorre veder come fare per non far rimanere quel danno solo a suo carico, almeno sotto il profilo patrimoniale. Questo tipo di responsabilità sfiora a volte l’addebito oggettivo: si è responsabili perché qualche cosa è successo, qualcuno si è fatto male; si crea il meccanismo della compensazione economica di ogni tipo di danno. In quella per cose in custodia (tra esse a volte possono esserci i sentieri, o le vie ferrate) non si è più solo responsabili per l’incuria nella manutenzione che ha determinato una insidia imprevista, ma per tutti gli infortuni occorsi nell’uso della cosa, purché il danneggiato non ne abbia fatto un uso improprio.

Ma almeno per la responsabilità civile ci si assicura, e quindi c’è un’assicurazione che paga; e qui stiamo parlando non solo della responsabilità del singolo, ma anche delle istituzioni e delle imprese che organizzano e gestiscono il territorio a vario titolo; per tale via, l’assicurazione che queste hanno contratto copre la responsabilità civile oppure il costo ricadrà sulla collettività, la quale però comunque riceve altri benefici ben superiori (ad esempio turistici). Nel penale non è così, ognuno risponde per se stesso: la responsabilità penale è personale. E occorre una precisazione. Nel processo penale il problema non è tanto la condanna finale, specie per reati colposi; i processi penali sembra talvolta che si facciano prevalentemente per far soffrire qualcuno: è lo stesso processo a costituire una pena, e con esso la sua pubblica notizia, l’angoscia, le ore passate nei corridoi dagli imputati ma anche dai testi, dalle parti offese.

Il problema è dunque, per l’Osservatorio, cercare di fare in modo che il suddetto “limite per un’azione penale” venga definito in una sede tale per cui la scelta non sia lasciata esclusivamente a una giustizia comune (per essa intendendosi quella che valuta qualsiasi situazione nella stessa maniera).

La responsabilità collegata alla frequentazione della montagna può avere tre principali aspetti: 1) nei riguardi di compartecipi o di chi poi direttamente resterà infortunato; 2) installazione, manutenzione o controllo di sentieri o vie attrezzate o ferrate; e infine 3) esposizione a pericoli degli eventuali soccorritori.

Sul primo vi è ormai casistica anche in sede penale. Sul secondo punto le decisioni note sono sentenze civili; sul terzo non ne risultano di precise, ma le ultime vicende natalizie 2013-2014 provano che lì si sta andando allo scontro.
Nella società e in diritto non si può proibire il rischio.
In questo senso, restrittivamente, dovrebbe essere proibito lo stesso Soccorso Alpino, che invece è costituito da professionisti e volontari.
Però, già per Mill lo Stato non si doveva ingerire nelle attività degli individui, salvo che arrechino danno ad altri; ma, tra questi ultimi, non considerava coloro che consentano ad una partecipazione consapevole e volontaria.
E noi oggi dobbiamo considerare, come era normale in passato, che il mondo degli alpinisti è per sua natura solidaristico, è orgoglioso di esserlo, non si sottrae e non recrimina neppure di fronte alle conseguenze patite per prestare soccorso. Vuole il legislatore l’abolizione del Soccorso Alpino? Vedrebbe che putiferio!

In materia, i giudici e prima ancora i pubblici ministeri sono portatori di nozioni e conoscenze tutt’altro che approfondite e omogenee; la comprensione dei complessi elementi che intervengono nella formulazione di una scelta di chi frequenta la montagna non sempre è completa; avviene così che condotte, che per alcuni sono esenti da responsabilità, per altri invece non lo sono; purtroppo, in molti casi non vi è alcuna linearità nella decisione. Ma questo non può meravigliare, perché in processi come questi cambiano i livelli non solo di conoscenza della materia, ma anche di disponibilità individuale ad accettare la logica della previsione e della inevitabilità di un pericolo.

Telemark fuoripista a Lech. Foto: Leo Himsl
telemarkskiing lech 2005 , arlberg

Gli incidenti da valanga, aspetti legislativi
Per la legislazione attuale il reato di aver procurato una valanga è stato introdotto (per tutt’altri contesti!) dal nostro codice penale del 1930; quindi un magistrato deve far rispettare la norma, ma in certi casi la cosa può apparire ridicola. Non c’è stazione di turismo invernale che non pubblicizzi il proprio territorio con immagini e filmati di entusiasmanti discese fuoripista, magari pure a cavallo di valanghe provocate. Caso mai ci sarebbe da chiedersi come mai un articolo del c.p. sia stato bellamente ignorato dai tribunali italiani per oltre 60 anni, forse perché la valanga non era di moda? O nel frattempo non c’erano state vittime in valanga?

Probabilmente la prima impugnazione importante in merito fu del procuratore della Repubblica di Sondrio in occasione della valanga del Vallecetta (inizio anni 2000). Nessuna vittima, nessun ferito, neppure allertato il servizio di soccorso, ma 8 mesi di reclusione ai 5 sciatori che erano nei paraggi (non solo a chi ha provocato la slavina, certamente uno solo).
Risulta evidente e alla luce delle conoscenze attuali che la norma è a dir poco obsoleta e andrebbe certamente rivista.

Gli incidenti da valanga, aspetti culturali
E’ fuori di dubbio che l’attività in pista deve essere al riparo da pericoli oggettivi così come previsto dalla legislazione nazionale e da quelle regionali e provinciali. L’utente della stazione sciistica ha acquistato un servizio che comprende, tra le altre cose, la propria incolumità sulle piste da sci, almeno per quanto concerne quei pericoli. Chi percorre una pista da sci si deve solo preoccupare di non arrecare danno agli altri con la sua condotta.
Perché si tratta di attività sportiva. Sarebbe come dire che se vado a nuotare in piscina non sono tenuto a fare l’analisi dell’acqua prima di tuffarmi. La stessa pista da sci è una struttura sportiva.

Se invece abbandoniamo la pista, non importa se di poco o di tanto, dobbiamo preoccuparci da noi. Non esiste più nessuno (persona, società, Ente pubblico) che ci debba imporre la sicurezza nostra e di chi vi opera come noi e non potrebbe neanche essere altrimenti essendo impraticabile controllare, sorvegliare, vigilare su tutto l’ambiente naturale.
Neppure è dignitoso che norme e sanzioni siano usate solo per spauracchio (allora dovrebbe essere prima punito anche chi nella sostanza non le fa rispettare).
Qui entrano in gioco le conoscenze delle persone che praticano la montagna, la consapevolezza; se qualcuno non ha e non pratica le conoscenze adeguate probabilmente andrà a mettersi nei guai.

Conclusioni
Bisogna far passare il concetto che scendere un pendio innevato lungo una pista da sci o lontano da essa sono due cose culturalmente opposte, certamente compatibili tra di loro, ma da non confondere.

Sulla pista da sci si fa attività sportiva, altrove no! Il restante è compreso in tutte le altre attività d’avventura in montagna, estive e invernali.

Chi invece si avvale degli impianti di risalita e poi scende sopra una pista confonde le due attività, e spesso non basta neppure esporre cartelli di divieto. E’ pronto a essere lui la prima vittima “inconsapevole” di se stesso.

Dunque dobbiamo spendere ogni energia nel campo della formazione e dell’informazione corretta, non nel campo del divieto e della punizione.

Dobbiamo fare in modo di essere informati sulle modalità di quella grande parte di incidenti che si sono auto-risolti (senza intervento di soccorso esterno) ma che per paura delle conseguenze penali vengono tenuti nascosti dai coinvolti.

Dobbiamo diminuire il numero degli inconsapevoli, non aumentare il numero dei dissuasi o dei puniti.

Per Osservatorio della Libertà in Montagna e in Alpinismo
Il portavoce: Alessandro Gogna

Milano, 21 febbraio 2014

Il testo integrale in versione pdf è scaricabile qui.

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Costituzione e libertà in montagna

Fino a che punto la libertà in montagna è garantita dalla Costituzione?
di Federico Pedrini

Federico Pedrini è assegnista di ricerca in Diritto Costituzionale presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna; Humbolt Fellow presso la Freie Universität Berlin.

Sulla base del suo testo, la cui versione integrale è consultabile qui, ho riassunto il suo pensiero in proposito al titolo. Si noti che il testo stesso è una rielaborazione dell’intervento da lui tenuto al convegno internazionale sul tema Libertà delle proprie scelte. La libertà in montagna, tenutosi a Bressanone in data 24 ottobre 2012 nell’ambito dell’International Mountain Summit.

Montagna e alpinismo
C’è un connubio fra l’originaria ed essenziale componente della libertà e quella, ad oggi altrettanto ineliminabile, dell’intrinseca  pericolosità (e dunque dell’accettazione del rischio) propria dell’attività praticata.
Sin da quando l’alpinismo è nato con la “conquista” del Monte Bianco nel 1786, la sua idea di fondo è sempre stata quella d’una attività di uomini liberi su un libero territorio: l’alpinista, in altre parole, parrebbe da sempre instaurare una forma di contatto e una tipologia di rapporto con la natura intrinsecamente refrattario a regole eteronome che non siano quelle del rispetto degli altrui diritti. Il piacere di praticare l’alpinismo, in tutte le sue forme, parrebbe insomma strettamente legato al fatto che nessuno abbia a dire all’alpinista come praticarlo, pena la perdita della ragion d’essere della relativa attività.
L’alpinista non parrebbe in media “felice” di correre dei rischi, tuttavia di buon grado s’accolla quei rischi che riconosce come ineliminabile corrispettivo per quel quid di libertà che egli stesso ha deciso d’esercitare.

Costituzione-costituzione_italiana

Ciò è da sottolineare: intrinseca pericolosità dell’alpinismo e rischio consapevolmente accettato devono essere la chiave di lettura per le riflessioni che seguiranno, riferite alla libertà (giuridica) dell’alpinismo e al suo complesso rapporto con i paradigmi della moderna “società securitaria”.

La “sicurezza”, infatti, sempre più si presenta come l’omnicomprensiva “bandiera” sotto la quale si radunano (magari anche solo nominalmente) i tentativi di regolazione (dunque, anche di limitazione) della pratica alpinistica, e certo non è in dubbio che la sicurezza rappresenti un valore interno all’ordinamento giuridico,  tanto più risultando essa ampiamente inserita pure nella sistematica dei limiti che la stessa Costituzione pone all’esercizio delle sue libertà fondamentali. Nondimeno, neppure la sicurezza rappresenta un valore assoluto, insuscettibile di bilanciamenti e di graduazioni a seconda dell’àmbito in cui si viene a esprimere.

Da qui ecco il quesito, di cruciale rilevanza per l’alpinismo: può l’idea della “sicurezza in montagna” ri-leggersi in modo peculiare e coerente con la ricordata caratteristica di strutturale pericolosità dell’agire alpinistico?

Libertà
L’interrogativo al quale si cercherà di dare una prima risposta è in sintesi il seguente: esiste qualcosa come la libertà giuridica dell’alpinista? Il diritto la garantisce o quanto meno implicitamente la riconosce? E se sì, in che termini? Con quale ampiezza e con quale intensità essa risulta protetta?
E ancora, a che livelli normativi questa libertà, posto che sia in qualche modo protetta, verrebbe garantita? Per intendersi, sarebbe radicata solo a livello del legislatore ordinario e comunque nei limiti di quanto da esso disposto, oppure anche a livello costituzionale, e dunque potenzialmente pure  contro il legislatore ordinario?

Problema, quest’ultimo, di non secondaria importanza soprattutto alla luce dei possibili confini alla legittima azione del legislatore (statale e regionale), che nell’ultimo periodo parrebbe per certi versi aver “dato il via” a un’intensa attività di produzione normativa volta a limitare, talora in modo assai pervasivo, gli spazi di libertà dell’alpinista anche quando non sussistano pericoli di carattere pubblico o collettivo riconnessi all’attività da questi esercitata.

Tra i vari provvedimenti del legislatore (statale e regionale) ci sono i divieti di pratica sciistica o arrampicatoria, l’obbligo di essere dotati di particolari dispositivi di sicurezza, la facoltà di definire con proprio regolamento le modalità di fruizione delle vie ferrate e dei siti di arrampicata.

L’assenza di una disciplina espressa
Tanto premesso, e passando così a un primo inquadramento costituzionale della problematica, il necessario punto di partenza d’ogni analisi parrebbe qui quello dell’assenza di specifiche disposizioni, all’interno del testo costituzionale, espressamente dedicate alla libertà alpinistica e, più in generale, all’alpinismo.
Tutt’al più si possono rinvenire in Costituzione alcuni limitati riferimenti, più o meno diretti, alla ‘montagna’.

Connesso alla montagna, sia pur in maniera indiretta, è stato talvolta considerato anche l’art. 9, secondo comma, Cost., quando prescrive che «la Repubblica (…) tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione», là dove paesaggio tutelato evidentemente è anche quello montano –ciò che potrebbe peraltro essere considerato un elemento contenutistico potenzialmente idoneo a costituire una linea regolativa importante anche per la libertà alpinistica e le sue limitazioni (ammissibili cioè in quanto rivolte alla tutela del paesaggio montano).

La limitata presenza di norme riferibili alla montagna e l’assenza d’una normativa costituzionale espressamente dedicata all’alpinismo, tuttavia, non esclude che all’interno della Costituzione sia pur sempre ravvisabile una “cornice” di norme e di principi comunque rilevante per l’alpinista e la sua (potenziale) libertà.

Cenni sulle competenze costituzionali in materia d’alpinismo
Per più ragioni non è affatto la stessa cosa se a disciplinare la condotta alpinistica sia la legge dello Stato, oppure quella della Regione Lombardia o della Provincia autonoma di Bolzano, o ancora un regolamento di ente locale come il Comune o, per avventura, un’ordinanza sindacale.

Si pensi soltanto alle differenti forme e possibilità di pubblicizzazione (dunque alla diversa difficoltà di conoscenza) dei relativi provvedimenti, e alla potenziale disomogeneità sul territorio nazionale d’una normativa rivolta a soggetti che spesso neppure sanno d’essere destinatari di precetti e che, per di più, potrebbero addirittura essere sottoposti a discipline giuridiche differenti nell’arco d’una medesima escursione qualora quest’ultima – come pure può capitare – si “snodi” su territori comunali o regionali differenti.

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Limitandoci pertanto in questa sede soltanto alle coordinate davvero essenziali, a questo proposito è rilevante in Costituzione soprattutto l’art. 117, che regola la divisione di competenze legislative fra Stato e Regioni.
Per quel che interessa la problematica qui in discorso, in questa disposizione assume senz’altro rilievo l’indicazione della potestà legislativa esclusiva statale (almeno) nelle materie dell’ordinamento civile e penale, nella determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale, nonché della tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali.

Sono invece materie (rilevanti) di legislazione concorrente quelle relative a:
professioni; tutela della salute; ordinamento sportivo; protezione civile; governo del territorio; valorizzazione dei beni culturali e ambientali e promozione e organizzazione di attività culturali.

Tuttavia, come meglio si vedrà analizzando anche la disciplina costituzionale sostanziale, almeno un cospicuo “nucleo essenziale” della disciplina della libertà alpinistica parrebbe ancora, almeno in teoria, rimanere saldamente in mano allo Stato.

Diritti costituzionali dell’alpinista?
Passando ora alla parte di disciplina “sostanziale” contenuta in Costituzione, di solito nella (scarna) letteratura di riferimento viene invocata una molteplicità di parametri costituzionali, e segnatamente per lo più gli artt. 2 (diritti inviolabili), 16 (libertà di circolazione), 18 (libertà di associazione), 41 Cost. (libera iniziativa economica), sia singolarmente, sia – soprattutto – “nel loro complesso”.

Ciò detto, e argomentato così perché si procederà di séguito a un’indagine sui singoli articoli, la “norma cardine” per il tema che qui ci occupa parrebbe senz’altro l’art. 16 (primo comma) della Costituzione, ai sensi della quale «ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza».

Questo non vuol dire, ovviamente, che a questo diritto non si possano apporre dei limiti (peraltro espressamente prefigurati dallo stesso art. 16). Non è chi non vede, ad esempio, come la libertà costituzionale di circolazione non abbia impedito d’imporre l’uso del casco ai motociclisti e della cintura di sicurezza agli automobilisti.

Ma il paragone tra l’andare in macchina e l’alpinismo non va oltre il fatto che sono entrambe forme di “libera circolazione”. Le differenze balzano agli occhi, se si considera che nell’attuale società, mentre ancora si sceglie se praticare alpinismo oppure no, per lo più il singolo non sceglie di essere automobilista (o comunque fruitore di veicoli motorizzati), bensì lo è per necessità (talvolta, anche obtorto collo). Una delle più evidenti conseguenze di tutto questo è che la sicurezza (intesa anche come la propria sicurezza) è venuta progressivamente ad affermarsi come un valore fondamentale (e per tale percepito dallo stesso automobilista), anche perché la fruizione del veicolo a motore è stata quasi del tutto spogliata della sua potenziale valenza “ricreativa”: qui l’idea (anche estetica) della circolazione come viaggio – che ancora prevale, appunto, in àmbito alpinistico – si è estinta (o comunque permane in una dimensione del tutto residuale) insieme al cosiddetto “gran turismo”, rimanendo soltanto quella pratica dello spostamento (che dev’essere efficiente, dunque rapido e sicuro).

Ulteriormente, soprattutto per alcune realtà “istituzionalizzate” (oltre che in parte istituzionali) come ad esempio il Club Alpino Italiano o altre organizzazioni simili, può venire in rilievo anche l’art 18 Cost., ai sensi del quale «i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione, per fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale».

E qui rileva tanto la libertà dell’alpinista di associarsi, quanto quella del non associarsi (di non essere necessariamente iscritto ad alcuna associazione), e ancora la libertà di creare non soltanto una, ma più associazioni, con i più diversi fini (non vietati dalla legge penale), e infine la libertà delle associazioni (nel perseguimento dei rispettivi fini sociali).

Per coloro che, infine, dall’alpinismo traggano anche un profitto o più in generale un qualsiasi tipo di vantaggio economico (si pensi, ad esempio, alla professione di Guida alpina, ma non solo), è rilevante anche l’art. 41 della nostra Carta costituzionale, ai sensi del quale «l’iniziativa economica privata è libera; essa non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recar danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana».

La libertà alpinistica come punto d’equilibrio fra tutele e limiti
Dal quadro finora tratteggiato, la Costituzione parrebbe dettare alcuni principi che indirettamente riguardano anche l’attività dell’alpinista e la sua libertà:

1) per prima cosa l’alpinista come singolo, nella sua attività “escursionistica”, sembrerebbe sempre costituzionalmente tutelato nella sua libertà di circolazione, la quale può essere legittimamente limitata soltanto per legge e «in via generale e per motivi di sanità e sicurezza»;

2) in seconda battuta, l’alpinista parrebbe tutelato anche nella sua veste collettiva, dunque quando effettui escursionismo di gruppo (anche senza necessariamente essere iscritto a organizzazioni);

3) in terzo luogo sono tutelate anche le associazioni che abbiano come scopo quello della promozione e dell’organizzazione di attività alpinistiche;

4) in quarto luogo l’alpinismo può essere tutelato pure come attività economica, soprattutto per chi lo eserciti professionalmente;

5) da ultimo, ma non meno importante, la libertà dell’alpinista può certamente essere limitata, ma solo nel rispetto delle garanzie che la Costituzione prevede e nel solco dei limiti costituzionali espressamente indicati nelle relative fattispecie (cioè negli stessi articoli che prevedono tali diritti) o in altre norme costituzionali a esse collegabili e con esse da “bilanciare”.

Quali garanzie e quali limiti, allora? Anche qui tentando di riassumere per sommi capi sembrerebbe potersi affermare che:

a) giacché l’alpinista, come si è visto, nella sua attività esercita sempre e necessariamente la propria libertà costituzionale di circolazione, egli gode sempre della garanzia della riserva di legge rinforzata dell’art. 16 Cost.: può dunque essere limitato in questa sua libertà di movimento soltanto dalla legge;
in più questa legge sarà legittima soltanto nella misura in cui persegua fini di sanità e sicurezza, i quali, tradizionalmente, nell’economia della disposizione parrebbero da intendersi come sanità e sicurezza pubblica (o quanto meno collettiva), dunque soprattutto della sicurezza o della salute degli altri, non della propria;

b) per chi eserciti alpinismo “economicamente orientato”, l’art. 41 Cost., oltre a ribadire il limite della sicurezza, impone più ampiamente di non andare in contrasto, oltre che con la libertà e la dignità umana, soprattutto con l’utilità sociale – concetto assai vago e apparentemente suscettibile di mutar di contenuto nel corso del tempo e a seconda della situazione;

c) nella Costituzione possono infine essere trovati altri limiti impliciti alla libera attività alpinistica, a seconda di come questa si atteggi; mi limito qui, una volta ancora senza pretesa d’esaustività e in aggiunta a quanto già menzionato nella parte relativa alle materie “di rilevanza alpinistica” indicate nell’art. 117 Cost., a menzionare la tutela del paesaggio (art. 9 Cost.) e la tutela della salute (art. 32), la quale ultima peraltro sembrerebbe in grado di sollevare problemi non piccoli, soprattutto se da essa s’intendesse di poter ricavare un generale principio di “prevenzione dagli infortuni”.

Libertà alpinistica e principi fondamentali
Il nostro discorso sulla “libertà alpinistica” e sul perimetro del suo (possibile) rilievo costituzionale può infine essere integrato citando due ulteriori articoli ricompresi nei Principi fondamentali della nostra Costituzione (segnatamente l’art. 2 e l’art. 3 Cost.), il cui rilievo per la tematica alpinistica parrebbe più “mediato” e tuttavia, al tempo stesso, tutt’altro che trascurabile in sede d’interpretazione sistematica di quanto precedentemente esposto.

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La prima disposizione è quella di cui all’art. 2 Cost., ai sensi della quale «la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale». Manca qui lo spazio per approfondire seriamente la possibilità di “sfruttare”, invocandola in prospettiva a tutela di presunti “diritti inviolabili dell’alpinista”, quella lettura che intende questa disposizione non soltanto quale rinvio alle restanti libertà fondamentali espressamente previste all’interno dell’articolato costituzionale, bensì anche quale base argomentativa per il riconoscimento d’ulteriori diritti fondamentali, non testualmente previsti all’interno della Costituzione. Cioè parrebbe difficile ritenere che l’art. 2 possa essere genericamente chiamato in causa per qualunque rivendicazione di libertà, compresa quella alpinistica. Mi limito qui a segnalare come, a voler ragionare in questa chiave, si potrebbe forse riuscire – magari sviluppando quel trend che in passato ha portato a riconoscere grazie ad esso un  diritto alla libertà sociale (Corte cost. 50/1998) – a rafforzare ulteriormente alcuni aspetti della libertà alpinistica, soprattutto assumendo che le relative istanze di tutela siano sufficientemente attestate e diffuse nella coscienza sociale, talora indicata come “fonte” dei nuovi diritti di cui all’art. 2. E qui sarebbe peraltro interessante capire quale tipo di valutazione sia realmente diffusa rispetto a certe pratiche alpinistiche (e alle loro possibili conseguenze: si pensi all’azione dello sciatore che involontariamente provoca una valanga o allo scalatore che provoca il distacco di una pietra) all’interno della comunità tutta (e della comunità alpinistica in particolare): l’idea sarà quella dell’esistenza di veri e propri diritti (l’esercizio dei quali, anche se provoca pericoli e/o danni ad altri, esclude l’illecito) oppure la semplice non sanzionabilità della violazione di certi divieti (fermo restando l’illecito, ad esempio il procurato disastro colposo ex art. 449 c.p.)?

Anche senza percorrere tal via, comunque, la norma in parola parrebbe ampiamente significativa in quanto espressione d’un generale principio di  favor per la libertà, (principio) strumentale al pieno sviluppo della persona(lità) umana e ampiamente caratterizzante la nostra forma di Stato (costituzionale). Tale principio, altrove addirittura testualmente esplicitato (ad esempio in Germania nell’art. 2, comma primo, della Legge Fondamentale) prevede, per rapidi cenni:

1) che l’agire del singolo (riconducibile a un bene costituzionalmente tutelato) sia in via di principio libero;

2) che ogni limitazione di questo agire da parte del pubblico potere debba essere giustificata con l’ancoraggio ad altri beni costituzionali;

3) che ogni limitazione debba comunque essere proporzionata.

E in tal senso, come noto, si finisce per entrare nel dominio dell’art. 3, primo comma, della Costituzione («tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali») – s’intende nella sua interpretazione giurisprudenziale da parte della Corte costituzionale che lo ha qualificato come fonte, in estrema sintesi, di quel precetto di proporzionalità/ragionevolezza che imporrebbe di trattare in modo uguale situazioni uguali/simili e, viceversa, di trattare in modo diverso situazioni diverse/dissimili.

Ed è forse soprattutto tale precetto che, in connessione col citato principio di libertà di cui all’art. 2 Cost. e con le altre libertà costituzionali (di “rilevanza alpinistica”) espressamente garantite, parrebbe infine suggerire quella “modulazione” della disciplina normativa che tenga nel debito conto le peculiari caratteristiche dell’alpinismo (prima fra tutte la sua intrinseca componente di pericolo).

Perché, se è vero che il cosiddetto principio di “ragionevolezza” di cui all’art. 3 Cost. tutela pure il valore della coerenza ordinamentale, sanzionando con la perdita di efficacia le norme con una ratio “intrinsecamente irragionevole”, ciò dovrebbe una volta di più indurre a riflettere sull’opportunità (o sulla legittimità) di quei provvedimenti – si pensi soltanto ai divieti di praticare, in certe condizioni, qualsiasi tipo di attività pericolosa anche solo per se stessi… – i quali, all’interno d’un ordinamento che riconosce l’alpinismo come un valore (per certi aspetti, anche di rango costituzionale), rischiano di metterne in forse l’essenza.

Estratto dal testo di Federico Pedrini
11 febbraio 2014

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Il delirio da sicurezza calcolata

Intervista ad Annibale Salsa al Convegno di Bressanone La libertà delle proprie scelte, la libertà in montagna (International Mountain Summit, 24 ottobre 2012)

In un interessantissimo video postato nell’aprile 2013 dal blog I camosci bianchi Annibale Salsa ci parla dell’ossessiva importanza che la società moderna dà alla quantizzazione piuttosto che all’interpretazione di qualunque fenomeno.

Salsa nel suo intervento da relatore ufficiale aveva analizzato il passaggio da una società prescientifica a quella odierna, dove il rischio e l’incertezza sono percepiti come qualcosa di scandaloso che va gestito attraverso specifiche leggi e ordinanze: “Il pericolo è qualcosa che viene dall’esterno, mentre il rischio è in relazione a un atto decisionale. La visione sicuritaria della società nasce con le prime società di assicurazioni e con i progressi dei modelli matematici previsionali. Oggi però assistiamo a un vero e proprio eccesso, un delirio della sicurezza. Quando c’è un incidente in montagna che magari coinvolge un professionista si urla allo scandalo. Ma l’alpinismo può essere ridotto a qualcosa del tutto prevedibile? Di pari passo, strumenti tecnologici come i navigatori satellitari stanno diventando un surrogato della conoscenza e dell’esperienza umana. Così accade che le persone sono sempre meno responsabilizzate, e questo non le aiuta di certo ad essere più sicure”.

Un conflitto che rimanda al freudiano “disagio della civiltà” secondo il quale un incremento di libertà fa arretrare i livelli di sicurezza, mentre un incremento di sicurezza fa arretrare gli spazi di libertà.

In quest’ottica, ogni incidente o errore non viene più imputato alla imprevedibilità degli eventi, a quell’imponderabile che appartiene alla natura delle cose, bensì alla violazione “misurabile” delle regole e delle procedure. Scatta quindi l’effetto blaming, ossia l’attribuzione ineluttabile di una colpa… La casistica di molti incidenti di montagna è riconducibile proprio a tale concezione del rischio calcolato. Ma, a questo punto, entra in gioco la libertà e l’imprevedibilità. L’ambiente montano non è un ambiente artificiale in cui si possa eliminare quasi interamente l’incertezza. Gli ambienti naturali travalicano l’onnipotenza della tecnica e aprono alla libertà della scelta fondata sull’esperienza individuale, sulla trasmissione culturale, sulla capacità e l’intuito nell’interpretare i fenomeni. La montagna non è una tecnostruttura. E’ spazio fisico e mentale che insegna il senso del limite invalicabile: limite relativo a ciascuno di noi e non certo calcolabile in senso oggettivo e assoluto. Nella società del no limits le protesi tecnologiche danno l’illusione di una “volontà di potenza” governabile e accrescibile a piacere. L’alpinismo, perciò, deve essere riconosciuto come l’oasi, forse l’ultima, della libertà umana.

Past president generale del Club Alpino Italiano, Annibale Salsa è considerato uno dei massimi esperti di “antropologia alpina”. Nato a Savona nel 1947, insegna antropologia culturale all’Università di Genova (Facoltà di Scienze della Formazione) ed è membro dell’Istituto internazionale di ricerche fenomenologiche e di studi avanzati nelle scienze umane dell’Università di Belmont – Massachussets (USA), nonché di innumerevoli istituzioni culturali.

5 febbraio 2014

DelirioSicurezzaCalcolata-Salsa