Posted on Lascia un commento

Il contrordine di L’Aquila!

Il buon senso ha prevalso, grazie alla comunicazione della Prefettura di L’Aquila sollecitata da Abruzzo Freeride Freedom e dalla levata di scudi di tanti appassionati, noi compresi.

Dopo il Sindaco di Lucoli anche quello di L’Aquila ha ritirato l’ordinanza che vietava ogni attività alpinistica ed escursionista sul territorio per pericolo valanghe.

La notizia è buona, ma annotiamoci che non ci arriva perché abbiamo convinto i sindaci di Lucoli e di L’Aquila della bontà delle nostre ragioni. Ci arriva perché le ordinanze erano state emesse, secondo la nota del Prefetto dr. Francesco Alecci, per “carenza del preventivo invio all’Autorità di Governo nei termini disposti dal comma 4 dell’articolo 54 del T.U. 267/00”.

Ecco infatti il testo del comma 4 (18 agosto 2000): “Il Sindaco, quale ufficiale del Governo, adotta con atto motivato provvedimenti, anche contingibili e urgenti nel rispetto dei principi generali dell’ordinamento, al fine di prevenire ed eliminare gravi pericoli che minacciano l’incolumità pubblica e la sicurezza urbana. I provvedimenti di cui al presente comma sono preventivamente comunicati al prefetto anche ai fini della predisposizione degli strumenti ritenuti necessari alla loro attuazione”.

L’annullamento dell’ordinanza è dunque dovuto a un’inadempienza tecnica: dobbiamo pure accettare che si salvino la faccia ma, appunto, non illudiamoci troppo: la minaccia è sempre lì sospesa.

Per il resto, siamo di nuovo liberi di andare sul Gran Sasso, ma sta a tutti noi evitare rischi inutili. Prudenza e prevenzione: le ordinanze sono sparite ma i pericoli in montagna son sempre lì!

ContrordineL'Aquila-3513094941_475d4146a1

Posted on Lascia un commento

Cosa ci danno le montagne e cosa impariamo da loro

 

Durante l’annuale convegno del Club Alpino Accademico Italiano (CAAI), quest’anno tenuto a Torino, l’alpinista francese Bernard Amy è stato insignito del titolo di socio onorario del CAAI.
Membro del Groupe Haute Montagne (GHM) e presidente dell’Observatoir pour les Pratiques de la Montagne et de l’Alpinisme (OPMA), Amy è ben noto in Italia per i suoi scritti, sempre molto lucidi, sui vari argomenti alpinistici.

Convegno del CAAI, Torino, 26-27 ottobre 2013
Intervento di Bernard Amy (traduzione di A. Gogna)
CosaCiDanno-Bernard-Ami-B-ITALEssere ammessi come membro onorario nel CAAI è allo stesso tempo un onore e un piacere. So che l’ammissione a questo club è riservata all’élite dell’alpinismo italiano, periò avere questo titolo mi riempie di fierezza.
Quelli che mi conoscono non saranno sorpresi dal mio desiderio di spiegare perché «onore» e «piacere». Per farlo, occorre accennare al problema che l’attuale evoluzione dell’alpinismo ci pone.

In questi uno o due decenni, l’alpinismo è andato avanti molto influenzato da diversi fattori di ordine economico, tecnico e sociale. In particolare, abbiamo assistito a una rapida diversificazione delle forme di alpinismo. E, sia nell’alpinismo classico sia nelle nuove pratiche di montagna, sono emerse le nuove sensibilità culturali dei praticanti.

Contemporaneamente, anche la società nella quale vivono gli appassionati di montagna si è profondamente trasformata. In mezzo a difficoltà sociali crescenti, si è sviluppata un’inquietudine «sicuritaria» collegata alla messa in discussione delle pratiche individualiste. L’ossessione della sicurezza ha spinto in particolare verso l’applicazione sempre più invasiva del principio di precauzione.

L’osservazione di queste due evoluzioni, quella delle pratiche di montagna e quella della società, conduce oggi a concludere che bisogna ridefinire il contratto sociale che finora vigeva tra la società e gli alpinisti.

Djado (Niger), Torre di Orida, Teneré Crack, Bernard Amy sulla 4a lunghezza, 2007
Djado (Niger), Torre di Orida, Teneré Crack, Bernard Amy sulla 4a lunghezza
In questa situazione ci troviamo, ben più di prima, non a spiegare l’alpinismo ma a giustificarlo. Non ci è richiesto di dire perché siamo disposti a rischiare la nostra vita in montagna, o perché «si entra in alpinismo» come si entra in una religione (le motivazioni dell’alpinista sono di ordine personale, ai limiti della psicanalisi, interessano poco il grande pubblico e soprattutto non servono a giustificare l’alpinismo).

Oggi, per fare accettare l’alpinismo in quanto pratica rischiosa, occorre spiegare ciò che la montagna ci dà, ciò che ci permette di imparare. In breve, occorre spiegare non perché andiamo in montagna, bensì cosa ci troviamo.

I benefici delle pratiche di montagna costituiscono ciò che possiamo chiamare utilità sociale dell’alpinismo. Sono di ordine sia sociale che psicologico.

Tra i benefici «utili» dello sport e della montagna possiamo citare:
– sviluppo dello spirito di impresa e di iniziativa;
– insegnamento del coraggio di assumere un rischio ragionato;
– apprendimento di autonomia e responsabilità;
– apprendimento della solidarietà.

A livello psicologico individuale, la montagna sviluppa:
– fiducia in sé;
– costruzione della personalità;
– controllo dell’aggressività;
– socializzazione.

Robert Paragot dice: «L’alpinismo mi ha consentito di strutturarmi. Senza montagna, avrei potuto essere un criminale».
In più la montagna gioca anche un ruolo terapeutico permettendoci di osservare con più distacco i problemi personali. Può condurre a un equilibrio tramite la relativizzazione delle difficoltà psicologiche.
(Uno psichiatra alpinista definiva scherzando il massiccio del Monte Bianco una specie di «ospedale a domicilio… meglio curarsi lassù che al bar!»
Tutti questi benefici sono in larga parte dovuti all’azione di due meccanismi dell’attività alpinistica:
– l’elevazione fisica s’accompagna sempre a un’elevazione simbolica. Il giovane che, tornando a valle, si vede al di sopra degli altri, per un momento si sente più forte, più forte degli altri e più forte di quando era partito.
– nello stesso tempo, l’assunzione collettiva del rischio (in montagna o anche durante il ritorno a valle raramente l’alpinista è da solo) favorisce un riconoscimento sociale che non può che rinforzare nel praticante il sentimento di forza e di fiducia in se stesso.

Tutti gli alpinisti sono alla ricerca di questo riconoscimento sociale. Cchi tra di noi è mai tornato da una salita senza provare il desiderio di farlo sapere?

Gruppo dell’Air (Niger), 2007. Bernard Amy in vetta alla cima Sud-est, dopo aver salito la via Alletto
Aroua (Air), cima Sud Est, via Alletto, Bernard Amy
Questi due meccanismi di sviluppo personale sono importanti a tutte le età. Come tutte le passioni, anche quella della montagna è segnata da un dubbio permanente, un’eterna messa in discussione della motivazione di base della pratica. Che siamo giovani principianti o vecchi esperti, abbiamo tutti sempre bisogno di sentirci forti. Perciò il riconoscimento sociale del gruppo resta essenziale.

Voi mi avete appena consegnato il titolo di membro onorario. Grazie per questa bella prova di riconoscimento sociale!
Aggiungerei solo che, come accetto volentieri questo titolo, sono convinto che ne concederete altri dieci o venti, non a dei vecchi membri onorari come me, ma ai giovani che oggi vogliono fare la storia dell’alpinismo e che, tramite le loro imprese, si dimostreranno degni d’essere fortificati nella loro passione.

L’intervento è disponibile in lingua originale e in inglese sul sito dell’UIAA.

4 febbraio 2014

Posted on Lascia un commento

Meglio freeride che fuoripista!

Qualche considerazione su queste due parole oggi all’attenzione del pubblico: freeride e fuoripista.

Lo spunto a questo tema mi è stato offerto dal bell’articolo di Giulio Caresio su Planet Mountain, “Torniamo a sorridere dicendo freeride”, cui rimando per maggiori dettagli e per l’intervista a Nicolas Hale-Woods.

1. Leggerezza non significa superficialità
Essere giovani, pieni di vita e scanzonati ha sempre suscitato molta invidia nel cittadino medio, così tanta da far scuotere la testa e dire che “ai miei tempi queste cose erano inammissibili…”. Questa condanna apparentemente morale nasconde solo l’invidia per la libertà che quei ragazzi hanno. E se trasportiamo la cosa in montagna, ecco i freerider, vestiti colorati, street, apparentemente menefreghisti perché isolati nei loro clan farciti di slang: anche loro sono visti dallo sciatore e dall’alpinista medio come marziani che danno un po’ fastidio, che dissacrano le vecchie tradizioni e che sono insensibili alle norme.
MeglioFreeride-3106Ciò che colpisce in questi giovani è la leggerezza, contrapposta al rigido sapere scialpinistico. Gratta gratta scopri che anche quella è una maschera, perché dietro ai più bravi (e non solo a quelli) scopri anni di preparazione, di dedizione, di capacità di auto-soccorso, tutto mascherato da pretesa ignoranza. Loro vogliono fare la loro strada, la loro esperienza. Non riconoscono il nostro codice. Chi siamo noi per giudicare se ci fermiamo all’apparente superficialità?

2. Il rischio residuo c’è sempre
Per quanta esperienza uno possa avere, per quanto documentato e attrezzato sia, non esistono la salita e la discesa sicure al 100%. Se si parla poi di neve, di grado di pericolo, ecc. non esiste strumento che possa dare una valutazione precisa per ogni metro quadro di superficie nevosa. Ci affidiamo alla statistica, alla probabilità. E poi all’esperienza e all’intuizione, unite a prudenza. Riduci, riduci, ma non arriverai mai a rischio pari a zero.

3. Il clima è diverso da un tempo?
Può darsi, ma le slavine e le valanghe ci sono sempre state, semplicemente c’era meno gente disposta ad affrontare i pendii per un divertimento che nel XIX secolo ancora non c’era. Invece nel secolo XX (e non parliamo del XXI) di gente ce n’era proprio tanta e non tutti avevano e hanno capito cosa vuole dire mettere gli sci ai piedi e affrontare una montagna o un pendio di neve non battuta. Il clima è quello che è, la neve può avere mille classifiche diverse, altro che i modelli che per comodità teorica abbiamo accettato! Non è sperando nel tempo di una volta che eviteremo disgrazie, è accettando pienamente quello di oggi.

4. Differenza tra freeride e fuoripista
Abitualmente con la parola fuoripista si intende lo scendere pendii innevati (boschivi e non) da una sommità, raggiunta con un mezzo a fune, lungo percorsi in cui la neve non è stata battuta e in ogni caso a breve distanza dalle piste.
Coloro che normalmente praticano sci in pista guardano con una punta d’invidia i “matti” che invece scendono al di fuori: guardali una volta, poi due… alla fine si incuriosiscono e, provata una discesa e le inevitabili cadute in neve fresca, si convincono che per uscire dal battuto sia sufficiente comprare gli sci larghi e colmare un po’ di gap tecnico.
Niente di più sbagliato!
Il freeride è a un gradino ben più alto nella scala evolutiva: si cercano i pendii, i canaloni, i percorsi d’impegno e di soddisfazione, più o meno difficili, più o meno spettacolari. Come ogni sport outdoor in ambiente “non protetto”, è una disciplina che richiede preparazione a tutti i livelli, spesso con l’aiuto di grandi esperti o professionisti. Non basta essere dotati di ARTVA, pala, sonda e magari anche air-bag… occorre saper praticare auto-soccorso e conoscere la montagna.

5. Conviene voler diventare freerider!
Dunque, per conoscere la montagna e le sue insidie, per sapere come si soccorre l’amico, è necessario praticare corsi o lezioni. E qui dobbiamo denunciare la povertà dell’offerta in Italia. Siamo ricchi di proposte di scialpinismo, poverissimi di corsi di freeride. Ma, a costo di andare all’estero, è necessario sottoporsi a queste “scuole”.

Dice Nicolas Hale-Woods: “Oggi in Svizzera (non lo sostengo io, ma una statistica ufficiale del Club Alpino Svizzero) abbiamo circa lo stesso numero di morti per valanga di trenta anni fa, mentre il numero stimato di persone che vanno fuoripista è almeno dieci volte tanto. Perché? Il numero è stabile grazie al fatto che sempre più spesso la gente che finisce sotto le valanghe viene tirata fuori dai suoi compagni. Sappiamo che 15 minuti sono il limite temporale oltre cui la possibilità di sopravvivere diminuisce drasticamente, quindi un soccorso immediato operato da chi ti accompagna è la cosa migliore”. E occorre quindi che il gruppo non scenda assieme, ma ciascuno alla giusta distanza.
Insomma la differenza tra freerider e fuoripista è la stessa che potrebbe esserci se accostassimo “arrampicata” con “fuorisentiero”: questa è una specialità che non esiste, ma che potrebbe anche essere creata in futuro, magari declinandola all’inglese (off-path? of-trail?). Ad essa appartengono già cercatori di funghi e di stelle alpine.

6. Effetto Tomba sull’Italia
Il fatto che in Italia l’offerta scuole freeride sia insufficiente è osservata anche da Nicolas Hale-Woods , il quale attribuisce questo ritardo nientemeno che ad Alberto Tomba. La forte popolarità del grande campione avrebbe infatti determinato nel nostro paese la moda sciatoria di almeno una generazione, se non di più.

7. Auto-Soccorso
Dopo aver frequentato un corso di freeride, oltre che allenarsi regolarmente, occorre praticare con regolarità l’esercizio all’auto-soccorso. Siccome è fondamentale la velocità di esecuzione, occorre che tutte le manovre, ricerca, scavo, recupero e primo soccorso siano fatte in velocità e con precisione. Non basta saperlo fare, bisogna saperlo fare bene e veloci. Senza panico e con automatismo istintivo.
Se, invece di produrre divieti a manetta, impianti e autorità predisponessero aree (come succede Oltralpe) di allenamento per le ricerche in valanga, si farebbero passi enormi in avanti: magari si colmerebbe il gap che oggi in Italia abbiamo con Francia, Svizzera e Austria.

MeglioFreeride-6526-freeride8. Piste monitorate
Già la percorrenza di decine o centinaia di sciatori e snowboarder al giorno di itinerari fuoripista significa avere in breve tempo il percorso battuto e quindi quasi non si può più parlare di fuoripista. Ciò non toglie che sia utile esercitarsi su un terreno del genere.
Alcune stazioni, specie all’estero, provvedono di minare certi percorsi, con ciò ottenendo l’addomesticamento di quella discesa e rinviando il problema di “formazione esperienziale” ad altro terreno. Ci si può convivere, ma è assolutamente necessario che chi s’ingaggia nelle discese sappia perfettamente se sono state “trattate” o meno.

9. La libertà è tale solo se responsabile
C’è sempre qualcuno che pensa di essere superiore, sotto sotto convinto di essere dotato di una certa immortalità innata, oppure convinto di essere più bravo, perfino più veloce della valanga come ha visto in certi film. Qualcuno confida nel vago stellone personale, qualcuno ritiene, in evidente stato di “overconfidence”, che l’essere passato di lì centinaia di volte voglia dire essersi guadagnati l’invulnerabilità. Qualcuno dice “se son passati quelli là lo posso fare anch’io… anzi lo devo fare anch’io…”. Qualcuno infine ha un programma da rispettare (tipo certe uscite dei corsi di scialpinismo, magari già rimandate due volte per brutto tempo…).
Sono tutti filtri mentali sulla presenza dei quali invece si dovrebbe riflettere molto, distinguendo ciò che è sicuro sapere da ciò che è transitoriamente fallace. Lì è la responsabilità che ci assumiamo, nella coscienza tranquilla di aver fatto la scelta giusta dopo essersi ascoltati a fondo ed aver eliminato i filtri.

10. Gli incidenti “stupidi”
Di solito per stupido s’intende l’incidente che si poteva evitare. Col senno di poi? No, con quello di prima. Quando non si ha esperienza, quando c’è un grado di pericolo 3 o più, quando ci sono i cartelli di divieto o le ordinanze ma nulla si sa del loro perché, quando il nostro proprio “io” inflaziona la nostra coscienza… quando siamo tentati di sperimentare, con il sottile equilibrio tra il galleggiare e l’affondare nella neve polverosa, quell’equilibrio che invece dovrebbe già essere dentro di noi… beh, in questi casi non si può parlare di scelta responsabile.

11. La rinuncia
Occorre convincersi che la rinuncia è uno dei coefficienti essenziali al grado di libertà di cui tutti vorremmo disporre. La rinuncia è “irrinunciabile”. Se solo uno del gruppo esprime qualche dubbio, se solo si avverte un vago senso di disagio, considerare l’opzione rinuncia è salutare. Considerare quest’opzione non vuole dire obbligatoriamente rinunciare. Vuole dire concentrarsi di più.
Occhio ai segni!

12. Divieto vs Formazione
In conclusione non ci si improvvisa freerider, ma è meglio voler essere freerider che incallirsi nel fuoripista (né carne né pesce).
I divieti indiscriminati del fuoripista e del freeriding non hanno senso. Chi è esperto e responsabile se ne andrà in altri luoghi, in ogni caso non rinuncerà semplicemente per un divieto. La pratica del fuoripista e del freeriding è normale in altri paesi, e anche da noi comunque non esiste stazione sciistica che non la pubblicizzi con depliant e filmati.
Il divieto è il mezzo più semplice per perpetuare la tendenza ormai purtroppo invalsa nella nostra società sedentaria e sicuritaria di esprimere giudizi positivi solo su ciò che è estremamente sicuro e di negare il diritto dell’individuo a responsabilizzarsi. Un divieto infatti dichiara a priori l’insicurezza di una zona, condanna e sanziona la disobbedienza e trasferisce sull’autorità le scelte che dovrebbero essere solo nostre (se vogliamo essere individui completi e non solo consumatori). Il divieto impedisce cultura, educazione, intelligenza e responsabilità. In definitiva il divieto nega il libero pensiero oltre che il libero transito: e chiudere le strade al pensiero è sempre stato negativo per tutte le civiltà.

3 febbraio 2014

MeglioFreeride

Posted on Lascia un commento

Prodotto montagna

Prodotto montagna (Salva nos ab ore leonis) di Carlo Bonardi (BS)

Riprendo il cammino da “Il diritto va in montagna” (La Rivista del CAI settembre-ottobre 2010), esponendo su quanto nell’attuale è per me determinante: la mercatizzazione, o – amabilmente – valorizzazione della montagna, il “prodotto”.

ProdottoMontagna-stazione-monte-merano-2000

Infatti, il diritto è strumento al servizio di fini, dunque li segue; ma a muovere è stato il mercato, ed è per regolarlo che adesso le norme usano quei termini ed istituti (e contigui: impresa, competitività, ecc.).

Già in passato la montagna è stata sfruttata (ciò forse sfugge, perché non l’abbiamo vissuto, ma si capisce osservando sentieri o manufatti antichi, o leggendo); ora però parrebbe esservi stato un mutamento di paradigma, che emerge dai fatti materiali.

Nuove realizzazioni (anche futuribili: servendo “crescita”, vada a 4.000 mt il Piccolo Cervino, mediante torre di negozi e ristoranti); acquisizione di rocce prima ignorate (o, meglio, “recuperando” quelle già buone); ammenicoli (mappe 3D per sentieri, promosse tramite scuole); quads, slitte a cani/cavalli/motore, biciclette, su sentieri; ferrate, ponti tibetani, carrucole, salti con fune, gli attrezzi li affittano; “eventi” collettivi (ciaspolate, concerti, vista di cascate a comando); gare; musei; balli; canti; luminarie; eno-gastronomie da rifugio (“gusto” e “sapori” traboccano dai giornali, slurp!); mercati-ni (teneri…); giochi di bimbi; l’improbabile (destagionalizzeranno il sole d’Agosto). Di giorno e di notte.

Più del diritto, hanno servito la scienza (psicologia + comunicazione/marketing, metrica, statistica, istruzioni, faccia di bronzo) e la tecnica, coi correlati: martellamenti in neolingua aziendal/sloganistica/un-po’-English (seguono esempi), su idee pensate, fatte incubare e piazzate, finché durano, evolvono o si estinguono; pubblicità (ricorrono “magico” e “mozzafiato”); immagine (fitness, sex, smile, winner. Sulle Dolomiti Patrimonio dell’Umanità, approdano brand, fashion, glamour e luxury); libri, abilità/competenze/conoscenze/saperi (al plurale)/specializzazioni e cultura (in TV e-ducano di Tamarri, da noi di Stakeholders, Mission e Vision); crociate securitarie (no alcool no speed no free. L’air bag sì, per ora è da neve, spunta dopo ogni disgrazia. Occhio! alle soluzioni salva-vita, le segue informale il “compro, se no forse vado in prigione”); esperimenti (maiali austro/italici da seppellir sotto neve); formazioni, formatori, formatori di formatori, valutazioni, crediti, certificazioni, patentini, elenchi, poteri, controlli, sanzioni (penali-civili-amministrative-deontologiche; qualcuno ne vuole per sé); anche sussidiarietà/beneficienza (per certi casi, Pinotti la chiama “Fai per me”).

Tutto, e ciascuno, con qualifiche e gradi, self made o da somministrare, from cradle to grave (qui occorre la traduzione: dalla culla alla tomba), al minimo “Alti” ed “Eccellenti” nonché d’Accademia (o d’Academy, che è di più) o Università.

Gletscher TrŸbsee Nebel Seilbahn Gondel Titlis Rotair; Glacier TrŸbsee Fog Lake Cableway Gondola Titlis Rotair;

Cioè, nuove riserve, nuovi mestieri, nuovi maestri (il Risk manager ha declamato ogni immaginabile prima dei guai, quindi è infallibile, “L’avevo detto!”. Vende, ma anche lui ci fa crescere un rischio, che un giudice lo legga o l’ascolti; magari poi lo acchiappa a sua volta).

La diffusività connota oggetti e soggetti, e colonizza.

Nel generale, siamo in globale ed anche glocale, ovvero si applica ad ogni sfruttabile (dicono: fruibile): hotel sopra/sott’acqua; sci nel deserto; “esperienza” tra Masai (da portare in ufficio); coaching da specchio (“Io sono il migliore!”); Hagakure d’impresa; M-e-r-i-t-o-c-r-a-z-i-a! (qualcuno non regge, dunque s’ammazza); spiagge per cani; acque minerali di lusso; D.o.c. a pizza e formaggi (anche a quello che spussa, è il suo buono!),

Lavora su presente e futuro, non gli sfugge il passato (identità frullate).

Ai ricconi, viaggi spaziali; ai ricchi, elicottero; ai normali, agriturismo o turismo d’orrore (organizzano torpedoni).

Torniamo con l’economico ai monti (lì, ai senza palanche è concessa la scarpinata, ma – auspicano altri – almeno con maglietta griffata).

I valorizzatori, impiegati (o impegnati) allo scopo denari, mirano a fruttificarne di più, come per legge, di mercato e delle ciliege (una tira l’altra). E se la cosa non va, la lasciano in posto (se soldi ne han presi, li tengono).

L’innovazione è feticcio (quantomeno da Zeus, ogni generazione affossa la precedente, o ci prova); spesso non costa neppure fatica (ma è meglio se c’è Il Finanziamento di Pantalone): è “prodotto”, la storia lasciataci, o l’altruismo spontaneistico di molti? E’ “Made” (in Italy), il panorama?

Di certo, è eliminato il ritegno, le mani su quanto aveva un diverso valore: l’essere stato lasciato in natura o il non essere stato economicamente adocchiato.

Il mutamento mentale è il danno maggiore, un po’ insinuante ed un po’ dichiarato, cercato o subìto.

Una volta, chi andava o mandava in montagna, ne aveva altra idea, pur essa imparata, forse anche sacrale: rispettosa di siti, solitudini, condivisioni moderate, non intesa a costruire malamente, o a disfare.

Ora serve il circo Barnum, in ottica di profitto o gestione d’interessi (legislativa, amministrativa, da volontariato aggressivo): prima che il mercato si saturi, occorre allargarlo, mandando in montagna più gente, meno selezionatasi.

Così, siamo al soggetto utile: il buon turista (col buon, abbiamo anche bambino, studente, cittadino, combattente, lavoratore, consumatore, ecc.) è pagante (i preferibili passeggiano per luoghi alla moda, pernottano in albergo e fanno statistica), dai comportamenti eterodiretti, eticiresponsabili (se non t’adegui, ti studiano qual sovversivo del Mercato, sperano di recuperarti), ben vestito, attrezzato, etichettato, mezzo accorto/prudente, pellegrino, assistito, stabulato. Un po’ pretenzioso (nonostante tutto, ogni tanto maltrattato).

Ed all’omologo oggetto: itinerari spianati, rasati e puliti, con ticket, rifugi a più stelle (povero Giusto Gervasutti! L’Internet nel suo nuovo bivacco). Anche le pratiche devono essere buone, e standard. Alba e tramonto li offre la ditta, rifiuti sotto al tappeto.

Una metafora, da Autori (Maris) che hanno guardato al più generale processo:

“L’immaginazione del mercato è senza limiti. Come il cuculo, nidifica su tutto ciò che è gratuito. Esclude gli occupanti precedenti, imprime il proprio marchio sui beni non venali, impone loro loghi, marchi, pedaggi, e poi li rivende”.

Chiave dell’accaduto: in un’economia meno manifatturiera (lì è già occupato, per entrare occorre avere ed impiegare potenza) e sempre più di servizi e di immateriale (per Lisbona 2000, entro il 2010 avremmo dovuto essere niente di meno che “la più competitiva e dinamica economia della conoscenza”), a catturare – anche ove c’è crisi – sono il frammentato e l’apparente: pochi li governano, tanti s’arrabattano. Creati bisogni, sembra sia il bene per tutti, è il Nostro Carnevale quotidiano (Eco).

Stanno a cuore, persone e montagne?

Problema sociale, politico, e filosofico; grande, poiché intanto le filosofie non fermano i disastri.

Da stanare del tutto: è sotto agli occhi, ma ai più sfuggono i fili, mentre una minoranza lo sa e ne approfitta.

ProdottoMontagna-foto01_sansicario_vialattea

Valorizzazione – oggi sulla bocca di tutti – è parola di poco significato (in sé che vuol dire, oltre a dare valore?) o grimaldello linguistico/operativo senza ritegno?

In questo “nuovo”, anche l’innovazione prodotto montagna ha seguito una strategia, la vecchia: demolire l’avversario (o acquistarlo: abbiamo gli insiders) e produrre/smerciare.

Il paradigma non è mutato: è arrivato sui monti.

Ora la ricchezza è dove prima c’era il niente o il di tutti.

Del tradizionale è scritto in una ponderosa ricerca sul turismo montano (citano Leslie Stephen), ma per darne scontata la morte, con sufficienza da conquistatori. Sanno però quale è il vivo nemico: tranquillità, solitudine, frugalità, passione, gusto, avventura, ricerca, sfida, pericolo, determinazione, cioè l’individuo da sé responsabile, libero, singolo o in gruppi.

C’è del buono, nel “nuovo”? Non faccio l’elenco, ci pensano i promotori. Però bisogna fare attenzione, a quel che si perde ed a quel che si prende.

Ecco Pirandello (Uno, nessuno, centomila), col dialogo solitario di Moscarda e montagna:

“Avete mai veduto costruire una casa? Io, tante … . “Ma guarda un po’ l’uomo, che è capace di fare! Mutila la montagna; ne cava pietre; le squadra; le dispone le une sulle altre e, che è che non è, quello che era un pezzo di montagna è diventato una casa.”

“Io” dice la montagna “sono la montagna e non mi muovo.”

Non ti muovi, cara? E guarda là quei carri tirati da buoi. Sono carichi di te, di pietre tue. Ti portano in carretta, cara mia! Credi di startene costì? E già mezza sei due miglia lontano, nella pianura. Dove? Ma in quelle case là, non ti vedi? una gialla, una rossa, una bianca; a due, a tre, a quattro piani.

E i tuoi faggi, i tuoi noci, i tuoi abeti?

Eccoli qua, a casa mia. Vedi come li abbiamo lavorati bene? Chi li riconoscerebbe più in queste sedie, in questi armadi; in questi scaffali?

Tu montagna, sei tanto più grande dell’uomo; anche tu faggio, e tu noce e tu abete; ma l’uomo è una bestiolina piccola, sì, che ha però in sé qualcosa che voi non avete”.

Ora abbiamo anche il moto contrario: la città va e viene portata in montagna, col mercato, il diritto e gli abusi.

La perdita è non averla più come tale. Poi, saranno scelte di fondo: salvare i valori di soggetti ed oggetto? Reclutarli e far finta? Continuare a valorizzare con altro?

Chi ragiona in denaro, non conta che i praticanti l’alpinismo la città non la vogliono; o conta che siano questi ad andarsene, come i vecchi cow boys, quelli che, arrivando binari di ferrovia, scappavano all’Ovest, fin che ce n’era.

Rispetto per vita e montagna dobbiamo riprenderli, anche dicendo di no, a noi e agli altri.

Altrimenti, finiremo in fondo alla bocca del leone.

Carlo Bonardi, Brescia 31 agosto 2011

Posted on Lascia un commento

Ma quanto desideravamo il primo smartphone mountainproof?

QuantoDesideravamo-9351672_450782490_n-620x412

Gioisci, popolo:  dal 5 dicembre 2013 (e finalmente) “un nuovo modo di concepire la montagna grazie a Quechua Phone 5. In effetti eravamo tutti stufi di questa montagna così noiosa, non ci bastavano più la solitudine, il silenzio, la grandiosità. Volevamo tecnologia affidabile, volevamo delegare ancora di più le nostre già smagrite responsabilità.

“Chi pratica sport estremi e vive un rapporto simbiotico con la natura ha sempre avuto problemi a trovare un degno compagno di avventure Mobile”. Davvero? Ma siamo davvero sicuri che chi ha un rapporto simbiotico con la natura abbia bisogno di un Mobile a tal punto da non averne trovato uno finora che gli andasse bene?

Certo, “questo smartphone mountainproof è stato pensato per lunghi weekend di guadi e arrampicate, e prodotto da chi ha una lunga esperienza nella grande distribuzione di articoli per sport estremi”.

Finalmente un “solido compagno di viaggio”, un compagno che per soli euro 229,99 sarà così affidabile da non farti neppure sospettare la veridicità del famoso detto “Meglio soli che male accompagnati”.

Questo smartphone promette di “adattarsi alle condizioni più estreme e resistere agli urti (…), venire utilizzato tutto un week-end con monitoraggio GPS e 3G attivati (…), affrontare una violenta pioggia temporalesca durante le escursioni, cadere malauguratamente nella neve o ancora resistere alle tempeste di sabbia durante un trekking nel deserto”.

Questo device mountainproof ha tra i suoi strumenti il barometro, il gps, l’altimetro, e la bussola elettronica. E in più è proposto a un prezzo interessante e commercializzato in esclusiva nella più grande catena retail di attrezzatura sportiva, Decathlon.

Il messaggio pubblicitario ammicca senza incertezze agli sportivi e agli amanti della montagna che preferiscono non spendere cifre esorbitanti per un dispositivo, ma che vogliono con spirito di gregge arrivare a quel “nuovo modo di vivere la montagna” che un guru mai visto promette con insistenza, tipo Grande Fratello.

Quindi nessuna scelta personale, nessuna responsabilità di rischio auto-assunto: tutto facile per tutti, chiunque potrà fare ogni cosa. E non solo: “visti il prezzo e le caratteristiche, il Quechua Phone 5 potrebbe essere interessante anche per chi vive la propria vita cittadina allo scoperto dalle intemperie ed in costante movimento, ma non vuole scendere a compromessi tra giungla urbana ed i tipici limiti dei Mobile Device (delicatezza, pericolo di infiltrazioni di acqua e polvere, graffi, batteria limitata)”.

Insomma era ora! Qualcosa che ci avvicinasse la montagna a tal punto da non capire neanche più dove siamo per totale inadeguatezza del metro di misura, qualcosa che prometta di addomesticare distanze, dislivelli tramite grafici e simulazioni, che sostituisca la probabilità all’istinto, che annulli in pochi secondi secoli di storia liquidati come vecchio modo di concepire la montagna.

Perciò ci recheremo numerosi in quei “non luoghi” Decathlon a rendere omaggio con la nostra curiosità indotta e con il nostro obolo a questa nuova panacea universale, per protestare silenziosi contro la montagna noiosa, vecchia e anche un po’ pericolosa. Per rottamarla.

Posted on Lascia un commento

L’unica sicurezza in montagna è la libertà di scegliere

Le misure di sicurezza esterne deresponsabilizzano l’individuo

Più uno si affida alle misure di sicurezza esterne, meno si affida alla sua sensibilità e alla sua soglia di attenzione. Questo, oltre a ledere la personale libertà di scelta, deresponsabilizza le persone rischiando, paradossalmente, di compromettere la sicurezza in modo ancora maggiore.
Questa la riflessione che ha fatto nascere la necessità di creare un “Osservatorio per la libertà in montagna”, riconosciuto dal CAI e presto anche dall’UIAA.

Qualche anno fa in Francia si sono accorti che la nostra società ha la tendenza a rendere tutto ciò che ci circonda “sicuro”, tanto che si parla di “société sicuritaire”. Da una parte Fino a un certo punto ciò è apprezzabile perché s’incoraggia un’attenzione molto più forte di un tempo verso la sicurezza, non solo a livello sportivo ma anche per esempio sul lavoro, nei locali pubblici e in altri campi. D’altra parte però è facile andare agli eccessi: pensare che la nostra sia una società sicura quando invece continua a non esserlo. Perché più uno si affida alle misure di sicurezza dalle quali è attorniato e meno si affida alla sua sensibilità personale e alla sua soglia di attenzione.

In montagna tutto questo è ancora più evidente. Tu puoi controllare finchè vuoi friends, corde, materiali, puoi avere gps, telefonini,  la segnaletica in ordine, notizie aggiornate sul meteo e sul percorso: tutti questi mezzi sono utili, magari necessari, ma non sufficienti. Se uno li prende come oro colato e pensa che possano sostituire la sua immaginazione personale, la sua intelligenza e la sua attenzione, è finita.

La libertà è il contrario di questo concetto. A mio modo di vedere la libertà è esprimersi, scegliere, eventualmente sbagliare. Ma se tu ti siedi e ti affidi ai mezzi e alle tecnologie, limiti la tua libertà evitando di fare delle scelte. Bisogna ricordarsi che la montagna è uno specchio di quello che hai dentro, lei rispetta solo la tua forza interiore, e non quella dei mezzi e tecnologie che usi.

 UnicaSicurezza-maurPetroglifo

La sicurezza più affidabile è quella interiore, determinata dalla presa di responsabilità e dall’aver fatto delle scelte. La “société sicuritaire” tende senza volerlo a deresponsabilizzare le persone. Se si riesce a vedere con chiarezza questa situazione allora appare evidente che dobbiamo ribellarci a questa progressiva deresponsabilizzazione.

Poi ci sono i problemi “concreti”, come le proibizioni e i tentativi di divieto cui abbiamo assistito negli ultimi anni. Parlo di decreti, ingiunzioni, ordinanze municipali che proibiscono la discesa di quel canalone perché è scesa una valanga, o che chiudono il Cervino perché è scesa una franetta, o chiudono il paretone di Arnad perché un istruttore di roccia è stato ucciso dal crollo di un masso, o iniziative assurde come quella del patentino per lo scialpinismo.

Queste problematiche vanno valutate caso per caso. Ecco perché è nato l’Osservatorio per la libertà in alpinismo e in montagna. Faccio degli esempi. Ad Arnad, dove a dispetto di sicurezza e spit è morto i suddetto istruttore torinese, il sindaco che aveva firmato la risistemazione della parete ha ordinato la chiusura. Anche i più fanatici sostenitori della libertà non possono qui dissentire, siamo tutti d’accordo sulla chiusura (breve) per condurre i necessari accertamenti, perché la parete è stata attrezzata dall’uomo. Ma la chiusura di un canalone non ha senso, perché l’uomo non c’entra con le sue condizioni di maggiore o minore pericolosità.

L’Osservatorio, nato il 19 maggio 2012 a Porretta Terme, è una piccola lobby culturale. Vogliamo far sentire la nostra voce, parlare ai convegni, richiamare l’attenzione della gente. Vogliamo intervenire nelle polemiche, per esempio quelle seguite alla frana del Pelmo che uccide i soccorritori, inviare comunicati stampa e pareri, darci da fare perché l’informazione venga corretta in un determinato senso.  Nel 2012 a Lecco c’è stato il convegno “falesia sicura” e noi abbiamo contattato gli organizzatori perché nel programma non c’era un intervento che dicesse che in falesia e in montagna la sicurezza al 100% non ci sarà mai… quando invece questo andrebbe detto a voce forte. Apprezziamo il loro lavoro.  Ma tutto dipende dal tono: può andar bene dire cerchiamo maggior sicurezza, ma non “saremo sicuri”. E’ necessario insistere sul margine di insicurezza che rimane, con chiarezza, non si può ipotizzare che il Sig.Rossi vada sicuro in montagna ovunque lui voglia. Scherziamo? Non è possibile. Dov’è la liberta del Sig.Rossi di avere un’avventura? Qui giochiamo con la vita delle persone, non dobbiamo pensare solo al marketing e alla responsabilità civile.

Per la société sicuritaire qualsiasi incidente deve sempre avere un responsabile o un capro espiatorio, è diventata la prassi. Una volta i prof portavano i ragazzini in gita, oggi è un’impresa impossibile, i professori hanno paura perché se si sbucciano un gomito i genitori fanno un casino mai visto. Gli incidenti succedevano 40 anni fa e succedono oggi, ma oggi c’è un accanimento terribile. Tutti coloro che lavorano in questo campo, dai professionisti ai volontari delle commissioni giovanili del Cai, dicono che si sta esagerando. Per questo per un amministratore diventa necessario chiudere le montagne, per salvarsi il culo, non per offrire sicurezza. Le chiusure non servono assolutamente a niente, la gente continua ad andare se vuole, non si risparmiano incidenti e comunque non è che l’amministrazione diventi migliore grazie alle chiusure. Se si vuole si può confezionare un cartello, “vi sconsigliamo di scendere di qua”; su un sentiero dismesso, va bene mettere un cartello tipo “qui andate a vostro rischio e pericolo”. Ma non “è vietato” come a voler eliminare ogni rischio: allora tutte le vie alpinistiche dovrebbero essere vietate.